Repubblica Socialista Sovietica Kazaka

Fondata il 26 agosto 1920, inizialmente era chiamata RSSA Kirghiza, faceva parte della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Il quinto Congresso pan-kirghiso dei Soviet nell’aprile 1925 ribattezzò l’RSSA Kirghiza, in l’RSSA kazako (o Kazakistan).
Nel maggio 1927 la capitale della repubblica fu trasferita ad Alma-Ata.
Nell’agosto 1928, tutte le province dell’l’RSSA kazaka furono liquidate e il suo territorio fu diviso in 13 distretti.
Nel marzo 1932, il territorio della repubblica fu diviso in sei grandi regioni.
Nel dicembre 1934, una piccola area nel nord-ovest della repubblica fu trasferita nella neonata regione di Orenburg. Con l’adozione della nuova costituzione dell’URSS il 5 dicembre 1936, lo status dell’RSSA kazako fu elevato a Repubblica Socialista Sovietica Kazaka.

Confini
Nel 1932, a ovest, confinava con la regione del Basso Volga, a nord-ovest con la regione del Medio Volga, a nord con la regione degli Urali, a nord-est con la regione della Siberia occidentale, a sud con la Repubbliche Sovietiche dell’Asia centrale, nel sud-est con la Cina.

Economia e trasporti
Nel 1931 la produzione industriale rappresentava il 36,8% del prodotto lordo del paese, l’industrializzazione crebbe velocemente grazie al socialismo basti pensare che nel periodo 1927-1928 era del 18,4%.
Nel 1931 c’erano più di 40 milioni di ettari di seminativi, 10 milioni di ettari di campi da fieno, 95 milioni di ettari di pascolo e 40 milioni di ettari di pascolo.
All’inizio del primo piano quinquennale, il Kazakistan ha prodotto il 10% dei raccolti (principalmente grano) di tutta l’URSS. Nel 1932 furono collettivizzati il ​​66% delle aziende agricole e l’85,6% della superficie seminata (nel 1928 la collettivizzazione copriva il 4% delle aziende agricole), e furono organizzate circa 300 aziende demaniali, di cui la maggior parte si occupavano di allevamento di bestiame. All’inizio del 1933 furono creati 75 MTS e 160 MSS (stazioni di falciatura su binari trainati da cavalli) e 5 MSS con trattori.
La lunghezza delle ferrovie nel 1932 era di 5.474 km (3.241 nel 1927).

Sistema politico
Il Kazakistan è uno stato socialista di operai e contadini, una repubblica socialista sovietica che fa parte dell’URSS. L’attuale costituzione dell’SSR kazako è stata approvata dal 10° Congresso straordinario dei Soviet dell’RSS kazako il 26 marzo 1937. L’organo supremo del potere statale è il Soviet supremo unicamerale dell’RSS kazako, eletto per 4 anni al ritmo: 1 deputato ogni 27mila abitanti. Nel periodo tra le sessioni del Soviet Supremo, l’organo supremo del potere statale è il Presidium del Soviet Supremo della RSS kazaka. Il Consiglio Supremo forma il governo della repubblica – il Consiglio dei ministri, adotta le leggi dell’RSS kazako, ecc.
Le autorità locali nelle regioni, distretti, città sono i corrispondenti Soviet dei deputati dei lavoratori, eletti dalla popolazione per un mandato di 2 anni. Nel Consiglio delle nazionalità del Soviet supremo dell’URSS, l’RSS kazako è rappresentato da 32 deputati. Il più alto organo giudiziario del Kazakistan, la Corte Suprema della Repubblica, eletta dal suo Soviet Supremo per un periodo di 5 anni, opera in due collegi giudiziari (per le cause civili e penali) e un plenum. Viene inoltre costituito il Presidium della Corte Suprema. Il procuratore dell’RSS kazako è nominato dal procuratore generale dell’URSS per un periodo di 5 anni.

Il periodo sovietico nella storia del Kazakhstan e del popolo kazako è stata una straordinaria epoca di sviluppo industriale, agricolo e culturale. Per diversi decenni, e questo è un periodo ridottissimo sul piano storico, il nostro Paese è passato attraverso un rapido percorso da essere i confini coloniali dell’Impero russo, arretrato sotto tutti gli aspetti, alla sviluppata Repubblica Socialista Sovietica Kazaka. La nostra repubblica era terza in termini di PIL all’interno della superpotenza sovietica. Basti dire che il moderno Kazakhstan, dal punto di vista dei suo indicatori economici principali, non ha ancora raggiunto il livello della Repubblica Socialista Sovietica Kazaka del 1990, con l’eccezione del volume di esportazione di alcune materie prime. Il lascito del periodo sovietico è oggi il territorio della Repubblica, che occupa il 9° posto al mondo per estensione. Un territorio con alti livelli di cultura, scienza, salute e istruzione, agricoltura, metallurgia, petrolio, gas e industria mineraria. Tutta la moderna intelligentsia creativa, scientifica e tecnica si basa su uno strato sociale e professionale che deriva dalla potenza sovietica. La moderna indipendenza del Kazakhstan si basa sul lascito dell’era sovietica.

Alla dissoluzione dell’Urss, le élite locali sfruttarono la ricchezza di risorse naturali per avviare un processo di rapida privatizzazione. Le multinazionali straniere stabilirono così un controllo capillare sulla ricchezza del Paese

Il 25 ottobre del 1990 il Kazakistan proclamò la sua sovranità e si dichiarò indipendente dall’Unione Sovietica il 16 dicembre 1991, aderendo alla Comunità Stati Indipendenti (CSI). Il parlamento elesse lo stesso anno Nursultan Nazarbayev Presidente assoluto.

Il 2 marzo 1992 aderì all’ONU e nel maggio dello stesso anno divenne membro dell’UNESCO. Il 4 giugno 1992 adottò la nuova bandiera nazionale di colore celeste con un sole raggiante e un’aquila della steppa di colore giallo posti al centro. Fu alzata per la prima volta il 6 giugno.

Con la dissoluzione dell’Urss, le élite locali sfruttarono la ricchezza di risorse naturali per avviare un processo di rapida privatizzazione, basata su investimenti diretti esteri. Le multinazionali straniere stabilirono così un controllo capillare sulla ricchezza del Paese. Con il passare degli anni e con il progressivo accentramento del potere da parte del governo kazako, tuttavia, questa egemonia passò allo Stato, grazie a politiche governative che predilessero investimenti da parte di Russia e Cina e una gestione delle grandi imprese dell’energia fortemente statalizzata.

FORMAZIONE DELLA REPUBBLICA SOCIALISTA SOVIETICA AUTONOMA KAZAKA (KAZASSR). EDUCAZIONE DEL KAZAKO ASSR

Kazakistan – Un’intervista al dirigente comunista kazako Sultanbek Sultangaliev per comprendere meglio il contesto

IL NUOVO ANNO DEL KAZAKISTAN

KAZAKO SSR E LA STORIA DELLA SUA CREAZIONE

Kazakistan

Eritrea: La via africana al socialismo

La parola Eritrea deriva dal greco erythros, che significa rosso. L’Eritrea è oggi una macchia rossa nell’ Africa neocoloniale.

L’Eritrea è una democrazia popolare in cui le persone hanno accesso all’assistenza sanitaria, non rischiano la vita bevendo un bicchiere d’acqua, hanno lavoro, cibo, elettricità. Preferisco vivere in un paese del genere piuttosto che in un così chiamata democrazia come il Congo o l’Etiopia. E se, nonostante tutto, l’Eritrea è considerata una dittatura, io preferisco vivere di una dittatura come questa (Mohamed Hassan)

L’Eritrea ha sei milioni di abitanti, seicentomila nella capitale Asmara, continua a ispirarsi ai valori socialisti e può vantare, rispetto a molte altre nazioni africane, la solidità del sistema educativo e di quello sanitario. La totalità della popolazione dichiara e largamente pratica un proprio orientamento religioso, metà è sunnita, un terzo cristiano-copta, un decimo cattolica, i restanti protestanti e animisti. Ovunque si incontrano persone cordiali e aperte che rivendicano con orgoglio la battaglia per l’indipendenza, riconoscendo i meriti del tempo presente, auspicando nella maggioranza dei casi un futuro sul modello cinese, ovvero capace di coniugare il marxismo con lo sviluppo delle forze produttive.

L’agricoltura in molti casi di mera sussistenza attraverso la manioca e pochi altri prodotti, la pesca lungo la costa, la pastorizia e l’allevamento sono alla base dell’economia eritrea, per il resto molto deve essere importato, massimamente dall’Arabia Saudita, che si trova dall’altro lato del mar Rosso, esattamente antistante l’Eritrea. Il settore minerario sta iniziando ora a essere sfruttato, in cooperazione con la Cina Popolare.

Ad Asmara molti parlano italiano, anche per la presenza di un completo percorso di studi ancora operativo e molti palazzi sono stati edificati dagli italiani, massimamente nello stile popolare degli anni ’30 che oggi si può vedere a Roma nel quartiere della Tuscolana, per i colonizzatori era un insieme urbano chiuso e loro riservato, solo più tardi apertosi alla popolazione locale, massimamente con l’avvento del socialismo alla metà degli anni ’70, quando la quasi totalità degli oltre centomila italiani rimasti in Eritrea se ne sono andati per la loro evidente ostilità alle politiche di nazionalizzazione delle fabbriche e dei negozi praticata dal governo di Menghistu.

Dopo una guerriglia popolare di lunga durata sviluppatasi nell’arco di tre decenni  dal 1962 al 1991 condotta dal Fronte Popolare di Liberazione di matrice marxista  con a capo il compagno Isaias Afewerki  contro l’Etiopia, l’Eritrea è giunta all’indipendenza il 24 maggio 1993.

Il presidente della repubblica Afewerki e il governo rivoluzionario del Fronte Popolare per la Giustizia e la Democrazia (ex FPLE), hanno iniziato la costruzione della nuova Eritrea partendo da una ideologia nazionalista che pone al centro l’indipendenza nazionale combinata con la questione sociale fondata sull’uguaglianza, la partecipazione delle masse e l’emancipazione femminile (elemento quest’ultimo molto sentito nella vita del paese).

La storia della rivoluzione eritrea, pur nella sua indiscutibile originalità, presenta tratti in comune con altri paesi tanto che la nuova Eritrea viene definita a volte la “Cuba africana” per la struttura di governo e le istituzioni del potere; a volte il “Vietnam africano” per la pluridecennale lotta di liberazione nazionale; a volte la “Corea del nord africana” per la sua scelta di sviluppo auto centrato e il rifiuto di ogni ingerenza esterna ( rifiuto di accettare le ricette del FMI, della BM, e del la collaborazione delle ONG di dubbia lealtà verso il sistema politico scelto dal processo rivoluzionario forte di un vastissimo consenso popolare).

In poco più di vent’anni dalla dichiarazione di indipendenza sono state costruite case, scuole, ospedali, ambulatori nelle zone rurali, strade, ferrovie e ben 100 dighe e 800 pozzi che assicurano il bene prezioso dell’acqua in tutto il paese; è stato praticamente cancellato l’analfabetismo, attuata la riforma agraria ed eliminata la barbara usanza dell’infibulazione pesantemente sanzionata per legge.

Si tratta di un grande progetto di rinascita nazionale attento a decentrare la crescita in favore del resto del paese al fine di evitare un insostenibile flusso migratorio interno su Asmara, come invece succede in altre realtà del continente nero con l’unico risultato di creare immense megalopoli di disperati

Il modello di sviluppo scelto dal gruppo dirigente eritreo  è basato sulla valorizzazione delle risorse interne, sulla crescita economica ottenuta senza avere rapporti con le istituzioni del capitalismo internazionale e su una correttezza morale che sembra aver messo al bando ogni forma di corruzione.

Oggi possiamo registrare un notevole sviluppo economico del paese (parametrato ovviamente agli standard africani) con un incremento annuo del PIL oscillante tra IL 6% IL 7%.

Tale risultato è stato ottenuto anche grazie alla collaborazione degli alleati dell’Eritrea: la Cina, ove molti dirigenti eritrei, tra cui Afewerki, appresero la tecnica militare frequentando l’Accademia di Shangai, fornisce cemento, biciclette, pezzi di ricambio ed altre merci oltre alla modernizzazione del porto do Massaua (molti studenti eritrei studiano nel grande paese asiatico); Iran e Corea del Nord forniscono armi; Cuba – decine di medici operano nel paese; da rilevare anche le rimesse provenienti dalla diaspora.

La forma di governo è così strutturata. l’Eritrea è una repubblica presidenziale in cui il presidente della repubblica, nell’ambito della costituzione, presiede l’Assemblea Nazionale, è il capo delle forze armate, sceglie i ministri, il presidente della Banca Centrale e il presidente della Corte Suprema.

L’Assemblea Nazionale è composta da 150 membri eletti dal popolo, elegge il presidente della repubblica e ratifica i trattati internazionali.

