LA CONTRAFFAZIONE DEL “TESTAMENTO DI LENIN”

La Lettera al Congresso, conosciuta sotto il nome di “Testamento” fu dettata da Lenin dal 23 al 26 dicembre 1922 e il “supplemento alla lettera del 24 dicembre 1922” il 4 gennaio 1923. Ne fu data lettura ai delegati del XIII Congresso che si tenne dal 23 al 31 maggio 1924. Il congresso decise all’unanimità di non pubblicarla, considerando che, essendo rivolta al congresso, non ne era stata prevista la pubblicazione sulla stampa.
Per decisione del CC del PCUS, queste lettere di Lenin furono portate a conoscenza dei delegati del XX Congresso del PCUS e poi delle organizzazioni del partito.

Dalla “Lettera al Congresso”:

I. “Il Compagno Stalin, divenuto Segretario Generale, ha concentrato nelle sue mani un’autorità illimitata, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza. D’altro canto, il compagno Trotsky, come ha già dimostrato la sua lotta contro il CC nella questione del Commissariato del Popolo per le Comunicazioni, si distingue non solo per le sue eminenti capacità. Personalmente egli è forse il più capace tra gli uomini nell’attuale CC, ma ha un’eccessiva sicurezza di sé e una tendenza eccessiva a considerare il lato puramente amministrativo del lavoro”. 25 dicembre 1922 Registrato da M. V. (V. I. Lenin, Opere, Vol. 36, Mosca, 1971, pp. 594- 595).

II. “Stalin è troppo rude, e questo difetto, del tutto tollerabile nell’ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile in un Segretario generale. Perciò io suggerisco ai compagni di pensare alla maniera di rimuovere Stalin da questo incarico e di nominare al suo posto un altro uomo che a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin nel presentare solo vantaggio, quello cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza può apparire come un dettaglio trascurabile. Ma io penso che dal punto di vista delle misure di sicurezza contro una scissione e dal punto di vista di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotsky non è un dettaglio, ovvero è un dettaglio che può avere un’importanza decisiva”. Registrato da L. F. 4 gennaio 1923 (op. cit. p. 596).

Queste lettere del cosiddetto testamento non appartengono a Lenin

Tra i miti che sono legati alla vita e all’opera di V. I. Lenin, il più subdolo, raffinato e al tempo stesso il più distruttivo nelle sue conseguenze politiche ed ideologiche è il mito del cosiddetto “Testamento Politico” di V. I. Lenin, che raccoglie un certo numero di documenti, conosciuti anche come “Ultimi articoli e lettere”. Il problema scientifico che ci troviamo di fronte consiste nell’accertare che ciascuno di questi documenti sia effettivamente opera di V. I. Lenin.
Quindi l’esame di tutti questi documenti è una questione di verifica. Queste lettere sono dattilografate. V. I. Lenin non ha firmato nessuno di questi documenti o lettere, ed essi non possono essere verificati come tali.
Queste lettere del cosiddetto testamento non appartengono a Lenin Tra i miti che sono legati alla vita e all’opera di V. I. Lenin, il più subdolo, raffinato e al tempo stesso il più distruttivo nelle sue conseguenze politiche ed ideologiche è il mito del cosiddetto “Testamento Politico” di V. I. Lenin, che raccoglie un certo numero di documenti, conosciuti anche come “Ultimi articoli e lettere”. Il problema scientifico che ci troviamo di fronte consiste nell’accertare che ciascuno di questi documenti sia effettivamente opera di V. I. Lenin.
Quindi l’esame di tutti questi documenti è una questione di verifica. Queste lettere sono dattilografate. V. I. Lenin non ha firmato nessuno di questi documenti o lettere, ed essi non possono essere verificati come tali. La firma otto il testo battuto a macchina è “AM. V.” o “L.F.” Queste iniziali non possono sostituire un documento autografo o una copia firmata da Lenin. E’ un fatto che la paternità di Lenin riguardo questi documenti, resa pubblica fin dall’inizio, malauguratamente non è mai stata messa in dubbio. Vi è stato il riconoscimento del fatto che essi sono stati scritti da V. I. Lenin. Ciò è stato accettato persino dallo stesso Stalin. Questa situazione, ovviamente, ha dato un considerevole aiuto ai revisionisti che erano ancora nella direzione del PCUS dopo la morte di Lenin. La storia dimostra che questi “documenti” sono diventati parte di un “intrigo”.
Tuttavia, un’analisi scientifica esige che tali documenti siano esaminati dal punto di vista storico. Le analisi storiche non devono essere concepite per mostrare o provare che questo o quel documento non appartengono a V. I. Lenin. Piuttosto l’onere della prova deve pesare nell’altro senso: l’analisi deve provare che queste lettere appartengono effettivamente all’insieme delle opere che ricadono sotto la paternità di V. I. Lenin.
Parlando concretamente, nell’analisi del cosiddetto “Testamento” si applica la seguente logica: voi potete dividere i documenti in due parti:
1. Quelli in cui la paternità di Lenin è dimostrata completamente e senza alcun problema attraverso metodi differenti
2. Quelli in cui la paternità di Lenin non può essere provata tramite alcun mezzo scientifico.
A questo proposito dobbiamo dichiarare con forza che in nessuno dei testi di Lenin inconfutabilmente riconosciuti, e nella loro forma originale, è presente alcun pensiero o un’espressione contro Stalin. Tuttavia, in questa parte del controverso “Testamento” di V. I. Lenin (vale a dire ciò che noi riteniamo non appartenere alla mano di Lenin) avviene esattamente l’opposto: essa è piena di anti stalinismo ed è politicamente motivata a questo fine.

Il Testamento

In realtà, la parte del “Testamento” di Lenin è basata sui seguenti articoli:
* Le “Pagine degli appuntamenti dal suo diario quotidiano “
* “Come dobbiamo riorganizzare Rabkrin?”
* “Meglio meno, ma meglio”
* “Sulla nostra Rivoluzione”.
Questi articoli sono stati resi pubblici e pubblicati dall’inizio di gennaio fino ai primi di marzo del 1923. Inoltre la sua dettatura della “Lettera al Congresso” è stata effettuata tra il 26 e il 29 dicembre del 1922, e tratta della riorganizzazione del Comitato Centrale e del livello delle ispezioni degli operai e dei contadini e dei compiti del Gosplan.
Infine, un articolo: “Sulla Cooperazione”, è datato 4- 6 gennaio 1923.
Non tutti questi documenti sono firmati da Lenin. Ma il testo, il lavoro compiuto su di essi (o sulle loro singole fasi) sono fissati in differenti documenti dalla segreteria di Lenin, durante l’attività svolta su di essi. Le date sono anche fissate nei documenti del Politburo. Tutto ciò conferma la loro autenticità. In altre parole, e questa è un’affermazione facile da verificare, ciò significa che quando V. I. Lenin lavorava su questi documenti, o dopo che essi sono stati terminati, egli era sempre in grado di sorvegliare il loro completamento. In definitiva, questi documenti concordano in parecchi punti, e sono confermati dai documenti che V. I. Lenin ha ricevuto dopo il loro perfezionamento da parte della segreteria. Lenin li ha ricevuti per dare la sua approvazione finale, oppure li ha usati come riferimento, quando la discussione era ancora in corso all’interno del Comitato Centrale del partito. Questi documenti interni non sono contraddittori tra loro, né mostrano degli atteggiamenti antagonistici all’interno della direzione. In questi documenti ci sono delle idee sviluppate, ma nessuna distinzione principale dagli scopi di altri documenti. Infine, essi non sono in contrasto con altre raccomandazioni fatte da V. I. Lenin. Si può dire che c’è coerenza in seno e tra questi documenti.

Attacco contro Stalin

Il secondo gruppo di documenti – in cui “le parti che non sono di Lenin” possono essere rintracciate nel “Testamento di Lenin”, presenta assolutamente un altro tipo di problemi. Questi problemi possono essere riassunti come segue:
1. Noi vediamo una nota caratteristica, che si legge come “dettata da V. I. Lenin”. Questo accade il 24-25 dicembre 1922 e il 4 gennaio 1923. E’ qui che noi troviamo la base per un attacco contro G. V. Stalin. Stalin era sicuramente, in effetti, il luogotenente di V. I. Lenin ed un leader del partito. 2. Si sostiene la presunzione che esiste una lettera politica, “dettata” il 5-6 marzo 1923 (a Trotsky, Mdivani, Makharadze) con una dichiarazione di solidarietà con loro.
3. Si suppone la lettera-articolo indirizzata a Stalin con una “minaccia di interrompere i rapporti personali” tra Lenin e Stalin. Tutto ciò ci mostra che Lenin stesso non era l’autore, e che non vi è alcun testimone esterno del fatto che Lenin scrisse questa lettera! Nondimeno il lettore può chiedere: da dove otteniamo questa informazione su questo documento? La nostra analisi è confermata:
1. Dal cosiddetto “Diario quotidiano delle segretarie” di V. I. Lenin;
2. Dalle persone che hanno consegnato questi documenti al Plenum del Comitato Centrale del PCUS.
Esaminiamo questi due punti in dettaglio.
“Il Diario” della Segreteria è il più rilevante e, finora, questo documento non è mai stato messo in discussione. Tuttavia esso non è mai stato esaminato in dettaglio dal punto di vista scientifico e storico. In realtà era inutile fare ciò, poiché oggi è noto ed accettato che questo “Diario” dopo il 18 dicembre 1922 non è più considerato come un documento del lavoro quotidiano della Segreteria di Lenin. Ciò perché esso è il lavoro di nuovi autori, allo scopo di assicurare dei cambiamenti da effettuare, laddove possibile, su dati temi teorici e politici, da parte di artefici che a quel tempo erano ben nascosti.
Realisticamente parlando esso è un documento inventato, falso.
Giudicate voi stessi. L’inizio della malattia di Lenin, il 18-19 dicembre 1922, ha visto Lenin dover di fatto smettere di occuparsi della fase centrale del suo lavoro. Sfortunatamente, durante questo periodo la sua Segreteria ha praticamente cessato di funzionare, ed i diari quotidiani non sono registrati. I progetti sono rimandati. Ma quando questi “Diari” vengono di nuovo redatti, noi troviamo delle “versioni” completamente nuove rispetto a ciò che si è supposto Lenin abbia dettato. Nei “Diari” ci sono intere pagine vuote, le annotazioni vi sono collocate solo irregolarmente. Tra le pagine dove c’è qualche annotazione, durante questo periodo ci sono delle pagine vuote. Ciò ha in effetti dato ai promotori del “Testamento” l’opportunità di riempire le pagine che erano vuote.

