Tienanmen: cingoli e acciaio contro l’anticomunismo

“In qualsiasi nazione, in qualsiasi epoca, c’è almeno l’uno per cento dei cittadini ribelle a qualsiasi autorità. Ma qui fra un miliardo e duecento milioni di cinesi, l’uno per cento significa dodici milioni di ribelli sulle piazze.” (Deng Xiaoping)

Nella primavera del 1989 imponenti manifestazioni ebbero luogo a Pechino e in altre città del grande paese asiatico, che sembrava stesse per subire la sorte dei regimi comunisti dell’Est europeo. Dopo una fase assai prolungata di trattative e di tentativi di compromesso la crisi si concluse con la proclamazione della legge marziale e l’intervento dei carri armati a piazza Tienanmen. Qualche giorno dopo, il 9 giugno, Deng Xiaoping rendeva omaggio ai “martiri” della polizia e dell’esercito, ai morti e ai feriti, facendo dunque riferimento a scontri aspri e di ampia portata; sul versante opposto l’Occidente denunciava il massacro compiuto ai danni di dimostranti pacifici. A quale versione prestar fede?

Le Testimonianze

Il 12 novembre del 1989 il New York Times pubblica un lungo reportage, a firma del capo dell’ufficio del quotidiano a Pechino, che traccia la storia della vittoria della linea dura all’interno del Partito comunista cinese. Quando si passa alla cronaca degli scontri l’autore riporta come “non vi sia stato alcun massacro nella piazza Tienanmen, mentre uccisioni si segnalano altrove”. how the hardliners won, The New York Times

Sul Japan Times Gregory Clark, vice presidente della Akita International University ed ex funzionario per la Cina del Foreign Service australiano, ripropone altre testimonianze come quella del corrispondente della Reuters Graham Earnshaw, che ha trascorso nella piazza la notte tra il 3 e il 4 giugno, e che nelle sue memorie ha confermato come la maggior parte degli studenti avesse “lasciato pacificamente la piazza molto prima e che quelli rimasti sono stati convinti a fare altrettanto dai militari intervenuti”. Un racconto, questo, confermato anche dal dissidente cinese Xiaoping Li ora residente in Canada: “Alcune persone hanno parlato di 200 morti in piazza e altri hanno sostenuto che che il numero è stato di 2.000 morti. Ci sono state anche storie di carri armati che hanno investito studenti che cercavano di lasciare la piazza. Devo dire che non ho visto niente di tutto questo. Sono stato in piazza fino alle 6.30 del mattino”. Clark G., Birth of a massacre myth, The Japan Times

I rapporti pubblicati in questi anni nell’ambito del progetto Wikileaks e ripresi in esclusiva dal quotidiano britannico Telegraph. Secondo i cablogrammi riportati l’esercito cinese ha aperto sì il fuoco, ma non nella piazza. Tra i testimoni oculari è citato un diplomatico cileno che ha visto
“L’esercito entrare nella piazza e non ha osservato nessuno sparare sulla folla, anche se spari sporadici si erano sentiti ha detto che la maggior parte delle truppe entrate nella piazza erano effettivamente armate solo di armi anti-sommossa come manganelli e mazze di legno, sostenute alle spalle da soldati armati”, aggiungendo che “nessuno sparava sulla folla di studenti presso il monumento”. Infine, lo stesso diplomatico, riporta come, una volta raggiunto un accordo “gli studenti lasciavano la piazza dall’angolo sud-est stringendosi per mano e formando una colonna.” no bloodshed inside Tiananmen Square, cables claim, The Telegraph

Manifestazioni pacifiche?

Non solo è ripetuto il ricorso alla violenza, ma talvolta entrano in gioco armi sorprendenti:
Un fumo verde-giallastro si è levato improvvisamente da un’estremità del ponte. Proveniva da un’autoblindo guasto che ora costituiva esso stesso un blocco stradale. Gli auotoblindo e i carri armati che erano giunti per sgomberare la strada dai blocchi non hanno potuto fare altro che accodarsi alla testa del ponte. Improvvisamente è sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un autoblindo ed è fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola agonizzanti. Qualcuno ha detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo
Questi atti di guerra, col ricorso ripetuto ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, si intrecciano con iniziative che danno ancora di più da pensare: viene «contraffatta la testata del “Quotidiano del popolo”».

Nei giorni successivi il carattere armato della rivolta diviene più evidente. Un dirigente di primissimo piano del partito comunista richiama l’attenzione su un fatto decisamente allarmante: «Gli insorti hanno catturato alcuni autoblindo e sopra vi hanno montato delle mitragliatrici, al solo scopo di esibirle». Si limiteranno ad una minacciosa esibizione? E, tuttavia, le disposizioni impartite all’esercito non subiscono un mutamento sostanziale: «Il Comando della legge marziale deve rendere chiaro a tutte le unità che è necessario aprire il fuoco solo in ultima istanza».

Sul versante opposto vediamo le direttive impartite dai dirigenti del partito comunista e del governo cinese alle forze militari incaricate della repressione: «Se dovesse capitare che le truppe subiscano percosse e maltrattamenti fino alla morte da parte della masse oscurantiste, o se dovessero subire l’attacco di elementi fuorilegge con spranghe, mattoni o bombe molotov, esse devono mantenere il controllo e difendersi senza usare le armi. I manganelli saranno le loro armi di autodifesa e le truppe non devono aprire il fuoco contro le masse. Le trasgressioni verranno prontamente punite» Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Un mito d’ affrontare

L’uso distorto di materiale video ha contribuito notevolmente a sostenere il mito del massacro di Tienanmen. L’immagine cult di quelle giornate che è usata per simboleggiare la strage mostra un cittadino solitario con la borsa della spesa che ferma una fila di carri armati. La sequenza d’immagini non è presa a Piazza Tienanmen ma in un grande viale e dimostra che il carrista cerca di schivare il cittadino senza investirlo. Bene, questa sequenza viene di solito commentata come dimostrazione che i carri armati schiacciarono i rivoltosi. La televisione cinese ha mostrato l’intero video prima che il “Tank Man” scompaia nella folla e sebbene per l’Occidente questa immagine dimostri la feroce repressione dei militari cinesi nei confronti del loro stesso popolo, per il governo ciò mostra solo quanta moderazione abbia usato nei confronti dei rivoltosi. L’immagine è commentata anche da Li Peng nei Tienanmen papers, che appunto fornisce questa interpretazione: Abbiamo visto tutti le immagini del giovane uomo che blocca il carro armato. Il nostro carro armato ha ceduto il passo più e più volte, ma lui stava sempre lì in mezzo alla strada, e anche quando ha tentato di arrampicarsi su di esso i soldati si sono trattenuti e non gli hanno sparato. Questo la dice lunga! Se i militari avessero fatto fuoco, le ripercussioni sarebbero state molto diverse. I nostri soldati hanno eseguito alla perfezione gli ordini del Partito centrale. E’ stupefacente che siano riusciti a mantenere la calma in una situazione del genere! Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Ora i fatti parlano da soli. Il clip dell’uomo tank è noto al pubblico occidentale come la “prova” della “soppressione” del movimento democratico da parte del governo cinese. Ancora una volta, è vero il contrario. Questo dimostra in realtà che non ci fu nessuna “repressione” indiscriminata. Se ci fosse stata una brutale repressione, quantomeno il manifestante sarebbe stato arrestato, se non addirittura ucciso. Tanto più il video è stato girato senza che i soldati dell’EPL lo sapessero. I soldati erano dunque dei brutali macellai senza cervello, come sono stati raffigurati dai media occidentali? I soldati hanno sparano indiscriminatamente? Questi fotogrammi dimostrano solo che l’esercito non aveva alcuna intenzione di uccidere i civili. I soldati si sono difesi solo quando sono stati attaccati dalla folla durante la sommossa. Sì, ci sono state vittime, ma solo perché i rivoltosi hanno attaccato l’esercito; diversi soldati sono stati brutalmente assassinati (un altro fatto che i media occidentali ignorano sempre). Infatti, spettatori innocenti sono stati uccisi come l’esercito ha cercato di difendersi nella confusione di quella fatidica notte. E’ stata una grande tragedia per la Cina, ma il suo utilizzo per demonizzare la Cina e l’esercito dimostra solo le cattive intenzioni dei media occidentali. Di fronte ad una provocazione, mentre erano in missione ufficiale, dopo una notte in cui furono aggrediti selvaggiamente dai rivoltosi, i soldati PLA si sono dimostrati disciplinati e rispettosi della vita. Chi è stato l’eroe qui? Il soldato o il manifestante. Secondo molti cinesi oggi queste scene dimostrano che l’Esercito fu Popolare e di Liberazione! In quanto si dimostrò leale con il popolo e pronto a liberare un’altra volta Tienanmen dai controrivoluzionari. Il giornalista d’inchiesta Wei Ling Chua sfata la rappresentazione mediatica di manifestanti disarmati e insiste fermamente sul fatto che la reazione dell’esercito fu estremamente contenuta agendo per legittima difesa. La dimostrazione è proprio il “tank man” Decostruendo l’uomo tank. Quando la storia diventa fiction

Possiamo concludere affermando che gli studenti in piazza e i manifestanti non erano soingenui difensori della democrazia. Il movimento fu infatti, fortemente appoggiato da Taiwan e dai servizi segreti occidentali che facevano capo ad Hong Kong . Si può addirittura affermare che si sperimentò allora lo schema della famigerate “rivoluzioni colorate”. L’esperto di geopolitica F. William Engdahl individua nel Colonnello Helvey che aveva operato in Birmania per  la Defense Intelligence Agency – Agenzia di Intelligence per  la Difesa colui che allenava gli “studenti” di Tienanmen. Egli aveva addestrato studenti cinesi ad Hong Kong alle tecniche delle dimostrazioni di massa che furono poi applicate a Pechino per poi diventare consulente del Falun Gong. Nella sua relazione all’Albert Einstein Institution del 2004 ammette di stare addestrando i separatisti tibetani . Secondo i dirigenti cinesi a quanto rivelano i Tienanmen papers l’uso da parte dei manifestanti di gas asfissianti o velenosi e soprattutto l’edizione-pirata del «Quotidiano del popolo» dimostrano che gli incidenti non siano una vicenda esclusivamente interna alla Cina Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

A Tiananmen ci fu un tentativo di rivoluzione colorata, si trattò di una turbolenza politica e il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto. Questa è la strada giusta. È la ragione della stabilità del Paese che è stata mantenuta

Buon Primo Maggio

Marx. Salario, prezzo, profitto

Questa lotta per la restrizione delle ore di lavoro si accese tanto più furiosamente proprio perché, a parte gli spaventi degli avari, interessava da vicino la grande disputa tra la cieca legge dell’offerta e della domanda, su cui si fonda l’economia politica della classe media, e la produzione sociale regolata dalla previsione sociale, che costituisce l’economia politica della classe operaia.Invece del motto conservatore, “Un giusto salario giornaliero per una giusta giornata lavorativa!”Dovrebbero scrivere sulle loro bandiere la parola d’ordine rivoluzionaria: “Abolizione del sistema del lavoro salariato!”

Tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione.

Engels nel 1850

In questa agitazione le classi lavoratrici hanno trovato un mezzo per conoscersi, per prendere coscienza della propria condizione sociale e dei propri interessi, per organizzarsi e rendersi conto della propria forza.

La classe operaia nel suo insieme, dopo aver partecipato a questa lotta, è cento volte più forte, più consapevole e meglio organizzata di prima

La classe operaia avrà imparato dall’esperienza che nessun vantaggio duraturo potrà derivarle da altri, ma che questo vantaggio dovrà procurarselo da sé, conquistando in primissimo luogo il potere politico

V.I. Lenin “Il Primo Maggio” – aprile 1904

Compagni operai! Si avvicina il giorno del Primo Maggio, nel quale gli operai di tutti i paesi celebrano il loro risveglio alla vita cosciente, celebrano la loro unione nella lotta contro ogni sorta di violenza e di oppressione dell’uomo sull’uomo, nella lotta per la liberazione di milioni di lavoratori dalla fame, dalla miseria e dall’umiliazione. Due mondi sono l’uno contro l’altro in questa grande lotta: il mondo del capitale e il mondo del lavoro, il mondo dello sfruttamento e della schiavitù e il mondo della fratellanza e della libertà.

Da una parte, un pugno di ricchi parassiti. Essi si sono impadroniti della fabbriche e delle officine, degli strumenti di lavoro e delle macchine. Essi hanno convertito in loro proprietà privata milioni e milioni di desiatine di terra e montagne di denaro. Hanno costretto il governo e l’esercito ad essere i loro servi, ad essere i fedeli guardiani della ricchezza accumulata.

 

 

Dall’altra parte, milioni e milioni di diseredati. Essi debbono mendicare dai ricchi il permesso di lavorare per loro. Con il proprio lavoro creano tutte le ricchezze, ma devono battersi tutta la vita per un tozzo di pane, mendicare il lavoro come un’elemosina, estenuarsi e rovinarsi la salute in un lavoro superiore alle loro forze, soffrire la fame nei tuguri delle campagne, negli scantinati e nelle soffitte delle grandi città! Ma questi diseredati e lavoratori hanno dichiarato guerra ai ricchi e agli sfruttatori.

Gli operai di tutti i paesi lottano per l’emancipazione del lavoro dalla schiavitù salariata, dalla miseria e dal bisogno. Lottano per un’organizzazione della società nella quale le ricchezze create col lavoro comune tornino a beneficio di tutti i lavoratori, e non di un pugno di ricchi. Si battono per rendere le terre, le fabbriche, le officine, le macchine proprietà comune di tutti i lavoratori. Vogliono che non ci siano ricchi e poveri, che i frutti del lavoro vadano a chi lavora, che tutte le conquiste dell’intelligenza umana, tutti i miglioramenti nel lavoro rendano migliore la vita di chi lavora, e non servano per opprimere il lavoratore.

Stalin, “Evvia il Primo Maggio”

Compagni!
Fin dal secolo scorso gli operai di tutti i paesi decisero di festeggiare ogni anno questo giorno, il giorno del Primo Maggio.

Questo avvenne nel 1889, anno in cui, al congresso dei socialisti di tutti i paesi, tenutosi a Parigi, gli operai decisero che proprio oggi, nel giorno del Primo Maggio, quando la natura si sveglia dal sonno invernale, i boschi e le montagne si rivestono di verde, i campi e i prati si ornano di fiori, i raggi del sole diventano più tiepidi, vibra nell’aria la gioia della rinascita e la natura si abbandona alla danza e al giubilo – essi decisero che proprio oggi si dichiarasse al mondo intero, ad alta voce e apertamente, che gli operai portano all’umanità la primavera e la liberazione dalle catene del capitalismo, che gli operai sono chiamati a rinnovare il mondo in nome della libertà e del socialismo.