Il 50% dei seggi è riservato al Fronte Popolare per la Giustizia e la Democrazia (FPGD) , il partito unico al potere;  il restante 50% viene eletto tra i candidati delle varie organizzazioni di massa: prima tra l’Unione delle Donne Eritree (UDE)  autentico focolare di emancipazione e protagonismo femminile rivoluzionario che svolge un ruolo centrale nella società, nella famiglia e nelle forze armate; la Confederazione Nazionale dei Lavoratori Eritrei (CNLE) il sindacato che comprende gli operai e i contadini; l’Associazione Nazionale degli Studenti Eritrei.

La volontà dell’Eritrea è di liberarsi dalle potenze straniere. L’economia del Paese si basa essenzialmente su un’agricoltura in via di sviluppo, la rete infrastrutturale è relativamente sviluppata, ci sono importanti risorse in oro, rame, gas e petrolio ancora non sfruttate.

Un ultima considerazione: la sinistra europea, ed anche italiana, giustamente solidale Cuba, Vietnam, il primo Nicaragua ha sempre ignorato la rivoluzione eritrea che non ha mai potuto contare sulla solidarietà internazionale.

AWOT N HAFASH! VITTORIA DEL POPOLO!

LA LOTTA DI LIBERAZIONE INIZIA IL PRIMO SETTEMBRE 1963

Eritrea, il socialismo nel Corno d’Africa

Eritrea, un socialismo desconocido de África

Come abbiamo venduto Unione Sovietica e Cecoslovacchia per i sacchetti di plastica

Da mesi, questa era una storia che volevo condividere coi giovani lettori di Hong Kong. Ora sembra il momento appropriato in cui la battaglia ideologica tra occidente e Cina imperversa e, di cui di conseguenza Hong Kong e il mondo intero soffrono. Voglio dire che nulla di ciò è una novità, che l’occidente ha già destabilizzato così tanti Paesi e territori, fatto il lavaggio del cervello a decine di milioni di giovani. Lo so, perché in passato fui uno di loro. Se no, sarebbe impossibile capire cosa succede a Hong Kong. Sono nato a Leningrado, bellissima città dell’Unione Sovietica.

Ora si chiama San Pietroburgo e il Paese è la Russia. La mamma è per metà russa e metà cinese, artista e architetto. La mia infanzia si divise tra Leningrado e Pilsen, città industriale nota per la birra, all’estremo ovest di quella che era la Cecoslovacchia. Papà era uno scienziato nucleare.
Le due città erano diverse. Rappresentavano qualcosa di essenziale nella pianificazione comunista, un sistema che i propagandisti occidentali avevano insegnato ad odiare. Leningrado è una delle città più belle del mondo, con alcuni dei più grandi musei, teatri lirici e di balletto, spazi pubblici.

In passato, fu la capitale russa. Pilsen è minuscola, con solo 180000 abitanti. Ma quando ero bambino, contava diverse eccellenti biblioteche, cinema d’arte, un teatro d’opera e d’avanguardia, gallerie d’arte, zoo di ricerca, con cose che non potevano essere, come capì in seguito (quando era troppo tardi), trovate neanche nelle città degli Stati Uniti da un milione di abitanti. Entrambe le città, grande e piccola, avevano eccellenti mezzi pubblici, vasti parchi e foreste che arrivavano alla periferia, nonché eleganti caffè. Pilsen aveva innumerevoli strutture gratuite per tennis, calcio e persino badminton.

La vita era bella, significativa, ricca. Non ricca in termini di denaro, ma dal punto di vista culturale, intellettuale e salutare. Essere giovani fu divertente, con sapere libero e facilmente accessibile, con la cultura ad ogni angolo e sport per tutti. Il ritmo era lento: molto tempo per pensare, imparare, analizzare. Ma era anche il culmine della guerra fredda.
Eravamo giovani, ribelli e facili da manipolare. Non eravamo mai soddisfatti di ciò che ci fu dato.

Davamo tutto per scontato. Di notte, eravamo incollati alle nostre radio, ascoltando la BBC, Voice of America, Radio Free Europe e altri servizi che miravano a screditare il socialismo e tutti i Paesi che combattevano l’imperialismo occidentale. I conglomerati industriali socialisti cechi costruivano, per solidarietà, intere fabbriche, dalle acciaierie agli zuccherifici, in Asia, Medio Oriente e Africa.

Ma non vedemmo gloria in questo perché la propaganda occidentale semplicemente ridicolizzava queste imprese. I nostri cinema mostravano capolavori del cinema italiano, francese, sovietico e giapponese. Ma ci dissero di chiedere la spazzatura degli Stati Uniti. L’offerta musicale era fantastica, dal vivo alle registrazioni. Quasi tutta la musica era, in realtà, disponibile anche se con un certo ritardo, nei negozi o addirittura sul palco. Ciò che non era venduta nei nostri negozi era la spazzatura nichilista. Ma era proprio ciò che ci fu detto di desiderare.

E la desideravamo, e la ricopiammo con riverenza religiosa sui nostri registratori. Se qualcosa non era disponibile, i media occidentali gridavano che si trattava di grave violazione della libertà di parola. Sapevano e sanno ancora adesso come manipolare i cervelli dei giovani.
Ad un certo punto, divenimmo dei giovani pessimisti, criticando tutto nei nostri Paesi, senza confronti, senza nemmeno un po’ di obiettività. Suona familiare? Ci fu detto e ripetemmo: tutto in Unione Sovietica o Cecoslovacchia era male. Tutto in occidente era fantastico.

Sì, era come una religione fondamentalista o allucinazione collettiva. Quasi nessuno ne fu immune. In realtà, eravamo infetti, malati, resi degli idioti. Usavamo strutture pubbliche e socialiste, dalle biblioteche ai teatri e caffè sovvenzionati, per glorificare l’occidente e infangare le nostre nazioni. È così che fummo indottrinati, dalle stazioni radiotelevisive occidentali e dalle pubblicazioni introdotte clandestinamente. Ai tempi, i sacchetti di plastica occidentali erano diventati lo status symbol! Sapete, quelle borse che si hanno nei supermercati o grandi magazzini.

Quando ci penso dopo decenni, non ci credo: giovani istruiti che camminavano con orgoglio per le strade esibendo borse della spesa di plastica, per le quali pagavano somme considerevoli. Perché venivano dall’occidente. Perché simboleggiavano il consumismo! Perché ci fu detto che il consumismo è buono.
Ci fu detto che dovevamo desiderare la libertà. La libertà occidentale.

Ci fu chiesto di “lottare per la libertà”. In molti modi, eravamo molto più liberi che in occidente. Lo capì quando arrivai a New York per la prima volta e vidi quanto erano istruiti i ragazzi della mia età, quanto superficiale fosse la loro conoscenza del mondo. Quanta poca cultura c’era, nelle normali città del Nord America di medie dimensioni. Volevamo, chiedevamo jeans firmati. Desideravamo ardentemente etichette musicali occidentali al centro dei nostri LP. Non si trattava dell’essenza o del messaggio. Era la forma la sostanza. Il nostro cibo era più gustoso, prodotto ecologicamente. Ma volevamo packaging occidentale colorato. Chiedemmo prodotti chimici.

Eravamo sempre arrabbiati, agitati, conflittuali. Ci mettevamo contro le nostre famiglie. Eravamo giovani, ma ci sentivamo vecchi. Pubblicai il mio primo libro di poesie, poi partì, sbattei la porta alle mie spalle e andai a New York. E subito dopo capì quanto fui ingannato!
Questa è una versione molto semplificata della mia storia. Lo spazio è limitato. Ma sono contento di poterla condividere ai miei lettori di Hong Kong e, naturalmente, coi giovani lettori in Cina. Due Paesi meravigliosi che erano la mia casa furono traditi, letteralmente venduti per niente, per jeans firmati e sacchetti di plastica. Celebrando l’occidente! Mesi dopo il crollo del sistema socialista, i Paesi furono letteralmente derubati di tutto dalle aziende occidentali. Le persone persero casa e lavoro e l’internazionalismo fu scoraggiato. Le orgogliose compagnie socialiste furono privatizzate e, in molti casi, liquidate. Teatri e cinema convertiti in mercatini dell’usato. In Russia, l’aspettativa di vita scese ai livelli dell’Africa sub-sahariana. La Cecoslovacchia fu divisa.

Ora, decenni dopo, Russia e Repubblica Ceca sono di nuovo ricche. La Russia ha molti elementi del sistema socialista con pianificazione centrale. Ma mi mancano i miei due Paesi, come una volta, e tutti i sondaggi mostrano che anche alla maggior parte delle persone mancano. Mi sento anche in colpa, giorno e notte, per aver permesso a me stesso di essere indottrinato, usato e di aver tradito. Dopo aver visto il mondo, capisco che ciò che successe all’Unione Sovietica e alla Cecoslovacchia, è successo anche a molte altre parti del mondo. E proprio ora, l’occidente punta alla Cina, usando Hong Kong.

Ogni volta in Cina, ogni volta a Hong Kong, continuo a ripetere: per favore non seguite il nostro terribile esempio.

Difendete la vostra nazione! Non vendetela, metaforicamente, per degli sporchi sacchetti di plastica. Non fate qualcosa di cui vi pentirete per il resto della vita!

Chi ha scritto questa importante riflessione è il giornalista indipendente André Vltchek* ai lettori di Hong Kong China Daily il 19 giugno 2020. André è stato trovato cadavere nella sua auto, a Istanbul il 22 settembre 2020.

*Andre Vltchek è un filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. Ha coperto guerre e conflitti in dozzine di paesi. Tre dei suoi ultimi libri sono sull’ottimismo rivoluzionario, il nichilismo occidentale, un romanzo rivoluzionario “Aurora” e un’opera di saggistica politica di successo: “Exposing Lies Of The Empire”. Ha girato il film “Rwanda Gambit”, un rivoluzionario documentario su Ruanda e DRCongo e il dialogo con Noam Chomsky “On Western Terrorism”. 




I Dieci giorni che sconvolsero il mondo

“Max, non dire a nessuno dove mi trovo. Sto scrivendo un libro sulla Rivoluzione Russa. Ho tutti i manifesti e le carte qui in una piccola stanza e un dizionario di Russo, e sto lavorando giorno e notte. Non ho chiuso occhio per trentasei ore. Finirò il tutto in due settimane. E ho anche un nome per il libro:  “Dieci giorni che sconvolsero il mondo”. A presto, devo procurarmi del caffè. Per l’amor di Dio, non dire a nessuno dove mi trovo!”

Già dal messaggio al suo editore Max Eastman, si percepisce l’urgenza di Reed di raccontare la Storia prima che diventi tale. La stessa urgenza unita all’impegno politico che aveva connotato il suo lavoro di giornalista del magazine di ispirazione socialista The masses, e l’aveva spinto a partire alla volta della Russia nell’estate del ’17. Dopo esser stato reporter di guerra nei primi anni della Grande Guerra, e prima ancora testimone della rivoluzione messicana, Reed voleva recarsi là dove il regime zarista aveva dovuto lasciare spazio a nuove istanze democratiche. Nel suo soggiorno in Russia, riesce a conoscere i leader bolscevichi e a seguirne il percorso e la presa del potere, ad intercettare gli umori delle masse, a collezionare fonti originali e scrivere note di viaggio, materiali che però gli verranno confiscati una volta tornato a New York nell’aprile del 1918.

Ecco perché la pubblicazione arriva solamente nel marzo del ’19, mentre la Russia è alle prese con la guerra civile tra bianchi e rossi e le sorti del governo bolscevico sono ancora incerte. In qualche modo anche questo contribuisce alla fortuna del libro, che offre al resto del mondo un racconto avvincente della Rivoluzione d’Ottobre proprio quando, con la fine della grande guerra, era più pronto ad accoglierlo. Ma è solo il tempismo ad averlo reso un testo iconico della storia del ‘900?

I dieci giorni che sconvolsero il mondo” non è un romanzo storico ma un reportage scritto da chi è stato testimone e partecipe degli eventi

Nella prefazione alla prima edizione americana, così John Reed presentava “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” (Ten Days That Shook the World):

«Questo libro è un brano di storia, di storia come io l’ho vissuta. [E’]una cronaca degli avvenimenti di cui sono stato testimone, ai quali ho assistito personalmente o che conosco da fonte sicura».

 “Qualunque sia il giudizio rivolto al bolscevismo, è indubbio che la Rivoluzione russa debba essere considerata uno dei grandi avvenimenti della storia dell’umanità e che la conquista del potere da parte dei bolscevichi sia un evento d’importanza mondiale. Gli storici si sforzano di ricostruire, nei minimi particolari la storia della Comune di Parigi e allo stesso modo desiderano sapere quanto realmente accaduto a Pietrogrado nel novembre 1917: quale fosse lo stato d’animo del popolo, la fisionomia dei leader, le loro parole e i comportamenti adottati. Nello scrivere questo libro, pensavo a tutto ciò “.

La cronaca di Reed è un classico del giornalismo di guerra o d’inchiesta storica, la voce di un comunista convinto che sottolinea l’altissimo grado di passione e di entusiasmo suscitato dall’inaudita trasformazione in corso, memorabili sono i suoi ritratti di Lenin.

