L’attacco dei morti viventi

La fortezza di Osowiec, situata vicino alla città polacca di Bialystok nella Polonia nordorientale , fu edificata tra gli anni ottanta e novanta del XIX sec. dai russi per proteggere i propri confini occidentali da un ipotetico attacco tedesco  modernizzandola poi  allo scopo di adeguarla agli sviluppi dell’artiglieria da assedio. Per i tedeschi questa fortezza rappresentava un grande ostacolo, tentarono di prenderla già due volte, la prima nel settembre 1914, la seconda nel marzo 1915, facendo addirittura uso dei temibili cannoni “Grande Berta”, fallendo però entrambe le volte.

Il tedeschi lanciarono una offensiva frontale alla fortezza di Osowiec agli inizi del luglio 1915; l’attacco comandato da Paul von Hindenburg coinvolse 14 battaglioni di fanteria, un battaglione di zappatori, circa 30 cannoni d’assedio e 30 batterie di artiglieria equipaggiate con gas. Le difese russe consistevano in circa 500 uomini del 226º Reggimento di fanteria Zemlyansky e 400 miliziani. 

I tedeschi attesero fino alle 4:00 di mattina del 6 agosto 1915 così da avere il vento a favore all’avvio del bombardamento di artiglieria con ben 30 bombe al gas al cloro. La guarnigione del forte, o meglio quel che ne restava dopo mesi di assedio, non aveva nulla per difendersi contro un simile espediente. Nessun rifugio a tenuta stagna, né tanto meno maschere antigas.

Dal punto di vista tattico, l’attacco con il gas risultò perfettamente riuscito. Tutto ciò che era nella fortezza e negli immediati dintorni fu avvelenato e la sua sorte segnata. Le foglie degli alberi si ingiallirono, si accartocciarono e caddero al suolo, come se in pochi secondi fosse trascorsa un’intera stagione. Ma non era il ciclo naturale della natura che li aveva ridotti a scheletri inanimati. L’erba si annerì e si afflosciò al suolo, i fiori persero i petali. Nulla poteva sottrarsi a quella nuvola di morte. Gli oggetti di rame, come lavandini e cisterne per l’acqua, ma anche cannoni e proiettili, si ricoprirono di uno strato di ossido di cloro e presero anch’essi quel colore verde che, a Osowiec, era sinonimo di morte. Le provviste di cibo e di acqua vennero irrimediabilmente contaminate. E gli uomini? Soffocati dal gas, che riempiva di bolle la loro pelle, impregnava le divise ed entrava nei polmoni, provocando devastanti lacerazioni negli organi interni, cercavano disperatamente un rifugio inesistente, o un po’ d’acqua per placare l’arsura che li aveva presi alla gola, come una morsa. Chinandosi a terra per bere dalle fonti d’acqua, però, respiravano ancora di più le esalazioni venefiche, cadendo stremati. Uno scenario apocalittico, da cui sembrava che nessuno potesse sopravvivere. Per essere certi che non avrebbero più incontrato alcuna resistenza, i tedeschi pensarono bene di procedere con un ulteriore bombardamento del forte, prima di lasciare che il gas si diradasse abbastanza da permettere un’avanzata senza danni. Quattordici battaglioni della fanteria, non meno di 7mila soldati, mossero verso posizione chiave di Sosneskaj. I loro ufficiali li avevano rassicurati: “State tranquilli, il gas non c’è più e non incontrerete alcuna resistenza: i russi sono tutti morti, o nono sono più in grado di combattere”. I fanti del Kaiser, così, si mossero convinti che l’occupazione della postazione sarebbe stata una formalità.

I russi o non disponevano di maschere antigas o quelle disponibili erano di pessima qualità. I soldati si erano fasciati il volto con pezze strappate dalle uniformi, che si erano presto imbevute dl sangue fuoriuscito dalle piaghe sul volto e sulle mani. Respiravano a fatica, fra atroci dolori, sputando sangue, schiuma e pezzi di tessuti dai polmoni. Le loro lacere uniformi e le armi con le parti in metallo ossidate concorrevano a dare loro l’aspetto di cadaveri. Invece erano vivi. Nella maggior parte dei casi, ancora per poco. Insomma, non avevano nulla da perdere. E prima di lasciare questo mondo, erano mossi da un solo desiderio: farla pagare cara a chi li aveva ridotti così. Contro ogni aspettativa dei tedeschi, il capo del II dipartimento della guarnigione, Svechnikov, decise di raccogliere i sopravvissuti per organizzare un contrattacco. A comandarlo sarebbe stato il sottotenente Vladimir Karpovich Kotlinskij con quello che restava della 13a compagnia del 226° reggimento Zemliaskij, dimezzata nell’organico.

Le sofferenze alimentarono una insospettabile volontà che si tramutò in furia. I soldati uscirono dalle fortificazioni e mossero contro i tedeschi, seppure questi fossero assai superiori di numero e in condizioni fisiche incomparabilmente migliori.

Ed è allora che i morti marciarono di nuovo…
(Sabaton – The Attack of the Dead Men)

Alla prima linea di difesa si videro caricare, il panico li travolse. I tedeschi non si sarebbero mai aspettati lo spettacolo che si presentò ai loro occhi. Non solo i russi non erano morti o fuori combattimento, ma muovevano al contrattacco. Il loro aspetto, poi, era terrificante: a vederli avanzare, parevano morti che camminavano. Colti di sorpresa e terrorizzati dalle figure che vedevano avanzare contro di loro, le truppe della Landwehr furono prese dal panico. Qualcuno, forse, pensò che si trattasse dei fantasmi dei soldati del forte, che volevano trascinarli con sé nel regno dei morti. In breve, i tedeschi fecero dietrofront e scapparono a gambe levate verso le loro postazioni, incalzate dal fuoco dei russi. Con un assalto alla baionetta, questi riuscirono a riprendere alcune posizioni perdute, cinque mitragliatrici russe, le uniche rimaste, aprirono il fuoco sui soldati in fuga.


Quella terribile giornata – che sarebbe passata alla storia come l’attacco dei morti – si concluse con la perdita, nelle file russe, di 660 uomini. Fra loro, anche il sottotenente Kondiskij, che era stato ferito a morte nel corso dell’attacco da lui guidato. L’anno seguente fu insignito dell’Ordine imperiale di San Giorgio di IV grado, una onorificenza introdotta da Caterina II per chi si distingueva nelle imprese militari. Al IV grado erano ammessi gli ufficiali che avessero partecipato ad almeno a una battaglia. L’utilità del suo sacrificio, però, si rivelò di breve durata. Poche settimane dopo, infatti, la fortezza fu evacuata allorché l’arretramento del fronte a est rese inutile la sua difesa. I russi portarono con sé ogni arma rimasta intatta e la notte del 24 agosto fecero saltare in aria le poche opere difensive ancora in piedi. Il giorno dopo i tedeschi poterono occuparne solo le rovine.

A differenza di Kotlinskij, gli ultimi difensori della fortezza non furono considerati eroi, al contrario. Nel 1917, con la salita al potere di Kerenskij, vennero accusati di tradimento per essersi ritirati. Solo dopo che i sovietici avevano preso il potere con la rivoluzione, furono riabilitati e il loro comportamento portato ad esempio in seguito all’invasione nazista del 1941.

L’ATTACCO DEI MORTI VIVENTI

La Repubblica Socialista di Labin o Albona

Bandiera della Repubblica socialista di Albona, proclamata nel 1921 dai minatori istriani croati ad Albona

Emblema della falce e martello utilizzato nella repubblica socialista proclamata nel 1921 dai minatori istriani croati ad Albona

Nella zona di Labin/Albona, in Istria, le miniere di carbon fossile sono state famose nei secoli; sfruttate forse già dalla Serenissima, diventate italiane dopo la lunga appartenenza austriaca. È il bacino dell’Arsia, torrente ricco d’acqua che scende dal Monte Maggiore e arriva all’Adriatico con un estuario paludoso: siamo lassù, nella punta di nord-est dell’Istria. La fascia mineraria corre lungo il mare, arrampicata a mezza costa e i pozzi sono stati aperti a decine vicino alle frazioni o a piccoli nuclei abitati: Càrpano, Podlabin, Vine.

Gli operai di quel grande bacino minerario non sono nuovi alle lotte: nel 1867 hanno fondato la «Società di Mutuo Soccorso» perché le agitazioni si susseguono, le condizioni di lavoro sono dure e i salari bassi. I minatori aderiscono esplicitamente al socialismo internazionalista: sono operai croati, tedeschi, slovacchi, italiani, arrivano ogni giorno a migliaia da tutta l’Istria.

La Prima Guerra Mondiale è una sorta di incubo: il regime in miniera si fa durissimo, le punizioni «esemplari», la riottosità antimilitarista viene castigata con invii mirati sul fronte rumeno. Dopo la fine della prima guerra mondiale , all’Italia furono assegnate le regioni dell’Istria e parti della Dalmazia. Ma con l’arrivo dell’Italia le condizioni non migliorano: l’Italia ha bisogno di carbone e i turni diventano di undici ore, il salario da fame, il ritmo di estrazione frenetico, le misure di sicurezza inesistenti. È bastato il cambio di calendario, tra l’austriaco e l’italiano, per dimezzare le festività riconosciute. Già alla fine del 1918 si torna a scioperare, si apre una sezione del Partito Socialista, sui bollini sindacali si stampa la falce e martello. Gli operai appartenenti alla distrutta Austria-Ungheria se ne vanno e vengono ampiamente rimpiazzati da «regnicoli» friulani, veneti, siciliani ma il clima non cambia, le idee della rivoluzione bolscevica hanno ormai raggiunto tutte le latitudini.

In Italia si era in pieno Biennio Rosso e gli echi delle occupazioni delle fabbriche arrivano anche in Istria, ispirando anche i numerosi scioperi tra la fine del 1920 e l’inizio del ’21 contro delle condizioni di lavoro sempre più pesanti nelle miniere dell’Arsa.

Il 20 gennaio 1921, al Teatro Goldoni di Livorno, volge alla fine il XVII Congresso del Partito socialista italiano con una votazione attraverso Ia quale i delegati della III Internazionale denunciano il « tradimento » dei massimalisti.
I comunisti ottengono 58.783 voti. Il 21 gennaio i comunisti abbandonano la sala del Congresso e si portano al
Teatro San Marco al canto dell’Internazionale. All’ingresso, i giovani compagni della « guardia rossa », che si distinguono appunto per una fascia rossa al braccio, appongono il timbro della frazione comunista sulla tessera del Psi. Ha così inizio il Congresso costitutivo del Partito comunista d’Italia.

Soltanto dodici giorni dopo la nascita del Partito comunista d’Italia, e precisamente il 2 febbraio 1921, comincia in Istria un’agitazione operaia che si trasformerà in sciopero politico il 2 marzo, sfociando nell’occupazione delle miniere della Società Arsa e quindi nell’autogestione operaia del bacino carbonifero: la cosiddetta Repubblica
di Albona.

