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Non c’è nessun dio quassù: La conquista sovietica dei cieli

Per quanto possa essere suggestivo ripercorrere l’abbattimento dell’orizzontalità  durante i diversi momenti storici, ci limitiamo a quello dove la smania ha raggiunto il livello massimo : il periodo sovietico. Proprio in quei decenni la Russia volerà sempre più in alto, arrivando nello spazio.

In pieno costruttivismo troviamo Vladimir Tatlin, originale e instancabile promotore del rinnovamento artistico nella nascente Unione sovietica, un visionario con il grande obiettivo di edificare il bene dell’umanità. L’artista pensava che ogni disciplina, ogni tecnica, ogni materia, potesse contribuire a questo fine, attraverso la valorizzazione delle loro potenzialità costruttive.

Nel 1920 Tatlin intraprese l’impresa mitica: quella di dare all’uomo moderno, e a quello del futuro, le ali per volare.

Convinto che il genere umano discendesse dagli uccelli, e che l’uomo dei primordi sapesse volare, cercò di riappropriarsi di questa esperienza creando Letatlin, sorta di grande organismo vertebrato idealmente destinato a decollare; leggero, elastico, armonioso, fatto di ossa di balena e ricoperto di seta. Letatlin – un neologismo che coniuga il verbo letat(volare in russo) e il nome dell’autore – sintetizzava in sé arte, tecnologia, utopia e costituiva un’estensione delle sperimentazioni di Tatlin sulle proprietà dei materiali e sui limiti della scultura. Naturalmente non volò mai, almeno non in senso letterale, ma rappresenta ancora oggi un esercizio di meraviglia e di leggiadria e un inno al sogno, al desiderio, alla libertà. Come della Tatlin Tower, ne restano alcune testimonianze fotografiche e poco altro.

Dipinto Vse Vyse

Il dipinto “Vse Vyse” dell’artista avanguardista Serafima Ryangina vede protagonista una giovane coppia operaia socialista, nel momento lavorativo. Sono in alto, parecchi metri dal terreno, su un traliccio elettrico, sorridenti e illuminati dal sole, entrambi si guardano con intensità e fierezza. Dinamismo, tecnologia, meccanicismo sono i veri colori dell’opera, chiara celebrazione del progresso dell’URSS del piano quinquennale. E’ la fluttuazione tra l’essere del presente e l’essere del futuro della produzione collettiva.

Vse Vyse è anche il titolo di una delle marce degli aviatori sovietici. I ritmi sono incalzanti, la musicalità gioviale decreta la morte dell’uomo Oblomov.

Il ritornello “siamo nati per trasformare la realtà” mette al centro del mondo il novyj čelovek (uomo nuovo)  il vero protagonista, libero dai vincoli del passato, dalla religione e dagli ideali del vecchio mondo.

Sono gli anni in cui la produzione stabilita dai piani quinquennali è alle stelle, così come verso le stelle è rivolto, sempre di più, lo sguardo dei sovietici. I falchi dell’aviazione sovietica sono i nuovi miti da celebrare. Veloci, tenaci, temerari, fedeli alla patria, al loro Stalin, sono i conquistatori delle forze aeree della natura. Per le loro caratteristiche, per i successi che otterranno in guerra, il 18 agosto verrà consacrato come giornata di celebrazione  dell’aviazione russa. 
C’è un limite nella e oltre la stratosfera per l’uomo sovietico del XX secolo? La spinta verso l’altezza sconfinata è rappresentata già negli anni , ma è tra gli anni ’50 e i ’60 che l’acmé trova la sua attuazione.

Arriviamo in piena Guerra Fredda, con il mondo diviso, polarizzato tra Usa e Urss, Nato e Patto di Varsavia, Capitalismo e Comunismo, Stalin è morto, ma il suo successore Chruščëv lancerà l’Unione Sovietica sempre più in alto, dove nessuno è mai arrivato, nello spazio, fluttuando tra le stelle. Dal Cosmodromo di Bayqoñyr (un tempo Leninsk), la più anziana al mondo tra le basi di lancio, il 4 ottobre 1957 il primo satellite, Sputnik 1, viene lanciato nello spazio, sotto lo sguardo basito di tutti i telespettatori del mondo.

Una volta spiccato il volo non si può che andare sempre più in alto, tutti devono essere protagonisti. Così il 3 novembre la tristemente nota cagnolina Laika viene mandata nello spazio, senza farvi più ritorno, deceduta per la paura, o forse per i rumori, o per i cambiamenti di pressione. E’ un periodo in cui le cause animaliste sono lontane anni luce (per rimanere in tema) il dinamismo verticale non ha freni, così altri loppidi diventano protagonisti, con fortuna o meno. Sono due cagnoline di piccola taglia, scelte da scienziati tra le strade di Mosca, a spianare la strada agli umani : Belka e Strelka. Dopo aver orbitato diciotto volte attorno al pianeta, il 16 agosto del 1960 tornano sane e salve. 

Giungiamo al 16 aprile 1961, quando la storia di fonde con la leggenda, quando un uomo diventa un mito, quando Jurij Gagarin assume le vesti del “Cristoforo Colombo dello spazio”, quando dalla base di lancio kazaka parte Vostok 1, la prima navicella con l’equipaggio umano spicca il volo. Tutto il mondo resta allora con il fiato sospeso, dubitando che il figlio di un carpentiere possa compiere una simile missione. “C’è in gioco, il senso stesso della Rivoluzione d’Ottobre: un’aspirazione alla giustizia e all’uguaglianza che Gagarin racconta attraverso la sua vita, dall’infanzia, trascorsa al tempo della resistenza contro l’invasore nazista e alla vittoria della «grande guerra patriottica», fino all’addestramento riservato ai piloti dell’aeronautica, passando per la vita nel kolchoz e per gli studi preliminari all’ammissione nel Partito comunista. ” Dirà lo stesso Gagarin nella sua autobiografia “Non c’è nessun Dio quassù. L’autobiografia del primo uomo a volare nella spazio”.

Una grande avventura dove in primo piano c’è l’uomo, le sue aspirazioni e i suoi sogni. Jurij Gagarin trova la via del cosmo, riportando dalle orbite frasi destinate a restare famose per sempre: “Non c’è nessun dio quassù“. Ogni santità è così relegata al passato più remoto, ogni trascendenza spirituale non ha più senso, nel mondo dell’Urss l’uomo è l’unico protagonista. Non solo protagonisti maschili, l’uguaglianza della rivoluzione non accetta differenze di genere, anche le donne hanno lo sguardo rivolto verso l’alto, anch’esse bramano la fluttazione tra le stelle. Ammiratrice di Jurij Gagarin,

Valentina Vladimirovna Tereškova nel 1962 riesce a partecipare all’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute; supera con merito l’esame insieme ad altre quattro candidate e inizia, così, il suo addestramento. A bordo di Vostok 6, il 16 giugno 1963 Valentina  viene lanciata per una missione nello spazio della durata di 49 orbite terrestri. In questa piena epopea chruščëviana di conquista dello spazio anche le decorazioni per l’albero e le cartoline di auguri si adeguarono alla entusiastica celebrazione delle spedizioni spaziali.  

