Intervista a Fidel Castro su Stalin

intervista del 1992 del giornalista nicaraguense Tomas Borge

Tomas Borge: Per la maggior parte dei leader rivoluzionari dell’America Latina, l’attuale crisi del socialismo ha un autore intellettuale: Josif Stalin. Cosa ne pensa?

Fidel Castro: Non si può dire, non oserei dire così. Penso che Stalin abbia commesso errori enormi, ma ha anche avuto grandi successi. Credo che Stalin abbia avuto un ruolo importante nella Rivoluzione d’Ottobre e nella guerra contro l’intervento straniero dopo la rivoluzione, storicamente noto. Stalin svolse un ruolo importante nell’industrializzazione dell’Unione Sovietica, nella grande guerra patriottica e nella ricostruzione del Paese. Questi sono fatti oggettivi.

TB: Alcuni dicono che l’Unione Sovietica vinse la guerra nonostante Stalin…
FC: Tomas, ho avuto pareri critici per molti anni su Stalin in molte aree, quindi penso di avere l’autorità per cercare di essere obiettivo in tutto questo. Mi sembra che equivalga a semplicità storica attribuire a Stalin la colpa dei fenomeni accaduti nell’Unione Sovietica, perché nessun uomo poteva, in modo unipersonale, creare determinate condizioni. È come attribuire a Stalin i meriti di ciò che era l’Unione Sovietica, impossibile! Penso che sia stato lo sforzo di milioni e milioni di persone eroiche che permisero all’Unione Sovietica di emergere, che l’Unione Sovietica si sviluppasse, che diventasse una realtà e svolgesse un ruolo molto importante nel mondo a favore di centinaia di milioni di persone. Penso che il merito principale della Rivoluzione d’Ottobre, naturalmente, se pensiamo alle personalità, fosse Lenin; merito straordinario, singolare, rilevante e di gran lunga superiore agli altri leader. Dovrebbe essere preso in considerazione, prima di tutto, che l’Unione Sovietica ha la sfortuna che Lenin morì relativamente giovane; sarebbe stato necessario che Lenin vivesse altri 10, 15, 20 anni. Abbiamo studiato Lenin, tutti noi che conosciamo il suo pensiero, il suo enorme talento, ci rendiamo conto che Lenin sarebbe stato in grado di rettificare molti rivoluzionari sovietici dopo la sua morte, lo capisci? Quindi l’assenza di Lenin, il vuoto che intendo nell’ordine teorico, nell’ordine intellettuale, nella costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica, è un fattore che ha molta importanza nelle cose che accaddero in seguito. Ora, ti ho detto che fui critico nei confronti di Stalin in molte cose; innanzitutto, criticavo le violazioni della legalità commesse da Stalin. Credo che Stalin abbia commesso enormi abusi di potere, questa è un’altra convinzione che ho sempre avuto. Credo che Stalin, devo parlare, a grandi linee, dei più grandi errori commessi, secondo me, da Stalin, nella politica agricola, per lungo tempo credette alle piccole proprietà e alla forma della proprietà privata; cioè, non sviluppò un processo progressivo di socializzazione della terra. Per diversi anni rimase una situazione: tutta la produzione di cibo dipendeva dai singoli appezzamenti, finché in un dato momento questi appezzamenti avevano dato tutto ciò che potevano dare e la produzione di cibo ristagnava completamente. Penso che il processo di socializzazione della terra avrebbe dovuto iniziare prima e avrebbe dovuto svilupparsi progressivamente. Mi sembra che fu molto costoso, nell’ordine economico e nell’ordine umano, il tentativo di socializzare la terra con un breve periodo storico e attraverso la violenza. Questo fu un grosso errore commesso durante la guida di Stalin. A proposito, posso raccontarti della nostra esperienza; più che con argomenti, possiamo ragionare coi fatti. Primo, non abbiamo fatto il tipo di riforma agraria che i sovietici fecero, né il tipo di riforma agraria che fecero i Paesi socialisti. Abbiamo dato la proprietà della terra a tutti i mezzadri, i coloni, i braccianti, a chi aveva della terra, ma le grandi proprietà non le dividemmo, non le frammentammo; Se l’avessimo fatto, avremmo squassato l’industria dello zucchero del nostro Paese, sarebbe stato terribile, quell’industria sarebbe quasi scomparsa; avremmo distrutto le possibilità di poter nutrire la popolazione, creando centinaia di migliaia di nuove tenute nel nostro Paese. Non l’abbiamo mai fatto, ma abbiamo conservato quelle unità. Certo, è molto facile giudicare in condizioni diverse. Forse i sovietici non avevano altra scelta che dividere tutto; se si tiene conto del momento in cui si trovavano, della povertà, della mancanza di risorse, del blocco e di tutti i problemi che subivano, non avevano altra scelta se non quel tipo di riforma agraria. Ammetto che la necessità li avesse costretti a farlo, quello che non credo è che nulla li abbia costretti a portare avanti un processo accelerato di collettivizzazione forzata, capisci? Ti ho detto che non abbiamo diviso, non abbiamo parcellizzato, abbiamo dato la proprietà a tutte quelli già in possesso di appezzamenti, ma abbiamo creato una proprietà statale che costituì la base per la produzione su larga scala dell’agricoltura. Si noti che il nostro Paese è uno dei Paesi che esporta il cibo più pro capite al mondo; alcun Paese al mondo esporta tanto cibo pro-capite quanto Cuba con così poca territorio. Si noti che esportiamo cibo per 40 milioni di persone ogni anno; abbiamo esportato cibo, negli ultimi 15 anni della Rivoluzione, a circa 40 milioni di persone; nonostante il fatto che la nostra popolazione stia crescendo, nonostante il fatto che abbiamo una superficie inferiore perché furono installate strutture di tutti i tipi, abbiamo un’elevata produzione pro capite di cibo. Se avessimo frammentato la terra, non saremmo stati in grado di farlo. Questa è una cosa che viene ignorata: quanto cibo pro capite esporta Cuba? Noi, per ogni cittadino, esportiamo cibo per quattro cittadini nel mondo, proprio perché non abbiamo fatto quel tipo di riforma agraria, abbiamo avuto abbastanza tempo per vederlo. Secondo, abbiamo dato la proprietà a quei contadini che già possedevano terre ma senza titoli di proprietà. Abbiamo sempre capito che piccoli appezzamenti di terra hanno possibilità limitate di produzione di terra; ma non abbiamo mai effettuato alcun tipo di cooperativizzazione forzata. Il processo di collaborazione tra i piccoli agricoltori, che ebbero un ruolo nella produzione agricola di Cuba e hanno una certa percentuale di terra, l’abbiamo fatto progressivamente, a poco a poco, e in dieci anni o più riuscimmo ad unire le terre del 50 percento dei piccoli proprietari. L’altro 50 percento esiste ancora, e l’abbiamo rispettato, lavoriamo con loro e portiamo avanti il nostro programma alimentare in coordinamento con loro, a prescindere dalle limitazioni tecniche del piccolo appezzamento, perché non è possibile utilizzare un’attrezzatura per l’irrigazione a perno centrale che irriga 100 ettari, è impossibile; non è possibile utilizzare l’aereo, né la combinazione di canna, né le più moderne e più alte tecniche di produttività. Tuttavia, non ci è mai venuto in mente di socializzare con la forza il 50 percento dei proprietari indipendenti rimasti dopo la costituzione delle cooperative; gli abbiamo dato sicurezza e promesso che se vogliono stare così per tutta la vita, staranno lì per tutta la vita e che rispetteremo sempre la loro volontà. Abbiamo condotto il processo di collettivizzazione tra i contadini indipendenti che possedevano la terra, terra che gli avevamo dato, sulla base della più rigorosa volontarietà. Ora, immagina già le conseguenze che avrebbe dovuto avere per un Paese che era in vasta maggioranza contadina, dove la terra fu inizialmente distribuita, forse come esigenza politica e sociale fondamentale, perché non potevano fare altro in quel momento, il processo di collettivizzazione forzata. Cioè, secondo me, il grande errore di Stalin.

TB: E tornando al tema della guida militare durante la seconda guerra mondiale, qual è la sua valutazione del ruolo di Stalin?

