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Zinaida Portnova, la vedova nera sovietica

A 16 anni, Zinaida Portnova si unì a un gruppo di giovani combattenti della resistenza conosciuti come i Giovani Vendicatori.

Zinaida Portnova è nata il 20 febbraio 1926 nella città di Leningrado. Era la figlia maggiore di una famiglia operaia bielorussa il padre lavorava in uno stabilimento industriale locale e la sorella minore, Galya, aveva otto anni meno di lei.

Nell’estate del 1941, la seconda sorella e suo fratello minore furono mandati a vivere con la nonna nel villaggio di Zui, situato vicino alla città di Obol, nel nord della Bielorussia. Questo avvenne proprio all’inizio dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica nota come Operazione Barbarossa.

A partire dal 22 giugno 1941, le forze tedesche avanzarono di 200 miglia nel territorio sovietico in una sola settimana e, in pochi mesi, 2.5 milioni di soldati sovietici persero la vita. La giovane Zinaida Portnova si trovò faccia a faccia con le truppe naziste quando la loro avanzata raggiunse Obol.

Secondo il libro Heroines of the Soviet Union 1941–45 di Henry Sakaida, quando i soldati nazisti cercarono di confiscare il bestiame della loro famiglia, litigarono con la nonna di Portnova e la picchiarono. In quel momento, la guerra divenne personale per l’adolescente, che iniziò a disprezzare i tedeschi.

Presto in Bielorussia iniziò a prendere forma un movimento clandestino di resistenza contro i nazisti. Un anno dopo l’invasione nazista di Obol, Zinaida Portnova si unì al braccio giovanile della resistenza clandestina. Erano ufficialmente chiamati Lega dei Giovani Comunisti Leninisti, ma erano meglio conosciuti come i Giovani Vendicatori.

I Giovani Vendicatori erano un’organizzazione politica guidata da giovani indipendenti dal Partito Comunista Sovietico, sebbene fosse spesso descritta come la divisione giovanile del partito. Dopo essersi unita, Portnova, allora 16enne, divenne rapidamente una risorsa preziosa per la resistenza.

Iniziò la sua attività nella resistenza distribuendo volantini di propaganda sovietica nella Bielorussia occupata dai tedeschi e svolgendo missioni segrete, incluso il furto di armi tedesche per i soldati sovietici e lo spionaggio.
Ma quello era solo l’inizio; una volta imparato a maneggiare le armi, Zinaida Portnova è stata coinvolta in operazioni di sabotaggio contro i nazisti.

Insieme ai suoi compagni, Portnova fu responsabile degli attacchi effettuati in numerosi luoghi in cui i nazisti si radunavano, completando con successo missioni di sabotaggio contro una centrale elettrica locale, una pompa di benzina e una fabbrica di mattoni.

Busta affrancata illustrata dell’Unione Sovietica del 1978 con Zinaida Portnova.

Zinaida Portnova uccise molti soldati nazisti durante il suo periodo come combattente della resistenza. Nell’agosto del 1943 compì una delle sue operazioni più leggendarie in cui si infiltrò in una guarnigione tedesca e avvelenò i soldati.

Si presentò come assistente di cucina e riuscì ad infiltrarsi nella cucina che riforniva la guarnigione nazista locale a Obol. Mentre preparava i pasti per i soldati, Portnova li avvelenò facendo ammalare molti dei soldati, alcuni addirittura morirono.

Da giovane sovietica che lavorava nella cucina dei nazisti, fu immediatamente sospettata di essere la colpevole dell’avvelenamento di massa, ma Portnova finse abilmente l’innocenza. Per dimostrare di non aver avvelenato il cibo, diede un morso il cibo che aveva cucinato. Portnova, fuggì rapidamente a casa di sua nonna dove si curò con grandi quantità di siero di latte per contrastare il veleno nel suo corpo.

Alcuni giori dopo la sua fuga i tedeschi iniziarono a cercarla e Zinaida Portnova diventò una fuggitiva. Per evitare di essere scoperta, Portnova si unì a un distaccamento partigiano intitolato a Kliment Voroshilov, un importante ufficiale militare e politico sovietico durante il governo di Stalin.

Mesi dopo scrisse ai suoi genitori una lettera, dicendo: “Mamma, ora sono in un distaccamento partigiano. Insieme a loro sconfiggeremo gli invasori nazisti”.

Un monumento a Zinaida Portnova in un ex campo di pionieri vicino a Togliatti, Russia.

Nel 1944 Zinaida Portnova fu inviata in missione di ricognizione nella guarnigione da cui era fuggita di recente. L’obiettivo della spia adolescente era infiltrarsi ancora una volta nel campo nazista e stabilire la causa dietro una missione di sabotaggio fallita. Sfortunatamente, venne trovata dalla polizia locale e catturata.

Dopo essere stata consegnata ai nazisti, Portnova sapeva che la sua unica possibilità di sopravvivenza era quella di scappare. In un disperato tentativo di fuggire, Portnova ha afferrato una pistola che era sulla scrivania durante il suo interrogatorio e ha sparato al suo interrogatore della Gestapo, poi ha sparato ad altre due guardie naziste mentre fuggiva dal campo.

Portnova corse rapidamente nel bosco vicino alla guarnigione, ma purtroppo per la giovane combattente della resistenza arrivò la fine. I nazisti la trovarono lungo un fiume vicino e la portarono a Goryany, dove fu interrogata e brutalmente torturata. Successivamente, portarono Zinaida Portnova nella foresta, dove venne giustiziata da un colpo di pistola, a circa un mese dal suo 18esimo compleanno.

Zinaida Portnova ha contribuito così tanto durante il suo periodo come parte della resistenza sovietica che il 1 luglio 1958 Portnova è stata insignita postuma del titolo di “Eroe dell’Unione Sovietica”, rendendola la donna più giovane mai insignita del più alto onore dell’Unione Sovietica. In seguito fu insignita anche dell’Ordine di Lenin.

Decenni dopo la sua morte per mano dei nazisti, il nome dell’adolescente è ancora venerato da molti; targhe e monumenti in suo onore si possono trovare in numerose città russe, inclusa la città di Minsk, e molti dei gruppi di Giovani pionieri russi sono stati nominati in suo onore.

Alla sua morte, si unirono alla resistenza altre coraggiose donne sovietiche in seguito onorate per il loro servizio, come Mariya Oktyabrskaya, Roza Shanina e Lepa Radić.

Zinaida Portnova: The Teenage Partisan Who Became A Soviet Hero During World War II

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Anarchia? Asineria da scolaro!

Asineria da scolaro! Una rivoluzione socialista radicale è legata a determinate condizioni storiche dello sviluppo economico;
Egli non comprende assolutamente nulla della rivoluzione sociale;

Alcuni ritengono che il marxismo e l’anarchismo abbiano gli stessi principi, che fra loro esistano soltanto dissensi tattici, cosicché, secondo costoro, è assolutamente impossibile contrapporre l’una all’altra queste due tendenze. Ma questo è un grave errore. Noi riteniamo che gli anarchici sono veri e propri nemici del marxismo.

Di conseguenza, riconosciamo pure che, contro veri e propri nemici, bisogna condurre una vera e propria lotta. Sta di fatto che marxismo e anarchismo sono fondati su principi completamente diversi, nonostante che entrambi si presentino sul terreno della lotta sotto la bandiera socialista. Pietra angolare dell’anarchismo è lindividuo, la cui liberazione sarebbe la condizione principale della liberazione della massa, della collettività. Secondo l’anarchismo, è impossibile la liberazione della massa finché non sarà liberato l’individuo; per cui la sua parola d’ordine è : «tutto per l’individuo». Pietra angolare del marxismo è invece la massa, la cui liberazione sarebbe la condizione principale della liberazione dell’individuo. Cioè, secondo il marxismo, la liberazione dell’individuo è impossibile finché non sarà liberata la massa; per cui la sua parola d’ordine è: «tutto per la massa». 

Lenin in Stato e Rivoluzione indicava 3 punti fondamenti per descrivere le differenze tra marxisti e anarchici:

1. I primi, pur ponendosi l’obiettivo della soppressione completa dello Stato, non lo ritengono realizzabile se non dopo la soppressione delle classi per opera della rivoluzione socialista, come risultato dell’instaurazione del socialismo che porta all’estinzione dello Stato; i secondi vogliono la completa soppressione dello Stato dall’oggi al domani, senza comprendere quali condizioni la rendano possibile;

2. I primi proclamano la necessità per il proletariato, dopo ch’esso avrà conquistato il potere politico, di distruggere completamente la vecchia macchina statale e di sostituirla con una nuova, che consiste nell’organizzazione degli operai armati, sul tipo della Comune; i secondi, pur reclamando la distruzione della macchina statale, si rappresentano in modo molto confuso con che cosa il proletariato la sostituirà e come utilizzerà il potere rivoluzionario; gli anarchici rinnegano persino qualsiasi utilizzazione del potere dello Stato da parte del proletariato rivoluzionario, la sua dittatura rivoluzionaria;

3. I primi vogliono che il proletariato si prepari alla rivoluzione utilizzando lo Stato moderno; gli anarchici sono di parere contrario.

La rivoluzione russa e gli anarchici

Dopo la presa del potere il ruolo dei soviet, l’economia era al collasso in molti settori e il giovane Stato sovietico aveva la necessità vitale di far funzionare l’industria.

Gli anarchici si opponevano alla pianificazione in nome della battaglia contro “il centralismo statalista”, riproponendo il modello fallimentare delle comuni indipendenti che sarebbe stato applicato, circa vent’anni più tardi, durante la guerra civile spagnola nella Catalogna.

In un paese arretrato come la Russia l’utilizzo degli specialisti, tecnici e ingegneri provenienti dal vecchio apparato dello Stato borghese era molto più che necessario. Lenin lo capì senza indugi.

Il dibattito su questa questione aveva un carattere assolutamente pratico ed era legato al rapporto tra socialismo nascente e la vecchia struttura del capitalismo russo. L’utilizzo degli specialisti non implicava nessun compromesso con la borghesia ma era vincolato all’arretratezza culturale della popolazione russa, oltre che al ritardo della rivoluzione nei paesi capitalisti avanzati.

Tutti i pregiudizi anarchici sullo Stato si fondevano in una visione immaginaria della costruzione del socialismo, in cui alle brillanti teorizzazioni sull’avvenire senza classi faceva da contraltare una organica incapacità di avanzare sul terreno concreto della lotta quotidiana.
Come ebbe modo di dire Lenin, “la maggioranza degli anarchici si preoccupa del futuro senza preoccuparsi di capire il presente”. Mentre il gruppo dirigente bolscevico, si poneva l’obiettivo di superare i limiti del contesto, i dirigenti anarchici, che trovavano eco anche in alcuni settori del Partito bolscevico, si abbassavano al livello degli scettici e dei settori più arretrati della società.

Come ricorda lo storico Carr: “Anche in questo caso, l’opinione diffusa era che l’esigenza dell’efficienza economica contrastasse con i principi dell’autogoverno non solo socialista ma democratico. Il problema degli specialisti metteva in causa la stessa dottrina e le stesse concezioni del partito. Essa rinfocolò l’apparente contrasto fra la concezione della distruzione del vecchio apparato amministrativo e dell’estinzione dello Stato e la necessità pratica, da Lenin affermata non meno vigorosamente di impossessarsi e di utilizzare l’apparato tecnico del centro economico e finanziario creato e lasciato in eredità dal capitalismo.”

Mentre gli anarchici gridavano al tradimento della rivoluzione terrorizzati dal fantasma dello Stato, Lenin aggiungeva: “Il socialismo è impossibile se non si utilizzano le conquiste della cultura e della tecnica raggiunte dal grande capitalismo”.

Il tradimento degli anarchici

La rivolta di Kronstadt negli anni è stata eretta a monumento della critica anarchica al bolscevismo.

Quasi cento anni dopo quegli avvenimenti non c’è una discussione in cui i seguaci di Bakunin non utilizzino Kronstadt per affermare che “l’avanguardia della rivoluzione è stata tradita e soffocata nel sangue dalla dittatura bolscevica”.

Non si può comprendere ciò che accadde alla flotta sul Baltico esclusivamente sulla base del complotto di qualche anarchico o di qualche bianco. Questa tesi la lasciamo alla Grande Enciclopedia Sovietica del 1953.

La crisi e l’ammutinamento dei marinai può essere compresa solo nell’ambito degli effetti della guerra civile e della miseria crescente. Durante lo scontro tra bianchi e rossi i contadini avevano scelto da che parte stare, tollerando le requisizioni forzate, ma ora che la guerra civile era finita non erano più disposti a sottostare a simili condizioni.

Lo stesso esercito di Machno aveva trovato la sua base sociale proprio su questo punto, ovvero nella contrarietà di un certo settore contadino al “comunismo di guerra”. Molti dei marinai in licenza avevano avuto modo di vedere con i loro occhi la fame che settori crescenti della società sovietica pativano. Avevano maturato l’idea che essendo ormai sconfitti i bianchi fosse necessario voltare pagina.

Non è casuale che il programma degli insorti di Kronstadt combinasse rivendicazioni “democratiche” come la rielezione immediata dei soviet a voto segreto, la libertà di parola, di stampa e di riunione, con rivendicazioni di carattere economico come la libertà di coltivare liberamente la terra per i contadini (senza l’uso di manodopera salariata). Come dirà lo storico P. Avrich questo programma era “un promemoria sulla politica generale del comunismo di guerra, la cui giustificazione, agli occhi dei marinai, e della popolazione in genere, era venuta a mancare”.

