La partita è sospesa

Lo stadio Poljud non è mai stato teatro di grandi trionfi. Gli anni d’oro dei croati non hanno certo coinciso con quelli del nuovo stadio cittadino. Eppure la storia ha deciso di passare proprio per quel campo di gioco. Il 4 maggio del 1980 si sta disputando una delle più importanti gare della prima divisione jugoslava.

Da una parte i padroni di casa dell’Hajduk, dall’altra gli acerrimi nemici di Belgrado, la Stella Rossa. I dalmati sono campioni in carica, ma sono fuori dalla lotta per il titolo, i serbi invece vogliono ritornare sul trono dopo qualche tempo lontano dalla vetta (e alla fine della stagione ci riusciranno).

Le tensioni non si esauriscono sul terreno di gioco. La Torcida Split mette a disagio le forze dell’ordine. La repressione non ha funzionato e si temono nuovi scontri, tenuto anche conto del fatto che gli avversari non sono una squadra qualunque, la rivalità è accesissima. Il primo tempo è vibrante, sia in campo che sugli spalti. Tutta la nazione segue la gara che viene trasmessa anche in televisione.

Mancano quattro minuti al duplice fischio, quando tre uomini in borghese entrano in campo.Che sta succedendo? I tre si avvicinano all’arbitro, e gli sussurrano qualcosa all’orecchio. La reazione del direttore di gara è sbigottita. Immediatamente i giocatori si avvicinano. Entrano anche i dirigenti. Sul Poljud cala il silenzio. Non vola una mosca. Sono tutti in attesa di una comunicazione.

Tocca al presidente dell’Hajduk Ante Skataretiko dare la notizia: “La partita è sospesa, il compagno Tito è morto”.I nervi non reggono più. Calciatori capaci di giocare per novanta minuti sotto le peggiori minacce da parte dei tifosi avversari crollano a terra. Zlatko Vujović sulle rive dell’Adriatico è considerato una bandiera, ma quando ascolta con le sue orecchie che Tito se n’è andato, sente le sue ginocchia farsi deboli, e si accascia a terra.

Il direttore di gara è un bosniaco di nome Muharemagic. Non proprio un ragazzino. Eppure non ce la fa neanche lui a mantenere il contegno. La scena è incredibile. I giocatori si radunano a centrocampo. Con arbitro e guardalinee all’altezza del cerchio centrale. I fotografi scattano le foto, ma anche loro sono lenti, perché non riescono a trattenersi e piangono.

Da una parte l’Hajduk in maglietta e calzettoni bianchi, e pantaloncini blu. Dall’altra la Stella Rossa, con la divisa tradizionale a strisce bianco-rosse, calzoncini e calzettoni bianchi. Sono schierati come prima del calcio di inizio. Qualcuno non rispetta gli schieramenti e le squadre si mischiano. C’è un silenzio totale, rotto solo dai singhiozzi di qualcuno che sta piangendo. Non è retorica, ma non ci sono più croati, non ci sono più serbi, né cattolici o ortodossi, c’è solo un popolo che piange per la morte del proprio leader.

Poi tutto lo stadio intona una canzone popolare “Druze Tito mi ti se kunemo, da sa tvoga puta ne skrenemo”, che tradotto suona come “Compagno Tito, te lo giuriamo, non ci allontaneremo mai dal tuo esempio”. Il pianto è collettivo, l’elaborazione del lutto è ancora lontana da venire.

La Jugoslavia non si riprenderà mai più.

Fonte:

Curva Est

Antifa Ah Ah Ah

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L’antifascismo, oggi sotto attacco, sconta la fine di una certa copertura istituzionale, venuta meno con la sparizione di quei partiti che avevano costituito l’arco costituzionale antifascista negli anni della cosiddetta prima repubblica. Questi partiti erano promotori di una lettura aclassita e neutra dell’antifascismo ben calibrata rispetto alla particolare situazione dell’Italia di allora, terra di frontiera nel mondo diviso in due blocchi. Nella seconda metà degli anni ’80, l’arco cominciò ad essere scardinato dall’attivismo craxiano, attraverso frequenti aperture al Msi, in nome di un “socialismo nazionale” destinato ad un eterno ritorno, in funzione anticomunista e proprio in concomitanza con le prime avvisaglie dell’imminente sgretolamento, ad Est, del blocco socialista.

La lettura dell’antifascismo fornita dall’arco, pur volutamente deficitaria e falsificatrice sia delle reali forze in campo espresse dalla Resistenza che delle sue aspirazioni socialiste largamente maggioritarie, sembrava fare da argine a quello che, con i primi anni ’90, sarebbe divenuto il fiume in piena della rilettura della storia e del revisionismo. Tuttavia, la letteratura revisionista, nella sua opera di denigrazione della Resistenza, ha tratto forza e alimento proprio da alcune visioni di comodo di certo antifascismo.

La necessità politica di preservare il mito resistenziale, quale lotta di liberazione nazionale di un intero popolo contro l’invasore tedesco ed il regime fantoccio della Rsi, ha registrato il secco rifiuto di considerare la parentesi resistenziale anche come “guerra civile”. In realtà, analizzando il fascismo, fin dalla fine del ’20 e cioè a partire dalla comparsa dello squadrismo, vale a dire l’elemento qualificante della sua esistenza come fenomeno autonomo, non possiamo prescindere dal tema della “guerra civile”. Attraverso il nuovo, per i tempi, strumento della violenza politica e organizzata su basi di massa, il fascismo dichiarò unilateralmente una guerra civile, distruggendo sistematicamente le posizioni faticosamente conquistate dal movimento operaio in decenni di battaglie sostanzialmente pacifiche.

Un’altra lettura di comodo, tipica della ricorrenza ufficiale una tantum, finisce col circoscrivere il fascismo agli anni della guerra e quindi cerca di presentarlo come corpo tutto sommato estraneo alla nazione, evitando di fare i conti con quelle forze politiche, economiche e sociali, molte di segno liberale e democratico, che finanziarono e sostennero fascismo e squadrismo fin dal ’21. Un errore ulteriore, stavolta imputabile soprattutto all’area di Sinistra, è quello di considerare il fascismo alla stregua di una semplice “guardia bianca”, ensemble di forze mercenarie al servizio della reazione, questa analisi schematica non solo nega autonomia al fenomeno ma manca di spiegare le ragioni della sua affermazione di massa, lambendo, inoltre, un’altra questione essenziale. Non si può fare servigio retroattivo più grande al fascismo del considerare la sua parabola storica predeterminata, strategicamente ben delineata, dai giorni turbolenti delle spedizioni punitive fino alla rovinosa caduta nella temperie del secondo conflitto mondiale.
In realtà, uno sguardo d’insieme al fenomeno, non può che offrirci l’immagine desolante di un movimento alle prese con continui passaggi di campo, in preda a convulse giravolte, viziato da un’intima contraddizione ontologica. Il fascismo si sviluppa senza soluzione di continuità lungo tutto il ventennio.

