Rossobruno a chi?

Quando la sinistra non capisce quello che sta succedendo, e accade spesso, tende fatalmente a cavarsela con “analisi” che si riassumono quasi sempre così: “Noi siamo nel giusto, è il mondo che è stupido”. A volte, per avvalorare tali dotte riflessioni, servono paroline magiche inventate alla bisogna. E’ il caso di “rossobrunismo”, neologismo che vuol dire poco e per questo funziona nei salotti buoni.

Effettuando una ricerca storica possiamo collocare la nascita del fenomeno in Germania nel primo dopoguerra e usato sia da una branca dell’estrema destra rivoluzionario conservatrice sia dai marxisti del PC Operaio di Germania (Kapd) di Amburgo, fautori entrambi di una convergenza strategica fra nazionalisti rivoluzionari e comunisti contro il ‘nuovo ordine europeo’ uscito a Versailles.

Da notare che il Kapd fu poi criticato da Lenin per questa strategia. Lenin infatti criticò l’intransigenza della sinistra comunista tedesca – che animò il Kapd, che rifiutava, a differenza del Kpd, il centralismo democratico e la partecipazione alle elezioni e ai sindacati dominati dai riformisti, organizzandosi a livello europeo alla conferenza di Amsterdam del 3 febbraio 1920, avendo come referente italiano Amadeo Bordiga, unica forza ad animare una resistenza armata al regime nazista.

Per “ il rigido e ostinato rifiuto di riconoscere la pace di Versailles. Non basta rinnegare le madornali assurdità del ‘bolscevismo nazionale’ (Laufenberg e altri) che, nello stato attuale della rivoluzione proletaria internazionale, si è spinto sino al blocco con la borghesia tedesca per una guerra contro l’Intesa”. (V. I. Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, Opere complete, vol. XXX, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 64)

Tendenze simili in seno al socialismo furono criticate da Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista e da Lenin su Stato e rivoluzione, che contestò “gli elementi opportunistici hanno dato vita alla tendenza socialnazionalista. Questa corrente di socialismo a parole e di nazionalismo nei fatti, è contrassegnata da un impudente e servile adattamento dei ‘duci del socialismo’ agli interessi non solo della ‘propria’ borghesia nazionale ma, in maniera speciale, anche del ‘proprio’ Stato. La lotta per la liberazione delle masse lavoratrici dal dominio della borghesia è quindi impossibile se non si distruggono i pregiudizi opportunistici sullo Stato” . (V. I. Lenin, Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione, Milano, Società editrice l’Avanti!, 1920, pp. 3, 4)

Il termine rossobruno nasce in Russia nel 1992, coniato da giornalisti vicini a Boris El’cin per screditare Gennadij Zjuganov, leader comunista russo a capo del Fronte di salvezza nazionale, coalizione patriottica antiliberista guidata dal Pcfr a cui si assoceranno gruppuscoli patriottici e nazionalisti fra cui il piccolo Fronte nazionalbolscevico di Eduard Limonov e dell’eurasiatista Aleksandr Dugin. Dopo il collasso dell’Urss, El’cin e i suoi sodali vogliono, “per quanto possibile, screditare i comunisti e impedire il loro consolidamento, presentare il Pcus come un’organizzazione criminale e a carattere statale e non sociale, privarlo delle sue proprietà, impadronirsi dei suoi mezzi d’informazione di massa. È esplicita la tendenza della autorità a impedire ai comunisti la possibilità costituzionale di riunire e compattare rapidamente e legalmente le loro fila. Allo stesso scopo si lanciano grida disperate che denunciano l’occupazione da parte della ex nomenclatura statale di partito dei posti chiave dell’economia e dell’amministrazione, si comincia a spaventare la gente col cosiddetto pericolo ‘rossobruno’”

Da qualche tempo il termine “rossobruno” vive una seconda giovinezza. Poche discussioni politiche possono svolgersi senza che venga tirato fuori il decisivo epiteto, utile come battuta o come scomunica a seconda dei casi. Il più delle volte, però, questo termine viene citato a sproposito, non contestualizzato o non completamente inteso. Ogni tanto diviene, semplicisticamente, sinonimo di fascista, dunque vengono identificati i rossobruni con “quelli di casapound” (o cose simili). Altre volte viene usato al posto di nazista, determinato non da una particolare presa di coscienza, quanto dall’assonanza alle famigerate “camicie brune” naziste, le SA. A volte, ci è anche capitato di udire discussioni in cui rossobruno veniva utilizzato, a cuor leggero, come offesa ai “compagni che sbagliavano”, quei compagni che magari assumevano posizioni antimperialiste e anticapitaliste o posizine patriottiche, posizioni non consone alla sinistra borghese

Il rossobrunismo è utilizzato dalla sinistra globalista e genuflessa al capitale finanziario, quella millantata sinistra che ha svenduto le ragioni dei lavoratori e dei ceti produttivi agli interessi dell’estremismo capitalista e della finanza speculativa, quella sinistra che ha colpevolmente confuso e incentivato a confondere l’internazionalismo dei lavoratori con il cosmopolitismo del capitale, quella stessa sinistra incidentata e sinistrata che ha barattato i diritti reali delle persone con i diritti civili degli individui.

Preoccupa la sempre più preponderante ignoranza di molti sedicenti compagni che scambiano l’analitica marxista-leninista per rossobrunismo, usando tale categoria come arma politica contro certi compagni e aree di pensiero non graditi. Il che è francamente inaccettabile oltre che ridicolo.

Un esempio: nell’irrilevanza generale della sinistra anticapitalista ci sono due filoni: uno propone l’uscita dall’UE e dall’euro sostenendo la necessità di recuperare il terreno nazionale come campo d’azione per la lotta di classe; un altro propone invece la distruzione di questa UE per costruire dei “Stati uniti d’Europa socialisti”. Questa seconda specie di compagni bolla i primi come nazionalisti, quindi rossobruni. Se volessimo essere provocatori verso i tanti compagni “europeisti” al fine di delegittimare le loro posizioni potremmo dire lo stesso, chiedendo loro: “e che lingua si parlerebbe in questi Stati uniti d’Europa socialisti?”

E prevenendo la loro probabile risposta (“come ora, parità di parlare la propria lingua per ogni nazione”) aggiungeremmo:
“E allora perché vorreste escludere da questa nuova organizzazione istituzionale socialista gli stati extra-europei? Siete forse razzisti, rossobruni, imperialisti o cos’altro?”

Codesta “sinistra” si è dimentica di aver bollato come plebee e cialtrone le istanze legittime di ceti popolari che invocavano semplicemente lavoro e giustizia sociale, mentre i carrieristi a tinte rosse, pasdaran del pareggio di bilancio, accumulavano patrimoni e posizioni di privilegio, e, in ossequio agli ordini del capitale, condannavano alla miseria e alla nullità esistenziale intere generazioni.

Il leninismo condanna fermamente tutte le prese di posizione che, nella pratica, avvantaggiano l’imperialismo. Chiari sono anche i testi di Stalin, in cui dice che il marxista deve difendere quei movimenti e quegli stati sovrani che cercano nei loro paesi d’origine l’indipendenza dai tentativi di assoggettamento da parte di potenze straniere. Ecco perché i comunisti appoggiano Assad in Siria, le repubbliche popolari del Donbass, Maduro in Venezuela, ecco perché hanno appoggiato Gheddafi in Libia

L’estate del rosso-bruno

I rossobruni e i mulini a vento

Psicosi rossobruna

Sono un Rossobruno

ROSSOBRUNO A CHI? SULLA DERIVA DI CERTI SINISTRATI NON MARXISTI




Bepi del giasso: Giuseppe del ghiaccio

young-joseph-stalin.jpg

Un giovanotto che veniva dalla Georgia, un esponente di primo piano del partito socialdemocratico russo, fazione dei bolscevichi, per scappare alle grinfie della polizia zarista e cercando un modo per raggiungere la Svizzera, nel 1907 cercò riparò in Italia.

Egli partì nascosto in una nave da carico mercantile che trasportava granaglie da Odessa ad Ancona, dove sbarcò in gennaio. Ad Ancona si mise a lavorare in un albergo, ma l’attività durò poco. Lui, uomo timido e introverso, non riusciva proprio a comunicare con i clienti. Si trasferì quindi a Venezia.

Dopo aver girovagato un po’, gli anarchici della città lagunare lo accolsero e lo battezzarono “Bepi del giasso” (Bepi del ghiaccio), a ricordare che non veniva certo da climi tropicali.

Gli tornarono utili sia la sua conoscenza dell’armeno che l’aver studiato alla scuola teologica di Gori e nel seminario cristiano-ortodosso di Teflis, tanto che, quando si presentò a chieder ospitalità e lavoro all’abate generale di San Lazzaro, allora Ignazio Ghiurekian, il giovane Bepi poteva contare sul fatto di saper servire messa secondo i rituali latino ed ortodosso, nonché di suonare le campane con i rintocchi richiesti da entrambe le confessioni.

Fu così che “Bepi del giasso” rimase per un po` a San Lazzaro degli armeni a far da campanaro.

Bepi se ne andò invece per raggiungere Berlino dove in Aprile, assieme ad una ventina di membri al vertice del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, pianificò un colpo che rimarrà poi nella storia.

