L’unità dei comunisti è un imbroglio

“Tutti i partiti rivoluzionari e di opposizione sono sconfitti. Scoraggiamento, demoralizzazione, scissioni, sfacelo, tradimento, pornografia invece di politica. Si accentua la tendenza all’idealismo filosofico; si rafforza il misticismo come copertura dello spirito controrivoluzionario”. 

(Lenin “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” – 1920)

Le aspre ed inedite difficoltà (minimizzo) dei nostri tempi, in Italia, riportano prepotentemente alla mia memoria vecchie letture. Mi viene da pensare che Lenin -parlando di noi, ora- direbbe più o meno:
“La questione essenziale è chiara e inconfondibile. Chi ha a cuore la causa del partito comunista -ossia la causa del proletariato, del rilancio vittorioso della lotta di classe, della salvaguardia della pace e della natura, del socialismo- deve necessariamente (prima di tutto) trovare il modo di attingere le proprie forze tra vaste masse proletarie (in particolare giovani) le quali, al momento, non hanno alcun interesse per la lotta politica e ancor meno simpatia per i comunisti”. 

Nel frattempo, questa mi sembra la premessa migliore per affrontare tre problemi concreti.

1) Come facciamo a diventare tanti, molti di più di quanti siamo adesso, nel volgere di alcuni anni? Mi riferisco alla rapida espansione di massa del consenso, alla crescente capacità di interazione con molti gruppi e settori sociali oppressi e sfruttati, ad un incessante e cospicuo proselitismo. In particolare, va centrata la questione giovanile, un vero disastro nell’attuale situazione mentre uno dei nostri obiettivi strategici dovrà essere, invece, la rigenerazione della forza comunista tra la gioventù proletaria odierna e quella futura.

2) Come si fa a realizzare tale prospettiva con gli attuali rapporti di forza? Ossia come andiamo avanti in una situazione che vede la massima disparità tra le nostre disponibilità e le risorse su cui può contare l’avversario. Parlare di comunismo può anche essere facile ma servono capacità scientifica, coerenza strategica e abilità tattica per non essere risucchiati dal minoritarismo o dall’opportunismo.

3) Contro chi vogliamo lottare, chi vogliamo “attaccare”? Questa domanda, apparentemente settaria e cattiva, andrebbe in realtà spiegata per un verso con un richiamo al materialismo dialettico e per l’altro ad una delle principali contraddizioni che hanno generato il bilancio disastroso della sinistra dei nostri tempi. Comunque non ce la possiamo cavare con risposte generiche (ancorchè giuste) tipo l’imperialismo, i poteri forti, i pericoli di guerra; proprio come un dottore non può rispondere ad un paziente che soffre per una determinata malattia dicendo che egli vuole combattere i malanni, in generale. Chi non vuole avere “nemici”, chi non vuole dare “fastidio” a nessuno non può essere un rivoluzionario e non riuscirà mai a far crescere un Partito Comunista.

Si tratta di obiettivi e compiti molto ardui, assai complicati da perseguire: molto difficile poter “spadellare” un piano preciso e definito, senza un approccio scientifico, ossia senza capire perché (e da quando) ci troviamo in questa situazione, come rimuovere le cause che l’hanno generata, come avviare concretamente la risalita dall’abisso (di consenso e di tanto altro) nel quale siamo precipitati. 

Si tratta di uno sforzo gigantesco, da affrontare gradualmente, riflettendo (in un primo momento) anche separatamente su lati diversi della questione, a partire dall’analisi della storia recente, fino a definire un programma organico anche di lungo periodo. 

Un’impresa che sembra titanica considerando le nostre risorse attuali e che richiede tentativi ed esperimenti, senza escludere eventuali errori, ripensamenti e correzioni. 

Alcune esortazioni alla cosiddetta “unità dei comunisti” mi sembrano più dei tentativi di eludere questi problemi che non un modo per affrontarli e risolverli. Si manifestano, invece, molti tentativi o tendenze che impediscono di affrontare uniti questi compiti che la Storia -“qui e ora” si potrebbe dire- ci pone. 

“(…) la funzione degli “intellettuali” consiste nel rendere inutile l’opera di particolari dirigenti intellettuali”. 

(Lenin, dal suo scritto contro i populisti).

“…oggi si pestano l’un l’altro i piedi sognando “l’unità” e risuscitando un cadavere. Il bolscevismo ha posto le fondamenta ideali e tattiche della III Internazionale che è realmente proletaria e comunista…”

(Lenin “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky” -autunno 1918)

La cosiddetta “unità dei comunisti” è un imbroglio. E’ una vera sfortuna, che essa è diventata l’aspirazione più profonda della grande maggioranza dei pochissimi compagni e compagne rimasti politicamente attivi o impegnati nel dibattito comune.

– Come mai tutti gli esperimenti di “unità dei comunisti” o delle sinistre o simili -quanto meno nell’ultimo quarto di secolo- sono miseramente naufragati, hanno prodotto più divisioni di quelle che avevano trovato e causato una notevole perdita di forze e consensi?

Chi parla di “unità dei comunisti” dovrebbe dare una risposta coerente e convincente (se non scientifica) perché, prima di discutere di questo entusiasmante obiettivo, occorre garantire che non nasconda -più o meno maldestramente o inconsapevolmente- la riedizione di qualcuno dei tentativi suaccennati. 

– L’evidenza dimostra che le compagini o i singoli che invocano “l’unità dei comunisti” lo fanno subito dopo una scissione o l’abbandono di una precedente appartenenza (la quale, spesso, era a sua volta un esperimento dello stesso genere). 

Il pericolo che “l’unità dei comunisti” sia una sorta di amnistia o di condono per “coprire” ogni frazionismo o scissione o per evitare bilanci, autocritiche e correzioni, se non addirittura per giustificare trasformismo di vario tipo o gravità, è sotto gli occhi di tutti. 

– “Né unità senza princìpi, né teoria fine a sé stessa”. Dovrebbe essere la guida dell’aspirazione di tante compagne e compagni. Ritengo inoltre che l’unità debba realizzarsi innanzitutto tra se stessa e l’identità politica (o gli ideali o il programma).

Ho l’impressione che negli ultimi decenni la vicenda che ci riguarda sia stata caratterizzata non solo dalla separazione ma perfino dalla contraddizione tra questi elementi: unità e principi (o teoria, ecc.). Sicché, come in un carosello vertiginoso, abbiamo avuto innumerevoli scissioni (o separazioni o contrasti) per motivi -diciamo così- politici, alternati alla rinuncia o all’abbandono di tali posizioni per inseguire velleità unitarie. 

L’unità non può essere antagonista dei principi e viceversa. 

In definitiva, bisogna chiarire che “l’unità dei comunisti” non è l’alternativa -o la negazione- della strategia, semmai deve esserne una componente ma non indipendente da essa. La mia impressione (forse fallace) è che da qualche decennio non c’è più strategia per i comunisti, in Italia, e non vorrei che “l’unità dei comunisti” sia solo una ricetta consolatoria per coprirne la mancanza. Chi vuole veramente la nostra unità deve prima impegnarsi nell’elaborazione di una strategia, per il Partito di oggi e del futuro. 

Un insieme, spesso confuso o contraddittorio, di tattiche improvvisate non sono una strategia e tanto meno lo sono il ridursi all’autoamministrazione, trascinandosi da un espediente all’altro, da una scadenza all’altra col solo obiettivo di giustificare la propria stanca esistenza. Oppure vogliamo unirci per rimanere pochi, isolati dalle masse e scollegati dalla realtà?

– Noi abbiamo un ben preciso (e ricchissimo) patrimonio storico e teorico, da cui deriva una chiara definizione del concetto di fronte, fronte unito dei lavoratori (o del proletariato) e fronte popolare (antifascista). Essi si inquadrano nella più classica concezione dei vari livelli (quindi delle diverse funzioni e prerogative attribuite a ciascuno di essi, le quali non devono assolutamente essere confuse o invertite tra loro) della politica e della tattica unitaria: unità del Partito (da curare come la pupilla dei propri occhi), unità del movimento operaio, unità delle forze democratiche ed amanti della pace. Tutto ciò si completa -ricorrendo specifiche circostanze- con la politica dei fronti di liberazione nazionale (come fu il nostro CLN) o di unità con settori della borghesia patriottica in contrasto con altri di borghesia imperialista.

La parola d’ordine “unità dei comunisti” è talmente inconcludente da far deragliare in molte occasioni. Non è una questione nominalistica se molti confondono le prerogative e i compiti di unità o fronti, che invece dovrebbero essere ben distinti. Non si può ridurre -solo per fare qualche esempio- la questione del Partito ad una coalizione elettorale né ci si può illudere di conferire ad una tattica unitaria in difesa della pace le prerogative che sarebbero invece appropriate per un fronte unito di classe. 

Rimane per me un mistero comprendere che cosa si intenda per fronte o “unità delle forze anticapitaliste”. In ogni caso, l’esempio più macroscopico di totale ignoranza della concezione e dell’esperienza comunista delle tattiche unitarie e delle alleanze, fu di coloro che -nel 2008- ebbero il coraggio di dire che il povero “Arcobaleno” era l’equivalente moderno del Fronte Popolare del 1948!

– Alcune interpretazioni della “unità dei comunisti” più facilone sono anche il portato della progressiva disgregazione e confusione ideologica ed organizzativa di questo quarto di secolo. Per esempio, c’è chi insegue l’utopia di ridurre ad una tutte le sigle in cui c’è la parola “comunista” (senza neanche accorgersi che in alcuni casi essa è il sostantivo mentre in altri, ben diversi, è un aggettivo)

Allora discutiamo ed avviamo la strategia costruendo la più ampia, chiara e duratura unità per essa. L’illusione, invece, di definire una strategia in funzione di una non meglio precisata “unità” è esattamente una delle principali ragioni per cui ci siamo ridotti nelle condizioni attuali e quindi, semplicemente, il tentativo di resuscitare un cadavere anziché trarre tutte le lezioni necessarie dal bilancio della nostra recente storia. 

– Infine, c’è la questione che più di ogni altra mostra come le mie osservazioni non siano nominalistiche o questioni di lana caprina: chi riguarda “l’unità dei comunisti”? E’ possibile dare una definizione individuale (estemporanea) del comunista? 

Nel linguaggio corrente, si definiscono comunisti tutti quelli che in qualche caso hanno votato per candidati così indicati oppure quanti dichiarano apertamente di esserlo e talvolta sostengono pubblicamente le attività o le posizioni di un partito. 

La domanda da rivolgere ai fautori di una non meglio precisata “unità dei comunisti” è se si riferiscono a un partito o ad altro: nel primo caso, ciò sarebbe l’equivalente della squadra di calcio e non dei semplici tifosi (che non intervengono nel determinare l’esito della partita o lo fanno solo indirettamente) o di altri solo astrattamente “affezionati” alla squadra.

Se vogliamo essere nel solco del materialismo dialettico (rapporto tra coscienza e materia) e del marxismo-leninismo la risposta è una sola: in questo specifico caso, i comunisti “sono i calciatori”. 

Torniamo alla domanda: come si può definire -individualmente- un comunista? Basta ritenere di esserlo? Qualsiasi persona che si agita contro il governo e il padronato è comunista? Oppure sarebbero comunisti solo coloro che hanno letto Marx, Lenin, Gramsci, ecc.? 

Per la nostra filosofia si è ciò che si fa e non ciò che si legge; quindi sarebbe comunista, semmai, chi APPLICA CONCRETAMENTE il contenuto delle opere di Marx, Lenin, Gramsci. 

Ci sono milioni di compagne e compagni, spesso analfabeti come i minatori neri sudafricani, tanti nostri Partigiani o contadini cinesi che non dovrebbero essere considerati comunisti (stando alla suddetta ipotesi) dato che quando sono stati EFFETTIVAMENTE combattenti rivoluzionari, militanti dei propri Partiti avevano letto -suppongo- ben pochi libri riguardanti la nostra teoria. 

Ritengo sia già sufficientemente chiara la “devianza”, anche grave alla fine, che può derivare da confusione o indifferenza rispetto a questo tema. 

Anche perché la nostra concezione del Partito è che esso è la fusione del movimento operaio con il comunismo scientifico, mentre con i pericoli degenerativi di cui sopra, si riduce il Partito ad un presunto “comunismo scientifico” il quale, inevitabilmente, deve poi (nel migliore dei casi) dirigere gli operai (ignoranti!) e fargli fare la rivoluzione.

Non è un caso che molti compunti conoscitori italiani di molte opere della nostra letteratura, si dimentichino immancabilmente di una sola paginetta: quella in cui c’è scritto che la liberazione della classe operaia ha bisogno dell’opera della classe operaia stessa!

Ancora una volta si confonde il Partito rivoluzionario del proletariato con un circolo accademico di intellettuali! Perciò, curiosamente, oggi sono idonee a criticare molte posizioni correnti le tesi di Lenin contro il terrorismo, non perché ci sia chi vuole commettere violenze o compiere reati, anzi, tutt’altro! Però la critica alla pratica di fare da soli, di limitarsi a singoli atti fini a se stessi, slegati gli uni dagli altri, adatti anche a gruppi piccolissimi se non a singoli, con il velleitario scopo di accendere l’indignazione dei lavoratori (quando non ce ne sarebbe bisogno, vista la loro esperienza quotidiana) è appropriata anche a molti compagni del nostro tempo, benchè pacifici come innocui curati di campagna!

