I Puffi e il socialismo reale

Il cartone animato “Il villaggio dei Puffi” fu creato nel 1958 dal belga Pierre Cuillford(detto Peyo) ,un marxista-leninista di origine belga, militante del Parti Communiste de Belgique, che narrò le vicende di strane creature blu governate dal vecchio Grande Puffo. I modelli di comportamento trasmessi dalla serie tv erano ricchi di messaggi che richiamavano al marxismo-leninismo e all’idea di un mondo fondato sulle regole del socialismo reale. La società dei Puffi è composta da membri di giovane età e di genere sessuale indefinibile dai tratti somatici poiché sono uniformi per tutti gli abitanti, ma riconoscibile dai comportamenti sociali.

La mancata differenziazione sessuale si rifà all’idea comunista di un mondo egualitario senza barriere tra sessi e tra gli individui. L’unica femmina facilmente riconoscibile è Puffetta che si distingue dagli altri per la lunga chioma bionda e per l’abito. La diversità dei Puffi è data solamente dalle dissimili abilità che essi hanno nel processo produttivo; la parola “puffo”, precede ogni qualifica che diversifica gli abitanti, assumendo così una funzione unificatrice ed identificatrice dei membri del villaggio. E’ impossibile non paragonare ciò alla parola compagno utilizzata dal Partito Comunista.
L’economia del villaggio è pianificata e centralizzata sul modello socialista reale in cui è impossibile rintracciare attività private. Gli abitanti lavorano in una comunità che ridistribuisce la produzione secondo il concetto marxista “Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni.”

Grande Puffo

Grande Puffo, vestito da una bandiera rossa , è la guida del villaggio, ha il potere decisionale in ogni ambito della vita sociale della comunità. Non è eletto ma si trova nella sua posizione perché è il membro più anziano della comunità. Tra i suoi compiti importati fa rispettare le leggi del villaggio e determina la vita sociale ed economica dello stesso, regolando di conseguenza tutte le attività che i Puffi svolgono. Le sue fattezze così particolari non possono che far sì che venga paragonato a Karl Marx, autore de “Il Capitale” e capostipite dell’idea socialista in cui il popolo sovietico e socialista (i Puffi) si riconosce. A Grande Puffo i Puffi riconoscono l’infallibilità delle sue decisione e riesce sempre egregiamente a guidare la comunità di cui è capo fuori dai guai.

Puffo Quattrocchi

 L’unico che non ha un ruolo produttivo all’interno della comunità è il verboso e saccente parolaio Puffo Quattrocchi, trasfigurazione di Lev Trozky. Puffo Quattrozky si atteggia a intellettuale e sta sempre col ditino puntato, critica tutto e tutti ed è facilmente riconoscibile dagli occhialetti che indossa, conclude ogni sua frase con l’espressione “che è meglio!”.
Si considera l’erede di Grande Puffo Marx ma quando prova a sostituirlo i risultati sono disastrosi, mettendo a repentaglio la sicurezza del Villaggio. Si reputa il più intelligente e legge esclusivamente libri scritti da egli stesso.
L’unico amico e seguace che ha all’interno del villaggio è il Puffo Tontolone, che simboleggia il credulone che si fa irretire dalla retorica parolaia.
Il resto della comunità lo detesta. Le sue lunghe e irritanti prediche vengono mal digerite dagli altri Puffi, che quasi in ogni puntata lo scaraventano a calci fuori dal villaggio, espediente che simboleggia la cacciata di Trotzky dall’Unione Sovietica o lo colpiscono con un martello di legno che rappresenta la piccozza con cui lo colpì Ramon Mercader.

Puffetta

All’inizio della Serie nel villaggio erano presenti soltanto puffi maschi.
Puffetta arriva successivamente, come risultato di una stregoneria ordita per destabilizzare il Villaggio dal malvagio Gargamella, che voleva catturare i puffi per trasformarli in oro. La rappresentazione stessa del capitalismo, che considera gli individui una merce.
Per crearla Gargamella ha mescolato “un pizzico di civetteria, uno spesso strato di pregiudizi, tre lacrime di coccodrillo, un po’ di sventatezza”.
Infatti inizialmente Puffetta è futile e vanesia, viziata e seducente.
Con la sua femminilità borghese diventa subito un problema per i puffi, poiché introduceva una forte anomalia individualistica all’interno della comunità socialista del villaggio. Occorrerà un intervento di Grande Puffo Marx che, grazie ad una formula magica (il comunismo), riuscirà a trasformarla in un membro integrato nella comunità, con gli stessi diritti e doveri degli altri.
Puffetta dunque, come un elemento di rottura della famiglia patriarcale che vedeva la donna emarginata e posta in secondo piano nei rapporti di valore, interpersonali, sessuali e sociali. La sua emancipazione offre una maggiore idea di uguaglianza sociale ai membri del villaggio che non risentono assolutamente della presenza di una sola femmina all’interno del gruppo.
Analogamente l’omosessualità del Puffo Vanesio – non dichiarata ma del tutto evidente – non comporta alcuna discriminazione: i suoi eccessi stupiscono gli altri ma non creano discriminazioni.

L’economia del villaggio

Forse l’aspetto economico è uno dei più interessanti elementi a supporto dell’ipotesi sostenuta in queste pagine. L’economia del villaggio è pianificata e centralizzata sul modello socialista reale: Grande Puffo è l’artefice dei piani economici (di impostazione staliniana) e non è possibile rintracciare attività private volte a fini di lucro nel villaggio. La produzione viene ridistribuita secondo criteri stabiliti da Grande Puffo; per cui chi produrrà in maniera disomogenea si vedrà retribuito uniformemente, anche rispetto a chi ha prodotto più (o meno) di lui.
Il mercato all’interno del villaggio è inesistente, anche la moneta non esiste: tutto avviene per principi redistributivi stabiliti e pianificati. Lo scambio o il baratto non vengono praticati perché i bisogni dei Puffi sono tutti identici dato che i Puffi sono “perfettamente uguali tra loro” anche nelle necessità. Infatti nella società dei Puffi non ci sono classi sociali, non esiste una borghesia in quanto i mezzi di produzione appartengono al popolo; i Puffi sono un proletariato che si è emancipato dalla schiavitù borghese e vive applicando le idee del socialismo reale. E’ Grande Puffo che stabilisce cosa serve, in che quantità e quando deve essere prodotto o raccolto, la conformazione del villaggio sotto il punto di vista economico perciò è quella di un Kolchoz sovietico (azienda collettiva).

I Puffi rappresentano la società perfetta secondo Marx. La società è fondata su una fusione tra individuo e comunità, un’associazione di persone in cui non esiste il desiderio di soddisfare i bisogni personali, ma di raggiungere benefici comunitari.

Gli altri Puffi

Puffo Forzuto (quello coi tatuaggi sul braccio) rappresenta l’ideale soldato/operaio marxista: è capace di dare la vita per il suo paese, va sempre minacciando quelli che disubbidiscono al Grande Puffo, e mantiene in riga i reazionari. Quando Forzuto compie un lavoro che gli comanda Grande Puffo, lo fa lealmente, senza discutere sulle conseguenze.

Puffo Genio (quello con le bretelle ai pantaloni e la matita dietro l’orecchio) rappresenta il tipico lavoratore del proletariato marxista: È costruttore, inventore ed ingegnere, e riceve la stessa quantità di credito di qualunque altro puffo, senza che per questo egli si lamenti.

I Piccoli Puffi (Sognatore, Biricchino, Vanitoso e più tardi, Golosone) rappresentano la gioventù sovietica, i pionieri del fururo

Fonti

IL PUFFO QUATTROZKY

Quello che non sapete sui Puffi

Tesina di maturità sul ‘comunismo e i puffi’

Gabriele D’Annunzio non era fascista

Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse
Gabriele D’Annunzio

Negli anni 1919–1920 riuscì, grazie alla sensibilità di vero poeta, a interpretare più di altri il travaglio morale e sociale – e anche politico – di vasti strati di ex combattenti della Grande guerra, della gioventù della piccola e media borghesia e, anche se marginalmente, di altri gruppi sociali, in una contestazione del vecchio mondo politico, nella richiesta di nuovi valori – seppure ancora confusi – di cui si avvertiva la improcrastinabile necessità.
Tutto ciò doveva avere, come sbocco naturale, una nuova e più elevata vita sociale della nazione.
Bisognava superare la crisi materiale e morale in atto, che ipotecava la capacità di decollo socio-economico, creando le condizioni per la contestazione.
Ancora oggi per molti studiosi D’Annunzio politico rappresenta un’eredità difficile, un problema da districare. Molti avvertono che ha espresso qualcosa di ambiguo, di torbido, con le sue componenti di irrazionalismo e di violenza, che negli anni ha influenzato in senso negativo la nostra vita politica ed è stato in qualche modo alla base della degradazione che questa ha sofferto.
La maggior parte degli storici ha affrontato fino a qualche anno fa le vicende dannunziane in modo aprioristico, con atteggiamento ideologico e politico preconcetto che non ne ha certo agevolato la comprensione. Detto questo, bisogna aggiungere che Gabriele D’Annunzio fin da giovane si sentì attratto dall’attivismo politico, tanto da accettare la candidatura a deputato, con esito positivo, in uno dei collegi della sua terra d’origine, Ortona a Mare, nel 1897.
Il suo programma politico derivava da quello letterario dovuto all’incontro con Nietzsche e con le teorie sul superuomo, sul ripristino della grandezza della patria e di Roma imperiale e l’anelito alla supremazia di una classe eletta che possedesse le virtù aristocratiche che il dominio della borghesia aveva appannato.
Eppure qualche anno dopo, con un gesto che venne considerato un voltafaccia di matrice irrazionalistica, estetizzante, molto presente nell’animo del poeta, egli passò all’estrema sinistra, verso cui venne attratto da una vitalità e una forza dimostrate durante l’ostruzionismo parlamentare contro le leggi liberticide e reazionarie del governo Pelloux.
Allora D’Annunzio aveva voluto esprimere una dimostrazione palese del suo cambiamento politico, sottoscrivendo una deliberazione che testualmente recitava:

Porto le mie congratulazioni all’estrema Sinistra per il fervore e la tenacia con cui difende le sue idee. Dopo lo spettacolo di oggi, io so che da una parte vi sono molti morti che urlano, e dall’altra pochi uomini vivi ed eloquenti. Come uomo di intelletto vado verso la vita

A tale proposito, contrariamente al giudizio postumo che riduce il suo “vado verso la vita” a un atteggiamento circoscritto al bel gesto, che presto si esaurì, D’Annunzio, seppure in modo contraddittorio – si veda il successivo sinistrismo durante l’impresa fiumana e la sua iniziale contestazione del fascismo – visse con convinzione il cambiamento.
Per individuare meglio la connotazione politica del periodo in esame, è opportuno riprendere quanto scrive Giordano Bruno Guerri (Alosco, 2014) affermando opportunamente che D’Annunzio non era socialista, ma che era anche socialista. Questo aspetto poco studiato va rivalutato perche´, seppure presente politicamente solamente come un segmento palese della vita inimitabile del poeta, ne costituisce un “filo rosso” sempre presente nel suo animo di grande e finissimo intellettuale, nel quale riaffioravano, sempre presenti in modo decisivo, le origini popolari della terra natia, l’Abruzzo, abitato allora prevalentemente da contadini e pastori.
Dopo il suo “vado verso la vita” del 1900, i socialisti colsero le potenzialità non solamente letterarie del poeta, per un periodo non breve, che si protrasse fino al 1906. Lo stesso organo del partito, l’Avanti!, sotto la guida di Leonida Bissolati ed Enrico Ferri, sensibili alle tematiche letterarie del tempo, divenne dannunziano nel linguaggio e del dannunzianesimo apprezzò l’arte innalzandolo a vessillo di valore incommensurabile quanto insperato, con giudizi positivi se non entusiastici dell’opera dell’ancor giovane poeta. Si instaurò una fascinazione emotiva reciproca.
Come deputato aderente al gruppo della sinistra storica, D’Annunzio dette il suo voto favorevole al documento relativo alla scuola in senso laico e alla mozione di sfiducia verso il presidente della Camera Colombo, che si dimise poco dopo. Sciolto il Parlamento per le posizioni inconciliabili degli opposti schieramenti, l’estrema sinistra ritenne naturale presentare candidato il poeta nel collegio di San Giovanni a Firenze, dove egli risiedeva nella Villa Capponcina dal 1898. Egli si presentò come candidato della Sinistra, dunque, collegandosi coi radicali, con esito però negativo, ma appoggiò nel turno di ballottaggio il candidato radicale-socialista di Ortona, l’avvocato Carlo Altobelli, che risultò eletto. E’ opportuno precisare, a questo punto, che la candidatura non influenzò il suo pensiero e la sua arte, perché D’Annunzio non fece una scelta di campo di natura ideologica.

Egli, sia all’interno che fuori dal Parlamento, sia prima che dopo le elezioni, prospettava disegni eversivi, di azione diretta, al di fuori delle istituzioni, con un attivismo politico che lo indusse a percorrere molte piazze e strade d’Italia. All’approssimarsi delle elezioni politiche, a D’Annunzio venne offerta, oltre alla candidatura la tessera del PSI da parte di Leonida Bissolati e dei socialisti fiorentini raccolti nel giornale La Difesa, e anche un’altra candidatura per assicurargli l’elezione in Basilicata, essendo il poeta diventato acerrimo nemico dei conservatori: veniva pertanto combattuto aspramente con ogni mezzo dai suoi avversari politici nel suo collegio di Ortona. Del resto, Bissolati rifletteva antiche valutazioni di Filippo Turati, il quale considerava Gabriele D’Annunzio un vero rivoluzionario sia nell’arte che nel sociale.
Già agli esordi, Turati, nel 1881, sul giornale La Farfalla, riteneva il poeta abruzzese, “ignoto ieri, già quasi celebre oggi nella repubblica letteraria e che domani, se lo lasciano fare, è capace di mettere sulla coscienza il suo bravo colpo di stato artistico, sconvolgendo gli ordini e le gerarchie costituite” (Turati, 1977: 505). E più ancora l’anno successivo nella stessa sede giornalistica, il futuro fondatore del Partito dei Lavoratori giunse a qualificare Gabriele D’Annunzio “coscientemente ed incoscientemente socialista e ribelle”

L’Avanti! di Bissolati registrò con particolare attenzione tutta l’attività politica di D’Annunzio anche in veste di candidato; attenzione certamente speciale che non era rivolta agli altri candidati, anche esponenti di primo piano del partito, a cui erano dedicate poche righe di cronaca dei comizi. Bisogna precisare, anzitutto, che il poeta venne presentato sotto l’egida dell’Unione dei partiti popolari, quale indipendente, senza quindi che egli avesse aderito a qualsivoglia partito. Ciò corrispondeva allo stile di tutta la sua ancora giovane vita. Il foglio socialista fiorentino La Difesa, però, tenne a chiarire la vicinanza di D’Annunzio al partito.
Come è facilmente immaginabile, il candidato popolare D’Annunzio fu molto vivace e attivo durante la campagna elettorale. All’infuocarsi della competizione, la sua attività divenne frenetica. Scrisse un articolo per La Difesa, che andò a ruba, contro il suo antagonista, l’uscente Digny, e una lettera, pubblicata sullo stesso giornale, di critica al sindaco fiorentino Torrigiani.

Sfidò a duello il direttore del giornale locale La Nazione per la pubblicazione di un articolo ingiurioso nei suoi confronti e tenne infuocati comizi alla presenza di folle strabocchevoli e acclamanti.
Tra questi, va ricordato il discorso tenuto nel salone di Porta Nuova, che affascinò il cronista dell’Avanti!, trascinato nel suo resoconto dall’oratoria dannunziana cadenzata “da intermezzi infinitamente indovinati, gustosissimi” (Avanti!, 3 giugno 1900: 2), che trascinarono il pubblico in delirio.

