Intervista a Stalin

H.G. Wells: Le sono molto grato per aver accettato di incontrarmi. Recentemente sono stato negli Stati Uniti. Ho avuto una lunga conversazione con il presidente Roosevelt e ho cercato di chiarire quali sono le sue idee principali. Ora sono venuto da lei per chiederle cosa sta facendo per cambiare il mondo.
 
Stalin: Non cosi tanto.
 
H.G. Wells: Io giro il mondo come un uomo qualunque, osservo cosa succede intorno a me.
 
Stalin: Le persone importanti come lei non sono “uomini qualunque”. Naturalmente, solo la storia può dire quanto sia stato importante questo o quel personaggio, ma in ogni caso lei non osserva il mondo come un “uomo qualunque”.
 
H.G. Wells: La mia non è falsa modestia. Quello che voglio dire è che cerco di guardare il mondo con gli occhi dell’uomo qualunque e non come un esponente di partito o un amministratore carico di responsabilità. Il viaggio negli Stati Uniti ha stimolato le mie riflessioni. Il vecchio mondo finanziario di quel paese sta crollando: la vita economica di quel paese viene riorganizzata secondo nuovi principi. Lenin aveva detto: “Dobbiamo imparare a fare gli affari” dobbiamo imparare dai capitalisti. Oggi i capitalisti debbono imparare da voi, devono imparare a capire lo spirito del socialismo. Mi sembra che negli Stati Uniti sia in atto una profonda riorganizzazione, la creazione di una economia pianificata, vale a dire socialista. Lei e Roosevelt muovete da due diversi punti di partenza. Ma non c’è un rapporto di idee, un’affinità di idee ed esigenze, fra Washington e Mosca? Negli Stati Uniti sono stato colpito dalle stesse cose che vedo qui: costruiscono uffici, creano nuovi organismi statali di regolamentazione, stanno organizzando una pubblica amministrazione di cui si avvertiva da tempo la necessità. Hanno bisogno, come voi di capacità direttive.
 
Stalin: Gli Stati Uniti perseguono un obiettivo diverso dal nostro. L’obiettivo perseguito dagli americani nasce dalle difficoltà economiche, dalla crisi economica. Gli americani vogliono liberarsi dalla crisi con l’attività capitalistica privata senza cambiare la struttura economica. Stanno cercando di ridurre al minimo la rovina, i danni provocati dal sistema economico esistente. Qui invece, come lei sa benissimo, al posto della vecchia struttura economica ne è stata creata una nuova, completamente diversa. Anche se gli americani di cui lei parla riuscissero a raggiungere in parte il loro obiettivo, vale a dire ridurre al minimo questi danni, non eliminerebbero le radici dell’anarchia che è insita nel sistema capitalistico esistente. Stanno preservando un sistema economico che deve inevitabilmente portare – e non può non portare – all’anarchia della produzione. Non si tratta, quindi, di riorganizzare la società o di abolire il vecchio sistema sociale che provoca l’anarchia e la crisi, ma al massimo di limitare alcune delle sue caratteristiche negative, di limitare alcuni dei suoi eccessi. Soggettivamente, forse, questi americani pensano di riorganizzare la società, ma obiettivamente ne stanno salvaguardando le basi. Ecco perché – obiettivamente – non ci sarà nessuna riorganizzazione della società.
 
E non ci sarà neppure una economia pianificata. Cos’è l’economia pianificata, quali sono i suoi elementi essenziali? L’economia pianificata cerca di abolire la disoccupazione. Supponiamo che sia possibile, salvaguardando il sistema capitalistico, ridurre la disoccupazione al minimo. Ma sicuramente nessun capitalista accetterebbe mai la completa scomparsa della disoccupazione, la scomparsa dell’esercito di riserva dei disoccupati che serve a tenere sotto pressione il mercato del lavoro, ad assicurare un rifornimento di mano d’opera a basso costo. Ecco una delle prime contraddizioni nella “economia pianificata” della società borghese. Inoltre, l’economia pianificata presuppone un incremento della produzione nei settori industriali che fabbricano beni di cui le masse popolari hanno particolarmente bisogno. Ma come lei sa, in un sistema capitalistico l’aumento della produzione avviene per motivi completamente diversi, il capitale si indirizza verso settori economici che assicurano profitti maggiori. Non potrà mai costringere un capitalista a rischiare una perdita o ad accettare un più basso tasso di profitto per soddisfare i bisogni del popolo senza liberarsi dei capitalisti senza abolire il principio della proprietà privata dei mezzi di produzione, è impossibile creare una economia pianificata
 
H.G. Wells: Sono d’accordo con molte delle cose che ha detto, ma vorrei sottolineare l’idea che se un intero paese adotta il principio dell’economia pianificata, se il governo, gradualmente, passo dopo passo, comincia ad applicare con coerenza questo principio, l’oligarchia finanziaria alla fine sarà abolita e verrà introdotto il socialismo, nell’accezione anglosassone del termine. L ‘impatto delle idee del “New deal” di Roosevelt è davvero forte e secondo me sono idee socialiste. Mi sembra che invece di sottolineare l’antagonismo fra due mondi, nella situazione attuale dovremmo sforzarci di trovare una lingua comune per tutte le forze costruttive.
 
Stalin: Quando dico che è impossibile realizzare i principi dell’economia pianificata preservando le basi economiche del capitalismo, non desidero minimamente sminuire le eccezionali qualità personali di Roosevelt, la sua capacità d’iniziativa, il suo coraggio e la sua determinazione. Senza dubbio Roosevelt è una delle figure più forti fra tutti i capitani del mondo capitalistico contemporaneo. Ecco perché vorrei sottolineare ancora una volta come la mia convinzione che l’economia pianificata sia impossibile nel contesto del capitalismo non significa che abbia dei dubbi sulle capacità personali, il talento e il coraggio del presidente Roosevelt. Ma se le circostanze sono sfavorevoli, nemmeno il più bravo capitano può raggiungere l’obiettivo di cui lei mi parlava. In linea teorica, naturalmente, la possibilità di marciare gradualmente, passo dopo passo, in un sistema capitalistico, verso l’obiettivo che lei definisce il socialismo nell’accezione anglosassone del termine, non è da escludere.
 
Ma che genere di “socialismo” sarebbe? Al massimo, frenando almeno in parte i più sfrenati rappresentanti del profitto capitalistico, si potrebbe ottenere una maggiore applicazione del principio di regolamentazione dell’economia nazionale. È senz’altro un’ottima cosa. Ma appena Roosevelt, o qualsiasi altro capitano del mondo borghese contemporaneo, si deciderà ad intraprendere qualcosa di serio contro le fondamenta del capitalismo, andrà inevitabilmente incontro ad una disfatta totale. Le banche, le industrie, le grandi imprese, le grandi aziende agricole non sono nelle mani di Roosevelt. Sono proprietà privata. Le ferrovie, la flotta mercantile, tutto questo è nelle mani dei privati. E infine, anche l’esercito degli operai qualificati, degli ingegneri e dei tecnici non ubbidisce agli ordini di Roosevelt, ma agli ordini dei proprietari privati; lavorano tutti per proprietari privati. Lei non deve dimenticare le funzioni dello stato nel mondo borghese.
 
Lo Stato è un’istituzione che organizza la difesa del paese, il mantenimento dell'”ordine”; è un apparato per raccogliere le imposte. Lo Stato capitalista non si occupa troppo di economia nel senso stretto della parola; quest’ultima non è nelle mani dello Stato. Al contrario, lo Stato è nelle mani dell’economia capitalista. Per questo ho paura che, nonostante tutta la sua energia e le sue capacità, Roosevelt non raggiungerà l’obiettivo che lei ha ricordato, se è davvero quello il suo obiettivo. Forse nel corso di parecchie generazioni sarà possibile avvicinarsi un pò a questo obiettivo; ma personalmente credo che neanche questo sia molto probabile.
 
H.G. Wells: Forse io credo più di lei all’interpretazione economica della politica. Grazie alle invenzioni e alla scienza moderna, sono entrate in azione forze immense che si battono per una migliore organizzazione, per un migliore funzionamento della comunità, vale a dire per il socialismo. L’organizzazione e la regolamentazione dell’azione individuale sono diventate necessità meccaniche, a prescindere dalle teorie sociali. Se cominciamo con il controllo statale delle banche e continuiamo con il controllo dell’industria pesante, dell’industria in generale, del commercio, eccetera, un controllo così generalizzato equivarrà alla proprietà statale di tutti i comparti dell’economia nazionale. Sarà questo il processo di socializzazione, il socialismo e l’individualismo non sono antitetici come il bianco e il nero. Ci sono molti livelli intermedi, c’è l’individualismo che sconfina nel banditismo e ci sono la disciplina e l’organizzazione che sono l’equivalente del socialismo. L’introduzione dell’economia pianificata dipende, in larga misura, dagli organizzatori dell’ economia, dall’intelligenza tecnica qualificata che, passo dopo passo, può convenirsi ai principi socialisti di organizzazione. E’ questo l’essenziale. Perché l’organizzazione viene prima del socialismo, è il fatto più importante. Senza l’organizzazione l’idea socialista è solantanto un ‘idea.
 
Stalin: Non esiste, e non dovrebbe esistere, un contrasto inconciliabile fra individuo e collettività, fra gli interessi del singolo e gli interessi della collettività. Il socialismo non può perdere di vista gli interessi individuali. Solo la società socialista può soddisfate appieno questi interessi personali. Di più, solo la società socialista può salvaguardare fermamente gli interessi del singolo In questo senso non esiste un contrasto inconciliabile fra “individualismo” e socialismo. Ma è possibile negare il centrasto tra classi, fra la classe possidente, la classe capitalista, e la classe operaia, classe proletaria? Da una parte abbiamo la classe dei proprietari che possiede le banche, le fabbriche, le miniere, i traspòrti, le piantagioni nelle colonie.
 