Nonno Gelo abbandonò l’obsoleta trojka e inizia a spostarsi su razzi avveniristici e cosmonauti e navicelle spaziali si sostituiscono a più antiquate figurine.  Leonìd Il’ìč Brèžnev passiamo da anni di estro e di fantasia a un periodo tinto da colori grigi e piatti. Il verticalismo si inclina, immobilizzandosi nell’orizzontalità tanto osteggiata in precedenza. Il Comunismo deve far fronte ad altre esigenze, è tempo di nuove sfide e la Guerra Fredda assume nuovi toni. I ricordi di quelle imprese, gli sguardi rivolti verso l’infinito verticale, la tenacia dei protagonisti cosmonauti non sono andati perduti. Affinché il tempo non cancelli la memoria, affinché il passare degli anni non crei crepe nel ricordo della memoria collettiva, affinché quei sorrisi continuino a risplendere tra le stelle, viene istituito il Museo della Cosmonautica a Mosca nel 1981, 20 anni dopo l’impresa leggendaria di Gagarin. Il volo, il protendersi verso le dimensioni precedentemente ignote, ridisegnare, abbattere i confini conosciuti, creare una nuova dimensionalità, la scoperta del nuovo.

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Repubblica Socialista Sovietica Ucraina

“La conseguenza più importante per la causa nazionale ucraina delle trasformazioni avvenute tra il 1917 e il 1921 fu la nascita di una Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina al momento della costituzione nel 1922 di un nuovo Stato plurinazionale di carattere federale, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Urss).

La nuova compagine statale organizzava il territorio sulla base del principio nazionale, identificato su base linguistica, come criterio di definizione delle repubbliche che formavano l’Unione (alla sua fondazione esse erano Russia – a sua volta costituita come repubblica federale – Ucraina, Bielorussia e Transcaucasia). Seguirono le politiche di indigenizzazione, volte a sostenere il gruppo etnico titolare delle varie repubbliche, che hanno fatto parlare Terry Martin di «Soviet Affirmative Action Empire».

Il potere bolscevico, oltre a connettere il principio nazionale a un territorio, favoriva anche la formazione di una classe dirigente locale nonché la diffusione della cultura nazionale.

La carta mostra l’evoluzione cronologica dello Stato ucraino, fra il 1917 (Repubblica ucraina di Kiev) e il 1954 (regalo della Crimea da parte del segretario sovietico Krushev).

Con la nascita dell’Urss venne costituita nel 1922 la Repubblica socialista sovietica ucraina (verde chiaro). Seguirono varie annessioni territoriali: dalla Polonia (verde scuro), dalla Romania (rosso e arancione), dalla Cecoslovacchia (azzurro chiaro).

La porzione gialla e grigia invece, pur se ucraina nel 1922, venne trasferita alla Russia nel 1924.

L’Unione Sovietica è crollata vent’anni fa, ma c’è ancora qualcuno che la rimpiange. Almeno in Ucraina, Paese spaccato, diviso tra est e ovest, bloccato ancora dopo decenni dall’indipendenza da Mosca, arrivata dopo il golpe di agosto nel 1991, tra un passato che non passa e un futuro incerto.

In Ucraina c’è ancora tanta gente che si guarda indietro e pensa che tutto sommato quando c’era l’Urss non si stava poi così tanto male. Secondo una ricerca parallela dell’istituto ucraino Rating e del russo Levada, infatti, quasi un ucraino su due (il 46%) rimpiange la vecchia Urss e circa il 70% di questi nostalgici ritiene che la dissoluzione dell’impero sovietico fosse evitabile.

Le differenze regionali sono evidenti: è soprattutto nei territori dell’est (55%) e del sud (58%) che la sparizione dell’Unione Sovietica è vista in negativo. Le punte massime si ritrovano nella regione del Donbass (65%), mentre all’ovest sono in pochi a lamentarsi dell’indipendenza da Mosca (18%). Il motivo di queste differenze è chiaro, dato che zone come il Donbass o la Crimea si sono sviluppate con gli zar e l’industrializzazione sovietica, l’etnia predominante è sempre stata qui quella russa, mentre regioni come la Galizia sono state per secoli sotto polacchi o austriaci e hanno una cultura, una tradizione (e anche una religione) essenzialmente diversa, più occidentale.

A Sebastopoli si sentono insomma più vicini a Mosca che non a Bruxelles, a Leopoli accade invece il contrario. Ma le differenze più rilevanti sono forse quelle relative all’età: sono i pensionati (69%) quelli che versano più lacrime per la scomparsa dell’Urss, mentre i giovani ventenni nati dopo il crollo del comunismo (19%) mostrano poco interesse per il passato. Cosa normale, all’est come all’ovest. I ragazzi ucraini di oggi guardano al futuro, come è giusto che sia.

Esibizione per il “300° anniversario dell’unificazione di Russia e Ucraina”, Kiev, 1954

Per secoli Russia e Ucraina sono state due parti di un tutto; per questo ancora oggi russi e ucraini si definiscono “fratelli”. Nell’antica cronaca russa “Повесть временных лет” (Povest’ vremennych let, “Cronache dei tempi passati”), Kiev viene definita la “madre delle città russe”: una frase molto ricorrente ancora oggi.

Nel 1954 in URSS venne organizzata una grandissima manifestazione per commemorare il “300° anniversario dell’unificazione di Russia e Ucraina”, un evento che si svolse nel 1654, quando l’etmano dell’esercito cosacco di Zaporozhe, Bogdan Khmeknitskij, richiese un incarico allo zar Aleksej Mikhailovich Romanov (padre di Pietro I). 

L’architettura urbana

In molte città dell’Ucraina sono ben visibili ancora oggi i tratti tipici dell’architettura sovietica: lo stile impero, le khrushchevki, i monumenti a Lenin (in gran parte demoliti con il processo di “desovietizzazione”).

Nonostante ciò, è facile restare incantati davanti alla diversità di paesaggi e stili architettonici che si incontrano nelle diverse parti del paese: la Crimea ha ospitato le residenze estive degli zar, riconvertite in sanatori e centri estivi giovanili durante l’epoca sovietica; la parte occidentale dell’Ucraina ricorda invece la vecchia Europa: nella città di Lvov sono stati girati numerosi film in stile “europeo”; per non parlare di Odessa, una città costruita dagli europei, che in qualche modo ricorda San Pietroburgo.

Khreshchatyk, la via centrale di Kiev, 1979
Khreshchatyk, la via centrale di Kiev, 1979

Il “granaio d’Europa”

L’Ucraina è caratterizzata in buona parte da un terreno molto adatto all’agricoltura. Il clima mite, poi, favorisce la coltivazione di cereali, frutta, angurie e uva. Una ricchezza da sempre “invidiata” dagli abitanti delle altre regioni dell’URSS prima, e della Russia poi. E non di rado le famiglie inviavano pacchi pieni di albicocche e meloni ai parenti che si erano trasferiti a vivere in zone meno ospitali del paese.