FC: Penso che la politica di Stalin alla vigilia della guerra fosse totalmente sbagliata. Puoi perfettamente spiegare le motivazioni di Stalin nella sua politica internazionale: penso che sia un fatto storicamente provato che volesse organizzare una coalizione contro Hitler. Perché? Ci sono documenti, ci sono prove di ogni tipo, ed è chiaro ed ovvio che le potenze occidentali, i Paesi capitalisti volevano far combattere Hitler contro l’URSS; è un fatto molto chiaro, evidente, provato nella storia, che Hitler fu visto con approvazione, anche con simpatia, e che il nazismo riceveva sostegno dalla borghesia in Germania come strumento contro il comunismo perché sebbene Hitler fosse un fanatico razzista, mostrò che tutte questo veniva perdonate perché si presentò da sostenitore della lotta al comunismo e tutto il mondo vide in Hitler lo strumento per distruggere l’Unione Sovietica. Quando iniziò la Seconda Guerra Mondiale, avevo 13 anni e già leggevo tutti i giornali; dalla guerra civile spagnola leggevo tutti i giornali, tutte le notizie internazionali, sempre con grande avidità. La Guerra Civile fu nel 1936, stavo per compiere 10 anni, e ricordo quasi come se le avessi appena lette molte notizie che arrivavano qui, perché nella fattoria di mio padre vivevano molti spagnoli e alcuni di loro non potevano leggere o scrivere. Erano divisi tra repubblicani e franchisti, e c’erano molti di questi spagnoli che istintivamente erano repubblicani, così mi chiesero di leggere il giornale. La cuoca di casa, tra gli altri, un galiziano di origine contadina, analfabeta, repubblicana di rabbia, sembra che per tradizione nel suo sangue avesse la ribellione contro feudalesimo e lo sfruttamento, le leggevo le notizie, e ricordo tutte le battaglie nelle Asturie, Teruel, dell’Ebro, le seguì parola per parola. Negli anni che precedettero la Seconda guerra mondiale, lessi i giornali e durante gli anni della guerra leggevo le notizie ogni giorno, per non parlare dei libri, sia riguardo agli eventi militari verificatisi allora, sia riguardo quelli politici del dopoguerra. Per 50 anni ho letto di questi fatti e quando iniziai avevo, come ti ho detto, 13 anni. Posso ricostruire nella mia mente molte cose e fare analisi politica di tutto ciò, analisi politica e persino militare. Non si può negare il fatto che le potenze occidentali abbiano spinto Hitler, finché Hitler non divenne un mostro, una vera minaccia. Né possiamo negare la straordinaria debolezza che le potenze occidentali avevano con Hitler e la sua condotta nei giorni che precedettero l’annessione dell’Austria, la famosa Anschluss; prima di tutto l’occupazione della Saar, dove era vietato inviare truppe, e anche prima dell’intervento di Hitler e Mussolini in Spagna. Furono i bombardieri e i piloti tedeschi che distrussero Guernica e che bombardarono Madrid, che uccisero centinaia di migliaia di spagnoli; furono tedeschi ed italiani con una chiara politica espansionistica che decisero, tra l’altro, la guerra. Tuttavia, accanto alla Repubblica spagnola non combattè alcun velivolo inglese, francese, statunitense; furono le brigate dei volontari internazionali che vi parteciparono. L’unico Paese che ha davvero aiutò fu l’URSS. Non si può negare storicamente che le armi con cui essenzialmente la Repubblica spagnola combatteva provenivano dall’Unione Sovietica, e gli aerei, i carri armati, l’artiglieria su cui che contava la Repubblica provenivano dall’URSS; quello che avevano i sovietici, glielo diedero, glielo mandavano. Quale altro Paese lo fece quando Hitler e Mussolini scatenarono la politica espansionistica? E alla fine raggiunsero il loro obiettivo, riuscirono a far sparire la Repubblica spagnola. Cosa fece l’occidente? Cosa fecero le potenze occidentali potenti in quel momento? Nel pieno di questi eventi, ci fu il riarmo tedesco. Cosa fece l’occidente per impedire il riarmo tedesco? Poi venne l’occupazione di tutte quelle aree europee in cui l’esercito di Hitler non poteva entrare. Più tardi i tedeschi annetterono l’Austria, si espansero. Poi arrivò Monaco e presero una parte del territorio dalla Cecoslovacchia, e più tardi, in breve tempo, occuparono il resto del Paese; influenza ed espansione tedesche si spostarono verso l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, mandando forze dappertutto. Cosa fece l’occidente di fronte a questi movimenti? Lasciò l’URSS da sola, e l’URSS ebbe molta paura di quella manovra, vide che Hitler penetrava nel Danubio e un luoghi strategici e nulla, fu tollerato tutto ciò. Certo, ciò stimolava l’espansionismo di Hitler e la paura di Stalin, che porto a qualcosa che critico da tutta la vita, perché penso che fu davvero una flagrante violazione del principio: cercare la pace a tutti i costi con Hitler per guadagnare tempo. Nella nostra lunga vita rivoluzionaria, nella storia relativamente lunga della rivoluzione cubana, non abbiamo mai negoziato un solo principio per guadagnare tempo o vantaggio pratico. Penso che fu un errore enorme. Non dirò che fu solo colpa sua, credo che tutta la politica occidentale l’abbia trascinato verso quella posizione; ma cadde nel famoso Patto Molotov-Ribbentrop, quando i tedeschi stavano già cominciando a chiedere la consegna del corridoio di Danzica; fecero una serie di richieste alla Polonia e in quel momento fu stilato il patto. Per tutta la vita, dal momento che avevo coscienza politica e rivoluzionaria, nell’analizzare questi fatti, pensai che fu un enorme errore commesso dalla politica estera sovietica, da Stalin in quegli anni alla vigilia della guerra, La non aggressione, lungi dal dare tempo, lo ridusse il tempo, perché alla fine la guerra si scatenò. Naturalmente, quando Hitler attaccò la Polonia, ad Inghilterra e Francia non rimase altra alternativa e la guerra scoppiò.
Quali conseguenze portò la guerra? Tutte quelle azioni militari fulminee di Hitler, la successiva invasione della Norvegia, poi l’occupazione di Belgio ed Olanda, l’attacco alla Francia, la sconfitta di Francia e Inghilterra sulla terraferma. Il potere di Hitler aumentò in Europa; Mussolini entrò opportunisticamente in guerra credendo che fosse il momento del crollo della Francia, ed ogni mese che passava Hitler era più potente, più risorse umane, più risorse materiali, combustibili, minerali, tutto, e diventava il nemico molto potente per l’Unione Sovietica. Poi, anche in quel periodo, in quella situazione, ci fu una competizione tra Stalin e Hitler, visto che la guerra poteva aver luogo mentre Hitler si volgeva ad est, cercando di guadagnare posizioni, territorio, vantaggi strategici . Cosa penso di tutto ciò? Le ragioni di certe azioni sovietiche in quel momento hanno qualche peso? Se dici: qui c’è una popolazione russa e voglio proteggerla, non devo far venire i tedeschi, l’occuperò io. Lì, a mio parere, si verificò un altro grande errore: nel momento in cui la Polonia fu attaccata, inviare truppe ad occupare quel territorio conteso perché aveva una popolazione ucraina o russa, non lo so. Cosa penso sarebbe stata la migliore politica? Sono sicuro che se avessimo visto una situazione del genere avremmo fatto qualcos’altro. Noi, prima di dare l’immagine che attacchiamo la retroguardia del Paese invaso da Hitler, avremmo preferito invitare la popolazione a passare dall’altra parte del confine per proteggersi, ma non avremmo violato il confine del Paese e non avremmo combattuto quel paese qualunque fossero le differenze ideologiche, un Paese attaccato da Hitler. Penso che fu un errore dal punto di vista dei principi e dell’opinione pubblica internazionale. Penso che la guerra contro la Finlandia fu un altro abbaglio a cui penso da tutta la vita, sia dal punto di vista dei principi sia dal punto di vista del diritto internazionale; Questa è l’opinione che ho sempre avuto. Stava compiendo errori successivi che gli procurarono l’antipatia dell’Unione Sovietica in vasti settori dell’opinione pubblica mondiale, che mise i comunisti di tutto il mondo, molto solidali e stretti amici dell’Unione Sovietica, in situazioni estremamente difficili da difendere coll’opinione pubblica di quei Paesi, in ciascuno di quegli episodi, perché dovette diventare una specie di harakiri per i comunisti di tutto il mondo, erano gli anni dell’internazionale, difendendo l’Unione Sovietica. E direi che era giusto difendere l’Unione Sovietica. Non potevano lasciare l’URSS a prescindere dai loro errori, ma erano costretti a difendere cose impopolari ed ostili come il Patto Molotov-Ribbentrop, l’occupazione di una parte del territorio polacco e la guerra in Finlandia. Visto che ne parliamo, colgo l’occasione e ti dico che non ho mai affrontato questi problemi con nessun giornalista. Credo che siano stati anche errori politici ed errori di principio, che non avremmo mai commesso. Credo che la storia della Rivoluzione cubana sia un argomento che dimostra cone ragiono, perché la Rivoluzione non ha mai commesso una violazione dei principi; mai la Rivoluzione, per alcun motivo o convenienza nazionale, abbandonò alcuna giusta causa in questo mondo, né abbandonò un singolo movimento rivoluzionario nonostante avessimo come avversario un Paese e un governo potenti come gli Stati Uniti. La storia della rivoluzione mostra che non abbiamo mai violato dei principi. Le cose che ho menzionato sono in contrasto coi principi, con la dottrina; sono in disaccordo, anche alla saggezza politica. Sebbene sia vero che dal settembre 1939 al giugno 1941 trascorsero un anno e nove mesi per il riarmo dell’URSS, in quel periodo chi divenne molto più forte, cinque volte più forte, dieci volte più forte, fu Hitler. L’URSS avrebbe potuto aumentare il potere militare a un costo politico e morale molto alto, ma Hitler era dieci volte più potente in quel momento. Se Hitler fosse entrato in guerra nel 1939 contro l’Unione Sovietica, vi dico che avrebbe fatto meno danni di quanto non fece nel giugno del 1941 e avrebbe subito la stessa sorte di Napoleone Bonaparte. Non solo coll’esercito sovietico, che era una realtà e aveva molti ufficiali coraggiosi ed esperti, esperti nelle guerre del tempo della Rivoluzione d’Ottobre: un popolo sempre combattivo e coraggioso. Con la partecipazione del popolo alla guerra irregolare, l’Unione Sovietica avrebbe sconfitto Hitler. Certo, a mio parere, è stato e l’ho sempre visto come grande errore di Stalin e della leadership sovietica. Infine, il carattere di Stalin, la sua terribile sfiducia nei confronti di tutto ciò, lo portò a commettere altri gravi errori: uno di essi fu quasi cadere nella trappola degli intrighi tedeschi e compì una tremenda, terribile, sanguinosa epurazione delle forze armate decapitando, praticamente, l’esercito sovietico alla vigilia della guerra. Un altro errore molto grave fu nel giugno 1941, quando i tedeschi concentrarono milioni di uomini, migliaia e migliaia di aeroplani, decine di migliaia di carri armati e autoblindo, centinaia di divisioni tedesche, romene, ungheresi, finlandesi ai confini e che di fronte a un’evidente aggressione era impossibile nascondere quei piani di aggressione, persisteva testardamente nella teoria che si trattava di una provocazione, che tutto ciò che gli veniva detto e tutto ciò che lo informava era una provocazione e adottò la politica dello struzzo, infilando la testa in un buco. Non mobilitò le truppe, e alcun Paese, quando vede che un’aggressione è imminente, la prima cosa che deve decretare è la mobilitazione generale. Un Paese come l’Unione Sovietica, che poteva mobilitare molti milioni di uomini, contadini, soldati, lavoratori; l’intera popolazione e che aveva migliaia di aeroplani e di carri armati, invece di mobilitarsi, anche se progressivamente, ma mobilitandoli, o dichiarando la mobilitazione generale tempestiva e immediata, a mio parere, adottò una posizione assurdo, troppo prudente, straordinariamente cauta, potremmo dire eccessivamente cauto, per non dare a Hitler un pretesto, e quindi non mobilitò l’esercito, non decretò la mobilitazione generale. Quindi, immagina, cosa succede? Dopo tutti gli errori precedenti, risalenti al 1941, attaccarono di sorpresa l’Unione Sovietica il 22 giugno; penso che fu un fine settimana, un sabato o una domenica.
Come puoi attaccare con milioni di uomini di sorpresa? C’è stata, tuttavia, sorpresa e un Paese smobilitato fu attaccato. Si scopre che gli ufficiali e molti soldati erano in viaggio il giorno dell’attacco, l’aviazione in prima linea, negli aeroporti di prima linea. Per me, è sempre stato molto chiaro che ciò che avrebbe dovuto fare in quel momento era la mobilitazione generale totale, il ripiego in profondità dell’aviazione e altre misure simili. Se non aveva intenzione di attaccare, se aveva intenzione di adottare una politica difensiva, in quelle condizioni doveva ritirare in profondità tutta dell’aviazione, mobilitare l’intera riserva, concentrarla tutta nei punti strategici, avere il massimo allarme al combattimento per tutti gli uomini in prima linea, e Hitler non avrebbe potuto attaccare di sorpresa e raggiungere i gravi risultati iniziali. Quando l’invasione della Jugoslavia ebbe luogo, forse ritardando l’attacco di Hitler di poche settimane, l’Unione Sovietica doveva essere mobilitata. E se ciò fosse accaduto nel 1941, sono assolutamente sicuro che l’esercito di Hitler si sarebbe schiantato contro l’esercito sovietico in profondità e non avrà circondato milioni di uomini, non avrebbe fatto centinaia di migliaia di prigionieri nelle prime settimane di guerra, non avrebbe distrutto quasi tutta l’aviazione il primo giorno, e non avrebbe causato l’enorme distruzione che delle prime settimane e mesi di guerra. Non sarebbe arrivato a Mosca, a Kiev, a Stalingrado, alcuna di queste parti; era impossibile, quell’immenso Paese avrebbe inghiottito gli eserciti tedeschi se il suo popolo, le sue forze fossero state mobilitate. Penso che la storia del mondo sarebbe stata altra, persino, e la Seconda Guerra Mondiale, se l’Unione Sovietica avesse fatto ciò che avrebbe dovuto fare alla vigilia dell’aggressione tedesca, la guerra non sarebbe finita a Berlino, ma in Portogallo se gli hitleriani avessero ceduto tutti i Paesi.