Ogni classe ha le sue feste preferite. I nobili istituirono le loro feste, in cui proclamavano il loro “diritto” di spogliare i contadini. I borghesi hanno le loro, in cui “giustificano” il “diritto” di sfruttare gli operai. Anche i preti hanno le loro feste, ed esaltano in esse gli ordinamenti estenti, per cui i lavoratori muoiono nella miseria e i fannulloni sguazzano nel lusso. Anche gli operai devono avere la loro festa e in essa devono proclamare: lavoro per tutti, libertà per tutti, eguaglianza per tutti gli uomini. Questa è la festa del Primo Maggio. Così decisero gli operai fin dal 1889.
Da allora il grido di lotta del socialismo operaio echeggia sempre più forte nei comizi e nelle dimostrazioni del Primo Maggio.

L’amnistia del 1946 e la doppiezza di Togliatti


L’amnistia del 1946 e la doppiezza di Togliatti

Tutti a casa. O quasi. Il colpo di spugna con cui il ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, il 22 giugno 1946 firma l’amnistia per i detenuti politici, è di quelli epocali. In quei drammatici anni di ricostruzione post bellica c’era bisogno di fare piazza pulita del passato. Altri Paesi europei, Germania in testa, scelsero di fare i conti con la propria storia; l’Italia invece decise di nascondere la polvere sotto il tappeto. Le conseguenze di quella scelta scellerata le paghiamo ancor oggi, quando Mussolini viene definito «grande statista» o si dice che il fascismo «mandava la gente in vacanza» nelle isole.

L’atto, voluto dal comunista Togliatti, viene approvato all’unanimità dal Consiglio dei ministri e controfirmato dal presidente del Consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi. Lo sforzo è quello di presentarlo come un fatto di giustizia di cui non avrebbero beneficiato quelli che si erano macchiati dei crimini più gravi. «È evidente che il legislatore ha voluto con questa formula negare giustamente i benefici dell’atto di clemenza a coloro che abbiano assunto le maggiori responsabilità politiche o si siano macchiati, nella sfera della collaborazione col tedesco invasore, dei più odiosi delitti o abbiano agito esclusivamente per un fine abietto di lucro. Ma, appunto perché la formula può dar luogo a discussioni e interpretazioni diverse, si attende che il legislatore precisi interpretazione più adeguata da dare a essa rispondente ai fini di generosa clemenza e, nel tempo stesso, di giustizia sodale ai quali il provvedimento è ispirato», scrive La Stampa del 23 giugno 1946.

Come si capisce già da queste parole, all’interno della norma si scorge la possibilità di far entrare dalla finestra ciò che si vuol tenere fuori dalla porta. Poche righe più in basso il medesimo giornale scrive che dall’amnistia restano esclusi i membri della banda Koch (il famigerato reparto di polizia speciale e informale della Repubblica sociale), il cui processo si stava aprendo in quei giorni, ma quattro torturatori della banda escono subito, assieme a un colonnello condannato all’ergastolo per l’omicidio dei fratelli Rosselli. Su questo fatto, ovvero sul colpo di spugna di cui hanno beneficiato anche gli autori di delitti gravi e odiosi, si è aperto un dibattito infinito.

Togliatti – che un ragioniere veneziano definì «ministro di Grazia, ma non di Giustizia» – tentò di accreditarsi come il padre nobile dell’amnistia e addossò alla Dc le colpe della sua scellerata applicazione.

In realtà le cose non stanno affatto così. A squarciare il velo delle menzogne è stato lo storico Mimmo Franzinelli che nel suo libro L’aministia Togliatti, pubblicato nel 2006, ovvero per il sessantesimo  anniversario dell’amnistia, rivela il contenuto delle carte dell’ex segretario comunista contenute nei fondi archivistici conservati nella Fondazione Istituto Gramsci. «Sono documenti dai quali la proverbiale “doppiezza” togliattiana emerge con un’evidenza quasi imbarazzante», scrive Sergio Luzzato, docente di storia all’Università di Torino, nella recensione che pubblica nel Corriere della Sera. In sostanza i comunisti, che uscivano da quindici anni di clandestinità, avevano bisogno di ritrovare i collegamenti persi all’interno della società italiana, il Pci «voleva trasformarsi in partito di massa, e aveva la necessità di rompere il ghiaccio con quei settori della società italiana che avevano servito il regime.

Ecco perché Togliatti, che in un primo momento era tutt’altro che entusiasta del provvedimento, si decise a varare l’amnistia», dichiarava Mimmo Franzinelli in un’intervista al Sole 24 Ore, che prosegue così: «Il segretario comunista aveva varato un’amnistia bipartisan, che avrebbe dovuto comprendere anche i reati commessi dai partigiani ed escludere i reati peggiori, ma in realtà pochissimi uomini della resistenza beneficiarono del condono, mentre moltissimi criminali furono liberati.

Il motivo? Togliatti, laureato in giurisprudenza, aveva scritto personalmente la legge, senza neanche farla correggere dagli specialisti. Questo errore di presunzione lasciò molto campo all’interpretazione estensiva della magistratura, perlopiù composta da uomini anziani e che avevano fatto carriera sotto il regime fascista». E infatti, come sottolinea Luzzato, nella Suprema corte siedono giudici che avevano fatto parte del Tribunale per la difesa della razza e «riconobbero ai criminali fascisti il diritto di venire amnistiati: quando tutta un’italica cultura da Azzeccagarbugli valse a mascherare con gli argomenti del giure le ingiustizie più flagranti. Chi aveva comandato i plotoni d’esecuzione di Salò venne assolto dall’accusa di omicidio perché non aveva personalmente imbracciato il fucile. Chi aveva stretto nelle morse i genitali degli antifascisti fu amnistiato perché la tortura non era durata particolarmente a lungo. Chi aveva promosso lo stupro di gruppo delle staffette partigiane venne giudicato colpevole di semplice offesa al pudore femminile».

«Togliatti scrisse personalmente la legge», dichiarava Franzinelli al Sole, «ma fece l’errore di sottovalutare il ruolo della magistratura e la forte reazione di protesta della base comunista. Ecco perché, appena venti giorni dopo il varo del provvedimento, Togliatti scaricò la patata bollente al compagno di partito Fausto Gullo, rinunciando all’incarico di ministro della Giustizia nel nuovo governo De Gasperi. Da lì in poi ci fu il tentativo della storiografia comunista di discolpare il “Migliore” che, al momento di lasciare Palazzo Piacentini, portò via con sé le carte sull’amnistia. Per tutti questi anni i documenti furono dati per dispersi, sino a quando non li ho ritrovati nell’archivio dell’Istituto Gramsci».

La Stampa del 23 giugno 1946 scrive: «Si calcola, in linea approssimativa, che tra l’amnistia e il condono verranno liberati o avranno ridotta la pena 30 mila persone e che, comprendendo le multe, la cifra dei beneficati potrà salire a 50 mila». Secondo Franzinelli, invece, la cifra rimarrà più bassa: «Difficile quantificare il numero esatto delle persone. Diciamo che siamo nell’ordine delle diecimila unità. Le prime persone a beneficiare del provvedimento furono i gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a disposizione per pagare i migliori avvocati e per oliare i meccanismi della macchina giudiziaria. Per quanto riguarda invece il dopo-amnistia, bisogna ricordare come negli anni seguenti i due terzi della base parlamentare del Msi sarà costituito da parlamentari amnistiati. Questo perché in Italia, a differenza di altri paesi europei, l’amnistia non previde l’esclusione dalle cariche pubbliche per i collaborazionisti, come erano di fatto i gerarchi della Rsi».

Ci furono proteste e insurrezioni in diverse città quando i tribunali liberarono personaggi locali particolarmente odiati. A Casale, un gruppo di ex fascisti rischiò di essere linciato e il governo inviò l’esercito e 12 carri armati per mantenere la situazione sotto controllo. Negli archivi personali di Togliatti si trovano decine di lettere e petizioni con cui ex partigiani e membri del partito protestavano contro l’amnistia e minacciavano addirittura di fare propaganda contro il partito se l’amnistia non fosse stata ritirata. L’aspetto più curioso, infatti, fu che l’amnistia fu scritta e promossa proprio dal leader del partito che più di tutti era stato perseguitato dal fascismo e che più duramente aveva lottato contro il regime. In tutte le fasi della Resistenza, i partigiani comunisti non furono mai meno della metà del totale dei combattenti: furono loro e i loro leader a catturare e fucilare Benito Mussolini, e lo fecero in maniera sbrigativa (ancora oggi gli storici discutono su chi esattamente diede l’ordine di uccidere l’ex dittatore, catturato vivo mentre cercava di fuggire in Svizzera).

Quante persone beneficiarono dell’amnistia? Che fine hanno fatto negli anni successivi?Difficile quantificare il numero esatto delle persone. Diciamo che siamo nell’ordine delle diecimila unità. Le prime persone a beneficiare del provvedimento furono i gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a disposizione per pagare i migliori avvocati e per oliare i meccanismi della macchina giudiziaria. Per quanto riguarda invece il dopo-amnistia, bisogna ricordare come negli anni seguenti i 2/3 della base parlamentare del Msi sarà costituito da parlamentari amnistiati. Questo perchè in Italia, a differenza di altri paesi europei, l’amnistia non previde l’esclusione dalle cariche pubbliche per i collaborazionisti, come erano di fatto i gerarchi della RSI.

Ecco, appunto, scurdammoce ’o passato, anche quando farlo costituisce la base di quella che Luzzato definisce «una vergogna nazionale». E poi le amnistie sono come le ciliegie: una tira l’altra.

Se ne sarebbe varata una anche nel 1948 – promotore un sottosegretario alla presidenza del Consiglio di nome Giulio Andreotti – e un’altra nel 1953 con la quale si resero nulli i reati compiuti fino a tre anni dopo la fine della guerra. La definizione «ministro di Grazia e non di Giustizia» si attaglia anche ad altri.

L’amnistia del 1946 e la doppiezza di Togliatti

DECRETO PRESIDENZIALE 22 giugno 1946, n. 4 Amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari.

I sessant’anni dell’amnistia Togliatti

Rossobruno a chi?

Quando la sinistra non capisce quello che sta succedendo, e accade spesso, tende fatalmente a cavarsela con “analisi” che si riassumono quasi sempre così: “Noi siamo nel giusto, è il mondo che è stupido”. A volte, per avvalorare tali dotte riflessioni, servono paroline magiche inventate alla bisogna. E’ il caso di “rossobrunismo”, neologismo che vuol dire poco e per questo funziona nei salotti buoni.

Effettuando una ricerca storica possiamo collocare la nascita del fenomeno in Germania nel primo dopoguerra e usato sia da una branca dell’estrema destra rivoluzionario conservatrice sia dai marxisti del PC Operaio di Germania (Kapd) di Amburgo, fautori entrambi di una convergenza strategica fra nazionalisti rivoluzionari e comunisti contro il ‘nuovo ordine europeo’ uscito a Versailles.

Da notare che il Kapd fu poi criticato da Lenin per questa strategia. Lenin infatti criticò l’intransigenza della sinistra comunista tedesca – che animò il Kapd, che rifiutava, a differenza del Kpd, il centralismo democratico e la partecipazione alle elezioni e ai sindacati dominati dai riformisti, organizzandosi a livello europeo alla conferenza di Amsterdam del 3 febbraio 1920, avendo come referente italiano Amadeo Bordiga, unica forza ad animare una resistenza armata al regime nazista.

Per “ il rigido e ostinato rifiuto di riconoscere la pace di Versailles. Non basta rinnegare le madornali assurdità del ‘bolscevismo nazionale’ (Laufenberg e altri) che, nello stato attuale della rivoluzione proletaria internazionale, si è spinto sino al blocco con la borghesia tedesca per una guerra contro l’Intesa”. (V. I. Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, Opere complete, vol. XXX, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 64)

Tendenze simili in seno al socialismo furono criticate da Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista e da Lenin su Stato e rivoluzione, che contestò “gli elementi opportunistici hanno dato vita alla tendenza socialnazionalista. Questa corrente di socialismo a parole e di nazionalismo nei fatti, è contrassegnata da un impudente e servile adattamento dei ‘duci del socialismo’ agli interessi non solo della ‘propria’ borghesia nazionale ma, in maniera speciale, anche del ‘proprio’ Stato. La lotta per la liberazione delle masse lavoratrici dal dominio della borghesia è quindi impossibile se non si distruggono i pregiudizi opportunistici sullo Stato” . (V. I. Lenin, Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione, Milano, Società editrice l’Avanti!, 1920, pp. 3, 4)

Il termine rossobruno nasce in Russia nel 1992, coniato da giornalisti vicini a Boris El’cin per screditare Gennadij Zjuganov, leader comunista russo a capo del Fronte di salvezza nazionale, coalizione patriottica antiliberista guidata dal Pcfr a cui si assoceranno gruppuscoli patriottici e nazionalisti fra cui il piccolo Fronte nazionalbolscevico di Eduard Limonov e dell’eurasiatista Aleksandr Dugin. Dopo il collasso dell’Urss, El’cin e i suoi sodali vogliono, “per quanto possibile, screditare i comunisti e impedire il loro consolidamento, presentare il Pcus come un’organizzazione criminale e a carattere statale e non sociale, privarlo delle sue proprietà, impadronirsi dei suoi mezzi d’informazione di massa. È esplicita la tendenza della autorità a impedire ai comunisti la possibilità costituzionale di riunire e compattare rapidamente e legalmente le loro fila. Allo stesso scopo si lanciano grida disperate che denunciano l’occupazione da parte della ex nomenclatura statale di partito dei posti chiave dell’economia e dell’amministrazione, si comincia a spaventare la gente col cosiddetto pericolo ‘rossobruno’”

Da qualche tempo il termine “rossobruno” vive una seconda giovinezza. Poche discussioni politiche possono svolgersi senza che venga tirato fuori il decisivo epiteto, utile come battuta o come scomunica a seconda dei casi. Il più delle volte, però, questo termine viene citato a sproposito, non contestualizzato o non completamente inteso. Ogni tanto diviene, semplicisticamente, sinonimo di fascista, dunque vengono identificati i rossobruni con “quelli di casapound” (o cose simili). Altre volte viene usato al posto di nazista, determinato non da una particolare presa di coscienza, quanto dall’assonanza alle famigerate “camicie brune” naziste, le SA. A volte, ci è anche capitato di udire discussioni in cui rossobruno veniva utilizzato, a cuor leggero, come offesa ai “compagni che sbagliavano”, quei compagni che magari assumevano posizioni antimperialiste e anticapitaliste o posizine patriottiche, posizioni non consone alla sinistra borghese

Il rossobrunismo è utilizzato dalla sinistra globalista e genuflessa al capitale finanziario, quella millantata sinistra che ha svenduto le ragioni dei lavoratori e dei ceti produttivi agli interessi dell’estremismo capitalista e della finanza speculativa, quella sinistra che ha colpevolmente confuso e incentivato a confondere l’internazionalismo dei lavoratori con il cosmopolitismo del capitale, quella stessa sinistra incidentata e sinistrata che ha barattato i diritti reali delle persone con i diritti civili degli individui.

