Fuga verso est

 

 

Sappiamo che nella Berlino divisa esistevano centri di accoglienza per i cittadini che fuggivano da Berlino Est verso l’Ovest. Ma sapevate che esistevano centri anche per chi scappava dall’Ovest per andare ad Est?

STORIE DI FUGHE VERSO LA REPUBBLICA DEMOCRATICA

Ebbene sì, non esistevano solo i centri di accettazione per le persone che da Est fuggivano per andare a Ovest, ma ce n’erano alcuni anche nella DDR per il flusso di persone che lasciavano la Repubblica Federale. Di questi centri non se ne parla mai per ovvi motivi, la storia è stata raccontata sempre e solo da un solo punto vista, quindi è tabù parlare di rifugiati dell’Ovest.

All’inizio degli anni ’50 la DDR costruì baracche speciali per le persone che volevano ritornare e per chi da Ovest voleva trasferirsi nell’Est, erano praticamente dei centri di accettazione. Qui la Volkspolizei (la polizia della DDR) e la Stasi controllavano l’identità delle persone. Si e’ calcolato che fra il 1949 e il 1989 siano state 600mila le persone che da Ovest si sono spostate ad Est, la maggior parte di queste a cavallo tra il 1950 e il 1960.

A BERLINO EST non per politica ma per la famiglia

Dopo la costruzione del Muro il numero dei richiedenti diminuì, ed anche i centri di accoglienza furono ridotti a tre e dal 1979 restò solo quello di Röntgental nella periferia berlinese. I rifugiati dell’Ovest, che facevano richiesta di residenza nella DDR, non lo facevano quasi mai per motivi politici bensì personali (ma lo stesso vale per i tanti che facevano il percorso inverso): chi aveva famiglia nella DDR, chi prima si era trasferito ad Ovest ma poi voleva tornare perché deluso, e c’erano anche persone che volevano vivere in un sistema socialista.

Le persone al loro arrivo nel centro di accettazione venivano registrate e poi suddivise a seconda della religione, cultura ed orientamento politico e non potevano avere contatti fra loro. La permanenza nel centro poteva durare dalle 4 alle 6 settimane (a volte anche fino a 6 mesi). In questo periodo di attesa, non era permesso lasciare il campo, si poteva ricevere posta ma non inviarla, a volte si poteva telefonare. C’erano strutture che permettevano di potersi dedicare a diverse attività, ad esempio sport o cultura.

I rifugiati venivano trattati in modo differente, dipendeva dalla ragione per cui avevano deciso di trasferirsi nella DDR. Venivano tenute conferenze e mostrati filmati per preparare le persone alla nuova “patria”, visite mediche e naturalmente si potevano seguire programmi televisivi e radiofonici della DDR. Durante questo periodo di permanenza in attesa del permesso di soggiorno nella DDR, i richiedenti venivano sottoposti continuamente ad incontri (potremo dire “interrogatori”) con la polizia, mentre la Stasi si occupava dei rifugiati politici.

Se la richiesta di residenza nella DDR veniva accolta, il rifugiato poi doveva trasferirsi in un luogo assegnato dove poi avrebbe avuto una casa e un lavoro. Di solito chi sicuramente veniva rispedito indietro erano le persone che avevano avuto problemi con la giustizia ad Ovest, “asociali” o persone definite “pigre”! Secondo testimonianze le condizioni nel centro erano comunque buone e le persone venivano trattate correttamente nonostante l’estenuante attesa per l’eventuale permesso di residenza nella DDR.

Fra il 1984 e il 1989 furono registrate 3637 persone nel centro di Rögental, di queste 1386 erano cittadini della DDR che dopo essere stati nella BRD volevano ritornare, 1619 erano cittadini della BRD e 632 stranieri che provenivano da altri stati non socialisti. In tutto ne furono rispediti indietro 432. Il centro chiuse nel 1990 ed oggi gli edifici sono occupati da una casa di riposo.

LA TESTIMONIANZA DI GISELA KRAFT

Sulla storia dei rifugiati che scappavano dalla Germania dell’Ovest per andare in quella dell’Est è stato pubblicato un libro: “Einmal Freiheit und zurück – Die Geschichte der DDR-Rückkeher” di Ulrich Stoll (Ch. Links Verlag) da cui è tratto un documentario prodotto da ZDF-Arte dallo stesso titolo del libro.

Una delle testimonianze di chi liberamente decise di trasferirsi nella DDR è quella della scrittrice Gisela Kraft: “Nella DDR potevo essere per la prima volta una libera professionista. Potevo vivere da scrittrice e fare persino piccoli viaggi e andare a teatro. Ero coperta per tutto ciò di cui avevo bisogno: potevo dedicarmi produttivamente alla mia attività senza dovere pensare ogni giorno: potrò pagare l’affitto il mese prossimo?“.

I fuggiaschi della Repubblica Federale Tedesca

 

Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Nell’immaginario comune quando si parla dell’ Afganistan, sicuramente,  le prime immagini che vengono in mente sono: burqa,  paese arretrato e medievale, poveratà, miseria, paese militarmente occupato dalla NATO. Impossibile non associare i fatti del’ 11 Settembre 2001, Al-Qaeda e Bin Laden.

Tuttavia, con ogni probabilità,  pochi sono a conocenza che c’è stasto un passato in cui l’Afghanistan riuscì a liberarsi dalle catene del Medioevo e ad entrare nell’età contemporanea. Dove oggi c’è un paese arretrato, ieri c’era un paese democratico e culturalmente avanzato: La Repubblica Democratica dell’Afghanistan.

Questa esplosione di progresso è arrivata grazie alla Rivoluzione Saur, una rivoluzione popolare esplosa grazie all’azione dei comunisti afghani.

Dopo la repressione scatenata dal precedente regime, la rivoluzione è iniziata nell’aprile del 1978 ed ha trionfato. Il nome Rivoluzione Saur deriva dal nome persiano del mese, la rivoluzione è conosicuta anche come La Rivoluzione Rossa d’Aprile.

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Bandiera della Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Il governo marxista di Taraki ha avviato un programma di grandi cambiamenti nella società afghana.

Eliminazione dell’usura,  campagna di alfabetizzazione, per la prima volta anche le donne afgane hanno partecipato,  riforma agraria, separazione totale della religione e del nuovo stato che divenne costituzionalmente laico, eliminazione della coltivazione dell’oppio, sindacati legalizzati, istituita una legge per un salario minimo cosi da aumentare i salari per i lavoratori afgani.

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Programma di alfabetizzazione insegnato da donne. 1979. Area rurale dell’Afghanistan
 Il governo di Taraki ha garantito la parità di diritti per le donne: possibilità di non indossare velo, possibilità di viaggiare liberamente e guidare automobili,  abolizione dell’acquisto di donne, integrazione delle donne nei luoghi di lavoro ed accesso all’università, nonché accesso alla vita politica e agli ufici pubblici.
Il governo comunista si sforza di togliere le donne dalla tremenda arretratezza e oppressione: l’analfabetismo femminile viene ridotto dal 98% al 75%.
I militanti del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan che praticano la poligamia vengono espulsi dal partito. Le donne partecipano alla vita politica, sono un decimo della militanza del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, una cifra insufficiente ma un grande progresso rispetto all’esclusione assoluta che subiscono oggi sotto il regime dei talebani. 