Queste persone non vedono che i propri interessi, la loro ricerca di profitto. Non si sottomettono al volere della collettività; cercano di subordinare ogni collettività ai loro voleri. Dall’altra parte abbiamo la classe dei poveri, la classe sfruttata, che non possiede fabbriche, nè officine, nè banche, che è costretta a lavorare vendendo la sua forza lavoro ai capitalisti e che non ha l’opportunità di soddisfare le sue esigenze più elementari. Com’è possibile conciliare interessi e bisogni così antagonistici? Per quel che ne so, Roosevelt non è riuscito a trovare il modo di conciliare questi interessi. Ed è impossibile, come dimostra l’esperienza. Pertanto, lei conosce la situazione degli Stati Uniti meglio di me, perché io non ci sono mai stato e seguo gli affari americani soprattutto sulla stampa. Ma io ho una certa esperienza di lotta per il socialismo, e quest’esperienza mi dice che se Roosevelt cercherà veramente di soddisfare gli interessi della classe proletaria a spese delle classe capitalista, quest’ultima metterà un’altro presidente al suo posto. I capitalisti diranno: i presidenti vanno e vengono, ma noi esisteremo sempre; se questo o quel presidente non protegge i nostri interessi, ne troveremo un’altro. Come potrebbe opporsi il presidente alla volontà della classe capitalista?
 
H.G. Wells: Non condivido questa classificazione semplificata dell ‘umanità in poveri e ricchi. Naturalmente, esiste una categoria di persone che aspira soltanto al profitto. Ma queste persone non sono criticate in Occidente proprio come lo sono qui? Non ci sono tantissime persone in Occidente per le quali il profitto non è il fine ultimo, che possiedono una certa ricchezza e che vogliono investire e ricavare un reddito da questo investimento, ma che non lo considerano l’obbiettivo principale? Considerano l’investimento come una sgradevole necessità. E non esistono moltissimi ingegneri o operatori economici, capaci ed appassionati, la cui attività è stimolata da qualcosa di diverso del profitto? A mio avviso, esiste una folta classe di persone capaci che giudicano insoddisfacente il sistema attuale e che sono destinate a svolgere un grande ruolo nella futura società capitalista. Negli ultimi anni sono stato molto impegnato – e ho riflettuto a lungo su questo argomento – nella propaganda a favore del socialismo e del cosmopolitismo fra gli ingegneri, gli aviatori, gli addetti tecnico militari, eccetera. E inutile avvicinarsi a questi ambienti con la propaganda della lotta di classe. Questa gente capisce le condizioni del mondo. Sì rende conto che è un maledetto imbroglio ma considera un’assurdità il vostro semplice antagonismo di classe.
 
Stalin: Lei si oppone alla classificazione semplificata dell’umanità in ricchi e poveri. Ovviamente c’è uno strato intermedio, c’è l’intellighenzia tecnica di cui ha parlato, fra cui esistono ottime persone, molto oneste. Però ci sono anche persone malvagie e disoneste, c’è ogni sorta di gente. Ma prima di tutto l’onestà è divisa in ricchi e poveri, in possidenti e sfruttati; e perdere di vista questa divisione fondamentale e l’antagonismo fra ricchi e poveri significa perdere di vista la questione essenziale, io non nego l’esistenza di strati intermedi che si schierano con l’una o con l’altra delle due classi in lotta o che assumono una posizione neutrale o semineutrale in questa lotta. Ma lo ripeto, perdere di vista questa divisione fondamentale della società e questa lotta fra le due classi principali significa ignorare i fatti. Questa lotta è in corso e continuerà. Il risultato della lotta sarà deciso dalla classe proletaria, la classe operaia.
 
H.G. Wells: Ma non esistono molte persone che lavorano e lavorano produttivamente, senza essere povere?
 
Stalin: Naturalmente ci sono piccoli proprietari terrieri, gli artigiani, i piccoli commercianti, però non sono loro a decidere la sorte di un paese ma le masse lavoratrici, che producono tutto ciò di cui la società ha bisogno.
 
H.G. Wells: Ma ci sono diversi tipi di capitalisti. Ci sono i capitalisti che pensano solo al profitto, a diventare ricchi; ma ci sono anche quelli che sono pronti a sopportare dei sacrifici. Prenda il vecchio Morgan, ad esempio. Lui pensava solo al profitto, era un semplice parassita, si limitava ad accumulare ricchezza. Ma pensi a Rockfeller.
 
E’ un eccellente organizzatore, il suo sistema di distribuzione del petrolio costituisce un esempio che merita di essere imitato. Oppure prenda Ford. Certo che Ford è egoista. Ma non è un appassionato organizzatore della produzione razionalizzata da cui prendete lezioni? Vorrei sottolineare che recentemente in tutti i paesi di lingua inglese l’atteggiamento nei confronti dell’U.R.S.S. è profondamente mutato. Questo cambiamento è dovuto soprattutto alla posizione del Giappone e agli avvenimenti in corso in Germania. Ma ci sono altri motivi oltre a quelli legati alla politica internazionale. C’è una ragione più profonda, vale a dire il riconoscimento del fatto che il sistema basato sul profìtto privato si sta sgretolando. In queste circostanze, a mio avviso, non dobbiamo mettere in primo piano l’antagonismo fra i due mondi, ma dovremmo cercare di unificare il più possibile tutti i movimenti costruitivi, tulle le forze costruttive. Mi sembra di essere più a sinistra di lei, Mr. Stalin; sono più convinto di lei che il vecchio sistema sia vicino alla fine.
 
Stalin: Quando parlo dei capitalisti che perseguono soltanto il profitto, non voglio dire che sono persone prive di meriti e incapaci di qualsiasi altra cosa. Molti di loro senza dubbio hanno grandi doti organizzative che non mi sogno affatto di negare. Noi sovietici impariamo moltissimo dai capitalisti. Anche Morgan, che lei dipinge in termini così negativi, era senza dubbio un eccellente organizzatore. Ma se ha in mente delle persone pronte a ricostruire il mondo, senza dubbio non potrà trovarle fra quanti servono fedelmente la causa del profitto. Noi e loro siamo agli antipodi. Lei ha citato Ford. Certo che è un bravo organizzatore della produzione.
 
Ma non conosce il suo atteggiamento verso la classe operaia? Non sa quanti operai ha gettato sul lastrico? II capitalista è inchiodato al profitto, e non c’è forza al mondo che possa staccarlo. Il capitalismo non sarà abolito dagli “organizzatori” della produzione e dell’intellighenzia tecnica, ma dalla classe operaia, perché questi strati non hanno un ruolo indipendente. L’ingegnere, l’organizzatore della produzione, non lavora come vorrebbe ma come gli viene ordinato, per servire gli interessi dei suoi datori di lavoro. Naturalmente ci sono delle eccezioni; ci sono persone in questo strato che sono guarite dall’intossicazione di capitalismo. L’intelligenza tecnica, in certe condizioni può fare miracoli e giovare enormemente all’umanità. Ma può anche causare danni enormi. Noi sovietici abbiamo una certa conoscenza dell’intellighenzia tecnica. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, una certa parte di essa si rifiutò di partecipare all’opera di edificazione della nuova società; si oppose a quest’opera e la sabotò. Noi ci adoperammo in ogni modo per coinvolgere l’intellighenzia tecnica in quest’opera di edificazione; tentammo tutte le strade. Ci volle parecchio tempo perché la nostra intellighenzia accettasse di collaborare attivamente con il nuovo sistema. Oggi la parte migliore di questa intellighenzia tecnica è in prima linea insieme agli edificatori della società socialista. Con quest’esperienza alle spalle, siamo lungi dal sottovalutare i lati positivi e negativi dell’intellighenzia tecnica e sappiamo bene che da una parte si può provocare dei danni, ma dall’altra può fare “miracoli”. Naturalmente le cose sarebbero diverse se fosse possibile, con un solo colpo, separare spiritualmente l’intellighenzia tecnica dal mondo capitalista. Ma è un’utopia. Sono molti gli esponenti dell’intellighenzia tecnica che avrebbero il coraggio di rompere con il mondo borghese e mettersi al lavoro per trasformare la società? Pensa davvero che ci siano molte persone di questo tipo, poniamo, in Inghilterra o in Francia? No, solo pochi sarebbero pronti a rompere con i loro datori di lavoro per cominciare la ricostruzione del mondo. Inoltre possiamo perdere di vista il fatto che per trasformare il mondo è necessario avere il potere politico? Mi sembra, Mr. Wells, che lei sottovaluti notevolmente la questione del potere politico, che essa sia completamente assente dalla sua concezione. Cosa possono fare, anche con le migliori intenzioni del mondo, se sono incapaci di porre la questione della conquista del potere e non hanno potere? Al massimo possono aiutare la classe che conquista il potere, ma non possono cambiare il mondo da soli. Questo può essere fatto solo da una grande classe che prenderà il posto della classe capitalista e diventerà sovrana come lo era prima quest’ultima, Questa classe è la classe operaia. Naturalmente, bisogna accettare l’assistenza dell’intellighenzia tecnica; ed essa, a sua volta, deve essere aiutata. Ma non bisogna credere che l’intellighenzia tecnica possa avere un ruolo storico indipendente. La trasformazione del mondo è un processo enorme, complesso, doloroso. Per questo grande compito occorre una grande classe. Sono le grandi navi a fare i viaggi lunghi.
 
H.G. Wells: Certo, ma per i viaggi lunghi occorrono un capitano e un navigatore.
 
Stalin: Questo è vero, ma per un lungo viaggio occorre innanzitutto una grande nave. Cos’è un navigatore senza una grande nave? Una persona inutile.
 
H.G. Wells: La grande nave è l’umanità, non una classe.
 
Stalin: Lei, Mr. Wells, muove evidentemente dal presupposto che tutti gli uomini siano buoni. Io, invece, non dimentico che ci sono molti uomini malvagi. Io non credo che la borghesia sia buona.
 
H.G. Wells: Ricordo qual’era la situazione dell’intellighenzia tecnica alcuni decenni fa. A quell’epoca era ancora poco numerosa, ma c’era talmente tanto da fare che ogni ingegnere, ogni tecnico, aveva la sua occasione. E proprio per questo l’intellighenzia tecnica era la classe meno rivoluzionaria. Ora, invece, c’è una sovrabbondanza di tecnici e la loro mentalità è sensibilmente cambiata. Il lavoratore qualificato, che in passato non avrebbe mai dato ascolto ai discorsi rivoluzionari, ora li segue con grande interesse. Recentemente sono stato a una cena del Royal Society, la grande società scientifica inglese. Il discorso del presidente è stato un discorso a favore della pianificazione sociale e del controllo scientifico. Oggi, l’uomo che dirige la Royal Society ha posizioni rivoluzionarie e insiste sulla riorganizzazione scientifica della società umana. La vostra propaganda per la lotta di classe non si è adeguala a queste realtà, la mentalità sta cambiando.
 