Preoccupa la sempre più preponderante ignoranza di molti sedicenti compagni che scambiano l’analitica marxista-leninista per rossobrunismo, usando tale categoria come arma politica contro certi compagni e aree di pensiero non graditi. Il che è francamente inaccettabile oltre che ridicolo.

Un esempio: nell’irrilevanza generale della sinistra anticapitalista ci sono due filoni: uno propone l’uscita dall’UE e dall’euro sostenendo la necessità di recuperare il terreno nazionale come campo d’azione per la lotta di classe; un altro propone invece la distruzione di questa UE per costruire dei “Stati uniti d’Europa socialisti”. Questa seconda specie di compagni bolla i primi come nazionalisti, quindi rossobruni. Se volessimo essere provocatori verso i tanti compagni “europeisti” al fine di delegittimare le loro posizioni potremmo dire lo stesso, chiedendo loro: “e che lingua si parlerebbe in questi Stati uniti d’Europa socialisti?”

E prevenendo la loro probabile risposta (“come ora, parità di parlare la propria lingua per ogni nazione”) aggiungeremmo:
“E allora perché vorreste escludere da questa nuova organizzazione istituzionale socialista gli stati extra-europei? Siete forse razzisti, rossobruni, imperialisti o cos’altro?”

Codesta “sinistra” si è dimentica di aver bollato come plebee e cialtrone le istanze legittime di ceti popolari che invocavano semplicemente lavoro e giustizia sociale, mentre i carrieristi a tinte rosse, pasdaran del pareggio di bilancio, accumulavano patrimoni e posizioni di privilegio, e, in ossequio agli ordini del capitale, condannavano alla miseria e alla nullità esistenziale intere generazioni.

Il leninismo condanna fermamente tutte le prese di posizione che, nella pratica, avvantaggiano l’imperialismo. Chiari sono anche i testi di Stalin, in cui dice che il marxista deve difendere quei movimenti e quegli stati sovrani che cercano nei loro paesi d’origine l’indipendenza dai tentativi di assoggettamento da parte di potenze straniere. Ecco perché i comunisti appoggiano Assad in Siria, le repubbliche popolari del Donbass, Maduro in Venezuela, ecco perché hanno appoggiato Gheddafi in Libia

L’estate del rosso-bruno

I rossobruni e i mulini a vento

Psicosi rossobruna

Sono un Rossobruno

ROSSOBRUNO A CHI? SULLA DERIVA DI CERTI SINISTRATI NON MARXISTI




La Piccola Cuba

In Armenia esiste un paese che tutti chiamano “La Piccola Cuba”, visto che tutti gli abitanti si dichiarano comunisti e aspettano il ritorno dell’Unione Sovietica, si chiama Lernamerdz!

Lernamerdz è un piccolo paese dell’ Armenia (ex Repubblica Socialista Sovietica di Armenia) meglio conosciuto come “La piccola Cuba”; un villaggio di circa 400 persone poco lontano dalla capitale dove ancora oggi tutti i residenti fanno parte del Partito Comunista Armeno. Anche i bambini più piccoli conoscono il maestro del proletariato Lenin. Nel villaggio è ancora oggi visibile un grande busto di Lenin che fu costruito subito dopo il crollo dell’URSS.

A tutti mancano “I tempi d’oro” del Socialismo, istruzione e sanità gratuita per tutti. Oggi in questo piccolo villaggio, quasi nessuno può permettersi di andare a scuola, nemmeno gli alunni più brillanti. Tutti gli abitanti oggi si dichiarano comunisti (bandiere dell’URSS ovunque) e affermano che “il sole tornerà a splendere in Armenia solo con il ritorno dell’ Unione Sovietica.

Nel 1990, quando l’ordine sovietico crollò, ci interrogammo sul sistema davvero giusto, spiega Azat Barseghian, segretario dell’organizzazione comunista di Lernamerdz, situata nella valle Ararat, non lontano da Yerevan.

Ci sono voluti sei anni, e alla fine abbiamo capito che c’è solo una verità: il Socialismo.

La statua di Lenin ci dà forza, è testimonianza della nostra fede e del nostro progresso”, dice il quarantunenne Arthur Pilosian.
Attorno a questa fonte di forza gli abitanti del villaggio organizzano tutti gli avvenimenti importanti. Festeggiano il compleanno del grande leader, il giorno della sua morte, l’anniversario della rivoluzione di Ottobre, e le festività socialiste.
Sotto lo sguardo orgoglioso e immobile di Lenin, i bambini sono nominati pionieri e consacrati come membri dell’organizzazione locale del Komsomol.

Lernamerdz è famoso non solo per la sua dedizione al comunismo, ma anche per il suo dragoncello (una pianta aromatica) di alta qualità, che gli ha permesso di sopravvivere nei momenti di crisi.

Gli abitanti del villaggio dicono che fino al 1990, da aprile fino all’inverno, il dragoncello di Lernamerdz veniva consegnato direttamente a Tblisi, assicurando loro un reddito dignitoso e sicuro. Al giorno d’oggi, gli intermediari fanno la parte del leone, comprando il dragoncello a prezzi molto bassi e in grandi quantità, e vendendolo a un prezzo di molte volte più alto.
Un altro abitante di Lernamerdz dice orgogliosamente:
“È stato possibile distruggere uno stato forte che esisteva da 70 anni, e allora perchè non si potrebbe distruggere un governo costruito sulle ceneri di quello stato? Credo che il comunismo vincerà alla fine.

Roman ha 13 anni ed è nato dopo il crollo del regime sovietico, ma conosce quasi tutto del comunismo. Roman assicura che tutti i suoi amici sono sostenitori dell’Unione Sovietica, molti dei quali hanno ascoltato storie di adulti e ammirano la “biografia del compagno Lenin”.

Se molti bambini a quest’età sognano il parco acquatico, lo zoo o Disney world, il sogno di Roman è di visitare il mausoleo di Lenin. Può parlare per ore del socialismo, della grandezza di Lenin e del “tempo meraviglioso” chiamato sovietico e ricorda con gioia e speranza che un giorno l’ordine sarà ristabilito e che vivrà una vita spensierata, felice e tutti saranno uniti in una sola idea.

“La Piccola Cuba” è diventata un’attrazione turistica. Nel registro degli ospiti di Lernamerdz, che ha un ritratto di Lenin nella prima pagina, ci sono i commenti, gli auguri e i complimenti di visitatori provenienti da Russia, Vietnam, Francia, Bielorussia, Grecia, Cipro, e altri paesi.

Comunismo in Armenia

Armenians Socialist Village

La Piccola Cuba Armena

Antifa Ah Ah Ah

 

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L’antifascismo, oggi sotto attacco, sconta la fine di una certa copertura istituzionale, venuta meno con la sparizione di quei partiti che avevano costituito l’arco costituzionale antifascista negli anni della cosiddetta prima repubblica. Questi partiti erano promotori di una lettura aclassita e neutra dell’antifascismo ben calibrata rispetto alla particolare situazione dell’Italia di allora, terra di frontiera nel mondo diviso in due blocchi. Nella seconda metà degli anni ’80, l’arco cominciò ad essere scardinato dall’attivismo craxiano, attraverso frequenti aperture al Msi, in nome di un “socialismo nazionale” destinato ad un eterno ritorno, in funzione anticomunista e proprio in concomitanza con le prime avvisaglie dell’imminente sgretolamento, ad Est, del blocco socialista.

La lettura dell’antifascismo fornita dall’arco, pur volutamente deficitaria e falsificatrice sia delle reali forze in campo espresse dalla Resistenza che delle sue aspirazioni socialiste largamente maggioritarie, sembrava fare da argine a quello che, con i primi anni ’90, sarebbe divenuto il fiume in piena della rilettura della storia e del revisionismo. Tuttavia, la letteratura revisionista, nella sua opera di denigrazione della Resistenza, ha tratto forza e alimento proprio da alcune visioni di comodo di certo antifascismo.

La necessità politica di preservare il mito resistenziale, quale lotta di liberazione nazionale di un intero popolo contro l’invasore tedesco ed il regime fantoccio della Rsi, ha registrato il secco rifiuto di considerare la parentesi resistenziale anche come “guerra civile”. In realtà, analizzando il fascismo, fin dalla fine del ’20 e cioè a partire dalla comparsa dello squadrismo, vale a dire l’elemento qualificante della sua esistenza come fenomeno autonomo, non possiamo prescindere dal tema della “guerra civile”. Attraverso il nuovo, per i tempi, strumento della violenza politica e organizzata su basi di massa, il fascismo dichiarò unilateralmente una guerra civile, distruggendo sistematicamente le posizioni faticosamente conquistate dal movimento operaio in decenni di battaglie sostanzialmente pacifiche.

Un’altra lettura di comodo, tipica della ricorrenza ufficiale una tantum, finisce col circoscrivere il fascismo agli anni della guerra e quindi cerca di presentarlo come corpo tutto sommato estraneo alla nazione, evitando di fare i conti con quelle forze politiche, economiche e sociali, molte di segno liberale e democratico, che finanziarono e sostennero fascismo e squadrismo fin dal ’21. Un errore ulteriore, stavolta imputabile soprattutto all’area di Sinistra, è quello di considerare il fascismo alla stregua di una semplice “guardia bianca”, ensemble di forze mercenarie al servizio della reazione, questa analisi schematica non solo nega autonomia al fenomeno ma manca di spiegare le ragioni della sua affermazione di massa, lambendo, inoltre, un’altra questione essenziale. Non si può fare servigio retroattivo più grande al fascismo del considerare la sua parabola storica predeterminata, strategicamente ben delineata, dai giorni turbolenti delle spedizioni punitive fino alla rovinosa caduta nella temperie del secondo conflitto mondiale.
In realtà, uno sguardo d’insieme al fenomeno, non può che offrirci l’immagine desolante di un movimento alle prese con continui passaggi di campo, in preda a convulse giravolte, viziato da un’intima contraddizione ontologica. Il fascismo si sviluppa senza soluzione di continuità lungo tutto il ventennio.

Il cosiddetto revisionismo ha colpito, all’interno e pesantemente, anche la Sinistra, soprattutto quella di derivazione comunista, con gli anni ’90, infatti, le correnti di revisione ideologica, nel milieu radicale, propugnatrici di una svolta in senso pacifista e non violento, hanno guadagnato un’indiscussa egemonia. Accantonato definitivamente il richiamo al bolscevismo e sostituita la lotta di classe con la retorica sui diritti umani, la Sinistra radicale offre oggi un’innocua lettura dell’antifascismo, proprio nel momento in cui l’estrema Destra si rende protagonista di una rinnovata offensiva, su scala continentale per il controllo delle strade, essa consegna al proprio corpus militante, desideroso di una controrisposta, null’altro che un’arma spuntata. Il richiamo alle sfortunate vicende del primo antifascismo si rende quindi necessario.

Nei primi anni ’20, nascondendo il loro pacifismo dietro una velleitaria fraseologia rivoluzionaria, i maggiorenti della Sinistra operarono sistematicamente per fiaccare preventivamente una risposta di massa e militante alle violenze fasciste. Furono gli avvenimenti a separare l’acqua dall’olio, i primi antifascisti, gli unici a passare dalle parole ai fatti, lasciando cadere lamentele e denunce verbali in favore di risposte più conseguenti, erano autentici rivoluzionari poiché le uniche forze, all’interno del movimento operaio allora pressoché l’unico bersaglio delle violenze fasciste, a praticare antifascismo furono quelle rivoluzionarie (comunisti, anarchici, dissidenti socialisti e repubblicani).

In Italia, quello dei partigiani fu un esercito combattente di un certo spessore numerico e militare ma fu netta minoranza: alcune decine di migliaia di audaci rispetto ai milioni di italiani attesisti, apatici, in attesa di un vincitore certo ma anche fascisti e filonazisti in quantità. All’interno di questa minoranza, una schiacciante maggioranza era schierata su posizioni rivoluzionarie (comunisti, socialisti, anarchici). Aggirata, quindi, la vulgata patriottarda e democraticheggiante da parata del 25 aprile, non ci resta che valutare come le diverse linee fuoriuscite in ambito resistenziale e che si proponevano, in modi assai diversi, di mutare radicalmente il volto del paese, siano state impietosamente sconfitte, in modi e in tempi diversi.

Con riferimento particolare al Pci di allora, autentico perno politico-militare della lotta partigiana, enucleiamo tre opzioni: quella moderata togliattiana, la rivoluzionaria interna al partito (Secchia), la rivoluzionaria esterna (si vedano le esperienze di Bandiera rossa a Roma e Stella rossa a Torino). Quest’ultima è stata la prima a segnare il passo, stretta tra la divisione del mondo in sfere d’influenza affermatasi col secondo conflitto mondiale, da un lato e il prevalere della linea collaborazionista enunciata da Togliatti con la “svolta di Salerno”, dall’altro. Con l’estromissione, anni più tardi, di Secchia dal vertice del partito anche la seconda è venuta meno, da quel momento, infatti, destri e sinistri nella dirigenza sono stati accomunati dal rifiuto della rivoluzione e la stretta osservanza parlamentarista. Tuttavia, anche la più ragionevole e presentabile linea togliattiana è risultata sconfitta.

Dalla “svolta di Salerno” in poi, la segreteria comunista si è abituata ad imporre, ad una base delusa e riluttante quando non apertamente ostile, il progressivo abbandono del terreno rivoluzionario, in favore di un ripiegamento su una linea gradualista e socialdemocratica. L’accettazione della continuità dello Stato, la mancata epurazione, i processi ai partigiani, la permanenza dei codici fascisti, il consenso, per ragioni tattiche, a tutto questo e molto altro non ha impedito il naufragio della linea a tappe, imposta da Togliatti con la sua interpretazione riduttiva della “democrazia progressiva” (così come l’apertura del partito alla chiesa con l’articolo 7 della Costituzione non ha salvato i comunisti dalla scomunica papale). Si voleva portare i comunisti nelle istituzioni, si sono portate le istituzioni nei comunisti. Quale migliore cartina di tornasole di questo fallimento nella situazione odierna, dove quelle stesse masse che il partito auspicava alla guida della società sono state virulentemente private perfino del diritto ad essere rappresentate. VOLEVAMO TUTTO – Valerio Gentili

ANTIFA

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L’Antifa nasce come movimento erede degli abolizionisti e in continuità con le Brigate Internazionali che combatterono Franco in Spagna, l’Internazionale Comunista sponsorizzò il movimento nel tentativo di porre fine alle ostilità tra i partiti socialisti in Europa per fare fronte comune contro i movimenti di Mussolini e Hitler.

