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Ezra Pound era veramente fascista?

Ezra Weston Loomis Pound  è stato un poeta, saggista e traduttore statunitense, che trascorse la maggior parte della sua vita in Italia.

Visse per lo più in Europa e fu uno dei protagonisti del modernismo e della poesia di inizio XX secolo. Costituì, assieme a Thomas Stearns Eliot, la forza trainante di molti movimenti modernisti, principalmente dell’imagismo e del vorticismo, correnti che prediligevano un linguaggio d’impatto, un immaginario spoglio e una netta corrispondenza tra la musicalità del verso e lo stato d’animo che esprimeva, in contrasto con la letteratura vittoriana e con i poeti georgiani. Sono temi ricorrenti nella sua poesia epica e lirica la nostalgia per il passato, la fusione tra culture diverse, e il tema dell’usura, contro cui si scaglia apertamente.

Ezra Pound, il filosofo più citato e abusato dai fascisti dopo Evola, si dichiarò fascista in più occasioni e supportò il governo mussoliniano. In questo articolo daremo un dispiacere ai fascisti dimostrando come nonostante le sue dichiarazioni Pound non si può definire fascista.

Ezra Pound era prima di tutto un poeta e possiamo affermarlo senza indugi un grande poeta, è necessario disaccoppiare il poeta dal pensiero polito ed è ingiusto considerare le sue poesie fasciste e condannare interamente le sue opere.

Pound era politicamente sia contro il capitalismo che contro il marxismo e vedeva nel fascismo una terza via da contrapporre. Pound veniva da un contesto culturale che lo ha traviato, aveva una mentalità socio culturale jeffersoniana che gli fece credere di vedere in mussolini e hitler qualcosa che non era, non si rese conto che il governo mussoliniano, a differenza da cosa sostengono i terzaposizionisti o i socialisti nazionali, non applicò mai una sola riforma socialista ne tanto meno socialdemocratica.

Il governo italiano tra gli anni 20 e gli anni 40 fu uno dei governi in cui le privatizzazioni ebbero un’impennata maggiore e fu totalmente asservito al capitale, al latifondo, alla borghesia e al clero, non supportò mai i lavoratori e i loro diritti diminuirono. Pound presentò delle modifiche alle politiche economiche dell’Italia nel tentativo di difendere i lavoratori e “socializzare” la politica economica del paese. Cosa accadde a tutte le sue proposte? Vennero cestinate e non mai furono applicate.

Il suo pensiero politico è un disastro totale, come direbbe Zalone: Ma è del mestiere questo? Come detto ammirava mussolini, ma non lo conosceva e lo incontrò una sola volta, dichiarò che hitler era un santo, in più occasioni proferì frasi antisemite, considerava il marxismo un prodotto giudaico massonico e secondo lui l’Italia sotto mussolini non era più in vendita ai pesi esteri, sotto la repubblica di Salò diresse una radio.

Allo stesso tempo dichiarò che c’era differenza tra gli ebrei cattivi(vedi banchieri e finanzieri) e ebrei buoni(il resto) e si dichiarò a favore della nascita dello stato di Israele, per buona pace degli antisemiti che lo ereggono ad esempio. Dopo la fine della seconda guerra mondiale suggerì di trasformare l’Italia in un protettorato amaricano.

Il primo atto del Fascismo è stato salvare l’Italia da gente troppo stupida per saper governare, voglio dire dai comunisti senza Lenin. Il secondo è stato di liberarla dai parlamentari e da gruppi politicamente senza morale. Quanto all’etica finanziaria, direi che dall’essere un paese dove tutto era in vendita, Mussolini in dieci anni ha trasformato l’Italia in un paese dove sarebbe pericoloso tentare di comperare il governo

Già, ma che razza di ‘fascista’ fu Ezra Pound? Pound rimpiangeva l’America rurale dei padri fondatori. Indossando i panni dell’economista, si scagliava contro quella che chiamava «usura», il denaro che produce altro denaro, lo strapotere delle banche: «Nel denaro – diceva – è la natura dell’ingiustizia». Non amava neanche la democrazia, perché ridotta a «usurocrazia» e «daneicrazia».

E pagò, eccome se pagò. Prima, nel 1945, già sessantenne, consegnato dai partigiani agli americani, finì al Disciplinary Training Center di Pisa, una sorta di Guantanamo, rinchiuso in una cella sempre illuminata, costretto a dormire sul pavimento di cemento, e dove pure compose i suoi Cantos migliori.
Negli Usa fu rinchiuso, senza vera perizia medica né vero processo, forse solo per imbarazzo, per 13 anni nel manicomio criminale di Washington. Ne uscì vecchio, distrutto. Hemingway lo soccorse. Eliot lo amava. Pasolini lo adorava. I suoi Cantos sono forse la poesia più alta del secolo. Non gli diedero il Nobel a causa del suo passato imbarazzante. Ma che cosa c’entra con i crani rasati e le croci celtiche e il mito della forza e della razza uno che scrive: «Nessun paese può sopprimere la verità e vivere bene»? Oppure: «Non puoi fare una buona economia con una cattiva etica»? La figlia Mary ha perso la causa. Pound è ormai proprietà privata di individui che forse non hanno mai letto una sola sua lirica.

Chi urla quegli slogan, come potrebbe apprezzare versi come questi, dedicati alla Venezia dove Pound riposa per sempre? «Sì, la gloria dell’ombra / della tua Bellezza ha camminato / Sull’ombra delle acque. / In questa tua Venezia. / E dinanzi alla santità / Dell’ombra della tua ancella / Mi sono coperto gli occhi, / O Dio delle acque. / O Dio del silenzio» ( Litania notturna ). .