TB: I sovietici avrebbero occupato tutta l’Europa, almeno fino alla Francia.
FC: Chiaro, se sconfiggevano Hitler a Berlino, non avrebbero dovuto continuare ad avanzare, o se lo sconfiggevano ai confini occidentali della Germania; ma Hitler aveva occupato la Francia, non aveva occupato la Spagna dove, tuttavia, c’era un governo correlato. Quindi, se combateva fino alla fine, dico che la guerra finiva in Portogallo, non ci sarebbe stato nemmeno un Secondo Fronte, le truppe nordamericane non sarebbero sbarcate in Europa. Ne ho l’assoluta sicurezza, l’ho sempre avuta, quando analizzavo questi eventi. Con questo ho elencato i principali errori di Stalin, naturalmente, ho incluso gli abusi di potere, le violazioni della legalità e gli atti di crudeltà che Stalin effettivamente commise Questo è, a mio avviso, l’insieme degli errori fondamentali.

TB: Quali erano, secondo te, i meriti di Stalin?

FC: Se si parla in modo approssimativo dei meriti di Stalin, c’è il merito di aver stabilito l’unità dell’Unione Sovietica, consolidando ciò che Lenin aveva avviato, l’unità del partito, diede slancio al movimento rivoluzionario internazionale, e certamente l’industrializzazione dell’Unione Sovietica fu un grande successo, un grande sforzo e un grande merito di Stalin, e penso che fosse decisivo nella capacità di resistere dell’Unione Sovietica. Un grande merito di Stalin, o del collettivo che era con Stalin, ma dato che gli danno tutta la colpa, meriti ed errori sono stati individuati, anche se c’erano molti pregi e molti errori, un grande successo fu il programma di trasferimento dell’industria bellica e delle industrie strategiche in Siberia e nelle profondità dell’Unione Sovietica. Penso che in guerra, una volta iniziata, sapeva come guidare l’Unione Sovietica. Ebbe alcuni primi momenti di grande confusione; ciò è storicamente provato, questo è quello che mi disse Mikojan: come furono le prime ore di Stalin. Era molto amaro, poiché tutte le premesse erano fallite, dato che le informazioni ricevute non erano provocatorie, poiché l’attacco a sorpresa si verificò, poiché Hitler causò una grande distruzione, per diverse ore, penso anche diversi giorni, fu in un grande smarrimento, finché non reagì e divenne un capace capo militare, perché nessuno tranne lui poteva esercitare quelle funzioni, nessuno aveva l’autorità, il prestigio, il potere per svolgere quel ruolo, e poi si dedicò alla difesa dell’Unione Sovietica e, secondo molti generali, Zhukov e i più brillanti generali sovietici, Stalin svolse un ruolo importante nella difesa dell’Unione Sovietica nella guerra contro il nazismo. Questo è riconosciuto da tutti.
Penso che sia giunto il momento di un’analisi imparziale del personaggio e non dargli la colpa di tutto ciò che successe perché, dopo tutto, l’Unione Sovietica che conoscevamo era molto potente, che solo quattro anni dopo l’esplosione delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki, che diedero il monopolio dell’arma nucleare agli Stati Uniti, aveva già l’arma nucleare, e subito dopo l’arma termonucleare, e non ci volle molto per avere i vettori di queste armi. Era in grado di sviluppare la missilistica, i voli spaziali, di raggiungere straordinari livelli di sviluppo e produzione industriale ed alimentare. L’Unione Sovietica a volte produceva più di 200 milioni di tonnellate di cibo; ciò che produceva l’Unione Sovietica quando iniziò la Seconda guerra mondiale erano solo 50 o 60 milioni di tonnellate di grano. Ora non mi riferirò a questo, ma l’Unione Sovietica che conoscevamo era un’Unione Sovietica molto ricca, con enormi risorse economiche, in materie prime, industriali, scientifiche; cioè, quello che era noto era una superpotenza, l’Unione Sovietica era una vera superpotenza. Ora, Stalin aveva qualcosa a che fare con lo sviluppo di questa superpotenza? Doveva. In che modo incolpare Stalin, semplicemente, per tutto ciò che è successo nell’Unione Sovietica? Penso che sarebbe una semplicità storica, e non sono soddisfatto dell’accettazione di un’accusa simile. È come dire che il colpevole era Lenin per aver guidato la rivoluzione socialista, aver preso il Palazzo d’Inverno e costituito il governo sovietico e tutto queste cose. Quante persone potrebbero essere incolpate di quel percorso? Finiscono per incolpare Dio di non dare a Lenin più salute per vivere 15 o 20 anni in più. Non voglio scherzarci, anche se potrei dire alcune cose divertenti; ma la verità è che dopo aver ricevuto uno Stato potente e averlo distrutto in pochi anni, dopo aver fatto in pochi anni ciò che Hitler non poté, cosa che la reazione mondiale non poté fare, disintegrando un Paese così potente, di 280 milioni di cittadini, è una grave responsabilità a cui la storia sarà incaricata di rendere giustizia, coll’imperialismo ha raggiunto tali obiettivi senza sparare un colpo. Dobbiamo essere obiettivi, analizzare tutti gli errori politici e di principio commessi da Stalin, analizzare i successi e approfondire i fattori che veramente portato alla distruzione dell’Unione Sovietica e alla reale responsabilità di ciascuno. La costruzione del socialismo nell’URSS fu la prima di queste esperienze nella storia dell’umanità. Non c’è stato alcun processo rivoluzionario senza errori, non c’è stata rivoluzione senza grandi errori. Pensa alla rivoluzione francese, alle rivoluzioni classiche, alle rivoluzioni storiche. Pensa nella sfera latinoamericana alla rivoluzione messicana, un importante evento storico che precedette la rivoluzione bolscevica; C’era tutto: violenza, violazioni della legalità. E in Francia, c’erano o non c’erano? E quando arrivò la Restaurazione, c’erano altre violazioni della legge? In tutte le rivoluzioni si sono verificati questi fenomeni. Ho davvero detto di esser orgogliosi di aver commesso minimi errori e di non aver commesso molti degli errori commessi in tutte le altre rivoluzioni. Potrei elencarli, ma non ne parliamo ora. Ma una rivoluzione potrebbe essere concepita nel vecchio impero degli zar senza molti errori? Non potrebbe. Tuttavia, c’è stata una rivoluzione con molti errori e molti successi, Thomas, che ebbe un ruolo trascendente nel mondo, perché l’esistenza dell’Unione Sovietica e le lotte dell’Unione Sovietica accelerarono il processo rivoluzionario nel mondo: impedì all’umanità di cadere sotto il dominio fascista; accelerò il processo rivoluzionario in Cina, un evento di singolare importanza, aiutò l’indipendenza del Vietnam, ail movimento di liberazione in Africa e altrove, e diede spazio ad altri popoli per vivere in un mondo che conosceva gli antagonismi delle due grandi potenze, che per coloro che non volevano cadere sotto il giogo dell’imperialismo yankee significò un enorme vantaggio, che andò perduto quando l’Unione Sovietica scomparve.

Fidel Castro e Tomas Borge
Intervista a Fidel Castro su Stalin

Bepi del giasso: Giuseppe del ghiaccio

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Un giovanotto che veniva dalla Georgia, un esponente di primo piano del partito socialdemocratico russo, fazione dei bolscevichi, per scappare alle grinfie della polizia zarista e cercando un modo per raggiungere la Svizzera, nel 1907 cercò riparò in Italia.

Egli partì nascosto in una nave da carico mercantile che trasportava granaglie da Odessa ad Ancona, dove sbarcò in gennaio. Ad Ancona si mise a lavorare in un albergo, ma l’attività durò poco. Lui, uomo timido e introverso, non riusciva proprio a comunicare con i clienti. Si trasferì quindi a Venezia.

Dopo aver girovagato un po’, gli anarchici della città lagunare lo accolsero e lo battezzarono “Bepi del giasso” (Bepi del ghiaccio), a ricordare che non veniva certo da climi tropicali.

Gli tornarono utili sia la sua conoscenza dell’armeno che l’aver studiato alla scuola teologica di Gori e nel seminario cristiano-ortodosso di Teflis, tanto che, quando si presentò a chieder ospitalità e lavoro all’abate generale di San Lazzaro, allora Ignazio Ghiurekian, il giovane Bepi poteva contare sul fatto di saper servire messa secondo i rituali latino ed ortodosso, nonché di suonare le campane con i rintocchi richiesti da entrambe le confessioni.

Fu così che “Bepi del giasso” rimase per un po` a San Lazzaro degli armeni a far da campanaro.

Bepi se ne andò invece per raggiungere Berlino dove in Aprile, assieme ad una ventina di membri al vertice del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, pianificò un colpo che rimarrà poi nella storia.

Il 26 giugno del 1907 a Tbilisi, la capitale della Georgia c’era una grande agitazione di polizia intorno a piazza Erivan, una delle più importanti del centro. Le autorità zariste avevano saputo che qualche gruppo rivoluzionario stava preparando un attacco o qualcosa di simile, e avevano messo a presidiare la zona più poliziotti del solito.

Intorno alle dieci e mezza di mattina attraversò la piazza una carrozza trainata da cavalli: a bordo c’erano due guardie armate, un contabile, un bancario, e centinaia di migliaia di rubli della Banca di Stato dell’Impero russo diretti a una filiale locale.

I rivoluzionari uscirono da una taverna sparando e lanciando bombe, seminando il panico tra i civili che erano nella piazza e in generale nel centro di Tbilisi, che fu devastato e preso dalla confusione. Le esplosioni ruppero i vetri delle case sulla piazza.

Le bombe ferirono i cavalli della carrozza portavalori, che si ribaltò: uno dei rivoluzionari prese i sacchi di denaro e li lanciò su una carrozza e fuggì. Come ha raccontato Simon Sebag Montefiore nel suo Giovane Stalin, uno dei saggi che contiene più informazioni sulla rapina di Tbilisi, il rivoluzionario Kamo alla guida della carrozza fu fermato da un gruppo di poliziotti, davanti ai quali si finse un militare urlando: «Il denaro è al sicuro, andate in piazza!».

Fu lasciato andare, e tornò al quartier generale dei rivoluzionari, dove si cambiò d’abito e incontrò i complici, che erano riusciti tutti a scappare. Le autorità dissero che i morti furono soltanto tre, ma gli storici concordano nel ritenere che furono circa 40.

In totale, erano stati rubati 340mila rubli, l’equivalente di oltre 3 milioni di dollari di oggi.

Nel 1916 tornò in Russia giusto in tempo per la rivoluzione e, qualche anno dopo, divenne Segretario generale del Partito Comunista e guida dell`Unione Sovietica col soprannome di “Piccolo Padre”.

Ebbene sì, quel Bepi del giasso che fu per breve tempo campanaro di San Lazzaro, di solito non lo si chiama per nome, Josef, ma per pseudonimo Stalin

Ne “La casa dorata di Samarcanda” (1996) ambientata nel 1921, al posto di blocco al confine con l’Azerbaigian il marinaio Corto Maltese chiede al commissario politico di chiamare direttamente al Cremlino, il commissario è sconcertato e suda freddo e si stupisce ancora di più quando dall’altro capo del telefono “il commissario per la nazionalità” risponde: “sei proprio tu Corto?!”.