Proviamo ora a immaginare questa narrazione come il nucleo generativo di una polifonia di rappresentazioni che utilizzano codici linguistici differenti:

  1. il testo di John Reed, sia nella sua traduzione in italiano (in duplice formato, pdf e html), sia in versione originale, per chi volesse farsi un’idea dell’american journalism di cento anni fa, progenitore del modo di raccontare le notizie nel Novecento;

  2. il libro di John Reed letto per noi dall’attore Tommaso Ragno, tratto dal programma radiofonico Ad Alta voce di Radio Rai – ascoltare la lettura di un racconto è un’affascinante modalità di fruizione della letteratura, che appartiene alla radiofonia (oggi al podcasting)

  3. un classico del cinema mondiale, Ottobre di Sergej Ejsenstejn, prodotto per celebrare il decennale della rivoluzione. Non è facile affrontare la visione di una narrazione cinematografica di quasi cent’anni fa, ma i motivi per cui forse ne vale la pena sono tre: 

    a. storiografico il film richiama in parte la linea narrativa di Reed e ripercorre enfaticamente le giornate della rivoluzione di ottobre; 

    b. iconografico il cinema di Ejsenstejn corrisponde ad un’idea di cultura celebrativa e diretta alla creazione del consenso, tipica dei regimi totalitari, ma capace di creare opere d’arte straordinarie; 

    c. mediatico per avere un’idea da quale universo visuale si è partiti per arrivare a Tarantino, Lucas e Wes Anderson. Ottobre ovvero i 10 giorni che sconvolsero il mondo

  4. un film dal titolo omonimo, di realizzazione più recente (1982), di Sergej Bondarchuk, con gli attori italiani Franco Nero e Sydne Rome, che mette in scena proprio John Reed che progetta e realizza il proprio libro-reportage. La ricostruzione è più “realistica” – rispetto al film poetico e visionario di Ejsenstejn – e costituisce una rappresentazione alternativa dello stesso nucleo narrativo.

Estratto del capito 10 Mosca – John Reed. In questo racconto estremamente toccante il giornalista narra del corteo funebre in onore degli oltre 500 rivoluzionari uccisi nell’insurrezione di Mosca, dove l’esercito regolare non risparmiava sparatorie sulla folla di operai e contadini. Di fronte a questa scena, John Reed, comprese l’importanza dell’obiettivo finale di quel sacrificio, primo e unico al mondo:

Tardi, nella notte, percorremmo le vie deserte ed attraversando la porta d’Iberia, sboccammo sulla vasta Piazza Rossa, davanti al Kremlino. La cattedrale di San Basilio il Beato innalzava fantasticamente nella notte le spirali e le scaglie delle sue cupole dai riflessi splendenti. Nulla pareva danneggiato… Lungo la piazza si elevava la massa scura delle torri e delle mura del Kremlino. Sotto l’alta muraglia tremava un riflesso rosso di fuochi invisibili ed attraverso l’immensa piazza ci pervenivano suoni di voci e rumori di vanghe e di zappe. Attraversammo…

Una montagna di terra e di pietre si elevava ai piedi delle mura. Ci arrampicammo sulla cima e i nostri sguardi caddero allora su due enormi fosse, profonde da dieci a quindici piedi, e lunghe una cinquantina di metri, che centinaia di soldati ed operai erano occupati a scavare alla luce di grandi fuochi.

Un giovane studente ci disse in tedesco:
— È la Tomba Fraterna. Domani noi seppelliremo qui cinquecento proletari che sono morti per la rivoluzione.

Ci fece discendere nella fossa. Le zappe e le vanghe lavoravano con una fretta febbrile e la montagna di terra aumentava. Nessuno parlava. Sulle nostre teste miriadi di stelle bucavano la notte e l’antico Kremlino degli zar alzava la sua formidabile muraglia.

— In questo luogo sacro, — disse lo studente, — il più sacro di tutta la Russia, noi seppelliremo ciò che abbiamo di più sacro. Qui, dove dormono gli zar, riposerà il nostro zar, il popolo…

Portava il braccio al collo per una palla che aveva ricevuto durante la battaglia. Gli occhi fissi sulla ferita, proseguì:
— Voi ci disprezzate, voi stranieri, perché noi abbiamo tollerato una monarchia medioevale per tanto tempo. Ma abbiamo visto bene che lo zar non era il solo tiranno al mondo, che il capitalismo era peggio e che, in tutti i paesi del globo, il capitalismo era l’imperatore… La tattica della rivoluzione russa ha aperto la vera strada…

Mentre noi partivamo, i lavoratori, spossati e grondanti di sudore, malgrado il freddo, cominciavano ad uscire faticosamente dalle fosse. Un’altra squadra arrivava attraverso la piazza. Senza una parola, discese a sua volta e gli attrezzi ricominciarono a scavare… Cosi, tutta la notte, i volontari del popolo si dettero il cambio, senza sosta, e quando la fredda luce dell’alba cominciò a diffondersi sulla grande piazza bianca di neve, le fosse spalancate e nere della Tomba Fraterna erano finite.

Ci alzammo prima del sole e per le strade ancora scure, ci recammo sulla piazza Skobelev. Non si vedeva un’anima viva nell’immensa città, ma si percepiva un vago rumore di agitazione, ora lontano, ora più vicino, come il rumore del vento che si leva. Davanti al quartier generale del Soviet, nella pallida luce del mattino, era riunito un piccolo gruppo di uomini e di donne che portavano un fascio di vessilli rossi dalle lettere d’oro. Era il Comitato centrale rivoluzionario del Soviet di Mosca.

Si fece giorno. Il rumore debole aumentò, si gonfiò in una nota bassa continua e potente. La città si svegliava.
Discendemmo la Tverscaia, bandiere al vento. Le piccole cappelle, sulla nostra strada, erano chiuse e scure. Tra le altre quella della Vergine di Iberia che ogni nuovo zar andava a visitare prima della incoronazione; notte e giorno aperta e piena di gente, essa era sempre illuminata dai ceri dei fedeli, che facevano scintillare l’oro, l’argento e le pietre preziose delle immagini.

Era, si diceva, la prima volta, dopo Napoleone, che i ceri erano spenti. La Santa Chiesa Ortodossa aveva distolto lo sguardo da Mosca, il nido delle vipere sacrileghe che avevano bombardato il Kremlino. Oscure, silenziose e fredde erano le chiese, scomparsi i preti. Nessun pope per i funerali rossi, nessun sacramento per i morti. Non vi sarebbe stata alcuna preghiera sulla tomba dei bestemmiatori. Tikon, il metropolita di Mosca, avrebbe ben presto scomunicato i Soviet…

I negozi erano chiusi e le classi possidenti restavano nelle case, ma per altri motivi. Quel giorno era la giornata del popolo, e il rumore della sua venuta, era simile al boato della marea che sale…

Già, sotto la porta di Iberia, un fiume umano scorreva e l’immensa Piazza Rossa si copriva di migliaia di punti neri. All’altezza della cappella di Iberia, dove prima nessuno mancava di farsi il segno della croce, constatai che la folla non sembrava neppure notarla.

Torrenti di popolo trasportavano per tutte le strade, verso la Piazza Rossa, migliaia e migliaia di esseri, segnati dalla miseria e dalla fatica. Una banda militare arrivò suonando l’Internazionale, e spontaneamente il canto si estese nella folla, propagandosi come le onde sull’acqua, maestoso e solenne. Dalla muraglia del Kremlino pendevano fino al suolo gigantesche bandiere rosse, con grandi scritte bianche e dorate: «Ai primi Martiri della Rivoluzione sociale universale» e «Viva la fratellanza dei lavoratori del mondo».

Un vento freddo spazzava la piazza e sollevava le bandiere.

Dai quartieri più lontani giungevano ora gli operai delle officine con i loro morti. Li vedevamo passare sotto la porta, con gli stendardi rossi e le bare più scure, color del sangue. Le casse di legno, ruvide, non piallate, tinte di rosso, posavano sulle spalle di uomini laceri, sul cui viso scorrevano le lagrime. Dietro venivano le donne che singhiozzavano e gemevano, oppure marciavano rigide, pallide come morte. Alcuni feretri erano aperti e il coperchio veniva portato dietro. Altri erano ricoperti di tessuto ricamato d’oro e d’argento, oppure era stato inchiodato sulla cassa un berretto da soldato. Vi erano molte orribili corone di fiori artificiali.
Il corteo avanzava lentamente verso di noi attraverso la folla che si apriva e si chiudeva subito dopo. Sotto la porta sfilava ora un’onda interminabile di bandiere di tutte le gradazioni del rosso con scritte in lettere d’argento o di oro e con nodi di crespo all’asta; vi era anche qualche bandiera anarchica, nera con lettere bianche. La musica suonava la marcia funebre rivoluzionaria e nel coro immenso della enorme massa, a testa scoperta, si distinguevano le voci rauche e rotte dai singhiozzi dei portatori…

Mescolate agli operai delle officine, marciavano compagnie di soldati, con i loro feretri, poi venivano squadroni di cavalleria al passo di parata e batterie di artiglieria con i pezzi velati di rosso e di nero, per l’eternità, sembrava.
Sulle loro bandiere si leggeva: «Viva la III Internazionale!» oppure: «Noi vogliamo una pace onesta, generale,democratica!».


I portatori arrivarono infine presso la tomba e scalando con le bare i mucchi di terra discesero nelle fosse; vi erano tra di loro molte donne, di quelle donne del popolo, tarchiate e robuste. Dopo i morti venivano altre donne, donne giovani e affrante e vecchie donne rugose, che gettavano grida da animali feriti, che volevano seguire nella tomba i figli o i mariti e che si dibattevano tra mani caritatevoli, che le trattenevano. È il modo di amarsi dei poveri.


Tutta la giornata, arrivando dalla porta di Iberia, e lasciando la piazza della Nikolskaia, il corteo funebre sfilò, fiume di bandiere rosse, con scritte di speranza e di fraternità e profezie audaci, attraverso una folla di cinquantamila persone, sotto gli sguardi degli operai del mondo intero e di tutta la posterità…
Uno ad uno i cinquecento feretri furono adagiati nelle fosse. Cadde il crepuscolo e le bandiere sventolavano sempre al vento, la musica continuava a suonare la marcia funebre e la massa enorme ricantava i suoi canti. Le corone furono appese ai rami lunghi degli alberi, come strani fiori multicolori. Duecento uomini afferrarono le pale e si udì confondersi ai canti il rumore sordo della terra sulle bare…

Delle luci apparvero. Passavano le ultime bandiere e le ultime donne singhiozzanti, che gettavano indietro un ultimo sguardo di una intensità spaventosa. Lentamente, l’ondata proletaria si ritirò dalla vasta piazza.


Compresi di colpo che il religioso popolo russo non aveva più bisogno di preti che gli aprissero la strada al cielo. Esso cominciava ad edificare sulla terra un regno più splendido di quello dei cieli e glorioso era morire per quel regno.

John Reed, l’eccezionale giornalista della Rivoluzione russa

I libri che scrivono la storia il caso: Dieci giorni che sconvolsero il mondo

Dieci giorni che sconvolsero il mondo – scheda di lavoro

Rivoluzione Russa, le parole di John Reed

L’unità dei comunisti è un imbroglio

“Tutti i partiti rivoluzionari e di opposizione sono sconfitti. Scoraggiamento, demoralizzazione, scissioni, sfacelo, tradimento, pornografia invece di politica. Si accentua la tendenza all’idealismo filosofico; si rafforza il misticismo come copertura dello spirito controrivoluzionario”. 

(Lenin “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” – 1920)

Le aspre ed inedite difficoltà (minimizzo) dei nostri tempi, in Italia, riportano prepotentemente alla mia memoria vecchie letture. Mi viene da pensare che Lenin -parlando di noi, ora- direbbe più o meno:
“La questione essenziale è chiara e inconfondibile. Chi ha a cuore la causa del partito comunista -ossia la causa del proletariato, del rilancio vittorioso della lotta di classe, della salvaguardia della pace e della natura, del socialismo- deve necessariamente (prima di tutto) trovare il modo di attingere le proprie forze tra vaste masse proletarie (in particolare giovani) le quali, al momento, non hanno alcun interesse per la lotta politica e ancor meno simpatia per i comunisti”. 

Nel frattempo, questa mi sembra la premessa migliore per affrontare tre problemi concreti.

1) Come facciamo a diventare tanti, molti di più di quanti siamo adesso, nel volgere di alcuni anni? Mi riferisco alla rapida espansione di massa del consenso, alla crescente capacità di interazione con molti gruppi e settori sociali oppressi e sfruttati, ad un incessante e cospicuo proselitismo. In particolare, va centrata la questione giovanile, un vero disastro nell’attuale situazione mentre uno dei nostri obiettivi strategici dovrà essere, invece, la rigenerazione della forza comunista tra la gioventù proletaria odierna e quella futura.

2) Come si fa a realizzare tale prospettiva con gli attuali rapporti di forza? Ossia come andiamo avanti in una situazione che vede la massima disparità tra le nostre disponibilità e le risorse su cui può contare l’avversario. Parlare di comunismo può anche essere facile ma servono capacità scientifica, coerenza strategica e abilità tattica per non essere risucchiati dal minoritarismo o dall’opportunismo.