Miracoli cronologici
Questo è confermato dai successivi periodi di tempo o dall’analisi cronologica, che proverà a dimostrare che L. A. Fotieva (una delle segretarie che redigevano i “Diari”) avrebbe dovuto fare un’annotazione per il 28 dicembre 1922 e per i giorni 4-9-19-24 gennaio 1923. M. V. Volodicheva da parte sua promise di riempire queste date per il 26 dicembre ed il 17 marzo. Ma questo non è tutto, qualcos’altro “appare” nel calendario del “Diario”, o nella Segreteria, ad opera di Fotieva e Volodicheva. Ne risulta una buffa sequenza di date. Dopo il 30 gennaio c’è un’annotazione, segnata il 26 gennaio, quindi di nuovo un’annotazione il 30 gennaio. Sembra che l’annotazione del 24 non sia peggiore dell’annotazione del 30.
L’annotazione finale, in terza battuta, è anch’essa del 30 gennaio 1922.
Le annotazioni di febbraio sono difettose come quelle di gennaio: il 10 febbraio, le segretarie scrivono nel “Diario” un’annotazione sulla mattina del 7; dopo ciò sulla mattina del 9; segue un’annotazione per la sera del 7, poi un’annotazione per la mattina del 9 e quindi per la serata del 7. Ma nella mattina del 9 esse spariscono per riapparire di nuovo per la seconda volta in febbraio. La fine di questo balletto nelle annotazioni del “Diario” sopraggiunge il 9 febbraio.
Ciò dimostra dunque in breve che tutte queste date sono state manipolate, e che davanti a noi non c’è il documento che questi nemici tentano di presentarci come l’originale. Delle analisi scientifiche sugli scritti del “Diario” quotidiano ci mostrano che, da dopo il 18 dicembre, la moglie di Stalin, N. S. Allieueva, non scriveva su questo “Diario”, in quanto facente parte della segreteria di V. I. Lenin, sebbene essa abbia continuato a lavorare nella Segreteria con altre funzioni.
Nel “Diario”, appaiono dunque degli inserimenti, alle pagine del 23-24 dicembre e del 17 e 30 gennaio. Questo mostra che ci sono delle aggiunte inserite dopo che il “Diario” è stato compilato. Tutti questi “stili ineguali” inseriti nel “Diario” si spiegano sulla base del fatto che il lavoro su di esso non era stato completato. Qualcosa sembra aver impedito l’ulteriore falsificazione di questo “Diario” così come era stato deliberatamente deciso. A parte il “Diario” delle segretarie, esistono note scritte quotidianamente dei dottori che si occupavano di V. I. Lenin. Tra i “diari” delle segretarie ed i documenti scritti dai dottori, troviamo molte differenze riguardo ai dettagli, alle date e ad altre annotazioni.
Ad esempio, le segretarie nel “Diario” mantengono il silenzio circa il lavoro di V. I. Lenin, mentre i medici ne hanno scritto: il 25, 29, 31 dicembre, il 1-4, 10, 13, 16-27 gennaio, quindi il 18-20, il 25-27 febbraio, ed infine il 2 e 3 marzo. Ciò ammonta a 20 giorni di differenza tra le annotazioni dei dottori e la totale mancanza d’annotazioni da parte delle segretarie. Vi è anche un esempio nella direzione opposta, allorché V.I. Lenin non ha lavorato con le segretarie, mentre invece le segretarie ci dicono che avevano ricevuto delle dettature da parte di V. I. Lenin il 24-26 gennaio, e il 3,9,10,12,14 febbraio. Si tratta di una discordanza di ulteriori otto giorni con le altre annotazioni dei dottori. Immaginate un “diario”, che è una documentazione quotidiana degli eventi, in cui 28 giorni su 72 non coincidono o sono completamente l’opposto (rispetto ad altre fonti, N.d.T.)!
E’ molto interessante notare cosa accadeva durante queste “date discutibili”, in cui il lavoro è stato presumibilmente svolto dalle segretarie. E’ in questo periodo che compare l’informazione sul testamento di Lenin e la sua critica contro G. V. Stalin, rispetto alla questione della costruzione di uno stato nazionale; evento che ha tutti gli elementi essenziali di una “bomba” messa lì apposta per Stalin.
Ne segue, che è proprio questa informazione, “inserita” nel “Diario”, a diventare la base presunta della tesi della paternità di Lenin di tale “articolo”, di e delle lettere del 5-6 marzo 1923.

Il lavoro di Trotsky
La situazione non può essere sanata dalle diverse memorie di Trotsky o delle segretarie di V. I. Lenin, Fotieva, Volodicheva, Glyasser. Tutte queste memorie cercano di dare autorità e credito al fatto che questi documenti sono stati effettivamente scritti da V. I. Lenin. Tutti costoro cercano di dimostrare “le basi storiche ed attuali” di questi documenti.
Ma il confronto tra questi stessi documenti secondari mostra chiaramente così tante serie contraddizioni con i documenti e gli scritti dei dottori, e discrepanze tra loro stessi, che quanto da loro riportato non può essere accettato come veritiero; e non può dunque aiutare a stabilire la paternità di V. I. Lenin nei confronti di questi documenti e testi. Se la semplice logica non basta a convincerci non ci resta che credere alle loro parole. Ma questo può far piacere solo a chi vuol essere imbrogliato.
La storia della pubblicazione di questi documenti e la loro utilizzazione nelle lotte politiche non ha niente a che vedere con quanto scritto nell’ultimo testamento, consegnato da V. I. Lenin al partito tramite il vertice del CC del partito, il Politburo ed i suoi compagni di lotta più vicini.
In primo luogo, un tale appello segreto non era nello spirito di V. I. Lenin, esso non appartiene al suo metodo politico di lavoro.
In secondo luogo, questi documenti scritti non sono stati dettati in circostanze normali, poiché V. I. Lenin ha avuto ampia opportunità di fare apertamente appello al partito con qualunque suggerimento egli ha considerato opportuno e necessario. Non vi era alcun “regime carcerario” ipoteticamente instaurato da Stalin mentre V. I. Lenin era vivo. La presenza nel CC del PCUS e nel Politburo di differenti gruppi politici, e la lotta tra di loro, assicura la sconfitta di qualsiasi tentativo di nascondere i documenti di Lenin.
In terzo luogo, sarebbe stato illogico rimandare qualsiasi decisione su non importa quali questioni, dalle quali dipendeva la vita del partito o il futuro della rivoluzione, a qualche decisione futura, ad un Congresso del partito. Non era certo quando, dopo la presumibile scomparsa di V. I. Lenin, si sarebbe tenuta una riunione posposta, poiché non era tra l’altro certo quando Lenin, ammalato in modo critico, sarebbe morto.
Tutti questi esempi dimostrano che i documenti non erano autentici. Ma vogliamo riflettere su chi erano gli autori del “Testamento”? Chi poteva trarre profitto da esso? Gli autori di questa leggenda del “Testamento di Lenin” sono Trotsky, Fotieva, Zinoviev, Bukharin. Essi “hanno inserito” questi testi nell’arena politica assai prima della morte reale di V. I. Lenin. Essi hanno atteso finché Lenin non fosse più capace di scrivere, dettare o leggere i materiali, hanno redatto questi documenti come un metodo politico di lotta contro G. V. Stalin. Trotsky, con l’aiuto di una delle segretarie, la Fotieva, ha composto il cosiddetto articolo “Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione” . Mentre hanno fatto questo, essi hanno apertamente dichiarato di non aver ricevuto alcuna direttiva, ma di essersi basati sulla richiesta di V. I. Lenin e di non aver saputo quando questa è stata fatta.
Ma la manovra da parte di questi elementi non ebbe successo, perchè lo stato dell’URSS fu proclamato al XII Congresso del partito. In questo Congresso essi tentarono, basandosi sul “testo di Lenin”, di smembrare l’URSS che era stata appena adottata dal Congresso.
Malgrado i loro sforzi, questi elementi non sono stati capaci di dissolvere l’URSS appena formata. La battaglia contro di essi è stata condotta da G. V. Stalin. E’ proprio durante questo periodo del dibattito sull’URSS che “l’articolo” apparentemente scritto da V. I. Lenin è stato distribuito da Trotsky ed è stato consegnato alla Segreteria di V. I. Lenin per essere registrato nel “Diario”!
Dopo il Congresso, l’intensa lotta di Trotsky contro G. V. Stalin entrò in una nuova fase. Alla fine del maggio 1923, Krupskaya (la moglie di Lenin, N.d.T.) dà a Zinoviev il testo di un “materiale dettato” del 24-25 dicembre 1922 – che costituisce una parte delle “caratteristiche delle persone nel CC”. Essa non lo consegna alla Segreteria del CC, come avrebbe dovuto fare, non nelle mani del Politburo, ma solamente ad uno dei suoi membri, che aspirava a guidare il paese.
Inoltre, Zinoviev era molto amareggiato ed invidioso per la crescita di autorità e prestigio di G. V. Stalin. Zinoviev quindi informa i membri ed i candidati membri del Politburo ed il Presidium della Commissione Centrale di Controllo. Circa il desiderio apparentemente espresso di V. I. Lenin riguardante questo materiale dettato, ossia che tale lettera era per il Congresso, Krupskaya non ne fece neppure cenno, né la consegnò in tempo utile per il Congresso. Eppure ella disse che “questo documento dovrebbe essere consegnato solo al Comitato Centrale”. La leggenda su questa lettera riappare frequentemente ed ha avuto serie ripercussioni. Questa lettera nacque durante le lotte interne in seno al partito. Due mesi più tardi Zinoviev e Bukharin informarono G. V. Stalin, Segretario Generale del PCUS, eletto dall’ultimo Congresso, sull’esistenza di questa “lettera” (ossia la “lettera dettata” il 4 gennaio 1923). Questo avveniva durante le manovre di Zinoviev e Bukharin finalizzate a mettere il lavoro di G. V. Stalin sotto la direzione di un partito che era sotto il loro controllo, assieme a Trotsky.
Essi hanno cercato di utilizzare l’autorità di V. I. Lenin.
Queste cosiddette “lettere dettate” sono diventate il mezzo per spogliare Stalin della sua autorità, poiché essi stessi non avevano sufficiente autorità personale per sostituire G. V. Stalin. I nemici interni avevano riunito le loro forze per sfidare Stalin, basandosi solamente sulle presunte “lettere dettate” di V. I. Lenin.