Pier Paolo Pasolini intervistò Pound nel 1968. L’occasione è molto più che una semplice intervista: è un evento di portata storica, non soltanto per il mondo della letteratura e della poesia, ma anche nella vita dei due intellettuali. Da una parte Ezra Pound, ormai anziano e affaticato, apparentemente indifferente al peso della vita e delle vicissitudini attraversate, dall’esperienza di detenzione nel manicomio criminale di St. Elizabeths di Washington, dalle accuse di tradimento nei confronti del proprio Paese, l’America, per appoggiare il regime fascista. Dall’altra, sulla poltrona accanto, il Pasolini scrittore e regista che proprio in quegli anni iniziava finalmente a godere i frutti di un lavoro a lungo criticato, bistrattato, se non apertamente schernito dai benpensanti di un’Italia fino a poco prima del tutto impreparata a cogliere la sensibilità, il coraggio, la lucidità della sua ricerca espressiva e stilistica di narratore. Ma quello fra Pasolini e Pound non è solo l’incontro fra due figure rivoluzionarie, sebbene idealmente antitetiche, è anche  il confronto fra due poeti e fra due uomini legati a doppio filo da un rapporto di amore e odio, di pesanti eredità intellettuali, di conflitto e contatto, giunto al punto di doversi tradurre in una riconciliazione formale che ha il sapore di un simbolico passaggio di testimone. Due irregolari, due outsider, due anticonvenzionali accomunati dalla scelta di mettersi in gioco in prima persona senza risparmiarsi. Un filo riannodato sulla traccia dei versi di Pound, che Pasolini ridisegna e fa propri in una rilettura di rara e toccante intensità. 

Pound morì nel 1972 a Venezia, e a distanza di un anno, Pasolini sottoscrisse, anche politicamente, i suoi versi conservatori:

L’ideologia reazionaria di Pound è dovuta al suo back-ground contadino […] Ciò che in Pound, attraverso il padre e la mitica figura del nonno è entrato di questo mondo contadino, lo veniamo a sapere attraverso la idealizzazione che Pound ha fatto della cultura cinese […]. Egli ha voluto, fermamente e follemente voluto, restare dentro il mondo contadino: anzi, andare sempre più in dentro e più al centro. La sua ideologia non consiste in niente altro che nella venerazione dei valori del mondo contadino (rivelatiglisi in concreto attraverso la filosofia cinese, pragmatica e virtuosa). In questo senso io ritengo che si possano sottoscrivere, anche politicamente, tutti i versi conservatori di Pound dedicati ad esaltare (con nostalgia furente) le leggi del mondo contadino e l’unità culturale del Signore e dei servi: “La parola paterna è compassione;/Filiale, devozione;/La fraterna, mutualità; Del tosatel (giovinetto) la parola è rispetto”  .

Concludiamo dicendo Pound non può essere associato al fascismo per 5 motivi
– La sua poetica e la sua attività filosofica sono sono maggiori delle sue idee politiche ed è necessario scindere la poetica dalle idee politiche.
– Le idee di Pound furono contraddittorie in punti cardine a livello teorico e pratico rispetto al fascismo e al nazismo
– In vecchiaia rigettò le sue idee. Rivide le sue idee sull’antisemitismo definendolo uno stupido pregiudizio e il suo errore più grande. Disse che tutti i suoi precedenti lavori erano privi di valore e sentiva di rovinare tutto ciò che toccava e di essere stato ignorate.
– Aveva una conoscenza politica molto limitata e non si può trascurare i suoi trascorsi patologici
– Veniva da un contesto culturale che lo ha traviato, aveva una mentalità socio culturale jeffersoniana che gli fece credere di vedere in mussolini e hitler qualcosa che non erano . Pound è una vittima inconsapevole della propaganda fascista.

Ezra è diventato pazzo. Penso che la sua pazzia sia evidente dagli ultimi Cantos. Merita la punizione e la disgrazia, ma ciò che davvero merita è essere ridicolizzato. Non dovrebbe essere impiccato e non deve diventare un martire. Resta uno dei più grandi poeti viventi e ha dato una mano per molto tempo a molti artisti. Ernest Hemingway

Ezra Pound e Cioran – #Filosofia 39
Pier Paolo Pasolini ed Ezra Pound
“Un’ora con…Pier Paolo Pasolini ed Ezra Pound”: il 30 luglio a Casa Colussi
Giù le mani (tese) da Ezra Pound. Il poeta icona dei neofascisti? Annessione impropria

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Grazie Soldato Sovietico: Il Capitano Russo

Ernest Hemingway

Il seme della fraternità tra i partigiani italiani e i combattenti sovietici che parteciparono alla guerra di Liberazione nel nostro paese ha generato radici profonde e durature […] e che ha consentito lo stabilimento tra i due paesi di rapporti che si estendono in varie direzioni, politici, economici, culturali, turistici.” Vladimir Pereladov

Oltre ad aver contribuito in modo determinante alla liberazione dell’Europa dal nazifascismo, i sovietici diedero anche un contributo diretto alla lotta di Liberazione italiana, un tributo a tutt’oggi per lo più sconosciuto.
Gli storici concordano su un numero complessivo di circa 5.000 partigiani georgiani, russi e ucraini attivi in Italia. Erano prigionieri di guerra fuggiti dopo l’8 settembre e disertori dei terribili battaglioni-Ost della Werhmacht: entrarono nelle squadre d’assalto delle formazioni partigiane e presero parte con coraggio alle operazioni più importanti. Molti di loro persero la vita nelle nostre terre, tanto lontane dalle loro, battendosi “fianco a fianco” con i partigiani italiani.

Tra loro c’era un nativo della regione di Novosibirsk, Vladimir Yakovlevich Pereladov, il comandante del leggendario battaglione d’assalto sovietico, soprannominato dai compagni italiani “Capitano Russo”.

Dopo aver appreso dell’attacco nazista all’Unione Sovietica, Vladimir, che aveva appena completato il 4° anno dell’Istituto di pianificazione Krzhizhanovsky di Mosca, si arruolò volontario nell’Armata Rossa. Lui ei suoi compagni di classe finirono nel 19° reggimento della divisione Bauman.

Per Vladimir Pereladov, la vita del soldato non era nuova: rimasto orfano, fu allevato nel reggimento di fucilieri di Novosibirsk. Le condizioni in cui i figli del reggimento crescevano in quei giorni erano le più spartane, non concedevano indulgenze agli adolescenti. È possibile che sia stata la dura gioventù ad aver contribuito a sviluppare qualità come perseveranza, coraggio e forte volontà. In futuro, più di una volta hanno salvato il giovane dalla morte.