Il 26 giugno del 1907 a Tbilisi, la capitale della Georgia c’era una grande agitazione di polizia intorno a piazza Erivan, una delle più importanti del centro. Le autorità zariste avevano saputo che qualche gruppo rivoluzionario stava preparando un attacco o qualcosa di simile, e avevano messo a presidiare la zona più poliziotti del solito.

Intorno alle dieci e mezza di mattina attraversò la piazza una carrozza trainata da cavalli: a bordo c’erano due guardie armate, un contabile, un bancario, e centinaia di migliaia di rubli della Banca di Stato dell’Impero russo diretti a una filiale locale.

I rivoluzionari uscirono da una taverna sparando e lanciando bombe, seminando il panico tra i civili che erano nella piazza e in generale nel centro di Tbilisi, che fu devastato e preso dalla confusione. Le esplosioni ruppero i vetri delle case sulla piazza.

Le bombe ferirono i cavalli della carrozza portavalori, che si ribaltò: uno dei rivoluzionari prese i sacchi di denaro e li lanciò su una carrozza e fuggì. Come ha raccontato Simon Sebag Montefiore nel suo Giovane Stalin, uno dei saggi che contiene più informazioni sulla rapina di Tbilisi, il rivoluzionario Kamo alla guida della carrozza fu fermato da un gruppo di poliziotti, davanti ai quali si finse un militare urlando: «Il denaro è al sicuro, andate in piazza!».

Fu lasciato andare, e tornò al quartier generale dei rivoluzionari, dove si cambiò d’abito e incontrò i complici, che erano riusciti tutti a scappare. Le autorità dissero che i morti furono soltanto tre, ma gli storici concordano nel ritenere che furono circa 40.

In totale, erano stati rubati 340mila rubli, l’equivalente di oltre 3 milioni di dollari di oggi.

Nel 1916 tornò in Russia giusto in tempo per la rivoluzione e, qualche anno dopo, divenne Segretario generale del Partito Comunista e guida dell`Unione Sovietica col soprannome di “Piccolo Padre”.

Ebbene sì, quel Bepi del giasso che fu per breve tempo campanaro di San Lazzaro, di solito non lo si chiama per nome, Josef, ma per pseudonimo Stalin

Ne “La casa dorata di Samarcanda” (1996) ambientata nel 1921, al posto di blocco al confine con l’Azerbaigian il marinaio Corto Maltese chiede al commissario politico di chiamare direttamente al Cremlino, il commissario è sconcertato e suda freddo e si stupisce ancora di più quando dall’altro capo del telefono “il commissario per la nazionalità” risponde: “sei proprio tu Corto?!”.

“Ne sono passati di anni da quel 1907– dice il marinaio-evidentemente non eri tagliato per fare il portiere di notte, lo dicono ancora oggi ad Ancona, dicono che eri troppo timido. Gli armeni, invece, dicevano che con le campana ci davi troppo dentro…”

“No – risponde Bepi – non è per quello è che non andavo a genio all’abate mechitarista perché uscivo di notte!”.

“Fantastico – ribatté Corto – diverrai segretario generale del partito perchè non ti hanno lasciato fare il portiere di notte ad Ancona o il campanaro a Venezia”.

Forse non tutti sanno che… (la storia di Peppino del ghiaccio)

La leggenda di Bepi del Giasso, meglio conosciuto come Stalin

La casa dorata di Samarcanda

La rapina di Tbilisi

Giuseppe Garibaldi eroe socialista

Se esistesse una società del demonio, che combattesse despoti e preti, mi arruolerei nelle sue file.” (Giuseppe Garibaldi)

Se per internazionalista s’intende colui il quale, avendo cento scudi in tasca, frutto del proprio lavoro, abbia l’obbligo di dividerli con un altro che pretende di vivere neghittosamente alle sue spalle, questo è un ladro: tale è il mio internazionalismo.(Giuseppe Garibaldi)

“L’unico eroe di cui il mondo ha mai avuto bisogno si chiama Giuseppe Garibaldi.” (Che Guevara)

“L’eroe delle nazionalità oppresse, l’assertore inflessibile dei loro diritti e il combattente generoso per la loro difesa. (Sandro Pertini)

La storiografia risorgimentale ha prestato scarsa attenzione al socialismo di Giuseppe Garibaldi. La sua azione politica, pervasa da sincera umanità, s’inserisce invece in quelle tendenze ideali che hanno caratterizzato il socialismo nel suo sviluppo originario.

Come egli stesso ricordò più volte, fu nel 1833, durante un viaggio per l’Oriente, che conobbe le idee umanitarie e sociali di Saint-Simon. Il contatto con un gruppo di sansimoniani, guidati da Emile Barrault, e l’influenza di Saint-Simon lasciarono nel giovane Garibaldi (allora venticinquenne) un’impronta indelebile. Quel socialista francese, che predicava il libero sviluppo delle facoltà umane attraverso il ritorno all’interezza armonica della natura, orientò Garibaldi nella sua successiva evoluzione politica. I primi passi di Garibaldi risalivano agli anni Trenta del secolo XIX. Dall’adesione alla Giovane Italia – la cui affiliazione avvenne senza bruschi passaggi per l’influenza che Saint-Simon esercitò su Mazzini – e poi alla Massoneria (1844), Garibaldi corroborò gli influssi socialisti provenienti dalla Francia. L’assidua frequenza delle logge Asile de la Veru e Amis de la patrie gli permise a Montevideo di partecipare al dibattito, che si sviluppò con la pubblicazione nel 1839 de L’organisation du travail di Louis Blanc e de De lesclavage moderne di Félicité R. de Lamennais; o due anni dopo con quella di Voyage en Icarie di Etienne Cabet. Attraverso la conoscenza di queste opere, l’anticlericalismo di Garibaldi, influenzato dalle idee di Proudhon e dalle battaglie anticuriali di Lamennais, si accentuò e la sua religione naturale assomigliò sempre di più al mondo ideale dei socialisti francesi.

Dal suo ritorno in Italia nel 1848 fino agli anni 1860-61, Garibaldi fu impegnato nelle sue gesta di condottiero militare e il suo rapporto col socialismo sembrò dileguarsi o quasi. Fino al compimento dell’Unità dItalia, i rapporti di Garibaldi con il movimento socialista divennero sempre più scarsi. La recente storiografia suole infatti farli decorrere dal IX congresso delle società operaie (Firenze, settembre 1861), che lo scelse come presidente e lo elesse membro della commissione permanente. Da quell’anno non ci fu congresso che non invocò l’adesione di Garibaldi e non lo invitò a partecipare; al decimo congresso delle società operaie (Parma, ottobre 1863) apparve addirittura come un nume tutelare. Solo con la nascita dell’Associazione Internazionale dei lavoratori (settembre 1864), Garibaldi divenne un personaggio di primo piano nell’ambito di quella democrazia europea, che si richiamava agli ideali della Rivoluzione francese. Il suo strenuo appoggio all’indipendenza della Polonia e della Romania accentuò la fama di Garibaldi, che in breve tempo diventò l’incarnazione delle aspirazioni al riscatto dei popoli oppressi.

Nel 1864 la visita di Garibaldi a Londra, durante la Prima Internazionale,  ricevette la calorosa accoglienza delle società operaie inglesi, che gli tributarono numerose manifestazioni di simpatia. Ma esse non riuscirono a coinvolgere anche Karl Marx, affinché sottoscrivesse un messaggio di saluto all’eroe della democrazia italiana. Nonostante gli insulti a Garibaldi da parte di Marx, che conservò sempre un atteggiamento critico nei suoi confronti, questo viaggio fu seguito con vivo interesse dalla stampa progressista europea. Dagli esuli tedeschi Garibaldi ricevette un Indirizzo, in cui fu salutato come il propugnatore della libertà, l’uomo che ha combattuto su due emisferi per il progresso, i diritti umani e lo stato libero.

Per Garibaldi il socialismo corrispondeva al miglioramento della condizione materiale, morale e culturale dell’operaio, ma non per questo era contrario alla proprietà privata. Anzi, la difendeva e per questo il rapporto con Marx rimmarrà molto aspro.

Molto interessanti per definire la personalità politica di Garibaldi, le sue proposte presentate nel settembre 1867 al Congresso internazionale di Ginevra per la Pace e la Libertà, un incontro in cui parteciparono grandi personalità come lo scrittore Victor Hugo e il filosofo liberale John Stuart Mill:

1. Tutte le nazioni sono sorelle.

2. La guerra tra di loro è impossibile.

3. Tutte le contese che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere giudicate da un congresso.

4. I membri del congresso saranno nominati dalle società democratiche dei popoli.

5. Ciascun popolo avrà diritto di voto al congresso, qualunque sia il numero dei suoi membri.

6. Il Papato, essendo la più nociva delle sette, è dichiarato decaduto.

7. La religione di Dio è adottata dal congresso e ciascuno dei suoi membri si obbliga a propagarla.

8. Supplire il sacerdozio delle rivelazioni e della ignoranza col sacerdozio della scienza e della intelligenza.

9. Propaganda della religione di Dio, attraverso l’istruzione, l’educazione e la virtù.

10. La repubblica è la sola forma di governo degna di un popolo libero.

11. La democrazia sola può rimediare ai flagelli della guerra.

12. Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno.