Gli stessi bolscevichi si rendevano conto della crescente esasperazione popolare dopo anni di privazioni e ne avevano discusso più volte già prima della rivolta. L’8 febbraio del 1921 Lenin aveva illustrato all’Ufficio politico un piano per superare il “comunismo di guerra” e il 24 dello stesso mese il Comitato centrale aveva iniziato uno studio da sottoporre al X congresso.

Pur in un simile contesto la tesi della sovrapposizione tra i marinai di Kronstadt, avanguardia della rivoluzione del 1917, e gli insorti del 1921 non trova un riscontro materiale.

In larghissima parte i quadri della guarnigione che erano stati gli eroi della rivoluzione d’ottobre nel 1921 non erano più nella fortezza. I compiti della guerra civile e dell’instaurazione del socialismo li avevano portati ad avere un ruolo di direzione nel paese ma non più a Kronstadt.

La maggioranza dei marinai erano giovani di estrazione contadina, per lo più provenienti dall’Ucraina, nella quale le armate anarchiche e antibolsceviche di Machno avevano avuto un sostegno significativo. Uno dei leader dell’insurrezione del 1921, Petriscenko, lo ricorda in una lettera del 31 maggio 1921 inviata al generale reazionario Vrangel: “La guarnigione di Kronstadt era costituita da tre quarti di nativi dell’Ucraina, da lungo tempo nemici dei bolscevichi, l’ultimo contingente era formato da nativi di Kuban, che prima avevano prestato servizio nell’esercito di Denikin (che combatté la rivoluzione nel sud della Russia fino al marzo 1920, Ndr)”.

Tra i capi degli insorti figuravano certamente elementi reazionari come l’ex generale bianco Kozlovskij e lo stesso Petriscenko che guidava il Comitato rivoluzionario provvisorio e che in esilio sostenne apertamente le posizione dei bianchi.

Al di là delle intenzioni degli insorti la reazione guardava con grande interesse alla rivolta, per farne una testa di ariete della controrivoluzione e restaurare il capitalismo in Russia.

I recenti studi dello storico P. Avrich hanno messo in luce un Memorandum sulla organizzazione di una rivolta a Kronstadt, redatto probabilmente all’inizio del 1921 che, basandosi su una rivolta che sarebbe dovuta iniziare nella primavera, avrebbe permesso, con l’aiuto del generale Vrangel, di una base logistica nella fortezza e con delle navi francesi, di iniziare una controffensiva sulla terra ferma con l’obiettivo di cancellare la repubblica dei soviet.

In queste circostanze, pur dopo aver tentato per alcuni giorni di convincere i marinai con le armi della propaganda, i bolscevichi furono costretti a soffocare rapidamente la ribellione, prima che i ghiacciai si sciogliessero rendendo la fortezza inespugnabile.

Molto si è parlato della repressione contro i marinai di Kronstadt. I piagnistei di certi commentatori anarchici descrivono gli insorti come una pacifica vittima sacrificale che perì inerme sotto i colpi della repressione rossa. Questa descrizione non risponde a come realmente si svolsero i fatti.

Le truppe bolsceviche che diedero l’assalto alla fortezza, alle quali si unirono anche 300 delegati provenienti dal X congresso, compresi quelli delle due opposizioni interne Centralismo democratico e Opposizione operaia, furono cannoneggiate costantemente dagli insorti. Dopo il primo assalto senza successo, il 16 marzo ebbe luogo un secondo assalto nel quale i rossi, che avanzavano sul ghiaccio protetti solo da un mantello bianco, subirono perdite durissime quantificabili in circa un quinto degli assalitori, ovvero circa 10mila morti.

“Le perdite dei ribelli furono ovviamente assai minori, e la maggior parte delle vittime furono dovute ai massacri perpetrati dai vincitori sopravvissuti all’assalto. 600 uccisi, più di 1000 feriti e 2.500 prigionieri. Più di 8.000 ammutinati, tra i quali Kozlovskij e Petriscenko, e la maggior parte dei capi dell’insurrezione, riuscirono a fuggire in Finlandia.”

Certamente gli eventi della repressione di Kronstadt sono drammatici ma nella loro tragica dinamica inevitabili.
Non troviamo una definizione migliore di quella che ha dato Pierre Brouè quando ha affermato: “Se nel 1917 i marinai erano stati il ferro di lancia della rivoluzione (…), ora, nel 1921, essi riflettevano tragicamente, tra i primi, la stanchezza profonda del popolo russo e il desiderio di farla finita con la miseria materiale”.

Dopo questa vicenda Lenin e il partito chiudevano la fase del “comunismo di guerra” e inauguravano la Nuova politica economica (Nep). Gli anarchici antibolscevichi hanno parlato di una terza rivoluzione repressa nel sangue da parte della dittatura bolscevica, ma la loro versione non regge alla prova dei fatti, come ha ammesso lo stesso storico dell’anarchismo Paul Avrich quando ha scritto: “Kronstadt presenta una situazione in cui lo storico può simpatizzare con i ribelli, ma ammettere che i bolscevichi non avevano torto ad affrontarli”.

Catalogna 1937 l’ennesimo tradimento, l’ennesimo fallimento

Un grande regista, Ken Loach, nel 1994 fa girò un film politicamente davvero brutto: Terra e libertà. L’inizio struggente non lascia prevedere che il racconto si sarebbe poi dipanato in un insopportabile ricorso ai peggiori luoghi comuni in merito al ruolo dei comunisti durante la Guerra civile spagnola: beceri stalinisti capaci solo di imporre le proprie direttive e quindi pronti a far fuori tutti coloro che non erano d’accordo. Anarchici e militanti del POUM, in primo luogo. E infatti nel film questi sono rappresentati come i “veri” rivoluzionari, buoni, generosi, romanticamente straccioni in contrapposizione ai bolscevichi sempre ben pasciuti e trucidi, e in lucide uniformi. Del resto questa è ormai una delle interpretazioni più diffuse sulla guerra civile spagnola: peccato che fra i repubblicani ci fossero quei feroci comunisti, ben diversa sarebbe stata la storia se nel fronte antifascista avessero prevalso gli anarchici, i trozkisti ed i comunisti non stalinisti.

Un’infantile vulgata, favorita anche da romanzi come “Omaggio alla Catalogna” di Orwell, che fa da macabro contrappunto a quella, cattolica, sul martirio di preti e suore barbaramente sterminati dai rossi. Longo, Vidali, Togliatti, i capofila italiani di questa banda di assassini… Certo, in Spagna durante la guerra civile vi furono scontri molto aspri fra i comunisti e gli anarchici (componente storica essenziale del repubblicanesimo iberico), e in numerose occasioni le armi della critica furono sostituite dalla critica delle armi: da ambo le parti, sia chiaro, anche se effettivamente i comunisti furono per certi versi assai più duri. Ma dipingere Berneri, Durruti, e tanti altri valorosi combattenti anarchici (oltre ai tanti militanti del POUM) come banali vittime della crudeltà stalinista è davvero un’operazione degna degli storici di regime.

Riportiamo però i fatti, traendo spunto da una pagina di Paolo Spriano: “il mese di maggio 1937 è uno dei più difficili e delicati per le sorti della repubblica spagnola, sia politicamente che militarmente. Dopo settimane di tensione, quando le autorità militari prendono una misura giudicata ingiusta dagli estremisti (il controllo della centrale telefonica, gelosamente tenuta dagi anarchici), il 3 maggio, scoppia la rivolta, organizzata dal POUM e da piccoli ma combattivi nuclei anarchici. Dopo qualche giorno, la rivolta fallisce (vi sono centinaia di morti) ma essa ha segnato un momento di crisi e di trapasso nella Spagna repubblicana. Centralizzazione e militarizzazione sono esigenze avvertite profondamente dal governo, mentre la difficoltà della situazione non ha fatto che accrescere il ribellismo e la tendenza autonomistica, forte nel POUM catalano. La mentalità tipica degli anarchici di base (sconfessati sia dalla CNT che dalle FAI) è esplosa nella ribellione. L’episodio viene considerato prima ancora che dai comunisti dai socialisti come segno di incoscienza.

Tra gli italiani, Nenni definisce la rivolta come “la più criminale delle insurrezioni”, come un “tentativo di pugnalare nella schiena la rivoluzione e la guerra”. Nel suo diario Nenni aggiungerà: “Accanto alle qualità degli anarchici nei combattimenti rivoluzionari di strada (la barricata romantica) sta la loro fondamentale incapacità di accettare la disciplina collettiva e militare, senza di che la vittoria non è possibile. Essi sono letteralmente paralizzati, nell’azione rivoluzionaria costruttiva, dai loro pregiudizi: pregiudizio antiautoritario, che impedisce loro di capire che la rivoluzione è quanto di più autoritario possa esistere…; pregiudizio antistatale che li porta a prendere posizione contro lo Stato in quanto tale, al di fuori del suo contenuto di classe… Buona parte degli anarchici non riuscì mai a superare la funesta convinzione di una sorta di sdoppiamento e di antagonismo tra la guerra e la rivoluzione… È fuori di dubbio che l’esistenza di un forte movimento anarchico ha reso più difficile il compito del Fronte popolare spagnolo. Vi furono momenti in cui l’atteggiamento degli anarchici rasentò la provocazione, per cadervi in pieno coi moti di Barcellona del maggio 1937.”

Il giudizio che dell’episodio dà Rosselli è più sfumato ma anch’egli non nasconde l’opinione che gli anarchici si siano posti in un circolo vizioso: “La frazione estrema dell’anarchismo si preoccupa più delle modalità della guerra che della guerra stessa. È esatto che ogni militarizzazione comporta dei rischi per un futuro, libero sviluppo della rivoluzione. Ma, a parte che la militarizzazione, col prolungarsi e l’aggravarsi della guerra, è una necessità imprescindibile, se si vuole ottenere la vittoria, come non vedere che ormai più gravi sono i rischi derivanti dall’infinito prolungarsi della guerra che contiene potenzialmente i germi di tutte le dittature? In altri parole: l’idea di fare la guerra secondo i canoni anarchici prevale su quella di vincerla rapidamente. Ora, questo è un controsenso. La guerra è il fenomeno più antianarchico che si possa immaginare. Condurre una guerra sulla base dei principii dell’anarchia equivale a non farla o ad eternarla.”

Nella repressione che fa seguito alla rivolta viene ucciso l’anarchico italiano Camillo Berneri, con il suo compagno Barbieri. Una fine tragica, particolarmente dolorosa per l’antifascismo italiano e un’indicazione, anche, dei metodi che la polizia segreta staliniana introdurrà poi largamente in Spagna. (Verrà prelevato e scomparirà Andrés Nin, il notissimo dirigente poumista. La caccia al trockista sarà uno dei capitoli neri della guerra civile spagnola, che contribuirà non poco ad avvelenare l’atmosfera nel campo repubblicano). Rosselli, in uno dei suoi ultimi scritti, dirà: “Certo l’URSS interviene al di là del giusto e del necessario in Spagna. Ma senza l’URSS esisterebbe ancora una Spagna repubblicana?” È un aspetto del dramma spagnolo.”

È pensabile, in una situazione di guerra, in cui cioè i fattori militari prevalgono su tutti gli altri, definire “borghese” l’esigenza di una forte catena di comando e di una disciplina ferrea? Ha un qualche significato rivoluzionario impegnare energie preziose in dibattiti teorici e in sperimentazioni sociali quando la priorità assoluta è quella di non far passare un nemico agguerrito e spietato? Barcellona sta per cadere nelle mani dei fascisti e gli anarchici pongono come prioritaria la questione della democrazia diretta? La libertà sta per essere definitivamente travolta e c’è invece chi insiste sulle alchimie ideologiche? Questo è il nodo fondamentale: i comunisti, che peraltro erano la componente politico-militare più solida (e che non erano arrivati in Spagna in wagon lit da Mosca, ma come volontari che si lasciavano alle spalle lavoro e affetti, esattamente come tutti gli altri “internazionali”, socialisti, anarchici, liberali, o senza partito che fossero), avevano ben chiaro che la lotta era disperata e che alle forze reazionarie occorreva opporre un fronte rivoluzionario e democratico ampio e compatto. Con ciò non si vuol certo dire che i comunisti fossero rivoluzionari esemplari, e tutti gli altri, anarchici e trozkisti in primis, fossero agenti controrivoluzionari: così come non ha senso rovesciare questa prospettiva settaria come ha fatto Loach. L’obiettivo di Stalin era favorire tale unione nazionale e democratica non certo per frenare una rivoluzione che non avrebbe potuto controllare, quanto piuttosto “per facilitare alla Repubblica l’aiuto dell’esitante governo francese e premere sul governo inglese per vincere la sua netta ostilità (l’elemento che sarà decisivo nel provocare l’isolamento e la caduta stessa della Repubblica)”.

Anarchia o socialismo?

Appunti sul libro di Bakunin “Stato e anarchia”

Stato e Rivoluzione

GLI ANARCHICI E L’OTTOBRE

I Maestri del socialismo

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Nome di battaglia: Stalin

La figura di Stalin, fu d’ispirazione per molti nostri partigiani durante la guerra di liberazione. Due di loro in particolare decisero di rendere omaggio all’uomo che si era caricato sulle proprie spalle le sorti del mondo e adottarono Stalin come nome di battaglia

Ermenegildo Della Bianchina

Il Partigiano Ermenegildo Della Bianchina, conosciuto dal popolo massese con il suo nome di battaglia “Stalin” era un piccolo grande uomo, leale, onesto, stimato e rispettato da tutti amici e avversari. Non aveva nemici, ha speso tutta la sua vita per la difesa dei valori della Libertà, della Democrazia e della Pace, della Memoria della Resistenza e della Costituzione. Fondatore e poi Presidente per molti anni della Sezione ANPi di Massa “Patrioti Apuani Linea Gotica”.
Gildo subito dopo l’8 Settembre, dopo aver fatto il militare con gli Alpini divisione Cunense e dopo aver partecipato alla guerra in Albania e Russia, fu tra i primi partigiani che sulle Alpi Apuane costituirono le prime formazioni di ribelli e bande partigiane. Ha combattuto nel gruppo divenuto poi Patrioti Apuani, prima comandato dall’eroico e valoroso partigiano Marcello Garosi Tito, caduto in combattimento e Medaglia d’Oro al Valor Militare e poi sotto il Comando di Pietro Del Giudice, con il quale aveva instaurato una profonda amicizia. Insieme a tanti altri partigiani ha partecipato a numerose azioni di sabotaggio contro i nazi fascisti.