La Repubblica, che viene ricordata con più noi, la Repubblica Rossa, San Marino comunista, Comune parigina
istriana, riveste particolare importanza soprattutto per la storia del Partito Comunista d’Italia, « dato che si tratta anche dell’unico caso di una Comune operaia con relativa consistenza territoriale costituitasi ed operante (sia
pure per il breve tempo di un mese) in quella che era l’Italia del 1921.

Sono, però, anche gli anni della crescita dello squadrismo fascista e l’Istria non fa eccezione: anche qui gli squadristi si macchiano di violenze ai danni di contadini, operai e degli stessi minatori. Il 1° marzo 1921 Giovanni Pipan viene intercettato da un gruppo di fascisti alla stazione ferroviaria di Pisino, nel cuore dell’Istria, e viene pestato a sangue. La notizia arriva il giorno dopo ad Albona: è l’ultima goccia di una situazione insostenibile e il 3 marzo i minatori si riuniscono in assemblea e decidono di occupare gli impianti. Grazie anche all’arrivo dei contadini dalle campagne circostanti, si organizzano delle “guardie rosse”, una forza di sicurezza che ha il compito di mantenere l’ordine.

Il 7 marzo viene ufficialmente promulgata la nascita della Repubblica di Albona: l’organo decisionale è il Comitato centrale, mentre l’assemblea il luogo di discussione. È in questi organi che si decide di continuare la produzione e il carbone riprende ad essere estratto. Si tratta di un sistema basato sull’autogestione e fondato sui principi di lotta di classe e di rifiuto della violenza fascista; soprattutto, quello dei minatori è un movimento multinazionale, dove non esiste distinzione etnica. Kova je naša (La miniera è nostra) è il grido di battaglia dei lavoratori!

I minatori occuparono quindi le miniere e gli impianti minerari, minarono i passaggi verso i pozzi di Càrpano, Vines, Štrmac e Stallie con il deposito di carbone, e organizzarono schieramenti armati sotto il nome di guardie rosse, comandate da Francesco da Gioz. Il comitato minerario, con a capo Pipano, risolveva questioni sociali e politiche, ed il sostegno gli veniva dato dal nobile Giovanni Tonetti (il barone rosso). All’amministrazione dei minatori furono fatte richieste di tipo economico (l’aumento del salario e altro). Siccome i trattative si protesero nel tempo, i minatori decisero il 21 marzo di organizzare da soli la produzione. Scesero nei pozzi ed elessero un capo, il tecnico minerario Dagoberto Marchiga. Contemporaneamente, pur temendo i crumiri, catturarono e colsero in flagrante 13 minatori siciliani favorevoli all’amministrazione

Lo sfruttamento dei vasti giacimenti di carbone dell’Albonese risale al ‘700, quando l’Istria apparteneva all’impero austroungarico. Sebbene già dalla fine dell’800 i minatori avessero organizzato scioperi, il vero cambio di passo nell’organizzazione sindacale dei minatori di Albona avviene al termine della Prima Guerra Mondiale, quando l’Istria entra a far parte del Regno d’Italia, grazie all’impegno del Partito Socialista Italiano e all’arrivo di nuovi minatori italiani politicizzati. Durante il fascismo, il bacino carbonifero dell’Arsa richiamò massicci investimenti di capitale.

La Repubblica di Albona, però, ha i giorni contati. Passato un mese dalla proclamazione e fallito ogni tentativo di trattativa, la Società Arsia chiede l’intervento dell’esercito. Il 7 aprile mille soldati circondano la miniera e, al rifiuto della resa, entrano in azione. I minatori si ritirarono vicino a Štrmac, dove opposero resistenza armata. Comunque, scarsamente armati ed inesperti, dovettero presto cedere. Pipano ordinò di cessare il fuoco e si prese tutta la responsabilità. Ne conseguì una vendetta, durante la quale vennero catturati quaranta ribelli. I minatori Massimiliano Ortar e Adalbert Sykora morirono. I minatori catturati vennero rinchiusi nelle prigioni di Pola e Rovigno, e il processo si tenne a Pola dal 16 novembre fino al 3 dicembre. L’accusa imputava 52 minatori per l’occupazione della miniera, l’instaurazione del regime sovietico, l’opposizione alle autorità, la minazione dei magazzini, la detenzione di esplosivo ed una serie di azioni illegali. Gli avvocati Edmondo Puecher, Guido Zennaro ed Egidio Cerlenizza difesero con successo gli accusati, e la Corte d’assise portò il verdetto liberatorio.

Guardie rosse a Vines

L’Istria, per quanto oggi possa sembrare un luogo spopolato che tira avanti solo grazie agli airbnb e agli apartmani, ai turisti tedeschi e alle casse di vino bianco, in passato è stata un centro industriale che arrivò ad ospitare fino a diecimila operai provenienti da tutto il Regno; pure De Gasperi, quando, nel dopoguerra, chinò il capo dinanzi alle pretese slave sull’Istria, sussurrò, implorò: «almeno lasciateci le miniere dell’Arsa…».

La Comune di Albona

I trentacinque giorni della Repubblica di Labin

LA REPUBBLICA DI ALBONA e il movimento dell’ occupazione delle fabbriche in Italia

La Repubblica di Albona

Grazie Soldato Sovietico: Il Capitano Russo

Ernest Hemingway

Il seme della fraternità tra i partigiani italiani e i combattenti sovietici che parteciparono alla guerra di Liberazione nel nostro paese ha generato radici profonde e durature […] e che ha consentito lo stabilimento tra i due paesi di rapporti che si estendono in varie direzioni, politici, economici, culturali, turistici.” Vladimir Pereladov

Oltre ad aver contribuito in modo determinante alla liberazione dell’Europa dal nazifascismo, i sovietici diedero anche un contributo diretto alla lotta di Liberazione italiana, un tributo a tutt’oggi per lo più sconosciuto.
Gli storici concordano su un numero complessivo di circa 5.000 partigiani georgiani, russi e ucraini attivi in Italia. Erano prigionieri di guerra fuggiti dopo l’8 settembre e disertori dei terribili battaglioni-Ost della Werhmacht: entrarono nelle squadre d’assalto delle formazioni partigiane e presero parte con coraggio alle operazioni più importanti. Molti di loro persero la vita nelle nostre terre, tanto lontane dalle loro, battendosi “fianco a fianco” con i partigiani italiani.

Tra loro c’era un nativo della regione di Novosibirsk, Vladimir Yakovlevich Pereladov, il comandante del leggendario battaglione d’assalto sovietico, soprannominato dai compagni italiani “Capitano Russo”.

Dopo aver appreso dell’attacco nazista all’Unione Sovietica, Vladimir, che aveva appena completato il 4° anno dell’Istituto di pianificazione Krzhizhanovsky di Mosca, si arruolò volontario nell’Armata Rossa. Lui ei suoi compagni di classe finirono nel 19° reggimento della divisione Bauman.

Per Vladimir Pereladov, la vita del soldato non era nuova: rimasto orfano, fu allevato nel reggimento di fucilieri di Novosibirsk. Le condizioni in cui i figli del reggimento crescevano in quei giorni erano le più spartane, non concedevano indulgenze agli adolescenti. È possibile che sia stata la dura gioventù ad aver contribuito a sviluppare qualità come perseveranza, coraggio e forte volontà. In futuro, più di una volta hanno salvato il giovane dalla morte.

Nell’autunno del 1941 iniziò il vero inferno per la divisione Bauman: finì sotto il fuoco incrociato dei carri armati e dell’aviazione tedesca. Le postazioni sovietiche riuscirono a respingere l’avanzata dei carri armati, ma vennero colpiti duramente dall’aviazione. Durante uno di questi raid, Vladimir riuscì ad abbattere un bombardiere Yu-87 colpendo l’abitacolo.

Nonostante il coraggio, la linea di difesa lungo l’autostrada di Minsk cadde e la divisione Bauman venne dispersa. Gruppi sparsi di combattenti sopravvissuti si fecero strada attraverso il bosco. A novembre, un gruppo di soldati sovietici, tra cui Vladimir Pereladov, si scontrò con un distaccamento più ampio di fascisti, ne seguì una feroce battaglia. I nazisti dovettero chiamare l’aviazione in soccorso. Fu in questa circostanza che l’esplosione di bomba causò una grave commozione cerebrale a Pereladov che fu catturato e finì nel campo di prigionia di Dorogobuzh.

Nelle sue memorie di questi giorni terribili, Pereladov scrive: “Una volta alla settimana, i tedeschi portavano nel campo due vecchi cavalli, e con la loro carne nutrivano i prigionieri di guerra. Due ronzini sottili per diverse migliaia di persone. Nessuna assistenza medica è stata fornita ai soldati e agli ufficiali feriti. Per fame e ferite, morivano a dozzine al giorno. I prigionieri passavano la notte all’aria aperta e le guardie si divertivano a sparare loro dalle torri.”

Nel maggio 1942 i prigionieri di guerra furono costretti a lavorare alla costruzione di rifugi per gli ufficiali delle truppe tedesche. Quando il portatore d’acqua del campo si ammalò, le autorità nominarono Vladimir, che conosceva un po’ di tedesco, a questo ruolo. Gli furono assegnati un vecchio ronzino e una carrozza con una botte di legno. Durante il trasporto dell’acqua il cavallo fuggì oltre il filo spinato, Pereladov scavalco anch’esso la recinzione per riportare indietro l’animale. Ahimè, Vladimir si imbatté in un distaccamento di uomini delle SS nella foresta. Cercò invano di dire loro che era andato a cercare un cavallo in fuga (che, infatti, fu presto trovato). Ma non gli credettero e lo picchiarono a morte.

Vladimir morente fu riportato al campo e gettato in una fossa come avvertimento per gli altri, al fine di fermare qualsiasi pensiero di fuga tra i prigionieri. Ma i prigionieri, tra i quali c’erano dei medici riuscirono a salvarlo.

Nell’estate del 1943 Vladimir Pereladov, con gli altri prigionieri russi, fu portato nel nord Italia, per costruire fortificazioni difensive lungo il crinale degli Appennini (“Linea di Gotha”). La popolazione locale, che odiava i tedeschi, trattava con grande partecipazione i russi che si trovavano in schiavitù. Portava loro cibo e vestiti.

In questa regione (tra le regioni di Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto) si concentrarono le principali forze partigiane italiane. Organizzavano sabotaggi contro i tedeschi e le camicie nere di mussolini, organizzavano imboscate a piccole guarnigioni e convogli nemici, e soccorrevano prigionieri in fuga. Tra coloro che furono aiutati c’era Pereladov, che lavorava in un campo vicino alla città di Sassuolo. Nel settembre 1943 Vladimir era finalmente libero; Guirino Dini, un anziano operaio di una fabbrica di biciclette, orchestrò la sua fuga.

Esausto, stremato dal duro lavoro, Vladimir finì nella casa del suo salvatore e di sua moglie Rosa. Loro figlio Claudio, arruolato nell’esercito di mussolini e inviato al fronte orientale, morì vicino a Stalingrado, e da allora Guirino Dini è divenne un collegamento partigiano a Sassuolo. Avendo perso il proprio figlio, l’anziana coppia si prese cura del fuggitivo russo, condividendo generosamente con lui le loro scarse scorte di cibo fino a quando non acquisì abbastanza forza per tenere di nuovo un’arma nelle sue mani. “I miei genitori italiani”, così Vladimir chiamò la coppia Dini.