Dal momento che il fascismo storico non esiste più, gli Antifa hanno allargato la nozione di “fascismo” fino a includere qualunque cosa, dal “patriarcato” (un concetto pre-fascista) alla transfobia (un concetto, questo, post-fascista). Gli attuali antifascisti mascherati sembrano ispirarsi più a Batman che a Marx o Bakunin.

Uno dei più grandi errori del movimento è stato quello di abbandonare la lotta all’imperialismo e al capitalismo nel momento in cui il fascismo storico veniva a mancare ed equiparare la critica all’immigrazione con il fascismo.

Bisogna fare un distinguo tra immigrati e immigrazione. Gli immigrati sono persone, che meritano considerazione. L’immigrazione è una scelta politica che deve essere valutata. Si dovrebbe poter discutere della cosa senza essere accusati di odiare gli stranieri; dopotutto i sindacati sono sempre tradizionalmente opposti all’immigrazione non per razzismo, ma perché può essere una strategia dei capitalisti per abbassare gli stipendi, nel tentativo di opporsi alla Caduta tendenziale del saggio di profitto
Rendendo il tema dell’immigrazione il punto focale per decidere se qualcuno è fascista o meno, gli Antifa impediscono un dibattito proficuo. Senza dibattito, il tema si polarizza su due argomenti: pro o contro. E chi vincerà tra i due?

La cosa peggiore di questi Antifà, ormai divenuti il Braccio armato del neoliberismo, è il loro sforzo di condurre una sinistra allo sbando verso una caccia alle streghe per braccare fascisti immaginari, distraendo la lotta contro le elite neoliberiste e le ingiustizie sociali. L’uso facile dei termini “fascista”, “rossobruno”, impedisce di identificare i veri nemici dell’umanità:
l’imperialismo globale, il capitalismo finanziario, il complesso industriale e militare posto a difesa dei privilegi dei pochi.

Le centrali di propaganda mediatica al servizio del capitale hanno ricettori molto sensibili, in grado di individuare e promuovere benevolmente le opzioni politico-ideologiche più funzionali al sistema.

 

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L‘antifascismo resta per tutti noi un valore fondante, perché giudichiamo il fascismo la più bieca e violenta forma assunta dalla dittatura della borghesia. Semplicemente continuiamo a credere, come ci insegna Marx, che la dittatura della borghesia prosegua anche nel modello “liberale”, e che essa nella fase attuale esplichi con egual violenza il proprio potere in senso imperialista.

In questo senso noi siamo antifascisti, anticapitalisti e antimperialisti, categorie queste ultime due, che molti “antifascisti” non ritengono necessarie, trovandosi poi a sostenere forze politiche “liberali” classiste a casa propria e guerrafondaie in casa altrui.

L’antifascismo dei “democratici liberali”, per come sono diventati oggi i “democratici liberali”, è un antifascismo che non ha niente in comune con il senso storico della seguente necessità: la distruzione di ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ossia la distruzione della borghesia organizzata come classe e l’instaurazione di una nuova società: quella socialista.

Nel fare questo noi comunisti riteniamo che il proletariato italiano, opportunamente guidato da un’organizzazione rivoluzionaria di classe, debba prepararsi ad uscire dai pilastri dell’imperialismo attuali: la NATO e l’Unione Europea. Se necessario il proletariato deve essere pronto a usare la forza per conquistare il potere economico oggi nelle mani di poche élite, e deve essere pronto a difendere con ogni mezzo le conquiste sociali contro la reazione del nemico. Per questo è necessario che tragga insegnamento dalla lezione del passato.

Noi in effetti non siamo solo antifascisti. Siamo comunisti, e storicamente il fascismo l’ha distrutto Stalin, uno dei più grandi comunisti della Storia.  Ribadiamo un concetto fondamentale Non può esistere antifascismo senza antimperialismo

La bandiera di Vlasov

Viviamo anni di revisione storica e simboli prima odiati e ripudiati oggi vengono esaltati.

Uno dei simboli che maggiormente ha visto trasformato il proprio significato è la bandiera tricolore della Russia. Il tricolore bianco blu e rosso sventolato per secoli da chi voleva distruggere la Russia oggi viene riconosciuto come simbolo tradizionale del paese  e delle sue profonde radici storiche.

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La bandiera bianca-blu-rosso prima della rivoluzione del 1917 non era presente tra gli emblemi del paese. E’ apparsa in Russia nel 1676 come bandiera commerciale, il suo utilizzo fu  legittimato per decreto da Pietro I nel 1705.
Il tentativo nel 1896 di trasformare questa bandiera in bandiera nazionale provocò una virulenta protesta nella società russa, che si oppose a tale introduzione.

Il  tricolore, come disposizione dei colori, non era altro che la riproduzione di alcune bandiere nazionali adottate da alcuni  stati europei, Nicola II decise di lasciare la bandiera tricolore come bandiera commerciale.

La grande storia della Russia è associata alla  bandiera rossa. Sotto la bandiera rossa difesero la loro patria e vinsero, Alexander Nevsky, Dmitry Donskoy, Ivan il Terribile, Minin e Pozharsky. I migliori reggimenti di Pietro il Grande sventolavano le bandiere rosse. Sotto la bandiera rossa il proletariato russo ha vinto la Grande Guerra Patriottica (Seconda guerra mondiale).

Negli anni della guerra civile (1918-1920), la Guardia Bianca guidata dai generali Kornilov, Denikin e Kolchak combattè contro il proprio popolo sotto il vessillo tricolore al fianco degli alleati dell’Intesa.

Durante la seconda guerra mondiale, la bandiera tricolore bianco-blu-rosso divenne il vessillo dell’esercito guidato dal traditore Vlasov, conosciuto come “Esercito Russo di Liberazione” o “La Legione Est delle SS” che combattè al fianco della Germania nazista.

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Chi era Andrej Andreevič Vlasov ?

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Durante le fasi iniziali dell’Operazione Barbarossa e della battaglia di Mosca: al comando della Seconda Armata d’Urto, Vlasov offrì una strenua resistenza contro i nazisti. Venne catturato la notte del 13 luglio 1942 dalle forze tedesche e portato al campo di prigionia di Vinniza.

Durante gli interrogatori a cui venne sottoposto, sentimenti anti-sovietici e anti-comunisti cominciarono a fare breccia: da fervente nazionalista sperava nella creazione di un Comitato Nazionale Russo che guidasse la liberazione del paese.
Le idee del generale furono subito ben accolte dallo stato maggiore tedesco che vide in lui un ottimo strumento di propaganda. Vennero redatti milioni di volantini da lanciare al di là della linea del fronte con un accorato appello del Generale Vlasov: circa 800.000 traditori risposero all’appello e passarono nelle fila della Wermacht.

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Negli anni 90 a seguito della caduta dell’Unione Sovietica il Giuda tricolore, per volere Eltsin, divenne la bandiera nazionale della Russia ed oggi purtroppo sovrasta il sacro Cremlino, sostituendo la bandiera rossa della Vittoria!

Siamo ben consapevoli che la bandiera tricolore fu  scelta dalla borghesia russa non per caso o per casualità. Questo dimostra un chiaro contenuto di classe: rilanciare la bandiera di Vlasov è la rivincita dei “signori” contro lo Stato Socialista e l’Armata Rossa dei lavoratori e dei contadini, scelta atta a celebrare la restaurazione del capitalismo in Russia. Questa è l’essenza della scelta di questi colori per la bandiera.

Come possiamo accettare la presenza del tricolore accanto alla Bandiera Rossa durante i festeggiamenti nel Giorno della Vittoria? Forse abbiamo dimenticato che durante la Parata della Vittoria a Mosca nel 24 giugno 1945 il tricolore di  Vlasov fu  gettato ai piedi del mausoleo di Lenin insieme alle altre bandiere fasciste?

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La verdad sobre las banderas

Compagno strappa la bandiera arcobaleno e innalza la bandiera rossa

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Perché cresce il fascismo? Perché la sinistra ha strizzato l’occhio ai potenti dimenticando lavoro e diritti sociali. I leader sono Saviano, Asia Argento, Boldrini, Botteri ed il popolo ha odiato la “sinistra”. Per battere i fascisti serve la bandiera rossa, non quella arcobaleno.(Marco Rizzo)

Per quasi trecentocinquanta anni, i diritti umani sono stati un importante, se non dominante, strumento dell’impegno mirante alla giustizia sociale. Nel corso di buona parte di questa storia, i diritti umani son stati invocati al fine di demarcare la propria posizione sul campo di battaglia. È altrettanto importante notare che, prima del XVII secolo, la giustizia sociale veniva promossa, il più delle volte, attraverso una lingua diversa da quella dei diritti umani. Se bisogna dare credito alle Chroniques di Froissart, le Jacquerie della campagna francese ed i contadini inglesi coinvolti nella rivolta del 1381 non possedevano una vera e propria nozione di diritti umani universali. Tentavano, invece, di rimpiazzare dei signori ritenuti iniqui, o facevano appello ai loro reggenti in modo da ottenere riparazione all’ingiustizia. Essi non reclamavano i propri diritti – poiché non ne avevano conoscenza – bensì equità e un trattamento umano. John Ball, uno dei leader della rivolta inglese, la quale giunse a un momento di illusoria “liberazione” contadina nel 1381, si riferisce abbia predicato: “Veniamo chiamati servi e picchiati se siamo lenti al loro servizio, eppure non abbiamo un signore cui rivolgere le nostre lamentele, nessuno che ci ascolti e ci renda giustizia. Andiamo dal Re – egli è giovane – e mostriamogli a qual punto siamo oppressi, riferiamogli che vogliamo che le cose cambino, o altrimenti le cambieremo noi stessi” [1]. Non ci si appellava, dunque, ad un insieme di diritti, bensì  alla saggezza ed al senso di giustizia incarnati da un potere superiore, potere superiore che, per altro, si sarebbe infine rivelato infido. Come affermato dal traduttore delle Chroniques, Geoffrey Brereton, Froissart “non si serve di una parola esattamente corrispondente di “eguale”. Invece, ricorre a “tutt’uno” o “tutti insieme” per indicare un destino condiviso. L’uguaglianza, sembrerebbe, è una condizione necessaria del ricorso moderno al concetto di “diritti universali”, priva di riscontro in Froissart.

Meno di trecento anni dopo, i diritti umani, diritti universali, avevano stabilito una solida testa di ponte nel pensiero sulla giustizia sociale. Portatrice di una nuova era costituzionale (codificazione dei diritti), la Guerra civile inglese innescò dibattiti in cui si evocava un mondo libero da privilegi feudali e diritto divino. Negli anni Quaranta del Seicento, in Inghilterra, la nozione di diritti “naturali” – di portata universale – informava i militanti anti-monarchici come Cromwell. I livellatori, fazione radicale del movimento contrapposto alla corona, si ergevano a favore dell’uguaglianza e dell’universalità dei diritti umani. Ed ancora, nella medesima epoca, emerge una “questione” a ciò inerente, la quale trova esposizione nella celebre dottrina dei rivoluzionari del XVII secolo, una question che permane tutt’oggi. Henry Ireton, generale dell’esercito di Cromwell, nonché uomo mal disposto nei confronti della difesa dei diritti comunitari avocata dai livellatori, ebbe a sostenere durante i dibattiti tenutisi nella chiesa di Putney:

“La cosa principale su cui insisto è che vorrei si avesse riguardo alla proprietà. Spero che non arriveremo a litigare per la vittoria – ma che ciascuno rifletta se egli non intenda raggiungerla per abolire ogni proprietà. Poiché qui si tratta della parte più fondamentale della costituzione del regno; se sopprimete la quale, sopprimete con essa ogni cosa…  Ora vorrei sapere a quale diritto vi appellate affermando che tutti gli uomini devono avere il diritto di voto nelle elezioni. Forse al diritto naturale? Se vi mettete su questo terreno, allora credo che dobbiate negare anche ogni proprietà e per questa ragione; in base allo stesso diritto naturale (sia quel che sia) da voi invocato e che vi consente di dire che ogni uomo ha un uguale diritto di scegliersi chi deve governarlo – in base allo stesso diritto naturale, egli ha lo stesso eguale diritto a qualsiasi bene cada sotto i suoi occhi – cibi, bevande, vestiti -, il diritto di prenderseli e usarne per il proprio sostentamento.”

Si tratta di un argomentazione semplice ma ingegnosa, raramente affrontata dagli odierni filosofi accademici. Ireton presuppone che la proprietà (individuale, non eguale, non universale) sia storicamente e logicamente prioritaria, oltreché sacrosanta, rispetto ai “diritti” così come intesi dai radicali. Dal suo punto di vista, nessuno può seriamente negare la validità della proprietà. Ma se assumiamo l’esistenza di diritti dotati di eguale ed universale applicabilità, naturalmente fondati, allora dobbiamo riconoscere che tutti hanno diritto ad acquisire qualsiasi cosa detenuta quale proprietà da qualcuno. Pertanto, l’idea di un diritto universale ed eguale a scegliere i governanti non può essere riconosciuta senza con ciò sancire il diritto a violare la proprietà. Ireton, dunque, confida che nessuno coinvolto nella discussione voglia giungere ad un simile risultato.

È questa incongruenza della proprietà che ha sempre sfidato la dottrina dei diritti umani. Risulta difficile far quadrare l’universalità del possesso, così come l’uguaglianza di esercizio e godimento promessi dalle dichiarazioni dei diritti umani, con l’asimmetria e l’ineguaglianza dei presunti diritti di proprietà. È arduo trovare uguaglianza e universalità nella distribuzione della proprietà. Tuttavia, gli apologeti del diritto alla proprietà l’hanno abilmente difeso fondendo l’inalienabilità dei diritti con quella della proprietà (in quanto opposta all’inalienabilità del diritto alla proprietà). La seconda sfida posta da Ireton ai diritti umani è rivolta al loro comune fondamento naturale. Egli schernisce  l’idea (“sia quel che sia”) di diritti aventi una qualche origine e sostegno “naturale”. Per quanto potesse già essere comune parlare di “diritti naturali”, doveva certo suonare strano per un conservatore che aveva solo familiarità con diritti creati per mano di un qualche essere, naturale o soprannaturale. Ovvero, Ireton poteva comprendere diritti generati per convenzione o dettati dall’autorità (sovrano o divinità). Ma riteneva incredibile accettare i diritti come qualcosa radicato nella natura o rivelato attraverso lo studio di essa. Del resto, ancor’oggi è difficile comprendere i “diritti naturali” in tal modo.

