La storia mi assolverà


L’attacco alla Caserma Moncada, seconda fortezza militare dell’esercito batistiano, il 26 luglio 1953, nonostante sia fallito, è un evento fondamentale nella storia della rivoluzione cubana, fu infatti il detonatore che fece esplodere la società neocoloniale.

Prima del golpe militare del 10 marzo 1952, le aspirazioni della maggior parte della popolazione erano riposte nella vittoria del Partito del Popolo Cubano alle elezioni che si sarebbero dovute tenere il 1° giugno di quell’anno, ma il golpe portò al potere Fulgencio Batista ed ogni speranza si spense: abrogazione della Costituzione del ’40, annullamento di tutte le funzioni legislative, sospensione dell’autonomia delle amministrazioni provinciali e municipali e soppressione del Codice Elettorale e dei diritti delle organizzazioni politiche

In altri termini, niente elezioni. Il 4 aprile Batista dettò il proprio Statuto Costituzionale.
I partiti politici contrari al regime militare si perdevano in discussioni e divisioni interne, nel frattempo nascevano intense proteste studentesche antibatistiane; dalle proteste si passò all’agitazione insurrezionale, si moltiplicarono i gruppi indipendentisti favorevoli alla lotta armata in cerca di mezzi per sconfiggere Batista.

Intanto, un importante settore della gioventù guidato dal giovane avvocato Fidel Castro Ruz si preparava in segreto, con poche risorse e con uomini più addestrati che armati.

Il piano d’attacco alla caserma Moncada venne concepito in gran parte nell’appartamento di Abel Santamaría, situato nel quartiere del Vedado, mentre l’addestramento fu tenuto nell’Università de La Habana dallo studente di ingegneria Pedro Miret Prieto. La concentrazione finale ebbe luogo nella fattoria Granjita Siboney nella notte del 25 luglio.

I rivoluzionari, vestiti come i soldati e con il vantaggio della sorpresa si proponevano di occupare la Moncada e in seguito di armare la popolazione che si fosse unita a loro con l’arsenale conquistato. Se non ci fosse stato un incontro imprevisto con una sentinella di ronda, la caserma sarebbe caduta nelle loro mani.

Fidel Castro diresse l’attacco alla caserma Moncada con 45 uomini, preceduto da 8 uomini che presero il posto di guardia n°3. Nell’azione morirono 8 guerriglieri, alcuni morirono proteggendo la ritirata dei loro compagni; 53 vennero invece catturati e poi assassinati, altri 30 vennero incarcerati.

Il discorso di autodifesa di Fidel durante il processo, conosciuto in seguito come “La storia mi assolverà”, venne pronunciato il 16 ottobre 1953.

Signori Giudici,

mai un avvocato ha dovuto esercitare il suo ufficio in tali difficili condizioni; mai contro un accusato sono state commesse un tal cumulo di irregolarità schiaccianti. L’uno e l’altro sono in questo caso la stessa persona. Come avvocato, non ho potuto vedere il verbale né lo vedrò e, come accusato, da settantasei giorni sono chiuso in una cella solitaria, totalmente e assolutamente isolato, oltre tutte le prescrizioni umane e legali.

Chi sta parlando aborrisce con tutta la sua anima la vanità puerile e non sono parte del suo animo né del suo temperamento qualsiasi posa da tribuno né sensazionalismi di nessun tipo. Se ho dovuto assumere la mia propria difesa davanti a questo tribunale è per due motivi. Il primo perché praticamente mi si privò di essa completamente; il secondo perché solo chi era stato ferito tanto profondamente e aveva visto tanto indifesa la patria e avvilita la giustizia, può parlare in una occasione come questa con parole che siano sangue del cuore e organi vitali della verità.

Signori Giudici, quante pressioni si sono esercitate affinché mi si spogliasse anche di questo diritto consacrato a Cuba da lunga tradizione. Il tribunale non pote’ acconsentire a tali pretese perché era già lasciare un accusato al colmo della mancanza di difesa. Questo accusato che sta esercitando ora questo diritto, per nessuna ragione al mondo ometterà di dire quello che deve dire.

Vi ricordo che le vostre leggi di procedimento stabiliscono che il giudizio sarà “orale e pubblico”; senza dubbio, si è impedito al popolo l’entrata a questa sessione. Solo hanno lasciato passare due avvocati e sei giornalisti, nei periodici dei quali la censura non permetterà pubblicare una sola parola. Vedo che ho per unico pubblico, in sala e nei corridoi, circa cento tra soldati e ufficiali. Grazie per la seria e amabile attenzione che mi state prestando! Che appaia di fronte a me tutto l’Esercito! Io so che un giorno arderà dal desiderio di lavare la terribile macchia di vergogna e di sangue che le ambizioni di un gruppo di persone senza anima ha lanciato sopra le uniformi militari.

Per ultimo devo dire che non si lasciò passare nella mia cella nessuno trattato di Diritto Penale. Solo posso disporre di questo minuscolo codice che mi ha prestato un avvocato, il valente difensore dei miei compagni: il Dott. Baudilio Castellanos. Allo stesso modo si proibì che giungessero nelle mie mani i libri di Martì: sembra che la censura del carcere li considerò troppo sovversivi. O sarà forse perché io dissi che Martì era l’autore intellettuale del 26 luglio?

Non importa in assoluto! Porto nel cuore le dottrine del Maestro e nel pensiero le nobili idee di tutti gli uomini che hanno difeso la libertà di tutti i popoli.

Solo una cosa chiedo al tribunale; spero che me la conceda, come compensazione di tanto eccesso e arbitrarietà che ha dovuto soffrire questo accusato senza protezione alcuna delle leggi: che si rispetti il mio diritto ad esprimermi in piena libertà. Senza di ciò non potrete soddisfare neanche la mera apparenza di giustizia e l’ultimo anello della catena sarebbe, più di nessun altro, di ignominia e codardia.

Confesso che qualcosa mi ha sorpreso. Pensavo che il Pubblico Ministero sarebbe venuto con una accusa terribile disposto a giustificare sino alla sazietà le pretese e i motivi per i quali in nome del diritto e della giustizia – e di quale diritto e di quale giustizia? – mi si deve condannare a ventisei anni di prigione. Però no. Si è limitato esclusivamente a leggere l’articolo 148 del Codice di Difesa Sociale, secondo il quale, più circostanze aggravanti, sollecita per me la rispettabile quantità di ventisei anni di prigione. Due minuti mi sembrano molto poco tempo per chiedere e giustificare che un uomo passi al chiuso più di un quarto di secolo. è forse per caso il Pubblico Ministero disgustato del Tribunale? Comprendo che è difficile, per un Pubblico Ministero che ha giurato fedeltà alla Costituzione della Repubblica, venire qui in nome di un governo incostituzionale, statuario, di nessuna legalità e minor moralità, a chiedere che un giovane cubano, avvocato come lui, chissà … altrettanto decente come lui, sia inviato a ventisei anni di carcere. Però il Pubblico Ministero è un uomo di talento e io ho visto persone, con meno talento di lui, scrivere lunghe arringhe

Signori Giudici: perché tanto interesse a che io taccia? è che manchi completamente la base giuridica, morale e politica per focalizzare seriamente la questione? è che si teme tanto la verità? è che si desidera che anche io parli per due minuti e che non tocchi qui i punti che non lascia dormire a certa gente dal 26 luglio? non accetterò mai questo bavaglio, perché in questo giudizio si sta dibattendo qualcosa in più della semplice libertà di un individuo: si discute di questioni fondamentali di principio, si dibatte delle basi stesse della nostra esistenza come nazione civilizzata e democratica.

il Pubblico Ministero non merita neanche un minuto di replica.

E’ un principio elementare del Diritto Penale che il fatto imputato debba accordarsi esattamente al tipo di delitto prescritto dalla legge. Se non c’è legge esattamente applicabile al punto controverso, non c’è delitto.

L’articolo in questione dice testualmente:

Si imporrà una sanzione di privazione della libertà da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sarà la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione

In che paese sta vivendo il Pubblico Ministero? Chi le ha detto che noi abbiamo promosso un sollevamento contro i Poteri Costituzionali dello Stato? Due cose risaltano alla vista. In primo luogo, la dittatura che opprime la nazione non è un potere costituzionale, ma semmai incostituzionale; nacque contro la Costituzione, oltre la Costituzione, violando la Costituzione legittima della Repubblica. La Costituzione legittima è quella che emana direttamente dal popolo sovrano. In secondo luogo, l’articolo parla di Poteri Costituzionali, vale a dire, al plurale, non al singolare, perché considera il caso di una Repubblica retta da un Potere Legislativo, un Potere esecutivo e un Potere Giuridico che si equilibrano e si contrappesano uno con l’altro. Noi abbiamo promosso una ribellione contro un potere unico, illegittimo, che ha usurpato e riunito in uno solo i Poteri Legislativo, Esecutivo e Giuridico della Nazione, distruggendo tutto il sistema che precisamente cercava di proteggere l’articolo del codice che stiamo analizzando.

Vi avverto che vo a iniziare. Se nelle vostre anime resta ancora un pezzetto di amore per la patria, di amore per l’umanità, di amore per la giustizia, ascoltatemi con attenzione. So che mi si obbligherà al silenzio per molti anni; so che cercheranno di occultare la verità con tutti i mezzi possibili; so che contro di me si alzerà la congiura dell’oblio. Però non per questo la mia voce si risparmierà

Ascoltai il dittatore il lunedì 27 luglio L’accumulo di menzogne e calunnie che pronunciò nel suo linguaggio turpe, odioso e ripugnante, solo si può comparare con l’enorme quantità di sangue giovane e limpido che dalla notte prima stava spargendo, con sua conoscenza, consenso, complicità e plauso, la turba più crudele di assassini che possa mai concepirsi.

E’ necessario che mi occupi un pò del considerare i fatti. Si disse, da parte del governo stesso, che l’attacco fu realizzato con tanta precisione e perfezione che evidenziava la presenza di esperti militari nella elaborazione del piano. Niente di più assurdo. Il piano fu tracciato da un gruppo di giovani nessuno dei quali aveva esperienza militare; e rivelo i loro nomi, meno due di loro che non sono né morti né catturati: Abel Santamaria, José Luis Tasende, Renato Guitart Rosell, Pedro Miret, Jesus Montané e colui che parla. La metà sono morti, e con giusto tributo alla loro memoria posso dire che non erano esperti militari, però avevano patriottismo sufficiente per dare, a parità di condizioni, una sonora lezione a tutti quanti i generali del 10 marzo (allusione ai generali che appoggiarono il colpo di Stato di Fulgencio Batista il 10 marzo del 1952, N.d.T.) che non sono militari né patrioti.

E’ ugualmente certo che l’attacco si realizzò con coordinazione magnifica.

Abel Santamaria con ventuno uomini aveva occupato l’Ospedale Civile; con lui c’erano un medico e due nostre compagne per accudire i feriti. Raul Castro, con dieci uomini, occupò il Palazzo di Giustizia; e a me toccò attaccare l’accampamento con il resto, novantacinque uomini. Arrivai con un primo gruppo di quarantacinque, preceduto da un’avanguardia di otto Il gruppo di riserva, che era in possesso di quasi tutte le armi lunghe, dato che le corte andavano all’avanguardia, prese per una via sbagliata e si perse completamente in una città che non conoscevano.

Si fecero sin dai primi momenti numerosi prigionieri, circa venti, e ci fu un momento in cui tre nostri uomini Ramiro Valdez, Jose Suarez e Jesus Montané, riuscirono ad entrare in una baracca e a detenere lì per un certo tempo circa cinquanta soldati. Questi prigionieri testimoniarono davanti al Tribunale, e tutti senza eccezione hanno riconosciuto che furono trattati con assoluto rispetto, senza dover soffrire neanche una parola di insulto.

La disciplina da parte dell’Esercito fu abbastanza scarsa. Vinsero alla fine per il numero, che dava loro una superiorità di 15 ad uno, e per la protezione che loro forniva la difesa della fortezza.

Quando mi convinsi che tutti i nostri sforzi per prendere la fortezza erano già vani, cominciai a ritirare i nostri uomini a gruppi di otto e dieci. La ritirata fu protetta da sei cecchini che al comando di Pedro Miret e di Fidel Labrador, bloccarono eroicamente il passo all’Esercito. Le nostre perdite nella lotta erano state insignificanti. Il gruppo dell’Ospedale Civile non ebbe più di una vittima; il resto fu vinto dal situarsi delle truppe dell’esercito di fronte all’unica uscita dell’edificio, e soltanto deposero le armi quando non rimaneva loro più neanche un proiettile. Con loro stava Abel Santamaria, il più generoso, amato ed intrepido dei nostri giovani, la cui gloriosa resistenza lo rende immortale davanti alla storia di Cuba. Vedremo la sorte che loro toccò e come desiderò sradicare Batista la ribellione e l’eroismo della nostra gioventu’.

I nostri piani erano di proseguire la lotta sulle montagne in caso di insuccesso dell’attacco al reggimento. Potei riunire un’altra volta, a Siboney, un terzo delle nostre forze; pero molti si erano già persi d’animo. Una ventina decisero di consegnarsi; già vedremo che cosa fu di loro. Il resto, diciotto uomini, con le armi e l’attrezzatura che rimanevano, mi seguirono sulle montagne. Il terreno era a noi perfettamente sconosciuto. Durante una settimana occupammo la parte alta della Cordigliera della Grande Pietra e l’Esercito occupò la base. né noialtri potevamo scendere né loro si decisero a salire. Non furono, dunque, le armi; furono la fame e la sete che vinsero l’ultima resistenza. Dovetti distribuire gli uomini in piccoli gruppi: alcuni riuscirono a filtrare attraverso le linee dell’esercito, altri furono consegnati da monsignor Perez Serantes. Quando solo restavano con me due compagni: Jose Suarez e Oscar Alcalde, tutti e tre totalmente stremati, all’alba di sabato 1° di agosto, una forza al comando del tenente Sarria ci sorprese dormendo. Già la mattanza dei prigionieri era cessata in seguito alla tremenda reazione che provocò nella cittadinanza, e questo ufficiale, uomo di onore, impedì che alcuni assassini ci uccidessero

Si è ripetuto con molta enfasi da parte del governo che il popolo non assecondò il movimento. mai avevo udito una affermazione tanto ingenua e, al tempo stesso, tanto piena di malafede. Pretendono evidenziare con ciò la sottomissione e codardia del popolo Se il Moncada fosse caduto in mano nostra persino le donne di Santiago di Cuba avrebbero impugnato le armi!

Molti fucili furono caricati ai combattenti dalle infermiere dell’Ospedale Civile! Anch’esse combatterono. Questo non lo dimenticheremo mai.

Il Pubblico Ministero era molto interessato a conoscere le nostre possibilità di successo. Queste possibilità si basano su ragioni di ordine tecnico-militare e di ordine sociale.

Si è desiderato instaurare il mito delle armi moderne come certezza della totale impossibilità della lotta aperta e frontale del popolo contro la tirannia. Le sfilate militari, le grandi parate di materiale bellico, hanno per obiettivo il fomentare questo mito e creare nella cittadinanza un complesso di assoluta impotenza. Nessun arma, nessuna forza è capace di vincere a un popolo che si decide a lottare per i propri diritti. Gli esempi storici passati e presenti sono incontestabili. è ben recente il caso della Bolivia, dove i minatori, con cartucce di dinamite, sconfissero e distrussero a reggimenti dell’esercito regolare.

Pero noi cubani non dobbiamo cercare esempi in altri paesi, perché nessuno è tanto eloquente come quello della nostra patria. Durante la guerra del 1895 c’erano a Cuba circa mezzo milione di soldati spagnoli in armi I cubani non disponevano in generale di altra arma che il machete, perché le sue cartucciere erano quasi sempre vuote. c’è un passaggio indimenticabile della nostra guerra di indipendenza narrato dal generale Mirò Argenter

La gente in maggior parte provvista di solo machete, fu decimata Attaccarono agli spagnoli con i pugni, senza pistola

Così lottano i popoli quando desiderano conquistare la propria libertà: tirano pietre agli aerei e deviano i carri armati a morsi!

Dissi che la seconda ragione sulla quale si basava la nostra possibilità di riuscita era di ordine sociale. perché avevamo la sicurezza di contare sul popolo? Quando parliamo di popolo non intendiamo i settori concilianti e conservatori della nazione, a quelli per cui va bene qualsiasi regime di oppressione, qualsiasi dittatura, qualsiasi dispotismo, prostrandosi dinanzi al reggente di turno sino a rompersi la fronte contro il pavimento.