3) Contro chi vogliamo lottare, chi vogliamo “attaccare”? Questa domanda, apparentemente settaria e cattiva, andrebbe in realtà spiegata per un verso con un richiamo al materialismo dialettico e per l’altro ad una delle principali contraddizioni che hanno generato il bilancio disastroso della sinistra dei nostri tempi. Comunque non ce la possiamo cavare con risposte generiche (ancorchè giuste) tipo l’imperialismo, i poteri forti, i pericoli di guerra; proprio come un dottore non può rispondere ad un paziente che soffre per una determinata malattia dicendo che egli vuole combattere i malanni, in generale. Chi non vuole avere “nemici”, chi non vuole dare “fastidio” a nessuno non può essere un rivoluzionario e non riuscirà mai a far crescere un Partito Comunista.

Si tratta di obiettivi e compiti molto ardui, assai complicati da perseguire: molto difficile poter “spadellare” un piano preciso e definito, senza un approccio scientifico, ossia senza capire perché (e da quando) ci troviamo in questa situazione, come rimuovere le cause che l’hanno generata, come avviare concretamente la risalita dall’abisso (di consenso e di tanto altro) nel quale siamo precipitati. 

Si tratta di uno sforzo gigantesco, da affrontare gradualmente, riflettendo (in un primo momento) anche separatamente su lati diversi della questione, a partire dall’analisi della storia recente, fino a definire un programma organico anche di lungo periodo. 

Un’impresa che sembra titanica considerando le nostre risorse attuali e che richiede tentativi ed esperimenti, senza escludere eventuali errori, ripensamenti e correzioni. 

Alcune esortazioni alla cosiddetta “unità dei comunisti” mi sembrano più dei tentativi di eludere questi problemi che non un modo per affrontarli e risolverli. Si manifestano, invece, molti tentativi o tendenze che impediscono di affrontare uniti questi compiti che la Storia -“qui e ora” si potrebbe dire- ci pone. 

“(…) la funzione degli “intellettuali” consiste nel rendere inutile l’opera di particolari dirigenti intellettuali”. 

(Lenin, dal suo scritto contro i populisti).

“…oggi si pestano l’un l’altro i piedi sognando “l’unità” e risuscitando un cadavere. Il bolscevismo ha posto le fondamenta ideali e tattiche della III Internazionale che è realmente proletaria e comunista…”

(Lenin “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky” -autunno 1918)

La cosiddetta “unità dei comunisti” è un imbroglio. E’ una vera sfortuna, che essa è diventata l’aspirazione più profonda della grande maggioranza dei pochissimi compagni e compagne rimasti politicamente attivi o impegnati nel dibattito comune.

– Come mai tutti gli esperimenti di “unità dei comunisti” o delle sinistre o simili -quanto meno nell’ultimo quarto di secolo- sono miseramente naufragati, hanno prodotto più divisioni di quelle che avevano trovato e causato una notevole perdita di forze e consensi?

Chi parla di “unità dei comunisti” dovrebbe dare una risposta coerente e convincente (se non scientifica) perché, prima di discutere di questo entusiasmante obiettivo, occorre garantire che non nasconda -più o meno maldestramente o inconsapevolmente- la riedizione di qualcuno dei tentativi suaccennati. 

– L’evidenza dimostra che le compagini o i singoli che invocano “l’unità dei comunisti” lo fanno subito dopo una scissione o l’abbandono di una precedente appartenenza (la quale, spesso, era a sua volta un esperimento dello stesso genere). 

Il pericolo che “l’unità dei comunisti” sia una sorta di amnistia o di condono per “coprire” ogni frazionismo o scissione o per evitare bilanci, autocritiche e correzioni, se non addirittura per giustificare trasformismo di vario tipo o gravità, è sotto gli occhi di tutti. 

– “Né unità senza princìpi, né teoria fine a sé stessa”. Dovrebbe essere la guida dell’aspirazione di tante compagne e compagni. Ritengo inoltre che l’unità debba realizzarsi innanzitutto tra se stessa e l’identità politica (o gli ideali o il programma).

Ho l’impressione che negli ultimi decenni la vicenda che ci riguarda sia stata caratterizzata non solo dalla separazione ma perfino dalla contraddizione tra questi elementi: unità e principi (o teoria, ecc.). Sicché, come in un carosello vertiginoso, abbiamo avuto innumerevoli scissioni (o separazioni o contrasti) per motivi -diciamo così- politici, alternati alla rinuncia o all’abbandono di tali posizioni per inseguire velleità unitarie. 

L’unità non può essere antagonista dei principi e viceversa. 

In definitiva, bisogna chiarire che “l’unità dei comunisti” non è l’alternativa -o la negazione- della strategia, semmai deve esserne una componente ma non indipendente da essa. La mia impressione (forse fallace) è che da qualche decennio non c’è più strategia per i comunisti, in Italia, e non vorrei che “l’unità dei comunisti” sia solo una ricetta consolatoria per coprirne la mancanza. Chi vuole veramente la nostra unità deve prima impegnarsi nell’elaborazione di una strategia, per il Partito di oggi e del futuro. 

Un insieme, spesso confuso o contraddittorio, di tattiche improvvisate non sono una strategia e tanto meno lo sono il ridursi all’autoamministrazione, trascinandosi da un espediente all’altro, da una scadenza all’altra col solo obiettivo di giustificare la propria stanca esistenza. Oppure vogliamo unirci per rimanere pochi, isolati dalle masse e scollegati dalla realtà?

– Noi abbiamo un ben preciso (e ricchissimo) patrimonio storico e teorico, da cui deriva una chiara definizione del concetto di fronte, fronte unito dei lavoratori (o del proletariato) e fronte popolare (antifascista). Essi si inquadrano nella più classica concezione dei vari livelli (quindi delle diverse funzioni e prerogative attribuite a ciascuno di essi, le quali non devono assolutamente essere confuse o invertite tra loro) della politica e della tattica unitaria: unità del Partito (da curare come la pupilla dei propri occhi), unità del movimento operaio, unità delle forze democratiche ed amanti della pace. Tutto ciò si completa -ricorrendo specifiche circostanze- con la politica dei fronti di liberazione nazionale (come fu il nostro CLN) o di unità con settori della borghesia patriottica in contrasto con altri di borghesia imperialista.

La parola d’ordine “unità dei comunisti” è talmente inconcludente da far deragliare in molte occasioni. Non è una questione nominalistica se molti confondono le prerogative e i compiti di unità o fronti, che invece dovrebbero essere ben distinti. Non si può ridurre -solo per fare qualche esempio- la questione del Partito ad una coalizione elettorale né ci si può illudere di conferire ad una tattica unitaria in difesa della pace le prerogative che sarebbero invece appropriate per un fronte unito di classe. 

Rimane per me un mistero comprendere che cosa si intenda per fronte o “unità delle forze anticapitaliste”. In ogni caso, l’esempio più macroscopico di totale ignoranza della concezione e dell’esperienza comunista delle tattiche unitarie e delle alleanze, fu di coloro che -nel 2008- ebbero il coraggio di dire che il povero “Arcobaleno” era l’equivalente moderno del Fronte Popolare del 1948!

– Alcune interpretazioni della “unità dei comunisti” più facilone sono anche il portato della progressiva disgregazione e confusione ideologica ed organizzativa di questo quarto di secolo. Per esempio, c’è chi insegue l’utopia di ridurre ad una tutte le sigle in cui c’è la parola “comunista” (senza neanche accorgersi che in alcuni casi essa è il sostantivo mentre in altri, ben diversi, è un aggettivo)

Allora discutiamo ed avviamo la strategia costruendo la più ampia, chiara e duratura unità per essa. L’illusione, invece, di definire una strategia in funzione di una non meglio precisata “unità” è esattamente una delle principali ragioni per cui ci siamo ridotti nelle condizioni attuali e quindi, semplicemente, il tentativo di resuscitare un cadavere anziché trarre tutte le lezioni necessarie dal bilancio della nostra recente storia. 

– Infine, c’è la questione che più di ogni altra mostra come le mie osservazioni non siano nominalistiche o questioni di lana caprina: chi riguarda “l’unità dei comunisti”? E’ possibile dare una definizione individuale (estemporanea) del comunista? 

Nel linguaggio corrente, si definiscono comunisti tutti quelli che in qualche caso hanno votato per candidati così indicati oppure quanti dichiarano apertamente di esserlo e talvolta sostengono pubblicamente le attività o le posizioni di un partito. 

La domanda da rivolgere ai fautori di una non meglio precisata “unità dei comunisti” è se si riferiscono a un partito o ad altro: nel primo caso, ciò sarebbe l’equivalente della squadra di calcio e non dei semplici tifosi (che non intervengono nel determinare l’esito della partita o lo fanno solo indirettamente) o di altri solo astrattamente “affezionati” alla squadra.

Se vogliamo essere nel solco del materialismo dialettico (rapporto tra coscienza e materia) e del marxismo-leninismo la risposta è una sola: in questo specifico caso, i comunisti “sono i calciatori”. 

Torniamo alla domanda: come si può definire -individualmente- un comunista? Basta ritenere di esserlo? Qualsiasi persona che si agita contro il governo e il padronato è comunista? Oppure sarebbero comunisti solo coloro che hanno letto Marx, Lenin, Gramsci, ecc.? 

Per la nostra filosofia si è ciò che si fa e non ciò che si legge; quindi sarebbe comunista, semmai, chi APPLICA CONCRETAMENTE il contenuto delle opere di Marx, Lenin, Gramsci. 

Ci sono milioni di compagne e compagni, spesso analfabeti come i minatori neri sudafricani, tanti nostri Partigiani o contadini cinesi che non dovrebbero essere considerati comunisti (stando alla suddetta ipotesi) dato che quando sono stati EFFETTIVAMENTE combattenti rivoluzionari, militanti dei propri Partiti avevano letto -suppongo- ben pochi libri riguardanti la nostra teoria. 

Ritengo sia già sufficientemente chiara la “devianza”, anche grave alla fine, che può derivare da confusione o indifferenza rispetto a questo tema. 

Anche perché la nostra concezione del Partito è che esso è la fusione del movimento operaio con il comunismo scientifico, mentre con i pericoli degenerativi di cui sopra, si riduce il Partito ad un presunto “comunismo scientifico” il quale, inevitabilmente, deve poi (nel migliore dei casi) dirigere gli operai (ignoranti!) e fargli fare la rivoluzione.

Non è un caso che molti compunti conoscitori italiani di molte opere della nostra letteratura, si dimentichino immancabilmente di una sola paginetta: quella in cui c’è scritto che la liberazione della classe operaia ha bisogno dell’opera della classe operaia stessa!

Ancora una volta si confonde il Partito rivoluzionario del proletariato con un circolo accademico di intellettuali! Perciò, curiosamente, oggi sono idonee a criticare molte posizioni correnti le tesi di Lenin contro il terrorismo, non perché ci sia chi vuole commettere violenze o compiere reati, anzi, tutt’altro! Però la critica alla pratica di fare da soli, di limitarsi a singoli atti fini a se stessi, slegati gli uni dagli altri, adatti anche a gruppi piccolissimi se non a singoli, con il velleitario scopo di accendere l’indignazione dei lavoratori (quando non ce ne sarebbe bisogno, vista la loro esperienza quotidiana) è appropriata anche a molti compagni del nostro tempo, benchè pacifici come innocui curati di campagna!

Senza farla troppo lunga, la tesi che propongo è che l’unica possibilità di definizione individuale, non estemporanea, di comunista è che esso sia il militante di un partito comunista ovvero -in mancanza di questo- di un’organizzazione che lotta per la costruzione (o ricostituzione) del Partito, secondo criteri coerenti con il nostro patrimonio storico e teorico. 

Sotto questo profilo, dunque, “l’unità dei comunisti” è… il Partito ovvero (nel nostro caso) la lotta per riaverne uno forte e autentico. Pertanto la parola d’ordine (“unità dei comunisti”) è confusionaria e rischia di provocare danni, perché siamo ritornati nel “regime dei circoli”, contro cui lottava Lenin e in definitiva Gramsci e i fondatori del nostro Partito, perché il “regime dei circoli” è un circo Barnum incapace di essere incisivo o vittorioso. 

– Inoltre, simili parole d’ordine inconcludenti a volte si intrecciano con altre ancor più insussistenti e contraddittorie: è il caso (non per niente di origine troschista o semitroschista) di una parola d’ordine ancor più confusionaria e deviante -perciò usata in tante fogge e varianti- quale quella di “unire le lotte” usata spesso dai suoi promotori, senza dirlo, per negare la centralità e la priorità della costruzione del Partito. 

Tale parola d’ordine, non a caso, ha un bilancio perfino peggiore di quello “dell’unità dei comunisti”. Perché “unire le lotte” non può essere un’ammucchiata movimentista a cui puntano i teorici di questa linea, così come unire ciò che mangiamo non è l’atto di ingozzarci riempiendo la bocca e l’esofago indiscriminatamente di ogni genere di ingrediente: essa non è solo “mangiare” in continuazione ma è, invece, il processo della digestione e si realizza dunque dandosi un apparato digerente. 

È il processo che trasforma i nostri pasti in energia e sostanze ricostituenti per i nostri organi che unisce -ed anzi valorizza trasformandolo- ciò che mangiamo (e non è necessario né utile che sia tanto, anzi è nocivo mangiare per mangiare). Allo stesso modo ad “unire le lotte” -in definitiva- è il Partito che le valorizza trasformandole in mutamento dei rapporti di forza con la classe avversaria. 

