anticomunismo, revisionismo, stalin

George Orwell, un trotskista anticomunista

Ogni riga di ogni lavoro serio che ho scritto dal 1936 a questa parte è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico, per come lo vedo io.
George Orwell

Nella storia del movimento operaio è facile trovare una doppia tendenza: da un lato una tendenza utopistica che ha gridato al tradimento della rivoluzione alla minima deviazione rispetto a quanto previsto dalla teoria; dall’altro la necessità oggettiva di affrontare i problemi posti dalla realtà concreta, specie in casi di particolare crisi cui dover far fronte. Nella storia del ‘900 il trockismo si è posto ad un certo punto nettamente sulla tendenza utopistica, ignorando la necessità di una mediazione con le condizioni storiche reali, messa in campo invece da Stalin e dal gruppo dirigente bolscevico.

Eric Arthur Blair, comunemente noto come George Orwell, è stato un simbolo di inimicizia contro il socialismo del 20° secolo. Con il pretesto dell’“anti-totalitarismo”, conservatori, neoliberisti, socialdemocratici, progressisti di sinistra e opportunisti hanno idolatrato Orwell come un intellettuale intransigente che merita di essere rispettato. La sua famosa novella allegorica, La “Fattoria degli animali”, è considerata un capolavoro della letteratura contro il “regime totalitario” di Stalin in Unione Sovietica.
La cosiddetta Orwell Foundation, con sede a Londra, che mira a “perpetuare i successi dello scrittore britannico George Orwell” gestisce il Premio Orwell cercando di premiare i libri e il giornalismo che “trasformano la scrittura politica in un’arte”.

Tuttavia, la realtà su Blair è ben diversa da quella presentata dalla propaganda borghese. Orwell non era semplicemente antistalinista o antisovietico; era un anticomunista che divenne un informatore per conto delle agenzie di intelligence britanniche.

Ex ufficiale della polizia imperiale indiana in Birmania, Blair si unì al Partito dei Lavoratori dell’Unificazione Marxista (POUM) collaborazionista trotzkista durante la guerra civile spagnola, combattendo contro comunisti e antifascisti. La partecipazione di Orwell al POUM ha plasmato le sue opinioni ferocemente anticomuniste, coperte dall’antistalinismo. Tra il 1941 e il 1943, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, lavorò nell’Eastern Service della BBC. In questo periodo scrisse una recensione per il “Mein Kampf” di Hitler dove ammise spudoratamente: “Il fatto è che in lui c’è qualcosa che affascina profondamente. Hitler sa che gli esseri umani non vogliono solo confort, sicurezza, orari di lavoro comodi, igiene, controllo delle nascite e, in generale, senso comune; vogliono anche, almeno in maniera intermittente, la lotta e il sacrificio di se stessi, per non parlare dei tamburi, delle bandiere e delle sfilate. Fascismo e Nazismo sono psicologicamente molto più profondi di qualsiasi concezione edonistica della vita.”

Sebbene la propaganda borghese lo presenti come un “antifascista”, l’ostilità di Orwell era diretta principalmente contro il socialismo-comunismo. Le sue celebri opere, come “Omaggio alla Catalogna”, “La fattoria degli animali” e “1984”, sono romanzi profondamente anticomunisti che mirano a diffamare la costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica e negli altri stati socialisti. Proprio per questo le sue opere furono promosse con entusiasmo dalla borghesia dominante dei grandi paesi imperialisti (Stati Uniti, Gran Bretagna, Europa occidentale). I romanzi di Orwell hanno avuto una posizione di rilievo nella guerra culturale scatenata dalla CIA contro l’Unione Sovietica. Secondo lo storico della CIA Michael Warner, dopo la morte di Orwell nel 1950, la Central Intelligence Agency ha negoziato con la sua vedova la realizzazione di film propagandistici finanziati dal governo degli Stati Uniti basati su “Animal Farm” e “1984”.

Eric Arthur Blair non era solo uno scrittore e giornalista anticomunista reazionario; era anche un informatore delle agenzie di intelligence britanniche. Nel 1949 Orwell consegnò all’Information Research Department (IRD) del British Foreign Office un elenco di 38 persone, tra cui intellettuali e artisti, che erano considerate simpatizzanti comuniste. L’intermediario tra Blair e IRD era un’amica di Orwell chiamata Celia Kirwan che lavorava al Foreign Office come assistente del famigerato anticomunista Robert Conquest.

L’elenco è rimasto segreto fino al 1996, quando il fascicolo FO 111/189 del Foreign Office è diventato accessibile ai sensi della legge trentennale sulla declassificazione. Nel giugno 2003, il quotidiano “The Guardian” ha pubblicato una copia della lista di Orwell, verificando il suo ruolo di informatore delle agenzie di intelligence britanniche.

Il Taccuino

Le fonti variano per quanto riguarda il numero di nomi nell’elenco (le cifre vanno da 35 a 38). 
I nomi nell’elenco includono i seguenti 39: 

Scrittori e giornalisti

  • “Aldred”, romanziere (nome sconosciuto, probabilmente Guy Aldred )
  • John Anderson , giornalista, corrispondente industriale per The Manchester Guardian
  • John Beavan , editore
  • Arthur Calder-Marshall , scrittore
  • E. H. Carr , storico
  • Isaac Deutscher , ex scrittore trotskista, corrispondente per The Economist e The Observer
  • Cedric Dover , giornalista
  • Walter Duranty , corrispondente da Mosca del New York Times 
  • Douglas Goldring , romanziere 
  • “Major Hooper” (Arthur Sanderson Hooper), scrittore di storia militare
  • Alaric Jacob , corrispondente da Mosca del Daily Express durante la seconda guerra mondiale
  • Marjorie Kohn , giornalista
  • Stefan Litauer , giornalista
  • Norman Ian MacKenzie , vicedirettore del New Statesman
  • Kingsley Martin , direttore del New Statesman
  • Hugh MacDiarmid , poeta e nazionalista scozzese
  • Naomi Mitchison , romanziere
  • Nicholas Moore , poeta
  • Iris Morley , corrispondente da Mosca per The Observer durante la seconda guerra mondiale
  • R. Neumann , romanziere
  • George Padmore , giornalista di Trinidad e attivista antimperialista
  • Ralph Parker, giornalista, News Chronicle
  • J. B. Priestley , romanziere e drammaturgo
  • Peter Smollett , giornalista del Daily Express in seguito identificato come un agente sovietico, Smolka, reclutato da Kim Philby . Smollett era a capo della sezione russa del ministero britannico dell’informazione in tempo di guerra (MOI) e aveva interrotto la pubblicazione dell’allegoria sovietica di Orwell, La fattoria degli animali .
  • Margaret Stewart , corrispondente industriale/lavoro Tribune
  • Alexander Werth , giornalista

Accademici e scienziati

  • Patrick Blackett , fisico
  • Gordon Childe , archeologo
  • John Macmurray , filosofo
  • Tibor Mende , Analista Affari Esteri 
  • J. G. Crowther , Il primo corrispondente scientifico del Guardian

Attori

  • Charlie Chaplin
  • Michael Redgrave

Parlamentari laburisti

  • Bessie Braddock
  • Tom Driberg
  • Michele Piede
  • John Platts-Mills

Altri

  • Joseph Macleod , scrittore e regista teatrale
  • Peadar O’Donnell , socialista irlandese
  • Leonard Schiff , sacerdote
  • Edgar Young , ufficiale militare

Altri nomi nel taccuino

Alcune delle persone nominate nell’elenco di Orwell, ma non presenti nell’elenco successivo dell’IRD, erano:

  • Alex Comfort , scrittore pacifista
  • Nancy Cunard , ereditiera e attivista di sinistra
  • Katharine Hepburn , attrice
  • Harold Laski , economista
  • Cecil Day-Lewis , poeta
  • Alan Nunn May , scienziato
  • Seán O’Casey , drammaturgo
  • George Bernard Shaw , drammaturgo
  • John Steinbeck , romanziere
  • Randall Swingler , poeta
  • AJP Taylor , storic
  • Orson Welles , regista
  • Solly Zuckerman , scienziato

Orwell commentò in New Leader nel 1947:

La cosa importante da fare con queste persone – ed è estremamente difficile, dal momento che si hanno solo prove inferenziali – è selezionarle e determinare chi di loro è onesto e chi no.
C’è, per esempio, un intero gruppo di parlamentari nel parlamento britannico che sono comunemente soprannominati “i cryptos”. Hanno indubbiamente fatto molti danni, soprattutto nel confondere l’opinione pubblica sulla natura dei regimi fantoccio nell’Europa orientale; ma non si dovrebbe frettolosamente presumere che abbiano tutti le stesse opinioni. Probabilmente alcuni di loro sono mossi da niente di peggio della stupidità.

Il quaderno conteneva colonne con nomi, commenti e vari segni.
Commenti tipici sono stati: Stephen Spender – “Simpatizzante sentimentale… Tendenza all’omosessualità”; Richard Crossman – “Troppo disonesto per essere un vero FT”; Kingsley Martin – “Liberale decaduto. Molto disonesto”; e Paul Robeson – “molto anti-bianco. [Henry] Wallace supporter”.
Il giornalista Geoffrey Wheatcroft ha considerato le osservazioni di Orwell “percettive e talvolta persino generose”, proseguendo dicendo che “DN Pritt è descritto come un comunista ‘quasi certamente clandestino’ ma anche un “buon deputato (cioè localmente).Molto capace e coraggioso'”.

Ora, chiediamoci: perché i meccanismi borghesi, dai mass media alla storiografia, promuovono costantemente George Orwell e le sue opere? Perché lo presentano come un “santo” dei valori democratici e dell’anti-totalitarismo? Il rabbioso antistalinismo di Orwell non basta a spiegare l’amore della borghesia per lui. La risposta è chiara: Eric Arthur Blair era un anticomunista convinto che ha dedicato il suo talento di scrittore alla lotta contro il socialismo-comunismo. Tienilo a mente prossima la volta che senti qualcuno lodare la “Fattoria degli animali”, “1984” e altre opere di Orwell.

La lista di Orwell
George Orwell, an anti-communist traitor

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antifascismo, antimperialismo, comunismo, cuba, Patriottismo

Fidel Castro, l’uomo che ingannò 638 volte la morte

Perché signor Anderson? Perché? Perché? Perché lo fa? Perché si rialza? Perché continua a battersi? Pensa veramente di lottare per qualcosa a parte la sua sopravvivenza? Sa dirmi di che si tratta, ammesso che ne abbia coscienza? È la libertà? È la verità? O magari la pace… Non mi dica che è l’amore! Illusioni, signor Anderson, capricci della percezione, temporanei costrutti del debole intelletto umano, che cerca disperatamente di giustificare un’esistenza priva del minimo significato e scopo! Ogni costrutto è artificiale quanto Matrix stessa, anche se devo dire che solo la mente umana poteva inventare una scialba illusione come l’amore! Ormai dovrebbe aver capito signor Anderson, a quest’ora le sarà chiaro, lei non vincerà, combattere è inutile! Perché, signor Anderson? Perché? Perché persiste?
Agente Smith a Neo, Matrix Revolution


Ha vissuto gran parte della sua lunga vita sotto i riflettori sopravvivendo a mezzo secolo di complotti.
In una colonna intitolata “Il compleanno” che è stata pubblicata sui media di stato cubano per il suo 90° compleanno, Castro scrisse che suo fratello minore Raul lo avrebbe sostituito se “l’avversario avesse avuto successo nei loro piani di eliminazione. Ho quasi riso dei piani machiavellici dei presidenti degli Stati Uniti“

Secondo il documentario britannico del 2006 “638 Ways to Kill Castro, più persone hanno tentato di uccidere il socialista più famoso del mondo. “Se scampare aii tentativi di omicidio fosse un evento olimpico, vincerei la medaglia d’oro”, amava dire Castro agli intervistatori. La sua reputazione di giocoliere con la morte prese piede presto durante la sua vita. Da giovane rivoluzionario è stato infatti dichiarato morto due volte dalla stampa cubana: “perito” una volta quando ha guidato una rivolta fallita contro una caserma militare e un’altra quando è tornato dall’esilio in barca con un plotone di guerriglia.