Intendiamo per popolo, quando parliamo di lotta, la grande massa irredenta, quella a cui tutti offrono e quella che tutti ingannano e tradiscono, quella che anela una patria migliore, più degna, più giusta

Noi chiamiamo popolo se di lotta si tratta, ai seicentomila cubani che stanno senza lavoro desiderosi di guadagnarsi il pane con onore senza dover emigrare dalla propria patria in cerca di sostentamento; ai cinquecentomila operai stagionali della campagna che abitano in baracche miserabili, che lavorano quattro mesi e soffrono la fame per il resto dell’anno dividendo con i propri figli la miseria, che non hanno un fazzoletto di terra per seminare e la cui esistenza dovrebbe muovere a più compassione se non ci fossero tanti cuori di pietra; ai quattrocentomila operai industriali e braccianti le cui pensioni, tutte, sono rapinate, la cui vita è il lavoro perenne e il cui riposo è la tomba; ai centomila piccoli agricoltori che vivono e muoiono lavorando una terra che non è loro, contemplandola sempre tristemente come Mose’ alla terra promessa, per poi morire senza mai giungere a possederla, che devono pagare per i fazzoletti di terra come servi feudali una parte dei propri prodotti, che non possono amarla, né migliorarla, né abbellirla, o piantare un cedro o un arancio perché non sanno se un giorno verrà un funzionario a dirgli che deve andarsene; ai trentamila maestri e professori tanto pieni di abnegazione, di sacrifici e necessari al destino migliore delle future generazioni e che tanto male li si tratta e paga; ai ventimila piccoli commercianti appesantiti dai debiti, rovinati dalle crisi e ammazzati dalla piaga di funzionari filibustieri e venali; ai diecimila giovani professionisti: medici, ingegneri, avvocati, veterinari, pedagoghi, dentisti, farmaceutici, giornalisti, pittori, scultori, ecc., che escono dalle aule con i propri titoli desiderosi di lotta e pieni di speranza per trovarsi poi in un vicolo senza uscita, tutte le porte chiuse, sorde alle suppliche e al clamore. Questo è il popolo! Quello che soffre tutte le sue disgrazie ed è pertanto capace di combattere con tutto il coraggio! A questo popolo il cui cammino di angustia è lastricato di inganni e false promesse, non andavamo a dire: “Ti daremo” ma semmai: “Ecco prendi, lotta ora con tutte le tue forze perché siano tue la libertà e la felicità!”.

Cuba potrebbe albergare splendidamente una popolazione tre volte maggiore; non ci sono dunque ragioni perché esista la miseria fra i suoi attuali abitanti.

A quelli che mi chiamano per questa convinzione sognatore, io rispondo con le parole di Martí:

Il vero uomo non guarda da che lato si vive meglio, ma da che lato sta il dovere; e questo è l’unico uomo pratico il cui sogno di oggi sarà la legge del domani, perché colui che ha posto gli occhi agli organi vitali universali e visto ribollire i popoli, tra lamenti e sangue, nella conca dei secoli, egli sa che il divenire, senza nessuna eccezione, sta dal lato del dovere.

Unicamente inspirati a tali elevati propositi è possibile concepire l’eroismo di quelli che caddero a Santiago di Cuba. Gli scarsi mezzi materiali, sui quali dovemmo contare, impedirono il sicuro successo.

I politici spendono nelle loro campagne milioni comprando coscienze, e un pugno di cubani che desiderarono salvare l’onore della patria dovette affrontare la morte con le mani vuote per carenza di risorse. Ciò spiega da chi è stato governato il paese sino ad ora, non da uomini generosi e fedeli, ma dal bassofondo della politicheria Con maggior orgoglio che mai dico che conseguente ai nostri principi, nessun politico di ieri ci ha visti bussare alla sua porta chiedendo un centesimo, che i nostri mezzi furono messi insieme con esempio di sacrificio che non ha paragoni, come quello del giovane Elpidio Sosa che vendette la sua attrezzatura e si presentò da me un giorno con trecento pesos “per la causa; Fernando Chenard, che vendette la apparecchiatura del studio fotografico con il quale si guadagnava da vivere; Pedro Marrero che impegnò il suo stipendio di molti mesi e al quale fu necessario impedire che vendesse persino i mobili della sua casa; Oscar Alcalde, che vendette il suo laboratorio di prodotti farmaceutici; Jesus Montané, che consegnò il denaro che aveva risparmiato per più di cinque anni, e così nello stesso stile molti altri, spogliandosi ognuno di quel poco che aveva.

Bisogna avere una fede molto grande nella propria patria per agire così, e questi ricordi di idealismo mi portano direttamente al capitolo più amaro di questa difesa: il prezzo che fu fatto loro pagare dalla tirannia per il desiderio di liberare Cuba dalla oppressione e dalla ingiustizia.

I fatti sono ancora recenti, però quando gli anni passeranno e il cielo della patria si schiarirà, quando gli animi esaltati si quieteranno e la paura non turberà più gli spiriti, si inizierà allora a vedere in tutta la sua spaventosa realtà la magnitudine del massacro, e le generazioni future rivolgeranno terrorizzate gli occhi a questo atto di barbarie senza precedenti nella nostra storia. Però non desidero che l’ira mi accechi, perché ho bisogno di tutta la chiarezza della mia mente e la serenità del cuore distrutto per esporre i fatti così come occorsero, con tutta semplicità, senza drammatismi, perché sento vergogna come cubano, che alcuni uomini senza anima, con i suoi crimini inqualificabili, abbiano disonorato la nostra patria dinanzi al mondo.

Non fu mai il tiranno Batista un uomo di scrupoli che tentenna prima di dire al popolo la più fantastica menzogna.

Le cose che affermò il dittatore dal poligono dell’accampamento di Columbia, sarebbero degne di risa se non fossero così impappate di sangue. Disse che gli attaccanti erano un gruppo di mercenari tra i quali c’erano molti stranieri; disse che l’attacco era stato ideato dall’ex-presidente Prio e con suo denaro, e si è provato sino alla sazietà l’assenza assoluta di ogni relazione tra questo movimento e il regime passato; disse che eravamo armati di mitragliatrici e granate a mano, e qui i tecnici dell’Esercito hanno dichiarato che avevamo solo una mitragliatrice e nessuna granata a mano; disse che avevamo sgozzato la postazione di guardia, e qui sono apparsi a verbale i certificati di morte e i certificati medici corrispondenti a tutti i soldati morti o feriti, dai quali, risulta che nessuno presentava lesioni di arma bianca.

Quando un capo di stato o chi pretende esserlo fa dichiarazioni al paese, non parla per parlare: alberga sempre qualche obiettivo, persegue sempre un effetto, lo anima sempre una intenzione. Se eravamo già stati militarmente vinti, se già non rappresentavamo più un pericolo per la dittatura, perché ci si calunniava in questo modo? Se non è chiaro che era un discorso sanguinario, se non è evidente che si pretendeva giustificare i crimini che si stavano commettendo dalla notte prima e che si andavano a commettere dopo, che parlino per me i numeri: il 27 luglio, nel suo discorso dal poligono militare, Batista disse che gli attaccanti avevano avuto trentadue morti; alla fine della settimana i morti salivano a più di ottanta. In quale battaglia, in quali luoghi, in quali combattimenti morirono questi giovani? Prima che parlasse Batista si erano assassinati più di venticinque prigionieri; dopo che parlò se ne assassinarono cinquanta.

Che grande senso dell’onore quello di quei militari modesti, tecnici e professionisti dell’Esercito, che al comparire dinanzi al tribunale non deformarono i fatti, e relazionarono attenendosi alla stretta verità. Questi si che sono militari che onorano l’uniforme, questi si che sono uomini! né il militare né l’uomo vero è capace di macchiare la sua vita con la menzogna o il crimine. Io so che sono terribilmente indignati con i barbari omicidi che si commisero, io so che sentono con ripugnanza e vergogna l’odore di sangue omicida che impregna sino all’ultima pietra il Quartiere Moncada.

Esorto il dittatore a ripetere ora, se puo’, le sue vili calunnie contro le testimonianze di questi onorevoli militari, lo esorto a che giustifichi davanti al popolo di Cuba il suo discorso del 27 luglio, che non taccia, che parli! Che dica se la Croce d’Onore che pose nel petto agli eroi del massacro era per premiare i crimini ripugnanti che si commisero; che assuma sin da ora la responsabilità davanti alla storia e non pretenda di dire poi che furono i soldati senza suoi ordini, che spieghi alla nazione i settanta omicidi; fu molto il sangue! La nazione ha bisogno di una spiegazione, la nazione lo domanda, la nazione lo esige.

Non si ammazzò durante un minuto, un’ora o un giorno intero, ma una intera settimana, i colpi, le torture, non cessarono un istante come strumento di sterminio maneggiato da perfetti artigiani del crimine. Il Quartiere Moncada si convertì in un laboratorio di tortura e morte, e alcuni uomini indegni convertirono l’uniforme militare in pannelle da macellai. I muri si incrostarono di sangue; nella parete le pallottole restarono incrostate con frammenti di pelle e capelli umani

Le mani criminali che reggono il destino di Cuba avevano scritto per i prigionieri all’entrata di quell’antro di morte, la scritta dell’inferno: “LASCIATE OGNI SPERANZA”.

Conosco molti dettagli di come si realizzarono questi crimini, per bocca di alcuni militari che pieni di vergogna, mi riferirono le scene di cui erano stati testimoni.

Il primo prigioniero assassinato fu il nostro medico Mario Muñoz, che non portava armi né uniforme e vestiva il suo camice di medico, un uomo generoso e competente che aveva prestato cura con la stessa devozione tanto all’avversario quanto all’amico ferito. Nel cammino dall’Ospedale Civile al Quartiere gli spararono un colpo alla schiena e lo lasciarono lì con la bocca rivolta in basso in una pozza di sangue. Però la mattanza di prigionieri non cominciò sino alle tre del pomeriggio. Fino a questa ora si aspettarono ordini. Arrivò dunque dall’Avana il generale Martin Diaz Tamayo, il quale portò istruzioni concrete uscite da una riunione dove si trovavano Batista, il capo dell’Esercito, il capo del SIM [Servizio di Intelligence Militare] e altri.

Disse che “era stata una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento tre volte più vittime degli attaccanti e che si dovevano uccidere dieci prigionieri per ogni soldato morto” Questo fu l’ordine!

Quello di cui questi uomini avevano bisogno era precisamente questo ordine. Nelle loro mani perì il meglio di Cuba: i più valorosi, i più onorati, i più idealisti. Il tiranno li chiamò mercenari, e lì essi stavano morendo come eroi in mano di uomini che ricevono uno stipendio dalla Repubblica e i quali con le armi che essa ha dato loro perché la difendano, servono piuttosto gli interessi di un manipolo e assassinano i migliori cittadini.

Per mezzo della tortura offrivano loro la vita se tradendo la propria posizione ideologica si prestavano a dichiarare falsamente che Prío [Carlos Prío Socarrás, Ex Presidente cubano in esilio] aveva dato loro il denaro, e come essi rifiutavano indignati la proposta, continuavano torturandoli orribilmente.

Le fotografie non mentono e quei cadaveri appaiono distrutti.

Questo lo fecero per molti giorni e assai pochi prigionieri di quelli che erano detenuti sopravvissero.

Signori Giudici, dove stanno i nostri compagni detenuti nei giorni 26, 27, 28 e 29 luglio che si sa erano settanta nella zona di Santiago di Cuba? Solamente tre e le due ragazze sono ricomparsi;

Dove stanno i nostri compagni feriti? Solo cinque sono comparsi; i restanti furono ugualmente assassinati. Qui, al contrario, hanno sfilato venti militari che furono nostri prigionieri e che secondo le loro stesse parole non ricevettero neanche una offesa. Qui hanno sfilato trenta feriti dell’Esercito, molti di loro in combattimenti sulla strada, e nessuno di essi fu giustiziato. Se l’Esercito ebbe diciannove morti e trenta feriti, com’e’ possibile che noi abbiamo avuto ottanta morti e cinque feriti?

Come può spiegarsi la favolosa proporzione di sedici morti per un ferito, se non giustiziando i feriti nell’ospedale stesso e assassinando poi gli indifesi prigionieri? Questi numeri parlano senza possibile replica. “E’ una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento un numero di vittime tre volte superiore agli attaccanti; bisogna ammazzare dieci prigionieri per ogni soldato morto …” Questo è il concetto che hanno dell’onore i caporali divenuti generali il 10 di marzo [il giorno del colpo di stato che portò Batista al potere], e questo è l’onore che desiderano imporre all’Esercito nazionale. Onore falso, onore di apparenza che si basa sulla menzogna, la ipocrisia e il crimine; assassini che plasmano con il sangue una maschera di onore. Chi disse loro che morire combattendo è un disonore? Chi disse loro che l’onore di un Esercito consiste nell’assassinare feriti e prigionieri di guerra? In guerra gli eserciti che assassinano i prigionieri si sono sempre guadagnati il disprezzo e l’esecrazione del mondo.

Il militare di onore non assassina il prigioniero indifeso dopo il combattimento, ma lo rispetta; non giustizia il ferito, ma lo aiuta; impedisce il crimine e se non può impedirlo fa come quel capitano spagnolo che sentendo gli spari con cui si fucilavano gli studenti ruppe indignato la sua spada e rinunciò di continuare a servire quell’esercito.

Per i miei compagni morti non chiedo vendetta. Dato che le loro vite non avevano prezzo, non potrebbero pagarla con la loro tutti i criminali messi insieme. Non è con il sangue che si può pagare la vita dei giovani che morirono per il bene di un popolo; la felicità di questo popolo è l’unico prezzo degno che si può pagare per quelle vite.

In più i miei compagni non sono dimenticati, né morti; vivono oggi più che mai e i suoi assassini devono vedere terrorizzati come sorge dai loro cadaveri eroici lo spettro vittorioso delle loro idee. Che parli per me l’Apostolo:

C’è un limite al pianto durante la sepoltura dei morti, ed è l’amore infinito per la patria e la gloria che si vede sopra i loro corpi, che non teme, non si abbatte né mai si indebolisce; perché i corpi dei martiri sono l’altare più bello della dignità.

… Quando si muore
Nelle braccia della patria gradita,
La morte finisce, la prigione si rompe;
Comincia alla fine, con il morir, la vita!

Fin qui mi sono attenuto quasi esclusivamente ai fatti. Come non dimentico che sto davanti ad un Tribunale di Giustizia che mi giudica, dimostrerò ora che unicamente dalla nostra parte sta il diritto e che la sanzione imposta ai miei compagni e quella che si pretende di impormi, non hanno giustificazione dinanzi alla ragione, dinanzi alla società e dinanzi alla vera giustizia.

Sto per narrarvi una storia. C’era una volta una Repubblica. Aveva la sua Costituzione, le sue leggi, le sue libertà; Presidente, Parlamento, Tribunali; tutti potevano riunirsi, associarsi, parlare e scrivere in piena libertà. Il governo non soddisfaceva il popolo, però il popolo poteva cambiarlo e già mancavano alcuni giorni per farlo. Esisteva una opinione pubblica rispettata e riverita e tutti i problemi di interesse collettivo erano discussi liberamente. C’erano partiti politici, ore dottrinali di radio, programmi polemici della televisione, atti pubblici e nel popolo palpitava l’entusiasmo. Questo popolo aveva sofferto molto e se non era felice, desiderava esserlo e aveva diritto a ciò. Lo avevano ingannato molte volte e guardava al passato con vero terrore. Credeva ciecamente che questo non poteva tornare; era orgoglioso del suo amore per la libertà e viveva convinto che essa sarebbe stata rispettata come cosa sacra; sentiva una fiducia nobile nella sicurezza che nessuno potesse provare a commettere il crimine di attentare contro le proprie istituzioni democratiche. Desiderava un cambiamento, un miglioramento, un progresso e lo vedeva vicino. Tutta la sua speranza stava nel futuro.

Povero popolo! Una mattina la cittadinanza si svegliò di soprassalto; nelle ombre della notte gli spettri del passato avevano congiurato mentre essa dormiva, e ora la tenevano afferrata per le mani, per i piedi e per il collo. Non, non era un incubo; si trattava della triste e terribile realtà: un uomo chiamato Fulgencio Batista aveva commesso il crimine che nessuno pensava.

Successe dunque che un umile cittadino di quel popolo, che desiderava credere nelle leggi della Repubblica e nell’integrità dei suoi giudici cercò un codice di Difesa Sociale per vedere che castigo prescriveva la società per l’autore di un simile fatto e lo trovò come segue:

Incorrerà nella sanzione di privazione della libertà da sei a dieci anni colui che effettuerà qualsiasi atto diretto a cambiare in tutto o in parte, per mezzo della violenza, la Costituzione dello Stato o la forma di governo stabilita.

Si imporrà una sanzione di privazione della libertà da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sarà la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione

Senza dire niente a nessuno, con il Codice in una mano e i fogli nell’altra, il menzionato cittadino si presentò nel vecchio edificio della capitale dove funzionava il tribunale competente, che era obbligato a promuovere la causa e castigare i responsabili di quel fatto, e presentò uno scritto denunciando i delitti e chiedendo per Fulgencio Batista e per i suoi diciassette complici la sanzione di 108 anni di prigione come ordinava imporre il Codice di Difesa Sociale con tutte le aggravanti

Passarono giorni e mesi. Che tradimento. L’accusato non era molestato, passeggiava per la Repubblica come un barone, lo chiamavano onorevole signore e generale

Passarono ancora giorni e mesi. Il popolo si stancò di abusi e di burle. I popoli si stancano! Venne la lotta, e quindi quell’uomo che stava fuori dalla legge, che aveva occupato il potere con la violenza, contro la volontà del popolo e aggredendo l’ordine legale, torturo’, assassino’, incarcerò e accusò dinanzi ai tribunali quelli che lottavano per la legge e per ridare al popolo la sua libertà.

Signori Giudici,

io sono quel cittadino che un giorno si presentò inutilmente dinanzi al Tribunale per chiedere che castigasse a quegli ambiziosi che violarono le leggi e ridussero in cenere le nostre istituzioni, e ora è a me che si accusa Mi direte che quella volta i giudici della Repubblica non agirono perché glielo si impedì con la forza: dunque, confessatelo: questa volta ugualmente la forza vi obbligherà a condannarmi. La prima volta non poteste castigare il colpevole; la seconda dovrete castigare l’innocente. La donzella della giustizia due volte violentata con la forza.