Senza farla troppo lunga, la tesi che propongo è che l’unica possibilità di definizione individuale, non estemporanea, di comunista è che esso sia il militante di un partito comunista ovvero -in mancanza di questo- di un’organizzazione che lotta per la costruzione (o ricostituzione) del Partito, secondo criteri coerenti con il nostro patrimonio storico e teorico. 

Sotto questo profilo, dunque, “l’unità dei comunisti” è… il Partito ovvero (nel nostro caso) la lotta per riaverne uno forte e autentico. Pertanto la parola d’ordine (“unità dei comunisti”) è confusionaria e rischia di provocare danni, perché siamo ritornati nel “regime dei circoli”, contro cui lottava Lenin e in definitiva Gramsci e i fondatori del nostro Partito, perché il “regime dei circoli” è un circo Barnum incapace di essere incisivo o vittorioso. 

– Inoltre, simili parole d’ordine inconcludenti a volte si intrecciano con altre ancor più insussistenti e contraddittorie: è il caso (non per niente di origine troschista o semitroschista) di una parola d’ordine ancor più confusionaria e deviante -perciò usata in tante fogge e varianti- quale quella di “unire le lotte” usata spesso dai suoi promotori, senza dirlo, per negare la centralità e la priorità della costruzione del Partito. 

Tale parola d’ordine, non a caso, ha un bilancio perfino peggiore di quello “dell’unità dei comunisti”. Perché “unire le lotte” non può essere un’ammucchiata movimentista a cui puntano i teorici di questa linea, così come unire ciò che mangiamo non è l’atto di ingozzarci riempiendo la bocca e l’esofago indiscriminatamente di ogni genere di ingrediente: essa non è solo “mangiare” in continuazione ma è, invece, il processo della digestione e si realizza dunque dandosi un apparato digerente. 

È il processo che trasforma i nostri pasti in energia e sostanze ricostituenti per i nostri organi che unisce -ed anzi valorizza trasformandolo- ciò che mangiamo (e non è necessario né utile che sia tanto, anzi è nocivo mangiare per mangiare). Allo stesso modo ad “unire le lotte” -in definitiva- è il Partito che le valorizza trasformandole in mutamento dei rapporti di forza con la classe avversaria. 

“L ’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito comunista, riunendo in sè la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato”.

(dall’art. 1 dello Statuto del PCdI del 1921)

All’epoca della Rivoluzione d’Ottobre, gli opportunisti, ovvero gli agenti della borghesia in seno al movimento operaio, per boicottare la grande rivoluzione proletaria dissero che essa non era conforme alle tesi de Il Capitale di Marx Perciò il compagno Gramsci scrisse un testo titolato “Una rivoluzione contro il Capitale”. Era una brillante ed acuta difesa dei bolscevichi e -al tempo stesso- anche de Il Capitale, strumentalizzato con interpretazioni ottuse e sterilmente dogmatiche.

Chi scrive, è contro “l’unità dei comunisti” come Gramsci era contro la Rivoluzione dei Soviet (o contro Il Capitale). 

Contro l’unità dei comunisti

Indianerfilme: I film western della Germania Est

Dì la parola “Western” a chiunque e ne verrà immediatamente creata un’immagine nella testa. Dalle vaste pianure allo Stetson a tesa larga, l’immagine dell’Occidente è radicata nell’opinione pubblica. Questa immagine è così culturalmente unanime che di fatto ha sostituito la realtà della storia.

Questo ricordo, piuttosto che essere guidato da un’adesione ai fatti della storia, è in realtà più simile al folklore delle civiltà antiche. Gli ideali del presente informano la presentazione del passato, e mentre i greci lanciavano la poetica orale degli dei per rafforzare la fortezza morale, l’Occidente americano soppianta gli ideali sociali del presente su una storia ricordata male.

Poiché questo è un mito americano, la “vera causa” è quella specifica marca di eccezionalità che si trova dall’altra parte dello stagno, lo spaccio audace, sfacciato e propagandistico dell’ideale americano. Questa è una rappresentazione errata della storia del vecchio west e della Frontiera. Ogni realismo storico riguardante la sottomissione dei nativi si perde nella foschia del falso ricordo. Cosa succede poi quando emerge un western che capovolge il genere e cosa poi quel film ci racconta sulla società da cui è emerso. Se l’Occidente formula una storia informata dalla società contemporanea che la produce, cosa cambia quando quella società si pone esattamente contro l’ideale americano?

Dal 1965 al 1976 il monopolio cinematografico della Germania Est DEFA ha prodotto oltre una dozzina di western, intitolati Indianerfilme, molti dei quali hanno battuto il record di incassi della DDR con oltre 3 milioni di biglietti venduti. Erano immensamente popolari tra il pubblico della Germania dell’Est, soddisfacendo il bisogno di intrattenimento popolare e permettendo alla popolazione sul lato sovietico della cortina di ferro di interagire con quella fantasia di evasione più tedesca, quella del Vecchio West. Tuttavia, dove gli Indinaerfilme differiscono dal western tradizionale, è il loro obiettivo.

Come suggerisce il nome, questi Indianerfilme erano orientati verso la prospettiva dei nativi americani, per i tedeschi orientali, che si identificavano con gli indiani, la lotta contro i cow-boy era un modo chiaro per raffigurare la lotta contro il sistema capitalista. Nei film le diverse tribù contrastavano l’avanzamento a Ovest della frontiera degli Usa. Loro, un secolo dopo, combattevano contro l’avanzamento a Est.

L’Indianerfilme si è quasi sempre preoccupato della sottomissione dei nativi americani e di un’atrocità commessa dall’uomo bianco sui nativi, ha avuto il coraggio e il merito di muovere una critica schietta al capitalismo e al razzismo che hanno alimentato l’espansione verso ovest degli Stati Uniti e pompata grazie la visione pioneristica e fideistica del “progresso prima di tutto” alla John Ford e alla John Wayne.

In quasi tutti i film indiani la vita tribale idealisticamente rappresentata è disturbata da cowboy traditori, come in Apachen o da membri della cavalleria americana, come nel caso di Blutsbruder . Questi film si distinguono per lo spettatore per la chiarezza con cui l’attenzione è stata spostata, trasformando un pezzo di genere standard in qualcosa di più distintivo. Se tenuto in confronto allo standard americano occidentale; l’iconografia è presentata in modo simile, la musica è quasi una parodia diretta e ci sono chiari lati positivi e negativi, è solo che invece di tifare per il cowboy, tifiamo per il suo nemico. La figura simbolica dell’eccezionalismo americano è ora il nostro cattivo.

Il loro contenuto è un modo per il pubblico e i registi di affrontare il loro passato, poiché il manicheismo della trama affronta l’imperialismo. Gokjo Mitic era un vero idolo a cui i tedeschi dell’est potevano guardare. Era una forte figura socialista che ha abbattuto quel martello sugli oppressori. Gli Indianerfilme erano popolari perché erano decisamente orientali, consentendo ai cittadini della RDT di impegnarsi in fantasie del Vecchio West. Avevano le loro storie e i loro idoli, con paesaggi che erano riusciti a riconoscere e in cui potevano fuggire e non dovevano più fare affidamento su libri e film della Germania occidentale. Sono diventati così popolari e così radicati nella coscienza pubblica perché hanno fornito ciò che il popolo della Germania dell’Est desiderava tanto, un’identità condivisa.

1966 Die Söhne der großen Bärin(t.l. Il figli della Grande Mamma Orsa) di Josef Machcon Gojko Mitic (Tokei-ihto), Jiri Vrstala, Rolf Römer, Hans Hardt-Hardtloff, Gerhard Rachold
Tratto da una serie di romanzi della scrittrice Liselotte Welskopf-Henrich. Tokei-Ihto, capo tribù ribelle e allergico ai trattati di pace con i bianchi capitalisti, corruttori e traditori, evade dal forte dove era stato imprigionato. Condurrà la sua tribù verso il Sol dell’Avvenire, cioè oltre il fiume Missouri. Non prima di aver regolato i conti con il losco trafficante Red Fox e aver affrontato delle tribù nemiche.

1967 Chingachgook, die grosse Schlange (t.l. Chingachgook, il grande serpente) di Richard Groschoppcon Gojko Mitic (Chingachgock), Rolf Römer, Lilo Grahn, Helmut Schreiber, Jürgen Frohriep
Ispirato a “Il cacciatore di cervi” di Fenimore Cooper. Chingachgook, il famoso ultimo dei Moicani, salva sua moglie tenuta prigioniera dagli Uroni. Prima di raggiungere il suo scopo dovrà affrontare pionieri razzisti e vedersela con le trame imperialiste di francesi e  inglesi. La presenza come direttore della fotografia dell’operatore di “Olympia” della Riefenstahl, garantisce gran attenzione ai fisici olimpionici degli “indiani”. Uno dei più scopertamente ideologici della serie, ma nella sua insistita filosofia umanista pare sia una delle trasposizioni più fedeli dello spirito di Fenimore Cooper.

1968 Spur des Falken(t.l. Il sentiero di Falco) di Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Falke), Hannjo Hasse, Barbara Brylska, Lali Meszchi, Rolf Hoppe
Ispirato alle celebri e drammatiche vicende storiche iniziate nel 1875. I cercatori d’oro avidi e capitalisti già meditavano prima di far fuori gli indiani Dakota, figuriamoci quando scoprono che sulle Colline Nere c’è l’oro! Per fortuna che c’è il gran capo Falco/Mitic a sistemare le cose. Sforzo produttivo di una certa importanza, con numerose scene spettacolari e l’utilizzo di un vero treno. Gira anche un titolo italiano, La vendetta dei guerrieri rossi (rossi…), quindi può darsi che in qualche modo sia l’unico della serie arrivato dalle nostre parti.

1969 Weisse Wölfe(t.l. Lupo Bianco) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Falke), Horst Schulze, Rolf Hoppe, Helmut Schreiber, Barbara Brylska
Torna il protagonista del film precedente. Per vendicare l’uccisione della moglie, il capo indiano Falco fa il diavolo a quattro nella corrotta e viziosa cittadina di Tanglewood, in mano a dei loschi trafficanti capitalisti. Unici suoi alleati, l’onesto sceriffo e sua moglie. Sia pure con lo schematismo di un racconto d’avventura, le esigenze di propaganda ideologica favoriscono un’ interessante analisi delle cause economiche che portarono alle guerre indiane.

1970 Tödlicher Irrtum(t.l. Errore fatale) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Shave Head), Armin Mueller-Stahl, Annekathrin Bürger, Krystyna Mikolajewska
Anche se la parte d’azione è totalmente inventata, il film è ispirato a fatti realmente avvenuti nel 1898. Stavolta è il petrolio a scatenare l’avidità capitalistica. A farne le spese i capi indiani che hanno imprudentemente firmato il trattato di pace coi bianchi (l’errore fatale del titolo), che vengono assassinati uno ad uno. Toccherà al prode guerriero Shave Head (Testa Pelata?) scoprire gli assassini. Uno dei più politici del filone. Armin Mueller-Sthal, diventerà uno dei più noti attori tedeschi nel mondo.

1971 Osceoladi Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Osceola), Horst Schulze, Jurie Darie, Karin Ugowski, Kati Bus, Pepa Nikolova
La prima di una succulenta serie di biografie dedicate a dei grandi capi indiani storicamente esistiti. Naturalmente in questi film diventano tutti dei precursori del realismo socialista. Si comincia con il leggendario Osceola, capo dei Seminole che nella Florida del 1837 condusse una guerra contro l’espansionismo dei latifondisti bianchi. Notevole l’approfondimento della presenza a fianco dei Seminole di numerosi schiavi neri fuggitivi, argomento praticamente mai affrontato dal cinema americano. Co-produce anche Cuba.

1972 Tecumseh di Hans Kratzertcon Gojko Mitic (Tecumseh), Annekathrin Bürger, Rolf Römer, Leon Niemczyk, Mieczyslaw Kalenik
Stavolta è di scena Tecumseh, il leggendario capo indiano degli Shawnee che all’inizio del 800 riuscì a creare un’ampia confederazione di tribù che spalleggiata dagli inglesi si oppose all’espansionismo degli Stati Uniti, tentando di creare una nazione indiana. Uno dei personaggi storici più affascinanti dell’800 americano, ma anche uno dei meno visti al cinema. Tecumseh era istruito e comprendeva la società dei bianchi, Mitic lo interpreta come un antico nobile. C’è pure una parentesi romantica con una donna bianca.

1973 Apachendi Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Ulzana), Milan Beli, Colea Rautu, Leon Niemczyk, Gerry Wolff, Rolf Hoppe
Fulminea risposta a “Nessuna pietà per Ulzana” di Aldrich, con cui ha comunque pochi punti di contatto, raccontando vicende degli anni 40 e non il celebre raid del 1885 al centro del film americano (a cui in realtà Ulzana sopravvisse, morendo molto anziano nel 1909). Gli usi e costumi degli apache sono ritratti con cura e attenzione, anche se ovviamente nella versione di Mitic Ulzana diventa un campione della masse indiane oppresse. Ignari della proprietà privata gli Apache Mimbrero si farebbero i fatti loro, se messicani ed americani non li volessero far fuori a tutti i costi. Dopo un massacro, Ulzana compie la sua vendetta.