I primi sostenitori dei diritti ed i loro critici hanno affrontato le anomalie insite nella dottrina dei diritti con maggiore serietà rispetto ai suoi aderenti contemporanei, i quali si limitano a dare per scontata la coerenza del discorso intorno ai diritti. Richard Tuck, nel suo fondamentale studio sull’origine dei diritti umani, apre il suo minuzioso resoconto riportando l’aneddoto di un monaco benedettino che, nel 1515, riflette sulla tensione tra un tipo di discorso sui diritti (ius) ed uno sulla proprietà (dominium). Il lavoro accademico di Tuck dimostra le insicurezze dei primi teorici dei diritti – una disperata necessità di esporre delle basi per i diritti naturali al di fuori del capriccio soprannaturale o del dettato di un sovrano. In conclusione la disputa ruotava sul fondamento da conferire ai diritti, ovvero, l’auto evidenza o una costruzione razionale a partire da un ipotetico stato di natura. Grozio costituisce un esempio della prima opzione, una comprensione riflessiva dei diritti. Hobbes, ovviamente, della seconda.

Nella nostra epoca, i filosofi hanno generalmente cercato di giustificare i diritti umani tramite varianti del contratto sociale, l’eredità di Hobbes. Le teorie consequenzialiste, come l’utilitarismo, sono di norma incompatibili, o quantomeno a disagio, con strumenti sociali che siano intesi al contempo come inalienabili e universali. Da cui la celebre battuta di Bentham secondo cui i diritti sono una “assurdità sui trampoli”. I diritti umani, per tanto, sono problematici poiché esibiscono delle caratteristiche logiche peculiari. Spesso, vengono concepiti come controparti, nell’ambito della sfera morale, delle leggi di natura. Vale a dire, si ritiene condividano applicazione universale con dette leggi; dunque si pensano come funzionanti non solo in determinati tempi e luoghi, bensì in ogni tempo e luogo. Nel caso delle leggi che governano i corpi a riposo o in movimento, potremmo affermare che esse non vengono mai sospese. Analogamente, il diritto alla libertà di parola o di spostarsi liberamente sono ritenuti sia inalienabili che universali e, per ciò, mai sospesi. Ma è davvero così?

L’esperienza insegna che i diritti, non di rado, collidono tra loro. Il diritto di una persona a compiere una determinata azione può essere sopravanzato da quello di un’altra persona a fare qualcos’altro, qualcosa di incompatibile con la realizzazione della prima azione. Ad esempio, il tuo diritto a spostarti liberamente potrebbe entrare in conflitto col mio diritto a proteggere la terra fonte del mio sostentamento. Nel mondo reale della giurisprudenza gli esempi abbondano, esempi che richiedono l’arbitrato tra diritti in conflitto. Inoltre quando un diritto ha preminenza su un altro, possiamo coerentemente dire di quest’ultimo che è svuotato, un modo di esprimersi con cui si suggerisce che i diritto non sono sempre e comunque universali, nel senso dell’universalità delle leggi scientifiche. La celebre citazione di Wendell Holmes riguardo a un “pericolo chiaro e immediato” quale base per una sospensione di quello che, forse, è il più sacrosanto dei diritti umani, ovvero la libertà di parola, illustra la debolezza dell’analogia con le leggi della natura.

Gli aderenti al concetto secondo cui i diritti umani sono come le leggi scientifiche insistono nell’affermare che essi vengono scoperti riconosciuti. Ossia, come le leggi della termodinamica, i diritti umani si applicavano in epoca antica anche se nessuno li riconosceva. Così, gli schiavi, nell’Impero romano, si vedevano sistematicamente negare i propri diritti umani, sebbene nessuno li avesse ancora riconosciuti. Tuttavia, la credibilità di quest’interpretazione è messa alla prova allorché notiamo che quasi tutti i diritti umani sono socialmente vincolati; ad eccezione, forse, del diritto alla vita, i diritti umani presuppongono convenzioni sociali o istituzioni, e sicuramente non avrebbero un’esistenza significativa prima della creazione di simili artefatti sociali. Si consideri, per esempio, il diritto ad una stampa libera. Quale senso avrebbe postulare l’esistenza di tale diritto prima dell’invenzione dei caratteri mobili?

Nel contesto della dottrina e del discorso sui diritti oggi dominanti, la generazione di nuovi diritti diviene un fatto ubiquo e ordinario. Nuove tipologie di diritti, un’espansione dei soggetti di essi titolari (imprese, resti umani, feti, animali, natura, ecc.) e l’estensione in nuovi ambiti (ad esempio internet) sono comuni. Mentre il discorso sui diritti è onnipresente nella discussione politica la sua espansione rischia di incorrere in una sorta di annacquamento e trivialità. Tali preoccupazioni mettono in discussione il compiacimento espresso dai sostenitori dei diritti umani, quando ne celebrano la dottrina quale misura ultima della giustizia sociale. Le obiezioni citate suggeriscono che giustificare i diritti umani, o i codici su essi basati, non è né cosa ovvia né priva di problemi; indicano, inoltre, come la nozione di diritti non sia coerente quanto vorrebbero i suoi aderenti; ancora, che la portata o raggio dei diritti non sia strettamente vincolata, per non dire in alcun modo vincolata; infine, come i diritti umani siano strumenti dalla costruzione contingente, aventi una storia così come un’evoluzione. È quest’ultimo punto ad aprire la strada per una qualsivoglia seria analisi dei diritti umani e della loro utilità.

Diritti umani e marxismo

Una maggiore chiarezza deriva dall’impresa dell’archeologia dei diritti umani universali. Grazie all’accurato lavoro di ricerca accademico svolto da Ricahrd Tuck e altri [6], siamo in grado di individuare degli antecedenti ai diritti umani (pre-diritti o proto-diritti), un loro punto di maturazione (o uno “spartiacque”) e, infine, un loro continuo sviluppo. Un’esame scrupoloso della documentazione sul discorso intorno ai diritti umani ne rintraccia la trasformazione, da un’antica nozione riguardante un tipo di proprietà individuale, fondamentalmente un rapporto privato tra individui (ius), sino ad un più solido e generalizzato rapporto di diritti, detenuti in confronto a tutti e, finalmente, detenuti da tutti. Un’evoluzione, quest’ultima, coincidente abbastanza da vicino con l’esaurirsi e l’eliminazione del privilegio feudale, nonché con l’emergere e maturare dei rapporti capitalistici di produzione e distribuzione. Le implicazioni di tale ricerca nella storia delle idee sfuggono ai filosofi angloamericani, i quali sguazzano ai confini della questione dei diritti umani, immersi in aspetti secondari quali i diritti del feto, degli animali e delle imprese. Altri ancora disquisiscono su questioni fondazionali, che consentano di ancorare i diritti umani all’universo morale, ora e per l’eternità. L’idea stessa dei diritti umani intesi come strumento sociale in evoluzione, valutato al meglio e raccomandato per la sua efficacia ed adeguatezza sociale, risulta repellente per non pochi filosofi accademici contemporanei.

L’avversione dei filosofi morali rispetto ad un approccio empirico e storico al tema dei diritti scaturisce, senza dubbio, da una manichea confusione tra riconoscimento dei costrutti sociali e culturali e relativismo politico e morale, la negazione di validità a qualsiasi rivendicazione di diritti. Ma questo è sicuramente un atteggiamento semplicistico e assolutista. È infatti possibile accordare validità ai diritti individuali, ai sistemi di diritti, ai beneficiari e titolari di diritti in momenti e luoghi specifici. È ben lungi dal relativismo concedere che i diritti sono utili, persino essenziali, o appropriati a seconda delle circostanze. Insistere sull’assoluta universalità dell’applicazione, della portata ed estensione dei diritti umani inevitabilmente suscita i problemi già descritti. Probabilmente, nessuno più di Marx ha visto le istituzioni, le pratiche e gli altri artefatti della storia umana quali costrutti sociali adattivi e in evoluzione. Per Marx, entità sociali  come i diritti umani sono meri epifenomeni per i rapporti sociali [7]. Detto in altri termini, il discorso sui diritti è semplicemente un’acronimo per una serie di convenzioni, legate ad una particolare epoca della storia umana, un’epoca (e delle convenzioni) definiti dai contemporanei meccanismi finalizzati a provvedere ai bisogni e alle necessità materiali degli esseri umani.

La rigorosa fedeltà metodologica di Marx nei confronti del metodo storico, la coerente ricerca delle determinanti sociali di istituzioni e convenzioni umane spiegano, probabilmente, i suoi brevi incontri e l’atteggiamento sprezzante con i diritti umani. Egli li vedeva come un artefatto dell’ascesa della borghesia quale forza sociale dominante nell’era moderna. Slogan, codici e costituzioni fondati sui diritti umani erano dunque da intendersi come strumenti utili a svincolare e promuovere tale classe dominante  emergente, nonché la sua visione del mondo. In Sulla questione ebraica, Marx intende i diritti dell’uomo sia come canonizzazione dell’individualismo  sia come definizione dei confini della vita sociale:

“Nessuno dei cosiddetti diritti dell’uomo oltrepassa dunque l’uomo egoistico… cioè individuo ripiegato su se stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio  privato, e isolato dalla comunità… L’unico legame che li tiene insieme [gli individui] è la necessità naturale, il bisogno e l’interesse privato, la conservazione della loro proprietà privata e della loro persona egoistica.”

È in questa giovanile formulazione che Marx sviluppa la nozione di diritti umani al servizio dell’homo economicus – esseri umani preoccupati solo del proprio individuale, ed asociale, interesse personale.

Questo tema trova un ulteriore sviluppo nel Capitale, in cui l’ambito dei rapporti capitalistici di produzione viene considerato come coestensivo a quello dei diritti umani. Inoltre, le due sfere traggono beneficio l’una dall’altra: i diritti umani forniscono il quadro morale e legale (istituzionale) per lo scambio “equo” tra forza-lavoro e salari. Laddove il modo capitalistico di produzione genera e spinge l’individualismo e l’interesse personale essenziali al fascino dei diritti umani.

“La sfera della circolazione, ossia dello scambio di merci, entro i cui limiti si muovono la compera e  la vendita della forza-lavoro, era in realtà un vero Eden dei diritti innati dell’uomo. Quivi regnano soltanto Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham. Libertà! Poiché compratore e venditore d’una merce , per es. della forza-lavoro, sono determinati solo dalla loro libera volontà. Stipulano il loro contratto come libere persone, giuridicamente pari. Il contratto è il risultato finale nel quale le loro volontà si danno un’espressione giuridica comune. Eguaglianza! Poiché essi entrano in rapporto reciproco soltanto come possessori di merci, e scambiano equivalente per equivalente. Proprietà! Poiché ognuno dispone soltanto del proprio. Bentham! Poiché ognuno dei due ha a che fare solo con se stesso. L’unico potere che li mette l’uno accanto all’altro e che li mette in rapporto è quello del proprio utile, del loro vantaggio particolare, dei loro interessi privati. E appunto perché così ognuno si muove solo per sé e nessuno si muove per l’altro, tutti portano a compimento, per un’armonia prestabilita delle cose, o sotto gli auspici d’una provvidenza onniscaltra, solo l’opera del loro reciproco vantaggio, dell’utile comune, dell’interesse generale.”

È l’intimo legame tra diritti umani e modo capitalistico di produzione a definire la prospettiva di Marx e la comprensione marxista dell’ascesa e ubiquità del discorso sui diritti nel dibattito politico. Per i marxisti le dichiarazioni e codificazioni dei diritti umani sono inseparabili dal ruolo che esse svolgono nella società borghese, dal loro posto nella fabbrica sociale del capitalismo. La dottrina dei diritti umani funge da fondamento sicuro e compatibile per la morale, la legge e la politica nel corso dell’ascesa e maturazione del modo capitalistico di produzione. Friedrich Engels ha riassunto l’opinione marxista circa i diritti umani in L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza:

“I grandi uomini che in Francia, illuminando gli spiriti, li prepararono alla rivoluzione che si avvicinava, agirono essi stessi in un modo estremamente rivoluzionario. Non riconoscevano alcuna autorità esterna di qualsiasi specie essa fosse. Religione, concezione della natura, società, ordinamento dello Stato, tutto fu sottoposto alla critica più spietata; tutto doveva spiegare la propria esistenza davanti al tribunale della ragione o rinunziare all’esistenza. L’intelletto pensante fu applicato a tutto come unica misura. Era il tempo in cui, come dice Hegel, il mondo venne poggiato sulla testa, dapprima nel senso che la testa dell’uomo e i princìpi trovati dal suo pensiero pretendevano di valere come base di ogni azione e d’ogni associazione umana; ma più tardi anche nel senso più ampio che la realtà che era in contraddizione con questi princìpi fu effettivamente rovesciata da cima a fondo. Tutte le forme sociali e politiche che sino allora erano esistite, tutte le antiche concezioni che si erano tramandate furono gettate in soffitta come cose irrazionali; il mondo si era fino a quel momento lasciato guidare unicamente da pregiudizi; il passato meritava solo compassione e disprezzo. Ora per la prima volta spuntava la luce del giorno; da ora in poi la superstizione, l’ingiustizia, il privilegio e l’oppressione dovevano essere soppiantati dalla verità eterna, dalla giustizia eterna, dall’eguaglianza fondata sulla natura, dai diritti inalienabili dell’uomo.

Noi sappiamo ora che questo regno della ragione non fu altro che il regno della borghesia idealizzato, che la giustizia eterna trovò la sua realizzazione nella giustizia borghese; che l’eguaglianza andò a finire nella borghese eguaglianza davanti alla legge; che la proprietà borghese fu proclamata proprio come uno dei più essenziali diritti dell’uomo; e che lo Stato secondo ragione, il contratto sociale di Rousseau, si realizzò, e solo così poteva realizzarsi, come repubblica democratica borghese. I grandi pensatori del secolo XVIII non poterono oltrepassare i limiti imposti loro dalla loro epoca più di quanto avevano potuto tutti i loro predecessori.”

Dunque, i diritti umani sono elemento di un’intera visione del mondo – una sovrastruttura, se si vuole – prodotto dell’emergere del capitalismo e da esso sostenuta. I diritti individuali, inalienabili e universali, costituiscono il quadro morale, legale e politico maggiormente compatibile e simpatetico col sistema capitalistico.

Ciò non significa condannare i diritti umani, bensì collocarne l’ascesa e lo sviluppo nel contesto dell’ascesa e sviluppo del capitalismo. Nella misura in cui il capitalismo era una forza liberatrice, i diritti umani erano base per una società più giusta e foriera di liberazione. L’emancipazione della borghesia è stata, in modi rilevanti, un passo da gigante nell’emancipazione delle masse, nell’avanzamento dei lavoratori. Di fatto, dichiarazioni e costituzioni riconoscenti i diritti umani hanno ispirato le lotte di milioni di persone, aspiranti a maggiore partecipazione nella vita civica e politica delle repubbliche borghesi. L’appello ai diritti umani ha agevolato la lotta contro la schiavitù, quella a favore del suffragio universale e molte altre riforme fondamentali. Mentre queste ultime hanno spesso tratto alimento dai diritti umani, esse sono giunte solo a “perfezionare” e “completare” le promesse dell’epoca borghese. Non hanno, quindi, lanciato una sfida nei suoi confronti.