Il meccanismo della falsificazione
La storia di questi documenti e della loro pubblicazione, non fornisce alcun esempio concreto circa la paternità di V. I. Lenin di questi documenti. Anche lo stile con il quale essi sono composti, ed altre particolarità, costituiscono argomentazioni contro questa paternità. Il contenuto e le “caratteristiche”, come per premeditazione, si sono “offuscati” col tempo. Offuscati, a tal punto, che gli argomenti sul loro contenuto, costituiscono ancora oggi oggetto di discussione.
Ad esempio, la prima risposta, da parte di Tomsky, fu questa: “Nessuno qui, tra le grandi masse, ne capirà il significato”.
Nel testo noi non possiamo trovare alcuna evidenza che dimostra che esso sia stato composto e dettato da V. I. Lenin. Eppure c’è qualche luce nelle torbide acque di questo testo. Tra tutte le falsità e gli incomprensibili pensieri che l’autore di questo testo ha cercato di comunicare, non si può dubitare su quanto egli ha voluto dire: sbarazzatevi di G.V. Stalin come Segretario Generale del Comitato Centrale. La medesima cosa si può dire per le lettere del 5-6 marzo. Non c’è alcuna firma di V. I. Lenin, né c’è alcuna registrazione di questa lettera negli schedari della Segreteria. Ciò può essere spiegato. Dobbiamo capire per quale motivo queste “lettere” non sono state utilizzate da Trotsky, Mdivani ed altri, al XII Congresso del partito, nella lotta contro G. V. Stalin sulla questione della costruzione dello stato nazionale.
La lotta era feroce ed i nemici hanno cercato di utilizzare per intero l’autorità di V. I. Lenin e i documenti. Ma questi documenti sono stati “dati al mondo” in modo completo molto più tardi. Trotsky cominciò ad utilizzare questi documenti solamente nell’autunno del 1923. Queste lettere sono state rese pubbliche solamente dopo il fallito tentativo di sbarazzarsi di Stalin come Segretario Generale. Trotsky cercò di promuovere l’idea che vi era un blocco di comprensione e cooperazione tra lui e V. I. Lenin contro G. V. Stalin. L’abuso, sia politico che psicologico, andava avanti a piena velocità. Ma Stalin resistette a questo attacco.

Nemici dell’URSS contro Lenin e Stalin
La questione della presunta lettera di Lenin a Stalin in cui egli si dice pronto a interrompere i rapporti personali con lui richiede uno studio maggiore. Dobbiamo precisare qui che tutta la storia delle lettere dettate e della loro presunta consegna a G. V. Stalin è molto oscura e contraddittoria. Lasciamo che il lettore faccia le sue considerazioni.
Per questo noi ci riferiremo al testo seguente: M. I. Ulyanova e M. V. Volodicheva (in V. I. Lenin, Opere Complete, vol. 45, p. 486; Izvestia CC PCUS, 1989, N. 12, p.198-9). Volodicheva ha dichiarato che essa stessa ha scritto la lettera dettata. Ma, in qualche modo, questo documento è in due copie differenti, presenta due versioni diverse; una è stata scritta e firmata da V. I. Lenin, l’altra come se fosse della Volodicheva, dall’inizio alla fine porta dei cambiamenti che la rendono irriconoscibile. Com’è possibile che anche questa seconda versione sia firmata? Perché vi sono due risposte da parte di Stalin? Perché G. V. Stalin scriverebbe due versioni di una lettera a V. I. Lenin sulla questione della presunta critica di Lenin contro Stalin? E perché neppure una di queste risposte di G. V. Stalin arrivò mai nelle mani di V. I. Lenin? Il periodo di tempo tra la risposta di Stalin (il 7 marzo) e l’inabilità fisica alle normali funzioni di V. I. Lenin (il 10 marzo), avrebbe permesso tempo sufficiente per consegnare una risposta da un ufficio ad un altro. L’articolo sulla questione della nazionalità è incredibile, su parecchi punti. Non solo la situazione politica a quel tempo era completamente inattesa da V. I. Lenin; non è possibile attribuire la russofobia a V. I. Lenin; ma è impossibile riconoscere Lenin anche dalla stessa formulazione di questo articolo. Un esempio: “Ho già scritto nei miei lavori circa la questione nazionale”. Ed ancora: l’autore suggerisce di attendere, fino a quando non ci saremo impadroniti dell’apparato di governo. Lenin non ha proposto tali problemi nel dicembre 1922.
Se dobbiamo seguire questo “ragionamento” non solo l’URSS non sarebbe esistita, ma anche la Repubblica Sovietica Caucasica non avrebbe dovuto essere formata. Ma V. I. Lenin ha combattuto per ottenere la formazione di questa Repubblica, contro Mdivani ed i suoi sostenitori. Oltre a ciò, quindi ne consegue che persino la Repubblica Federativa Sovietica Russa non avrebbe dovuto essere stata formata, poiché l’apparato non era ancora “il nostro”!
L’autore mischia la realizzazione del diritto delle repubbliche-nazioni di separarsi dall’URSS, come garantito dalla Costituzione, insieme con la questione della qualità dell’apparato governativo dello Stato!
Ma, “l’apparato di governo” non fu, o non è, l’entità legale per conferire questo diritto. Questa è costituita dai Deputati dei Popoli che siedono nel Soviet Supremo dell’URSS – l’apparato di governo è proprio il servitore e il mittente delle decisioni. Lenin sapeva perfettamente, da chi, e dove e come questo problema veniva deciso. Esso sarebbe deciso solo nel sistema della dittatura del proletariato, che egli ha formato e rafforzato. L’argomentazione offerta nelle “lettere” non è tratta dall’arsenale di V. I. Lenin. Questa sorta di argomenti noi la troviamo solamente nelle dispute interne dei nazional-separatisti. In conclusione, sollevare il problema dell'”autonomia”, dopo che la questione dell’URSS era stata decisa, non era la proposta di V. I. Lenin, né ciò era consono ai suoi principi. Ciò avrebbe significato ritornare ad una questione, che già era stata respinta da tempo. Alla fine del 1922, nessuno ha nemmeno parlato di tale questione della formazione dell’URSS sulla base dell’autonomia. Questo perché tutti si espressero contro la questione dell’autonomia, che avrebbe significato in effetti la liquidazione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica della Russia. Dov’è qui l’approccio di Lenin in tale materia? L’autore di questo “articolo di Lenin”, deve essere ricercato, fra i nemici dell’unità delle repubbliche Sovietiche e della federazione.
Lenin non fa parte di questi elementi, di questi nemici dell’unità delle Repubbliche Sovietiche. In questo campo c’erano tre blocchi distinti influenzati da Mdivani, Svanidze e Rakovski. L’identità dell’autore di questo articolo deve essere cercata in questi ambienti, ma vi sono dei fatti che suggeriscono che il suo autore non era altri che Trotsky. V. I. Lenin non poteva essere stato questo autore. Sfortunatamente, non c’è ancora nessuna solida prova riguardo chi sia il suo autore, ma i fatti puntano tutti verso Trotsky

Lenin per Stalin, Trotsky contro
L’analisi dei pensieri politici di questo falso “testamento” dimostra che esso non rappresenta realisticamente la lotta politica che covava allora all’interno del Comitato Centrale del partito, nel quale Lenin ha giocato il ruolo teorico principale. La realtà politica è che G. V. Stalin non ha nominato se stesso Segretario Generale.
Ma era V. I. Lenin che, cercando qualcuno che lo rimpiazzasse, all’XI Congresso del partito fece ogni sforzo per assicurarsi che G. V. Stalin divenisse il Segretario Generale. V. I. Lenin allora non inviò documenti, lettere o proposte, per dire che Stalin non era in grado di diventare il Segretario Generale. Lenin non ha mai usato tale linguaggio in nessuno dei suoi discorsi, dei suoi consigli o dei suoi commenti. Il “Testamento” di Lenin non rispecchia affatto ciò. Giudicate voi stessi. Lenin vide nella nostra rivoluzione una buona prospettiva, mentre Trotsky si limitò a continuare a ripetere la necessità di una rivoluzione permanente (gennaio e novembre 1922). Lenin promosse la fusione finale del partito e del governo, mentre Trotsky fu contrario a ciò, proponendo il suo rabberciamento. Lenin fu per la riorganizzazione dell’Ispezione Operaia e Contadina, mentre Trotsky fu per la sua liquidazione. Lenin fu per lo sviluppo del Gosplan come commissione di esperti, Trotsky perché esso diventasse un piano operativo, ecc. ecc. In questa situazione è possibile che Lenin abbia scritto un attacco personale contro Stalin, il suo più stretto alleato politico, ed abbia proposto che la carica più alta dovesse andare al suo rabbioso avversario Trotsky? Noi non possiamo affatto adottare questo punto di vista. Una comprensione realistica del “Testamento” di Lenin è differente. Essa dà nelle mani degli alleati di Lenin, delle munizioni per ulteriori lotte contro Trotsky nelle serie questioni della rivoluzione socialista.
Giungiamo ad una conclusione.
Noi abbiamo una base per dichiarare che Lenin non fu l’autore di questi articoli, lettere o altri documenti. Questo fatto necessita di correzioni storiche in modo che gli insegnamenti di Lenin vengano depurati da queste falsificazioni. Noi dobbiamo comprendere il Testamento di Lenin nel contesto della vita politica di quel tempo, delle lotte politiche condotte da V. I. Lenin nel 1921-1922 contro Trotsky. Questa lotta è stata intrapresa da Lenin con Stalin come suo alleato leale, il quale ha promosso e seguito la linea di lotta di Lenin, e dopo la morte di Lenin si è fatto carico del pesante fardello di continuare la lotta contro Trotsky. La parte inventata del “Testamento” può essere compresa soltanto in un contesto storico molto più ampio, nel contesto della lotta all’interno del CC del partito contro Trotsky e il suo gruppo. All’interno di questa lotta è stata combinata una lotta contro Stalin che fu consolidata e promossa da Zinoviev, che era anti-leninista. Oggettivamente, l’intero piano di entrambi questi raggruppamenti era di allontanare Stalin dalla direzione con l’aiuto dell’autorità di V. I. Lenin e cambiare così il corso politico del Partito Comunista Russo.
Dobbiamo essere veramente coscienti che la base della lotta per la direzione fu una lotta storica per la questione principale della rivoluzione socialista. Ragioni di spazio non ci consentono di andare oltre nel ragionamento. Possiamo soltanto dichiarare che negli “archivi di Trotsky”, dopo la “lettera” di Lenin sulle caratteristiche di Stalin, la copia include un emendamento redatto nella scrittura propria di Trotsky che dichiara: “Ho pubblicato la mia copia. L. Trotsky”.