1974 Ulzanadi Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Ulzana), Renate Blume, Colea Rautu, Dorel Jacobescu, Rolf Hoppe, Amza Pelea
Sequel del film precedente. È ambientato nei tardi anni tra il 1846 e 1848 durante la guerra tra stati Uniti e Messico. Per quanto sempre viziata da un’ottica smaccatamente propagandistica è interessante la ricostruzione dell’attività del “Ring di Tucson” una cricca di affaristi americani realmente esistita, che per favorire i propri affari provocò tensioni tra apache e cittadini di Tucson. Gli apache si fanno gli affari loro nella riserva coltivando la terra, ma i commercianti capitalisti si sentono minacciati da tanta autonomia economica. Toccherà ancora ad Ulzana scendere sul piede di guerra per difendere la propria gente.

1975 Blutsbrüder(t.l. Fratelli di sangue) di Werner W. Wallrothcon Gojko Mitić (Harter Felsen/ Hard Rock), Dean Reed, Gisela Freudenberg, Jörg Panknin 
Stavolta Mitic non è il protagonista indiscusso, ma divide lo schermo con Dean Reed, personaggio quantomeno singolare: cantautore americano, pacifista e socialista, che dopo aver girato qualche western spaghetti dalle nostri parti fece fortuna nel blocco socialista. Qui Reed è anche sceneggiatore. Specie di ideale seguito di “Soldato blu” di Ralph Nelson. Reed è un soldato chiamato Harmonika che resta disgustato dalla violenza dei suoi commilitoni dopo il massacro del Sand Creek (1864). Viene catturato dagli indiani, ma diventa presto amico del guerriero Harter Felsen (Roccia Dura), ovviamente interpretato da Mitic. I due faranno fronte comune contro gli invasori bianchi. Uno degli indianerfilme (relativamente) più famosi, tra i migliori o comunque tra i più complessi e meno schematicamente ideologici, con personaggi più sfaccettati e tormentati del solito. Notare che mentre in Italia e in America il western era in pieno declino, anzi praticamente defunto, all’est questo film riscuoteva ancora un grande successo.

1978 Severinodi Claus Dobberkecon Gojko Mitic (Severino), Violeta Andrei, Constantin Fugasin, Mircea Anghelescu
Non proprio un western dato che si svolge tra le Ande argentine, ma in fondo sono sempre le solite avventure di indiani minacciati dai coloni bianchi, con Mitic nei panni del solito saggio e coraggioso capo indio. Ispirato ad un romanzo dello scrittore tedesco Eduard Klein. Paesaggi notevoli.

1983 Der Scout (t.l. La guida) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Weiße Feder), Klaus Manchen, Milan Beli, Nazagdordshijn Batzezeg
Coprodotto con la Mongolia, come si nota dalle comparse dai tratti esotici. Mentre nel resto del mondo il western praticamente non esiste più, Mitic chiude degnamente la sua carriera nel genere con uno dei suoi film più curati, anche grazie agli spettacolari paesaggi mongoli. Ambientato nell’epoca delle guerre indiane (1877), tra fughe e massacri, per la prima ed ultima volta non interpreta un capo, ma è lo scout indiano Penna Bianca, che deve guidare sette soldati che hanno il compito di scortare i cavalli sequestrati ai Nez Percé. Lo schematismo ideologico degli anni passati è meno pressante, tanto che i personaggi dei sette soldati bianchi hanno persino dei lati buoni. Finiva un’epoca, non solo cinematografica.


“Il mito, scacciato dal reale dalla violenza della storia, trova rifugio nel cinema”

C’ERA UNA VOLTA IL KRAUT WESTERN

Anarchia? Asineria da scolaro!

Asineria da scolaro! Una rivoluzione socialista radicale è legata a determinate condizioni storiche dello sviluppo economico;
Egli non comprende assolutamente nulla della rivoluzione sociale;

Alcuni ritengono che il marxismo e l’anarchismo abbiano gli stessi principi, che fra loro esistano soltanto dissensi tattici, cosicché, secondo costoro, è assolutamente impossibile contrapporre l’una all’altra queste due tendenze. Ma questo è un grave errore. Noi riteniamo che gli anarchici sono veri e propri nemici del marxismo.

Di conseguenza, riconosciamo pure che, contro veri e propri nemici, bisogna condurre una vera e propria lotta. Sta di fatto che marxismo e anarchismo sono fondati su principi completamente diversi, nonostante che entrambi si presentino sul terreno della lotta sotto la bandiera socialista. Pietra angolare dell’anarchismo è lindividuo, la cui liberazione sarebbe la condizione principale della liberazione della massa, della collettività. Secondo l’anarchismo, è impossibile la liberazione della massa finché non sarà liberato l’individuo; per cui la sua parola d’ordine è : «tutto per l’individuo». Pietra angolare del marxismo è invece la massa, la cui liberazione sarebbe la condizione principale della liberazione dell’individuo. Cioè, secondo il marxismo, la liberazione dell’individuo è impossibile finché non sarà liberata la massa; per cui la sua parola d’ordine è: «tutto per la massa». 

Lenin in Stato e Rivoluzione indicava 3 punti fondamenti per descrivere le differenze tra marxisti e anarchici:

1. I primi, pur ponendosi l’obiettivo della soppressione completa dello Stato, non lo ritengono realizzabile se non dopo la soppressione delle classi per opera della rivoluzione socialista, come risultato dell’instaurazione del socialismo che porta all’estinzione dello Stato; i secondi vogliono la completa soppressione dello Stato dall’oggi al domani, senza comprendere quali condizioni la rendano possibile;

2. I primi proclamano la necessità per il proletariato, dopo ch’esso avrà conquistato il potere politico, di distruggere completamente la vecchia macchina statale e di sostituirla con una nuova, che consiste nell’organizzazione degli operai armati, sul tipo della Comune; i secondi, pur reclamando la distruzione della macchina statale, si rappresentano in modo molto confuso con che cosa il proletariato la sostituirà e come utilizzerà il potere rivoluzionario; gli anarchici rinnegano persino qualsiasi utilizzazione del potere dello Stato da parte del proletariato rivoluzionario, la sua dittatura rivoluzionaria;

3. I primi vogliono che il proletariato si prepari alla rivoluzione utilizzando lo Stato moderno; gli anarchici sono di parere contrario.

La rivoluzione russa e gli anarchici

Dopo la presa del potere il ruolo dei soviet, l’economia era al collasso in molti settori e il giovane Stato sovietico aveva la necessità vitale di far funzionare l’industria.

Gli anarchici si opponevano alla pianificazione in nome della battaglia contro “il centralismo statalista”, riproponendo il modello fallimentare delle comuni indipendenti che sarebbe stato applicato, circa vent’anni più tardi, durante la guerra civile spagnola nella Catalogna.

In un paese arretrato come la Russia l’utilizzo degli specialisti, tecnici e ingegneri provenienti dal vecchio apparato dello Stato borghese era molto più che necessario. Lenin lo capì senza indugi.

Il dibattito su questa questione aveva un carattere assolutamente pratico ed era legato al rapporto tra socialismo nascente e la vecchia struttura del capitalismo russo. L’utilizzo degli specialisti non implicava nessun compromesso con la borghesia ma era vincolato all’arretratezza culturale della popolazione russa, oltre che al ritardo della rivoluzione nei paesi capitalisti avanzati.

Tutti i pregiudizi anarchici sullo Stato si fondevano in una visione immaginaria della costruzione del socialismo, in cui alle brillanti teorizzazioni sull’avvenire senza classi faceva da contraltare una organica incapacità di avanzare sul terreno concreto della lotta quotidiana.
Come ebbe modo di dire Lenin, “la maggioranza degli anarchici si preoccupa del futuro senza preoccuparsi di capire il presente”. Mentre il gruppo dirigente bolscevico, si poneva l’obiettivo di superare i limiti del contesto, i dirigenti anarchici, che trovavano eco anche in alcuni settori del Partito bolscevico, si abbassavano al livello degli scettici e dei settori più arretrati della società.

Come ricorda lo storico Carr: “Anche in questo caso, l’opinione diffusa era che l’esigenza dell’efficienza economica contrastasse con i principi dell’autogoverno non solo socialista ma democratico. Il problema degli specialisti metteva in causa la stessa dottrina e le stesse concezioni del partito. Essa rinfocolò l’apparente contrasto fra la concezione della distruzione del vecchio apparato amministrativo e dell’estinzione dello Stato e la necessità pratica, da Lenin affermata non meno vigorosamente di impossessarsi e di utilizzare l’apparato tecnico del centro economico e finanziario creato e lasciato in eredità dal capitalismo.”

Mentre gli anarchici gridavano al tradimento della rivoluzione terrorizzati dal fantasma dello Stato, Lenin aggiungeva: “Il socialismo è impossibile se non si utilizzano le conquiste della cultura e della tecnica raggiunte dal grande capitalismo”.

Il tradimento degli anarchici

La rivolta di Kronstadt negli anni è stata eretta a monumento della critica anarchica al bolscevismo.

Quasi cento anni dopo quegli avvenimenti non c’è una discussione in cui i seguaci di Bakunin non utilizzino Kronstadt per affermare che “l’avanguardia della rivoluzione è stata tradita e soffocata nel sangue dalla dittatura bolscevica”.

Non si può comprendere ciò che accadde alla flotta sul Baltico esclusivamente sulla base del complotto di qualche anarchico o di qualche bianco. Questa tesi la lasciamo alla Grande Enciclopedia Sovietica del 1953.

La crisi e l’ammutinamento dei marinai può essere compresa solo nell’ambito degli effetti della guerra civile e della miseria crescente. Durante lo scontro tra bianchi e rossi i contadini avevano scelto da che parte stare, tollerando le requisizioni forzate, ma ora che la guerra civile era finita non erano più disposti a sottostare a simili condizioni.

Lo stesso esercito di Machno aveva trovato la sua base sociale proprio su questo punto, ovvero nella contrarietà di un certo settore contadino al “comunismo di guerra”. Molti dei marinai in licenza avevano avuto modo di vedere con i loro occhi la fame che settori crescenti della società sovietica pativano. Avevano maturato l’idea che essendo ormai sconfitti i bianchi fosse necessario voltare pagina.

Non è casuale che il programma degli insorti di Kronstadt combinasse rivendicazioni “democratiche” come la rielezione immediata dei soviet a voto segreto, la libertà di parola, di stampa e di riunione, con rivendicazioni di carattere economico come la libertà di coltivare liberamente la terra per i contadini (senza l’uso di manodopera salariata). Come dirà lo storico P. Avrich questo programma era “un promemoria sulla politica generale del comunismo di guerra, la cui giustificazione, agli occhi dei marinai, e della popolazione in genere, era venuta a mancare”.

Gli stessi bolscevichi si rendevano conto della crescente esasperazione popolare dopo anni di privazioni e ne avevano discusso più volte già prima della rivolta. L’8 febbraio del 1921 Lenin aveva illustrato all’Ufficio politico un piano per superare il “comunismo di guerra” e il 24 dello stesso mese il Comitato centrale aveva iniziato uno studio da sottoporre al X congresso.

Pur in un simile contesto la tesi della sovrapposizione tra i marinai di Kronstadt, avanguardia della rivoluzione del 1917, e gli insorti del 1921 non trova un riscontro materiale.

In larghissima parte i quadri della guarnigione che erano stati gli eroi della rivoluzione d’ottobre nel 1921 non erano più nella fortezza. I compiti della guerra civile e dell’instaurazione del socialismo li avevano portati ad avere un ruolo di direzione nel paese ma non più a Kronstadt.

La maggioranza dei marinai erano giovani di estrazione contadina, per lo più provenienti dall’Ucraina, nella quale le armate anarchiche e antibolsceviche di Machno avevano avuto un sostegno significativo. Uno dei leader dell’insurrezione del 1921, Petriscenko, lo ricorda in una lettera del 31 maggio 1921 inviata al generale reazionario Vrangel: “La guarnigione di Kronstadt era costituita da tre quarti di nativi dell’Ucraina, da lungo tempo nemici dei bolscevichi, l’ultimo contingente era formato da nativi di Kuban, che prima avevano prestato servizio nell’esercito di Denikin (che combatté la rivoluzione nel sud della Russia fino al marzo 1920, Ndr)”.

Tra i capi degli insorti figuravano certamente elementi reazionari come l’ex generale bianco Kozlovskij e lo stesso Petriscenko che guidava il Comitato rivoluzionario provvisorio e che in esilio sostenne apertamente le posizione dei bianchi.

Al di là delle intenzioni degli insorti la reazione guardava con grande interesse alla rivolta, per farne una testa di ariete della controrivoluzione e restaurare il capitalismo in Russia.