Nell’autunno del 1941 iniziò il vero inferno per la divisione Bauman: finì sotto il fuoco incrociato dei carri armati e dell’aviazione tedesca. Le postazioni sovietiche riuscirono a respingere l’avanzata dei carri armati, ma vennero colpiti duramente dall’aviazione. Durante uno di questi raid, Vladimir riuscì ad abbattere un bombardiere Yu-87 colpendo l’abitacolo.

Nonostante il coraggio, la linea di difesa lungo l’autostrada di Minsk cadde e la divisione Bauman venne dispersa. Gruppi sparsi di combattenti sopravvissuti si fecero strada attraverso il bosco. A novembre, un gruppo di soldati sovietici, tra cui Vladimir Pereladov, si scontrò con un distaccamento più ampio di fascisti, ne seguì una feroce battaglia. I nazisti dovettero chiamare l’aviazione in soccorso. Fu in questa circostanza che l’esplosione di bomba causò una grave commozione cerebrale a Pereladov che fu catturato e finì nel campo di prigionia di Dorogobuzh.

Nelle sue memorie di questi giorni terribili, Pereladov scrive: “Una volta alla settimana, i tedeschi portavano nel campo due vecchi cavalli, e con la loro carne nutrivano i prigionieri di guerra. Due ronzini sottili per diverse migliaia di persone. Nessuna assistenza medica è stata fornita ai soldati e agli ufficiali feriti. Per fame e ferite, morivano a dozzine al giorno. I prigionieri passavano la notte all’aria aperta e le guardie si divertivano a sparare loro dalle torri.”

Nel maggio 1942 i prigionieri di guerra furono costretti a lavorare alla costruzione di rifugi per gli ufficiali delle truppe tedesche. Quando il portatore d’acqua del campo si ammalò, le autorità nominarono Vladimir, che conosceva un po’ di tedesco, a questo ruolo. Gli furono assegnati un vecchio ronzino e una carrozza con una botte di legno. Durante il trasporto dell’acqua il cavallo fuggì oltre il filo spinato, Pereladov scavalco anch’esso la recinzione per riportare indietro l’animale. Ahimè, Vladimir si imbatté in un distaccamento di uomini delle SS nella foresta. Cercò invano di dire loro che era andato a cercare un cavallo in fuga (che, infatti, fu presto trovato). Ma non gli credettero e lo picchiarono a morte.

Vladimir morente fu riportato al campo e gettato in una fossa come avvertimento per gli altri, al fine di fermare qualsiasi pensiero di fuga tra i prigionieri. Ma i prigionieri, tra i quali c’erano dei medici riuscirono a salvarlo.

Nell’estate del 1943 Vladimir Pereladov, con gli altri prigionieri russi, fu portato nel nord Italia, per costruire fortificazioni difensive lungo il crinale degli Appennini (“Linea di Gotha”). La popolazione locale, che odiava i tedeschi, trattava con grande partecipazione i russi che si trovavano in schiavitù. Portava loro cibo e vestiti.

In questa regione (tra le regioni di Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto) si concentrarono le principali forze partigiane italiane. Organizzavano sabotaggi contro i tedeschi e le camicie nere di mussolini, organizzavano imboscate a piccole guarnigioni e convogli nemici, e soccorrevano prigionieri in fuga. Tra coloro che furono aiutati c’era Pereladov, che lavorava in un campo vicino alla città di Sassuolo. Nel settembre 1943 Vladimir era finalmente libero; Guirino Dini, un anziano operaio di una fabbrica di biciclette, orchestrò la sua fuga.

Esausto, stremato dal duro lavoro, Vladimir finì nella casa del suo salvatore e di sua moglie Rosa. Loro figlio Claudio, arruolato nell’esercito di mussolini e inviato al fronte orientale, morì vicino a Stalingrado, e da allora Guirino Dini è divenne un collegamento partigiano a Sassuolo. Avendo perso il proprio figlio, l’anziana coppia si prese cura del fuggitivo russo, condividendo generosamente con lui le loro scarse scorte di cibo fino a quando non acquisì abbastanza forza per tenere di nuovo un’arma nelle sue mani. “I miei genitori italiani”, così Vladimir chiamò la coppia Dini.

Pereladov decise che poteva combattere il nemico in Italia come aveva fatto in Russia e nel novembre 1943 si unì al distaccamento dal comandante delle forze partigiane della provincia di Modena – Armando (vero nome – Mario Ricci).

Nella primavera del ‘44 , incaricato dal Comando partigiano, cominciò a scrivere volantini per i compatrioti disseminati in Emilia Romagna nei campi di prigionia, che venivano consegnati dalle staffette. “Fuggendo dalla prigionia voi avvicinerete l’ora della vittoria definitiva sul nemico. Fuggite dai tedeschi ed unitevi attivamente alla lotta per la nostra giusta causa. Combattendo con le mani in pugno voi laverete ogni macchia nera e tornerete con tranquilla coscienza in patria. La nostra Patria non dimenticherà coloro che fuggendo dalla prigionia prenderanno le armi in mano e combatteranno per la causa comune. Facendo vedere questo volantino, i patrioti italiani vi faranno giungere sulle montagne. Prendete la coraggiosa decisione e raggiungete i partigiani! Morte agli occupanti tedeschi fascisti! Vladimir Pereladov , ex prigioniero di guerra, ufficiale dell’Esercito sovietico.”

Il suo volere era la creazione di un gruppo partigiano russo di ex prigionieri fuggiti.

Battaglione partigiano russo d’assalto

Il primo compito che Pereladov completò come comandante del gruppo partigiano fu quello di far saltare in aria un ponte. Ma presto seguì un successo ben più grande: all’inizio dell’inverno, i partigiani, tra i quali ora combatteva un valoroso ufficiale russo, catturarono un intero battaglione di camicie nere fasciste nel villaggio di Frassinoro, ottenendo preziose provviste di cibo e armi. Quanto alla sorte dei fascisti catturati, quelli di loro che non furono visti nelle stragi della popolazione civile, essendosi disarmati, furono rilasciati o scambiati con partigiani e loro sostenitori, che languivano in prigione.