Cuba sta soffrendo un crudele e ignobile dispotismo e voi non ignorate che la resistenza di fronte al dispotismo è legittima; questo è un principio universalmente riconosciuto e la nostra Costituzione del 1940 lo consacrò espressamente nell’articolo 40: “E’ legittima la resistenza adeguata per la protezione dei diritti individuali garantiti anteriormente”

Il diritto di insurrezione dinanzi alla tirannia è uno di quei principi che, sia o no incluso nella Costituzione Giuridica, ha sempre piena vigenza in una società democratica.

Il diritto alla ribellione contro il dispotismo, Signori Giudici, è stato riconosciuto dalla più lontana antichità sino al presente, da uomini di tutte le dottrine, di tutte le idee e di tutte le credenze. Nelle monarchie teocratiche della più remota antichità in Cina, era praticamente un principio costituzionale che quando il re governasse in modo turpe e dispotico, fosse deposto e rimpiazzato da un principe virtuoso.

I pensatori dell’antica India impararono la resistenza attiva contro gli arbitri dell’autorità. Giustificarono la rivoluzione e tradussero molte volte le proprie teorie in pratica.

San Tommaso d’Aquino, nella “Summa Theologica” rifiutò la dottrina della tirannide, e sostenne, senza dubbio, la tesi che i tiranni devono essere deposti dal popolo.

Martin Lutero proclamò che quando il governo degenera in tirannide ferendo la legge, i sudditi sono liberati dal dovere dell’ubbidienza. Calvino, il pensatore più notevole della Riforma dal punto di vista delle idee politiche, postula che il popolo ha diritto a prendere le armi per opporsi a qualsiasi usurpazione.

Niente meno che un gesuita spagnolo dell’epoca di Filippo II, Juan Mariana, nel suo libro “De Rege et Regis Institutione”, afferma che quando il governante usurpa il potere, o quando eletto, regge la vita pubblica in maniera tirannica, è lecito l’assassinio direttamente, o avvalendosi dell’inganno, con il minor disturbo possibile.

Già nel 1649 John Milton scrive che il potere politico risiede nel popolo, il quale può nominare o destituire i re

John Locke nel suo “Trattato di Governo” sostiene che quando si violano i diritti naturali dell’uomo, il popolo ha il diritto e il dovere di sopprimere o cambiare il governo: “L’unico rimedio contro la forza senza autorità sta nell’opporre ad essa la forza”. Jean-Jacques Rousseau dice con molta eloquenza nel suo “Contratto Sociale”:

Mentre un popolo si vede forzato a obbedire e obbedisce, fa bene; e non appena può strapparsi il giogo e se lo strappa, fa meglio, recuperando la sua libertà con lo stesso diritto che gli è stato tolto

Rinunciare alla propria libertà è rinunciare alla qualità dell’uomo, ai diritti dell’umanità, e anche ai doveri. Tale rinuncia è incompatibile con la natura dell’uomo; e togliere tutta la libertà alla volontà è togliere ogni moralità alle azioni.

La famosa Dichiarazione Francese dei Diritti dell’Uomo lasciò alle generazioni future questo principio:

Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per questo il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri.
Quando una persona si impossessa della sovranità deve essere condannata a morte dagli uomini liberi

Credo di aver giustificato sufficientemente il mio punto di vista Però c’è una ragione che ci assiste più potente di tutte le altre: siamo cubani ed essere cubano implica un dovere, non compierlo è un crimine ed un tradimento. Viviamo orgogliosi della storia della nostra patria; la apprendiamo a scuola e siamo cresciuti udendo parlare di libertà, di giustizia e di diritti. Tutto questo apprendemmo e non lo dimenticheremo

Nascemmo in un paese libero che ci lasciarono i nostri padri, e sprofonderà l’Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno.

Termino la mia difesa, però non lo farò come fanno sempre tutti gli avvocati, chiedendo la libertà del difeso; non posso chiederla quando i miei compagni stanno soffrendo nell’Isola dei Pini una prigionia ignobile. Inviatemi insieme a loro a condividere la loro sorte, è concepibile che gli uomini che hanno onore siano morti o prigionieri in una repubblica dove è presidente un criminale e un ladro.

Ai Signori Giudici, la mia sincera gratitudine per avermi permesso di esprimermi liberamente senza meschine coazioni Resta tuttavia all’Udienza un problema più grave: qui stanno le cause iniziate per i settanta omicidi, cioè per il più grande massacro che abbiamo conosciuto, e i colpevoli restano liberi con l’arma in mano che è una minaccia perenne per la vita dei cittadini; se non cade sopra di essi tutto il peso della legge, per codardia o perché ve lo impediscono, e non rinunciano in pieno tutti i giudici, io ho pietà della vostra dignità e compassione per la macchia senza precedenti che cadrà sopra il Potere Giuridico.

In quanto a me so che il carcere sarà duro come non lo è mai stato per nessuno, pieno di minacce, di vile e codardo rancore, però non lo temo, così come non temo la furia del tiranno miserabile che ha preso la vita a settanta fratelli miei.

Condannatemi. Non importa. La storia mi assolverà.

Fidel Castro

ELTSIN: L’ubriacone che distrusse il socialismo russo

Da dove partire per raccontare questa storia, partiamo dalla fine, la fine dell’Unione Sovietica.

È il 1991. Il momento storico è drammatico. Si sentono, ancora rimbombanti nell’aria, i tonfi provocati dai cocci del muro di Berlino, abbattuto solo due anni prima. Nei programmi di risanamento economico, politico e sociale dell’Unione Sovietica, la Perestrojka è la strada da seguire.

La manovra voluta da Michail Gorbaciov, non porta risultati: è troppo lenta. La popolazione è stremata dalla crisi economica il graduale abbandono del socialismo ha gettato il paese nel baratro. La gente è in strada, chiede l’elemosina.

All’interno dell’URSS, nuove forze che non si riconoscono più negli ideali del comunismo, delineano il loro progetto di una nuova Unione Sovietica in forma di una confederazione di repubbliche indipendenti e dotate di autogoverno totalmente decentralizzato. Il loro capo è Boris Yeltsin, classe 1931, neoeletto Presidente della Repubblica Russa e nemico politico di Gorbaciov e del PCUS, dal quale è fuoriuscito appena un anno prima.

PUTSCH DI AGOSTO

Chi si fosse trovato a sintonizzare la televisione sui tre canali nazionali, nelle prime ore del 19 agosto 1991 a Mosca, avrebbe potuto ascoltare un’unica composizione musicale (il Lago dei cigni di Čajkovskij) ripetuta in loop, circostanza che, in ogni epoca e latitudine, è in grado di evocare presagi sinistri.

Di buon mattino giunse l’annuncio ufficiale: ”In rapporto all’inabilità di Mikhail Serghievich Gorbaciov per motivi di salute di svolgere le sue funzioni come Presidente dell’URSS, ho assunto le funzioni di Presidente dell’URSS a partire dal 19 agosto sulla base dell’art. 127 della Costituzione dell’URSS. Gennadij I. Janaev, Vice­Presidente dell’URSS”; un comunicato successivo esplicitò che in alcune parti dell’URSS era stato imposto lo stato di emergenza e, allo scopo di dirigere il paese, era stato costituito un comitato, di cui facevano parte, tra gli altri, il Presidente del KGB Krjučkov, il Primo Ministro Pavlov, il Ministro dell’Interno Pugo, il Ministro della Difesa Jazov, il ”facente funzioni di Presidente dell’URSS, Janaev.

Tale evento si inseriva in una fase estremamente critica della storia sovietica: una crisi economica feroce, strutturale e di lungo periodo, che non poteva più essere tenuta nascosta proprio a causa dei processi di glaznost e perestrojka – trasparenza e ristrutturazione – introdotti dal Presidente Gorbaciov, aveva indebolito il potere centrale sia sul fronte internazionale sia su quello interno, favorendo il rinvigorirsi di istanze nazionaliste nelle repubbliche sovietiche, che, una dopo l’altra, si proclamavano indipendenti.

Nelle parole di uno dei testimoni degli eventi del 19 agosto, Gennadij Burbulis, all’epoca braccio destro di Eltsin, “fu subito chiaro che si trattava di un tentativo disperato di impedire la firma del trattato, prevista per il giorno dopo. Ma questa era l’unica cosa chiara. Gli americani che seguivano gli eventi sulla CNN sapevano quel che succedeva in Russia più di quel che ne sapevano i russi; i conduttori dei notiziari a Mosca si limitavano a leggere la dichiarazione rilasciata dagli autori del colpo di stato”.

Questi ultimi, tuttavia, apparvero da subito deboli nella comunicazione dei propri intenti e privi di carisma, e il previsto supporto popolare al putsch non vi fu: per due giorni Mosca fu capitale di uno spettacolo surreale, con carri armati per le strade che non sparavano, né intervenivano, mostrando una tacita solidarietà con i resistenti. Le piazze e le vie delle città più importanti si riempirono di persone che protestavano, bloccavano le forze armate, inscenavano manifestazioni spontanee.

Gorbaciov venne liberato, il 22 agosto tornò nella capitale, ma il centro del potere era adesso la Casa Bianca con Eltsin, non più il Cremlino; naufragata ogni possibilità di un nuovo trattato dell’Unione, il 24 egli si dimise dalla carica di Segretario del PCUS: aveva “perso i comandi” della stessa URSS, che, agli occhi del mondo intero, rappresentava, mentre stava crescendo la popolarità di Eltsin, peraltro con il plauso di tutto l’Occidente.

Pochi giorni dopo fu sciolto il PCUS. Il 25 dicembre Gorbaciov rassegnò le dimissioni anche da presidente dell’URSS, la bandiera rossa sul Cremlino venne sostituita da quella della Federazione Russa e il 26 dicembre l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche cessò formalmente di esistere.

LA NASCITA DEL CAPITALISMO RUSSO

Una volta avuta la meglio nel 1991 sul Putsch di agosto, Boris Yeltsin fu in grado di mettere mano liberamente alle numerose e gravose questioni che all’epoca affliggevano la neonata Federazione russa, tra cui una situazione economica

Yeltsin aveva pochi dubbi sulla ricetta da applicare per uscire dalla grave crisi economica russa: smantellare integralmente l’economia pianificata per sostituirla in tempi estremamente brevi con un sistema basato sulla proprietà privata e sul libero mercato, ricetta da attuare con una terapia shock.

A tal fine, il primo ministro della Federazione russa Egor Gajdar diede inizio nel 1992 alle privatizzazioni di massa di quello che restava dell’apparato economico sovietico.
Vennero liberalizzati l’80% dei prezzi alla produzione e il 90% dei prezzi al dettaglio, il commercio estero venne anch’esso liberalizzato con l’imposizione di un’aliquota fissa del 5% e con la cancellazione dei controlli quantitativi sull’importazione.

Gli effetti delle riforme di Yeltsin al 1992 furono disastrosi: il pil crollò del 14%, il deficit arrivò al 6% del pil, l’inflazione toccò un picco del 2500% e la produzione industriale diminuì del 25%. Nel frattempo, la privatizzazione proseguì spedita e dal 1992 al 1994 vennero privatizzate il 90% delle piccole imprese e il 70% di quelle grandi.

IL GOLPE DI ELTSIN, LA DUMA VIENE BOMBARDATA

Quel che accadde a Mosca tra il 2 e il 4 ottobre del 1993 è senza dubbio uno degli eventi più tragici e dimenticati della storia contemporanea. In quei giorni le forze armate, su ordine di Boris Eltsin, bombardarono la Duma, ovvero il Parlamento russo, colpevole di essersi opposto alle manovre illegali e incostituzionali del governo da lui presieduto.

I parlamentari – interpreti del profondo malcontento popolare nei confronti della situazione in cui versava la Russia post-sovietica – avevano infatti osato opporre resistenza ai piani di scioglimento della Duma decretati da Eltsin.
Per tutta risposta, essi vennero dapprima accerchiati dai militari, e infine bombardati da parte di unità dell’esercito a lui fedeli.Scontri violentissimi tra le forze dell’ordine e le oltre 100.000 manifestanti che sostenevano in piazza le ragioni dei deputati “ribelli” fecero centinaia di vittime. Decine di parlamentari persero la vita sotto le bombe.

Come Pinochet nel ‘73, una cricca di usurpatori usava la violenza militare per soffocare le legittime pretese democratiche di chi reclamava il ritorno al socialismo. Si tratta di un vero e proprio colpo di Stato, necessario per imporre una controrivoluzione aborrita dal popolo, ma necessaria alla nascente borghesia ladra russa. La dittatura militare, che analisti pigri e disinformati imputano all’URSS, in verità prese corpo dopo la caduta dell’URSS, sulla base economica del capitalismo nascente, e caratterizzò la natura del potere russo degli anni ‘90.

Il capitalismo non si ferma, lo smantellamento del socialismo

Le risorse minerarie ed energetiche russe passarono di proprietà delle banche per delle cifre irrisorie. Le ricchezze nate da questa operazione diedero vita alla casta degli oligarchi, che nel 1996 si accordarono per sostenere la campagna elettorale di Yeltsin. Mentre pochi si arricchivano, la maggior parte dei russi vide un netto peggioramento delle proprie condizioni di vita: la disoccupazione nel 1996 riguardò il 10% della popolazione, mentre il pil rimase al 3%, nel contesto di un’inflazione che disintegrava i risparmi dei cittadini (nel 1996 era al 22%).

Al 1995 il 39% dei russi viveva sotto il livello di povertà, dai 2 milioni del 1988 i poveri passarono a essere 57 milioni appena sette anni più tardi. Inoltre, la distribuzione del reddito si alterò al punto da rendere la Russia degli anni Novanta uno dei paesi col maggior tasso di disuguaglianza.

Nel 1994 l’aspettativa di vita alla nascita era scesa a 64 anni. Dopo il 1996 in Russia fece la sua comparsa il baratto, che in Europa non si vedeva in modo così massiccio dal crollo dell’Impero romano.

Nel 1998 il paese venne colpito da una grave crisi finanziaria che segnò definitivamente il fallimento delle riforme di Yeltsin, provocata dalla crisi economica delle tigri asiatiche e dal crollo del prezzo del petrolio che a sua volta innescò una brusca diminuzione dell’entrata di valuta straniera in Russia, causando difficoltà nel tasso di cambio.
Il debito statale, finanziato da titoli di Stato a breve termine, divenne presto insostenibile a causa del tasso di interesse sempre più alto, mentre l’inflazione nel 1998 salì all’84%. I sussidi pubblici all’agricoltura crollarono dell’80% nel corso dell’anno.

Ad agosto venne svalutato il rublo e dichiarato il default sul debito interno, oltre che una moratoria di 90 giorni su quello estero.

Nel 1999, al termine della presidenza di Yeltsin, il 40% dei russi viveva sotto il livello di povertà, il 12% era disoccupato, e la criminalità e il tasso di omicidi erano decisamente peggiorati.

Memoria a orologeria

L’ECONOMIA RUSSA NEGLI ANNI DI YELTSIN (1991 – 1999)

Tentato colpo di stato a Mosca il 19 agosto 1991

La verità sui Gulag, rivelata dai documenti dalla CIA

Introduzione

Le bugie “umanitarie” servono a far accettare alla popolazione le guerre imperialiste. Alimentati dalla propaganda di estrema destra e finanziati dalla CIA, i principali canali di “notizie” descrivono i campi di lavoro sovietici – noti anche come “Gulag” – come mezzi di Stalin per reprimere i dissidenti filo-democratici e schiavizzare le masse sovietiche. Tuttavia, la stessa CIA che, attraverso l’Operazione Mockingbird, ha dato ai militari statunitensi il controllo quasi totale sulla stampa mainstream al fine di favorire la disinformazione anti-sovietica (Tracy 2018), ha recentemente rilasciato documenti declassificati che invalidano le calunnie che circondano i Gulag.

La CIA che ha condotto varie operazioni antisovietiche per quasi cinque decenni e il cui personale ha cercato di ottenere informazioni accurate sull’URSS, non si può dire che abbia alcuna propensione a favore dell’URSS. Pertanto, i seguenti file della CIA declassificati che sorprendentemente “confessano” a favore dell’Unione Sovietica sono particolarmente preziosi.

Pur riconoscendo le dure condizioni che esistevano nei Gulag – come con qualsiasi sistema carcerario al mondo – l’obiettivo di questo articolo è di far luce sui seguenti fatti:

1- la durezza delle carceri è stata amplificata dalla stampa occidentale, con numerose bugie inventate

2 – Le statistiche relative alla popolazione Gulag sono spropositate

3 – C’è stato un autentico sforzo per migliorare le condizioni della prigione quando ne è stata data la possibilità

4 – Gli standard della prigione erano molto più elevati di quelli di molti paesi capitalisti.