I recenti studi dello storico P. Avrich hanno messo in luce un Memorandum sulla organizzazione di una rivolta a Kronstadt, redatto probabilmente all’inizio del 1921 che, basandosi su una rivolta che sarebbe dovuta iniziare nella primavera, avrebbe permesso, con l’aiuto del generale Vrangel, di una base logistica nella fortezza e con delle navi francesi, di iniziare una controffensiva sulla terra ferma con l’obiettivo di cancellare la repubblica dei soviet.

In queste circostanze, pur dopo aver tentato per alcuni giorni di convincere i marinai con le armi della propaganda, i bolscevichi furono costretti a soffocare rapidamente la ribellione, prima che i ghiacciai si sciogliessero rendendo la fortezza inespugnabile.

Molto si è parlato della repressione contro i marinai di Kronstadt. I piagnistei di certi commentatori anarchici descrivono gli insorti come una pacifica vittima sacrificale che perì inerme sotto i colpi della repressione rossa. Questa descrizione non risponde a come realmente si svolsero i fatti.

Le truppe bolsceviche che diedero l’assalto alla fortezza, alle quali si unirono anche 300 delegati provenienti dal X congresso, compresi quelli delle due opposizioni interne Centralismo democratico e Opposizione operaia, furono cannoneggiate costantemente dagli insorti. Dopo il primo assalto senza successo, il 16 marzo ebbe luogo un secondo assalto nel quale i rossi, che avanzavano sul ghiaccio protetti solo da un mantello bianco, subirono perdite durissime quantificabili in circa un quinto degli assalitori, ovvero circa 10mila morti.

“Le perdite dei ribelli furono ovviamente assai minori, e la maggior parte delle vittime furono dovute ai massacri perpetrati dai vincitori sopravvissuti all’assalto. 600 uccisi, più di 1000 feriti e 2.500 prigionieri. Più di 8.000 ammutinati, tra i quali Kozlovskij e Petriscenko, e la maggior parte dei capi dell’insurrezione, riuscirono a fuggire in Finlandia.”

Certamente gli eventi della repressione di Kronstadt sono drammatici ma nella loro tragica dinamica inevitabili.
Non troviamo una definizione migliore di quella che ha dato Pierre Brouè quando ha affermato: “Se nel 1917 i marinai erano stati il ferro di lancia della rivoluzione (…), ora, nel 1921, essi riflettevano tragicamente, tra i primi, la stanchezza profonda del popolo russo e il desiderio di farla finita con la miseria materiale”.

Dopo questa vicenda Lenin e il partito chiudevano la fase del “comunismo di guerra” e inauguravano la Nuova politica economica (Nep). Gli anarchici antibolscevichi hanno parlato di una terza rivoluzione repressa nel sangue da parte della dittatura bolscevica, ma la loro versione non regge alla prova dei fatti, come ha ammesso lo stesso storico dell’anarchismo Paul Avrich quando ha scritto: “Kronstadt presenta una situazione in cui lo storico può simpatizzare con i ribelli, ma ammettere che i bolscevichi non avevano torto ad affrontarli”.

Catalogna 1937 l’ennesimo tradimento, l’ennesimo fallimento

Un grande regista, Ken Loach, nel 1994 fa girò un film politicamente davvero brutto: Terra e libertà. L’inizio struggente non lascia prevedere che il racconto si sarebbe poi dipanato in un insopportabile ricorso ai peggiori luoghi comuni in merito al ruolo dei comunisti durante la Guerra civile spagnola: beceri stalinisti capaci solo di imporre le proprie direttive e quindi pronti a far fuori tutti coloro che non erano d’accordo. Anarchici e militanti del POUM, in primo luogo. E infatti nel film questi sono rappresentati come i “veri” rivoluzionari, buoni, generosi, romanticamente straccioni in contrapposizione ai bolscevichi sempre ben pasciuti e trucidi, e in lucide uniformi. Del resto questa è ormai una delle interpretazioni più diffuse sulla guerra civile spagnola: peccato che fra i repubblicani ci fossero quei feroci comunisti, ben diversa sarebbe stata la storia se nel fronte antifascista avessero prevalso gli anarchici, i trozkisti ed i comunisti non stalinisti.

Un’infantile vulgata, favorita anche da romanzi come “Omaggio alla Catalogna” di Orwell, che fa da macabro contrappunto a quella, cattolica, sul martirio di preti e suore barbaramente sterminati dai rossi. Longo, Vidali, Togliatti, i capofila italiani di questa banda di assassini… Certo, in Spagna durante la guerra civile vi furono scontri molto aspri fra i comunisti e gli anarchici (componente storica essenziale del repubblicanesimo iberico), e in numerose occasioni le armi della critica furono sostituite dalla critica delle armi: da ambo le parti, sia chiaro, anche se effettivamente i comunisti furono per certi versi assai più duri. Ma dipingere Berneri, Durruti, e tanti altri valorosi combattenti anarchici (oltre ai tanti militanti del POUM) come banali vittime della crudeltà stalinista è davvero un’operazione degna degli storici di regime.

Riportiamo però i fatti, traendo spunto da una pagina di Paolo Spriano: “il mese di maggio 1937 è uno dei più difficili e delicati per le sorti della repubblica spagnola, sia politicamente che militarmente. Dopo settimane di tensione, quando le autorità militari prendono una misura giudicata ingiusta dagli estremisti (il controllo della centrale telefonica, gelosamente tenuta dagi anarchici), il 3 maggio, scoppia la rivolta, organizzata dal POUM e da piccoli ma combattivi nuclei anarchici. Dopo qualche giorno, la rivolta fallisce (vi sono centinaia di morti) ma essa ha segnato un momento di crisi e di trapasso nella Spagna repubblicana. Centralizzazione e militarizzazione sono esigenze avvertite profondamente dal governo, mentre la difficoltà della situazione non ha fatto che accrescere il ribellismo e la tendenza autonomistica, forte nel POUM catalano. La mentalità tipica degli anarchici di base (sconfessati sia dalla CNT che dalle FAI) è esplosa nella ribellione. L’episodio viene considerato prima ancora che dai comunisti dai socialisti come segno di incoscienza.

Tra gli italiani, Nenni definisce la rivolta come “la più criminale delle insurrezioni”, come un “tentativo di pugnalare nella schiena la rivoluzione e la guerra”. Nel suo diario Nenni aggiungerà: “Accanto alle qualità degli anarchici nei combattimenti rivoluzionari di strada (la barricata romantica) sta la loro fondamentale incapacità di accettare la disciplina collettiva e militare, senza di che la vittoria non è possibile. Essi sono letteralmente paralizzati, nell’azione rivoluzionaria costruttiva, dai loro pregiudizi: pregiudizio antiautoritario, che impedisce loro di capire che la rivoluzione è quanto di più autoritario possa esistere…; pregiudizio antistatale che li porta a prendere posizione contro lo Stato in quanto tale, al di fuori del suo contenuto di classe… Buona parte degli anarchici non riuscì mai a superare la funesta convinzione di una sorta di sdoppiamento e di antagonismo tra la guerra e la rivoluzione… È fuori di dubbio che l’esistenza di un forte movimento anarchico ha reso più difficile il compito del Fronte popolare spagnolo. Vi furono momenti in cui l’atteggiamento degli anarchici rasentò la provocazione, per cadervi in pieno coi moti di Barcellona del maggio 1937.”

Il giudizio che dell’episodio dà Rosselli è più sfumato ma anch’egli non nasconde l’opinione che gli anarchici si siano posti in un circolo vizioso: “La frazione estrema dell’anarchismo si preoccupa più delle modalità della guerra che della guerra stessa. È esatto che ogni militarizzazione comporta dei rischi per un futuro, libero sviluppo della rivoluzione. Ma, a parte che la militarizzazione, col prolungarsi e l’aggravarsi della guerra, è una necessità imprescindibile, se si vuole ottenere la vittoria, come non vedere che ormai più gravi sono i rischi derivanti dall’infinito prolungarsi della guerra che contiene potenzialmente i germi di tutte le dittature? In altri parole: l’idea di fare la guerra secondo i canoni anarchici prevale su quella di vincerla rapidamente. Ora, questo è un controsenso. La guerra è il fenomeno più antianarchico che si possa immaginare. Condurre una guerra sulla base dei principii dell’anarchia equivale a non farla o ad eternarla.”

Nella repressione che fa seguito alla rivolta viene ucciso l’anarchico italiano Camillo Berneri, con il suo compagno Barbieri. Una fine tragica, particolarmente dolorosa per l’antifascismo italiano e un’indicazione, anche, dei metodi che la polizia segreta staliniana introdurrà poi largamente in Spagna. (Verrà prelevato e scomparirà Andrés Nin, il notissimo dirigente poumista. La caccia al trockista sarà uno dei capitoli neri della guerra civile spagnola, che contribuirà non poco ad avvelenare l’atmosfera nel campo repubblicano). Rosselli, in uno dei suoi ultimi scritti, dirà: “Certo l’URSS interviene al di là del giusto e del necessario in Spagna. Ma senza l’URSS esisterebbe ancora una Spagna repubblicana?” È un aspetto del dramma spagnolo.”

È pensabile, in una situazione di guerra, in cui cioè i fattori militari prevalgono su tutti gli altri, definire “borghese” l’esigenza di una forte catena di comando e di una disciplina ferrea? Ha un qualche significato rivoluzionario impegnare energie preziose in dibattiti teorici e in sperimentazioni sociali quando la priorità assoluta è quella di non far passare un nemico agguerrito e spietato? Barcellona sta per cadere nelle mani dei fascisti e gli anarchici pongono come prioritaria la questione della democrazia diretta? La libertà sta per essere definitivamente travolta e c’è invece chi insiste sulle alchimie ideologiche? Questo è il nodo fondamentale: i comunisti, che peraltro erano la componente politico-militare più solida (e che non erano arrivati in Spagna in wagon lit da Mosca, ma come volontari che si lasciavano alle spalle lavoro e affetti, esattamente come tutti gli altri “internazionali”, socialisti, anarchici, liberali, o senza partito che fossero), avevano ben chiaro che la lotta era disperata e che alle forze reazionarie occorreva opporre un fronte rivoluzionario e democratico ampio e compatto. Con ciò non si vuol certo dire che i comunisti fossero rivoluzionari esemplari, e tutti gli altri, anarchici e trozkisti in primis, fossero agenti controrivoluzionari: così come non ha senso rovesciare questa prospettiva settaria come ha fatto Loach. L’obiettivo di Stalin era favorire tale unione nazionale e democratica non certo per frenare una rivoluzione che non avrebbe potuto controllare, quanto piuttosto “per facilitare alla Repubblica l’aiuto dell’esitante governo francese e premere sul governo inglese per vincere la sua netta ostilità (l’elemento che sarà decisivo nel provocare l’isolamento e la caduta stessa della Repubblica)”.

Anarchia o socialismo?

Appunti sul libro di Bakunin “Stato e anarchia”

Stato e Rivoluzione

GLI ANARCHICI E L’OTTOBRE

I Maestri del socialismo

Nome di battaglia: Stalin

La figura di Stalin, fu d’ispirazione per molti nostri partigiani durante la guerra di liberazione. Due di loro in particolare decisero di rendere omaggio all’uomo che si era caricato sulle proprie spalle le sorti del mondo e adottarono Stalin come nome di battaglia

Ermenegildo Della Bianchina

Il Partigiano Ermenegildo Della Bianchina, conosciuto dal popolo massese con il suo nome di battaglia “Stalin” era un piccolo grande uomo, leale, onesto, stimato e rispettato da tutti amici e avversari. Non aveva nemici, ha speso tutta la sua vita per la difesa dei valori della Libertà, della Democrazia e della Pace, della Memoria della Resistenza e della Costituzione. Fondatore e poi Presidente per molti anni della Sezione ANPi di Massa “Patrioti Apuani Linea Gotica”.
Gildo subito dopo l’8 Settembre, dopo aver fatto il militare con gli Alpini divisione Cunense e dopo aver partecipato alla guerra in Albania e Russia, fu tra i primi partigiani che sulle Alpi Apuane costituirono le prime formazioni di ribelli e bande partigiane. Ha combattuto nel gruppo divenuto poi Patrioti Apuani, prima comandato dall’eroico e valoroso partigiano Marcello Garosi Tito, caduto in combattimento e Medaglia d’Oro al Valor Militare e poi sotto il Comando di Pietro Del Giudice, con il quale aveva instaurato una profonda amicizia. Insieme a tanti altri partigiani ha partecipato a numerose azioni di sabotaggio contro i nazi fascisti.

Gildo da partigiano prese il nome di Stalin. Come avvenne lo raccontava più o meno così:
Ero intransigente sulla divisione delle cose da mangiare nella formazione, volevo parti uguali per tutti.
Un nostro capo invece voleva fare un po’ troppo il furbetto, io gli dissi che ero pronto a sparare per una ingiustizia così che non era piccola, forse puntai anche il mitra con minaccia, forse diedi anche una sventagliata in aria. Questi si ammutolì. Il giorno dopo vennero i comandanti della formazione. Sapevo che ero come sotto processo, ero stato insubordinato, e nei partigiani non si scherzava su queste cose. Io spiegai cosa era successo e Vico (un nostro comandante militare) mi diede una pacca sulle spalle e mi disse: “Sei come Stalin”.
Io gli risposi che non conoscevo questo Stalin. Mi spiegarono chi era, ed io allora risposi: “Se Stalin in Russia si comporta come me qua, allora sta facendo il vero socialismo”. Il nome di Stalin mi rimase così addosso.