Il successo dell’operazione non poteva che ispirare Vladimir ei suoi compagni: nei mesi successivi liberarono diverse dozzine di prigionieri di guerra sovietici, con i quali crearono un distaccamento, che presto divenne noto come il battaglione d’assalto russo. “Non passava giorno”, scrive Pereladov, “che i reparti partigiani della nostra, e non solo nostra, zona non si rifornissero di un numero sempre maggiore di combattenti e ufficiali fuggiti dalla prigionia tedesca. Sono venuti non solo accompagnati da messaggeri e guide italiane, ma anche da soli”.

I partigiani passarono alle grandi operazioni militari. Nel nord Italia apparvero vaste zone liberate dai nazisti e dai fascisti: le “repubbliche partigiane”.

Il 5 giugno 1944 il comando partigiano emanò l’ordine di occupare Montefiorino. I nemici erano ben arroccati nel castello medievale e dalle sue grosse mura. L’impresa si presentò ardua e l’epilogo che conosciamo fu possibile solo grazie agli sforzi coordinati dei partigiani italiani e del battaglione russo. Inizialmente vennero cacciati i nemici dagli edifici in pietra, che scapparono subito. Ma il castello rimaneva inespugnabile, e dopo tre giorni di combattimenti e diverse perdite, venne presa la decisione di prendere d’assalto il castello. I partigiani aprirono fuoco con fucili e mitra e si lanciarono al portone d’accesso al grido dell’ “Hurrà” russo. I fascisti vennero imprigionati e ci fu un clima di feste per tutte le vie della cittadina, i russi vennero accolti con il sorriso e vennero sistemati nella villa.

Con la liberazione di Montefiorino, Frassinoro e altri comuni adiacenti venne costituita la Repubblica partigiana di Montefiorino, la prima repubblica libera italiana. “L’entusiasmo era al massimo. Una posizione chiave , e cioè un incrocio di tre importanti strade camionabili, era passata nelle mani delle forze partigiane.”

Il nemico non avrebbe guardato a lungo come semplice spettatore e dopo un breve intervallo di calma diedero inizio a una controffensiva violentissima. All’alba del 5 luglio un battaglione delle SS della divisione Göering cominciò un attacco presso Piandelagotti. Erano superiori in termini di unità e armi, occuparono la borgata e incendiarono case, fucilarono indistintamente i civili, saccheggiarono le famiglie. Vladimir e i suoi uomini (in accordo con i partigiani italiani) optarono per una carica alla baionetta, sostenuti dal fuoco delle armi italiane.
“Al grido di Hurrà ci lanciammo impetuosamente all’attacco all’arma bianca. Il poderoso Hurrà russo e il nostro impeto decisero a nostro favore l’esito del combattimento. I tedeschi restarono sbalorditi dalla nostra apparizione. Essi non avrebbero mai supposto che negli Appennini italiani sarebbe risuonato l’urlo russo.”

Il combattimento di Piandelagotti ebbe una grande risonanza, i tedeschi presero coscienza che i partigiani non erano disorganizzati e sprovveduti come avevano creduto e il battaglione russo accrebbe le proprie file.
Giunse Anatoli Tarasov, già attivo nei reparti partigiani dei Fratelli Cervi. Era un uomo istruito con una buona conoscenza della lingua italiana, un valore aggiunto importante. Venne nominato commissario politico del reparto russo. Il cielo era terso in quei giorni, i partigiani controllavano tutte le strade che collegavano Modena alla Linea Gotica, il battaglione era arrivato a comprendere 150 unità, non solo sovietici, ma anche jugoslavi e cecoslovacchi, ma le nubi dei nazisti erano pronte a oscurare nuovamente la nitidezza.

Il 29 luglio i tedeschi attaccarono Montefiorino da nord lungo la strada della valle del Secchia, da ovest puntarono contro Villa Minozzo e da sud contro Ligonchio. I nazisti lanciarono una massiccia offensiva. Le forze si rivelarono diseguali: i nazisti lanciarono tre divisioni composte da circa 15.000 uomini contro i partigiani

I partigiani presero posizioni difensive alla periferia del paese di Toano per ritardare l’avanzata della colonna tedesca verso Montefiorino. Il nemico lanciò artiglieria e mortai. Un gruppo di nazisti sfondò la linea di difesa e i partigiani, scavalcando il parapetto delle trincee, si precipitano al contrattacco.

“Aleksey Isakov, originario del Caucaso settentrionale, è stato ucciso. Quasi a distanza ravvicinata, ha ucciso tre fascisti, finite le munizioni, spaccò la testa del quarto con una mitragliatrice, e in quel momento un proiettile nemico lo colpì in faccia. Morì così un meraviglioso compagno, il nostro “Baffi”, come lo chiamavamo per i suoi bei baffi. Nello stesso contrattacco fu gravemente ferito Karl, il nostro “Austriaco”. Morì tre giorni dopo. Quest’uomo era un soldato dell’esercito nazista. Nel maggio del 1944 passò volontariamente dalla parte dei partigiani e partecipò a molte operazioni militari, mostrando autodisciplina e grande coraggio”, scrive Pereladov nel suo libro Appunti di un garibaldino russo.

Gli italiani non hanno dimenticato il loro compagno russo. Nel 1956 una delegazione di ex combattenti della resistenza italiana guidata da Armando visitò Mosca. Lo scopo del loro viaggio era innanzitutto l’incontro con il “Capitano Russo”. Un telegramma di convocazione fu inviato a Inta e Pereladov tornò nella capitale (ora per sempre) per abbracciare i suoi amici.

Per meriti militari, Vladimir Pereladov ha ricevuto l’Ordine della Bandiera Rossa di Guerra ed è stato presentato due volte al più alto riconoscimento dei partigiani italiani: la Stella Garibaldi al Valor. Ha descritto le sue incredibili avventure sul suolo italiano nel libro Appunti di un garibaldino russo.