Pereladov decise che poteva combattere il nemico in Italia come aveva fatto in Russia e nel novembre 1943 si unì al distaccamento dal comandante delle forze partigiane della provincia di Modena – Armando (vero nome – Mario Ricci).

Nella primavera del ‘44 , incaricato dal Comando partigiano, cominciò a scrivere volantini per i compatrioti disseminati in Emilia Romagna nei campi di prigionia, che venivano consegnati dalle staffette. “Fuggendo dalla prigionia voi avvicinerete l’ora della vittoria definitiva sul nemico. Fuggite dai tedeschi ed unitevi attivamente alla lotta per la nostra giusta causa. Combattendo con le mani in pugno voi laverete ogni macchia nera e tornerete con tranquilla coscienza in patria. La nostra Patria non dimenticherà coloro che fuggendo dalla prigionia prenderanno le armi in mano e combatteranno per la causa comune. Facendo vedere questo volantino, i patrioti italiani vi faranno giungere sulle montagne. Prendete la coraggiosa decisione e raggiungete i partigiani! Morte agli occupanti tedeschi fascisti! Vladimir Pereladov , ex prigioniero di guerra, ufficiale dell’Esercito sovietico.”

Il suo volere era la creazione di un gruppo partigiano russo di ex prigionieri fuggiti.

Battaglione partigiano russo d’assalto

Il primo compito che Pereladov completò come comandante del gruppo partigiano fu quello di far saltare in aria un ponte. Ma presto seguì un successo ben più grande: all’inizio dell’inverno, i partigiani, tra i quali ora combatteva un valoroso ufficiale russo, catturarono un intero battaglione di camicie nere fasciste nel villaggio di Frassinoro, ottenendo preziose provviste di cibo e armi. Quanto alla sorte dei fascisti catturati, quelli di loro che non furono visti nelle stragi della popolazione civile, essendosi disarmati, furono rilasciati o scambiati con partigiani e loro sostenitori, che languivano in prigione.

Il successo dell’operazione non poteva che ispirare Vladimir ei suoi compagni: nei mesi successivi liberarono diverse dozzine di prigionieri di guerra sovietici, con i quali crearono un distaccamento, che presto divenne noto come il battaglione d’assalto russo. “Non passava giorno”, scrive Pereladov, “che i reparti partigiani della nostra, e non solo nostra, zona non si rifornissero di un numero sempre maggiore di combattenti e ufficiali fuggiti dalla prigionia tedesca. Sono venuti non solo accompagnati da messaggeri e guide italiane, ma anche da soli”.

I partigiani passarono alle grandi operazioni militari. Nel nord Italia apparvero vaste zone liberate dai nazisti e dai fascisti: le “repubbliche partigiane”.

Il 5 giugno 1944 il comando partigiano emanò l’ordine di occupare Montefiorino. I nemici erano ben arroccati nel castello medievale e dalle sue grosse mura. L’impresa si presentò ardua e l’epilogo che conosciamo fu possibile solo grazie agli sforzi coordinati dei partigiani italiani e del battaglione russo. Inizialmente vennero cacciati i nemici dagli edifici in pietra, che scapparono subito. Ma il castello rimaneva inespugnabile, e dopo tre giorni di combattimenti e diverse perdite, venne presa la decisione di prendere d’assalto il castello. I partigiani aprirono fuoco con fucili e mitra e si lanciarono al portone d’accesso al grido dell’ “Hurrà” russo. I fascisti vennero imprigionati e ci fu un clima di feste per tutte le vie della cittadina, i russi vennero accolti con il sorriso e vennero sistemati nella villa.

Con la liberazione di Montefiorino, Frassinoro e altri comuni adiacenti venne costituita la Repubblica partigiana di Montefiorino, la prima repubblica libera italiana. “L’entusiasmo era al massimo. Una posizione chiave , e cioè un incrocio di tre importanti strade camionabili, era passata nelle mani delle forze partigiane.”

Il nemico non avrebbe guardato a lungo come semplice spettatore e dopo un breve intervallo di calma diedero inizio a una controffensiva violentissima. All’alba del 5 luglio un battaglione delle SS della divisione Göering cominciò un attacco presso Piandelagotti. Erano superiori in termini di unità e armi, occuparono la borgata e incendiarono case, fucilarono indistintamente i civili, saccheggiarono le famiglie. Vladimir e i suoi uomini (in accordo con i partigiani italiani) optarono per una carica alla baionetta, sostenuti dal fuoco delle armi italiane.
“Al grido di Hurrà ci lanciammo impetuosamente all’attacco all’arma bianca. Il poderoso Hurrà russo e il nostro impeto decisero a nostro favore l’esito del combattimento. I tedeschi restarono sbalorditi dalla nostra apparizione. Essi non avrebbero mai supposto che negli Appennini italiani sarebbe risuonato l’urlo russo.”

Il combattimento di Piandelagotti ebbe una grande risonanza, i tedeschi presero coscienza che i partigiani non erano disorganizzati e sprovveduti come avevano creduto e il battaglione russo accrebbe le proprie file.
Giunse Anatoli Tarasov, già attivo nei reparti partigiani dei Fratelli Cervi. Era un uomo istruito con una buona conoscenza della lingua italiana, un valore aggiunto importante. Venne nominato commissario politico del reparto russo. Il cielo era terso in quei giorni, i partigiani controllavano tutte le strade che collegavano Modena alla Linea Gotica, il battaglione era arrivato a comprendere 150 unità, non solo sovietici, ma anche jugoslavi e cecoslovacchi, ma le nubi dei nazisti erano pronte a oscurare nuovamente la nitidezza.

Il 29 luglio i tedeschi attaccarono Montefiorino da nord lungo la strada della valle del Secchia, da ovest puntarono contro Villa Minozzo e da sud contro Ligonchio. I nazisti lanciarono una massiccia offensiva. Le forze si rivelarono diseguali: i nazisti lanciarono tre divisioni composte da circa 15.000 uomini contro i partigiani

I partigiani presero posizioni difensive alla periferia del paese di Toano per ritardare l’avanzata della colonna tedesca verso Montefiorino. Il nemico lanciò artiglieria e mortai. Un gruppo di nazisti sfondò la linea di difesa e i partigiani, scavalcando il parapetto delle trincee, si precipitano al contrattacco.

“Aleksey Isakov, originario del Caucaso settentrionale, è stato ucciso. Quasi a distanza ravvicinata, ha ucciso tre fascisti, finite le munizioni, spaccò la testa del quarto con una mitragliatrice, e in quel momento un proiettile nemico lo colpì in faccia. Morì così un meraviglioso compagno, il nostro “Baffi”, come lo chiamavamo per i suoi bei baffi. Nello stesso contrattacco fu gravemente ferito Karl, il nostro “Austriaco”. Morì tre giorni dopo. Quest’uomo era un soldato dell’esercito nazista. Nel maggio del 1944 passò volontariamente dalla parte dei partigiani e partecipò a molte operazioni militari, mostrando autodisciplina e grande coraggio”, scrive Pereladov nel suo libro Appunti di un garibaldino russo.

Gli italiani non hanno dimenticato il loro compagno russo. Nel 1956 una delegazione di ex combattenti della resistenza italiana guidata da Armando visitò Mosca. Lo scopo del loro viaggio era innanzitutto l’incontro con il “Capitano Russo”. Un telegramma di convocazione fu inviato a Inta e Pereladov tornò nella capitale (ora per sempre) per abbracciare i suoi amici.

Per meriti militari, Vladimir Pereladov ha ricevuto l’Ordine della Bandiera Rossa di Guerra ed è stato presentato due volte al più alto riconoscimento dei partigiani italiani: la Stella Garibaldi al Valor. Ha descritto le sue incredibili avventure sul suolo italiano nel libro Appunti di un garibaldino russo.

La storia ci può portare lontano, molto lontano, ai tempi lontani, quando non eravamo ancora nati…E a lungo contempliamo, cerchiamo di capire, ciò che ci collega con il passato…Quanti anni, secoli, può contenere la memoria umana, prima che questi diventino qualcosa di ordinario e non riescano più a sfiorare le corde dell’animo? Che cosa può lasciare un segno indelebile nella memoria che non potrà mai svanire?” Con queste parole inizia il documentario “Bello Ciao” di Valeria Lovkova su Vladimir Pereladov

Partigiani russi in Italia durante la seconda guerra mondiale. Partigiano italiano dal Don in russo

I BAMBINI NEL MOVIMENTO PARTIGIANO ITALIANO. GLI EROI SOVIETICI HANNO LIBERATO LA “CITTÀ ETERNA”. LA METROPOLITANA ROMANA. ADA GOBETTI: GIORNALISTA, PARTIGIANA E GIOVANE MADRE

Vladimir Pereladov e il Battaglione partigiano russo d’assalto : il lato dell’Est della Resistenza

L’ultimo cittadino sovietico

Il 26 dicembre 1991 Sergei Krikalev scoprì insieme a milioni di propri connazionali che lo stato in cui era nato non esisteva più. A differenza di tutti gli altri, la notizia della dissoluzione dell’Unione Sovietica lo raggiunse mentre si trovava lontano dalla Terra, in orbita sulla stazione spaziale MIR, il più importante avamposto orbitale dell’epoca fatto costruire proprio dal governo sovietico.

Krikalev aveva iniziato la propria carriera da cosmonauta nella seconda metà degli anni Ottanta quando la cosiddetta “corsa allo Spazio” tra Stati Uniti e Unione Sovietica sembrava essersi ormai esaurita. I sovietici avevano eccelso subito nel secondo dopoguerra, portando in orbita il primo satellite, il primo essere vivente(ila cagnolina Laika), il primo essere umano, ma avevano poi perso via via terreno nei confronti degli statunitensi, con le loro missioni lunari del programma Apollo.

La MIR (che in russo significa sia “mondo” sia “pace”) era probabilmente il risultato più importante della tecnologia spaziale sovietica. La sua costruzione in orbita era iniziata nel 1986 e avrebbe richiesto una decina di anni per essere completata. L’idea era di avere una base orbitale dove si potessero effettuare esperimenti e verificare gli effetti della vita nello Spazio sugli equipaggi, anche nel corso di missioni di lunga durata.

Krikalev aveva raggiunto per la prima volta la MIR nel 1988 ed era rimasto a bordo della stazione per cinque mesi circa, il tempo massimo previsto dall’addestramento. Tre anni dopo, il 19 maggio 1991, era partito per una nuova missione che sarebbe diventata la più lunga e memorabile della sua vita.

Il golpe fu per noi inaspettato. Non capivamo cosa stesse accadendo. E quando discutevamo dell’accaduto tra di noi, cercavamo di realizzare come tutto questo avrebbe influito sul settore spaziale

A poco meno di un mese dal suo arrivo in orbita, Krikalev ebbe notizia di un nuovo segno di sfaldamento dell’Unione Sovietica. Oltre alle prime elezioni presidenziali della Russia, nella città dove era nato, Leningrado, era stato indetto un referendum per adottare nuovamente il nome San Pietroburgo. La decisione era stata approvata e a settembre la città aveva assunto il proprio antico nome, dopo essere stata Leningrado dal 1924 e prima ancora Pietrogrado.