“L ’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito comunista, riunendo in sè la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato”.

(dall’art. 1 dello Statuto del PCdI del 1921)

All’epoca della Rivoluzione d’Ottobre, gli opportunisti, ovvero gli agenti della borghesia in seno al movimento operaio, per boicottare la grande rivoluzione proletaria dissero che essa non era conforme alle tesi de Il Capitale di Marx Perciò il compagno Gramsci scrisse un testo titolato “Una rivoluzione contro il Capitale”. Era una brillante ed acuta difesa dei bolscevichi e -al tempo stesso- anche de Il Capitale, strumentalizzato con interpretazioni ottuse e sterilmente dogmatiche.

Chi scrive, è contro “l’unità dei comunisti” come Gramsci era contro la Rivoluzione dei Soviet (o contro Il Capitale). 

Contro l’unità dei comunisti

Indianerfilme: I film western della Germania Est

Dì la parola “Western” a chiunque e ne verrà immediatamente creata un’immagine nella testa. Dalle vaste pianure allo Stetson a tesa larga, l’immagine dell’Occidente è radicata nell’opinione pubblica. Questa immagine è così culturalmente unanime che di fatto ha sostituito la realtà della storia.

Questo ricordo, piuttosto che essere guidato da un’adesione ai fatti della storia, è in realtà più simile al folklore delle civiltà antiche. Gli ideali del presente informano la presentazione del passato, e mentre i greci lanciavano la poetica orale degli dei per rafforzare la fortezza morale, l’Occidente americano soppianta gli ideali sociali del presente su una storia ricordata male.

Poiché questo è un mito americano, la “vera causa” è quella specifica marca di eccezionalità che si trova dall’altra parte dello stagno, lo spaccio audace, sfacciato e propagandistico dell’ideale americano. Questa è una rappresentazione errata della storia del vecchio west e della Frontiera. Ogni realismo storico riguardante la sottomissione dei nativi si perde nella foschia del falso ricordo. Cosa succede poi quando emerge un western che capovolge il genere e cosa poi quel film ci racconta sulla società da cui è emerso. Se l’Occidente formula una storia informata dalla società contemporanea che la produce, cosa cambia quando quella società si pone esattamente contro l’ideale americano?

Dal 1965 al 1976 il monopolio cinematografico della Germania Est DEFA ha prodotto oltre una dozzina di western, intitolati Indianerfilme, molti dei quali hanno battuto il record di incassi della DDR con oltre 3 milioni di biglietti venduti. Erano immensamente popolari tra il pubblico della Germania dell’Est, soddisfacendo il bisogno di intrattenimento popolare e permettendo alla popolazione sul lato sovietico della cortina di ferro di interagire con quella fantasia di evasione più tedesca, quella del Vecchio West. Tuttavia, dove gli Indinaerfilme differiscono dal western tradizionale, è il loro obiettivo.

Come suggerisce il nome, questi Indianerfilme erano orientati verso la prospettiva dei nativi americani, per i tedeschi orientali, che si identificavano con gli indiani, la lotta contro i cow-boy era un modo chiaro per raffigurare la lotta contro il sistema capitalista. Nei film le diverse tribù contrastavano l’avanzamento a Ovest della frontiera degli Usa. Loro, un secolo dopo, combattevano contro l’avanzamento a Est.

L’Indianerfilme si è quasi sempre preoccupato della sottomissione dei nativi americani e di un’atrocità commessa dall’uomo bianco sui nativi, ha avuto il coraggio e il merito di muovere una critica schietta al capitalismo e al razzismo che hanno alimentato l’espansione verso ovest degli Stati Uniti e pompata grazie la visione pioneristica e fideistica del “progresso prima di tutto” alla John Ford e alla John Wayne.

In quasi tutti i film indiani la vita tribale idealisticamente rappresentata è disturbata da cowboy traditori, come in Apachen o da membri della cavalleria americana, come nel caso di Blutsbruder . Questi film si distinguono per lo spettatore per la chiarezza con cui l’attenzione è stata spostata, trasformando un pezzo di genere standard in qualcosa di più distintivo. Se tenuto in confronto allo standard americano occidentale; l’iconografia è presentata in modo simile, la musica è quasi una parodia diretta e ci sono chiari lati positivi e negativi, è solo che invece di tifare per il cowboy, tifiamo per il suo nemico. La figura simbolica dell’eccezionalismo americano è ora il nostro cattivo.

Il loro contenuto è un modo per il pubblico e i registi di affrontare il loro passato, poiché il manicheismo della trama affronta l’imperialismo. Gokjo Mitic era un vero idolo a cui i tedeschi dell’est potevano guardare. Era una forte figura socialista che ha abbattuto quel martello sugli oppressori. Gli Indianerfilme erano popolari perché erano decisamente orientali, consentendo ai cittadini della RDT di impegnarsi in fantasie del Vecchio West. Avevano le loro storie e i loro idoli, con paesaggi che erano riusciti a riconoscere e in cui potevano fuggire e non dovevano più fare affidamento su libri e film della Germania occidentale. Sono diventati così popolari e così radicati nella coscienza pubblica perché hanno fornito ciò che il popolo della Germania dell’Est desiderava tanto, un’identità condivisa.

1966 Die Söhne der großen Bärin(t.l. Il figli della Grande Mamma Orsa) di Josef Machcon Gojko Mitic (Tokei-ihto), Jiri Vrstala, Rolf Römer, Hans Hardt-Hardtloff, Gerhard Rachold
Tratto da una serie di romanzi della scrittrice Liselotte Welskopf-Henrich. Tokei-Ihto, capo tribù ribelle e allergico ai trattati di pace con i bianchi capitalisti, corruttori e traditori, evade dal forte dove era stato imprigionato. Condurrà la sua tribù verso il Sol dell’Avvenire, cioè oltre il fiume Missouri. Non prima di aver regolato i conti con il losco trafficante Red Fox e aver affrontato delle tribù nemiche.

1967 Chingachgook, die grosse Schlange (t.l. Chingachgook, il grande serpente) di Richard Groschoppcon Gojko Mitic (Chingachgock), Rolf Römer, Lilo Grahn, Helmut Schreiber, Jürgen Frohriep
Ispirato a “Il cacciatore di cervi” di Fenimore Cooper. Chingachgook, il famoso ultimo dei Moicani, salva sua moglie tenuta prigioniera dagli Uroni. Prima di raggiungere il suo scopo dovrà affrontare pionieri razzisti e vedersela con le trame imperialiste di francesi e  inglesi. La presenza come direttore della fotografia dell’operatore di “Olympia” della Riefenstahl, garantisce gran attenzione ai fisici olimpionici degli “indiani”. Uno dei più scopertamente ideologici della serie, ma nella sua insistita filosofia umanista pare sia una delle trasposizioni più fedeli dello spirito di Fenimore Cooper.

1968 Spur des Falken(t.l. Il sentiero di Falco) di Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Falke), Hannjo Hasse, Barbara Brylska, Lali Meszchi, Rolf Hoppe
Ispirato alle celebri e drammatiche vicende storiche iniziate nel 1875. I cercatori d’oro avidi e capitalisti già meditavano prima di far fuori gli indiani Dakota, figuriamoci quando scoprono che sulle Colline Nere c’è l’oro! Per fortuna che c’è il gran capo Falco/Mitic a sistemare le cose. Sforzo produttivo di una certa importanza, con numerose scene spettacolari e l’utilizzo di un vero treno. Gira anche un titolo italiano, La vendetta dei guerrieri rossi (rossi…), quindi può darsi che in qualche modo sia l’unico della serie arrivato dalle nostre parti.

1969 Weisse Wölfe(t.l. Lupo Bianco) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Falke), Horst Schulze, Rolf Hoppe, Helmut Schreiber, Barbara Brylska
Torna il protagonista del film precedente. Per vendicare l’uccisione della moglie, il capo indiano Falco fa il diavolo a quattro nella corrotta e viziosa cittadina di Tanglewood, in mano a dei loschi trafficanti capitalisti. Unici suoi alleati, l’onesto sceriffo e sua moglie. Sia pure con lo schematismo di un racconto d’avventura, le esigenze di propaganda ideologica favoriscono un’ interessante analisi delle cause economiche che portarono alle guerre indiane.

1970 Tödlicher Irrtum(t.l. Errore fatale) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Shave Head), Armin Mueller-Stahl, Annekathrin Bürger, Krystyna Mikolajewska
Anche se la parte d’azione è totalmente inventata, il film è ispirato a fatti realmente avvenuti nel 1898. Stavolta è il petrolio a scatenare l’avidità capitalistica. A farne le spese i capi indiani che hanno imprudentemente firmato il trattato di pace coi bianchi (l’errore fatale del titolo), che vengono assassinati uno ad uno. Toccherà al prode guerriero Shave Head (Testa Pelata?) scoprire gli assassini. Uno dei più politici del filone. Armin Mueller-Sthal, diventerà uno dei più noti attori tedeschi nel mondo.

1971 Osceoladi Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Osceola), Horst Schulze, Jurie Darie, Karin Ugowski, Kati Bus, Pepa Nikolova
La prima di una succulenta serie di biografie dedicate a dei grandi capi indiani storicamente esistiti. Naturalmente in questi film diventano tutti dei precursori del realismo socialista. Si comincia con il leggendario Osceola, capo dei Seminole che nella Florida del 1837 condusse una guerra contro l’espansionismo dei latifondisti bianchi. Notevole l’approfondimento della presenza a fianco dei Seminole di numerosi schiavi neri fuggitivi, argomento praticamente mai affrontato dal cinema americano. Co-produce anche Cuba.

1972 Tecumseh di Hans Kratzertcon Gojko Mitic (Tecumseh), Annekathrin Bürger, Rolf Römer, Leon Niemczyk, Mieczyslaw Kalenik
Stavolta è di scena Tecumseh, il leggendario capo indiano degli Shawnee che all’inizio del 800 riuscì a creare un’ampia confederazione di tribù che spalleggiata dagli inglesi si oppose all’espansionismo degli Stati Uniti, tentando di creare una nazione indiana. Uno dei personaggi storici più affascinanti dell’800 americano, ma anche uno dei meno visti al cinema. Tecumseh era istruito e comprendeva la società dei bianchi, Mitic lo interpreta come un antico nobile. C’è pure una parentesi romantica con una donna bianca.

1973 Apachendi Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Ulzana), Milan Beli, Colea Rautu, Leon Niemczyk, Gerry Wolff, Rolf Hoppe
Fulminea risposta a “Nessuna pietà per Ulzana” di Aldrich, con cui ha comunque pochi punti di contatto, raccontando vicende degli anni 40 e non il celebre raid del 1885 al centro del film americano (a cui in realtà Ulzana sopravvisse, morendo molto anziano nel 1909). Gli usi e costumi degli apache sono ritratti con cura e attenzione, anche se ovviamente nella versione di Mitic Ulzana diventa un campione della masse indiane oppresse. Ignari della proprietà privata gli Apache Mimbrero si farebbero i fatti loro, se messicani ed americani non li volessero far fuori a tutti i costi. Dopo un massacro, Ulzana compie la sua vendetta.

1974 Ulzanadi Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Ulzana), Renate Blume, Colea Rautu, Dorel Jacobescu, Rolf Hoppe, Amza Pelea
Sequel del film precedente. È ambientato nei tardi anni tra il 1846 e 1848 durante la guerra tra stati Uniti e Messico. Per quanto sempre viziata da un’ottica smaccatamente propagandistica è interessante la ricostruzione dell’attività del “Ring di Tucson” una cricca di affaristi americani realmente esistita, che per favorire i propri affari provocò tensioni tra apache e cittadini di Tucson. Gli apache si fanno gli affari loro nella riserva coltivando la terra, ma i commercianti capitalisti si sentono minacciati da tanta autonomia economica. Toccherà ancora ad Ulzana scendere sul piede di guerra per difendere la propria gente.

1975 Blutsbrüder(t.l. Fratelli di sangue) di Werner W. Wallrothcon Gojko Mitić (Harter Felsen/ Hard Rock), Dean Reed, Gisela Freudenberg, Jörg Panknin 
Stavolta Mitic non è il protagonista indiscusso, ma divide lo schermo con Dean Reed, personaggio quantomeno singolare: cantautore americano, pacifista e socialista, che dopo aver girato qualche western spaghetti dalle nostri parti fece fortuna nel blocco socialista. Qui Reed è anche sceneggiatore. Specie di ideale seguito di “Soldato blu” di Ralph Nelson. Reed è un soldato chiamato Harmonika che resta disgustato dalla violenza dei suoi commilitoni dopo il massacro del Sand Creek (1864). Viene catturato dagli indiani, ma diventa presto amico del guerriero Harter Felsen (Roccia Dura), ovviamente interpretato da Mitic. I due faranno fronte comune contro gli invasori bianchi. Uno degli indianerfilme (relativamente) più famosi, tra i migliori o comunque tra i più complessi e meno schematicamente ideologici, con personaggi più sfaccettati e tormentati del solito. Notare che mentre in Italia e in America il western era in pieno declino, anzi praticamente defunto, all’est questo film riscuoteva ancora un grande successo.