Comprensione e fraintendimento della critica marxista dei diritti umani

I marxisti non sono mai stati ostili nei riguardi della dottrina dei diritti umani per se. Hanno, tuttavia, criticato il feticismo dei diritti umani, negando a questi lo status di esclusivo arbitro della moralità e della giustizia sociale; contestandone inoltre l’autorità, laddove estesa a tutti i tempi e luoghi. Nel corso del XX secolo, i marxisti hanno espresso numerose rivendicazioni radicali nel linguaggio dei diritti, dalla sindacalizzazione all’autodeterminazione nazionale. I comunisti si sono battuti per il diritto ad un giusto processo nel caso di molte vittime di pregiudizio e ingiustizia. Hanno sempre avuto un ruolo preminente tra i sostenitori della causa dei diritti civili di gruppi razziali o nazionali oppressi. Infine, hanno lottato per il loro stessi diritti, da quello di associarsi liberamente a quello di parola e diffusione delle idee.

Fatto ancor più significativo, i comunisti sono stati decisivi, durante il secondo dopoguerra, nell’arricchire le dichiarazioni dei diritti umani con l’inserimento dei diritti positivi all’occupazione, all’asilo, al welfare, insieme a molti altri diritti costitutivi della giustizia economica. Certamente, alcuni liberali vicini al New Deal e i socialdemocratici europei hanno anch’essi supportato tale esito, ma l’Unione Sovietica e altri paesi socialisti si sono schierati a favore di più solidi e completi diritti sociali, mentre i rappresentanti dei paesi capitalisti hanno cercato di limitare le dichiarazioni dei diritti a quelli individuali a protezione dell’azione, dello spazio e della proprietà. I paesi socialisti si sono inoltre posti alla guida del processo di decolonizzazione, tramite un accordo internazionale circa il diritto delle nazioni e dei popoli all’autodeterminazione, un diritto accolto con ben scarso entusiasmo dalle potenze coloniali e dai loro alleati.

Dopo la Seconda guerra mondiale, le dichiarazioni dei diritti proliferavano, riflettendo sempre più le differenze frutto della Guerra fredda, differenze radicali nella visione del mondo. In misura sempre maggiore, accordi e dichiarazioni esprimevano posizioni ideologiche plasmate dall’equilibrio delle forze, nel contesto di organismi internazionali come l’ONU. Questa fase di evoluzione della dottrina dei diritti umani assumeva l’aspetto di un campo di battaglia, nel quale si fronteggiavano sostenitori del socialismo e del capitalismo. Ovviamente, in occidente, non veniva presentato in tal modo, bensì come scontro fra sostenitori dei diritti umani e coloro che invece li calpestavano. Grazie a ideologi della Guerra fredda come Isaiah Berlin [11], i diritti umani presero ad essere identificati con quell’insieme di diritti compatibili con l’ordine capitalista e le classi medie. A mia conoscenza, nessuna campagna è mai stata organizzata dall’establishment dei diritti umani in difesa dell’Articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, ovvero l’articolo che garantisce “un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere… con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”.

Che siano emerse o meno da motivazioni sincere, le organizzazioni per i diritti umani sono fiorite durante la Guerra fredda col generoso ed esplicito supporto di ricchi sostenitori, fondazioni e persino grandi aziende. Probabile anche il sostegno occulto dei servizi di sicurezza occidentali. È interessante notare che alcune delle più importanti ONG a difesa dei diritti (The International Republican Institute, The National Democratic Institute for International Affairs, National Endowment for Democracy, International Foundation for Electoral Systems, etc.) agiscono, sotto un velo assai sottile, quali canali per i fondi del governo USA. Che l’evoluzione dei diritti umani sia stata modellata da ampie e tendenziose considerazioni politiche è indiscutibile. Che il loro patrocinio sia stato contaminato, compromesso e, in non poche occasioni, corrotto, è altrettanto pacifico.

A partire dalla scomparsa in Europa della comunità di paesi socialisti, la NATO ed i suoi padroni capitalisti hanno offuscato la reputazione della dottrina dei diritti umani, smantellando la Jugoslavia, distruggendo la società civile libica e minacciando ora la sovranità siriana, il tutto, appunto, sotto la bandiera dei diritti umani. Laddove decine di migliaia sono morti a causa di tali violazioni dei diritti fondamentali all’autodeterminazione e alla non-ingerenza, l’establishment dei diritti umani è rimasto in larga parte silente, tanto riguardo ai costi umani che alla concomitante ipocrisia. Quando i diritti umani sono divenuti un’arma nella lotta dell’occidente con l’Unione Sovietica, le potenze occidentali hanno fatto di tutto per mettere in vetrina i diritti civili sanciti nelle rispettive costituzioni liberali. Eludendo le limitazioni alle libertà d’azione imposte dall’ineguaglianza economica, questi regimi evocavano un’immagine di spensierata espressione tramite la parola, movimento illimitato e successo personale.

Un esempio dell’efficacia dei diritti umani come arma politica è emerso già ai primordi della Guerra fredda. La costruzione del socialismo nella Germania orientale formava migliaia di professionisti, i quali, tuttavia, ricevevano un compenso modesto. Il meno egualitario ovest allettava molti, inducendoli a lasciare l’est alla ricerca di opportunità per una più prospera crescita personale. Data la comunanza di lingua, cultura e la prossimità, “disertare” non costava troppo. Questa tattica non solo drenava dall’est competenze, ma di fatto rubava anche le risorse finalizzate alla formazione professionale, oltre a erodere ogni senso di solidarietà sociale. A fronte di perdite crescenti, l’est costruiva il famigerato Muro di Berlino. Sebbene vi fosse una spiegazione credibile per la sua edificazione, gli USA e i loro alleati manifestarono indignazione per la violazione dei diritti umani. L’assolutismo dei diritti umani si è dimostrato un potente ostacolo alla funzionalità del muro. Una lezione ben appresa dai propagandisti occidentali. Ovviamente l’occidente ha fallito alla prova della coerenza. La questione dei diritti umani costituiva un’evidente fonte di imbarazzo per le potenze occidentali, le quali intrattenevano rapporti stretti e amichevoli con regimi sprezzanti al riguardo, ma risolutamente anticomunisti. Invece dell’ostilità, gli Stati Uniti mantenevano legami stretti col regime dell’apartheid sudafricano, il tutto sotto l’ombrello della politica ipocrita nota come “impegno costruttivo”, atteggiamento tenuto anche rispetto ad altri governi spregevoli.

Dalla fine della Guerra fredda, gli USA e molti dei loro alleati hanno lasciato cadere la pretesa di rappresentare un bastione dei diritti umani, una tacita ammissione della funzionalità di questi ultimi agli obiettivi della suddetta guerra. La creazione di un “grande fratello” da parte dell’amministrazione Bush, ed il suo ulteriore implemento sotto l’amministrazione Obama, evidenziano il cinismo ufficiale circa diritti umani come quello alla privacy, alla libertà di parola e di associazione. La quiescenza delle principali organizzazioni a difesa dei diritti umani rispetto a tali sviluppi odora di ipocrisia. La presunta sorveglianza della società civile da parte dei cosiddetti “totalitarismi” del passato impallidisce di fronte ai mezzi tecnologici a disposizione degli apparati di sicurezza nazionale USA.

Tuttavia, la critica marxista ai diritti umani non si limita alle accuse di incoerenza, ipocrisia e cinismo. I marxisti, infatti, obiettano che la dottrina dei diritti umani sottrae spazio ad altre ugualmente degne. Se una costituzione possa essere costruita senza il diritto alla proprietà e la sua sacralità spetta ad altri deciderlo. Ma il fatto è che il cosiddetto diritto alla proprietà ha costituito l’ostacolo fondamentale all’accettazione della visione alternativa marxista. L’ascesa del capitalismo ha dato origine non solo alla dottrina dei diritti umani, ma anche ad uno strumento di contrapposizione a favore della giustizia sociale: il concetto di sfruttamento del lavoro. L’uso del termine “sfruttamento”, nella sua applicazione all’essere umano, coincide grosso modo con l’emergere del capitalismo industriale e, in particolare, con la difesa del lavoro. Sebbene Karl Marx non abbia certo gettato il seme di tale idea, né l’abbia per primo utilizzata in difesa dei lavoratori, insieme a Friedrich Engels , senza dubbio, l’ha posta al centro della critica sociale radicale, indicando l’eliminazione dello sfruttamento quale obiettivo di punta per la classe lavoratrice. Per buona parte dell’epoca moderna, l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo ha costituito la parola d’ordine principale del movimento operaio.

Ma eliminare lo sfruttamento si interseca e contrasta esattamente col diritto, inteso come assoluto e inalienabile, alla proprietà. Nel senso marxiano, lo sfruttamento è la conseguenza logica della proprietà privata dei mezzi di produzione; non vi può essere un persistente e sistematico sfruttamento del lavoro (nel senso tecnico marxista) senza l’istituzione della proprietà privata e dell’insieme di diritti posti a sua protezione. È proprio tale intersezione a generare una divisione di classe tra difensori dei diritti umani e sostenitori della classe lavoratrice rivoluzionaria. In buna parte del mondo in via di sviluppo, molti prestano poca o nessuna attenzione alle richieste di libertà di stampa, movimento, dissenso o proprietà, quando sono privi dei più rudimentali mezzi per esercitare ognuno di questi diritti, così come molti altri inclusi nel canone dei diritti umani. Vedono invece gli estremi della ricchezza e della povertà come ostacoli alla soddisfazione delle loro necessità basilari, persino alla loro sopravvivenza. Vedono che il loro precario aggrapparsi alla vita non viene rafforzato dai diritti borghesi, bensì solo da un radicale riordinamento dei rapporti economici. E l’appello all’eliminazione dello sfruttamento rappresenta la più alta espressione di questo punto di vista.

È imperativo comprendere che i classici diritti umani borghesi, intesi come diritti negativi, ovvero quali diritti formali e procedurali alla libertà, hanno poco da offrire a coloro che non detengono i mezzi per godere della protezione che garantiscono. La loro celebrazione da parte delle classi relativamente benestanti – quelle medio alte, in particolare delle nazioni economicamente avvantaggiate – non è condivisa da quanti in condizione di inferiorità economica. Tuttavia, ciò non toglie niente al loro valore. Così come le grandi ed uniche opere d’arte, chiunque è in grado di apprezzarne l’esistenza, ma pochi ne traggono conforto nella lotta quotidiana per la vita. Si tratta di una realtà che sfugge all’establishment dei diritti umani, limitandone le campagne. Il loro ostinato rifiuto di abbracciare i diritti positivi all’alloggio, al sostentamento, all’occupazione, all’assistenza sanitaria, ecc., come parte del canone dei diritti umani, ne sminuisce l’impegno per la giustizia sociale esponendoli all’accusa di speciosità. L’attenzione dogmatica ai diritti individuali e l’ostinata cecità riguardo a quelli socialiculturalinazionali, come il diritto all’autodeterminazione, incoraggiano al compromesso con istituzioni ostili a questi ultimi. Al pari di tutti gli strumenti ideati dagli esseri umani, i diritti umani sono funzionali solo a seconda di chi li detiene ed esercita.

Fonti

Diritti umani: una prospettiva marxiana

Philosophers for Change

Froissart, Chronicles, trad. di Geoffrey Brereton (Londra, 1978) p. 212.

Freedom in Arms, A.I. Morton (a cura di), (New York, 1975) p 43-44.

Tuck, Richard, Natural Rights Theories: Their Origin and Development (Cambridge, 1979).

Tuck, Richard. Natural Rights Theories: Their Origins and Development (Cambridge, 1979); Finnis, J.

Natural Law and Natural Rights (Oxford); Rights, White, A. R. (Oxford, 1980).

Marx, Karl, Il Capitale (Einaudi, 1975), vol. I, cap. I, p.86.

Marx, Sulla questione ebraica, Archivio Marx-Engels.

Marx, Il Capitale (Einaudi, 1975), vol. I, cap. IV, p. 212.

Engels, Friedrich, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Archivio Marx-Engels.

Bepi del giasso: Giuseppe del ghiaccio

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Un giovanotto che veniva dalla Georgia, un esponente di primo piano del partito socialdemocratico russo, fazione dei bolscevichi, per scappare alle grinfie della polizia zarista e cercando un modo per raggiungere la Svizzera, nel 1907 cercò riparò in Italia.

Egli partì nascosto in una nave da carico mercantile che trasportava granaglie da Odessa ad Ancona, dove sbarcò in gennaio. Ad Ancona si mise a lavorare in un albergo, ma l’attività durò poco. Lui, uomo timido e introverso, non riusciva proprio a comunicare con i clienti. Si trasferì quindi a Venezia.

Dopo aver girovagato un po’, gli anarchici della città lagunare lo accolsero e lo battezzarono “Bepi del giasso” (Bepi del ghiaccio), a ricordare che non veniva certo da climi tropicali.

Gli tornarono utili sia la sua conoscenza dell’armeno che l’aver studiato alla scuola teologica di Gori e nel seminario cristiano-ortodosso di Teflis, tanto che, quando si presentò a chieder ospitalità e lavoro all’abate generale di San Lazzaro, allora Ignazio Ghiurekian, il giovane Bepi poteva contare sul fatto di saper servire messa secondo i rituali latino ed ortodosso, nonché di suonare le campane con i rintocchi richiesti da entrambe le confessioni.

Fu così che “Bepi del giasso” rimase per un po` a San Lazzaro degli armeni a far da campanaro.

Bepi se ne andò invece per raggiungere Berlino dove in Aprile, assieme ad una ventina di membri al vertice del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, pianificò un colpo che rimarrà poi nella storia.

Il 26 giugno del 1907 a Tbilisi, la capitale della Georgia c’era una grande agitazione di polizia intorno a piazza Erivan, una delle più importanti del centro. Le autorità zariste avevano saputo che qualche gruppo rivoluzionario stava preparando un attacco o qualcosa di simile, e avevano messo a presidiare la zona più poliziotti del solito.

Intorno alle dieci e mezza di mattina attraversò la piazza una carrozza trainata da cavalli: a bordo c’erano due guardie armate, un contabile, un bancario, e centinaia di migliaia di rubli della Banca di Stato dell’Impero russo diretti a una filiale locale.

I rivoluzionari uscirono da una taverna sparando e lanciando bombe, seminando il panico tra i civili che erano nella piazza e in generale nel centro di Tbilisi, che fu devastato e preso dalla confusione. Le esplosioni ruppero i vetri delle case sulla piazza.