Il cosiddetto revisionismo ha colpito, all’interno e pesantemente, anche la Sinistra, soprattutto quella di derivazione comunista, con gli anni ’90, infatti, le correnti di revisione ideologica, nel milieu radicale, propugnatrici di una svolta in senso pacifista e non violento, hanno guadagnato un’indiscussa egemonia. Accantonato definitivamente il richiamo al bolscevismo e sostituita la lotta di classe con la retorica sui diritti umani, la Sinistra radicale offre oggi un’innocua lettura dell’antifascismo, proprio nel momento in cui l’estrema Destra si rende protagonista di una rinnovata offensiva, su scala continentale per il controllo delle strade, essa consegna al proprio corpus militante, desideroso di una controrisposta, null’altro che un’arma spuntata. Il richiamo alle sfortunate vicende del primo antifascismo si rende quindi necessario.

Nei primi anni ’20, nascondendo il loro pacifismo dietro una velleitaria fraseologia rivoluzionaria, i maggiorenti della Sinistra operarono sistematicamente per fiaccare preventivamente una risposta di massa e militante alle violenze fasciste. Furono gli avvenimenti a separare l’acqua dall’olio, i primi antifascisti, gli unici a passare dalle parole ai fatti, lasciando cadere lamentele e denunce verbali in favore di risposte più conseguenti, erano autentici rivoluzionari poiché le uniche forze, all’interno del movimento operaio allora pressoché l’unico bersaglio delle violenze fasciste, a praticare antifascismo furono quelle rivoluzionarie (comunisti, anarchici, dissidenti socialisti e repubblicani).

In Italia, quello dei partigiani fu un esercito combattente di un certo spessore numerico e militare ma fu netta minoranza: alcune decine di migliaia di audaci rispetto ai milioni di italiani attesisti, apatici, in attesa di un vincitore certo ma anche fascisti e filonazisti in quantità. All’interno di questa minoranza, una schiacciante maggioranza era schierata su posizioni rivoluzionarie (comunisti, socialisti, anarchici). Aggirata, quindi, la vulgata patriottarda e democraticheggiante da parata del 25 aprile, non ci resta che valutare come le diverse linee fuoriuscite in ambito resistenziale e che si proponevano, in modi assai diversi, di mutare radicalmente il volto del paese, siano state impietosamente sconfitte, in modi e in tempi diversi.

Con riferimento particolare al Pci di allora, autentico perno politico-militare della lotta partigiana, enucleiamo tre opzioni: quella moderata togliattiana, la rivoluzionaria interna al partito (Secchia), la rivoluzionaria esterna (si vedano le esperienze di Bandiera rossa a Roma e Stella rossa a Torino). Quest’ultima è stata la prima a segnare il passo, stretta tra la divisione del mondo in sfere d’influenza affermatasi col secondo conflitto mondiale, da un lato e il prevalere della linea collaborazionista enunciata da Togliatti con la “svolta di Salerno”, dall’altro. Con l’estromissione, anni più tardi, di Secchia dal vertice del partito anche la seconda è venuta meno, da quel momento, infatti, destri e sinistri nella dirigenza sono stati accomunati dal rifiuto della rivoluzione e la stretta osservanza parlamentarista. Tuttavia, anche la più ragionevole e presentabile linea togliattiana è risultata sconfitta.

Dalla “svolta di Salerno” in poi, la segreteria comunista si è abituata ad imporre, ad una base delusa e riluttante quando non apertamente ostile, il progressivo abbandono del terreno rivoluzionario, in favore di un ripiegamento su una linea gradualista e socialdemocratica. L’accettazione della continuità dello Stato, la mancata epurazione, i processi ai partigiani, la permanenza dei codici fascisti, il consenso, per ragioni tattiche, a tutto questo e molto altro non ha impedito il naufragio della linea a tappe, imposta da Togliatti con la sua interpretazione riduttiva della “democrazia progressiva” (così come l’apertura del partito alla chiesa con l’articolo 7 della Costituzione non ha salvato i comunisti dalla scomunica papale). Si voleva portare i comunisti nelle istituzioni, si sono portate le istituzioni nei comunisti. Quale migliore cartina di tornasole di questo fallimento nella situazione odierna, dove quelle stesse masse che il partito auspicava alla guida della società sono state virulentemente private perfino del diritto ad essere rappresentate. VOLEVAMO TUTTO – Valerio Gentili

ANTIFA

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L’Antifa nasce come movimento erede degli abolizionisti e in continuità con le Brigate Internazionali che combatterono Franco in Spagna, l’Internazionale Comunista sponsorizzò il movimento nel tentativo di porre fine alle ostilità tra i partiti socialisti in Europa per fare fronte comune contro i movimenti di Mussolini e Hitler.

Dal momento che il fascismo storico non esiste più, gli Antifa hanno allargato la nozione di “fascismo” fino a includere qualunque cosa, dal “patriarcato” (un concetto pre-fascista) alla transfobia (un concetto, questo, post-fascista). Gli attuali antifascisti mascherati sembrano ispirarsi più a Batman che a Marx o Bakunin.

Uno dei più grandi errori del movimento è stato quello di abbandonare la lotta all’imperialismo e al capitalismo nel momento in cui il fascismo storico veniva a mancare ed equiparare la critica all’immigrazione con il fascismo.

Bisogna fare un distinguo tra immigrati e immigrazione. Gli immigrati sono persone, che meritano considerazione. L’immigrazione è una scelta politica che deve essere valutata. Si dovrebbe poter discutere della cosa senza essere accusati di odiare gli stranieri; dopotutto i sindacati sono sempre tradizionalmente opposti all’immigrazione non per razzismo, ma perché può essere una strategia dei capitalisti per abbassare gli stipendi, nel tentativo di opporsi alla Caduta tendenziale del saggio di profitto
Rendendo il tema dell’immigrazione il punto focale per decidere se qualcuno è fascista o meno, gli Antifa impediscono un dibattito proficuo. Senza dibattito, il tema si polarizza su due argomenti: pro o contro. E chi vincerà tra i due?

La cosa peggiore di questi Antifà, ormai divenuti il Braccio armato del neoliberismo, è il loro sforzo di condurre una sinistra allo sbando verso una caccia alle streghe per braccare fascisti immaginari, distraendo la lotta contro le elite neoliberiste e le ingiustizie sociali. L’uso facile dei termini “fascista”, “rossobruno”, impedisce di identificare i veri nemici dell’umanità:
l’imperialismo globale, il capitalismo finanziario, il complesso industriale e militare posto a difesa dei privilegi dei pochi.