Gildo da partigiano prese il nome di Stalin. Come avvenne lo raccontava più o meno così:
Ero intransigente sulla divisione delle cose da mangiare nella formazione, volevo parti uguali per tutti.
Un nostro capo invece voleva fare un po’ troppo il furbetto, io gli dissi che ero pronto a sparare per una ingiustizia così che non era piccola, forse puntai anche il mitra con minaccia, forse diedi anche una sventagliata in aria. Questi si ammutolì. Il giorno dopo vennero i comandanti della formazione. Sapevo che ero come sotto processo, ero stato insubordinato, e nei partigiani non si scherzava su queste cose. Io spiegai cosa era successo e Vico (un nostro comandante militare) mi diede una pacca sulle spalle e mi disse: “Sei come Stalin”.
Io gli risposi che non conoscevo questo Stalin. Mi spiegarono chi era, ed io allora risposi: “Se Stalin in Russia si comporta come me qua, allora sta facendo il vero socialismo”. Il nome di Stalin mi rimase così addosso.

Dopo la guerra insieme a Pietro Del Giudice, a Gianardi “Vico”, Angelotti “Contegio”, Antonini “Andrea”, Brucellaria “Memo”. Bertolini, Vinci Nicoddemi Briglia “Sergio” e tanti altri aveva costituito e fondato la sezione ANPI. E’ stato per molti anni un popolare amministratore, Consigliere Comunale e poi Assessore del Comune di Massa per il Partito Socialista, ed anche Sindacalista e operaio della Dalmine.

Mario Campana

Mario Campana residente a San Polo di Torrile, classe 1925, fu partigiano delle Sap (Squadre d’azione patriottiche) nel battaglione Bassa parmense. Il gruppo si era formato a San Polo di Torrile dietro l’impulso di Tranquillo Pezzali e faceva capo al comandante Otello Neva che da Parma dava le direttive e partecipava alle riunioni clandestine nella Bassa; riunioni che si tenevano spesso di notte nei campi. Principali obiettivi del battaglione erano il sabotaggio dei rifornimenti e degli automezzi tedeschi e la propaganda a favore della lotta di Liberazione, nonché l’assalto alla caserma della Brigata nera di Casale di Mezzani. Mario aderì nel 1944, all’età di 19 anni.

Un episodio può far capire qual era la situazione il 26 aprile 1945 quando, a guerra ormai finita e con molte città già liberate, nelle zone della Bassa parmense si combatteva ancora con i tedeschi, in ritirata verso nord, che cercavano di oltrepassare il fiume Po.
Quel giorno Mario insieme ad altri suoi compagni partigiani (Silvio Fochi, Ferrarini Renzo, i fratelli Piccinini, Maini e altri) avevano avuto il compito di arrestare dei soldati tedeschi e di portarli al Comando americano a Colorno. Requisito un camion tedesco a cassone scoperto, caricarono i prigionieri e iniziarono il trasferimento. Durante il transito, alcuni aerei americani, visto il mezzo tedesco, iniziarono la picchiata per distruggerlo. Mario, salito sulla capotte, iniziò a sventolare una bandiera rossa per farsi riconoscere; finalmente gli americani capirono e dopo varie picchiate si allontanarono senza mitragliare. Durante il viaggio – che proseguì verso Colorno per consegnare i prigionieri agli americani – un soldato tedesco, forse per paura, offrì il proprio orologio a Mario che lo rifiutò. Al ritorno percorsero la strada che fiancheggia il canale Naviglio e, ormai arrivati a casa a Gainago di Torrile, decisero di portare il camion in mezzo ai campi (in località Beldesinare) per non rischiare nuovi attacchi da chicchessia ma, durante il breve tragitto, in una casa di campagna posta a circa 200 dalla strada vennero sorpresi da spari e raffiche. Nella notte, infatti, in quella casa si erano rifugiati 72 tedeschi per cercare di rifocillarsi (tanto che, dopo la mungitura delle mucche di prima mattina, bevvero tutto il latte prodotto) e, alla vista dei partigiani, si appostarono alle finestre e iniziarono a sparare.

Iniziò un breve ma intenso combattimento nel quale Mario restò ferito da un colpo alla gola, poi da una raffica all’emitorace e al braccio destro, cadendo nel fossato adiacente la strada. Secondo la testimonianza della famiglia Rolli, contadini sfollati in quella casa, i tedeschi vistisi scoperti, e forse con la paura di essere attaccati da un più nutrito gruppo partigiano, uscirono dalla casa e si incamminarono verso il Po. I signori Rolli dalla finestra contarono 72 soldati armati per i campi verso Colorno. Solo dopo la fuga degli invasori, i partigiani recuperarono i due compagni feriti, Renzo Ferrarini e Mario, il più grave, che fu trasportato all’ospedale di Colorno. I medici però non videro per lui possibilità di cura e quindi fu portato all’ospedale di Parma sopra un camion militare. La fortuna volle che si salvò e, dopo un lungo periodo di riabilitazione a Salsomaggiore presso il centro “La casa del bambino”, tornò a casa pur rimanendo invalido di guerra. Venne poi congedato con il grado di sottotenente.

Nel dopoguerra Mario divenne grande amico di Attilio Gombia “Ascanio”, comandante partigiano delle tre Venezie, medaglia d’argento al valor militare e aderì all’Anpi formando la sezione di Torrile che ha seguito fino al 2010 come segretario. Nel 1964 entrò nel consiglio direttivo dell’ANMIG (Ass. nazionale mutilati e invalidi di guerra) sez. di Parma.

Mario Capanna, Partigiano Stalin

Anpi Massa

stachanovblog.org

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Documenti della CIA confermano: Stalin non era un dittatore

Nella vulgata comune siamo abituati a sentir parlare di Stalin come di uno spietato dittatore che avrebbe piegato al suo volere l’intera Unione Sovietica. In ambito storico, ma anche letterario e cinematografico, questa narrazione viene proposta come la più attinente alla realtà dei fatti. A contestare questa visione arriva però nel 2008 un documento declassificato della CIA degli anni ’50 molto interessante: si tratta di un’analisi che smentisce nettamente l’idea che si possa parlare dell’URSS come di una dittatura personale esercitata autocraticamente da Stalin.

La data precisa del documento è 2 marzo 1955: siamo cioè nel delicato “interregno” che segue la morte di Stalin (5 marzo 1953) e precede il fatidico XX Congresso del PCUS (14-26 febbraio 1956) che sancirà la leadership di Chruscev e la conseguente “destalinizzazione”, da lui lanciata in solitaria, senza essersi consultato con il resto del partito. Siamo insomma nel periodo in cui secondo diversi storici si svilupperebbe quella “leadership collettiva” che a loro detta segnerebbe uno stacco netto rispetto al periodo precedente, caratterizzato dalla leadership solitaria di Stalin, affermatasi secondo i più nel corso degli anni ’30.

I punti più significativi del testo sono il 1° e il 4°. Il primo è abbastanza esplicito nell’affermare quanto già riassunto sopra:

«Anche ai tempi di Stalin c’era una leadership collettiva. L’idea occidentale di un dittatore all’interno della struttura comunista è esagerata. I malintesi su questo argomento sono causati dalla mancanza di comprensione della reale natura e organizzazione della struttura di potere comunista. Stalin, sebbene detenga ampi poteri, era semplicemente il capitano di una squadra e sembra ovvio che Chruscev sarà il nuovo capitano. Tuttavia, non sembra che nessuno degli attuali leader raggiungerà la statura di Lenin e Stalin, quindi sarà più sicuro presumere che gli sviluppi a Mosca saranno sulla falsariga di quella che viene chiamata leadership collettiva, a meno che le politiche occidentali non forzino i sovietici a snellire la loro organizzazione di potere. La situazione attuale è la più favorevole dal punto di vista dello sconvolgimento della dittatura comunista dalla morte di Stalin».

È interessante nel testo il giudizio di valore riguardante Stalin, accostato a Lenin, in netto contrasto con la nuova dirigenza, non giudicata all’altezza dei predecessori. Si creano così le condizioni adeguate per incrinare dall’interno le fondamenta politiche del potere sovietico. A tal riguardo è ancora più significativo il punto 4:

«Dalla morte di Stalin e dal colpo inferto al potere della polizia segreta, la situazione interna sovietica è stata in movimento. Il nuovo assetto sovietico ha bisogno di tempo per il consolidamento. La lotta tra gli elementi di mentalità nazionale “titoista” nella leadership sovietica e coloro che pensano in termini di linea internazionale più ortodossa è ancora in corso».

Gli elementi “nazional-titoisti”, che risulteranno infine vincenti, sono quelli riconducibili allo stesso Chruscev e ai suoi simpatizzanti. Gli “ortodossi” sono invece la vecchia guardia leninista, che cercheranno non a caso di rovesciare Chruscev nel 1957, scontrandosi con l’opposizione di Zukov (esercito) e di una parte significativa dello stesso gruppo dirigente sovietico. La definizione di “titoista” dipende dal fatto che Chruscev approderà di lì a poco non solo a denunciare il fenomeno dello “stalinismo” con un documento pieno zeppo di falsità e distorsioni (come accertato da studiosi del calibro di Domenico Losurdo e Grover Furr), ma anche a stravolgere la politica estera ed interna sovietica: verrà sciolto il COMINFORM, riallacciato il rapporto con la Jugoslavia, sostituiti la quasi totalità dei dirigenti politici delle repubbliche popolari dell’Est Europa, portando al potere personaggi come Gomulka in Polonia e Kádár (dopo la parentesi non casuale di Imre Nagy) in Ungheria; inizieranno poi le tensioni che giungeranno alla vera e propria spaccatura, non più ricomposta, con la Cina maoista, per approdare ad una politica di “coesistenza pacifica” giudicata da uno studioso militante come Gossweiler un aperto tradimento dell’internazionalismo proletario. Sul fronte interno sarà sempre sotto Chruscev che si avvierà un ripensamento della pianificazione centralizzata, attraverso l’apertura ad una logica di decentramento decisionale e una serie di errati investimenti in ambito industriale e agricolo, diventando le basi della “stagnazione” degli anni ’70.

Per la CIA Stalin non era un dittatore

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Il museo di Stalin

Quando mori Iosif Stalin alcuni dirigenti del comitato centrale pensarono di dedicargli un museo, con gli oggetti che più lo avevano caratterizzato durante la sua vita.

E qui nacque il problema. Stalin non aveva una casa di proprietà, non aveva una macchina, non possedeva terreni, sulla sua scrivania trovarono decine di buste impolverate contenenti stipendi mai utilizzati, leggendo molti documenti presenti si resero conto che la maggior parte dei soldi che Stalin guadagnava erano destinati ad alleviare le sofferenze dei russi bisognosi che gli scrivevano per chiedergli un sostegno, all’oscuro del comitato centrale contribuiva economicamente alle spese che i comunisti e gli operai all’estero dovevano affrontare nella loro lotta quotidiana contro il capitale, con loro grandissimo stupore si resero conto che il suo stipendio era il più basso dell’intero comitato centrale e non superava lo stipendio medio di un’operaio sovietico.

Nonostante il giornale Time lo abbia inserito tra gli uomini più ricchi di tutti i tempi Stalin, le uniche cose di cui era in possesso erano un cappotto, un paio di stivali e una pipa. 
Stalin lavorava in media dalle 16 alle 20 ore al giorno, spesso obbligando anche i suoi dipendenti più stretti ed i membri del partito a svolgere orari improponibili e durissimi. La difesa del socialismo necessitava di una lotta costante e senza tregua.
Stalin rimarrà per sempre uno dei pochi grandi leader politici che abbia fatto tutto per il proprio popolo senza chiedere mai nulla in cambio se non uno stipendio pari a quello di un operaio. Questo è uno dei motivi per cui la borghesia si è tanto accanita su di lui, facendo passare come un pazzo sanguinario e psicolabile un uomo che come tutti ha fatto i suoi sbagli, ma di cui non si può mettere in discussione l’integrità morale e nel complesso la giustezza della direzione politica offerta all’URSS, trasformata da paese agricolo e arretrato in una potenza mondiale in grado di sostenere tutti i movimenti antimperialisti e anticolonialisti del mondo.
Per approfondire il totale disinteresse per il denaro di Stalin raccontiamo un aneddoto molto significativo

Konstantin Konstantinovič Rokossovskij nel 1917, allo scoppio della rivoluzione, attratto dal carisma rivoluzionario di Stalin e di Lenin, aderisce al movimento rivoluzionario entrando nell’Armata Rossa e raggiungendo il grado di Generale.

Soprannominato “Il martello degli unni”, comandò le Armate del Fronte del Don che distrussero le truppe naziste dopo averle accerchiate nella sacca di Stalingrado.

Nell’immediato dopoguerra, celebrato in tutto il mondo per il suo accume militare, per il suo straordinario coraggio e per la sua genialità strategica, Rokossovskij decise di farsi costruire una grandiosa dacia alle porte di Mosca.