Le bombe ferirono i cavalli della carrozza portavalori, che si ribaltò: uno dei rivoluzionari prese i sacchi di denaro e li lanciò su una carrozza e fuggì. Come ha raccontato Simon Sebag Montefiore nel suo Giovane Stalin, uno dei saggi che contiene più informazioni sulla rapina di Tbilisi, il rivoluzionario Kamo alla guida della carrozza fu fermato da un gruppo di poliziotti, davanti ai quali si finse un militare urlando: «Il denaro è al sicuro, andate in piazza!».

Fu lasciato andare, e tornò al quartier generale dei rivoluzionari, dove si cambiò d’abito e incontrò i complici, che erano riusciti tutti a scappare. Le autorità dissero che i morti furono soltanto tre, ma gli storici concordano nel ritenere che furono circa 40.

In totale, erano stati rubati 340mila rubli, l’equivalente di oltre 3 milioni di dollari di oggi.

Nel 1916 tornò in Russia giusto in tempo per la rivoluzione e, qualche anno dopo, divenne Segretario generale del Partito Comunista e guida dell`Unione Sovietica col soprannome di “Piccolo Padre”.

Ebbene sì, quel Bepi del giasso che fu per breve tempo campanaro di San Lazzaro, di solito non lo si chiama per nome, Josef, ma per pseudonimo Stalin

Ne “La casa dorata di Samarcanda” (1996) ambientata nel 1921, al posto di blocco al confine con l’Azerbaigian il marinaio Corto Maltese chiede al commissario politico di chiamare direttamente al Cremlino, il commissario è sconcertato e suda freddo e si stupisce ancora di più quando dall’altro capo del telefono “il commissario per la nazionalità” risponde: “sei proprio tu Corto?!”.

“Ne sono passati di anni da quel 1907– dice il marinaio-evidentemente non eri tagliato per fare il portiere di notte, lo dicono ancora oggi ad Ancona, dicono che eri troppo timido. Gli armeni, invece, dicevano che con le campana ci davi troppo dentro…”

“No – risponde Bepi – non è per quello è che non andavo a genio all’abate mechitarista perché uscivo di notte!”.

“Fantastico – ribatté Corto – diverrai segretario generale del partito perchè non ti hanno lasciato fare il portiere di notte ad Ancona o il campanaro a Venezia”.

Forse non tutti sanno che… (la storia di Peppino del ghiaccio)

La leggenda di Bepi del Giasso, meglio conosciuto come Stalin

La casa dorata di Samarcanda

La rapina di Tbilisi

Marx: Il nemico non è l’immigrato ma il capitale

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Il 9 aprile 1870, Karl Marx scrisse una lunga lettera a Sigfrid Meyer e August Vogt, due dei suoi collaboratori negli Stati Uniti.1 In essa Marx toccava una serie di temi, ma il suo obiettivo principale era la “questione irlandese”, compresi gli effetti dell’immigrazione irlandese in Inghilterra. Questa discussione pare sia stata la più estesa trattazione di Marx sull’immigrazione, e mentre rappresenta difficilmente un’analisi completa, rimane interessante come un campione del pensiero di Marx sull’argomento, almeno in un giorno nel 1870.

Dati i dibattiti intensi e spesso amari sull’immigrazione che si stanno svolgendo negli Stati Uniti e in Europa, la lettera a Meyer e Vogt ha ricevuto sorprendentemente poca attenzione dalla sinistra moderna. I sostenitori dei diritti degli immigrati, in particolare, hanno ignorato i pensieri di Marx sulla questione, in particolare la sua osservazione – che riflette la sua valutazione del modo in cui il sistema capitalista opera – che l’afflusso di immigrati irlandesi sottopagati in Inghilterra forzava verso il basso i salari dei lavoratori inglesi nativi. In realtà, molti sostenitori attuali dei diritti degli immigrati si sono schierati dalla parte degli economisti liberali che insistono sul fatto che l’immigrazione aumenta in realtà i salari per i lavoratori nativi.2

Marx sull’immigrazione irlandese

Nella sua lettera del 1870, Marx accusava la politica inglese verso l’Irlanda di essere basata principalmente sugli interessi economici dei capitalisti industriali inglesi e dell’aristocrazia terriera. L’aristocrazia inglese e la borghesia, scriveva, hanno avuto “un interesse comune…a trasformare l’Irlanda in pura e semplice terra da pascolo che fornisce carne e lana ai prezzi piú bassi possibili per il mercato inglese”.

Per i capitalisti c’era anche un interesse nel ridurre la popolazione irlandese con l’espulsione e l’emigrazione forzata, ad un piccolo numero tale che il capitale inglese (capitale investito in terreni in locazione per l’agricoltura) può funzionare lì con “sicurezza”. Essa ha i medesimi interessi a disboscare le terre d’Irlanda, che aveva a disboscare i distretti agricoli di Inghilterra e Scozia. Le 6.000-10.000 sterline dei proprietari assenteisti e delle altre rendite irlandesi che oggi affluiscono ogni anno a Londra, sono pure da mettere in conto.

Ma, Marx continuava, la borghesia inglese aveva anche “interessi molto più importanti nella presente economia d’Irlanda” – l’ immigrazione forzata di lavoratori irlandesi in Inghilterra:

Attraverso la continua e crescente concentrazione dei contratti di affitto l’Irlanda fornisce il suo sovrappiú al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese.3

E ora la cosa piú importante di tutte! Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita. In relazione al lavoratore irlandese egli si considera un membro della nazione dominante e di conseguenza diventa uno strumento degli aristocratici inglesi e capitalisti contro l’Irlanda, rafforzando così il loro dominio su se stesso. Egli nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro l’operaio irlandese. Il suo atteggiamento verso di lui è più o meno identico a quello dei “bianchi poveri” verso i negri negli ex Stati schiavisti degli U.S.A. L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda.

Questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, a dispetto della sua organizzazione. Esso è il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica. E quest’ultima lo sa benissimo.

Marx scrisse questi passaggi quasi 150 anni fa, e lui non era certo infallibile: nella stessa lettera suggeriva ottimisticamente che l’indipendenza per l’Irlanda poteva accelerare “la rivoluzione sociale in Inghilterra.” Ma una grande parte della sua analisi suona straordinariamente contemporanea.
I paralleli diventano evidenti se sostituiamo i paesi del Bacino dei Caraibi all’Irlanda e gli Stati Uniti all’Inghilterra. Proprio come la politica inglese ha devastato l’agricoltura su piccola scala in Irlanda, i programmi neoliberisti promossi dagli Stati Uniti come l’accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) hanno sradicato i piccoli produttori in Messico, America Centrale, e nelle isole dei Caraibi, e questo a sua volta ha spinto milioni di sfollati a cercare lavoro negli Stati Uniti. Una volta qui, gli attuali immigrati sono costretti, come i loro predecessori irlandesi in Inghilterra, a lavori sottopagati e condizioni di vita scadenti, solo per affrontare l’ostilità da parte dei lavoratori nativi che li vedono come concorrenti. Antagonismi su questa competizione sono ulteriormente alimentati da pregiudizi razziali ed etnici, “artificialmente tenuti in vita e intensificati dalla stampa”.

Ma Marx affermava anche che l’immigrazione irlandese spingeva verso il basso i salari dei lavoratori inglesi. Le forze anti-immigrati negli Stati Uniti fanno affermazioni simili oggi. Questo colloca Marx dalla parte di gente come Donald Trump e l’ex sceriffo dell’Arizona Joe Arpaio?

I giudizi degli economisti sui salari

L’effetto dell’immigrazione sui salari è infatti un punto chiave di contesa nel dibattito attuale sugli immigrati negli Stati Uniti, con nativisti che regolarmente sostengono che l’immigrazione riduce la paga dei lavoratori nati negli Stati Uniti, e attivisti per i diritti degli immigrati che ribattono che l’immigrazione ha solo una piccola influenza negativa o anche un effetto positivo sui salari dei nativi.
Entrambe le parti citano il lavoro di economisti accademici. I nativisti citano George Borjas, un professore conservatore cubano americano della Kennedy School of Government di Harvard. Nel 2013, Borjas ha scritto che dal 1990 al 2010 l’immigrazione probabilmente “ha ridotto i guadagni medi annuali dei lavoratori americani di 1,396$ nel breve periodo …. L’impatto varia per fasce di qualifica professionale, e quello di chi ha abbandonato la scuola superiore è il gruppo più colpito negativamente”.4 Attivisti per i diritti per gli immigrati preferiscono citare Giovanni Peri, un professore della Università di Davis in California, che ha sostenuto nel 2010 che si prevede che l’immigrazione complessiva negli Stati Uniti tra il 1990 e il 2007 abbia portato un aumento di circa 5100 dollari “un aumento di circa 5,100 $ nel conto annuale del lavoratore medio degli Stati Uniti in costante 2005 dollari.” 5

Gli attivisti sulla questione sono naturalmente rapidi nel citare gli studi accademici che sostengono la propria positione.6 Sono meno desiderosi di guardare sotto il cofano e analizzare come gli studiosi sono arrivati a questi numeri. Calcolare l’effetto dell’immigrazione sui salari è un’impresa complicata. Ci sono una varietà di possibili approcci empirici. Un metodo cerca di correlare i salari con i livelli di immigrazione in un determinato periodo. Ad esempio, molti ritengono che la stagnazione dei salari reali dal 1970 è collegata all’aumento dell’immigrazione in quel periodo. Tuttavia, ci sono molte altre cause – l’indebolimento del movimento dei lavoratori, le perdite di posti di lavoro a causa di automazione e delocalizzazioni, e così via – e questi sono difficili da quantificare. A meno della scoperta di un universo alternativo, semplicemente non c’è alcun modo sicuro per fare un modello di previsione sui livelli salariali in assenza di immigrazione.

Un altro approccio empirico è quello di confrontare l’evoluzione dei salari in diverse parti del paese. Ad esempio, se i salari aumentano in una città mentre aumenta l’immigrazione, mentre allo stesso tempo i salari cadono in un’altra città che fa esperienza di un declino dell’immigrazione, poi l’aumentata immigrazione può essere un fattore che spinge i salari su.

Questo secondo approccio è quello che sia Borjas che Peri preferiscono, utilizzando sofisticati metodi statistici per il controllo di altri fattori, come la tendenza degli immigrati a stabilirsi in luoghi con alti salari, o di lavoratori nati negli Stati Uniti ad allontanarsi da zone in cui essi si confrontano con la concorrenza degli immigrati. Ma i due economisti giungono a risultati opposti, e in entrambi i casi, possono dimostrare solo una correlazione, non un causa.7 In definitiva, i dati da soli non ci forniranno mai una conclusione indiscutibile.

I modelli teorici degli economisti

Per far fronte a questo problema, Borjas e Peri integrano i loro studi empirici con modelli basati sulla teoria economica, soprattutto in termini di domanda e offerta. Quando gli immigrati entrano nel mondo del lavoro, aumentano l’offerta di lavoro, senza immediatamente aumentare la domanda; il risultato a breve termine è una tendenza per i salari a scendere. Nel corso del tempo, i livelli salariali dovrebbero stabilizzarsi, dal momento che i nuovi immigrati aumentano anche la domanda di beni e servizi, e quindi di lavoro, ma questi effetti variano tra i diversi settori della forza lavoro. Gran parte dell’immigrazione verso gli Stati Uniti dal 1970 al 2008 ha coinvolto lavoratori con poca istruzione e limitata conoscenza della lingua inglese, che hanno cercato lavori manuali in un momento in cui la domanda di lavori di questo genere si stava restringendo. Il risultato è stato un eccesso di offerta di lavoratori manuali, che poi prevedibilmente ha spinto giù i salari per i lavoratori nativi nelle stesse categorie di lavoro. Questa è la base per l’argomento di Borjas che l’immigrazione riduce i salari.
Peri e i suoi collaboratori raffinano questo modello di base della domanda e dell’offerta utilizzando un principio che chiamano “Complementarietà”. A loro avviso, gli immigrati a basso salario non si limitano a sostituire lavoratori nativi: data la loro minore conoscenza della lingua inglese, gli immigrati prendono posti di lavoro che richiedono capacità di comunicazione minimali, incoraggiando i lavoratori nati nel paese a usare le loro maggiori capacità di comunicazione a indirizzarsi verso posti di lavoro di livello superiore.

Per esempio, come Peri ha scritto nel 2010, quando i giovani immigrati con livelli di scolarizzazione bassi ottengono lavori nelle costruzioni ad alta intensità di manualità, le imprese di costruzioni che li utilizzano hanno l’opportunità di espandersi. Questo aumenta la domanda di supervisori, coordinatori, progettisti, e così via. Quelle sono occupazioni con maggiore intensità di comunicazione e sono in genere fornite da personale nato negli Stati Uniti che si è allontanato dal lavoro manuale di costruzione. Questa attività complementare di specializzazione spinge tipicamente i lavoratori nati negli Stati Uniti verso lavori meglio pagati, migliora l’efficienza della produzione, e crea posti di lavoro.8

Per Peri e i suoi collaboratori, questo fattore più che compensa gli effetti della semplice domanda e offerta. Secondo i loro modelli, un afflusso di immigrati a basso salario porterà verso il basso i salari leggermente per i lavoratori nativi meno istruiti, e deprimerà i salari in modo significativo per gli altri lavoratori immigrati già presenti nel paese. Tuttavia, Peri scrive, i benefici per i lavoratori più istruiti degli Stati Uniti superano le perdite per i meno istruiti; secondo i calcoli di Peri, nel lungo periodo, il reddito del lavoratore medio aumenta del 0,6-0,9 per cento per ogni aumento di un uno per cento nel popolazione immigrata.9

Quello che sfugge agli economisti

Anche se raggiungono conclusioni opposte, le analisi di entrambi Borjas e Peri condividono un grave difetto: la loro ipotesi che gli unici fattori che determinano i livelli salariali sono l’offerta e la domanda di lavoro e i livelli di istruzione e di competenze dei lavoratori immigrati. Nel mondo reale, naturalmente, ci sono molte altre forze al lavoro. Le donne e gli afro-americani sono pagati meno degli uomini bianchi, ma questo non è a causa di un eccesso di offerta di donne e afroamericani. Allo stesso modo, non è perché i lavoratori sindacalizzati sono più istruiti che guadagnano più delle loro controparti non sindacalizzate.

La maggior parte dei lavoratori immigrati sono persone di colore, ed è difficile immaginare che la discriminazione razziale non influisca su quanto sono pagati. Un modo con cui gli scienziati sociali cercano di avvicinarsi a queste questioni è con la tecnica di decomposizione di Oaxaca-Blinder, un metodo statistico che analizza il divario salariale tra i diversi gruppi identificando i fattori noti che impattano i livelli salariali , come i livelli di istruzione e di competenze, e sbrogliano i fattori sconosciuti che possono essere attribuiti alla discriminazione. Utilizzando una decomposizione di Oaxaca-Blinder, uno studio del 2016 ha trovato che, anche per la terza generazione di messicani americani, solo il 58,3 per cento del livello del salario di un lavoratore è spiegato da fattori noti come l’istruzione e l’esperienza di lavoro. La discriminazione rimane ancora peggiore per le persone di origine africana; per questi lavoratori, i fattori noti rappresentano soltanto il 48,3 per cento della differenza nei salari.10

Gli economisti accademici tendono a ignorare il ruolo che lo status giuridico può svolgere nella determinazione dei livelli salariali, anche se un terzo dei lavoratori immigrati del paese – circa 8,1 milioni dal 2012 – sono privi di documenti, secondo il Pew Research Center.11 Questi lavoratori affrontano un ulteriore ostacolo: essi sono stati resi “illegali”, e di conseguenza vivono sotto la costante minaccia della persecuzione e della deportazione.