L’atteggiamento incerto della Lega di fronte alla Comune di Parigi, assunto al congresso di Losanna (1871), non gli impedì di prenderne le difese, pur ritenendola una sventura per gli eccidi della guerra civile. Quello della Comune, per Garibaldi, restò però uno straordinario avvenimento, una nuova e sfortunata tappa di quel lungo processo di emancipazione economica e morale della classe lavoratrice, che prese avvio dalla Rivoluzione francese dell’89.

Con la difesa appassionata della Comune di Parigi, che pur accentuò i contrasti nelle prime organizzazioni operaie e socialiste, Garibaldi divenne in breve tempo il principale veicolo del passaggio di ampi strati del democraticismo risorgimentale verso il socialismo. Nelle posizioni garibaldine, infatti, si riconobbero i gruppi riuniti attorno a La Plebe di Enrico Bignami, il giornale operaista destinato a svolgere un ruolo di primaria importanza nel periodo della prima Internazionale. Provenienti dalle file garibaldine, quasi tutti i collaboratori (Achille Bizzoni, Angelo Umiltà, Luigi Perla, Ferrero-Gola) accolsero la visione eroica del loro maestro, ma anche l’umanitarismo democratico e internazionalista, il laicismo anticlericale e la fede nel riscatto dei più deboli. Alla sua nascita (4 luglio 1867), La Plebe non esitò a pubblicare una lettera di approvazione e di incoraggiamento da parte di Garibaldi.

E alcuni anni dopo, il 9 novembre 1871, il periodico pubblicò altresì una polemica lettera di Garibaldi a Giuseppe Petroni, direttore della mazziniana Roma del popolo, per confutare alcune affermazioni riguardanti l’Internazionale e la Comune. Larghi entusiasmi – oltre al gruppo de La Plebe – riscosse Garibaldi a Firenze, dove la sezione dell’Internazionale contava nel giugno del 1871 circa 300 soci, tra i quali numerosi erano i garibaldini, che avevano combattuto con l’Eroe a Mentana o nell’armata dei Vosgi.

A Torino, quando nell’ottobre 1871 si costituì la sezione dell’Internazionale, l’assemblea inviò al generale un telegramma. Ma a fare del garibaldinismo un elemento fondamentale delle origini del socialismo italiano contribuirono i socialisti romagnoli (Erminio Pescatori, Celso Ceretti e Lodovico Nabruzzi): nel dicembre 1871 il Fascio operaio di Bologna inviò a Garibaldi il programma e lo statuto, quasi ad attestare la fedeltà alle sue idee. In una lettera del 13 marzo 1872 Garibaldi accolse lo statuto della nuova associazione e inviò la sua quota mensile di socio; come pure ammise di condividere il tentativo dei socialisti romagnoli di unificare le varie organizzazioni democratiche esistenti in Italia in organismi disposti a superare le divergenze ideologiche e a lottare per un programma concreto di emancipazione sociale. Tuttavia Garibaldi non fu molto entusiasta quando i socialisti romagnoli imboccarono una via di conciliazione tra garibaldinismo e bakuninismo, auspicando un programma comune basato sull’emancipazione del proletariato mediante la lotta contro i privilegi, l’autogoverno dei liberi comuni e la loro federazione universale. Così Garibaldi non mancò di manifestare diffidenza personale per Bakunin e sfiducia nelle sue idee utopiche e irrealizzabili. Durante la conferenza di Rimini (4-6 agosto 1872), egli avversò l’indirizzo dei delegati romagnoli, che accolsero il programma bakuniniano, pur respingendo le tesi fatte votare da Marx alla conferenza londinese del 1871, perché intrise di comunismo autoritario. Vicecersa Bakunin criticò Garibaldi, perché questi – proprio quando si dichiarava socialista o internazionalista – metteva in guardia dalle esagerazioni anarchiche, dagli eccessi dei dottrinari, intenti solo a inventare paradossi con lo scopo ben preciso di “spaventare il mondo”. La guerra al capitale, la collettivizzazione della terra, l’abolizione dello Stato furono considerati paradossi che ritardavano l’eliminazione delle sperequazioni sociali.

Questo atteggiamento rese Garibaldi inviso agli anarchici, i quali più volte lo definirono un confusionario per il suo militarismo rivoluzionario e per la sua idea di una dittatura elettiva. In realtà, l’avversione di Garibaldi all’istituto parlamentare fu dettata dall’assenza di una struttura politica unitaria, che garantisse piena autonomia ai corpi intermedi (comuni e regioni) e ricorresse all’arbitrato internazionale riguardo alla futura organizzazione politica europea. Al IV congresso della Lega (Lugano, 23-27 settembre 1872), egli – pur non partecipandovi personalmente – sostenne la subordinazione della politica alla morale, la Federazione repubblicana europea e la sostituzione delle milizie nazionali agli eserciti permanenti. Nell’ultimo decennio della sua vita, Garibaldi ripose piena fiducia in un progetto di vaste e profonde riforme istituzionali e legislative, desideroso di battere nuove vie per realizzare il sogno sansimoniano di una società diversa, da lui stesso presentato nel capitolo conclusivo de I Mille. Ma il suo contributo più importante fu diretto soprattutto a scongiurare il pericolo di nuove guerre per un’unione completa delle nazioni libere e per il conseguimento della pace universale. Così continuò negli anni successivi fino alla morte (1882) ad inviare messaggi augurali ai giornali e ai congressi socialisti, testimoniando anche a favore degli internazionalisti del 1875.

Il Garibaldi socialista (nel 150° dell’unità d’Italia)

Giuseppe Garibaldi. Padre della Patria ed Eroe Socialista

Giuseppe Garibaldi era socialista?

L’Esercito: un diritto dimenticato?

ei.png
La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.
Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica (COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA; Articolo 52)

Qual è il ruolo dell’esercito in un Paese democratico? Come può essere impiegato? E soprattutto: chi deve essere chiamato a farne parte? Per affrontare un simile problema potrà essere utile restringere il campo all’Italia e osservare la questione in prospettiva, notando come, dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale ai giorni nostri, si sia passati da un esercito popolare, a cui ogni cittadino italiano aveva il diritto e il dovere di appartenere, a un esercito di professionisti o, per dirlo con una parola politicamente scorretta in tempi in cui il lessico italiano si è appesantito di termini quali escort o contractor, di «mercenari».

 

I risultati di un simile cambiamento (milioni di coscritti forse sollevati da un dovere ma senz’altro privati di un diritto) sono sotto gli occhi di tutti nel momento in cui, parlando di difesa di «obiettivi sensibili», diventa sempre più facile imbattersi in militari impiegati per strada con ambigui compiti di polizia.

 

Si potrebbe andare oltre e sottolineare come, nel momento in cui l’Esercito restringe a un nucleo di professionisti il suo reclutamento, diventi più semplice per i suoi appartenenti dimenticare di esistere per essere al servizio del popolo, riducendosi a semplice braccio armato dello Stato.

 

Qui il celebre slogan «Arditi non gendarmi» con il quale gli Arditi del Popolo si opposero strenuamente al fascismo ha il potere di saldare il passato al presente, per chiedersi se i partiti progressisti non stiano tornando a ripetere un errore che fu fatale già ai tempi degli anni orribili in cui fascisti e nazisti furono liberi di scatenarsi in un’orgia di morte e distruzione.

L’errore, oggi come allora, sarebbe quello di respingere il concetto stesso di Esercito in un territorio strettamente conservatore, regalando alla Destra più reazionaria un sapere e un potere delicatissimo come quello militare.

Perché se, come ancora ci ricorda l’Articolo 52 della Costituzione, la difesa della Patria è un dovere «sacro», pensare di poter dormire sonni tranquilli delegando la tutela dei propri diritti a un pugno di dipendenti statali equivale a bestemmiare.

 

Una cosa sola avrebbe potuto arrestare il nostro movimento: se i nostri nemici, comprendendo i nostri principi, fin dai primi giorni, ci avessero colpito con altrettanta brutalità. Adolf Hitler

 

Adda venì baffone

5_cose_su_stalin1.jpg

 

Adda venì baffone è un popolare detto napoletano che di sicuro avrete sentito dire almeno una volta nella vita. A Napoli si invoca il misterioso uomo baffuto per cercare di migliorare una situazione spiacevole. In qualsiasi contesto lo si usi “adda venì baffone” vuol dire una sola cosa: arriverà presto colui che metterà la situazione a posto.

L’origine di questo modo di dire è molto curiosa. Adda venì baffone nacque sul finire della seconda guerra mondiale ad opera del popolo napoletano martoriato dalla guerra. Le persone costrette ad assistere inerti al conflitto bellico non sapevano più a chi rivolgersi per mettere fine alle atrocità. La speranza, però, era ancora viva. Si sognava una terra a est dove la libertà era di casa ed era il popolo a comandare.

Stiamo parlando della Russia che a quel tempo aveva un solo uomo a capo di tutto: Joseph Stalin, noto per i suoi folti baffi. È proprio lui il baffone del famoso detto. I napoletani invocavano il “baffone” Stalin, per cercare di portare la serenità che da troppo tempo mancava alla nostra città devastata dalla guerra.