A guardare la Terra da 400 chilometri di distanza, a Krikalev non doveva apparire così drastico il cambiamento: la Russia e gli altri territori erano uguali a prima. Del resto dallo Spazio non si vedono i confini, ma col passare dei giorni nell’autunno si iniziò a capire che i problemi economici e di stabilità politica sul pianeta avrebbero interessato anche gli equipaggi della MIR.

Durante quella fase tumultuosa la stazione spaziale doveva essere presidiata e a Krikalev fu chiesto di estendere la propria permanenza a bordo, perché era l’unico dei quattro sulla stazione in quel momento ad avere ricevuto una preparazione adeguata per missioni orbitali di lunga durata.

Totkar Aubakirov, un cosmonauta russo, e il primo astronauta austriaco, Franz Viehböck, lasciarono la MIR e tornarono sulla Terra a inizio ottobre del 1991, lasciandosi alle spalle Krikalev e il suo collega Alexander Volkov, che aveva raggiunto la stazione spaziale in una missione successiva rispetto a quella di Krikalev quando ormai informalmente l’URSS era già finita.

Dopo la formazione della Comunità degli stati indipendenti, il 26 dicembre 1991 l’Unione Sovietica fu infine sciolta formalmente e il primo gennaio del 1992 la Russia ufficializzò la propria indipendenza, segnando la fine vera e propria dell’URSS e di tutte le sue principali attività, compreso il programma spaziale di cui facevano parte Krikalev e Volkov. I due cosmonauti non erano più sovietici, ma non sapevano come e quando sarebbe finita la loro missione spaziale. I giorni intanto passavano e Krikalev aveva ormai trascorso circa otto mesi in orbita, rispetto ai cinque inizialmente previsti

Krikalev e Volkov sarebbero potuti tornare sulla Terra utilizzando una capsula spaziale Soyuz attraccata alla MIR, ma questo avrebbe comportato abbandonare la stazione e lasciarla sguarnita senza equipaggio, compromettendone con ogni probabilità il futuro. Trascorsero ancora diversi mesi prima che la Russia trovasse risorse e capacità per riattivare i viaggi verso e dalla MIR.

Alla fine di marzo del 1992, dopo 311 giorni in orbita, Krikalev poté infine tornare sulla Terra insieme a Volkov, lasciando il posto a un nuovo equipaggio. Una volta rientrato, fu insignito del più alto titolo onorifico concesso dalla Russia, quello di “Eroe della Federazione Russa”, per non avere abbandonato la MIR. Krikalev tornò nello Spazio per altre missioni e fu anche il primo russo a entrare nella Stazione Spaziale Internazionale.

Ci chiedevo spesso se avrei avuto la forza di sopravvivere per completare il programma. E non di rado dubitavo


Vincent J. Schodolski del Chicago Tribune raccontò così il ritorno a case del compagno Krikalev

26 marzo 1992
Dieci mesi dopo essere schizzato nello spazio da un paese chiamato Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, l’ingegnere di volo Krikalev è tornato finalmente sulla Terra mercoledì. È atterrato nelle sterili steppe di un luogo chiamata il Commonwealth degli Stati Indipendenti, un luogo che nessuno sulla Terra – o persino nei cieli – aveva mai sognato al suo decollo.

Krikalev, la cui manica uniforme portava ancora le lettere ” URSS ” e la bandiera rossa sovietica, ha ricevuto dei sali e appariva un po’ stordito mentre si adeguava alla gravità dopo 313 giorni nello spazio, sebbene un servizio televisivo ha affermato in seguito che si sentiva “meravigliosamente.”

Il cosmonauta di 33 anni la cui missione di cinque mesi si è trasformata in una maratona di 10 mesi perché il governo non poteva permettersi di lanciare una nave per riportarlo indietro, lo sfortunato viaggiatore galattico che è stato soprannominato “la vittima dello spazio” dalla stampa, la persona che non riusciva nemmeno ad avere un po’ di miele, è finalmente a casa.

Casa?

Quando se ne andò, Mikhail Gorbachev era al comando. Ora che è tornato, non è del tutto chiaro chi gestisce gli affari. Quando Krikalev se ne è andato, lui e Volkov erano cittadini dello stesso paese. Mentre erano via, Volkov divenne uno straniero, mentre la sua nativa Ucraina emergeva come nazione indipendente. Quando ha dato il bacio d’addio alla moglie e alla figlia di 2 anni, quasi un anno fa, Krikalev era a casa in una città chiamata Leningrado. La sua casa è ancora lì, ma ora è a San Pietroburgo. Quando se ne andò, c’era ancora un Partito Comunista Sovietico. Non più. C’era un giornale chiamato Pravda. Ha chiuso i battenti. Quando decollò, 30 dei rubli guadagnati avrebbero comprato un dollaro. Adesso ce ne vogliono 120. Quando se ne andò, lo stipendio mensile di 600 rubli di Krikalev era buono, come si addice a uno scienziato altamente qualificato. Ora un autista di autobus guadagna più del doppio.

E questa è solo una parte.

Il potente programma spaziale sovietico a cui Krikalev ha dedicato la sua vita è in crisi. I funzionari incaricati di mantenere il programma spaziale solvente, cercando modi per raccogliere fondi, hanno avuto l’idea di vendere le stazioni Mir e la tecnologia per costruirle ad altri Paesi. Ma il messaggio fu confuso mentre viaggiava fino a Krikalev e Volkov. Pensarono significasse che la loro nave era in vendita e la coppia dovette essere rapidamente rassicurata che non erano all’asta. Krikalev ha incontrato uno dei segni del successo degli uomini di bilancio nella persona di Klaus-Dietrich Flade, un cosmonauta tedesco che ha volato a bordo della nave che alla fine ha salvato Krikalev. Il governo tedesco ha pagato $24 milioni per il suo biglietto.

In tutto questo, Krikalev è apparso stoico, a volte quasi divertito da tutto il clamore in basso. La scorsa settimana, un radioamatore australiano ha contattato la stazione Mir e l’Australian Associated Press ha chiesto a Krikalev come avrebbe pianificato di adattarsi dopo il rientro.

“Per capire tutto e abituarsi ad esso, è necessario tornare e tuffarsi nella vita”, ha detto.

Giorni prima di fare quel grande tuffo, Krikalev ha fatto sembrare tutto semplice durante una conferenza stampa trasmessa dal Mir ” Ho vissuto sul territorio della Russia mentre le repubbliche erano unite nell’Unione Sovietica”, ha detto stoicamente pochi giorni fa. ”Ora torno in Russia, che è unita nel Commonwealth degli Stati Indipendenti. Il cambiamento non è così drastico.

Ancora oggi Krikalev lavora per il programma spaziale russo e fu tra i sostenitori della necessità di salvare la MIR, quando circolarono le prime proposte di abbandonarla perché ormai datata e troppo costosa da mantenere. La stazione fu abbandonata e fatta distruggere nell’atmosfera con un rientro controllato sopra l’oceano Pacifico meridionale il 23 marzo 2001. Fu l’ultimo occupante sovietico della MIR e il primo russo ad abbandonarla.

L’ultimo cittadino sovietico

COSMONAUT CATCHES UP TO RUSSIAN REVOLUTION

Repubblica Socialista Sovietica Ucraina

“La conseguenza più importante per la causa nazionale ucraina delle trasformazioni avvenute tra il 1917 e il 1921 fu la nascita di una Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina al momento della costituzione nel 1922 di un nuovo Stato plurinazionale di carattere federale, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Urss).

La nuova compagine statale organizzava il territorio sulla base del principio nazionale, identificato su base linguistica, come criterio di definizione delle repubbliche che formavano l’Unione (alla sua fondazione esse erano Russia – a sua volta costituita come repubblica federale – Ucraina, Bielorussia e Transcaucasia). Seguirono le politiche di indigenizzazione, volte a sostenere il gruppo etnico titolare delle varie repubbliche, che hanno fatto parlare Terry Martin di «Soviet Affirmative Action Empire».

Il potere bolscevico, oltre a connettere il principio nazionale a un territorio, favoriva anche la formazione di una classe dirigente locale nonché la diffusione della cultura nazionale.

La carta mostra l’evoluzione cronologica dello Stato ucraino, fra il 1917 (Repubblica ucraina di Kiev) e il 1954 (regalo della Crimea da parte del segretario sovietico Krushev).

Con la nascita dell’Urss venne costituita nel 1922 la Repubblica socialista sovietica ucraina (verde chiaro). Seguirono varie annessioni territoriali: dalla Polonia (verde scuro), dalla Romania (rosso e arancione), dalla Cecoslovacchia (azzurro chiaro).

La porzione gialla e grigia invece, pur se ucraina nel 1922, venne trasferita alla Russia nel 1924.

L’Unione Sovietica è crollata vent’anni fa, ma c’è ancora qualcuno che la rimpiange. Almeno in Ucraina, Paese spaccato, diviso tra est e ovest, bloccato ancora dopo decenni dall’indipendenza da Mosca, arrivata dopo il golpe di agosto nel 1991, tra un passato che non passa e un futuro incerto.

In Ucraina c’è ancora tanta gente che si guarda indietro e pensa che tutto sommato quando c’era l’Urss non si stava poi così tanto male. Secondo una ricerca parallela dell’istituto ucraino Rating e del russo Levada, infatti, quasi un ucraino su due (il 46%) rimpiange la vecchia Urss e circa il 70% di questi nostalgici ritiene che la dissoluzione dell’impero sovietico fosse evitabile.

Le differenze regionali sono evidenti: è soprattutto nei territori dell’est (55%) e del sud (58%) che la sparizione dell’Unione Sovietica è vista in negativo. Le punte massime si ritrovano nella regione del Donbass (65%), mentre all’ovest sono in pochi a lamentarsi dell’indipendenza da Mosca (18%). Il motivo di queste differenze è chiaro, dato che zone come il Donbass o la Crimea si sono sviluppate con gli zar e l’industrializzazione sovietica, l’etnia predominante è sempre stata qui quella russa, mentre regioni come la Galizia sono state per secoli sotto polacchi o austriaci e hanno una cultura, una tradizione (e anche una religione) essenzialmente diversa, più occidentale.

A Sebastopoli si sentono insomma più vicini a Mosca che non a Bruxelles, a Leopoli accade invece il contrario. Ma le differenze più rilevanti sono forse quelle relative all’età: sono i pensionati (69%) quelli che versano più lacrime per la scomparsa dell’Urss, mentre i giovani ventenni nati dopo il crollo del comunismo (19%) mostrano poco interesse per il passato. Cosa normale, all’est come all’ovest. I ragazzi ucraini di oggi guardano al futuro, come è giusto che sia.