Una volta terminati i lavori invitò per l’inaugurazione tutto il Politburò e tutto lo Stato Maggiore dell’Armata Rossa. Venne anche il Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Josef Stalin. La festa andò avanti tutta la notte. Si cantarono canzoni rivoluzionarie, si ricordarono i fatti della guerra, si raccontarono una moltitudine di aneddoti personali e politici. Arrivato il momento di congedarsi, Stalin inaspettatamente prese parola e disse:

“Volevo fare vivi complimenti al mio vecchio compagno Rokossovskij per questa gigantesca e lussuosa dacia, questa imponente e meravigliosa abitazione in cui ci troviamo. Egli sa benissimo che i dirigenti rivoluzionari come lui, temprati nel fuoco della lotta, possono benissimo alloggiare in uno dei tanti alloggi popolari che il potere sovietico mette gratuitamente a disposizione dei propri figli. Desidero dunque ringraziarlo per questa ampia, spaziosa e bella casa che ha costruito per gli orfani e i bambini russi.”

Nello stesso giorno la dacia fu popolata dagli orfani di guerra, divenendo una delle strutture più avanzate ed accoglienti di Mosca.

IL TOTALE DISINTERESSE PER IL DENARO

L’orfanotrofio di Stalin

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Ordine 227: Non un passo indietro!

Il commissario politico sovietico Oleksij Jeremenko in battaglia sul Fronte orientale, seconda guerra mondiale

Ordine n.227

dal Commissario del Popolo della Difesa dell’U.R.S.S.

Mosca, 28 luglio 1942

Il nemico presta sempre più e più risorse al fronte e senza badare alle perdite avanza, penetra più profondamente nell’Unione Sovietica, cattura nuove aree, devasta e saccheggia le nostre città e i nostri villaggi, violenta, uccide e deruba il popolo sovietico. Il combattimento prosegue nell’area di Voronezh, sul Don, nella Russia meridionale, alle porte del Nord Caucaso. Gli invasori tedeschi stanno dirigendosi verso Stalingrado, verso il Volga, e vogliono prendere ad ogni costo Kuban e il Nord Caucaso con il loro petrolio e il loro cibo. Il nemico ha già catturato Voroshilovgrad, Starobelsk, Rossosh, Kupyansk, Valuiki, Novocherkassk, Rostov sul Don, metà di Voronezh. Alcune unità del fronte Sud, seguendo gli allarmisti, hanno abbandonato Rostov e Novocherkassk senza una vera resistenza e senza ordine da Mosca, ricoprendo così le loro bandiere di vergogna.

I popoli del nostro paese, che considerano l’Esercito Rosso con amore e rispetto, stanno iniziando ora ad essere delusi da esso, perdono fede nell’Esercito Rosso, e molti di loro maledicono l’Esercito per la sua fuga a est e per aver lasciato la popolazione sotto il giogo tedesco. Al fronte alcune persone poco saggie confortano loro stesse con l’argomentazione che possiamo continuare la ritirata verso est, poiché abbiamo vasti territori, molta terra, una grande popolazione e avremo sempre abbondanza di cibo. Con questi argomenti provano a giustificare il loro vergognoso comportamento al fronte. Ma tutti questi argomenti sono completamente falsi e ingannevoli e aiutano i nostri nemici.

Ogni comandante, ogni soldato e commissario politico deve comprendere che le nostre risorse non sono infinite. Il territorio dell’Unione Sovietica non è deserto, bensì abitato dal popolo – lavoratori, contadini, intellettuali, i nostri padri e madri, mogli, fratelli, bambini. I territori che sono stati occupati dal nemico e quelli che il nemico brama di catturare sono cibo e altre risorse per l’esercito e i civili, ferro e carburante per le industrie, le fabbrice e gli impianti che riforniscono la macchina militare con attrezzature e munizioni; sono anche ferrovie. Con la perdita di Ucraina, Bielorussia, del Baltico, del bacino del Donetsk e altre aree noi abbiamo perso vasti territori, questo significa che abbiamo perso molte persone, cibo, metalli, fabbriche, e impianti. Noi non abbiamo più la superiorità sul nemico nelle risorse umane e nelle forniture di cibo. Continuare la ritirata significa distruggere noi stessi e anche la nostra Madrepatria. Ogni nuovo pezzo di territorio che lasceremo al nemico rafforzerà il nemico e indebolirà noi stessi, le nostre difese e la nostra Madrepatria.

Ecco perchè dobbiamo estirpare le conversazioni in cui si afferma che noi possiamo ritirarci all’infinito, che abbiamo moltissimo territorio a disposizione, che il nostro paese è grande e ricco, che abbiamo molta popolazione e che avremo sempre abbastanza pane. Questi discorsi sono falsi e dannosi, poichè ci indeboliscono e rafforzano il nemico, per cui se non fermiamo la ritirata noi resteremo senza pane, senza carburante, senza metalli, senza materie prime, senza fabbriche e centrali, senza ferrovie.

La conclusione è che è tempo di smettere di ritirarsi. Non un passo indietro! Questo dovrà essere il nostro motto d’ora in poi. Dobbiamo proteggere ogni punto di forza, ogni metro di suolo sovietico ostinatamente, fino all’ultima goccia di sangue, stringere ogni pezzo della nostra terra e difenderla il più a lungo possibile. La nostra Madrepatria sta attraversando tempi difficili. Dobbiamo fermarci e poi contrattaccare e distruggere il nemico. A qualunque costo. I tedeschi non sono così forti come dicono coloro che si son fatti prendere dal panico. Stanno spingendo le loro forze al limite. Resistere ai loro colpi adesso significa assicurarsi la vittoria nel futuro.

Possiamo fermarci e far ritirare il nemico verso occidente? Si, possiamo farlo, poiché i nostri impianti e fabbriche nelle retrovie stanno lavorando perfettamente e stanno rifornendo il nostro esercito con sempre più carrarmati, aeroplani, artiglieria e mortai.

Allora cosa ci manca? Ci mancano ordine e disciplina nelle compagnie, nei reggimenti e divisioni, nelle unità corazzate, negli squadroni delle Forze Aeree. Questo è il nostro maggiore svantaggio. Dobbiamo introdurre il più severo ordine e una forte disciplina nel nostro esercito se vogliamo ribaltare la situazione e difendere la nostra Madrepatria.

Non possiamo tollerare più a lungo comandanti, commissari, e commissari politici, le cui unità smettono di combattere a loro piacimento. Non possiamo più tollerare che comandanti, commissari, e commissari politici permettano a innumerevoli codardi di fuggire dal campo di battaglia, che coloro che diffondono il panico portino via altri soldati nella loro ritirata e aprano la strada al nemico. Coloro che diffondono il panico e i codardi dovranno essere uccisi sul posto.

D’ora in poi la legge ferrea della disciplina per ogni ufficiale, soldato e commissario politico dovrà essere: Non un singolo passo indietro senza un ordine dal più alto comando. Comandanti di compagnie, battaglioni, reggimenti e divisioni, così come i commissari e i commissari politici dei corrispondenti ranghi che si ritirano senza ordine dall’alto sono dei traditori della Madrepatria. Dovranno essere trattati come traditori della Madrepatria. Questa è la chiamata della nostra Madrepatria. Adempiere a questo ordine significa difendere il nostro paese, salvare la nostra Patria, distruggere e sconfiggere l’odiato nemico.

Dopo la loro ritirata invernale sotto la pressione dell’Esercito Rosso, quando il morale e la disciplina sono scemati nelle truppe tedesche, i Tedeschi hanno risposto con rigide misure che li hanno condotti a dei risultati ragguardevoli. Hanno costituito 100 compagnie penali composte da soldati che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità; le hanno dispiegate nelle più pericolose sezioni del fronte e hanno ordinato loro di redimere i loro peccati con il sangue. Inoltre, hanno costituito all’incirca dieci battaglioni penali composti da ufficiali che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità, li hanno privati delle loro decorazioni e li hanno posti in ancor più pericolose sezioni del fronte e hanno ordinato loro di riscattare i loro peccati con il sangue.
E infine, i Tedeschi hanno costituito unità speciali di guardia e le hanno schierate dietro le divisioni instabili e hanno loro ordinato di giustiziare sul posto chiunque avesse diffuso il panico lasciando le proprie posizioni difensive senza ordine o provando ad arrendersi. Evidentemente queste misure sono state efficaci, e ora le truppe tedesche combattono meglio di quanto facessero durante l’inverno. Quello che possiamo vedere è che le truppe tedesche hanno una buona disciplina, benché essi non abbiano una missione elevata quale proteggere la Madrepatria bensì un solo obiettivo – conquistare una terra straniera. Le nostre truppe, benché abbiano come loro missione la difesa della loro Patria profanata, non hanno disciplina e per questo subiscono la sconfitta.

Non dovremmo noi imparare questa lezione dal nostro nemico, come nel passato i nostri antenati impararono dai loro nemici per poi sconfiggerli? Credo che noi dovremmo farlo.

IL COMANDO SUPREMO DELL’ESERCITO ROSSO ORDINA CHE:

1. I Consigli Militari dei fronti e prima di tutto i comandanti al fronte dovranno:
a) In tutte le circostanze estirpare decisivamente nelle truppe l’attitudine alla ritirata e con mano ferrea prevenire la propaganda che afferma che possiamo e dovremmo continuare a ritirarci verso est, e che questa ritirata non sarà per noi dannosa;
b) In tutte le circostanze rimuovere dai loro incarichi e inviare allo Stavka [Comando generale delle Forze Armate dell’URSS] per il giudizio alla corte marziale quei comandanti dell’esercito che permettono alle loro truppe la ritirata a proprio piacimento, senza autorizzazione dal comando del fronte;
c) Costituire all’interno di ogni fronte da 1 a 3 (a seconda della situazione) battaglioni penali (da 800 effettivi), dove comandanti, comandanti superiori e commissari politici che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità, dovranno essere inviati. Questi battaglioni dovranno essere impiegati nelle più difficili sezioni del fronte, dando così ad essi l’opportunità di riscattare i loro crimini contro la Madrepatria con il sangue.

2. I Consigli Militari delle armate e prima di tutto i comandanti d’armata dovranno:
a) In tutte le circostanze rimuovere dai loro incarichi comandanti e commissari d’armata e dei corpi, che hanno permesso alle loro truppe la ritirata a proprio piacimento senza l’autorizzazione dal comando d’armata, e inviarli ai Consigli Militari del Fronte per la corte marziale;
b) Costituire dalle 3 alle 5 unità [zagradotryad] di guardia ben armate, impiegarle dietro le divisioni instabili e ordinar loro di giustiziare sul posto i diffusori di panico e i codardi qualora si verifichi una ritirata caotica in preda al panico, dando così ai soldati leali la possibilità di compiere il proprio dovere davanti alla Madrepatria;
c) Costituire dalle 5 alle 10 (a seconda della situazione) compagnie penali, nelle quali dovranno essere inviati i soldati e i sottoufficiali che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità. Queste unità dovranno essere dispiegate nei più difficili settori del fronte, dando così ai loro soldati una possibilità di redimere i loro crimini contro la Madrepatria con il sangue.

3. Comandanti e commissari di corpi e divisioni dovranno:
a) In tutte le circostanze rimuovere dai loro uffici comandanti e commissari di reggimento e battaglione che hanno permesso alle loro truppe la ritirata a proprio piacimento senza l’autorizzazione dal comando divisionale o dei corpi, privarli delle loro decorazioni militari e inviarli ai Consigli Militari del Fronte per la corte marziale;
b) Fornire tutto il supporto e l’aiuto possibile alle unità di guardia (di sbarramento) [zagradotryad] dell’esercito nel loro lavoro di rafforzamento della disciplina e dell’ordine nelle unità.

Questo ordine dovrà essere letto ad alta voce in tutte le compagnie, truppe, batterie, squadroni, gruppi e stati maggiori.

Il Commissario del Popolo della Difesa dell’U.R.S.S.JOSIF STALIN

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Il piano impensabile

Nel precedente articolo abbiamo mostrato come Inghilterra, Franca e Polonia il 15 agosto 1939, una settimana prima della firma del Patto Molotov-Ribbentrop , rifiutarono l’invio di 1 milione di soldati sovietici contro la Germania nazista, le forze imperialiste fino all’ultimo sperarono che la furia nazista si scatenasse contro l’Unione Sovietica. Con la sconfitta del nazismo, costato 23 milioni di vittime sovietiche, non terminò l’odio di queste forze contro l’Unione Sovietica e in questo contesto nel 1945 con il Piano Impensabile si sfiorò la Terza Guerra Mondiale.

In premessa, un paio di osservazioni. Igor Šiškin, storico, vice direttore dell’Istituto per i paesi della CSI, da tempo parla delle crisi e dei conflitti mondiali dei decenni passati, come risultato della politica britannica. Anche analizzando i presupposti della Seconda guerra mondiale, Šiškin mostra come gli anglosassoni avessero preparato i tedeschi alla marcia verso oriente, come intendessero utilizzare la Germania nazista per risolvere la questione che, dal 1917, terrorizzava il mondo liberale: l’esistenza dello Stato sovietico. Con questo intervento, egli inquadra anche il piano “Unthinkable” [Impensabile] in tale costante britannica.

Come scriveva anni fa un altro storico russo, Jaroslav Butakov, il piano Impensabile fissava l’attacco “alleato” all’URSS per il 1 luglio 1945 e prevedeva di liberare Polonia e DDR con forze USA, britanniche, polacche e tedesche. Il totale delle forze alleate in Europa era di 64 divisioni americane, 35 britanniche, 4 polacche e 10 tedesche; ma, di fatto, gli alleati potevano mobilitare al massimo 103 divisioni, di cui 23 corazzate, contro 264 divisioni sovietiche, di cui 36 corazzate.