Il vicepresidente dell’Unione delle donne democratiche Safika Razmiha dichiarò nel 1988: “Se l’uguaglianza delle donne nella nostra società non viene raggiunta, è impossibile avanzare lungo il sentiero del progresso sociale.

Molte migliaia di donne afghane sono ancora bloccate negli harem, milioni nascondono i loro volti sotto il chador e il 75% di loro sono analfabeti.

La rivoluzione afghana fa molto per emancipare le donne. Ma la correlazione delle forze è ancora favorevole agli arretrati feudali”.

L’Afghanistan ha concesso il divorzio nel 1980.

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Donne in classe 1981. Kabul.
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Lavoratrice in una fabbrica, 1983.

I comunisti afgani hanno lottato per far uscire il paese dall’arretratezza e dalla miseria. All’inizio hanno distribuito terre a 250.000 contadini,  hanno abolito tutti i debiti contratti dai contadini con i proprietari terrieri,  liberato 8.000 prigionieri politici, dichiararono l’istruzione universale per entrambi i sessi.

Il tasso di mortalità infantile dei bambini sotto i 5 anni passa da 380 nel 1960 a 300 nel 1988; L’80% della popolazione urbana accede ai servizi sanitari; Il 63% dei bambini completa l’anno scolastico nel 1985-87; l’aspettativa di vita passa da 33 anni nel 1960 a 42 nel 1988.

Centinaia di migliaia di persone sono alfabetizzate. Il numero di medici è aumentato del 50%, il numero totale di posti letto negli ospedali è raddoppiato; gli asili nido e le case di riposo per i lavoratori vengono creati per la prima volta.

Il progresso dell’Afghanistan fu tale che l’Afghanistan ebbe il primo astronauta nella sua storia
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Abdul Ahad Mohmand, primo e unico cosmonauta afgano

Invasione dell’URSS?Quando si parla di questo fatto storico nella letteratura o nei media, viene descritto come “invasione dell’Afghanistan” o “invasione sovietica”.

Niente è più lontano dalla realtà. L’URSS non ha invaso l’Afghanistan, ma interviene dopo aver ricevuto la richiesta dal Consiglio Rivoluzionario.

Non dobbiamo dimenticare due fatti: la Rivoluzione Saur si svolge nel 1978 e l’ingresso delle truppe sovietiche è il 7 dicembre 1979, la repubblica socialista afgana sopravviverà per mesi alla caduta dell’URSS. Kabul cadrà nel 1992, dimostrando l’esistenza di un importante e notevole sostegno da parte della popolazione, considerando che dal 1988 al 1992, la Repubblica Democratica dell’Afghanistan ha combattuto senza alcun aiuto da parte dell’ormai morente Unione Sovietica.

Gli Stati Uniti non esitarono a sostenere i “combattenti per la libertà” cosi come oggi sta avvenendo in Siria e in Libia, sostengno che porterà alla nascita dell’organizzazione terroristica Al-Qaeda.

Ronald Reagan dichiarerà:
Vedere i coraggiosi combattenti della libertà afgana contro gli arsenali moderni con pistole semplici è un’ispirazione per coloro che amano la libertà”

 

 

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Eduardo Galeano :
Verso la fine del 1979 le truppe sovietiche invasero l’Afganistan.  Scopo dell’invasione era la difesa del governo laico che stava tentando di modernizzare il paese. Io ero uno dei membri del Tribunale Internazionale di Stoccolma che nel 1981 si occupò del tema.

Non dimenticherò mai il momento culminante di quelle sessioni:
stava testimoniando un importante capo religioso, rappresentante dei fondamentalisti islamici Talebani, a quel tempo definiti “Freedom Fighters” dall’Occidente, “Guerrieri della Libertà” invece che terroristi.

L’anziano Talebano dichiarò: “I comunisti hanno disonorato le nostre figlie! Hanno insegnato loro a leggere e scrivere!”.

L’Esercito: un diritto dimenticato?

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La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.
Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica (COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA; Articolo 52)

Qual è il ruolo dell’esercito in un Paese democratico? Come può essere impiegato? E soprattutto: chi deve essere chiamato a farne parte? Per affrontare un simile problema potrà essere utile restringere il campo all’Italia e osservare la questione in prospettiva, notando come, dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale ai giorni nostri, si sia passati da un esercito popolare, a cui ogni cittadino italiano aveva il diritto e il dovere di appartenere, a un esercito di professionisti o, per dirlo con una parola politicamente scorretta in tempi in cui il lessico italiano si è appesantito di termini quali escort o contractor, di «mercenari».

 

I risultati di un simile cambiamento (milioni di coscritti forse sollevati da un dovere ma senz’altro privati di un diritto) sono sotto gli occhi di tutti nel momento in cui, parlando di difesa di «obiettivi sensibili», diventa sempre più facile imbattersi in militari impiegati per strada con ambigui compiti di polizia.

 

Si potrebbe andare oltre e sottolineare come, nel momento in cui l’Esercito restringe a un nucleo di professionisti il suo reclutamento, diventi più semplice per i suoi appartenenti dimenticare di esistere per essere al servizio del popolo, riducendosi a semplice braccio armato dello Stato.

 

Qui il celebre slogan «Arditi non gendarmi» con il quale gli Arditi del Popolo si opposero strenuamente al fascismo ha il potere di saldare il passato al presente, per chiedersi se i partiti progressisti non stiano tornando a ripetere un errore che fu fatale già ai tempi degli anni orribili in cui fascisti e nazisti furono liberi di scatenarsi in un’orgia di morte e distruzione.

 

L’errore, oggi come allora, sarebbe quello di respingere il concetto stesso di Esercito in un territorio strettamente conservatore, regalando alla Destra più reazionaria un sapere
e un potere delicatissimo come quello militare. Perché se, come ancora ci ricorda l’Articolo 52 della Costituzione, la difesa della Patria è un dovere «sacro», pensare di poter dormire sonni tranquilli delegando la tutela dei propri diritti a un pugno di dipendenti statali equivale a bestemmiare.

 

Una cosa sola avrebbe potuto arrestare il nostro movimento: se i nostri nemici, comprendendo i nostri principi, fin dai primi giorni, ci avessero colpito con altrettanta brutalità. Adolf Hitler

 

Russia e Cina sono paesi capitalisti?

Lenin ne L’imperialismo Fase suprema del capitalismo indica cinque parametri da tenere in cosiderzione per definire un paese imperialista e in base a questi cinque punti analizzeremo Cina e Russia

1. La concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2. La fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;

3. La grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartis con il mondo;

5. La compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.

La Russia e le caratteristiche del capitalismo

La Russia ha molti monopoli come Gazprom, Rosneft, Lukoil, Rusal. Un ruolo cruciale nell’economia russa lo svolgono anche la VTB-Bank, l’Alfa Bank e la Raffeinse Bank: grandi monopoli bancari in stretta connessione o appartenenti ai monopoli industriali stessi. Il gruppo industriale Gazprom possiede la Gazprombank e il fondo pensione privato “Gazfond”. Il più grande gruppo monopolistico industriale russo possiede anche il gruppo assicurativo “Sogas” e gestisce la “Leader”, società di investimento e fondi pensione.