Adda venì baffone: come i napoletani usano quest’espressione

Dalla seconda guerra mondiale il modo di dire ha perso naturalmente il suo protagonista, e così adda venì baffone si è trasformata in un’espressione popolare che viene usata per buon augurio. È diffusa tantissimo come antidoto alla politica moderna fatta di imbroglioni e ladri. “Adda venì baffone” dicono gli anziani quasi a voler rassicurare il mondo: si metteranno a posto le cose, pagheranno pure questi cialtroni.

Non sono solo le persone anziane a farne uso. Anche tra i giovani si sta diffondendo questo antico detto popolare che viene usato per gioco tra i banchi di scuola quando i professori mettono voti bassi. “Adda venì baffone” sussurrano i giovani allievi con un ghigno sulla faccia. Comunque sia questo strano modo di dire napoletano è un invito a migliorare e porta con se un forte messaggio di speranza: dalle difficoltà si esce sempre.

Solo a Napoli potevano inventarci un’espressione così divertente, ma allo stesso tempo di buon augurio per il futuro di tutti.

Adda venì baffone: usi moderni di un detto antico

Compagno! Butta quella merda! L’unica canna che ti serve è la canna del fucile

“I vincoli morali del capitalismo si allentano e una serie di attività che prima erano proibite perché ritenute immorali oggi non lo sono più proprio come previsto e teorizzato da Karl Marx: “Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo,come la natura aborre il vuoto. Se il tumulto e le liti portano profitto, esso incoraggerà l’uno e le altre”(Il Capitale libro 1, capitolo 24)

La droga è il prodotto ultimo della logica capitalistica dell’alienazione e dell’individualismo, in questo senso è nemica stessa di ogni possibilità di presa di coscienza, di volontà di cambiamento reale. È l’ultimo rifugio che viene imposto a chi non ha la capacità non solo di sognare ma di voler costruire un’alternativa allo stato di cose presente.
L’uso delle droghe “leggere” nella massa dei giovani proletari deve essere combattuto e lo si può combattare solo se il bisogno d’emancipazione che s’esprime in esso trova sul mercato politico l’unico bene che può “appagarlo”: la lotta del proletariato contro l’offensiva borghese e il capitalismo, la lotta del proletariato per il socialismo. In questo momento un tale movimento di classe non è in campo. Ma non potrà mai tornarvi, se un’avanguardia fornita dell’adeguata prospettiva non gli spiana il terreno sin da ora.

Cominciando a rimettere in piedi un programma e un’organizzazione di classe. Questo è il compito cui è oggi chiamato il proletariato militante. Non potrà svolgerlo senza organizzare e disciplinare tutte le sue forze in funzione di esso. Su questa via, l’uso di droghe “leggere” tra le sue fila è un ostacolo. Esse infatti dissipano le energie dei compagni, contribuiscono a forgiare in essi un animo debole, incapace di costanza e abnegazione; un animo esposto a ogni richiamo che proviene dalla “foresta” borghese. E se l’avanguardia del proletariato manca di fermezza e di spirito di sacrificio, come può svolgere quel lavoro metodico necessario per impostare la lotta in difesa del salario o dell’occupazione? La lotta di classe ha bisogno di essere organizzata e guidata da un’avanguardia dotata di una adeguata prospettiva di classe.

Per capire di cosa stiamo parlando forse è bene citare un brano di Engels riferito alla condizione degli operai inglesi alla fine dell’800. “Tutte le lusinghe, tutte le possibili tentazioni si uniscono per spingere gli operai all’ubriachezza. L’acquavite è per essi quasi la sola fonte di piacere, e tutto congiura per mettergliela a portata di mano. L’operaio ritorna a casa stanco ed esaurito dal suo lavoro; trova un’abitazione priva di ogni comodità, umida, sgradevole e sudicia; ha un acuto bisogno di una distrazione, deve avere qualcosa per cui valga la pena di lavorare, che gli renda sopportabile la prospettiva delle fatiche del giorno successivo… in simili circostanze esiste una necessità fisica e morale, per cui una grande parte degli operai deve soggiacere all’alcool… Ma come è inevitabile che un gran numero di operai cada vittima dell’ubriachezza, così è anche inevitabile che l’alcool eserciti i suoi effetti distruttivi sullo spirito e sul corpo delle sue vittime”
L’assunzione di droghe, l’alcolismo diventano fattori incompatibili per una reale militanza rivoluzionaria. Come possono i comunisti agire come avanguardia se prima di tutto non diventano esempio per i propri compagni di scuola, di università, di lavoro, per i giovani che guardano a loro? La droga e la dipendenza da sostanze in generale, sono fattori apertamente controrivoluzionari e come tali vanno considerati e trattati da chi aspira a costruire nel nostro paese le premesse per un cambiamento reale dello stato di cose presente. L’analisi sulla libertà individuale, deve cedere il passo a quella sulla dimensione sociale, sulle finalità ultime. Combattere la droga vuol dire combattere il sistema. Farla sparire dai nostri quartieri ridando speranza di cambiamento reale ad una generazione un nostro dovere rivoluzionario.

Fonte:

http://www.senzatregua.it/perche-la-gioventu-comunista-deve-combattere-la-droga/

http://www.senzatregua.it/droga-e-dipendenza-liberta-individuale-o-questione-sociale/

DAL NULLA SORGEMMO: Arditi del popolo

“Dal nulla sorgemmo in una lotta infernale. Ricordate: non respiravamo, più non si viveva. Era la nostra ora più nera e più tragica. Contro di noi vi erano fascisti, governo e borghesia. Una sola forza ci sostenne: la fede.” Argo Secondari

Benché l’antifascismo – inteso sia come teorizzazione politica che come risposta militare – nasca quasi contemporaneamente alla comparsa dello squadrismo, le prime forme di resistenza al fascismo sono sicuramente meno note di quelle legate alle esperienze della guerra civile spagnola e della Resistenza. Nel secondo dopoguerra, l’antifascismo sconfitto degli Arditi del popolo è stato relegato ai margini della storiografia, benché dietro esso vi fossero sia – come notò Guido Quazza – “tutta una storia”, sia le stesse ragioni fondanti della Resistenza. Tra le ragioni di questa parziale rimozione, vi possono essere quella delle origini e della natura della prima associazione antifascista (permeata da miti arditistico-dannunziani, successivamente fatti propri dal fascismo, e, al contempo, attestata su posizioni genericamente rivoluzionarie) e quella della difficile autocritica degli attori di allora (dalle istituzioni alle forze politiche e sociali) le quali non compresero appieno la portata del fenomeno fascista e che, tranne qualche eccezione, ostacolarono la diffusione dell’antifascismo del 1921-22. Un antifascismo forse (e comunque solo per taluni aspetti) distante, per contenuti e forme, da quello istituzionalizzatosi nell’Italia repubblicana; ma pur sempre un antifascismo nel quale l’esperienza resistenziale e il movimento democratico sorto da essa trovano la loro origine.

Nati a Roma gli ultimi giorni di giugno del 1921 da una scissione dell’Associazione nazionale arditi d’Italia, per iniziativa dell’anarchico Argo Secondari (ex tenente dei reparti d’assalto nella prima guerra mondiale), gli Arditi del popolo si propongono di opporsi manu militari alla violenza delle squadre fasciste. Estenuate da mesi di spedizioni punitive, le masse popolari colpite dallo squadrismo accolgono la loro nascita con entusiasmo. Stanche dei crimini fascisti, esse vedono concretizzarsi nella nuova organizzazione quella volontà di riscossa che trae origine – soprattutto negli strati meno politicizzati della classe lavoratrice – dal puro e semplice istinto di sopravvivenza. La comparsa degli Arditi del popolo rappresenta indubbiamente, per il proletariato italiano, il fatto eclatante dell’estate1921. Sia costituendosi ex novo che appoggiandosi alle sezioni della Lega proletaria (l’associazione reducistica legata al PSI e al PCd’I) o a formazioni paramilitari preesistenti (quali gli Arditi rossi di Trieste o i Figli di nessuno di Genova e Vercelli), nascono in tutta Italia sezioni di Arditi del popolo, pronte a fronteggiare militarmente lo squadrismo fascista. Il nuovo governo, presieduto da Ivanoe Bonomi, guarda al fenomeno arditopopolare con estrema preoccupazione, poiché la comparsa delle formazioni armate antifasciste rischia di affossare l’ipotesi della realizzazione di un trattato di tregua tra socialisti e fascisti (quello che sarà, nemmeno un mese dopo, il “Patto di pacificazione”) fortemente desiderato dal presidente del Consiglio.