Qui si producevano farina, pane, latticini per tutto il paese, e venivano esportate frutta e verdura fresche; abbastanza fiorente anche l’industria vinicola, oltre agli impianti per la lavorazione dello zucchero.

Donne al mercato nella città di Kharkov, 1958-1959
Un mercato ortofrutticolo in una via della città di Eupatoria, in Crimea, 1979

Il benessere

Nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, la gente aveva sia la possibilità di concedersi una vacanza, sia di curarsi in uno dei tanti centri benessere. Sulle rive del Mar Nero (in Crimea, a Odessa e a Kherson) vi erano vari sanatori e centri per la cura della persona. In Crimea era inoltre possibile godersi delle escursioni in montagna e andare a sciare sui Carpazi.

Spiaggia nella città di Yalta, 1969


Sanatorio “Ucraina”, Crimea, 1959

In prima linea

Negli anni del Secondo conflitto mondiale, l’Ucraina si ritrovò al centro degli scontri. Tra il 1941 e il 1942 le truppe tedesche occuparono quasi tutto il territorio, rinchiusero gli ebrei in un ghetto e realizzarono esecuzioni di massa. Il fossato Babij Yar è tristemente noto per essere un sito di massacri, dove trovarono la morte più di 100.000 persone. L’Ucraina venne liberata dall’Armata Rossa nel 1943-1944, ma i danni furono enormi: moltissime le città e i villaggi completamente distrutti. Tra gli eroi ucraini non possiamo non ricordare Oleksiy Berest era uno di coloro, che hanno issato la bandiera sovietica al palazzo di Reichstag a Berlino

L’industria

Dall’estrazione mineraria a quella del carbone, dall’energia alla metallurgia… Si tratta di un elenco puramente parziale del grande complesso industriale presente nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. In epoca sovietica le fabbriche e le miniere lavoravano a ritmi serrati. 

Il porto di Odessa, 1958

Ucraina, nostalgia di Urss

Com’era la vita nell’Ucraina sovietica?

L’Ucraina fra Urss e indipendenza

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Nome di battaglia: Stalin

La figura di Stalin, fu d’ispirazione per molti nostri partigiani durante la guerra di liberazione. Due di loro in particolare decisero di rendere omaggio all’uomo che si era caricato sulle proprie spalle le sorti del mondo e adottarono Stalin come nome di battaglia

Ermenegildo Della Bianchina

Il Partigiano Ermenegildo Della Bianchina, conosciuto dal popolo massese con il suo nome di battaglia “Stalin” era un piccolo grande uomo, leale, onesto, stimato e rispettato da tutti amici e avversari. Non aveva nemici, ha speso tutta la sua vita per la difesa dei valori della Libertà, della Democrazia e della Pace, della Memoria della Resistenza e della Costituzione. Fondatore e poi Presidente per molti anni della Sezione ANPi di Massa “Patrioti Apuani Linea Gotica”.
Gildo subito dopo l’8 Settembre, dopo aver fatto il militare con gli Alpini divisione Cunense e dopo aver partecipato alla guerra in Albania e Russia, fu tra i primi partigiani che sulle Alpi Apuane costituirono le prime formazioni di ribelli e bande partigiane. Ha combattuto nel gruppo divenuto poi Patrioti Apuani, prima comandato dall’eroico e valoroso partigiano Marcello Garosi Tito, caduto in combattimento e Medaglia d’Oro al Valor Militare e poi sotto il Comando di Pietro Del Giudice, con il quale aveva instaurato una profonda amicizia. Insieme a tanti altri partigiani ha partecipato a numerose azioni di sabotaggio contro i nazi fascisti.

Gildo da partigiano prese il nome di Stalin. Come avvenne lo raccontava più o meno così:
Ero intransigente sulla divisione delle cose da mangiare nella formazione, volevo parti uguali per tutti.
Un nostro capo invece voleva fare un po’ troppo il furbetto, io gli dissi che ero pronto a sparare per una ingiustizia così che non era piccola, forse puntai anche il mitra con minaccia, forse diedi anche una sventagliata in aria. Questi si ammutolì. Il giorno dopo vennero i comandanti della formazione. Sapevo che ero come sotto processo, ero stato insubordinato, e nei partigiani non si scherzava su queste cose. Io spiegai cosa era successo e Vico (un nostro comandante militare) mi diede una pacca sulle spalle e mi disse: “Sei come Stalin”.
Io gli risposi che non conoscevo questo Stalin. Mi spiegarono chi era, ed io allora risposi: “Se Stalin in Russia si comporta come me qua, allora sta facendo il vero socialismo”. Il nome di Stalin mi rimase così addosso.

Dopo la guerra insieme a Pietro Del Giudice, a Gianardi “Vico”, Angelotti “Contegio”, Antonini “Andrea”, Brucellaria “Memo”. Bertolini, Vinci Nicoddemi Briglia “Sergio” e tanti altri aveva costituito e fondato la sezione ANPI. E’ stato per molti anni un popolare amministratore, Consigliere Comunale e poi Assessore del Comune di Massa per il Partito Socialista, ed anche Sindacalista e operaio della Dalmine.

Mario Campana

Mario Campana residente a San Polo di Torrile, classe 1925, fu partigiano delle Sap (Squadre d’azione patriottiche) nel battaglione Bassa parmense. Il gruppo si era formato a San Polo di Torrile dietro l’impulso di Tranquillo Pezzali e faceva capo al comandante Otello Neva che da Parma dava le direttive e partecipava alle riunioni clandestine nella Bassa; riunioni che si tenevano spesso di notte nei campi. Principali obiettivi del battaglione erano il sabotaggio dei rifornimenti e degli automezzi tedeschi e la propaganda a favore della lotta di Liberazione, nonché l’assalto alla caserma della Brigata nera di Casale di Mezzani. Mario aderì nel 1944, all’età di 19 anni.

Un episodio può far capire qual era la situazione il 26 aprile 1945 quando, a guerra ormai finita e con molte città già liberate, nelle zone della Bassa parmense si combatteva ancora con i tedeschi, in ritirata verso nord, che cercavano di oltrepassare il fiume Po.
Quel giorno Mario insieme ad altri suoi compagni partigiani (Silvio Fochi, Ferrarini Renzo, i fratelli Piccinini, Maini e altri) avevano avuto il compito di arrestare dei soldati tedeschi e di portarli al Comando americano a Colorno. Requisito un camion tedesco a cassone scoperto, caricarono i prigionieri e iniziarono il trasferimento. Durante il transito, alcuni aerei americani, visto il mezzo tedesco, iniziarono la picchiata per distruggerlo. Mario, salito sulla capotte, iniziò a sventolare una bandiera rossa per farsi riconoscere; finalmente gli americani capirono e dopo varie picchiate si allontanarono senza mitragliare. Durante il viaggio – che proseguì verso Colorno per consegnare i prigionieri agli americani – un soldato tedesco, forse per paura, offrì il proprio orologio a Mario che lo rifiutò. Al ritorno percorsero la strada che fiancheggia il canale Naviglio e, ormai arrivati a casa a Gainago di Torrile, decisero di portare il camion in mezzo ai campi (in località Beldesinare) per non rischiare nuovi attacchi da chicchessia ma, durante il breve tragitto, in una casa di campagna posta a circa 200 dalla strada vennero sorpresi da spari e raffiche. Nella notte, infatti, in quella casa si erano rifugiati 72 tedeschi per cercare di rifocillarsi (tanto che, dopo la mungitura delle mucche di prima mattina, bevvero tutto il latte prodotto) e, alla vista dei partigiani, si appostarono alle finestre e iniziarono a sparare.