La contraffazione continua
I miti che sono alimentati sulla base degli ultimi articoli e delle lettere di V. I. Lenin non sono cessati neppure più tardi, anni dopo la morte di V. I. Lenin. In questo contesto Krusciov e Gorbaciov hanno fatto loro proprie aggiunte ed interpretazioni. Parti delle lettere di Lenin sono state adoperate per soddisfare un bisogno dei nemici dei tempi attuali. Esse sono state impiegate principalmente con un carattere anti stalinista.
Ad esempio, nella lettera del 23 dicembre, c’è una frase: “Vorrei condividere questo con Voi…”. Nella pubblicazione da parte di questi nemici contemporanei, è scritto come “con voi” attribuendo così un significato totalmente nuovo a ciò che Lenin ha affermato. Lenin lo ha dichiarato al Congresso del Partito, rivolgendosi ad esso con il titolo “Voi”, che merita. Questo modo di rivolgersi era in contrasto con il “voi” che si rivolge a chiunque, in opposizione ad una entità eletta dal popolo. Questa lettera è anche registrata nella segreteria di Lenin come una lettera a G. V. Stalin per il Congresso. Ciò conferma ancora di più la sua essenza, avendola indirizzata con il “Voi”. Ma Nikita Krusciov ha deciso che per lui, sarebbe più vantaggioso lanciare la critica a Stalin. Nella frase: – la parola “corti” è stata cambiata nelle parole “codice di legge”.
Questo non solo falsifica le parole di V. I. Lenin, ma lascia la frase senza alcun significato. Quante corti possono esserci nel partito e che tipo di corti sono? Nel lessico politico di V. I. Lenin negli ultimi anni, le cose sono chiare. Con la parola “corti”, egli ha inteso i differenti oppositori, sempre pronti a criticare il partito ed a cercare di cambiare il suo corso. Tra questi “giudici di corte”, c’era in primo luogo Trotsky ed il suo gruppo.
E’ contro questi “giudici” che Lenin ha combattuto una lotta aspra, così come ha fatto anche G. V. Stalin, l’amico e l’aiutante principale di V. I. Lenin, al quale è stata scritta questa lettera. Sono questi i “giudici”, che sono stati chiamati a tal riguardo “critici” e “nostri Suhanoviti”, a cui Lenin si riferisce nella sua dettatura del 26 dicembre ed anche nell’articolo “Sulla nostra Rivoluzione” (Lenin, vol. 45, p. 347, 383, 385.). La frase: “50-100 membri del CC il nostro partito deve esigerli dalla classe operaia”, è stata cambiata con: “…il nostro partito ha il diritto”. Lenin ha dichiarato che il CC esige 50-100 nuovi membri per il Comitato Centrale allargato, mentre i falsificatori dicono “il partito chiede”. Una tale falsificazione era necessaria, affinché la lettera a G.V. Stalin fosse considerata come una lettera al Congresso del partito, anziché uno scambio di idee tra Lenin e Stalin.
Nell’articolo di V. I. Lenin “Come dobbiamo riorganizzare Rabkrin?”, che è stato falsificato dai nemici, l’articolo afferma: “che nessuna autorità, ne del Segretario Generale, ne di nessun altro membro del CC può immischiarsi nel lavoro della Commissione Centrale di Controllo, o ha il diritto di affidare alla Commissione di Controllo qualsiasi questione quanto al suo lavoro…” (Lenin, Opere complete, (in Russo), Volume 4, (sic) pag. 387).
La nomina del Segretario Generale è inserita per essere ritenuta ed usata contro G. V. Stalin. Secondo gli archivi (come scritto sulla Pravda, 25 gennaio 1923) parole come Segretario Generale non sono state trovate da nessuna parte. La frase che è stata impiegata era: “nessuna autorità potrà essere impiegata…”. Questa è una falsificazione aperta, che serve a provare e dimostrare che questo è “un documento” di critica di Lenin nei confronti di Stalin, falsificando così l’intera comprensione del testamento.

Provocazione ideologica
E’ ora noto quale significato fu attribuito all’articolo “Sulla Cooperazione” durante il periodo della perestroika.
Con questo articolo scritto da Lenin, i revisionisti hanno cercato di eliminare qualsiasi altro scritto di V. I. Lenin. Sotto questo slogan, essi hanno dichiarato che era necessario rivalutare tutti gli aspetti del socialismo. Anche non c’è assolutamente nessuna parola di questo genere in V. I. Lenin, essi hanno cercato tuttavia di utilizzarlo, nell’ideologia della “perestroika”. Questa è una faccenda di spudorata falsificazione.
Negli scritti di Lenin non c’è una parola od un’articolo “Sulla Cooperazione”, ma c’è una prima e una seconda “edizione” di questo articolo. Lenin, mentre lavorava su questo articolo non era ancora soddisfatto del suo scritto, qualcosa nella sua mente lo persuase che avrebbe potuto esporre il suo pensiero molto più chiaramente.
Ciò è confermato dalle proprie note scritte a margine del testo, che era ben conosciuto da quei nemici, informati del fatto che Lenin stava lavorando su questioni importanti. Lenin scrisse nelle sue note a margine: “Nessuna variazione mi piace, perché alcune di esse contengono forme che hanno bisogno di un’ulteriore elaborazione da un punto di vista ideologico, ed entrambe hanno bisogno in una certa misura di qualche correzione”. Questa nota a margine è stata datata 7 gennaio 1923.
Naturalmente questa annotazione non esprime l’intero testo. Noi dobbiamo cercare di rappresentare che cosa rendeva Lenin insoddisfatto nella sua elaborazione di questo importante documento.

Da Bukharin a Krusciov, fino a Gorbaciov
L’articolo “Sulla Cooperazione” è il pensiero supremo ed è finito nelle mani di Bukharin. Da Krusciov questo “documento” è passato a Gorbaciov, e qui davanti ai nostri occhi, c’è questa bomba ideologica, mascherata come se V. I. Lenin ne fosse l’autore finale. Questo articolo è stato espanso ed utilizzato come una deformazione dall’interno da parte di Krusciov, quando egli cominciò a smembrare lo stato socialista. Ciò è stato reso possibile in quanto questo menzognero sotterfugio ha avuto un importante effetto politico dietro le quinte. Al tempo di Bukharin è stato utilizzato a favore dei kulaki, per salvarli come classe. Al tempo di Krusciov è stato usato come veicolo per criticare la tesi di Stalin, ossia che nel periodo di accerchiamento capitalistico i successi del socialismo saranno sempre più considerevoli, mentre i resti delle classi sfruttatrici disperse “proveranno in tutti i modi a loro disposizione di rovesciare lo stato socialista, essi saboteranno sempre più lo Stato Sovietico, come ultimi mezzi per conservare la loro posizione di classe privilegiata”. La critica di questo testo ha aiutato Krusciov ad aprire una campagna contro Stalin. Durante la gestione di Gorbaciov esso è stato usato per incitare la gente a non credere più alla via ideologica della costruzione del socialismo in URSS, per giustificare il percorso non socialista e “l’accomodamento” con il capitalismo in URSS, per evidenziare la necessità di sbarazzarsi dell’eredità socialista del paese, per sostenere che in un modo o nell’altro avremmo perso e che era inutile tentare di ristabilire il socialismo, che non c’è niente da guadagnare da esso, che non era più necessario che la nostra storia…. Ad ogni modo, i lettori stessi sanno molto bene cosa c’era e come era, e quello che è seguito.

Fonte
Testamento Lenin, Piattaforma Comunista

12 cose che non sai sulla Siria socialista di Assad

1. La Siria ha un’apertura alla società e alla cultura occidentale come nessun altro paese arabo.

2. La Siria è l’unico paese arabo con una costituzione laica. La legge islamica è incostituzionale.

3. Prima del 2011, la Siria era l’unico paese della regione senza guerre o conflitti interni.

4. La Siria è l’unico paese che ha ammesso i rifugiati iracheni senza nessuna discriminazione politica, religiosa o sociale

5. La famiglia del presidente siriano Bashar corrente Al Assad appartiene agli alawiti, ramo dell’Islam sciita

6. Ci sono stati cinque papi di origine siriana. La tolleranza religiosa è unica nella zona .

7. Circa il 10% della popolazione siriana appartiene ad una delle molte denominazioni cristiane. In altri paesi arabi, la popolazione cristiana è inferiore all’1%.

8. In Siria, le donne non hanno l’obbligo di coprirsi il volto con un velo, il burqa o indossare chador

9. Le donne siriane hanno gli stessi diritti degli uomini in materia di salute e istruzione.

10. La Siria è l’unico paese del Mediterraneo che ancora possiede la compagnia petrolifera, il governo del paese non ha voluto privatizzarla.

11. La Siria ha riserve di petrolio per 2.500 milioni di barili, il cui sfruttamento è riservato alle imprese statali.

12. La Siria è l’unico paese arabo che non ha debiti con il Fondo monetario internazionale

12 datos curiosos que quizás no sabías sobre Siria

Il popolo delle scimmie

Il fascismo è stata l’ultima “rappresentazione” offerta dalla piccola borghesia urbana nel teatro della vita politica nazionale. La miserevole fine dell’avventura fiumana è l’ultima scena della rappresentazione. Essa può assumersi come l’episodio più importante del processo di intima dissoluzione di questa classe della popolazione italiana.

Il processo di sfacelo della piccola borghesia si inizia nell’ultimo decennio del secolo scorso. La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel “cretinismo parlamentare”.
Questo fenomeno che occupa una gran parte della storia contemporanea italiana, prende diversi nomi nelle sue varie fasi: si chiama originalmente “avvento della sinistra al potere”, diventa giolittismo, è lotta contro i tentativi kaiseristici di Umberto I, dilaga nel riformismo socialista. La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’Amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo.

Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitri del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno. La settimana rossa del giugno 1914 contro gli eccidi, è il primo grandioso intervento delle masse popolari nella scena politica, per opporsi direttamente agli arbitrii del potere, per esercitare realmente la sovranità popolare, che non trova più una qualsiasi espressione nella Camera rappresentativa: si può dire che nel giugno 1914 il parlamentarismo è, in Italia, entrato nella via della sua organica dissoluzione e col parlamentarismo la funzione politica della piccola borghesia.
La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di riacquistare una funzione produttiva (solo oggi una speranza di questo genere si riaffaccia, coi tentativi del Partito popolare per ridare importanza alla piccola proprietà agricola e coi tentativi dei funzionari della Confederazione generale del Lavoro per galvanizzare il morticino-controllo sindacale) cerca in ogni modo di conservare una posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza.

Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti ad una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei fatti che ha preso il nome di “radiose giornate di maggio”, con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della jungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della jungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo, ecc., ecc.
Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza. Nel periodo della guerra il Parlamento decade completamente: la piccola borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione e si illude di aver realmente ucciso la lotta di classe, di aver preso la direzione della classe operaia e contadina, di aver sostituito l’idea socialista, immanente nelle masse, con uno strano e bislacco miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista, di “vero rivoluzionarismo”, di “sindacalismo nazionale”. L’azione diretta delle masse nei giorni 2-3- dicembre, dopo le violenze verificatesi a Roma da parte degli ufficiali contro i deputati socialisti, pone un freno all’attività politica della piccola borghesia, che da quel momento cerca di organizzarsi e di sistemarsi intorno a padroni più ricchi e più sicuri che non sia il potere di Stato ufficiale, indebolito e esaurito dalla guerra.
L’avventura fiumana è il motivo sentimentale e il meccanismo pratico di questa organizzazione sistematica, ma appare subito evidente che la base solida dell’organizzazione è la diretta difesa della proprietà industriale e agricola dagli assalti della classe rivoluzionaria degli operai e dei contadini poveri. Questa attività della piccola borghesia, divenuta ufficialmente “il fascismo”, non è senza conseguenza per la compagine dello Stato. Dopo aver corrotto e rovinato l’istituto parlamentare, la piccola borghesia corrompe e rovina gli altri istituti, i fondamentali sostegni dello Stato: l’esercito, la polizia, la magistratura.