Era l’inizio del 1975 e il Senato USA annunciò il 27 gennaio, 46 anni fa, la creazione della Select Committee to Study Government Operations guidata dal senatore Frank Forrester Church per indagare sulle attività illegali della Central Intelligence Agency (CIA) e del Federal Bureau of Investigation (FBI), popolarmente conosciuta come la Commissione Church.

In quel momento, il Nord era nella crisi finale che avrebbe portato alla sconfitta della guerra del Vietnam in aprile con la cattura dell’ex capitale meridionale di quella nazione, Saigon, da parte dell’esercito nord vietnamita e la successiva fuga delle ultime truppe e funzionari americani.

Questa iniziativa legislativa fu incoraggiata dal formidabile movimento interno contro la guerra e dalla denuncia della politica interventista di Washington. Ma pochi avrebbero potuto immaginare che i risultati delle indagini della commissione avrebbero provato i complotti di assassinio contro il leader di Cuba Fidel Castro, alcuni dei quali sono stati denunciati dalle autorità cubane e liquidati dal governo degli Stati Uniti come “propaganda comunista”.

La Commissione Church ha fatto emergere dall’opacità della clandestinità della CIA l’ingegnere chimico Sidney Gottlieb (1918-1999), il fulcro dei sinistri piani contro la vita di Fidel Castro dalla sua posizione di capo della Divisione Servizi Tecnici della CIA per più di 15 anni e che ingaggiava maghi per predire il futuro e praticanti di riti satanici per implicare il diavolo nel successo delle sue operazioni, tra altri modi stravaganti di sprecare il denaro dei contribuenti.

Tuttavia, la sua eredità non fu sempre così stravagante e lasciò come suo capolavoro lo “Studio delle esecuzioni” (Assassination Manual), declassificato negli anni ’90 e che insegnava come infilzare con precisione un pugnale nella zona della carotide, al cuore, sparare in testa e provocare la morte come se fosse un incidente mediante folgorazione, lancio della vittima nel vuoto e l’uso di veleni, tra le altre istruzioni con cui hanno studiato diverse generazioni di ufficiali della CIA.

Durante la sua carriera attiva in questa agenzia fino agli anni ’70, ha avuto il pieno appoggio della Casa Bianca e un grande budget che gli ha permesso la completa libertà di perseguire i suoi programmi criminali. Dall’inizio delle operazioni contro Cuba, la sua ossessione sarà quella di distruggere la Rivoluzione e soprattutto di uccidere Fidel.

Fidel Castro gioca a baseball. Havana 1964.

Tutte le volte che la CIA provò ad uccidere Fidel Castro.

Nel 1960, fu organizzata un’operazione per simulare l’apparizione di Cristo davanti alla diga dell’Avana per mezzo di fuochi d’artificio e luci proiettate da un sottomarino per invocare un’insurrezione guidata dal dio fatto dagli effetti speciali della CIA.

Nel 1960-61 proposero di mettere il tallio nelle scarpe del leader cubano per fargli cadere la barba e ridurre il suo carisma, o di inoculare LSD allucinogeno in uno studio televisivo cubano dove appariva e che provocava strani comportamenti nelle persone che diventavano inibite di qualsiasi autocontrollo.

Conoscendo la sua passione per le immersioni subacquee al largo delle coste di Cuba, la CIA investì in un grande volume di molluschi caraibici. L’idea era quella di trovarne uno abbastanza grande da contenere una quantità letale di esplosivo, che sarebbe stato poi dipinto con colori sufficientemente luminosi da attirare l’attenzione di Castro quando era sott’acqua. I documenti rilasciati sotto l’amministrazione Clinton confermano che questo piano è stato preso in considerazione ma, come molti altri, non è andato lontano dal tavolo da disegno. Un altro complotto interrotto relativo alle attività subacquee di Castro era la preparazione di una muta da sub che sarebbe stata infettata da un fungo che avrebbe causato una malattia della pelle cronica e debilitante

In un’occasione, un ex amante è stata reclutata per ucciderlo. Alla donna vennero consegnate pillole avvelenate dalla CIA nascoste nel suo barattolo di crema fredda. Secondo la donna, Castro aveva già intuito che mirava ad ucciderlo e le offrì debitamente la sua stessa pistola, “Non posso farlo, Fidel,” gli disse.

La Cia e la Mafia

Pochi avevano tante ragioni per volere Castro morto quanto la mafia americana. Prima della rivoluzione, i mafiosi statunitensi pagavano i funzionari cubani per consentire loro di gestire hotel, casinò e bordelli sull’isola, a sole 90 miglia dalla Florida ma ben al di fuori della giurisdizione degli Stati Uniti. Castro interruppe la festa, sequestrando i casinò e gli hotel dei mafiosi e rimandandoli di corsa negli Stati Uniti. E questo portò a una partnership insolita.

Un agente della CIA incontrò il mafioso Sam Giancana a Miami nel 1960. Giancana accettò di aiutare il governo americano a uccidere Castro e disse anche che la mafia avrebbe rinunciato al loro solito compenso, secondo i rapporti declassificati della CIA.

“Sam suggerì di non ricorrere alle armi da fuoco, ma al contrario l’uso di qualche potente pillola, che poteva essere collocata nel cibo o nelle bevande di Castro”, ciò viene riportato secondo un cablogramma della CIA “Secret – Eyes Only” pubblicato nel 2007 come parte di una richiesta del Freedom of Information Act.

Pillole di cianuro furono consegnate tramite i contatti della mafia all’ex Hotel Hilton dell’Avana, ora nazionalizzato e ribattezzato Hotel Habana Libre, secondo i documenti della CIA. Qui si serviva il frappè al cioccolato che Castro adorava.

Ma la notte in cui Castro arrivò, tutto andò storto per l’assassino della mafia, secondo Fabián Escalante, un ufficiale dell’intelligence cubana in pensione che si è preso cura di Castro per decenni.

“Ordinarono un frappè al cioccolato, ma nella fretta e nel nervosismo provocati dal momento per il quale si era preparato da oltre un anno, ruppe la capsula di veleno mentre cercava di raccoglierla, poiché rimase attaccata allo scaffale del congelatore in cui era nascosta “, ha scritto Escalante nel suo libro”.

La trama di Panama

Nel 2000, al decimo vertice iberoamericano dei leader latinoamericani ed europei a Panama, Castro denunciò pubblicamente quello che diceva fosse un altro tentativo che stava per essere compiuto contro di lui in quei giorni.

“Sono appena a Panama e già hanno introdotto armi ed esplosivi”, disse Castro, mostrando una foto di uno dei suoi nemici più ostinati: Luis Posada Carriles.
Posada era un esule cubano ed ex soldato nella campagna di sabotaggio della CIA contro il governo cubano. Era stato accusato da funzionari cubani nell’abbattimento di un aereo di linea cubano nel 1976 e nei bombardamenti del 1997 di hotel a L’Avana.

Posada, icon il volto pieno di cicatrici per quello che disse fu un tentativo fallito da parte di agenti cubani di ucciderlo, in varie occasioni ha negato di aver avuto un ruolo negli attentati aerei e negli hotel. Il piano, disse Castro, era di farlo saltare in aria mentre teneva un discorso a un’università panamense.

La polizia panamense arrestò Posada e altri tre esiliati cubani che si trovavano effettivamente nel paese. Gli uomini sono stati giudicati colpevoli di aver messo in pericolo la sicurezza pubblica, ma poi sono stati perdonati in modo controverso.

Le 600 vite di Fidel Castro

Storia dei piani degli attentati contro Fidel

638 ways to kill Castro

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italia, Patriottismo, revisionismo

Ezra Pound era veramente fascista?

Ezra Weston Loomis Pound  è stato un poeta, saggista e traduttore statunitense, che trascorse la maggior parte della sua vita in Italia.

Visse per lo più in Europa e fu uno dei protagonisti del modernismo e della poesia di inizio XX secolo. Costituì, assieme a Thomas Stearns Eliot, la forza trainante di molti movimenti modernisti, principalmente dell’imagismo e del vorticismo, correnti che prediligevano un linguaggio d’impatto, un immaginario spoglio e una netta corrispondenza tra la musicalità del verso e lo stato d’animo che esprimeva, in contrasto con la letteratura vittoriana e con i poeti georgiani. Sono temi ricorrenti nella sua poesia epica e lirica la nostalgia per il passato, la fusione tra culture diverse, e il tema dell’usura, contro cui si scaglia apertamente.

Ezra Pound, il filosofo più citato e abusato dai fascisti dopo Evola, si dichiarò fascista in più occasioni e supportò il governo mussoliniano. In questo articolo daremo un dispiacere ai fascisti dimostrando come nonostante le sue dichiarazioni Pound non si può definire fascista.

Ezra Pound era prima di tutto un poeta e possiamo affermarlo senza indugi un grande poeta, è necessario disaccoppiare il poeta dal pensiero polito ed è ingiusto considerare le sue poesie fasciste e condannare interamente le sue opere.

Pound era politicamente sia contro il capitalismo che contro il marxismo e vedeva nel fascismo una terza via da contrapporre. Pound veniva da un contesto culturale che lo ha traviato, aveva una mentalità socio culturale jeffersoniana che gli fece credere di vedere in mussolini e hitler qualcosa che non era, non si rese conto che il governo mussoliniano, a differenza da cosa sostengono i terzaposizionisti o i socialisti nazionali, non applicò mai una sola riforma socialista ne tanto meno socialdemocratica.

Il governo italiano tra gli anni 20 e gli anni 40 fu uno dei governi in cui le privatizzazioni ebbero un’impennata maggiore e fu totalmente asservito al capitale, al latifondo, alla borghesia e al clero, non supportò mai i lavoratori e i loro diritti diminuirono. Pound presentò delle modifiche alle politiche economiche dell’Italia nel tentativo di difendere i lavoratori e “socializzare” la politica economica del paese. Cosa accadde a tutte le sue proposte? Vennero cestinate e non mai furono applicate.

Il suo pensiero politico è un disastro totale, come direbbe Zalone: Ma è del mestiere questo? Come detto ammirava mussolini, ma non lo conosceva e lo incontrò una sola volta, dichiarò che hitler era un santo, in più occasioni proferì frasi antisemite, considerava il marxismo un prodotto giudaico massonico e secondo lui l’Italia sotto mussolini non era più in vendita ai pesi esteri, sotto la repubblica di Salò diresse una radio.

Allo stesso tempo dichiarò che c’era differenza tra gli ebrei cattivi(vedi banchieri e finanzieri) e ebrei buoni(il resto) e si dichiarò a favore della nascita dello stato di Israele, per buona pace degli antisemiti che lo ereggono ad esempio. Dopo la fine della seconda guerra mondiale suggerì di trasformare l’Italia in un protettorato amaricano.

Il primo atto del Fascismo è stato salvare l’Italia da gente troppo stupida per saper governare, voglio dire dai comunisti senza Lenin. Il secondo è stato di liberarla dai parlamentari e da gruppi politicamente senza morale. Quanto all’etica finanziaria, direi che dall’essere un paese dove tutto era in vendita, Mussolini in dieci anni ha trasformato l’Italia in un paese dove sarebbe pericoloso tentare di comperare il governo

Già, ma che razza di ‘fascista’ fu Ezra Pound? Pound rimpiangeva l’America rurale dei padri fondatori. Indossando i panni dell’economista, si scagliava contro quella che chiamava «usura», il denaro che produce altro denaro, lo strapotere delle banche: «Nel denaro – diceva – è la natura dell’ingiustizia». Non amava neanche la democrazia, perché ridotta a «usurocrazia» e «daneicrazia».

E pagò, eccome se pagò. Prima, nel 1945, già sessantenne, consegnato dai partigiani agli americani, finì al Disciplinary Training Center di Pisa, una sorta di Guantanamo, rinchiuso in una cella sempre illuminata, costretto a dormire sul pavimento di cemento, e dove pure compose i suoi Cantos migliori.
Negli Usa fu rinchiuso, senza vera perizia medica né vero processo, forse solo per imbarazzo, per 13 anni nel manicomio criminale di Washington. Ne uscì vecchio, distrutto. Hemingway lo soccorse. Eliot lo amava. Pasolini lo adorava. I suoi Cantos sono forse la poesia più alta del secolo. Non gli diedero il Nobel a causa del suo passato imbarazzante. Ma che cosa c’entra con i crani rasati e le croci celtiche e il mito della forza e della razza uno che scrive: «Nessun paese può sopprimere la verità e vivere bene»? Oppure: «Non puoi fare una buona economia con una cattiva etica»? La figlia Mary ha perso la causa. Pound è ormai proprietà privata di individui che forse non hanno mai letto una sola sua lirica.