Iniziò un breve ma intenso combattimento nel quale Mario restò ferito da un colpo alla gola, poi da una raffica all’emitorace e al braccio destro, cadendo nel fossato adiacente la strada. Secondo la testimonianza della famiglia Rolli, contadini sfollati in quella casa, i tedeschi vistisi scoperti, e forse con la paura di essere attaccati da un più nutrito gruppo partigiano, uscirono dalla casa e si incamminarono verso il Po. I signori Rolli dalla finestra contarono 72 soldati armati per i campi verso Colorno. Solo dopo la fuga degli invasori, i partigiani recuperarono i due compagni feriti, Renzo Ferrarini e Mario, il più grave, che fu trasportato all’ospedale di Colorno. I medici però non videro per lui possibilità di cura e quindi fu portato all’ospedale di Parma sopra un camion militare. La fortuna volle che si salvò e, dopo un lungo periodo di riabilitazione a Salsomaggiore presso il centro “La casa del bambino”, tornò a casa pur rimanendo invalido di guerra. Venne poi congedato con il grado di sottotenente.

Nel dopoguerra Mario divenne grande amico di Attilio Gombia “Ascanio”, comandante partigiano delle tre Venezie, medaglia d’argento al valor militare e aderì all’Anpi formando la sezione di Torrile che ha seguito fino al 2010 come segretario. Nel 1964 entrò nel consiglio direttivo dell’ANMIG (Ass. nazionale mutilati e invalidi di guerra) sez. di Parma.

Mario Capanna, Partigiano Stalin

Anpi Massa

stachanovblog.org

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Inchiesta sulla gestione del Covid nei paesi socialisti

Il genere umano ha sempre avuto a che fare con le infezioni, e non è mai stato in grado di curarle in maniera appropriata. Virus e batteri ancora per buona parte del XIX secolo erano tra le principali cause di morte. Poi la ricerca, l’impegno dei medici, il progresso della medicina. E attualmente la maggior parte delle patologie infettive potenzialmente mortali possono essere curate o prevenute. Un importante contributo a questa difficile lotta è stato dato dagli scienziati e dai medici sovietici.
(I comunisti che sconfissero l’angelo della morte)

Come la Cina ha affrontato il Covid, intervista a Daniele Wang

Daniele Wang, nato in provincia di Cesena nel 1985 da genitori arrivati alla fine degli anni ’70 in Italia. Daniele è cresciuto qui, poi è tornato in Cina dal 2013, dove ha studiato economia e commercio a Pechino. Oggi vive nella provincia di Lishui nello Zhejiang e, dopo aver fatto diversi lavori, attualmente fa il personal trainer in un grande centro sportivo.
La prima cosa che mi ha colpito è la cortesia e la disponibilità, facilitata da una bella padronanza di italiano perfettamente scandito che ha reso bella la conversazione.

– Scusa la curiosità ma siamo diciamo colleghi, che vita fa un personal trainer in Cina?

Lavoro dalle 14:00 alle 22:00 dei giorni feriali con uno stipendio medio che varia da 1000 a 2000 euro, a seconda del periodo e delle percentuali che prende in base a quanti clienti segue. Se viene richiesto straordinario o di lavorare nei festivi, prendo la paga doppia. L’azienda, oltre ai pasti, fornirebbe anche un alloggio, ma ho una casa mia nella quale abito con la famiglia (sono 6).- E’ prevista una copertura medica, per malattie o infortunio? Ovviamente, con la firma del contratto parte l’assicurazione medica pagata dal datore di lavoro. Così come il lavoro rientra con i contributi per una pensione ( in Cina a 60 anni gli uomini a 55 le donne, nel pubblico, a 50 nel privato)

.- Quanto costa la palestra in Cina?
L’abbonamento annuale è di 285€ che divise per 12 mesi fanno 23,75€.

– Quanto è durato il lockdown da voi e come è stato gestito?
Da noi è durato solo un mese, ma osservato con il massimo rigore. Tutto era chiuso, anche le fabbriche. Le città erano suddivise in zone, dove erano aperti solo ii market di quartiere nei quali solamente un membro della famiglia poteva andare, ovviamente con le precauzioni dovute come le mascherine e i gel. Ho internet, anche Facebook, ho letto un sacco di cose false, di militari in mezzo di strada pronti a sparare, ma la situazione è stata gestita dalla polizia municipale e da volontari senza nessun problema, non si sono verificate neppure le file e gli scaffali vuoti come ho visto è successo in Italia a causa del panico generale. Non ho sentito parlare di persone con particolari problemi di cibo o sociali, perché appunto è durato poco, ma qui c’è una grande cooperazione sociale e una rete di solidarietà, la gente si è aiutata. Molti privati hanno sospeso gli affitti, anche le utenze, alcuni hanno avuto aiuti, nelle zone rurali sono arrivati sostentamenti alimentari. Però tutti hanno seguito le regole.

– In Italia abbiamo visto, oltre al caos che hai citato, dovuto da una pessima gestione, anche fenomeni di dottori che negavano i morti o il virus, che andavano in TV annunciando di avere loro cure, che contestavano la possibilità di una seconda ondata, addirittura qui c’è chi mette in dubbio i vaccini e anche le mascherine, da voi è successo qualcosa di simile?

Nonostante la Cina sia un paese di un miliardo e mezzo di persone, dove gli equilibri sono ovviamente complicati, nessuno si è mai sognato di fare queste cose. Qui no vax e negazionisti, personaggi che metterebbero in difficoltà la società creando incertezze e disordini non sarebbero tollerati, non solo dal governo, ma anche dalla gente. Non gli darebbero proprio spazio neppure in TV o alla radio, perché in una situazione così seria non sarebbe concesso nessuno show sulle spalle della gente. Non verrebbe tollerato. Altrimenti la Cina non sarebbe mai uscita dalla situazione (noi oggi non mettiamo nemmeno le mascherine e ci alleniamo in palestra, si portano solo negli ospedali e nei palazzi istituzionali).

– Forse perché la Cina esiste da 5000 anni ed ha accumulato una saggezza che si è tramandata? Oppure una società con una coscienza collettiva dove non si specula su notizie e attenzione?