Il 6 luglio 1921, presso l’Orto botanico di Roma, ha luogo un’importante manifestazione antifascista alla quale prendono parte migliaia di lavoratori e la cui eco arriva fino a Mosca: la “Pravda” del 10 luglio ne fa infatti un dettagliato resoconto e lo stesso Lenin, favorevolmente colpito dall’iniziativa e in polemica con la direzione bordighiana del PCd’I, non ha dubbi a indicarla come esempio da seguire. Dopo questo imponente raduno, la struttura paramilitare antifascista diviene, nel volgere di pochi giorni, un’organizzazione diffusa capillarmente. Le linee di espansione dell’associazione seguono, principalmente, le direttrici che dalla capitale conducono a Genova (Civitavecchia, Tarquinia, Orbetello, Piombino, Livorno, Pisa, Sarzana, La Spezia) e ad Ancona (Monterotondo, Orte, Terni, Spoleto, Foligno, Gualdo Tadino, Iesi). Ma anche in molti altri centri al di fuori di queste due vie di comunicazione gli arditi del popolo riescono a costituirsi in gruppi numericamente consistenti. Rilevanti sono, a riguardo, quelli del Pavese, di Parma, Piacenza, Brescia, Bergamo, Vercelli, Torino, Firenze, Catania e Taranto. Ma anche in alcuni centri minori gli arditi del popolo riescono ad organizzarsi efficacemente.

Prendendo in considerazione le sole sezioni la cui esistenza è certa, l’organizzazione antifascista risulta strutturata, nell’estate del 1921, in almeno 144 sezioni che raggruppano quasi 20 mila aderenti. Le 12 sezioni laziali (con più di 3.300 associati) primeggiano con quelle della Toscana (18, con oltre 3.000 iscritti). In Umbria gli arditi del popolo sono quasi 2.000, suddivisi in 16 sezioni. Nelle Marche sono quasi un migliaio, in 12 strutture organizzate. In Italia settentrionale, la diffusione del movimento è significativa in Lombardia (17 sezioni che inquadrano più di 2.100 Arditi del popolo), nelle Tre Venezie (15 nuclei per circa 2.200 militanti) e, in misura minore, in Emilia Romagna (18 sezioni e 1.400 associati), Liguria (4 battaglioni e circa 1.100 Arditi del popolo) e Piemonte (8 e circa 1.300). Nel Meridione le sezioni sono 7 sia in Sicilia che in Campania, 6 in Puglia, 2 in Sardegna e solo una in Abruzzo e in Calabria, mentre gli iscritti sono circa 600 in Sicilia, poco più di 500 in Campania e nelle Puglie, quasi 200 in Abruzzo e poco meno in Calabria, 150 in Sardegna.

Sotto il profilo tecnico-militare, gli Arditi del popolo sono una struttura militare agile, capace di convergere in poco tempo dove si presuma possa avvenire una spedizione punitiva dei fascisti. L’organizzazione antifascista cerca inoltre di esercitare il controllo del territorio attraverso marce per le strade cittadine oppure, alla stregua di una vera e propria milizia di quartiere, pattugliando il territorio e identificando gli elementi filofascisti. Non deve meravigliare dunque che la struttura organizzativa dell’arditismo popolare privilegi l’aspetto militare su quello politico. Gli Arditi del popolo sono strutturati in battaglioni, a loro volta suddivisi in compagnie (altrimenti dette centurie) e in squadre. Ogni squadra è composta da dieci elementi più il caposquadra; ogni compagnia è costituita da quattro squadre più il comandante di compagnia; il battaglione, infine, risulta composto da tre compagnie più il comandante di battaglione. Dunque, 136 uomini coadiuvati da un plotone autonomo di sicurezza di altri 10 elementi. Ogni battaglione ha al suo interno delle squadre di ciclisti per mantenere i collegamenti tra i vari battaglioni (rionali nelle grandi città). I ciclisti assicurano inoltre i collegamenti tra il comando generale, i battaglioni e altri soggetti (sedi operaie, ferrovieri, tranvieri, operai d’arsenali, “ufficio stampa e giornale della sera”). L’addestramento degli inquadrati avviene mediante apposite esercitazioni, le quali, comunque, molte volte si risolvono in esercizi formali.

Dal punto di vista organizzativo, la struttura del movimento ardito-popolare non è accentrata in modo eccessivo. Ai vari Direttorii dei Comitati regionali (varati solo sulla carta al primo congresso dell’associazione) vengono lasciati ampi margini di autonomia. Nella pratica, ogni sezione dell’associazione decide autonomamente il da farsi e il proprio stile di lavoro. Stile che – ovviamente – muta a seconda della corrente politica dominante nella determinata realtà. Proprio perché l’organizzazione si dichiara estranea a qualsiasi raggruppamento politico, l’inquadramento nelle centurie non avviene, di norma, sulla base dell’appartenenza ad una determinata organizzazione del movimento operaio. Accade però che in alcune realtà (come ad esempio Livorno) gli Arditi del popolo si dividano in compagnie sulla base dell’appartenenza politica.

Al pari della struttura tecnico-militare, anche i simboli della prima organizzazione antifascista derivavano dall’arditismo di guerra: un teschio cinto da una corona d’alloro e con un pugnale tra i denti con sotto scritto – in caratteri maiuscoli – “A noi!” è il simbolo dell’associazione. Il timbro del direttorio è costituito invece dal pugnale degli arditi, circondato da un ramoscello di alloro e uno di quercia incrociati. Effigi allora in gran voga e non certo patrimonio esclusivo dei Fasci di combattimento o delle forze politiche di destra. In qualche caso, come a Civitavecchia, il gagliardetto degli Arditi del popolo (una scure che spezza il fascio littorio) esprime invece più chiaramente la ragion d’essere dell’organizzazione. Anche se non si può parlare di una vera e propria divisa, gli arditi del popolo, come del resto la quasi totalità dei giovani militanti dei partiti politici dell’epoca, ne hanno genericamente una: indossano un maglione nero, pantaloni grigio-verdi e, a volte, portano una coccarda rossa al petto. Molti Arditi del popolo infine, durante scontri e combattimenti, si proteggono il capo con gli elmetti Adrian. Gli inni dell’organizzazione ricalcano anch’essi, per musica e testi, i motivi dell’arditismo di guerra. Dell’inno “ufficiale”, cantato sull’aria di quello degli arditi “Fiamme nere”, è conservata copia nelle carte di polizia. “Siam del popolo – le invitte schiere/ c’hanno sul bavero le fiamme nere/ Ci muove un impeto – che è sacro e forte/ Morte alla morte – Morte al dolor”, recita il ritornello; mentre l’ultima strofa dichiara programmaticamente: “Difendiamo l’operaio/ dagli oltraggi e le disfatte/ che l’Ardito, oggi, combatte/ per l’altrui felicità!” Nel settembre 1921 l’organo dell’associazione, “L’Ardito del popolo”, pubblica invece un’altra versione dell’inno più esplicitamente antifascista. Sull’aria di “Giovinezza”, i primi versi della canzone recitano così: “Rintuzziamo la violenza/ del fascismo mercenario./ Tutti in armi! sul calvario/ dell’umana redenzion./ Questa eterna giovinezza/ si rinnova nella fede/ per un popolo che chiede/ uguaglianza e libertà.”

Gli organizzatori dell’associazione, a seconda della tradizione politica delle località in cui essa è presente, sono i militanti dei movimenti e dei partiti politici proletari o “sovversivi”: anarchici, comunisti, socialisti massimalisti (in particolare terzinternazionalisti), repubblicani, ma anche sindacalisti rivoluzionari e, in alcune zone del paese, popolari. Oltre all’intenzione di opporsi alle violenze delle camicie nere con pratiche di resistenza armata, ciò che tiene unite queste differenti correnti del movimento operaio è la comune lettura del fenomeno fascista come reazione di classe. Il fattore coagulante non è dunque politico-ideologico, ma prettamente sociale. A livello sociale, il profilo prevalentemente proletario del movimento è una caratteristica evidente in tutto il territorio nazionale. I lavoratori delle Ferrovie dello Stato sono numerosissimi, molti sono gli operai in genere e i metalmeccanici in particolare, parecchi i braccianti agricoli, gli operai dei cantieri navali, i portuali e i marittimi. Vari sono pure gli operai edili, i postelegrafonici, i tranvieri e i contadini. Ma vi sono anche, in misura minore e soprattutto tra i gruppi dirigenti, impiegati, pubblicisti, studenti, artigiani e qualche libero professionista.