Corruzione e rovina condotte in pura perdita, senza alcun fine preciso (l’unico fine preciso avrebbe dovuto essere la creazione di un nuovo Stato: ma il “popolo delle scimmie” è caratterizzato appunto dall’incapacità organica a darsi una legge, a fondare uno Stato): il proprietario, per difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata, la quale per mascherare la sua reale natura, deve assumere atteggiamenti politici “rivoluzionari” e disgregare la più potente difesa della proprietà, lo Stato. La classe proprietaria ripete, nei riguardi del potere esecutivo, lo stesso errore che aveva commesso nei riguardi del Parlamento: crede di potersi meglio difendere dagli assalti della classe rivoluzionaria, abbandonando gli istituti del suo Stato ai capricci isterici del “popolo delle scimmie”, della piccola borghesia.

La piccola borghesia, anche in questa ultima incarnazione politica del “fascismo”, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo e della proprietà terriera, di agente della controrivoluzione. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri. La piccola borghesia, dopo aver rovinato il Parlamento, sta rovinando lo Stato borghese: essa sostituisce, in sempre più larga scala, la violenza privata all’ “autorità” della legge, esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza caoticamente, brutalmente, e fa sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione.

Antonio Gramsci L’Ordine Nuovo, 2 gennaio 1921

7 Novembre 1917: Il ruolo di Stalin e il ruolo di Trotsky

Stalin arriva a Pietroburgo dopo cinque giorni di viaggio il 12 marzo 1917, infatti, era stato confinato nelle sperdute regioni orientali dai tribunali dello zar perchè era ritenuto un pericolosissimo rivoluzionario bolscevico e la sua carriera politica confermava tali considerazioni. Subito si diresse nella sede di Palazzo Ksesinskaja, requisito dai bolscevichi a una ballerina nota per i favori concessi allo zar Nicola II, in compagnia di Kamenev richiesero di tornare alla testa del partito grazie alle alte credenziali di dirigenti leninisti. Ma il comitato bolscevico capitolino e la stessa “Pravda”, che oramai era pubblicato regolarmente e legalmente, sono sotto il controllo di Molotov e Sljapnikov. Sicuramente non rappresentavano delle figure eccelse, ma hanno acquisito tali cariche con il duro lavoro sul campo. Infatti, sono loro che organizzavano le riunioni, prendevano le prime decisioni, trovavano le sedi e i necessari finanziamenti; inoltre ricevevano precise direttive da Lenin ancora esiliato nella lontana Svizzera.

Quindi Stalin fu riammesso nel buro del partito ma con voto consultivo mentre Kamenev pote riprendere la collaborazione con la Pravda ma sotto la condizione che, i suoi articoli sottoposero a lettera preventiva da parte del comitato di redazione. Questi furono atti dovuti nei confronti di Stalin, per non urtare la suscettibilità di chi in loro assenza aveva portato avanti il partito, mentre a Kamenev non gli veniva perdonato il suo atteggiamento antileninista nel famoso processo inerente allo scoppio del primo conflitto mondiale.

Comunque dopo poco, grazie alla loro personalità questi rientrarono in possesso dei loro vecchi ruoli; in particolare Stalin estromise in virtù del grado che ricopriva, il comitato di redazione facente capo a Molotov, che non reagì (Stalin se ne ricorderà in futuro di questo favore). Quindi la Pravda cambiò ovviamente la propria linea politica con Kamenev più politico e con delle aperture al governo provvisorio, mentre Stalin rimaneva più cauto, premendo per la pace e non dimenticandosi mai da buon bolscevico, di proporre di distribuire le armi agli operai, in quanto unica classe in grado di opporsi ad eventuali golpe reazionari.

A questo punto una precisazione è d’obbligo, infatti, sia Stalin che Amene, sia pur con le debite sfumature, si stavano comportando da marxisti coerenti. La Rivoluzione di Febbraio era, secondo le classiche analisi ricavate dai testi marxisti, una rivoluzione democratico-borghese facendola arrivare al suo compimento. Di socialismo e di dittatura del proletariato si sarebbe parlato in seguito. Lenin al contrario non ne era convinto e fremeva per ritornare in patria, sicuro che il conflitto mondiale fosse l’anticamera di una rivoluzione mondiale, Consapevole che la borghesia liberale in Russia non esistesse pretese che il vuoto di potere venisse colmato dai bolscevichi. Nessuno, nel frattempo, dei governi dell’Intesa aiuta Lenin a ritornare in patria, poichè consapevoli che il suo ritorno in patria sarebbe stato controproducente per loro. Per ironia della sorte fu la Germania, che dall’inizio del conflitto stava uccidendo migliaia di russi, ad aiutare Lenin nella speranza che il rivoluzionario facesse uscire dal conflitto il gigante russo.

Il famoso treno arrivò a Pietrogrado il 3 aprile accolto immediatamente da Cheidze che in qualità di presidente del Soviet gli da il benvenuto, ma Lenin subito si rivolge alla folla presente infiammandola con un breve esplosivo comizio. Subito viene portato al palazzo Ksensinskaja, dove tenendo un discorso di due ore proclamò che non servivano ne una repubblica parlamentare, ne una democrazia borghese e che il potere sarebbe dovuto passare direttamente ai Soviet degli operai e dei soldati. I fatti poi, sembrarono dar ragione a Lenin, poichè gli operai strapparono da soli le otto ore lavorative al governo provvisorio; i soldati posero sotto tutela gli ufficiali e giunsero anche le prime notizie di espropri contadini ai danni dei latifondisti. Questa improvvisa e anomale accelerazione del processo storico, fece si che i numerosi praktiti convenissero sulle posizioni di Lenin; la lotta; l’azione rivoluzionaria; l’esclusivismo bolscevico pervasero tutti.

Dopo l’arrivo di Lenin si ebbe un impennata degli aderenti al partito tanto da toccare le 80 mila unità. Alla fine di aprile alla 1aconferenza panrussa dei bolscevichi solo Kamenev e Rykov, esponenti della destra, rimasero dubbiosi, mentre la totalità del partito accolse le tesi di Lenin. Durante la conferenza il “meraviglioso georgiano” ovvero Stalin (chiamato così da Lenin) espose le proprie questioni inerenti al tema delle nazionalità. Alle votazioni finali Stalin otterrà 97 voti, Zinoviev 101 e Lenin 104, questa votazione fu molto importante poichè la struttura del partito riconobbe a Stalin qualità politiche e organizzative.

A maggio il governo provvisorio cadde troppo legato ad ambienti conservatori della capitale ed i socialdemocratici entrarono nel governo, con Kerenski titolare del Ministero della Guerra; sempre a maggio rientrarono in Russia sia Martov, ideologo menscevico che Trotsky. Il primo Soviet panrusso portò delle cattive notizie, infatti i bolscevichi erano in minoranza rispetto ai menscevichi e ai socialrivoluzionari espressione delle masse contadine. Fatto positivo fu che il voto degli operai e dei settori più combattivi e politicizzati delle forze armate andarono appannaggio dei bolscevichi. Era un base solida su cui contare e lavorare.

I bolscevichi sotto la guida di Lenin lottarono contro il tempo per poter conquistare il potere, quando inaspettatamente Kerenski ordinò al generale Brussilov un attacco generalizzato per il 16 giugno, convinto che l’inattività avrebbe contribuito alla disgregazione dell’esercito. I tedeschi colsero subito l’occasione e contrattaccarono mettendo in fuga i reparti russi. I comandi militari pensarono quindi trarre, dall’enorme guarnigione posta a difesa della capitale i dovuti rinforzi per contrastare l’avanzata tedesca.

Ma oramai quei soldati passavano più tempo ai comizi che nei campi di addestramento e non essendo d’accordo con tale disposizione si riversarono in strada chiedendo aiuto agli operai. In fin dei conti, la rivoluzione riposa sulle loro baionette. Tra il 3 e il 4 luglio una massa disordinata di marinai affluì da Kronstadt nelle strade della capitale, protestando e urlando di non essere intenzionati di partire per il fornte. Ad essi si unirono moltissimi operai, sorpresi da questo spontaneo quanto disorganizzato movimento, i bolscevichi cercarono di indirizzare politicamente questa protesta, ma fallirono il loro obiettivo. Priva di capi, senza neanche un piano preciso la folla si disperse alla voce di un imminente arrivo di truppe filo governative. Sui bolscevichi si riversò la repressione del governo provvisorio e degli ambienti di destra. Si giunse addirittura ad accusare Lenin di agire per conto dei tedeschi, la Pravda e il palazzo Ksensinskaja furono assaltati e saccheggiati; Kamenev e Trotsky furono arrestati, Lenin e un terrorizzato Zinoniev furono salvati grazie all’abilità di Sverdlov e Stalin, che in quanto maestri dell’attività clandestina truccarono i due da ferrovieri facendoli scappare dalla capitale. Il movimento bolscevico era sul punto di scomparire, ma come avvenne in precedenza in periodi critici, toccò ai praktiti salvarlo.

Stalin subitò dimostrò il suo sangue freddo riuscendo con abili trattative a contrattare la resa dei soldati e dei marinai evitando loro punizioni e trasferimenti.

Quindi essendo la Pravda troppo compromessa come giornale, Stalin diede vita ad un nuovo organo di partito il “Il Rabotskij Put” dal quale l’esperto georgiano tiene unito ciò che rimane del partito. Da buon giornalista rincasava sempre alle prime luci dell’alba perchè impegnato in redazione. Fu questa un abitudine che non abbandonò più.

Il meglio di se lo raggiunse portando in porto, assieme a Sverdlov, il VI congresso in condizioni di semi clandestinità a cui parteciparono 276 delegati. Il governo in quei giorni aveva mostrato la sua natura “carceraria” e il Soviet in mano ai nemici dei bolscevichi quindi del popolo, non poteva essere considerato come punto di riferimento delle masse. Stalin seppe infondere ai delegati presenti la fiducia e la calma necessaria a far superare la crisi. Grazie alla sua profonda volontà unitaria riuscì a farsi eleggere tra i 27 membri del nuovo Comitato Centrale.

Nel frattempo Kerenski era divenuto presidente del governo provvisorio nominando il generale reazionario Kornilov alla guida dell’esercito. Dopo la presa di Riga-il 24 agosto- Kornilov chiese a Kerenski di poter avere direttamente sotto il suo comando la guarnigione della capitale. Subito il Soviet in data 24 agosto, lanciò un monito a Kerenski. Dopo qualche giorno di silenzio, il 27 agosto, intuendo che Kornilov stesse per attuare un colpo di mano reazionario lo sollevò dal suo incarico.

Le reazioni che seguirono furono enormi, Kerenski ne usciva malconcio nonostante avesse fermato il tentativo di golpe, tutti pensarono che vi fosse un accordo tra i militari che non andò a buon fine. La paura si diffuse e i bolscevichi ne approfittarono immediatamente. Infatti il pericolo reazionario provocò un impressionante processo di bolscevizzazione delle forze armate. La flotta del Baltico l’8 settembre, tre giorni dopo quello del Mar Nero riconobbero nel Soviet l’unico potere legittimo. Il 9 settembre, il Soviet di Pietrogrado faro della rivoluzione cambiò maggioranza, i bolscevichi con 519 voti contro 414 dello schieramento moderato, ne presero il possesso; Kornilov nel frattempo veniva arrestato e veniva conquistato anche il Soviet di Mosca con il 52% dei consensi.