Secondo la legge degli Stati Uniti, i lavoratori senza documenti godono la maggior parte degli stessi diritti degli altri, ma non hanno il diritto di essere qui: in qualsiasi momento, un immigrato non autorizzato può essere arrestato, imprigionato, e destinato alla deportazione. La paura sovrasta tutti gli aspetti del rapporto di lavoro di questi lavoratori e della loro vita in generale. La minaccia di espulsione è un’arma sempre a disposizione per i datori di lavoro quando i lavoratori non autorizzati cercano di far valere i propri diritti – per chiedere salari più alti, riferire le violazioni nel luogo di lavoro, chiedere un risarcimento per gli infortuni sul lavoro, e formare un sindacato. E per legge questi lavoratori non hanno accesso all’assicurazione contro la disoccupazione o a qualsiasi altra parte della sfilacciata rete di sicurezza sociale, in modo che hanno di fronte difficoltà significative se perdono il loro posto di lavoro. Scioperare è rischioso per la maggior parte dei lavoratori; per il clandestino richiede un livello speciale di coraggio.

E’ possibile, quindi, quantificare la “penalizzazione salariale” che la mancanza di status giuridico impone ai lavoratori senza documenti? Diversi studi hanno affrontato questa domanda, per lo più con la decomposizione di Oaxaca-Blinder. Dato il gran numero di variabili, questi studi hanno prodotto stime ampiamente divergenti della disparità salariale, che vanno dal 6 per cento a più del 20 per cento.12 Ma sono tutti d’accordo che la mancanza di status legale ha un preciso impatto negativo sulla retribuzione degli immigrati. E questo effetto funziona senza alcun riferimento all’offerta e alla domanda, o alla “complementarietà” di Peri. Anche se non vi è un eccesso di offerta di lavoratori a basso salario, gli immigrati senza documenti saranno comunque pagati sensibilmente meno dei loro colleghi nati negli Stati Uniti, e meno rispetto ai lavoratori immigrati con status giuridico.

Questo produce inevitabilmente una sostanziale pressione al ribasso sui salari per i lavoratori nati negli Stati Uniti in categorie di lavoro con alti tassi di partecipazione da parte di clandestini. Ad esempio, una ricerca del 2005 ha rilevato che i lavoratori irregolari rappresentavano il 36 per cento di tutti i lavoratori di isolamento e il 29 per cento di tutti gli installatori di tetti e muri a secco.13 Anche se la penalizazione del salario per questi lavoratori è sul lato basso – al 6,5 per cento, dice – deprime senza dubbio i salari per gli altri lavoratori in questi lavori nell’edilizia.

“Una classe lavoratrice divisa”

Un altro fattore che gli economisti ignorano è proprio quello Marx considerava “il più importante di tutti”: il modo in cui l’immigrazione può essere utilizzata per creare “una classe lavoratrice divisa in due campi ostili”. Marx potrebbe aver esagerato quando definiva l’antagonismo tra lavoratori inglesi e irlandesi “il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese”, e negli Stati Uniti di oggi, il pregiudizio anti-immigrazione è solo una delle forze che impediscono alla maggior parte della popolazione di far valere la propria forza. Il razzismo contro gli afroamericani – insieme a sessismo, omofobia, e molti altri pregiudizi – continua a svolgere il suo ruolo storico nell’impedire ai lavoratori di unirsi e organizzarsi. Ma la xenofobia è anche un fattore importante, soprattutto nei periodi in cui i tassi di immigrazione sono elevati.

Potrebbe non esserci un modo semplice per quantificare l’effetto sui salari, ma possiamo trovare almeno un esempio lampante di quanto possa essere efficace il sentimento anti-immigrati nel mettere il movimento dei lavoratori contro gli interessi dei suoi membri. L’Immigration Reform and Control Act del 1986 (IRCA) per la prima volta ha istituito sanzioni per i datori di lavoro che assumono lavoratori non autorizzati. Secondo i sostenitori della legge, queste “sanzioni sui datori di lavoro” dovrebbero ridurre l’immigrazione non autorizzata, interrompendo l’accesso degli immigrati ai posti di lavoro degli Stati Uniti. In realtà, le sanzioni hanno semplicemente fornito un altro strumento per il super-sfruttamento dei lavoratori irregolari. I requisiti di documentazione dell’IRCA forniscono un pretesto per incursioni sul luogo di lavoro, e spingono molti lavoratori irregolari nell’economia sotterranea, dove si trovano ad affrontare ancora più problemi nel difendere i loro diritti del lavoro. Anche i legittimi datori di lavoro possono ridurre la paga ai lavoratori immigrati – e pertanto possibilmente privi di documenti – per compensare il rischio di essere multati, mentre altri datori di lavoro ora usano abitualmente subappaltatori che assumono il rischio su se stessi e pagano i lavoratori anche meno.14 Rispondendo ai sentimenti anti-immigrati tra i membri dei suoi sindacati, l’AFL-CIO ha sostenuto questa misura anti-lavoro nella fase preparatoria dell’IRCA. Non è stato fino al 2000 che la federazione del lavoro, infine, ha rinunciato alle sanzioni dei datori di lavoro ed si è espressa a sostegno della legalizzazione dei lavoratori non autorizzati.15

Combattere lo sfruttamento, non l’immigrazione

Marx non si dilungò le ragioni che lo inducevano a scrivere che l’immigrazione irlandese aveva ridotto i salari dei lavoratori inglesi. Egli sottintendeva che la causa era un eccesso di offerta di lavoratori manuali, ma sue altre affermazioni indicano che egli considerava la xenofobia inglese e l’antagonismo risultante tra i lavoratori un problema ancora maggiore. Il punto importante, tuttavia, è che non stava dando la colpa della diminuzione dei salari agli stessi immigrati; per lui i colpevoli erano il sistema coloniale che spingeva i lavoratori irlandesi in Inghilterra, e lo sfruttamento di questi lavoratori una volta arrivati.

Le stesse considerazioni valgono oggi negli Stati Uniti. La differenza principale è l’aggiunta dello status giuridico come fattore di regolazione dei livelli salariali – leggi che ora rendono il lavoro “illegale” per milioni di lavoratori immigrati. I sostenitori dei diritti degli immigrati possono ritenere opportuno citare gli economisti accademici come Peri che minimizzano o negano la pressione al ribasso esercitata sui salari dallo sfruttamento dei lavoratori irregolari. Non è così. Come ha notato l’economista della Columbia University Moshe Adler, questo approccio non fa nulla per convincere i molti cittadini statunitensi che lavorano in occupazioni con un gran numero di immigrati privi di documenti – e quindi “sanno in prima persona che [lo sfruttamento dei lavoratori immigrati] esercita una pressione diretta verso il basso sui propri stipendi”.16

Lungi dal contribuire al movimento, citando Peri non fanno che aumentare la diffidenza e il risentimento di questi lavoratori verso i difensori della classe media dei diritti degli immigrati.17 Cosa ancor più importante, questo approccio distrae l’attenzione dagli sforzi per affrontare i problemi reali: le cause profonde dell’immigrazione nella politica estera degli Stati Uniti, il super-sfruttamento dei lavoratori immigrati, e gli interessi comuni di immigrati e lavoratori nativi.
Nel 2010, la Dignity Campaign, una coalizione di circa quaranta organizzazioni per i diritti del lavoro e degli immigrati, ha proposto un approccio globale sottolineando questi problemi. Più di recente, la piattaforma della campagna presidenziale 2016 del senatore Bernie Sanders ha fatto alcuni passi nella stessa direzione, mentre la piattaforma del Movement for Black Lives ha formulato raccomandazioni importanti nel mese di agosto 2016 per la lotta contro l’ingiustizia e il razzismo sistemico nelle leggi sull’immigrazione.18 Il clima politico è diventato particolarmente favorevole per l’organizzazione in questo senso a partire dal crollo finanziario del 2008. Paradossalmente, anche la campagna presidenziale di Trump 2016 può aver contribuito: ha incoraggiato il diritto nativista, ma ha anche reso un ampio settore della popolazione più consapevole del razzismo sottostante alla xenofobia anti-immigrati.
Nella sua lettera del 1870, Marx descriveva ciò che poi considerò la priorità assoluta per l’organizzazione dei lavoratori in Inghilterra: “far capire ai lavoratori inglesi che per loro l’emancipazione nazionale dell’Irlanda non è una questione di giustizia astratta o sentimento umanitario, ma la prima condizione della propria emancipazione sociale“. Le sue parole conclusive di consiglio per Meyer e Vogt erano simili: “Voi avete un vasto campo d’azione in America, per operare nella stessa direzione, la coalizione degli operai tedeschi con quelli irlandesi (naturalmente anche con gli inglesi e gli americani che lo vorranno) è il più grande successo che voi possiate conseguire ora”. Questa prospettiva internazionalista e di classe non ha perso nulla del suo buon senso nel secolo e mezzo trascorso da quando è stata scritta.

Note

1 Karl Marx e Frederick Engels,Collected Works, vol. 43, Letters 1868–70 (London: Lawrence and Wishart, 2010): 471–76. In italiano Opere Complete, vol. 43, Lettere: gennaio 1868-luglio 1870 (Editori Riuniti, 1975).

2 Per esempio, il pro-immigrazione American Immigration Council (AIC) scrisse nel 2012 che “l’immigrazione dà un piccolo incremento salariale alla vasta maggioranza dei lavoratori indigeni” AIC, “Value Added: Immigrants Create Jobs and Businesses, Boost Wages of Native-Born Workers, Employment and Wages,” January 1, 2012, http://americanimmigrationcouncil.org .

3 Il tedesco moralisch, tradotto qui come “morale” può riferirsi a morale (stato d’animo) cosi come a principi etici. Marx sembra usare la parola in un senso ancora più largo: per esempio, nel Capitale, vol. 1, capitolo 10, lui discute “i limiti morali della giornata lavorativa”. Egli specificava che questi “limiti morali” includono “tempo per l’istruzione, per lo sviluppo intellettuale, per adempiere a funzioni sociali e per le relazioni con gli altri, per il libero gioco dell’attività fisica e mentale, perfino il tempo festivo domenicale”.

4 George Borjas, “Immigration and the American Worker,” Center for Immigration Studies, aprile 2013, http://cis.org. Borjas spiega diffusamente le sue posizioni in Heaven’s Door: Immigration Policy and the American Economy (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1999).

5 Giovanni Peri, “The Effect of Immigrants on U.S. Employment and Productivity,” Economic Letter, Federal Reserve Bank of San Francisco, 30 agosto 2010, http://www.frbsf.org. For a fuller discussion of Peri’s methodology, vedi Giovanni Peri e Chad Sparber, “Task Specialization, Immigration, and Wages,”American Economic Journal: Applied Economics 1, no. 3 (2009): 135–69.

6 vedi, per esempio, Neil Munro, “Report: Immigration boosts economy, widens wealth gaps, analysis finds,” Daily Caller, 9 aprile 2013, http://dailycaller.com; e Mark Engler, “Labor Day: Immigrants Build the U.S. Economy”, Dissent, 3 settembre 2010, http://dissentmagazine.org.

7 Per un esempio di queste dispute, vedere David Frum, “The Great Immigration-Data Debate”, Atlantic,  19 gennaio 2016.

8 Peri, “The Effect of Immigrants on U.S. Employment and Productivity.”

9 Ibid.

10 Pedro P. Orraca-Romano e Erika García Meneses, “Why Are the Wages of the Mexican Immigrants and their Descendants So Low in the United States?”Estudios Económicos 31, no. 2 (2016): 305–37, http://estudioseconomicos.colmex.mx.

11 Jeffrey S. Passel and D’Vera Cohn, “Share of Unauthorized Immigrant Workers in Production, Construction Jobs Falls Since 2007”, Pew Hispanic Center, 26 marzo 2015, Table 1, http://pewhispanic.org.

12 Patrick Oakford, Administrative Action on Immigration Reform: The Fiscal Benefits of Temporary Work Permits (Washington, D.C.: Center for American Progress, 2014), 14–17, http://cdn.americanprogress.org; Francisco L. Rivera-Batiz, “Undocumented Workers in the Labor Market: An Analysis of the Earnings of Legal and Illegal Immigrants in the U.S.”, Journal of Population Economics12, no. 1 (1999): 91–116.

13 Jeffrey S. Passel, “The Size and Characteristics of the Unauthorized Migrant Population in the U.S.: Estimates Based on the March 2005 Current Population Survey”, Pew Hispanic Center, March 7, 2006, http://pewhispanic.org.

14 Douglas S. Massey e Kerstin Gentsch, “Undocumented Migration to the United States and the Wages of Mexican Immigrants,”International Migration Review48, no. 2 (2014): 482–99.

15 Teófilo Reyes, “AFL-CIO, in Dramatic Turnaround, Endorses Amnesty for Undocumented Immigrants”, Labor Notes, 1 aprile 2000; David Bacon, “The AFL-CIO reverses course on immigration”, LaborNet Newsline, 17 ottobre 1999.

16 Moshe Adler, “The Effect of Immigration on Wages: A Review of the Literature and Some New Data”, Empire State College, May 1, 2008, http://esc.edu; “Pitting Worker Against Worker”, TruthDig, 30 aprile 2010, http://truthdig.com.

17 Gli attivisti per i diritti degli immigrati dovrebbero anche notare che Peri supporta programmi di forte sfruttamento di “guest worker” (lavoratore straniero con permesso per un tempo limitato), e ha anche proposto che il governo federale metta all’asta visti di lavoro per le aziende, una pratica che “suona come mettere all’asta schiavi”, secondo il vice-direttore di Le Monde diplomatique Benoît Bréville. Vedi Giovanni Peri, “The Economic Windfall of Immigration Reform”, Wall Street Journal, February 12, 2013; e Benoît Bréville, “Getting In and Getting On,”Le Monde diplomatique, July 2013.

18 Dignity Campaign, “The Dignity Campaign Proposal”, http://dignitycampaign.net; “A Fair and Humane Immigration Policy”, http://berniesanders.com; Movement for Black Lives, “End the War on Black People”, http://policy.m4bl.org.

Fonte: Marx on Immigration Workers, Wages, and Legal Status