La storia ci può portare lontano, molto lontano, ai tempi lontani, quando non eravamo ancora nati…E a lungo contempliamo, cerchiamo di capire, ciò che ci collega con il passato…Quanti anni, secoli, può contenere la memoria umana, prima che questi diventino qualcosa di ordinario e non riescano più a sfiorare le corde dell’animo? Che cosa può lasciare un segno indelebile nella memoria che non potrà mai svanire?” Con queste parole inizia il documentario “Bello Ciao” di Valeria Lovkova su Vladimir Pereladov

Partigiani russi in Italia durante la seconda guerra mondiale. Partigiano italiano dal Don in russo

I BAMBINI NEL MOVIMENTO PARTIGIANO ITALIANO. GLI EROI SOVIETICI HANNO LIBERATO LA “CITTÀ ETERNA”. LA METROPOLITANA ROMANA. ADA GOBETTI: GIORNALISTA, PARTIGIANA E GIOVANE MADRE

Vladimir Pereladov e il Battaglione partigiano russo d’assalto : il lato dell’Est della Resistenza

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Fuga per la vittoria: la storia vera che ha ispirato il film

IL FILM

Ricordate fuga per la vittoria? Il film con la rovesciata di Pelè, sicuramente la più famosa della storia del cinema?
Probabilmente è stato uno dei film a tema calcistico meglio riusciti di sempre, con un cast particolare (si andava da Sylvester Stallone a Pelè, passando per Bobby Moore e Max von Sydow) ed una storia senza dubbio coinvolgente.

Per rinfrescare la memoria lo riassumo molto molto velocemente.
Se avete visto il film potete andare oltre, se non vi piacciono gli spoiler anche, però devo farlo, altrimenti tutto quello che verrà detto dopo avrebbe meno senso.
Allora, durante una visita in un campo di concentramento un ex calciatore tedesco, ora maggiore dell’esercito nazista, incontra un suo ex collega inglese. Tra i due c’è rispetto ed il tedesco propone di organizzare una partita di calcio tra tedeschi e prigionieri alleati.
Nonostante l’iniziale ritrosia dei prigionieri alla fine si decide di giocare la partita anche perché ci si rende conto che potrebbe diventare un ottimo modo per far fuggire i giocatori impegnati nell’incontro. Il piano infatti è abbastanza facile, tra primo e secondo tempo i giocatori fuggiranno attraverso la rete fognaria degli spogliatoi.
La partita inizia, gli spalti sono pieni di civili francesi e di tedeschi in armi e uniforme, l’arbitro ha paura e sorvola sulle scorrettezze dei nazisti che chiudono il primo tempo in vantaggio 4-1.
Si va negli spogliatoi e dovrebbe scattare il piano per la fuga, ma i giocatori decidono di non farlo, rimontare è una questione di orgoglio ed è più importante della vita.
Si torna in campo e, siccome si tratta di un film, la squadra di prigionieri segna il secondo e il terzo goal, poi Pelè pareggia su rovesciata.
All’ultimo minuto però l’arbitro assegna un rigore ai nazisti, il portiere riesce a pararlo e nelle gradinate accade l’inverosimile: il pubblico invade il campo e porta via i giocatori alleati in un tripudio festante, riuscendo, quindi, a farli fuggire.
Sicuramente tutto molto bello ed orchestrato alla perfezione.
Bene, se digitate “Fuga per la vittoria” in un qualsiasi motore di ricerca scoprirete che il film è liberamente tratto da una storia vera, la cosiddetta “partita della morte“.

La storia

I ragazzi della Start

Dopo che soldati tedeschi invasero l’Unione Sovietica nel 1941, il governo di Adolf Hitler non volle mostrarsi crudele agli occhi della popolazione e creò una serie di eventi culturali e sportivi per dare l’illusione di una prosperosa condizione di vita sotto l’occupazione tedesca. Il calcio era uno sport estremamente popolare nell’Europa dell’Est e una delle squadre più note e di successo era la Dynamo Kiev, ma con l’invasione il campionato fu sospeso e i giocatori furono spediti nei campi di prigionia.
Nel 1942, il portiere Mykola Trusevych fu rilasciato e trovò lavoro come panettiere. Il suo datore di lavoro era un appassionato di calcio e lo aiutò a rintracciare alcuni dei suoi ex compagni di squadra. Ne trovò otto. Con altri tre giocatori della squadra un tempo rivale, la Lokomotiv Kiev, fondò una piccola squadra militare con il nome di F.C. Start.

Dovevano essere la cenerentola del torneo. Lavoravano duramente tutto il giorno, erano malnutriti e in condizioni atletiche disastrose. Non avevano nemmeno le maglie. Ma la leggenda narra che pochi giorni prima dell’inizio del torneo, Trusevich e Putistin (altro veterano della Dynamo del ’36), rovistando in un magazzino abbandonato, trovarono delle divise di calcio in condizioni quasi perfette.

Colore della maglia: Rosso. Nero per il portiere. Quello era l’abbinamento anche della nazionale di calcio sovietica. E l’idea che a tutti ronzava da un po’ nella testa, si concretizzò: non potevano più combattere con le armi, avrebbero combattuto con il pallone.

7 giugno, Kiev, Stadio della Repubblica (l’attuale stadio Olimpico di Kiev): La Start gioca contro la Ruch, la squadra dei collaborazionisti. Risultato finale: 7-2. Esordio con il botto. La notizia fa subito rumore, i tedeschi spostano le partite nel più piccolo stadio Zenit per evitare assembramenti.

Lo Zenit viene subito battezzato: 6-2 sugli ungheresi. Pochi giorni dopo, è la volta della squadra rumena: 11-0. La popolazione mormora, va allo stadio e festeggia le vittorie di una squadra che ha i colori della bandiera nazionale. Bisogna stroncarli.

Il 17 luglio tocca alla squadra tedesca. È già programmata per il 19 la partita con l’altra squadra ungherese. L’idea è di triturarli subito e poi infierire due giorni dopo. Niente va come previsto dai nazisti, nonostante minacce e arbitraggi a favore: 6-0 prima, 5-1 poi. Ci s’inventa allora la ripetizione della partita contro gli ungheresi. Trusevich e compagni sono alla terza partita in quattro giorni, ma la spuntano ancora: 3-2.

È indispensabile che la Start venga sconfitta. Con qualunque mezzo, in qualunque occasione, ma sul campo. Fucilarli e basta vorrebbe dire farne dei martiri. Allora i tedeschi si giocano l’ultima arma: mandano a giocare a Kiev la Flakelf, la squadra della Luftwaffe, formata in buona parte da calciatori professionisti. Fuori da ogni regola, si decide che sarà una doppia finale tra la Start e la Flakelf servirà a stabilire il vincitore del torneo.