Stalin: Si, lo so, questo è dovuto al fatto che la società capitalistica attualmente è in un vicolo cieco. I capitalisti stanno cercando, senza trovarla, una via d’uscita da questo vicolo cieco che sia compatibile con la dignità della loro classe e con gli interessi della loro classe. Potrebbero, in certa misura, strisciare fuori dalla crisi a quattro zampe, ma non possono trovare uno sbocco che consenta loro di uscirne a testa alta, una soluzione che non danneggi sostanzialmente gli interessi del capitalismo. Naturalmente, larga parte dell’intellighenzia tecnica ne è perfettamente consapevole. Un ampio settore comincia a capire che i suoi interessi sono gli stessi della classe che è in grado di indicare la via d’uscita dal vicolo cieco.
 
H.G. Wells: Lei, Mr. Stalin, di rivoluzioni ne sa sicuramente qualcosa, dal punto di vista pratico. Le masse si sollevano davvero? Non è una verità accertata che tutte le rivoluzioni sono fatte da una minoronza?
 
Stalin: Per fare una rivoluzione occorre una minoranza rivoluzioinaria che faccia da guida; ma la minoranza più abile, energica e appassionata sarebbe impotente se non potesse contare sull’appoggio almeno passivo di milioni di persone
 
H.G. Wells:Almeno passivo? Forse inconscio?
 
Stalin: In parte anche semistintivo e semiconsapevole, ma senza l’appoggio di milioni di persone, la migliore minoranza è impotente.
 
H.G. Wells: Io osservo la propaganda comunista in Occidente e ho l’impressione che nelle condizioni moderne questa propaganda sembri vecchia, superata, perché è propaganda insurrezionale. La propaganda a favore del rovesciamento violento dei sistema sociale era giustissima quando era rivolta contro la tirannia. Ma ora che il sistema sta comunque crollando, bisognerebbe porre l’accento sull’efficienza, la competenza, la produttività, e non sull’insurrezione. Mi sembra che gli accenni insurrezionali siano obsoleti. La propaganda comunista in Occidente è un’assurdità per la gente con una visione costruttiva.
 
Stalin: Certo che il vecchio sistema sta marcendo, crollando. Questo è vero. Ma è anche vero che vengono fatti nuovi sforzi, con altri metodi e con ogni mezzo, per proteggere e salvare questo sistema morente. Lei arriva a una conclusione sbagliata partendo da un postulato corretto. Lei afferma giustamente che il vecchio mondo sta crollando. Ma sbaglia a credere che stia crollando da solo. No, la sostituzione di un sistema sociale con un altro è un processo rivoluzionario lungo e complesso. Non è soltanto un processo spontaneo, ma una lotta; è un processo collegato allo scontro di classe. Il capitalismo è in decadenza ma non può essere paragonato a un albero marcio che prima o poi dovrà cadere a terra da solo. No. La rivoluzione, la sostituzione di un sistema sociale con un altro, è sempre stata una lotta, una lotta dolorosa e crudele, una lotta per la vita e per la morte. E ogni volta che la gente del nuovo mondo è giunta al potere ha dovuto difendersi dai tentativi del vecchio mondo di restaurare il vecchio ordine con la forza; questa gente del nuovo mondo doveva essere sempre in allerta, doveva essere sempre pronta a respingere gli attacchi del vecchio mondo contro il nuovo sistema.
 
Si, ha ragione quando dice che il vecchio sistema sociale sta crollando; ma non sta crollando spontaneamente. Prenda il fascismo, ad esempio, il fascismo è una forza reazionaria che sta cercando di preservare il vecchio mondo con la violenza. Cosa possiamo fare con i fascisti? Vogliamo metterci a discutere con loro? Vogliamo cercare di convincerli? Ma questo non avrebbe nessun effetto su di loro. I comunisti non idealizzano affatto il metodo della violenza. Ma loro, i comunisti, non vogliono essere presi di sorpresa, non possono sperare che il vecchio mondo esca volontariamente di scena, vedono che il vecchio sistema si sta difendendo con la violenza ed è per questo che dicono alla classe operaia: rispondete alla violenza con la violenza, fate tutto il possibile per impedire che il vecchio ordine morente vi schiacci, non consentite che vi incateni le mani, quelle mani con cui rovescerete il vecchio sistema. Come vede i comunisti considerano la sostituzione di un sistema sociale con un altro non come un processo spontaneo e pacifico ma come un processo complesso, lungo e violento. I comunisti non possono ignorare i fatti.
 
H.G. Wells: Ma guardi cosa sta succedendo nel mondo capitalista, il collasso non è semplice, è uno scoppio di violenza reazionaria che sta degenerando nel gangsterismo. E quando si arriva a uno scontro con la violenza cieca e reazionaria, i socialisti secondo me possono appellarsi alla legge, e invece di considerare la polizia come un nemico dovrebbero sostenerla nella lotta contro la reazione. Credo che sia inutile operare con i metodi del vecchio, rigido socialismo insurrezionale.
 
Stalin: I comunisti si basano su una ricca esperienza storica, ed essa insegna che le classi obsolete non abbandonano volontariamente il palcoscenico della storia. Pensi alla storia dell’Inghilterra nel diciassettesimo secolo. Non erano molti a dire che il vecchio sistema sociale era marcio? Ma non ci volle comunque un Cromwell per abbatterlo con la forza?
 
H.G. Wells: Cromwell agiva sulla base della Costituzione e in nome dell’ordine costituzionale.
 
Stalin: Nel nome della Costituzione fece ricorso alla violenza. Decapitò il re, sciolse il Parlamento, arrestò alcuni e decapitò altri.
 
Oppure prendiamo un esempio dalla nostra storia. Non era già evidente da un pezzo che il sistema zarista era in rovina, che stava crollando? Ma quanto sangue si è dovuto versare per rovesciarlo?
 
E la rivoluzione d’Ottobre? Non erano in molti a sapere che solo noi, i bolscevichi, indicavano l’unica soluzione giusta? Non era evidente che il capitalismo russo era in rovina? Ma lei sa bene com’è stata forte la resistenza, quanto sangue si è dovuto versare per difendere la Rivoluzione d’Ottobre da tutti i suoi nemici, interni ed esterni.
 
Oppure prendiamo la Francia della fine del diciottesimo secolo. Molto prima del 1789 erano in tanti ad aver capito quanto fossero marci il potere reale, il sistema feudale. Eppure non fu possibile evitare un’insurrezione popolare, uno scontro di classe. Perché? Perché le classi che debbono abbandonare il palcoscenico della storia sono le ultime a convincersi che il loro ruolo è finito. È impossibile convincerle di questo. Pensano che le crepe dell’edificio in rovina possano essere stuccate, che il traballante edificio del vecchio ordine possa essere riparato e salvato. Ecco perché le classi morenti prendono le armi e ricorrono ad ogni mezzo per salvare la loro esistenza come classe dominante.
 
H.G. Wells: Ma non c’erano alcuni avvocati alla testa della grande Rivoluzione francese?
 
Stalin: Io non nego il ruolo dell’intellighenzia nei movimenti rivoluzionari. Ma la grande Rivoluzione francese fu una rivoluzione di avvocati o una rivoluzione popolare che ottenne la vittoria sollevando le grandi masse popolari contro il feudalesimo e difendendo gli interessi del terzo stato? E gli avvocati che guidarono la grande Rivoluzione francese agivano rispettando le leggi del vecchio ordine? Non introdussero una nuova legge borghese rivoluzionaria? La ricca esperienza della storia ci insegna che fino a oggi una classe non ha mai lasciato volontariamente il posto a un’altra classe. Non esistono precedenti nella prassi mondiale. I comunisti hanno imparato questa lezione dalla storia. I comunisti sarebbero ben lieti di assistere a una volontaria uscita di scena della borghesia. Ma è un’ipotesi improbabile e questo che ci insegna la storia. Ecco perché i comunisti vogliono essere preparati al peggio e invitano la classe operaia a essere vigile, a essere pronta alla lotta. Chi vuole un capitano che allenta la vigilanza del suo esercito, un capitano incapace di rendersi conto che il nemico non si arrende, che deve essere sconfìtto? Essere un tale capitano significa ingannare, tradire la classe operaia. Ecco perché secondo me quello che lei giudica superato è in realtà un atteggiamento di convenienza rivoluzionarìa per la classe operaia.
 
H.G. Wells: Non nego che si debba usare la forza, ma penso che le forme di lotta dovrebbero adeguarsi alle opportunità offerte dalle leggi esistenti, che debbono essere difese dagli attacchi reazionari. Non c’è bisogno di disorganizzare il vecchio sistema perché si sta già disorganizzando da solo. Per questo mi sembra che un’insurrezione contro il vecchio ordine, contro la legge, sia obsoleta, superata. Per altro esagero deliberatamente per esporre con maggiore chiarezza la verità. Potrei formulare il mio punto di vista nel modo seguente: in primo luogo, sono per l’ordine; in secondo luogo, attacco il sistema attuale nella misura in cui non riesce ad assicurare l’ordine; in terzo luogo, penso che la propaganda della lotta di classe possa allontanare dal socialismo proprio le persone istruite di cui il socialismo ha bisogno.
 
Stalin: Per raggiungere un grande obiettivo, un importante obbiettivo sociale, dev’esserci una forza principale, un bastione, una classe rivoluzionaria. Poi bisogna organizzare l’assistenza di una forza ausiliaria per questa forza principale; in questo caso la forza ausiliaria è rappresentata dal partito, a cui appartengono le forze migliori dell’intellighenzia. Ha appena parlato di “persone istruite”. Ma a quali persone istruite si riferisce? Non c’erano moltissime persone istruite dalla parte del vecchio ordine nell’Inghilterra del Diciassettesimo secolo, nella Francia del Diciottesimo secolo e nella Russia della Rivoluzione d’Ottobre? Il vecchio ordine aveva al suo servizio molte persone ben istruite che lo difendevano e si opponevano al nuovo ordine. L’istruzione è un’arma, ma il suo effetto dipende dalle mani che la brandiscono, da chi deve essere colpito. Naturalmente, il proletariato, il socialismo, ha bisogno di gente ben istruita. È ovvio che i sempliciotti non possono aiutare il proletariato a lottare per il socialismo, a costruire una nuova società. Io non sottovaluto il ruolo dell’intellighenzia; al contrario, lo sottolineo. La questione, tuttavia, è di quale intellighenzia stiamo discutendo. Perché ci sono diversi tipi di intellighenzia.
 