Le centrali di propaganda mediatica al servizio del capitale hanno ricettori molto sensibili, in grado di individuare e promuovere benevolmente le opzioni politico-ideologiche più funzionali al sistema.

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L‘antifascismo resta per tutti noi un valore fondante, perché giudichiamo il fascismo la più bieca e violenta forma assunta dalla dittatura della borghesia. Semplicemente continuiamo a credere, come ci insegna Marx, che la dittatura della borghesia prosegua anche nel modello “liberale”, e che essa nella fase attuale esplichi con egual violenza il proprio potere in senso imperialista.

In questo senso noi siamo antifascisti, anticapitalisti e antimperialisti, categorie queste ultime due, che molti “antifascisti” non ritengono necessarie, trovandosi poi a sostenere forze politiche “liberali” classiste a casa propria e guerrafondaie in casa altrui.

L’antifascismo dei “democratici liberali”, per come sono diventati oggi i “democratici liberali”, è un antifascismo che non ha niente in comune con il senso storico della seguente necessità: la distruzione di ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ossia la distruzione della borghesia organizzata come classe e l’instaurazione di una nuova società: quella socialista.

Nel fare questo noi comunisti riteniamo che il proletariato italiano, opportunamente guidato da un’organizzazione rivoluzionaria di classe, debba prepararsi ad uscire dai pilastri dell’imperialismo attuali: la NATO e l’Unione Europea. Se necessario il proletariato deve essere pronto a usare la forza per conquistare il potere economico oggi nelle mani di poche élite, e deve essere pronto a difendere con ogni mezzo le conquiste sociali contro la reazione del nemico. Per questo è necessario che tragga insegnamento dalla lezione del passato.

Noi in effetti non siamo solo antifascisti. Siamo comunisti, e storicamente il fascismo l’ha distrutto Stalin, uno dei più grandi comunisti della Storia.  Ribadiamo un concetto fondamentale Non può esistere antifascismo senza antimperialismo

25 Aprile: Dalla dittatura fascista alla dittatura democratica

Dopo la sconfitta del fascismo, la nascita della repubblica italiana e la conseguente instaurazione della dittatura democratica la borghesia riprende la battaglia contro i comunisti e per perseguire l’obbiettivo si affida totalmente alla struttura repressiva nata sotto il ventennio.

Si pensi al mantenimento del codice Rocco e del Testo unico di Pubblica Sicurezza di marca fascista, alla conservazione di pulsioni autoritarie nelle pratiche istituzionali; si potrebbe dire che la Costituzione fu parzialmente congelata, almeno fino agli anni Sessanta. Nessun conto venne fatto pagare a chi avrebbe dovuto rispondere di crimini di guerra settori della Magistratura e della Polizia, dell’esercito, della burocrazia e dell’università rimangono al loro posto, si sottraggono alle misure di bonifica democratica, gli stessi uomini che furono di Mussolini saranno gli stessi a gestire pezzi del potere istituzionale del nuovo Stato in nome della “continuità dello Stato italiano” divenuto una provincia dell’Impero americano

Alcuni dati e nomi:

Nel 1960 su 64 prefetti ben 62 erano stati funzionari degli Interni durante la dittatura fascista e su 241 vice-prefetti, tutti indistintamente avevano fatto parte dell’amministrazione dello Stato negli anni del fascismo,  su 135 questori, 120 avevano fatto parte della polizia fascista e su 139 vice-questori, solo 5 risultavano aver contribuito in qualche modo alla Lotta di Liberazione, dei 394mila impiegati pubblici solo 1580 furono licenziati. 

L’ispettore di polizia Ettore Messana. Il suo marchio di violenza ha radici lontane, nel 1919, a Riesi, in Sicilia, dove ordina di sparare contro i contadini dopo un fallito tentativo di occupazione delle terre: 15 morti.  Questore di Lubiana e poi di Trieste tra il 1941 e il 1943, ricercato per crimini di guerra commessi sugli sloveni nel tentativo forzoso di italianizzarli; nNel 1945 diviene ispettore di Pubblica sicurezza sotto Bonomi e De Gasperi; viene arruolato in Sicilia nelle attività anticomuniste del dopoguerra e nella repressione delle lotte dei contadini siciliani, e coinvolto nella strage politica di Portella della Ginestra; proteggerà di latifondisti e criminali come Salvatore Ferreri (il noto fra’ Diavolo, fascista e assassino al soldo della Repubblica di Salò). Nel 1953 Messana è collocato a riposo e, su proposta del ministro Scelba, riceverà l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.L’ispettore generale di polizia Ciro Verdiani,  successore di Messana in Sicilia, ex capo della zona Ovra di Zagabria, che di antifascisti al Tribunale speciale della Dalmazia ne aveva consegnati moltissimi, nell’Italia liberata fu addirittura nominato questore della Roma liberata.  Incontrò Giuliano da amico, ebbe con lui un carteggio, fu poi incriminato dai giudici di Palermo per «favoreggiamento personale continuato e aggravato e per aver aiutato Giuliano e altri affiliati della banda a sottrarsi alle ricerche dell’autorità». La messinscena della morte del bandito, secondo la futura Commissione antimafia, «non fa certo onore alla polizia».Il generale dei carabinieri Giuseppe Pièche uomo di fiducia di Mussolini, che ebbe, quasi fosse ovvio, incarichi di grande riservatezza da De Gasperi e Scelba.Il maresciallo d’Italia Giovanni Messe, giudicato dagli Alleati il miglior generale italiano, a capo del Csir, il Corpo di spedizione italiano in Russia, poi in Tunisia, nominato capo di stato maggiore da Badoglio per continuare la guerra, contro i tedeschi, questa volta: dopo la Liberazione, fu considerato l’uomo forte, al centro di alcune idee di golpe, fautore di movimenti monarchici parafascisti, di fronti anticomunisti formati da reduci di Salò, da ufficiali dell’esercito revanscisti e nostalgici. Era considerato il de Gaulle italiano, non ne aveva le qualità. Anche la monarchia, nel tentativo di rimanere al Quirinale, non fu esente dagli intrighi ai tempi del referendum del 2 giugno 1946 e del re di maggio.

Giovanni Ravalli, accusato in veste di militare di crimini durante l’occupazione italiana della Grecia diventa prefetto nel 1960 di Catanzaro e poi di Palermo fu protagonista di una crociata anticomunista le cui vittime furono poveri braccianti e le organizzazioni sindacali della sinistra. Ravalli è morto indisturbato e mai processato nel 1998.