Il noto oligarca Vekselberg possiede la Renova Holding (base nelle Bahamas), che possiede il gruppo russo “Renova” società di business internazionale privato costituita da compagnie di gestione patrimoniale e fondi di investimento che possiede asset nelle miniere del metallo, società petrolifere, costruzione di macchinari, nell’industria mineraria, nell’energia, telecomunicazioni, nanotecnologie, nel settore finanziario russo ed estero.

La Renova Group ha forti investimenti e presenze nelle principali aziende russe e internazionali, tra cui società di fama mondiale come UC Rusal, Integrated Energy Systems, Oerlikon, Sulzer and SCHMOLZ+BICKENBACH. Inoltre, la Renova, ha integrato fondi di investimento diretto e società di gestione operanti nel settore energetico (IES, Avelar Energy), nello sviluppo immobiliare, negli investimenti – “Columbus Nova” – telecomunicazioni -“Akado Group” – nell’industria chimica – “Orgsyntes Group” – e nei metalli preziosi – “Zoloto Kamchatki”. La Renova Group investe in Russia, Svizzera, Italia, Sud Africa, Ucraina, Lettonia, Mongolia, Kirghizia ecc…

Il gruppo possiede anche la Metkombank che è una delle più grandi banche della Russia, che mira a divenire una delle TOP-50 banche attraenti per gli investitori. Questo grande gruppo bancario detiene lo “Stabilimento di Metalli non ferrosi Kamensk-Ural”, una società di costruzioni – la “Kortros” – e la partecipazione ad altre importanti aziende russe. Allo stesso tempo l’oligarca Vekselberg possiede una parte della “UC Rusal”, la più grande produttrice mondiale di alluminio, ed è co-proprietario della “Norilsk Nickel”, società russa del Nichel e Palladio, estrazione e fusione. Gli oligarchi Alisher Usmanov, Vladimir Skoch e Farhad Moshiri possiedono la “Metalloinvest”, uno dei più grandi gruppi minerari e metallurgici della Russia, specializzata nella produzione dell’acciaio, che possiede la “Lebedinsky Michajlovskij”, impianti di arricchimento minerale, la “Oskol Steel Works”, la “Ural Steel” e altre industrie.

Allo stesso tempo possedevano fino allo scorso anno la “Round Bank” (Ex Ferrobank) ceduta all’”amico” Leon Semenenko, che possiede la Hessen Holdings Ltd e la Nenburg Finance Ltd, con basi a Cipro, che possiedono ciascuna il 50% di LLC SibConsultGroup, attualmente unica proprietaria della Round Bank. Usmanov, uno dei più ricchi al mondo, ha costituito nel 2012 la USM Holdings che comprende numerosi investimenti in imprese della telecomunicazione come la “Garsdale” che controlla circa il 50% della “MegaFon”, secondo più grande operatore di telefonia mobile della Russia che a sua volta possiede il 100% della “Scartel/Yota” società di fornitura provider 4G, il 50% di “Euroset” che è il principale rivenditore di telefonia mobile della Russia. Tutte queste società hanno interessi e propri uomini nella Round Bank.

L’oligarca Prokhorov possiede una infinità di società, per citarne solo una parte di esse, la “Onexim Holdings Ltd” (con base a Cipro) possiede il gruppo “OptoGaN” produttore di LED ad alta luminosità. Gruppo con sede a San Pietroburgo e attivo in Finlandia e Germania, la cui proprietà è di vari fondi di investimento privati (tra cui appunto quello di Prokorov) e statali. Prokhorov, possiede anche una delle principali società immobiliari russe, la “Opin” e la “Quadra Power Generation” leader del settore elettrico russo.

Prokhorov possiede la banca “Renaissance Credit” e la più grande società d’investimento, la “Renaissance Capital”. Inoltre possiede anche una parte della “Rusal”. Vladimir Yevtushenko, uno degli uomini più ricchi della Russia, detiene una quota di controllo (64.2%) delle azioni della “AFK Sistem” che possiede la “MTS-Bank” che controlla direttamente “RTI Group” (la maggior holding industriale russa che sviluppa e produce prodotti di alta tecnologia e tecnologie microelettroniche), l’89% di “Bashneft” (una delle principali compagne petrolifere russe) e il 92% delle reti di distribuzione elettrica “Bashkiria”.

Oleg Deripaska possiede la compagnia d’investimento “Basic Element”, con azioni nel settore energetico, industriale, dell’aviazione, agro-business, tessile, network e servizi finanziari. Possiede una delle principali compagnie d’assicurazione (joint-stock), la “Ingosstrakh”, la grande banca “Soyuz”, il fondo pensione privato “Socium” che serve i più grandi impianti di produzione di “Basic Element”, una delle più grandi società di leasing della Russia, la Element Leasing. Possiede anche la GAZ Group, leader del mercato russo per veicoli commerciali, produce autobus, autovetture, treni elettrici, componentistica, ecc…

Il “re della vodka” Roustam possiede la “Russian Standard Bank”, una delle più grandi banche russe, la compagnia d’assicurazione, la “Russian Standard Insurance” e la “Russian Standard Vodka”, la più importante impresa di produzione della vodka. Agalarov possiede la Crocus Group, una delle principali società immobiliari russe, con decine di società di costruzione e logistica, e la Crocus Bank.

La Russian Railways, tra le prime tre più grandi aziende di trasporto (merci e passeggeri) al mondo, possiede il fondo pensione privato “Blagosostoyanie” che è interamente di proprietà della Absolut Bank e di una buona quota della Banca KIT Finance. Dimitry Pumpyanskiy, attraverso il Gruppo “Ekaterinburg” possiede il 98% della “SKB-Bank”, e il 71.1% della “TMK acciaio”.

Anatoly Sedykh detiene l’80% della “United Metallurgical Company” (uno dei maggiori produttori russi di tubi, ruote ferroviarie e altri prodotti in acciaio per l’energia, i trasporti e le aziende industriali) e il 60% del capitale della “Metallinvest Bank” Mikail Shishhanov possiede il 98.6% della “Bin Bank” così come il 95% della società di costruzioni “INTEC”. Alekperov e Leonid Fedun hanno quote nella Lukoil e nel gruppo IFH Capital che possiede la Banca Petrokomerts. Alekperov ha una quota anche nella società finanziaria “Uralsib” e nella banca con lo stesso nome. La “Vneshtorg Bank”, di proprietà statale, possiede una società di costruzioni, la “VTB-Development”.

La “Sberbank”, di proprietà statale, possiede l’impianto di assemblaggio auto “Derveis” a Cherkessk, le imprese di costruzione “Krasnaja Poljana” e “Rublyovo-Arkhangelsk” e altre.

La “Rosneft” (parte di “Rosneftegaz”) possiede la “Russian Regional Development Bank”. La MDM Bank (una delle prime come fondazione ed ora tra le più grandi banche private russe) possiede la “Siberian Coal Energy Company” (primo produttore di carbone in Russia e uno dei principali esportatori). Sono azionisti della Banca MDM, grandi istituzioni finanziarie internazionali come la International Finance Corporation, la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo, nonché una delle più grandi società d’investimento in Russia, la Troika Capital Partners.