Insieme alle adesioni arrivano anche i primi successi militari: le difese di Viterbo (che vide la cittadinanza stringersi attorno ai militanti antifascisti per respingere l’assalto degli squadristi perugini) e di Sarzana (nei cui scontri restarono uccisi una ventina di fascisti), organizzate dagli arditi del popolo dei due centri, disorientano e incrinano la compagine mussoliniana: le due anime del fascismo individuate da Gramsci, quella urbana – più politica e disponibile alla trattativa – e quella agraria – essenzialmente antipopolare e irriducibile a ogni compromesso – giungono a un passo dalla scissione. Ma, violentemente osteggiati dal governo Bonomi, gli Arditi del popolo non ricevono – tranne qualche eccezione – il sostegno dei gruppi dirigenti delle forze del movimento operaio e nel volgere di pochi mesi, riducono notevolmente il loro organico, sopravvivendo in condizioni di clandestinità solo in poche realtà tra le quali, Parma, Ancona, Bari, Civitavecchia e Livorno; città in cui riusciranno, con risultati differenti, a opporsi all’offensiva finale fascista nei giorni dello sciopero generale “legalitario” dell’agosto 1922. Già nell’autunno precedente, comunque, l’azione congiunta di governo e Magistratura aveva dato i suoi frutti: le sezioni dell’associazione si erano ridotte a una cinquantina e gli iscritti a poco più di seimila.
Il motivo di questa brusca battuta d’arresto non va però ricercato solamente nell’atteggiamento delle autorità. I provvedimenti bonomiani contro i corpi paramilitari (che danneggiarono le sole formazioni di difesa proletaria), le disposizioni prefettizie, gli arresti, le denunce e lo stesso atteggiamento della Magistratura (ispirato alla politica “dei due pesi e delle due misure”), non sarebbero stati possibili o comunque pienamente efficaci se le forze politiche popolari avessero sostenuto, o quantomeno non osteggiato, la prima organizzazione antifascista. Ma esse, per ragioni differenti, abbandonarono al proprio destino la neonata struttura paramilitare a tutela della classe lavoratrice.
Tolta la piccola Frazione terzinternazionalista, Il PSI, il principale partito proletario, oltre a fare propria la formula della resistenza passiva, si illuse di poter siglare un accordo di pace duraturo con il movimento mussoliniano (il cosiddetto “patto di pacificazione”), e con la quinta clausola di questo patto scellerato, dichiarava, non senza una dose di calcolato opportunismo, la propria estraneietà all’organizzazione e all’opera degli Arditi del popolo.
Colto alla sprovvista dalla loro comparsa, ma propenso ad opporre forza alla forza, il Partito comunista decide di non appoggiare gli Arditi del popolo poiché – a detta del Comitato esecutivo – costituitisi su un obiettivo parziale e per giunta arretrato (la difesa proletaria) e, dunque, insufficientemente rivoluzionari. La difesa proletaria doveva realizzarsi esclusivamente all’interno di strutture controllate direttamente dal partito, e gli Arditi del popolo – definiti infondatamente “avventurieri” e “nittiani” – dovevano considerarsi alla stregua di potenziali avversari. Ma moltissimi comunisti (tra cui anche qualche dirigente e, all’inizio, lo stesso Gramsci) non accettarono simili disposizioni e restarono all’interno degli Arditi del popolo o proseguirono nell’azione di collaborazione e/o appoggio. Solo dopo ulteriori interventi da parte del “Centro” (accompagati da vere e proprie minacce di gravi provvedimenti disciplinari) la maggior parte delle strutture del PCd’I si adegua alla linea ufficiale e va ad allargare le fila delle Squadre comuniste d’azione. Questa scelta politica viene criticata duramente dall’Internazionale comunista che, a partire dall’ottobre del ’21, avvierà un serrato dibattito con i dirigenti del PCd’I, stigmatizzandoli per il loro settarismo.
Con l’eccezione del Lazio, del Veneto e della Federazione giovanile, per quanto riguarda i repubblicani, e del Parmense e di Bari, per sindacalisti rivoluzionari e legionari fiumani, le forze politiche della “sinistra interventista” si orientano quasi subito anch’esse verso soluzioni di autodifesa che escludono la confluenza o la collaborazione con gli Arditi del popolo. Anche queste formazioni preferiscono organizzare l’autodifesa a livello partitico, teorizzando, nella maggioranza dei casi, la perfetta equidistanza tra “antinazionali” (anarchici, socialisti e comunisti) e “reazionari” (fascisti, nazionalisti e liberal-conservatori)

Fonte

Il programma politico della Repubblica Comunista Italiana

Politica internazionale

Uscita dell’Italia dalla NATO con disimpegno del nostro Paese da tutte le missioni di guerra all’estero e la conseguente chiusura di tutte le basi militari straniere.

Adozione di una politica estera orientata in senso antimperialista e limitazione delle spese di bilancio militare alle sole esigenze di difesa del popolo e del territorio italiano, in ottemperanza all’art. 11 della Costituzione.

Uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dalla Unione Monetaria Europea (sistema dell’euro) e ripristino della sua sovranità politica ed economica al fine di sviluppare tutte le potenzialità di sviluppo del nostro Paese, per non sprofondare ulteriormente nell’indebitamento e nella recessione.

Azzeramento unilaterale della parte del debito detenuto da banche ed istituzioni finanziarie, monopoli e fondi speculativi italiani ed esteri, difendendo i fondi dei piccoli risparmiatori. Divieto di qualsiasi attività e pubblicità delle agenzie di rating sul territorio italiano e sottoposizione delle agenzie stesse e dei loro dirigenti a procedimento penale per associazione a delinquere con finalità eversive, in base alle leggi italiane.

Politica del lavoro

Abrogazione di tutte le leggi che legittimano la precarietà del lavoro e che discriminano i lavoratori per genere ed età e messa fuori legge e perseguibilità penale del caporalato sotto qualsiasi forma. Ripristino della piena validità e preminenza del Contratto Nazionale Collettivo di Lavoro e di chiari e rigidi limiti di legge per il licenziamento dei lavoratori e la possibilità di riassunzione del lavoratore su indicazione del giudice. Superamento di tutte le forme di false cooperative. Istituzione del salario minimo garantito per legge dallo Stato, per un’esistenza dignitosa alle lavoratrici ed ai lavoratori, di un’indennità di disoccupazione a tempo indeterminato fino alla proposta di nuova assunzione non inferiore all’90% dell’ultimo salario percepito, di un’indennità a tempo indeterminato fino alla proposta di assunzione pari al 60% del salario medio per i giovani in cerca di prima occupazione al termine dell’istruzione obbligatoria.Riduzione dell’orario lavorativo a parità di salario e contributi e ripristino dell’indicizzazione dei salari al costo della vita (scala mobile), accompagnato da una politica di controllo popolare alla fonte dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo con l’abolizione delle imposte indirette (IVA) sugli stessi. Controllo dei lavoratori sulle condizioni di sicurezza e salute sul lavoro e politiche di prevenzione degli incidenti e delle malattie professionali con inasprimento delle pene per chi le disattende. Politiche di sostegno alla ricerca applicata ed all’innovazione, di prodotto e di processo, per le piccole imprese, favorendone la concentrazione e l’integrazione in forme associate consortili o cooperative, in modo di consentire loro di acquisire economie di scala.

La questione fiscale

Oggi, nel nostro Paese, fra le tante e gravi questioni che determinano il malessere sociale dei lavoratori e del popolo italiano, vi è la questione fiscale. La pressione fiscale ha raggiunto, ormai, in Italia, il 55% ( rapporto fra entrate fiscali e Pil ), colpendo sia i lavoratori dipendenti ed i pensionati ( che pagano il 93% dell’Irpef totale), ma anche i lavoratori autonomi e le piccole imprese. Da dove nasce, negli Stati ad economia capitalistica, l’esigenza di un prelievo fiscale così intenso? Nel capitalismo monopolistico, lo Stato è impegnato ad erogare una forte spesa pubblica, per riprodurre i propri apparati burocratico-militari, per garantire un minimo di servizi sociali, ma, soprattutto, per sostenere in varie forme ( contributi a fondo perduto, incentivi ed agevolazioni fiscali ecc. ) la produzione e l’attività finanziaria dei grandi gruppi industriali e bancari.Tanto più lo Stato, non è proprietario di attività produttive di beni e servizi e di banche, che garantiscano introiti economici, tanto più il fisco è l’unica fonte di sostegno alla spesa pubblica.

In Italia, lo abbiamo constatato chiaramente: quando il sistema economico era a carattere misto, con la proprietà privata ma anche pubblica delle attività produttive fondamentali del Paese, la pressione fiscale era più bassa, dopo le privatizzazioni degli anni ’90 e successivi, essa è svettata a livelli insopportabili.Qui sta il nodo della questione fiscale: lo Stato preleva le risorse di cui ha bisogno, principalmente per sostenere l’attività dei grandi gruppi industriali e finanziari, dal reddito dei lavoratori, dei pensionati e delle piccole imprese. Non esiste paese ad economia capitalistica che non sia strutturato in tal modo, pur con qualche differenza fra di loro.

I comunisti propongono come obbiettivo programmatico principale ed iniziale del loro progetto politico l’esproprio, la nazionalizzazione ed il controllo operaio e popolare dei principali gruppi produttivi e bancari come base per un livello inizialmente significativo di socializzazione dell’economia nazionale. Ciò ha come conseguenza, sul piano fiscale, che lo Stato, nel nuovo ordinamento socialista, è in grado, in quanto detentore e pianificatore dell’utilizzo della ricchezza prodotta dai lavoratori nelle imprese socializzate, di allentare, fin da subito, consistentemente la pressione fiscale, fino alla sua riduzione ai minimi termini e alla sua eliminazione nelle fasi più avanzate della transizione socialista-comunista, come testimoniato dalla storia dell’Urss e degli altri Stati socialisti. Per questo, il socialismo, con la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, è il sistema che è in grado di liberare i lavoratori dal giogo dell’oppressione fiscale lasciando il reddito da essi guadagnato a loro disposizione.

Questa è la nostra proposta di ” riforma fiscale “, dopo decenni di prelievo statale sui redditi di lavoratori e pensionati e di menzogne delle forze politiche e sociali dominanti sulla possibilità di ridurre il carico fiscale in un ordinamento socio- economico capitalistico.