6 agosto, Kiev, Stadio Zenit, finale di andata: Mentre Stalin dà il comando “Non un passo indietro!”, la Start batte la Flakelf 5-1. È come offrire il collo al boia.

In fretta e furia i tedeschi vanno a richiamare da tutto il fronte orientale i migliori calciatori che combattono per loro. Mettono un SS ad arbitrare. Organizzano tre giorni di fanfare per ricordare a tutti che il Flakerf vincerà.

9 agosto: l’arbitro va nello spogliatoio della Start e ricorda che è obbligatorio il saluto nazista prima del fischio d’inizio. Ma una volta in campo, dopo che i tedeschi si sono esibiti nel loro “Heil Hitler!”, i sovietici, a capo chino, pensano un attimo. E subito dopo all’unisono gridano “Fitzcult Hura!”. Significa “viva la cultura fisica!”, era il motto tradizionale degli atleti sovietici(Tra l’altro, Hurà era anche il grido di combattimento dei soldati dell’Armata Rossa quando andavano all’assalto, e molti Tedeschi lì presenti lo avevano già sentito bene in battaglia). Ennesimo affronto. Pagato caro da subito.

Dopo un inizio violento e provocatorio da parte dei tedeschi, l’orgoglio, sportivo e patriottico, prevale.
E così punizione, tiro del centravanti Kuzmenko dai 30 metri, gol. Pareggio. Goncharenko, il numero 10 della squadra, parte in serpentina. Gol. 2-1. Ancora, cross dentro, semirovesciata di Goncharenko. Gol. 3-1. Fine del primo tempo.

Un ufficiale delle SS scese negli spogliatoi della Start per provare a convincere i calciatori a perdere.
“Siamo veramente impressionati dalla vostra abilità calcistica e abbiamo ammirato il vostro gioco del primo tempo. Ora però dovete capire che non potete sperare di vincere. Prima di tornare in campo, prendetevi un minuto per pensare alle conseguenze”

La Start rientrò in campo pensando alle parole sentite all’intervallo e in poco tempo subì due reti. I giocatori si guardarono e capirono che giocare a calcio e vincere di fronte ai propri tifosi avrebbe dato loro la speranza di resistere e così decisero di giocare alla loro maniera: la Start tornò in vantaggio e fissò il risultato sul 5-3.

Poco prima del fischio finale Klymenko partì dalla propria metà campo con la palla al piede, scartò tutti i giocatori della Flakelf compreso il portiere, fermò la palla sulla linea e la calciò a centrocampo. Sentitosi umiliati, poco dopo la fine della partita, i tedeschi arrestarono i giocatori della Start.

Il primo ad essere arrestato, torturato dalla Gestapo e ucciso sarebbe stato Nikolai Korotkikh, era molto probabilmente un appartenente al servizio segreto sovietico e i tedeschi sarebbero riusciti ad individuare la sua vera identità, gli altri giocatori invece, ad eccezione di Goncharenko e Svirdovsky, vennero invece deportati nel campo di concentramento di Syrec, poco fuori Kiev, amministrato dal feroce Paul von Radomsky, Obersturmbahnführer delle SS.

Anche gli altri giocatori subirono le torture della Gestapo, prima di essere deportati nel campo di concentramento di Syrec, poco fuori Kiev, amministrato dal feroce Paul von Radomsky, Obersturmbahnführer delle SS.

La mattina del 24 febbraio 1943 Radomsky ordinò una rappresaglia per un tentato attacco incendiario al campo.
I prigionieri vennero disposti in fila: una persona ogni tre veniva colpita alla testa col calcio del fucile e freddata con una pallottola alla nuca. Ivan Kuzmenko, il gigante dell’attacco della Start, fu colpito in mezzo alle scapole dal calcio del fucile, vacillò e, benché stremato dalla fame e dalla fatica, rimase in piedi. Resistette a diversi colpi, prima di accasciarsi al suolo e ricevere il proprio proiettile.

Aleksey Klimenko, il minuto difensore che aveva umiliato il Flakelf sul finire della partita, crollò immediatamente a terra e fu finito da una pallottola dietro l’orecchio.

Nikolai Trusevich, il portiere, sentì i passi delle SS fermarsi alle sue spalle. Si preparò a ricevere il colpo, ma finì ugualmente per terra. Si rialzò, con tutta l’agilità che l’aveva reso il miglior portiere dell’Unione Sovietica e, mentre la guardia apriva il fuoco, urlò: «Krasny sport ne umriot!», «Lo sport rosso non morirà mai». Morì nella sua divisa da gioco nera e rossa, l’unico indumento caldo che possedeva, colpito da una raffica di mitra.

Nel 1981 lo stadio Zenit fu ribattezzato stadio Start. Un monumento si trova all’ingresso dello stadio per ricordare la squadra. Sulla destra, ora campeggia una targa con dedica: “A uno che se la merita”. Dedicato a Makar Goncharenko, morto a Kiev nel 1997, autore di una doppietta nel 5-3 nella partita della morte


“FUGA PER LA VITTORIA” E “PARTITA DELLA MORTE”, LA VERITÀ DIETRO LA LEGGENDA

Fuga per la vittoria: la storia vera che ha ispirato il film con Sylvester Stallone, Michael Caine e Pelé

LA “PARTITA DELLA MORTE” della START FC

La vera storia della partita della morte

LA PARTITA DELLA MORTE. LA LEGGENDA DELLA START

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Indianerfilme: I film western della Germania Est

Dì la parola “Western” a chiunque e ne verrà immediatamente creata un’immagine nella testa. Dalle vaste pianure allo Stetson a tesa larga, l’immagine dell’Occidente è radicata nell’opinione pubblica. Questa immagine è così culturalmente unanime che di fatto ha sostituito la realtà della storia.

Questo ricordo, piuttosto che essere guidato da un’adesione ai fatti della storia, è in realtà più simile al folklore delle civiltà antiche. Gli ideali del presente informano la presentazione del passato, e mentre i greci lanciavano la poetica orale degli dei per rafforzare la fortezza morale, l’Occidente americano soppianta gli ideali sociali del presente su una storia ricordata male.