Esibizione per il “300° anniversario dell’unificazione di Russia e Ucraina”, Kiev, 1954

Per secoli Russia e Ucraina sono state due parti di un tutto; per questo ancora oggi russi e ucraini si definiscono “fratelli”. Nell’antica cronaca russa “Повесть временных лет” (Povest’ vremennych let, “Cronache dei tempi passati”), Kiev viene definita la “madre delle città russe”: una frase molto ricorrente ancora oggi.

Nel 1954 in URSS venne organizzata una grandissima manifestazione per commemorare il “300° anniversario dell’unificazione di Russia e Ucraina”, un evento che si svolse nel 1654, quando l’etmano dell’esercito cosacco di Zaporozhe, Bogdan Khmeknitskij, richiese un incarico allo zar Aleksej Mikhailovich Romanov (padre di Pietro I). 

L’architettura urbana

In molte città dell’Ucraina sono ben visibili ancora oggi i tratti tipici dell’architettura sovietica: lo stile impero, le khrushchevki, i monumenti a Lenin (in gran parte demoliti con il processo di “desovietizzazione”).

Nonostante ciò, è facile restare incantati davanti alla diversità di paesaggi e stili architettonici che si incontrano nelle diverse parti del paese: la Crimea ha ospitato le residenze estive degli zar, riconvertite in sanatori e centri estivi giovanili durante l’epoca sovietica; la parte occidentale dell’Ucraina ricorda invece la vecchia Europa: nella città di Lvov sono stati girati numerosi film in stile “europeo”; per non parlare di Odessa, una città costruita dagli europei, che in qualche modo ricorda San Pietroburgo.

Khreshchatyk, la via centrale di Kiev, 1979
Khreshchatyk, la via centrale di Kiev, 1979

Il “granaio d’Europa”

L’Ucraina è caratterizzata in buona parte da un terreno molto adatto all’agricoltura. Il clima mite, poi, favorisce la coltivazione di cereali, frutta, angurie e uva. Una ricchezza da sempre “invidiata” dagli abitanti delle altre regioni dell’URSS prima, e della Russia poi. E non di rado le famiglie inviavano pacchi pieni di albicocche e meloni ai parenti che si erano trasferiti a vivere in zone meno ospitali del paese.

Qui si producevano farina, pane, latticini per tutto il paese, e venivano esportate frutta e verdura fresche; abbastanza fiorente anche l’industria vinicola, oltre agli impianti per la lavorazione dello zucchero.

Donne al mercato nella città di Kharkov, 1958-1959
Un mercato ortofrutticolo in una via della città di Eupatoria, in Crimea, 1979

Il benessere

Nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, la gente aveva sia la possibilità di concedersi una vacanza, sia di curarsi in uno dei tanti centri benessere. Sulle rive del Mar Nero (in Crimea, a Odessa e a Kherson) vi erano vari sanatori e centri per la cura della persona. In Crimea era inoltre possibile godersi delle escursioni in montagna e andare a sciare sui Carpazi.

Spiaggia nella città di Yalta, 1969


Sanatorio “Ucraina”, Crimea, 1959

In prima linea

Negli anni del Secondo conflitto mondiale, l’Ucraina si ritrovò al centro degli scontri. Tra il 1941 e il 1942 le truppe tedesche occuparono quasi tutto il territorio, rinchiusero gli ebrei in un ghetto e realizzarono esecuzioni di massa. Il fossato Babij Yar è tristemente noto per essere un sito di massacri, dove trovarono la morte più di 100.000 persone. L’Ucraina venne liberata dall’Armata Rossa nel 1943-1944, ma i danni furono enormi: moltissime le città e i villaggi completamente distrutti. Tra gli eroi ucraini non possiamo non ricordare Oleksiy Berest era uno di coloro, che hanno issato la bandiera sovietica al palazzo di Reichstag a Berlino

L’industria

Dall’estrazione mineraria a quella del carbone, dall’energia alla metallurgia… Si tratta di un elenco puramente parziale del grande complesso industriale presente nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. In epoca sovietica le fabbriche e le miniere lavoravano a ritmi serrati. 

Il porto di Odessa, 1958

Ucraina, nostalgia di Urss

Com’era la vita nell’Ucraina sovietica?

L’Ucraina fra Urss e indipendenza

Fuga per la vittoria: la storia vera che ha ispirato il film

IL FILM

Ricordate fuga per la vittoria? Il film con la rovesciata di Pelè, sicuramente la più famosa della storia del cinema?
Probabilmente è stato uno dei film a tema calcistico meglio riusciti di sempre, con un cast particolare (si andava da Sylvester Stallone a Pelè, passando per Bobby Moore e Max von Sydow) ed una storia senza dubbio coinvolgente.

Per rinfrescare la memoria lo riassumo molto molto velocemente.
Se avete visto il film potete andare oltre, se non vi piacciono gli spoiler anche, però devo farlo, altrimenti tutto quello che verrà detto dopo avrebbe meno senso.
Allora, durante una visita in un campo di concentramento un ex calciatore tedesco, ora maggiore dell’esercito nazista, incontra un suo ex collega inglese. Tra i due c’è rispetto ed il tedesco propone di organizzare una partita di calcio tra tedeschi e prigionieri alleati.
Nonostante l’iniziale ritrosia dei prigionieri alla fine si decide di giocare la partita anche perché ci si rende conto che potrebbe diventare un ottimo modo per far fuggire i giocatori impegnati nell’incontro. Il piano infatti è abbastanza facile, tra primo e secondo tempo i giocatori fuggiranno attraverso la rete fognaria degli spogliatoi.
La partita inizia, gli spalti sono pieni di civili francesi e di tedeschi in armi e uniforme, l’arbitro ha paura e sorvola sulle scorrettezze dei nazisti che chiudono il primo tempo in vantaggio 4-1.
Si va negli spogliatoi e dovrebbe scattare il piano per la fuga, ma i giocatori decidono di non farlo, rimontare è una questione di orgoglio ed è più importante della vita.
Si torna in campo e, siccome si tratta di un film, la squadra di prigionieri segna il secondo e il terzo goal, poi Pelè pareggia su rovesciata.
All’ultimo minuto però l’arbitro assegna un rigore ai nazisti, il portiere riesce a pararlo e nelle gradinate accade l’inverosimile: il pubblico invade il campo e porta via i giocatori alleati in un tripudio festante, riuscendo, quindi, a farli fuggire.
Sicuramente tutto molto bello ed orchestrato alla perfezione.
Bene, se digitate “Fuga per la vittoria” in un qualsiasi motore di ricerca scoprirete che il film è liberamente tratto da una storia vera, la cosiddetta “partita della morte“.

La storia

I ragazzi della Start

Dopo che soldati tedeschi invasero l’Unione Sovietica nel 1941, il governo di Adolf Hitler non volle mostrarsi crudele agli occhi della popolazione e creò una serie di eventi culturali e sportivi per dare l’illusione di una prosperosa condizione di vita sotto l’occupazione tedesca. Il calcio era uno sport estremamente popolare nell’Europa dell’Est e una delle squadre più note e di successo era la Dynamo Kiev, ma con l’invasione il campionato fu sospeso e i giocatori furono spediti nei campi di prigionia.
Nel 1942, il portiere Mykola Trusevych fu rilasciato e trovò lavoro come panettiere. Il suo datore di lavoro era un appassionato di calcio e lo aiutò a rintracciare alcuni dei suoi ex compagni di squadra. Ne trovò otto. Con altri tre giocatori della squadra un tempo rivale, la Lokomotiv Kiev, fondò una piccola squadra militare con il nome di F.C. Start.

Dovevano essere la cenerentola del torneo. Lavoravano duramente tutto il giorno, erano malnutriti e in condizioni atletiche disastrose. Non avevano nemmeno le maglie. Ma la leggenda narra che pochi giorni prima dell’inizio del torneo, Trusevich e Putistin (altro veterano della Dynamo del ’36), rovistando in un magazzino abbandonato, trovarono delle divise di calcio in condizioni quasi perfette.

Colore della maglia: Rosso. Nero per il portiere. Quello era l’abbinamento anche della nazionale di calcio sovietica. E l’idea che a tutti ronzava da un po’ nella testa, si concretizzò: non potevano più combattere con le armi, avrebbero combattuto con il pallone.

7 giugno, Kiev, Stadio della Repubblica (l’attuale stadio Olimpico di Kiev): La Start gioca contro la Ruch, la squadra dei collaborazionisti. Risultato finale: 7-2. Esordio con il botto. La notizia fa subito rumore, i tedeschi spostano le partite nel più piccolo stadio Zenit per evitare assembramenti.

Lo Zenit viene subito battezzato: 6-2 sugli ungheresi. Pochi giorni dopo, è la volta della squadra rumena: 11-0. La popolazione mormora, va allo stadio e festeggia le vittorie di una squadra che ha i colori della bandiera nazionale. Bisogna stroncarli.

Il 17 luglio tocca alla squadra tedesca. È già programmata per il 19 la partita con l’altra squadra ungherese. L’idea è di triturarli subito e poi infierire due giorni dopo. Niente va come previsto dai nazisti, nonostante minacce e arbitraggi a favore: 6-0 prima, 5-1 poi. Ci s’inventa allora la ripetizione della partita contro gli ungheresi. Trusevich e compagni sono alla terza partita in quattro giorni, ma la spuntano ancora: 3-2.

È indispensabile che la Start venga sconfitta. Con qualunque mezzo, in qualunque occasione, ma sul campo. Fucilarli e basta vorrebbe dire farne dei martiri. Allora i tedeschi si giocano l’ultima arma: mandano a giocare a Kiev la Flakelf, la squadra della Luftwaffe, formata in buona parte da calciatori professionisti. Fuori da ogni regola, si decide che sarà una doppia finale tra la Start e la Flakelf servirà a stabilire il vincitore del torneo.

6 agosto, Kiev, Stadio Zenit, finale di andata: Mentre Stalin dà il comando “Non un passo indietro!”, la Start batte la Flakelf 5-1. È come offrire il collo al boia.

In fretta e furia i tedeschi vanno a richiamare da tutto il fronte orientale i migliori calciatori che combattono per loro. Mettono un SS ad arbitrare. Organizzano tre giorni di fanfare per ricordare a tutti che il Flakerf vincerà.

9 agosto: l’arbitro va nello spogliatoio della Start e ricorda che è obbligatorio il saluto nazista prima del fischio d’inizio. Ma una volta in campo, dopo che i tedeschi si sono esibiti nel loro “Heil Hitler!”, i sovietici, a capo chino, pensano un attimo. E subito dopo all’unisono gridano “Fitzcult Hura!”. Significa “viva la cultura fisica!”, era il motto tradizionale degli atleti sovietici(Tra l’altro, Hurà era anche il grido di combattimento dei soldati dell’Armata Rossa quando andavano all’assalto, e molti Tedeschi lì presenti lo avevano già sentito bene in battaglia). Ennesimo affronto. Pagato caro da subito.

Dopo un inizio violento e provocatorio da parte dei tedeschi, l’orgoglio, sportivo e patriottico, prevale.
E così punizione, tiro del centravanti Kuzmenko dai 30 metri, gol. Pareggio. Goncharenko, il numero 10 della squadra, parte in serpentina. Gol. 2-1. Ancora, cross dentro, semirovesciata di Goncharenko. Gol. 3-1. Fine del primo tempo.