Le condizioni delle carceri

Un documento della CIA del 1957 intitolato “Campi di lavoro forzato in URSS: trasferimento di prigionieri tra campi” rivela le seguenti informazioni sul Gulag sovietico nelle pagine da due a sei:

  1. Fino al 1952, ai prigionieri veniva data una quantità garantita di cibo, più cibo extra per il superamento delle quote
  2. Dal 1952 in poi, il sistema Gulag operò sulla “responsabilità economica” in modo tale che più i prigionieri lavoravano, più venivano pagati.
  3. Per il superamento delle norme del 105%, un giorno di pena è stato contato come due, riducendo così il tempo trascorso nel Gulag di un giorno.
  4. Inoltre, a causa della ricostruzione socialista del dopoguerra, il governo sovietico aveva più fondi e quindi aumentava le scorte di cibo dei prigionieri.
  5. Fino al 1954, i prigionieri lavoravano 10 ore al giorno, mentre i lavoratori liberi lavoravano 8 ore al giorno. Dal 1954 in poi, sia i prigionieri che i lavoratori liberi lavoravano 8 ore al giorno.
  6. Uno studio della CIA su un campo di campionamento ha mostrato che il 95% dei prigionieri erano criminali tradizionali.
  7. Nel 1953, l’amnistia fu assegnata al 70% dei “criminali ordinari” di un campo di studio studiato dalla CIA. Entro i successivi 3 mesi, molti di loro furono nuovamente arrestati per aver commesso nuovi crimini.

Quelli che seguono sono estratti del documento della CIA, sottolineati e messi insieme per il lettore:

Questi fatti negano la narrazione che i prigionieri di Gulag non erano retribuiti.
Il lavoro fu effettivamente forzato; tuttavia, sono stati forniti premi materiali. I prigionieri furono pagati dal 1952 in poi e premiati con il cibo prima del 1952.

Secondo le fantasie borghesi, il “regime” sovietico cercava di affamare deliberatamente le popolazioni di Gulag. Tuttavia, in effetti, ci sono stati degli sforzi sovietici per aumentare l’approvvigionamento di cibo dei prigionieri, dopo la seconda guerra mondiale.

Il fatto che la giornata lavorativa fosse solo due ore in più rispetto a quella dei lavoratori liberi fino al 1954, e uguale a quella del lavoratore libero dal 1954 in poi, è una chiara dimostrazione delle tendenze egualitarie dello Stato sovietico.

Nel frattempo, il fatto degno di nota è che i criminali, non i “rivoluzionari democratici” sono stati inviati ai Gulag. Come in tutti i sistemi giudiziari, ci son stati certamente degli errori e alcune persone innocenti furono mandate nelle carceri; il punto però è che questo fatto è stato esagerato dalla stampa imperiale.

Confrontiamo il sistema sovietico con quello degli Stati Uniti. Il 13 ° emendamento consente la schiavitù carceraria, con molti prigionieri vittime di persecuzione razziale. Anche la dinastia Clinton aveva schiavi nella provincia dell’Arkansas (Notizie 2017).

I numeri

Secondo la pagina quattro di un altro documento della CIA (1989) intitolato “The Soviet Labour System: An Update”, il numero dei prigionieri nei Gulag “è cresciuto a circa 2 milioni” ai tempi di Stalin.

Queste cifre corrispondono alle statistiche sovietiche, riportate nei documenti sovietici declassificati.
Quello che segue è un documento archivistico sovietico declassificato del 1954 (Pykhalov), un estratto del quale è tradotto in inglese:

Durante il periodo dal 1921 ad oggi per crimini controrivoluzionari sono stati condannati 3.777.380 persone, che possiamo suddividere nel seguente ordine

  • 642.980 condannai alla pena capitale
  • 2.369.220 persone condannate nei campi e nelle carceri per un periodo di 25 anni o meno
  • 765.190 in esilio od espulsi.

Del numero totale di detenuti, approssimativamente 2.900.000 vennero condannati dal dalla polizia segreta(OGPU), dal Commissariato del popolo per gli affari interni(NKVD) mentre 877.000 persone vennero condannati dai tribunali speciali e dai di tribunali militari e dal collegio militare Spetskollegiev.

Va notato che da quando istituito per Decreto il consiglio speciale del NKVD, dal 3 novembre 1934 fino al 1 settembre 1953

  • 442.531 persone furono condannate, inclusa la pena capitale
  • 10.101 persone in prigione
  • 360.921 persone in esilio e espulsione (all’interno del Paese)
  • 57.539 persone altre punizioni (compensazione dei tempi di detenzione, espulsione all’estero, trattamento obbligatorio)
  • 3.970 persone …

Procuratore generale R. Rudenko
Ministro degli Interni S. Kruglov
Il ministro della giustizia K. Gorshenin

Gli archivi sovietici rimasero classificati per decenni, per poi essere rilasciati vicino o dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Inoltre, dopo la morte di Stalin, il capo dell’era staliniana dell’NKVD (ministero degli interni sovietico) Lavrenty Beria era già stato giustiziato da Krusciov, un forte antistalinista. Questi fatti rendono molto improbabile che l’intelligence sovietica abbia un giudizio pro-Stalin.

Lo storico italo-americano Michael Parenti (1997, pp. 79-80) analizza ulteriormente i dati forniti dagli archivi sovietici:

Nel 1993, per la prima volta, diversi storici hanno avuto accesso agli archivi della polizia sovietica precedentemente segreti e sono stati in grado di stabilire stime ben documentate della popolazione delle prigioni e dei campi di lavoro. Hanno scoperto che la popolazione totale dell’intero gulag a partire dal gennaio 1939, verso la fine delle Grandi Purghe, erano 2.022.976.

All’incirca in quel periodo, iniziò una purga dei purgatori, inclusi molti funzionari dell’intelligence e della polizia segreta (NKVD) e membri della magistratura e altri comitati investigativi, che furono improvvisamente ritenuti responsabili di eccessi del terrore nonostante le loro proteste di fedeltà al regime.

I campi di lavoro sovietici non erano campi di sterminio come quelli che i nazisti costruirono in tutta Europa. Non vi fu alcuno sterminio sistematico di detenuti, né camere a gas o crematori per disporre di milioni di corpi … […] la grande maggioranza dei detenuti nei gulag sopravvisse e infine tornò nella società quando gli fu concessa l’amnistia o quando sono terminati i loro termini.

In un dato anno, dal 20 al 40 percento dei detenuti sono stati rilasciati, secondo i registri dell’archivio. Ignorando questi fatti, il corrispondente di Mosca del New York Times (7/31/96) continua a descrivere il gulag come “il più grande sistema di campi di sterminio nella storia moderna”. “Quasi un milione di prigionieri furono rilasciati durante la seconda guerra mondiale per servire nell’esercito. Gli archivi rivelano che più della metà di tutte le morti nei gulag avvenute durante il periodo 1934-53 avvennero durante gli anni di guerra (1941-45), principalmente per malnutrizione, quando una grave privazione era il comune di tutta la popolazione sovietica. (Circa 22 milioni di cittadini sovietici morirono in guerra.)
Nel 1944, ad esempio, il tasso di mortalità nel campo di lavoro era di 92 per 1000. Nel 1953, con la ripresa postbellica, le morti nei campi erano scese a 3 per 1000.

“Tutti i detenuti gulag dovrebbero essere considerati vittime innocenti della repressione rossa?” Contrariamente a quanto siamo stati portati a credere, gli arrestati per crimini politici (reati controrivoluzionari) erano compresi tra il 12 e il 33 percento della popolazione carceraria, variando di anno in anno.
La stragrande maggioranza dei detenuti è stata accusata di reati non politici: omicidio, aggressione, furto, banditismo, contrabbando, truffa e altre violazioni punibili in qualsiasi società.

Quindi, secondo la CIA, circa due milioni di persone furono inviate nei Gulag negli anni ’30, mentre secondo gli archivi sovietici declassificati, 2.369.220 fino al 1954.
Rispetto alla popolazione dell’URSS in quel momento, così come le statistiche di un paese come gli Stati Uniti, la percentuale dei detenuti nei Gulag nell’URSS nel corso della sua storia era inferiore a quella degli Stati Uniti di oggi o dagli anni ’90.

In effetti, sulla base della ricerca di Sousa (1998), negli Stati Uniti c’era una percentuale maggiore di prigionieri (rispetto all’intera popolazione) di quanto non ci sia mai stata in URSS:

“In un articolo piuttosto piccolo apparso sui giornali dell’agosto 1997, l’agenzia di stampa FLT-AP ha riferito che negli Stati Uniti non c’erano mai state così tante persone nel sistema carcerario come i 5,5 milioni detenuti nel 1996. Ciò rappresenta un aumento di 200.000 persone dal 1995 e significa che il numero di criminali negli Stati Uniti è pari al 2,8% della popolazione adulta. Questi dati sono disponibili per tutti coloro che fanno parte del dipartimento di giustizia nordamericano.

Il numero di detenuti negli Stati Uniti oggi è di 3 milioni in più rispetto al numero massimo mai detenuto in Unione Sovietica!

In Unione Sovietica, c’era un massimo del 2,4% della popolazione adulta in prigione per i suoi crimini – negli Stati Uniti la cifra è del 2,8% ed è in aumento! Secondo un comunicato stampa emesso dal dipartimento di giustizia degli Stati Uniti il ​​18 gennaio 1998, il numero di detenuti negli Stati Uniti nel 1997 è aumentato di 96.100″

Conclusione

Considerando l’URSS una delle maggiori sfide ideologiche, la borghesia imperiale occidentale demonizzò Stalin e l’Unione Sovietica. Eppure, dopo decenni di propaganda, gli archivi declassificati sia degli Stati Uniti che dell’URSS hanno debugato insieme queste calunnie antisovietiche. Merita la nostra attenzione il fatto che la CIA – una fonte ferocemente antisovietica – abbia pubblicato documenti declassificati sfatando i miti antisovietici che promuoveva e continua a promuovere nei media mainstream. Insieme agli archivi sovietici declassificati, i file della CIA hanno dimostrato che la stampa borghese ha mentito sui Gulag.

Fonti

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Tracy, J. F. (2018, January 30). The CIA and the Media: 50 Facts the World Needs to Know. Retrieved August 28, 2018, fromhttps://www.globalresearch.ca/the-cia-and-the-media-50-facts-the-world-needs-to-know/5471956   

Traduzione da https://stalinistkatyusha.wixsite.com/stalinist-katyusha/single-post/2018/10/04/The-Truth-about-the-Soviet-Gulag—Surprisingly-Revealed-by-the-CIA

Bud Spencer: Cazzottoni, fagioli e socialismo

Può darsi che le masse popolari non capiscano Karl Marx ma di sicuro intendono benissimo Bud Spencer.

Perché finchè la sinistra non comprenderà che certe figure trascendono la cifra delle misere scelte individuali per entrare nella fantasia popolare non abbiamo capito nulla ne della psicologia delle masse, ne dell’egemonia culturale gramsciana e ci auto-condanniamo al naufragio elitario ed auto-contemplativo o peggio al cinismo.

Milioni di persone, tra cui la mia generazione, i primi rudimenti di anti-imperialismo li hanno ricevuti da quelle intramontabili pellicole.

Bud Spencer ci ha insegnato nel film Piedone a non cedere alla pressione del prepotente alleato americano perché ” Noi non siamo una colonia americana, qua i criminali vogliamo processarli noi!”

Bud Spencer con Enzo Cannavale in “Piedone a Hong Kong”

Bud Spencer era quello che prendeva a calci in culo i militari USA che facevano i gradassi e i prepotenti a casa nostra in film come Bomber o Lo chiamavano Buldozzer.

Bud Spencer era quello che, prima di Evo Morales, ci mostrava il “Socialismo della Pacha Mama” difendendo la natura e i più deboli dalle mire speculative delle multinazionali in Banana Joe.

Bud Spencer ha combattuto prima di Thomas Sankara, per la difesa del popolo africano contro la prepotenza delle multinazionali insegnandoci valori, come il panafricanismo e la difesa dell’ambiente prima che divenisse mainstream, in Io Sto Con Gli Ippopotami

Bud Spencer è sempre stato un rivoluzionario nei suo film, pensiamo anche ad altre pellicole come Porgi l’altra guancia, Trinità a capolavori assoluti come Un Esercito di cinque uomini, i quattro dell’ave maria.

Sempre dalla parte dei deboli, ma attenzione, non come deus ex machina ma come mezzo di emancipazione, come guida non per la liberazione, ma per la libertà che parte dalla coscienza.

Negli anni certa “sinistra” ha cercato di darsi una patina di progressismo per non sfigurare o per non subire l’aggressività del proletariato emergente di fronte alla sua spocchia stratificata nelle epoche.

Rallentato questo grande moto storico con gli avvenimenti dell’ ’89, hanno via via ripreso a comportarsi come al solito e a esternare senza freni inibitori, di fatto gli intellettualoidi salottieri, i venerabili maestri della sinistra al cashmere, gli stessi che si sdilinquiscono per quei noiosissimi insopportabili pipponi nevrotici o per i mattoni sottotitolati in polacco, hanno sempre disprezzato i film di Bud Spencer tacciandoli di violenza e volgarità ma in realtà ciò che disprezzano sono le masse popolari che ne decretano simpatia e successo.Il loro è un senso di superiorità ontologico e di irriducibile odio di classe.

Il loro è un senso di superiorità ontologico e di irriducibile odio di classe.

Ispirato Dal libro Ufficio Sinistri. Il buco nero in cui è scomparsa la sinistra

Tienanmen: cingoli e acciaio contro l’anticomunismo

“In qualsiasi nazione, in qualsiasi epoca, c’è almeno l’uno per cento dei cittadini ribelle a qualsiasi autorità. Ma qui fra un miliardo e duecento milioni di cinesi, l’uno per cento significa dodici milioni di ribelli sulle piazze.” (Deng Xiaoping)

Nella primavera del 1989 imponenti manifestazioni ebbero luogo a Pechino e in altre città del grande paese asiatico, che sembrava stesse per subire la sorte dei regimi comunisti dell’Est europeo. Dopo una fase assai prolungata di trattative e di tentativi di compromesso la crisi si concluse con la proclamazione della legge marziale e l’intervento dei carri armati a piazza Tienanmen. Qualche giorno dopo, il 9 giugno, Deng Xiaoping rendeva omaggio ai “martiri” della polizia e dell’esercito, ai morti e ai feriti, facendo dunque riferimento a scontri aspri e di ampia portata; sul versante opposto l’Occidente denunciava il massacro compiuto ai danni di dimostranti pacifici. A quale versione prestar fede?

Le Testimonianze

Il 12 novembre del 1989 il New York Times pubblica un lungo reportage, a firma del capo dell’ufficio del quotidiano a Pechino, che traccia la storia della vittoria della linea dura all’interno del Partito comunista cinese. Quando si passa alla cronaca degli scontri l’autore riporta come “non vi sia stato alcun massacro nella piazza Tienanmen, mentre uccisioni si segnalano altrove”. how the hardliners won, The New York Times

Sul Japan Times Gregory Clark, vice presidente della Akita International University ed ex funzionario per la Cina del Foreign Service australiano, ripropone altre testimonianze come quella del corrispondente della Reuters Graham Earnshaw, che ha trascorso nella piazza la notte tra il 3 e il 4 giugno, e che nelle sue memorie ha confermato come la maggior parte degli studenti avesse “lasciato pacificamente la piazza molto prima e che quelli rimasti sono stati convinti a fare altrettanto dai militari intervenuti”. Un racconto, questo, confermato anche dal dissidente cinese Xiaoping Li ora residente in Canada: “Alcune persone hanno parlato di 200 morti in piazza e altri hanno sostenuto che che il numero è stato di 2.000 morti. Ci sono state anche storie di carri armati che hanno investito studenti che cercavano di lasciare la piazza. Devo dire che non ho visto niente di tutto questo. Sono stato in piazza fino alle 6.30 del mattino”. Clark G., Birth of a massacre myth, The Japan Times

I rapporti pubblicati in questi anni nell’ambito del progetto Wikileaks e ripresi in esclusiva dal quotidiano britannico Telegraph. Secondo i cablogrammi riportati l’esercito cinese ha aperto sì il fuoco, ma non nella piazza. Tra i testimoni oculari è citato un diplomatico cileno che ha visto
“L’esercito entrare nella piazza e non ha osservato nessuno sparare sulla folla, anche se spari sporadici si erano sentiti ha detto che la maggior parte delle truppe entrate nella piazza erano effettivamente armate solo di armi anti-sommossa come manganelli e mazze di legno, sostenute alle spalle da soldati armati”, aggiungendo che “nessuno sparava sulla folla di studenti presso il monumento”. Infine, lo stesso diplomatico, riporta come, una volta raggiunto un accordo “gli studenti lasciavano la piazza dall’angolo sud-est stringendosi per mano e formando una colonna.” no bloodshed inside Tiananmen Square, cables claim, The Telegraph

Manifestazioni pacifiche?

Non solo è ripetuto il ricorso alla violenza, ma talvolta entrano in gioco armi sorprendenti:
Un fumo verde-giallastro si è levato improvvisamente da un’estremità del ponte. Proveniva da un’autoblindo guasto che ora costituiva esso stesso un blocco stradale. Gli auotoblindo e i carri armati che erano giunti per sgomberare la strada dai blocchi non hanno potuto fare altro che accodarsi alla testa del ponte. Improvvisamente è sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un autoblindo ed è fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola agonizzanti. Qualcuno ha detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo
Questi atti di guerra, col ricorso ripetuto ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, si intrecciano con iniziative che danno ancora di più da pensare: viene «contraffatta la testata del “Quotidiano del popolo”».

Nei giorni successivi il carattere armato della rivolta diviene più evidente. Un dirigente di primissimo piano del partito comunista richiama l’attenzione su un fatto decisamente allarmante: «Gli insorti hanno catturato alcuni autoblindo e sopra vi hanno montato delle mitragliatrici, al solo scopo di esibirle». Si limiteranno ad una minacciosa esibizione? E, tuttavia, le disposizioni impartite all’esercito non subiscono un mutamento sostanziale: «Il Comando della legge marziale deve rendere chiaro a tutte le unità che è necessario aprire il fuoco solo in ultima istanza».