1978 Severinodi Claus Dobberkecon Gojko Mitic (Severino), Violeta Andrei, Constantin Fugasin, Mircea Anghelescu
Non proprio un western dato che si svolge tra le Ande argentine, ma in fondo sono sempre le solite avventure di indiani minacciati dai coloni bianchi, con Mitic nei panni del solito saggio e coraggioso capo indio. Ispirato ad un romanzo dello scrittore tedesco Eduard Klein. Paesaggi notevoli.

1983 Der Scout (t.l. La guida) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Weiße Feder), Klaus Manchen, Milan Beli, Nazagdordshijn Batzezeg
Coprodotto con la Mongolia, come si nota dalle comparse dai tratti esotici. Mentre nel resto del mondo il western praticamente non esiste più, Mitic chiude degnamente la sua carriera nel genere con uno dei suoi film più curati, anche grazie agli spettacolari paesaggi mongoli. Ambientato nell’epoca delle guerre indiane (1877), tra fughe e massacri, per la prima ed ultima volta non interpreta un capo, ma è lo scout indiano Penna Bianca, che deve guidare sette soldati che hanno il compito di scortare i cavalli sequestrati ai Nez Percé. Lo schematismo ideologico degli anni passati è meno pressante, tanto che i personaggi dei sette soldati bianchi hanno persino dei lati buoni. Finiva un’epoca, non solo cinematografica.


“Il mito, scacciato dal reale dalla violenza della storia, trova rifugio nel cinema”

C’ERA UNA VOLTA IL KRAUT WESTERN

Anarchia? Asineria da scolaro!

Asineria da scolaro! Una rivoluzione socialista radicale è legata a determinate condizioni storiche dello sviluppo economico;
Egli non comprende assolutamente nulla della rivoluzione sociale;

Alcuni ritengono che il marxismo e l’anarchismo abbiano gli stessi principi, che fra loro esistano soltanto dissensi tattici, cosicché, secondo costoro, è assolutamente impossibile contrapporre l’una all’altra queste due tendenze. Ma questo è un grave errore. Noi riteniamo che gli anarchici sono veri e propri nemici del marxismo.

Di conseguenza, riconosciamo pure che, contro veri e propri nemici, bisogna condurre una vera e propria lotta. Sta di fatto che marxismo e anarchismo sono fondati su principi completamente diversi, nonostante che entrambi si presentino sul terreno della lotta sotto la bandiera socialista. Pietra angolare dell’anarchismo è lindividuo, la cui liberazione sarebbe la condizione principale della liberazione della massa, della collettività. Secondo l’anarchismo, è impossibile la liberazione della massa finché non sarà liberato l’individuo; per cui la sua parola d’ordine è : «tutto per l’individuo». Pietra angolare del marxismo è invece la massa, la cui liberazione sarebbe la condizione principale della liberazione dell’individuo. Cioè, secondo il marxismo, la liberazione dell’individuo è impossibile finché non sarà liberata la massa; per cui la sua parola d’ordine è: «tutto per la massa». 

Lenin in Stato e Rivoluzione indicava 3 punti fondamenti per descrivere le differenze tra marxisti e anarchici:

1. I primi, pur ponendosi l’obiettivo della soppressione completa dello Stato, non lo ritengono realizzabile se non dopo la soppressione delle classi per opera della rivoluzione socialista, come risultato dell’instaurazione del socialismo che porta all’estinzione dello Stato; i secondi vogliono la completa soppressione dello Stato dall’oggi al domani, senza comprendere quali condizioni la rendano possibile;

2. I primi proclamano la necessità per il proletariato, dopo ch’esso avrà conquistato il potere politico, di distruggere completamente la vecchia macchina statale e di sostituirla con una nuova, che consiste nell’organizzazione degli operai armati, sul tipo della Comune; i secondi, pur reclamando la distruzione della macchina statale, si rappresentano in modo molto confuso con che cosa il proletariato la sostituirà e come utilizzerà il potere rivoluzionario; gli anarchici rinnegano persino qualsiasi utilizzazione del potere dello Stato da parte del proletariato rivoluzionario, la sua dittatura rivoluzionaria;

3. I primi vogliono che il proletariato si prepari alla rivoluzione utilizzando lo Stato moderno; gli anarchici sono di parere contrario.

La rivoluzione russa e gli anarchici

Dopo la presa del potere il ruolo dei soviet, l’economia era al collasso in molti settori e il giovane Stato sovietico aveva la necessità vitale di far funzionare l’industria.

Gli anarchici si opponevano alla pianificazione in nome della battaglia contro “il centralismo statalista”, riproponendo il modello fallimentare delle comuni indipendenti che sarebbe stato applicato, circa vent’anni più tardi, durante la guerra civile spagnola nella Catalogna.

In un paese arretrato come la Russia l’utilizzo degli specialisti, tecnici e ingegneri provenienti dal vecchio apparato dello Stato borghese era molto più che necessario. Lenin lo capì senza indugi.

Il dibattito su questa questione aveva un carattere assolutamente pratico ed era legato al rapporto tra socialismo nascente e la vecchia struttura del capitalismo russo. L’utilizzo degli specialisti non implicava nessun compromesso con la borghesia ma era vincolato all’arretratezza culturale della popolazione russa, oltre che al ritardo della rivoluzione nei paesi capitalisti avanzati.

Tutti i pregiudizi anarchici sullo Stato si fondevano in una visione immaginaria della costruzione del socialismo, in cui alle brillanti teorizzazioni sull’avvenire senza classi faceva da contraltare una organica incapacità di avanzare sul terreno concreto della lotta quotidiana.
Come ebbe modo di dire Lenin, “la maggioranza degli anarchici si preoccupa del futuro senza preoccuparsi di capire il presente”. Mentre il gruppo dirigente bolscevico, si poneva l’obiettivo di superare i limiti del contesto, i dirigenti anarchici, che trovavano eco anche in alcuni settori del Partito bolscevico, si abbassavano al livello degli scettici e dei settori più arretrati della società.

Come ricorda lo storico Carr: “Anche in questo caso, l’opinione diffusa era che l’esigenza dell’efficienza economica contrastasse con i principi dell’autogoverno non solo socialista ma democratico. Il problema degli specialisti metteva in causa la stessa dottrina e le stesse concezioni del partito. Essa rinfocolò l’apparente contrasto fra la concezione della distruzione del vecchio apparato amministrativo e dell’estinzione dello Stato e la necessità pratica, da Lenin affermata non meno vigorosamente di impossessarsi e di utilizzare l’apparato tecnico del centro economico e finanziario creato e lasciato in eredità dal capitalismo.”

Mentre gli anarchici gridavano al tradimento della rivoluzione terrorizzati dal fantasma dello Stato, Lenin aggiungeva: “Il socialismo è impossibile se non si utilizzano le conquiste della cultura e della tecnica raggiunte dal grande capitalismo”.

Il tradimento degli anarchici

La rivolta di Kronstadt negli anni è stata eretta a monumento della critica anarchica al bolscevismo.

Quasi cento anni dopo quegli avvenimenti non c’è una discussione in cui i seguaci di Bakunin non utilizzino Kronstadt per affermare che “l’avanguardia della rivoluzione è stata tradita e soffocata nel sangue dalla dittatura bolscevica”.

Non si può comprendere ciò che accadde alla flotta sul Baltico esclusivamente sulla base del complotto di qualche anarchico o di qualche bianco. Questa tesi la lasciamo alla Grande Enciclopedia Sovietica del 1953.

La crisi e l’ammutinamento dei marinai può essere compresa solo nell’ambito degli effetti della guerra civile e della miseria crescente. Durante lo scontro tra bianchi e rossi i contadini avevano scelto da che parte stare, tollerando le requisizioni forzate, ma ora che la guerra civile era finita non erano più disposti a sottostare a simili condizioni.

Lo stesso esercito di Machno aveva trovato la sua base sociale proprio su questo punto, ovvero nella contrarietà di un certo settore contadino al “comunismo di guerra”. Molti dei marinai in licenza avevano avuto modo di vedere con i loro occhi la fame che settori crescenti della società sovietica pativano. Avevano maturato l’idea che essendo ormai sconfitti i bianchi fosse necessario voltare pagina.

Non è casuale che il programma degli insorti di Kronstadt combinasse rivendicazioni “democratiche” come la rielezione immediata dei soviet a voto segreto, la libertà di parola, di stampa e di riunione, con rivendicazioni di carattere economico come la libertà di coltivare liberamente la terra per i contadini (senza l’uso di manodopera salariata). Come dirà lo storico P. Avrich questo programma era “un promemoria sulla politica generale del comunismo di guerra, la cui giustificazione, agli occhi dei marinai, e della popolazione in genere, era venuta a mancare”.

Gli stessi bolscevichi si rendevano conto della crescente esasperazione popolare dopo anni di privazioni e ne avevano discusso più volte già prima della rivolta. L’8 febbraio del 1921 Lenin aveva illustrato all’Ufficio politico un piano per superare il “comunismo di guerra” e il 24 dello stesso mese il Comitato centrale aveva iniziato uno studio da sottoporre al X congresso.

Pur in un simile contesto la tesi della sovrapposizione tra i marinai di Kronstadt, avanguardia della rivoluzione del 1917, e gli insorti del 1921 non trova un riscontro materiale.

In larghissima parte i quadri della guarnigione che erano stati gli eroi della rivoluzione d’ottobre nel 1921 non erano più nella fortezza. I compiti della guerra civile e dell’instaurazione del socialismo li avevano portati ad avere un ruolo di direzione nel paese ma non più a Kronstadt.

La maggioranza dei marinai erano giovani di estrazione contadina, per lo più provenienti dall’Ucraina, nella quale le armate anarchiche e antibolsceviche di Machno avevano avuto un sostegno significativo. Uno dei leader dell’insurrezione del 1921, Petriscenko, lo ricorda in una lettera del 31 maggio 1921 inviata al generale reazionario Vrangel: “La guarnigione di Kronstadt era costituita da tre quarti di nativi dell’Ucraina, da lungo tempo nemici dei bolscevichi, l’ultimo contingente era formato da nativi di Kuban, che prima avevano prestato servizio nell’esercito di Denikin (che combatté la rivoluzione nel sud della Russia fino al marzo 1920, Ndr)”.

Tra i capi degli insorti figuravano certamente elementi reazionari come l’ex generale bianco Kozlovskij e lo stesso Petriscenko che guidava il Comitato rivoluzionario provvisorio e che in esilio sostenne apertamente le posizione dei bianchi.

Al di là delle intenzioni degli insorti la reazione guardava con grande interesse alla rivolta, per farne una testa di ariete della controrivoluzione e restaurare il capitalismo in Russia.

I recenti studi dello storico P. Avrich hanno messo in luce un Memorandum sulla organizzazione di una rivolta a Kronstadt, redatto probabilmente all’inizio del 1921 che, basandosi su una rivolta che sarebbe dovuta iniziare nella primavera, avrebbe permesso, con l’aiuto del generale Vrangel, di una base logistica nella fortezza e con delle navi francesi, di iniziare una controffensiva sulla terra ferma con l’obiettivo di cancellare la repubblica dei soviet.

In queste circostanze, pur dopo aver tentato per alcuni giorni di convincere i marinai con le armi della propaganda, i bolscevichi furono costretti a soffocare rapidamente la ribellione, prima che i ghiacciai si sciogliessero rendendo la fortezza inespugnabile.

Molto si è parlato della repressione contro i marinai di Kronstadt. I piagnistei di certi commentatori anarchici descrivono gli insorti come una pacifica vittima sacrificale che perì inerme sotto i colpi della repressione rossa. Questa descrizione non risponde a come realmente si svolsero i fatti.

Le truppe bolsceviche che diedero l’assalto alla fortezza, alle quali si unirono anche 300 delegati provenienti dal X congresso, compresi quelli delle due opposizioni interne Centralismo democratico e Opposizione operaia, furono cannoneggiate costantemente dagli insorti. Dopo il primo assalto senza successo, il 16 marzo ebbe luogo un secondo assalto nel quale i rossi, che avanzavano sul ghiaccio protetti solo da un mantello bianco, subirono perdite durissime quantificabili in circa un quinto degli assalitori, ovvero circa 10mila morti.

“Le perdite dei ribelli furono ovviamente assai minori, e la maggior parte delle vittime furono dovute ai massacri perpetrati dai vincitori sopravvissuti all’assalto. 600 uccisi, più di 1000 feriti e 2.500 prigionieri. Più di 8.000 ammutinati, tra i quali Kozlovskij e Petriscenko, e la maggior parte dei capi dell’insurrezione, riuscirono a fuggire in Finlandia.”

Certamente gli eventi della repressione di Kronstadt sono drammatici ma nella loro tragica dinamica inevitabili.
Non troviamo una definizione migliore di quella che ha dato Pierre Brouè quando ha affermato: “Se nel 1917 i marinai erano stati il ferro di lancia della rivoluzione (…), ora, nel 1921, essi riflettevano tragicamente, tra i primi, la stanchezza profonda del popolo russo e il desiderio di farla finita con la miseria materiale”.