Lenin torna nella capitale e in una riunione segretissima pianifica con 12 membri del partito, le direttive per organizzare l’insurrezione e per sabotare il parlamento. Stalin, Sverdlov e Trotsky lo appoggiano; Kamenev e Rykov come il solito sono contrari. Lo stesso Lenin , poi entra in polemica con Trotsky poichè quest’ ultimo voleva in un certo senso legalizzare la linea proposta da Lenin. Questi grazie all’appoggio di Stalin, Sverdlov e Dzerzinski riesce a imporre le proprie opinioni.

I fatti poi sembravano dar loro ragione: penuria cronica di pane e carbone; prezzi alle stelle; traffico ferroviario bloccato; la capitale che spesso rimaneva al buio e senza energia elettrica ed in più le truppe tedesche erano più che vicini. Zinoviev e Kamenev si dichiararono contrari alle questione insurrezionale, ma venendo messa ai voti questi furono sonoramente sconfitti. Quindi si mise in moto la macchina organizzativa ma il 16 ottobre i due deviazionisti non accettarono la sconfitta e in occasione di una riunione del Comitato Centrale, chiesero nuovamente di rimettere laquestione ai voti. Ancora una volta la loro mozione venne nuovamente battuta, ma questa volta con una maggioranza risicata.

Non contenti, il giorno seguente, fecero uscire un editoriale su un giornale menscevico, nel quale svelarono pubblicamente l’intenzione dei bolscevichi di attuare un putsch, ritenendolo sbagliato a priori. Lenin andò su tutte le furie dal suo nascondiglio segreto, il 18 ottobre Trotsky riuscì a negare davanti al Soviet, pur con mille contorsioni, che i bolscevichi avessero intenzione di rovesciare violentemente il governo.

Il 19 ottobre Lenin riunisce ancora il Comitato Centrale, in cui dette pubblicamente dei crumiri a Kamenev e a Zinoviev, chiedendone l’espulsione. Kamenev giocò d’anticipo rassegnando le proprie dimissioni. Stali pur appoggiando le posizioni sostenute da Lenin, espresse la propria contrarietà verso tale provvedimento ritenendolo così deleterio per il partito in quel determinato periodo, dato che questi aveva bisogno di unità e non di frazionamento. Nel frattempo Kerenski si era barricato all’interno del Palazzo d’Inverno era inviso sia alla destra che alla sinistra, continuando a rassicurare gli ambasciatori dell’Intesa che la situazione era sotto controllo. Ormai la situazione stava per volgere al suo epilogo, dal quartiere generale dello Smolny, un ex convitto per le filgie dell’aristocrazia, partitono le direttive per l’azione.

Trotsky si occupò del settore militare, Sverdlov di quello organizzativo e di far assicurare l’appoggio delle masse operaie; Stalin invece era responsabile della grande macchina collettiva del partito la Pravda. Compito particolarmente difficile in quanto doveva dispensare messaggi rivoluzionari senza svelare niente al governo provvisorio. Impegno che superò brillantemente come la storia ha dimostrato.

Il 23 ottobre Kerenski ordinò che la stampa bolscevica fosse vietata, che il comitato militare dei Soviet fosse deferito alla giustizia e soprattutto ordinò a reparti dellesercito a lui fedeli di trasfersi al più presto nella capitale.

All’alba del 24 ottobre, la sede del “Rabotskij Put” venne chiusa da alcuni ufficiali e vennero inoltre tagliate le linee telefoniche dello Smolny. Queste mosse tardive non sortirono alcun risultato, anzi fornirono il pretesto atteso da Trotsky per dare il via all’insurrezione. Allo Smolny fu un susseguirsi di riunioni, mentre affluivano sempre più delegati del II°Congresso panrusso, fissato per il giorno seguente. Il Comitato Centrale bolscevico stette riunito in permanenza, Lenin continuò a rimanere in clandestinità, Zinoniev si fece vedere poichè contrario all’insurrezione; Kamenev anche se contrario rimase fedele alla disciplina di partito e fece la sua comparsa.

Stalin, in quel fatidico giorno, non fu presente allo Smolny poichè era sempre al giornale, in parte devastato dagli junker e per ottemperare al compito di diffondere delle possibili e importanti notizie. Il Comitato Rivoluzionario di cui Stalin è membro, non si riunì in quanto doppione di quello militare facente capo a Trotsky. L’assenza di Stalin in quelle importantissime fece si che non venne menzionato dai cronisti dell’epoca.

Kerenski giocò le sue ultime carte, si presentò nella sede del governo per ottenere dai menscevichi e dai socialrivoluzionari il permesso ad agire contro i bolscevichi. Terminato il suo discorso abbandonò il palazzo del governo per recarsi nella sede dello stato maggiore dove attese notizie circa l’arrivo di truppe a lui fedeli.

Ma i menscevichi e i socialrivoluzionari non avrebbero concesso l’autorizzazione a procedere, se prima Kerenski non avesse dato loro delle precise contropartite: la consegna della terra dei latifondisti ai comitati agrari e un piano per ottenere l’avvio delle trattative di pace.

Il 25 ottobre la capitale era in mano ai bolscevichi, che combattevano solamente attorno al Palazzo d’Inverno; l’incrociatore Aurora sparerà dei colpi di cannoni su ciò che rimaneva del governo.

Intanto si aprì il Congresso dei Soviet, i bolscevichi vennero subito accusati da Martov di stare attuando un colpo di stato, Trotsky subito lo interruppe esclamando che quello non era un golpe ma una sollevazione popolare. Alle 2.10 i membri del governo provvisorio asserragliati dentro il Palazzo d’Inverno vennero arrestati. Il 26 ottobre venne sancito il trionfo della sollevazione proletaria al Congresso dei Soviet, anche perchè i menscevichi e i socialrivoluzionari (tranne quelli di sinistra) abbandonarono l’aula. Lenin a questo punto fece la sua comparsa facendo esplodere la sala.
Kamenev venne dichiarato presidente del Comitato Esecutivo del Soviet (VCIK); ovvero capo dello stato; La presidenza del governo venne affidata a Lenin.

I ministri vennero chiamati Commissari del Popolo, saranno Trotsky agli Esteri, Rykov agli Interni, Miljutin all’Agricoltura, Lunaciarski all’Istruzione e Stalin alle Nazionalità
Sulla «Pravda», che l’insurrezione vittoriosa ha fatto ritornare alla luce, è scritto nel primo editoriale del nuovo corso: «Vogliono che assumiamo il potere da soli per costringerci ad affrontare da soli le terribili difficoltà che stanno di fronte al paese… Ebbene, assumiamo il potere da soli, basandoci sulla volontà del paese e contando sull’aiuto del proletariato europeo. Ma, assunto il potere, avremo la mano di ferro con i nemici della rivoluzione e con coloro che la sabotano. Hanno sognato la dittatura dei Kornilov, daremo loro la dittatura del proletariato».
Tutto questo per dimostrare ai falsi comunisti e agli schiavi del capitale il ruolo attivo e fondamentale che ricoprì il compagno Stalin nella Rivoluzione d’Ottobre, dato che i suoi detrattori sono sempre pronti nello scrivere menzogne puramente inventate sul suo conto e non a scrivere dei suoi evidenti meriti.

Fonte

Stalin, un uomo semplice alla guida del proletariato

Così Stalin parla al suo popolo. Come si vede, i suoi discorsi sono poco sgargianti e un pò ingenui; ma a Mosca bisogna parlare chiaro e forte per essere intesi fino a Vladivostok. Stalin parla quindi chiaro e forte e tutti lo capiscono, tutti se ne compiacciono ed i suoi discorsi rappresentano l’intesa fra il popolo che li sente e l’uomo che li pronuncia. Del resto Stalin è molto riservato, al contrario di molti altri governanti. Non si è attribuito nessun titolo altisonante e si chiama semplicemente “segretario del Comitato centrale”.

Si mostra in pubblico soltanto quando è strettamente necessario; non intervenne, ad esempio, alle grandi dimostrazioni che ebbero luogo a Mosca sulla Piazza Rossa, per festeggiare la nuova Costituzione che porta il suo nome. Quasi nulla trapela in pubblico della sua vita privata. Si raccontano centinaia di aneddoti su di lui, come gli sta a cuore la vita di ogni singolo, come ha inviato un velivolo carico di medicinali nell’Asia centrale per salvare un bambino che altrimenti sarebbe morto, oppure come ad uno scrittore troppo modesto ha assegnato, quasi con la forza, un’abitazione decente e spaziosa. Ma simili aneddoti vanno solo di bocca in bocca e soltanto in casi eccezionali ad un giornale è permesso pubblicarli. Della vita privata di Stalin, della sua famiglia e delle sue abitudini non si sa quasi nulla di sicuro.

Egli ha proibito il festeggiamento del suo compleanno. Se gli viene reso omaggio, deve essere attribuito esclusivamente alla sua politica e non alla sua persona. Quando il Congresso votò la promulgazione della Costituzione da lui proposta e definitivamente redatta e gli fece un entusiastica ovazione, egli pure applaudì dimostrando cosi che non attribuiva l’omaggio alla sua persona, ma unicamente quale riconoscimento della sua politica.

E’ noto che a Stalin non piace la deificazione di cui è oggetto ed ogni tanto la mette in ridicolo. Si racconta che ad una colazione intima, data il capo d’anno ad una piccola cerchia d’amici, egli alzò il suo bicchiere e disse: “Bevo alla salute dell’incomparabile capo dei popoli, del grande e geniale compagno Stalin. Ecco, miei cari, questo è l’ultimo brindisi che in quest’anno mi viene fatto.”

Di tutti gli uomini potenti che ho conosciuti, Stalin è il più semplice. Parlai con lui francamente del culto smisurato e privo di gusto dedicato alla sua persona ed egli rispose altrettanto francamente. Mi disse che gli dispiaceva dover perdere tanto tempo per i suoi doveri rappresentativi. Ciò può essere facilmente creduto; perché Stalin, come mi è stato dimostrato con molti esempi documentati, è incredibilmente attivo ed egli si occupa di ogni particolare, di modo che non gli resta effettivamente tempo per le cortesie e gli omaggi superflui. Su cento telegrammi di omaggio che gli pervengono, fa rispondere in media ad uno. Personalmente è molto positivo, fin quasi alla scortesia e gli piace che il suo interlocutore sia altrettanto positivo. Egli scrolla le spalle sulla mancanza di gusto dell’esagerata adorazione della sua persona. Scusa i suoi contadini ed operai che avrebbero avuto troppo da fare per poter occuparsi anche del gusto e scherza sulle centomila immagini enormemente ingrandite di un uomo con baffi che nelle dimostrazioni passano sotto i suoi occhi.