Dopo la guerra insieme a Pietro Del Giudice, a Gianardi “Vico”, Angelotti “Contegio”, Antonini “Andrea”, Brucellaria “Memo”. Bertolini, Vinci Nicoddemi Briglia “Sergio” e tanti altri aveva costituito e fondato la sezione ANPI. E’ stato per molti anni un popolare amministratore, Consigliere Comunale e poi Assessore del Comune di Massa per il Partito Socialista, ed anche Sindacalista e operaio della Dalmine.

Mario Campana

Mario Campana residente a San Polo di Torrile, classe 1925, fu partigiano delle Sap (Squadre d’azione patriottiche) nel battaglione Bassa parmense. Il gruppo si era formato a San Polo di Torrile dietro l’impulso di Tranquillo Pezzali e faceva capo al comandante Otello Neva che da Parma dava le direttive e partecipava alle riunioni clandestine nella Bassa; riunioni che si tenevano spesso di notte nei campi. Principali obiettivi del battaglione erano il sabotaggio dei rifornimenti e degli automezzi tedeschi e la propaganda a favore della lotta di Liberazione, nonché l’assalto alla caserma della Brigata nera di Casale di Mezzani. Mario aderì nel 1944, all’età di 19 anni.

Un episodio può far capire qual era la situazione il 26 aprile 1945 quando, a guerra ormai finita e con molte città già liberate, nelle zone della Bassa parmense si combatteva ancora con i tedeschi, in ritirata verso nord, che cercavano di oltrepassare il fiume Po.
Quel giorno Mario insieme ad altri suoi compagni partigiani (Silvio Fochi, Ferrarini Renzo, i fratelli Piccinini, Maini e altri) avevano avuto il compito di arrestare dei soldati tedeschi e di portarli al Comando americano a Colorno. Requisito un camion tedesco a cassone scoperto, caricarono i prigionieri e iniziarono il trasferimento. Durante il transito, alcuni aerei americani, visto il mezzo tedesco, iniziarono la picchiata per distruggerlo. Mario, salito sulla capotte, iniziò a sventolare una bandiera rossa per farsi riconoscere; finalmente gli americani capirono e dopo varie picchiate si allontanarono senza mitragliare. Durante il viaggio – che proseguì verso Colorno per consegnare i prigionieri agli americani – un soldato tedesco, forse per paura, offrì il proprio orologio a Mario che lo rifiutò. Al ritorno percorsero la strada che fiancheggia il canale Naviglio e, ormai arrivati a casa a Gainago di Torrile, decisero di portare il camion in mezzo ai campi (in località Beldesinare) per non rischiare nuovi attacchi da chicchessia ma, durante il breve tragitto, in una casa di campagna posta a circa 200 dalla strada vennero sorpresi da spari e raffiche. Nella notte, infatti, in quella casa si erano rifugiati 72 tedeschi per cercare di rifocillarsi (tanto che, dopo la mungitura delle mucche di prima mattina, bevvero tutto il latte prodotto) e, alla vista dei partigiani, si appostarono alle finestre e iniziarono a sparare.

Iniziò un breve ma intenso combattimento nel quale Mario restò ferito da un colpo alla gola, poi da una raffica all’emitorace e al braccio destro, cadendo nel fossato adiacente la strada. Secondo la testimonianza della famiglia Rolli, contadini sfollati in quella casa, i tedeschi vistisi scoperti, e forse con la paura di essere attaccati da un più nutrito gruppo partigiano, uscirono dalla casa e si incamminarono verso il Po. I signori Rolli dalla finestra contarono 72 soldati armati per i campi verso Colorno. Solo dopo la fuga degli invasori, i partigiani recuperarono i due compagni feriti, Renzo Ferrarini e Mario, il più grave, che fu trasportato all’ospedale di Colorno. I medici però non videro per lui possibilità di cura e quindi fu portato all’ospedale di Parma sopra un camion militare. La fortuna volle che si salvò e, dopo un lungo periodo di riabilitazione a Salsomaggiore presso il centro “La casa del bambino”, tornò a casa pur rimanendo invalido di guerra. Venne poi congedato con il grado di sottotenente.

Nel dopoguerra Mario divenne grande amico di Attilio Gombia “Ascanio”, comandante partigiano delle tre Venezie, medaglia d’argento al valor militare e aderì all’Anpi formando la sezione di Torrile che ha seguito fino al 2010 come segretario. Nel 1964 entrò nel consiglio direttivo dell’ANMIG (Ass. nazionale mutilati e invalidi di guerra) sez. di Parma.

Mario Capanna, Partigiano Stalin

Anpi Massa

stachanovblog.org

Documenti della CIA confermano: Stalin non era un dittatore

Nella vulgata comune siamo abituati a sentir parlare di Stalin come di uno spietato dittatore che avrebbe piegato al suo volere l’intera Unione Sovietica. In ambito storico, ma anche letterario e cinematografico, questa narrazione viene proposta come la più attinente alla realtà dei fatti. A contestare questa visione arriva però nel 2008 un documento declassificato della CIA degli anni ’50 molto interessante: si tratta di un’analisi che smentisce nettamente l’idea che si possa parlare dell’URSS come di una dittatura personale esercitata autocraticamente da Stalin.

La data precisa del documento è 2 marzo 1955: siamo cioè nel delicato “interregno” che segue la morte di Stalin (5 marzo 1953) e precede il fatidico XX Congresso del PCUS (14-26 febbraio 1956) che sancirà la leadership di Chruscev e la conseguente “destalinizzazione”, da lui lanciata in solitaria, senza essersi consultato con il resto del partito. Siamo insomma nel periodo in cui secondo diversi storici si svilupperebbe quella “leadership collettiva” che a loro detta segnerebbe uno stacco netto rispetto al periodo precedente, caratterizzato dalla leadership solitaria di Stalin, affermatasi secondo i più nel corso degli anni ’30.

I punti più significativi del testo sono il 1° e il 4°. Il primo è abbastanza esplicito nell’affermare quanto già riassunto sopra:

«Anche ai tempi di Stalin c’era una leadership collettiva. L’idea occidentale di un dittatore all’interno della struttura comunista è esagerata. I malintesi su questo argomento sono causati dalla mancanza di comprensione della reale natura e organizzazione della struttura di potere comunista. Stalin, sebbene detenga ampi poteri, era semplicemente il capitano di una squadra e sembra ovvio che Chruscev sarà il nuovo capitano. Tuttavia, non sembra che nessuno degli attuali leader raggiungerà la statura di Lenin e Stalin, quindi sarà più sicuro presumere che gli sviluppi a Mosca saranno sulla falsariga di quella che viene chiamata leadership collettiva, a meno che le politiche occidentali non forzino i sovietici a snellire la loro organizzazione di potere. La situazione attuale è la più favorevole dal punto di vista dello sconvolgimento della dittatura comunista dalla morte di Stalin».

È interessante nel testo il giudizio di valore riguardante Stalin, accostato a Lenin, in netto contrasto con la nuova dirigenza, non giudicata all’altezza dei predecessori. Si creano così le condizioni adeguate per incrinare dall’interno le fondamenta politiche del potere sovietico. A tal riguardo è ancora più significativo il punto 4:

«Dalla morte di Stalin e dal colpo inferto al potere della polizia segreta, la situazione interna sovietica è stata in movimento. Il nuovo assetto sovietico ha bisogno di tempo per il consolidamento. La lotta tra gli elementi di mentalità nazionale “titoista” nella leadership sovietica e coloro che pensano in termini di linea internazionale più ortodossa è ancora in corso».

Gli elementi “nazional-titoisti”, che risulteranno infine vincenti, sono quelli riconducibili allo stesso Chruscev e ai suoi simpatizzanti. Gli “ortodossi” sono invece la vecchia guardia leninista, che cercheranno non a caso di rovesciare Chruscev nel 1957, scontrandosi con l’opposizione di Zukov (esercito) e di una parte significativa dello stesso gruppo dirigente sovietico. La definizione di “titoista” dipende dal fatto che Chruscev approderà di lì a poco non solo a denunciare il fenomeno dello “stalinismo” con un documento pieno zeppo di falsità e distorsioni (come accertato da studiosi del calibro di Domenico Losurdo e Grover Furr), ma anche a stravolgere la politica estera ed interna sovietica: verrà sciolto il COMINFORM, riallacciato il rapporto con la Jugoslavia, sostituiti la quasi totalità dei dirigenti politici delle repubbliche popolari dell’Est Europa, portando al potere personaggi come Gomulka in Polonia e Kádár (dopo la parentesi non casuale di Imre Nagy) in Ungheria; inizieranno poi le tensioni che giungeranno alla vera e propria spaccatura, non più ricomposta, con la Cina maoista, per approdare ad una politica di “coesistenza pacifica” giudicata da uno studioso militante come Gossweiler un aperto tradimento dell’internazionalismo proletario. Sul fronte interno sarà sempre sotto Chruscev che si avvierà un ripensamento della pianificazione centralizzata, attraverso l’apertura ad una logica di decentramento decisionale e una serie di errati investimenti in ambito industriale e agricolo, diventando le basi della “stagnazione” degli anni ’70.

Per la CIA Stalin non era un dittatore

COMMENTS ON THE CHANGE IN SOVIET LEADERSHIP

COMMENTS ON THE CHANGE IN SOVIET LEADERSHIP(PDF)

Nicola, l’infame

Nicolò Bombacci, detto anche Nicola o Nicolino, il 21 gennaio 1921, con gli esponenti della frazione comunista, abbandona a Livorno il teatro Goldoni , mentre è in corso il XVII° Congresso Nazionale del PSI, per andare al teatro San Marco, dove gli scissionisti fondano il partito che assunse il nome ufficiale di Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista.
Gli anni dal 1921 al 1927 rappresentano una tappa fondamentale per Bombacci. Eletto, al momento della fondazione, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia, e chiamato a dirigere, dal febbraio al luglio dello stesso anno, l’Avanti comunista, che si pubblicava a Roma, Bombacci sarà in seguito al centro di un vero e proprio “caso” politico-disciplinare protrattosi per quasi quattro anni, e culminato con la sua definitiva espulsione dal Partito.

Bombacci si trovò al centro di una complessa manovra sotterranea di avvicinamento fra Roma e Mosca.
Questo deplorevole avvicinamento faceva il paio con la deplorevole cordialità fra Bombacci e Mussolini denunciata da Gramsci.
A differenza degli altri dirigenti comunisti, chiusi in carcere o sottoposti a severa sorveglianza, Bombacci poteva fare liberamente la spola fra Roma e Mosca ottenendo gli indispensabili visti con sospetta facilità.
Nel frattempo si era formato a Roma un gruppo di dissidenti provenienti dal PSI, dalla CGIL e anche dal Partito Comunista d’Italia, detto della Gironda dal titolo della loro rivista, che si proponevano di gettare un ponte fra il fascismo e il socialismo.

Intervenendo alla Camera, il 30 Novembre 1923, per perorare la ripresa delle relazioni diplomatiche fra l’Italia fascista e la Russia bolscevica, Bombacci, fu portato a compiere due atti di indisciplina gravissimi. Non solo si rifiutò di leggere la dichiarazione preparata dalla direzione del partito, ma non informò nemmeno i dirigenti degli argomenti che intendeva analizzare. Ma la cosa più grave affiorò non tanto nel metodo ma nel contenuto del suo discorso, infiorettato ad un certo punto da una frase rivolta a Mussolini

La Russia è su un piano rivoluzionario: se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza fra i due Paesi

Il I° dicembre l’Avanti!, parlando di “comunismo fascisteggiante”, deplorò l’atteggiamento del deputato comunista. Il 5 dicembre fu la volta del partito comunista che dichiarò Bombacci non più autorizzato a rappresentare il Partito alla Camera, invitando perentoriamente Bombacci stesso a rassegnare le dimissioni da deputato. Che egli avesse riconosciuto che in Italia c’era stata una “rivoluzione fascista” non poteva essergli perdonato e questo pregiudicò la sua carriera politica.

Tornato a Roma, dopo il funerale di Lenin nel gennaio del 1924, venne escluso dalle liste elettorali del partito comunista italiano, per poi essere definitivamente espulso nel 1927, fu aiutato a vivere dall’amico Zinov’ev con un’occupazione definitiva e ufficiale presso la Missione commerciale sovietica.
I suoi rapporti politico-professionali con i sovietici durano fino al 1930, fino al momento in cui Stalin rimuoverà Zinov’ev dal suo incarico. Zinov’ev fece parte del centro trockista-zinovievista, che ordinò l’uccisione di Kiro, pianificò l’uccisione di Stalin e di vari dirigenti comunisti oltre a commettere altri crimini contro la rivoluzione come spionaggio, tentativi di avvelenamento, e sabotaggio. Zinov’ev nel 1936 verrà fucilato per cospirazione.