In questa occasione Gabriele D’Annunzio, dopo aver fatto riferimento all’epopea garibaldina, attaccato gli avversari appartenenti alle classi dominanti e spiegato il significato profondo del passaggio all’estrema sinistra, sembrò delineare o, quanto meno, affiancare al suo concetto di superuomo un’intera categoria sociale, quella dell’agricoltore nazionale.
Fu un vero inno al contadino forte e sano. A esso accomunò tutto il popolo di Firenze quando, nella seconda fase del ballottaggio, si espresse in appoggio ai candidati della Sinistra, il medico Gaetano Pieraccini e il fornaio repubblicano figlio di un garibaldino, Guglielmo Dolfi. D’Annunzio, rivolto agli interlocutori, cosìsi espresse:

Voi popolani di San Giovanni, amici miei sicuri […] voi popolani di Santa Maria Novella, primo nerbo della guerra […] voi popolani di Santa Croce, suprema speranza nostra, schiera eletta […] come un vessillo vermiglio dispiegato al sole fiorentino

L’impegno politico di Gabriele D’Annunzio a Firenze non si esaurì nel lasso temporale di una sua eccezionale candidatura, i cui risultati furono, del resto, del tutto apprezzabili, dal momento che i voti che raccolse furono più che raddoppiati rispetto ai trecento del candidato precedente della sinistra; proseguì nella battaglia per il ballottaggio con un netto schieramento di campo, allorquando fece balenare il vessillo della bandiera rossa.
A queste manifestazioni di adesione piena e convinta alla Sinistra e, in particolare, al Partito Socialista, l’Avanti! rispondeva con altrettanto calore e convinzione. Si può, anzi, affermare che l’attenzione verso il poeta si rasformò ben presto, per un certo periodo, in adesione incondizionata allo stile dannunziano e alle sue tematiche; ne riproduceva anche – in un giornale letto principalmente da lavoratori – lo stile aulico. Oltre alle notizie che lo riguardavano, il giornale socialista assunse la consuetudine di pubblicare in prima pagina non solamente interi articoli di varia natura a firma di D’Annunzio stesso, spesso ripresi da altre testate, ma anche di dedicare alle sue opere letterarie ampie recensioni, sempre in prima pagina.
L’estrema sinistra, per alcuni anni a venire, avvertì l’influenza letteraria di D’Annunzio: ne fanno fede i lusinghieri giudizi sulle sue opere (non scritte certamente per le masse) e soprattutto il linguaggio dannunziano dell’organo dei socialisti italiani, l’Avanti!, il cui direttore di quel periodo, Leonida Bissolati, di formazione mazziniana e futuro interventista nella Grande guerra, più di altri, ne subì le suggestioni.
Nell’occasione della pubblicazione del libro Il fuoco, l’Avanti! dedicò al suo autore e all’opera molto più che una semplice recensione: pubblicò un lungo articolo di prima pagina, atto del tutto inusitato in un giornale di partito, specialmente in quello del Partito Socialista.
Il recensore, dotato di giudizio letterario ma pur sempre di matrice ideologica socialista – contrariamente al giudizio postumo riferito da Salinari – credeva di scoprire un approccio nuovo nel romanzo, un tono diverso verso la plebe, la “moltitudine”, e notava ne Il fuoco “i segni di quella sua bella evoluzione politica compiutasi in questi giorni tra lo sbigottimento dei “morti” e la lieta meraviglia dei vivi” .
Altrettanto avvenne sulle pagine dell’Avanti! quando si pubblicò il giudizio sulla Canzone di Garibaldi, un’ode dedicata da D’Annunzio all’eroe nazional-popolare che aveva definito il socialismo “il sole dell’avvenire”. L’articolo, molto ampio, portava la firma prestigiosa di Gustavo Balsamo Crivelli, filologo e fra i maggiori critici letterari di ispirazione socialista di quel periodo.
Si rilevava il ritorno ai massimi livelli della poesia epica, ritenuta ormai morta, nell’esaltazione dannunziana delle gesta garibaldine, impresse nella commemorazione dell’eroe ritiratosi in povertà a Caprera. Il critico vedeva nell’opera di D’Annunzio gli echi della poesia di Omero e il suo Garibaldi, chiamato “il donator di regni”, ricorda di continuo i caduti delle guerre risorgimentali; il critico ne è colpito ed elogia l’arte del poeta “in un quadro meraviglioso […] L’impero della poesia è a questo punto gagliardo e sublime. Di più non si poteva fare”.

Nel finale dell’articolo, Balsamo Crivelli celebrava nel contempo il poeta e l’eroe popolare con un’immagine che meritava di sopravvivere al suo autore: “è l’epopea della camicia rossa, non vuole essere altra storia che questa, intessuta nel ricordo non oblioso del popolo, in cui la fiamma dell’ideale mai non si estingue. Gabriele D’Annunzio illuminò di questa fiamma in un riflesso d’incendio la sua poesia”.
La Canzone di Garibaldi costituì in quel periodo e fino a qualche anno successivo il cavallo di battaglia che Gabriele D’Annunzio portò in giro per l’Italia appoggiandosi alle organizzazioni del Partito Socialista che, a sua volta, se ne avvalse per fini propagandistici.

Durante la Prima guerra mondiale, alla quale partecipò in età già avanzata, mostrò il suo valore, ma soprattutto ebbe l’opportunità di attuare le concezioni che aveva di sè come uomo di eccezione che domina gli avvenimenti, determinandoli e non subendoli, sfidando anche la morte.
La “beffa di Buccari” e il volo su Vienna ne sono gli esempi più eclatanti. Dalla guerra uscì con una ferita a un occhio e il grado di tenente colonnello.
Nel dopoguerra, a D’Annunzio si presentò l’opportunità di interpretare i fermenti di quei ceti medi emergenti che avevano combattuto sul Carso e sul Piave, rimasti insoddisfatti da una vittoria ritenuta “mutilata”, con l’intenzione di attuare i propositi circa il completamento dell’unità d’Italia, aspirazioni vituperate al tavolo delle trattative della Pace di Parigi.
Come era nel suo stile guerresco e intransigente, con gesto eclatante tra creatività artistica e ideologia politica, nel settembre 1919, capeggiò squadre di militari che denominò “legionari”, occupando la città istriana di Fiume e proclamandovi la reggenza del Carnaro. Anche in questa dimostrazione di vitalità e forza, che molti giudicano antefatto della marcia fascista su Roma, D’Annunzio non fu esente da contraddizioni, tanto da venire considerato come rivoluzionario addirittura dal capo dei bolscevichi, Lenin.
A Fiume si attuò la seconda “svolta a sinistra” di D’Annunzio, ma questa volta la posizione ufficiale dei socialisti italiani, guidati da Serrati, fu costantemente ostile, mentre una parte dei sindacalisti rivoluzionari e dei socialisti “eretici” si schierarono al suo fianco.
La politica socialista ufficiale nei riguardi delle vicende fiumane non si modificò neanche con lo spostamento verso la Sinistra delle concezioni di D’Annunzio, che il 10 gennaio 1920 nominò suo capo di gabinetto Alceste
De Ambris, socialista e sindacalista rivoluzionario, che rappresentò da quel momento l’anima e il motore di una visione politica decisamente più tendente a sinistra. De Ambris riuscì a influenzare in tal senso, in qualche misura, lo stesso comandante, anche perché quest’ultimo era ormai in una via senza uscita per il fallimento di fatto delle strade praticate fino ad allora nei rapporti con le autorità militari e civili. La stessa nomina di De Ambris, al posto del nazionalista Giurati, indicava che D’Annunzio intendeva verificare altre possibilità.
Dalla collaborazione tra D’Annunzio e De Ambris scaturì l’elaborazione della carta del Carnaro, la
costituzione fiumana, che tanta risonanza ricevette allora; non fu senza significato che la carta del Carnaro, la costituzione della reggenza, contenesse molti elementi avanzati di stato socialista.
Molto si è discusso circa l’attribuzione dello statuto a De Ambris e a D’Annunzio, in quanto a elaborazione e stesura. In tale contesto, sembra superfluo affermare la supremazia del poeta nel rendere nella forma letteraria un testo legislativo, mentre nella parte della definizione dei postulati fondamentali divenne preponderante
l’opera del sindacalista.
La carta del Carnaro, al di là dei rispettivi contributi, costituì il risultato di un rapporto osmotico sulle linee fondamentali tra i due redattori, frutto di lunghe conversazioni che ne precedettero la stesura, come testimoniato dal carteggio intercorso tra De Ambris e D’Annunzio nel marzo 1920.
Non trascurabile è l’aspetto letterario della carta del Carnaro, scritto armonioso all’altezza dell’arte dannunziana, controparte dell’aspetto storico-politico che la rende interessante, nella sua matrice
d’ispirazione socialista.
L’impianto generale della carta prevedeva un regime repubblicano ispirato all’associazionismo mazziniano. Basilare era la concezione della proprietà in funzione sociale e dei rapporti di lavoro come meccanismo dove gli operai svolgessero il ruolo di produttori attivi; l’istruzione era pubblica, vigeva la libertà di religione e si affermava la revocabilità delle cariche pubbliche, la parità di diritti tra uomini e donne, i principi di decentramento amministrativo. Era anche prevista la revisione periodica della costituzione, aspetto che rendeva la carta innovativa, perchè riconosceva che ogni costituzione, anche la più lungimirante, è legata al suo tempo e va rivista periodicamente per meglio adeguarla alla contingenza storica.
Neppure gli articoli del testo riguardanti la proprietà in funzione sociale risultarono graditi ai socialisti, che tentarono di demolire la carta senza appello, con una visione settaria del tempo, già all’atto della sua apparizione l’8 settembre 1920; ritenevano allora che la proprietà dovesse essere abolita del tutto, come nel governo sovietico. Allo stesso modo, l’associazionismo dei produttori svincolato da ogni legame con i partiti e non influenzato da alcuna ideologia era in contrasto con l’assioma inscindibile tra socialismo e lavoro.
Anche la considerazione riservata agli aspetti non materiali, di carattere culturale, riguardanti la musica e le arti, così inusuale allora in una costituzione, veniva trascurata dai critici implacabili.
Il giudizio complessivo – o meglio, il pregiudizio – da parte del Partito Socialista sulla carta del Carnaro puntava essenzialmente sul carattere utopico della costituzione della città libera di Fiume.
Gaspare Ambrosini, docente ordinario di Diritto costituzionale (e, in seguito, dal 1962 al 1967, presidente della Corte Costituzionale) già nel 1925, a pochi anni dagli avvenimenti di Fiume, scriveva:
La Carta di Libertà del Carnaro […] può considerarsi come fondamentale per tutti gli studi sui sistemi sindacali. Oltre l’afflato poetico, la Costituzione dannunziana presenta una concretezza di ordinamenti veramente ammirevoli. Potrà discutersi sull’accettabilità di tali ordinamenti, specie per un grande Stato. Certamente si tratta però di ordinamenti concretamente designati: il che è quello che più interessa perché quello che finora mancava. Finora filosofi ed anche giuristi, che pur pensavano di trasformare il mondo attraverso la realizzazione dell’ideale sindacale, si erano sempre limitati all’enunciazione di principi astratti e alla propaganda di utopie e di miti, e non avevano saputo o voluto tracciare l’esempio di un concreto e completo ordinamento sindacale. Mancava quindi nella dottrina e nella legislazione un esempio di solido e completo ordinamento sindacale.
Quell’ordinamento che filosofi, economisti e giuristi non avevano creato, doveva essere
creato dalla mente fervida di Gabriele D’Annunzio, la cui Carta di Libertà del Carnaro,
quantunque non entrata in attuazione, resta nella coscienza come il modello più insigne di
completo ordinamento sindacale.

L’avversione del socialismo ufficiale produsse il rifiuto del dialogo con D’Annunzio e i suoi delegati fiumani, negando anche ogni possibilità di incontro – poi formalmente avvenuto per il tramite di Giuseppe Giulietti – per studiare l’ipotesi ventilata dal poeta di estendere all’interno dell’Italia l’azione rivoluzionaria in atto a Fiume. Anzi la proposta non riscontrava alcuna credibilità dalla controparte e veniva irrisa:
sull’Avanti! si scriveva sull’argomento con chiari toni sarcastici, svelando in tal modo i piani sovversivi del comandante. Vedendosi respinto, con modi anche spicci, dai socialisti ufficiali, dai vari Serrati, Lazzari e dai vari massimalisti, che pure costituivano i destinatari teorici più naturali del messaggio legionario, Gabriele D’Annunzio si riavvicinò ai nazionalisti.
L’intera vicenda fiumana si concluse tragicamente a fine anno del 1920, dopo la firma del trattato di Rapallo (12 novembre 1920) tra la Iugoslavia e il governo italiano di Giolitti; nel cosiddetto “Natale di sangue” del 1920, il comando di Fiume fu cannoneggiato e D’Annunzio fu costretto ad abbandonare la città alle truppe inviate dal governo italiano, che non tollerava più la situazione, anche in considerazione dei rapporti internazionali, sentendosi allarmato dalla piega che stavano assumendo gli avvenimenti.
Nell’ultimo rapporto agli ufficiali legionari del 6 gennaio 1921, Gabriele D’Annunzio invitava i suoi fedelissimi a tenere vivo lo spirito fiumano, costituendo una propria associazione, che avrebbe dovuto ravvisare nella carta del Carnaro il proprio programma politico.
Non tutti i socialisti, tuttavia, furono d’accordo con la stroncatura da parte del troncone ufficiale del PSI della carta del Carnaro; anzi, i riformatori, che dirigevano fin dalla fondazione la Confederazione Generale del Lavoro (CGL) e che subirono poi a loro volta l’espulsione dal partito nell’ottobre del 1922,
fondando il PSLI di matrice turatiana, in contrasto con la linea ufficiale, sotto la guida autorevole di Rinaldo Rigola, Ludovico D’Aragona e Bruno Buozzi, sabilivano contatti autonomi con D’Annunzio. Questi ricevette Baldesi, dirigente di primo piano della CGL, nell’aprile del 1922, con l’intento di sostenere la necessità di realizzare un accordo per l’unità sindacale con i sindacalisti fiumani di De Ambris, con l’Unione del Lavoro, con la Gente del Mare di Giulietti e con gli stessi sindacati fascisti, sulla base dei principi sociali contenuti nella carta del
Carnaro. Non era neppure estraneo all’operazione Turati, che inviò una lettera al Vate per ringraziarlo del dono di un’immagine di Dante con dedica alla Confederazione.
Dal canto loro, i sindacalisti riformisti costituirono un comitato per l’unità, redigendo e pubblicando un manifesto-programma scritto in massima parte da Rigola, nel quale, oltre a ribadire il concetto dell’indipendenza rispetto ai partiti politici, si affidava al nuovo organismo il riconoscimento dell’idea di nazione, “il cui interesse generale deve, in ogni caso e da tutti essere considerato come superiore agli interessi particolari di categoria e di classe, tanto nei rapporti interni come in quelli internazionali”
A tale riguardo, l’articolo che si riferiva a questo postulato fondamentale così recitava: “Noi affermiamo che si deve considerare la Nazione come un patrimonio spirituale da conservare e come un patrimonio materiale da conquistare, non già come un fatto capitalistico da negare”
Era, come si può notare, il ribaltamento completo delle teorie marxiste. Inoltre, la dialettica tra le classi si doveva svolgere su un “terreno civile e senza violenze”.

Le rivendicazioni principali del nuovo organismo unitario riguardavano la conquista del contratto di lavoro, l’assunzione diretta della produzione e dei pubblici servizi in concorrenza con l’industria privata, il controllo operaio, la compartecipazione all’amministrazione dell’economia nazionale, il parlamento
nazionale sindacale, i consigli d’azienda interni e i consigli tecnico-economici di zona. Il comitato per l’unità ravvisava questi propositi, considerati come concezione integrale della vita:
Nelle grandi linee della Carta del Carnaro che contempla i diversi aspetti sociali, politici, etnici ed estetici del necessario rinnovamento dell’Italia con larghissimo spirito di libertà e di giustizia, pure evitando ogni utopistica anticipazione ed ogni arbitrari costruzione di forme economiche.
La Carta del Carnaro non solo conferma ed amplia le conquiste della più vera democrazia, ma riconosce ed innalza sovra ogni altro diritto civico il diritto del produttore, aprendo così al lavoro organizzato la via per le sue conquiste.
Essa è la legge che meglio ispira alle concezioni finalistiche della Organizzazione sindacale.
Dichiarata la più ampia apertura a tutte le strutture esistenti, che potevano concorrere all’unità, il manifesto concludeva che essa era l’obiettivo precipuo che sarebbe stato perseguito “con fiducia ancora più assoluta se l’iniziativa partisse – come è stato annunciato – da Gabriele D’Annunzio”.
Il poeta, quindi, non solamente veniva considerato il diretto ispiratore dell’unità sindacale basata sui principi da lui dettati nella carta, ma veniva posto al di sopra del comitato come nume tutelare dell’iniziativa, il cui successo dipendeva, in definitiva, da lui.
Nella lunga intervista concessa all’Avanti! per il numero del 14 dicembre 1922, a firma “an. v.” identificabile come Antonio Valeri, l’ex segretario generale della CGL era ancora più esplicito e declinava la sua visione del sindacato “non soltanto come strumento per il miglioramento materiale dei lavoratori, ma anche come strumento per la loro elezione spirituale e per la realizzazione di un nuovo stato, modellato sulle linee fondamentali della Carta del Carnaro e che si basi sulle forze del lavoro e della produzione”.
Si trattava, dunque, di un’accettazione piena da parte del più autorevole sindacalista italiano, qual era il Rigola, dei principi della costituzione fiumana basati sui concetti corporativi di uno stato di produttori, di interessi comuni tra capitale e lavoro. Tali dichiarazioni, così chiare, provocarono un aspro commento
polemico del giornalista del PSI, ma ognuno proseguì per la sua strada.
L’unità sindacale, comunque, non poté realizzarsi, nonostante la disponibilità dei vari contraenti e anche di quella di Mussolini, insediatosi come capo del governo dopo la Marcia su Roma, per la drastica opposizione del responsabile dei sindacati fascisti, Edmondo Rossoni.
Gabriele D’Annunzio, ormai molto stanco e deluso dalla politica, dal ritiro della villa di Cargnacco di Gardone Riviera tornava a parlare, come ha scritto De Felice, “con i suoi fantasmi di poeta”

Il fascismo, non sempre a ragione, esaltò, in seguito, la figura del vate D’Annunzio, ma Mussolini lo guardò sempre con un certo sospetto, felice di vederlo relegato in una sontuosa villa sul lago di Garda, il Vittoriale, una sorta di mausoleo, in cui avesse esclusiva cittadinanza il bello e dove si celebrasse l’eccezionalità della vita anche di uomo d’azione, cadenzata da reperti militari legati all’esperienza dell’unico ospite. D’Annunzio teneva molto a evidenziare questo aspetto; non a caso, su una scheda da compilare a Fiume, alla voce riguardante la sua professione, aveva scritto: uomo d’arme. La vita di D’Annunzio, intreccio tra l’uomo dedito alla composizione letteraria e l’attivista politico che l’autore vedeva come attuazione delle idee espresse nella scrittura, alla continua ricerca della ribalta, non di rado assumeva aspetti, per così dire, divistici, che egli stesso alimentava.