Non so… ma qui se un medico o un funzionario avessero detto sciocchezze o bugie simili sul virus non sarebbero mai stati invitati, i giornalisti non avrebbero voluto averci a che fare niente per imbarazzo. Se qualcuno avesse pubblicato cose simili su siti o social poi, li avrebbero oscurati. Grazie per la tua collaborazione Daniele, spero un domani di poterti conoscere e stringere la mano di persona, hai descritto una realtà che non emerge dai racconti dei media, ma devo dire me lo aspettavo.

Grazie anche a Nicola D’addazio che mi ha messo in contatto con te.

Intervista realizzata da Lenny Bottai

Come Cuba ha affrontato il Covid, intervista a Rolando Natali

Con l’aiuto di Federica Cresci, che ringrazio, ho scambiato due parole con Rolando Natali, compagno romano di una famiglia storica della federazione del PCI capitolino, ex operaio, elettricista, che a seguito di un incidente è rimasto in sedia a rotelle ed ha deciso di trasferirsi a vivere a Cuba.
Ciò che emerge difatti da questa intervista è la straordinaria capacità organizzativa, la fiducia nella sanità, e soprattutto il fatto che lo stato ha dato una voce ed una sola narrazione del necessario da farsi senza dare spazio alla confusione che vige da questa parte di mondo.
Ecco perché, con naturalezza, Rolando mi ha spiegato che non si sono verificati i fenomeni che vediamo da noi, con versioni contrastanti di teorie di cure alternative o negazionismi vari, le quali trasformano anche l’informazione sul virus in uno show che ha un PIL al quale i media non possono rinunciare. Una sola voce, nessuno scetticismo.

– Quali misure sono state adottate dal governo per gestire la pandemia? Lockdown, obbligo di mascherina, tracciamenti, trattamenti, precauzioni con sanificazioni obbligatorie?

Anzitutto c’è da dire che Cuba ha meccanismi di preparazione per eventi straordinari, come avviene per i cicloni ad esempio, molto sviluppati a livello di organizzazione. Per questo hanno preparato centri di isolamento prima che il virus arrivasse nell’isola, organizzato assemblee nei luoghi di lavoro e nelle città, sono andati nelle scuole con i lavoratori sanitari per preparare la popolazione alle misure che avrebbero adottato nel caso, spiegando bene di cosa si trattava. Dopo marzo il governo ha iniziato a mettere le misure previste: mascherine, stop dei trasporti tra province eccetto per casi impellenti o autorizzazioni particolari di lavoro. Nella mia provincia ad esempio si è verificato subito un contagiato, hanno preso l’ammalato, la famiglia, chi era stato a contatto con esso (perfino il tassista) e li hanno tenuti in quarantena isolati in luoghi come detto già predisposti. Hanno iniziato poi a somministrare medicine per alzare le difese immunitarie a soggetti in pericolo per età o particolari condizioni di salute.

– Come e cosa è stato garantito ai lavoratori, ai commercianti, a chi non poteva andare a lavoro perché malato oppure perché vigeva la chiusura forzata?

Ai lavoratori bloccati oppure contagiati hanno assicurato il 70% del salario, ai ricoverati il 50% (ovviamente questi avevano vitto e alloggio in ospedale), hanno chiuso scuole ed asili (escluso per i lavoratori che necessitavano di far accudire i bambini) e sono rimasti aperti gli esercizi che favorivano servizi essenziali, statali e privati. Alcuni negozi, come gli alimentari, potevano rimanere aperti e distribuivano dalle finestre mentre in altri si entrava uno alla volta con in terra delle bagnarole con cloro e disinfettanti da usare per i piedi prima di entrare, ovviamente sempre con mascherina. I servizi di ristoro potevano lavorare su asporto o delivery. Ovviamente laddove le attività erano bloccate si bloccavano anche i pagamenti. Ad alcune categorie, come a chi non aveva possibilità di muoversi (disabili e anziani) veniva assicurato pranzo e cena dagli esercizi statali.

– Si sono verificati fenomeni di manifestazioni di persone che rifiutavano di mettere la mascherina, che negavano la gravità o peggio l’esistenza del virus?

Sinceramente nessun fenomeno del genere da prendere in considerazione, si è verificato che alcuni, specialmente giovani, avessero all’inizio preso sotto gamba la situazione e portavano le mascherine abbassate ed erano un po’ spericolati, ma sono stati subito richiamati anche perché le notizie che arrivavano dal mondo preoccupavano, qui hanno messo in TV dottori che spiegavano ogni giorno la situazione ed informavano la popolazione continuamente, ed hanno tutti una grande fiducia nei confronti della sanità cubana.

– Si sono verificati fenomeni di dottori o addetti ai lavori che andavano su TV e giornali a portare le loro teorie alternative, talvolta fino a dire esplicitamente che era una farsa, c’era del terrorismo mediatico, che i morti non erano di Covid ma con Covid?

In TV andava solo un dottore, divenuto un punto di riferimento per tutti, Francisco Duran, informava le persone sulla situazione e spiegava come comportarsi, è diventato la star dell’estate, tutti lo aspettavano per rimanere informati, inizialmente era saltuario poi una o due volte a settimana. Nessuno lo ha mai messo in discussione.

– Si sono verificati scetticismi sull’eventuale vaccino?

sulla necessità delle mascherine e delle altre misure di sicurezza?No, ricordo di aver letto qualche scemenza su Facebook forse, ma mai preso in considerazione da nessuno. Qualcuno ha addirittura azzardato a dire da fuori che Cuba ometteva i morti, ma fenomeni sporadici e marginali. Nonostante non sono mancate le persone che si sono lamentate, perché ovviamente è una crisi che si somma alla morsa del bloqueo, nessuno ha mai messo in discussione la sanità cubana.

– Cosa sarebbe successo (se non è successo) a queste persone (medici, politici e persone normali o giornalisti che fossero)? Non credo gli si sarebbe nemmeno concesso spazio. – Chi paga e distribuisce mascherine e disinfettanti da voi? eventuali vaccini?

Ovviamente lo stato, che alla fine siamo noi. Specialmente all’inizio, durante il lockdown è stato vietato anche il commercio delle mascherine, poi è stato liberalizzato quando si è riaperto. Adesso stiamo riaprendo anche al turismo, perché la crisi ovviamente si fa sentire, anche considerando che gli USA hanno sfruttato la situazione per affossarci, ma si entra solo facendo dei tamponi per tenere sotto controllo la situazione.

Intervista realizzata da Lenny Bottai

Come Cuba ha affrontato il Covid, intervista a Aleida Guevara March

Con mio grandissimo onore, ho ricevuto le risposte della Dott.ssa Aleida Guevara March, non solo figlia del Comandante Ernesto Che Guevara, ma anche Medico Pediatra Internazionalista e impegnata presso l’Ospedale Pediatrico William Soler dell’Avana, alla quale ho posto le stesse identiche domande. Devo nuovamente ringraziare per il lungo lavoro di traduzione delle mie domande di Federica Cresci nonché ovviamente Aleida per l’onore di avermi concesso il suo tempo.