Di fronte alla Grande depressione, al crollo del sistema capitalistico, Bombacci formula la sua adesione particolare al regime sulla scorta dell’inizio del terzo tempo mussoliniano: andare verso il popolo, sorpassare bolscevismo e capitalismo grazie al sistema corporativo e all’unione delle masse lavoratrici nello stato organico littorio.

Esiste tutta una corrente interna al regime – guidata da Bottai e dalla sua rivista Critica fascista – che, specie dopo il 1929, vede nel corporativismo la risposta italiana alla lotta di classe e al dominio del capitale, quella mitologica terza via conciliante e gli interessi dei lavoratori e quelli della Patria. Su questo filone si innesta Nicolino, personalmente appoggiato da Mussolini, sempre alla ricerca di sfogatoi semiufficiali in cui lanciare i suoi vecchi e mai sopiti sospetti anticapitalistici.
Nel 1936 esce La Verità, con una tiratura di 25mila copie finanziata dal Ministero della cultura popolare. 

È in atto una grandiosa rivoluzione sociale. È l’ora della collettività. Oggi come ieri ci muove lo stesso ideale: il trionfo del lavoro. Per tale trionfo lottiamo da trentacinque anni. Oggi la storia ci pone dinanzi agli occhi l’esperimento di Mussolini. Non è più soltanto una dottrina, è un ordine nuovo che si lancia audacemente sulla via maestra della giustizia sociale.

L’uscita della rivista scatena un pandemonio nelle fila del fascismo intransigente, che ancora ricordano la barba sovversiva di Bombacci durante il biennio rosso. La copertura del duce però garantisce all’impresa editoriale la sopravvivenza.

Dopo la caduta del regime fascista il 25 luglio 1943 e, in settembre, la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso e la creazione della Repubblica Sociale Italiana (RSI), Bombacci decise volontariamente di recarsi a Salò, dove divenne una sorta di consigliere di Mussolini.

Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre. Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno.

15 marzo 1945 a Genova, discorso rivolto alle camicie nere

 E’ i l 25 aprile 1945. Mussolini è in fuga, vuole raggiungere la Svizzera per mettersi in salvo. Bombacci decide di seguirlo verso il suo destino. Qualcuno gli domanda: “Perché?” e lui risponde: “Lo seguirò fino in fondo”.
E’ il 28 aprile. I partigiani catturano, tra gli altri, Mussolini e Bombacci. Tutti i condannati vengono avviati in colonna verso il luogo dell’esecuzione per essere fucilati. Prima che morisse l’ho udito gridare: “Viva Mussolini! Viva il socialismo!”.
La mattina del 29 aprile lo appesero per i piedi al distributore di benzina di Piazzale Loreto, a Milano, insieme a Benito Mussolini, Claretta Petacci e alcuni gerarchi fascisti; nel documento attestante la fucilazione sotto il suo nome vi era la scritta a mano Supertraditore

Il museo di Stalin

Quando mori Iosif Stalin alcuni dirigenti del comitato centrale pensarono di dedicargli un museo, con gli oggetti che più lo avevano caratterizzato durante la sua vita.

E qui nacque il problema. Stalin non aveva una casa di proprietà, non aveva una macchina, non possedeva terreni, sulla sua scrivania trovarono decine di buste impolverate contenenti stipendi mai utilizzati, leggendo molti documenti presenti si resero conto che la maggior parte dei soldi che Stalin guadagnava erano destinati ad alleviare le sofferenze dei russi bisognosi che gli scrivevano per chiedergli un sostegno, all’oscuro del comitato centrale contribuiva economicamente alle spese che i comunisti e gli operai all’estero dovevano affrontare nella loro lotta quotidiana contro il capitale, con loro grandissimo stupore si resero conto che il suo stipendio era il più basso dell’intero comitato centrale e non superava lo stipendio medio di un’operaio sovietico.

Nonostante il giornale Time lo abbia inserito tra gli uomini più ricchi di tutti i tempi Stalin, le uniche cose di cui era in possesso erano un cappotto, un paio di stivali e una pipa. 
Stalin lavorava in media dalle 16 alle 20 ore al giorno, spesso obbligando anche i suoi dipendenti più stretti ed i membri del partito a svolgere orari improponibili e durissimi. La difesa del socialismo necessitava di una lotta costante e senza tregua.
Stalin rimarrà per sempre uno dei pochi grandi leader politici che abbia fatto tutto per il proprio popolo senza chiedere mai nulla in cambio se non uno stipendio pari a quello di un operaio. Questo è uno dei motivi per cui la borghesia si è tanto accanita su di lui, facendo passare come un pazzo sanguinario e psicolabile un uomo che come tutti ha fatto i suoi sbagli, ma di cui non si può mettere in discussione l’integrità morale e nel complesso la giustezza della direzione politica offerta all’URSS, trasformata da paese agricolo e arretrato in una potenza mondiale in grado di sostenere tutti i movimenti antimperialisti e anticolonialisti del mondo.
Per approfondire il totale disinteresse per il denaro di Stalin raccontiamo un aneddoto molto significativo

Konstantin Konstantinovič Rokossovskij nel 1917, allo scoppio della rivoluzione, attratto dal carisma rivoluzionario di Stalin e di Lenin, aderisce al movimento rivoluzionario entrando nell’Armata Rossa e raggiungendo il grado di Generale.

Soprannominato “Il martello degli unni”, comandò le Armate del Fronte del Don che distrussero le truppe naziste dopo averle accerchiate nella sacca di Stalingrado.

Nell’immediato dopoguerra, celebrato in tutto il mondo per il suo accume militare, per il suo straordinario coraggio e per la sua genialità strategica, Rokossovskij decise di farsi costruire una grandiosa dacia alle porte di Mosca.

Una volta terminati i lavori invitò per l’inaugurazione tutto il Politburò e tutto lo Stato Maggiore dell’Armata Rossa. Venne anche il Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Josef Stalin. La festa andò avanti tutta la notte. Si cantarono canzoni rivoluzionarie, si ricordarono i fatti della guerra, si raccontarono una moltitudine di aneddoti personali e politici. Arrivato il momento di congedarsi, Stalin inaspettatamente prese parola e disse:

“Volevo fare vivi complimenti al mio vecchio compagno Rokossovskij per questa gigantesca e lussuosa dacia, questa imponente e meravigliosa abitazione in cui ci troviamo. Egli sa benissimo che i dirigenti rivoluzionari come lui, temprati nel fuoco della lotta, possono benissimo alloggiare in uno dei tanti alloggi popolari che il potere sovietico mette gratuitamente a disposizione dei propri figli. Desidero dunque ringraziarlo per questa ampia, spaziosa e bella casa che ha costruito per gli orfani e i bambini russi.”

Nello stesso giorno la dacia fu popolata dagli orfani di guerra, divenendo una delle strutture più avanzate ed accoglienti di Mosca.

IL TOTALE DISINTERESSE PER IL DENARO

L’orfanotrofio di Stalin

Ordine 227: Non un passo indietro!

Il commissario politico sovietico Oleksij Jeremenko in battaglia sul Fronte orientale, seconda guerra mondiale

Ordine n.227

dal Commissario del Popolo della Difesa dell’U.R.S.S.

Mosca, 28 luglio 1942

Il nemico presta sempre più e più risorse al fronte e senza badare alle perdite avanza, penetra più profondamente nell’Unione Sovietica, cattura nuove aree, devasta e saccheggia le nostre città e i nostri villaggi, violenta, uccide e deruba il popolo sovietico. Il combattimento prosegue nell’area di Voronezh, sul Don, nella Russia meridionale, alle porte del Nord Caucaso. Gli invasori tedeschi stanno dirigendosi verso Stalingrado, verso il Volga, e vogliono prendere ad ogni costo Kuban e il Nord Caucaso con il loro petrolio e il loro cibo. Il nemico ha già catturato Voroshilovgrad, Starobelsk, Rossosh, Kupyansk, Valuiki, Novocherkassk, Rostov sul Don, metà di Voronezh. Alcune unità del fronte Sud, seguendo gli allarmisti, hanno abbandonato Rostov e Novocherkassk senza una vera resistenza e senza ordine da Mosca, ricoprendo così le loro bandiere di vergogna.

I popoli del nostro paese, che considerano l’Esercito Rosso con amore e rispetto, stanno iniziando ora ad essere delusi da esso, perdono fede nell’Esercito Rosso, e molti di loro maledicono l’Esercito per la sua fuga a est e per aver lasciato la popolazione sotto il giogo tedesco. Al fronte alcune persone poco saggie confortano loro stesse con l’argomentazione che possiamo continuare la ritirata verso est, poiché abbiamo vasti territori, molta terra, una grande popolazione e avremo sempre abbondanza di cibo. Con questi argomenti provano a giustificare il loro vergognoso comportamento al fronte. Ma tutti questi argomenti sono completamente falsi e ingannevoli e aiutano i nostri nemici.

Ogni comandante, ogni soldato e commissario politico deve comprendere che le nostre risorse non sono infinite. Il territorio dell’Unione Sovietica non è deserto, bensì abitato dal popolo – lavoratori, contadini, intellettuali, i nostri padri e madri, mogli, fratelli, bambini. I territori che sono stati occupati dal nemico e quelli che il nemico brama di catturare sono cibo e altre risorse per l’esercito e i civili, ferro e carburante per le industrie, le fabbrice e gli impianti che riforniscono la macchina militare con attrezzature e munizioni; sono anche ferrovie. Con la perdita di Ucraina, Bielorussia, del Baltico, del bacino del Donetsk e altre aree noi abbiamo perso vasti territori, questo significa che abbiamo perso molte persone, cibo, metalli, fabbriche, e impianti. Noi non abbiamo più la superiorità sul nemico nelle risorse umane e nelle forniture di cibo. Continuare la ritirata significa distruggere noi stessi e anche la nostra Madrepatria. Ogni nuovo pezzo di territorio che lasceremo al nemico rafforzerà il nemico e indebolirà noi stessi, le nostre difese e la nostra Madrepatria.

Ecco perchè dobbiamo estirpare le conversazioni in cui si afferma che noi possiamo ritirarci all’infinito, che abbiamo moltissimo territorio a disposizione, che il nostro paese è grande e ricco, che abbiamo molta popolazione e che avremo sempre abbastanza pane. Questi discorsi sono falsi e dannosi, poichè ci indeboliscono e rafforzano il nemico, per cui se non fermiamo la ritirata noi resteremo senza pane, senza carburante, senza metalli, senza materie prime, senza fabbriche e centrali, senza ferrovie.

La conclusione è che è tempo di smettere di ritirarsi. Non un passo indietro! Questo dovrà essere il nostro motto d’ora in poi. Dobbiamo proteggere ogni punto di forza, ogni metro di suolo sovietico ostinatamente, fino all’ultima goccia di sangue, stringere ogni pezzo della nostra terra e difenderla il più a lungo possibile. La nostra Madrepatria sta attraversando tempi difficili. Dobbiamo fermarci e poi contrattaccare e distruggere il nemico. A qualunque costo. I tedeschi non sono così forti come dicono coloro che si son fatti prendere dal panico. Stanno spingendo le loro forze al limite. Resistere ai loro colpi adesso significa assicurarsi la vittoria nel futuro.

Possiamo fermarci e far ritirare il nemico verso occidente? Si, possiamo farlo, poiché i nostri impianti e fabbriche nelle retrovie stanno lavorando perfettamente e stanno rifornendo il nostro esercito con sempre più carrarmati, aeroplani, artiglieria e mortai.

Allora cosa ci manca? Ci mancano ordine e disciplina nelle compagnie, nei reggimenti e divisioni, nelle unità corazzate, negli squadroni delle Forze Aeree. Questo è il nostro maggiore svantaggio. Dobbiamo introdurre il più severo ordine e una forte disciplina nel nostro esercito se vogliamo ribaltare la situazione e difendere la nostra Madrepatria.

Non possiamo tollerare più a lungo comandanti, commissari, e commissari politici, le cui unità smettono di combattere a loro piacimento. Non possiamo più tollerare che comandanti, commissari, e commissari politici permettano a innumerevoli codardi di fuggire dal campo di battaglia, che coloro che diffondono il panico portino via altri soldati nella loro ritirata e aprano la strada al nemico. Coloro che diffondono il panico e i codardi dovranno essere uccisi sul posto.

D’ora in poi la legge ferrea della disciplina per ogni ufficiale, soldato e commissario politico dovrà essere: Non un singolo passo indietro senza un ordine dal più alto comando. Comandanti di compagnie, battaglioni, reggimenti e divisioni, così come i commissari e i commissari politici dei corrispondenti ranghi che si ritirano senza ordine dall’alto sono dei traditori della Madrepatria. Dovranno essere trattati come traditori della Madrepatria. Questa è la chiamata della nostra Madrepatria. Adempiere a questo ordine significa difendere il nostro paese, salvare la nostra Patria, distruggere e sconfiggere l’odiato nemico.