Chi urla quegli slogan, come potrebbe apprezzare versi come questi, dedicati alla Venezia dove Pound riposa per sempre? «Sì, la gloria dell’ombra / della tua Bellezza ha camminato / Sull’ombra delle acque. / In questa tua Venezia. / E dinanzi alla santità / Dell’ombra della tua ancella / Mi sono coperto gli occhi, / O Dio delle acque. / O Dio del silenzio» ( Litania notturna ). .

Pier Paolo Pasolini intervistò Pound nel 1968. L’occasione è molto più che una semplice intervista: è un evento di portata storica, non soltanto per il mondo della letteratura e della poesia, ma anche nella vita dei due intellettuali. Da una parte Ezra Pound, ormai anziano e affaticato, apparentemente indifferente al peso della vita e delle vicissitudini attraversate, dall’esperienza di detenzione nel manicomio criminale di St. Elizabeths di Washington, dalle accuse di tradimento nei confronti del proprio Paese, l’America, per appoggiare il regime fascista. Dall’altra, sulla poltrona accanto, il Pasolini scrittore e regista che proprio in quegli anni iniziava finalmente a godere i frutti di un lavoro a lungo criticato, bistrattato, se non apertamente schernito dai benpensanti di un’Italia fino a poco prima del tutto impreparata a cogliere la sensibilità, il coraggio, la lucidità della sua ricerca espressiva e stilistica di narratore. Ma quello fra Pasolini e Pound non è solo l’incontro fra due figure rivoluzionarie, sebbene idealmente antitetiche, è anche  il confronto fra due poeti e fra due uomini legati a doppio filo da un rapporto di amore e odio, di pesanti eredità intellettuali, di conflitto e contatto, giunto al punto di doversi tradurre in una riconciliazione formale che ha il sapore di un simbolico passaggio di testimone. Due irregolari, due outsider, due anticonvenzionali accomunati dalla scelta di mettersi in gioco in prima persona senza risparmiarsi. Un filo riannodato sulla traccia dei versi di Pound, che Pasolini ridisegna e fa propri in una rilettura di rara e toccante intensità. 

Pound morì nel 1972 a Venezia, e a distanza di un anno, Pasolini sottoscrisse, anche politicamente, i suoi versi conservatori:

L’ideologia reazionaria di Pound è dovuta al suo back-ground contadino […] Ciò che in Pound, attraverso il padre e la mitica figura del nonno è entrato di questo mondo contadino, lo veniamo a sapere attraverso la idealizzazione che Pound ha fatto della cultura cinese […]. Egli ha voluto, fermamente e follemente voluto, restare dentro il mondo contadino: anzi, andare sempre più in dentro e più al centro. La sua ideologia non consiste in niente altro che nella venerazione dei valori del mondo contadino (rivelatiglisi in concreto attraverso la filosofia cinese, pragmatica e virtuosa). In questo senso io ritengo che si possano sottoscrivere, anche politicamente, tutti i versi conservatori di Pound dedicati ad esaltare (con nostalgia furente) le leggi del mondo contadino e l’unità culturale del Signore e dei servi: “La parola paterna è compassione;/Filiale, devozione;/La fraterna, mutualità; Del tosatel (giovinetto) la parola è rispetto”  .

Concludiamo dicendo Pound non può essere associato al fascismo per 5 motivi
– La sua poetica e la sua attività filosofica sono sono maggiori delle sue idee politiche ed è necessario scindere la poetica dalle idee politiche.
– Le idee di Pound furono contraddittorie in punti cardine a livello teorico e pratico rispetto al fascismo e al nazismo
– In vecchiaia rigettò le sue idee. Rivide le sue idee sull’antisemitismo definendolo uno stupido pregiudizio e il suo errore più grande. Disse che tutti i suoi precedenti lavori erano privi di valore e sentiva di rovinare tutto ciò che toccava e di essere stato ignorate.
– Aveva una conoscenza politica molto limitata e non si può trascurare i suoi trascorsi patologici
– Veniva da un contesto culturale che lo ha traviato, aveva una mentalità socio culturale jeffersoniana che gli fece credere di vedere in mussolini e hitler qualcosa che non erano . Pound è una vittima inconsapevole della propaganda fascista.

Ezra è diventato pazzo. Penso che la sua pazzia sia evidente dagli ultimi Cantos. Merita la punizione e la disgrazia, ma ciò che davvero merita è essere ridicolizzato. Non dovrebbe essere impiccato e non deve diventare un martire. Resta uno dei più grandi poeti viventi e ha dato una mano per molto tempo a molti artisti. Ernest Hemingway

Ezra Pound e Cioran – #Filosofia 39
Pier Paolo Pasolini ed Ezra Pound
“Un’ora con…Pier Paolo Pasolini ed Ezra Pound”: il 30 luglio a Casa Colussi
Giù le mani (tese) da Ezra Pound. Il poeta icona dei neofascisti? Annessione impropria

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revisionismo

Quando l’Urss barattò le navi dell’armata rossa per un bicchiere di Pepsi

Siamo nel 1959, sei anni dopo la morte di Stalin e l’inizio della destalinizzazione avviata, mentendo, da Kruscev , il presidente degli Stati Uniti è Dwight Eisenhower, il quale ha un piano ben preciso per esportare la cultura americana, quindi la cultura capitalista, anche nel territorio sovietico – che però non sembra particolarmente entusiasta ed interessato. Viene dunque organizzata l’Esposizione nazionale americana, a Mosca, dove era presenta anche Richard Nixon, il vice presidente statunitense in quegli anni. Tra Nixon e Krusciov, leader dello stato sovietico, scoppia presto una brutta lite. Per riportare la pace tra le parti, il vice presidente della Pepsi offre al capo russo un bicchiere della sua bevanda gasata e quest’ultimo, sorprendentemente, accetta.

Donald Kendall, vice presidente del marketing della Pepsi, offre a Nikita Khrushchev un bicchiere di Pepsi. Al centro, Richard Nixon, all’epoca vice presidente Usa.

Questo bicchiere fece sbocciare l’amore dell’Unione Sovietica per la Pepsi e in seguito avrebbe posto le basi per un bizzarro rapporto d’affari.

Kendall, vice presidente del marketing della Pepsi,, faceva parte di progetto che aveva lo scopo di mostrare lo stile di vita americano allo scopo di allentare le tensioni tra i due paesi.
I sovietici avevano fatto lo stesso, portando un mese prima a New York, una mostra del lifestyle sovietico. All’evento di Mosca, gli americani presentarono auto, lavastoviglie, televisori e, presso lo stand di Kendall, la Pepsi.

Kendall, che era un amico di Nixon, disse al New York Times: «Sono andato da Nixon all’ambasciata, e gli ho detto che ero nei guai perché la la Pepsi pensava che stavo sprecando i soldi dell’Azienda per seguire un progetto irrealizzabile.» Kendall sapeva che «doveva piazzare una Pepsi in mano a Kruscev». Nixon organizzo quindi l’incontro tra i due.

Tredici anni più tardi, nel 1972, Donald Kendall (presidente della Pepsi dal ’63), continuava a porsi la solita irrisolta questione: come si poteva introdurre questa bibita nel mercato sovietico? Decise allora di sfruttare i contatti che aveva con Nixon, nel frattempo diventato Presidente, per cercare di ottenere un accordo commerciale dai risvolti rivoluzionari.

Ma quando finalmente si riuscì ad arrivare a un accordo, al quale mancava solo la firma, venne sollevata una questione tutt’altro che secondaria: come avrebbe potuto l’Urss pagare i rifornimenti di Pepsi? L’Unione Sovietica non aveva infatti accesso alla moneta straniera e il rublo non poteva essere cambiato nel mercato internazionale. La soluzione, allora, era ripagare con della vodka! Visto che la maggior parte delle bibite era di proprietà statale, il governo sovietico all’epoca possedeva grandi quantità di vodka. Fu così che si decise di pagare con Stolichnaya, una famosa marca di vodka creata all’inizio del Novecento dal chimico russo Dmitrij Mendeleev, inventore della tavola periodica degli elementi.

Si trattò ovviamente di un accordo che segnò la storia e che rese la Pepsi il primo prodotto occidentale a essere venduto in Unione Sovietica. Inoltre la Pepsi si trasformò nell’importatore esclusivo della famosa vodka Stolichnaya destinata all’avido mercato statunitense.

Quando nel 1989 l’iniziale accordo tra la Pepsi e l’Unione Sovietica fu sul punto di scadere, si fece di tutto per arrivare a un secondo accordo. In quel periodo la Pepsi in Unione Sovietica vantava già più di venti stabilimenti dove la bibita veniva imbottigliata prima di essere distribuita. Il nuovo accordo commerciale aveva un costo di quasi tre milioni di dollari: un prezzo che la Stolichnaya da sola non era in grado di sostenere. E ancora una volta, di fronte a una moneta difficile da cambiare sui mercati internazionali, si riuscì a trovare una soluzione: se negli anni Settanta l’Unione Sovietica possedeva un’infinità di litri di vodka, negli anni Ottanta vantava un grosso armamento militare ereditato dalla Guerra fredda. L’Urss propose quindi di pagare la Pepsi con una flotta di navi diesel. Per quanto l’offerta potesse sembrare strana, i dirigenti della Pepsi accettarono, ben consapevoli che non ci sarebbe stata alternativa alcuna.

L’accordo comprendeva 17 sottomarini, un incrociatore, una fregata e un cacciatorpediniere, che vennero poi venduti a una compagnia svedese specializzata nel riciclaggio di rottami. Questi 17 sottomarini fecero in modo che la Pepsi, nei giorni della contrattazione, si trasformasse nella sesta potenza militare più grande del mondo per numero di sottomarini diesel posseduti.

Si narra che un giorno il presidente della Pepsi Donald Kendall, scherzando con il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, gli avesse detto: “Stiamo disarmando l’Unione Sovietica in tempi molto più rapidi di come hai fatto tu”.

L’UNIONE SOVIETICA BARATTÒ PEPSI CON VODKA E NAVI DA GUERRA

Quelle navi da guerra che portarono la Pepsi alla conquista dell’Urss

QUANDO PEPSI SI RITROVÒ A POSSEDERE UNA FLOTTA MILITARE

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Le ferie pagate dallo stato ai tempi dell’Urss

Crimea

La Russia sovietica è stata uno dei primi Paesi al mondo a introdurre per legge orari di lavoro limitati e ferie retribuite. Nel corso dei diversi decenni dell’esistenza dell’Unione Sovietica, la durata delle ferie è cambiata, ma nel Dopoguerra le vacanze duravano un mese intero di fila, o anche di più.

Ora è difficile immaginarlo, ma fino al 1917 e alla Rivoluzione le persone non avevano diritto alle ferie retribuite. Era possibile, ovviamente, accordarsi con i capi per ottenere qualche giorno di riposo, ma questi giorni non venivano pagati. Notate poi che la giornata lavorativa non durava otto ore, ma dieci, e il giorno libero era solo la domenica. Ma quasi subito dopo la Rivoluzione, venne introdotto il concetto di ferie retribuite per tutti i cittadini lavoratori.

Il diritto alle ferie in Unione Sovietica venne cancellato solo una volta, durante la Grande Guerra Patriottica (la Seconda guerra mondiale). Ma anche allora, i fondi per le ferie retribuite vennero stanziati, e semplicemente accantonati in un fondo speciale del lavoratore, che poté goderne dopo la fine del conflitto.

Milioni di cittadini sovietici erano riconoscenti a Lenin per l’esistenza dei sanatori (qualcosa a metà tra “casa di cura” e “stazione termale”; un posto dove passare le vacanze, rigenerandosi anche a livello fisico). Era stato proprio il padre della Rivoluzione a firmare il decreto “Sulle località di cura di interesse nazionale” nel 1919. A questo scopo fu deciso di utilizzare la Crimea e la costa del Mar Nero. Per esempio, nella lussuosa residenza degli ultimi tre imperatori, il Palazzo di Livadija (dove si sarebbe poi tenuta la Conferenza di Jalta), fu aperto nel 1925 un sanatorio per i contadini.