“Ne sono passati di anni da quel 1907– dice il marinaio-evidentemente non eri tagliato per fare il portiere di notte, lo dicono ancora oggi ad Ancona, dicono che eri troppo timido. Gli armeni, invece, dicevano che con le campana ci davi troppo dentro…”

“No – risponde Bepi – non è per quello è che non andavo a genio all’abate mechitarista perché uscivo di notte!”.

“Fantastico – ribatté Corto – diverrai segretario generale del partito perchè non ti hanno lasciato fare il portiere di notte ad Ancona o il campanaro a Venezia”.

Forse non tutti sanno che… (la storia di Peppino del ghiaccio)

La leggenda di Bepi del Giasso, meglio conosciuto come Stalin

La casa dorata di Samarcanda

La rapina di Tbilisi

Adda venì baffone

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Adda venì baffone è un popolare detto napoletano che di sicuro avrete sentito dire almeno una volta nella vita. A Napoli si invoca il misterioso uomo baffuto per cercare di migliorare una situazione spiacevole. In qualsiasi contesto lo si usi “adda venì baffone” vuol dire una sola cosa: arriverà presto colui che metterà la situazione a posto.

L’origine di questo modo di dire è molto curiosa. Adda venì baffone nacque sul finire della seconda guerra mondiale ad opera del popolo napoletano martoriato dalla guerra. Le persone costrette ad assistere inerti al conflitto bellico non sapevano più a chi rivolgersi per mettere fine alle atrocità. La speranza, però, era ancora viva. Si sognava una terra a est dove la libertà era di casa ed era il popolo a comandare.

Stiamo parlando della Russia che a quel tempo aveva un solo uomo a capo di tutto: Joseph Stalin, noto per i suoi folti baffi. È proprio lui il baffone del famoso detto. I napoletani invocavano il “baffone” Stalin, per cercare di portare la serenità che da troppo tempo mancava alla nostra città devastata dalla guerra.

Adda venì baffone: come i napoletani usano quest’espressione

Dalla seconda guerra mondiale il modo di dire ha perso naturalmente il suo protagonista, e così adda venì baffone si è trasformata in un’espressione popolare che viene usata per buon augurio. È diffusa tantissimo come antidoto alla politica moderna fatta di imbroglioni e ladri. “Adda venì baffone” dicono gli anziani quasi a voler rassicurare il mondo: si metteranno a posto le cose, pagheranno pure questi cialtroni.

Non sono solo le persone anziane a farne uso. Anche tra i giovani si sta diffondendo questo antico detto popolare che viene usato per gioco tra i banchi di scuola quando i professori mettono voti bassi. “Adda venì baffone” sussurrano i giovani allievi con un ghigno sulla faccia. Comunque sia questo strano modo di dire napoletano è un invito a migliorare e porta con se un forte messaggio di speranza: dalle difficoltà si esce sempre.

Solo a Napoli potevano inventarci un’espressione così divertente, ma allo stesso tempo di buon augurio per il futuro di tutti.

Adda venì baffone: usi moderni di un detto antico

URSS ai tempi di Stalin (Foto)

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Il mercato di Yalta
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Persone in coda davanti a una drogheria in una località non specificata
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Crimea
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Manifestazione in una piazza di Mosca
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L’Ufficio telegrafico centrale di Mosca
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Famiglia seduta a un chiosco davanti allo zoo cittadino
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Un gruppo di donne-spazzino con le scope sulla Piazza Rossa
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Relax domenicale sulla Piazza Rossa per le famiglie: questa zona delle scalinate adesso non è più accessibile
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Il bar “I fuochi di Mosca” dell’Hotel Moskva. Mosca, fine anni ‘40.
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I funerali di Stalin davanti alla Casa dei sindacati a Mosca, nel marzo 1953
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Atlete della società sportiva “Dinamo”. In spiaggia presso la città di Chimki, nella regione di Mosca, 1935.
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La vendita di acqua minerale a Mosca negli anni trenta.
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Paracadute durante la Fiera sportiva nell’aerodromo di Tušino, 1940.

Urss, vita quotidiana ai tempi di Stalin: le foto (a colori) mai viste

La Russia quotidiana ai tempi di Stalin

DAL NULLA SORGEMMO: Arditi del popolo

“Dal nulla sorgemmo in una lotta infernale. Ricordate: non respiravamo, più non si viveva. Era la nostra ora più nera e più tragica. Contro di noi vi erano fascisti, governo e borghesia. Una sola forza ci sostenne: la fede.” Argo Secondari

Benché l’antifascismo – inteso sia come teorizzazione politica che come risposta militare – nasca quasi contemporaneamente alla comparsa dello squadrismo, le prime forme di resistenza al fascismo sono sicuramente meno note di quelle legate alle esperienze della guerra civile spagnola e della Resistenza. Nel secondo dopoguerra, l’antifascismo sconfitto degli Arditi del popolo è stato relegato ai margini della storiografia, benché dietro esso vi fossero sia – come notò Guido Quazza – “tutta una storia”, sia le stesse ragioni fondanti della Resistenza. Tra le ragioni di questa parziale rimozione, vi possono essere quella delle origini e della natura della prima associazione antifascista (permeata da miti arditistico-dannunziani, successivamente fatti propri dal fascismo, e, al contempo, attestata su posizioni genericamente rivoluzionarie) e quella della difficile autocritica degli attori di allora (dalle istituzioni alle forze politiche e sociali) le quali non compresero appieno la portata del fenomeno fascista e che, tranne qualche eccezione, ostacolarono la diffusione dell’antifascismo del 1921-22. Un antifascismo forse (e comunque solo per taluni aspetti) distante, per contenuti e forme, da quello istituzionalizzatosi nell’Italia repubblicana; ma pur sempre un antifascismo nel quale l’esperienza resistenziale e il movimento democratico sorto da essa trovano la loro origine.

Nati a Roma gli ultimi giorni di giugno del 1921 da una scissione dell’Associazione nazionale arditi d’Italia, per iniziativa dell’anarchico Argo Secondari (ex tenente dei reparti d’assalto nella prima guerra mondiale), gli Arditi del popolo si propongono di opporsi manu militari alla violenza delle squadre fasciste. Estenuate da mesi di spedizioni punitive, le masse popolari colpite dallo squadrismo accolgono la loro nascita con entusiasmo. Stanche dei crimini fascisti, esse vedono concretizzarsi nella nuova organizzazione quella volontà di riscossa che trae origine – soprattutto negli strati meno politicizzati della classe lavoratrice – dal puro e semplice istinto di sopravvivenza. La comparsa degli Arditi del popolo rappresenta indubbiamente, per il proletariato italiano, il fatto eclatante dell’estate1921. Sia costituendosi ex novo che appoggiandosi alle sezioni della Lega proletaria (l’associazione reducistica legata al PSI e al PCd’I) o a formazioni paramilitari preesistenti (quali gli Arditi rossi di Trieste o i Figli di nessuno di Genova e Vercelli), nascono in tutta Italia sezioni di Arditi del popolo, pronte a fronteggiare militarmente lo squadrismo fascista. Il nuovo governo, presieduto da Ivanoe Bonomi, guarda al fenomeno arditopopolare con estrema preoccupazione, poiché la comparsa delle formazioni armate antifasciste rischia di affossare l’ipotesi della realizzazione di un trattato di tregua tra socialisti e fascisti (quello che sarà, nemmeno un mese dopo, il “Patto di pacificazione”) fortemente desiderato dal presidente del Consiglio.

Il 6 luglio 1921, presso l’Orto botanico di Roma, ha luogo un’importante manifestazione antifascista alla quale prendono parte migliaia di lavoratori e la cui eco arriva fino a Mosca: la “Pravda” del 10 luglio ne fa infatti un dettagliato resoconto e lo stesso Lenin, favorevolmente colpito dall’iniziativa e in polemica con la direzione bordighiana del PCd’I, non ha dubbi a indicarla come esempio da seguire. Dopo questo imponente raduno, la struttura paramilitare antifascista diviene, nel volgere di pochi giorni, un’organizzazione diffusa capillarmente. Le linee di espansione dell’associazione seguono, principalmente, le direttrici che dalla capitale conducono a Genova (Civitavecchia, Tarquinia, Orbetello, Piombino, Livorno, Pisa, Sarzana, La Spezia) e ad Ancona (Monterotondo, Orte, Terni, Spoleto, Foligno, Gualdo Tadino, Iesi). Ma anche in molti altri centri al di fuori di queste due vie di comunicazione gli arditi del popolo riescono a costituirsi in gruppi numericamente consistenti. Rilevanti sono, a riguardo, quelli del Pavese, di Parma, Piacenza, Brescia, Bergamo, Vercelli, Torino, Firenze, Catania e Taranto. Ma anche in alcuni centri minori gli arditi del popolo riescono ad organizzarsi efficacemente.

Prendendo in considerazione le sole sezioni la cui esistenza è certa, l’organizzazione antifascista risulta strutturata, nell’estate del 1921, in almeno 144 sezioni che raggruppano quasi 20 mila aderenti. Le 12 sezioni laziali (con più di 3.300 associati) primeggiano con quelle della Toscana (18, con oltre 3.000 iscritti). In Umbria gli arditi del popolo sono quasi 2.000, suddivisi in 16 sezioni. Nelle Marche sono quasi un migliaio, in 12 strutture organizzate. In Italia settentrionale, la diffusione del movimento è significativa in Lombardia (17 sezioni che inquadrano più di 2.100 Arditi del popolo), nelle Tre Venezie (15 nuclei per circa 2.200 militanti) e, in misura minore, in Emilia Romagna (18 sezioni e 1.400 associati), Liguria (4 battaglioni e circa 1.100 Arditi del popolo) e Piemonte (8 e circa 1.300). Nel Meridione le sezioni sono 7 sia in Sicilia che in Campania, 6 in Puglia, 2 in Sardegna e solo una in Abruzzo e in Calabria, mentre gli iscritti sono circa 600 in Sicilia, poco più di 500 in Campania e nelle Puglie, quasi 200 in Abruzzo e poco meno in Calabria, 150 in Sardegna.

Sotto il profilo tecnico-militare, gli Arditi del popolo sono una struttura militare agile, capace di convergere in poco tempo dove si presuma possa avvenire una spedizione punitiva dei fascisti. L’organizzazione antifascista cerca inoltre di esercitare il controllo del territorio attraverso marce per le strade cittadine oppure, alla stregua di una vera e propria milizia di quartiere, pattugliando il territorio e identificando gli elementi filofascisti. Non deve meravigliare dunque che la struttura organizzativa dell’arditismo popolare privilegi l’aspetto militare su quello politico. Gli Arditi del popolo sono strutturati in battaglioni, a loro volta suddivisi in compagnie (altrimenti dette centurie) e in squadre. Ogni squadra è composta da dieci elementi più il caposquadra; ogni compagnia è costituita da quattro squadre più il comandante di compagnia; il battaglione, infine, risulta composto da tre compagnie più il comandante di battaglione. Dunque, 136 uomini coadiuvati da un plotone autonomo di sicurezza di altri 10 elementi. Ogni battaglione ha al suo interno delle squadre di ciclisti per mantenere i collegamenti tra i vari battaglioni (rionali nelle grandi città). I ciclisti assicurano inoltre i collegamenti tra il comando generale, i battaglioni e altri soggetti (sedi operaie, ferrovieri, tranvieri, operai d’arsenali, “ufficio stampa e giornale della sera”). L’addestramento degli inquadrati avviene mediante apposite esercitazioni, le quali, comunque, molte volte si risolvono in esercizi formali.