Sul versante opposto vediamo le direttive impartite dai dirigenti del partito comunista e del governo cinese alle forze militari incaricate della repressione: «Se dovesse capitare che le truppe subiscano percosse e maltrattamenti fino alla morte da parte della masse oscurantiste, o se dovessero subire l’attacco di elementi fuorilegge con spranghe, mattoni o bombe molotov, esse devono mantenere il controllo e difendersi senza usare le armi. I manganelli saranno le loro armi di autodifesa e le truppe non devono aprire il fuoco contro le masse. Le trasgressioni verranno prontamente punite» Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Un mito d’ affrontare

L’uso distorto di materiale video ha contribuito notevolmente a sostenere il mito del massacro di Tienanmen. L’immagine cult di quelle giornate che è usata per simboleggiare la strage mostra un cittadino solitario con la borsa della spesa che ferma una fila di carri armati. La sequenza d’immagini non è presa a Piazza Tienanmen ma in un grande viale e dimostra che il carrista cerca di schivare il cittadino senza investirlo. Bene, questa sequenza viene di solito commentata come dimostrazione che i carri armati schiacciarono i rivoltosi. La televisione cinese ha mostrato l’intero video prima che il “Tank Man” scompaia nella folla e sebbene per l’Occidente questa immagine dimostri la feroce repressione dei militari cinesi nei confronti del loro stesso popolo, per il governo ciò mostra solo quanta moderazione abbia usato nei confronti dei rivoltosi. L’immagine è commentata anche da Li Peng nei Tienanmen papers, che appunto fornisce questa interpretazione: Abbiamo visto tutti le immagini del giovane uomo che blocca il carro armato. Il nostro carro armato ha ceduto il passo più e più volte, ma lui stava sempre lì in mezzo alla strada, e anche quando ha tentato di arrampicarsi su di esso i soldati si sono trattenuti e non gli hanno sparato. Questo la dice lunga! Se i militari avessero fatto fuoco, le ripercussioni sarebbero state molto diverse. I nostri soldati hanno eseguito alla perfezione gli ordini del Partito centrale. E’ stupefacente che siano riusciti a mantenere la calma in una situazione del genere! Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Ora i fatti parlano da soli. Il clip dell’uomo tank è noto al pubblico occidentale come la “prova” della “soppressione” del movimento democratico da parte del governo cinese. Ancora una volta, è vero il contrario. Questo dimostra in realtà che non ci fu nessuna “repressione” indiscriminata. Se ci fosse stata una brutale repressione, quantomeno il manifestante sarebbe stato arrestato, se non addirittura ucciso. Tanto più il video è stato girato senza che i soldati dell’EPL lo sapessero. I soldati erano dunque dei brutali macellai senza cervello, come sono stati raffigurati dai media occidentali? I soldati hanno sparano indiscriminatamente? Questi fotogrammi dimostrano solo che l’esercito non aveva alcuna intenzione di uccidere i civili. I soldati si sono difesi solo quando sono stati attaccati dalla folla durante la sommossa. Sì, ci sono state vittime, ma solo perché i rivoltosi hanno attaccato l’esercito; diversi soldati sono stati brutalmente assassinati (un altro fatto che i media occidentali ignorano sempre). Infatti, spettatori innocenti sono stati uccisi come l’esercito ha cercato di difendersi nella confusione di quella fatidica notte. E’ stata una grande tragedia per la Cina, ma il suo utilizzo per demonizzare la Cina e l’esercito dimostra solo le cattive intenzioni dei media occidentali. Di fronte ad una provocazione, mentre erano in missione ufficiale, dopo una notte in cui furono aggrediti selvaggiamente dai rivoltosi, i soldati PLA si sono dimostrati disciplinati e rispettosi della vita. Chi è stato l’eroe qui? Il soldato o il manifestante. Secondo molti cinesi oggi queste scene dimostrano che l’Esercito fu Popolare e di Liberazione! In quanto si dimostrò leale con il popolo e pronto a liberare un’altra volta Tienanmen dai controrivoluzionari. Il giornalista d’inchiesta Wei Ling Chua sfata la rappresentazione mediatica di manifestanti disarmati e insiste fermamente sul fatto che la reazione dell’esercito fu estremamente contenuta agendo per legittima difesa. La dimostrazione è proprio il “tank man” Decostruendo l’uomo tank. Quando la storia diventa fiction

Possiamo concludere affermando che gli studenti in piazza e i manifestanti non erano soingenui difensori della democrazia. Il movimento fu infatti, fortemente appoggiato da Taiwan e dai servizi segreti occidentali che facevano capo ad Hong Kong . Si può addirittura affermare che si sperimentò allora lo schema della famigerate “rivoluzioni colorate”. L’esperto di geopolitica F. William Engdahl individua nel Colonnello Helvey che aveva operato in Birmania per  la Defense Intelligence Agency – Agenzia di Intelligence per  la Difesa colui che allenava gli “studenti” di Tienanmen. Egli aveva addestrato studenti cinesi ad Hong Kong alle tecniche delle dimostrazioni di massa che furono poi applicate a Pechino per poi diventare consulente del Falun Gong. Nella sua relazione all’Albert Einstein Institution del 2004 ammette di stare addestrando i separatisti tibetani . Secondo i dirigenti cinesi a quanto rivelano i Tienanmen papers l’uso da parte dei manifestanti di gas asfissianti o velenosi e soprattutto l’edizione-pirata del «Quotidiano del popolo» dimostrano che gli incidenti non siano una vicenda esclusivamente interna alla Cina Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

A Tiananmen ci fu un tentativo di rivoluzione colorata, si trattò di una turbolenza politica e il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto. Questa è la strada giusta. È la ragione della stabilità del Paese che è stata mantenuta

Rossobruno a chi?

Quando la sinistra non capisce quello che sta succedendo, e accade spesso, tende fatalmente a cavarsela con “analisi” che si riassumono quasi sempre così: “Noi siamo nel giusto, è il mondo che è stupido”. A volte, per avvalorare tali dotte riflessioni, servono paroline magiche inventate alla bisogna. E’ il caso di “rossobrunismo”, neologismo che vuol dire poco e per questo funziona nei salotti buoni.

Effettuando una ricerca storica possiamo collocare la nascita del fenomeno in Germania nel primo dopoguerra e usato sia da una branca dell’estrema destra rivoluzionario conservatrice sia dai marxisti del PC Operaio di Germania (Kapd) di Amburgo, fautori entrambi di una convergenza strategica fra nazionalisti rivoluzionari e comunisti contro il ‘nuovo ordine europeo’ uscito a Versailles.

Da notare che il Kapd fu poi criticato da Lenin per questa strategia. Lenin infatti criticò l’intransigenza della sinistra comunista tedesca – che animò il Kapd, che rifiutava, a differenza del Kpd, il centralismo democratico e la partecipazione alle elezioni e ai sindacati dominati dai riformisti, organizzandosi a livello europeo alla conferenza di Amsterdam del 3 febbraio 1920, avendo come referente italiano Amadeo Bordiga, unica forza ad animare una resistenza armata al regime nazista.

Per “ il rigido e ostinato rifiuto di riconoscere la pace di Versailles. Non basta rinnegare le madornali assurdità del ‘bolscevismo nazionale’ (Laufenberg e altri) che, nello stato attuale della rivoluzione proletaria internazionale, si è spinto sino al blocco con la borghesia tedesca per una guerra contro l’Intesa”. (V. I. Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, Opere complete, vol. XXX, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 64)

Tendenze simili in seno al socialismo furono criticate da Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista e da Lenin su Stato e rivoluzione, che contestò “gli elementi opportunistici hanno dato vita alla tendenza socialnazionalista. Questa corrente di socialismo a parole e di nazionalismo nei fatti, è contrassegnata da un impudente e servile adattamento dei ‘duci del socialismo’ agli interessi non solo della ‘propria’ borghesia nazionale ma, in maniera speciale, anche del ‘proprio’ Stato. La lotta per la liberazione delle masse lavoratrici dal dominio della borghesia è quindi impossibile se non si distruggono i pregiudizi opportunistici sullo Stato” . (V. I. Lenin, Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione, Milano, Società editrice l’Avanti!, 1920, pp. 3, 4)

Il termine rossobruno nasce in Russia nel 1992, coniato da giornalisti vicini a Boris El’cin per screditare Gennadij Zjuganov, leader comunista russo a capo del Fronte di salvezza nazionale, coalizione patriottica antiliberista guidata dal Pcfr a cui si assoceranno gruppuscoli patriottici e nazionalisti fra cui il piccolo Fronte nazionalbolscevico di Eduard Limonov e dell’eurasiatista Aleksandr Dugin. Dopo il collasso dell’Urss, El’cin e i suoi sodali vogliono, “per quanto possibile, screditare i comunisti e impedire il loro consolidamento, presentare il Pcus come un’organizzazione criminale e a carattere statale e non sociale, privarlo delle sue proprietà, impadronirsi dei suoi mezzi d’informazione di massa. È esplicita la tendenza della autorità a impedire ai comunisti la possibilità costituzionale di riunire e compattare rapidamente e legalmente le loro fila. Allo stesso scopo si lanciano grida disperate che denunciano l’occupazione da parte della ex nomenclatura statale di partito dei posti chiave dell’economia e dell’amministrazione, si comincia a spaventare la gente col cosiddetto pericolo ‘rossobruno’”

Da qualche tempo il termine “rossobruno” vive una seconda giovinezza. Poche discussioni politiche possono svolgersi senza che venga tirato fuori il decisivo epiteto, utile come battuta o come scomunica a seconda dei casi. Il più delle volte, però, questo termine viene citato a sproposito, non contestualizzato o non completamente inteso. Ogni tanto diviene, semplicisticamente, sinonimo di fascista, dunque vengono identificati i rossobruni con “quelli di casapound” (o cose simili). Altre volte viene usato al posto di nazista, determinato non da una particolare presa di coscienza, quanto dall’assonanza alle famigerate “camicie brune” naziste, le SA. A volte, ci è anche capitato di udire discussioni in cui rossobruno veniva utilizzato, a cuor leggero, come offesa ai “compagni che sbagliavano”, quei compagni che magari assumevano posizioni antimperialiste e anticapitaliste o posizine patriottiche, posizioni non consone alla sinistra borghese

Il rossobrunismo è utilizzato dalla sinistra globalista e genuflessa al capitale finanziario, quella millantata sinistra che ha svenduto le ragioni dei lavoratori e dei ceti produttivi agli interessi dell’estremismo capitalista e della finanza speculativa, quella sinistra che ha colpevolmente confuso e incentivato a confondere l’internazionalismo dei lavoratori con il cosmopolitismo del capitale, quella stessa sinistra incidentata e sinistrata che ha barattato i diritti reali delle persone con i diritti civili degli individui.

Preoccupa la sempre più preponderante ignoranza di molti sedicenti compagni che scambiano l’analitica marxista-leninista per rossobrunismo, usando tale categoria come arma politica contro certi compagni e aree di pensiero non graditi. Il che è francamente inaccettabile oltre che ridicolo.

Un esempio: nell’irrilevanza generale della sinistra anticapitalista ci sono due filoni: uno propone l’uscita dall’UE e dall’euro sostenendo la necessità di recuperare il terreno nazionale come campo d’azione per la lotta di classe; un altro propone invece la distruzione di questa UE per costruire dei “Stati uniti d’Europa socialisti”. Questa seconda specie di compagni bolla i primi come nazionalisti, quindi rossobruni. Se volessimo essere provocatori verso i tanti compagni “europeisti” al fine di delegittimare le loro posizioni potremmo dire lo stesso, chiedendo loro: “e che lingua si parlerebbe in questi Stati uniti d’Europa socialisti?”

E prevenendo la loro probabile risposta (“come ora, parità di parlare la propria lingua per ogni nazione”) aggiungeremmo:
“E allora perché vorreste escludere da questa nuova organizzazione istituzionale socialista gli stati extra-europei? Siete forse razzisti, rossobruni, imperialisti o cos’altro?”

Codesta “sinistra” si è dimentica di aver bollato come plebee e cialtrone le istanze legittime di ceti popolari che invocavano semplicemente lavoro e giustizia sociale, mentre i carrieristi a tinte rosse, pasdaran del pareggio di bilancio, accumulavano patrimoni e posizioni di privilegio, e, in ossequio agli ordini del capitale, condannavano alla miseria e alla nullità esistenziale intere generazioni.

Il leninismo condanna fermamente tutte le prese di posizione che, nella pratica, avvantaggiano l’imperialismo. Chiari sono anche i testi di Stalin, in cui dice che il marxista deve difendere quei movimenti e quegli stati sovrani che cercano nei loro paesi d’origine l’indipendenza dai tentativi di assoggettamento da parte di potenze straniere. Ecco perché i comunisti appoggiano Assad in Siria, le repubbliche popolari del Donbass, Maduro in Venezuela, ecco perché hanno appoggiato Gheddafi in Libia

L’estate del rosso-bruno

I rossobruni e i mulini a vento

Psicosi rossobruna

Sono un Rossobruno

ROSSOBRUNO A CHI? SULLA DERIVA DI CERTI SINISTRATI NON MARXISTI




Antifa Ah Ah Ah

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L’antifascismo, oggi sotto attacco, sconta la fine di una certa copertura istituzionale, venuta meno con la sparizione di quei partiti che avevano costituito l’arco costituzionale antifascista negli anni della cosiddetta prima repubblica. Questi partiti erano promotori di una lettura aclassita e neutra dell’antifascismo ben calibrata rispetto alla particolare situazione dell’Italia di allora, terra di frontiera nel mondo diviso in due blocchi. Nella seconda metà degli anni ’80, l’arco cominciò ad essere scardinato dall’attivismo craxiano, attraverso frequenti aperture al Msi, in nome di un “socialismo nazionale” destinato ad un eterno ritorno, in funzione anticomunista e proprio in concomitanza con le prime avvisaglie dell’imminente sgretolamento, ad Est, del blocco socialista.

La lettura dell’antifascismo fornita dall’arco, pur volutamente deficitaria e falsificatrice sia delle reali forze in campo espresse dalla Resistenza che delle sue aspirazioni socialiste largamente maggioritarie, sembrava fare da argine a quello che, con i primi anni ’90, sarebbe divenuto il fiume in piena della rilettura della storia e del revisionismo. Tuttavia, la letteratura revisionista, nella sua opera di denigrazione della Resistenza, ha tratto forza e alimento proprio da alcune visioni di comodo di certo antifascismo.

La necessità politica di preservare il mito resistenziale, quale lotta di liberazione nazionale di un intero popolo contro l’invasore tedesco ed il regime fantoccio della Rsi, ha registrato il secco rifiuto di considerare la parentesi resistenziale anche come “guerra civile”. In realtà, analizzando il fascismo, fin dalla fine del ’20 e cioè a partire dalla comparsa dello squadrismo, vale a dire l’elemento qualificante della sua esistenza come fenomeno autonomo, non possiamo prescindere dal tema della “guerra civile”. Attraverso il nuovo, per i tempi, strumento della violenza politica e organizzata su basi di massa, il fascismo dichiarò unilateralmente una guerra civile, distruggendo sistematicamente le posizioni faticosamente conquistate dal movimento operaio in decenni di battaglie sostanzialmente pacifiche.

Un’altra lettura di comodo, tipica della ricorrenza ufficiale una tantum, finisce col circoscrivere il fascismo agli anni della guerra e quindi cerca di presentarlo come corpo tutto sommato estraneo alla nazione, evitando di fare i conti con quelle forze politiche, economiche e sociali, molte di segno liberale e democratico, che finanziarono e sostennero fascismo e squadrismo fin dal ’21. Un errore ulteriore, stavolta imputabile soprattutto all’area di Sinistra, è quello di considerare il fascismo alla stregua di una semplice “guardia bianca”, ensemble di forze mercenarie al servizio della reazione, questa analisi schematica non solo nega autonomia al fenomeno ma manca di spiegare le ragioni della sua affermazione di massa, lambendo, inoltre, un’altra questione essenziale. Non si può fare servigio retroattivo più grande al fascismo del considerare la sua parabola storica predeterminata, strategicamente ben delineata, dai giorni turbolenti delle spedizioni punitive fino alla rovinosa caduta nella temperie del secondo conflitto mondiale.
In realtà, uno sguardo d’insieme al fenomeno, non può che offrirci l’immagine desolante di un movimento alle prese con continui passaggi di campo, in preda a convulse giravolte, viziato da un’intima contraddizione ontologica. Il fascismo si sviluppa senza soluzione di continuità lungo tutto il ventennio.

Il cosiddetto revisionismo ha colpito, all’interno e pesantemente, anche la Sinistra, soprattutto quella di derivazione comunista, con gli anni ’90, infatti, le correnti di revisione ideologica, nel milieu radicale, propugnatrici di una svolta in senso pacifista e non violento, hanno guadagnato un’indiscussa egemonia. Accantonato definitivamente il richiamo al bolscevismo e sostituita la lotta di classe con la retorica sui diritti umani, la Sinistra radicale offre oggi un’innocua lettura dell’antifascismo, proprio nel momento in cui l’estrema Destra si rende protagonista di una rinnovata offensiva, su scala continentale per il controllo delle strade, essa consegna al proprio corpus militante, desideroso di una controrisposta, null’altro che un’arma spuntata. Il richiamo alle sfortunate vicende del primo antifascismo si rende quindi necessario.