I buoni di soggiorno (“putjovka”) per i sanatori venivano dati gratuitamente ai contadini di tutto il Paese. Veniva loro pagato dallo Stato persino il viaggio. Il pacchetto comprendeva, tra le altre cose, la cura per mezzo della salubre aria di Crimea e le passeggiate lungo il “Sentiero del Sole” (ex “Sentiero dello Zar”), di 7 chilometri, nella fitta pineta.

La mattinata iniziava con la sveglia per tutti alle 7, e quindi con la ginnastica all’aria aperta, la colazione e le procedure termali e/o curative. Come possibili divertimenti venivano offerti il biliardo, gli scacchi e la lettura. A Livadija fu aperto anche un piccolo museo con oggetti personali che erano appartenuti agli zar. Sotto ogni oggetto esposto, i bolscevichi avevano messo l’indicazione del prezzo, di modo che i contadini si meravigliassero del lusso osceno in cui viveva l’ex monarchia e si rallegrassero dell’avvenuta rivoluzione. 

Non importava la collocazione geografica, la cultura o la storia dei vari paesi, ogni sanatorio socialista sul territorio dell’Unione Sovietica doveva rispettare alcuni elementi ricorrenti obbligatori: un policlinico, dormitori, uffici amministrativi e spazi verdi per racchiudere la vacanza perfetta del lavoratore socialista.

Lo stato provvedeva a finanziare le cure e, dall’Armenia all’Uzbekistan, dal Kirghizistan all’Ucraina o alla Moldova, tutto il territorio dell’Urss si riempì di queste strutture che rappresentavano un’avanguardia dal punto di vista medico.

L’impostazione medica arriva perfino al controllo dei tempi individuali di esposizione al sole, fissa i requisiti di accesso agli stabilimenti: solo chi sarà in possesso di certificato medico e di una appropriata prescrizione (“putiovka”) potrà raggiungere la località climatica prescritta, non prescelta liberamente.

Se il proletario è parte essenziale della macchina produttiva socialista, il suo recupero è prezioso e deve essere efficiente. A ricomporsi sono le cellule di partito, i gruppi di fabbriche e uffici, che si raccolgono in massa in queste grandi struttura di cura e divertimento.

Il riposo, evidenziato dall’aggiunta di alcuni chili in più alla partenza, era un segno di buona salute. Si riteneva che ciò producesse la massima produttività nel periodo post-sanatorio, un concetto che persiste fino ad oggi.

I buoni di soggiorno per i sanatori venivano dati gratuitamente ai contadini di tutto il Paese. Veniva loro pagato dallo Stato persino il viaggio. 

Prima del 1967, una persona aveva 12 giorni lavorativi di ferie pagate più giorni aggiuntivi a seconda delle condizioni di lavoro, e dopo il 1967 le ferie di base aumentarono a 15 giorni lavorativi più i giorni aggiuntivi. In totale, potevano arrivare fino a 36 giorni lavorativi! A seconda del luogo di lavoro, dell’anzianità di servizio e della pericolosità della produzione.

Ad esempio, i cittadini che lavoravano in istituzioni scientifiche ed educative avevano da 24 a 48 giorni lavorativi di ferie, quelli che lavoravano nell’Estremo Nord ricevevano ulteriori 18 giorni di ferie, e chi lavorava nel settore dell’abbattimento degli alberi da più di tre anni otteneva 6 giorni in più. È interessante notare che nella stragrande maggioranza dei casi, le ferie venivano concesse per intero, ovvero con un mese o più di assenza continuativa dal lavoro, visto che non c’era alcuna norma sulla suddivisione in più periodi.

Una delle caratteristiche della legislazione del lavoro sovietica era l’elaborazione di un programma di ferie per l’anno successivo, pianificato alla fine dell’anno in corso. È chiaro che non era sempre possibile per una persona andare a riposarsi proprio durante questo periodo, e se non era possibile concordare il rinvio della vacanza, il lavoratore poteva semplicemente richiedere un risarcimento monetario. Ma questo dipendeva fortemente dal luogo di lavoro ed era piuttosto raro. Se un dipendente non voleva andare in vacanza, poteva chiedere un risarcimento economico al posto delle ferie. Ad esempio, se un dipendente era stato a lungo in malattia, ed era già stato in sanatorio, poteva capitare che richiedesse il riscatto.

Le località turistiche sovietiche

ALUŠTA

La città di Alušta diviene una località di villeggiatura di importanza nazionale per effetto del decreto “sull’utilizzo della Crimea per il trattamento medico dei lavoratori” e per disposizione delle autorità governative della Crimea. Il primo sanatorio fu realizzato nell’ex dacia del generale V.M Linden, nel Professorsky Ugolok. Tutte le ville, le pensioni ed i palazzi vennero nazionalizzati e fu avviata la costruzione di nuovi sanatori. Nel 1940, 20 nuovi sanatori accolsero più di 38 mila persone per le vacanze e per i trattamenti terapeutici. Nella primavera del 1944, quando la Crimea venne liberata dagli invasori nazisti, dei 168 edifici destinati al turismo di Alušta ne erano rimasti appena 34. Tutte le attrezzature delle località di villeggiatura erano state danneggiate oppure trasferite in Germania. Ne era derivato un danno che ammontava a 200 milioni di rubli.

La spiaggia di Alušta

Durante gli anni del regime sovietico, Alušta diventò una delle località di villeggiatura più popolari dell’URSS. Qui vennero costruiti sanatori di importanza nazionale per tutta l’Unione Sovietica, le colonie dei pionieri per i bambini [4] ed il centro sportivo olimpico “Spartak”. L’intero esteso territorio di Alušta veniva gestito da un’organizzazione per il turismo e le escursioni: l’ufficio viaggi ed escursioni del Consiglio centrale dei sindacati di tutta l’Unione [5]. Nel 1984 l’agenzia fornì servizi ad una media di 500.000 turisti. Il 1972 fu un anno da record per Alušta: nel corso dell’anno nella località di villeggiatura trascorsero le proprie vacanze 1 milione 72 mila persone. Alušta diviene un popolare luogo di vacanza per i cittadini della Repubblica Democratica Tedesca e della Polonia; gli studenti provenienti da molti paesi del mondo trascorrono le vacanze nei campi estivi per studenti.

L’aria insolitamente pulita e la sensazione di quieto benessere intensificavano sempre gli effetti delle peculiarità terapeutiche del luogo. Qui venivano curate malattie dell’apparato respiratorio di natura non tubercolare, dell’apparato cardiovascolare e del sistema nervoso.

JALTA

Negli anni del dopoguerra, la città si ingrandì rapidamente e si sviluppò come località di villeggiatura. A partire dalla seconda metà degli anni ‘50, Jalta diviene sempre più luogo di vacanza d’élite e viene creata una rete di dacie di proprietà statale.

Jalta

Negli anni ‘60 l’area di Jalta includeva i centri abitati situati nelle vicinanze: Ai-Vasil, Autka, Derekoi. La maggior parte degli edifici dormitorio, dei centri di cura e delle linee di comunicazione con gli odierni sanatori è stata costruita e ristrutturata negli ultimi decenni. Tuttavia vari dipartimenti ministeriali dell’ex URSS, che per molti anni hanno eretto gli edifici dei loro sanatori sul litorale, non di rado realizzavano in modo disordinato e caotico le costruzioni, avendo scarsa cura per le infrastrutture. Proprio negli anni ‘60, lungo la costa meridionale, venne costruita una nuova autostrada, che accorciava notevolmente il tragitto da Jalta ad Alušta, Simferopoli e Sebastopoli e dal 1961 venne attivato un collegamento filoviario con Simferopoli. Gli anni ‘70 ed i primi anni ‘80, hanno segnato, nello sviluppo delle località di villeggiatura, l’inizio della costruzione di  grattacieli, precedentemente mai realizzata; vengono eretti nuovi edifici a più piani destinati ai sanatori, alcuni dei quali sono rimasti incompiuti fino all’inizio del ventunesimo secolo. Il significativo aumento delle vacanze trascorse insieme alla famiglia può essere considerato un fenomeno caratteristico degli anni ‘70; precursore in tal senso è stata la casa vacanze “Pogranichnik”. 

In breve tempo il nome “Jalta” iniziò ad essere associato non solo alla stessa Jalta ma anche alla maggior parte dei villaggi della costa meridionale della Crimea, il che ha determinato la comparsa dell’espressione “Grande Jalta”. Negli anni del disgelo chruščëviano, come pure successivamente, Jalta si era molto rapidamente trasformata in una delle località di villeggiatura più ambite dell’URSS, per livello di popolarità solo al secondo posto dopo Sochi. Ricevere buoni di soggiorno per la costa meridionale della Crimea era estremamente difficile; venivano concessi ai lavoratori particolarmente meritevoli in ambito culturale, ai funzionari di alto rango e agli ufficiali che avevano svolto un lavoro esemplare. Alla fine degli anni ‘80, questa località di villeggiatura di importanza nazionale per tutta l’Unione Sovietica disponeva di 180 strutture destinate alle terapie mediche e alle attività ricreative; ogni anno venivano a Jalta per riposarsi e curarsi circa 2 milioni di persone.

EUPATORIA

La storia di questa città della Crimea, così denominata in onore del re del Ponto Mitridate VI Eupatore, inizia 25 secoli fa. Un piacevole clima secco, innumerevoli spiagge per tutti i gusti, acque termali lievemente, mediamente o altamente mineralizzate, sali con proprietà curative e fanghi provenienti dai laghi circostanti: l’insieme di questi fattori ha contribuito a far diventare  Eupatoria una delle località di villeggiatura più frequentate dal popolo sovietico.

Eupatoria

Eupatoria era tra l’altro uno dei più apprezzati luoghi di cura e svago per i bambini dell’URSS. Qui giungevano bambini provenienti da ogni parte dell’Unione Sovietica. Eupatoria venne quindi considerata la località di villeggiatura con più presenza giovanile di tutta l’URSS. In questo luogo si era venuta creando una particolare atmosfera di libertà ed allegria.

FEODOSIA

Nel 1954 Feodosia, in quanto parte della regione della Crimea, venne trasferita alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. All’inizio degli anni ‘70 la città ottenne lo status di località di villeggiatura.

Feodosia

La spiaggia del mare di Feodosia, con la sua sottile e pulita sabbia di colore dorato, si estende per 15 km quasi lungo l’intera costa dell’omonima baia in direzione di Kerč. Al centro del litorale della baia di Feodosia sorge un insediamento di tipo urbano, Primorsky, nel quale la costa sabbiosa della Spiaggia Dorata si trasforma in un litorale di ciottoli. E’ comodo qui stare distesi sulla sabbia ed è piacevole entrare in mare sul vellutato fondale sabbioso. E’ liscio e privo di avvallamenti, sassi e cumuli di alghe che intralciano il bagno. Per un bambino e per chi non sa del tutto nuotare non è pericoloso fare il bagno. Ognuno trova la profondità che più lo aggrada. La stessa sabbia risplende in trasparenza attraverso l’acqua verdastra dalle sfumature di smeraldo. E’ come guardare in basso nel fondo di uno spesso vetro color giallo chiaro. Sulla linea dell’orizzonte invece il mare è calmo e di colore scuro omogeneo, nettamente delimitato dal cielo, che è ugualmente calmo e monocromatico ma velato di bianco. E le onde si infrangono sulla riva in modo benevolo e gioioso, investendo tutti di allegri schizzi.

Feodosia va sviluppandosi anche come luogo di villeggiatura polivalente. All’interno dei suoi sanatori viene ampiamente utilizzata l’acqua minerale “Feodosia” per la cura delle malattie dell’apparato digerente. La sorgente si trova nei pressi della città, ai piedi del monte Lysa.

MISCHOR

Situata tra Jalta e Alupka, caratterizzata da un microclima quasi identico a quello di Jalta. E’ ben protetta dai venti provenienti da nord e nord-est. L’abbondanza  di sole, la pura aria di mare e la presenza di una bella spiaggia creano qui le condizioni che favoriscono il buon esito delle terapie per le stesse malattie che vengono curate a Jalta.

Mischor

Gli edifici di Mischor destinati al riposo ed ai trattamenti medici sono disseminati lungo la costa per alcuni chilometri da Capo Ai-Todor fino quasi ad Alupka. Tra questi, i più importanti sono le case di cura “Bandiera Rossa”, “Charax” e “Marat”.