Dal punto di vista organizzativo, la struttura del movimento ardito-popolare non è accentrata in modo eccessivo. Ai vari Direttorii dei Comitati regionali (varati solo sulla carta al primo congresso dell’associazione) vengono lasciati ampi margini di autonomia. Nella pratica, ogni sezione dell’associazione decide autonomamente il da farsi e il proprio stile di lavoro. Stile che – ovviamente – muta a seconda della corrente politica dominante nella determinata realtà. Proprio perché l’organizzazione si dichiara estranea a qualsiasi raggruppamento politico, l’inquadramento nelle centurie non avviene, di norma, sulla base dell’appartenenza ad una determinata organizzazione del movimento operaio. Accade però che in alcune realtà (come ad esempio Livorno) gli Arditi del popolo si dividano in compagnie sulla base dell’appartenenza politica.

Al pari della struttura tecnico-militare, anche i simboli della prima organizzazione antifascista derivavano dall’arditismo di guerra: un teschio cinto da una corona d’alloro e con un pugnale tra i denti con sotto scritto – in caratteri maiuscoli – “A noi!” è il simbolo dell’associazione. Il timbro del direttorio è costituito invece dal pugnale degli arditi, circondato da un ramoscello di alloro e uno di quercia incrociati. Effigi allora in gran voga e non certo patrimonio esclusivo dei Fasci di combattimento o delle forze politiche di destra. In qualche caso, come a Civitavecchia, il gagliardetto degli Arditi del popolo (una scure che spezza il fascio littorio) esprime invece più chiaramente la ragion d’essere dell’organizzazione. Anche se non si può parlare di una vera e propria divisa, gli arditi del popolo, come del resto la quasi totalità dei giovani militanti dei partiti politici dell’epoca, ne hanno genericamente una: indossano un maglione nero, pantaloni grigio-verdi e, a volte, portano una coccarda rossa al petto. Molti Arditi del popolo infine, durante scontri e combattimenti, si proteggono il capo con gli elmetti Adrian. Gli inni dell’organizzazione ricalcano anch’essi, per musica e testi, i motivi dell’arditismo di guerra. Dell’inno “ufficiale”, cantato sull’aria di quello degli arditi “Fiamme nere”, è conservata copia nelle carte di polizia. “Siam del popolo – le invitte schiere/ c’hanno sul bavero le fiamme nere/ Ci muove un impeto – che è sacro e forte/ Morte alla morte – Morte al dolor”, recita il ritornello; mentre l’ultima strofa dichiara programmaticamente: “Difendiamo l’operaio/ dagli oltraggi e le disfatte/ che l’Ardito, oggi, combatte/ per l’altrui felicità!” Nel settembre 1921 l’organo dell’associazione, “L’Ardito del popolo”, pubblica invece un’altra versione dell’inno più esplicitamente antifascista. Sull’aria di “Giovinezza”, i primi versi della canzone recitano così: “Rintuzziamo la violenza/ del fascismo mercenario./ Tutti in armi! sul calvario/ dell’umana redenzion./ Questa eterna giovinezza/ si rinnova nella fede/ per un popolo che chiede/ uguaglianza e libertà.”

Gli organizzatori dell’associazione, a seconda della tradizione politica delle località in cui essa è presente, sono i militanti dei movimenti e dei partiti politici proletari o “sovversivi”: anarchici, comunisti, socialisti massimalisti (in particolare terzinternazionalisti), repubblicani, ma anche sindacalisti rivoluzionari e, in alcune zone del paese, popolari. Oltre all’intenzione di opporsi alle violenze delle camicie nere con pratiche di resistenza armata, ciò che tiene unite queste differenti correnti del movimento operaio è la comune lettura del fenomeno fascista come reazione di classe. Il fattore coagulante non è dunque politico-ideologico, ma prettamente sociale. A livello sociale, il profilo prevalentemente proletario del movimento è una caratteristica evidente in tutto il territorio nazionale. I lavoratori delle Ferrovie dello Stato sono numerosissimi, molti sono gli operai in genere e i metalmeccanici in particolare, parecchi i braccianti agricoli, gli operai dei cantieri navali, i portuali e i marittimi. Vari sono pure gli operai edili, i postelegrafonici, i tranvieri e i contadini. Ma vi sono anche, in misura minore e soprattutto tra i gruppi dirigenti, impiegati, pubblicisti, studenti, artigiani e qualche libero professionista.

Insieme alle adesioni arrivano anche i primi successi militari: le difese di Viterbo (che vide la cittadinanza stringersi attorno ai militanti antifascisti per respingere l’assalto degli squadristi perugini) e di Sarzana (nei cui scontri restarono uccisi una ventina di fascisti), organizzate dagli arditi del popolo dei due centri, disorientano e incrinano la compagine mussoliniana: le due anime del fascismo individuate da Gramsci, quella urbana – più politica e disponibile alla trattativa – e quella agraria – essenzialmente antipopolare e irriducibile a ogni compromesso – giungono a un passo dalla scissione. Ma, violentemente osteggiati dal governo Bonomi, gli Arditi del popolo non ricevono – tranne qualche eccezione – il sostegno dei gruppi dirigenti delle forze del movimento operaio e nel volgere di pochi mesi, riducono notevolmente il loro organico, sopravvivendo in condizioni di clandestinità solo in poche realtà tra le quali, Parma, Ancona, Bari, Civitavecchia e Livorno; città in cui riusciranno, con risultati differenti, a opporsi all’offensiva finale fascista nei giorni dello sciopero generale “legalitario” dell’agosto 1922. Già nell’autunno precedente, comunque, l’azione congiunta di governo e Magistratura aveva dato i suoi frutti: le sezioni dell’associazione si erano ridotte a una cinquantina e gli iscritti a poco più di seimila.
Il motivo di questa brusca battuta d’arresto non va però ricercato solamente nell’atteggiamento delle autorità. I provvedimenti bonomiani contro i corpi paramilitari (che danneggiarono le sole formazioni di difesa proletaria), le disposizioni prefettizie, gli arresti, le denunce e lo stesso atteggiamento della Magistratura (ispirato alla politica “dei due pesi e delle due misure”), non sarebbero stati possibili o comunque pienamente efficaci se le forze politiche popolari avessero sostenuto, o quantomeno non osteggiato, la prima organizzazione antifascista. Ma esse, per ragioni differenti, abbandonarono al proprio destino la neonata struttura paramilitare a tutela della classe lavoratrice.
Tolta la piccola Frazione terzinternazionalista, Il PSI, il principale partito proletario, oltre a fare propria la formula della resistenza passiva, si illuse di poter siglare un accordo di pace duraturo con il movimento mussoliniano (il cosiddetto “patto di pacificazione”), e con la quinta clausola di questo patto scellerato, dichiarava, non senza una dose di calcolato opportunismo, la propria estraneietà all’organizzazione e all’opera degli Arditi del popolo.
Colto alla sprovvista dalla loro comparsa, ma propenso ad opporre forza alla forza, il Partito comunista decide di non appoggiare gli Arditi del popolo poiché – a detta del Comitato esecutivo – costituitisi su un obiettivo parziale e per giunta arretrato (la difesa proletaria) e, dunque, insufficientemente rivoluzionari. La difesa proletaria doveva realizzarsi esclusivamente all’interno di strutture controllate direttamente dal partito, e gli Arditi del popolo – definiti infondatamente “avventurieri” e “nittiani” – dovevano considerarsi alla stregua di potenziali avversari. Ma moltissimi comunisti (tra cui anche qualche dirigente e, all’inizio, lo stesso Gramsci) non accettarono simili disposizioni e restarono all’interno degli Arditi del popolo o proseguirono nell’azione di collaborazione e/o appoggio. Solo dopo ulteriori interventi da parte del “Centro” (accompagati da vere e proprie minacce di gravi provvedimenti disciplinari) la maggior parte delle strutture del PCd’I si adegua alla linea ufficiale e va ad allargare le fila delle Squadre comuniste d’azione. Questa scelta politica viene criticata duramente dall’Internazionale comunista che, a partire dall’ottobre del ’21, avvierà un serrato dibattito con i dirigenti del PCd’I, stigmatizzandoli per il loro settarismo.
Con l’eccezione del Lazio, del Veneto e della Federazione giovanile, per quanto riguarda i repubblicani, e del Parmense e di Bari, per sindacalisti rivoluzionari e legionari fiumani, le forze politiche della “sinistra interventista” si orientano quasi subito anch’esse verso soluzioni di autodifesa che escludono la confluenza o la collaborazione con gli Arditi del popolo. Anche queste formazioni preferiscono organizzare l’autodifesa a livello partitico, teorizzando, nella maggioranza dei casi, la perfetta equidistanza tra “antinazionali” (anarchici, socialisti e comunisti) e “reazionari” (fascisti, nazionalisti e liberal-conservatori)

Fonte

LO STALINISMO NON ESISTE

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Lo stalinismo: questo sconosciuto termine inventato nella teoria, fa strage nel quotidiano e nella retorica politica.  Ma esiste davvero?

Mi è capitato spesso, ed ancora mi capita un sacco di volte nella vita, essendo noto che alcune riesumazioni provocatorie sono provenute proprio da certe esperienze
per me centrali, che nelle diatribe dialettico/politiche con molti personaggi, definibili o di sinistra o di destra, salta fuori questa definizione: “stalinista”.
Spesso è usato come dispregiativo, senso di distacco, giustificazione di antitesi, diversità (con apparente pulsione libertaria che eleva i soggetti che la pronunciano ad essere “più buoni”) o cosa altro di affine ad una critica politica netta. Ovviamente non manca nemmeno nel senso contrario, ovvero nell’utilizzo pseudo positivo pessimo del supereroe da citare a caso come soluzione delle questioni, e che non è di certo meglio perché non ha a che fare con nulla di concreto, visto che il senso teorico/politico del termine, o di ciò che vorrebbe rappresentare, non esiste.
Si capisce quando lo usa Berlusconi per parlare dei comunisti; si capisce anche quando lo usano le correnti del PD, per darsi addosso l’un con l’altra è delegittimarsi;. e si capisce quando lo usa la sinistrella borghese e inconcludente itaGliana, che grazie al perbenismo inconscio, frutto del marxismo latitante di molti che si definiscono “di sinistra” o peggio “comunisti”, ha campato decenni ed ha garantito a gente come Bertinotti, che ora vede di buon occhio Comunione e Liberazione, di essere considerato un Leader popolare; magari con quella “erre moscia” da aristocratico e una barca a vela che pare il Titanic.
Ma quel che mi fa ridere è che chi muove spesso questa critica-definizione, l’addebita all’idea che, eretto il socialismo, non si debba poi, con l’istituzione di un sistema di governo, far estinguere la classe dominante con i suoi privilegi. La famosa “dittatura del proletariato”, quella “tremenda e brutale dittatura” dell’est imparata dai libri occidentali, che necessita per essere spiegata, appunto, del faccione baffuto, di una foto di un gulag, o di qualche strumentale e gonfiato numero di vittime o incarcerati (mai visti calcolare quelli fatti dalle democrazie).