Rosario Barranco nel gennaio del 1937 il governo fascista di Benito Mussolini e la giunta militare all’epoca al potere in Bolivia strinsero un accordo di collaborazione. Gli italiani avrebbero inviato uomini per formare la polizia boliviana e reprimere il dissenso. Tra i profili scelti per la missione c’era un poliziotto di origini siciliane, Rosario Barranco. Rientrato in Italia, Barranco fu inviato in Francia durante l’occupazione. Al termine del conflitto, le autorità francesi richiesero la sua estradizione per crimini di guerra: Barranco fu accusato di arresti illegali, torture, omicidi; era considerato il capo dell’OVRA, la polizia segreta fascista, a Nizza. Ma nel gennaio del 1948 fu promosso a capo della squadra mobile di Roma. Il conflitto mondiale era finito da tre anni, Mussolini era stato arrestato da cinque, e la costituzione repubblicana era entrata in vigore da pochi giorni

Gli apparati dei servizi segreti, dell’esercito, della polizia e dei carabinieri attraverso queste figure riuscirono a svolgere un’azione particolarmente incisiva sia durante la guerra civile 1943-1945, sia nella fase di transizione tra la fine della guerra e della repubblica fascista di Salò e la nascita della Repubblica antifascista.Alcuni di loro attraverso una sottile azione di «doppiogiochismo» in favore del fronte Alleato, ormai destinato a vincere la guerra, riuscirono ad accreditarsi presso gli anglo-americani e presso gli stessi partiti antifascisti come figure utili e funzionali ad un processo di ricostruzione dello Stato.  La «Guerra fredda» e la necessità della lotta anticomunista «di Stato» (cioè organizzata in modo istituzionale all’interno dei ministeri e del governo) finì per valorizzare l’esperienza ventennale di questi funzionari in seno agli apparati repressivi del regime fascista e divenne un elemento fondamentale per lo sviluppo delle loro carriere. Molti di loro, inoltre, erano iscritti nelle liste delle Nazioni Unite come «presunti criminali di guerra» da dover processare per le condotte operate contro civili e partigiani in Jugoslavia, Grecia, Albania, Urss, Francia e Africa (parliamo di crimini come rastrellamenti, deportazioni, fucilazioni di massa, impiccagioni, persecuzioni di oppositori politici e partigiani) e questa «ricattabilità» derivante dal loro passato ne fece dei funzionari zelanti e fedeli del nuovo ordine organizzato intorno alle logiche anticomuniste della divisione bipolare internazionale.

Lo Zio di Christian De Sica

Christian De Sica: Io ho un parente assassino, si chiamava Ramon Mercader. Mia madre si chiama Maria Mercader è catalana. A Ramon Mercader, Stalin gli disse vai a Città del Messico e ammazza Trotsky, queato è partito con un piccone e gli l’ha dato in testa. L’assassino di Trotsky era mio zio!

Ramón Mercader , nome completo Jaime Ramón Mercader del Río Hernández (Barcellona, 7 febbraio 1914 – L’Avana, 18 ottobre 1978) è stato un agente segreto spagnolo operante nel NKVD durante il governo di Josif Stalin nell’URSS.

Ramon Mercader, l’uomo che uccise Lev Trotsky spaccandogli il cranio con una picconata il 20 agosto 1940. Il  pretesto per la consultazione di un documento porta Mercader a casa Trotsky, nel suo ufficio. Fuori ci sono le due guardie del corpo, sicure dell’innocenza dell’ospite. Sguardi brevi e testa bassa. Dopo qualche chiacchiera i due si mettono a scrutare il documento, e mentre Trotky sembra sempre più assorto dalla lettura, Ramon sta già tastando con una mano il rompighiaccio dietro di loro. Un respiro e via, colpo alla nuca e grida profonde. La ferita alla testa non è immediatamente mortale ma permette al sangue un tarantiniano zampillare su tutta la scrivania. Ramon fa per andare verso la finestra mentre le guardie entrano e lo afferrano: Trotsky morirà qualche ora dopo in ospedale per insufficienza di sangue.

Conosciuto dalla polizia messicana come Jacques Mornard o Frank Jackson, è condannato il 25 giugno 1944 a vent’anni di carcere, il massimo della pena consentito dalle leggi messicane. I sovietici gli procurano l’avvocato Eduardo Cincieros, uno dei più valenti legali del Messico, e in carcere non gli fanno mancare nulla. Tutti i giorni riceve la visita di una giovane donna, Roquelia, che in seguito diventerà sua moglie, ma che ora è semplicemente un agente dell’Nkvd.

Il primo a riconoscerlo è il fotografo spagnolo Agustin Puertolas che lo ha incontrato in Spagna durante la guerra civile, poi sarà la volta dello scrittore Julian Gorkin e tanti altri suoi ex compagni nella guerra di Spagna. Liberato il 6 maggio 1960, all’uscita dal carcere trova ad aspettarlo dei diplomatici cecoslovacchi che gli consegnano un passaporto con il quale lascia immediatamente il Messico. Poi via Cuba raggiungerà Mosca.

In Unione Sovietica la sua famiglia di rivoluzionari non verrà mai dimenticata, onoreranno la madre Maria de La Caridad del Rio Hernandez, già combattente dell’esercito repubblicano spagnolo, con l’Ordine di Lenin. Figlia del governatore spagnolo di Santiago di Cuba, bella, volitiva e dal carattere avventuroso, aveva sposato, nel 1911, l’industriale di tessuti Pablo Mercader dal quale aveva avuto cinque figli: Luis, combattente nell’Armata Rossa e professore emerito alla scuola tecnica superiore di ingegneria a Madrid, Jorge, membro dell’Nkvd, Pablo, morto in battaglia durante la guerra civile, Montserrat, segretaria del comunista francese e combattente in Spagna André Marty, noto anche come il macellaio di Albacete e appunto Ramòn.

L’Urss gli sarà per sempre riconoscente. Ramòn sarà decorato con l’ordine di Eroe dell’Unione Sovietica e morirà di vecchiaia il 10 ottobre 1978 a Cuba. Le sue ceneri sono state successivamente trasferite a Mosca, nel cimitero di Kuntsevo, accanto alla dacia di Stalin. Nel giugno del 1987 il Kgb ha disposto sulla sua tomba una lastra con questa iscrizione: “All’eroe dell’Unione Sovietica Ramon Ivanovich Lopez” (quello era il suo nome in russo). Lo stesso nome è scolpito a lettere d’oro nel Monumento agli Eroi del Socialismo, all’ingresso d’onore del KGB.