Nell’area territoriale di Mischor si trova uno splendido parco, che copre una superficie di alcune decine di ettari, nel quale crescono svariate colture subtropicali. Al suo interno nel 1949 sono state create coltivazioni di agrumi. Nel parco è presente la perfettamente attrezzata casa di cura “Esploratori polari sovietici”, della Glavsevmorput

Sulla spiaggia di Mischor è stato realizzato il gruppo scultoreo in bronzo “Alla fontana” e su una roccia vicino alla riva del mare si trova la scultura “ La Sirena”.

Il detox ai tempi dell’Urss: come si passavano le vacanze nei sanatori in Unione Sovietica

Davvero i cittadini sovietici erano costretti a farsi un mese di ferie pagate ogni anno?

Dove riposava il popolo sovietico

Le ferie ai tempi dell’URSS

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La visita di Muhammad Ali in Unione Sovietica

Muhammad Ali con il presidente dell’Unione Sovietica Leonid Brezhnev nel 1978 al Cremlino, a Mosca.

“Mi ha colpito molto l’ incontro con Leonid Breznev, difficile trovare le parole. Sono un semplice pugile americano, ma ho avuto l’onore di incontrare il signor Breznev. Ho sentito dire che i russi minacciano sempre gli americani, ma sono convinto che questo non sia vero. Breznev è un sostenitore della pace mondiale. È difficile da credere, che un paese così pacifico voglia la guerra. Sono stato al Cremlino per 35 minuti, come un capo di stato. È stato un grande onore per un uomo di colore come me, per uno che pochi anni fa, qui negli USA, neanche poteva mangiare nello stesso ristorante con i bianchi! “

Muhammad Ali arrivò a Mosca nel 1978 su invito dell’ambasciatore sovietico negli Stati Uniti, Dobrynin.
Il leggendario pugile ricevette un’accoglienza da re: Leonid Brezhnev lo accolse con tutti gli onori al Cremlino.

Ali, che si era convertito alla fede musulmana, espresse il desiderio di visitare l’Uzbekistan; la repubblica sovietica, per lo più popolata da musulmani. Gli ospitali uzbeki di Tashkent, Samarcanda e Bukhara accolsero gli ospiti con abbondanti tavole piene di ciliegie, sorbetti, antipasti, risotti locali e, naturalmente, vino e brandy. Di solito Mohamed non mangiava molto, ma questa volta non ha saputo resistere.

Nonostante la stanchezza del viaggio, una volta tornati a Mosca, Ali annunciò che gli sarebbe piaciuto incontrare i pesi massimi sovietici. L’incontro è stato organizzato rapidamente e hanno avuto luogo i combattimenti.

Il 21 Luglio il pugile tornò a New York con un volo “Aeroflot” airlines, una vota atterrato dichiarò ai giornalisti americani: “Non sono più preoccupato per eventuali attacchi nucleari, quelle persone sono le persone più pacifiche che abbia mai visto. Ho promesso al signor Breznev che quello che mi ha detto non sarebbe andato oltre me.

Ero un po’ nervoso quando sono atterrato per la prima volta in Russia. Forse mi aspettavo di vedere un posto squallido con un gruppo di persone tristi dalla mentalità robotica in giro e agenti che infastidiscono. Quello che ho visto era che persone di centinaia di nazionalità vivevano insieme in armonia. ”.

Ali ha ammesso che entrambi i paesi, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, “hanno aspetti positivi e negativi”.
Ma ha detto di aver visto molte cose in Unione Sovietica che gli sono piaciute. “Ho visto solo un poliziotto”, ha riferito. “Non ho visto pistole. Nessun crimine. Niente prostitute. Non un omosessuale”. Come aveva fatto durante il suo viaggio, All ha ribadito la sua opinione che la libertà religiosa esiste tra i russi. “Gli ebrei vanno nelle sinagoghe. I musulmani hanno moschee ovunque. I cattolici sono liberi di adorare.”

“La mattina correvo in posti strani dove non vedevano quasi mai un uomo di colore. Sono corso davanti a due piccole signore russe bianche che stavano andando al lavoro. Non si sono guardate intorno e mi hanno chiesto cosa stessi facendo. Non posso andare fare jogging in alcune strade d’America al mattino in un quartiere bianco. Se vedono un uomo di colore che scende per strada, si chiedono chi rapinerò. Adoro cose come queste che noto. A tarda notte, stavo correndo per la strada, e mi sono voltato indietro. Di nuovo, c’erano due donne russe. Non si sono nemmeno guardate indietro per vedere perché un uomo di colore era qui fuori a correre.”

Muhammad Ali in the Soviet Union, 1978

Ali the Ambassador Returns Home With Positive Impressions of Russia

A quote from Muhammad Ali, regarding his visit to the USSR


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comunismo, Patriottismo

Non c’è nessun dio quassù: La conquista sovietica dei cieli

Per quanto possa essere suggestivo ripercorrere l’abbattimento dell’orizzontalità  durante i diversi momenti storici, ci limitiamo a quello dove la smania ha raggiunto il livello massimo : il periodo sovietico. Proprio in quei decenni la Russia volerà sempre più in alto, arrivando nello spazio.

In pieno costruttivismo troviamo Vladimir Tatlin, originale e instancabile promotore del rinnovamento artistico nella nascente Unione sovietica, un visionario con il grande obiettivo di edificare il bene dell’umanità. L’artista pensava che ogni disciplina, ogni tecnica, ogni materia, potesse contribuire a questo fine, attraverso la valorizzazione delle loro potenzialità costruttive.

Nel 1920 Tatlin intraprese l’impresa mitica: quella di dare all’uomo moderno, e a quello del futuro, le ali per volare.

Convinto che il genere umano discendesse dagli uccelli, e che l’uomo dei primordi sapesse volare, cercò di riappropriarsi di questa esperienza creando Letatlin, sorta di grande organismo vertebrato idealmente destinato a decollare; leggero, elastico, armonioso, fatto di ossa di balena e ricoperto di seta. Letatlin – un neologismo che coniuga il verbo letat(volare in russo) e il nome dell’autore – sintetizzava in sé arte, tecnologia, utopia e costituiva un’estensione delle sperimentazioni di Tatlin sulle proprietà dei materiali e sui limiti della scultura. Naturalmente non volò mai, almeno non in senso letterale, ma rappresenta ancora oggi un esercizio di meraviglia e di leggiadria e un inno al sogno, al desiderio, alla libertà. Come della Tatlin Tower, ne restano alcune testimonianze fotografiche e poco altro.

Dipinto Vse Vyse

Il dipinto “Vse Vyse” dell’artista avanguardista Serafima Ryangina vede protagonista una giovane coppia operaia socialista, nel momento lavorativo. Sono in alto, parecchi metri dal terreno, su un traliccio elettrico, sorridenti e illuminati dal sole, entrambi si guardano con intensità e fierezza. Dinamismo, tecnologia, meccanicismo sono i veri colori dell’opera, chiara celebrazione del progresso dell’URSS del piano quinquennale. E’ la fluttuazione tra l’essere del presente e l’essere del futuro della produzione collettiva.

Vse Vyse è anche il titolo di una delle marce degli aviatori sovietici. I ritmi sono incalzanti, la musicalità gioviale decreta la morte dell’uomo Oblomov.

Il ritornello “siamo nati per trasformare la realtà” mette al centro del mondo il novyj čelovek (uomo nuovo)  il vero protagonista, libero dai vincoli del passato, dalla religione e dagli ideali del vecchio mondo.

Sono gli anni in cui la produzione stabilita dai piani quinquennali è alle stelle, così come verso le stelle è rivolto, sempre di più, lo sguardo dei sovietici. I falchi dell’aviazione sovietica sono i nuovi miti da celebrare. Veloci, tenaci, temerari, fedeli alla patria, al loro Stalin, sono i conquistatori delle forze aeree della natura. Per le loro caratteristiche, per i successi che otterranno in guerra, il 18 agosto verrà consacrato come giornata di celebrazione  dell’aviazione russa. 
C’è un limite nella e oltre la stratosfera per l’uomo sovietico del XX secolo? La spinta verso l’altezza sconfinata è rappresentata già negli anni , ma è tra gli anni ’50 e i ’60 che l’acmé trova la sua attuazione.

Arriviamo in piena Guerra Fredda, con il mondo diviso, polarizzato tra Usa e Urss, Nato e Patto di Varsavia, Capitalismo e Comunismo, Stalin è morto, ma il suo successore Chruščëv lancerà l’Unione Sovietica sempre più in alto, dove nessuno è mai arrivato, nello spazio, fluttuando tra le stelle. Dal Cosmodromo di Bayqoñyr (un tempo Leninsk), la più anziana al mondo tra le basi di lancio, il 4 ottobre 1957 il primo satellite, Sputnik 1, viene lanciato nello spazio, sotto lo sguardo basito di tutti i telespettatori del mondo.

Una volta spiccato il volo non si può che andare sempre più in alto, tutti devono essere protagonisti. Così il 3 novembre la tristemente nota cagnolina Laika viene mandata nello spazio, senza farvi più ritorno, deceduta per la paura, o forse per i rumori, o per i cambiamenti di pressione. E’ un periodo in cui le cause animaliste sono lontane anni luce (per rimanere in tema) il dinamismo verticale non ha freni, così altri loppidi diventano protagonisti, con fortuna o meno. Sono due cagnoline di piccola taglia, scelte da scienziati tra le strade di Mosca, a spianare la strada agli umani : Belka e Strelka. Dopo aver orbitato diciotto volte attorno al pianeta, il 16 agosto del 1960 tornano sane e salve. 

Giungiamo al 16 aprile 1961, quando la storia di fonde con la leggenda, quando un uomo diventa un mito, quando Jurij Gagarin assume le vesti del “Cristoforo Colombo dello spazio”, quando dalla base di lancio kazaka parte Vostok 1, la prima navicella con l’equipaggio umano spicca il volo. Tutto il mondo resta allora con il fiato sospeso, dubitando che il figlio di un carpentiere possa compiere una simile missione. “C’è in gioco, il senso stesso della Rivoluzione d’Ottobre: un’aspirazione alla giustizia e all’uguaglianza che Gagarin racconta attraverso la sua vita, dall’infanzia, trascorsa al tempo della resistenza contro l’invasore nazista e alla vittoria della «grande guerra patriottica», fino all’addestramento riservato ai piloti dell’aeronautica, passando per la vita nel kolchoz e per gli studi preliminari all’ammissione nel Partito comunista. ” Dirà lo stesso Gagarin nella sua autobiografia “Non c’è nessun Dio quassù. L’autobiografia del primo uomo a volare nella spazio”.

Una grande avventura dove in primo piano c’è l’uomo, le sue aspirazioni e i suoi sogni. Jurij Gagarin trova la via del cosmo, riportando dalle orbite frasi destinate a restare famose per sempre: “Non c’è nessun dio quassù“. Ogni santità è così relegata al passato più remoto, ogni trascendenza spirituale non ha più senso, nel mondo dell’Urss l’uomo è l’unico protagonista. Non solo protagonisti maschili, l’uguaglianza della rivoluzione non accetta differenze di genere, anche le donne hanno lo sguardo rivolto verso l’alto, anch’esse bramano la fluttazione tra le stelle. Ammiratrice di Jurij Gagarin,

Valentina Vladimirovna Tereškova nel 1962 riesce a partecipare all’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute; supera con merito l’esame insieme ad altre quattro candidate e inizia, così, il suo addestramento. A bordo di Vostok 6, il 16 giugno 1963 Valentina  viene lanciata per una missione nello spazio della durata di 49 orbite terrestri. In questa piena epopea chruščëviana di conquista dello spazio anche le decorazioni per l’albero e le cartoline di auguri si adeguarono alla entusiastica celebrazione delle spedizioni spaziali.  