Un ufficiale delle SS scese negli spogliatoi della Start per provare a convincere i calciatori a perdere.
“Siamo veramente impressionati dalla vostra abilità calcistica e abbiamo ammirato il vostro gioco del primo tempo. Ora però dovete capire che non potete sperare di vincere. Prima di tornare in campo, prendetevi un minuto per pensare alle conseguenze”

La Start rientrò in campo pensando alle parole sentite all’intervallo e in poco tempo subì due reti. I giocatori si guardarono e capirono che giocare a calcio e vincere di fronte ai propri tifosi avrebbe dato loro la speranza di resistere e così decisero di giocare alla loro maniera: la Start tornò in vantaggio e fissò il risultato sul 5-3.

Poco prima del fischio finale Klymenko partì dalla propria metà campo con la palla al piede, scartò tutti i giocatori della Flakelf compreso il portiere, fermò la palla sulla linea e la calciò a centrocampo. Sentitosi umiliati, poco dopo la fine della partita, i tedeschi arrestarono i giocatori della Start.

Il primo ad essere arrestato, torturato dalla Gestapo e ucciso sarebbe stato Nikolai Korotkikh, era molto probabilmente un appartenente al servizio segreto sovietico e i tedeschi sarebbero riusciti ad individuare la sua vera identità, gli altri giocatori invece, ad eccezione di Goncharenko e Svirdovsky, vennero invece deportati nel campo di concentramento di Syrec, poco fuori Kiev, amministrato dal feroce Paul von Radomsky, Obersturmbahnführer delle SS.

Anche gli altri giocatori subirono le torture della Gestapo, prima di essere deportati nel campo di concentramento di Syrec, poco fuori Kiev, amministrato dal feroce Paul von Radomsky, Obersturmbahnführer delle SS.

La mattina del 24 febbraio 1943 Radomsky ordinò una rappresaglia per un tentato attacco incendiario al campo.
I prigionieri vennero disposti in fila: una persona ogni tre veniva colpita alla testa col calcio del fucile e freddata con una pallottola alla nuca. Ivan Kuzmenko, il gigante dell’attacco della Start, fu colpito in mezzo alle scapole dal calcio del fucile, vacillò e, benché stremato dalla fame e dalla fatica, rimase in piedi. Resistette a diversi colpi, prima di accasciarsi al suolo e ricevere il proprio proiettile.

Aleksey Klimenko, il minuto difensore che aveva umiliato il Flakelf sul finire della partita, crollò immediatamente a terra e fu finito da una pallottola dietro l’orecchio.

Nikolai Trusevich, il portiere, sentì i passi delle SS fermarsi alle sue spalle. Si preparò a ricevere il colpo, ma finì ugualmente per terra. Si rialzò, con tutta l’agilità che l’aveva reso il miglior portiere dell’Unione Sovietica e, mentre la guardia apriva il fuoco, urlò: «Krasny sport ne umriot!», «Lo sport rosso non morirà mai». Morì nella sua divisa da gioco nera e rossa, l’unico indumento caldo che possedeva, colpito da una raffica di mitra.

Nel 1981 lo stadio Zenit fu ribattezzato stadio Start. Un monumento si trova all’ingresso dello stadio per ricordare la squadra. Sulla destra, ora campeggia una targa con dedica: “A uno che se la merita”. Dedicato a Makar Goncharenko, morto a Kiev nel 1997, autore di una doppietta nel 5-3 nella partita della morte


“FUGA PER LA VITTORIA” E “PARTITA DELLA MORTE”, LA VERITÀ DIETRO LA LEGGENDA

Fuga per la vittoria: la storia vera che ha ispirato il film con Sylvester Stallone, Michael Caine e Pelé

LA “PARTITA DELLA MORTE” della START FC

La vera storia della partita della morte

LA PARTITA DELLA MORTE. LA LEGGENDA DELLA START

Zinaida Portnova, la vedova nera sovietica

A 16 anni, Zinaida Portnova si unì a un gruppo di giovani combattenti della resistenza conosciuti come i Giovani Vendicatori.

Zinaida Portnova è nata il 20 febbraio 1926 nella città di Leningrado. Era la figlia maggiore di una famiglia operaia bielorussa il padre lavorava in uno stabilimento industriale locale e la sorella minore, Galya, aveva otto anni meno di lei.

Nell’estate del 1941, la seconda sorella e suo fratello minore furono mandati a vivere con la nonna nel villaggio di Zui, situato vicino alla città di Obol, nel nord della Bielorussia. Questo avvenne proprio all’inizio dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica nota come Operazione Barbarossa.

A partire dal 22 giugno 1941, le forze tedesche avanzarono di 200 miglia nel territorio sovietico in una sola settimana e, in pochi mesi, 2.5 milioni di soldati sovietici persero la vita. La giovane Zinaida Portnova si trovò faccia a faccia con le truppe naziste quando la loro avanzata raggiunse Obol.

Secondo il libro Heroines of the Soviet Union 1941–45 di Henry Sakaida, quando i soldati nazisti cercarono di confiscare il bestiame della loro famiglia, litigarono con la nonna di Portnova e la picchiarono. In quel momento, la guerra divenne personale per l’adolescente, che iniziò a disprezzare i tedeschi.

Presto in Bielorussia iniziò a prendere forma un movimento clandestino di resistenza contro i nazisti. Un anno dopo l’invasione nazista di Obol, Zinaida Portnova si unì al braccio giovanile della resistenza clandestina. Erano ufficialmente chiamati Lega dei Giovani Comunisti Leninisti, ma erano meglio conosciuti come i Giovani Vendicatori.

I Giovani Vendicatori erano un’organizzazione politica guidata da giovani indipendenti dal Partito Comunista Sovietico, sebbene fosse spesso descritta come la divisione giovanile del partito. Dopo essersi unita, Portnova, allora 16enne, divenne rapidamente una risorsa preziosa per la resistenza.

Iniziò la sua attività nella resistenza distribuendo volantini di propaganda sovietica nella Bielorussia occupata dai tedeschi e svolgendo missioni segrete, incluso il furto di armi tedesche per i soldati sovietici e lo spionaggio.
Ma quello era solo l’inizio; una volta imparato a maneggiare le armi, Zinaida Portnova è stata coinvolta in operazioni di sabotaggio contro i nazisti.

Insieme ai suoi compagni, Portnova fu responsabile degli attacchi effettuati in numerosi luoghi in cui i nazisti si radunavano, completando con successo missioni di sabotaggio contro una centrale elettrica locale, una pompa di benzina e una fabbrica di mattoni.

Busta affrancata illustrata dell’Unione Sovietica del 1978 con Zinaida Portnova.

Zinaida Portnova uccise molti soldati nazisti durante il suo periodo come combattente della resistenza. Nell’agosto del 1943 compì una delle sue operazioni più leggendarie in cui si infiltrò in una guarnigione tedesca e avvelenò i soldati.

Si presentò come assistente di cucina e riuscì ad infiltrarsi nella cucina che riforniva la guarnigione nazista locale a Obol. Mentre preparava i pasti per i soldati, Portnova li avvelenò facendo ammalare molti dei soldati, alcuni addirittura morirono.

Da giovane sovietica che lavorava nella cucina dei nazisti, fu immediatamente sospettata di essere la colpevole dell’avvelenamento di massa, ma Portnova finse abilmente l’innocenza. Per dimostrare di non aver avvelenato il cibo, diede un morso il cibo che aveva cucinato. Portnova, fuggì rapidamente a casa di sua nonna dove si curò con grandi quantità di siero di latte per contrastare il veleno nel suo corpo.

Alcuni giori dopo la sua fuga i tedeschi iniziarono a cercarla e Zinaida Portnova diventò una fuggitiva. Per evitare di essere scoperta, Portnova si unì a un distaccamento partigiano intitolato a Kliment Voroshilov, un importante ufficiale militare e politico sovietico durante il governo di Stalin.

Mesi dopo scrisse ai suoi genitori una lettera, dicendo: “Mamma, ora sono in un distaccamento partigiano. Insieme a loro sconfiggeremo gli invasori nazisti”.

Un monumento a Zinaida Portnova in un ex campo di pionieri vicino a Togliatti, Russia.

Nel 1944 Zinaida Portnova fu inviata in missione di ricognizione nella guarnigione da cui era fuggita di recente. L’obiettivo della spia adolescente era infiltrarsi ancora una volta nel campo nazista e stabilire la causa dietro una missione di sabotaggio fallita. Sfortunatamente, venne trovata dalla polizia locale e catturata.

Dopo essere stata consegnata ai nazisti, Portnova sapeva che la sua unica possibilità di sopravvivenza era quella di scappare. In un disperato tentativo di fuggire, Portnova ha afferrato una pistola che era sulla scrivania durante il suo interrogatorio e ha sparato al suo interrogatore della Gestapo, poi ha sparato ad altre due guardie naziste mentre fuggiva dal campo.

Portnova corse rapidamente nel bosco vicino alla guarnigione, ma purtroppo per la giovane combattente della resistenza arrivò la fine. I nazisti la trovarono lungo un fiume vicino e la portarono a Goryany, dove fu interrogata e brutalmente torturata. Successivamente, portarono Zinaida Portnova nella foresta, dove venne giustiziata da un colpo di pistola, a circa un mese dal suo 18esimo compleanno.

Zinaida Portnova ha contribuito così tanto durante il suo periodo come parte della resistenza sovietica che il 1 luglio 1958 Portnova è stata insignita postuma del titolo di “Eroe dell’Unione Sovietica”, rendendola la donna più giovane mai insignita del più alto onore dell’Unione Sovietica. In seguito fu insignita anche dell’Ordine di Lenin.

Decenni dopo la sua morte per mano dei nazisti, il nome dell’adolescente è ancora venerato da molti; targhe e monumenti in suo onore si possono trovare in numerose città russe, inclusa la città di Minsk, e molti dei gruppi di Giovani pionieri russi sono stati nominati in suo onore.

Alla sua morte, si unirono alla resistenza altre coraggiose donne sovietiche in seguito onorate per il loro servizio, come Mariya Oktyabrskaya, Roza Shanina e Lepa Radić.

Zinaida Portnova: The Teenage Partisan Who Became A Soviet Hero During World War II

Repubblica Socialista Sovietica Kazaka

Fondata il 26 agosto 1920, inizialmente era chiamata RSSA Kirghiza, faceva parte della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Il quinto Congresso pan-kirghiso dei Soviet nell’aprile 1925 ribattezzò l’RSSA Kirghiza, in l’RSSA kazako (o Kazakistan).
Nel maggio 1927 la capitale della repubblica fu trasferita ad Alma-Ata.
Nell’agosto 1928, tutte le province dell’l’RSSA kazaka furono liquidate e il suo territorio fu diviso in 13 distretti.
Nel marzo 1932, il territorio della repubblica fu diviso in sei grandi regioni.
Nel dicembre 1934, una piccola area nel nord-ovest della repubblica fu trasferita nella neonata regione di Orenburg. Con l’adozione della nuova costituzione dell’URSS il 5 dicembre 1936, lo status dell’RSSA kazako fu elevato a Repubblica Socialista Sovietica Kazaka.