D’Annunzio non fu mai fascista, fra gli oltre ventimila oggetti della sua casa non si trova un solo fascio o elemento che richiami il regime, se non relegato tra i doni che riponeva nel solaio». Parlava, il Vate, di «camicie sordide», mai di camicie nere; non celebrava le date sacre del regime e aveva quasi sempre parole di disprezzo per i gerarchi. Rispettava in Mussolini il demiurgo capace di realizzare «quel che a lui non era riuscito, una rivoluzione», ma sempre considerandolo «un uomo di gran lunga inferiore, umanamente e intellettualmente». Un uomo «tenuto a rendergli omaggio». Le sue lettere al Duce, «spesso citate a riprova di ammirazione e devozione», sono in realtà «un gioco di lusinghe e di minacce che più volte l’interlocutore non afferra»

Fonte

Il percorso socialista di Gabriele D’Annunzio tra storia e letteratura

Il telefono cellulare è stato inventato nell’URSS negli anni ’50


Di solito, la storia della creazione di un telefono cellulare viene raccontata in questo modo.

Robert Gelvin, il figlio del fondatore di Motorola e direttore esecutivo dell’ azienda, stanziò 15 milioni di dollari e diede 10 anni ai subordinati per creare un dispositivo che l’utente potesse portare con sé.

Il 3 aprile 1973, il capo delle comunicazioni mobili di Motorola, Martin Cooper, passeggiando per il centro di Manhattan, decise di chiamare il suo cellulare. Il telefono cellulare si chiamava Dyna-TAC e sembrava un mattone, pesava più di un chilogrammo, e funzionava in modalità conversazione solo per mezz’ora.

Si ritiene che fino a questo momento non esistessero altri telefoni cellulari che una persona potesse portare con sé, come un orologio o un taccuino. C’erano walkie-talkie, c’erano telefoni “cellulari” che potevano essere usati in macchina o in treno, ma non c’era niente del genere per camminare per strada.

Inoltre, fino all’inizio degli anni ’60, molte aziende si rifiutavano generalmente di condurre ricerche sulla creazione di comunicazioni cellulari, perché giunsero alla conclusione che, in linea di principio, era impossibile creare un telefono cellulare compatto. E nessuno degli specialisti di queste società ha prestato attenzione al fatto che dall’altra parte della “cortina di ferro” nelle riviste scientifiche popolari, nelle fotografie era mostrata una persona che parlava al cellulare.

Inganno?
Scherzo?
Propaganda?
Un tentativo di disinformare i produttori di elettronica occidentali?
Forse stiamo solo parlando di un normale walkie-talkie?
Tuttavia, ulteriori ricerche hanno portato a una conclusione completamente inaspettata: Martin Cooper non è stata la prima persona nella storia a chiamare su un telefono cellulare.

Il primo telefono cellulare al mondo è apparso in URSS. Il suo inventore e sviluppatore fu l’ingegnere radiofonico sovietico, Leonid Ivanovich Kupriyanovich, che il 4 novembre 1957 ricevette il brevetto n. 115494 per “Dispositivo per chiamare e cambiare i canali di comunicazione radiotelefonica”. In questo documento ufficiale del Comitato per le invenzioni e le scoperte sotto il Consiglio dei ministri dell’URSS, l’autore ha effettivamente delineato i fondamenti fondamentali della telefonia mobile, compressione e decompressione dei segnali, il cui sviluppo è stato successivamente attribuito a se stessi e pubblicizzato da stranieri esperti. Il brevetto forniva anche un diagramma schematico del primo telefono cellulare sovietico.

Certificato di copyright 115494 del 1.11.1957

Leonid Kupriyanovich. Nato il 14 luglio 1929, nel 1953 si è laureato in Radioelettronica, Facoltà di Strumentazione, alla Bauman Moscow State Technical University

Kupriyanovich era un talentuoso progettista impegnato nello sviluppo stazioni radio di piccole dimensioni.
Nel 1956, realizzò un walkie-talkie portatile delle dimensioni di una scatola di fiammiferi pesante solo 50 grammi. La radio funzionò senza cambiare l’alimentazione per 50 ore ed è riuscita ad inviare il segnale di comunicazione per 2 km. I famosi “walkie-talkie” americani apparvero più tardi, erano più grandi e “battuti” a 100-400 metri.

Ma questo non andava bene a Kupriyanovich. Secondo la testimonianza della rivista giovanile “Smena”, Leonid Ivanovic era appassionato di alpinismo ed era anche un atleta. Durante la salita è vitale la comunicazione radio con la base, con i compagni; ma ogni grammo di attrezzatura toglie la forza di una persona che conquista la vetta al limite delle capacità fisiche. Il walkie-talkie nella borsa non funzionerà! Hai bisogno di un piccolo dispositivo che puoi portare in tasca e tenere con una mano.

Nel 1957, Kupriyanovich realizzò e mostrò pubblicamente un prototipo funzionante di un telefono cellulare automatico, chiamato LK-1. Il suo primo telefono cellulare pesava 3 kg e aveva un’autonomia di 20-30 km e la batteria era sufficiente per una giornata di lavoro. A quel tempo non esistevano microcircuiti, quindi la LK-1 era una lampada a semiconduttore. A proposito, anche il dispositivo di Martin Cooper nel 1973 pesava 3 kg e l’autonomia era 10 volte inferiore – solo 2 km.

L’ingegnere Leonid Kupriyanovich dimostra le capacità di un telefono cellulare. “Scienza e vita”, 10, 1958.

Un anno dopo, Kupriyanovich ha migliorato il suo LK e ridotto il suo peso di sei volte a 500 grammi!
Il nuovo apparato era anche molto più piccolo, come due pacchetti di sigarette. I telefoni cellulari stranieri raggiungeranno questo peso e queste dimensioni solo all’inizio degli anni ’80.

Il cellulare di Kupriyanovich, come quelli moderni, comunicava con il GTS attraverso una stazione base (ATR).
Non solo riceveva e trasmette segnali dai telefoni cellulari alla rete cablata, ma trasmetteva anche segnali dalla rete cablata ai telefoni cellulari. Quindi, dal dispositivo LK era possibile chiamare qualsiasi telefono fisso e poteva anche essere chiamata da un normale numero di città o da un macchinario stradale. 60 anni fa, i principi di un telefono cellulare venivano descritti in modo semplice: “La connessione ATR con qualsiasi abbonato è la stessa di un normale telefono, solo che controlliamo il suo lavoro a distanza”.

Il lettore può sospettare che l’LK-1 fosse un semplice ricevitore radio per il telefono. Ma si scopre che non è così. Usare il primo telefono cellulare non era così conveniente come lo è ora. “Involontariamente, sorge la domanda: diversi LK-1 funzionanti contemporaneamente non interferiranno tra loro?” – scrive lo stesso Science and Life. “No, poiché in questo caso vengono utilizzate diverse frequenze tonali per l’apparato, costringendo i propri relè a lavorare sull’ATR (le frequenze tonali saranno trasmesse sulla stessa lunghezza d’onda). Le frequenze di trasmissione e ricezione del suono per ogni apparato saranno diverso per evitare la loro reciproca influenza “.

Nel 1961, Kupriyanovich migliorò di nuovo la sua invenzione, che chiamò radiotelefono. Di conseguenza, il suo cellulare era così piccolo che stava nel palmo della sua mano e pesava solo 70 grammi! In termini di dimensioni era come un moderno telefono cellulare, ma senza schermo e non con pulsanti, ma con una manopola rotativa di piccole dimensioni. Per quei tempi, era una vera fantasia!


L’ultimo modello del cellulare (Yuri Rybchinsky, corrispondente APN, foto di V. Shcherbakov. (APN). “Orlovskaya Pravda”, dicembre 1961)

Kupriyanovich descriva cosi la sua invenzione sulla rivista “Young Technician”: “Ovunque tu sia, puoi essere sempre trovato al telefono, devi solo comporre il numero noto della tua radio da qualsiasi telefono della città (anche da un telefono pubblico) . Hai un numero di telefono in tasca. Chiama e inizi una conversazione. Se necessario, puoi comporre qualsiasi numero di telefono della città direttamente da tram, filobus, bus, chiamare un’ambulanza, vigili del fuoco o un veicolo di emergenza, contattare la casa. .. “

Purtroppo, dopo il 1965 nessun altro scrisse di questa invenzione e lo stesso Leonid Kupriyanovich iniziò a sviluppare attrezzature mediche, le riviste e l’attenzione della popolazione si spostò aridamente I satelliti volano nello spazio, e poi l’uomo. I fisici hanno stabilito che l’iperone a cascata decade in una particella lambda nulla e un mesone pi negativo. I tecnici del suono hanno ripristinato il suono originale della voce di Lenin. Puoi andare da Mosca a Khabarovsk grazie alla TU-104 in 11 ore e 35 minuti. I computer traducono da una lingua all’altra e giocano a scacchi. È iniziata la costruzione della centrale idroelettrica di Bratsk. Gli scolari della stazione di Chkalovskaya hanno creato un robot che vede e parla.

Sullo sfondo di questi eventi, la creazione di un telefono cellulare non è affatto una sensazione. I lettori stanno aspettando i videotelefoni! “I telefoni con schermi possono essere costruiti anche oggi, la nostra tecnologia è abbastanza potente” – scrivevano nella stessa “TM” … nel 1956. “Milioni di telespettatori stanno aspettando che l’industria dell’ingegneria radiofonica inizi a produrre televisori a colori. È giunto il momento di pensare alle trasmissioni televisive via cavo (TV via cavo – OI)” – si legge nello stesso numero. E qui, sai, il cellulare è in qualche modo obsoleto, anche senza una videocamera e un display a colori.

Il telefono cellulare è stato inventato nell’URSS negli anni ’50

Evoluzione del telefono: da Alexander Bell ad oggi

Mobile domestico anni ’50

Critica ad Alessandro Barbero

Alessandro Barbero, nato a Torino nel 1959, si occupa soprattutto di storia medioevale, insegna all’università di Torino, è diventato famoso per le conferenze presenti sui social molto seguite per la sua capacità divulgativa.

È apprezzato a sinistra perché si è opposto all’equiparazione tra comunismo e nazismo tentata dalle forze più reazionarie d’Europa. E’ piacevole ascoltarlo e presenta le cose con questa angolazione di sinistra, e ciò lo rende abbastanza popolare. Ha un modo di porsi che intende “parlare al cuore” delle masse popolari, usare la loro lingua e modi di pensare tra loro diffusi, con lo scopo di elevarne il livello culturale.

A guardare la cosa in modo ampio, Alessandro Barbero è in linea con altri divulgatori che lo hanno preceduto ma differenti da lui sul piano intellettuale e morale, perché hanno scritto alla luce di un movimento comunista ancora assai forte e che illuminava per ogni dove e chiunque intendesse dedicarsi a “fare scuola alle masse popolari” e arricchire il loro patrimonio culturale di conoscenze fino a ieri loro negate o di concezioni annunzianti un’epoca nuova, da tutti attesa, dopo i disastri della guerra, la Seconda Guerra Mondiale.

Parlo dei tempi in cui l’URSS era uscita vittoriosa dalla guerra e sopravanzava gli USA nell’esplorazione dello spazio, e del maestro Alberto Manzi (Roma, 1924 – Pitigliano, 1997) che quando fu introdotta nelle case la televisione insegnava a scrivere facendo disegni a carboncino, o del poeta Gianni Rodari (Omegna, 1920 – Roma, 1980) maestro nel fare versi semplici e comprensibili da tutti a partire dai bambini. La spinta che animò questi due personaggi e molti altri nell’epoca, negli anni Sessanta dello scorso secolo, si esaurì negli anni Settanta e rinasce anche più potente oggi, ma nel nuovo movimento comunista e nei partiti che ne sono avanguardia, non nell’ambito in cui opera Alessandro Barbero.

L’ambito di Barbero è quello della scuola borghese, e dell’università che vuole essere la sua forma più alta. Nell’università borghese il movimento comunista reale non ha alcuno spazio. Hanno spazio soggetti che si dicono comunisti e non lo sono e sono tenuti lì per confondere le idee alle masse popolari, per fare loro credere che il comunismo è quello di cui parlano questi professori e quindi farle deviare dalla conoscenza scientifica della materia e far sì che perdano tempo prezioso. In particolare, professori che si dichiarano comunisti o di sinistra si dichiarano convinti antistalinisti, cosa che anche Barbero e propone una visione storica distorta paragonando e definendo la Germania di Hitler e l’URSS di Stalin e due peggiori dittatura che l’Europa ha conosciuto.

L’impossibile paragone tra URSS e Germania nazista

In molti video di Barbero vediamo spesso ribadito lo stesso concetto per descrivere la categoria totalitarismo, “Totalitarismo indica per noi storici le due peggiori dittatura che l’Europa ha conosciuto nel XX secolo, la Germania di Hiler e l’URSS di Stalin”(cit. Alessandro Barbero, I totalitarismi nel XX secolo – Chiara Saraceno, Storia della famiglia)

Conosciamo il numero esatto delle vittime delle cosiddette repressioni di Stalin, con tutte le dinamiche già smontate dai ricercatori, mese dopo mese. L’NKVD documentò tutto ciò che fece per uso interno, e tutti gli archivi sono stati studiati approfonditamente dalla fine degli anni ’80 e negli anni ’90 (da quando furono aperti a storici e statistici negli anni della Perestrojka), in particolare la ricerca internazionale del gruppo guidato da Zemskov.

Quindi, sappiamo che la popolazione del GULag raggiunse il massimo storico nel dopoguerra, nel 1950 (2.561.351 persone). La percentuale di “politicamente repressi” sul totale di detenuti raggiunse il massimo del 59% nel 1945-1946 (molti furono accusati di collaborazionismo nazista, spesso giustamente, dopo che i territori occupati furono liberati).

A proposito, molti non sembrano rendersene conto oggi, ma i GULag erano campi di lavoro correttivi, dove i detenuti lavoravano (a volte venivano persino pagati), col risultato del lavoro utilizzato da governo/società. Anche se, nella maggior parte dei casi, le condizioni di lavoro erano difficili, i GULaq non erano “campi di concentramento” come sostenuto da Barbero, e qualsiasi paragone coi campi di concentramento nazisti dovrebbero essere viste come nient’altro che sciocchezze.

Su coloro condannati a morte per azioni “controrivoluzionarie” (spesso crimini gravi contro lo stato, ad esempio rapine a mano armata durante o subito dopo la guerra civile, appropriazione indebita di fondi su larga scala, e così via), tra il 1921 e il 1953 circa 800mila furono condannati a morte, oltre ai circa 600mila morti in carcere/GULag per malattie e condizioni difficili.

Pertanto, il numero totale di persone morte per la repressione politica durante il dominio di Stalin fu di circa 1,4 milioni (in quasi 33 anni). Ovviamente, ci fu chi morì durante la guerra civile tra la fine degli anni ’10 e gli anni ’20, così come le vittime delle carestie nei primi anni ’30 (e, no, tali carestie non furono progettate), ma attribuendole a Stalin (come Marxismo/Socialismo/Comunismo/ ecc.) sarebbero fallaci, poiché entrambe le parti nella guerra civile furono ugualmente brutali. Inoltre, le guerre civili e le carestie non sono esclusiva della storia della Russia sovietica (o addirittura della storia della Russia in generale). La popolazione sovietica aumentò di circa 50 milioni durante l’era di Stalin, nonostante la Seconda guerra mondiale…

Quindi, guardando i dati empirici e verificabili, si vede che 2,5 milioni di persone finirono nei GULag nei periodi peggiori.

Come nota a margine del confronto, c’erano 2.220.300 adulti nelle prigioni federali e statali degli Stati Uniti nel 2013, secondo le statistiche dell’Ufficio della giustizia degli Stati Uniti, e senza includere le persone in libertà vigilata e condizionale. Diversamente dall’Unione Sovietica di Stalin, negli Stati Uniti moderni non c’è stata alcuna rivoluzione o cambiamento di regime, guerra civile o invasione in oltre 150 anni.

Come paragonare Stalin con Hitler? Bene, le stime generali danno una cifra di circa 6 milioni di ebrei (solo ebrei!) sterminati dai nazisti durante l’Olocausto. E questo senza contare i morti per l’aggressione militare nazista contro altri Stati.

L’Unione Sovietica, ad esempio, perse fino a 27 milioni di vite a causa dell’invasione nazista. Lo stalinismo non è affatto vicino all’hitlerismo/nazismo per cifre delle vittime.

C’è anche un punto cruciale che molti non capiscono della storia, sia deliberatamente che a causa del fatto che nessuno si è preso la briga di spiegarlo. Diversamente dall’Unione Sovietica di Stalin, il regime di Hitler sterminava milioni di persone per l’etnia.

Nell’Urss di Stalin non si uccideva per il gusto di farlo, repressioni ed esecuzioni di massa ebbero luogo durante e dopo ogni grande guerra civile nella storia dell’umanità, ma Hitler era a un livello completamente diverso di pura malvagità. Il genocidio era una funzione ideologica deliberata del nazismo. Guardate le opere di Himmler, le idee espresse da Goebbels, o persino il Mein Kampf di Hitler. Chi governò la Germania allora era piuttosto esplicite riguardo alle proprie idee che rese politica ufficiale attuando uno dei peggiori genocidi della storia moderna.

Di nuovo, chi morì sotto Stalin lo fu a causa della tragedia storica, come chi morì durante e dopo la Rivoluzione Francese, quando le autorità introdussero la ghigliottina per decapitare più velocemente, o durante le riforme agrarie in Inghilterra, o durante la Guerra civile americana. Ma chi morì sotto Hitler, morì durante l’Olocausto vittima del genocidio diretto e deliberato delle persone per l’appartenenza etnica.