Fonti:

L’assassino di Trotsky e i fantasmi della storia

L’assassinio di Trotzkij

Quando De Sica uccise Trotsky

“Mio zio? Non ci crederete, ma fu un assassino!” – Christian De Sica

DAL NULLA SORGEMMO: Arditi del popolo

“Dal nulla sorgemmo in una lotta infernale. Ricordate: non respiravamo, più non si viveva. Era la nostra ora più nera e più tragica. Contro di noi vi erano fascisti, governo e borghesia. Una sola forza ci sostenne: la fede.” Argo Secondari

Benché l’antifascismo – inteso sia come teorizzazione politica che come risposta militare – nasca quasi contemporaneamente alla comparsa dello squadrismo, le prime forme di resistenza al fascismo sono sicuramente meno note di quelle legate alle esperienze della guerra civile spagnola e della Resistenza. Nel secondo dopoguerra, l’antifascismo sconfitto degli Arditi del popolo è stato relegato ai margini della storiografia, benché dietro esso vi fossero sia – come notò Guido Quazza – “tutta una storia”, sia le stesse ragioni fondanti della Resistenza. Tra le ragioni di questa parziale rimozione, vi possono essere quella delle origini e della natura della prima associazione antifascista (permeata da miti arditistico-dannunziani, successivamente fatti propri dal fascismo, e, al contempo, attestata su posizioni genericamente rivoluzionarie) e quella della difficile autocritica degli attori di allora (dalle istituzioni alle forze politiche e sociali) le quali non compresero appieno la portata del fenomeno fascista e che, tranne qualche eccezione, ostacolarono la diffusione dell’antifascismo del 1921-22. Un antifascismo forse (e comunque solo per taluni aspetti) distante, per contenuti e forme, da quello istituzionalizzatosi nell’Italia repubblicana; ma pur sempre un antifascismo nel quale l’esperienza resistenziale e il movimento democratico sorto da essa trovano la loro origine.

Nati a Roma gli ultimi giorni di giugno del 1921 da una scissione dell’Associazione nazionale arditi d’Italia, per iniziativa dell’anarchico Argo Secondari (ex tenente dei reparti d’assalto nella prima guerra mondiale), gli Arditi del popolo si propongono di opporsi manu militari alla violenza delle squadre fasciste. Estenuate da mesi di spedizioni punitive, le masse popolari colpite dallo squadrismo accolgono la loro nascita con entusiasmo. Stanche dei crimini fascisti, esse vedono concretizzarsi nella nuova organizzazione quella volontà di riscossa che trae origine – soprattutto negli strati meno politicizzati della classe lavoratrice – dal puro e semplice istinto di sopravvivenza. La comparsa degli Arditi del popolo rappresenta indubbiamente, per il proletariato italiano, il fatto eclatante dell’estate1921. Sia costituendosi ex novo che appoggiandosi alle sezioni della Lega proletaria (l’associazione reducistica legata al PSI e al PCd’I) o a formazioni paramilitari preesistenti (quali gli Arditi rossi di Trieste o i Figli di nessuno di Genova e Vercelli), nascono in tutta Italia sezioni di Arditi del popolo, pronte a fronteggiare militarmente lo squadrismo fascista. Il nuovo governo, presieduto da Ivanoe Bonomi, guarda al fenomeno arditopopolare con estrema preoccupazione, poiché la comparsa delle formazioni armate antifasciste rischia di affossare l’ipotesi della realizzazione di un trattato di tregua tra socialisti e fascisti (quello che sarà, nemmeno un mese dopo, il “Patto di pacificazione”) fortemente desiderato dal presidente del Consiglio.

Il 6 luglio 1921, presso l’Orto botanico di Roma, ha luogo un’importante manifestazione antifascista alla quale prendono parte migliaia di lavoratori e la cui eco arriva fino a Mosca: la “Pravda” del 10 luglio ne fa infatti un dettagliato resoconto e lo stesso Lenin, favorevolmente colpito dall’iniziativa e in polemica con la direzione bordighiana del PCd’I, non ha dubbi a indicarla come esempio da seguire. Dopo questo imponente raduno, la struttura paramilitare antifascista diviene, nel volgere di pochi giorni, un’organizzazione diffusa capillarmente. Le linee di espansione dell’associazione seguono, principalmente, le direttrici che dalla capitale conducono a Genova (Civitavecchia, Tarquinia, Orbetello, Piombino, Livorno, Pisa, Sarzana, La Spezia) e ad Ancona (Monterotondo, Orte, Terni, Spoleto, Foligno, Gualdo Tadino, Iesi). Ma anche in molti altri centri al di fuori di queste due vie di comunicazione gli arditi del popolo riescono a costituirsi in gruppi numericamente consistenti. Rilevanti sono, a riguardo, quelli del Pavese, di Parma, Piacenza, Brescia, Bergamo, Vercelli, Torino, Firenze, Catania e Taranto. Ma anche in alcuni centri minori gli arditi del popolo riescono ad organizzarsi efficacemente.

Prendendo in considerazione le sole sezioni la cui esistenza è certa, l’organizzazione antifascista risulta strutturata, nell’estate del 1921, in almeno 144 sezioni che raggruppano quasi 20 mila aderenti. Le 12 sezioni laziali (con più di 3.300 associati) primeggiano con quelle della Toscana (18, con oltre 3.000 iscritti). In Umbria gli arditi del popolo sono quasi 2.000, suddivisi in 16 sezioni. Nelle Marche sono quasi un migliaio, in 12 strutture organizzate. In Italia settentrionale, la diffusione del movimento è significativa in Lombardia (17 sezioni che inquadrano più di 2.100 Arditi del popolo), nelle Tre Venezie (15 nuclei per circa 2.200 militanti) e, in misura minore, in Emilia Romagna (18 sezioni e 1.400 associati), Liguria (4 battaglioni e circa 1.100 Arditi del popolo) e Piemonte (8 e circa 1.300). Nel Meridione le sezioni sono 7 sia in Sicilia che in Campania, 6 in Puglia, 2 in Sardegna e solo una in Abruzzo e in Calabria, mentre gli iscritti sono circa 600 in Sicilia, poco più di 500 in Campania e nelle Puglie, quasi 200 in Abruzzo e poco meno in Calabria, 150 in Sardegna.

Sotto il profilo tecnico-militare, gli Arditi del popolo sono una struttura militare agile, capace di convergere in poco tempo dove si presuma possa avvenire una spedizione punitiva dei fascisti. L’organizzazione antifascista cerca inoltre di esercitare il controllo del territorio attraverso marce per le strade cittadine oppure, alla stregua di una vera e propria milizia di quartiere, pattugliando il territorio e identificando gli elementi filofascisti. Non deve meravigliare dunque che la struttura organizzativa dell’arditismo popolare privilegi l’aspetto militare su quello politico. Gli Arditi del popolo sono strutturati in battaglioni, a loro volta suddivisi in compagnie (altrimenti dette centurie) e in squadre. Ogni squadra è composta da dieci elementi più il caposquadra; ogni compagnia è costituita da quattro squadre più il comandante di compagnia; il battaglione, infine, risulta composto da tre compagnie più il comandante di battaglione. Dunque, 136 uomini coadiuvati da un plotone autonomo di sicurezza di altri 10 elementi. Ogni battaglione ha al suo interno delle squadre di ciclisti per mantenere i collegamenti tra i vari battaglioni (rionali nelle grandi città). I ciclisti assicurano inoltre i collegamenti tra il comando generale, i battaglioni e altri soggetti (sedi operaie, ferrovieri, tranvieri, operai d’arsenali, “ufficio stampa e giornale della sera”). L’addestramento degli inquadrati avviene mediante apposite esercitazioni, le quali, comunque, molte volte si risolvono in esercizi formali.