H.G. Wells: Non può esserci una rivoluzione senza un cambiamento radicale del sistema educativo. Basti citare due esempi: l’esempio della repubblica tedesca, che non toccò il vecchio sistema di istruzione e perciò non divenne mai una repubblica, e l’esempio del Parlito Laburista, che non ha il coraggio di battersi per un cambiamento radicale del sistema educativo.
 
Stalin: Questa è una osservazione giusta. Ora mi permetta di replicare ai tre punti che ha sollevato. In primo luogo, la cosa principale per una rivoluzione è l’esistenza di un bastione sociale. Questo bastione della rivoluzione è la classe operaia. In secondo luogo, occorre una forza ausiliaria, quello che i comunisti chiamano un partito. Al partito appartengono i lavoratori più preparati e quegli elementi dell’intellighenzia tecnica che sono strettamente collegati alla classe operaia. L’intellighenzia può essere forte solo se si unisce alla classe operaia. Se si oppone alla classe operaia diventa una nullità. In terzo luogo, occorre il potere politico come strumento di cambiamento. Il nuovo potere politico crea le nuove leggi, il nuovo ordine che è un ordine rivoluzionario
 
Io non mi schiero a favore di un’ordine qualsiasi. Io mi schiero a favore dell’ordine che risponda agli interessi della classe operaia. Ma se alcune leggi del vecchio ordine possono essere utilizzate nella lotta per il nuovo ordine, allora le vecchie leggi dovrebbero essere utilizzate. Io non mi oppongo al suo postulato secondo cui il sistema attuale dovrebbe essere attaccato nella misura in cui non assicura l’ordine necessario per il popolo.
 
E infine, sbaglia se crede che i comunisti siano innamorati della violenza. Sarebbero molto lieti di rinunciare ai metodi violenti se la classe dirigente accettasse di lasciare il posto alla classe operaia. Ma l’esperienza della storia smentisce questa possibilità.
 
H.G. Wells: Eppure c’è stato un caso nella storia dell’Inghilterra in cui una classe ha volontariamente consegnato il potere a un’altra classe Nel periodo fra il 1830 e il 1870 l’aristocrazia, il cui influsso era ancora molto considerevole alla fine del Diciottesimo secolo, volontariamente, senza una dura lotta, cedette il potere alla borghesia che assicurava un appoggio sentimentale alla monarchia. Successivamente, questo trasferimento del potere ha portato al domìnio dell’oligarchia finanziaria.
 
Stalin:Ma lei senza accorgesene è passato dal problema della rivoluzione al problema delle riforme. Non è la stessa cosa. Non pensa che il movimento cartista abbia avuto un ruolo importane nelle riforme inglesi del Diciannovesimo secolo?
 
H.G. Wells: I cartisti fecero molto poco e scomparvero senza lasciare traccia.
 
Stalin: Non sono d’accordo con lei. I cartisti, e il movimento di sciopero che organizzarono, ebbero un ruolo di rilievo; costrinsero le classi dirigenti a molte concessioni relative al diritto di voto, all’abolizione dei cosiddetti “borghi putridi” [i distretti elettorali con pochissimi votanti] e a diversi altri punti della “Carta”. Il cartismo ebbe un ruolo storico non privo di significato e costrinse una parte delle classi dirigenti a fare alcune concessioni-riforme per scongiurare una grave crisi. In generale, va detto che di tutte le classi dirigenti, le classi dirigenti inglesi, sia l’aristocrazia che la borghesia, si sono dimostrate le più intelligenti e flessibili dal punto di vista dei loro interessi di classe, dal punto di vista della conservazione del potere. Prendiamo ad esempio dalla storia moderna, lo sciopero generale del 1926. La prima cosa che qualsiasi altra borghesia avrebbe fatto dì fronte a un’iniziativa di questo tipo, quando il consiglio generale del sindacato ha proclamato lo sciopero, sarebbe stata di arrestare i dirigenti sindacali. La borghesia inglese non lo fece e agì con intelligenza dal punto di vista dei suoi interessi. Non riesco a immaginare che una strategia così flessibile possa essere seguita dalla borghesia degli Stati Uniti, della Germania o della Francia. Per mantenere il loro dominio, le classi dirigenti della Gran Bretagna non hanno mai rinunciato a piccole concessioni, riforme. Ma sarebbe sbagliato pensare che queste riforme siano rivoluzionarie.
 
H.G. Wells: La sua opinione delle classi dirigenti del mio paese è più alta della mia. Ma c’è davvero una grande differenza fra una piccola rivoluzione e una grande riforma? Una riforma non è una piccola rivoluzione?
 
Stalin: In seguito a una pressione dal basso, la pressione delle masse, la borghesia a volte può concedere alcune riforme parziali che non contraddicono il sistema sociale economico esistente. Sceglie questa linea d’azione perché ritiene che queste concessioni siano necessarie per salvaguardare il suo dominio di classe. Questa è l’essenza delle riforme. La rivoluzione, invece, significa il passaggio del potere da una classe all’altra. Per questo è impossibile descrivere qualsiasi riforma come una rivoluzione. Per questo non possiamo sperare che il cambiamento del sistema sociale avvenga con un’impercettibile trasformazione da un sistema all’altro attraverso le riforme, grazie alle concessioni della classe dominante
 
H.G. Wells: Le sono molto grato per questo colloquio, che ha significato davvero molto per me. Spiegandomi le cose, le sarà sembrato di tornare ai tempi in cui doveva illustrare i rudimenti del socialismo nei circoli illegali prima della rivoluzione. Attualmente nel mondo esistono solo due persone a cui danno ascolto milioni di persone soppesandone ogni opinione, ogni singola parola – lei e Roosevelt. Gli altri possono predicare quanto vogliono, quello che dicono non sarà mai pubblicato o tenuto in gran conto. Non sono ancora in grado di valutare quello che è stato fatto nel suo paese, sono arrivato solo ieri. Ma ho già visto i volti sereni di uomini e donne sani e so che state facendo qualcosa di molto importante. Il contrasto con il 1920 è sbalorditivo.
 
Stalin: Si sarebbe potuto fare di più se i bolscevichi fossero stati più bravi.
 
H.G. Wells: No, se gli esseri umani fossero stati più bravi. Sarebbe un’ottima cosa inventare un piano quinquennale per la ricostruzione del cervello umano, che evidentemente è privo di molte cose necessarie a un perfètto ordine sociale. (Ride)
 
Stalin: Non vuole trattenersi per il Congresso dell’Unione degli scrittori sovietici?
 
H.G. Wells: Purtroppo ho molti impegni da rispettare e posso restare solo per una settimana. Sono venuto per parlare con lei e sono molto soddisfatto del nostro colloquio. Ma vorrei discutere con tulli gli scrittori sovietici che avrò modo di incontrare, la possibilità di una loro adesione al Pen Club. E’ un’organizzazione internazionale di scrittori fondata da Galsworthy: dopo la sua morte ne sono divenuto il presidente. L’organizzazione è ancora debole, ma ha sezioni in molti paesi, e la cosa più importante è che i discorsi dei suoi membri sono ampiamente commentati dalla stampa. Insiste molto sulla libera espressione di opinioni, anche opinioni di opposizione. Spero di discutere la questione con Gorkij. Non so se siete ancora pronti per tanta libertà…
 

Stalin: Noi bolscevichi la chiamiamo “autocritica”. È molto praticata in Urss …

MARXISM VERSUS LIBERALISM AN INTERVIEW WITH H.G. WELLS

 

10 motivi per cui il socialismo di mercato è incompatibile con il Comunismo

In apparenza gli individui sono più liberi sotto il dominio della borghesia (cioè il mercato) di prima, perché le loro condizioni di esistenza sono ad essi contingenti; ma in realtà sono meno liberi in quanto molto più sottoposti ala violenza delle cose. (Ideologia tedesca, Marx ed Engels)

1. Separazione ingiustificata e rovinosa tra il mercato ed il resto della società

2. La mancanza di trasparenza, propria delle condizioni capitalistiche, viene trasposta nel socialismo;

3. Mantenendo il mercato, si protrae la contraddizione principale del capitalismo, quella tra produzione sociale ed appropriazione privata;

4. Anche se il socialismo di mercato potesse funzionare, non rappresenterebbe un progresso rispetto alla situazione precedente, perché continuerebbe ad esistere l’alienazione dei lavoratori, comproprietari delle loro aziende, che acquisirebbero qualche forma capitalistica di alienazione;

5. Proseguendo la prassi di utilizzo del denaro per razionare i beni, si conserverebbero molte disuguaglianze del sistema attuale;

6. Per fortuna o sfortuna, è impossibile il socialismo di mercato come compromesso col capitalismo, giacché i capitalisti, perdenti in tale riforma, lo combatterebbero con ugual tenacia come se fosse socialismo autentico;

7. Se il socialismo di mercato è impossibile nelle condizioni esistenti, non sarà necessario dopo la rivoluzione socialista;

8. La critica mossa dal socialismo di mercato alla pianificazione centralizzata si fonda quasi esclusivamente sull’esperienza dell’URSS;

9. Il socialismo di mercato mina la critica di fondo del capitalismo, prerequisito per un’efficace lotta di classe, e semina confusione nel popolo circa il nefasto ruolo del mercato;

10. Marx era con tutta evidenza incrollabile oppositore del socialismo di mercato

Una breve analisi…

James Lawler, docente di filosofia all’Università di Buffalo, New York, presidente della Società per lo studio della filosofia marxista e sostenitore della teoria del socialismo di mercato afferma che: “Un’economia moderna, complessa, non può venir condotta efficacemente a partire da un unico centro di comando,  il socialismo di mercato decentralizzato e connesso ad istituzioni democratiche e pluraliste contrariamente alle concezioni tradizionali, rappresentare l’impostazione più vicina a quella di Marx ed Engels”.

È assurda l’affermazione secondo cui un socialismo centralmente pianificato sarebbe impossibile. Il fatto stesso che l’URSS abbia edificato un’organizzazione economica che è durata per tre quarti di secolo, pur con la permanente ostilità internazionale e l’invasione tedesca, e che è riuscita ad industrializzare un immenso Paese semi-feudale, dando vitto, vestito, alloggio, educazione alla cittadinanza, e creando una struttura scientifica di livello mondiale, impedisce di parlare di impossibilità. Ma il contrario di impossibile non è ottimale.