Non vederne la differenza è una particolare tipo di disonestà intellettuale e sottosviluppo morale. Quindi, Stalin fu responsabile di più morti di Hitler? No, né la ricerca empirica né l’analisi inferenziale (ad esempio, esaminando i dati demografici e le loro dinamiche negli anni) supportano tale affermazione. E paragonare in modo causale le vittime dello “stalinismo” con quelle del nazismo è come paragonare un incidente stradale su una strada trafficata a un deliberato e freddo omicidio.

Gulag un altro punto di vista

STALIN 60MILIONI DI MORTI, LA PIU’ GRANDE CAZZATA DELLA STORIA

Il paragone tra Hitler e Stalin è propaganda atlantista

Lettera di un comunista a suo figlio: su Barbero, Dante e la cultura che serve alle masse popolari

Stalin voleva inviare 1 milione di soldati contro i nazisti, ma Inghilterra e Francia si opposero

Stalin era pronto ad inviare più di un milione di truppe sovietiche al confine tedesco per scoraggiare l’aggressione di Hitler poco prima della seconda guerra mondiale.

L’Unione Sovietica propose di inviare una potente forza militare nel tentativo di attirare Gran Bretagna e Francia in un’alleanza anti-nazista.

Un tale accordo avrebbe potuto cambiare il corso della storia del XX secolo, impedendo il famoso patto Molotov-Ribbentrop.

L’offerta di una forza militare per aiutare a contenere Hitler fu fatta da un’alta delegazione militare sovietica in una riunione del Cremlino con alti ufficiali britannici e francesi, due settimane prima dello scoppio della guerra nel 1939.

Ma la parte britannica e quella francese – istruite dai loro governi a parlare, ma non autorizzate a impegnarsi in accordi vincolanti – non hanno risposto all’offerta sovietica, fatta il 15 agosto 1939.

Il 23 agosto, appena una settimana prima che la Germania nazista attaccasse la Polonia, arrivò il patto Molotov-Ribbentrop, che prende il nome dai ministri degli esteri dei due paesi, scatenando così lo scoppio della guerra. Ma non sarebbe mai successo se l’offerta di Stalin di un’alleanza occidentale fosse stata accettata

L’offerta sovietica – fatta dal ministro della guerra Marshall Klementi Voroshilov e dal capo di stato maggiore dell’Armata Rossa Boris Shaposhnikov – avrebbe potuto impiegare 120 divisioni di fanteria (ciascuna con circa 19.000 truppe), 16 divisioni di cavalleria, 5.000 pezzi di artiglieria pesante, 9.500 carri armati e oltre a 5.500 aerei da combattimento e bombardieri ai confini della Germania in caso di guerra a ovest

Ma l’ammiraglio Sir Reginald Drax, che guidava la delegazione britannica, disse ai suoi omologhi sovietici di essere autorizzato solo a parlare, non a fare accordi.

Se gli inglesi, i francesi e la Polonia, loro alleata europea, avessero preso sul serio questa offerta, l’alleanza avrebbe contato su circa 300 o più divisioni su due fronti contro la Germania, il doppio del numero che Hitler aveva all’epoca

Simon Sebag Montefiore, autore di best seller di Young Stalin and Stalin: The Court of The Red Tsar, sostiene che è evidente che c’erano dettagli nei documenti declassificati che non erano noti agli storici occidentali.

“Il dettaglio dell’offerta di Stalin sottolinea ciò che si conosceva; ovvero che i britannici e i francesi hanno perso una colossale opportunità nel 1939 per prevenire l’aggressione tedesca che originò la Seconda Guerra Mondiale. Ciò mostra che Stalin fu più determinato di quanto non credessimo nell’offrire questa alleanza“.

La Polonia, il cui territorio il vasto esercito russo avrebbe dovuto attraversare per affrontare la Germania, era fermamente contraria a tale alleanza. La Gran Bretagna dubitava dell’efficacia di qualsiasi forza sovietica perché solo l’anno precedente Stalin aveva epurato migliaia di alti comandanti dell’Armata Rossa.

Era chiaro che l’Unione Sovietica era da sola e doveva rivolgersi alla Germania e firmare un patto di non aggressione per guadagnare un po’ di tempo per prepararsi al conflitto che stava chiaramente arrivando.

Un disperato tentativo dei francesi il 21 agosto di rilanciare i colloqui è stato respinto, poiché i colloqui segreti sovietico-nazisti erano già a buon punto.

Fu solo due anni dopo, in seguito all’attacco Blitzkreig di Hitler alla Russia nel giugno 1941, che l’alleanza con l’Occidente che Stalin aveva cercato finalmente si realizzò – nel frattempo Francia, Polonia e gran parte del resto dell’Europa erano già sotto occupazione tedesca.

Stalin ‘planned to send a million troops to stop Hitler if Britain and France agreed pact’

L’epurazione dell’Armata Rossa

L’11 giugno 1937, un tribunale militare sovietico condannò all’esecuzione un gruppo di alcuni degli ufficiali più anziani dell’Armata Rossa. Accusato di lavorare per la Germania nazista e di coordinare un cosiddetto “complotto militare-fascista”, il gruppo fu accusato di sabotaggio, spionaggio e pianificazione per rovesciare il governo.

Le condanne – eseguite poche ore dopo – hanno segnato il punto in cui l’epurazione militare di Stalin è esplosa e ha scatenato a dir poco uno scandalo internazionale.
Iosif Stalin stava decapitando i suoi militari proprio nel momento in cui l’Europa si preparava alla guerra totale. Il maresciallo Mikhail Tukhachevskii, il pensatore e stratega più creativo dell’Armata Rossa, fu la vittima più importante dell’epurazione militare nel 1937, ma la rete fu lanciata molto più ampia. Nei due anni successivi più di 30.000 capi dell’esercito furono dimessi dai ranghi; migliaia sono stati arrestati e le esecuzioni sono state diffuse.
La violenza iniziò a diminuire alla fine del 1938 e le reintegrazioni nei ranghi divennero più comuni nel 1939, ma l’epurazione militare rimase un attacco altamente destabilizzante e dannoso contro l’Armata Rossa.

Tuttavia, il motivo per cui Stalin si è scagliato contro il suo esercito nello stesso momento in cui l’Unione Sovietica si stava preparando per la guerra, poiché la spesa militare stava aumentando a un ritmo vertiginoso, è stato a lungo senza una spiegazione adeguata. L’argomento più comune indica il desiderio di Stalin per il potere totale. In breve, ufficiali ambiziosi e popolari come Tukhachevskii dovevano essere uccisi perché Stalin potesse stare tranquillo sulla sicurezza della sua dittatura. Ma questo non spiega perché l’epurazione militare si sia diffusa così rapidamente oltre Tukhachevskii e il gruppo di ufficiali sotto processo a giugno.

Perché decine di migliaia di capi dell’esercito furono successivamente trascinati in un’epurazione di massa? Se Stalin era principalmente preoccupato di preservare la sua posizione di dittatore, distruggere l’Armata Rossa in modo così drammatico (e in definitiva incontrollabile) era un modo molto rischioso per consolidare il potere, specialmente quando la guerra mondiale era all’orizzonte. Lanciare l’epurazione militare era un grosso rischio e metteva in pericolo la sicurezza dell’Unione Sovietica. Semmai, l’epurazione mise in pericolo la stessa posizione di Stalin.

Lanciare l’epurazione militare era un grosso rischio e metteva in pericolo la sicurezza dell’Unione Sovietica. Semmai, l’epurazione mise in pericolo la stessa posizione di Stalin.

Una seconda – e correlata – spiegazione per l’epurazione militare punta alla paranoia di Stalin: Stalin vedeva “nemici” ovunque e l’Armata Rossa non faceva eccezione. In questo modo, l’epurazione militare non fu una rimozione mirata di potenziali sfidanti al potere di Stalin, ma piuttosto una manifestazione della visione del mondo del dittatore e della sua tendenza a scagliarsi contro “nemici” immaginari. Tuttavia, è impossibile sapere se Stalin soffrisse veramente di paranoia, e anche così, questa è una spiegazione troppo generale per la violenza politica stalinista. Lascia senza risposta il motivo per cui il Stalin ha dispiegato la violenza quando lo ha fatto; perché questa violenza ha assunto forme diverse (arresti mirati o punizioni collettive); non dice nulla sulle migliaia di altri autori, collaboratori e altri partecipanti riluttanti che lavorano per governo.

E anche se accettiamo che Stalin fosse paranoico – o per lo meno altamente sospettoso – dobbiamo capire da dove provenissero specificamente i suoi sospetti sull’Armata Rossa. Come e perché Stalin arrivò a credere che i pericolosi “nemici” fossero al centro dell’establishment dell’Armata Rossa nel 1937? La chiave per comprendere l’epurazione militare è guardare indietro alla più lunga storia delle relazioni civili-militari dalla formazione stessa dello stato sovietico. È importante sottolineare che, fin dai primi giorni della rivoluzione russa del 1917, l’Armata Rossa è stata continuamente oggetto di profonde ansie di sicurezza e si credeva fosse sotto una minaccia quasi costante di sovversione.

Le minacce percepite più gravi per l’Armata Rossa identificate dai bolscevichi prima dell’epurazione militare includono:

– Ex ufficiali imperiali dell’esercito zarista sciolto.
Tali ufficiali si arruolarono nell’Armata Rossa durante la Guerra Civile Russa e negli anni ’20 e portarono con sé una preziosa esperienza. Tuttavia, erano visti come il nemico interno.

– Gli ex ufficiali bianchi che avevano combattuto contro i bolscevichi durante la guerra civile si arruolarono allo stesso modo nell’Armata Rossa e furono guardati con ancora più sospetto.

– Gli “agenti stranieri” furono una costante ansia di sicurezza per i bolscevichi negli anni ’20 e ’30. Che fossero britannici, polacchi, giapponesi o tedeschi, i bolscevichi vedevano il loro esercito come un obiettivo primario per i governi stranieri ostili.

– La piattaforma di opposizione di Leon Trotsky fu rapidamente identificata come una pericolosa minaccia interna alla stabilità dell’Armata Rossa a metà degli anni ’20 e oltre.

– I soldati contadini formavano il grosso dell’Armata Rossa, ma la loro affidabilità era sempre in dubbio. Durante la campagna di collettivizzazione tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30, la lealtà dei soldati contadini vacillò seriamente mentre il regime espropriava le famiglie contadine dei loro averi e costringeva i contadini a formare unità collettive.

La “Rivoluzione dall’alto” di Stalin ha messo in risalto la fragilità dell’Armata Rossa. Voci di tradimento e cospirazione circondarono costantemente l’alto comando sovietico, dentro e fuori l’Unione Sovietica per tutto il periodo tra le due guerre. Tukhachevskii, in particolare, veniva regolarmente rappresentato come un potenziale “Bonaparte sovietico” e sfidante di Stalin. Queste voci non si sono mai dissipate. In tutto, nel periodo di vent’anni prima dell’epurazione militare del 1937, non c’è mai stato un momento in cui i bolscevichi credessero che il loro esercito fosse affidabile o sicuro. Quando scoppiò il Grande Terrore nel 1936, la crescente ondata di violenza politica e le intense pressioni esercitate sullo stato e sulla società portarono al culmine le ansie di sicurezza di vecchia data che circondavano l’Armata Rossa. Il “complotto militare-fascista” sembrava del tutto credibile nel 1937.

L’epurazione militare fu il risultato di ansie di sicurezza di vecchia data per l’Armata Rossa che risalgono al 1917; quando questi si intrecciarono con l’esplosione della violenza politica durante il Grande Terrore, l’alto comando sovietico fu lasciato fatalmente esposto.

Le cifre sulle purghe nell’Armata Rossa

Recenti studi accademici-archivistici smontano in maniera strettamente documentaria l’accusa anti-comunista secondo cui durante le Grandi Purghe nell’Armata Rossa restarono vivi solo cinque Ufficiali. Questi studi archivistici dimostrano:

– Il numero di persone a capo dell’Armata Rossa (gli Ufficiali e i Commissari Politici), sono stati 144.300 nell’anno 1937, raggiungendo la cifra di 282.300 nell’anno 1939.– Che durante le Grandi Purghe del biennio 1937-1938, 34.300 (numero totale) di Ufficiali e Commissari Politici erano stati espulsi per motivi politici e nel mese di Maggio del 1940, 11.596 sono stati riabilitati e restituiti ai loro posti.– Che durante le Grandi Purghe del 1937-1938, 22.705 Ufficiali e Commissari Politici sono stati arrestati (13.000 Ufficiali, 4.700 Ufficiali della Armata Rossa e 5000 Commissari Politici): ossia il 7,7 % di tutti gli Ufficiali e Commissari Politici, non il 50 % come sostenuto nell’attuale storiografia dominante e di questi 7,7 % , alcuni sono stati condannati come traditori, ma la stragrande maggioranza (il 65 %), come mostrato negli studi sull’argomento, sono tornati alla vita civile svolgendo anche un ruolo di primo piano nella epica battaglia di Stalingrado.

– La purga investì l’esercito, ma non nella misura indicata nell’attuale storiografia dominante: dei 144.300 Ufficiali e Commissari dell’Armata Rossa, 34.300 furono espulsi per ragioni politiche: di questi 11.586 il 20 Maggio 1940 furono reintegrati nel posto e nel grado.

– I repressi della purga nell’esercito furono pertanto 22.705, cioè il 7,7 % del totale.

– Durante le Grandi Purghe nell’Armata Rossa il numero di quadri epurati decresce in maniera verticale man mano che si discendono i gradi gerarchici (ridotti a 50), ossia man mano che si procede dal grado di Generale (ridotti a 30) a quello di Capitano (elevati a 200), per annullarsi al livello dei Tenenti (elevati a 350).

– La Grande Purga nell’Armata Rossa consente di far venire avanti tutta la nuova leva di 3000 Ufficiali, formatisi a partire dal 5 Maggio 1922 e provenienti dalle fila operaie e contadine.

– L’origine e l’appartenenza di classe erano requisiti indispensabili per accedere all’Accademia Militare e ricoprire i gradi nell’Armata Rossa nell’epoca socialista di Stalin.

Un’altra bugia su Stalin è che lui avrebbe fatto arrestare e fucilare oltre 40.000 militari esperti, il cui il risultato fu che l’Armata Rossa rimase senza il Comando di Combattimento, e perciò gli hitleriani recarono così grande danno all’Armata Rossa
Quando si è cominciato a studiare per verificare questo fatto, risultò che questi militari furono messi in congedo. E’ vero che prima dell’inizio della guerra quasi 40.000 dei Comandanti sono stati congedati per svariati motivi. Ma congedare non significa fucilare.

Fonti:

Stephen Lee, European Dictatorships 1918-1945, pagina 56

Peter Whitewood, The Red Army and the Great Terror

Ripensare la purga dell’Armata Rossa di Stalin, 1937-1938

Le cifre sulle purghe nell’Armata Rossa: ridimensionate pesantemente

Inchiesta sulla gestione del Covid nei paesi socialisti

Il genere umano ha sempre avuto a che fare con le infezioni, e non è mai stato in grado di curarle in maniera appropriata. Virus e batteri ancora per buona parte del XIX secolo erano tra le principali cause di morte. Poi la ricerca, l’impegno dei medici, il progresso della medicina. E attualmente la maggior parte delle patologie infettive potenzialmente mortali possono essere curate o prevenute. Un importante contributo a questa difficile lotta è stato dato dagli scienziati e dai medici sovietici.
(I comunisti che sconfissero l’angelo della morte)

Come la Cina ha affrontato il Covid, intervista a Daniele Wang

Daniele Wang, nato in provincia di Cesena nel 1985 da genitori arrivati alla fine degli anni ’70 in Italia. Daniele è cresciuto qui, poi è tornato in Cina dal 2013, dove ha studiato economia e commercio a Pechino. Oggi vive nella provincia di Lishui nello Zhejiang e, dopo aver fatto diversi lavori, attualmente fa il personal trainer in un grande centro sportivo.
La prima cosa che mi ha colpito è la cortesia e la disponibilità, facilitata da una bella padronanza di italiano perfettamente scandito che ha reso bella la conversazione.

– Scusa la curiosità ma siamo diciamo colleghi, che vita fa un personal trainer in Cina?

Lavoro dalle 14:00 alle 22:00 dei giorni feriali con uno stipendio medio che varia da 1000 a 2000 euro, a seconda del periodo e delle percentuali che prende in base a quanti clienti segue. Se viene richiesto straordinario o di lavorare nei festivi, prendo la paga doppia. L’azienda, oltre ai pasti, fornirebbe anche un alloggio, ma ho una casa mia nella quale abito con la famiglia (sono 6).- E’ prevista una copertura medica, per malattie o infortunio? Ovviamente, con la firma del contratto parte l’assicurazione medica pagata dal datore di lavoro. Così come il lavoro rientra con i contributi per una pensione ( in Cina a 60 anni gli uomini a 55 le donne, nel pubblico, a 50 nel privato)

.- Quanto costa la palestra in Cina?
L’abbonamento annuale è di 285€ che divise per 12 mesi fanno 23,75€.