Dal punto di vista organizzativo, la struttura del movimento ardito-popolare non è accentrata in modo eccessivo. Ai vari Direttorii dei Comitati regionali (varati solo sulla carta al primo congresso dell’associazione) vengono lasciati ampi margini di autonomia. Nella pratica, ogni sezione dell’associazione decide autonomamente il da farsi e il proprio stile di lavoro. Stile che – ovviamente – muta a seconda della corrente politica dominante nella determinata realtà. Proprio perché l’organizzazione si dichiara estranea a qualsiasi raggruppamento politico, l’inquadramento nelle centurie non avviene, di norma, sulla base dell’appartenenza ad una determinata organizzazione del movimento operaio. Accade però che in alcune realtà (come ad esempio Livorno) gli Arditi del popolo si dividano in compagnie sulla base dell’appartenenza politica.

Al pari della struttura tecnico-militare, anche i simboli della prima organizzazione antifascista derivavano dall’arditismo di guerra: un teschio cinto da una corona d’alloro e con un pugnale tra i denti con sotto scritto – in caratteri maiuscoli – “A noi!” è il simbolo dell’associazione. Il timbro del direttorio è costituito invece dal pugnale degli arditi, circondato da un ramoscello di alloro e uno di quercia incrociati. Effigi allora in gran voga e non certo patrimonio esclusivo dei Fasci di combattimento o delle forze politiche di destra. In qualche caso, come a Civitavecchia, il gagliardetto degli Arditi del popolo (una scure che spezza il fascio littorio) esprime invece più chiaramente la ragion d’essere dell’organizzazione. Anche se non si può parlare di una vera e propria divisa, gli arditi del popolo, come del resto la quasi totalità dei giovani militanti dei partiti politici dell’epoca, ne hanno genericamente una: indossano un maglione nero, pantaloni grigio-verdi e, a volte, portano una coccarda rossa al petto. Molti Arditi del popolo infine, durante scontri e combattimenti, si proteggono il capo con gli elmetti Adrian. Gli inni dell’organizzazione ricalcano anch’essi, per musica e testi, i motivi dell’arditismo di guerra. Dell’inno “ufficiale”, cantato sull’aria di quello degli arditi “Fiamme nere”, è conservata copia nelle carte di polizia. “Siam del popolo – le invitte schiere/ c’hanno sul bavero le fiamme nere/ Ci muove un impeto – che è sacro e forte/ Morte alla morte – Morte al dolor”, recita il ritornello; mentre l’ultima strofa dichiara programmaticamente: “Difendiamo l’operaio/ dagli oltraggi e le disfatte/ che l’Ardito, oggi, combatte/ per l’altrui felicità!” Nel settembre 1921 l’organo dell’associazione, “L’Ardito del popolo”, pubblica invece un’altra versione dell’inno più esplicitamente antifascista. Sull’aria di “Giovinezza”, i primi versi della canzone recitano così: “Rintuzziamo la violenza/ del fascismo mercenario./ Tutti in armi! sul calvario/ dell’umana redenzion./ Questa eterna giovinezza/ si rinnova nella fede/ per un popolo che chiede/ uguaglianza e libertà.”

Gli organizzatori dell’associazione, a seconda della tradizione politica delle località in cui essa è presente, sono i militanti dei movimenti e dei partiti politici proletari o “sovversivi”: anarchici, comunisti, socialisti massimalisti (in particolare terzinternazionalisti), repubblicani, ma anche sindacalisti rivoluzionari e, in alcune zone del paese, popolari. Oltre all’intenzione di opporsi alle violenze delle camicie nere con pratiche di resistenza armata, ciò che tiene unite queste differenti correnti del movimento operaio è la comune lettura del fenomeno fascista come reazione di classe. Il fattore coagulante non è dunque politico-ideologico, ma prettamente sociale. A livello sociale, il profilo prevalentemente proletario del movimento è una caratteristica evidente in tutto il territorio nazionale. I lavoratori delle Ferrovie dello Stato sono numerosissimi, molti sono gli operai in genere e i metalmeccanici in particolare, parecchi i braccianti agricoli, gli operai dei cantieri navali, i portuali e i marittimi. Vari sono pure gli operai edili, i postelegrafonici, i tranvieri e i contadini. Ma vi sono anche, in misura minore e soprattutto tra i gruppi dirigenti, impiegati, pubblicisti, studenti, artigiani e qualche libero professionista.