Confini
Nel 1932, a ovest, confinava con la regione del Basso Volga, a nord-ovest con la regione del Medio Volga, a nord con la regione degli Urali, a nord-est con la regione della Siberia occidentale, a sud con la Repubbliche Sovietiche dell’Asia centrale, nel sud-est con la Cina.

Economia e trasporti
Nel 1931 la produzione industriale rappresentava il 36,8% del prodotto lordo del paese, l’industrializzazione crebbe velocemente grazie al socialismo basti pensare che nel periodo 1927-1928 era del 18,4%.
Nel 1931 c’erano più di 40 milioni di ettari di seminativi, 10 milioni di ettari di campi da fieno, 95 milioni di ettari di pascolo e 40 milioni di ettari di pascolo.
All’inizio del primo piano quinquennale, il Kazakistan ha prodotto il 10% dei raccolti (principalmente grano) di tutta l’URSS. Nel 1932 furono collettivizzati il ​​66% delle aziende agricole e l’85,6% della superficie seminata (nel 1928 la collettivizzazione copriva il 4% delle aziende agricole), e furono organizzate circa 300 aziende demaniali, di cui la maggior parte si occupavano di allevamento di bestiame. All’inizio del 1933 furono creati 75 MTS e 160 MSS (stazioni di falciatura su binari trainati da cavalli) e 5 MSS con trattori.
La lunghezza delle ferrovie nel 1932 era di 5.474 km (3.241 nel 1927).

Sistema politico
Il Kazakistan è uno stato socialista di operai e contadini, una repubblica socialista sovietica che fa parte dell’URSS. L’attuale costituzione dell’SSR kazako è stata approvata dal 10° Congresso straordinario dei Soviet dell’RSS kazako il 26 marzo 1937. L’organo supremo del potere statale è il Soviet supremo unicamerale dell’RSS kazako, eletto per 4 anni al ritmo: 1 deputato ogni 27mila abitanti. Nel periodo tra le sessioni del Soviet Supremo, l’organo supremo del potere statale è il Presidium del Soviet Supremo della RSS kazaka. Il Consiglio Supremo forma il governo della repubblica – il Consiglio dei ministri, adotta le leggi dell’RSS kazako, ecc.
Le autorità locali nelle regioni, distretti, città sono i corrispondenti Soviet dei deputati dei lavoratori, eletti dalla popolazione per un mandato di 2 anni. Nel Consiglio delle nazionalità del Soviet supremo dell’URSS, l’RSS kazako è rappresentato da 32 deputati. Il più alto organo giudiziario del Kazakistan, la Corte Suprema della Repubblica, eletta dal suo Soviet Supremo per un periodo di 5 anni, opera in due collegi giudiziari (per le cause civili e penali) e un plenum. Viene inoltre costituito il Presidium della Corte Suprema. Il procuratore dell’RSS kazako è nominato dal procuratore generale dell’URSS per un periodo di 5 anni.

Il periodo sovietico nella storia del Kazakhstan e del popolo kazako è stata una straordinaria epoca di sviluppo industriale, agricolo e culturale. Per diversi decenni, e questo è un periodo ridottissimo sul piano storico, il nostro Paese è passato attraverso un rapido percorso da essere i confini coloniali dell’Impero russo, arretrato sotto tutti gli aspetti, alla sviluppata Repubblica Socialista Sovietica Kazaka. La nostra repubblica era terza in termini di PIL all’interno della superpotenza sovietica. Basti dire che il moderno Kazakhstan, dal punto di vista dei suo indicatori economici principali, non ha ancora raggiunto il livello della Repubblica Socialista Sovietica Kazaka del 1990, con l’eccezione del volume di esportazione di alcune materie prime. Il lascito del periodo sovietico è oggi il territorio della Repubblica, che occupa il 9° posto al mondo per estensione. Un territorio con alti livelli di cultura, scienza, salute e istruzione, agricoltura, metallurgia, petrolio, gas e industria mineraria. Tutta la moderna intelligentsia creativa, scientifica e tecnica si basa su uno strato sociale e professionale che deriva dalla potenza sovietica. La moderna indipendenza del Kazakhstan si basa sul lascito dell’era sovietica.

Alla dissoluzione dell’Urss, le élite locali sfruttarono la ricchezza di risorse naturali per avviare un processo di rapida privatizzazione. Le multinazionali straniere stabilirono così un controllo capillare sulla ricchezza del Paese

Il 25 ottobre del 1990 il Kazakistan proclamò la sua sovranità e si dichiarò indipendente dall’Unione Sovietica il 16 dicembre 1991, aderendo alla Comunità Stati Indipendenti (CSI). Il parlamento elesse lo stesso anno Nursultan Nazarbayev Presidente assoluto.

Il 2 marzo 1992 aderì all’ONU e nel maggio dello stesso anno divenne membro dell’UNESCO. Il 4 giugno 1992 adottò la nuova bandiera nazionale di colore celeste con un sole raggiante e un’aquila della steppa di colore giallo posti al centro. Fu alzata per la prima volta il 6 giugno.

Con la dissoluzione dell’Urss, le élite locali sfruttarono la ricchezza di risorse naturali per avviare un processo di rapida privatizzazione, basata su investimenti diretti esteri. Le multinazionali straniere stabilirono così un controllo capillare sulla ricchezza del Paese. Con il passare degli anni e con il progressivo accentramento del potere da parte del governo kazako, tuttavia, questa egemonia passò allo Stato, grazie a politiche governative che predilessero investimenti da parte di Russia e Cina e una gestione delle grandi imprese dell’energia fortemente statalizzata.

FORMAZIONE DELLA REPUBBLICA SOCIALISTA SOVIETICA AUTONOMA KAZAKA (KAZASSR). EDUCAZIONE DEL KAZAKO ASSR

Kazakistan – Un’intervista al dirigente comunista kazako Sultanbek Sultangaliev per comprendere meglio il contesto

IL NUOVO ANNO DEL KAZAKISTAN

KAZAKO SSR E LA STORIA DELLA SUA CREAZIONE

Kazakistan

Eritrea: La via africana al socialismo

La parola Eritrea deriva dal greco erythros, che significa rosso. L’Eritrea è oggi una macchia rossa nell’ Africa neocoloniale.

L’Eritrea è una democrazia popolare in cui le persone hanno accesso all’assistenza sanitaria, non rischiano la vita bevendo un bicchiere d’acqua, hanno lavoro, cibo, elettricità. Preferisco vivere in un paese del genere piuttosto che in un così chiamata democrazia come il Congo o l’Etiopia. E se, nonostante tutto, l’Eritrea è considerata una dittatura, io preferisco vivere di una dittatura come questa (Mohamed Hassan)

L’Eritrea ha sei milioni di abitanti, seicentomila nella capitale Asmara, continua a ispirarsi ai valori socialisti e può vantare, rispetto a molte altre nazioni africane, la solidità del sistema educativo e di quello sanitario. La totalità della popolazione dichiara e largamente pratica un proprio orientamento religioso, metà è sunnita, un terzo cristiano-copta, un decimo cattolica, i restanti protestanti e animisti. Ovunque si incontrano persone cordiali e aperte che rivendicano con orgoglio la battaglia per l’indipendenza, riconoscendo i meriti del tempo presente, auspicando nella maggioranza dei casi un futuro sul modello cinese, ovvero capace di coniugare il marxismo con lo sviluppo delle forze produttive.

L’agricoltura in molti casi di mera sussistenza attraverso la manioca e pochi altri prodotti, la pesca lungo la costa, la pastorizia e l’allevamento sono alla base dell’economia eritrea, per il resto molto deve essere importato, massimamente dall’Arabia Saudita, che si trova dall’altro lato del mar Rosso, esattamente antistante l’Eritrea. Il settore minerario sta iniziando ora a essere sfruttato, in cooperazione con la Cina Popolare.

Ad Asmara molti parlano italiano, anche per la presenza di un completo percorso di studi ancora operativo e molti palazzi sono stati edificati dagli italiani, massimamente nello stile popolare degli anni ’30 che oggi si può vedere a Roma nel quartiere della Tuscolana, per i colonizzatori era un insieme urbano chiuso e loro riservato, solo più tardi apertosi alla popolazione locale, massimamente con l’avvento del socialismo alla metà degli anni ’70, quando la quasi totalità degli oltre centomila italiani rimasti in Eritrea se ne sono andati per la loro evidente ostilità alle politiche di nazionalizzazione delle fabbriche e dei negozi praticata dal governo di Menghistu.

Dopo una guerriglia popolare di lunga durata sviluppatasi nell’arco di tre decenni  dal 1962 al 1991 condotta dal Fronte Popolare di Liberazione di matrice marxista  con a capo il compagno Isaias Afewerki  contro l’Etiopia, l’Eritrea è giunta all’indipendenza il 24 maggio 1993.

Il presidente della repubblica Afewerki e il governo rivoluzionario del Fronte Popolare per la Giustizia e la Democrazia (ex FPLE), hanno iniziato la costruzione della nuova Eritrea partendo da una ideologia nazionalista che pone al centro l’indipendenza nazionale combinata con la questione sociale fondata sull’uguaglianza, la partecipazione delle masse e l’emancipazione femminile (elemento quest’ultimo molto sentito nella vita del paese).

La storia della rivoluzione eritrea, pur nella sua indiscutibile originalità, presenta tratti in comune con altri paesi tanto che la nuova Eritrea viene definita a volte la “Cuba africana” per la struttura di governo e le istituzioni del potere; a volte il “Vietnam africano” per la pluridecennale lotta di liberazione nazionale; a volte la “Corea del nord africana” per la sua scelta di sviluppo auto centrato e il rifiuto di ogni ingerenza esterna ( rifiuto di accettare le ricette del FMI, della BM, e del la collaborazione delle ONG di dubbia lealtà verso il sistema politico scelto dal processo rivoluzionario forte di un vastissimo consenso popolare).

In poco più di vent’anni dalla dichiarazione di indipendenza sono state costruite case, scuole, ospedali, ambulatori nelle zone rurali, strade, ferrovie e ben 100 dighe e 800 pozzi che assicurano il bene prezioso dell’acqua in tutto il paese; è stato praticamente cancellato l’analfabetismo, attuata la riforma agraria ed eliminata la barbara usanza dell’infibulazione pesantemente sanzionata per legge.

Si tratta di un grande progetto di rinascita nazionale attento a decentrare la crescita in favore del resto del paese al fine di evitare un insostenibile flusso migratorio interno su Asmara, come invece succede in altre realtà del continente nero con l’unico risultato di creare immense megalopoli di disperati

Il modello di sviluppo scelto dal gruppo dirigente eritreo  è basato sulla valorizzazione delle risorse interne, sulla crescita economica ottenuta senza avere rapporti con le istituzioni del capitalismo internazionale e su una correttezza morale che sembra aver messo al bando ogni forma di corruzione.