La Guta Group è una delle maggiori corporation industriali e investimento, possiede la United Confectioners Holding Company, leader del mercato dolciario, possedendo la maggior parte dei marchi del settore (circa 1.700). La società è verticalmente integrata ed esegue il ciclo completo delle operazioni, dall’agricoltura fino alla vendita dei prodotti trasformati. Il Gruppo possiede la Guta Insurance (assicurazioni) e la Guta Bank (nella top-20 delle banche russe). Inoltre possiede anche hotel e ospedali e cliniche private. La holding “Don Invest” comprende la Banca commerciale (Commercial Bank Doninvest), e possiede imprese nel settore dell’ingegneria e della produzione alimentare, autobus e auto. La Joint Stock Company – Federal Research & Production Center ALTAI – possiede la “National Land Industrial Bank” e una vasta gamma di industrie.

Cina, un giovane capitalismo mascherato da NEP

Nel 2005 in Cina il numero di imprese private ammontava a 4,3 milioni, nel 2010 a 7,5 milioni e nel 2015 a 12 milioni, mentre nello stesso anno le imprese statali erano 2,3 milioni; attualmente circa il 70% della produzione industriale cinese è dovuta a imprese non statali, oltre l’80% della forza-lavoro industriale è impiegata nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti statali;

Attualmente in Cina sono presenti ben 400 miliardari, che detengono circa 947,03 miliardi. Questi dati pongono la Cina al secondo posto tra gli stati al mondo con più miliardari, seconda solo agli Stati Uniti, che nel 2016 ne contavano 540, e testimoniano come l’accumulazione della ricchezza nel paese abbia raggiunto livelli impressionanti, tali da creare un’oligarchia finanziaria, a ulteriore riprova di come la forma statale socialista sia ormai solo una definizione de iure.

Inoltre, secondo la Chinese Sociological Review, nel 2012 l’1% della popolazione cinese possedeva oltre il 33% della ricchezza, mentre il 25% più povero meno del 2%.

Secondo il Center for China and Globalization l’esportazione cinese di capitale nel 2015 aveva superato il capitale straniero nel paese; gli investimenti diretti esteri (OFDI) ammontavano a 145,6 miliardi di dollari, mentre il capitale estero in Cina era di 135,6 miliardi di dollari. A tale proposito, secondo il Financial Times, nel 2017 la Cina risulta essere il più grande esportatore di capitale in Africa, per la maggior parte al fine estrattivo di risorse naturali, proseguendo la depredazione del continente a cui secoli di colonialismo e imperialismo ci hanno tristemente abituato. Proprio in Africa, a Gibuti, sorge una base militare cinese con circa 10.000 soldati cinesi e navi da guerra veloci.

Per quanto riguarda l’energia, come anche in altri settori, quali ad esempio le comunicazioni, va segnalata la presenza di monopoli, tra cui la China Petroleum and Chemical Corporation (Sinopec, 4ª società al mondo per ricavi nel 2015) e la China National Petroleum Corporation (CNPC, 3ª società al mondo per ricavi nel 2015), che rappresentano due società internazionali tra le maggiori al mondo nel campo del petrolio e del gas.

Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.

Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.

BRICS,  giovani capitalismi avanzano

E’ necessario per i comunisti avere massima consapevolezza della natura imperialistica dei paesi BRICS, che si pongono in aperto contrasto con le potenze imperialiste tradizionali USA (al vertice della piramide) e UE soltanto nel tentativo di imporre la propria egemonia, in uno scontro inter-imperialistico nel quale si intensifica la tendenza alla guerra imposta dal capofila statunitense (che oltre contro la Russia procede nella concentrazione di potenza di fuoco anche intorno alla Cina nel mar cinese meridionale e orientale) che rischia di gettare i popoli del mondo in una nuova guerra generale alla quale tutte le potenze si stanno preparando.

“L’alternativa” che i BRICS presentano allora non è neanche lontanamente concepibile come alternativa di sistema, ma come lotta tutta interna alle logiche capitalistiche, che si muove sullo stesso identico terreno di USA, UE e Giappone. Poiché la base economica di questi paesi, tanto quanto quelli occidentali è dominata dalla struttura di grandi monopoli, poiché l’esportazione di capitali è prevalente, piaccia o no, a meno che non ci si limiti alla definizione data da kautsky, la definizione di imperialismo calza a pennello. Affermare dunque che la “rottura del mondo unipolare a egemonia occidentale” è il presupposto per la “fine delle politiche imperialiste in giro per il mondo” e per contrastare “l’espansione del neoliberismo quale unica forma di sviluppo possibile”, come anche tra alcuni comunisti si finisce per fare, è semplicemente un non senso.

I BRICS, non senza contraddizioni interne, sono oggi il polo alternativo ai centri imperialistici consolidati. Ma questo polo alternativo si muove nella stessa direzione economica di quelli tradizionali; le sue regole economiche sono le stesse dei paesi occidentali, le economie di queti paesi sono economie capitalistiche conclamate, caratterizzate da un forte peso dei principali monopoli nazionali, e internazionali, nell’economia nazionale.

Il concetto di imperialismo e l’importanza del punto di vista autonomo del proletariato.

Cina imperialismo, un’analisi storico-economica

Lo Zio di Christian De Sica

Christian De Sica: Io ho un parente assassino, si chiamava Ramon Mercader. Mia madre si chiama Maria Mercader è catalana. A Ramon Mercader, Stalin gli disse vai a Città del Messico e ammazza Trotsky, queato è partito con un piccone e gli l’ha dato in testa. L’assassino di Trotsky era mio zio!

Ramón Mercader , nome completo Jaime Ramón Mercader del Río Hernández (Barcellona, 7 febbraio 1914 – L’Avana, 18 ottobre 1978) è stato un agente segreto spagnolo operante nel NKVD durante il governo di Josif Stalin nell’URSS.

Ramon Mercader, l’uomo che uccise Lev Trotsky spaccandogli il cranio con una picconata il 20 agosto 1940. Il  pretesto per la consultazione di un documento porta Mercader a casa Trotsky, nel suo ufficio. Fuori ci sono le due guardie del corpo, sicure dell’innocenza dell’ospite. Sguardi brevi e testa bassa. Dopo qualche chiacchiera i due si mettono a scrutare il documento, e mentre Trotky sembra sempre più assorto dalla lettura, Ramon sta già tastando con una mano il rompighiaccio dietro di loro. Un respiro e via, colpo alla nuca e grida profonde. La ferita alla testa non è immediatamente mortale ma permette al sangue un tarantiniano zampillare su tutta la scrivania. Ramon fa per andare verso la finestra mentre le guardie entrano e lo afferrano: Trotsky morirà qualche ora dopo in ospedale per insufficienza di sangue.

Conosciuto dalla polizia messicana come Jacques Mornard o Frank Jackson, è condannato il 25 giugno 1944 a vent’anni di carcere, il massimo della pena consentito dalle leggi messicane. I sovietici gli procurano l’avvocato Eduardo Cincieros, uno dei più valenti legali del Messico, e in carcere non gli fanno mancare nulla. Tutti i giorni riceve la visita di una giovane donna, Roquelia, che in seguito diventerà sua moglie, ma che ora è semplicemente un agente dell’Nkvd.