Ora.
Capisco un anarchico, che nella sua proiezione post rivoluzionaria rigetta ogni forma di governo, se per me con utopia inconcludente, per lui soluzione possibile. Sono punti di vista. Li rispetto per quanto non li condivido.
Ma non lo rispetto e men che meno condivido in bocca ad un essere pensante che si sente o per lo meno definisce “comunista”.
Questi hanno discusso con se stessi, prima ancora che con Marx ed Engels, ed hanno trovato un loro modo di definirsi tali, forse, riscrivendo la storia delle idee.
Nell’abbaglio di attitudini frikkettone e, come direbbe Lenin “piccolo borghesi”, infatti forse per loro Marx ed Engels prevedevano nella soluzione post-rivoluzionaria un robin round di tarallucci e vino o un gioco della bottiglia con la borghesia, una tavolata a Monopoli, un governo a quattro mani, una stretta di mano e poi “ognuno per la sua strada”, una decisione ai rigori, oppure una super-coalizione tutti insieme. Chissà…

Il tutto, badate bene, non rientra nel definire l’applicazione del marxismo necessaria di attualizzazione e contestualizzazione ai tempi moderni, ma di avere un minimo approccio conoscitivo e non usare termini a sproposito. Chi oggi pensa ad una rivoluzione violenta, sia chiaro, per me forse vive di illusioni; ma nella lettura storica delle cose, questo “riscrivere senza conoscere” diventa indecenza ideologica, che genera poi mostri veri e propri nella teoria e prassi attuale della militanza.
Lo stalinismo non esiste, se non per chi lo addebita a caso agli altri, oppure chi si auto-definisce tale per esibizionismo, o per confusione. Perché il culto della personalità ha trionfato in negativo in ogni definizione possibile dello “stalinismo”: che si abbracci o si denigri, atteggiamenti speculari, come disse la più grande storica sul tema, la francese Lilly Marcou.
Altra cosa è la spinta generata dall’icona che ha cavalcato la resistenza e la sconfitta del nazismo, che ha spaventato il sistema capitalistico, usata nel mondo e nel nostro paese in particolare con l’ “ha da venì baffone”.

Atteggiamento rappresentativo che non trova tuttavia corrente ideologica, e che fa struggere tutti i
denigratori del suddetto che vorrebbero cancellarne traccia (tuttavia i fatti sono fatti… Ha vinto lui qui!).
Altra cosa ancora una rievocazione rappresentativa di contrapposizione di piazza o di stadio. È questione estetica, pratica. Strumento che, condivisibile o meno, va letto nel contesto.

Comunque.
Marx ed Engels sono i padri della teoria del comunismo.
Lenin ha ripreso queste linee, le ha interpretate e le ha adattate al contesto russo del suo periodo. Da qui il Marxismo-Leninismo, che, non vi vorrei illuminare, ma finché era in vita Stalin si definiva tale. Perché appunto paradossalmente lo stalinismo nasce con la sua morte, a seguito della de-stalinizzazione (operazione ipocrita di rigenerazione di Krushov).
Mao ha riportato nel suo contesto Marx e difatti il Maoismo, intrecciato con la filosofia orientale e applicato in quel contesto, ed è un’interpretazione di questa idea.
Idem per Guevara e Castro a cuba, intrecciati come Chavez con l’idea Bolivariana di seguire l’unità del sud America; e poi Ho chi min fece altrettanto in Vietnam applicando nel contesto molto differente di un paese iper-colonizzato.
Shankara aveva idee simili e le provò ad applicare in Africa, come altri. Senza troppa elaborazione teorica ma efficientemente applicativa.
I coreani fanno razza a se, tanto che poi definiscono la sua dottrina appunto Ju Che. Quindi elaborazione propria del marxismo.
Ma tutti fanno riferimento a Marx ed Engels come base.
Questo per informare tutti gli scemi che ancora vanno parlando di “Stalinismo”, per un verso o per un altro, che esso, in quanto dottrina non esiste. Semmai è una applicazione, condivisibile o meno, da valutare per il contesto ed il periodo storico, del Marxismo. Ergo, è passare il tempo disquisendo al bar se questo o quello andava bene o meno settanta anni fa.
Unica parte teorica definibile attribuibile di una certa importanza a Stalin fu “anarchia o socialismo” che tuttavia riprendeva pedissequamente le linee di Lenin sulle necessità post-rivoluzionarie, ma non credo nessuno dei “definitori” o degli auto-definitisi tali lo abbiano letto. Poi l’importante lavoro sulla questione nazionale, della quale si occupava essendo georgiano, secondo incarico di Lenin (teoria eccellente che ha fatto stare insieme tutte le repubbliche sovietiche, riconosciuta anche dai suoi detrattori).
Ma tutto questo non ha sostanza se non si parla di quello specifico argomento, ovvero della questione nazionale.
Quindi, posate il fiasco del vino, gli articoletti del Manifesto, di Liberazione, l’Internazionale o di cosa altro mi citate che vi vogliono convincere che esiste lo “stalinismo”, come deviazione malvagia teorica, magari perché così si riesce a convincere la gente che essere comunisti significa ritenere legittimo che uno ha una fabbrica e 300 ci lavorano elemosinando salario.

Non è così.
Non fatevelo raccontare da nessuno. Nel carteggio tra Marx ed Engels (che non hanno ammazzato nessuno, fatto gulag o creato polizie politiche, e forse per questo sono “buoni” e nelle interpretazioni dei borghesi trovano ancora citazione) si discute se lo stato, in quanto “strumento di controllo, perché falsa proiezione di un possibile concilio tra le classi in realtà inconciliabili”, si deve “estinguere” oppure “assopire” (da elaborazione definita “debolezza egeliana da alcuni) oppure direttamente “gli si deve porre fine”. Ma si disquisisce sottigliezze e termini, il disegno e la necessità sono chiare.
Poi, lo so, vi hanno insegnato che c’è lo stalinismo – che non esiste, lo ripeto – a fare la dittatura che spaventa e rovina tutto. Che gli oppositori “eliminati” come Trosky distribuivano caramelle, ma non è così (vedi Kronstadt).

Poi.
Non vi piace l’applicazione leninista e sovietica poi del periodo successivo al 17? Quella dei piani quinquennali di Stalin? Ok. Legittimo. Tanto oggi come oggi è passare il tempo a parlare di cose che hanno poco senso nel concreto attuale.
Ma lo spettro dei dittatori non si cancella con Stalin, nemmeno con Mao, la “dittatura del proletariato” non è elaborazione loro. Mettetevelo in testa. È Marxismo.
Volete continuare a definirvi o definire “stalinista” qualcuno o qualcosa? Fatelo!
Tanto come detto è usufrutto improprio comune, come del resto lo è spesso fascista, termine abusato tanto da contribuire a renderlo comune; “io non sono stalinista” ti dice quello che si vuol sentire meglio, più giusto e libertario, non sapendo dire altro; “sei stalinista” ti dice quello che ti accusa di una posizione intransigente o peggio di prepotenza, “io sono stalinista” l’altro che si da un tono da duro e puro.

Tuttavia la definizione NON esiste in termini politici concreti spesso e volentieri, perché è usata con assoluta ipocrita ed impropria conoscenza.
State perdendo tempo insomma con definizioni inventate ad arte per non parlare del “che fare” attuale, che va riscritto, ovviamente, attualizzando ma senza ipocrisia ed avvitarsi sul passato.
Il problema, forse, è che troppi compulsano quello che NON conoscono. Ci sono già i peggiori giornalisti per questo.
Fine.

Fonte

A cena con Stalin

Dopo un evento internazionale tenutosi a Mosca, Stalin invitò vari capi di stato a cena nella sua dacia. Tutti accettarono l’invio con molto piacere, la maggior parte di loro era curiosa di vedere dove e come viveva l’uomo che più di tutti portava il peso delle lotte del proletariato sulle proprie spalle.

Arrivati, gli invitati rimasero molto perplessi la dacia che il governo sovietico aveva assegnato a Stalin era molto minimalista.
Una camera da letto, dove era presente un letto e un mobile.
Una camera adibita a studio, dove era presente una scrivania e una picccola bibblioteca dove erano custoditi documenti e testi di Lenin e una bandiera dell’Unione Sovietica.
Il salone dove si teneva la cena, aveva un ampia veduta sul giardino ben curato ed erano presenti alcuni mobili e due tavoli.

Non c’era alcun capocameriere per il servizio. Una ragazza portava le pietanze in grandi piatti coperti perché non si raffreddas­sero; posava i piatti sulla tavola e se ne andava. Stalin seguì con molto attenzione le operazioni della cena. Finito di portare le pietanze, la cameriera salutò il Compagno Stalin e i presenti. A questo punto gli invitati si accomodaro al tavolo e dopo un brindisi Stalin si alzò in piedi e si dirisse verso il tavolo dove erano le pietanze si preparò il proprio piatto e tornò al tavolo. Accortosi dello stupore degli invitati, disse:

Allora, mangiamo!! Aspettate forse che vengano i camerieri a servirci? Ecco dove sono i piatti, scopriteli e servitevi se non volete restare senza mangiare.

Fonte: Con Stalin, ricordi

Sandro Pertini festeggia il compleanno di Giuseppe Stalin

Oggi Giuseppe Stalin compie settant’anni. Quest’avvenimento non riguarda esclusivamente l’Urss, bensì pure le masse lavoratrici di tutti i Paesi perché Giuseppe Stalin – rivoluzionario indomito, da cinquant’anni al suo posto di lotta, senza mai deflettere – si è battuto e si batte per il suo popolo e per l’umanità intera.

Riguardando in prospettiva tutta questa vita spesa per un’idea, appare subito evidente coma Giuseppe Stalin abbia sempre avuto chiara dinanzi alla sua mente la visione della meta cui voleva tendere. A questa meta egli ha decisamente puntato fin dal primo istante della sua lotta, duro con se stesso e con gli altri, implacabile contro chiunque – nemico o compagno – tentasse di farlo deviare o di trattenerlo, sicuro che giusta era la strada presa: la strada indicata da Lenin.

Compiuta la Rivoluzione d’Ottobre, ha costruito il Socialismo nella sua patria e lo ha quindi irradiato nelle patrie altrui, sia nel cuore dell’Europa, sin nell’Estremo Oriente, nell’immensa Cina.

Tutti questi popoli che hanno conquistato la meta suprema e tutti gli altri che stanno per conquistarla guardano all’Urss come alla loro seconda patria e come alla roccaforte del Socialismo, contro cui già una volta si è spezzata la rabbiosa prepotenza reazionaria e contro cui si spezzerebbe ogni nuovo assalto alle forze imperialistiche. E guardano a Giuseppe Stalin come una guida del mondo del lavoro.

Quest’uomo – capo non solo di un forte Stato, ma di tutto un popolo – seppe in un’ora tragica per la propria patria trasfondere nelle genti sovietiche la sua stessa volontà di lotta, il suo stesso incrollabile coraggio. E dietro lui tutto un popolo si mosse. Fu prima la resistenza tenace, poi la travolgente insurrezione, quindi la splendida vittoria.

I proletari del mondo intero – i quali trepidanti avevano trattenuto il respiro durante le tragiche ore di Stalingrado perché sentivano come la loro sorte fosse legata alla sorte stessa dell’Urss – esultarono. La vittoria dell’Unione Sovietica era anche la loro vittoria.

E oggi quest’uomo dall’animo temprato e forte come il suo nome, dal corpo ancora vigoroso, è alla testa non più del solo suo popolo, ma di tutti i popoli lavoratori che vogliono difendere ad ogni costo la pace e che protesi sono verso il proprio riscatto.