Ritengo che ciò che emerge è sempre una grande capacità organizzativa di una società che mette davanti a tutto gli interessi collettivi, anche nella difficoltà non solo di una pandemia, ma di una morsa infame come quella del blocco statunitense, che impedisce l’arrivo anche di qualsiasi aiuto. Aleida spiega con naturalezza come nel socialismo alcuni dubbi e congetture vengono meno con naturalezza, così come con altrettanta naturalezza la cooperazione della gente emerge insieme al senso di responsabilità verso gli altri. Voglio ricordare che Cuba ha avuto al momento solo 142 decessi (per fare una proporzione 13 morti ogni milione di abitanti a confronto dei 1,139 dell’Italia). Come si capisce confondere la critica al sistema capitalista, alla speculazione in atto in ogni campo, anche quello medico, non deve portare fuori strada mai. Come parametro abbiamo questi esempi limpidi di gestione del Covid che devono aiutare a rischiarire le idee a tanti.

– Quali misure sono state adottate dal governo per gestire la pandemia? Lockdown, obbligo di mascherina, tracciamenti, trattamenti, precauzioni con sanificazioni obbligatorie?

Le primissime misure adottate dal Governo cubano sono state quelle di chiudere le frontiere, perché essendo un’isola, Cuba ha molto turismo e sarebbe stato un problema per la diffusione della pandemia. Successivamente la popolazione è stata istruita per le misure igieniche, ad esempio lavarsi le mani prima di entrare in qualsiasi luogo pubblico, con l’uso di disinfettanti, gel alcolici o semplicemente acqua e sapone; la mascherina è stata da subito obbligatoria per uscire in strada e per salire sui mezzi di trasporto pubblico; è stato adottato il distanziamento sociale e richiesto alle persone di uscire solo per necessità e lavorare a distanza da casa. Alcuni lavori sono stati sospesi, come molti esercizi ed attività, solo alcuni negozi scelti per necessità imprescindibili sono rimasti aperti e le scuole sono state tutte chiuse. Sono rimasti aperti solo gli ospedali. I medici cubani hanno lavorato, sin dal primo momento, per capire come trattare la malattia; nello specifico quando le persone erano considerate sospette, venivano isolate e se il risultato del tampone dava positivo si ospedalizzavano; con i pazienti affetti da Covid, i medici hanno cercato di rafforzare il loro sistema immunitario, contenendo la malattia e cercando di fare in modo che i pazienti non giungessero ad uno stato di crisi ed alta gravità. Lo stato ha garantito gratuitamente le mascherine agli ospedali, ai professionisti come quelli che manipolano gli alimenti; ha fatto accordi economici con le imprese cubane che si sono dedicate alla costruzione di mascherine semplici e quelle di protezione facciale. I giovani studenti universitari, hanno avuto un ruolo importante, sono stati coinvolti come volontari e messi al servizio della popolazione per effettuare le operazioni di disinfezione e consegna del cibo, con le adeguate misure di protezione, tutte fornite a spese dello Stato.

– Come e cosa è stato garantito ai lavoratori, ai commercianti, a chi non poteva andare a lavoro perché malato oppure perché vigeva la chiusura forzata?

A tutti coloro i quali non è stato consentito di lavorare con misure alternative, come da casa o a distanza, è stato garantito il salario, il primo mese di chiusura totale il 100%, poi nei mesi successivi al 60%. Alcune zone e quartieri considerati focolai per l’alta percentuale di contagio, sono stati totalmente chiusi; alle persone che dovevano rimanere in casa e non uscire dalla zona focolaio, sono stati garantiti gli approvvigionamenti di alimenti, tre volte al giorno, colazione pranzo e cena, attraverso volontari che li consegnavano osservando la massima attenzione alle misure di sicurezza e fornendo gli stessi cibi che le famiglie erano abituate a comprare nei negozi, quindi senza stravolgere forzatamente il loro abituale regime alimentare. Ovviamente sono stati privilegiati gli anziani e le categorie più sensibili. Alcuni ospedali sono stati dedicati solo alla cura del Covid, altri invece sono rimasti in attività per i casi e le cure urgenti.

– Si sono verificati fenomeni di manifestazioni di persone che rifiutavano di mettere la mascherina, che negavano la gravità o peggio l’esistenza del virus?

In nessun momento i professionisti cubani hanno negato l’esistenza del virus o messo in discussione la necessità di operare per fermarlo, perché è una realtà che stiamo vivendo, che stiamo toccando con le nostre mani. Le cose che mi hanno infastidito di più sono stati alcuni commenti fatti in Europa, che mettevano in discussione l’importanza della mascherina dicendo che era un mezzo di una privazione della libertà o repressione, quando da sempre viene usata dai chirurghi, in sala operatoria, per proteggere il paziente. La popolazione asiatica ad esempio ha l’abitudine ad utilizzarla sempre quando ha raffreddore o catarro per evitare i contagi. E’ vero che la mascherina è fastidiosa, può appannare gli occhiali, rendere più difficile la respirazione, ma non vedo nessuna ragione per non usarla o considerarla un elemento d’oppressione. Questa è semplicemente una questione di solidarietà umana. Parliamo di una malattia altamente contagiosa, se è primario il suo utilizzo per il bene di tutti va usata, non solo per il Covid, anche dopo la pandemia, dovremmo avere la buona abitudine di usarla sempre. Anche sul vaccino ho sentito una quantità enorme di sciocchezze. Purtroppo capisco che in una società capitalista, questi mezzi sono utilizzati anche per fare più soldi possibile, come ad esempio è avvenuto per le mascherine, inventandone sempre di più sofisticate per guadagnarci sempre di più. Stiamo parlando di una malattia altamente contagiosa dalla quale ci dobbiamo salvaguardare. Da noi questo non è successo, nessuno vendeva mascherine perchè la TV cubana ha insegnato alla gente come fabbricarle in casa, con vestiti o stoffe di uso comune nelle famiglie, io stessa ne ho tessute a migliaia. Sui vaccini è vero che ci sono imprese capitaliste che non sono troppo serie, perché il sistema verte su grossi interessi economici, ma da noi ad esempio la gente ha totale fiducia nei ricercatori e nei medici cubani perché sa che non esiste nessuna speculazione nel loro lavoro, hanno sempre operato per la protezione della vita del loro popolo e per questo attendiamo tranquilli l’uscita del nostro vaccino. Il vaccino in sé è sempre stato un mezzo per garantire la salvaguardia delle persone e per creare immunità verso la malattia. Il Covid, oltre ad essere altamente contagioso, non garantisce immunità a chi ne è stato affetto, per questo è difficile creare un vaccino adeguato e per questo serviranno strumenti di alta tecnologia. Se ciò sarà utile, avanti pure con l’alta tecnologia. E’ inaudita la perdita di tempo su queste discussioni quando stanno succedendo cose intorno a noi che vengono totalmente ignorate, nessuno protesta per la distruzione del pianeta però ci si preoccupa di protestare contro l’uso delle mascherine. Cose assurde! Anche da noi ci sono stati degli indisciplinati ma sono stati sanzionati, perché la legge stabilisce che per il bene della collettività le regole vanno rispettate, se non per il proprio bene per quello degli altri. Si tratta di una questione di disciplina sociale. Noi cubani peraltro siamo molto festaioli, affettuosi, baciamo ed abbracciamo, però evitiamo di farlo, rispettiamo il distanziamento sociale perché la disciplina è importante in questo momento. Ad esempio quando qualche indisciplinato usciva di casa senza mascherina capitava che era la popolazione stessa a richiamare alle regole, senza dover far intervenire necessariamente la polizia.