Poiché questo è un mito americano, la “vera causa” è quella specifica marca di eccezionalità che si trova dall’altra parte dello stagno, lo spaccio audace, sfacciato e propagandistico dell’ideale americano. Questa è una rappresentazione errata della storia del vecchio west e della Frontiera. Ogni realismo storico riguardante la sottomissione dei nativi si perde nella foschia del falso ricordo. Cosa succede poi quando emerge un western che capovolge il genere e cosa poi quel film ci racconta sulla società da cui è emerso. Se l’Occidente formula una storia informata dalla società contemporanea che la produce, cosa cambia quando quella società si pone esattamente contro l’ideale americano?

Dal 1965 al 1976 il monopolio cinematografico della Germania Est DEFA ha prodotto oltre una dozzina di western, intitolati Indianerfilme, molti dei quali hanno battuto il record di incassi della DDR con oltre 3 milioni di biglietti venduti. Erano immensamente popolari tra il pubblico della Germania dell’Est, soddisfacendo il bisogno di intrattenimento popolare e permettendo alla popolazione sul lato sovietico della cortina di ferro di interagire con quella fantasia di evasione più tedesca, quella del Vecchio West. Tuttavia, dove gli Indinaerfilme differiscono dal western tradizionale, è il loro obiettivo.

Come suggerisce il nome, questi Indianerfilme erano orientati verso la prospettiva dei nativi americani, per i tedeschi orientali, che si identificavano con gli indiani, la lotta contro i cow-boy era un modo chiaro per raffigurare la lotta contro il sistema capitalista. Nei film le diverse tribù contrastavano l’avanzamento a Ovest della frontiera degli Usa. Loro, un secolo dopo, combattevano contro l’avanzamento a Est.

L’Indianerfilme si è quasi sempre preoccupato della sottomissione dei nativi americani e di un’atrocità commessa dall’uomo bianco sui nativi, ha avuto il coraggio e il merito di muovere una critica schietta al capitalismo e al razzismo che hanno alimentato l’espansione verso ovest degli Stati Uniti e pompata grazie la visione pioneristica e fideistica del “progresso prima di tutto” alla John Ford e alla John Wayne.

In quasi tutti i film indiani la vita tribale idealisticamente rappresentata è disturbata da cowboy traditori, come in Apachen o da membri della cavalleria americana, come nel caso di Blutsbruder . Questi film si distinguono per lo spettatore per la chiarezza con cui l’attenzione è stata spostata, trasformando un pezzo di genere standard in qualcosa di più distintivo. Se tenuto in confronto allo standard americano occidentale; l’iconografia è presentata in modo simile, la musica è quasi una parodia diretta e ci sono chiari lati positivi e negativi, è solo che invece di tifare per il cowboy, tifiamo per il suo nemico. La figura simbolica dell’eccezionalismo americano è ora il nostro cattivo.

Il loro contenuto è un modo per il pubblico e i registi di affrontare il loro passato, poiché il manicheismo della trama affronta l’imperialismo. Gokjo Mitic era un vero idolo a cui i tedeschi dell’est potevano guardare. Era una forte figura socialista che ha abbattuto quel martello sugli oppressori. Gli Indianerfilme erano popolari perché erano decisamente orientali, consentendo ai cittadini della RDT di impegnarsi in fantasie del Vecchio West. Avevano le loro storie e i loro idoli, con paesaggi che erano riusciti a riconoscere e in cui potevano fuggire e non dovevano più fare affidamento su libri e film della Germania occidentale. Sono diventati così popolari e così radicati nella coscienza pubblica perché hanno fornito ciò che il popolo della Germania dell’Est desiderava tanto, un’identità condivisa.

1966 Die Söhne der großen Bärin(t.l. Il figli della Grande Mamma Orsa) di Josef Machcon Gojko Mitic (Tokei-ihto), Jiri Vrstala, Rolf Römer, Hans Hardt-Hardtloff, Gerhard Rachold
Tratto da una serie di romanzi della scrittrice Liselotte Welskopf-Henrich. Tokei-Ihto, capo tribù ribelle e allergico ai trattati di pace con i bianchi capitalisti, corruttori e traditori, evade dal forte dove era stato imprigionato. Condurrà la sua tribù verso il Sol dell’Avvenire, cioè oltre il fiume Missouri. Non prima di aver regolato i conti con il losco trafficante Red Fox e aver affrontato delle tribù nemiche.

1967 Chingachgook, die grosse Schlange (t.l. Chingachgook, il grande serpente) di Richard Groschoppcon Gojko Mitic (Chingachgock), Rolf Römer, Lilo Grahn, Helmut Schreiber, Jürgen Frohriep
Ispirato a “Il cacciatore di cervi” di Fenimore Cooper. Chingachgook, il famoso ultimo dei Moicani, salva sua moglie tenuta prigioniera dagli Uroni. Prima di raggiungere il suo scopo dovrà affrontare pionieri razzisti e vedersela con le trame imperialiste di francesi e  inglesi. La presenza come direttore della fotografia dell’operatore di “Olympia” della Riefenstahl, garantisce gran attenzione ai fisici olimpionici degli “indiani”. Uno dei più scopertamente ideologici della serie, ma nella sua insistita filosofia umanista pare sia una delle trasposizioni più fedeli dello spirito di Fenimore Cooper.

1968 Spur des Falken(t.l. Il sentiero di Falco) di Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Falke), Hannjo Hasse, Barbara Brylska, Lali Meszchi, Rolf Hoppe
Ispirato alle celebri e drammatiche vicende storiche iniziate nel 1875. I cercatori d’oro avidi e capitalisti già meditavano prima di far fuori gli indiani Dakota, figuriamoci quando scoprono che sulle Colline Nere c’è l’oro! Per fortuna che c’è il gran capo Falco/Mitic a sistemare le cose. Sforzo produttivo di una certa importanza, con numerose scene spettacolari e l’utilizzo di un vero treno. Gira anche un titolo italiano, La vendetta dei guerrieri rossi (rossi…), quindi può darsi che in qualche modo sia l’unico della serie arrivato dalle nostre parti.