Insieme alle adesioni arrivano anche i primi successi militari: le difese di Viterbo (che vide la cittadinanza stringersi attorno ai militanti antifascisti per respingere l’assalto degli squadristi perugini) e di Sarzana (nei cui scontri restarono uccisi una ventina di fascisti), organizzate dagli arditi del popolo dei due centri, disorientano e incrinano la compagine mussoliniana: le due anime del fascismo individuate da Gramsci, quella urbana – più politica e disponibile alla trattativa – e quella agraria – essenzialmente antipopolare e irriducibile a ogni compromesso – giungono a un passo dalla scissione. Ma, violentemente osteggiati dal governo Bonomi, gli Arditi del popolo non ricevono – tranne qualche eccezione – il sostegno dei gruppi dirigenti delle forze del movimento operaio e nel volgere di pochi mesi, riducono notevolmente il loro organico, sopravvivendo in condizioni di clandestinità solo in poche realtà tra le quali, Parma, Ancona, Bari, Civitavecchia e Livorno; città in cui riusciranno, con risultati differenti, a opporsi all’offensiva finale fascista nei giorni dello sciopero generale “legalitario” dell’agosto 1922. Già nell’autunno precedente, comunque, l’azione congiunta di governo e Magistratura aveva dato i suoi frutti: le sezioni dell’associazione si erano ridotte a una cinquantina e gli iscritti a poco più di seimila.
Il motivo di questa brusca battuta d’arresto non va però ricercato solamente nell’atteggiamento delle autorità. I provvedimenti bonomiani contro i corpi paramilitari (che danneggiarono le sole formazioni di difesa proletaria), le disposizioni prefettizie, gli arresti, le denunce e lo stesso atteggiamento della Magistratura (ispirato alla politica “dei due pesi e delle due misure”), non sarebbero stati possibili o comunque pienamente efficaci se le forze politiche popolari avessero sostenuto, o quantomeno non osteggiato, la prima organizzazione antifascista. Ma esse, per ragioni differenti, abbandonarono al proprio destino la neonata struttura paramilitare a tutela della classe lavoratrice.
Tolta la piccola Frazione terzinternazionalista, Il PSI, il principale partito proletario, oltre a fare propria la formula della resistenza passiva, si illuse di poter siglare un accordo di pace duraturo con il movimento mussoliniano (il cosiddetto “patto di pacificazione”), e con la quinta clausola di questo patto scellerato, dichiarava, non senza una dose di calcolato opportunismo, la propria estraneietà all’organizzazione e all’opera degli Arditi del popolo.
Colto alla sprovvista dalla loro comparsa, ma propenso ad opporre forza alla forza, il Partito comunista decide di non appoggiare gli Arditi del popolo poiché – a detta del Comitato esecutivo – costituitisi su un obiettivo parziale e per giunta arretrato (la difesa proletaria) e, dunque, insufficientemente rivoluzionari. La difesa proletaria doveva realizzarsi esclusivamente all’interno di strutture controllate direttamente dal partito, e gli Arditi del popolo – definiti infondatamente “avventurieri” e “nittiani” – dovevano considerarsi alla stregua di potenziali avversari. Ma moltissimi comunisti (tra cui anche qualche dirigente e, all’inizio, lo stesso Gramsci) non accettarono simili disposizioni e restarono all’interno degli Arditi del popolo o proseguirono nell’azione di collaborazione e/o appoggio. Solo dopo ulteriori interventi da parte del “Centro” (accompagati da vere e proprie minacce di gravi provvedimenti disciplinari) la maggior parte delle strutture del PCd’I si adegua alla linea ufficiale e va ad allargare le fila delle Squadre comuniste d’azione. Questa scelta politica viene criticata duramente dall’Internazionale comunista che, a partire dall’ottobre del ’21, avvierà un serrato dibattito con i dirigenti del PCd’I, stigmatizzandoli per il loro settarismo.
Con l’eccezione del Lazio, del Veneto e della Federazione giovanile, per quanto riguarda i repubblicani, e del Parmense e di Bari, per sindacalisti rivoluzionari e legionari fiumani, le forze politiche della “sinistra interventista” si orientano quasi subito anch’esse verso soluzioni di autodifesa che escludono la confluenza o la collaborazione con gli Arditi del popolo. Anche queste formazioni preferiscono organizzare l’autodifesa a livello partitico, teorizzando, nella maggioranza dei casi, la perfetta equidistanza tra “antinazionali” (anarchici, socialisti e comunisti) e “reazionari” (fascisti, nazionalisti e liberal-conservatori)

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Non può esistere antifascismo senza antimperialismo

Nella nostra strategia non può esistere antifascismo senza antimperialismo.

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Cosa intendiamo dire? Non siamo interessati a svolgere il lavoro sporco per conto terzi nè ad essere utili idioti all’interno di arcobaleniche alleanze nelle quali, in nome di un supposto minimo comun denominatore, l’antifascismo, dovessimo direttamente o indirettamente portare acqua al mulino di quei politicanti che, professandosi antifascisti, appoggiano e plaudono le guerre imperialiste, la dissoluzione dello Stato sociale, la realizzazione delle grandi opere di distruzione ambientale
Non intendiamo rappresentare i gendarmi dell’antifascismo istituzionale, in attesa della puntuale, ciclica occasione in cui questo liso feticcio divenga motivo di polemica e divisione all’interno della classe politica, per la conquista di un pugno di voti.

Per di più, da oltre un quindicennio, il fascismo ufficiale è stato depurato, sdoganato e
reintegrato all’interno del Sistema dei partiti dominanti. Per chi è nemico di questo
Sistema, quindi, l’antifascismo, non può che essere un aspetto – estremamente
rilevante – della lotta antimperialista. Per gli altri, un tema di riserva da campagna
elettorale, qualora si rendesse necessario smuovere l’emotività di un elettorato
progressista sempre più sconcertato dalla melassa istituzionale offerta dalla politica.

Una contingenza politico-economica come quella dell’Europa attuale rappresenta un terreno estremamente fecondo per lo sviluppo e l’attivismo del radicalismo di destra.

Il fascismo, infatti, storicamente si pone come avversario di quelle forze (individualismo, cosmopolitismo, economia di mercato) che minacciano l’esistenza e la costruzione della comunità di suolo e/o di razza, – blut und boden – organizzata gerarchicamente, secondo forme e criteri autoritari, nel presunto, supremo interesse etno-nazionale.

I recenti tentativi, in Italia ed in altri paesi, di comporre le fratture del passato, in vista
di un maggiore coordinamento, tra le composite e litigiose forze della galassia estremista di destra, da un lato, e il passaggio sincrono ad un’azione più incisiva, 15 nelle roccheforti europee del neofascismo, dall’altro, mostrerebbero proprio una precisa, accresciuta, autoconsapevolezza del potenziale ruolo da dispiegare nell’immediato futuro.

La supremazia dell’economia sulla politica e della finanza sull’economia e, in particolare, il progressivo, costante esautoramento di quelle forme di controllo e partecipazione politica sui territori a fronte dei diktat sovranazionali di provenienza economico –
finanziaria sono dati oggettivi e possono, se sottoposti ad analisi raffazzonate, accreditare l’interpretazione del fascismo quale risposta nazionale agli
sfaceli del libero mercato. In quest’ottica, il neofascismo potrebbe apparire a molti
come antidoto rivoluzionario all’esistente, rafforzandosi, in ciò, attraverso i richiami
metastorici propri della sua retorica all’azione e alla gioventù. Il fatto che larghe aree
dell’estrema destra prediligano, oggi, una lettura del fascismo tradizionale attraverso
i suoi aspetti antiborghesi e ne propongano una versione attuale in chiave socialista-
nazionale, rappresentano dati che gli antifascisti dell’azione non devono
giudicare con sufficienza ma, anzi, analizzare con cura, per passare, nei fatti, alla
controffensiva. C’è, infatti, il rischio che settori consistenti di gioventù e proletariato
marginale rintraccino nel fascismo, così declinato, l’unica scelta autenticamente
antagonista, sovversiva e “non conforme” al sistema dominante.

Compito degli antifascisti dell’azione consiste nel non inorridire ma contrastare
attivamente simili sviluppi, incalzando una Sinistra priva di orizzonte sulla
riformulazione complessiva tattico/strategica di una lotta a tutto campo all’esistente,
e rigettando le facili scorciatoie offerte da una lettura necessariamente
pregiudizievole e supponente di quanto prodotto sul versante nemico.