– Si sono verificati fenomeni di dottori o addetti ai lavori che andavano su TV e giornali a portare le loro teorie alternative, talvolta fino a dire esplicitamente che era una farsa, c’era del terrorismo mediatico, che i morti non erano di Covid ma con Covid?

Nessuno ha mai negato l’esistenza del Covid, perché è una realtà che stiamo vivendo e toccando con le nostre mani. I medici cubani hanno solo avuto problemi per la propria protezione, perché spesso mancano i materiali e gli strumenti a causa del blocco statunitense. Sono stati vietati attracchi a navi che mandavano aiuti sanitari; alcune imprese straniere ci hanno donato materiale medico ma sono state sanzionate e bloccate, con la mancata consegna del materiale urgente e necessario. Chissà probabilmente avremmo potuto fare anche di più se il blocco statunitense non ci avesse colpito tanto. In merito ai vaccini noi abbiamo quattro versioni candidate, di cui già due in sviluppo definitivo e in prova su esseri umani che credo per febbraio usciranno per il loro uso. Ci sarà un vaccino generale e principale ed altri specifici per bambini e per anziani o persone affette da patologie particolari. Poi stiamo usando negli ospedali per i pazienti Covid anche diverse medicine, che utilizziamo già da anni, a base di interferone per rafforzare il sistema immunitario dei malati Covid affinché non peggiorino e non arrivino ad uno stato di crisi o di alta gravità.

Intervista realizzata da Lenny Bottai

Come il Vietnam ha affrontato il Covid, intervista a Alessio Sorti

Alessio dalla Malesia si è trasferito in Vietnam per aprire con la compagna un ristorante vegetariano nel 2016, e da allora vive e lavora ad Ho Chi Min City. Credo che il suo racconto possa essere utile a comporre il quadro di una diversa gestione del virus che ha dimostrato come per le società capitaliste la vita passa in secondo piano, e la spettacolarizzazione delle notizie crea molta confusione. Conoscendo e avendo già letto le domande che ho fatto ad Aleida, Daniele e Rolando, Alessio mi ha mandato direttamente un testo unico.

Il governo Vietnamita ha chiuso il confine con la Cina tre giorni subito dopo il primo out break ufficiale a Wuhan. Ha chiuso tutte le scuole, adottato obbligo di mascherina, precauzioni sanitarie in tutti gli edifici pubblici, obbligo di sanificazione personale all’ingresso di tutti gli edifici (perfino condomini, con divieto di ingresso ai non residenti), poi effettuando una campagna di affissione di materiale informativo e di prevenzione in lingua vietnamita ed inglese.

Questo era a fine Gennaio quando ancora qui in Vietnam non erano stati riscontrati casi di contagio. Ai primi casi su territorio vietnamita e alla crescita esponenziale dei casi in Cina, Corea e Giappone, oltreché in Italia e in Europa, sono stati sospesi tutti i voli in arrivo da paesi con alto numero di infettati. Unici voli possibili erano per cittadini vietnamiti e per stranieri con permesso di lavoro ed imprenditori con Quarantena Obbligatoria.

Da metà Febbraio, nonostante i pochissimi casi, il Governo ha sigillato i confini totalmente, i soli voli fatti atterrare sono stati per i cittadini vietnamiti e con obbligo di quarantena. A fine Febbraio con un numero di soli 200 casi in tutto il Vietnam ma con la chiara situazione pandemica, capendone la velocità di diffusione e la gravità è stato imposto un lockdown nazionale totale per cinque settimane in cui tutta la popolazione vietnamita e gli stranieri residenti in Vietnam hanno rispettato in pieno tutte le restrizioni e direttive.

La maggior parte degli affitti sono stati ridotti al 50%, le utenze qui non sono di certo come in Italia e non preoccupano, comunque sono state ridotte le spese; alcuni lavori hanno continuato in misure alternative come l’asporto, in altre si è data una specie di cassa integrazione. La crisi ovviamente non è mancata, anzi, specialmente per la chiusura al turismo si è fatta molto sentire. Qui non si è verificato nessun episodio di negazionismo, scetticismo o complottismo, oppure di disobbedienza. Non è stato mai messo in dubbio l’operato del governo o dei medici. Quindi non posso neppure dirti come sarebbe stato trattato.

Alla fine del lockdown le riaperture sono state lente e mirate ad attività fondamentali. Sono rimaste chiuse ancora per settimane i club, karaoke, spa e centri estetici etc. etc. Tutte le altre attività sono riaperte con restrizioni, distanziamento sociale, numeri ridotti con un massimo di 30 persone nei ristoranti. Per due mesi non si è registrato nessun nuovo caso, poi sono comparsi degli infetti nel Vietnam centrale. Danang è stata messa in lockdown totale per quattro settimane e la riapertura è avvenuta solo dopo che tutti i casi attivi erano in via di recupero.

Un grande senso di responsabilità della gente, di cooperazione, un’organizzazione ad oggi hanno portato che ci sono stati in totale meno di 1500 casi e solo 35 casi di morte da gennaio ad oggi. In generale i vietnamiti hanno dimostrato un senso civile e di protezione reciproca come una vera comunità dovrebbe essere a mio avviso, nessun scetticismo, anzi molto orgoglio per lo straordinario risultato ottenuto dalla nazione. Per tutto il periodo, sin da gennaio, ed ancora oggi mascherine, sanificanti etc etc sono stati ampiamente reperibili e a prezzi accessibili o distribuiti gratuitamente alla popolazione meno abbiente.
Gare di solidarietà sono scattate per aiutare gli operatori sanitari e militari, ausiliari impegnati in ospedali e <<quarantine camps>> dove oltre ai vietnamiti sono stati ospitati anche stranieri a spese dello stato.

Ho fatto personalmente parte di associazioni per la raccolta di beni di prima necessità e anche di fondi per gli operatori per supportare ulteriormente il grande lavoro che stavano facendo. Ho visitato brevemente un paio di campi rimanendo all’esterno e parlando con addetti. Abbiamo organizzato insieme a moltissimi vietnamiti una rete di distribuzione di cibo, prodotti sanitari per i senza dimora.

La sensazione generale di vietnamiti e stranieri residenti è quella di avere assistito ad operazioni tempestive, mirate, giocando di anticipo il più delle volte, una conoscenza territoriale incredibile da parte delle autorità che hanno permesso un successo su tutta la linea. E’ stato molto impressionante assistere a tutto questo mentre ricevevamo le notizie catastrofiche provenienti da Europa e Stati Uniti in particolare.