– Quanto è durato il lockdown da voi e come è stato gestito?
Da noi è durato solo un mese, ma osservato con il massimo rigore. Tutto era chiuso, anche le fabbriche. Le città erano suddivise in zone, dove erano aperti solo ii market di quartiere nei quali solamente un membro della famiglia poteva andare, ovviamente con le precauzioni dovute come le mascherine e i gel. Ho internet, anche Facebook, ho letto un sacco di cose false, di militari in mezzo di strada pronti a sparare, ma la situazione è stata gestita dalla polizia municipale e da volontari senza nessun problema, non si sono verificate neppure le file e gli scaffali vuoti come ho visto è successo in Italia a causa del panico generale. Non ho sentito parlare di persone con particolari problemi di cibo o sociali, perché appunto è durato poco, ma qui c’è una grande cooperazione sociale e una rete di solidarietà, la gente si è aiutata. Molti privati hanno sospeso gli affitti, anche le utenze, alcuni hanno avuto aiuti, nelle zone rurali sono arrivati sostentamenti alimentari. Però tutti hanno seguito le regole.

– In Italia abbiamo visto, oltre al caos che hai citato, dovuto da una pessima gestione, anche fenomeni di dottori che negavano i morti o il virus, che andavano in TV annunciando di avere loro cure, che contestavano la possibilità di una seconda ondata, addirittura qui c’è chi mette in dubbio i vaccini e anche le mascherine, da voi è successo qualcosa di simile?

Nonostante la Cina sia un paese di un miliardo e mezzo di persone, dove gli equilibri sono ovviamente complicati, nessuno si è mai sognato di fare queste cose. Qui no vax e negazionisti, personaggi che metterebbero in difficoltà la società creando incertezze e disordini non sarebbero tollerati, non solo dal governo, ma anche dalla gente. Non gli darebbero proprio spazio neppure in TV o alla radio, perché in una situazione così seria non sarebbe concesso nessuno show sulle spalle della gente. Non verrebbe tollerato. Altrimenti la Cina non sarebbe mai uscita dalla situazione (noi oggi non mettiamo nemmeno le mascherine e ci alleniamo in palestra, si portano solo negli ospedali e nei palazzi istituzionali).

– Forse perché la Cina esiste da 5000 anni ed ha accumulato una saggezza che si è tramandata? Oppure una società con una coscienza collettiva dove non si specula su notizie e attenzione?

Non so… ma qui se un medico o un funzionario avessero detto sciocchezze o bugie simili sul virus non sarebbero mai stati invitati, i giornalisti non avrebbero voluto averci a che fare niente per imbarazzo. Se qualcuno avesse pubblicato cose simili su siti o social poi, li avrebbero oscurati. Grazie per la tua collaborazione Daniele, spero un domani di poterti conoscere e stringere la mano di persona, hai descritto una realtà che non emerge dai racconti dei media, ma devo dire me lo aspettavo.

Grazie anche a Nicola D’addazio che mi ha messo in contatto con te.

Intervista realizzata da Lenny Bottai

Come Cuba ha affrontato il Covid, intervista a Rolando Natali

Con l’aiuto di Federica Cresci, che ringrazio, ho scambiato due parole con Rolando Natali, compagno romano di una famiglia storica della federazione del PCI capitolino, ex operaio, elettricista, che a seguito di un incidente è rimasto in sedia a rotelle ed ha deciso di trasferirsi a vivere a Cuba.
Ciò che emerge difatti da questa intervista è la straordinaria capacità organizzativa, la fiducia nella sanità, e soprattutto il fatto che lo stato ha dato una voce ed una sola narrazione del necessario da farsi senza dare spazio alla confusione che vige da questa parte di mondo.
Ecco perché, con naturalezza, Rolando mi ha spiegato che non si sono verificati i fenomeni che vediamo da noi, con versioni contrastanti di teorie di cure alternative o negazionismi vari, le quali trasformano anche l’informazione sul virus in uno show che ha un PIL al quale i media non possono rinunciare. Una sola voce, nessuno scetticismo.

– Quali misure sono state adottate dal governo per gestire la pandemia? Lockdown, obbligo di mascherina, tracciamenti, trattamenti, precauzioni con sanificazioni obbligatorie?

Anzitutto c’è da dire che Cuba ha meccanismi di preparazione per eventi straordinari, come avviene per i cicloni ad esempio, molto sviluppati a livello di organizzazione. Per questo hanno preparato centri di isolamento prima che il virus arrivasse nell’isola, organizzato assemblee nei luoghi di lavoro e nelle città, sono andati nelle scuole con i lavoratori sanitari per preparare la popolazione alle misure che avrebbero adottato nel caso, spiegando bene di cosa si trattava. Dopo marzo il governo ha iniziato a mettere le misure previste: mascherine, stop dei trasporti tra province eccetto per casi impellenti o autorizzazioni particolari di lavoro. Nella mia provincia ad esempio si è verificato subito un contagiato, hanno preso l’ammalato, la famiglia, chi era stato a contatto con esso (perfino il tassista) e li hanno tenuti in quarantena isolati in luoghi come detto già predisposti. Hanno iniziato poi a somministrare medicine per alzare le difese immunitarie a soggetti in pericolo per età o particolari condizioni di salute.

– Come e cosa è stato garantito ai lavoratori, ai commercianti, a chi non poteva andare a lavoro perché malato oppure perché vigeva la chiusura forzata?

Ai lavoratori bloccati oppure contagiati hanno assicurato il 70% del salario, ai ricoverati il 50% (ovviamente questi avevano vitto e alloggio in ospedale), hanno chiuso scuole ed asili (escluso per i lavoratori che necessitavano di far accudire i bambini) e sono rimasti aperti gli esercizi che favorivano servizi essenziali, statali e privati. Alcuni negozi, come gli alimentari, potevano rimanere aperti e distribuivano dalle finestre mentre in altri si entrava uno alla volta con in terra delle bagnarole con cloro e disinfettanti da usare per i piedi prima di entrare, ovviamente sempre con mascherina. I servizi di ristoro potevano lavorare su asporto o delivery. Ovviamente laddove le attività erano bloccate si bloccavano anche i pagamenti. Ad alcune categorie, come a chi non aveva possibilità di muoversi (disabili e anziani) veniva assicurato pranzo e cena dagli esercizi statali.

– Si sono verificati fenomeni di manifestazioni di persone che rifiutavano di mettere la mascherina, che negavano la gravità o peggio l’esistenza del virus?

Sinceramente nessun fenomeno del genere da prendere in considerazione, si è verificato che alcuni, specialmente giovani, avessero all’inizio preso sotto gamba la situazione e portavano le mascherine abbassate ed erano un po’ spericolati, ma sono stati subito richiamati anche perché le notizie che arrivavano dal mondo preoccupavano, qui hanno messo in TV dottori che spiegavano ogni giorno la situazione ed informavano la popolazione continuamente, ed hanno tutti una grande fiducia nei confronti della sanità cubana.

– Si sono verificati fenomeni di dottori o addetti ai lavori che andavano su TV e giornali a portare le loro teorie alternative, talvolta fino a dire esplicitamente che era una farsa, c’era del terrorismo mediatico, che i morti non erano di Covid ma con Covid?

In TV andava solo un dottore, divenuto un punto di riferimento per tutti, Francisco Duran, informava le persone sulla situazione e spiegava come comportarsi, è diventato la star dell’estate, tutti lo aspettavano per rimanere informati, inizialmente era saltuario poi una o due volte a settimana. Nessuno lo ha mai messo in discussione.

– Si sono verificati scetticismi sull’eventuale vaccino?

sulla necessità delle mascherine e delle altre misure di sicurezza?No, ricordo di aver letto qualche scemenza su Facebook forse, ma mai preso in considerazione da nessuno. Qualcuno ha addirittura azzardato a dire da fuori che Cuba ometteva i morti, ma fenomeni sporadici e marginali. Nonostante non sono mancate le persone che si sono lamentate, perché ovviamente è una crisi che si somma alla morsa del bloqueo, nessuno ha mai messo in discussione la sanità cubana.

– Cosa sarebbe successo (se non è successo) a queste persone (medici, politici e persone normali o giornalisti che fossero)? Non credo gli si sarebbe nemmeno concesso spazio. – Chi paga e distribuisce mascherine e disinfettanti da voi? eventuali vaccini?

Ovviamente lo stato, che alla fine siamo noi. Specialmente all’inizio, durante il lockdown è stato vietato anche il commercio delle mascherine, poi è stato liberalizzato quando si è riaperto. Adesso stiamo riaprendo anche al turismo, perché la crisi ovviamente si fa sentire, anche considerando che gli USA hanno sfruttato la situazione per affossarci, ma si entra solo facendo dei tamponi per tenere sotto controllo la situazione.

Intervista realizzata da Lenny Bottai

Come Cuba ha affrontato il Covid, intervista a Aleida Guevara March

Con mio grandissimo onore, ho ricevuto le risposte della Dott.ssa Aleida Guevara March, non solo figlia del Comandante Ernesto Che Guevara, ma anche Medico Pediatra Internazionalista e impegnata presso l’Ospedale Pediatrico William Soler dell’Avana, alla quale ho posto le stesse identiche domande. Devo nuovamente ringraziare per il lungo lavoro di traduzione delle mie domande di Federica Cresci nonché ovviamente Aleida per l’onore di avermi concesso il suo tempo.

Ritengo che ciò che emerge è sempre una grande capacità organizzativa di una società che mette davanti a tutto gli interessi collettivi, anche nella difficoltà non solo di una pandemia, ma di una morsa infame come quella del blocco statunitense, che impedisce l’arrivo anche di qualsiasi aiuto. Aleida spiega con naturalezza come nel socialismo alcuni dubbi e congetture vengono meno con naturalezza, così come con altrettanta naturalezza la cooperazione della gente emerge insieme al senso di responsabilità verso gli altri. Voglio ricordare che Cuba ha avuto al momento solo 142 decessi (per fare una proporzione 13 morti ogni milione di abitanti a confronto dei 1,139 dell’Italia). Come si capisce confondere la critica al sistema capitalista, alla speculazione in atto in ogni campo, anche quello medico, non deve portare fuori strada mai. Come parametro abbiamo questi esempi limpidi di gestione del Covid che devono aiutare a rischiarire le idee a tanti.

– Quali misure sono state adottate dal governo per gestire la pandemia? Lockdown, obbligo di mascherina, tracciamenti, trattamenti, precauzioni con sanificazioni obbligatorie?

Le primissime misure adottate dal Governo cubano sono state quelle di chiudere le frontiere, perché essendo un’isola, Cuba ha molto turismo e sarebbe stato un problema per la diffusione della pandemia. Successivamente la popolazione è stata istruita per le misure igieniche, ad esempio lavarsi le mani prima di entrare in qualsiasi luogo pubblico, con l’uso di disinfettanti, gel alcolici o semplicemente acqua e sapone; la mascherina è stata da subito obbligatoria per uscire in strada e per salire sui mezzi di trasporto pubblico; è stato adottato il distanziamento sociale e richiesto alle persone di uscire solo per necessità e lavorare a distanza da casa. Alcuni lavori sono stati sospesi, come molti esercizi ed attività, solo alcuni negozi scelti per necessità imprescindibili sono rimasti aperti e le scuole sono state tutte chiuse. Sono rimasti aperti solo gli ospedali. I medici cubani hanno lavorato, sin dal primo momento, per capire come trattare la malattia; nello specifico quando le persone erano considerate sospette, venivano isolate e se il risultato del tampone dava positivo si ospedalizzavano; con i pazienti affetti da Covid, i medici hanno cercato di rafforzare il loro sistema immunitario, contenendo la malattia e cercando di fare in modo che i pazienti non giungessero ad uno stato di crisi ed alta gravità. Lo stato ha garantito gratuitamente le mascherine agli ospedali, ai professionisti come quelli che manipolano gli alimenti; ha fatto accordi economici con le imprese cubane che si sono dedicate alla costruzione di mascherine semplici e quelle di protezione facciale. I giovani studenti universitari, hanno avuto un ruolo importante, sono stati coinvolti come volontari e messi al servizio della popolazione per effettuare le operazioni di disinfezione e consegna del cibo, con le adeguate misure di protezione, tutte fornite a spese dello Stato.

– Come e cosa è stato garantito ai lavoratori, ai commercianti, a chi non poteva andare a lavoro perché malato oppure perché vigeva la chiusura forzata?

A tutti coloro i quali non è stato consentito di lavorare con misure alternative, come da casa o a distanza, è stato garantito il salario, il primo mese di chiusura totale il 100%, poi nei mesi successivi al 60%. Alcune zone e quartieri considerati focolai per l’alta percentuale di contagio, sono stati totalmente chiusi; alle persone che dovevano rimanere in casa e non uscire dalla zona focolaio, sono stati garantiti gli approvvigionamenti di alimenti, tre volte al giorno, colazione pranzo e cena, attraverso volontari che li consegnavano osservando la massima attenzione alle misure di sicurezza e fornendo gli stessi cibi che le famiglie erano abituate a comprare nei negozi, quindi senza stravolgere forzatamente il loro abituale regime alimentare. Ovviamente sono stati privilegiati gli anziani e le categorie più sensibili. Alcuni ospedali sono stati dedicati solo alla cura del Covid, altri invece sono rimasti in attività per i casi e le cure urgenti.

– Si sono verificati fenomeni di manifestazioni di persone che rifiutavano di mettere la mascherina, che negavano la gravità o peggio l’esistenza del virus?

In nessun momento i professionisti cubani hanno negato l’esistenza del virus o messo in discussione la necessità di operare per fermarlo, perché è una realtà che stiamo vivendo, che stiamo toccando con le nostre mani. Le cose che mi hanno infastidito di più sono stati alcuni commenti fatti in Europa, che mettevano in discussione l’importanza della mascherina dicendo che era un mezzo di una privazione della libertà o repressione, quando da sempre viene usata dai chirurghi, in sala operatoria, per proteggere il paziente. La popolazione asiatica ad esempio ha l’abitudine ad utilizzarla sempre quando ha raffreddore o catarro per evitare i contagi. E’ vero che la mascherina è fastidiosa, può appannare gli occhiali, rendere più difficile la respirazione, ma non vedo nessuna ragione per non usarla o considerarla un elemento d’oppressione. Questa è semplicemente una questione di solidarietà umana. Parliamo di una malattia altamente contagiosa, se è primario il suo utilizzo per il bene di tutti va usata, non solo per il Covid, anche dopo la pandemia, dovremmo avere la buona abitudine di usarla sempre. Anche sul vaccino ho sentito una quantità enorme di sciocchezze. Purtroppo capisco che in una società capitalista, questi mezzi sono utilizzati anche per fare più soldi possibile, come ad esempio è avvenuto per le mascherine, inventandone sempre di più sofisticate per guadagnarci sempre di più. Stiamo parlando di una malattia altamente contagiosa dalla quale ci dobbiamo salvaguardare. Da noi questo non è successo, nessuno vendeva mascherine perchè la TV cubana ha insegnato alla gente come fabbricarle in casa, con vestiti o stoffe di uso comune nelle famiglie, io stessa ne ho tessute a migliaia. Sui vaccini è vero che ci sono imprese capitaliste che non sono troppo serie, perché il sistema verte su grossi interessi economici, ma da noi ad esempio la gente ha totale fiducia nei ricercatori e nei medici cubani perché sa che non esiste nessuna speculazione nel loro lavoro, hanno sempre operato per la protezione della vita del loro popolo e per questo attendiamo tranquilli l’uscita del nostro vaccino. Il vaccino in sé è sempre stato un mezzo per garantire la salvaguardia delle persone e per creare immunità verso la malattia. Il Covid, oltre ad essere altamente contagioso, non garantisce immunità a chi ne è stato affetto, per questo è difficile creare un vaccino adeguato e per questo serviranno strumenti di alta tecnologia. Se ciò sarà utile, avanti pure con l’alta tecnologia. E’ inaudita la perdita di tempo su queste discussioni quando stanno succedendo cose intorno a noi che vengono totalmente ignorate, nessuno protesta per la distruzione del pianeta però ci si preoccupa di protestare contro l’uso delle mascherine. Cose assurde! Anche da noi ci sono stati degli indisciplinati ma sono stati sanzionati, perché la legge stabilisce che per il bene della collettività le regole vanno rispettate, se non per il proprio bene per quello degli altri. Si tratta di una questione di disciplina sociale. Noi cubani peraltro siamo molto festaioli, affettuosi, baciamo ed abbracciamo, però evitiamo di farlo, rispettiamo il distanziamento sociale perché la disciplina è importante in questo momento. Ad esempio quando qualche indisciplinato usciva di casa senza mascherina capitava che era la popolazione stessa a richiamare alle regole, senza dover far intervenire necessariamente la polizia.

– Si sono verificati fenomeni di dottori o addetti ai lavori che andavano su TV e giornali a portare le loro teorie alternative, talvolta fino a dire esplicitamente che era una farsa, c’era del terrorismo mediatico, che i morti non erano di Covid ma con Covid?

Nessuno ha mai negato l’esistenza del Covid, perché è una realtà che stiamo vivendo e toccando con le nostre mani. I medici cubani hanno solo avuto problemi per la propria protezione, perché spesso mancano i materiali e gli strumenti a causa del blocco statunitense. Sono stati vietati attracchi a navi che mandavano aiuti sanitari; alcune imprese straniere ci hanno donato materiale medico ma sono state sanzionate e bloccate, con la mancata consegna del materiale urgente e necessario. Chissà probabilmente avremmo potuto fare anche di più se il blocco statunitense non ci avesse colpito tanto. In merito ai vaccini noi abbiamo quattro versioni candidate, di cui già due in sviluppo definitivo e in prova su esseri umani che credo per febbraio usciranno per il loro uso. Ci sarà un vaccino generale e principale ed altri specifici per bambini e per anziani o persone affette da patologie particolari. Poi stiamo usando negli ospedali per i pazienti Covid anche diverse medicine, che utilizziamo già da anni, a base di interferone per rafforzare il sistema immunitario dei malati Covid affinché non peggiorino e non arrivino ad uno stato di crisi o di alta gravità.