Uno dei maggiori pregi delle società centraliste pianificate, per quanto antidemocratiche, comprese quelle che non funzionano molto bene, è la facilità di identificare i responsabili di ciò che va male: coloro che hanno elaborato il Piano. Lo stesso non vale per le economie di mercato, in cui anzi è importante che siano difficilmente comprensibili a quelli che ci vivono_

Solo la critica della mistificazione del mercato ci consentirà di prendercela con chi se lo merita, ossia il mercato capitalistico e la classe che lo dirige, e di chiarire al popolo l’esigenza di trovare una nuova via per organizzare produzione e distribuzione della ricchezza sociale. Intendo con “mistificazione” una sorta di comprensione totalmente errata, dovuta alla combinazione del carattere occulto delle cose, della sua distorsione, misinterpretazione e confusione, ed occasionalmente anche della menzogna.  Per esempio, i prodotti vengono concepiti come pronti da consumare. Non c’è alcun bisogno di sapere che ciò avviene durante la produzione per spiegare la natura del mercato. Invece, grazie al marxismo stando vicini alla produzione, emerge la natura sociale della vita umana, la nostra condizione comune e le sue caratteristiche, non le differenze e preferenze individuali, che è ciò che risalta in primo piano nel capitalismo. La divisione sociale del lavoro. La divisione della società in classi.

L’apertura agli investimenti capitalisti potrebbe convivere con un’economia socialista, sempre che vengano usati per rafforzare il settore socialista dell’economia. Ma oggi in Cina vediamo il contrario. Circa la metà del prodotto interno lordo viene da aziende private. La rivoluzione cinese sottrasse agli imperialisti il boccone più ghiotto del mondo coloniale. La Cina raggiunse l’autosufficienza alimentare in un decennio e pose le basi di un paese industrializzato.

La burocrazia maoista giocò un ruolo progressista, malgrado i costi enormi (umani e materiali) del suo agire. Per arginare i costi ha deciso di imboccare la strada del capitalismo e sostituendo l’internazionalismo proletario con un nazionalismo sempre più impaziente.

Questo è potuto avvenire grazie alla valanga di capitali esteri e di una nuova classe operaia proveniente dalle campagne. La Cina produce merci per tutto il mondo permettendo dei superguadagni ai capitalisti usando una forza lavoro di proporzioni colossali.

Il processo di sfruttamento che Engels descriveva a metà del XIX secolo nella Situazione della classe operaia in Inghilterra si ripete con un’ordine di grandezza 20 volte superiore. Una classe operaia che già oggi è la maggior del mondo cresce ad un ritmo di 20 milioni l’anno. Non hanno tradizioni di lotta sindacale, né diritti formali riconosciuti, spesso i salari arrivano in ritardo, si trovano i capitalisti, i burocrati del partito e dello Stato contro.

 

SUL SOCIALISMO DI MERCATO: UN DIBATTITO A QUATTRO VOCI

“Economia di mercato socialista” o capitalismo tout court?

L’emancipazione della donna in Urss

[…] In tutte le parti dell’Unione Sovietica il mutamento della condizione della donna fu uno dei cambiamenti più importanti della vita sociale. La rivoluzione diede alla donna l’eguaglianza legale politica: a questa, l’industrializzazione fornì la base economica nell’eguaglianza del salario. Ma in ogni villaggio, erano ancora vive le abitudini durate per secoli, e le donne dovevano lottare contro il loro potere. Di un villaggio siberiano, per esempio, si seppe che, dopo che le fattorie collettive ebbero dato alle donne un salario indipendente, le spose “scioperarono” contro il venerando costume patriarcale di battezzare le mogli e lo spezzarono in una settimana.

«La prima donna eletta dai Soviet nel nostro villaggio si prese gli scherni di tutti gli uomini – mi raccontava una presidentessa contadina. – Ma all’elezione successiva, eleggemmo sei donne, e adesso tocca a noi di ridere». In Siberia, nel 1928, incontrai venti di queste donne presidenti di Soviet sul treno per Mosca, dove andavano a partecipare a un congresso femminile: la maggior parte di esse viaggiava in treno per la prima volta, e una sola era già stata fuori della Siberia nella sua vita. Erano state invitate a Mosca a “consigliare il Governo” sulle esigenze delle donne: i loro distretti le avevano elette, e adesso andavano.

La lotta più dura per la libertà delle donne fu quella che si svolse nell’Asia centrale. Qui, le donne erano semplici oggetti di proprietà: vendute giovanissime per il matrimonio, non apparivano più in pubblico, da quel momento, senza l’orribile paranja, un lungo velo nero tessuto di crine di cavallo, che copriva tutto il volto, ostacolando la vista e la respirazione. Per tradizione, i mariti avevano il diritto di uccidere la moglie che si fosse tolta il velo: e i mullah – i preti musulmani – sostenevano questa tradizione con l’autorità della religione. Donne russe portarono un primo messaggio di libertà in queste tenebre: nei nidi d’infanzia, che esse organizzarono, le donne indigene impararono a togliere il velo in presenza l’una dell’altra, e a discutere i diritti della donna e i mali del velo. Il partito comunista fece pressioni sui suoi membri perché permettessero alle loro mogli di togliere il velo.

Ma questo sarà un anno storico per i nostri paesi: l’anno in cui la faremo finita con l’orribile velo». Questa risoluzione veniva lanciata proprio mentre alcuni eventi tragici ne sottolineavano la portata. Il corpo di una ragazza, studentessa a Tashkent, che aveva voluto dedicare le sue vacanze al lavoro di agitazione per i diritti della donna nel suo villaggio natio, fu rimandato a pezzi alla scuola, su un vecchio carro con scritto: “Questo è per la vostra libertà delle donne”. Un’altra donna, che aveva rifiutato le attenzioni di un padrone di terre e sposato un contadino comunista, fu assalita da una banda di diciotto uomini sobillati dal signorotto: la violentarono, mentre era all’ottavo mese di gravidanza, e gettarono il suo corpo nel fiume.

Vi furono poesie, scritte dalle donne, e che esprimevano la loro battaglia. Per Zulfia Kalin, una combattente della libertà delle donne che fu arsa viva dai mullah, le donne del suo villaggio composero un canto di dolore:

O donna, la tua lotta per la libertà non sarà
dimenticata in questo mondo.
Il tuo fuoco: non pensino che ti abbia consumata!
La fiamma in cui ti hanno arsa
è una fiaccola nelle nostre mani.

Buchara, la “città santa”, era la città di questa ortodossia d’oppressione. Qui, nella città “santa”, fu organizzata una drammatica azione collettiva di getto del velo. Verso l’8 marzo, Giornata internazionale della donna, corse voce che «qualcosa di spettacolare sarebbe accaduto»: in quel giorno, comizi di massa di donne furono tenuti in diversi luoghi della città e le oratrici chiesero all’auditorio che «si levassero il velo tutte insieme». Allora le donne passarono davanti al palco: giunte di fronte al podio, gettarono il velo, e poi, tutte insieme, andarono a sfilare per le strade. Erano state erette delle tribune, per i dirigenti e membri del Governo, che salutavano la sfilata. Altre donne uscivano dalle loro case, si univano alla sfilata e gettavano il velo davanti alle tribune. Così fu rotta la tradizione del velo nella sacra Buchara. Molte, naturalmente, rimisero il velo prima di comparire di fronte agli irati mariti: ma da allora, i veli per le vie di Buchara furono sempre più rari.

Per l’emancipazione delle donne, il potere sovietico impiegò diverse armi: l’istruzione, la propaganda, le nuove leggi, tutto vi ebbe la sua parte. Vi furono grandi processi pubblici di uomini che avevano ucciso le loro mogli, e la nuova propaganda dava un sostegno ai giudici che comminavano la pena di morte per un atto che l’antico costume non aveva considerato delitto. Ma lo strumento più importante dell’emancipazione fu, come nella Russia vera e propria, l’industrializzazione.

A Buchara, in quell’epoca, visitai anche un setificio nella città vecchia. Il direttore – un uomo pallido, esausto, impegnato in una corsa insonne per costruire dal nulla un’industria completamente nuova – mi diceva che la fabbrica, secondo i calcoli, non sarebbe stata attiva economicamente per un bel pezzo: «Stiamo addestrando delle contadine, che dovranno dare i quadri dei futuri setifici del Turkestan. La nostra fabbrica è uno strumento applicato consapevolmente per spezzare la tradizione del velo: noi esigiamo che le operaie si tolgano il velo in fabbrica».

Le canzoni composte dalle giovani tessitrici parlavano del nuovo senso della loro vita simbolizzato dallo scambio del velo col caratteristico copricapo delle donne russe, il fazzoletto.

Quando presi la via della fabbrica
vi trovai un fazzoletto nuovo.
Un fazzoletto rosso, di seta
comprato col lavoro delle mie mani.
In me c’è il rombo della fabbrica:
mi dà ritmo
ed energia.

Non si può non ricordare, leggendo queste parole, la Canzone della camicia di Thomas Hood, che esprimeva invece la fatica delle donne nelle fabbriche inglesi della rivoluzione industriale:

Con le dita stanche e consunte
Le palpebre rosse e pesanti,
In stracci non femminei
Una donna sedeva col suo ago e il filo.
Cucire cucire cucire
Miseria fame sporcizia.
Eppure (il tono della sua voce era dolente)
Cantava – la canzone della camicia.

Nell’Inghilterra capitalista la fabbrica apparve come uno strumento di profitto e di sfruttamento. Nell’Unione Sovietica, essa non fu solo uno strumento di ricchezza collettiva, ma un mezzo consapevolmente usato per spezzare vecchie catene. […]

“L’era di Stalin” (La città del sole, 2004, pag 97-100)

7 Novembre 1917: Questo è il primo giorno del diluvio operaio

Cittadini, fucili in pugno! Armi in pugno, cittadini!
Sulle ali delle bandiere,
fiumana dalle cento teste,
dalla gola della città è volata nei cieli.
Con i denti delle baionette ha azzannato il bicipite
nero corpo dell’aquila imperiale.

Cittadini!
Oggi crolla il millenario “prima”.
Oggi dei mondi viene rivista la base.
Oggi
fino all’ultimo bottone
rifaremo di nuovo la vita.

Cittadini!
Questo è il primo giorno del diluvio operaio.
Andiamo
a salvare il mondo sconquassato! (Rivoluzione, Vladimir Majakovskij)

 

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L’Esercito: un diritto dimenticato?