Politica di tutela ambientale

Dato lo stato del sistema industriale italiano, è urgente una politica di riconversione produttiva delle aziende inquinanti, in grado di rilanciare l’occupazione lavorativa attraverso la riqualificazione ambientale degli impianti stessi, procedendo in un processo di collettivizzazione delle grandi proprietà. L’applicazione e la diffusione di tecnologie non inquinanti che consentano il risparmio energetico assieme all’introduzione di un serio sistema sanzionatorio per le aziende che ancora inquinano sono i primi fondamentali elementi in grado di imporre una svolta nella direzione della necessaria modernizzazione e riqualificazione del nostro apparato produttivo per garantire nello stesso tempo nuova occupazione qualificata e tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori e dei cittadini.

A questi fini è urgente lo studio e l’applicazione sempre più diffusa delle tecnologie fondate sull’utilizzo delle fonti rinnovabili ed alternative di energia, in contrasto con le politiche degli inceneritori, un’educazione di massa ai consumi fondati sul risparmio energetico e dei materiali e la sottrazione della raccolta, smaltimento e riciclo dei rifiuti al business criminale attraverso la completa nazionalizzazione del ciclo.

Politica dei servizi sociali

Il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione, alla cultura ed allo sport sono oggi duramente messi in discussione dalle politiche dei vari governi borghesi.

I comunisti pensano che la salute possa essere difesa e seriamente tutelata solo rilanciando il carattere universalistico della prestazione sanitaria, abolendo qualsiasi tipo di ticket sanitari, nella prospettiva di garantire l’assistenza sanitaria gratuita, a partire dai farmaci salvavita. Per raggiungere tale obbiettivo è necessario il blocco delle privatizzazioni in corso e dei tagli di bilancio nel sistema della sanità, in particolare per i servizi di assistenza ai disabili ed agli anziani, garantendone anzi il loro miglioramento, potenziamento ed espansione. A tali fini è necessario un crescente intervento statale nel settore farmaceutico e nella sanità, nella prospettiva di una sua totale pubblicizzazione. Volevano far credere che la salute andava gestita in termini manageriali: il sistema sarebbe migliorato e si sarebbero annullate le perdite economiche, abbiamo visto come è andata a finire: i servizi sono notevolmente peggiorati ed i conti sono sempre più in rosso. Gli ospedali devono tornare in mano pubblica, sotto la gestione del popolo e di chi ci lavora. La stessa cosa vale per l’industria farmaceutica, così come la rete delle farmacie deve diventare al servizio del cittadino per garantirne la salute.

L’istruzione deve effettivamente essere gratuita ed obbligatoria fino al compimento dei 18 anni, cessando di finanziare, col denaro pubblico, scuole ed università private e destinando le ingenti risorse così liberate al potenziamento del sistema formativo statale a tutti i livelli, allo sviluppo della libera ricerca scientifica ed alla creazione di condizioni di accesso all’istruzione ed alla cultura per tutti, in tutti i suoi aspetti, senza barriere di classe, per uno sviluppo armonico della personalità umana.

L’abitazione è un diritto fondamentale della persona e dovrà essere garantito a tutti attraverso grandi politiche di riqualificazione dell’edilizia popolare pubblica, affitti commisurati al salario percepito e la requisizione dei grandi patrimoni immobiliari sfitti.

Una profonda riforma istituzionale

Innanzitutto, è necessario applicare un capillare controllo popolare sul sistema dell’informazione che deve restare preminentemente pubblico, vietando qualunque ingerenza del capitale in questo campo per impedire la manipolazione dell’informazione e delle coscienze.

Devono ugualmente essere profondamente riformate le istituzioni che garantiscono la difesa, la sicurezza e la giustizia, ricordando che l’arma della ‘legalità’ viene usata dalla borghesia per combattere la lotta di classe. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Forze Armate e Magistratura debbono essere riportate sotto il controllo popolare, integrandone gli organici, a partire dai massimi gradi, con quadri di provenienza proletaria, eliminando qualunque rischio di casta separata, favorendone lo stretto rapporto col popolo, estendendo in questi settori le garanzie ed i diritti sindacali per tutti a partire dalla ricostruzione di un esercito fondato principalmente sulla leva popolare.

Nell’ambito delle istituzioni, transitoriamente all’istituzione del potere popolare, servono una legge elettorale proporzionale, senza sbarramenti, secondo il principio “una testa un voto” ; un Parlamento monocamerale per semplificare e velocizzare l’iter legislativo e consentire anche un notevole risparmio di spesa, nella prospettiva di un parlamento dei lavoratori; l’equiparazione delle indennità parlamentari alla retribuzione media di un lavoratore in trasferta; l’istituzione del vincolo di mandato, per evitare che il deputato tradisca i propri elettori; la revocabilità del mandato parlamentare da parte degli elettori.

Infine, deve essere sancita una netta separazione della Chiesa dallo Stato e l’affermazione della laicità di quest’ultimo, nel rispetto paritario di tutte le confessioni religiose e dell’ateismo.

Le risorse per le riforme

Le risorse per attuare queste riforme devono essere trovate attraverso le seguenti misure di politica economica:
La nazionalizzazione, senza indennizzo, delle banche, delle società finanziarie, dei fondi speculativi, delle assicurazioni, delle grandi aziende e dei settori strategici di rilevanza nazionale, delle aziende che hanno de localizzato produzioni all’estero.
La competenza statale sul commercio estero, al fine di salvaguardare gli interessi nazionali sulla base di reciproci vantaggi, cooperazione, equità e parità di rapporti nei confronti dei nostri partner internazionali.
La lotta alla rendita parassitaria, attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e delle transazioni finanziarie.
La lotta all’evasione fiscale, prevedendo il carcere e la confisca dell’intero patrimonio per i casi più gravi.
La lotta alla corruzione nell’apparato statale e nella pubblica amministrazione, con la confisca del patrimonio tanto per il corrotto che per il corruttore, nonché nei casi di concussione.
L’abolizione di tutti i privilegi fiscali della Chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose, dai valdesi ai musulmani, delle politiche di agevolazione e dei trasferimenti statali in loro favore.

Fonte

BERLINGUER. UNA BRAVA PERSONA MA NON ERA COMUNISTA

C’è sempre un inizio. Ci chiediamo: cosa ha portato la grande esperienza storica e politica dei comunisti in Italia alla consunzione? Cosa ha portato il Partito di Antonio Gramsci a diventare oggi quello di Matteo Renzi?

Tutto inizia nel periodo 1943-1947. Certo la temperie in cui Palmiro Togliatti dirige il PCI post-resistenziale era innegabilmente avversa ad una reale possibilità di ‘fare la rivoluzione’ in Italia, ma come diceva Pietro Secchia, ed anche altri tra cui Eugenio Curiel: “tra fare la Rivoluzione e non fare nulla c’è una bella differenza!” ed il richiamo critico alla Via Italiana al Socialismo (i cui risultati oggi sono sotto agli occhi di tutti) di Togliatti ci stà tutto.
Gramsci è forse l’antesignano delle “vie nazionali al socialismo”?
La sua concezione della conquista dell’”egemonia” e della “guerra di posizione” è l’antesignana politica della “lunga marcia nelle istituzioni” che il PCI iniziò al momento della famosa “svolta di Salerno”?
Basta leggere le pagine di Gramsci nell’originale per rendersi conto di quanto la concezione di Gramsci del Partito e dello Stato è sempre stata protesa alla conquista del potere politico.
Ma Gramsci non è Togliatti e nemmeno Berlinguer.
Nel pensiero di Berlinguer, persona onesta ma fuori dal comunismo (inteso nelle sue accezioni teorico-pratiche) spiccano, tra tutti, alcuni punti cardinali: il compromesso storico, la democrazia come valore universale, l’eurocomunismo, l’accettazione dell’ombrello della Nato, l’adesione alla UE ed infine le considerazioni sull’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione Sovietica.
Le riflessioni di Berlinguer sull’austerità e sulla questione morale non hanno la stessa forza, né possono in qualche modo controbilanciarne l’effetto devastante. Obiettivamente non si può negare che Berlinguer si sia anche trovato ‘schiacciato’ da un corpo politico del partito in cui i cosidetti ‘miglioristi’ (da Amendola a Napolitano) avevano in mano i gangli vitali, anche economici (il mondo della cooperazione ad es.) del Partito, da qui la stessa ‘solitaria’ presenza di Berlinguer ai cancelli della Fiat nel 1980 e nella giusta lotta in difesa della “scala mobile”. Episodi significativi che risultano però essere ininfluenti su un quadro dirigente ed un corpo largo di partito in cui la “mutazione genetica” era già avvenuta e che Berlinguer non aveva voluto contrastare.
Partiamo dal compromesso storico sull’onda della eroica morte del Presidente del Cile Salvador Allende per mano dei golpisti di Pinochet prezzolati dagli Usa. Invece di constatare semplicemente che la democrazia borghese esiste solo se la borghesia è saldamente al potere, ma se questo vacilla, come nel Cile di Allende, allora la borghesia rinnega le sue stesse regole formali, passando a metodi violenti e terroristici, Berlinguer scrive: “noi abbiamo sempre pensato che l’unità dei partiti dei lavoratori e delle forze di sinistra non è condizione sufficiente per garantire la difesa ed il progresso della democrazia…” A parte il leitmotiv della “difesa della democrazia”, il compromesso storico di Berlinguer, invece, non è un’alleanza sociale della classe operaia, antagonista al blocco sociale della borghesia, ma un’alleanza politica tra i maggiori partiti in quel momento, il PCI, il PSI e la DC, quest’ultima, per altro, espressione politica della grande borghesia, privata e di stato.
Da un punto di vista leninista, l’errore di Allende è consistito proprio nel non avere neppure cercato di “spezzare la macchina dello stato borghese”, ma di averla accettata, confidando in una maggioranza parlamentare e nella lealtà dei vertici dell’apparato statale. Sarebbe stato necessario sviluppare forti movimenti di massa a sostegno del nuovo governo, creare una milizia operaia armata, cambiare i meccanismi istituzionali, decapitare i vertici e modificare le strutture dell’esercito, della polizia, dei servizi di sicurezza, dei ministeri economici, con la massiccia introduzione di fidati elementi proletari. Sarebbe stato necessario, insomma, instaurare la dittatura proletaria. Allende non lo fece e il popolo cileno pagò a caro prezzo questo errore. Berlinguer, come sappiamo, ignorò queste considerazioni.
L’eurocomunismo, come teoria e prassi compiutamente revisioniste e opportuniste, origina dall’incontro di Bruxelles del 26 gennaio 1974 tra Berlinguer e i revisionisti spagnolo e francese, Carrillo e Marchais, segretari dei rispettivi Partiti Comunisti che sposarono le tesi sul valore della democrazia, da Berlinguer così formulate: …”questa larga convergenza…comprende il riconoscimento del valore delle libertà personali e della loro garanzia, i principi di laicità dello Stato e della sua articolazione democratica, della pluralità dei partiti, dell’autonomia del sindacato, delle libertà religiose e di culto, della libertà di ricerca e delle attività culturali, artistiche e scientifiche…” Il passo citato evidenzia con chiarezza come Berlinguer avesse fatto proprie categorie tipiche del pensiero borghese, assolutizzandole al di fuori e al di là di qualsiasi contesto storico e sostanza di classe
L’intervista a Giampaolo Pansa (proprio lui!) sul Corriere della Sera del 15 giugno 1976 sentenziò l’accettazione definitiva dell’Occidente capitalistico e della sua micidiale alleanza militare, la NATO, portando a compimento la rottura con il campo socialista che, anche se infettato dal germe del revisionismo khruscioviano, rimaneva pur sempre il più formidabile baluardo di contenimento dell’imperialismo. « …il Patto Atlantico può esser anche uno scudo utile per costruire il socialismo nella libertà… voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico. Mi sento più sicuro stando di qua….”».