Nonno Gelo abbandonò l’obsoleta trojka e inizia a spostarsi su razzi avveniristici e cosmonauti e navicelle spaziali si sostituiscono a più antiquate figurine.  Leonìd Il’ìč Brèžnev passiamo da anni di estro e di fantasia a un periodo tinto da colori grigi e piatti. Il verticalismo si inclina, immobilizzandosi nell’orizzontalità tanto osteggiata in precedenza. Il Comunismo deve far fronte ad altre esigenze, è tempo di nuove sfide e la Guerra Fredda assume nuovi toni. I ricordi di quelle imprese, gli sguardi rivolti verso l’infinito verticale, la tenacia dei protagonisti cosmonauti non sono andati perduti. Affinché il tempo non cancelli la memoria, affinché il passare degli anni non crei crepe nel ricordo della memoria collettiva, affinché quei sorrisi continuino a risplendere tra le stelle, viene istituito il Museo della Cosmonautica a Mosca nel 1981, 20 anni dopo l’impresa leggendaria di Gagarin. Il volo, il protendersi verso le dimensioni precedentemente ignote, ridisegnare, abbattere i confini conosciuti, creare una nuova dimensionalità, la scoperta del nuovo.

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Odessa: la città del Mar Nero fondata dagli Italiani.

Odessa, la città dalle mille sfumature, consegnata alla storia cinematografica mondiale grazie a Sergej Michajlovič Ėjzenštejn , alla sua scalinata. La scalinata nota al cinema nostrano per la “cagata pazzesca” di fantozziana memoria. Ebbene, i legami tra la città del Mar Nero e l’Italia non si riducono alla sola esternazione del ragioniere nostrano. Odessa è stata fondata da un italiano, nel 1794.

Prima di tale data al posto di Odessa sorgeva un villaggio, Khadjibey, abitato dai tatari. Tra il XVII e il XVIII le coste del Mar Nero si ritrovarono contese tra le mire espansionistiche dell’Impero Ottomano(la cui presenza era debole e incostante lungo le coste settentrionali)e della Russia di Pietro il Grande(che bramava lo sbocco sul mare per il suo impero). Entrambe inconcludenti e senza successo, fu la nuova zarina, Caterina la Grande, a cambiare le sorti dell’alterco russo-ottomano. Tra audacia strategica e meticolosa diplomazia respinse l’armata ottomana e si assicurò territori ampi, facendo della Russia una potenza emergente sul Mar nero. Il XVIII fu il secolo dell’ingordigia imperiale in Europa e la zarina non volle esser da meno, annettendo formalmente la Crimea e sognando una nuova Bisanzio sotto la protezione russa. Supportata dal valoroso militare e suo amante Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, un insieme di erotismo, autentico affetto e caparbietà militare portarono a un ampliamento dell’impero lungo le coste meridionali, nel decennio tra il 1770 e il 1780. Le regioni che caddero sotto i colpi dell’esercito di Caterina la Grande furono riunite in una nuova unità amministrativa nota come Novorossija o Nuova Russia. Nonostante tenacia e bramosia imperiale, i territori annessi erano ben lontani dallo sfarzo degli altri imperi, Potëmkin non riuscì a far funzionare i villaggi, tra lo scontento, il tifo dilagante tra i contadini e  le infrastrutture inesistenti. Fu così che la delegazione russa tornò a San Pietroburgo, lasciano la steppa esattamente com’era prima. Gli Ottomani ripresero l’avanzata presentando un ultimatum alla zarina, in cui esigevano la restituzione della Crimea e altri territori. 

Al rifiuto, gli Ottomani dichiararono guerra. Caterina poté avvalersi di valorosi guerrieri, nobili e abbienti, o mercenari di basso lignaggio, attratti dalle ricchezze che il Mar Nero poteva offrire. 

 Ne fu attratto il celebre mercenario John Paul Jones, ero navale della rivoluzione americana, le cui gesta sono passate all’ombra della capacità di giudizio, dell’astuzia di un suo luogotenente Giuseppe de Ribas, napoletano passato alla storia come il vero fondatore di Odessa. La zarina aveva così lo sbocco sul mare e l’italiano entrò nelle sue grazie. Il villaggio di Khadjibey si apprestava a diventare un importante centro navale, commerciale e culturale. De Ribas si impegnò a costruire da zero la sua città, non dimenticando la sua Napoli e l’Italia. Non lo fece da solo, fu supportato da diversi connazionali. Allora quando migliaia di contadini europei si imbarcavano per il Nord America in cerca di prosperità, l’intellighenzia italiana lasciava Genova, Livorno, Napoli, Venezia, Palermo, Torino e Milano per l’incontaminata Nuova Russia, fenomeno il cui foriero fu stato il bolognese Aristotile Fioravanti. 

Si insediarono, progettarono e modellarono la città, importando la cultura italiana e incrementando l’attività di quella che poi sarebbe diventata la maggiore città portuale del sud della Russia, incentivando il commercio. Tutto ciò avvenne su invito dell’imperatrice Caterina, desiderosa di una Russia spoglia dei suoi abiti contadini e indossante  nuove e vitali vesti occidentali. Ergo, il governo russo stanziò  fondi per costruire la città di Odessa sotto la guida economica, architettonica e artistica del popolo italiano, per realizzare il progetto di una città ideale, la cui vita doveva ruotare intorno al teatro, al piacere, alla creazione di arte e cultura.

De Ribas e l’équipe italiana lavorarono sodo e nell’arco di un triennio l’Ausonia del Mar Nero splendeva come porto commerciale e come porto culturale, ponendo fine a quell’isolazionismo russo tanto avversato dalla zarina. Odessa presentava così un mélange di equilibrio, proporzioni, simmetria, monumentalità e rigorismo tipico del Rinascimento. Artisti e architetti italiani consideravano la Nuova Russia come luogo dove poter dar libero sfogo al proprio estro artistico, lontano dall’occhio sprezzante, inquisitorio della Chiesa; l’artista poteva liberare senza remora alcuna istinto e immaginazione. Le corti russe e l’amministrazione cittadina di Odessa garantivano la libertà artistica attraverso una solida sicurezza finanziaria, creando un fenomeno singolare nella storia culturale e urbanistica europea. Un vero e proprio ponte fluttuante tra Italia e Russia, Napoli, Venezia, San Pietroburgo e Mosca. Fra i nomi degli architetti più importanti ricordiamo i napoletani Francesco Boffo e Francesco Frapolli, veri protagonisti della trasformazione di Odessa in un vero museo a cielo aperto dell’architettura neoclassica e neorinascimentale, tanto da poter rivaleggiare con San Pietroburgo nel nord dell’Impero russo.

Ben presto, ad Odessa si costituì una colonia italiana, che nel 1850 contava circa tremila di abitanti, quasi tutti di origine meridionale. Rilevante fu il contributo che questa comunità diede alla fondazione, allo sviluppo e all’economia dell’impero russo. L’italiano rimase lingua ufficiale dell’attività economica della città. Cartelli stradali, passaporti, liste dei prezzi erano scritti in italiano, e la comunità italiana diede un grande contributo alla cultura della città alle porte del Mar Nero, soprattutto nell’ambito dell’architettura. Il napoletano Francesco Frapolli fu nominato architetto ufficiale della città da Richelieu, nel 1804 e fu lui a progettare la monumentale Opera di Odessa e la famosa Chiesa della Trinità.

Francesco Boffo, “architetto cittadino” per venti anni si è consegnato alla storia per l’elegante Primorskij Boulevard, un insieme di equilibrio, proporzioni, simmetria, monumentalità e ordine rigoroso del Rinascimento italiano, peculiarità visibili anche nella struttura dell’edificio del Comune della città, nella facciata del Museo Archeologico. Ma è la Scalinata Potëmkin la sua opera celeberrima, costruita tra il 1837 e il 1841, originariamente composta da 200 scalini, con diversi effetti ottici, tali da farla sembrare più lunga e più larga. In cima alla scalinata troviamo la statua bronzea del Duca di Richelieu, governatore di Odessa dal 1803 al 1814. Francesco Frapolli si occupò del Teatro dell’Opera e la Chiesa Troickaâ. La facciata del teatro richiama la struttura architettonica del Teatro di Mantova e del Teatro Felice di Genova, le sue monumentali colonne rievocano il Pantheon greco. E’ importante specificare che nel XVIII e XIX il teatro diviene il protagonista principale tra le strutture architettoniche e centro propulsore della vita artistica e culturale. Appannaggio della casata reale e dell’ aristocrazia in passato, in quei secoli diviene pubblico, affermandosi come luogo di aggregazione, socializzazione, stimolo artistico. I grandi attori  italiani Tommaso SalviniErnesto Rossi e Eleonora Duse contribuirono alla formazione dell’Opera di Odessa, facendo della città la più europea e mediterranea dell’impero russo. Altre figure del panorama artistico odessita furono i pittori che dettero forma e colore al sentimento della nostalgia, non dimenticando la tradizione rinascimentale.

Mantenevano sempre vivo il ricordo della propria città nativa, trasportando su tela quell’unione di creatività euforica e nostalgia. Provenendo da città marittime, il soggetto rappresentato in cui confluivano i sentimenti sopraccitati era proprio il mare, ravvivato dai raggi del sole. E proprio a Odessa, nel 1898, il musicista Edoardo di Capua e il poeta Giovanni Capurro composero la canzone atemporale ‘O Sole mio.  Famosa in tutto il mondo, è stata incisa da artisti da ogni dove in tutte le lingue e interpretata magistralmente da cantanti di fama internazionale, è un inno alla città di origine degli autori, Napoli, le sfumature dei suoi colori, il suo tepore dovute  alla costante presenza del sole. Quell’aggettivo possessivo “mio” rimanda immediatamente al senso d’appartenenza, al legame, al contatto intimo che si può avere e stabilire con qualcosa o con qualcuno. E’ quella simbiosi indissolubile con la propria Napoli, il cui ricordo valica i confini.

“Nel XX secolo la presenza italiana comincia a diminuire, fino a scomparire, non solo in qualità di residenti odessiti, bensì dalla storia, dagli archivi, dalla memoria. Oggi  l’ odessita medio non sa delle origini della propria città. Perché questo bianchetto sull’inchiostro delle pagine di storia? E’ molto difficile rispondere, proprio perché il passato  odessita non è uno dei capitoli più chiari e limpidi della narrazione(tralasciando poi il discorso sugli eventi degli ultimi anni)” Condivido il pensiero della storica Anna Malkokin, che vede nello sciovinismo uno dei colpevoli. “Le forze nazionaliste, nella seconda metà dell’ottocento e del novecento poi, hanno avuto difficoltà nel riconoscere l’indiscutibile contributo e merito dell’Altro nel grande passo in avanti compiuto dalla società russa del XVIII, arrivando a manomettere gli archivi, durante l’epoca zarista e quella sovietica, rimuovendo lo straniero dalla propria storia”.  Francesco Boffo è forse l’unico architetto “sopravvissuto” a questa manomissione, grazie a Sergej Eisenštein, regista del famoso film “La corazzata Potëmkin“. E’ una tesi riguardo uno studio in fieri, di una realtà al giorno d’oggi molto complessa. E’ certo che il nazionalismo, nella sua accezione sciovinista, intende abbattere quei ponti che sono alla base della crescita e della produzione culturale dell’uomo e, senza viadotti, non c’è spazio per suggestioni e fluttuazioni.

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Proletari contro la mafia: I Fasci Siciliani

La guerra che la mafia ha condotto contro contadini, braccianti in rivolta, militanti comunisti e socialisti, sindacalisti e deputati comunisti lungo tutto il corso del Novecento dimostra il carattere capitalista delle organizzazioni criminali organizzate.

Come dimostrano gli studi dell’Università di Cambrige del 2017, Origins of the Sicilian Mafia: The Market for Lemons, negli ultimi decenni dell’Ottocento la mafia emerge come organizzazione preposta a protezione dei profitti che l’impennata nel commercio (spesso con l’estero) degli agrumi garantiva ai latifondisti. Non solo i profitti di limoni e arance, ma anche di zolfo. Mafiosi o legati alla mafia erano anche i gabellotti, coloro che gestivano le terre dei latifondisti che preferivano vivere in città. Fiancheggiati dai campieri, cioè la polizia privata a tutela dell’ordine nel latifondo, una sorta di antenato dei caporali contemporanei: soggetti che controllano la forza lavoro, operando una intermediazione tra padroni e lavoratori, a favore dei primi, utilizzando forme di repressione violenta.

È contro queste diverse forme di oppressione che sorgono i Fasci dei Lavoratori, conosciuti ai più come Fasci Siciliani, un movimento popolare che si sviluppò tra il 1891 e il 1894, represso nel sangue dall’esercito regio sotto il secondo governo Crispi (1893-1896) e dai bastioni della mafia.