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La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.
Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica (COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA; Articolo 52)

Qual è il ruolo dell’esercito in un Paese democratico? Come può essere impiegato? E soprattutto: chi deve essere chiamato a farne parte? Per affrontare un simile problema potrà essere utile restringere il campo all’Italia e osservare la questione in prospettiva, notando come, dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale ai giorni nostri, si sia passati da un esercito popolare, a cui ogni cittadino italiano aveva il diritto e il dovere di appartenere, a un esercito di professionisti o, per dirlo con una parola politicamente scorretta in tempi in cui il lessico italiano si è appesantito di termini quali escort o contractor, di «mercenari».

 

I risultati di un simile cambiamento (milioni di coscritti forse sollevati da un dovere ma senz’altro privati di un diritto) sono sotto gli occhi di tutti nel momento in cui, parlando di difesa di «obiettivi sensibili», diventa sempre più facile imbattersi in militari impiegati per strada con ambigui compiti di polizia.

 

Si potrebbe andare oltre e sottolineare come, nel momento in cui l’Esercito restringe a un nucleo di professionisti il suo reclutamento, diventi più semplice per i suoi appartenenti dimenticare di esistere per essere al servizio del popolo, riducendosi a semplice braccio armato dello Stato.

 

Qui il celebre slogan «Arditi non gendarmi» con il quale gli Arditi del Popolo si opposero strenuamente al fascismo ha il potere di saldare il passato al presente, per chiedersi se i partiti progressisti non stiano tornando a ripetere un errore che fu fatale già ai tempi degli anni orribili in cui fascisti e nazisti furono liberi di scatenarsi in un’orgia di morte e distruzione.

L’errore, oggi come allora, sarebbe quello di respingere il concetto stesso di Esercito in un territorio strettamente conservatore, regalando alla Destra più reazionaria un sapere e un potere delicatissimo come quello militare.

Perché se, come ancora ci ricorda l’Articolo 52 della Costituzione, la difesa della Patria è un dovere «sacro», pensare di poter dormire sonni tranquilli delegando la tutela dei propri diritti a un pugno di dipendenti statali equivale a bestemmiare.

 

Una cosa sola avrebbe potuto arrestare il nostro movimento: se i nostri nemici, comprendendo i nostri principi, fin dai primi giorni, ci avessero colpito con altrettanta brutalità. Adolf Hitler

 

Russia e Cina sono paesi capitalisti?

Lenin ne L’imperialismo Fase suprema del capitalismo indica cinque parametri da tenere in cosiderzione per definire un paese imperialista e in base a questi cinque punti analizzeremo Cina e Russia

1. La concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2. La fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;

3. La grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartis con il mondo;

5. La compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.

La Russia e le caratteristiche del capitalismo

La Russia ha molti monopoli come Gazprom, Rosneft, Lukoil, Rusal. Un ruolo cruciale nell’economia russa lo svolgono anche la VTB-Bank, l’Alfa Bank e la Raffeinse Bank: grandi monopoli bancari in stretta connessione o appartenenti ai monopoli industriali stessi. Il gruppo industriale Gazprom possiede la Gazprombank e il fondo pensione privato “Gazfond”. Il più grande gruppo monopolistico industriale russo possiede anche il gruppo assicurativo “Sogas” e gestisce la “Leader”, società di investimento e fondi pensione.

Il noto oligarca Vekselberg possiede la Renova Holding (base nelle Bahamas), che possiede il gruppo russo “Renova” società di business internazionale privato costituita da compagnie di gestione patrimoniale e fondi di investimento che possiede asset nelle miniere del metallo, società petrolifere, costruzione di macchinari, nell’industria mineraria, nell’energia, telecomunicazioni, nanotecnologie, nel settore finanziario russo ed estero.

La Renova Group ha forti investimenti e presenze nelle principali aziende russe e internazionali, tra cui società di fama mondiale come UC Rusal, Integrated Energy Systems, Oerlikon, Sulzer and SCHMOLZ+BICKENBACH. Inoltre, la Renova, ha integrato fondi di investimento diretto e società di gestione operanti nel settore energetico (IES, Avelar Energy), nello sviluppo immobiliare, negli investimenti – “Columbus Nova” – telecomunicazioni -“Akado Group” – nell’industria chimica – “Orgsyntes Group” – e nei metalli preziosi – “Zoloto Kamchatki”. La Renova Group investe in Russia, Svizzera, Italia, Sud Africa, Ucraina, Lettonia, Mongolia, Kirghizia ecc…

Il gruppo possiede anche la Metkombank che è una delle più grandi banche della Russia, che mira a divenire una delle TOP-50 banche attraenti per gli investitori. Questo grande gruppo bancario detiene lo “Stabilimento di Metalli non ferrosi Kamensk-Ural”, una società di costruzioni – la “Kortros” – e la partecipazione ad altre importanti aziende russe. Allo stesso tempo l’oligarca Vekselberg possiede una parte della “UC Rusal”, la più grande produttrice mondiale di alluminio, ed è co-proprietario della “Norilsk Nickel”, società russa del Nichel e Palladio, estrazione e fusione. Gli oligarchi Alisher Usmanov, Vladimir Skoch e Farhad Moshiri possiedono la “Metalloinvest”, uno dei più grandi gruppi minerari e metallurgici della Russia, specializzata nella produzione dell’acciaio, che possiede la “Lebedinsky Michajlovskij”, impianti di arricchimento minerale, la “Oskol Steel Works”, la “Ural Steel” e altre industrie.

Allo stesso tempo possedevano fino allo scorso anno la “Round Bank” (Ex Ferrobank) ceduta all’”amico” Leon Semenenko, che possiede la Hessen Holdings Ltd e la Nenburg Finance Ltd, con basi a Cipro, che possiedono ciascuna il 50% di LLC SibConsultGroup, attualmente unica proprietaria della Round Bank. Usmanov, uno dei più ricchi al mondo, ha costituito nel 2012 la USM Holdings che comprende numerosi investimenti in imprese della telecomunicazione come la “Garsdale” che controlla circa il 50% della “MegaFon”, secondo più grande operatore di telefonia mobile della Russia che a sua volta possiede il 100% della “Scartel/Yota” società di fornitura provider 4G, il 50% di “Euroset” che è il principale rivenditore di telefonia mobile della Russia. Tutte queste società hanno interessi e propri uomini nella Round Bank.

L’oligarca Prokhorov possiede una infinità di società, per citarne solo una parte di esse, la “Onexim Holdings Ltd” (con base a Cipro) possiede il gruppo “OptoGaN” produttore di LED ad alta luminosità. Gruppo con sede a San Pietroburgo e attivo in Finlandia e Germania, la cui proprietà è di vari fondi di investimento privati (tra cui appunto quello di Prokorov) e statali. Prokhorov, possiede anche una delle principali società immobiliari russe, la “Opin” e la “Quadra Power Generation” leader del settore elettrico russo.

Prokhorov possiede la banca “Renaissance Credit” e la più grande società d’investimento, la “Renaissance Capital”. Inoltre possiede anche una parte della “Rusal”. Vladimir Yevtushenko, uno degli uomini più ricchi della Russia, detiene una quota di controllo (64.2%) delle azioni della “AFK Sistem” che possiede la “MTS-Bank” che controlla direttamente “RTI Group” (la maggior holding industriale russa che sviluppa e produce prodotti di alta tecnologia e tecnologie microelettroniche), l’89% di “Bashneft” (una delle principali compagne petrolifere russe) e il 92% delle reti di distribuzione elettrica “Bashkiria”.

Oleg Deripaska possiede la compagnia d’investimento “Basic Element”, con azioni nel settore energetico, industriale, dell’aviazione, agro-business, tessile, network e servizi finanziari. Possiede una delle principali compagnie d’assicurazione (joint-stock), la “Ingosstrakh”, la grande banca “Soyuz”, il fondo pensione privato “Socium” che serve i più grandi impianti di produzione di “Basic Element”, una delle più grandi società di leasing della Russia, la Element Leasing. Possiede anche la GAZ Group, leader del mercato russo per veicoli commerciali, produce autobus, autovetture, treni elettrici, componentistica, ecc…

Il “re della vodka” Roustam possiede la “Russian Standard Bank”, una delle più grandi banche russe, la compagnia d’assicurazione, la “Russian Standard Insurance” e la “Russian Standard Vodka”, la più importante impresa di produzione della vodka. Agalarov possiede la Crocus Group, una delle principali società immobiliari russe, con decine di società di costruzione e logistica, e la Crocus Bank.

La Russian Railways, tra le prime tre più grandi aziende di trasporto (merci e passeggeri) al mondo, possiede il fondo pensione privato “Blagosostoyanie” che è interamente di proprietà della Absolut Bank e di una buona quota della Banca KIT Finance. Dimitry Pumpyanskiy, attraverso il Gruppo “Ekaterinburg” possiede il 98% della “SKB-Bank”, e il 71.1% della “TMK acciaio”.

Anatoly Sedykh detiene l’80% della “United Metallurgical Company” (uno dei maggiori produttori russi di tubi, ruote ferroviarie e altri prodotti in acciaio per l’energia, i trasporti e le aziende industriali) e il 60% del capitale della “Metallinvest Bank” Mikail Shishhanov possiede il 98.6% della “Bin Bank” così come il 95% della società di costruzioni “INTEC”. Alekperov e Leonid Fedun hanno quote nella Lukoil e nel gruppo IFH Capital che possiede la Banca Petrokomerts. Alekperov ha una quota anche nella società finanziaria “Uralsib” e nella banca con lo stesso nome. La “Vneshtorg Bank”, di proprietà statale, possiede una società di costruzioni, la “VTB-Development”.

La “Sberbank”, di proprietà statale, possiede l’impianto di assemblaggio auto “Derveis” a Cherkessk, le imprese di costruzione “Krasnaja Poljana” e “Rublyovo-Arkhangelsk” e altre.

La “Rosneft” (parte di “Rosneftegaz”) possiede la “Russian Regional Development Bank”. La MDM Bank (una delle prime come fondazione ed ora tra le più grandi banche private russe) possiede la “Siberian Coal Energy Company” (primo produttore di carbone in Russia e uno dei principali esportatori). Sono azionisti della Banca MDM, grandi istituzioni finanziarie internazionali come la International Finance Corporation, la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo, nonché una delle più grandi società d’investimento in Russia, la Troika Capital Partners.