Dopo questa vicenda Lenin e il partito chiudevano la fase del “comunismo di guerra” e inauguravano la Nuova politica economica (Nep). Gli anarchici antibolscevichi hanno parlato di una terza rivoluzione repressa nel sangue da parte della dittatura bolscevica, ma la loro versione non regge alla prova dei fatti, come ha ammesso lo stesso storico dell’anarchismo Paul Avrich quando ha scritto: “Kronstadt presenta una situazione in cui lo storico può simpatizzare con i ribelli, ma ammettere che i bolscevichi non avevano torto ad affrontarli”.

Catalogna 1937 l’ennesimo tradimento, l’ennesimo fallimento

Un grande regista, Ken Loach, nel 1994 fa girò un film politicamente davvero brutto: Terra e libertà. L’inizio struggente non lascia prevedere che il racconto si sarebbe poi dipanato in un insopportabile ricorso ai peggiori luoghi comuni in merito al ruolo dei comunisti durante la Guerra civile spagnola: beceri stalinisti capaci solo di imporre le proprie direttive e quindi pronti a far fuori tutti coloro che non erano d’accordo. Anarchici e militanti del POUM, in primo luogo. E infatti nel film questi sono rappresentati come i “veri” rivoluzionari, buoni, generosi, romanticamente straccioni in contrapposizione ai bolscevichi sempre ben pasciuti e trucidi, e in lucide uniformi. Del resto questa è ormai una delle interpretazioni più diffuse sulla guerra civile spagnola: peccato che fra i repubblicani ci fossero quei feroci comunisti, ben diversa sarebbe stata la storia se nel fronte antifascista avessero prevalso gli anarchici, i trozkisti ed i comunisti non stalinisti.

Un’infantile vulgata, favorita anche da romanzi come “Omaggio alla Catalogna” di Orwell, che fa da macabro contrappunto a quella, cattolica, sul martirio di preti e suore barbaramente sterminati dai rossi. Longo, Vidali, Togliatti, i capofila italiani di questa banda di assassini… Certo, in Spagna durante la guerra civile vi furono scontri molto aspri fra i comunisti e gli anarchici (componente storica essenziale del repubblicanesimo iberico), e in numerose occasioni le armi della critica furono sostituite dalla critica delle armi: da ambo le parti, sia chiaro, anche se effettivamente i comunisti furono per certi versi assai più duri. Ma dipingere Berneri, Durruti, e tanti altri valorosi combattenti anarchici (oltre ai tanti militanti del POUM) come banali vittime della crudeltà stalinista è davvero un’operazione degna degli storici di regime.

Riportiamo però i fatti, traendo spunto da una pagina di Paolo Spriano: “il mese di maggio 1937 è uno dei più difficili e delicati per le sorti della repubblica spagnola, sia politicamente che militarmente. Dopo settimane di tensione, quando le autorità militari prendono una misura giudicata ingiusta dagli estremisti (il controllo della centrale telefonica, gelosamente tenuta dagi anarchici), il 3 maggio, scoppia la rivolta, organizzata dal POUM e da piccoli ma combattivi nuclei anarchici. Dopo qualche giorno, la rivolta fallisce (vi sono centinaia di morti) ma essa ha segnato un momento di crisi e di trapasso nella Spagna repubblicana. Centralizzazione e militarizzazione sono esigenze avvertite profondamente dal governo, mentre la difficoltà della situazione non ha fatto che accrescere il ribellismo e la tendenza autonomistica, forte nel POUM catalano. La mentalità tipica degli anarchici di base (sconfessati sia dalla CNT che dalle FAI) è esplosa nella ribellione. L’episodio viene considerato prima ancora che dai comunisti dai socialisti come segno di incoscienza.

Tra gli italiani, Nenni definisce la rivolta come “la più criminale delle insurrezioni”, come un “tentativo di pugnalare nella schiena la rivoluzione e la guerra”. Nel suo diario Nenni aggiungerà: “Accanto alle qualità degli anarchici nei combattimenti rivoluzionari di strada (la barricata romantica) sta la loro fondamentale incapacità di accettare la disciplina collettiva e militare, senza di che la vittoria non è possibile. Essi sono letteralmente paralizzati, nell’azione rivoluzionaria costruttiva, dai loro pregiudizi: pregiudizio antiautoritario, che impedisce loro di capire che la rivoluzione è quanto di più autoritario possa esistere…; pregiudizio antistatale che li porta a prendere posizione contro lo Stato in quanto tale, al di fuori del suo contenuto di classe… Buona parte degli anarchici non riuscì mai a superare la funesta convinzione di una sorta di sdoppiamento e di antagonismo tra la guerra e la rivoluzione… È fuori di dubbio che l’esistenza di un forte movimento anarchico ha reso più difficile il compito del Fronte popolare spagnolo. Vi furono momenti in cui l’atteggiamento degli anarchici rasentò la provocazione, per cadervi in pieno coi moti di Barcellona del maggio 1937.”

Il giudizio che dell’episodio dà Rosselli è più sfumato ma anch’egli non nasconde l’opinione che gli anarchici si siano posti in un circolo vizioso: “La frazione estrema dell’anarchismo si preoccupa più delle modalità della guerra che della guerra stessa. È esatto che ogni militarizzazione comporta dei rischi per un futuro, libero sviluppo della rivoluzione. Ma, a parte che la militarizzazione, col prolungarsi e l’aggravarsi della guerra, è una necessità imprescindibile, se si vuole ottenere la vittoria, come non vedere che ormai più gravi sono i rischi derivanti dall’infinito prolungarsi della guerra che contiene potenzialmente i germi di tutte le dittature? In altri parole: l’idea di fare la guerra secondo i canoni anarchici prevale su quella di vincerla rapidamente. Ora, questo è un controsenso. La guerra è il fenomeno più antianarchico che si possa immaginare. Condurre una guerra sulla base dei principii dell’anarchia equivale a non farla o ad eternarla.”

Nella repressione che fa seguito alla rivolta viene ucciso l’anarchico italiano Camillo Berneri, con il suo compagno Barbieri. Una fine tragica, particolarmente dolorosa per l’antifascismo italiano e un’indicazione, anche, dei metodi che la polizia segreta staliniana introdurrà poi largamente in Spagna. (Verrà prelevato e scomparirà Andrés Nin, il notissimo dirigente poumista. La caccia al trockista sarà uno dei capitoli neri della guerra civile spagnola, che contribuirà non poco ad avvelenare l’atmosfera nel campo repubblicano). Rosselli, in uno dei suoi ultimi scritti, dirà: “Certo l’URSS interviene al di là del giusto e del necessario in Spagna. Ma senza l’URSS esisterebbe ancora una Spagna repubblicana?” È un aspetto del dramma spagnolo.”

È pensabile, in una situazione di guerra, in cui cioè i fattori militari prevalgono su tutti gli altri, definire “borghese” l’esigenza di una forte catena di comando e di una disciplina ferrea? Ha un qualche significato rivoluzionario impegnare energie preziose in dibattiti teorici e in sperimentazioni sociali quando la priorità assoluta è quella di non far passare un nemico agguerrito e spietato? Barcellona sta per cadere nelle mani dei fascisti e gli anarchici pongono come prioritaria la questione della democrazia diretta? La libertà sta per essere definitivamente travolta e c’è invece chi insiste sulle alchimie ideologiche? Questo è il nodo fondamentale: i comunisti, che peraltro erano la componente politico-militare più solida (e che non erano arrivati in Spagna in wagon lit da Mosca, ma come volontari che si lasciavano alle spalle lavoro e affetti, esattamente come tutti gli altri “internazionali”, socialisti, anarchici, liberali, o senza partito che fossero), avevano ben chiaro che la lotta era disperata e che alle forze reazionarie occorreva opporre un fronte rivoluzionario e democratico ampio e compatto. Con ciò non si vuol certo dire che i comunisti fossero rivoluzionari esemplari, e tutti gli altri, anarchici e trozkisti in primis, fossero agenti controrivoluzionari: così come non ha senso rovesciare questa prospettiva settaria come ha fatto Loach. L’obiettivo di Stalin era favorire tale unione nazionale e democratica non certo per frenare una rivoluzione che non avrebbe potuto controllare, quanto piuttosto “per facilitare alla Repubblica l’aiuto dell’esitante governo francese e premere sul governo inglese per vincere la sua netta ostilità (l’elemento che sarà decisivo nel provocare l’isolamento e la caduta stessa della Repubblica)”.

Anarchia o socialismo?

Appunti sul libro di Bakunin “Stato e anarchia”

Stato e Rivoluzione

GLI ANARCHICI E L’OTTOBRE

I Maestri del socialismo

Nome di battaglia: Stalin

La figura di Stalin, fu d’ispirazione per molti nostri partigiani durante la guerra di liberazione. Due di loro in particolare decisero di rendere omaggio all’uomo che si era caricato sulle proprie spalle le sorti del mondo e adottarono Stalin come nome di battaglia

Ermenegildo Della Bianchina

Il Partigiano Ermenegildo Della Bianchina, conosciuto dal popolo massese con il suo nome di battaglia “Stalin” era un piccolo grande uomo, leale, onesto, stimato e rispettato da tutti amici e avversari. Non aveva nemici, ha speso tutta la sua vita per la difesa dei valori della Libertà, della Democrazia e della Pace, della Memoria della Resistenza e della Costituzione. Fondatore e poi Presidente per molti anni della Sezione ANPi di Massa “Patrioti Apuani Linea Gotica”.
Gildo subito dopo l’8 Settembre, dopo aver fatto il militare con gli Alpini divisione Cunense e dopo aver partecipato alla guerra in Albania e Russia, fu tra i primi partigiani che sulle Alpi Apuane costituirono le prime formazioni di ribelli e bande partigiane. Ha combattuto nel gruppo divenuto poi Patrioti Apuani, prima comandato dall’eroico e valoroso partigiano Marcello Garosi Tito, caduto in combattimento e Medaglia d’Oro al Valor Militare e poi sotto il Comando di Pietro Del Giudice, con il quale aveva instaurato una profonda amicizia. Insieme a tanti altri partigiani ha partecipato a numerose azioni di sabotaggio contro i nazi fascisti.

Gildo da partigiano prese il nome di Stalin. Come avvenne lo raccontava più o meno così:
Ero intransigente sulla divisione delle cose da mangiare nella formazione, volevo parti uguali per tutti.
Un nostro capo invece voleva fare un po’ troppo il furbetto, io gli dissi che ero pronto a sparare per una ingiustizia così che non era piccola, forse puntai anche il mitra con minaccia, forse diedi anche una sventagliata in aria. Questi si ammutolì. Il giorno dopo vennero i comandanti della formazione. Sapevo che ero come sotto processo, ero stato insubordinato, e nei partigiani non si scherzava su queste cose. Io spiegai cosa era successo e Vico (un nostro comandante militare) mi diede una pacca sulle spalle e mi disse: “Sei come Stalin”.
Io gli risposi che non conoscevo questo Stalin. Mi spiegarono chi era, ed io allora risposi: “Se Stalin in Russia si comporta come me qua, allora sta facendo il vero socialismo”. Il nome di Stalin mi rimase così addosso.

Dopo la guerra insieme a Pietro Del Giudice, a Gianardi “Vico”, Angelotti “Contegio”, Antonini “Andrea”, Brucellaria “Memo”. Bertolini, Vinci Nicoddemi Briglia “Sergio” e tanti altri aveva costituito e fondato la sezione ANPI. E’ stato per molti anni un popolare amministratore, Consigliere Comunale e poi Assessore del Comune di Massa per il Partito Socialista, ed anche Sindacalista e operaio della Dalmine.

Mario Campana

Mario Campana residente a San Polo di Torrile, classe 1925, fu partigiano delle Sap (Squadre d’azione patriottiche) nel battaglione Bassa parmense. Il gruppo si era formato a San Polo di Torrile dietro l’impulso di Tranquillo Pezzali e faceva capo al comandante Otello Neva che da Parma dava le direttive e partecipava alle riunioni clandestine nella Bassa; riunioni che si tenevano spesso di notte nei campi. Principali obiettivi del battaglione erano il sabotaggio dei rifornimenti e degli automezzi tedeschi e la propaganda a favore della lotta di Liberazione, nonché l’assalto alla caserma della Brigata nera di Casale di Mezzani. Mario aderì nel 1944, all’età di 19 anni.

Un episodio può far capire qual era la situazione il 26 aprile 1945 quando, a guerra ormai finita e con molte città già liberate, nelle zone della Bassa parmense si combatteva ancora con i tedeschi, in ritirata verso nord, che cercavano di oltrepassare il fiume Po.
Quel giorno Mario insieme ad altri suoi compagni partigiani (Silvio Fochi, Ferrarini Renzo, i fratelli Piccinini, Maini e altri) avevano avuto il compito di arrestare dei soldati tedeschi e di portarli al Comando americano a Colorno. Requisito un camion tedesco a cassone scoperto, caricarono i prigionieri e iniziarono il trasferimento. Durante il transito, alcuni aerei americani, visto il mezzo tedesco, iniziarono la picchiata per distruggerlo. Mario, salito sulla capotte, iniziò a sventolare una bandiera rossa per farsi riconoscere; finalmente gli americani capirono e dopo varie picchiate si allontanarono senza mitragliare. Durante il viaggio – che proseguì verso Colorno per consegnare i prigionieri agli americani – un soldato tedesco, forse per paura, offrì il proprio orologio a Mario che lo rifiutò. Al ritorno percorsero la strada che fiancheggia il canale Naviglio e, ormai arrivati a casa a Gainago di Torrile, decisero di portare il camion in mezzo ai campi (in località Beldesinare) per non rischiare nuovi attacchi da chicchessia ma, durante il breve tragitto, in una casa di campagna posta a circa 200 dalla strada vennero sorpresi da spari e raffiche. Nella notte, infatti, in quella casa si erano rifugiati 72 tedeschi per cercare di rifocillarsi (tanto che, dopo la mungitura delle mucche di prima mattina, bevvero tutto il latte prodotto) e, alla vista dei partigiani, si appostarono alle finestre e iniziarono a sparare.