Il movimento si sviluppò come reazione delle classi subalterne alla crisi agraria che aveva investito la Sicilia e che fu scaricata dai proprietari terrieri proprio sui braccianti e gli operai delle miniere al fine di non vedersi ridurre i propri margini di profitto. Fondato ufficialmente il primo maggio del 1891 da Giuseppe de Felice Giuffrida, era organizzato in sezioni territoriali a livello provinciale, e aveva una matrice esplicitamente socialista, diversamente dai Fasci che erano sorti in altre regioni d’Italia dove forte era l’influenza anarchica.

Fu un movimento di braccianti, zolfatai (operai delle miniere di zolfo), contadini che rivendicavano migliori condizioni di lavoro, come la riduzione della giornata lavorativa e l’aumento dei salari, una riduzione delle tasse sui prodotti da corrispondere ai gabellotti o direttamente ai latifondisti, ma anche una riforma agraria che distribuisse la proprietà della terra. Erano anti mafiosi per definizione poiché lottavano contro l’oppressione economica e militare dei mafiosi, ma anche per statuto.
Così si legge nell’art. 4 dello statuto del Fascio di Santo Stefano Quisquina: «È vietato essere soci: a) a tutti coloro che hanno tradito lo scopo del Fascio o che sono conosciuti come vagabondi, mafiosi ed uomini di mal’affare»

Con la formazione del Partito dei Lavoratori Italiani (poi Partito Socialista Italiano) nel 1892, la protesta acquistò sempre più la fisionomia di lotta di classe con l’ideale di socialismo ed eguaglianza sociale come punti fermi.
Le figure principali del movimento dei Fasci (Garibaldi Bosco, Verro, Barbato, De Felice Giuffrida, Montalto) furono espressione dunque, di un ideale che in quegli anni andava diffondendosi in tutto il paese.

Il 22 Dicembre 1889 nasce il primo Fascio siciliano. Si tratta del Fascio di Messina sorto nella città dello Stretto per iniziativa di Nicola Petrina (che negli anni successivi ne sarà la figura principale). Come Francesco Renda ci fa notare nella sua opera “I Fasci Siciliani 1892 -94”, edita da Einaudi e pubblicata nel 1979, per capire la nascita dei Fasci Siciliani, bisogna soffermarsi, però, su una piccola ma essenziale differenza tra “Fascio” e “Fascio dei Lavoratori”.
Il primo, infatti, non nacque in Sicilia; diversi fasci si formarono anni prima in varie regioni italiane (come ad esempio quello bolognese nel 1871); il Fascio dei Lavoratori, nato nell’isola, invece, si distinse in quanto esso arrivò a rappresentare il simbolo di una rottura ideologica del movimento operaio nei confronti dell’anarchismo, dando inizio a quello che successivamente fu l’ideale preponderante del movimento dei lavoratori siciliani, ovvero quello socialista. Tuttavia, il Fascio dei lavoratori messinese non riuscì ad esprimere pienamente il proprio programma iniziale. Saranno quello catanese (fondato da De Felice Giuffrida nel 1891) e quello palermitano (fondato da Rosario Garibaldi Bosco nel 1892) a presentare alla Sicilia ed all’Italia tutta, le intenzioni e le posizioni di tali organizzazioni. La nascita dei Fasci urbani, dunque, formati prevalentemente da operai delle industrie, segnò l’inizio di un movimento che negli anni successivi arrivò a contare quasi 300.000 iscritti. Fattore determinante di tale espansione, fu il coinvolgimento della classe contadina.

Per comprendere appieno l’espansione dei Fasci Siciliani, bisogna conoscere la situazione economica e politica dell’Italia di fine Ottocento. In un arco di tempo che va dal 1888 al 1894, l’Italia subì una grave crisi agricola legata alla guerra commerciale con la Francia che contribuì a bloccare le importazioni di prodotti per effetto della politica doganale. Il settore del vino, più di tutti, subì un grave crollo reso ancora più drammatico dalla diffusione della fillossera. Oltre a questo, diverse vicende climatiche avvenute nel 1892, contribuirono a peggiorare ulteriormente la situazione. Per di più, l’Italia affrontava lo scandalo della Banca Romana che portò alla fine del governo Giolitti e all’inizio di quello Crispi. Tutto ciò contribuì a creare nella classe lavoratrice un associazionismo forte e compatto, soprattutto tra i contadini. La Sicilia agricola di fine Ottocento presentava un quadro piuttosto disomogeneo: allo strapotere dell’aristocrazia terriera si poneva un forte malcontento del lavoratore contadino che viveva in condizioni di profondo disagio.  I sub affitti dei terreni ai gabellotti non facevano altro che peggiorare le condizioni dei contadini in quanto su di loro gravavano tutti i pesi degli oneri previsti nei contratti. Un proprietario terriero, infatti, subaffittava ad un gabellotto un determinato terreno; a loro volta i subaffittuari offrivano contratti d’affitto ai contadini a condizioni tutt’altro che favorevoli. Prendere o lasciare era la loro unica possibilità di scelta. C’era poi la forte componente degli jurnatari, ovvero, quei lavoratori braccianti che, ridotti alla miseria, si presentavano nelle campagne con la speranza di ottenere lavori giornalieri. Ultimo, ma non per questo meno importante, fu la nascita del Partito dei Lavoratori Italiani, poi rinominato Partito Socialista Italiano (Agosto 1892). Tra i suoi punti principali, infatti, quello della questione agraria fu, almeno all’inizio, il più importante. Tale problema fu l’argomento di discussioni principale non solo del PSI ma di tutti gli altri partiti socialisti europei che si affacciavano sulla scena politica europea. La formazione politica dell’ideale socialista influì parecchio nei Fasci dei Lavoratori Siciliani grazie ad una larga diffusione di tale ideale che oscurò le vecchie teorie repubblicane e democratiche, ma soprattutto grazie ai loro capi che ne abbracciarono il progetto.  

LA STRAGE DI CALTAVUTURO

“Ma nel Gennaio del 1893 avveniva qualcosa che doveva avere notevole influenza nello sviluppo della organizzazione dei Fasci nelle campagne. L’eccidio dei contadini di Caltavuturo, i quali rivendicavano antichi diritti di ripartizione sulle terre comunali usurpate, che provocava l’intervento e l’interessamento a favore delle vittime, del Fascio dei lavoratori di Palermo e delle società operaie e del Partito Socialista dei lavoratori italiani”.

Questo estratto preso dal libro di Salvatore Francesco Romano, “Storia dei Fasci Siciliani, ci spiega l’importanza dell’eccidio di Caltavuturo nello sviluppo dei Fasci nelle campagne. I contadini, infatti, stanchi dei continui soprusi perpetrati dall’amministrazione comunale in combutta con i proprietari terrieri, decisero di far sentire la propria voce. I lavoratori delle campagne non accettavano la mancata ripartizione di quelle terre incolte che, tramite sotterfugi, venivano controllate abusivamente da borghesi e gabellotti. La società operaia presente nel paese, formata pochi anni prima da Bernardo Comella e Giambattista Vivirito, decise di occupare quelle terre il 20 di Gennaio del 1893. Quella mattina, infatti, circa 500 contadini si diressero verso le terre comunali per dare inizio alla protesta; poco dopo, però, la folla decise di tornare per chiedere un incontro con il sindaco il quale pensò bene di non farsi vedere. Decisi a non mollare, i contadini si ritiravano per andare ad occupare le terre del feudo di San Giovannello ma ad un tratto, senza alcun preavviso, una scarica di fucili si abbatte su quei poveri disgraziati, uccidendone 11 e ferendone 40. La strage creò grande sdegno non solo nell’isola ma in tutta la nazione.

Il Fascio urbano di Palermo decise di far partire una sottoscrizione per le vittime che in poco tempo superò i confini isolani. A tal proposito, riprendiamo nuovamente il testo di Romano che ci permette di comprendere l’enorme importanza che tale fatto ebbe nella storia del movimento: “Se nelle elezioni alcuni dopo Bernardo Comella e Vivirito saranno eletti consiglieri comunali, ed il feudo di San Giovannello lottizzato in poderi di mezza salma, distribuiti ai braccianti, ciò avverrà non solo per l’eco di indignazione che si levò contro l’eccidio nel paese, ma anche e soprattutto per l’azione di assistenza, di intervento e di guida del Fascio di Palermo e dell’appoggio che i Fasci siciliani ricevettero dagli operai italiani e dal Partito Socialista, sul piano nazionale.”

La città e la campagna trovarono così quell’unione tanto temuta dalla classe padronale e fortemente auspicata dal socialismo. Nei diversi paesi dell’isola il ceto popolare, forte del sostegno del PSI e galvanizzato dalle idee socialiste, creò Fasci nei diversi comuni siciliani. La reazione governativa dell’allora Presidente Giolitti, però, non tardò ad arrivare. Oltre ai divieti di manifestazione (come ad esempio quelli per il 1 Maggio 1893), le forze di polizia arrestarono alcuni tra i capi del movimento, tra i quali Barbato; la condotta di Giolitti, fino a quel momento piuttosto indifferente, cambiò per una questione puramente politica: il suo governo, ormai in crisi, necessitava dell’appoggio baronale siciliano per potersi mantenere in vita e la richiesta di scioglimento dei Fasci presentata dai proprietari terrieri, non poteva rimanere inascoltata.

I Fasci, però, dimostrarono la loro forza partecipando alle elezioni amministrative, eleggendo consiglieri in diversi comuni dell’isola. Ma il risultato davvero importante furono i Patti di Corleone. Il 30 Luglio del 1893, infatti, I Fasci si riunirono in Congresso a Corleone principalmente per discutere dei rapporti lavorativi presenti nelle campagne. Da quel Congresso vennero fuori quelle rivendicazioni che la classe contadina portò avanti nei decenni successivi, tra cui:

1)i contadini non dovevano più combattere da soli, ma qualsiasi richiesta veniva portata avanti da un gruppo organizzato così da costringere il padrone ed i gabelloti a confrontarsi;

2) la mezzadria come contratto d’affitto;

3) divisione delle terre demaniali.

Altrettanto importante fu il Congresso minerario che si svolse nell’Ottobre del 1893 a Grotte, provincia di Agrigento, in cui parteciparono più di 2000 operai zolfatari e piccoli imprenditori. Tutti contribuirono all’elaborazione del documento in cui vennero stilate le richieste da presentare ai proprietari.
In particolare, si chiedeva la garanzia del salario minimo, la riduzione dell’orario di lavoro e l’innalzamento dell’età dei carusi (14 anni). I carusi erano bambini, prevalentemente tra i 6 e i 12 anni, impiegati nelle miniere alle dirette dipendenze del picconiere. Costretti a trasportare in superficie carichi pesantissimi, arrivando anche a 16 ore di lavoro, molti di loro morivano o rimanevano infermi. Spesso erano le stesse famiglie, poverissime, che portavano i figli in miniera in cambio di un po’ di denaro.

A Maggio del 1893, ci furono due importanti congressi dei Fasci Siciliani dei lavoratori, a Palermo. Venne confermato il Comitato Centrale e si discusse vivacemente sulla scelta politica decisiva per le azioni future. Nello specifico, si scontrarono due correnti: quella capeggiata da Garibaldi Bosco, favorevole ad una unione con il Partito Socialista Italiano e l’altra, capeggiata da De Felice, che difendeva l’autonomia dei Fasci Siciliani. Nessuna delle due prevalse appieno. Intanto, nel Novembre del 1893, Giolitti rassegnò le dimissioni. L’8 Dicembre, Crispi venne chiamato a formare il nuovo governo. Il ritorno al potere dell’ex garibaldino fu visto benevolmente da diverse correnti che, nei periodi precedenti, sorridevano ai Fasci principalmente per screditare Giolitti.