Intervista realizzata da Lenny Bottai

Come il Vietnam ha affrontato il Covid, intervista a Alessio Sorti

Alessio dalla Malesia si è trasferito in Vietnam per aprire con la compagna un ristorante vegetariano nel 2016, e da allora vive e lavora ad Ho Chi Min City. Credo che il suo racconto possa essere utile a comporre il quadro di una diversa gestione del virus che ha dimostrato come per le società capitaliste la vita passa in secondo piano, e la spettacolarizzazione delle notizie crea molta confusione. Conoscendo e avendo già letto le domande che ho fatto ad Aleida, Daniele e Rolando, Alessio mi ha mandato direttamente un testo unico.

Il governo Vietnamita ha chiuso il confine con la Cina tre giorni subito dopo il primo out break ufficiale a Wuhan. Ha chiuso tutte le scuole, adottato obbligo di mascherina, precauzioni sanitarie in tutti gli edifici pubblici, obbligo di sanificazione personale all’ingresso di tutti gli edifici (perfino condomini, con divieto di ingresso ai non residenti), poi effettuando una campagna di affissione di materiale informativo e di prevenzione in lingua vietnamita ed inglese.

Questo era a fine Gennaio quando ancora qui in Vietnam non erano stati riscontrati casi di contagio. Ai primi casi su territorio vietnamita e alla crescita esponenziale dei casi in Cina, Corea e Giappone, oltreché in Italia e in Europa, sono stati sospesi tutti i voli in arrivo da paesi con alto numero di infettati. Unici voli possibili erano per cittadini vietnamiti e per stranieri con permesso di lavoro ed imprenditori con Quarantena Obbligatoria.

Da metà Febbraio, nonostante i pochissimi casi, il Governo ha sigillato i confini totalmente, i soli voli fatti atterrare sono stati per i cittadini vietnamiti e con obbligo di quarantena. A fine Febbraio con un numero di soli 200 casi in tutto il Vietnam ma con la chiara situazione pandemica, capendone la velocità di diffusione e la gravità è stato imposto un lockdown nazionale totale per cinque settimane in cui tutta la popolazione vietnamita e gli stranieri residenti in Vietnam hanno rispettato in pieno tutte le restrizioni e direttive.

La maggior parte degli affitti sono stati ridotti al 50%, le utenze qui non sono di certo come in Italia e non preoccupano, comunque sono state ridotte le spese; alcuni lavori hanno continuato in misure alternative come l’asporto, in altre si è data una specie di cassa integrazione. La crisi ovviamente non è mancata, anzi, specialmente per la chiusura al turismo si è fatta molto sentire. Qui non si è verificato nessun episodio di negazionismo, scetticismo o complottismo, oppure di disobbedienza. Non è stato mai messo in dubbio l’operato del governo o dei medici. Quindi non posso neppure dirti come sarebbe stato trattato.

Alla fine del lockdown le riaperture sono state lente e mirate ad attività fondamentali. Sono rimaste chiuse ancora per settimane i club, karaoke, spa e centri estetici etc. etc. Tutte le altre attività sono riaperte con restrizioni, distanziamento sociale, numeri ridotti con un massimo di 30 persone nei ristoranti. Per due mesi non si è registrato nessun nuovo caso, poi sono comparsi degli infetti nel Vietnam centrale. Danang è stata messa in lockdown totale per quattro settimane e la riapertura è avvenuta solo dopo che tutti i casi attivi erano in via di recupero.

Un grande senso di responsabilità della gente, di cooperazione, un’organizzazione ad oggi hanno portato che ci sono stati in totale meno di 1500 casi e solo 35 casi di morte da gennaio ad oggi. In generale i vietnamiti hanno dimostrato un senso civile e di protezione reciproca come una vera comunità dovrebbe essere a mio avviso, nessun scetticismo, anzi molto orgoglio per lo straordinario risultato ottenuto dalla nazione. Per tutto il periodo, sin da gennaio, ed ancora oggi mascherine, sanificanti etc etc sono stati ampiamente reperibili e a prezzi accessibili o distribuiti gratuitamente alla popolazione meno abbiente.
Gare di solidarietà sono scattate per aiutare gli operatori sanitari e militari, ausiliari impegnati in ospedali e <<quarantine camps>> dove oltre ai vietnamiti sono stati ospitati anche stranieri a spese dello stato.

Ho fatto personalmente parte di associazioni per la raccolta di beni di prima necessità e anche di fondi per gli operatori per supportare ulteriormente il grande lavoro che stavano facendo. Ho visitato brevemente un paio di campi rimanendo all’esterno e parlando con addetti. Abbiamo organizzato insieme a moltissimi vietnamiti una rete di distribuzione di cibo, prodotti sanitari per i senza dimora.

La sensazione generale di vietnamiti e stranieri residenti è quella di avere assistito ad operazioni tempestive, mirate, giocando di anticipo il più delle volte, una conoscenza territoriale incredibile da parte delle autorità che hanno permesso un successo su tutta la linea. E’ stato molto impressionante assistere a tutto questo mentre ricevevamo le notizie catastrofiche provenienti da Europa e Stati Uniti in particolare.

(io) Grazie Ale per la tua testimonianza.(Alessio) Ammiro il fatto che si faccia luce e si dia spazio alle notizie provenienti direttamente da paesi come il mio Vietnam che spesso non vengono nemmeno inseriti nei notiziari mainstream oppure vergognosamente filtrati e pilotati. Il successo della gestione della pandemia del Vietnam Socialista è REALE !

Intervista realizzata da Lenny Bottai

Transnistria: L’ultima Repubblica Sovietica

A Tiraspol, c’è un che di solenne nella stella rossa sul cappello dell’ufficiale che vigila sulla frontiera tra Transnistria e Moldova. Un confine che non è segnato sulle mappe, ma che di fatto esiste: è qui davanti. Il suo sproporzionato cappello fasciato di rosso è di gran lunga il più grande di tutti, lui lo sa e con sguardo torvo pretende il rispetto deferente che tutti gli portano. Benvenuti nella Pridnestrovkaja Moldavskaja Respublik, conosciuta in Occidente come l’autoproclamata Repubblica della Transnistria.

Tutto iniziò nel marzo 1992 quando guidati da Igor Nikolaevich Smirnov, ex presidente del Soviet di Tiraspol, gli abitanti imbracciarono le armi per dire che no, loro non ci si riconoscevano nella neonata Repubblica Moldava staccatasi dall’Urss. Loro si sentivano russi e sovietici (allora il 55% della popolazione era di etnia russa o ucraina) e avrebbero combattuto per rimanere tali. Cosa che in effetti fecero, anche perché nei pressi di Tiraspol era di stanza il 14° battaglione dell’Armata rossa che spalleggiò, difese e armò i miliziani della Transnistria. Nel giro di poco l’esercito moldavo si dovette ritirare, si firmò un cessate il fuoco e oggi siamo ancora allo stesso punto, con negoziati virtualmente aperti e una situazione de facto di due governi e due Stati.

Visitando la Transnistria è un tuffo nel passato, son passati cent’anni dalla rivoluzione russa e l’Unione Sovietica ancora è lì e resiste al tempo. A Tiraspol davanti al palazzo che ospita il presidente svetta una statua di Lenin in granito in posa di rito, con mantello e braccio a indicare, il Sol dell’avvenire; un busto sempre di Lenin si trova davanti al palazzo del Soviet Supremo, mentre nei pressi dell’università c’è un busto di Gagarin; accanto al sacrario dei caduti per la guerra del 1991 c’è una stele che ricorda i morti in Afghanistan. Davanti al Municipio ci sono ancora le foto dei compagni cittadini illustri e in generale la toponomastica è ancora ferma a Marx, Engels e i vari eroi del comunismo; sugli autobus le stelle rosse non mancano e tra un palazzo e l’altro bandiere russe si alternano a falce e martello.

Il sottile filo rosso che lega la Transnistria all’Italia

C’è un legame con l’Italia: è il film “Educazione siberiana” realizzato da Gabriele Salvatores nel 2013, tratto dall’omonimo romanzo di Nicolai Lilin, nato proprio a Bender dove è ambientato: le descrizioni dei luoghi del romanzo sono state oggetto di critica e, non a caso, l’autore suscita scarsa simpatia presso i pochi connazionali che lo conoscono.

Ma non è l’unico legame. Sul finire degli anni ’40, in piena Guerra Fredda, l’ideale comunista unisce luoghi improbabili: Tiraspol è gemellata con Carapelle (Foggia), Bender con Montesilvano (Pesaro) e con Cavriago (Reggio Emilia): la cittadina emiliana aveva mostrato simpatia per Lenin già ai tempi della Rivoluzione del 1917, quando i cittadini avevano raccolto 500 lire a sostegno del leader russo. Lenin li ringraziò in un discorso pubblico: gli abitanti di Cavriago gli conferirono il titolo di primo cittadino onorario della città. Nel 1970 ricevettero in dono un busto di Lenin portato da una delegazione di Bender. L’originale oggi è custodito nelle sale del municipio mentre sulla piazza, che porta il nome del leader bolscevico, è stata lasciata una copia.

La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa

Nonostante la loro determinazione, il popolo di questo piccolo stato isolato non poteva da solo scongiurare le devastazioni dell’accerchiamento capitalista. La repubblica fu costretta a fare importanti compromessi politici ed economici per mantenere la sua esistenza. Dovette fare affidamento sulla protezione militare della nuova Russia capitalista per scongiurare le ripetute minacce della vicina Moldavia e dell’Ucraina.

Nel 2016 però, le forze che rappresentano apertamente gli oligarchi capitalisti hanno preso il controllo dello stato.

Il governo di Transnistria e la sua economia dipendono fortemente dai sussidi provenienti dalla Russia, che mantiene una presenza militare e la sua missione di peacekeeping. La competizione politica all’interno del territorio è limitata e il partito dominante è allineato con i potenti interessi commerciali locali.

Uno dei quesiti odierni riguarda la possibilità di risolvere politicamente il problema della Transnistria, considerate tutte le contraddizioni esistenti nella politica regionale e globale. Dal 2009 le condizioni politiche in Moldova sono cambiate significativamente verso strutture di governo più democratiche, responsabili ed europeiste. 

Nel maggio 2018 si è tenuta a Roma la Conferenza permanente per la regolamentazione del conflitto transnistriano. Il forum è stato svolto nel formato 5+2 (Moldova, Transnistria, Russia, Ucraina, Osce + UE e USA). Sul tavolo, un pacchetto di otto punti per la risoluzione dei problemi dei cittadini di entrambe le parti, concernenti principalmente questioni economiche, umanitarie e di circolazione.

I primi segnali di un “ricongiungimento territoriale” provengono dal graduale allentamento delle posizioni russe in Transnistria. Nel 2018 il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha licenziato il rappresentante presidenziale per la Transnistria, sostituendolo con un rappresentante per lo sviluppo del commercio e dell’economia con la Moldova. In altre parole, le relazioni della Russia con la Transnistria sono ora parte integrante delle relazioni con la Moldavia.

Un altro segnale di riavvicinamento si è visto nel cambio dell’approccio occidentale caratterizzato dall’insediamento di un diplomatico tedesco a capo della missione dell’OSCE in questo territorio. In particolare, i diplomatici tedeschi hanno fatto il possibile per sostenere misure di rafforzamento della fiducia tra Tiraspol (Transnistria) e Chisinau (Moldavia). La presidenza tedesca dell’OSCE del 2016 ha gettato le basi per un programma di consolidamento della fiducia reciproca attraverso la firma del cosiddetto Protocollo di Berlino.

Ma soprattutto sono le precondizioni strutturali che ad oggi fanno discutere della possibilità dell’avvicinamento tra Chisinau e Tiraspol. Ciò è dovuto alla graduale estensione della giurisdizione moldava sui confini territoriali, la pressione economica e il lento e costante avvicinamento della Moldavia all’Occidente.

La Transnistria e quel sottile filo che la lega all’Italia

REPORTAGE. NON CHIAMATELA TRANSNISTRIA!

Benvenuti a Tiraspol, dove si sogna il comunismo

Solidarietà internazionale ai comunisti colpiti dalla repressione in Transnistria

Mai sentito parlare di Transnistria?

Le ONG, il grimaldello dell’imperialismo

“Per quanto riguarda quelle ‘fondazioni’ create con scopi  generali illimitati e dotate di enormi risorse, l’illimitatezza delle loro possibilità è una minaccia talmente grave, non solo per quanto riguarda la loro attività ed influenza, ma anche per il loro effetto anestetizzante sui cittadini e sulle istituzioni pubbliche, che se fosse possibile differenziarle chiaramente da altre forme di impegno umanitario a titolo volontario, sarebbe preferibile raccomandarne l’abolizione.” – Frank Walsh, 1915

Le ONG(organizzazioni non governative), per la maggior parte, sono organizzazioni private finanziate da Stati e compagnie private e agiscono con la tolleranza e la comprensione dei monopoli al servizio degli interessi privati. In pratica, esse funzionano come uno “Stato dentro lo Stato”, camuffate sotto il nome di “interlocutori sociali” o associazioni “umanitarie” e “non-profit”.

Le ONG, nella loro stragrande maggioranza, vengono usate dagli Stati borghesi come scusa per astenersi dall’offrire i servizi più basilari che dovrebbero provvedere a favore dei lavoratori e delle fasce più povere della popolazione. In questo modo i governi, attraverso il finanziamento di istituzioni che promuovono interessi privati, si sollevano dai loro obblighi sociali lavandosi le mani di una lunga lista di problemi socio-economici e bisogni popolari.

Oltre a ciò molte ONG sono usate dai centri imperialisti per compiere il “lavoro sporco” che pure gli Stati borghesi stessi non possono fare. Un importante esempio è il ruolo delle ONG durante la grandi crisi umanitarie degli ultimi anni: la crisi dei rifugiati. Stando al rapporto confidenziale dell’Agenzia Europea della Guardia di Frontiera risalta una forte partnership tra le ONG e il traffico di migranti. D’altra parte molti casi di trattamento disumano insieme a terribili condizioni di vita nei centri di accoglienza delle ONG, nonostante le risorse che hanno a disposizione. Oltre questo ancora molte volte le ONG attaccano apertamente i sindacati, cercando di comprare la coscienza dei sindacalisti ed educarli con i principi della collaborazione di classe. Tutto questo succede nel momento in cui i finanziamenti dell’Unione Europea alle ONG eccedono in alcuni ambiti rispetto ai rispettivi fondi destinati agli Stati e all’ONU.

Per il movimento sindacale internazionale di classe è chiaro l’infimo ruolo delle ONG e il loro collegamento con gli interessi imperialisti. I lavoratori e e le fasce popolari non possono aspettarsi nulla da queste istituzioni e organizzazioni create e supportate dai nemici della classe operaia. I lavoratori possono solo affidarsi a se stessi e ai loro movimenti sindacali. Solo i sindacati creati, composti e supportati esclusivamente dalla classe operaia posso difendere i diritti dei lavoratori in maniera combattiva ed efficace. Solo i lavoratori stessi, dunque, con la loro decisiva lotta in un’ottica di classe e con la loro solidarietà internazionalista possono soddisfare i bisogni contemporanei delle fasce popolari.

Come il partito della guerra arruola le organizzazioni non governative

“Le attuali iniziative ed agenzie di soft power, in particolare se impegnate nello sviluppo e nelle strategie di comunicazione, devono essere rinvigorite con maggiori finanziamenti, capitale umano ed assegnando loro priorità. Il governo americano deve simultaneamente stabilire finalità, obiettivi ed indici per le iniziative di persuasione. Il governo americano può inoltre massimizzare ulteriormente l’efficacia degli strumenti e le iniziative di persuasione attraverso partnership sempre più strette con le ONG. Poiché forniscono assistenza umanitaria ed allo sviluppo in aree generalmente inaccessibili alle agenzie governative, le ONG sono spesso in grado di avere accesso in zone potenzialmente estremiste prima che il governo riesca ad instaurare o rafforzare una presenza diplomatica, di sviluppo o militare, incluso di spionaggio.” — Joseph S. Nye, ex-vicesegretario alla difesa USA, giugno 2004

Il governo di Berlino ha utilizzato la sua presidenza del Consiglio d’Europa, per integrare le ONG nella politica militare europea. Ciò emerge dai documenti di lavoro del ministero degli Affari Esteri e della Fondazione Bertelsmann. Le ONG sono associate ai servizi dello Stato da sovvenzioni; l’obiettivo è quello di far accompagnare le operazioni militari all’estero dall’aiuto civile e umanitario. Il risultato è che la distinzione tra le forze militari di occupazione e i membri delle organizzazioni di soccorso viene cancellata. Ciò si giustificherebbe con gli attacchi crescenti contro i collaboratori delle ONG umanitarie nei territori occupati, che si concludono sempre più spesso con dei morti: 83 volte l’anno scorso. Berlino e Bruxelles utilizzano il pericolo crescente corso dalle ONG, per farle partecipare a un “sistema mondiale di informazione sulla sicurezza”. Esso servirebbe a mettere a disposizione dell’esercito, in modo sistematico, le informazioni captate tra i civili. I rappresentanti di grandi ONG hanno criticato aspramente questa strumentalizzazione da parte dei governi. 