Iniziò un breve ma intenso combattimento nel quale Mario restò ferito da un colpo alla gola, poi da una raffica all’emitorace e al braccio destro, cadendo nel fossato adiacente la strada. Secondo la testimonianza della famiglia Rolli, contadini sfollati in quella casa, i tedeschi vistisi scoperti, e forse con la paura di essere attaccati da un più nutrito gruppo partigiano, uscirono dalla casa e si incamminarono verso il Po. I signori Rolli dalla finestra contarono 72 soldati armati per i campi verso Colorno. Solo dopo la fuga degli invasori, i partigiani recuperarono i due compagni feriti, Renzo Ferrarini e Mario, il più grave, che fu trasportato all’ospedale di Colorno. I medici però non videro per lui possibilità di cura e quindi fu portato all’ospedale di Parma sopra un camion militare. La fortuna volle che si salvò e, dopo un lungo periodo di riabilitazione a Salsomaggiore presso il centro “La casa del bambino”, tornò a casa pur rimanendo invalido di guerra. Venne poi congedato con il grado di sottotenente.

Nel dopoguerra Mario divenne grande amico di Attilio Gombia “Ascanio”, comandante partigiano delle tre Venezie, medaglia d’argento al valor militare e aderì all’Anpi formando la sezione di Torrile che ha seguito fino al 2010 come segretario. Nel 1964 entrò nel consiglio direttivo dell’ANMIG (Ass. nazionale mutilati e invalidi di guerra) sez. di Parma.

Mario Capanna, Partigiano Stalin

Anpi Massa

stachanovblog.org

Documenti della CIA confermano: Stalin non era un dittatore

Nella vulgata comune siamo abituati a sentir parlare di Stalin come di uno spietato dittatore che avrebbe piegato al suo volere l’intera Unione Sovietica. In ambito storico, ma anche letterario e cinematografico, questa narrazione viene proposta come la più attinente alla realtà dei fatti. A contestare questa visione arriva però nel 2008 un documento declassificato della CIA degli anni ’50 molto interessante: si tratta di un’analisi che smentisce nettamente l’idea che si possa parlare dell’URSS come di una dittatura personale esercitata autocraticamente da Stalin.

La data precisa del documento è 2 marzo 1955: siamo cioè nel delicato “interregno” che segue la morte di Stalin (5 marzo 1953) e precede il fatidico XX Congresso del PCUS (14-26 febbraio 1956) che sancirà la leadership di Chruscev e la conseguente “destalinizzazione”, da lui lanciata in solitaria, senza essersi consultato con il resto del partito. Siamo insomma nel periodo in cui secondo diversi storici si svilupperebbe quella “leadership collettiva” che a loro detta segnerebbe uno stacco netto rispetto al periodo precedente, caratterizzato dalla leadership solitaria di Stalin, affermatasi secondo i più nel corso degli anni ’30.

I punti più significativi del testo sono il 1° e il 4°. Il primo è abbastanza esplicito nell’affermare quanto già riassunto sopra:

«Anche ai tempi di Stalin c’era una leadership collettiva. L’idea occidentale di un dittatore all’interno della struttura comunista è esagerata. I malintesi su questo argomento sono causati dalla mancanza di comprensione della reale natura e organizzazione della struttura di potere comunista. Stalin, sebbene detenga ampi poteri, era semplicemente il capitano di una squadra e sembra ovvio che Chruscev sarà il nuovo capitano. Tuttavia, non sembra che nessuno degli attuali leader raggiungerà la statura di Lenin e Stalin, quindi sarà più sicuro presumere che gli sviluppi a Mosca saranno sulla falsariga di quella che viene chiamata leadership collettiva, a meno che le politiche occidentali non forzino i sovietici a snellire la loro organizzazione di potere. La situazione attuale è la più favorevole dal punto di vista dello sconvolgimento della dittatura comunista dalla morte di Stalin».

È interessante nel testo il giudizio di valore riguardante Stalin, accostato a Lenin, in netto contrasto con la nuova dirigenza, non giudicata all’altezza dei predecessori. Si creano così le condizioni adeguate per incrinare dall’interno le fondamenta politiche del potere sovietico. A tal riguardo è ancora più significativo il punto 4:

«Dalla morte di Stalin e dal colpo inferto al potere della polizia segreta, la situazione interna sovietica è stata in movimento. Il nuovo assetto sovietico ha bisogno di tempo per il consolidamento. La lotta tra gli elementi di mentalità nazionale “titoista” nella leadership sovietica e coloro che pensano in termini di linea internazionale più ortodossa è ancora in corso».

Gli elementi “nazional-titoisti”, che risulteranno infine vincenti, sono quelli riconducibili allo stesso Chruscev e ai suoi simpatizzanti. Gli “ortodossi” sono invece la vecchia guardia leninista, che cercheranno non a caso di rovesciare Chruscev nel 1957, scontrandosi con l’opposizione di Zukov (esercito) e di una parte significativa dello stesso gruppo dirigente sovietico. La definizione di “titoista” dipende dal fatto che Chruscev approderà di lì a poco non solo a denunciare il fenomeno dello “stalinismo” con un documento pieno zeppo di falsità e distorsioni (come accertato da studiosi del calibro di Domenico Losurdo e Grover Furr), ma anche a stravolgere la politica estera ed interna sovietica: verrà sciolto il COMINFORM, riallacciato il rapporto con la Jugoslavia, sostituiti la quasi totalità dei dirigenti politici delle repubbliche popolari dell’Est Europa, portando al potere personaggi come Gomulka in Polonia e Kádár (dopo la parentesi non casuale di Imre Nagy) in Ungheria; inizieranno poi le tensioni che giungeranno alla vera e propria spaccatura, non più ricomposta, con la Cina maoista, per approdare ad una politica di “coesistenza pacifica” giudicata da uno studioso militante come Gossweiler un aperto tradimento dell’internazionalismo proletario. Sul fronte interno sarà sempre sotto Chruscev che si avvierà un ripensamento della pianificazione centralizzata, attraverso l’apertura ad una logica di decentramento decisionale e una serie di errati investimenti in ambito industriale e agricolo, diventando le basi della “stagnazione” degli anni ’70.

Per la CIA Stalin non era un dittatore

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Nicola, l’infame

Nicolò Bombacci, detto anche Nicola o Nicolino, il 21 gennaio 1921, con gli esponenti della frazione comunista, abbandona a Livorno il teatro Goldoni , mentre è in corso il XVII° Congresso Nazionale del PSI, per andare al teatro San Marco, dove gli scissionisti fondano il partito che assunse il nome ufficiale di Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista.
Gli anni dal 1921 al 1927 rappresentano una tappa fondamentale per Bombacci. Eletto, al momento della fondazione, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia, e chiamato a dirigere, dal febbraio al luglio dello stesso anno, l’Avanti comunista, che si pubblicava a Roma, Bombacci sarà in seguito al centro di un vero e proprio “caso” politico-disciplinare protrattosi per quasi quattro anni, e culminato con la sua definitiva espulsione dal Partito.

Bombacci si trovò al centro di una complessa manovra sotterranea di avvicinamento fra Roma e Mosca.
Questo deplorevole avvicinamento faceva il paio con la deplorevole cordialità fra Bombacci e Mussolini denunciata da Gramsci.
A differenza degli altri dirigenti comunisti, chiusi in carcere o sottoposti a severa sorveglianza, Bombacci poteva fare liberamente la spola fra Roma e Mosca ottenendo gli indispensabili visti con sospetta facilità.
Nel frattempo si era formato a Roma un gruppo di dissidenti provenienti dal PSI, dalla CGIL e anche dal Partito Comunista d’Italia, detto della Gironda dal titolo della loro rivista, che si proponevano di gettare un ponte fra il fascismo e il socialismo.

Intervenendo alla Camera, il 30 Novembre 1923, per perorare la ripresa delle relazioni diplomatiche fra l’Italia fascista e la Russia bolscevica, Bombacci, fu portato a compiere due atti di indisciplina gravissimi. Non solo si rifiutò di leggere la dichiarazione preparata dalla direzione del partito, ma non informò nemmeno i dirigenti degli argomenti che intendeva analizzare. Ma la cosa più grave affiorò non tanto nel metodo ma nel contenuto del suo discorso, infiorettato ad un certo punto da una frase rivolta a Mussolini

La Russia è su un piano rivoluzionario: se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza fra i due Paesi

Il I° dicembre l’Avanti!, parlando di “comunismo fascisteggiante”, deplorò l’atteggiamento del deputato comunista. Il 5 dicembre fu la volta del partito comunista che dichiarò Bombacci non più autorizzato a rappresentare il Partito alla Camera, invitando perentoriamente Bombacci stesso a rassegnare le dimissioni da deputato. Che egli avesse riconosciuto che in Italia c’era stata una “rivoluzione fascista” non poteva essergli perdonato e questo pregiudicò la sua carriera politica.

Tornato a Roma, dopo il funerale di Lenin nel gennaio del 1924, venne escluso dalle liste elettorali del partito comunista italiano, per poi essere definitivamente espulso nel 1927, fu aiutato a vivere dall’amico Zinov’ev con un’occupazione definitiva e ufficiale presso la Missione commerciale sovietica.
I suoi rapporti politico-professionali con i sovietici durano fino al 1930, fino al momento in cui Stalin rimuoverà Zinov’ev dal suo incarico. Zinov’ev fece parte del centro trockista-zinovievista, che ordinò l’uccisione di Kiro, pianificò l’uccisione di Stalin e di vari dirigenti comunisti oltre a commettere altri crimini contro la rivoluzione come spionaggio, tentativi di avvelenamento, e sabotaggio. Zinov’ev nel 1936 verrà fucilato per cospirazione.

Di fronte alla Grande depressione, al crollo del sistema capitalistico, Bombacci formula la sua adesione particolare al regime sulla scorta dell’inizio del terzo tempo mussoliniano: andare verso il popolo, sorpassare bolscevismo e capitalismo grazie al sistema corporativo e all’unione delle masse lavoratrici nello stato organico littorio.

Esiste tutta una corrente interna al regime – guidata da Bottai e dalla sua rivista Critica fascista – che, specie dopo il 1929, vede nel corporativismo la risposta italiana alla lotta di classe e al dominio del capitale, quella mitologica terza via conciliante e gli interessi dei lavoratori e quelli della Patria. Su questo filone si innesta Nicolino, personalmente appoggiato da Mussolini, sempre alla ricerca di sfogatoi semiufficiali in cui lanciare i suoi vecchi e mai sopiti sospetti anticapitalistici.
Nel 1936 esce La Verità, con una tiratura di 25mila copie finanziata dal Ministero della cultura popolare. 

È in atto una grandiosa rivoluzione sociale. È l’ora della collettività. Oggi come ieri ci muove lo stesso ideale: il trionfo del lavoro. Per tale trionfo lottiamo da trentacinque anni. Oggi la storia ci pone dinanzi agli occhi l’esperimento di Mussolini. Non è più soltanto una dottrina, è un ordine nuovo che si lancia audacemente sulla via maestra della giustizia sociale.

L’uscita della rivista scatena un pandemonio nelle fila del fascismo intransigente, che ancora ricordano la barba sovversiva di Bombacci durante il biennio rosso. La copertura del duce però garantisce all’impresa editoriale la sopravvivenza.

Dopo la caduta del regime fascista il 25 luglio 1943 e, in settembre, la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso e la creazione della Repubblica Sociale Italiana (RSI), Bombacci decise volontariamente di recarsi a Salò, dove divenne una sorta di consigliere di Mussolini.

Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre. Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno.

15 marzo 1945 a Genova, discorso rivolto alle camicie nere

 E’ i l 25 aprile 1945. Mussolini è in fuga, vuole raggiungere la Svizzera per mettersi in salvo. Bombacci decide di seguirlo verso il suo destino. Qualcuno gli domanda: “Perché?” e lui risponde: “Lo seguirò fino in fondo”.
E’ il 28 aprile. I partigiani catturano, tra gli altri, Mussolini e Bombacci. Tutti i condannati vengono avviati in colonna verso il luogo dell’esecuzione per essere fucilati. Prima che morisse l’ho udito gridare: “Viva Mussolini! Viva il socialismo!”.
La mattina del 29 aprile lo appesero per i piedi al distributore di benzina di Piazzale Loreto, a Milano, insieme a Benito Mussolini, Claretta Petacci e alcuni gerarchi fascisti; nel documento attestante la fucilazione sotto il suo nome vi era la scritta a mano Supertraditore

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