Nei primi anni ’20, nascondendo il loro pacifismo dietro una velleitaria fraseologia rivoluzionaria, i maggiorenti della Sinistra operarono sistematicamente per fiaccare preventivamente una risposta di massa e militante alle violenze fasciste. Furono gli avvenimenti a separare l’acqua dall’olio, i primi antifascisti, gli unici a passare dalle parole ai fatti, lasciando cadere lamentele e denunce verbali in favore di risposte più conseguenti, erano autentici rivoluzionari poiché le uniche forze, all’interno del movimento operaio allora pressoché l’unico bersaglio delle violenze fasciste, a praticare antifascismo furono quelle rivoluzionarie (comunisti, anarchici, dissidenti socialisti e repubblicani).

In Italia, quello dei partigiani fu un esercito combattente di un certo spessore numerico e militare ma fu netta minoranza: alcune decine di migliaia di audaci rispetto ai milioni di italiani attesisti, apatici, in attesa di un vincitore certo ma anche fascisti e filonazisti in quantità. All’interno di questa minoranza, una schiacciante maggioranza era schierata su posizioni rivoluzionarie (comunisti, socialisti, anarchici). Aggirata, quindi, la vulgata patriottarda e democraticheggiante da parata del 25 aprile, non ci resta che valutare come le diverse linee fuoriuscite in ambito resistenziale e che si proponevano, in modi assai diversi, di mutare radicalmente il volto del paese, siano state impietosamente sconfitte, in modi e in tempi diversi.

Con riferimento particolare al Pci di allora, autentico perno politico-militare della lotta partigiana, enucleiamo tre opzioni: quella moderata togliattiana, la rivoluzionaria interna al partito (Secchia), la rivoluzionaria esterna (si vedano le esperienze di Bandiera rossa a Roma e Stella rossa a Torino). Quest’ultima è stata la prima a segnare il passo, stretta tra la divisione del mondo in sfere d’influenza affermatasi col secondo conflitto mondiale, da un lato e il prevalere della linea collaborazionista enunciata da Togliatti con la “svolta di Salerno”, dall’altro. Con l’estromissione, anni più tardi, di Secchia dal vertice del partito anche la seconda è venuta meno, da quel momento, infatti, destri e sinistri nella dirigenza sono stati accomunati dal rifiuto della rivoluzione e la stretta osservanza parlamentarista. Tuttavia, anche la più ragionevole e presentabile linea togliattiana è risultata sconfitta.

Dalla “svolta di Salerno” in poi, la segreteria comunista si è abituata ad imporre, ad una base delusa e riluttante quando non apertamente ostile, il progressivo abbandono del terreno rivoluzionario, in favore di un ripiegamento su una linea gradualista e socialdemocratica. L’accettazione della continuità dello Stato, la mancata epurazione, i processi ai partigiani, la permanenza dei codici fascisti, il consenso, per ragioni tattiche, a tutto questo e molto altro non ha impedito il naufragio della linea a tappe, imposta da Togliatti con la sua interpretazione riduttiva della “democrazia progressiva” (così come l’apertura del partito alla chiesa con l’articolo 7 della Costituzione non ha salvato i comunisti dalla scomunica papale). Si voleva portare i comunisti nelle istituzioni, si sono portate le istituzioni nei comunisti. Quale migliore cartina di tornasole di questo fallimento nella situazione odierna, dove quelle stesse masse che il partito auspicava alla guida della società sono state virulentemente private perfino del diritto ad essere rappresentate. VOLEVAMO TUTTO – Valerio Gentili

ANTIFA

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L’Antifa nasce come movimento erede degli abolizionisti e in continuità con le Brigate Internazionali che combatterono Franco in Spagna, l’Internazionale Comunista sponsorizzò il movimento nel tentativo di porre fine alle ostilità tra i partiti socialisti in Europa per fare fronte comune contro i movimenti di Mussolini e Hitler.

Dal momento che il fascismo storico non esiste più, gli Antifa hanno allargato la nozione di “fascismo” fino a includere qualunque cosa, dal “patriarcato” (un concetto pre-fascista) alla transfobia (un concetto, questo, post-fascista). Gli attuali antifascisti mascherati sembrano ispirarsi più a Batman che a Marx o Bakunin.

Uno dei più grandi errori del movimento è stato quello di abbandonare la lotta all’imperialismo e al capitalismo nel momento in cui il fascismo storico veniva a mancare ed equiparare la critica all’immigrazione con il fascismo.

Bisogna fare un distinguo tra immigrati e immigrazione. Gli immigrati sono persone, che meritano considerazione. L’immigrazione è una scelta politica che deve essere valutata. Si dovrebbe poter discutere della cosa senza essere accusati di odiare gli stranieri; dopotutto i sindacati sono sempre tradizionalmente opposti all’immigrazione non per razzismo, ma perché può essere una strategia dei capitalisti per abbassare gli stipendi, nel tentativo di opporsi alla Caduta tendenziale del saggio di profitto
Rendendo il tema dell’immigrazione il punto focale per decidere se qualcuno è fascista o meno, gli Antifa impediscono un dibattito proficuo. Senza dibattito, il tema si polarizza su due argomenti: pro o contro. E chi vincerà tra i due?

La cosa peggiore di questi Antifà, ormai divenuti il Braccio armato del neoliberismo, è il loro sforzo di condurre una sinistra allo sbando verso una caccia alle streghe per braccare fascisti immaginari, distraendo la lotta contro le elite neoliberiste e le ingiustizie sociali. L’uso facile dei termini “fascista”, “rossobruno”, impedisce di identificare i veri nemici dell’umanità:
l’imperialismo globale, il capitalismo finanziario, il complesso industriale e militare posto a difesa dei privilegi dei pochi.

Le centrali di propaganda mediatica al servizio del capitale hanno ricettori molto sensibili, in grado di individuare e promuovere benevolmente le opzioni politico-ideologiche più funzionali al sistema.

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L‘antifascismo resta per tutti noi un valore fondante, perché giudichiamo il fascismo la più bieca e violenta forma assunta dalla dittatura della borghesia. Semplicemente continuiamo a credere, come ci insegna Marx, che la dittatura della borghesia prosegua anche nel modello “liberale”, e che essa nella fase attuale esplichi con egual violenza il proprio potere in senso imperialista.

In questo senso noi siamo antifascisti, anticapitalisti e antimperialisti, categorie queste ultime due, che molti “antifascisti” non ritengono necessarie, trovandosi poi a sostenere forze politiche “liberali” classiste a casa propria e guerrafondaie in casa altrui.

L’antifascismo dei “democratici liberali”, per come sono diventati oggi i “democratici liberali”, è un antifascismo che non ha niente in comune con il senso storico della seguente necessità: la distruzione di ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ossia la distruzione della borghesia organizzata come classe e l’instaurazione di una nuova società: quella socialista.

Nel fare questo noi comunisti riteniamo che il proletariato italiano, opportunamente guidato da un’organizzazione rivoluzionaria di classe, debba prepararsi ad uscire dai pilastri dell’imperialismo attuali: la NATO e l’Unione Europea. Se necessario il proletariato deve essere pronto a usare la forza per conquistare il potere economico oggi nelle mani di poche élite, e deve essere pronto a difendere con ogni mezzo le conquiste sociali contro la reazione del nemico. Per questo è necessario che tragga insegnamento dalla lezione del passato.

Noi in effetti non siamo solo antifascisti. Siamo comunisti, e storicamente il fascismo l’ha distrutto Stalin, uno dei più grandi comunisti della Storia.  Ribadiamo un concetto fondamentale Non può esistere antifascismo senza antimperialismo

Compagno strappa la bandiera arcobaleno e innalza la bandiera rossa

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Perché cresce il fascismo? Perché la sinistra ha strizzato l’occhio ai potenti dimenticando lavoro e diritti sociali. I leader sono Saviano, Asia Argento, Boldrini, Botteri ed il popolo ha odiato la “sinistra”. Per battere i fascisti serve la bandiera rossa, non quella arcobaleno.(Marco Rizzo)

Per quasi trecentocinquanta anni, i diritti umani sono stati un importante, se non dominante, strumento dell’impegno mirante alla giustizia sociale. Nel corso di buona parte di questa storia, i diritti umani son stati invocati al fine di demarcare la propria posizione sul campo di battaglia. È altrettanto importante notare che, prima del XVII secolo, la giustizia sociale veniva promossa, il più delle volte, attraverso una lingua diversa da quella dei diritti umani. Se bisogna dare credito alle Chroniques di Froissart, le Jacquerie della campagna francese ed i contadini inglesi coinvolti nella rivolta del 1381 non possedevano una vera e propria nozione di diritti umani universali. Tentavano, invece, di rimpiazzare dei signori ritenuti iniqui, o facevano appello ai loro reggenti in modo da ottenere riparazione all’ingiustizia. Essi non reclamavano i propri diritti – poiché non ne avevano conoscenza – bensì equità e un trattamento umano. John Ball, uno dei leader della rivolta inglese, la quale giunse a un momento di illusoria “liberazione” contadina nel 1381, si riferisce abbia predicato: “Veniamo chiamati servi e picchiati se siamo lenti al loro servizio, eppure non abbiamo un signore cui rivolgere le nostre lamentele, nessuno che ci ascolti e ci renda giustizia. Andiamo dal Re – egli è giovane – e mostriamogli a qual punto siamo oppressi, riferiamogli che vogliamo che le cose cambino, o altrimenti le cambieremo noi stessi” [1]. Non ci si appellava, dunque, ad un insieme di diritti, bensì  alla saggezza ed al senso di giustizia incarnati da un potere superiore, potere superiore che, per altro, si sarebbe infine rivelato infido. Come affermato dal traduttore delle Chroniques, Geoffrey Brereton, Froissart “non si serve di una parola esattamente corrispondente di “eguale”. Invece, ricorre a “tutt’uno” o “tutti insieme” per indicare un destino condiviso. L’uguaglianza, sembrerebbe, è una condizione necessaria del ricorso moderno al concetto di “diritti universali”, priva di riscontro in Froissart.

Meno di trecento anni dopo, i diritti umani, diritti universali, avevano stabilito una solida testa di ponte nel pensiero sulla giustizia sociale. Portatrice di una nuova era costituzionale (codificazione dei diritti), la Guerra civile inglese innescò dibattiti in cui si evocava un mondo libero da privilegi feudali e diritto divino. Negli anni Quaranta del Seicento, in Inghilterra, la nozione di diritti “naturali” – di portata universale – informava i militanti anti-monarchici come Cromwell. I livellatori, fazione radicale del movimento contrapposto alla corona, si ergevano a favore dell’uguaglianza e dell’universalità dei diritti umani. Ed ancora, nella medesima epoca, emerge una “questione” a ciò inerente, la quale trova esposizione nella celebre dottrina dei rivoluzionari del XVII secolo, una question che permane tutt’oggi. Henry Ireton, generale dell’esercito di Cromwell, nonché uomo mal disposto nei confronti della difesa dei diritti comunitari avocata dai livellatori, ebbe a sostenere durante i dibattiti tenutisi nella chiesa di Putney:

La cosa principale su cui insisto è che vorrei si avesse riguardo alla proprietà. Spero che non arriveremo a litigare per la vittoria – ma che ciascuno rifletta se egli non intenda raggiungerla per abolire ogni proprietà. Poiché qui si tratta della parte più fondamentale della costituzione del regno; se sopprimete la quale, sopprimete con essa ogni cosa…  Ora vorrei sapere a quale diritto vi appellate affermando che tutti gli uomini devono avere il diritto di voto nelle elezioni. Forse al diritto naturale? Se vi mettete su questo terreno, allora credo che dobbiate negare anche ogni proprietà e per questa ragione; in base allo stesso diritto naturale (sia quel che sia) da voi invocato e che vi consente di dire che ogni uomo ha un uguale diritto di scegliersi chi deve governarlo – in base allo stesso diritto naturale, egli ha lo stesso eguale diritto a qualsiasi bene cada sotto i suoi occhi – cibi, bevande, vestiti -, il diritto di prenderseli e usarne per il proprio sostentamento.

Si tratta di un argomentazione semplice ma ingegnosa, raramente affrontata dagli odierni filosofi accademici. Ireton presuppone che la proprietà (individuale, non eguale, non universale) sia storicamente e logicamente prioritaria, oltreché sacrosanta, rispetto ai “diritti” così come intesi dai radicali. Dal suo punto di vista, nessuno può seriamente negare la validità della proprietà. Ma se assumiamo l’esistenza di diritti dotati di eguale ed universale applicabilità, naturalmente fondati, allora dobbiamo riconoscere che tutti hanno diritto ad acquisire qualsiasi cosa detenuta quale proprietà da qualcuno. Pertanto, l’idea di un diritto universale ed eguale a scegliere i governanti non può essere riconosciuta senza con ciò sancire il diritto a violare la proprietà. Ireton, dunque, confida che nessuno coinvolto nella discussione voglia giungere ad un simile risultato.

È questa incongruenza della proprietà che ha sempre sfidato la dottrina dei diritti umani. Risulta difficile far quadrare l’universalità del possesso, così come l’uguaglianza di esercizio e godimento promessi dalle dichiarazioni dei diritti umani, con l’asimmetria e l’ineguaglianza dei presunti diritti di proprietà. È arduo trovare uguaglianza e universalità nella distribuzione della proprietà. Tuttavia, gli apologeti del diritto alla proprietà l’hanno abilmente difeso fondendo l’inalienabilità dei diritti con quella della proprietà (in quanto opposta all’inalienabilità del diritto alla proprietà). La seconda sfida posta da Ireton ai diritti umani è rivolta al loro comune fondamento naturale. Egli schernisce  l’idea (“sia quel che sia”) di diritti aventi una qualche origine e sostegno “naturale”. Per quanto potesse già essere comune parlare di “diritti naturali”, doveva certo suonare strano per un conservatore che aveva solo familiarità con diritti creati per mano di un qualche essere, naturale o soprannaturale. Ovvero, Ireton poteva comprendere diritti generati per convenzione o dettati dall’autorità (sovrano o divinità). Ma riteneva incredibile accettare i diritti come qualcosa radicato nella natura o rivelato attraverso lo studio di essa. Del resto, ancor’oggi è difficile comprendere i “diritti naturali” in tal modo.

I primi sostenitori dei diritti ed i loro critici hanno affrontato le anomalie insite nella dottrina dei diritti con maggiore serietà rispetto ai suoi aderenti contemporanei, i quali si limitano a dare per scontata la coerenza del discorso intorno ai diritti. Richard Tuck, nel suo fondamentale studio sull’origine dei diritti umani, apre il suo minuzioso resoconto riportando l’aneddoto di un monaco benedettino che, nel 1515, riflette sulla tensione tra un tipo di discorso sui diritti (ius) ed uno sulla proprietà (dominium). Il lavoro accademico di Tuck dimostra le insicurezze dei primi teorici dei diritti – una disperata necessità di esporre delle basi per i diritti naturali al di fuori del capriccio soprannaturale o del dettato di un sovrano. In conclusione la disputa ruotava sul fondamento da conferire ai diritti, ovvero, l’auto evidenza o una costruzione razionale a partire da un ipotetico stato di natura. Grozio costituisce un esempio della prima opzione, una comprensione riflessiva dei diritti. Hobbes, ovviamente, della seconda.

Nella nostra epoca, i filosofi hanno generalmente cercato di giustificare i diritti umani tramite varianti del contratto sociale, l’eredità di Hobbes. Le teorie consequenzialiste, come l’utilitarismo, sono di norma incompatibili, o quantomeno a disagio, con strumenti sociali che siano intesi al contempo come inalienabili e universali. Da cui la celebre battuta di Bentham secondo cui i diritti sono una “assurdità sui trampoli”. I diritti umani, per tanto, sono problematici poiché esibiscono delle caratteristiche logiche peculiari. Spesso, vengono concepiti come controparti, nell’ambito della sfera morale, delle leggi di natura. Vale a dire, si ritiene condividano applicazione universale con dette leggi; dunque si pensano come funzionanti non solo in determinati tempi e luoghi, bensì in ogni tempo e luogo. Nel caso delle leggi che governano i corpi a riposo o in movimento, potremmo affermare che esse non vengono mai sospese. Analogamente, il diritto alla libertà di parola o di spostarsi liberamente sono ritenuti sia inalienabili che universali e, per ciò, mai sospesi. Ma è davvero così?

L’esperienza insegna che i diritti, non di rado, collidono tra loro. Il diritto di una persona a compiere una determinata azione può essere sopravanzato da quello di un’altra persona a fare qualcos’altro, qualcosa di incompatibile con la realizzazione della prima azione. Ad esempio, il tuo diritto a spostarti liberamente potrebbe entrare in conflitto col mio diritto a proteggere la terra fonte del mio sostentamento. Nel mondo reale della giurisprudenza gli esempi abbondano, esempi che richiedono l’arbitrato tra diritti in conflitto. Inoltre quando un diritto ha preminenza su un altro, possiamo coerentemente dire di quest’ultimo che è svuotato, un modo di esprimersi con cui si suggerisce che i diritto non sono sempre e comunque universali, nel senso dell’universalità delle leggi scientifiche. La celebre citazione di Wendell Holmes riguardo a un “pericolo chiaro e immediato” quale base per una sospensione di quello che, forse, è il più sacrosanto dei diritti umani, ovvero la libertà di parola, illustra la debolezza dell’analogia con le leggi della natura.