Il primo a riconoscerlo è il fotografo spagnolo Agustin Puertolas che lo ha incontrato in Spagna durante la guerra civile, poi sarà la volta dello scrittore Julian Gorkin e tanti altri suoi ex compagni nella guerra di Spagna. Liberato il 6 maggio 1960, all’uscita dal carcere trova ad aspettarlo dei diplomatici cecoslovacchi che gli consegnano un passaporto con il quale lascia immediatamente il Messico. Poi via Cuba raggiungerà Mosca.

In Unione Sovietica la sua famiglia di rivoluzionari non verrà mai dimenticata, onoreranno la madre Maria de La Caridad del Rio Hernandez, già combattente dell’esercito repubblicano spagnolo, con l’Ordine di Lenin. Figlia del governatore spagnolo di Santiago di Cuba, bella, volitiva e dal carattere avventuroso, aveva sposato, nel 1911, l’industriale di tessuti Pablo Mercader dal quale aveva avuto cinque figli: Luis, combattente nell’Armata Rossa e professore emerito alla scuola tecnica superiore di ingegneria a Madrid, Jorge, membro dell’Nkvd, Pablo, morto in battaglia durante la guerra civile, Montserrat, segretaria del comunista francese e combattente in Spagna André Marty, noto anche come il macellaio di Albacete e appunto Ramòn.

L’Urss gli sarà per sempre riconoscente. Ramòn sarà decorato con l’ordine di Eroe dell’Unione Sovietica e morirà di vecchiaia il 10 ottobre 1978 a Cuba. Le sue ceneri sono state successivamente trasferite a Mosca, nel cimitero di Kuntsevo, accanto alla dacia di Stalin. Nel giugno del 1987 il Kgb ha disposto sulla sua tomba una lastra con questa iscrizione: “All’eroe dell’Unione Sovietica Ramon Ivanovich Lopez” (quello era il suo nome in russo). Lo stesso nome è scolpito a lettere d’oro nel Monumento agli Eroi del Socialismo, all’ingresso d’onore del KGB.

Fonti:

L’assassino di Trotsky e i fantasmi della storia

L’assassinio di Trotzkij

Quando De Sica uccise Trotsky

“Mio zio? Non ci crederete, ma fu un assassino!” – Christian De Sica

 

Non può esistere antifascismo senza antimperialismo

Nella nostra strategia non può esistere antifascismo senza antimperialismo.

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Cosa intendiamo dire? Non siamo interessati a svolgere il lavoro sporco per conto terzi nè ad essere utili idioti all’interno di arcobaleniche alleanze nelle quali, in nome di un supposto minimo comun denominatore, l’antifascismo, dovessimo direttamente o indirettamente portare acqua al mulino di quei politicanti che, professandosi antifascisti, appoggiano e plaudono le guerre imperialiste, la dissoluzione dello Stato sociale, la realizzazione delle grandi opere di distruzione ambientale
Non intendiamo rappresentare i gendarmi dell’antifascismo istituzionale, in attesa della puntuale, ciclica occasione in cui questo liso feticcio divenga motivo di polemica e divisione all’interno della classe politica, per la conquista di un pugno di voti.

Per di più, da oltre un quindicennio, il fascismo ufficiale è stato depurato, sdoganato e
reintegrato all’interno del Sistema dei partiti dominanti. Per chi è nemico di questo
Sistema, quindi, l’antifascismo, non può che essere un aspetto – estremamente
rilevante – della lotta antimperialista. Per gli altri, un tema di riserva da campagna
elettorale, qualora si rendesse necessario smuovere l’emotività di un elettorato
progressista sempre più sconcertato dalla melassa istituzionale offerta dalla politica.

Una contingenza politico-economica come quella dell’Europa attuale rappresenta un terreno estremamente fecondo per lo sviluppo e l’attivismo del radicalismo di destra.

Il fascismo, infatti, storicamente si pone come avversario di quelle forze (individualismo, cosmopolitismo, economia di mercato) che minacciano l’esistenza e la costruzione della comunità di suolo e/o di razza, – blut und boden – organizzata gerarchicamente, secondo forme e criteri autoritari, nel presunto, supremo interesse etno-nazionale.

I recenti tentativi, in Italia ed in altri paesi, di comporre le fratture del passato, in vista
di un maggiore coordinamento, tra le composite e litigiose forze della galassia estremista di destra, da un lato, e il passaggio sincrono ad un’azione più incisiva, 15 nelle roccheforti europee del neofascismo, dall’altro, mostrerebbero proprio una precisa, accresciuta, autoconsapevolezza del potenziale ruolo da dispiegare nell’immediato futuro.

La supremazia dell’economia sulla politica e della finanza sull’economia e, in particolare, il progressivo, costante esautoramento di quelle forme di controllo e partecipazione politica sui territori a fronte dei diktat sovranazionali di provenienza economico –
finanziaria sono dati oggettivi e possono, se sottoposti ad analisi raffazzonate, accreditare l’interpretazione del fascismo quale risposta nazionale agli
sfaceli del libero mercato. In quest’ottica, il neofascismo potrebbe apparire a molti
come antidoto rivoluzionario all’esistente, rafforzandosi, in ciò, attraverso i richiami
metastorici propri della sua retorica all’azione e alla gioventù. Il fatto che larghe aree
dell’estrema destra prediligano, oggi, una lettura del fascismo tradizionale attraverso
i suoi aspetti antiborghesi e ne propongano una versione attuale in chiave socialista-
nazionale, rappresentano dati che gli antifascisti dell’azione non devono
giudicare con sufficienza ma, anzi, analizzare con cura, per passare, nei fatti, alla
controffensiva. C’è, infatti, il rischio che settori consistenti di gioventù e proletariato
marginale rintraccino nel fascismo, così declinato, l’unica scelta autenticamente
antagonista, sovversiva e “non conforme” al sistema dominante.

Compito degli antifascisti dell’azione consiste nel non inorridire ma contrastare
attivamente simili sviluppi, incalzando una Sinistra priva di orizzonte sulla
riformulazione complessiva tattico/strategica di una lotta a tutto campo all’esistente,
e rigettando le facili scorciatoie offerte da una lettura necessariamente
pregiudizievole e supponente di quanto prodotto sul versante nemico.

Sarebbe da sciocchi, infatti, negare o giudicare con sufficienza il profondo lavoro
teorico che negli ultimi anni è stato portato avanti da settori dell’estrema de
stra rispetto ad una ridefinizione teorica del neofascismo in funzione di un suo agevole
adattamento alle condizioni attuali. Per il futuro, inoltre, occorrerà monitorare gli
interscambi tra il movimentismo neofascista e il fascismo ufficiale, da più di 15 anni
forza stabile di governo, per capire chi avrà più forza nel sedurre l’altro.
Siamo gli eredi dei movimenti che combatterono, primi fra tutti, i fascismi in Europa e nel mondo: sigle destinate all’oblio, simboli rimossi, uomini e donne perseguitati.