Per questo da ogni parte del mondo dove vi sono lavoratori ancora oppressi ed impegnati in aspre lotte contro la reazione, o dove lavoratori ormai liberi sono intenti a costruire la società socialista, si leva il saluto augurale verso Giuseppe Stalin.

In “Lavoro nuovo”, 21 dicembre 194

7 Novembre 1917: Il ruolo di Stalin e il ruolo di Trotsky

Stalin arriva a Pietroburgo dopo cinque giorni di viaggio il 12 marzo 1917, infatti, era stato confinato nelle sperdute regioni orientali dai tribunali dello zar perchè era ritenuto un pericolosissimo rivoluzionario bolscevico e la sua carriera politica confermava tali considerazioni. Subito si diresse nella sede di Palazzo Ksesinskaja, requisito dai bolscevichi a una ballerina nota per i favori concessi allo zar Nicola II, in compagnia di Kamenev richiesero di tornare alla testa del partito grazie alle alte credenziali di dirigenti leninisti. Ma il comitato bolscevico capitolino e la stessa “Pravda”, che oramai era pubblicato regolarmente e legalmente, sono sotto il controllo di Molotov e Sljapnikov. Sicuramente non rappresentavano delle figure eccelse, ma hanno acquisito tali cariche con il duro lavoro sul campo. Infatti, sono loro che organizzavano le riunioni, prendevano le prime decisioni, trovavano le sedi e i necessari finanziamenti; inoltre ricevevano precise direttive da Lenin ancora esiliato nella lontana Svizzera.

Quindi Stalin fu riammesso nel buro del partito ma con voto consultivo mentre Kamenev pote riprendere la collaborazione con la Pravda ma sotto la condizione che, i suoi articoli sottoposero a lettera preventiva da parte del comitato di redazione. Questi furono atti dovuti nei confronti di Stalin, per non urtare la suscettibilità di chi in loro assenza aveva portato avanti il partito, mentre a Kamenev non gli veniva perdonato il suo atteggiamento antileninista nel famoso processo inerente allo scoppio del primo conflitto mondiale.

Comunque dopo poco, grazie alla loro personalità questi rientrarono in possesso dei loro vecchi ruoli; in particolare Stalin estromise in virtù del grado che ricopriva, il comitato di redazione facente capo a Molotov, che non reagì (Stalin se ne ricorderà in futuro di questo favore). Quindi la Pravda cambiò ovviamente la propria linea politica con Kamenev più politico e con delle aperture al governo provvisorio, mentre Stalin rimaneva più cauto, premendo per la pace e non dimenticandosi mai da buon bolscevico, di proporre di distribuire le armi agli operai, in quanto unica classe in grado di opporsi ad eventuali golpe reazionari.

A questo punto una precisazione è d’obbligo, infatti, sia Stalin che Amene, sia pur con le debite sfumature, si stavano comportando da marxisti coerenti. La Rivoluzione di Febbraio era, secondo le classiche analisi ricavate dai testi marxisti, una rivoluzione democratico-borghese facendola arrivare al suo compimento. Di socialismo e di dittatura del proletariato si sarebbe parlato in seguito. Lenin al contrario non ne era convinto e fremeva per ritornare in patria, sicuro che il conflitto mondiale fosse l’anticamera di una rivoluzione mondiale, Consapevole che la borghesia liberale in Russia non esistesse pretese che il vuoto di potere venisse colmato dai bolscevichi. Nessuno, nel frattempo, dei governi dell’Intesa aiuta Lenin a ritornare in patria, poichè consapevoli che il suo ritorno in patria sarebbe stato controproducente per loro. Per ironia della sorte fu la Germania, che dall’inizio del conflitto stava uccidendo migliaia di russi, ad aiutare Lenin nella speranza che il rivoluzionario facesse uscire dal conflitto il gigante russo.

Il famoso treno arrivò a Pietrogrado il 3 aprile accolto immediatamente da Cheidze che in qualità di presidente del Soviet gli da il benvenuto, ma Lenin subito si rivolge alla folla presente infiammandola con un breve esplosivo comizio. Subito viene portato al palazzo Ksensinskaja, dove tenendo un discorso di due ore proclamò che non servivano ne una repubblica parlamentare, ne una democrazia borghese e che il potere sarebbe dovuto passare direttamente ai Soviet degli operai e dei soldati. I fatti poi, sembrarono dar ragione a Lenin, poichè gli operai strapparono da soli le otto ore lavorative al governo provvisorio; i soldati posero sotto tutela gli ufficiali e giunsero anche le prime notizie di espropri contadini ai danni dei latifondisti. Questa improvvisa e anomale accelerazione del processo storico, fece si che i numerosi praktiti convenissero sulle posizioni di Lenin; la lotta; l’azione rivoluzionaria; l’esclusivismo bolscevico pervasero tutti.

Dopo l’arrivo di Lenin si ebbe un impennata degli aderenti al partito tanto da toccare le 80 mila unità. Alla fine di aprile alla 1aconferenza panrussa dei bolscevichi solo Kamenev e Rykov, esponenti della destra, rimasero dubbiosi, mentre la totalità del partito accolse le tesi di Lenin. Durante la conferenza il “meraviglioso georgiano” ovvero Stalin (chiamato così da Lenin) espose le proprie questioni inerenti al tema delle nazionalità. Alle votazioni finali Stalin otterrà 97 voti, Zinoviev 101 e Lenin 104, questa votazione fu molto importante poichè la struttura del partito riconobbe a Stalin qualità politiche e organizzative.

A maggio il governo provvisorio cadde troppo legato ad ambienti conservatori della capitale ed i socialdemocratici entrarono nel governo, con Kerenski titolare del Ministero della Guerra; sempre a maggio rientrarono in Russia sia Martov, ideologo menscevico che Trotsky. Il primo Soviet panrusso portò delle cattive notizie, infatti i bolscevichi erano in minoranza rispetto ai menscevichi e ai socialrivoluzionari espressione delle masse contadine. Fatto positivo fu che il voto degli operai e dei settori più combattivi e politicizzati delle forze armate andarono appannaggio dei bolscevichi. Era un base solida su cui contare e lavorare.

I bolscevichi sotto la guida di Lenin lottarono contro il tempo per poter conquistare il potere, quando inaspettatamente Kerenski ordinò al generale Brussilov un attacco generalizzato per il 16 giugno, convinto che l’inattività avrebbe contribuito alla disgregazione dell’esercito. I tedeschi colsero subito l’occasione e contrattaccarono mettendo in fuga i reparti russi. I comandi militari pensarono quindi trarre, dall’enorme guarnigione posta a difesa della capitale i dovuti rinforzi per contrastare l’avanzata tedesca.

Ma oramai quei soldati passavano più tempo ai comizi che nei campi di addestramento e non essendo d’accordo con tale disposizione si riversarono in strada chiedendo aiuto agli operai. In fin dei conti, la rivoluzione riposa sulle loro baionette. Tra il 3 e il 4 luglio una massa disordinata di marinai affluì da Kronstadt nelle strade della capitale, protestando e urlando di non essere intenzionati di partire per il fornte. Ad essi si unirono moltissimi operai, sorpresi da questo spontaneo quanto disorganizzato movimento, i bolscevichi cercarono di indirizzare politicamente questa protesta, ma fallirono il loro obiettivo. Priva di capi, senza neanche un piano preciso la folla si disperse alla voce di un imminente arrivo di truppe filo governative. Sui bolscevichi si riversò la repressione del governo provvisorio e degli ambienti di destra. Si giunse addirittura ad accusare Lenin di agire per conto dei tedeschi, la Pravda e il palazzo Ksensinskaja furono assaltati e saccheggiati; Kamenev e Trotsky furono arrestati, Lenin e un terrorizzato Zinoniev furono salvati grazie all’abilità di Sverdlov e Stalin, che in quanto maestri dell’attività clandestina truccarono i due da ferrovieri facendoli scappare dalla capitale. Il movimento bolscevico era sul punto di scomparire, ma come avvenne in precedenza in periodi critici, toccò ai praktiti salvarlo.

Stalin subitò dimostrò il suo sangue freddo riuscendo con abili trattative a contrattare la resa dei soldati e dei marinai evitando loro punizioni e trasferimenti.

Quindi essendo la Pravda troppo compromessa come giornale, Stalin diede vita ad un nuovo organo di partito il “Il Rabotskij Put” dal quale l’esperto georgiano tiene unito ciò che rimane del partito. Da buon giornalista rincasava sempre alle prime luci dell’alba perchè impegnato in redazione. Fu questa un abitudine che non abbandonò più.

Il meglio di se lo raggiunse portando in porto, assieme a Sverdlov, il VI congresso in condizioni di semi clandestinità a cui parteciparono 276 delegati. Il governo in quei giorni aveva mostrato la sua natura “carceraria” e il Soviet in mano ai nemici dei bolscevichi quindi del popolo, non poteva essere considerato come punto di riferimento delle masse. Stalin seppe infondere ai delegati presenti la fiducia e la calma necessaria a far superare la crisi. Grazie alla sua profonda volontà unitaria riuscì a farsi eleggere tra i 27 membri del nuovo Comitato Centrale.

Nel frattempo Kerenski era divenuto presidente del governo provvisorio nominando il generale reazionario Kornilov alla guida dell’esercito. Dopo la presa di Riga-il 24 agosto- Kornilov chiese a Kerenski di poter avere direttamente sotto il suo comando la guarnigione della capitale. Subito il Soviet in data 24 agosto, lanciò un monito a Kerenski. Dopo qualche giorno di silenzio, il 27 agosto, intuendo che Kornilov stesse per attuare un colpo di mano reazionario lo sollevò dal suo incarico.

Le reazioni che seguirono furono enormi, Kerenski ne usciva malconcio nonostante avesse fermato il tentativo di golpe, tutti pensarono che vi fosse un accordo tra i militari che non andò a buon fine. La paura si diffuse e i bolscevichi ne approfittarono immediatamente. Infatti il pericolo reazionario provocò un impressionante processo di bolscevizzazione delle forze armate. La flotta del Baltico l’8 settembre, tre giorni dopo quello del Mar Nero riconobbero nel Soviet l’unico potere legittimo. Il 9 settembre, il Soviet di Pietrogrado faro della rivoluzione cambiò maggioranza, i bolscevichi con 519 voti contro 414 dello schieramento moderato, ne presero il possesso; Kornilov nel frattempo veniva arrestato e veniva conquistato anche il Soviet di Mosca con il 52% dei consensi.

Lenin torna nella capitale e in una riunione segretissima pianifica con 12 membri del partito, le direttive per organizzare l’insurrezione e per sabotare il parlamento. Stalin, Sverdlov e Trotsky lo appoggiano; Kamenev e Rykov come il solito sono contrari. Lo stesso Lenin , poi entra in polemica con Trotsky poichè quest’ ultimo voleva in un certo senso legalizzare la linea proposta da Lenin. Questi grazie all’appoggio di Stalin, Sverdlov e Dzerzinski riesce a imporre le proprie opinioni.

I fatti poi sembravano dar loro ragione: penuria cronica di pane e carbone; prezzi alle stelle; traffico ferroviario bloccato; la capitale che spesso rimaneva al buio e senza energia elettrica ed in più le truppe tedesche erano più che vicini. Zinoviev e Kamenev si dichiararono contrari alle questione insurrezionale, ma venendo messa ai voti questi furono sonoramente sconfitti. Quindi si mise in moto la macchina organizzativa ma il 16 ottobre i due deviazionisti non accettarono la sconfitta e in occasione di una riunione del Comitato Centrale, chiesero nuovamente di rimettere laquestione ai voti. Ancora una volta la loro mozione venne nuovamente battuta, ma questa volta con una maggioranza risicata.