Gli faccio notare che uomini di indubbio cattivo gusto pongono statue e busti di Stalin anche dove proprio non ci vorrebbero, ad esempio alla esposizione di Rembrandt. Allora diventa serio. Egli sospetta che dietro simili esagerazioni stia lo zelo dì uomini che si siano convertiti tardi al regime ed ora tentino di dimostrare la loro fedeltà con aumentata intensità. Anzi, egli ritiene possibile che dietro ad essa sia nascosta l’intenzione di sabotatori e che in tal modo cerchino di screditarlo. “Un pazzo servile” dice irritato, “produce più danno di cento nemici.” Se tollera tutto quel fracasso, dichiara egli, lo fa perché sa quanta ingenua gioia il baccano festivo procura a coloro che lo hanno preparato e che non è dedicato alla sua persona, ma al rappresentante del principio che la ricostruzione dell’economia socialista nell’Unione Sovietica è più importante della rivoluzione permanente.

I comitati del partito di Mosca e di Leningrado hanno nel frattempo preso decisioni con le quali viene giudicata severamente “la falsa pratica di omaggi superflui e privi di buon senso ai dirigenti del partito” e dai giornali sono scomparsi gli esagerati telegrammi d’omaggio. Tutto considerato, non si può trascurare con una scrollata di spalle la nuova Costituzione democratica che Stalin ha dato all’Unione Sovietica. Se i mezzi impiegati da lui e dai suoi collaboratori possono esser sembrati spesso equivoci l’astuzia era per la loro lotta altrettanto indispensabile quanto il coraggio, Stalin è sincero quando, come sua meta finale, indica la realizzazione della democrazia socialista.

Mosca 1937

Patto Molotov-Ribbentrop, un capolavoro politico sconosciuto a molti

“Gran parte della propaganda anticomunista ha denunciato aspramente il trattato tedesco-sovietico del 1939, ignorando però totalmente il fatto che i russi furono costretti a siglare quel patto dai continui rifiuti da parte delle potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, di unirsi a Mosca per affrontare la minaccia nazista, e del resto quelle stesse potenze si erano già rifiutate di accorrere in aiuto del governo spagnolo di ispirazione socialista assediato dai fascisti tedeschi, italiani e spagnoli”.
(William Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti”, 2003)

Il 23 agosto 1939 veniva siglato il patto di non aggressione tra Germania e URSS dai ministri Molotov e Von Ribbentrop.

Gran Bretagna e Francia avevano fino a quel momento cercato in tutti i modi di utilizzare Hitler in chiave anti-sovietica, così che fosse la Germania a risolvere lo spinoso problema del bolscevismo dilagante. Non è un caso che avessero respinto i continui appelli di alleanza militare che fino a pochi giorni prima della firma del patto Stalin aveva continuato a mandare alle potenze “democratiche” in chiave anti-nazista.

Alla fine degli anni Trenta, soprattutto dopo gli accordi di Monaco,l’URSS si trovava isolata nell’arena internazionale. Questa situazione è sempre pericolosa per un paese, lo era soprattutto in un contesto dove le Potenze dell’Asse avevano cominciato ad applicare una politica di scatenamento di conflitti armati sempre nuovi. Ecco perché il Patto Molotov-Ribbentrop fu una manovra sagace da parte di Stalin che permise all’Unione Sovietica di raggiungere molti obiettivi utili e che praticamente predeterminò la creazione della coalizione antihitleriana dopo l’offnsiva tedesca lanciata il 22 giugno 1941 contro l’URSS.

Non è un caso che Francia e Gran Bretagna non fossero intervenute a fianco dei repubblicani nella guerra di Spagna, per non irritare i tedeschi.

Non è un caso che Francia e Gran Bretagna non avessero invitato l’URSS alla sciagurata conferenza di Monaco (1938) in cui regalarono i Sudeti a Hitler, spalancandogli le porte per l’Est.

Il Patto era opportuno, indispensabile, legittimo nelle condizioni dell’epoca e realista dal punto di vista della strategia politica. Bisognerebbe rivedere le conclusioni affrettate del II Congresso dei Deputati del Popolo dell’URSS, secondo le quali il Patto era immorale e contrario al diritto internazionale e fare adottare delle dichiarazioni appropriate dalle due camere del parlamento russo attuale sulla base di valutazioni più lucide.

Stalin sapeva che gli serviva ancora tempo per riorganizzare l’Armata Rossa e che bisognava intensificare la produzione di materiale bellico per prepararsi alla guerra imminente. Una guerra che però non voleva affrontare da solo contro il temibile nemico tedesco. Il patto ebbe l’effetto di rovesciare la minaccia tedesca ad Ovest, obbligando Francia a Gran Bretagna ad entrare in guerra controvoglia contro una potenza che si resero contro troppo tardi di essere incapaci di manovrare.

Stalin, considerato l’isolamento in cui era relegata l’Urss, poteva giocare solo la carta del patto tattico con la Germania. L’enorme levatura di capo di Stato rivoluzionario di Stalin sta poi nell’avere usato tale patto per rovesciare la situazione sfavorevole in cui si trovava l’Urss, riuscire a dare il colpo definitivo al nazi-fascismo e per conseguenza liberare l’Europa ed il mondo dalla bestia nazista.

COSA ACCADDE DOPO LA FIRMA?

Il primo settembre, Hitler attaccò la Polonia. L’Inghilterra e la Francia erano cadute nella loro stessa trappola. Questi due paesi avevano agevolato tutte le avventure di Hitler nella speranza di usarlo contro l’Unione Sovietica. Fin dal 1933 non avevano mai smesso di vantare i meriti di Hitler nella lotta contro il comunismo. Ora erano obbligati a dichiarare guerra alla Germania nazista… senza avere la minima intenzione di farlo davvero. La loro rabbia scoppiò in una virulenta campagna anticomunista sul tema: “Il bolscevismo è l’alleato naturale del nazismo”. Mezzo secolo più tardi questa propaganda idiota si trova ancora nei libri di scuola come una verità incontestabile. Eppure la storia ha dimostrato che il patto tedesco-sovietico costituì la chiave della vittoria nella guerra antifascista. Sembra un paradosso, ma il patto fu una svolta che permise la preparazione delle condizioni della sconfitta tedesca.

Di fatto, l’Unione Sovietica concluse questo patto con la chiara consapevolezza che, presto o tardi, la guerra con la Germania nazista sarebbe stata inevitabile. Una volta che la Germania ebbe deciso di concludere un accordo con l’URSS, Stalin strappò a Hitler il massimo delle concessioni al fine di prepararsi le posizioni migliori per la guerra imminente. La Pravda del 23 settembre 1939 scriveva:
«La sola cosa ancora possibile era preservare dall’invasione tedesca l’Ucraina occidentale, la Bielorussia occidentale (due province che erano state strappate all’Unione Sovietica nel 1920) e i paesi del Baltico. Il governo sovietico ha fatto prendere alla Germania l’impegno di non passare la linea formata dai fiumi San, Narew, Bug e Vistola.»

In Occidente coloro che hanno sempre simpatizzato per la politica anticomunista di Hitler ora esclamano: “Il fascismo e il bolscevismo, questi due totalitarismi, si sono spartiti la Polonia”. Ma l’avanzata delle truppe sovietiche corrispondeva agli interessi delle masse popolari dei territori coinvolti, poiché permetteva loro di sbarazzarsi dei fascisti, dei grandi proprietari terrieri e dei capitalisti. Questa avanzata corrispondeva anche agli interessi dell’insieme del movimento antihitleriano mondiale. I borghesi più realisti percepivano chiaramente che, avendo fatto avanzare le sue truppe, l’Unione Sovietica si era procurata una migliore posizione di partenza per la guerra. Così il 1° ottobre 1939 Churchill dichiarava: «Il fatto che le armate russe siano schierate su questa linea è dovuto chiaramente al bisogno di sicurezza della Russia di fronte alla minaccia nazista. In ogni caso, la linea esiste ed è stato creato un fronte a Est che la Germania non osa attaccare.»
Delusa la loro speranza di vedere l’esercito nazista lanciato contro l’Unione Sovietica attraverso la Polonia, la Francia e l’Inghilterra si sentirono in dovere di dichiarare guerra alla Germania…

Ma sul fronte dell’Ovest nessuna bomba turbava la tranquillità dei nazisti. In compenso, fu scatenata una vera e propria guerra politica interna contro i comunisti e, il 26 settembre, il PCF fu messo fuori legge e i suoi membri migliori furono imprigionati. Henri de Kerillis scriveva: «Una tempesta indescrivibile sollevò le coscienze borghesi. Soffiava con furia lo spirito di crociata. Non ci fu che un grido: guerra alla Russia. In questo momento il delirio anticomunista raggiunse il parossismo.» Nello stesso tempo Stalin, con una grande perspicacia, disse a Zukov: «Il governo francese, con Daladier a capo, e il governo inglese di Chamberlain non vogliono impegnarsi seriamente nella guerra contro Hitler. Sperano ancora di spingere Hitler a una guerra contro l’Unione Sovietica. Se nel 1939 hanno rifiutato di formare con noi un blocco contro Hitler, è stato perché non volevano legare le mani a Hitler e non volevano indurlo a rinunciare alla sua aggressione contro l’Unione Sovietica. Ma non otterranno nulla. Dovranno essi stessi pagare per la loro politica miope.»

Ritenendo inevitabile la guerra contro la Germania, il governo sovietico si preoccupava seriamente per la sicurezza di Leningrado, posta a 32 chilometri dalla frontiera finlandese. Il 14 ottobre 1939, Stalin e Molotov inviarono al governo finlandese un memorandum sul problema della difesa di Leningrado. L’Unione Sovietica voleva assicurarsi “la possibilità di bloccare l’entrata del Golfo di Finlandia”. Chiedeva alla Finlandia di darle in affitto il porto di Hanko e di cederle quattro piccole isole. Per rendere possibile la difesa di Leningrado, chiedeva una parte dell’istmo di Carelia che apparteneva alla Finlandia. In cambio l’URSS offriva alla Finlandia una parte della Carelia Sovietica, due volte più grande. Spinta dalla Germania, la Finlandia rifiutò e, il 30 novembre 1939, l’URSS le dichiarò guerra. Qualche giorno più tardi, Hitler dette le sue istruzioni per la futura guerra contro l’Unione Sovietica. Diceva tra l’altro: «Sui fianchi della nostra operazione, potremo contare sull’intervento attivo della Romania e della Finlandia nella guerra contro la Russia Sovietica.»

L’Inghilterra e la Francia, preoccupate a non impegnarsi nella “strana guerra”, si lanciarono in una guerra all’ultimo sangue contro la minaccia bolscevica! In tre mesi, l’Inghilterra, la Francia, gli Stati Uniti e l’Italia fascista spedirono 700 aerei, 1.500 cannoni e 6.000 mitragliatrici alla Finlandia, “vittima dell’aggressione”.
Il generale francese Weygand si recò in Siria e in Turchia per preparare un attacco contro l’Unione Sovietica da Sud. Il piano dello stato maggiore francese prevedeva il bombardamento dei pozzi petroliferi di Baku. Nello stesso mo-mento il generale Serrigny scriveva: «In realtà Baku, con la sua produzione di 23 milioni di tonnellate di petrolio, domina la situazione. Se noi riuscissimo a conquistare il Caucaso o se queste raffinerie fossero semplicemente incendiate dalla nostra forza aerea, il mostro sprofonderebbe privo di vita.»