Lottiamo affinché nella società si estingua la tirannide dell’economia, del lavoro salariato, della schiavitù dell’uomo sull’uomo e trionfino, finalmente, gli ideali di solidarietà, fratellanza ed eguaglianza.

Questa eredità pesante ci spinge a non dimenticare il loro esempio attraverso l’azione e la natura stessa della loro lotta: combattere il fascismo per sconfiggere insieme ad esso un ordine sociale ingiusto

Lottiamo affinché nella società si estingua la tirannide dell’economia, del lavoro salariato, della schiavitù dell’uomo sull’uomo e trionfino, finalmente, gli ideali di solidarietà, fratellanza ed eguaglianza

Un nemico, un fronte, una lotta!

Bielorussia: L’ultimo bastione sovietico

Minsk è oggi l’unica città dell’ex Unione Sovietica dove sventola ancora, in pieno centro, la bandiera dell’Unione Sovietica. Una sola, è vero. Ma grande e ben visibile. Il Presidente Lukashenko lo ha voluto, personalmente. E ora quella bandiera di uno Stato che non esiste più garrisce al vento, su un altissimo pennone che sovrasta il monumento dedicato alla vittoria della Grande Guerra Patriottica: così, in quello spazio che era l’Unione Sovietica, quasi tutti chiamano quella che noi ricordiamo come la seconda guerra mondiale.

A pensar bene, mi pare una giusta decisione. Lukashenko — che fu l’unico deputato del Soviet Supremo della Russia che votò contro il colpo di stato dei tre capi di Russia (Eltsin), Bielorussia (Shushkevic) e Ucraina (Kravciuk), deciso nel bosco della Belovezhskaja Pushcha nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1991— ha voluto ricordare al mondo che fu l’Unione Sovietia a vincere quella guerra. Un riconoscimento postumo e pieno di significati. Per lui personalmente e per la maggioranza dei suoi cittadini.

Per il resto questo unico Paese europeo che ancora si muove sulla linea del mercato con orientamento sociale, ha tutta l’aria di stare bene. Sembra la Svizzera. Lindo e pulito, dove tutto funziona bene. Il parco auto che si vede nelle amplissime strade bene asfaltate è più moderno di quello italiano. I negozi sono belli e pieni di roba. In gran parte di produzione bielorussa. Le esportazioni di prodotti industriali tirano. Ma meno di quelle della produzione agricola, che vola. Lo stacco tra la campagna di Belarus e quella delle confinanti Lituania e Polonia (europee) è netto e a tutto vantaggio della prima.

La campagna è uno splendore di campi pettinati come prati inglesi. Eppure c’è ancora la Prospettiva Lenin. E, del resto, Minsk non ha commesso l’errore di ribattezzare vie e piazze, come per qualche anno a Mosca dettò l’euforia pro-occidentale. I monumenti della storia sovietica, così come la politica sociale, sono tutti al loro posto. Salvo quello di Stalin. Ma il centro della capitale è una esaustiva e impressionante esposizione dell’architettura staliniana, ben restaurata.

A quanto pare nulla di quello che era buono del socialismo reale è stato buttato via insieme all’acqua sporca. Lo Stato è decisivo in quasi tutti i settori chiave dell’economia. Le banche occidentali non si vedono. Ci sono — ma tutt’altro che dominanti — le banche russe o russo-bielorusse. E Lukashenko ha appena fatto sapere al Fondo Monetario Internazionale che non intende sostituire le regole —con cui la sua Belarus è diventata fiorente — con quelle della finanza occidentale, che invece stanno facendo acqua da tutte le parti.

L’occidente, complice l’Europa e la sua aggressiva politica verso l’est, ha cercato, senza successo, di organizzare una qualche “rivoluzione colorata” anche a Minsk. Ma qui tutti sono orgogliosi del ruolo di Lukashenko nel tentativo di scongurare il disastro ucraino con la “trattativa di Minsk”. Un euro vale qui 2,3 rubli. A Mosca ci vogliono 70 rubli per comprare un euro. Da qui, e da qualche dispetto reciproco in materia di gas e petrolio, nascono un po’ di ruggini con Mosca. Ma per andare da Mosca a Minsk e viceversa non c’è bisogno di alcun visto. È un volo interno. Restano paesi fratelli. E, tra i due presidenti, anche se talvolta scoppiano scintille, c’è il feeling che lega due capi veri dei loro popoli. Non è questione di amicizia ma di interessi comuni.

Fonte

12 cose che non sai sulla Siria socialista di Assad

1. La Siria ha un’apertura alla società e alla cultura occidentale come nessun altro paese arabo.

2. La Siria è l’unico paese arabo con una costituzione laica. La legge islamica è incostituzionale.

3. Prima del 2011, la Siria era l’unico paese della regione senza guerre o conflitti interni.

4. La Siria è l’unico paese che ha ammesso i rifugiati iracheni senza nessuna discriminazione politica, religiosa o sociale

5. La famiglia del presidente siriano Bashar corrente Al Assad appartiene agli alawiti, ramo dell’Islam sciita

6. Ci sono stati cinque papi di origine siriana. La tolleranza religiosa è unica nella zona .

7. Circa il 10% della popolazione siriana appartiene ad una delle molte denominazioni cristiane. In altri paesi arabi, la popolazione cristiana è inferiore all’1%.

8. In Siria, le donne non hanno l’obbligo di coprirsi il volto con un velo, il burqa o indossare chador

9. Le donne siriane hanno gli stessi diritti degli uomini in materia di salute e istruzione.

10. La Siria è l’unico paese del Mediterraneo che ancora possiede la compagnia petrolifera, il governo del paese non ha voluto privatizzarla.

11. La Siria ha riserve di petrolio per 2.500 milioni di barili, il cui sfruttamento è riservato alle imprese statali.

12. La Siria è l’unico paese arabo che non ha debiti con il Fondo monetario internazionale

12 datos curiosos que quizás no sabías sobre Siria

Manifesto del Fronte Popolare per la Liberazione dell’Ucraina, Transcarpazia e Novorossiya

Lo Stato federale della Novorossiya è l’area comprendente le regioni dell’est e del sud dell’attuale Ucraina. Fulcro dell’insurrezione interna al paese è la regione del Donbass, dove i ribelli combattono da mesi per il diritto all’autodeterminazione, scontrandosi con le truppe regolari ucraine e la guardia nazionale ucraina, di larga composizione neonazista. Il 7 Luglio del 2014 a Yalta è stato pubblicato il “Manifesto del Fronte Popolare per la Liberazione dell’Ucraina, Transcarpazia e Novorossiya”. Un documento che noi abbiamo tradotto, sottoscritto dai delegati progressisti e comunisti nello schieramento degli insorti, dove si delinea la caratterizzazione che le Repubbliche Popolari devono darsi.

Qual è l’obiettivo della nostra lotta?

Costruire sul territorio dell’Ucraina una Repubblica Popolare senza oligarchia e burocrazia corrotta.

Chi sono i nostri nemici?

La classe dirigente liberal-fascista, l’alleanza criminale di oligarchi, burocrati, funzionari della sicurezza e la criminalità, servitori degli interessi di Stati esteri. Ufficialmente proclamano valori liberali europei ma tengono il paese sotto controllo con bande dell’estrema destra, scatenando l’isteria sciovinista per contrapporre gruppi etnici fra di loro.