L’operazione “Impensabile”, messa a punto su ordine di Churchill, prevedeva un attacco di sorpresa delle forze anglo-americane, con la partecipazione anche di divisioni tedesche arresesi sul fronte occidentale, ma non disarmate. La consolidata percezione di tale operazione è appunto di qualcosa di “impensabile”.
Il punto di vista standard è stato espresso con molta precisione dallo storico americano Michael Peck, su The National Interest: “Si sarebbe potuto escogitare un obiettivo più inaudito in quel momento: far scatenare alla Gran Bretagna, esausta e straziata da due guerre mondiali, una guerra preventiva per sconfiggere il colosso sovietico? Quel piano era stato messo a punto, o scambiando un desiderio per realtà, o per pura disperazione.
L’operazione “Impensabile” era davvero impensabile. Ci sono tuttavia tutti i motivi per sostenere che, in questa faccenda, di strano ci fosse solo il nome: “Impensabile”. Il tentativo di Churchill di provocare una guerra sovietico-americana immediatamente dopo la vittoria sulla Germania era tutt’altro che “inconcepibile”, e il mondo, nel maggio-giugno 1945, venne davvero a trovarsi a un passo dalla Terza Guerra Mondiale

Essa non scoppiò non perché fosse “impensabile”, ma perché il Cremlino si fece trovar pronto a un tale sviluppo degli eventi. Citerò tre esempi, che confermano come non ci fosse nulla di “inconcepibile” in quella iniziativa di Churchill. L’idea di utilizzare le truppe della Germania sconfitta contro la Russia, non era un “know-how” del 1945. Churchill aveva tentato di realizzare quella stessa idea subito dopo la fine della Prima guerra mondiale:

Sottomettere al proprio potere l’ex Impero russo non è solo una questione di spedizioni militari, ma è una questione di POLITICA mondiale, noi possiamo conquistare la Russia solo con l’aiuto della Germania.

Winston Churchill

Secondo esempio. Alla fine della conferenza di Teheran, due anni prima di “Impensabile”, quando l’Impero britannico stava velocemente perdendo influenza e l’ordine mondiale post-bellico stava per esser determinato da due centri di forza – USA e URSS – Churchill aveva dichiarato che, dopo la guerra con la Germania, “può svilupparsi un’altra guerra ancor più sanguinosa”.

Terzo esempio. Il Primo ministro britannico, Lloyd George, avendo avuto notizia della rivoluzione di febbraio [nel 1917] e della caduta dell’Impero russo (in quel momento, alleato della Gran Bretagna nell’Intesa) aveva esclamato esultante: “Uno dei principali obiettivi della guerra è stato raggiunto!”.

Per un adeguato intendimento dell’operazione “Impensabile”, è necessario tener conto di alcuni fattori.
1. La Seconda guerra mondiale non era stata una guerra di tutta l’umanità progressista contro la “peste bruna”, il che avrebbe reso automaticamente inconcepibile l’unione con le forze del male contro un proprio alleato del campo delle forze del bene. Essa, così come la Prima, era stata generata dalla lotta delle grandi potenze occidentali per l’egemonia, per il potere, la finanza, le risorse. L’unica differenza della Seconda guerra consisteva nel fatto che, per tutti i suoi organizzatori (Inghilterra, USA, Germania) uno degli obiettivi era la distruzione dell’URSS.

2. Il piano per l’operazione “Impensabile” venne compilato su ordine diretto del Primo ministro dell’Impero britannico; dunque, deve esser valutato esclusivamente nel sistema di coordinate geopolitico.

3. Churchill era uno dei politici più in vista della Gran Bretagna e non una fanciulla esaltata, portata a comporre progetti inconcepibili. Il suo obiettivo principale, nel corso di tutta la guerra, era stato la salvezza dell’Impero britannico

4. Fino alla metà del secolo scorso, l’Inghilterra non era un’isoletta accogliente e ben curata, su cui aspirano a vivere i nuovi ricchi di ogni angolo della Terra. Secondo i risultati della Prima guerra mondiale, 1/5 di ogni kmq della terra era controllato dalla “dominatrice dei mari” e ¼ degli abitanti del pianeta le pagava tributi.

5.Il principio fondamentale della politica estera britannica, immutato nei secoli: “L’Inghilterra non ha né alleati eterni, né nemici permanenti; eterni e permanenti sono solo i propri interessi”. partire dal XVI secolo, si sviluppò il “marchio di fabbrica” inglese: combattere con mani altrui, facendo scontrare i nemici l’uno con l’altro.
A chi, nei secoli, non è toccato di dover svolgere la funzione di “spada britannica nel continente”? La vittoria nelle guerre napoleoniche, raggiunta principalmente con sangue altrui, soprattutto russo, aveva reso l’Inghilterra indiscussa egemone europea… [ma] sulla strada degli eterni e permanenti interessi britannici venne a trovarsi l’Impero russo…Gli eterni interessi britannici.

La Prima guerra mondiale, provocata dall’Impero britannico, sembrava aver rimosso tutti gli ostacoli alla realizzazione dei suoi interessi eterni e permanenti. L’Impero tedesco era sconfitto, gli Imperi austro-ungarico e ottomano distrutti, la Francia esangue, caos e guerra civile nell’ex Impero russo. Tuttavia, Londra dovette nuovamente scoprire che non esiste “bene” senza “male”. La Prima guerra mondiale aveva portato nella lotta per l’egemonia un nuovo predatore: gli Stati Uniti d’America. Per di più, questo giovane predatore era riuscito ad arricchirsi favolosamente con la guerra e diventare l’economia leader del mondo.
Per la prima volta da vari secoli, non furono gli inglesi a trarre profitto dalla carneficina da loro organizzata, ma qualcun altro. Come non bastasse, l’Impero russo si trasformò nella Russia Sovietica e divenne, da ostacolo sulla via del dominio mondiale, un’aperta minaccia all’esistenza stessa dell’Impero britannico.
Lo slogan dei conservatori inglesi – “Affinché viva la Gran Bretagna, il bolscevismo deve scomparire”, non era paranoia, era realismo. Ma, né la geografia, né i mezzi bellici dell’epoca, consentivano di provocare, secondo uno sperimentato algoritmo, due dei suoi nuovi nemici mortali, Unione Sovietica e America, a farsi guerra a vicenda (come le era riuscito con Impero russo e Secondo Reich). E, d’altronde, l’Impero britannico non era nemmeno in grado di distruggerli da solo.
La risposta britannica alla nuova sfida fu la rianimazione artificiale della Germania sconfitta, la politica di “appeasement”, volta a organizzare una nuova grande guerra in Europa. L’Unione Sovietica e il Terzo Reich dovevano frantumare l’un l’altra le proprie forze e la Francia adempiere alla funzione di “spada britannica sul continente”, che trafigge il vincitore, esausto, della guerra sovietico-tedesca. La Gran Bretagna, avrebbe così ottenuto gli allori di salvatrice della civiltà dal bolscevismo, messo sotto controllo il potenziale industriale europeo e le risorse russe. Le pretese americane all’egemonia venivano “annullate”. Un’avventura? Indubbiamente. Ma era l’unica chance di salvezza dell’Impero britannico.

Con il Patto Molotov-Ribbentrop, Stalin aveva però fatto deragliare lo scenario inglese della Seconda guerra mondiale. Di fatto, era la condanna a morte dell’Impero britannico. Dopo la sconfitta della Francia, rimanevano a Londra solo due opzioni, nessuna delle quali poteva salvare l’Impero. Nella prima, allearsi alla Germania, prima contro l’URSS, e poi contro l’America e, in caso di vittoria, venir divorata dai tedeschi come dessert. Nella seconda opzione, allearsi a URSS e USA contro la Germania e, dopo la vittoria, essere ugualmente divorata per dessert dall’America. Tra le élite britanniche, aveva avuto la meglio la seconda variante di realizzazione degli eterni e permanenti interessi inglesi .Quanto aspra sia stata la disputa “dei bulldog sotto il tappeto” lo testimonia il “caso Hess”. Il motivo della scelta della seconda variante non era ovviamente l’odio per il nazismo. Il motivo era dato dalla possibilità, per quanto infinitamente piccola, per l’Impero britannico di sopravvivere, o almeno di esser liquidato con perdite minime per la metropoli. Più precisamente, esistevano due micro-chance.

Prima micro-chance: nella guerra, l’URSS si dissangua e consegue una vittoria di Pirro; l’America, impegnata nella guerra col Giappone, è costretta a lasciare l’Europa, proprio come accaduto dopo la vittoria sul Secondo Reich: l’Impero britannico non è ovviamente il trionfatore, ma nemmeno il dessert per gli yankee.

Seconda micro-chance: la guerra congiunta contro Hitler, significa lo sbarco degli americani in Europa e questo apre la possibilità per Londra di provocare uno scontro USA-URSS. Con tale scenario, di nuovo, gli yankee avranno altro cui pensare che non al dessert. In sostanza, per Churchill, tutta la Seconda guerra mondiale non è che una lotta disperata per realizzare una di queste due micro-chance, una lotta per “non presiedere alla liquidazione dell’Impero britannico”. Una lotta in cui egli passò di sconfitta in sconfitta.

La vittoria dell’Esercito Rosso nella battaglia di Kursk e la conferenza di Teheran mostrarono inequivocabilmente che non c’era possibilità alcuna di realizzare la prima micro-chance; che l’URSS, nonostante perdite colossali, sarebbe uscita dalla guerra al picco della propria potenza. La conferenza di Jalta aveva messo una pesante croce anche sulla seconda micro-chance. Stalin e Roosevelt avevano trovato un linguaggio comune a spese degli interessi dell’Impero britannico. In cambio del riconoscimento del controllo americano sull’Europa occidentale e dell’impegno a entrare in guerra contro il Giappone, gli USA riconoscevano l’Europa orientale sfera di influenza dell’URSS. Ciò non eliminava affatto l’acutezza delle contraddizioni tra Mosca e Washington.

E, però, l’esistenza dell’impero britannico era chiaramente esclusa dai piani di Stalin e Roosevelt. Sicuramente non si sarebbero combattuti per far piacere a Londra. L’improvvisa scomparsa di Roosevelt aprì per breve tempo uno “spiraglio di opportunità” per Churchill. Molto si è scritto, che Hitler prese la morte del Presidente americano come un miracolo che avrebbe potuto salvare il Terzo Reich. Si può presumere che la reazione di Churchill poco differisse da quella di Hitler. E se Hitler poteva solo sperare nello scoppio di una guerra sovietico-americana, Churchill ebbe l’improvvisa opportunità di provocarla, contando sull’inesperienza di Truman e sull’atteggiamento antisovietico e russofobo dei militari americani, quali il generale Patton.

Il suo obiettivo non era una rapida disfatta dell’URSS, ovviamente impossibile, ma una guerra di reciproco sterminio e sfinimento tra USA e URSS. Perché, anche dopo la morte di Roosevelt, Churchill non riuscì a sfruttare questa micro-chance di salvare l’Impero britannico? La risposta è ovvia: Stalin non lo consentì. In quasi tutte le decisioni chiave della Stavka negli ultimi mesi di guerra, c’è la comprensione della minaccia di una nuova guerra con gli alleati della coalizione anti-hitleriana. Lo storico Aleksej Isaev ha definito la presa di Berlino come la “bomba atomica sovietica”. Quell’operazione fu una dimostrazione di potenza dell’URSS, così come i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki furono una dimostrazione di potenza USA. Essa mostrò l’assoluta superiorità dell’esercito sovietico, la sua incredibile potenza e arte militare.
Quando, alla vigilia del giorno X del piano “Impensabile”, il maresciallo Žukov riposizionò improvvisamente le truppe sovietiche in Europa, e in tal modo fece capire agli Alleati che non ci sarebbe stata alcuna sorpresa e che, di conseguenza, solo pochi fortunati sarebbero stati in grado di riattraversare La Manica, la provocazione di Churchill fallì definitivamente.

La Terza guerra mondiale nel 1945 non iniziò. Ma non grazie a Churchill. In conclusione, va notato che Churchill ha continuato a lottare per gli eterni e permanenti interessi britannici anche dopo il fallimento dell’operazione “Impensabile”. Il famoso discorso di Fulton, che segnò l’inizio della guerra fredda, è spesso interpretato solo come l’esecuzione di un ordine americano da parte di Churchill. Ma questo è un approccio molto semplicistico. Churchill conduceva il proprio gioco, diretto sia contro l’URSS che contro gli USA.

Fonte
Come Stalin impedì a Churchill di provocare una guerra sovietico-statunitense

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comunismo, stalin

Critica ad Alessandro Barbero

Alessandro Barbero, nato a Torino nel 1959, si occupa soprattutto di storia medioevale, insegna all’università di Torino, è diventato famoso per le conferenze presenti sui social molto seguite per la sua capacità divulgativa.

È apprezzato a sinistra perché si è opposto all’equiparazione tra comunismo e nazismo tentata dalle forze più reazionarie d’Europa. E’ piacevole ascoltarlo e presenta le cose con questa angolazione di sinistra, e ciò lo rende abbastanza popolare. Ha un modo di porsi che intende “parlare al cuore” delle masse popolari, usare la loro lingua e modi di pensare tra loro diffusi, con lo scopo di elevarne il livello culturale.

A guardare la cosa in modo ampio, Alessandro Barbero è in linea con altri divulgatori che lo hanno preceduto ma differenti da lui sul piano intellettuale e morale, perché hanno scritto alla luce di un movimento comunista ancora assai forte e che illuminava per ogni dove e chiunque intendesse dedicarsi a “fare scuola alle masse popolari” e arricchire il loro patrimonio culturale di conoscenze fino a ieri loro negate o di concezioni annunzianti un’epoca nuova, da tutti attesa, dopo i disastri della guerra, la Seconda Guerra Mondiale.