La Guta Group è una delle maggiori corporation industriali e investimento, possiede la United Confectioners Holding Company, leader del mercato dolciario, possedendo la maggior parte dei marchi del settore (circa 1.700). La società è verticalmente integrata ed esegue il ciclo completo delle operazioni, dall’agricoltura fino alla vendita dei prodotti trasformati. Il Gruppo possiede la Guta Insurance (assicurazioni) e la Guta Bank (nella top-20 delle banche russe). Inoltre possiede anche hotel e ospedali e cliniche private. La holding “Don Invest” comprende la Banca commerciale (Commercial Bank Doninvest), e possiede imprese nel settore dell’ingegneria e della produzione alimentare, autobus e auto. La Joint Stock Company – Federal Research & Production Center ALTAI – possiede la “National Land Industrial Bank” e una vasta gamma di industrie.

Cina, un giovane capitalismo mascherato da NEP

Nel 2005 in Cina il numero di imprese private ammontava a 4,3 milioni, nel 2010 a 7,5 milioni e nel 2015 a 12 milioni, mentre nello stesso anno le imprese statali erano 2,3 milioni; attualmente circa il 70% della produzione industriale cinese è dovuta a imprese non statali, oltre l’80% della forza-lavoro industriale è impiegata nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti statali;

Attualmente in Cina sono presenti ben 400 miliardari, che detengono circa 947,03 miliardi. Questi dati pongono la Cina al secondo posto tra gli stati al mondo con più miliardari, seconda solo agli Stati Uniti, che nel 2016 ne contavano 540, e testimoniano come l’accumulazione della ricchezza nel paese abbia raggiunto livelli impressionanti, tali da creare un’oligarchia finanziaria, a ulteriore riprova di come la forma statale socialista sia ormai solo una definizione de iure.

Inoltre, secondo la Chinese Sociological Review, nel 2012 l’1% della popolazione cinese possedeva oltre il 33% della ricchezza, mentre il 25% più povero meno del 2%.

Secondo il Center for China and Globalization l’esportazione cinese di capitale nel 2015 aveva superato il capitale straniero nel paese; gli investimenti diretti esteri (OFDI) ammontavano a 145,6 miliardi di dollari, mentre il capitale estero in Cina era di 135,6 miliardi di dollari. A tale proposito, secondo il Financial Times, nel 2017 la Cina risulta essere il più grande esportatore di capitale in Africa, per la maggior parte al fine estrattivo di risorse naturali, proseguendo la depredazione del continente a cui secoli di colonialismo e imperialismo ci hanno tristemente abituato. Proprio in Africa, a Gibuti, sorge una base militare cinese con circa 10.000 soldati cinesi e navi da guerra veloci.

Per quanto riguarda l’energia, come anche in altri settori, quali ad esempio le comunicazioni, va segnalata la presenza di monopoli, tra cui la China Petroleum and Chemical Corporation (Sinopec, 4ª società al mondo per ricavi nel 2015) e la China National Petroleum Corporation (CNPC, 3ª società al mondo per ricavi nel 2015), che rappresentano due società internazionali tra le maggiori al mondo nel campo del petrolio e del gas.

Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.

Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.

BRICS,  giovani capitalismi avanzano

E’ necessario per i comunisti avere massima consapevolezza della natura imperialistica dei paesi BRICS, che si pongono in aperto contrasto con le potenze imperialiste tradizionali USA (al vertice della piramide) e UE soltanto nel tentativo di imporre la propria egemonia, in uno scontro inter-imperialistico nel quale si intensifica la tendenza alla guerra imposta dal capofila statunitense (che oltre contro la Russia procede nella concentrazione di potenza di fuoco anche intorno alla Cina nel mar cinese meridionale e orientale) che rischia di gettare i popoli del mondo in una nuova guerra generale alla quale tutte le potenze si stanno preparando.

“L’alternativa” che i BRICS presentano allora non è neanche lontanamente concepibile come alternativa di sistema, ma come lotta tutta interna alle logiche capitalistiche, che si muove sullo stesso identico terreno di USA, UE e Giappone. Poiché la base economica di questi paesi, tanto quanto quelli occidentali è dominata dalla struttura di grandi monopoli, poiché l’esportazione di capitali è prevalente, piaccia o no, a meno che non ci si limiti alla definizione data da kautsky, la definizione di imperialismo calza a pennello. Affermare dunque che la “rottura del mondo unipolare a egemonia occidentale” è il presupposto per la “fine delle politiche imperialiste in giro per il mondo” e per contrastare “l’espansione del neoliberismo quale unica forma di sviluppo possibile”, come anche tra alcuni comunisti si finisce per fare, è semplicemente un non senso.

I BRICS, non senza contraddizioni interne, sono oggi il polo alternativo ai centri imperialistici consolidati. Ma questo polo alternativo si muove nella stessa direzione economica di quelli tradizionali; le sue regole economiche sono le stesse dei paesi occidentali, le economie di queti paesi sono economie capitalistiche conclamate, caratterizzate da un forte peso dei principali monopoli nazionali, e internazionali, nell’economia nazionale.

Il concetto di imperialismo e l’importanza del punto di vista autonomo del proletariato.

Cina imperialismo, un’analisi storico-economica

Adda venì baffone

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Adda venì baffone è un popolare detto napoletano che di sicuro avrete sentito dire almeno una volta nella vita. A Napoli si invoca il misterioso uomo baffuto per cercare di migliorare una situazione spiacevole. In qualsiasi contesto lo si usi “adda venì baffone” vuol dire una sola cosa: arriverà presto colui che metterà la situazione a posto.

L’origine di questo modo di dire è molto curiosa. Adda venì baffone nacque sul finire della seconda guerra mondiale ad opera del popolo napoletano martoriato dalla guerra. Le persone costrette ad assistere inerti al conflitto bellico non sapevano più a chi rivolgersi per mettere fine alle atrocità. La speranza, però, era ancora viva. Si sognava una terra a est dove la libertà era di casa ed era il popolo a comandare.

Stiamo parlando della Russia che a quel tempo aveva un solo uomo a capo di tutto: Joseph Stalin, noto per i suoi folti baffi. È proprio lui il baffone del famoso detto. I napoletani invocavano il “baffone” Stalin, per cercare di portare la serenità che da troppo tempo mancava alla nostra città devastata dalla guerra.

Adda venì baffone: come i napoletani usano quest’espressione

Dalla seconda guerra mondiale il modo di dire ha perso naturalmente il suo protagonista, e così adda venì baffone si è trasformata in un’espressione popolare che viene usata per buon augurio. È diffusa tantissimo come antidoto alla politica moderna fatta di imbroglioni e ladri. “Adda venì baffone” dicono gli anziani quasi a voler rassicurare il mondo: si metteranno a posto le cose, pagheranno pure questi cialtroni.

Non sono solo le persone anziane a farne uso. Anche tra i giovani si sta diffondendo questo antico detto popolare che viene usato per gioco tra i banchi di scuola quando i professori mettono voti bassi. “Adda venì baffone” sussurrano i giovani allievi con un ghigno sulla faccia. Comunque sia questo strano modo di dire napoletano è un invito a migliorare e porta con se un forte messaggio di speranza: dalle difficoltà si esce sempre.

Solo a Napoli potevano inventarci un’espressione così divertente, ma allo stesso tempo di buon augurio per il futuro di tutti.

Adda venì baffone: usi moderni di un detto antico

Caduta tendenziale del saggio di profitto

Che cos’è il saggio di profitto?

Il saggio di profitto misura il ritorno sul capitale investito in un dato periodo ed è solitamente espresso come una percentuale. Così, se un investimento di capitale di 100.000 euro circola in un anno e il profitto è 20.000 euro, allora il saggio di profitto è 20.000/100.000, ossia il 20 per cento l’anno.

Se un capitalista si trovasse a partire da zero dovrebbe usare un po’ dei suoi 100.000 euro per acquistare gli edifici industriali e per attrezzarli con le macchine. Dovrebbe poi acquistare le materie prime e pagare affinché la corrente elettrica alimenti le macchine. Infine dovrebbe usare un po’ del suo capitale per assumere i lavoratori e pagare le loro retribuzioni. Partiamo dal presupposto che la fabbrica, le macchine, le materie prime e la corrente elettrica gli costino 80.000 euro e che il suo conto delle retribuzioni arrivi a 20.000 euro.

La composizione organica del capitale

Marx isolò il capitale investito nell’assumere i lavoratori perché, essendo l’esercizio della forza lavoro l’unica sorgente di nuovo valore, questa era la parte del capitale che aumentava per fornire gratuitamente al capitalista un profitto, o plusvalore, in questo caso di 20.000 euro. Marx chiamò questa parte capitale variabile (v). L’altra parte investita nella fabbrica, nelle macchine, ecc. era in ugual modo essenziale alla produzione, ma il suo valore veniva solamente trasferito al prodotto finale senza alcuna variazione nella sua grandezza. Per questo motivo Marx lo chiamò capitale costante (cc). Ci sono varie relazioni tra il capitale totale (C) e i suoi componenti:

p/C oppure p/(cc + v) è il saggio di profitto

p/v è il saggio di plusvalore

cc/v è la composizione organica del capitale

La composizione organica del capitale esprime in termini di valore la relazione tecnica tra gli apparati produttivi e il numero di lavoratori necessari per metterli in funzione, ciò che gli economisti accademici chiamerebbero grado d’intensità del capitale.

La caduta del saggio di profitto

Partiremo dal presupposto che nel secondo anno il nostro capitalista reinvesta tutti i suoi 20.000 euro di profitto. Se non ci sono stati progressi tecnici li dividerebbe come in precedenza, usando 16.000 euro come nuovo capitale costante e 4.000 euro come nuovo capitale variabile. Partendo dal presupposto che il saggio di plusvalore sia invariato al 100 per cento, il suo profitto sarà 24.000 euro in quell’anno e il saggio di profitto 24.000/120.000, ancora il 20 per cento.

Ma presupponiamo che ci siano stati progressi tecnici e che abbia avuto bisogno di usare solo 1.000 euro come nuovo capitale variabile e perciò abbia potuto usare 19.000 euro come nuovo capitale costante (questo è solo un esempio; stiamo presupponendo qui in modo non realistico un saggio di progresso tecnico veloce). La composizione organica del capitale totale salirebbe ma, con il saggio di plusvalore che rimane lo stesso, il saggio di profitto calerebbe a 21.000/120.000 ossia il 17,5 per cento.