Chi sono i nostri alleati?

Tutte le persone di buona volontà, indistintamente dalla loro cittadinanza ed etnia, che riconoscono gli ideali di giustizia sociale, che sono pronti a combattere per questi ultimi.

Qual è la Repubblica Popolare per la quale stiamo combattendo?

La Repubblica Popolare è la forma politica di organizzazione sociale in cui:
• Gli interessi delle persone, quello spirituale, intellettuale, sociale, fisico, sono i più alti obiettivi dello Stato;
• Tutto il potere appartiene al popolo, che lo esercita con organi eletti attraverso la rappresentanza diretta;
• Ogni lavoratore ha il diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione e alla sicurezza sociale a spese dello Stato;
• Sono pagate pensioni dignitose, e tutti i cittadini possono godere delle garanzie di protezione sociale in caso di perdita del lavoro, disabilità temporanea o permanente;
• Sono ammesse eventuali iniziative private o collettive a condizione che avvantaggino le persone;
• È vietato il capitalismo e l’usura bancaria che vive degli interessi sui prestiti. Il denaro deve essere guadagnato per mezzo della realizzazione di progetti utili.
• Lo Stato, che agisce per conto del popolo, è controllato dai rappresentanti di quest’ultimo. Lo Stato è il più grande detentore dei capitali e controlla i settori strategici dell’economia;
• È consentita la proprietà privata, ma le grandi fortune, i loro investimenti in politica e nell’economia, sono sotto il controllo della società – a nessuno è permesso di operare parassitariamente o creare un impero oligarchico o dominare sulle altre persone per mezzo dei monopoli.

Quali sono i nostri metodi di lotta?

Per raggiungere questo obiettivo (la creazione della Repubblica Popolare sul suolo ucraino), siamo disposti a usare metodi violenti e non violenti di lotta. Crediamo che i cittadini abbiano il diritto di ribellarsi ed armarsi per difendere la propria libertà. La violenza, comunque, è un’espediente al quale ricorreremo solo quando saremo costretti.

Cosa sta succedendo in Ucraina?

Sul territorio ucraino c’è una rivolta di liberazione contro il governo liberal-fascista che con il terrore e la propaganda cerca di imporre al nostro paese un capitalismo oligarchico criminale.

Che cosa è l’Ucraina?

L’Ucraina – una zona tra l’Unione Eureopea e la Russia con una forte tradizione cristiana (soprattutto ortodossa), abitata da popoli diversi (ucraini, russi, bielorussi, moldavi, bulgari, ungheresi, romeni, polacchi, ebrei, armeni, greci, tatari, ruteni, hutsul e altri), ha una lunga tradizione di autogoverno popolare e politico e di la lotta per la libertà.

È in atto una guerra tra russi e ucraini?

Questa non è una guerra tra russi e ucraini, come afferma la propaganda di Kiev. È la rivolta del popolo oppresso contro un nemico comune – il capitalismo oligarchico. Su entrambi i lati del conflitto, russi, ucraini e persone di altre nazionalità, stanno combattendo.
Il regime di Kiev ha ingannato con la propaganda i suoi combattenti e mercenari che combattono per gli interessi degli oligarchi e per i criminali nelle istituzioni, mentre dalla nostra parte, in Novorossiya, i membri delle milizie difendono gli interessi del proprio popolo senza recepire alcuni stipendio, solo per un futuro democratico.

Sono diversi gli interessi dei russi e degli ucraini negli eventi in corso in Ucraina?

Russi ed ucraini condividono gli stessi interessi socio-politici per la liberazione dell’Ucraina dal potere del capitale oligarchico, dalla burocrazia corrotta e dai criminali.

Perché la rivolta in Novorossiya si svolge con slogan russi?

Poiché la popolazione russa e russofona dell’Ucraina ha vissuto una doppia oppressione: socio-economica, nonché culturale e politica. Oppressione socio-economica, la corruzione, la tirannia, il potere della criminalità, l’impossibilità di condurre attività economiche, gli stipendi miserabili e la dipendenza dai “padroni del paese”. Questa è la norma per ogni lavoratore ucraino.
In più la privazione dello status ufficiale della lingua russa nelle regioni in cui più del 90 per cento della popolazione parla e pensa in russo (circa la metà del territorio ucraino) insieme al divieto di insegnamento nelle scuole della lingua russa, il bando della pubblicità e del cinema in russo; il bando del russo nelle pratiche legali e amministrative. È per questo che i russi ed i russofoni sono stati i primi a ribellarsi.

Perché la Russia sta aiutando la Novorossiya?

Una parte considerevole dell’élite russa ha paura della protesta popolare. Avrebbe volentieri intrapreso rapporti pacifici con le autorità di Kiev e vorrebbe metter fine alla guerra nel sud-est. Ma la furia della rivolta popolare contro il capitalismo oligarchico non lo permette. I popoli russi sostengono la giusta lotta della Novorossiya. Questo costringe tutta l’élite russa, a dispetto dei propri interessi strategici, a sostenere o far finta di sostenere la rivolta del sud-est dell’Ucraina.

Perché gli Stati Uniti e l’Unione Europea aiutano il regime di Kiev?

L’obiettivo principale degli Stati Uniti è la lotta contro la Russia, identificata come un rivale geopolitico. Per gli Stati Uniti è necessario creare in Ucraina un paese anti-russo con basi NATO, oppure far precipitare il paese nel caos e destabilizzare tutta la regione. L’Unione Europea ha invece bisogno di nuovi mercati per i propri prodotti e materie prime a basso costo.

Che sostiene la lotta della Novorossiya?

La Resistenza, che ha la sua base nel sud-est dell’Ucraina, sostiene e rafforza il costante impegno a favore dei popoli dell’Ucraina, liberi dal dominio liberal-fascista e dalle élite dominanti.

È solo una lotta separatista in Novorossiya?

No, il territorio del combattimento è tutto il suolo ucraino. Gli insorti della Novorossiya vogliono raggiungere i loro fratelli e sorelle in tutte le regioni d’Ucraina con lo slogan: “Ribellati contro il nemico comune”.
Creeremo un nuovo potere, libero, socialmente responsabile, in tutta l’Ucraina e la Novorossiya.

Che cosa accadrà dopo la vittoria della rivoluzione di liberazione ed il crollo del regime liberal-fascista?

Ci sarà la formazione di un nuovo Stato in cui il potere apparterrà al popolo, non a parole ma nei fatti.
La popolazione di ogni regione attraverso un referendum (come la più alta forma di potere popolare) determinerà il futuro della propria regione – se rimanere all’interno di uno Stato federale oppure ricevere la piena indipendenza.

Come sarà costruito il potere politico dopo aver vinto la rivoluzione di liberazione?

Il potere politico sarà basato sul principio della rappresentanza popolare diretta – dal basso verso l’alto. Saranno formati organi di democrazia, partendo dai Consigli locali fino al Consiglio Supremo, sulla base dei principi rappresentativi dei territori, dei delegati dei gruppi di lavoro dei sindacati, dei delegati di organizzazioni politiche, religiose e sociali. La base della democrazia popolare saranno i Consigli locali. Essi delegheranno i rappresentanti nei Consigli regionali. L’organo supremo della rappresentanza popolare (il Consiglio supremo) è composto dai delegati dei Consigli regionali. Il Consiglio supremo elegge un governo che rappresenterà il popolo tutto.
Noi siamo per l’elezione dei giudici e dei capi delle forze dell’ordine.