Sarebbe da sciocchi, infatti, negare o giudicare con sufficienza il profondo lavoro
teorico che negli ultimi anni è stato portato avanti da settori dell’estrema de
stra rispetto ad una ridefinizione teorica del neofascismo in funzione di un suo agevole
adattamento alle condizioni attuali. Per il futuro, inoltre, occorrerà monitorare gli
interscambi tra il movimentismo neofascista e il fascismo ufficiale, da più di 15 anni
forza stabile di governo, per capire chi avrà più forza nel sedurre l’altro.
Siamo gli eredi dei movimenti che combatterono, primi fra tutti, i fascismi in Europa e nel mondo: sigle destinate all’oblio, simboli rimossi, uomini e donne perseguitati.

Lottiamo affinché nella società si estingua la tirannide dell’economia, del lavoro salariato, della schiavitù dell’uomo sull’uomo e trionfino, finalmente, gli ideali di solidarietà, fratellanza ed eguaglianza.

Questa eredità pesante ci spinge a non dimenticare il loro esempio attraverso l’azione e la natura stessa della loro lotta: combattere il fascismo per sconfiggere insieme ad esso un ordine sociale ingiusto

Lottiamo affinché nella società si estingua la tirannide dell’economia, del lavoro salariato, della schiavitù dell’uomo sull’uomo e trionfino, finalmente, gli ideali di solidarietà, fratellanza ed eguaglianza

Un nemico, un fronte, una lotta!

I partigiani di Santa Libera, l’insurrezione partigiana contro il revisionismo Italiano

E’ il 29 agosto del 1946 e ad Asti un gruppo di una cinquantina di persone sta rientrando in città tra gli applausi calorosi della gente: sono i ribelli di Santa Libera, un gruppo di ex partigiani che qualche giorno prima è tornato ad imbracciare le armi e si è installato sulla vetta di una collina che domina il piccolo comune di Santa Libera (in provincia di Cuneo) per protestare contro alcuni provvedimenti che le autorità hanno messo in atto sia sul piano locale che su quello nazionale.

La scintilla della rivolta si accende quando ad Asti giunge la notizia che Carlo Lavagnino, comandante della polizia locale ed ex comandante delle formazioni garibaldine, è stato sollevato dal suo incarico per essere sostituito da un ex ufficiale fascista.

La scelta dei ribelli di Santa Libera non si spiega però solo con questo episodio, che di fatto è la goccia che fa traboccare il vaso, ma va inserita nel più ampio quadro dell’Italia nell’agosto del ’46: a più di un anno dalla Liberazione, infatti, il governo non ha ancora preso alcun tipo di provvedimento per il riconoscimento dei diritti dei partigiani e delle famiglie dei caduti mentre, per contro, ha sollecitato l’emanazione di un’amnistia per i reati fascisti, redatta dall’allora Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti ed approvata a fine Giugno.

Il testo dell’amnistia, che nelle intenzioni del Ministro doveva costituire “un atto di clemenza per alleviare le condizioni anche di coloro che avendo violato la legge penale comune ne subiscono o devono subirne le conseguenze, e per arrecare un conforto sensibile a un numero ingente di loro familiari derelitti e angosciati”, è da subito oggetto di interpretazioni molto ampie che conducono di fatto alla rimessa in libertà di migliaia di fascisti, da squadristi ad alti dirigenti della Rsi, che vengono presto reintegrati ed assegnati a nuovi incarichi.

Tutto ciò non può che apparire inaccettabile a quanti hanno combattuto durante la Resistenza e vedono ora repubblichini ed aguzzini fascisti tornare a piede libero in tutta Italia.

Di qui la scelta eclatante dei ribelli di Santa Libera, che nella notte del 20 agosto si mettono in marcia sotto la guida di Armando Valpreda, combattente nella Brigata Rosselli tra il ’43 e il ’45, e si installano nel rudere di una vecchia torre sulla cima di una collina.

Il gruppo era già organizzato clandestinamente da alcuni mesi, con l’intento di agire sul piano locale per fare giustizia contro le presenza fasciste che ancora inquinavano il territorio, perciò la partenza per Santa Libera non è che l’occasione per mettere al lavoro le forze del nucleo.

Già il giorno successivo i ribelli rendono note le proprie rivendicazioni: reinserimento dei partigiani, dei reduci e degli ex-internati nel mondo del lavoro, erogazione di pensioni alle famiglie dei caduti e riconoscimento del periodo resistenziale ai fini del servizio militare, risarcimento alle vittime delle rappresaglie nazi-fasciste, abrogazione dell’amnistia, soppressione del partito dell'”Uomo qualunque” e messa fuorilegge dei fascisti.

Intanto la notizia dell’insurrezione non tarda a diffondersi e a suscitare grosse preoccupazioni fra le autorità: il ministero dell’Interno si affretta ad inviare grossi contingenti militari che presidiano l’area con posti di blocco, battaglioni di fanteria e mitragliatrici pesanti.

Il timore (fondato) del governo è che, sull’esempio dei ribelli di Santa Libera, l’insurrezione dilaghi ben presto nel resto d’Italia e, in effetti, situazioni simili si registrano in breve in molte altre località dell’Italia settentrionale, dalla Val Felice, ai dintorni di Pinerolo e di Lanzo, a La Spezia e soprattutto nell’Oltrepò pavese.

Mentre le forze schierate sul territorio lanciano un ultimatum ai ribelli, decidendo di adottare una linea dura, il governo, preoccupato che la situazione possa degenerare in uno scontro a fuoco diretto tra i partigiani e i contingenti militari, decide di aprire una trattativa.

Il Vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni, riconoscendo la fondatezza delle richieste partigiane, si dice disponibile ad incontrare una delegazione degli insorti; la sua posizione non rispecchia però quella di gran parte della DC e in primis di De Gasperi, che mal digerisce una sfida così frontale allo Stato e definisce l’insurrezione astigiana “un deplorevole episodio che ha turbato la norma di disciplina e di ordine necessari al paese come non mai”.

L’incontro con Nenni si tiene il 24 agosto e in quell’occasione il Vicepresidente assicura che è già pronto un decreto (che verrà effettivamente approvato il 28 dello stesso mese) che prende in considerazione le rivendicazioni normative a favore di partigiani, reduci e familiari dei caduti.

Pur essendo queste delle questioni che stavano molto a cuore agli insorti, resteranno tuttavia fuori dal decreto tutte le rivendicazioni di stampo politico avanzate dai ribelli, in primo luogo l’abolizione dell’amnistia.

Questo nodo non risolto spingerà quindi alcuni gruppi, in più parti d’Italia, a rimanere ancora per alcune settimane sulle montagne, ritenendo insoddisfacente l’intervento normativo del governo.

I ribelli rientrano comunque ad Asti da vincitori, consapevoli di essere riusciti a mettere in scacco il governo e di aver dimostrato che lo spirito della Resistenza non si è affatto spento ma è intatto e anima ancora tutti coloro che non sono disposti ad accettare alcuna riabilitazione dei fascisti