E mentre non sparava un colpo contro gli hitleriani a cui aveva dichiarato guerra, il governo francese riunì un corpo di spedizione formato da 50.000 uo-mini per combattere i Rossi! Chamberlain dichiarò che l’Inghilterra avrebbe inviato 100.000 soldati. Queste truppe non arrivarono in Finlandia perché l’Armata Rossa sconfisse l’esercito finlandese. Il trattato di pace fu firmato il 14 marzo 1939. Più tardi, in piena guerra, una pubblicazione gollista apparsa a Rio de Janeiro, avrebbe affermato: «Alla fine dell’inverno 1939-1940 fallisce il complotto politico e militare di Chamberlain e Daladier che aveva lo scopo di provocare un rovesciamento del fronte contro l’Unione Sovietica e di porre fine al conflitto tra l’alleanza franco-inglese e la Germania a favore di un compromesso e di un’alleanza anti Komintern. Questo complotto consisteva nel inviare, in aiuto alla Finlandia, un corpo di spedizione franco-inglese, il cui intervento avrebbe provocato uno stato di guerra con l’Unione Sovietica.»

Il patto tedesco-sovietico e la sconfitta della Finlandia prepararono le condizioni della vittoria dell’Armata Rossa contro i nazisti.

Questi due avvenimenti ebbero quattro conseguenze di fondamentale importanza.
Impedirono la formazione di un fronte unito delle potenze imperialiste contro l’Unione Sovietica socialista. Un attacco tedesco nel 1939 avrebbe cer-tamente portato come conseguenza un attacco giapponese in Siberia. Al con-trario l’URSS riuscì a firmare un patto di non aggressione con il Giappone che resse fino alla sconfitta del fascismo.
La Francia e l’Inghilterra, che avevano rifiutato durante tutto il periodo degli anni Trenta un sistema di sicurezza collettivo, furono obbligate a entrare in un’alleanza effettiva con l’Unione Sovietica nel momento in cui la Germania ruppe il patto tedesco-sovietico.
L’Unione Sovietica poté far avanzare le sue difese da 150 a 300 chilometri. Questo fattore ebbe una grande influenza sulla difesa di Leningrado e di Mosca, alla fine del 1941.
L’Unione Sovietica guadagnò 21 mesi di pace che le permisero di rafforzare in modo decisivo la propria industria bellica e le forze armate.

Vi è ragione di affermare che Stalin non aveva altra scelta. Al suo posto qualsiasi uomo politico occidentale avrebbe fatto la stessa cosa. In politica bisogna agire conformemente agli interessi dello Stato e del proprio popolo, altrimenti non si tratta di politica ma di un crimine.

Intervista a Iuli Kvizinski, deputato alla Duma russa, in occasione del 70° anniversario del Patto Molotov-Ribbentrop

Che ne pensate del patto Molotov-Von Ribbentrop?

Ludo Martens, Stalin, un altro punto di vista

Stalin nemico numero uno del culto della personalità

Il “culto della personalità” dei leader è stata un grosso fardello attorno al collo del movimento comunista!

Stalin si oppose a questo “culto” che raggiunse proporzioni disgustose, ma non fu in grado di porvi termine, e, alla fine, vi si adeguò. Stalin sapeva quanto in realtà fosse dannoso e avrebbe dovuto opporsi più fermamente. All’inizio Mao Tse-tung vi si oppose, ma in seguito cambiò idea e lo incoraggiò. I culti di Stalin e di Mao sono stati usati dai disonesti per coprire le proprie divergenze politiche. I culti della personalità furono un vero disastro. Per tutta la sua vita Trotsky ha alimentato attorno a se un “culto” di adulazione, e i gruppi trotskyisti conservano ancora un “culto” attorno a Trotsky: ne citano costantemente i lavori come se offrissero risposte eternamente valide alle questioni relative alla costruzione del comunismo, e non lo criticano mai. Penso ci siano buone prove che in URSS il “culto” di Stalin venne promosso principalmente dalle opposizioni dentro il Partito stesso, penso a gente come Bukharin e Radek, ma fu in grado di crescere in parte perché tutti i leader bolscevichi costruirono un “culto” di Lenin dopo la sua morte, avvenuta nel Gennaio 1924. Lenin era brillante e tutti i bolscevichi guardavano a lui come ad un modello di leadership. Quando Lenin se ne andò, volevano, anzi, avevano bisogno di credere che Stalin sarebbe riuscito a capire “la giusta via” per costruire il socialismo e, in seguito, il comunismo nelle condizioni date in URSS.

Lenin stesso aveva assunto un atteggiamento simile nei confronti di Marx e di Engels. Una delle grandi conquiste di Lenin, era di salvare Marx dai tentativi da parte dei socialdemocratici tedeschi di farne un filosofo “riformista”, invece di un rivoluzionario anticapitalista. Ma nel far questo Lenin sosteneva che gli scritti di Marx non contenevano contraddizioni, mentre, naturalmente, c’erano passaggi a cui i socialdemocratici tedeschi ed i menscevichi russi si attaccavano per difendere la loro linea politica ed economico-deterministica riformista. Così c’era qualcosa di nuovo nella storia dei “culti” nel movimento marxista: quelli attorno a Stalin, e a Trotsky tra i suoi seguaci, erano nuovi, perché i leader oggetto del culto erano ancora in vita.Visto che i bolscevichi furono i primi, forse potevano avere qualche scusante per gli errori che fecero o, nel caso del “culto” attorno a Stalin, tollerarono. Ma, certamente, oggi non ci possono essere scuse. Data l’esperienza con i “culti” dei “grandi leader”, è chiaro che sono negativi.

I comunisti devono essere modesti, dediti completamente al proprio ideale e instancabili lavoratori. Marx, Engels, Lenin, e Stalin erano realmente così! Ma la miglior leadership del mondo può essere messa a repentaglio dal “culto”.Incidentalmente il termine russo “культ личности (kul’t lichnosti)”, generalmente tradotto come “culto della personalità”, potrebbe essere tradotto meglio come “culto del grande uomo”. Dopo il “Rapporto segreto” di Khrushchev, in URSS iniziò a circolare “Был кул’т, но был и личност (Byl kul’t, no byl i lichnost)”, un modo di dire che pressapoco significa “Sì c’era un culto, ma c’era anche un grande uomo”. Stalin era un grande uomo, e così Mao Tse-tung. Diedero un grande contributo alle conquiste fatte dalle classi operaie sovietica e cinese. Eppure i “culti” attorno a loro erano molto dannosi! Che cosa si può dire sui “culti” attorno ai leader che hanno dato un così grande contributo? I “culti” attorno a queste grandi figure sono stati negativi. Questo dovrebbe convincerci della necessità di essere modesti se non ne fossimo già convinti in anticipo! Come lo scherzo del vecchio proverbio, “Dobbiamo essere un sacco modesti!” Intervista a Grover Furr

Sin dal famoso e controverso “discorso segreto” di Kruscev al XX congresso del PC dell’Unione Sovietica nel 1956, un rimprovero assai noto mosso a Stalin è che egli avrebbe iniziato e imposto al partito un “culto della personalità” votato a lui stesso.
Non si può certo negare che circolassero in Unione Sovietica idealizzazioni e lodi a Stalin ridicolmente esagerate, come pure valutazioni troppo grandi e formali dei suoi meriti e della sua persona, che non di rado sfioravano la retorica.

Tuttavia Stalin era nemico di ogni forma di culto della personalità, e combattè sempre con insistenza l’idealizzazione di singoli individui.
« Lenin ci insegna che possono essere grandi dirigenti bolscevichi solo coloro che sanno sia insegnare agli operai e ai contadini, sia imparare da loro » (Stalin, “Domande sul leninismo”, 1939, da noi tradotto a partire dall’edizione tedesca).
Egli ha parlato in modo molto autocritico del proprio lavoro e dei propri errori (vedi Opere di Stalin, Tomo I, la Prefazione dell’autore), combattendo esagerazioni e adulazioni.

Così, in una lettera del 16 febbraio 1938 indizzata alle edizioni “Djestisdat” (Edizioni del libro per bambini) accanto al Komsol, Stalin, interpellato in proposito, si oppose alla pubblicazione di un libro dedicato alla sua persona. Ecco il testo della lettera:
« Mi oppongo energicamente alla pubblicazione del “Racconto sull’infanzia di Stalin”. Questo libro contiene innumerevoli affermazioni che non corrispondono ai fatti, deformazioni, esagerazioni e lodi immeritate. Gli autori finiscono per confondere i lettori, sono bugiardi (seppur, forse, in buona fede) e adulatori. So che queste considerazioni risulteranno dolorose per loro, ma un fatto resta un fatto. E non è questo il punto il più importante. Il punto il più importante è che il libro tende ad instillare nella coscienza dei bambini sovietici (e degli uomini in generale) il culto della personalità, il culto del dirigente, il culto degli eroi che non sbagliano mai. Ciò è pericoloso e nocivo. La teoria degli “eroi” e della “massa” non è una teoria bolscevica, ma una teoria dei socialdemocratici. Gli eroi danno risalto al popolo, lo trasformano da una massa in un popolo – affermano i socialdemocratici. È il popolo a dare risalto agli eroi – rispondono i bolscevichi ai socialdemocratici. Ogni libro di questo tipo aiuterà il lavoro dei socialdemocratici, e danneggerà l’insieme del nostro lavoro bolscevico. » (La lettera di Stalin, pubblicata nel 1953 nel “Voprosy istorij” (Domande della storia) N°11, è citata e tradotta da noi sulla base di J.W.Stalin, Werke, Erganzungsband 1929-1952, Berlino)

Stalin disapprovava comportamenti e atteggiamenti di sottomissione nei confronti della sua persona (così come nei confronti di ogni uomo) considerandoli cosa inutile, retorica intellettuale e non comunista. « Lei parla della sua “devozione” alla mia persona. Forse queste parole le sono sfuggite per caso. Forse. Se non è così, allora le consiglio di sradicare il principio stesso della “devozione” nei confronti delle persone, perché ciò non ha nulla a che vedere con il pensiero bolscevico». (Stalin, Lettera al compagno Schatunowski, 1930, tradotto da noi sulla base di Werke, Band 13, p. 17)

Anni dopo, nel 1946, egli scriverà al colonnello dell’Armata Rossa professor dr. Rasin, che aveva lodato con esaltazione l’operato di Stalin nel respingere gli attacchi della Wermacht nazista all’Unione Sovietica: « Persino l’orecchio è ferito per le lodi a Stalin, è semplicemente penoso leggerle. » (Stalin, risposta, 23 Febbraio 1946, pubblicata nel “Neue Welt”, quaderno 7, aprile 1947, p.23-25, tradotto da noi sulla base di Werke, Band 15, p.58)  Stalin, un nemico del culto della personalità