Quali saranno i diritti delle regioni dopo aver vinto la rivoluzione di liberazione nazionale?

Ogni regione avrà il diritto di avere la propria Costituzione od un altro documento fondante per garantire a coloro che vivono sul suo territorio, i diritti politici, economici, sociali, culturali e religiose di base.
Inoltre ogni regione avrà diritto, oltre alle lingue nazionali, di scegliere le lingue regionali.
Ogni regione avrà il diritto di formare il proprio bilancio basato sulla tassazione delle persone fisiche o giuridiche che operano nel suo territorio.

Quali saranno le competenze delle regioni dopo la vittoria della rivoluzione di liberazione nazionale?

Ogni regione sarà tenuta a pagare una parte delle imposte per un fondo generale di salvataggio (in caso di calamità naturali o di altre catastrofi).
Ogni regione sarà tenuta a versare parte delle entrate fiscali per le esigenze pubbliche – difesa, manutenzione dell’apparato statale, la costruzione di opere pubbliche, per la ricerca scientifica, il sistema sanitario, l’istruzione e lo sviluppo delle infrastrutture.
Ogni regione dovrà rispettare i principi dello Stato generale dei rapporti tra lavoro e capitale, le libertà civili e politiche.
Ogni regione dovrà mantenere la legge e l’ordine e proteggere i diritti e le libertà dei cittadini all’interno delle linee guida nazionali.

Questi sono i principi di base e gli obiettivi della nostra lotta.
Noi crediamo che ogni cittadino onesto e patriota debba sottoscriverle e sostenerle.

Contiamo sulla solidarietà e il sostegno internazionale di tutti coloro che non solo a parole, ma in realtà sostengono gli ideali di uguaglianza, democrazia e giustizia sociale.

Insieme vinceremo!

[Testo originale: http://centerkor-ua.org/mneniya/politika/item/1009-manifest-narodnogo-fronta-osvobozhdeniya-ukrainy.html]

Black Panthers e Corea del Nord alleati contro l’imperialismo e per il socialismo

Bottiglie di vino rotte e aghi ipodermici sono molto efficaci. Una braciola di maiale o delle ossa di pollo possono essere utilizzate come armi “, il giornale Black Panther instruiva i suoi lettori nel 1970 con un tono a loro familiare,  ” Questo è Juche, basato su quello che hai, per sostenere la nostra resistenza “. 

L’articolo era la testimonianza di un’alleanza imprevista. Da una parte c’era il movimento socialista rivoluzionario con sede in California, dichiarato dal direttore dell’FBI J. Edgar Hoover “la più grande minaccia alla sicurezza interna del Paese”.

D’altra c’era la Corea del Nord, con il suo dogma ideologico del Juche‘ o autosufficienza; un paese che allora sembrava una sorta di  Svizzera marxista-leninista, ricorda l’ex Black Panther Kathleen Cleaver

La Corea del Nord non è sempre stata un caso di economia disperata, come dichiarato dall’amministrazione Obama. Al momento sembrava essere una storia di successo dell’est asiatico, superando il sud. L’alleanza dimostra l’interesse da parte della Corea Nord nel coltivare rapporti di alto profilo e la ricerca di un sostegno internazionalista da parte delle Panetere Nere.

La Corea del Nord, in uqel momento puntava aun forte a una forte campagna pubblicitaria globale,  mettendo annunci sul New York Times o il  Washington Post promuovendo il Juche e la riunificazione pacifica“.

Eldridge Cleaver,  una figura di spicco nel partito e sposato con Kathleen Cleaver“Oggi, la Corea del Nord è un paradiso terrestre, con un avanzato sistema socialista, tecnologia altamente sviluppata, una cultura nazionale brillante e un popolo sano sicuramente in movimento verso successi ancora più grandi“.

Nel frattempo, l’allora leader Kim Il-sung saluva le Pantere Nere chiedendolgi “di lottare per abolire il sistema di discriminazione razziale degli imperialisti americani.

Eldridge Cleaver: Le Pantere che hanno sostenuto questa visione non erano «utili idioti» o pedine della corea del nord, ma rivoluzionari calcolatrici che hanno sostenuto la Corea del Nord come mezzo per protestare contro il governo degli Stati Uniti e rafforzare la propria posizione sulla scena internazionale .

Anche se la percezione popolare delle Pantere Nere spesso si concentrava sui suoi programmi comunitari per la colazione per i bambini e la fede nell’ autodifesa armata contro la polizia, si sono sempre definite come parte integrante di una battaglia globale.

Per tre anni, dal 1968-1970, sono diventati il centro della lotta per la libertà del popolo nero ed era una lotta interna. Una cosa che ha molto distinto le Pantere Nere dai precedenti movimenti per i diritti civili è stato il suo internazionalismo,  ha detto Joshua Bloom, co-autore di Black Against Empire: La storia e la politica del Black Panther Party.

Il movimento ha visto le comunità nere negli Stati Uniti come una colonia nella madrepatria;  la lotta contro l’imperialismo degli Stati Uniti era centrale dal suo inizio. I suoi fondatori Huey Newton e Bobby Seale s’incontrarono la prima volta ad un raduno che si opponeva al blocco di Cuba.

“E ‘stata una politica di radicale solidarietà internazionale A causa della tremenda ostilità che la guerra del Vietnam stava generando, le organizzazioni giovanili in Germania, Francia e Svezia hanno creato comitati di solidarietà per il BPP.  Ci piacerebbe viaggiare avanti e indietro; hanno raccolto i soldi per noi. Ci sono stati movimenti di liberazione in Africa, che leggono il nostro giornale e ci hanno contattato , dice Kathleen Cleaver.

L’Algeria, che non aveva rapporti diplomatici con gli Stati Uniti, ha invitato i Panthers ad istituire un’ambasciata. Gestita direttamente dai Cleavers, divenne la sezione internazionale del movimento; e fu lì che entrarono in contatto con la Corea del Nord.

Eldridge ha visitato Pyongyang brevemente ed è stato infuso con entusiasmo”,  Kathleen, allora segretario di comunicazione delle Pantere, ricorda in un suo progetto della memoria inedito.

Kathleen Cleaver racconta:  sembrava una sorta di Svizzera: marxista-leninista in alto sulle colline, molto pulito, molto tranquillo. E ‘stato tutto così esotico non certo tropicale o glamour.

Suo marito ammirava il paese perchè  “Era molto militarista e le pantere sono state attratte dal concetto di Juche; adattando alle circostanze. Era una specie di ciò che i Black Panthers facevano in america“.

L’ allenza finì quando Cleaver lasciò i Black Panthers dopo una disputa con Newton.

L’unico lascito duraturo è il nome di sua figlia, che la moglie di Kim Il-sung ha scelto personalmente. Lei rimane Joju Younghi: una giovane eroina nata nella Corea del Juche Coreano.

How Black Panthers turned to North Korea in fight against US imperialism