Parlo dei tempi in cui l’URSS era uscita vittoriosa dalla guerra e sopravanzava gli USA nell’esplorazione dello spazio, e del maestro Alberto Manzi (Roma, 1924 – Pitigliano, 1997) che quando fu introdotta nelle case la televisione insegnava a scrivere facendo disegni a carboncino, o del poeta Gianni Rodari (Omegna, 1920 – Roma, 1980) maestro nel fare versi semplici e comprensibili da tutti a partire dai bambini. La spinta che animò questi due personaggi e molti altri nell’epoca, negli anni Sessanta dello scorso secolo, si esaurì negli anni Settanta e rinasce anche più potente oggi, ma nel nuovo movimento comunista e nei partiti che ne sono avanguardia, non nell’ambito in cui opera Alessandro Barbero.

L’ambito di Barbero è quello della scuola borghese, e dell’università che vuole essere la sua forma più alta. Nell’università borghese il movimento comunista reale non ha alcuno spazio. Hanno spazio soggetti che si dicono comunisti e non lo sono e sono tenuti lì per confondere le idee alle masse popolari, per fare loro credere che il comunismo è quello di cui parlano questi professori e quindi farle deviare dalla conoscenza scientifica della materia e far sì che perdano tempo prezioso. In particolare, professori comunisti o di sinistra si dichiarano convinti antistaliniani, cosa che anche Barbero fa e propone una visione storica distorta paragonando e definendo la Germania di Hitler e l’URSS di Stalin e due peggiori dittatura che l’Europa ha conosciuto.

L’impossibile paragone tra URSS e Germania nazista

In molti video di Barbero vediamo spesso ribadito lo stesso concetto per descrivere la categoria totalitarismo, “Totalitarismo indica per noi storici le due peggiori dittatura che l’Europa ha conosciuto nel XX secolo, la Germania di Hiler e l’URSS di Stalin”(cit. Alessandro Barbero, I totalitarismi nel XX secolo – Chiara Saraceno, Storia della famiglia)

Conosciamo il numero esatto delle vittime delle cosiddette repressioni di Stalin, con tutte le dinamiche già smontate dai ricercatori, mese dopo mese. L’NKVD documentò tutto ciò che fece per uso interno, e tutti gli archivi sono stati studiati approfonditamente dalla fine degli anni ’80 e negli anni ’90 (da quando furono aperti a storici e statistici negli anni della Perestrojka), in particolare la ricerca internazionale del gruppo guidato da Zemskov.

Quindi, sappiamo che la popolazione del GULag raggiunse il massimo storico nel dopoguerra, nel 1950 (2.561.351 persone). La percentuale di “politicamente repressi” sul totale di detenuti raggiunse il massimo del 59% nel 1945-1946 (molti furono accusati di collaborazionismo nazista, spesso giustamente, dopo che i territori occupati furono liberati).

A proposito, molti non sembrano rendersene conto oggi, ma i GULag erano campi di lavoro correttivi, dove i detenuti lavoravano (a volte venivano persino pagati), col risultato del lavoro utilizzato da governo/società. Anche se, nella maggior parte dei casi, le condizioni di lavoro erano difficili, i GULaq non erano “campi di concentramento” come sostenuto da Barbero, e qualsiasi paragone coi campi di concentramento nazisti dovrebbero essere viste come nient’altro che sciocchezze.

Su coloro condannati a morte per azioni “controrivoluzionarie” (spesso crimini gravi contro lo stato, ad esempio rapine a mano armata durante o subito dopo la guerra civile, appropriazione indebita di fondi su larga scala, e così via), tra il 1921 e il 1953 circa 800mila furono condannati a morte, oltre ai circa 600mila morti in carcere/GULag per malattie e condizioni difficili.

Pertanto, il numero totale di persone morte per la repressione politica durante il dominio di Stalin fu di circa 1,4 milioni (in quasi 33 anni). Ovviamente, ci fu chi morì durante la guerra civile tra la fine degli anni ’10 e gli anni ’20, così come le vittime delle carestie nei primi anni ’30 (e, no, tali carestie non furono progettate), ma attribuendole a Stalin (come Marxismo/Socialismo/Comunismo/ ecc.) sarebbero fallaci, poiché entrambe le parti nella guerra civile furono ugualmente brutali. Inoltre, le guerre civili e le carestie non sono esclusiva della storia della Russia sovietica (o addirittura della storia della Russia in generale). La popolazione sovietica aumentò di circa 50 milioni durante l’era di Stalin, nonostante la Seconda guerra mondiale…

Quindi, guardando i dati empirici e verificabili, si vede che 2,5 milioni di persone finirono nei GULag nei periodi peggiori.

Come nota a margine del confronto, c’erano 2.220.300 adulti nelle prigioni federali e statali degli Stati Uniti nel 2013, secondo le statistiche dell’Ufficio della giustizia degli Stati Uniti, e senza includere le persone in libertà vigilata e condizionale. Diversamente dall’Unione Sovietica di Stalin, negli Stati Uniti moderni non c’è stata alcuna rivoluzione o cambiamento di regime, guerra civile o invasione in oltre 150 anni.

Come paragonare Stalin con Hitler? Bene, le stime generali danno una cifra di circa 6 milioni di ebrei (solo ebrei!) sterminati dai nazisti durante l’Olocausto. E questo senza contare i morti per l’aggressione militare nazista contro altri Stati.

L’Unione Sovietica, ad esempio, perse fino a 27 milioni di vite a causa dell’invasione nazista. Lo stalinismo non è affatto vicino all’hitlerismo/nazismo per cifre delle vittime.

C’è anche un punto cruciale che molti non capiscono della storia, sia deliberatamente che a causa del fatto che nessuno si è preso la briga di spiegarlo. Diversamente dall’Unione Sovietica di Stalin, il regime di Hitler sterminava milioni di persone per l’etnia.

Nell’Urss di Stalin non si uccideva per il gusto di farlo, repressioni ed esecuzioni di massa ebbero luogo durante e dopo ogni grande guerra civile nella storia dell’umanità, ma Hitler era a un livello completamente diverso di pura malvagità. Il genocidio era una funzione ideologica deliberata del nazismo. Guardate le opere di Himmler, le idee espresse da Goebbels, o persino il Mein Kampf di Hitler. Chi governò la Germania allora era piuttosto esplicite riguardo alle proprie idee che rese politica ufficiale attuando uno dei peggiori genocidi della storia moderna.

Di nuovo, chi morì sotto Stalin lo fu a causa della tragedia storica, come chi morì durante e dopo la Rivoluzione Francese, quando le autorità introdussero la ghigliottina per decapitare più velocemente, o durante le riforme agrarie in Inghilterra, o durante la Guerra civile americana. Ma chi morì sotto Hitler, morì durante l’Olocausto vittima del genocidio diretto e deliberato delle persone per l’appartenenza etnica.

Non vederne la differenza è una particolare tipo di disonestà intellettuale e sottosviluppo morale. Quindi, Stalin fu responsabile di più morti di Hitler? No, né la ricerca empirica né l’analisi inferenziale (ad esempio, esaminando i dati demografici e le loro dinamiche negli anni) supportano tale affermazione. E paragonare in modo causale le vittime dello “stalinismo” con quelle del nazismo è come paragonare un incidente stradale su una strada trafficata a un deliberato e freddo omicidio.

Gulag un altro punto di vista

STALIN 60MILIONI DI MORTI, LA PIU’ GRANDE CAZZATA DELLA STORIA

Il paragone tra Hitler e Stalin è propaganda atlantista

Lettera di un comunista a suo figlio: su Barbero, Dante e la cultura che serve alle masse popolari

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antifascismo, comunismo, revisionismo, stalin

Stalin voleva inviare 1 milione di soldati contro i nazisti, ma Inghilterra e Francia si opposero

Stalin era pronto ad inviare più di un milione di truppe sovietiche al confine tedesco per scoraggiare l’aggressione di Hitler poco prima della seconda guerra mondiale.

L’Unione Sovietica propose di inviare una potente forza militare nel tentativo di attirare Gran Bretagna e Francia in un’alleanza anti-nazista.

Un tale accordo avrebbe potuto cambiare il corso della storia del XX secolo, impedendo il famoso patto Molotov-Ribbentrop.

L’offerta di una forza militare per aiutare a contenere Hitler fu fatta da un’alta delegazione militare sovietica in una riunione del Cremlino con alti ufficiali britannici e francesi, due settimane prima dello scoppio della guerra nel 1939.

Ma la parte britannica e quella francese – istruite dai loro governi a parlare, ma non autorizzate a impegnarsi in accordi vincolanti – non hanno risposto all’offerta sovietica, fatta il 15 agosto 1939.

Il 23 agosto, appena una settimana prima che la Germania nazista attaccasse la Polonia, arrivò il patto Molotov-Ribbentrop, che prende il nome dai ministri degli esteri dei due paesi, scatenando così lo scoppio della guerra. Ma non sarebbe mai successo se l’offerta di Stalin di un’alleanza occidentale fosse stata accettata

L’offerta sovietica – fatta dal ministro della guerra Marshall Klementi Voroshilov e dal capo di stato maggiore dell’Armata Rossa Boris Shaposhnikov – avrebbe potuto impiegare 120 divisioni di fanteria (ciascuna con circa 19.000 truppe), 16 divisioni di cavalleria, 5.000 pezzi di artiglieria pesante, 9.500 carri armati e oltre a 5.500 aerei da combattimento e bombardieri ai confini della Germania in caso di guerra a ovest

Ma l’ammiraglio Sir Reginald Drax, che guidava la delegazione britannica, disse ai suoi omologhi sovietici di essere autorizzato solo a parlare, non a fare accordi.

Se gli inglesi, i francesi e la Polonia, loro alleata europea, avessero preso sul serio questa offerta, l’alleanza avrebbe contato su circa 300 o più divisioni su due fronti contro la Germania, il doppio del numero che Hitler aveva all’epoca

Simon Sebag Montefiore, autore di best seller di Young Stalin and Stalin: The Court of The Red Tsar, sostiene che è evidente che c’erano dettagli nei documenti declassificati che non erano noti agli storici occidentali.

“Il dettaglio dell’offerta di Stalin sottolinea ciò che si conosceva; ovvero che i britannici e i francesi hanno perso una colossale opportunità nel 1939 per prevenire l’aggressione tedesca che originò la Seconda Guerra Mondiale. Ciò mostra che Stalin fu più determinato di quanto non credessimo nell’offrire questa alleanza“.

La Polonia, il cui territorio il vasto esercito russo avrebbe dovuto attraversare per affrontare la Germania, era fermamente contraria a tale alleanza. La Gran Bretagna dubitava dell’efficacia di qualsiasi forza sovietica perché solo l’anno precedente Stalin aveva epurato migliaia di alti comandanti dell’Armata Rossa.

Era chiaro che l’Unione Sovietica era da sola e doveva rivolgersi alla Germania e firmare un patto di non aggressione per guadagnare un po’ di tempo per prepararsi al conflitto che stava chiaramente arrivando.

Un disperato tentativo dei francesi il 21 agosto di rilanciare i colloqui è stato respinto, poiché i colloqui segreti sovietico-nazisti erano già a buon punto.

Fu solo due anni dopo, in seguito all’attacco Blitzkreig di Hitler alla Russia nel giugno 1941, che l’alleanza con l’Occidente che Stalin aveva cercato finalmente si realizzò – nel frattempo Francia, Polonia e gran parte del resto dell’Europa erano già sotto occupazione tedesca.

Stalin ‘planned to send a million troops to stop Hitler if Britain and France agreed pact’

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Intervista a Fidel Castro su Stalin

intervista del 1992 del giornalista nicaraguense Tomas Borge

Tomas Borge: Per la maggior parte dei leader rivoluzionari dell’America Latina, l’attuale crisi del socialismo ha un autore intellettuale: Josif Stalin. Cosa ne pensa?

Fidel Castro: Non si può dire, non oserei dire così. Penso che Stalin abbia commesso errori enormi, ma ha anche avuto grandi successi. Credo che Stalin abbia avuto un ruolo importante nella Rivoluzione d’Ottobre e nella guerra contro l’intervento straniero dopo la rivoluzione, storicamente noto. Stalin svolse un ruolo importante nell’industrializzazione dell’Unione Sovietica, nella grande guerra patriottica e nella ricostruzione del Paese. Questi sono fatti oggettivi.