Non contenti, il giorno seguente, fecero uscire un editoriale su un giornale menscevico, nel quale svelarono pubblicamente l’intenzione dei bolscevichi di attuare un putsch, ritenendolo sbagliato a priori. Lenin andò su tutte le furie dal suo nascondiglio segreto, il 18 ottobre Trotsky riuscì a negare davanti al Soviet, pur con mille contorsioni, che i bolscevichi avessero intenzione di rovesciare violentemente il governo.

Il 19 ottobre Lenin riunisce ancora il Comitato Centrale, in cui dette pubblicamente dei crumiri a Kamenev e a Zinoviev, chiedendone l’espulsione. Kamenev giocò d’anticipo rassegnando le proprie dimissioni. Stali pur appoggiando le posizioni sostenute da Lenin, espresse la propria contrarietà verso tale provvedimento ritenendolo così deleterio per il partito in quel determinato periodo, dato che questi aveva bisogno di unità e non di frazionamento. Nel frattempo Kerenski si era barricato all’interno del Palazzo d’Inverno era inviso sia alla destra che alla sinistra, continuando a rassicurare gli ambasciatori dell’Intesa che la situazione era sotto controllo. Ormai la situazione stava per volgere al suo epilogo, dal quartiere generale dello Smolny, un ex convitto per le filgie dell’aristocrazia, partitono le direttive per l’azione.

Trotsky si occupò del settore militare, Sverdlov di quello organizzativo e di far assicurare l’appoggio delle masse operaie; Stalin invece era responsabile della grande macchina collettiva del partito la Pravda. Compito particolarmente difficile in quanto doveva dispensare messaggi rivoluzionari senza svelare niente al governo provvisorio. Impegno che superò brillantemente come la storia ha dimostrato.

Il 23 ottobre Kerenski ordinò che la stampa bolscevica fosse vietata, che il comitato militare dei Soviet fosse deferito alla giustizia e soprattutto ordinò a reparti dellesercito a lui fedeli di trasfersi al più presto nella capitale.

All’alba del 24 ottobre, la sede del “Rabotskij Put” venne chiusa da alcuni ufficiali e vennero inoltre tagliate le linee telefoniche dello Smolny. Queste mosse tardive non sortirono alcun risultato, anzi fornirono il pretesto atteso da Trotsky per dare il via all’insurrezione. Allo Smolny fu un susseguirsi di riunioni, mentre affluivano sempre più delegati del II°Congresso panrusso, fissato per il giorno seguente. Il Comitato Centrale bolscevico stette riunito in permanenza, Lenin continuò a rimanere in clandestinità, Zinoniev si fece vedere poichè contrario all’insurrezione; Kamenev anche se contrario rimase fedele alla disciplina di partito e fece la sua comparsa.

Stalin, in quel fatidico giorno, non fu presente allo Smolny poichè era sempre al giornale, in parte devastato dagli junker e per ottemperare al compito di diffondere delle possibili e importanti notizie. Il Comitato Rivoluzionario di cui Stalin è membro, non si riunì in quanto doppione di quello militare facente capo a Trotsky. L’assenza di Stalin in quelle importantissime fece si che non venne menzionato dai cronisti dell’epoca.

Kerenski giocò le sue ultime carte, si presentò nella sede del governo per ottenere dai menscevichi e dai socialrivoluzionari il permesso ad agire contro i bolscevichi. Terminato il suo discorso abbandonò il palazzo del governo per recarsi nella sede dello stato maggiore dove attese notizie circa l’arrivo di truppe a lui fedeli.

Ma i menscevichi e i socialrivoluzionari non avrebbero concesso l’autorizzazione a procedere, se prima Kerenski non avesse dato loro delle precise contropartite: la consegna della terra dei latifondisti ai comitati agrari e un piano per ottenere l’avvio delle trattative di pace.

Il 25 ottobre la capitale era in mano ai bolscevichi, che combattevano solamente attorno al Palazzo d’Inverno; l’incrociatore Aurora sparerà dei colpi di cannoni su ciò che rimaneva del governo.

Intanto si aprì il Congresso dei Soviet, i bolscevichi vennero subito accusati da Martov di stare attuando un colpo di stato, Trotsky subito lo interruppe esclamando che quello non era un golpe ma una sollevazione popolare. Alle 2.10 i membri del governo provvisorio asserragliati dentro il Palazzo d’Inverno vennero arrestati. Il 26 ottobre venne sancito il trionfo della sollevazione proletaria al Congresso dei Soviet, anche perchè i menscevichi e i socialrivoluzionari (tranne quelli di sinistra) abbandonarono l’aula. Lenin a questo punto fece la sua comparsa facendo esplodere la sala.
Kamenev venne dichiarato presidente del Comitato Esecutivo del Soviet (VCIK); ovvero capo dello stato; La presidenza del governo venne affidata a Lenin.

I ministri vennero chiamati Commissari del Popolo, saranno Trotsky agli Esteri, Rykov agli Interni, Miljutin all’Agricoltura, Lunaciarski all’Istruzione e Stalin alle Nazionalità
Sulla «Pravda», che l’insurrezione vittoriosa ha fatto ritornare alla luce, è scritto nel primo editoriale del nuovo corso: «Vogliono che assumiamo il potere da soli per costringerci ad affrontare da soli le terribili difficoltà che stanno di fronte al paese… Ebbene, assumiamo il potere da soli, basandoci sulla volontà del paese e contando sull’aiuto del proletariato europeo. Ma, assunto il potere, avremo la mano di ferro con i nemici della rivoluzione e con coloro che la sabotano. Hanno sognato la dittatura dei Kornilov, daremo loro la dittatura del proletariato».
Tutto questo per dimostrare ai falsi comunisti e agli schiavi del capitale il ruolo attivo e fondamentale che ricoprì il compagno Stalin nella Rivoluzione d’Ottobre, dato che i suoi detrattori sono sempre pronti nello scrivere menzogne puramente inventate sul suo conto e non a scrivere dei suoi evidenti meriti.

Fonte

Stalin, un uomo semplice alla guida del proletariato

Così Stalin parla al suo popolo. Come si vede, i suoi discorsi sono poco sgargianti e un pò ingenui; ma a Mosca bisogna parlare chiaro e forte per essere intesi fino a Vladivostok. Stalin parla quindi chiaro e forte e tutti lo capiscono, tutti se ne compiacciono ed i suoi discorsi rappresentano l’intesa fra il popolo che li sente e l’uomo che li pronuncia. Del resto Stalin è molto riservato, al contrario di molti altri governanti. Non si è attribuito nessun titolo altisonante e si chiama semplicemente “segretario del Comitato centrale”.

Si mostra in pubblico soltanto quando è strettamente necessario; non intervenne, ad esempio, alle grandi dimostrazioni che ebbero luogo a Mosca sulla Piazza Rossa, per festeggiare la nuova Costituzione che porta il suo nome. Quasi nulla trapela in pubblico della sua vita privata. Si raccontano centinaia di aneddoti su di lui, come gli sta a cuore la vita di ogni singolo, come ha inviato un velivolo carico di medicinali nell’Asia centrale per salvare un bambino che altrimenti sarebbe morto, oppure come ad uno scrittore troppo modesto ha assegnato, quasi con la forza, un’abitazione decente e spaziosa. Ma simili aneddoti vanno solo di bocca in bocca e soltanto in casi eccezionali ad un giornale è permesso pubblicarli. Della vita privata di Stalin, della sua famiglia e delle sue abitudini non si sa quasi nulla di sicuro.

Egli ha proibito il festeggiamento del suo compleanno. Se gli viene reso omaggio, deve essere attribuito esclusivamente alla sua politica e non alla sua persona. Quando il Congresso votò la promulgazione della Costituzione da lui proposta e definitivamente redatta e gli fece un entusiastica ovazione, egli pure applaudì dimostrando cosi che non attribuiva l’omaggio alla sua persona, ma unicamente quale riconoscimento della sua politica.

E’ noto che a Stalin non piace la deificazione di cui è oggetto ed ogni tanto la mette in ridicolo. Si racconta che ad una colazione intima, data il capo d’anno ad una piccola cerchia d’amici, egli alzò il suo bicchiere e disse: “Bevo alla salute dell’incomparabile capo dei popoli, del grande e geniale compagno Stalin. Ecco, miei cari, questo è l’ultimo brindisi che in quest’anno mi viene fatto.”

Di tutti gli uomini potenti che ho conosciuti, Stalin è il più semplice. Parlai con lui francamente del culto smisurato e privo di gusto dedicato alla sua persona ed egli rispose altrettanto francamente. Mi disse che gli dispiaceva dover perdere tanto tempo per i suoi doveri rappresentativi. Ciò può essere facilmente creduto; perché Stalin, come mi è stato dimostrato con molti esempi documentati, è incredibilmente attivo ed egli si occupa di ogni particolare, di modo che non gli resta effettivamente tempo per le cortesie e gli omaggi superflui. Su cento telegrammi di omaggio che gli pervengono, fa rispondere in media ad uno. Personalmente è molto positivo, fin quasi alla scortesia e gli piace che il suo interlocutore sia altrettanto positivo. Egli scrolla le spalle sulla mancanza di gusto dell’esagerata adorazione della sua persona. Scusa i suoi contadini ed operai che avrebbero avuto troppo da fare per poter occuparsi anche del gusto e scherza sulle centomila immagini enormemente ingrandite di un uomo con baffi che nelle dimostrazioni passano sotto i suoi occhi.

Gli faccio notare che uomini di indubbio cattivo gusto pongono statue e busti di Stalin anche dove proprio non ci vorrebbero, ad esempio alla esposizione di Rembrandt. Allora diventa serio. Egli sospetta che dietro simili esagerazioni stia lo zelo dì uomini che si siano convertiti tardi al regime ed ora tentino di dimostrare la loro fedeltà con aumentata intensità. Anzi, egli ritiene possibile che dietro ad essa sia nascosta l’intenzione di sabotatori e che in tal modo cerchino di screditarlo. “Un pazzo servile” dice irritato, “produce più danno di cento nemici.” Se tollera tutto quel fracasso, dichiara egli, lo fa perché sa quanta ingenua gioia il baccano festivo procura a coloro che lo hanno preparato e che non è dedicato alla sua persona, ma al rappresentante del principio che la ricostruzione dell’economia socialista nell’Unione Sovietica è più importante della rivoluzione permanente.

I comitati del partito di Mosca e di Leningrado hanno nel frattempo preso decisioni con le quali viene giudicata severamente “la falsa pratica di omaggi superflui e privi di buon senso ai dirigenti del partito” e dai giornali sono scomparsi gli esagerati telegrammi d’omaggio. Tutto considerato, non si può trascurare con una scrollata di spalle la nuova Costituzione democratica che Stalin ha dato all’Unione Sovietica. Se i mezzi impiegati da lui e dai suoi collaboratori possono esser sembrati spesso equivoci l’astuzia era per la loro lotta altrettanto indispensabile quanto il coraggio, Stalin è sincero quando, come sua meta finale, indica la realizzazione della democrazia socialista.

Mosca 1937