Dopo la loro ritirata invernale sotto la pressione dell’Esercito Rosso, quando il morale e la disciplina sono scemati nelle truppe tedesche, i Tedeschi hanno risposto con rigide misure che li hanno condotti a dei risultati ragguardevoli. Hanno costituito 100 compagnie penali composte da soldati che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità; le hanno dispiegate nelle più pericolose sezioni del fronte e hanno ordinato loro di redimere i loro peccati con il sangue. Inoltre, hanno costituito all’incirca dieci battaglioni penali composti da ufficiali che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità, li hanno privati delle loro decorazioni e li hanno posti in ancor più pericolose sezioni del fronte e hanno ordinato loro di riscattare i loro peccati con il sangue.
E infine, i Tedeschi hanno costituito unità speciali di guardia e le hanno schierate dietro le divisioni instabili e hanno loro ordinato di giustiziare sul posto chiunque avesse diffuso il panico lasciando le proprie posizioni difensive senza ordine o provando ad arrendersi. Evidentemente queste misure sono state efficaci, e ora le truppe tedesche combattono meglio di quanto facessero durante l’inverno. Quello che possiamo vedere è che le truppe tedesche hanno una buona disciplina, benché essi non abbiano una missione elevata quale proteggere la Madrepatria bensì un solo obiettivo – conquistare una terra straniera. Le nostre truppe, benché abbiano come loro missione la difesa della loro Patria profanata, non hanno disciplina e per questo subiscono la sconfitta.

Non dovremmo noi imparare questa lezione dal nostro nemico, come nel passato i nostri antenati impararono dai loro nemici per poi sconfiggerli? Credo che noi dovremmo farlo.

IL COMANDO SUPREMO DELL’ESERCITO ROSSO ORDINA CHE:

1. I Consigli Militari dei fronti e prima di tutto i comandanti al fronte dovranno:
a) In tutte le circostanze estirpare decisivamente nelle truppe l’attitudine alla ritirata e con mano ferrea prevenire la propaganda che afferma che possiamo e dovremmo continuare a ritirarci verso est, e che questa ritirata non sarà per noi dannosa;
b) In tutte le circostanze rimuovere dai loro incarichi e inviare allo Stavka [Comando generale delle Forze Armate dell’URSS] per il giudizio alla corte marziale quei comandanti dell’esercito che permettono alle loro truppe la ritirata a proprio piacimento, senza autorizzazione dal comando del fronte;
c) Costituire all’interno di ogni fronte da 1 a 3 (a seconda della situazione) battaglioni penali (da 800 effettivi), dove comandanti, comandanti superiori e commissari politici che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità, dovranno essere inviati. Questi battaglioni dovranno essere impiegati nelle più difficili sezioni del fronte, dando così ad essi l’opportunità di riscattare i loro crimini contro la Madrepatria con il sangue.

2. I Consigli Militari delle armate e prima di tutto i comandanti d’armata dovranno:
a) In tutte le circostanze rimuovere dai loro incarichi comandanti e commissari d’armata e dei corpi, che hanno permesso alle loro truppe la ritirata a proprio piacimento senza l’autorizzazione dal comando d’armata, e inviarli ai Consigli Militari del Fronte per la corte marziale;
b) Costituire dalle 3 alle 5 unità [zagradotryad] di guardia ben armate, impiegarle dietro le divisioni instabili e ordinar loro di giustiziare sul posto i diffusori di panico e i codardi qualora si verifichi una ritirata caotica in preda al panico, dando così ai soldati leali la possibilità di compiere il proprio dovere davanti alla Madrepatria;
c) Costituire dalle 5 alle 10 (a seconda della situazione) compagnie penali, nelle quali dovranno essere inviati i soldati e i sottoufficiali che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità. Queste unità dovranno essere dispiegate nei più difficili settori del fronte, dando così ai loro soldati una possibilità di redimere i loro crimini contro la Madrepatria con il sangue.

3. Comandanti e commissari di corpi e divisioni dovranno:
a) In tutte le circostanze rimuovere dai loro uffici comandanti e commissari di reggimento e battaglione che hanno permesso alle loro truppe la ritirata a proprio piacimento senza l’autorizzazione dal comando divisionale o dei corpi, privarli delle loro decorazioni militari e inviarli ai Consigli Militari del Fronte per la corte marziale;
b) Fornire tutto il supporto e l’aiuto possibile alle unità di guardia (di sbarramento) [zagradotryad] dell’esercito nel loro lavoro di rafforzamento della disciplina e dell’ordine nelle unità.

Questo ordine dovrà essere letto ad alta voce in tutte le compagnie, truppe, batterie, squadroni, gruppi e stati maggiori.

Il Commissario del Popolo della Difesa dell’U.R.S.S.JOSIF STALIN

Il piano impensabile

Nel precedente articolo abbiamo mostrato come Inghilterra, Franca e Polonia il 15 agosto 1939, una settimana prima della firma del Patto Molotov-Ribbentrop , rifiutarono l’invio di 1 milione di soldati sovietici contro la Germania nazista, le forze imperialiste fino all’ultimo sperarono che la furia nazista si scatenasse contro l’Unione Sovietica. Con la sconfitta del nazismo, costato 23 milioni di vittime sovietiche, non terminò l’odio di queste forze contro l’Unione Sovietica e in questo contesto nel 1945 con il Piano Impensabile si sfiorò la Terza Guerra Mondiale.

In premessa, un paio di osservazioni. Igor Šiškin, storico, vice direttore dell’Istituto per i paesi della CSI, da tempo parla delle crisi e dei conflitti mondiali dei decenni passati, come risultato della politica britannica. Anche analizzando i presupposti della Seconda guerra mondiale, Šiškin mostra come gli anglosassoni avessero preparato i tedeschi alla marcia verso oriente, come intendessero utilizzare la Germania nazista per risolvere la questione che, dal 1917, terrorizzava il mondo liberale: l’esistenza dello Stato sovietico. Con questo intervento, egli inquadra anche il piano “Unthinkable” [Impensabile] in tale costante britannica.

Come scriveva anni fa un altro storico russo, Jaroslav Butakov, il piano Impensabile fissava l’attacco “alleato” all’URSS per il 1 luglio 1945 e prevedeva di liberare Polonia e DDR con forze USA, britanniche, polacche e tedesche. Il totale delle forze alleate in Europa era di 64 divisioni americane, 35 britanniche, 4 polacche e 10 tedesche; ma, di fatto, gli alleati potevano mobilitare al massimo 103 divisioni, di cui 23 corazzate, contro 264 divisioni sovietiche, di cui 36 corazzate.

L’operazione “Impensabile”, messa a punto su ordine di Churchill, prevedeva un attacco di sorpresa delle forze anglo-americane, con la partecipazione anche di divisioni tedesche arresesi sul fronte occidentale, ma non disarmate. La consolidata percezione di tale operazione è appunto di qualcosa di “impensabile”.
Il punto di vista standard è stato espresso con molta precisione dallo storico americano Michael Peck, su The National Interest: “Si sarebbe potuto escogitare un obiettivo più inaudito in quel momento: far scatenare alla Gran Bretagna, esausta e straziata da due guerre mondiali, una guerra preventiva per sconfiggere il colosso sovietico? Quel piano era stato messo a punto, o scambiando un desiderio per realtà, o per pura disperazione.
L’operazione “Impensabile” era davvero impensabile. Ci sono tuttavia tutti i motivi per sostenere che, in questa faccenda, di strano ci fosse solo il nome: “Impensabile”. Il tentativo di Churchill di provocare una guerra sovietico-americana immediatamente dopo la vittoria sulla Germania era tutt’altro che “inconcepibile”, e il mondo, nel maggio-giugno 1945, venne davvero a trovarsi a un passo dalla Terza Guerra Mondiale

Essa non scoppiò non perché fosse “impensabile”, ma perché il Cremlino si fece trovar pronto a un tale sviluppo degli eventi. Citerò tre esempi, che confermano come non ci fosse nulla di “inconcepibile” in quella iniziativa di Churchill. L’idea di utilizzare le truppe della Germania sconfitta contro la Russia, non era un “know-how” del 1945. Churchill aveva tentato di realizzare quella stessa idea subito dopo la fine della Prima guerra mondiale:

Sottomettere al proprio potere l’ex Impero russo non è solo una questione di spedizioni militari, ma è una questione di POLITICA mondiale, noi possiamo conquistare la Russia solo con l’aiuto della Germania.

Winston Churchill

Secondo esempio. Alla fine della conferenza di Teheran, due anni prima di “Impensabile”, quando l’Impero britannico stava velocemente perdendo influenza e l’ordine mondiale post-bellico stava per esser determinato da due centri di forza – USA e URSS – Churchill aveva dichiarato che, dopo la guerra con la Germania, “può svilupparsi un’altra guerra ancor più sanguinosa”.

Terzo esempio. Il Primo ministro britannico, Lloyd George, avendo avuto notizia della rivoluzione di febbraio [nel 1917] e della caduta dell’Impero russo (in quel momento, alleato della Gran Bretagna nell’Intesa) aveva esclamato esultante: “Uno dei principali obiettivi della guerra è stato raggiunto!”.

Per un adeguato intendimento dell’operazione “Impensabile”, è necessario tener conto di alcuni fattori.
1. La Seconda guerra mondiale non era stata una guerra di tutta l’umanità progressista contro la “peste bruna”, il che avrebbe reso automaticamente inconcepibile l’unione con le forze del male contro un proprio alleato del campo delle forze del bene. Essa, così come la Prima, era stata generata dalla lotta delle grandi potenze occidentali per l’egemonia, per il potere, la finanza, le risorse. L’unica differenza della Seconda guerra consisteva nel fatto che, per tutti i suoi organizzatori (Inghilterra, USA, Germania) uno degli obiettivi era la distruzione dell’URSS.

2. Il piano per l’operazione “Impensabile” venne compilato su ordine diretto del Primo ministro dell’Impero britannico; dunque, deve esser valutato esclusivamente nel sistema di coordinate geopolitico.

3. Churchill era uno dei politici più in vista della Gran Bretagna e non una fanciulla esaltata, portata a comporre progetti inconcepibili. Il suo obiettivo principale, nel corso di tutta la guerra, era stato la salvezza dell’Impero britannico

4. Fino alla metà del secolo scorso, l’Inghilterra non era un’isoletta accogliente e ben curata, su cui aspirano a vivere i nuovi ricchi di ogni angolo della Terra. Secondo i risultati della Prima guerra mondiale, 1/5 di ogni kmq della terra era controllato dalla “dominatrice dei mari” e ¼ degli abitanti del pianeta le pagava tributi.

5.Il principio fondamentale della politica estera britannica, immutato nei secoli: “L’Inghilterra non ha né alleati eterni, né nemici permanenti; eterni e permanenti sono solo i propri interessi”. partire dal XVI secolo, si sviluppò il “marchio di fabbrica” inglese: combattere con mani altrui, facendo scontrare i nemici l’uno con l’altro.
A chi, nei secoli, non è toccato di dover svolgere la funzione di “spada britannica nel continente”? La vittoria nelle guerre napoleoniche, raggiunta principalmente con sangue altrui, soprattutto russo, aveva reso l’Inghilterra indiscussa egemone europea… [ma] sulla strada degli eterni e permanenti interessi britannici venne a trovarsi l’Impero russo…Gli eterni interessi britannici.

La Prima guerra mondiale, provocata dall’Impero britannico, sembrava aver rimosso tutti gli ostacoli alla realizzazione dei suoi interessi eterni e permanenti. L’Impero tedesco era sconfitto, gli Imperi austro-ungarico e ottomano distrutti, la Francia esangue, caos e guerra civile nell’ex Impero russo. Tuttavia, Londra dovette nuovamente scoprire che non esiste “bene” senza “male”. La Prima guerra mondiale aveva portato nella lotta per l’egemonia un nuovo predatore: gli Stati Uniti d’America. Per di più, questo giovane predatore era riuscito ad arricchirsi favolosamente con la guerra e diventare l’economia leader del mondo.
Per la prima volta da vari secoli, non furono gli inglesi a trarre profitto dalla carneficina da loro organizzata, ma qualcun altro. Come non bastasse, l’Impero russo si trasformò nella Russia Sovietica e divenne, da ostacolo sulla via del dominio mondiale, un’aperta minaccia all’esistenza stessa dell’Impero britannico.
Lo slogan dei conservatori inglesi – “Affinché viva la Gran Bretagna, il bolscevismo deve scomparire”, non era paranoia, era realismo. Ma, né la geografia, né i mezzi bellici dell’epoca, consentivano di provocare, secondo uno sperimentato algoritmo, due dei suoi nuovi nemici mortali, Unione Sovietica e America, a farsi guerra a vicenda (come le era riuscito con Impero russo e Secondo Reich). E, d’altronde, l’Impero britannico non era nemmeno in grado di distruggerli da solo.
La risposta britannica alla nuova sfida fu la rianimazione artificiale della Germania sconfitta, la politica di “appeasement”, volta a organizzare una nuova grande guerra in Europa. L’Unione Sovietica e il Terzo Reich dovevano frantumare l’un l’altra le proprie forze e la Francia adempiere alla funzione di “spada britannica sul continente”, che trafigge il vincitore, esausto, della guerra sovietico-tedesca. La Gran Bretagna, avrebbe così ottenuto gli allori di salvatrice della civiltà dal bolscevismo, messo sotto controllo il potenziale industriale europeo e le risorse russe. Le pretese americane all’egemonia venivano “annullate”. Un’avventura? Indubbiamente. Ma era l’unica chance di salvezza dell’Impero britannico.