TB: Alcuni dicono che l’Unione Sovietica vinse la guerra nonostante Stalin…
FC: Tomas, ho avuto pareri critici per molti anni su Stalin in molte aree, quindi penso di avere l’autorità per cercare di essere obiettivo in tutto questo. Mi sembra che equivalga a semplicità storica attribuire a Stalin la colpa dei fenomeni accaduti nell’Unione Sovietica, perché nessun uomo poteva, in modo unipersonale, creare determinate condizioni. È come attribuire a Stalin i meriti di ciò che era l’Unione Sovietica, impossibile! Penso che sia stato lo sforzo di milioni e milioni di persone eroiche che permisero all’Unione Sovietica di emergere, che l’Unione Sovietica si sviluppasse, che diventasse una realtà e svolgesse un ruolo molto importante nel mondo a favore di centinaia di milioni di persone. Penso che il merito principale della Rivoluzione d’Ottobre, naturalmente, se pensiamo alle personalità, fosse Lenin; merito straordinario, singolare, rilevante e di gran lunga superiore agli altri leader. Dovrebbe essere preso in considerazione, prima di tutto, che l’Unione Sovietica ha la sfortuna che Lenin morì relativamente giovane; sarebbe stato necessario che Lenin vivesse altri 10, 15, 20 anni. Abbiamo studiato Lenin, tutti noi che conosciamo il suo pensiero, il suo enorme talento, ci rendiamo conto che Lenin sarebbe stato in grado di rettificare molti rivoluzionari sovietici dopo la sua morte, lo capisci? Quindi l’assenza di Lenin, il vuoto che intendo nell’ordine teorico, nell’ordine intellettuale, nella costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica, è un fattore che ha molta importanza nelle cose che accaddero in seguito. Ora, ti ho detto che fui critico nei confronti di Stalin in molte cose; innanzitutto, criticavo le violazioni della legalità commesse da Stalin. Credo che Stalin abbia commesso enormi abusi di potere, questa è un’altra convinzione che ho sempre avuto. Credo che Stalin, devo parlare, a grandi linee, dei più grandi errori commessi, secondo me, da Stalin, nella politica agricola, per lungo tempo credette alle piccole proprietà e alla forma della proprietà privata; cioè, non sviluppò un processo progressivo di socializzazione della terra. Per diversi anni rimase una situazione: tutta la produzione di cibo dipendeva dai singoli appezzamenti, finché in un dato momento questi appezzamenti avevano dato tutto ciò che potevano dare e la produzione di cibo ristagnava completamente. Penso che il processo di socializzazione della terra avrebbe dovuto iniziare prima e avrebbe dovuto svilupparsi progressivamente. Mi sembra che fu molto costoso, nell’ordine economico e nell’ordine umano, il tentativo di socializzare la terra con un breve periodo storico e attraverso la violenza. Questo fu un grosso errore commesso durante la guida di Stalin. A proposito, posso raccontarti della nostra esperienza; più che con argomenti, possiamo ragionare coi fatti. Primo, non abbiamo fatto il tipo di riforma agraria che i sovietici fecero, né il tipo di riforma agraria che fecero i Paesi socialisti. Abbiamo dato la proprietà della terra a tutti i mezzadri, i coloni, i braccianti, a chi aveva della terra, ma le grandi proprietà non le dividemmo, non le frammentammo; Se l’avessimo fatto, avremmo squassato l’industria dello zucchero del nostro Paese, sarebbe stato terribile, quell’industria sarebbe quasi scomparsa; avremmo distrutto le possibilità di poter nutrire la popolazione, creando centinaia di migliaia di nuove tenute nel nostro Paese. Non l’abbiamo mai fatto, ma abbiamo conservato quelle unità. Certo, è molto facile giudicare in condizioni diverse. Forse i sovietici non avevano altra scelta che dividere tutto; se si tiene conto del momento in cui si trovavano, della povertà, della mancanza di risorse, del blocco e di tutti i problemi che subivano, non avevano altra scelta se non quel tipo di riforma agraria. Ammetto che la necessità li avesse costretti a farlo, quello che non credo è che nulla li abbia costretti a portare avanti un processo accelerato di collettivizzazione forzata, capisci? Ti ho detto che non abbiamo diviso, non abbiamo parcellizzato, abbiamo dato la proprietà a tutte quelli già in possesso di appezzamenti, ma abbiamo creato una proprietà statale che costituì la base per la produzione su larga scala dell’agricoltura. Si noti che il nostro Paese è uno dei Paesi che esporta il cibo più pro capite al mondo; alcun Paese al mondo esporta tanto cibo pro-capite quanto Cuba con così poca territorio. Si noti che esportiamo cibo per 40 milioni di persone ogni anno; abbiamo esportato cibo, negli ultimi 15 anni della Rivoluzione, a circa 40 milioni di persone; nonostante il fatto che la nostra popolazione stia crescendo, nonostante il fatto che abbiamo una superficie inferiore perché furono installate strutture di tutti i tipi, abbiamo un’elevata produzione pro capite di cibo. Se avessimo frammentato la terra, non saremmo stati in grado di farlo. Questa è una cosa che viene ignorata: quanto cibo pro capite esporta Cuba? Noi, per ogni cittadino, esportiamo cibo per quattro cittadini nel mondo, proprio perché non abbiamo fatto quel tipo di riforma agraria, abbiamo avuto abbastanza tempo per vederlo. Secondo, abbiamo dato la proprietà a quei contadini che già possedevano terre ma senza titoli di proprietà. Abbiamo sempre capito che piccoli appezzamenti di terra hanno possibilità limitate di produzione di terra; ma non abbiamo mai effettuato alcun tipo di cooperativizzazione forzata. Il processo di collaborazione tra i piccoli agricoltori, che ebbero un ruolo nella produzione agricola di Cuba e hanno una certa percentuale di terra, l’abbiamo fatto progressivamente, a poco a poco, e in dieci anni o più riuscimmo ad unire le terre del 50 percento dei piccoli proprietari. L’altro 50 percento esiste ancora, e l’abbiamo rispettato, lavoriamo con loro e portiamo avanti il nostro programma alimentare in coordinamento con loro, a prescindere dalle limitazioni tecniche del piccolo appezzamento, perché non è possibile utilizzare un’attrezzatura per l’irrigazione a perno centrale che irriga 100 ettari, è impossibile; non è possibile utilizzare l’aereo, né la combinazione di canna, né le più moderne e più alte tecniche di produttività. Tuttavia, non ci è mai venuto in mente di socializzare con la forza il 50 percento dei proprietari indipendenti rimasti dopo la costituzione delle cooperative; gli abbiamo dato sicurezza e promesso che se vogliono stare così per tutta la vita, staranno lì per tutta la vita e che rispetteremo sempre la loro volontà. Abbiamo condotto il processo di collettivizzazione tra i contadini indipendenti che possedevano la terra, terra che gli avevamo dato, sulla base della più rigorosa volontarietà. Ora, immagina già le conseguenze che avrebbe dovuto avere per un Paese che era in vasta maggioranza contadina, dove la terra fu inizialmente distribuita, forse come esigenza politica e sociale fondamentale, perché non potevano fare altro in quel momento, il processo di collettivizzazione forzata. Cioè, secondo me, il grande errore di Stalin.

TB: E tornando al tema della guida militare durante la seconda guerra mondiale, qual è la sua valutazione del ruolo di Stalin?

FC: Penso che la politica di Stalin alla vigilia della guerra fosse totalmente sbagliata. Puoi perfettamente spiegare le motivazioni di Stalin nella sua politica internazionale: penso che sia un fatto storicamente provato che volesse organizzare una coalizione contro Hitler. Perché? Ci sono documenti, ci sono prove di ogni tipo, ed è chiaro ed ovvio che le potenze occidentali, i Paesi capitalisti volevano far combattere Hitler contro l’URSS; è un fatto molto chiaro, evidente, provato nella storia, che Hitler fu visto con approvazione, anche con simpatia, e che il nazismo riceveva sostegno dalla borghesia in Germania come strumento contro il comunismo perché sebbene Hitler fosse un fanatico razzista, mostrò che tutte questo veniva perdonate perché si presentò da sostenitore della lotta al comunismo e tutto il mondo vide in Hitler lo strumento per distruggere l’Unione Sovietica. Quando iniziò la Seconda Guerra Mondiale, avevo 13 anni e già leggevo tutti i giornali; dalla guerra civile spagnola leggevo tutti i giornali, tutte le notizie internazionali, sempre con grande avidità. La Guerra Civile fu nel 1936, stavo per compiere 10 anni, e ricordo quasi come se le avessi appena lette molte notizie che arrivavano qui, perché nella fattoria di mio padre vivevano molti spagnoli e alcuni di loro non potevano leggere o scrivere. Erano divisi tra repubblicani e franchisti, e c’erano molti di questi spagnoli che istintivamente erano repubblicani, così mi chiesero di leggere il giornale. La cuoca di casa, tra gli altri, un galiziano di origine contadina, analfabeta, repubblicana di rabbia, sembra che per tradizione nel suo sangue avesse la ribellione contro feudalesimo e lo sfruttamento, le leggevo le notizie, e ricordo tutte le battaglie nelle Asturie, Teruel, dell’Ebro, le seguì parola per parola. Negli anni che precedettero la Seconda guerra mondiale, lessi i giornali e durante gli anni della guerra leggevo le notizie ogni giorno, per non parlare dei libri, sia riguardo agli eventi militari verificatisi allora, sia riguardo quelli politici del dopoguerra. Per 50 anni ho letto di questi fatti e quando iniziai avevo, come ti ho detto, 13 anni. Posso ricostruire nella mia mente molte cose e fare analisi politica di tutto ciò, analisi politica e persino militare. Non si può negare il fatto che le potenze occidentali abbiano spinto Hitler, finché Hitler non divenne un mostro, una vera minaccia. Né possiamo negare la straordinaria debolezza che le potenze occidentali avevano con Hitler e la sua condotta nei giorni che precedettero l’annessione dell’Austria, la famosa Anschluss; prima di tutto l’occupazione della Saar, dove era vietato inviare truppe, e anche prima dell’intervento di Hitler e Mussolini in Spagna. Furono i bombardieri e i piloti tedeschi che distrussero Guernica e che bombardarono Madrid, che uccisero centinaia di migliaia di spagnoli; furono tedeschi ed italiani con una chiara politica espansionistica che decisero, tra l’altro, la guerra. Tuttavia, accanto alla Repubblica spagnola non combattè alcun velivolo inglese, francese, statunitense; furono le brigate dei volontari internazionali che vi parteciparono. L’unico Paese che ha davvero aiutò fu l’URSS. Non si può negare storicamente che le armi con cui essenzialmente la Repubblica spagnola combatteva provenivano dall’Unione Sovietica, e gli aerei, i carri armati, l’artiglieria su cui che contava la Repubblica provenivano dall’URSS; quello che avevano i sovietici, glielo diedero, glielo mandavano. Quale altro Paese lo fece quando Hitler e Mussolini scatenarono la politica espansionistica? E alla fine raggiunsero il loro obiettivo, riuscirono a far sparire la Repubblica spagnola. Cosa fece l’occidente? Cosa fecero le potenze occidentali potenti in quel momento? Nel pieno di questi eventi, ci fu il riarmo tedesco. Cosa fece l’occidente per impedire il riarmo tedesco? Poi venne l’occupazione di tutte quelle aree europee in cui l’esercito di Hitler non poteva entrare. Più tardi i tedeschi annetterono l’Austria, si espansero. Poi arrivò Monaco e presero una parte del territorio dalla Cecoslovacchia, e più tardi, in breve tempo, occuparono il resto del Paese; influenza ed espansione tedesche si spostarono verso l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, mandando forze dappertutto. Cosa fece l’occidente di fronte a questi movimenti? Lasciò l’URSS da sola, e l’URSS ebbe molta paura di quella manovra, vide che Hitler penetrava nel Danubio e un luoghi strategici e nulla, fu tollerato tutto ciò. Certo, ciò stimolava l’espansionismo di Hitler e la paura di Stalin, che porto a qualcosa che critico da tutta la vita, perché penso che fu davvero una flagrante violazione del principio: cercare la pace a tutti i costi con Hitler per guadagnare tempo. Nella nostra lunga vita rivoluzionaria, nella storia relativamente lunga della rivoluzione cubana, non abbiamo mai negoziato un solo principio per guadagnare tempo o vantaggio pratico. Penso che fu un errore enorme. Non dirò che fu solo colpa sua, credo che tutta la politica occidentale l’abbia trascinato verso quella posizione; ma cadde nel famoso Patto Molotov-Ribbentrop, quando i tedeschi stavano già cominciando a chiedere la consegna del corridoio di Danzica; fecero una serie di richieste alla Polonia e in quel momento fu stilato il patto. Per tutta la vita, dal momento che avevo coscienza politica e rivoluzionaria, nell’analizzare questi fatti, pensai che fu un enorme errore commesso dalla politica estera sovietica, da Stalin in quegli anni alla vigilia della guerra, La non aggressione, lungi dal dare tempo, lo ridusse il tempo, perché alla fine la guerra si scatenò. Naturalmente, quando Hitler attaccò la Polonia, ad Inghilterra e Francia non rimase altra alternativa e la guerra scoppiò.
Quali conseguenze portò la guerra? Tutte quelle azioni militari fulminee di Hitler, la successiva invasione della Norvegia, poi l’occupazione di Belgio ed Olanda, l’attacco alla Francia, la sconfitta di Francia e Inghilterra sulla terraferma. Il potere di Hitler aumentò in Europa; Mussolini entrò opportunisticamente in guerra credendo che fosse il momento del crollo della Francia, ed ogni mese che passava Hitler era più potente, più risorse umane, più risorse materiali, combustibili, minerali, tutto, e diventava il nemico molto potente per l’Unione Sovietica. Poi, anche in quel periodo, in quella situazione, ci fu una competizione tra Stalin e Hitler, visto che la guerra poteva aver luogo mentre Hitler si volgeva ad est, cercando di guadagnare posizioni, territorio, vantaggi strategici . Cosa penso di tutto ciò? Le ragioni di certe azioni sovietiche in quel momento hanno qualche peso? Se dici: qui c’è una popolazione russa e voglio proteggerla, non devo far venire i tedeschi, l’occuperò io. Lì, a mio parere, si verificò un altro grande errore: nel momento in cui la Polonia fu attaccata, inviare truppe ad occupare quel territorio conteso perché aveva una popolazione ucraina o russa, non lo so. Cosa penso sarebbe stata la migliore politica? Sono sicuro che se avessimo visto una situazione del genere avremmo fatto qualcos’altro. Noi, prima di dare l’immagine che attacchiamo la retroguardia del Paese invaso da Hitler, avremmo preferito invitare la popolazione a passare dall’altra parte del confine per proteggersi, ma non avremmo violato il confine del Paese e non avremmo combattuto quel paese qualunque fossero le differenze ideologiche, un Paese attaccato da Hitler. Penso che fu un errore dal punto di vista dei principi e dell’opinione pubblica internazionale. Penso che la guerra contro la Finlandia fu un altro abbaglio a cui penso da tutta la vita, sia dal punto di vista dei principi sia dal punto di vista del diritto internazionale; Questa è l’opinione che ho sempre avuto. Stava compiendo errori successivi che gli procurarono l’antipatia dell’Unione Sovietica in vasti settori dell’opinione pubblica mondiale, che mise i comunisti di tutto il mondo, molto solidali e stretti amici dell’Unione Sovietica, in situazioni estremamente difficili da difendere coll’opinione pubblica di quei Paesi, in ciascuno di quegli episodi, perché dovette diventare una specie di harakiri per i comunisti di tutto il mondo, erano gli anni dell’internazionale, difendendo l’Unione Sovietica. E direi che era giusto difendere l’Unione Sovietica. Non potevano lasciare l’URSS a prescindere dai loro errori, ma erano costretti a difendere cose impopolari ed ostili come il Patto Molotov-Ribbentrop, l’occupazione di una parte del territorio polacco e la guerra in Finlandia. Visto che ne parliamo, colgo l’occasione e ti dico che non ho mai affrontato questi problemi con nessun giornalista. Credo che siano stati anche errori politici ed errori di principio, che non avremmo mai commesso. Credo che la storia della Rivoluzione cubana sia un argomento che dimostra cone ragiono, perché la Rivoluzione non ha mai commesso una violazione dei principi; mai la Rivoluzione, per alcun motivo o convenienza nazionale, abbandonò alcuna giusta causa in questo mondo, né abbandonò un singolo movimento rivoluzionario nonostante avessimo come avversario un Paese e un governo potenti come gli Stati Uniti. La storia della rivoluzione mostra che non abbiamo mai violato dei principi. Le cose che ho menzionato sono in contrasto coi principi, con la dottrina; sono in disaccordo, anche alla saggezza politica. Sebbene sia vero che dal settembre 1939 al giugno 1941 trascorsero un anno e nove mesi per il riarmo dell’URSS, in quel periodo chi divenne molto più forte, cinque volte più forte, dieci volte più forte, fu Hitler. L’URSS avrebbe potuto aumentare il potere militare a un costo politico e morale molto alto, ma Hitler era dieci volte più potente in quel momento. Se Hitler fosse entrato in guerra nel 1939 contro l’Unione Sovietica, vi dico che avrebbe fatto meno danni di quanto non fece nel giugno del 1941 e avrebbe subito la stessa sorte di Napoleone Bonaparte. Non solo coll’esercito sovietico, che era una realtà e aveva molti ufficiali coraggiosi ed esperti, esperti nelle guerre del tempo della Rivoluzione d’Ottobre: un popolo sempre combattivo e coraggioso. Con la partecipazione del popolo alla guerra irregolare, l’Unione Sovietica avrebbe sconfitto Hitler. Certo, a mio parere, è stato e l’ho sempre visto come grande errore di Stalin e della leadership sovietica. Infine, il carattere di Stalin, la sua terribile sfiducia nei confronti di tutto ciò, lo portò a commettere altri gravi errori: uno di essi fu quasi cadere nella trappola degli intrighi tedeschi e compì una tremenda, terribile, sanguinosa epurazione delle forze armate decapitando, praticamente, l’esercito sovietico alla vigilia della guerra. Un altro errore molto grave fu nel giugno 1941, quando i tedeschi concentrarono milioni di uomini, migliaia e migliaia di aeroplani, decine di migliaia di carri armati e autoblindo, centinaia di divisioni tedesche, romene, ungheresi, finlandesi ai confini e che di fronte a un’evidente aggressione era impossibile nascondere quei piani di aggressione, persisteva testardamente nella teoria che si trattava di una provocazione, che tutto ciò che gli veniva detto e tutto ciò che lo informava era una provocazione e adottò la politica dello struzzo, infilando la testa in un buco. Non mobilitò le truppe, e alcun Paese, quando vede che un’aggressione è imminente, la prima cosa che deve decretare è la mobilitazione generale. Un Paese come l’Unione Sovietica, che poteva mobilitare molti milioni di uomini, contadini, soldati, lavoratori; l’intera popolazione e che aveva migliaia di aeroplani e di carri armati, invece di mobilitarsi, anche se progressivamente, ma mobilitandoli, o dichiarando la mobilitazione generale tempestiva e immediata, a mio parere, adottò una posizione assurdo, troppo prudente, straordinariamente cauta, potremmo dire eccessivamente cauto, per non dare a Hitler un pretesto, e quindi non mobilitò l’esercito, non decretò la mobilitazione generale. Quindi, immagina, cosa succede? Dopo tutti gli errori precedenti, risalenti al 1941, attaccarono di sorpresa l’Unione Sovietica il 22 giugno; penso che fu un fine settimana, un sabato o una domenica.
Come puoi attaccare con milioni di uomini di sorpresa? C’è stata, tuttavia, sorpresa e un Paese smobilitato fu attaccato. Si scopre che gli ufficiali e molti soldati erano in viaggio il giorno dell’attacco, l’aviazione in prima linea, negli aeroporti di prima linea. Per me, è sempre stato molto chiaro che ciò che avrebbe dovuto fare in quel momento era la mobilitazione generale totale, il ripiego in profondità dell’aviazione e altre misure simili. Se non aveva intenzione di attaccare, se aveva intenzione di adottare una politica difensiva, in quelle condizioni doveva ritirare in profondità tutta dell’aviazione, mobilitare l’intera riserva, concentrarla tutta nei punti strategici, avere il massimo allarme al combattimento per tutti gli uomini in prima linea, e Hitler non avrebbe potuto attaccare di sorpresa e raggiungere i gravi risultati iniziali. Quando l’invasione della Jugoslavia ebbe luogo, forse ritardando l’attacco di Hitler di poche settimane, l’Unione Sovietica doveva essere mobilitata. E se ciò fosse accaduto nel 1941, sono assolutamente sicuro che l’esercito di Hitler si sarebbe schiantato contro l’esercito sovietico in profondità e non avrà circondato milioni di uomini, non avrebbe fatto centinaia di migliaia di prigionieri nelle prime settimane di guerra, non avrebbe distrutto quasi tutta l’aviazione il primo giorno, e non avrebbe causato l’enorme distruzione che delle prime settimane e mesi di guerra. Non sarebbe arrivato a Mosca, a Kiev, a Stalingrado, alcuna di queste parti; era impossibile, quell’immenso Paese avrebbe inghiottito gli eserciti tedeschi se il suo popolo, le sue forze fossero state mobilitate. Penso che la storia del mondo sarebbe stata altra, persino, e la Seconda Guerra Mondiale, se l’Unione Sovietica avesse fatto ciò che avrebbe dovuto fare alla vigilia dell’aggressione tedesca, la guerra non sarebbe finita a Berlino, ma in Portogallo se gli hitleriani avessero ceduto tutti i Paesi.