Oggi possiamo registrare un notevole sviluppo economico del paese (parametrato ovviamente agli standard africani) con un incremento annuo del PIL oscillante tra IL 6% IL 7%.

Tale risultato è stato ottenuto anche grazie alla collaborazione degli alleati dell’Eritrea: la Cina, ove molti dirigenti eritrei, tra cui Afewerki, appresero la tecnica militare frequentando l’Accademia di Shangai, fornisce cemento, biciclette, pezzi di ricambio ed altre merci oltre alla modernizzazione del porto do Massaua (molti studenti eritrei studiano nel grande paese asiatico); Iran e Corea del Nord forniscono armi; Cuba – decine di medici operano nel paese; da rilevare anche le rimesse provenienti dalla diaspora.

La forma di governo è così strutturata. l’Eritrea è una repubblica presidenziale in cui il presidente della repubblica, nell’ambito della costituzione, presiede l’Assemblea Nazionale, è il capo delle forze armate, sceglie i ministri, il presidente della Banca Centrale e il presidente della Corte Suprema.

L’Assemblea Nazionale è composta da 150 membri eletti dal popolo, elegge il presidente della repubblica e ratifica i trattati internazionali.

Il 50% dei seggi è riservato al Fronte Popolare per la Giustizia e la Democrazia (FPGD) , il partito unico al potere;  il restante 50% viene eletto tra i candidati delle varie organizzazioni di massa: prima tra l’Unione delle Donne Eritree (UDE)  autentico focolare di emancipazione e protagonismo femminile rivoluzionario che svolge un ruolo centrale nella società, nella famiglia e nelle forze armate; la Confederazione Nazionale dei Lavoratori Eritrei (CNLE) il sindacato che comprende gli operai e i contadini; l’Associazione Nazionale degli Studenti Eritrei.

La volontà dell’Eritrea è di liberarsi dalle potenze straniere. L’economia del Paese si basa essenzialmente su un’agricoltura in via di sviluppo, la rete infrastrutturale è relativamente sviluppata, ci sono importanti risorse in oro, rame, gas e petrolio ancora non sfruttate.

Un ultima considerazione: la sinistra europea, ed anche italiana, giustamente solidale Cuba, Vietnam, il primo Nicaragua ha sempre ignorato la rivoluzione eritrea che non ha mai potuto contare sulla solidarietà internazionale.

AWOT N HAFASH! VITTORIA DEL POPOLO!

LA LOTTA DI LIBERAZIONE INIZIA IL PRIMO SETTEMBRE 1963

Eritrea, il socialismo nel Corno d’Africa

Eritrea, un socialismo desconocido de África

Come abbiamo venduto Unione Sovietica e Cecoslovacchia per i sacchetti di plastica

Da mesi, questa era una storia che volevo condividere coi giovani lettori di Hong Kong. Ora sembra il momento appropriato in cui la battaglia ideologica tra occidente e Cina imperversa e, di cui di conseguenza Hong Kong e il mondo intero soffrono. Voglio dire che nulla di ciò è una novità, che l’occidente ha già destabilizzato così tanti Paesi e territori, fatto il lavaggio del cervello a decine di milioni di giovani. Lo so, perché in passato fui uno di loro. Se no, sarebbe impossibile capire cosa succede a Hong Kong. Sono nato a Leningrado, bellissima città dell’Unione Sovietica.

Ora si chiama San Pietroburgo e il Paese è la Russia. La mamma è per metà russa e metà cinese, artista e architetto. La mia infanzia si divise tra Leningrado e Pilsen, città industriale nota per la birra, all’estremo ovest di quella che era la Cecoslovacchia. Papà era uno scienziato nucleare.
Le due città erano diverse. Rappresentavano qualcosa di essenziale nella pianificazione comunista, un sistema che i propagandisti occidentali avevano insegnato ad odiare. Leningrado è una delle città più belle del mondo, con alcuni dei più grandi musei, teatri lirici e di balletto, spazi pubblici.

In passato, fu la capitale russa. Pilsen è minuscola, con solo 180000 abitanti. Ma quando ero bambino, contava diverse eccellenti biblioteche, cinema d’arte, un teatro d’opera e d’avanguardia, gallerie d’arte, zoo di ricerca, con cose che non potevano essere, come capì in seguito (quando era troppo tardi), trovate neanche nelle città degli Stati Uniti da un milione di abitanti. Entrambe le città, grande e piccola, avevano eccellenti mezzi pubblici, vasti parchi e foreste che arrivavano alla periferia, nonché eleganti caffè. Pilsen aveva innumerevoli strutture gratuite per tennis, calcio e persino badminton.

La vita era bella, significativa, ricca. Non ricca in termini di denaro, ma dal punto di vista culturale, intellettuale e salutare. Essere giovani fu divertente, con sapere libero e facilmente accessibile, con la cultura ad ogni angolo e sport per tutti. Il ritmo era lento: molto tempo per pensare, imparare, analizzare. Ma era anche il culmine della guerra fredda.
Eravamo giovani, ribelli e facili da manipolare. Non eravamo mai soddisfatti di ciò che ci fu dato.

Davamo tutto per scontato. Di notte, eravamo incollati alle nostre radio, ascoltando la BBC, Voice of America, Radio Free Europe e altri servizi che miravano a screditare il socialismo e tutti i Paesi che combattevano l’imperialismo occidentale. I conglomerati industriali socialisti cechi costruivano, per solidarietà, intere fabbriche, dalle acciaierie agli zuccherifici, in Asia, Medio Oriente e Africa.

Ma non vedemmo gloria in questo perché la propaganda occidentale semplicemente ridicolizzava queste imprese. I nostri cinema mostravano capolavori del cinema italiano, francese, sovietico e giapponese. Ma ci dissero di chiedere la spazzatura degli Stati Uniti. L’offerta musicale era fantastica, dal vivo alle registrazioni. Quasi tutta la musica era, in realtà, disponibile anche se con un certo ritardo, nei negozi o addirittura sul palco. Ciò che non era venduta nei nostri negozi era la spazzatura nichilista. Ma era proprio ciò che ci fu detto di desiderare.

E la desideravamo, e la ricopiammo con riverenza religiosa sui nostri registratori. Se qualcosa non era disponibile, i media occidentali gridavano che si trattava di grave violazione della libertà di parola. Sapevano e sanno ancora adesso come manipolare i cervelli dei giovani.
Ad un certo punto, divenimmo dei giovani pessimisti, criticando tutto nei nostri Paesi, senza confronti, senza nemmeno un po’ di obiettività. Suona familiare? Ci fu detto e ripetemmo: tutto in Unione Sovietica o Cecoslovacchia era male. Tutto in occidente era fantastico.

Sì, era come una religione fondamentalista o allucinazione collettiva. Quasi nessuno ne fu immune. In realtà, eravamo infetti, malati, resi degli idioti. Usavamo strutture pubbliche e socialiste, dalle biblioteche ai teatri e caffè sovvenzionati, per glorificare l’occidente e infangare le nostre nazioni. È così che fummo indottrinati, dalle stazioni radiotelevisive occidentali e dalle pubblicazioni introdotte clandestinamente. Ai tempi, i sacchetti di plastica occidentali erano diventati lo status symbol! Sapete, quelle borse che si hanno nei supermercati o grandi magazzini.

Quando ci penso dopo decenni, non ci credo: giovani istruiti che camminavano con orgoglio per le strade esibendo borse della spesa di plastica, per le quali pagavano somme considerevoli. Perché venivano dall’occidente. Perché simboleggiavano il consumismo! Perché ci fu detto che il consumismo è buono.
Ci fu detto che dovevamo desiderare la libertà. La libertà occidentale.

Ci fu chiesto di “lottare per la libertà”. In molti modi, eravamo molto più liberi che in occidente. Lo capì quando arrivai a New York per la prima volta e vidi quanto erano istruiti i ragazzi della mia età, quanto superficiale fosse la loro conoscenza del mondo. Quanta poca cultura c’era, nelle normali città del Nord America di medie dimensioni. Volevamo, chiedevamo jeans firmati. Desideravamo ardentemente etichette musicali occidentali al centro dei nostri LP. Non si trattava dell’essenza o del messaggio. Era la forma la sostanza. Il nostro cibo era più gustoso, prodotto ecologicamente. Ma volevamo packaging occidentale colorato. Chiedemmo prodotti chimici.

Eravamo sempre arrabbiati, agitati, conflittuali. Ci mettevamo contro le nostre famiglie. Eravamo giovani, ma ci sentivamo vecchi. Pubblicai il mio primo libro di poesie, poi partì, sbattei la porta alle mie spalle e andai a New York. E subito dopo capì quanto fui ingannato!
Questa è una versione molto semplificata della mia storia. Lo spazio è limitato. Ma sono contento di poterla condividere ai miei lettori di Hong Kong e, naturalmente, coi giovani lettori in Cina. Due Paesi meravigliosi che erano la mia casa furono traditi, letteralmente venduti per niente, per jeans firmati e sacchetti di plastica. Celebrando l’occidente! Mesi dopo il crollo del sistema socialista, i Paesi furono letteralmente derubati di tutto dalle aziende occidentali. Le persone persero casa e lavoro e l’internazionalismo fu scoraggiato. Le orgogliose compagnie socialiste furono privatizzate e, in molti casi, liquidate. Teatri e cinema convertiti in mercatini dell’usato. In Russia, l’aspettativa di vita scese ai livelli dell’Africa sub-sahariana. La Cecoslovacchia fu divisa.

Ora, decenni dopo, Russia e Repubblica Ceca sono di nuovo ricche. La Russia ha molti elementi del sistema socialista con pianificazione centrale. Ma mi mancano i miei due Paesi, come una volta, e tutti i sondaggi mostrano che anche alla maggior parte delle persone mancano. Mi sento anche in colpa, giorno e notte, per aver permesso a me stesso di essere indottrinato, usato e di aver tradito. Dopo aver visto il mondo, capisco che ciò che successe all’Unione Sovietica e alla Cecoslovacchia, è successo anche a molte altre parti del mondo. E proprio ora, l’occidente punta alla Cina, usando Hong Kong.

Ogni volta in Cina, ogni volta a Hong Kong, continuo a ripetere: per favore non seguite il nostro terribile esempio.

Difendete la vostra nazione! Non vendetela, metaforicamente, per degli sporchi sacchetti di plastica. Non fate qualcosa di cui vi pentirete per il resto della vita!

Chi ha scritto questa importante riflessione è il giornalista indipendente André Vltchek* ai lettori di Hong Kong China Daily il 19 giugno 2020. André è stato trovato cadavere nella sua auto, a Istanbul il 22 settembre 2020.

*Andre Vltchek è un filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. Ha coperto guerre e conflitti in dozzine di paesi. Tre dei suoi ultimi libri sono sull’ottimismo rivoluzionario, il nichilismo occidentale, un romanzo rivoluzionario “Aurora” e un’opera di saggistica politica di successo: “Exposing Lies Of The Empire”. Ha girato il film “Rwanda Gambit”, un rivoluzionario documentario su Ruanda e DRCongo e il dialogo con Noam Chomsky “On Western Terrorism”. 




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