Ma con Crispi, le cose cambiarono in peggio per il movimento dei lavoratori. Tante società operaie presenti nell’isola prima della nascita dei Fasci risultavano di fatto strumenti in mano a politici per raccogliere voti.
Molte di queste si rifacevano proprio al nuovo capo di governo che cercò di sfruttare questa popolarità per contrastare politicamente i Fasci dei Lavoratori. Questa tattica, tuttavia, si dimostrò inutile e il tentativo d’isolare il movimento dei Fasci andò a vuoto. Dal canto loro, i dirigenti del movimento decisero di dimostrare la forza usando come strumento la lotta di massa. Le diverse manifestazioni furono piena espressione di compattezza popolare ma soprattutto, si distinsero per la serietà e l’assenza di qualsiasi episodio violento. Il governo, dunque, passò ad una fase dura; il primo ministro italiano iniziò a ponderare la possibilità di reprimere i Fasci con la forza. Ancora prima dell’infausta decisione di proclamare lo stato d’assedio nell’isola, diversi eccidi vennero commessi contro la popolazione durante il governo Crispi:

1) Il 10 Dicembre 1893, a Giardinello, una dimostrazione contro il Sindaco e la sua politica di favoritismo, provocò 11 morti;

2) il 25 Dicembre dello stesso anno, a Lercara, una manifestazione contro le tasse portò all’uccisione di 11 morti e diversi feriti;

3) il 1 Gennaio 1894, a Pietraperzia, una manifestazione, anch’essa contro le tasse, provocò 8 morti e numerosi feriti;

4) il 3 Gennaio 1894, a Marineo, una nutrita folla radunatasi per protestare contro i dazi sulle farine, ricevette come risposta il piombo. Sul terreno rimasero i corpi di 18 persone.

A queste ed altre proteste portate avanti dalle popolazioni rurali per la riduzione o l’abolizione delle tasse comunali, il governo rispose con un silenzio inspiegabile; in realtà, “il 23 Dicembre, il consiglio dei ministri votò l’autorizzazione al presidente di proclamare lo stato d’assedio nelle provincie siciliane ove e quando l’avesse creduto necessario.”

Si arrivò così al 3 Gennaio 1894, data in cui iniziò la repressione militare. Il gruppo dirigente dei Fasci venne arrestato insieme con tanti altri militanti. Miglia furono gli arresti e gli invii al confino operati in più di settanta paesi siciliani;  tutti i fasci vennero sciolti e i capi subirono processi dai Tribuni Militari. Le manifestazioni di solidarietà nei confronti dei processati furono tante e l’interesse dell’opinione pubblica si dimostrò alto.

Le accuse rivolte al comitato centrale, riportate da Salvatore Francesco Romano, erano:

“Di cospirazione per commettere fatti diretti a far sorgere in armi gli abitanti del regno contro i poteri dello Stato, per mutarne violentemente la costituzione;
Di eccitamento alla guerra civile e alla devastazione, strage e saccheggio in qualsiasi parte del regno con la consecuzione in parte dell’intento. Reati avvenuti nei mesi di novembre e dicembre 1893 e gennaio 1894 in Sicilia e a Palermo. Ed inoltre De Felice Giuffrida Giuseppe per avere in un discorso tenuto pubblicamente il 18 ottobre 1893 al popolo radunato in Casteltermini (Bivona) vilipeso le istituzioni costituzionali dello Stato e incitato alla disobbedienza delle leggi e all’odio fra le classi sociali. Verro Bernardino ad istigazione a delinquere per avere il 28 dicembre 1893 in Prizzi profferito discorso sovversivo in una riunione di quel Fascio dei lavoratori usando della parola calma al fine di una migliore preparazione onde compatti insorgere contro i poteri dello Stato”

I capi dei Fasci subirono condanne dai 12 ai 18 anni. Due anni dopo venne loro concessa l’amnistia ma rimase il divieto di costituzione dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. Si concluse così l’esperienza di un movimento che negli anni successivi diventò un riferimento nelle lotte contadine italiane. I Fasci siciliani dei Lavoratori, pagarono la mancanza di sostegno del Partito Socialista che alla fine decise di non dare un riconoscimento politico al movimento siciliano, abbandonandolo al suo destino.

Seppur con i loro errori, i capi dei Fasci dimostrarono una fede enorme verso i loro ideali come dimostra il discorso pronunciato da Nicola Barbato al processo: “Da socialista ho tentato di contribuire alla più umana, alla veramente umana delle rivoluzioni con tutti i mezzi che ho creduto necessari e che il codice della borghesia permette a tutti i cittadini italiani. Certo la nostra propaganda è stata energica, essa fa rialzare la testa alla gente che prima andava curva. I contadini si lasciano crescere i baffi, diceva il delegato. E’ vero, essi hanno acquistato la coscienza di essere uomini. Non domandano più l’elemosina, chiedono ciò che è loro di diritto il socialismo procede appunto perché non è sentimentalismo, è forza e pratica. Esso si fonda sulle leggi economiche.
Davanti a voi abbiamo fornito i documenti e le prove della nostra innocenza e i miei compagni hanno creduto di sostenere la loro difesa giuridica. Questo io non credo di dover fare. Non perché non abbia fiducia in voi, ma è il codice che non mi riguarda. Voi condannerete; noi siamo gli elementi distruttori di istituzioni per voi sacre.
E noi diremo agli amici che sono fuori: non domandate grazia, non domandate amnistia, la civiltà socialista non deve cominciare con atti di viltà.”

Fasci siciliani

Lotta di classe e antimafia

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Patriottismo

L’attacco dei morti viventi

La fortezza di Osowiec, situata vicino alla città polacca di Bialystok nella Polonia nordorientale , fu edificata tra gli anni ottanta e novanta del XIX sec. dai russi per proteggere i propri confini occidentali da un ipotetico attacco tedesco  modernizzandola poi  allo scopo di adeguarla agli sviluppi dell’artiglieria da assedio. Per i tedeschi questa fortezza rappresentava un grande ostacolo, tentarono di prenderla già due volte, la prima nel settembre 1914, la seconda nel marzo 1915, facendo addirittura uso dei temibili cannoni “Grande Berta”, fallendo però entrambe le volte.

Il tedeschi lanciarono una offensiva frontale alla fortezza di Osowiec agli inizi del luglio 1915; l’attacco comandato da Paul von Hindenburg coinvolse 14 battaglioni di fanteria, un battaglione di zappatori, circa 30 cannoni d’assedio e 30 batterie di artiglieria equipaggiate con gas. Le difese russe consistevano in circa 500 uomini del 226º Reggimento di fanteria Zemlyansky e 400 miliziani. 

I tedeschi attesero fino alle 4:00 di mattina del 6 agosto 1915 così da avere il vento a favore all’avvio del bombardamento di artiglieria con ben 30 bombe al gas al cloro. La guarnigione del forte, o meglio quel che ne restava dopo mesi di assedio, non aveva nulla per difendersi contro un simile espediente. Nessun rifugio a tenuta stagna, né tanto meno maschere antigas.

Dal punto di vista tattico, l’attacco con il gas risultò perfettamente riuscito. Tutto ciò che era nella fortezza e negli immediati dintorni fu avvelenato e la sua sorte segnata. Le foglie degli alberi si ingiallirono, si accartocciarono e caddero al suolo, come se in pochi secondi fosse trascorsa un’intera stagione. Ma non era il ciclo naturale della natura che li aveva ridotti a scheletri inanimati. L’erba si annerì e si afflosciò al suolo, i fiori persero i petali. Nulla poteva sottrarsi a quella nuvola di morte. Gli oggetti di rame, come lavandini e cisterne per l’acqua, ma anche cannoni e proiettili, si ricoprirono di uno strato di ossido di cloro e presero anch’essi quel colore verde che, a Osowiec, era sinonimo di morte. Le provviste di cibo e di acqua vennero irrimediabilmente contaminate. E gli uomini? Soffocati dal gas, che riempiva di bolle la loro pelle, impregnava le divise ed entrava nei polmoni, provocando devastanti lacerazioni negli organi interni, cercavano disperatamente un rifugio inesistente, o un po’ d’acqua per placare l’arsura che li aveva presi alla gola, come una morsa. Chinandosi a terra per bere dalle fonti d’acqua, però, respiravano ancora di più le esalazioni venefiche, cadendo stremati. Uno scenario apocalittico, da cui sembrava che nessuno potesse sopravvivere. Per essere certi che non avrebbero più incontrato alcuna resistenza, i tedeschi pensarono bene di procedere con un ulteriore bombardamento del forte, prima di lasciare che il gas si diradasse abbastanza da permettere un’avanzata senza danni. Quattordici battaglioni della fanteria, non meno di 7mila soldati, mossero verso posizione chiave di Sosneskaj. I loro ufficiali li avevano rassicurati: “State tranquilli, il gas non c’è più e non incontrerete alcuna resistenza: i russi sono tutti morti, o nono sono più in grado di combattere”. I fanti del Kaiser, così, si mossero convinti che l’occupazione della postazione sarebbe stata una formalità.

I russi o non disponevano di maschere antigas o quelle disponibili erano di pessima qualità. I soldati si erano fasciati il volto con pezze strappate dalle uniformi, che si erano presto imbevute dl sangue fuoriuscito dalle piaghe sul volto e sulle mani. Respiravano a fatica, fra atroci dolori, sputando sangue, schiuma e pezzi di tessuti dai polmoni. Le loro lacere uniformi e le armi con le parti in metallo ossidate concorrevano a dare loro l’aspetto di cadaveri. Invece erano vivi. Nella maggior parte dei casi, ancora per poco. Insomma, non avevano nulla da perdere. E prima di lasciare questo mondo, erano mossi da un solo desiderio: farla pagare cara a chi li aveva ridotti così. Contro ogni aspettativa dei tedeschi, il capo del II dipartimento della guarnigione, Svechnikov, decise di raccogliere i sopravvissuti per organizzare un contrattacco. A comandarlo sarebbe stato il sottotenente Vladimir Karpovich Kotlinskij con quello che restava della 13a compagnia del 226° reggimento Zemliaskij, dimezzata nell’organico.

Le sofferenze alimentarono una insospettabile volontà che si tramutò in furia. I soldati uscirono dalle fortificazioni e mossero contro i tedeschi, seppure questi fossero assai superiori di numero e in condizioni fisiche incomparabilmente migliori.

Ed è allora che i morti marciarono di nuovo…
(Sabaton – The Attack of the Dead Men)

Alla prima linea di difesa si videro caricare, il panico li travolse. I tedeschi non si sarebbero mai aspettati lo spettacolo che si presentò ai loro occhi. Non solo i russi non erano morti o fuori combattimento, ma muovevano al contrattacco. Il loro aspetto, poi, era terrificante: a vederli avanzare, parevano morti che camminavano. Colti di sorpresa e terrorizzati dalle figure che vedevano avanzare contro di loro, le truppe della Landwehr furono prese dal panico. Qualcuno, forse, pensò che si trattasse dei fantasmi dei soldati del forte, che volevano trascinarli con sé nel regno dei morti. In breve, i tedeschi fecero dietrofront e scapparono a gambe levate verso le loro postazioni, incalzate dal fuoco dei russi. Con un assalto alla baionetta, questi riuscirono a riprendere alcune posizioni perdute, cinque mitragliatrici russe, le uniche rimaste, aprirono il fuoco sui soldati in fuga.


Quella terribile giornata – che sarebbe passata alla storia come l’attacco dei morti – si concluse con la perdita, nelle file russe, di 660 uomini. Fra loro, anche il sottotenente Kondiskij, che era stato ferito a morte nel corso dell’attacco da lui guidato. L’anno seguente fu insignito dell’Ordine imperiale di San Giorgio di IV grado, una onorificenza introdotta da Caterina II per chi si distingueva nelle imprese militari. Al IV grado erano ammessi gli ufficiali che avessero partecipato ad almeno a una battaglia. L’utilità del suo sacrificio, però, si rivelò di breve durata. Poche settimane dopo, infatti, la fortezza fu evacuata allorché l’arretramento del fronte a est rese inutile la sua difesa. I russi portarono con sé ogni arma rimasta intatta e la notte del 24 agosto fecero saltare in aria le poche opere difensive ancora in piedi. Il giorno dopo i tedeschi poterono occuparne solo le rovine.

A differenza di Kotlinskij, gli ultimi difensori della fortezza non furono considerati eroi, al contrario. Nel 1917, con la salita al potere di Kerenskij, vennero accusati di tradimento per essersi ritirati. Solo dopo che i sovietici avevano preso il potere con la rivoluzione, furono riabilitati e il loro comportamento portato ad esempio in seguito all’invasione nazista del 1941.

L’ATTACCO DEI MORTI VIVENTI

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