TB: I sovietici avrebbero occupato tutta l’Europa, almeno fino alla Francia.
FC: Chiaro, se sconfiggevano Hitler a Berlino, non avrebbero dovuto continuare ad avanzare, o se lo sconfiggevano ai confini occidentali della Germania; ma Hitler aveva occupato la Francia, non aveva occupato la Spagna dove, tuttavia, c’era un governo correlato. Quindi, se combateva fino alla fine, dico che la guerra finiva in Portogallo, non ci sarebbe stato nemmeno un Secondo Fronte, le truppe nordamericane non sarebbero sbarcate in Europa. Ne ho l’assoluta sicurezza, l’ho sempre avuta, quando analizzavo questi eventi. Con questo ho elencato i principali errori di Stalin, naturalmente, ho incluso gli abusi di potere, le violazioni della legalità e gli atti di crudeltà che Stalin effettivamente commise Questo è, a mio avviso, l’insieme degli errori fondamentali.

TB: Quali erano, secondo te, i meriti di Stalin?

FC: Se si parla in modo approssimativo dei meriti di Stalin, c’è il merito di aver stabilito l’unità dell’Unione Sovietica, consolidando ciò che Lenin aveva avviato, l’unità del partito, diede slancio al movimento rivoluzionario internazionale, e certamente l’industrializzazione dell’Unione Sovietica fu un grande successo, un grande sforzo e un grande merito di Stalin, e penso che fosse decisivo nella capacità di resistere dell’Unione Sovietica. Un grande merito di Stalin, o del collettivo che era con Stalin, ma dato che gli danno tutta la colpa, meriti ed errori sono stati individuati, anche se c’erano molti pregi e molti errori, un grande successo fu il programma di trasferimento dell’industria bellica e delle industrie strategiche in Siberia e nelle profondità dell’Unione Sovietica. Penso che in guerra, una volta iniziata, sapeva come guidare l’Unione Sovietica. Ebbe alcuni primi momenti di grande confusione; ciò è storicamente provato, questo è quello che mi disse Mikojan: come furono le prime ore di Stalin. Era molto amaro, poiché tutte le premesse erano fallite, dato che le informazioni ricevute non erano provocatorie, poiché l’attacco a sorpresa si verificò, poiché Hitler causò una grande distruzione, per diverse ore, penso anche diversi giorni, fu in un grande smarrimento, finché non reagì e divenne un capace capo militare, perché nessuno tranne lui poteva esercitare quelle funzioni, nessuno aveva l’autorità, il prestigio, il potere per svolgere quel ruolo, e poi si dedicò alla difesa dell’Unione Sovietica e, secondo molti generali, Zhukov e i più brillanti generali sovietici, Stalin svolse un ruolo importante nella difesa dell’Unione Sovietica nella guerra contro il nazismo. Questo è riconosciuto da tutti.
Penso che sia giunto il momento di un’analisi imparziale del personaggio e non dargli la colpa di tutto ciò che successe perché, dopo tutto, l’Unione Sovietica che conoscevamo era molto potente, che solo quattro anni dopo l’esplosione delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki, che diedero il monopolio dell’arma nucleare agli Stati Uniti, aveva già l’arma nucleare, e subito dopo l’arma termonucleare, e non ci volle molto per avere i vettori di queste armi. Era in grado di sviluppare la missilistica, i voli spaziali, di raggiungere straordinari livelli di sviluppo e produzione industriale ed alimentare. L’Unione Sovietica a volte produceva più di 200 milioni di tonnellate di cibo; ciò che produceva l’Unione Sovietica quando iniziò la Seconda guerra mondiale erano solo 50 o 60 milioni di tonnellate di grano. Ora non mi riferirò a questo, ma l’Unione Sovietica che conoscevamo era un’Unione Sovietica molto ricca, con enormi risorse economiche, in materie prime, industriali, scientifiche; cioè, quello che era noto era una superpotenza, l’Unione Sovietica era una vera superpotenza. Ora, Stalin aveva qualcosa a che fare con lo sviluppo di questa superpotenza? Doveva. In che modo incolpare Stalin, semplicemente, per tutto ciò che è successo nell’Unione Sovietica? Penso che sarebbe una semplicità storica, e non sono soddisfatto dell’accettazione di un’accusa simile. È come dire che il colpevole era Lenin per aver guidato la rivoluzione socialista, aver preso il Palazzo d’Inverno e costituito il governo sovietico e tutto queste cose. Quante persone potrebbero essere incolpate di quel percorso? Finiscono per incolpare Dio di non dare a Lenin più salute per vivere 15 o 20 anni in più. Non voglio scherzarci, anche se potrei dire alcune cose divertenti; ma la verità è che dopo aver ricevuto uno Stato potente e averlo distrutto in pochi anni, dopo aver fatto in pochi anni ciò che Hitler non poté, cosa che la reazione mondiale non poté fare, disintegrando un Paese così potente, di 280 milioni di cittadini, è una grave responsabilità a cui la storia sarà incaricata di rendere giustizia, coll’imperialismo ha raggiunto tali obiettivi senza sparare un colpo. Dobbiamo essere obiettivi, analizzare tutti gli errori politici e di principio commessi da Stalin, analizzare i successi e approfondire i fattori che veramente portato alla distruzione dell’Unione Sovietica e alla reale responsabilità di ciascuno. La costruzione del socialismo nell’URSS fu la prima di queste esperienze nella storia dell’umanità. Non c’è stato alcun processo rivoluzionario senza errori, non c’è stata rivoluzione senza grandi errori. Pensa alla rivoluzione francese, alle rivoluzioni classiche, alle rivoluzioni storiche. Pensa nella sfera latinoamericana alla rivoluzione messicana, un importante evento storico che precedette la rivoluzione bolscevica; C’era tutto: violenza, violazioni della legalità. E in Francia, c’erano o non c’erano? E quando arrivò la Restaurazione, c’erano altre violazioni della legge? In tutte le rivoluzioni si sono verificati questi fenomeni. Ho davvero detto di esser orgogliosi di aver commesso minimi errori e di non aver commesso molti degli errori commessi in tutte le altre rivoluzioni. Potrei elencarli, ma non ne parliamo ora. Ma una rivoluzione potrebbe essere concepita nel vecchio impero degli zar senza molti errori? Non potrebbe. Tuttavia, c’è stata una rivoluzione con molti errori e molti successi, Thomas, che ebbe un ruolo trascendente nel mondo, perché l’esistenza dell’Unione Sovietica e le lotte dell’Unione Sovietica accelerarono il processo rivoluzionario nel mondo: impedì all’umanità di cadere sotto il dominio fascista; accelerò il processo rivoluzionario in Cina, un evento di singolare importanza, aiutò l’indipendenza del Vietnam, ail movimento di liberazione in Africa e altrove, e diede spazio ad altri popoli per vivere in un mondo che conosceva gli antagonismi delle due grandi potenze, che per coloro che non volevano cadere sotto il giogo dell’imperialismo yankee significò un enorme vantaggio, che andò perduto quando l’Unione Sovietica scomparve.

Fidel Castro e Tomas Borge
Intervista a Fidel Castro su Stalin

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