(io) Grazie Ale per la tua testimonianza.(Alessio) Ammiro il fatto che si faccia luce e si dia spazio alle notizie provenienti direttamente da paesi come il mio Vietnam che spesso non vengono nemmeno inseriti nei notiziari mainstream oppure vergognosamente filtrati e pilotati. Il successo della gestione della pandemia del Vietnam Socialista è REALE !

Intervista realizzata da Lenny Bottai
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antifascismo, comunismo, Patriottismo

Il compagno Hitler

Il nome del capo del Terzo Reich è un nome familiare. È associato a numerosi crimini contro l’umanità. Tuttavia, poche persone sanno che un altro uomo con il cognome Hitler ha ricevuto una delle onorificenze più significative dell’Unione Sovietica per il suo servizio militare durante la seconda guerra mondiale.

Semyon Hitler è nato nel 1922 nella regione Ucraina di Khmelnitsky, nel villaggio di Orinin. Dopo essere diventato maggiorenne, si è arruolato nell’Armata Rossa ed è stato addestrato in una scuola di mitragliatrice nel distretto militare di Odessa.

“Il soldato dell’Armata Rossa Hitler non amava l’uomo con lo stesso cognome”, scrisse ironicamente Boris Akunin, scrittore e storico russo. “Sparava alle persone che gridavano” Heil Hitler! ” con la sua mitragliatrice.

In effetti, Semyon Hitler era così bravo a sparare ai tedeschi da essere persino decorato per il suo coraggio, anche se in quel periodo assegnare un onorificenza ad un “Hitler” richiedeva molto coraggio dai suoi comandanti.

L’impresa di Semyon Hitler

Nel 1941 Semyon aveva solo 19 anni. A quel tempo era un membro del 73 ° battaglione di mitragliatrici situato nell’area fortificata sul fianco sinistro del confine occidentale delle truppe sovietiche. Semyon si trovava su quella che il suo documento di riconoscimento chiama “l’altezza 174,5”.

Nel giugno 1941, il Tiraspol fu fortificato con 284 strutture difensive: 262 postazioni di mitragliatrici e 22 strutture di artiglieria. La lunghezza totale era di circa 93 miglia lungo la parte anteriore e 2,5-3,7 miglia in profondità. Due fiumi straripanti, il Dniester e il Turunchuk, erano barriere naturali che contribuirono a rafforzare ulteriormente le difese. Lungo le sezioni di questi fiumi, le fortificazioni erano profonde solo 0,6-1,9 miglia.

Il 20 luglio 1941, si verificarono feroci battaglie vicino al posto di Semyon. Poi, il 25-26 luglio, i tedeschi attraversarono con successo il fiume Dniester e sfondarono le difese sovietiche. Molti soldati sovietici iniziarono a ritirarsi e i tedeschi circondarono l’avanposto, dove si trovava Semyon Hitler.

Inizialmente, il plotone di Semyon si ritirò a una distanza di sicurezza e tentò di respingere la l’avanzata avversaria sotto il fuoco di copertura. Tuttavia, i tedeschi presto irruppero nelle loro retrovie e circondarono Seeds. Un estratto dal documento del premio di Semyon dice:

“Il compagno ferito Hitler con la sua mitragliatrice rimase solo in mezzo al nemico, ma non perse la testa, ma fece fuoco finché non esaurì tutte le sue munizioni, e poi, a una distanza di 10 km [6,2 miglia], strisciando tra il nemico, con una mitragliatrice restituita alla sua unità.”

Semyon riusci a tornare alla sua unità e continuò il combattimento. Successivamente, prese parte alla difesa di Odessa e morì il 3 maggio 1942, nelle battaglie per Sebastopoli.

Il comandante del battaglione di Semyon Hitler, era preoccupato per la decorazione di questo soldato. “Da un lato, il suo atto di coraggio era fuori dubbio; dall’altra, potrebbe essere pericoloso firmare un documento che assegna un tale cognome a un uomo, soprattutto in tempo di guerra “.

Ma il buon senso ha prevalso: il generale Georgy Sofronov, a capo dell’Esercito costiero separato, ha firmato personalmente il documento dando a Semyon Hitler una medaglia, “For Courage”, con la seguente motivazione “Come mitragliere di una mitragliatrice, ha sostenuto l’avanzata del suo plotone con il fuoco. Una volta circondato e ferito, il compagno Hitler ha sparato finché non ha esaurito le sue munizioni. Dopodiché, senza abbandonare le armi, è arrivato ai suoi soldati e in totale ha ucciso più di cento soldati della Wehrmacht “

Dopo il premio Semyon ha continuato a servire la sua patria. Sfortunatamente, non visse abbastanza da vedere la fine vittoriosa della Grande Guerra Patriottica a Berlino. Nel giugno 1942, meno di un anno dopo il suo atto di coraggio, Semyon fu ucciso difendendo la città di Sebastopoli. Dopo la guerra, la famiglia di Semyon cambiò il proprio cognome in Hitlev e lasciò l’URSS per Israele.

La storia conosce un solo Hitler che combatte per l’URSS sul campo di battaglia, ma c’erano molti altri omonimi nazisti che si comportarono in modo eroico e furono decorati dall’Armata Rossa. Di solito erano persone di origine tedesca o ebraica.

Ad esempio, nel 1944, Nikolay Göring, l’uomo che condivideva un cognome con il Reich ministro dell’aviazione tedesco, Hermann Göring, ricevette l’Ordine della Stella Rossa per aver catturato un comandante di plotone della SS Panzer Division, ‘Totenkopf’, e trascinandolo torna al campo sovietico nonostante il fuoco delle mitragliatrici.

Ancora un altro Yakov Göring, medico in Bielorussia dal gennaio 1945, ha rievuto l’Ordine della Guerra Patriottica per aver evacuato più di 1.500 soldati sovietici feriti dal campo di battaglia, senza lasciare indietro nessun uomo, dormendo o riposando a malapena.
Come molti altri Göring sovietici, Yakov era ebreo, a differenza del suo omonimo che fu in gran parte responsabile dell’Olocausto.

Mentre Rudolph Hess, lo scagnozzo di Hitler arrestato in Gran Bretagna nel 1941, ha dedicato la sua vita alla causa nazista, Nikifor Hess, un ufficiale sovietico, non ha risparmiato sforzi per uccidere i nazisti. Nel settembre 1942, guidò il suo plotone in un’offensiva, uccidendo da solo sette combattenti nemici. Gli fu conferito l’Ordine della Stella Rossa, proprio come Alexander Bormann, omonimo di Martin Bormann, capo della cancelleria del partito nazista e segretario di Hitler.

Il Bormann sovietico guidò l’aviazione in un attacco sovietico che distrusse più di 850 veicoli nemici e 3.600 soldati per diversi mesi. Come dimostra la storia, condividere i cognomi con i tedeschi non ha certo reso i cittadini sovietici meno patriottici e desiderosi di combattere per la loro terra.

Heroes with the same names as villains: Red Army’s namesakes of Nazi leaders Soviet Jew with Nazi Name Awarded Medal for Courage in WWII

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