Gli aderenti al concetto secondo cui i diritti umani sono come le leggi scientifiche insistono nell’affermare che essi vengono scoperti riconosciuti. Ossia, come le leggi della termodinamica, i diritti umani si applicavano in epoca antica anche se nessuno li riconosceva. Così, gli schiavi, nell’Impero romano, si vedevano sistematicamente negare i propri diritti umani, sebbene nessuno li avesse ancora riconosciuti. Tuttavia, la credibilità di quest’interpretazione è messa alla prova allorché notiamo che quasi tutti i diritti umani sono socialmente vincolati; ad eccezione, forse, del diritto alla vita, i diritti umani presuppongono convenzioni sociali o istituzioni, e sicuramente non avrebbero un’esistenza significativa prima della creazione di simili artefatti sociali. Si consideri, per esempio, il diritto ad una stampa libera. Quale senso avrebbe postulare l’esistenza di tale diritto prima dell’invenzione dei caratteri mobili?

Nel contesto della dottrina e del discorso sui diritti oggi dominanti, la generazione di nuovi diritti diviene un fatto ubiquo e ordinario. Nuove tipologie di diritti, un’espansione dei soggetti di essi titolari (imprese, resti umani, feti, animali, natura, ecc.) e l’estensione in nuovi ambiti (ad esempio internet) sono comuni. Mentre il discorso sui diritti è onnipresente nella discussione politica la sua espansione rischia di incorrere in una sorta di annacquamento e trivialità. Tali preoccupazioni mettono in discussione il compiacimento espresso dai sostenitori dei diritti umani, quando ne celebrano la dottrina quale misura ultima della giustizia sociale. Le obiezioni citate suggeriscono che giustificare i diritti umani, o i codici su essi basati, non è né cosa ovvia né priva di problemi; indicano, inoltre, come la nozione di diritti non sia coerente quanto vorrebbero i suoi aderenti; ancora, che la portata o raggio dei diritti non sia strettamente vincolata, per non dire in alcun modo vincolata; infine, come i diritti umani siano strumenti dalla costruzione contingente, aventi una storia così come un’evoluzione. È quest’ultimo punto ad aprire la strada per una qualsivoglia seria analisi dei diritti umani e della loro utilità.

Diritti umani e marxismo

Una maggiore chiarezza deriva dall’impresa dell’archeologia dei diritti umani universali. Grazie all’accurato lavoro di ricerca accademico svolto da Ricahrd Tuck e altri [6], siamo in grado di individuare degli antecedenti ai diritti umani (pre-diritti o proto-diritti), un loro punto di maturazione (o uno “spartiacque”) e, infine, un loro continuo sviluppo. Un’esame scrupoloso della documentazione sul discorso intorno ai diritti umani ne rintraccia la trasformazione, da un’antica nozione riguardante un tipo di proprietà individuale, fondamentalmente un rapporto privato tra individui (ius), sino ad un più solido e generalizzato rapporto di diritti, detenuti in confronto a tutti e, finalmente, detenuti da tutti. Un’evoluzione, quest’ultima, coincidente abbastanza da vicino con l’esaurirsi e l’eliminazione del privilegio feudale, nonché con l’emergere e maturare dei rapporti capitalistici di produzione e distribuzione. Le implicazioni di tale ricerca nella storia delle idee sfuggono ai filosofi angloamericani, i quali sguazzano ai confini della questione dei diritti umani, immersi in aspetti secondari quali i diritti del feto, degli animali e delle imprese. Altri ancora disquisiscono su questioni fondazionali, che consentano di ancorare i diritti umani all’universo morale, ora e per l’eternità. L’idea stessa dei diritti umani intesi come strumento sociale in evoluzione, valutato al meglio e raccomandato per la sua efficacia ed adeguatezza sociale, risulta repellente per non pochi filosofi accademici contemporanei.

L’avversione dei filosofi morali rispetto ad un approccio empirico e storico al tema dei diritti scaturisce, senza dubbio, da una manichea confusione tra riconoscimento dei costrutti sociali e culturali e relativismo politico e morale, la negazione di validità a qualsiasi rivendicazione di diritti. Ma questo è sicuramente un atteggiamento semplicistico e assolutista. È infatti possibile accordare validità ai diritti individuali, ai sistemi di diritti, ai beneficiari e titolari di diritti in momenti e luoghi specifici. È ben lungi dal relativismo concedere che i diritti sono utili, persino essenziali, o appropriati a seconda delle circostanze. Insistere sull’assoluta universalità dell’applicazione, della portata ed estensione dei diritti umani inevitabilmente suscita i problemi già descritti. Probabilmente, nessuno più di Marx ha visto le istituzioni, le pratiche e gli altri artefatti della storia umana quali costrutti sociali adattivi e in evoluzione. Per Marx, entità sociali  come i diritti umani sono meri epifenomeni per i rapporti sociali [7]. Detto in altri termini, il discorso sui diritti è semplicemente un’acronimo per una serie di convenzioni, legate ad una particolare epoca della storia umana, un’epoca (e delle convenzioni) definiti dai contemporanei meccanismi finalizzati a provvedere ai bisogni e alle necessità materiali degli esseri umani.

La rigorosa fedeltà metodologica di Marx nei confronti del metodo storico, la coerente ricerca delle determinanti sociali di istituzioni e convenzioni umane spiegano, probabilmente, i suoi brevi incontri e l’atteggiamento sprezzante con i diritti umani. Egli li vedeva come un artefatto dell’ascesa della borghesia quale forza sociale dominante nell’era moderna. Slogan, codici e costituzioni fondati sui diritti umani erano dunque da intendersi come strumenti utili a svincolare e promuovere tale classe dominante  emergente, nonché la sua visione del mondo. In Sulla questione ebraica, Marx intende i diritti dell’uomo sia come canonizzazione dell’individualismo  sia come definizione dei confini della vita sociale:

Nessuno dei cosiddetti diritti dell’uomo oltrepassa dunque l’uomo egoistico… cioè individuo ripiegato su se stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio  privato, e isolato dalla comunità… L’unico legame che li tiene insieme [gli individui] è la necessità naturale, il bisogno e l’interesse privato, la conservazione della loro proprietà privata e della loro persona egoistica.

È in questa giovanile formulazione che Marx sviluppa la nozione di diritti umani al servizio dell’homo economicus – esseri umani preoccupati solo del proprio individuale, ed asociale, interesse personale.

Questo tema trova un ulteriore sviluppo nel Capitale, in cui l’ambito dei rapporti capitalistici di produzione viene considerato come coestensivo a quello dei diritti umani. Inoltre, le due sfere traggono beneficio l’una dall’altra: i diritti umani forniscono il quadro morale e legale (istituzionale) per lo scambio “equo” tra forza-lavoro e salari. Laddove il modo capitalistico di produzione genera e spinge l’individualismo e l’interesse personale essenziali al fascino dei diritti umani.

La sfera della circolazione, ossia dello scambio di merci, entro i cui limiti si muovono la compera e  la vendita della forza-lavoro, era in realtà un vero Eden dei diritti innati dell’uomo. Quivi regnano soltanto Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham. Libertà! Poiché compratore e venditore d’una merce , per es. della forza-lavoro, sono determinati solo dalla loro libera volontà. Stipulano il loro contratto come libere persone, giuridicamente pari. Il contratto è il risultato finale nel quale le loro volontà si danno un’espressione giuridica comune. Eguaglianza! Poiché essi entrano in rapporto reciproco soltanto come possessori di merci, e scambiano equivalente per equivalente. Proprietà! Poiché ognuno dispone soltanto del proprio. Bentham! Poiché ognuno dei due ha a che fare solo con se stesso. L’unico potere che li mette l’uno accanto all’altro e che li mette in rapporto è quello del proprio utile, del loro vantaggio particolare, dei loro interessi privati. E appunto perché così ognuno si muove solo per sé e nessuno si muove per l’altro, tutti portano a compimento, per un’armonia prestabilita delle cose, o sotto gli auspici d’una provvidenza onniscaltra, solo l’opera del loro reciproco vantaggio, dell’utile comune, dell’interesse generale”

È l’intimo legame tra diritti umani e modo capitalistico di produzione a definire la prospettiva di Marx e la comprensione marxista dell’ascesa e ubiquità del discorso sui diritti nel dibattito politico. Per i marxisti le dichiarazioni e codificazioni dei diritti umani sono inseparabili dal ruolo che esse svolgono nella società borghese, dal loro posto nella fabbrica sociale del capitalismo. La dottrina dei diritti umani funge da fondamento sicuro e compatibile per la morale, la legge e la politica nel corso dell’ascesa e maturazione del modo capitalistico di produzione. Friedrich Engels ha riassunto l’opinione marxista circa i diritti umani in L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza:

I grandi uomini che in Francia, illuminando gli spiriti, li prepararono alla rivoluzione che si avvicinava, agirono essi stessi in un modo estremamente rivoluzionario. Non riconoscevano alcuna autorità esterna di qualsiasi specie essa fosse. Religione, concezione della natura, società, ordinamento dello Stato, tutto fu sottoposto alla critica più spietata; tutto doveva spiegare la propria esistenza davanti al tribunale della ragione o rinunziare all’esistenza. L’intelletto pensante fu applicato a tutto come unica misura. Era il tempo in cui, come dice Hegel, il mondo venne poggiato sulla testa, dapprima nel senso che la testa dell’uomo e i princìpi trovati dal suo pensiero pretendevano di valere come base di ogni azione e d’ogni associazione umana; ma più tardi anche nel senso più ampio che la realtà che era in contraddizione con questi princìpi fu effettivamente rovesciata da cima a fondo. Tutte le forme sociali e politiche che sino allora erano esistite, tutte le antiche concezioni che si erano tramandate furono gettate in soffitta come cose irrazionali; il mondo si era fino a quel momento lasciato guidare unicamente da pregiudizi; il passato meritava solo compassione e disprezzo. Ora per la prima volta spuntava la luce del giorno; da ora in poi la superstizione, l’ingiustizia, il privilegio e l’oppressione dovevano essere soppiantati dalla verità eterna, dalla giustizia eterna, dall’eguaglianza fondata sulla natura, dai diritti inalienabili dell’uomo.

Noi sappiamo ora che questo regno della ragione non fu altro che il regno della borghesia idealizzato, che la giustizia eterna trovò la sua realizzazione nella giustizia borghese; che l’eguaglianza andò a finire nella borghese eguaglianza davanti alla legge; che la proprietà borghese fu proclamata proprio come uno dei più essenziali diritti dell’uomo; e che lo Stato secondo ragione, il contratto sociale di Rousseau, si realizzò, e solo così poteva realizzarsi, come repubblica democratica borghese. I grandi pensatori del secolo XVIII non poterono oltrepassare i limiti imposti loro dalla loro epoca più di quanto avevano potuto tutti i loro predecessori

Dunque, i diritti umani sono elemento di un’intera visione del mondo – una sovrastruttura, se si vuole – prodotto dell’emergere del capitalismo e da esso sostenuta. I diritti individuali, inalienabili e universali, costituiscono il quadro morale, legale e politico maggiormente compatibile e simpatetico col sistema capitalistico.

Ciò non significa condannare i diritti umani, bensì collocarne l’ascesa e lo sviluppo nel contesto dell’ascesa e sviluppo del capitalismo. Nella misura in cui il capitalismo era una forza liberatrice, i diritti umani erano base per una società più giusta e foriera di liberazione. L’emancipazione della borghesia è stata, in modi rilevanti, un passo da gigante nell’emancipazione delle masse, nell’avanzamento dei lavoratori. Di fatto, dichiarazioni e costituzioni riconoscenti i diritti umani hanno ispirato le lotte di milioni di persone, aspiranti a maggiore partecipazione nella vita civica e politica delle repubbliche borghesi. L’appello ai diritti umani ha agevolato la lotta contro la schiavitù, quella a favore del suffragio universale e molte altre riforme fondamentali. Mentre queste ultime hanno spesso tratto alimento dai diritti umani, esse sono giunte solo a “perfezionare” e “completare” le promesse dell’epoca borghese. Non hanno, quindi, lanciato una sfida nei suoi confronti.

Comprensione e fraintendimento della critica marxista dei diritti umani

I marxisti non sono mai stati ostili nei riguardi della dottrina dei diritti umani per se. Hanno, tuttavia, criticato il feticismo dei diritti umani, negando a questi lo status di esclusivo arbitro della moralità e della giustizia sociale; contestandone inoltre l’autorità, laddove estesa a tutti i tempi e luoghi. Nel corso del XX secolo, i marxisti hanno espresso numerose rivendicazioni radicali nel linguaggio dei diritti, dalla sindacalizzazione all’autodeterminazione nazionale. I comunisti si sono battuti per il diritto ad un giusto processo nel caso di molte vittime di pregiudizio e ingiustizia. Hanno sempre avuto un ruolo preminente tra i sostenitori della causa dei diritti civili di gruppi razziali o nazionali oppressi. Infine, hanno lottato per il loro stessi diritti, da quello di associarsi liberamente a quello di parola e diffusione delle idee.

Fatto ancor più significativo, i comunisti sono stati decisivi, durante il secondo dopoguerra, nell’arricchire le dichiarazioni dei diritti umani con l’inserimento dei diritti positivi all’occupazione, all’asilo, al welfare, insieme a molti altri diritti costitutivi della giustizia economica. Certamente, alcuni liberali vicini al New Deal e i socialdemocratici europei hanno anch’essi supportato tale esito, ma l’Unione Sovietica e altri paesi socialisti si sono schierati a favore di più solidi e completi diritti sociali, mentre i rappresentanti dei paesi capitalisti hanno cercato di limitare le dichiarazioni dei diritti a quelli individuali a protezione dell’azione, dello spazio e della proprietà. I paesi socialisti si sono inoltre posti alla guida del processo di decolonizzazione, tramite un accordo internazionale circa il diritto delle nazioni e dei popoli all’autodeterminazione, un diritto accolto con ben scarso entusiasmo dalle potenze coloniali e dai loro alleati.

Dopo la Seconda guerra mondiale, le dichiarazioni dei diritti proliferavano, riflettendo sempre più le differenze frutto della Guerra fredda, differenze radicali nella visione del mondo. In misura sempre maggiore, accordi e dichiarazioni esprimevano posizioni ideologiche plasmate dall’equilibrio delle forze, nel contesto di organismi internazionali come l’ONU. Questa fase di evoluzione della dottrina dei diritti umani assumeva l’aspetto di un campo di battaglia, nel quale si fronteggiavano sostenitori del socialismo e del capitalismo. Ovviamente, in occidente, non veniva presentato in tal modo, bensì come scontro fra sostenitori dei diritti umani e coloro che invece li calpestavano. Grazie a ideologi della Guerra fredda come Isaiah Berlin [11], i diritti umani presero ad essere identificati con quell’insieme di diritti compatibili con l’ordine capitalista e le classi medie. A mia conoscenza, nessuna campagna è mai stata organizzata dall’establishment dei diritti umani in difesa dell’Articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, ovvero l’articolo che garantisce “un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere… con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”.

Che siano emerse o meno da motivazioni sincere, le organizzazioni per i diritti umani sono fiorite durante la Guerra fredda col generoso ed esplicito supporto di ricchi sostenitori, fondazioni e persino grandi aziende. Probabile anche il sostegno occulto dei servizi di sicurezza occidentali. È interessante notare che alcune delle più importanti ONG a difesa dei diritti (The International Republican Institute, The National Democratic Institute for International Affairs, National Endowment for Democracy, International Foundation for Electoral Systems, etc.) agiscono, sotto un velo assai sottile, quali canali per i fondi del governo USA. Che l’evoluzione dei diritti umani sia stata modellata da ampie e tendenziose considerazioni politiche è indiscutibile. Che il loro patrocinio sia stato contaminato, compromesso e, in non poche occasioni, corrotto, è altrettanto pacifico.

A partire dalla scomparsa in Europa della comunità di paesi socialisti, la NATO ed i suoi padroni capitalisti hanno offuscato la reputazione della dottrina dei diritti umani, smantellando la Jugoslavia, distruggendo la società civile libica e minacciando ora la sovranità siriana, il tutto, appunto, sotto la bandiera dei diritti umani. Laddove decine di migliaia sono morti a causa di tali violazioni dei diritti fondamentali all’autodeterminazione e alla non-ingerenza, l’establishment dei diritti umani è rimasto in larga parte silente, tanto riguardo ai costi umani che alla concomitante ipocrisia. Quando i diritti umani sono divenuti un’arma nella lotta dell’occidente con l’Unione Sovietica, le potenze occidentali hanno fatto di tutto per mettere in vetrina i diritti civili sanciti nelle rispettive costituzioni liberali. Eludendo le limitazioni alle libertà d’azione imposte dall’ineguaglianza economica, questi regimi evocavano un’immagine di spensierata espressione tramite la parola, movimento illimitato e successo personale.