Ed infine, sempre su questo filone, c’è la famosa frase con cui, nel 1981, viene definitivamente reciso il “cordone ombelicale” anche ideale, con la storia del movimento operaio e comunista:“…si è esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre…”.

Assolutamente rilevante è poi la scelta strategica con cui Berlinguer “sposa” il processo di unità europea e capitalistica mentre esistono ancora l’URSS ed il campo socialista. Nella famosa intervista con Eugenio Scalfari, uno dei distruttori del PCI, del 2 agosto 1978: «”…Scalfari: “il PCI ha fatto una scelta europea definitiva. Lo conferma?”. Berlinguer: “Lo confermo. Sappiamo che il processo d’integrazione europea viene condotto da forze e da interessi ancora profondamente legati a strutture capitalistiche. … Ma noi riteniamo che comunque bisogna spingere verso l’Europa e la sua unità”.
Ripeto, con tutta la modestia possibile: Berlinguer era una persona onesta, ma questo non basta per esser comunisti.

Fonte

I partigiani di Santa Libera, l’insurrezione partigiana contro il revisionismo Italiano

E’ il 29 agosto del 1946 e ad Asti un gruppo di una cinquantina di persone sta rientrando in città tra gli applausi calorosi della gente: sono i ribelli di Santa Libera, un gruppo di ex partigiani che qualche giorno prima è tornato ad imbracciare le armi e si è installato sulla vetta di una collina che domina il piccolo comune di Santa Libera (in provincia di Cuneo) per protestare contro alcuni provvedimenti che le autorità hanno messo in atto sia sul piano locale che su quello nazionale.

La scintilla della rivolta si accende quando ad Asti giunge la notizia che Carlo Lavagnino, comandante della polizia locale ed ex comandante delle formazioni garibaldine, è stato sollevato dal suo incarico per essere sostituito da un ex ufficiale fascista.

La scelta dei ribelli di Santa Libera non si spiega però solo con questo episodio, che di fatto è la goccia che fa traboccare il vaso, ma va inserita nel più ampio quadro dell’Italia nell’agosto del ’46: a più di un anno dalla Liberazione, infatti, il governo non ha ancora preso alcun tipo di provvedimento per il riconoscimento dei diritti dei partigiani e delle famiglie dei caduti mentre, per contro, ha sollecitato l’emanazione di un’amnistia per i reati fascisti, redatta dall’allora Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti ed approvata a fine Giugno.

Il testo dell’amnistia, che nelle intenzioni del Ministro doveva costituire “un atto di clemenza per alleviare le condizioni anche di coloro che avendo violato la legge penale comune ne subiscono o devono subirne le conseguenze, e per arrecare un conforto sensibile a un numero ingente di loro familiari derelitti e angosciati”, è da subito oggetto di interpretazioni molto ampie che conducono di fatto alla rimessa in libertà di migliaia di fascisti, da squadristi ad alti dirigenti della Rsi, che vengono presto reintegrati ed assegnati a nuovi incarichi.

Tutto ciò non può che apparire inaccettabile a quanti hanno combattuto durante la Resistenza e vedono ora repubblichini ed aguzzini fascisti tornare a piede libero in tutta Italia.

Di qui la scelta eclatante dei ribelli di Santa Libera, che nella notte del 20 agosto si mettono in marcia sotto la guida di Armando Valpreda, combattente nella Brigata Rosselli tra il ’43 e il ’45, e si installano nel rudere di una vecchia torre sulla cima di una collina.

Il gruppo era già organizzato clandestinamente da alcuni mesi, con l’intento di agire sul piano locale per fare giustizia contro le presenza fasciste che ancora inquinavano il territorio, perciò la partenza per Santa Libera non è che l’occasione per mettere al lavoro le forze del nucleo.

Già il giorno successivo i ribelli rendono note le proprie rivendicazioni: reinserimento dei partigiani, dei reduci e degli ex-internati nel mondo del lavoro, erogazione di pensioni alle famiglie dei caduti e riconoscimento del periodo resistenziale ai fini del servizio militare, risarcimento alle vittime delle rappresaglie nazi-fasciste, abrogazione dell’amnistia, soppressione del partito dell'”Uomo qualunque” e messa fuorilegge dei fascisti.

Intanto la notizia dell’insurrezione non tarda a diffondersi e a suscitare grosse preoccupazioni fra le autorità: il ministero dell’Interno si affretta ad inviare grossi contingenti militari che presidiano l’area con posti di blocco, battaglioni di fanteria e mitragliatrici pesanti.

Il timore (fondato) del governo è che, sull’esempio dei ribelli di Santa Libera, l’insurrezione dilaghi ben presto nel resto d’Italia e, in effetti, situazioni simili si registrano in breve in molte altre località dell’Italia settentrionale, dalla Val Felice, ai dintorni di Pinerolo e di Lanzo, a La Spezia e soprattutto nell’Oltrepò pavese.

Mentre le forze schierate sul territorio lanciano un ultimatum ai ribelli, decidendo di adottare una linea dura, il governo, preoccupato che la situazione possa degenerare in uno scontro a fuoco diretto tra i partigiani e i contingenti militari, decide di aprire una trattativa.

Il Vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni, riconoscendo la fondatezza delle richieste partigiane, si dice disponibile ad incontrare una delegazione degli insorti; la sua posizione non rispecchia però quella di gran parte della DC e in primis di De Gasperi, che mal digerisce una sfida così frontale allo Stato e definisce l’insurrezione astigiana “un deplorevole episodio che ha turbato la norma di disciplina e di ordine necessari al paese come non mai”.

L’incontro con Nenni si tiene il 24 agosto e in quell’occasione il Vicepresidente assicura che è già pronto un decreto (che verrà effettivamente approvato il 28 dello stesso mese) che prende in considerazione le rivendicazioni normative a favore di partigiani, reduci e familiari dei caduti.

Pur essendo queste delle questioni che stavano molto a cuore agli insorti, resteranno tuttavia fuori dal decreto tutte le rivendicazioni di stampo politico avanzate dai ribelli, in primo luogo l’abolizione dell’amnistia.

Questo nodo non risolto spingerà quindi alcuni gruppi, in più parti d’Italia, a rimanere ancora per alcune settimane sulle montagne, ritenendo insoddisfacente l’intervento normativo del governo.

I ribelli rientrano comunque ad Asti da vincitori, consapevoli di essere riusciti a mettere in scacco il governo e di aver dimostrato che lo spirito della Resistenza non si è affatto spento ma è intatto e anima ancora tutti coloro che non sono disposti ad accettare alcuna riabilitazione dei fascisti