La priorità 

L’integrazione delle ONG nella politica europea di sicurezza e di difesa (PESD) è di primaria importanza per Berlino, come apprendiamo da un documento del ministero degli Affari Esteri che informa sulle conferenze, sulla cooperazione tra le istituzioni dell’UE e le organizzazioni non governative. Durante la presidenza tedesca, hanno avuto luogo a Bruxelles cinque incontri, nel corso dei quali alcuni servizi dell’UE hanno discusso con collaboratori superiori delle ONG (“field experts”) su come le loro organizzazioni potrebbero essere integrate nel più breve tempo possibile nella pianificazione e nella realizzazione di missioni PESD. Da tempo, Bruxelles dispone di un comitato speciale per il ricongiungimento alle istituzioni delle ONG (“Committee for the Civilian Aspects of Crisis Management – Civ-Com”). Esso ha il compito di analizzare gli “aspetti civili” della “gestione delle crisi” militari. 

Gli strumenti 

Un ruolo decisivo è affidato alle ONG europee nella creazione e trasformazione della polizia e della giustizia nei territori attuali e futuri oggetto di intervento dell’UE. In quanto “Global player” Bruxelles disporrebbe di una molteplicità di strumenti in materia di politica, di sviluppo e di sicurezza (“political, developmental and security tools”) per “riformare i settori della sicurezza” in seno agli stati coinvolti, come si è potuto apprendere durante un congresso organizzato dal ministero degli Affari esteri e dalla Fondazione Bertelsmann (“Partners in Conflict Prevention and Crisis Management: EU and NGO Cooperation”). Le ONG devono cooperare alle misure per la formazione del personale (“training”) e la formazione della coscienza pubblica (“awareness-raising”); perché è unicamente in questo modo che possono essere create autorità giudiziarie e di polizia “affidabili” (“Transitional Justice”).

L’esperienza

Tra le questioni principali trattate nel corso di questo congresso di Berlino, troviamo anche le missioni di polizia e dell’UE in Afghanistan, in Kosovo, nella Repubblica Democratica del Congo, in Palestina e in Bosnia-Erzegovina. Le ONG partecipanti, tra cui Swisspeace e Amnesty International sono state per prima cosa “informate” in merito all’ “utilità” degli interventi dell’UE da rappresentanti del ministero degli Affari Esteri e del European Peacebuilding Liaison Office (EPLO), una piattaforma europea di ONG. In seguito, i rappresentanti delle ONG hanno avuto la possibilità di trasmettere agli organizzatori del congresso la loro conoscenza degli stati oggetto della discussione e delle situazioni specifiche dei conflitti che vi si svolgono (“conflict settings”). Secondo gli organizzatori – ai fini della selezione mirata e della preparazione dei rappresentanti delle ONG – viene attribuita la massima importanza alle informazioni trasmesse [3]. L’utilizzo delle conoscenze delle ONG, che possono contare sulla confidenza delle popolazione dei territori occupati, è uno degli elementi più importanti di questa collaborazione. Ecco perché i rappresentanti delle ONG sono stati invitati ad un’altra conferenza internazionale (dal titolo “Pace e Giustizia”) che il ministero degli Affari Esteri ha organizzato nei primi giorni di luglio, per discutere in particolare della “riforma del settore della sicurezza”. Il criterio per la selezione delle ONG è stato “l’importanza delle loro conoscenze”. 

Gli informatori 

Già oggi, numerose ONG sono informatori diretti per le operazioni militari. Trasmettono dati sulla situazione attuale della sicurezza, raccolti nelle regioni straniere in cui si interviene, al sistema elettronico “Safety Information Reporting Service” (SIRS). La banca dati è stata elaborata dai gruppi leader dell’informatica (Microsoft, Yahoo) su richiesta della “Crisis Management Iniziative” (CMI) dell’emissario speciale dell’ONU per il Kosovo., Martti Ahtisaari. A questa banca dati hanno accesso dal 2005 le ONG e i militari. 

Utilizzo a lungo termine

Il ministero degli Affari Esteri e la Fondazione Bertelsmann esigono che l’UE predisponga strumenti utilizzabili nel lungo periodo presso quelle ONG che godono dei suoi finanziamenti più importanti. Occorrerebbe allora nominare degli “ufficiali di collegamento per le ONG” in seno alla Commissione Europea, per essere in grado – durante le operazioni militari – di approfittare in ogni momento delle conoscenze degli informatori non governativi. Inoltre, le ONG dovrebbero essere censite e giudicate in base a criteri di utilità per il governo (“mapping and ranking”), per garantire in ogni possibile scenario di intervento, la scelta del “partner migliore”.

Complementari all’esercito

A parere di Pierre Micheletti, direttore dell’organizzazione umanitaria internazionale “Médecins du Monde”, la dipendenza dai mezzi finanziari dell’UE spinge già attualmente molte ONG a “partecipare a programmi che le trasformano in autentici prestatori di servizi per così dire strategicamente complementari all’esercito”. Di conseguenza, le ONG vengono identificate con le truppe di intervento dei loro paesi di origine e dichiarate obiettivo militare legittimo da parte degli oppositori dell’occupazione. Nel 2006 ciò è costato la vita a 83 umanitari e, secondo Micheletti, tale cifra corrisponde “al triplo del numero dei soldati uccisi nel corso di missioni di pace dell’ONU”. Il direttore di “Médecins du Monde” mette in guardia contro la “costante apparizione insieme di soldati e umanitari” che trasforma in modo definitivo e irreversibile l’immagine delle ONG. “Se l’accostamento […] tra interessi e apparenze si radicasse nel senso comune, tutta la logica dell’aiuto “senza frontiere” sarebbe messa in discussione”: gli umanitari diverrebbero dei collaborazionisti. 

Article: The NGOs and their role

ONG: dall’aiuto alla collaborazione

Intervista a Fidel Castro su Stalin

intervista del 1992 del giornalista nicaraguense Tomas Borge

Tomas Borge: Per la maggior parte dei leader rivoluzionari dell’America Latina, l’attuale crisi del socialismo ha un autore intellettuale: Josif Stalin. Cosa ne pensa?

Fidel Castro: Non si può dire, non oserei dire così. Penso che Stalin abbia commesso errori enormi, ma ha anche avuto grandi successi. Credo che Stalin abbia avuto un ruolo importante nella Rivoluzione d’Ottobre e nella guerra contro l’intervento straniero dopo la rivoluzione, storicamente noto. Stalin svolse un ruolo importante nell’industrializzazione dell’Unione Sovietica, nella grande guerra patriottica e nella ricostruzione del Paese. Questi sono fatti oggettivi.

TB: Alcuni dicono che l’Unione Sovietica vinse la guerra nonostante Stalin…
FC: Tomas, ho avuto pareri critici per molti anni su Stalin in molte aree, quindi penso di avere l’autorità per cercare di essere obiettivo in tutto questo. Mi sembra che equivalga a semplicità storica attribuire a Stalin la colpa dei fenomeni accaduti nell’Unione Sovietica, perché nessun uomo poteva, in modo unipersonale, creare determinate condizioni. È come attribuire a Stalin i meriti di ciò che era l’Unione Sovietica, impossibile! Penso che sia stato lo sforzo di milioni e milioni di persone eroiche che permisero all’Unione Sovietica di emergere, che l’Unione Sovietica si sviluppasse, che diventasse una realtà e svolgesse un ruolo molto importante nel mondo a favore di centinaia di milioni di persone. Penso che il merito principale della Rivoluzione d’Ottobre, naturalmente, se pensiamo alle personalità, fosse Lenin; merito straordinario, singolare, rilevante e di gran lunga superiore agli altri leader. Dovrebbe essere preso in considerazione, prima di tutto, che l’Unione Sovietica ha la sfortuna che Lenin morì relativamente giovane; sarebbe stato necessario che Lenin vivesse altri 10, 15, 20 anni. Abbiamo studiato Lenin, tutti noi che conosciamo il suo pensiero, il suo enorme talento, ci rendiamo conto che Lenin sarebbe stato in grado di rettificare molti rivoluzionari sovietici dopo la sua morte, lo capisci? Quindi l’assenza di Lenin, il vuoto che intendo nell’ordine teorico, nell’ordine intellettuale, nella costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica, è un fattore che ha molta importanza nelle cose che accaddero in seguito. Ora, ti ho detto che fui critico nei confronti di Stalin in molte cose; innanzitutto, criticavo le violazioni della legalità commesse da Stalin. Credo che Stalin abbia commesso enormi abusi di potere, questa è un’altra convinzione che ho sempre avuto. Credo che Stalin, devo parlare, a grandi linee, dei più grandi errori commessi, secondo me, da Stalin, nella politica agricola, per lungo tempo credette alle piccole proprietà e alla forma della proprietà privata; cioè, non sviluppò un processo progressivo di socializzazione della terra. Per diversi anni rimase una situazione: tutta la produzione di cibo dipendeva dai singoli appezzamenti, finché in un dato momento questi appezzamenti avevano dato tutto ciò che potevano dare e la produzione di cibo ristagnava completamente. Penso che il processo di socializzazione della terra avrebbe dovuto iniziare prima e avrebbe dovuto svilupparsi progressivamente. Mi sembra che fu molto costoso, nell’ordine economico e nell’ordine umano, il tentativo di socializzare la terra con un breve periodo storico e attraverso la violenza. Questo fu un grosso errore commesso durante la guida di Stalin. A proposito, posso raccontarti della nostra esperienza; più che con argomenti, possiamo ragionare coi fatti. Primo, non abbiamo fatto il tipo di riforma agraria che i sovietici fecero, né il tipo di riforma agraria che fecero i Paesi socialisti. Abbiamo dato la proprietà della terra a tutti i mezzadri, i coloni, i braccianti, a chi aveva della terra, ma le grandi proprietà non le dividemmo, non le frammentammo; Se l’avessimo fatto, avremmo squassato l’industria dello zucchero del nostro Paese, sarebbe stato terribile, quell’industria sarebbe quasi scomparsa; avremmo distrutto le possibilità di poter nutrire la popolazione, creando centinaia di migliaia di nuove tenute nel nostro Paese. Non l’abbiamo mai fatto, ma abbiamo conservato quelle unità. Certo, è molto facile giudicare in condizioni diverse. Forse i sovietici non avevano altra scelta che dividere tutto; se si tiene conto del momento in cui si trovavano, della povertà, della mancanza di risorse, del blocco e di tutti i problemi che subivano, non avevano altra scelta se non quel tipo di riforma agraria. Ammetto che la necessità li avesse costretti a farlo, quello che non credo è che nulla li abbia costretti a portare avanti un processo accelerato di collettivizzazione forzata, capisci? Ti ho detto che non abbiamo diviso, non abbiamo parcellizzato, abbiamo dato la proprietà a tutte quelli già in possesso di appezzamenti, ma abbiamo creato una proprietà statale che costituì la base per la produzione su larga scala dell’agricoltura. Si noti che il nostro Paese è uno dei Paesi che esporta il cibo più pro capite al mondo; alcun Paese al mondo esporta tanto cibo pro-capite quanto Cuba con così poca territorio. Si noti che esportiamo cibo per 40 milioni di persone ogni anno; abbiamo esportato cibo, negli ultimi 15 anni della Rivoluzione, a circa 40 milioni di persone; nonostante il fatto che la nostra popolazione stia crescendo, nonostante il fatto che abbiamo una superficie inferiore perché furono installate strutture di tutti i tipi, abbiamo un’elevata produzione pro capite di cibo. Se avessimo frammentato la terra, non saremmo stati in grado di farlo. Questa è una cosa che viene ignorata: quanto cibo pro capite esporta Cuba? Noi, per ogni cittadino, esportiamo cibo per quattro cittadini nel mondo, proprio perché non abbiamo fatto quel tipo di riforma agraria, abbiamo avuto abbastanza tempo per vederlo. Secondo, abbiamo dato la proprietà a quei contadini che già possedevano terre ma senza titoli di proprietà. Abbiamo sempre capito che piccoli appezzamenti di terra hanno possibilità limitate di produzione di terra; ma non abbiamo mai effettuato alcun tipo di cooperativizzazione forzata. Il processo di collaborazione tra i piccoli agricoltori, che ebbero un ruolo nella produzione agricola di Cuba e hanno una certa percentuale di terra, l’abbiamo fatto progressivamente, a poco a poco, e in dieci anni o più riuscimmo ad unire le terre del 50 percento dei piccoli proprietari. L’altro 50 percento esiste ancora, e l’abbiamo rispettato, lavoriamo con loro e portiamo avanti il nostro programma alimentare in coordinamento con loro, a prescindere dalle limitazioni tecniche del piccolo appezzamento, perché non è possibile utilizzare un’attrezzatura per l’irrigazione a perno centrale che irriga 100 ettari, è impossibile; non è possibile utilizzare l’aereo, né la combinazione di canna, né le più moderne e più alte tecniche di produttività. Tuttavia, non ci è mai venuto in mente di socializzare con la forza il 50 percento dei proprietari indipendenti rimasti dopo la costituzione delle cooperative; gli abbiamo dato sicurezza e promesso che se vogliono stare così per tutta la vita, staranno lì per tutta la vita e che rispetteremo sempre la loro volontà. Abbiamo condotto il processo di collettivizzazione tra i contadini indipendenti che possedevano la terra, terra che gli avevamo dato, sulla base della più rigorosa volontarietà. Ora, immagina già le conseguenze che avrebbe dovuto avere per un Paese che era in vasta maggioranza contadina, dove la terra fu inizialmente distribuita, forse come esigenza politica e sociale fondamentale, perché non potevano fare altro in quel momento, il processo di collettivizzazione forzata. Cioè, secondo me, il grande errore di Stalin.

TB: E tornando al tema della guida militare durante la seconda guerra mondiale, qual è la sua valutazione del ruolo di Stalin?