Un esempio dell’efficacia dei diritti umani come arma politica è emerso già ai primordi della Guerra fredda. La costruzione del socialismo nella Germania orientale formava migliaia di professionisti, i quali, tuttavia, ricevevano un compenso modesto. Il meno egualitario ovest allettava molti, inducendoli a lasciare l’est alla ricerca di opportunità per una più prospera crescita personale. Data la comunanza di lingua, cultura e la prossimità, “disertare” non costava troppo. Questa tattica non solo drenava dall’est competenze, ma di fatto rubava anche le risorse finalizzate alla formazione professionale, oltre a erodere ogni senso di solidarietà sociale. A fronte di perdite crescenti, l’est costruiva il famigerato Muro di Berlino. Sebbene vi fosse una spiegazione credibile per la sua edificazione, gli USA e i loro alleati manifestarono indignazione per la violazione dei diritti umani. L’assolutismo dei diritti umani si è dimostrato un potente ostacolo alla funzionalità del muro. Una lezione ben appresa dai propagandisti occidentali. Ovviamente l’occidente ha fallito alla prova della coerenza. La questione dei diritti umani costituiva un’evidente fonte di imbarazzo per le potenze occidentali, le quali intrattenevano rapporti stretti e amichevoli con regimi sprezzanti al riguardo, ma risolutamente anticomunisti. Invece dell’ostilità, gli Stati Uniti mantenevano legami stretti col regime dell’apartheid sudafricano, il tutto sotto l’ombrello della politica ipocrita nota come “impegno costruttivo”, atteggiamento tenuto anche rispetto ad altri governi spregevoli.

Dalla fine della Guerra fredda, gli USA e molti dei loro alleati hanno lasciato cadere la pretesa di rappresentare un bastione dei diritti umani, una tacita ammissione della funzionalità di questi ultimi agli obiettivi della suddetta guerra. La creazione di un “grande fratello” da parte dell’amministrazione Bush, ed il suo ulteriore implemento sotto l’amministrazione Obama, evidenziano il cinismo ufficiale circa diritti umani come quello alla privacy, alla libertà di parola e di associazione. La quiescenza delle principali organizzazioni a difesa dei diritti umani rispetto a tali sviluppi odora di ipocrisia. La presunta sorveglianza della società civile da parte dei cosiddetti “totalitarismi” del passato impallidisce di fronte ai mezzi tecnologici a disposizione degli apparati di sicurezza nazionale USA.

Tuttavia, la critica marxista ai diritti umani non si limita alle accuse di incoerenza, ipocrisia e cinismo. I marxisti, infatti, obiettano che la dottrina dei diritti umani sottrae spazio ad altre ugualmente degne. Se una costituzione possa essere costruita senza il diritto alla proprietà e la sua sacralità spetta ad altri deciderlo. Ma il fatto è che il cosiddetto diritto alla proprietà ha costituito l’ostacolo fondamentale all’accettazione della visione alternativa marxista. L’ascesa del capitalismo ha dato origine non solo alla dottrina dei diritti umani, ma anche ad uno strumento di contrapposizione a favore della giustizia sociale: il concetto di sfruttamento del lavoro. L’uso del termine “sfruttamento”, nella sua applicazione all’essere umano, coincide grosso modo con l’emergere del capitalismo industriale e, in particolare, con la difesa del lavoro. Sebbene Karl Marx non abbia certo gettato il seme di tale idea, né l’abbia per primo utilizzata in difesa dei lavoratori, insieme a Friedrich Engels , senza dubbio, l’ha posta al centro della critica sociale radicale, indicando l’eliminazione dello sfruttamento quale obiettivo di punta per la classe lavoratrice. Per buona parte dell’epoca moderna, l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo ha costituito la parola d’ordine principale del movimento operaio.

Ma eliminare lo sfruttamento si interseca e contrasta esattamente col diritto, inteso come assoluto e inalienabile, alla proprietà. Nel senso marxiano, lo sfruttamento è la conseguenza logica della proprietà privata dei mezzi di produzione; non vi può essere un persistente e sistematico sfruttamento del lavoro (nel senso tecnico marxista) senza l’istituzione della proprietà privata e dell’insieme di diritti posti a sua protezione. È proprio tale intersezione a generare una divisione di classe tra difensori dei diritti umani e sostenitori della classe lavoratrice rivoluzionaria. In buna parte del mondo in via di sviluppo, molti prestano poca o nessuna attenzione alle richieste di libertà di stampa, movimento, dissenso o proprietà, quando sono privi dei più rudimentali mezzi per esercitare ognuno di questi diritti, così come molti altri inclusi nel canone dei diritti umani. Vedono invece gli estremi della ricchezza e della povertà come ostacoli alla soddisfazione delle loro necessità basilari, persino alla loro sopravvivenza. Vedono che il loro precario aggrapparsi alla vita non viene rafforzato dai diritti borghesi, bensì solo da un radicale riordinamento dei rapporti economici. E l’appello all’eliminazione dello sfruttamento rappresenta la più alta espressione di questo punto di vista.

È imperativo comprendere che i classici diritti umani borghesi, intesi come diritti negativi, ovvero quali diritti formali e procedurali alla libertà, hanno poco da offrire a coloro che non detengono i mezzi per godere della protezione che garantiscono. La loro celebrazione da parte delle classi relativamente benestanti – quelle medio alte, in particolare delle nazioni economicamente avvantaggiate – non è condivisa da quanti in condizione di inferiorità economica. Tuttavia, ciò non toglie niente al loro valore. Così come le grandi ed uniche opere d’arte, chiunque è in grado di apprezzarne l’esistenza, ma pochi ne traggono conforto nella lotta quotidiana per la vita. Si tratta di una realtà che sfugge all’establishment dei diritti umani, limitandone le campagne. Il loro ostinato rifiuto di abbracciare i diritti positivi all’alloggio, al sostentamento, all’occupazione, all’assistenza sanitaria, ecc., come parte del canone dei diritti umani, ne sminuisce l’impegno per la giustizia sociale esponendoli all’accusa di speciosità. L’attenzione dogmatica ai diritti individuali e l’ostinata cecità riguardo a quelli socialiculturalinazionali, come il diritto all’autodeterminazione, incoraggiano al compromesso con istituzioni ostili a questi ultimi. Al pari di tutti gli strumenti ideati dagli esseri umani, i diritti umani sono funzionali solo a seconda di chi li detiene ed esercita.

Fonti

Diritti umani: una prospettiva marxiana

Philosophers for Change

Froissart, Chronicles, trad. di Geoffrey Brereton (Londra, 1978) p. 212.

Freedom in Arms, A.I. Morton (a cura di), (New York, 1975) p 43-44.

Tuck, Richard, Natural Rights Theories: Their Origin and Development (Cambridge, 1979).

Tuck, Richard. Natural Rights Theories: Their Origins and Development (Cambridge, 1979); Finnis, J.

Natural Law and Natural Rights (Oxford); Rights, White, A. R. (Oxford, 1980).

Marx, Karl, Il Capitale (Einaudi, 1975), vol. I, cap. I, p.86.

Marx, Sulla questione ebraica, Archivio Marx-Engels.

Marx, Il Capitale (Einaudi, 1975), vol. I, cap. IV, p. 212.

Engels, Friedrich, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Archivio Marx-Engels.

Fuga verso est

Sappiamo che nella Berlino divisa esistevano centri di accoglienza per i cittadini che fuggivano da Berlino Est verso l’Ovest. Ma sapevate che esistevano centri anche per chi scappava dall’Ovest per andare ad Est?

STORIE DI FUGHE VERSO LA REPUBBLICA DEMOCRATICA

Ebbene sì, non esistevano solo i centri di accettazione per le persone che da Est fuggivano per andare a Ovest, ma ce n’erano alcuni anche nella DDR per il flusso di persone che lasciavano la Repubblica Federale. Di questi centri non se ne parla mai per ovvi motivi, la storia è stata raccontata sempre e solo da un solo punto vista, quindi è tabù parlare di rifugiati dell’Ovest.

All’inizio degli anni ’50 la DDR costruì baracche speciali per le persone che volevano ritornare e per chi da Ovest voleva trasferirsi nell’Est, erano praticamente dei centri di accettazione. Qui la Volkspolizei (la polizia della DDR) e la Stasi controllavano l’identità delle persone. Si e’ calcolato che fra il 1949 e il 1989 siano state 600mila le persone che da Ovest si sono spostate ad Est, la maggior parte di queste a cavallo tra il 1950 e il 1960.

A BERLINO EST non per politica ma per la famiglia

Dopo la costruzione del Muro il numero dei richiedenti diminuì, ed anche i centri di accoglienza furono ridotti a tre e dal 1979 restò solo quello di Röntgental nella periferia berlinese. I rifugiati dell’Ovest, che facevano richiesta di residenza nella DDR, non lo facevano quasi mai per motivi politici bensì personali (ma lo stesso vale per i tanti che facevano il percorso inverso): chi aveva famiglia nella DDR, chi prima si era trasferito ad Ovest ma poi voleva tornare perché deluso, e c’erano anche persone che volevano vivere in un sistema socialista.

Le persone al loro arrivo nel centro di accettazione venivano registrate e poi suddivise a seconda della religione, cultura ed orientamento politico e non potevano avere contatti fra loro. La permanenza nel centro poteva durare dalle 4 alle 6 settimane (a volte anche fino a 6 mesi). In questo periodo di attesa, non era permesso lasciare il campo, si poteva ricevere posta ma non inviarla, a volte si poteva telefonare. C’erano strutture che permettevano di potersi dedicare a diverse attività, ad esempio sport o cultura.

I rifugiati venivano trattati in modo differente, dipendeva dalla ragione per cui avevano deciso di trasferirsi nella DDR. Venivano tenute conferenze e mostrati filmati per preparare le persone alla nuova “patria”, visite mediche e naturalmente si potevano seguire programmi televisivi e radiofonici della DDR. Durante questo periodo di permanenza in attesa del permesso di soggiorno nella DDR, i richiedenti venivano sottoposti continuamente ad incontri (potremo dire “interrogatori”) con la polizia, mentre la Stasi si occupava dei rifugiati politici.

Se la richiesta di residenza nella DDR veniva accolta, il rifugiato poi doveva trasferirsi in un luogo assegnato dove poi avrebbe avuto una casa e un lavoro. Di solito chi sicuramente veniva rispedito indietro erano le persone che avevano avuto problemi con la giustizia ad Ovest, “asociali” o persone definite “pigre”! Secondo testimonianze le condizioni nel centro erano comunque buone e le persone venivano trattate correttamente nonostante l’estenuante attesa per l’eventuale permesso di residenza nella DDR.

Fra il 1984 e il 1989 furono registrate 3637 persone nel centro di Rögental, di queste 1386 erano cittadini della DDR che dopo essere stati nella BRD volevano ritornare, 1619 erano cittadini della BRD e 632 stranieri che provenivano da altri stati non socialisti. In tutto ne furono rispediti indietro 432. Il centro chiuse nel 1990 ed oggi gli edifici sono occupati da una casa di riposo.

LA TESTIMONIANZA DI GISELA KRAFT

Sulla storia dei rifugiati che scappavano dalla Germania dell’Ovest per andare in quella dell’Est è stato pubblicato un libro: “Einmal Freiheit und zurück – Die Geschichte der DDR-Rückkeher” di Ulrich Stoll (Ch. Links Verlag) da cui è tratto un documentario prodotto da ZDF-Arte dallo stesso titolo del libro.

Una delle testimonianze di chi liberamente decise di trasferirsi nella DDR è quella della scrittrice Gisela Kraft: “Nella DDR potevo essere per la prima volta una libera professionista. Potevo vivere da scrittrice e fare persino piccoli viaggi e andare a teatro. Ero coperta per tutto ciò di cui avevo bisogno: potevo dedicarmi produttivamente alla mia attività senza dovere pensare ogni giorno: potrò pagare l’affitto il mese prossimo?“.

I fuggiaschi della Repubblica Federale Tedesca

Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Nell’immaginario comune quando si parla dell’ Afganistan, sicuramente,  le prime immagini che vengono in mente sono: burqa,  paese arretrato e medievale, poveratà, miseria, paese militarmente occupato dalla NATO. Impossibile non associare i fatti del’ 11 Settembre 2001, Al-Qaeda e Bin Laden.

Tuttavia, con ogni probabilità,  pochi sono a conocenza che c’è stasto un passato in cui l’Afghanistan riuscì a liberarsi dalle catene del Medioevo e ad entrare nell’età contemporanea. Dove oggi c’è un paese arretrato, ieri c’era un paese democratico e culturalmente avanzato: La Repubblica Democratica dell’Afghanistan.

Questa esplosione di progresso è arrivata grazie alla Rivoluzione Saur, una rivoluzione popolare esplosa grazie all’azione dei comunisti afghani.

Dopo la repressione scatenata dal precedente regime, la rivoluzione è iniziata nell’aprile del 1978 ed ha trionfato. Il nome Rivoluzione Saur deriva dal nome persiano del mese, la rivoluzione è conosicuta anche come La Rivoluzione Rossa d’Aprile.

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Bandiera della Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Il governo marxista di Taraki ha avviato un programma di grandi cambiamenti nella società afghana.

Eliminazione dell’usura,  campagna di alfabetizzazione, per la prima volta anche le donne afgane hanno partecipato,  riforma agraria, separazione totale della religione e del nuovo stato che divenne costituzionalmente laico, eliminazione della coltivazione dell’oppio, sindacati legalizzati, istituita una legge per un salario minimo cosi da aumentare i salari per i lavoratori afgani.

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Programma di alfabetizzazione insegnato da donne. 1979. Area rurale dell’Afghanistan
 Il governo di Taraki ha garantito la parità di diritti per le donne: possibilità di non indossare velo, possibilità di viaggiare liberamente e guidare automobili,  abolizione dell’acquisto di donne, integrazione delle donne nei luoghi di lavoro ed accesso all’università, nonché accesso alla vita politica e agli ufici pubblici.
Il governo comunista si sforza di togliere le donne dalla tremenda arretratezza e oppressione: l’analfabetismo femminile viene ridotto dal 98% al 75%.
I militanti del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan che praticano la poligamia vengono espulsi dal partito. Le donne partecipano alla vita politica, sono un decimo della militanza del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, una cifra insufficiente ma un grande progresso rispetto all’esclusione assoluta che subiscono oggi sotto il regime dei talebani. 

Il vicepresidente dell’Unione delle donne democratiche Safika Razmiha dichiarò nel 1988: “Se l’uguaglianza delle donne nella nostra società non viene raggiunta, è impossibile avanzare lungo il sentiero del progresso sociale.

Molte migliaia di donne afghane sono ancora bloccate negli harem, milioni nascondono i loro volti sotto il chador e il 75% di loro sono analfabeti.

La rivoluzione afghana fa molto per emancipare le donne. Ma la correlazione delle forze è ancora favorevole agli arretrati feudali”.

L’Afghanistan ha concesso il divorzio nel 1980.

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Donne in classe 1981. Kabul.

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Lavoratrice in una fabbrica, 1983.

I comunisti afgani hanno lottato per far uscire il paese dall’arretratezza e dalla miseria. All’inizio hanno distribuito terre a 250.000 contadini,  hanno abolito tutti i debiti contratti dai contadini con i proprietari terrieri,  liberato 8.000 prigionieri politici, dichiararono l’istruzione universale per entrambi i sessi.

Il tasso di mortalità infantile dei bambini sotto i 5 anni passa da 380 nel 1960 a 300 nel 1988; L’80% della popolazione urbana accede ai servizi sanitari; Il 63% dei bambini completa l’anno scolastico nel 1985-87; l’aspettativa di vita passa da 33 anni nel 1960 a 42 nel 1988.

Centinaia di migliaia di persone sono alfabetizzate. Il numero di medici è aumentato del 50%, il numero totale di posti letto negli ospedali è raddoppiato; gli asili nido e le case di riposo per i lavoratori vengono creati per la prima volta.

Il progresso dell’Afghanistan fu tale che l’Afghanistan ebbe il primo astronauta nella sua storia

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Abdul Ahad Mohmand, primo e unico cosmonauta afgano

Invasione dell’URSS?Quando si parla di questo fatto storico nella letteratura o nei media, viene descritto come “invasione dell’Afghanistan” o “invasione sovietica”.

Niente è più lontano dalla realtà. L’URSS non ha invaso l’Afghanistan, ma interviene dopo aver ricevuto la richiesta dal Consiglio Rivoluzionario.

Non dobbiamo dimenticare due fatti: la Rivoluzione Saur si svolge nel 1978 e l’ingresso delle truppe sovietiche è il 7 dicembre 1979, la repubblica socialista afgana sopravviverà per mesi alla caduta dell’URSS. Kabul cadrà nel 1992, dimostrando l’esistenza di un importante e notevole sostegno da parte della popolazione, considerando che dal 1988 al 1992, la Repubblica Democratica dell’Afghanistan ha combattuto senza alcun aiuto da parte dell’ormai morente Unione Sovietica.

Gli Stati Uniti non esitarono a sostenere i “combattenti per la libertà” cosi come oggi sta avvenendo in Siria e in Libia, sostengno che porterà alla nascita dell’organizzazione terroristica Al-Qaeda.

Ronald Reagan dichiarerà:
Vedere i coraggiosi combattenti della libertà afgana contro gli arsenali moderni con pistole semplici è un’ispirazione per coloro che amano la libertà”

 

 

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Eduardo Galeano :
Verso la fine del 1979 le truppe sovietiche invasero l’Afganistan.  Scopo dell’invasione era la difesa del governo laico che stava tentando di modernizzare il paese. Io ero uno dei membri del Tribunale Internazionale di Stoccolma che nel 1981 si occupò del tema.

Non dimenticherò mai il momento culminante di quelle sessioni:
stava testimoniando un importante capo religioso, rappresentante dei fondamentalisti islamici Talebani, a quel tempo definiti “Freedom Fighters” dall’Occidente, “Guerrieri della Libertà” invece che terroristi.

L’anziano Talebano dichiarò: “I comunisti hanno disonorato le nostre figlie! Hanno insegnato loro a leggere e scrivere!”.