Con il Patto Molotov-Ribbentrop, Stalin aveva però fatto deragliare lo scenario inglese della Seconda guerra mondiale. Di fatto, era la condanna a morte dell’Impero britannico. Dopo la sconfitta della Francia, rimanevano a Londra solo due opzioni, nessuna delle quali poteva salvare l’Impero. Nella prima, allearsi alla Germania, prima contro l’URSS, e poi contro l’America e, in caso di vittoria, venir divorata dai tedeschi come dessert. Nella seconda opzione, allearsi a URSS e USA contro la Germania e, dopo la vittoria, essere ugualmente divorata per dessert dall’America. Tra le élite britanniche, aveva avuto la meglio la seconda variante di realizzazione degli eterni e permanenti interessi inglesi .Quanto aspra sia stata la disputa “dei bulldog sotto il tappeto” lo testimonia il “caso Hess”. Il motivo della scelta della seconda variante non era ovviamente l’odio per il nazismo. Il motivo era dato dalla possibilità, per quanto infinitamente piccola, per l’Impero britannico di sopravvivere, o almeno di esser liquidato con perdite minime per la metropoli. Più precisamente, esistevano due micro-chance.

Prima micro-chance: nella guerra, l’URSS si dissangua e consegue una vittoria di Pirro; l’America, impegnata nella guerra col Giappone, è costretta a lasciare l’Europa, proprio come accaduto dopo la vittoria sul Secondo Reich: l’Impero britannico non è ovviamente il trionfatore, ma nemmeno il dessert per gli yankee.

Seconda micro-chance: la guerra congiunta contro Hitler, significa lo sbarco degli americani in Europa e questo apre la possibilità per Londra di provocare uno scontro USA-URSS. Con tale scenario, di nuovo, gli yankee avranno altro cui pensare che non al dessert. In sostanza, per Churchill, tutta la Seconda guerra mondiale non è che una lotta disperata per realizzare una di queste due micro-chance, una lotta per “non presiedere alla liquidazione dell’Impero britannico”. Una lotta in cui egli passò di sconfitta in sconfitta.

La vittoria dell’Esercito Rosso nella battaglia di Kursk e la conferenza di Teheran mostrarono inequivocabilmente che non c’era possibilità alcuna di realizzare la prima micro-chance; che l’URSS, nonostante perdite colossali, sarebbe uscita dalla guerra al picco della propria potenza. La conferenza di Jalta aveva messo una pesante croce anche sulla seconda micro-chance. Stalin e Roosevelt avevano trovato un linguaggio comune a spese degli interessi dell’Impero britannico. In cambio del riconoscimento del controllo americano sull’Europa occidentale e dell’impegno a entrare in guerra contro il Giappone, gli USA riconoscevano l’Europa orientale sfera di influenza dell’URSS. Ciò non eliminava affatto l’acutezza delle contraddizioni tra Mosca e Washington.

E, però, l’esistenza dell’impero britannico era chiaramente esclusa dai piani di Stalin e Roosevelt. Sicuramente non si sarebbero combattuti per far piacere a Londra. L’improvvisa scomparsa di Roosevelt aprì per breve tempo uno “spiraglio di opportunità” per Churchill. Molto si è scritto, che Hitler prese la morte del Presidente americano come un miracolo che avrebbe potuto salvare il Terzo Reich. Si può presumere che la reazione di Churchill poco differisse da quella di Hitler. E se Hitler poteva solo sperare nello scoppio di una guerra sovietico-americana, Churchill ebbe l’improvvisa opportunità di provocarla, contando sull’inesperienza di Truman e sull’atteggiamento antisovietico e russofobo dei militari americani, quali il generale Patton.

Il suo obiettivo non era una rapida disfatta dell’URSS, ovviamente impossibile, ma una guerra di reciproco sterminio e sfinimento tra USA e URSS. Perché, anche dopo la morte di Roosevelt, Churchill non riuscì a sfruttare questa micro-chance di salvare l’Impero britannico? La risposta è ovvia: Stalin non lo consentì. In quasi tutte le decisioni chiave della Stavka negli ultimi mesi di guerra, c’è la comprensione della minaccia di una nuova guerra con gli alleati della coalizione anti-hitleriana. Lo storico Aleksej Isaev ha definito la presa di Berlino come la “bomba atomica sovietica”. Quell’operazione fu una dimostrazione di potenza dell’URSS, così come i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki furono una dimostrazione di potenza USA. Essa mostrò l’assoluta superiorità dell’esercito sovietico, la sua incredibile potenza e arte militare.
Quando, alla vigilia del giorno X del piano “Impensabile”, il maresciallo Žukov riposizionò improvvisamente le truppe sovietiche in Europa, e in tal modo fece capire agli Alleati che non ci sarebbe stata alcuna sorpresa e che, di conseguenza, solo pochi fortunati sarebbero stati in grado di riattraversare La Manica, la provocazione di Churchill fallì definitivamente.

La Terza guerra mondiale nel 1945 non iniziò. Ma non grazie a Churchill. In conclusione, va notato che Churchill ha continuato a lottare per gli eterni e permanenti interessi britannici anche dopo il fallimento dell’operazione “Impensabile”. Il famoso discorso di Fulton, che segnò l’inizio della guerra fredda, è spesso interpretato solo come l’esecuzione di un ordine americano da parte di Churchill. Ma questo è un approccio molto semplicistico. Churchill conduceva il proprio gioco, diretto sia contro l’URSS che contro gli USA.

Fonte
Come Stalin impedì a Churchill di provocare una guerra sovietico-statunitense

I Puffi e il socialismo reale

Il cartone animato “Il villaggio dei Puffi” fu creato nel 1958 dal belga Pierre Cuillford(detto Peyo) ,un marxista-leninista di origine belga, militante del Parti Communiste de Belgique, che narrò le vicende di strane creature blu governate dal vecchio Grande Puffo. I modelli di comportamento trasmessi dalla serie tv erano ricchi di messaggi che richiamavano al marxismo-leninismo e all’idea di un mondo fondato sulle regole del socialismo reale. La società dei Puffi è composta da membri di giovane età e di genere sessuale indefinibile dai tratti somatici poiché sono uniformi per tutti gli abitanti, ma riconoscibile dai comportamenti sociali.

La mancata differenziazione sessuale si rifà all’idea comunista di un mondo egualitario senza barriere tra sessi e tra gli individui. L’unica femmina facilmente riconoscibile è Puffetta che si distingue dagli altri per la lunga chioma bionda e per l’abito. La diversità dei Puffi è data solamente dalle dissimili abilità che essi hanno nel processo produttivo; la parola “puffo”, precede ogni qualifica che diversifica gli abitanti, assumendo così una funzione unificatrice ed identificatrice dei membri del villaggio. E’ impossibile non paragonare ciò alla parola compagno utilizzata dal Partito Comunista.
L’economia del villaggio è pianificata e centralizzata sul modello socialista reale in cui è impossibile rintracciare attività private. Gli abitanti lavorano in una comunità che ridistribuisce la produzione secondo il concetto marxista “Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni.”

Grande Puffo

Grande Puffo, vestito da una bandiera rossa , è la guida del villaggio, ha il potere decisionale in ogni ambito della vita sociale della comunità. Non è eletto ma si trova nella sua posizione perché è il membro più anziano della comunità. Tra i suoi compiti importati fa rispettare le leggi del villaggio e determina la vita sociale ed economica dello stesso, regolando di conseguenza tutte le attività che i Puffi svolgono. Le sue fattezze così particolari non possono che far sì che venga paragonato a Karl Marx, autore de “Il Capitale” e capostipite dell’idea socialista in cui il popolo sovietico e socialista (i Puffi) si riconosce. A Grande Puffo i Puffi riconoscono l’infallibilità delle sue decisione e riesce sempre egregiamente a guidare la comunità di cui è capo fuori dai guai.

Puffo Quattrocchi

 L’unico che non ha un ruolo produttivo all’interno della comunità è il verboso e saccente parolaio Puffo Quattrocchi, trasfigurazione di Lev Trozky. Puffo Quattrozky si atteggia a intellettuale e sta sempre col ditino puntato, critica tutto e tutti ed è facilmente riconoscibile dagli occhialetti che indossa, conclude ogni sua frase con l’espressione “che è meglio!”.
Si considera l’erede di Grande Puffo Marx ma quando prova a sostituirlo i risultati sono disastrosi, mettendo a repentaglio la sicurezza del Villaggio. Si reputa il più intelligente e legge esclusivamente libri scritti da egli stesso.
L’unico amico e seguace che ha all’interno del villaggio è il Puffo Tontolone, che simboleggia il credulone che si fa irretire dalla retorica parolaia.
Il resto della comunità lo detesta. Le sue lunghe e irritanti prediche vengono mal digerite dagli altri Puffi, che quasi in ogni puntata lo scaraventano a calci fuori dal villaggio, espediente che simboleggia la cacciata di Trotzky dall’Unione Sovietica o lo colpiscono con un martello di legno che rappresenta la piccozza con cui lo colpì Ramon Mercader.

Puffetta

All’inizio della Serie nel villaggio erano presenti soltanto puffi maschi.
Puffetta arriva successivamente, come risultato di una stregoneria ordita per destabilizzare il Villaggio dal malvagio Gargamella, che voleva catturare i puffi per trasformarli in oro. La rappresentazione stessa del capitalismo, che considera gli individui una merce.
Per crearla Gargamella ha mescolato “un pizzico di civetteria, uno spesso strato di pregiudizi, tre lacrime di coccodrillo, un po’ di sventatezza”.
Infatti inizialmente Puffetta è futile e vanesia, viziata e seducente.
Con la sua femminilità borghese diventa subito un problema per i puffi, poiché introduceva una forte anomalia individualistica all’interno della comunità socialista del villaggio. Occorrerà un intervento di Grande Puffo Marx che, grazie ad una formula magica (il comunismo), riuscirà a trasformarla in un membro integrato nella comunità, con gli stessi diritti e doveri degli altri.
Puffetta dunque, come un elemento di rottura della famiglia patriarcale che vedeva la donna emarginata e posta in secondo piano nei rapporti di valore, interpersonali, sessuali e sociali. La sua emancipazione offre una maggiore idea di uguaglianza sociale ai membri del villaggio che non risentono assolutamente della presenza di una sola femmina all’interno del gruppo.
Analogamente l’omosessualità del Puffo Vanesio – non dichiarata ma del tutto evidente – non comporta alcuna discriminazione: i suoi eccessi stupiscono gli altri ma non creano discriminazioni.

L’economia del villaggio

Forse l’aspetto economico è uno dei più interessanti elementi a supporto dell’ipotesi sostenuta in queste pagine. L’economia del villaggio è pianificata e centralizzata sul modello socialista reale: Grande Puffo è l’artefice dei piani economici (di impostazione staliniana) e non è possibile rintracciare attività private volte a fini di lucro nel villaggio. La produzione viene ridistribuita secondo criteri stabiliti da Grande Puffo; per cui chi produrrà in maniera disomogenea si vedrà retribuito uniformemente, anche rispetto a chi ha prodotto più (o meno) di lui.
Il mercato all’interno del villaggio è inesistente, anche la moneta non esiste: tutto avviene per principi redistributivi stabiliti e pianificati. Lo scambio o il baratto non vengono praticati perché i bisogni dei Puffi sono tutti identici dato che i Puffi sono “perfettamente uguali tra loro” anche nelle necessità. Infatti nella società dei Puffi non ci sono classi sociali, non esiste una borghesia in quanto i mezzi di produzione appartengono al popolo; i Puffi sono un proletariato che si è emancipato dalla schiavitù borghese e vive applicando le idee del socialismo reale. E’ Grande Puffo che stabilisce cosa serve, in che quantità e quando deve essere prodotto o raccolto, la conformazione del villaggio sotto il punto di vista economico perciò è quella di un Kolchoz sovietico (azienda collettiva).

I Puffi rappresentano la società perfetta secondo Marx. La società è fondata su una fusione tra individuo e comunità, un’associazione di persone in cui non esiste il desiderio di soddisfare i bisogni personali, ma di raggiungere benefici comunitari.

Gli altri Puffi

Puffo Forzuto (quello coi tatuaggi sul braccio) rappresenta l’ideale soldato/operaio marxista: è capace di dare la vita per il suo paese, va sempre minacciando quelli che disubbidiscono al Grande Puffo, e mantiene in riga i reazionari. Quando Forzuto compie un lavoro che gli comanda Grande Puffo, lo fa lealmente, senza discutere sulle conseguenze.

Puffo Genio (quello con le bretelle ai pantaloni e la matita dietro l’orecchio) rappresenta il tipico lavoratore del proletariato marxista: È costruttore, inventore ed ingegnere, e riceve la stessa quantità di credito di qualunque altro puffo, senza che per questo egli si lamenti.

I Piccoli Puffi (Sognatore, Biricchino, Vanitoso e più tardi, Golosone) rappresentano la gioventù sovietica, i pionieri del fururo

Fonti

IL PUFFO QUATTROZKY

Quello che non sapete sui Puffi

Tesina di maturità sul ‘comunismo e i puffi’

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