FC: Penso che la politica di Stalin alla vigilia della guerra fosse totalmente sbagliata. Puoi perfettamente spiegare le motivazioni di Stalin nella sua politica internazionale: penso che sia un fatto storicamente provato che volesse organizzare una coalizione contro Hitler. Perché? Ci sono documenti, ci sono prove di ogni tipo, ed è chiaro ed ovvio che le potenze occidentali, i Paesi capitalisti volevano far combattere Hitler contro l’URSS; è un fatto molto chiaro, evidente, provato nella storia, che Hitler fu visto con approvazione, anche con simpatia, e che il nazismo riceveva sostegno dalla borghesia in Germania come strumento contro il comunismo perché sebbene Hitler fosse un fanatico razzista, mostrò che tutte questo veniva perdonate perché si presentò da sostenitore della lotta al comunismo e tutto il mondo vide in Hitler lo strumento per distruggere l’Unione Sovietica. Quando iniziò la Seconda Guerra Mondiale, avevo 13 anni e già leggevo tutti i giornali; dalla guerra civile spagnola leggevo tutti i giornali, tutte le notizie internazionali, sempre con grande avidità. La Guerra Civile fu nel 1936, stavo per compiere 10 anni, e ricordo quasi come se le avessi appena lette molte notizie che arrivavano qui, perché nella fattoria di mio padre vivevano molti spagnoli e alcuni di loro non potevano leggere o scrivere. Erano divisi tra repubblicani e franchisti, e c’erano molti di questi spagnoli che istintivamente erano repubblicani, così mi chiesero di leggere il giornale. La cuoca di casa, tra gli altri, un galiziano di origine contadina, analfabeta, repubblicana di rabbia, sembra che per tradizione nel suo sangue avesse la ribellione contro feudalesimo e lo sfruttamento, le leggevo le notizie, e ricordo tutte le battaglie nelle Asturie, Teruel, dell’Ebro, le seguì parola per parola. Negli anni che precedettero la Seconda guerra mondiale, lessi i giornali e durante gli anni della guerra leggevo le notizie ogni giorno, per non parlare dei libri, sia riguardo agli eventi militari verificatisi allora, sia riguardo quelli politici del dopoguerra. Per 50 anni ho letto di questi fatti e quando iniziai avevo, come ti ho detto, 13 anni. Posso ricostruire nella mia mente molte cose e fare analisi politica di tutto ciò, analisi politica e persino militare. Non si può negare il fatto che le potenze occidentali abbiano spinto Hitler, finché Hitler non divenne un mostro, una vera minaccia. Né possiamo negare la straordinaria debolezza che le potenze occidentali avevano con Hitler e la sua condotta nei giorni che precedettero l’annessione dell’Austria, la famosa Anschluss; prima di tutto l’occupazione della Saar, dove era vietato inviare truppe, e anche prima dell’intervento di Hitler e Mussolini in Spagna. Furono i bombardieri e i piloti tedeschi che distrussero Guernica e che bombardarono Madrid, che uccisero centinaia di migliaia di spagnoli; furono tedeschi ed italiani con una chiara politica espansionistica che decisero, tra l’altro, la guerra. Tuttavia, accanto alla Repubblica spagnola non combattè alcun velivolo inglese, francese, statunitense; furono le brigate dei volontari internazionali che vi parteciparono. L’unico Paese che ha davvero aiutò fu l’URSS. Non si può negare storicamente che le armi con cui essenzialmente la Repubblica spagnola combatteva provenivano dall’Unione Sovietica, e gli aerei, i carri armati, l’artiglieria su cui che contava la Repubblica provenivano dall’URSS; quello che avevano i sovietici, glielo diedero, glielo mandavano. Quale altro Paese lo fece quando Hitler e Mussolini scatenarono la politica espansionistica? E alla fine raggiunsero il loro obiettivo, riuscirono a far sparire la Repubblica spagnola. Cosa fece l’occidente? Cosa fecero le potenze occidentali potenti in quel momento? Nel pieno di questi eventi, ci fu il riarmo tedesco. Cosa fece l’occidente per impedire il riarmo tedesco? Poi venne l’occupazione di tutte quelle aree europee in cui l’esercito di Hitler non poteva entrare. Più tardi i tedeschi annetterono l’Austria, si espansero. Poi arrivò Monaco e presero una parte del territorio dalla Cecoslovacchia, e più tardi, in breve tempo, occuparono il resto del Paese; influenza ed espansione tedesche si spostarono verso l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, mandando forze dappertutto. Cosa fece l’occidente di fronte a questi movimenti? Lasciò l’URSS da sola, e l’URSS ebbe molta paura di quella manovra, vide che Hitler penetrava nel Danubio e un luoghi strategici e nulla, fu tollerato tutto ciò. Certo, ciò stimolava l’espansionismo di Hitler e la paura di Stalin, che porto a qualcosa che critico da tutta la vita, perché penso che fu davvero una flagrante violazione del principio: cercare la pace a tutti i costi con Hitler per guadagnare tempo. Nella nostra lunga vita rivoluzionaria, nella storia relativamente lunga della rivoluzione cubana, non abbiamo mai negoziato un solo principio per guadagnare tempo o vantaggio pratico. Penso che fu un errore enorme. Non dirò che fu solo colpa sua, credo che tutta la politica occidentale l’abbia trascinato verso quella posizione; ma cadde nel famoso Patto Molotov-Ribbentrop, quando i tedeschi stavano già cominciando a chiedere la consegna del corridoio di Danzica; fecero una serie di richieste alla Polonia e in quel momento fu stilato il patto. Per tutta la vita, dal momento che avevo coscienza politica e rivoluzionaria, nell’analizzare questi fatti, pensai che fu un enorme errore commesso dalla politica estera sovietica, da Stalin in quegli anni alla vigilia della guerra, La non aggressione, lungi dal dare tempo, lo ridusse il tempo, perché alla fine la guerra si scatenò. Naturalmente, quando Hitler attaccò la Polonia, ad Inghilterra e Francia non rimase altra alternativa e la guerra scoppiò.
Quali conseguenze portò la guerra? Tutte quelle azioni militari fulminee di Hitler, la successiva invasione della Norvegia, poi l’occupazione di Belgio ed Olanda, l’attacco alla Francia, la sconfitta di Francia e Inghilterra sulla terraferma. Il potere di Hitler aumentò in Europa; Mussolini entrò opportunisticamente in guerra credendo che fosse il momento del crollo della Francia, ed ogni mese che passava Hitler era più potente, più risorse umane, più risorse materiali, combustibili, minerali, tutto, e diventava il nemico molto potente per l’Unione Sovietica. Poi, anche in quel periodo, in quella situazione, ci fu una competizione tra Stalin e Hitler, visto che la guerra poteva aver luogo mentre Hitler si volgeva ad est, cercando di guadagnare posizioni, territorio, vantaggi strategici . Cosa penso di tutto ciò? Le ragioni di certe azioni sovietiche in quel momento hanno qualche peso? Se dici: qui c’è una popolazione russa e voglio proteggerla, non devo far venire i tedeschi, l’occuperò io. Lì, a mio parere, si verificò un altro grande errore: nel momento in cui la Polonia fu attaccata, inviare truppe ad occupare quel territorio conteso perché aveva una popolazione ucraina o russa, non lo so. Cosa penso sarebbe stata la migliore politica? Sono sicuro che se avessimo visto una situazione del genere avremmo fatto qualcos’altro. Noi, prima di dare l’immagine che attacchiamo la retroguardia del Paese invaso da Hitler, avremmo preferito invitare la popolazione a passare dall’altra parte del confine per proteggersi, ma non avremmo violato il confine del Paese e non avremmo combattuto quel paese qualunque fossero le differenze ideologiche, un Paese attaccato da Hitler. Penso che fu un errore dal punto di vista dei principi e dell’opinione pubblica internazionale. Penso che la guerra contro la Finlandia fu un altro abbaglio a cui penso da tutta la vita, sia dal punto di vista dei principi sia dal punto di vista del diritto internazionale; Questa è l’opinione che ho sempre avuto. Stava compiendo errori successivi che gli procurarono l’antipatia dell’Unione Sovietica in vasti settori dell’opinione pubblica mondiale, che mise i comunisti di tutto il mondo, molto solidali e stretti amici dell’Unione Sovietica, in situazioni estremamente difficili da difendere coll’opinione pubblica di quei Paesi, in ciascuno di quegli episodi, perché dovette diventare una specie di harakiri per i comunisti di tutto il mondo, erano gli anni dell’internazionale, difendendo l’Unione Sovietica. E direi che era giusto difendere l’Unione Sovietica. Non potevano lasciare l’URSS a prescindere dai loro errori, ma erano costretti a difendere cose impopolari ed ostili come il Patto Molotov-Ribbentrop, l’occupazione di una parte del territorio polacco e la guerra in Finlandia. Visto che ne parliamo, colgo l’occasione e ti dico che non ho mai affrontato questi problemi con nessun giornalista. Credo che siano stati anche errori politici ed errori di principio, che non avremmo mai commesso. Credo che la storia della Rivoluzione cubana sia un argomento che dimostra cone ragiono, perché la Rivoluzione non ha mai commesso una violazione dei principi; mai la Rivoluzione, per alcun motivo o convenienza nazionale, abbandonò alcuna giusta causa in questo mondo, né abbandonò un singolo movimento rivoluzionario nonostante avessimo come avversario un Paese e un governo potenti come gli Stati Uniti. La storia della rivoluzione mostra che non abbiamo mai violato dei principi. Le cose che ho menzionato sono in contrasto coi principi, con la dottrina; sono in disaccordo, anche alla saggezza politica. Sebbene sia vero che dal settembre 1939 al giugno 1941 trascorsero un anno e nove mesi per il riarmo dell’URSS, in quel periodo chi divenne molto più forte, cinque volte più forte, dieci volte più forte, fu Hitler. L’URSS avrebbe potuto aumentare il potere militare a un costo politico e morale molto alto, ma Hitler era dieci volte più potente in quel momento. Se Hitler fosse entrato in guerra nel 1939 contro l’Unione Sovietica, vi dico che avrebbe fatto meno danni di quanto non fece nel giugno del 1941 e avrebbe subito la stessa sorte di Napoleone Bonaparte. Non solo coll’esercito sovietico, che era una realtà e aveva molti ufficiali coraggiosi ed esperti, esperti nelle guerre del tempo della Rivoluzione d’Ottobre: un popolo sempre combattivo e coraggioso. Con la partecipazione del popolo alla guerra irregolare, l’Unione Sovietica avrebbe sconfitto Hitler. Certo, a mio parere, è stato e l’ho sempre visto come grande errore di Stalin e della leadership sovietica. Infine, il carattere di Stalin, la sua terribile sfiducia nei confronti di tutto ciò, lo portò a commettere altri gravi errori: uno di essi fu quasi cadere nella trappola degli intrighi tedeschi e compì una tremenda, terribile, sanguinosa epurazione delle forze armate decapitando, praticamente, l’esercito sovietico alla vigilia della guerra. Un altro errore molto grave fu nel giugno 1941, quando i tedeschi concentrarono milioni di uomini, migliaia e migliaia di aeroplani, decine di migliaia di carri armati e autoblindo, centinaia di divisioni tedesche, romene, ungheresi, finlandesi ai confini e che di fronte a un’evidente aggressione era impossibile nascondere quei piani di aggressione, persisteva testardamente nella teoria che si trattava di una provocazione, che tutto ciò che gli veniva detto e tutto ciò che lo informava era una provocazione e adottò la politica dello struzzo, infilando la testa in un buco. Non mobilitò le truppe, e alcun Paese, quando vede che un’aggressione è imminente, la prima cosa che deve decretare è la mobilitazione generale. Un Paese come l’Unione Sovietica, che poteva mobilitare molti milioni di uomini, contadini, soldati, lavoratori; l’intera popolazione e che aveva migliaia di aeroplani e di carri armati, invece di mobilitarsi, anche se progressivamente, ma mobilitandoli, o dichiarando la mobilitazione generale tempestiva e immediata, a mio parere, adottò una posizione assurdo, troppo prudente, straordinariamente cauta, potremmo dire eccessivamente cauto, per non dare a Hitler un pretesto, e quindi non mobilitò l’esercito, non decretò la mobilitazione generale. Quindi, immagina, cosa succede? Dopo tutti gli errori precedenti, risalenti al 1941, attaccarono di sorpresa l’Unione Sovietica il 22 giugno; penso che fu un fine settimana, un sabato o una domenica.
Come puoi attaccare con milioni di uomini di sorpresa? C’è stata, tuttavia, sorpresa e un Paese smobilitato fu attaccato. Si scopre che gli ufficiali e molti soldati erano in viaggio il giorno dell’attacco, l’aviazione in prima linea, negli aeroporti di prima linea. Per me, è sempre stato molto chiaro che ciò che avrebbe dovuto fare in quel momento era la mobilitazione generale totale, il ripiego in profondità dell’aviazione e altre misure simili. Se non aveva intenzione di attaccare, se aveva intenzione di adottare una politica difensiva, in quelle condizioni doveva ritirare in profondità tutta dell’aviazione, mobilitare l’intera riserva, concentrarla tutta nei punti strategici, avere il massimo allarme al combattimento per tutti gli uomini in prima linea, e Hitler non avrebbe potuto attaccare di sorpresa e raggiungere i gravi risultati iniziali. Quando l’invasione della Jugoslavia ebbe luogo, forse ritardando l’attacco di Hitler di poche settimane, l’Unione Sovietica doveva essere mobilitata. E se ciò fosse accaduto nel 1941, sono assolutamente sicuro che l’esercito di Hitler si sarebbe schiantato contro l’esercito sovietico in profondità e non avrà circondato milioni di uomini, non avrebbe fatto centinaia di migliaia di prigionieri nelle prime settimane di guerra, non avrebbe distrutto quasi tutta l’aviazione il primo giorno, e non avrebbe causato l’enorme distruzione che delle prime settimane e mesi di guerra. Non sarebbe arrivato a Mosca, a Kiev, a Stalingrado, alcuna di queste parti; era impossibile, quell’immenso Paese avrebbe inghiottito gli eserciti tedeschi se il suo popolo, le sue forze fossero state mobilitate. Penso che la storia del mondo sarebbe stata altra, persino, e la Seconda Guerra Mondiale, se l’Unione Sovietica avesse fatto ciò che avrebbe dovuto fare alla vigilia dell’aggressione tedesca, la guerra non sarebbe finita a Berlino, ma in Portogallo se gli hitleriani avessero ceduto tutti i Paesi.

TB: I sovietici avrebbero occupato tutta l’Europa, almeno fino alla Francia.
FC: Chiaro, se sconfiggevano Hitler a Berlino, non avrebbero dovuto continuare ad avanzare, o se lo sconfiggevano ai confini occidentali della Germania; ma Hitler aveva occupato la Francia, non aveva occupato la Spagna dove, tuttavia, c’era un governo correlato. Quindi, se combateva fino alla fine, dico che la guerra finiva in Portogallo, non ci sarebbe stato nemmeno un Secondo Fronte, le truppe nordamericane non sarebbero sbarcate in Europa. Ne ho l’assoluta sicurezza, l’ho sempre avuta, quando analizzavo questi eventi. Con questo ho elencato i principali errori di Stalin, naturalmente, ho incluso gli abusi di potere, le violazioni della legalità e gli atti di crudeltà che Stalin effettivamente commise Questo è, a mio avviso, l’insieme degli errori fondamentali.

TB: Quali erano, secondo te, i meriti di Stalin?

FC: Se si parla in modo approssimativo dei meriti di Stalin, c’è il merito di aver stabilito l’unità dell’Unione Sovietica, consolidando ciò che Lenin aveva avviato, l’unità del partito, diede slancio al movimento rivoluzionario internazionale, e certamente l’industrializzazione dell’Unione Sovietica fu un grande successo, un grande sforzo e un grande merito di Stalin, e penso che fosse decisivo nella capacità di resistere dell’Unione Sovietica. Un grande merito di Stalin, o del collettivo che era con Stalin, ma dato che gli danno tutta la colpa, meriti ed errori sono stati individuati, anche se c’erano molti pregi e molti errori, un grande successo fu il programma di trasferimento dell’industria bellica e delle industrie strategiche in Siberia e nelle profondità dell’Unione Sovietica. Penso che in guerra, una volta iniziata, sapeva come guidare l’Unione Sovietica. Ebbe alcuni primi momenti di grande confusione; ciò è storicamente provato, questo è quello che mi disse Mikojan: come furono le prime ore di Stalin. Era molto amaro, poiché tutte le premesse erano fallite, dato che le informazioni ricevute non erano provocatorie, poiché l’attacco a sorpresa si verificò, poiché Hitler causò una grande distruzione, per diverse ore, penso anche diversi giorni, fu in un grande smarrimento, finché non reagì e divenne un capace capo militare, perché nessuno tranne lui poteva esercitare quelle funzioni, nessuno aveva l’autorità, il prestigio, il potere per svolgere quel ruolo, e poi si dedicò alla difesa dell’Unione Sovietica e, secondo molti generali, Zhukov e i più brillanti generali sovietici, Stalin svolse un ruolo importante nella difesa dell’Unione Sovietica nella guerra contro il nazismo. Questo è riconosciuto da tutti.
Penso che sia giunto il momento di un’analisi imparziale del personaggio e non dargli la colpa di tutto ciò che successe perché, dopo tutto, l’Unione Sovietica che conoscevamo era molto potente, che solo quattro anni dopo l’esplosione delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki, che diedero il monopolio dell’arma nucleare agli Stati Uniti, aveva già l’arma nucleare, e subito dopo l’arma termonucleare, e non ci volle molto per avere i vettori di queste armi. Era in grado di sviluppare la missilistica, i voli spaziali, di raggiungere straordinari livelli di sviluppo e produzione industriale ed alimentare. L’Unione Sovietica a volte produceva più di 200 milioni di tonnellate di cibo; ciò che produceva l’Unione Sovietica quando iniziò la Seconda guerra mondiale erano solo 50 o 60 milioni di tonnellate di grano. Ora non mi riferirò a questo, ma l’Unione Sovietica che conoscevamo era un’Unione Sovietica molto ricca, con enormi risorse economiche, in materie prime, industriali, scientifiche; cioè, quello che era noto era una superpotenza, l’Unione Sovietica era una vera superpotenza. Ora, Stalin aveva qualcosa a che fare con lo sviluppo di questa superpotenza? Doveva. In che modo incolpare Stalin, semplicemente, per tutto ciò che è successo nell’Unione Sovietica? Penso che sarebbe una semplicità storica, e non sono soddisfatto dell’accettazione di un’accusa simile. È come dire che il colpevole era Lenin per aver guidato la rivoluzione socialista, aver preso il Palazzo d’Inverno e costituito il governo sovietico e tutto queste cose. Quante persone potrebbero essere incolpate di quel percorso? Finiscono per incolpare Dio di non dare a Lenin più salute per vivere 15 o 20 anni in più. Non voglio scherzarci, anche se potrei dire alcune cose divertenti; ma la verità è che dopo aver ricevuto uno Stato potente e averlo distrutto in pochi anni, dopo aver fatto in pochi anni ciò che Hitler non poté, cosa che la reazione mondiale non poté fare, disintegrando un Paese così potente, di 280 milioni di cittadini, è una grave responsabilità a cui la storia sarà incaricata di rendere giustizia, coll’imperialismo ha raggiunto tali obiettivi senza sparare un colpo. Dobbiamo essere obiettivi, analizzare tutti gli errori politici e di principio commessi da Stalin, analizzare i successi e approfondire i fattori che veramente portato alla distruzione dell’Unione Sovietica e alla reale responsabilità di ciascuno. La costruzione del socialismo nell’URSS fu la prima di queste esperienze nella storia dell’umanità. Non c’è stato alcun processo rivoluzionario senza errori, non c’è stata rivoluzione senza grandi errori. Pensa alla rivoluzione francese, alle rivoluzioni classiche, alle rivoluzioni storiche. Pensa nella sfera latinoamericana alla rivoluzione messicana, un importante evento storico che precedette la rivoluzione bolscevica; C’era tutto: violenza, violazioni della legalità. E in Francia, c’erano o non c’erano? E quando arrivò la Restaurazione, c’erano altre violazioni della legge? In tutte le rivoluzioni si sono verificati questi fenomeni. Ho davvero detto di esser orgogliosi di aver commesso minimi errori e di non aver commesso molti degli errori commessi in tutte le altre rivoluzioni. Potrei elencarli, ma non ne parliamo ora. Ma una rivoluzione potrebbe essere concepita nel vecchio impero degli zar senza molti errori? Non potrebbe. Tuttavia, c’è stata una rivoluzione con molti errori e molti successi, Thomas, che ebbe un ruolo trascendente nel mondo, perché l’esistenza dell’Unione Sovietica e le lotte dell’Unione Sovietica accelerarono il processo rivoluzionario nel mondo: impedì all’umanità di cadere sotto il dominio fascista; accelerò il processo rivoluzionario in Cina, un evento di singolare importanza, aiutò l’indipendenza del Vietnam, ail movimento di liberazione in Africa e altrove, e diede spazio ad altri popoli per vivere in un mondo che conosceva gli antagonismi delle due grandi potenze, che per coloro che non volevano cadere sotto il giogo dell’imperialismo yankee significò un enorme vantaggio, che andò perduto quando l’Unione Sovietica scomparve.

Fidel Castro e Tomas Borge
Intervista a Fidel Castro su Stalin

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