Perciò, per quanto il progresso tecnico alzi la composizione organica del capitale esso riduce il saggio di profitto. Poiché la forza lavoro è l’unica fonte del plusvalore e poiché l’ammontare del plusvalore dipende dall’ammontare del capitale variabile, se la quota di v nel capitale totale cala (e se p/v rimane costante) allora il saggio di profitto deve calare. Questo spettro del saggio di profitto che cala come lo stock di capitale costante cresce preoccupò gli economisti classici Adam Smith e Ricardo e i loro successori come John Stuart Mill. Essi previdero che, se ciò fosse continuato, il sistema capitalista motivato dal profitto avrebbe presto raggiunto uno stato di stagnazione cronica.

Perché così lentamente?

Marx affrontò il problema da un punto di vista diverso. Volle conoscere perché il calo nel saggio di profitto era stato in pratica così lento. Ci devono essere, dedusse, delle influenze che agiscono contro e, usando la teoria del valore del lavoro, fu in grado nel XIV Capitolo del III Volume de Il Capitale di trovare quelle che devono essere queste influenze. Ora, che cosa significa il progresso tecnico oltre a una crescente intensità del capitale? Sicuramente un aumento nella produttività dal momento che le macchine sostituiscono la forza muscolare umana. Applicato all’industria che produce macchine ciò significherebbe che più macchine potrebbero essere prodotte in un dato periodo di tempo in modo che il valore di ognuna di esse calerebbe. Marx chiamò questo effetto “ridurre il prezzo degli elementi del capitale costante”. L’economia accademica lo chiama “risparmio di capitale”.

Aumentare la produttività nelle industrie che producono i beni consumati dai lavoratori ha un effetto simile sul capitale variabile. Infatti accorciando il tempo durante il quale il lavoratore riproduce il valore della sua forza lavoro, che è l’unica parte della giornata lavorativa che il capitalista deve pagare, aumenterà l’ammontare del plusvalore (ciò non significa necessariamente un declino nei tenori di vita dei lavoratori, come spiegato nell’articolo “Retribuzioni Relative”). Il saggio di plusvalore può anche essere innalzato con l’incremento dell’intensità di lavoro, con l’allungamento della giornata lavorativa e anche riducendo le retribuzioni al di sotto del loro valore. La competizione per i posti di lavoro inoltre terrà giù le retribuzioni e così limiterà quanto il capitalista deve investire come capitale variabile.

Questo – il ridurre il prezzo degli elementi del capitale costante e l’innalzamento del saggio di plusvalore – fu la spiegazione di Marx riguardo al perché il saggio di profitto tendeva a calare solo lentamente. Egli accettò il punto vista degli economisti classici secondo cui il saggio stava calando ma ciò previsto come una tendenza lenta e di lungo periodo. Non credeva che il saggio di profitto stesse sempre calando dato che talvolta le contro-tendenze potevano essere le più forti.

Il saggio di profitto può anche essere innalzato riducendo il periodo in cui il capitale (o parte di esso) viene fatto circolare. Nel nostro esempio i 100.000 euro sono circolati in un anno; se ciò fosse ridotto a sei mesi l’ammontare del profitto diventerebbe 40.000 euro e il saggio di profitto il 40 per cento l’anno. Lo sviluppo delle istituzioni commerciali e finanziarie indipendentemente dall’imprese industriali – e l’introduzione del lavoro a turni e di altre forme di “razionalizzazione” – tende ad accorciare il periodo del giro d’affari e così a innalzare il saggio di profitto annuale.

Come il saggio di profitto si muove anche nel lungo periodo non può essere previsto dalla pura teoria. Questo movimento dipende da quale delle influenze sul lavoro si dimostra essere la più forte in ogni particolare tempo o in ogni particolare periodo, un fatto che può solo essere scoperto con ricerche empiriche. Alcuni tentativi sono stati fatti per calcolare che cosa è successo nei passati cento anni, ma i risultati sono contrastanti. È stato suggerito che la composizione organica del capitale ha smesso di aumentare circa nel 1920 a causa delle invenzioni del “risparmio di capitale”.

Poiché la teoria di Marx della tendenza del saggio di profitto a calare ha avuto l’intenzione di descrivere un lento processo che diventerebbe evidente solo nel lungo periodo, essa non può essere usata per spiegare le crisi periodiche. L’inizio di una crisi è, tuttavia, spesso collegata con una caduta nel saggio di profitto mentre le retribuzioni aumentano molto rapidamente – ma a una caduta causata da un calo a breve termine nel saggio di plusvalore piuttosto che da cambiamenti a lungo termine nelle composizioni organiche del capitale.

È vero che Marx discute (Capitolo XV) le crisi in collegamento con il saggio di profitto calante, ma con lo scopo di spiegare la loro importanza come una tendenza d’opposizione. Dal momento che, durante una depressione, il valore del capitale costante si svaluta considerevolmente, mentre alcuni dei suoi elementi (macchinari, merce in magazzino) sono spesso fisicamente distrutti. Dire che le crisi aiutino a bilanciare la tendenza a lungo termine del saggio di profitto a calare è piuttosto differente dal dire (come fa John Strachey nel suo La Natura delle Crisi Capitalistiche) che le crisi sono causate da essa.

 

Un’introduzione all’economia marxiana 2: il saggio di profitto

Lo Zio di Christian De Sica

Christian De Sica: Io ho un parente assassino, si chiamava Ramon Mercader. Mia madre si chiama Maria Mercader è catalana. A Ramon Mercader, Stalin gli disse vai a Città del Messico e ammazza Trotsky, queato è partito con un piccone e gli l’ha dato in testa. L’assassino di Trotsky era mio zio!

Ramón Mercader , nome completo Jaime Ramón Mercader del Río Hernández (Barcellona, 7 febbraio 1914 – L’Avana, 18 ottobre 1978) è stato un agente segreto spagnolo operante nel NKVD durante il governo di Josif Stalin nell’URSS.

Ramon Mercader, l’uomo che uccise Lev Trotsky spaccandogli il cranio con una picconata il 20 agosto 1940. Il  pretesto per la consultazione di un documento porta Mercader a casa Trotsky, nel suo ufficio. Fuori ci sono le due guardie del corpo, sicure dell’innocenza dell’ospite. Sguardi brevi e testa bassa. Dopo qualche chiacchiera i due si mettono a scrutare il documento, e mentre Trotky sembra sempre più assorto dalla lettura, Ramon sta già tastando con una mano il rompighiaccio dietro di loro. Un respiro e via, colpo alla nuca e grida profonde. La ferita alla testa non è immediatamente mortale ma permette al sangue un tarantiniano zampillare su tutta la scrivania. Ramon fa per andare verso la finestra mentre le guardie entrano e lo afferrano: Trotsky morirà qualche ora dopo in ospedale per insufficienza di sangue.

Conosciuto dalla polizia messicana come Jacques Mornard o Frank Jackson, è condannato il 25 giugno 1944 a vent’anni di carcere, il massimo della pena consentito dalle leggi messicane. I sovietici gli procurano l’avvocato Eduardo Cincieros, uno dei più valenti legali del Messico, e in carcere non gli fanno mancare nulla. Tutti i giorni riceve la visita di una giovane donna, Roquelia, che in seguito diventerà sua moglie, ma che ora è semplicemente un agente dell’Nkvd.

Il primo a riconoscerlo è il fotografo spagnolo Agustin Puertolas che lo ha incontrato in Spagna durante la guerra civile, poi sarà la volta dello scrittore Julian Gorkin e tanti altri suoi ex compagni nella guerra di Spagna. Liberato il 6 maggio 1960, all’uscita dal carcere trova ad aspettarlo dei diplomatici cecoslovacchi che gli consegnano un passaporto con il quale lascia immediatamente il Messico. Poi via Cuba raggiungerà Mosca.

In Unione Sovietica la sua famiglia di rivoluzionari non verrà mai dimenticata, onoreranno la madre Maria de La Caridad del Rio Hernandez, già combattente dell’esercito repubblicano spagnolo, con l’Ordine di Lenin. Figlia del governatore spagnolo di Santiago di Cuba, bella, volitiva e dal carattere avventuroso, aveva sposato, nel 1911, l’industriale di tessuti Pablo Mercader dal quale aveva avuto cinque figli: Luis, combattente nell’Armata Rossa e professore emerito alla scuola tecnica superiore di ingegneria a Madrid, Jorge, membro dell’Nkvd, Pablo, morto in battaglia durante la guerra civile, Montserrat, segretaria del comunista francese e combattente in Spagna André Marty, noto anche come il macellaio di Albacete e appunto Ramòn.

L’Urss gli sarà per sempre riconoscente. Ramòn sarà decorato con l’ordine di Eroe dell’Unione Sovietica e morirà di vecchiaia il 10 ottobre 1978 a Cuba. Le sue ceneri sono state successivamente trasferite a Mosca, nel cimitero di Kuntsevo, accanto alla dacia di Stalin. Nel giugno del 1987 il Kgb ha disposto sulla sua tomba una lastra con questa iscrizione: “All’eroe dell’Unione Sovietica Ramon Ivanovich Lopez” (quello era il suo nome in russo). Lo stesso nome è scolpito a lettere d’oro nel Monumento agli Eroi del Socialismo, all’ingresso d’onore del KGB.

Fonti:

L’assassino di Trotsky e i fantasmi della storia

L’assassinio di Trotzkij

Quando De Sica uccise Trotsky

“Mio zio? Non ci crederete, ma fu un assassino!” – Christian De Sica

 

URSS ai tempi di Stalin(Foto a colori e in bianco e nero)

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Il mercato di Yalta
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Persone in coda davanti a una drogheria in una località non specificata
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Crimea
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Manifestazione in una piazza di Mosca
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L’Ufficio telegrafico centrale di Mosca
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Famiglia seduta a un chiosco davanti allo zoo cittadino
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Un gruppo di donne-spazzino con le scope sulla Piazza Rossa
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Relax domenicale sulla Piazza Rossa per le famiglie: questa zona delle scalinate adesso non è più accessibile
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Il bar “I fuochi di Mosca” dell’Hotel Moskva. Mosca, fine anni ‘40.
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I funerali di Stalin davanti alla Casa dei sindacati a Mosca, nel marzo 1953
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Atlete della società sportiva “Dinamo”. In spiaggia presso la città di Chimki, nella regione di Mosca, 1935.
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La vendita di acqua minerale a Mosca negli anni trenta.
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Paracadute durante la Fiera sportiva nell’aerodromo di Tušino, 1940.

Urss, vita quotidiana ai tempi di Stalin: le foto (a colori) mai viste

La Russia quotidiana ai tempi di Stalin