1969 Weisse Wölfe(t.l. Lupo Bianco) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Falke), Horst Schulze, Rolf Hoppe, Helmut Schreiber, Barbara Brylska
Torna il protagonista del film precedente. Per vendicare l’uccisione della moglie, il capo indiano Falco fa il diavolo a quattro nella corrotta e viziosa cittadina di Tanglewood, in mano a dei loschi trafficanti capitalisti. Unici suoi alleati, l’onesto sceriffo e sua moglie. Sia pure con lo schematismo di un racconto d’avventura, le esigenze di propaganda ideologica favoriscono un’ interessante analisi delle cause economiche che portarono alle guerre indiane.

1970 Tödlicher Irrtum(t.l. Errore fatale) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Shave Head), Armin Mueller-Stahl, Annekathrin Bürger, Krystyna Mikolajewska
Anche se la parte d’azione è totalmente inventata, il film è ispirato a fatti realmente avvenuti nel 1898. Stavolta è il petrolio a scatenare l’avidità capitalistica. A farne le spese i capi indiani che hanno imprudentemente firmato il trattato di pace coi bianchi (l’errore fatale del titolo), che vengono assassinati uno ad uno. Toccherà al prode guerriero Shave Head (Testa Pelata?) scoprire gli assassini. Uno dei più politici del filone. Armin Mueller-Sthal, diventerà uno dei più noti attori tedeschi nel mondo.

1971 Osceoladi Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Osceola), Horst Schulze, Jurie Darie, Karin Ugowski, Kati Bus, Pepa Nikolova
La prima di una succulenta serie di biografie dedicate a dei grandi capi indiani storicamente esistiti. Naturalmente in questi film diventano tutti dei precursori del realismo socialista. Si comincia con il leggendario Osceola, capo dei Seminole che nella Florida del 1837 condusse una guerra contro l’espansionismo dei latifondisti bianchi. Notevole l’approfondimento della presenza a fianco dei Seminole di numerosi schiavi neri fuggitivi, argomento praticamente mai affrontato dal cinema americano. Co-produce anche Cuba.

1972 Tecumseh di Hans Kratzertcon Gojko Mitic (Tecumseh), Annekathrin Bürger, Rolf Römer, Leon Niemczyk, Mieczyslaw Kalenik
Stavolta è di scena Tecumseh, il leggendario capo indiano degli Shawnee che all’inizio del 800 riuscì a creare un’ampia confederazione di tribù che spalleggiata dagli inglesi si oppose all’espansionismo degli Stati Uniti, tentando di creare una nazione indiana. Uno dei personaggi storici più affascinanti dell’800 americano, ma anche uno dei meno visti al cinema. Tecumseh era istruito e comprendeva la società dei bianchi, Mitic lo interpreta come un antico nobile. C’è pure una parentesi romantica con una donna bianca.

1973 Apachendi Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Ulzana), Milan Beli, Colea Rautu, Leon Niemczyk, Gerry Wolff, Rolf Hoppe
Fulminea risposta a “Nessuna pietà per Ulzana” di Aldrich, con cui ha comunque pochi punti di contatto, raccontando vicende degli anni 40 e non il celebre raid del 1885 al centro del film americano (a cui in realtà Ulzana sopravvisse, morendo molto anziano nel 1909). Gli usi e costumi degli apache sono ritratti con cura e attenzione, anche se ovviamente nella versione di Mitic Ulzana diventa un campione della masse indiane oppresse. Ignari della proprietà privata gli Apache Mimbrero si farebbero i fatti loro, se messicani ed americani non li volessero far fuori a tutti i costi. Dopo un massacro, Ulzana compie la sua vendetta.

1974 Ulzanadi Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Ulzana), Renate Blume, Colea Rautu, Dorel Jacobescu, Rolf Hoppe, Amza Pelea
Sequel del film precedente. È ambientato nei tardi anni tra il 1846 e 1848 durante la guerra tra stati Uniti e Messico. Per quanto sempre viziata da un’ottica smaccatamente propagandistica è interessante la ricostruzione dell’attività del “Ring di Tucson” una cricca di affaristi americani realmente esistita, che per favorire i propri affari provocò tensioni tra apache e cittadini di Tucson. Gli apache si fanno gli affari loro nella riserva coltivando la terra, ma i commercianti capitalisti si sentono minacciati da tanta autonomia economica. Toccherà ancora ad Ulzana scendere sul piede di guerra per difendere la propria gente.

1975 Blutsbrüder(t.l. Fratelli di sangue) di Werner W. Wallrothcon Gojko Mitić (Harter Felsen/ Hard Rock), Dean Reed, Gisela Freudenberg, Jörg Panknin 
Stavolta Mitic non è il protagonista indiscusso, ma divide lo schermo con Dean Reed, personaggio quantomeno singolare: cantautore americano, pacifista e socialista, che dopo aver girato qualche western spaghetti dalle nostri parti fece fortuna nel blocco socialista. Qui Reed è anche sceneggiatore. Specie di ideale seguito di “Soldato blu” di Ralph Nelson. Reed è un soldato chiamato Harmonika che resta disgustato dalla violenza dei suoi commilitoni dopo il massacro del Sand Creek (1864). Viene catturato dagli indiani, ma diventa presto amico del guerriero Harter Felsen (Roccia Dura), ovviamente interpretato da Mitic. I due faranno fronte comune contro gli invasori bianchi. Uno degli indianerfilme (relativamente) più famosi, tra i migliori o comunque tra i più complessi e meno schematicamente ideologici, con personaggi più sfaccettati e tormentati del solito. Notare che mentre in Italia e in America il western era in pieno declino, anzi praticamente defunto, all’est questo film riscuoteva ancora un grande successo.

1978 Severinodi Claus Dobberkecon Gojko Mitic (Severino), Violeta Andrei, Constantin Fugasin, Mircea Anghelescu
Non proprio un western dato che si svolge tra le Ande argentine, ma in fondo sono sempre le solite avventure di indiani minacciati dai coloni bianchi, con Mitic nei panni del solito saggio e coraggioso capo indio. Ispirato ad un romanzo dello scrittore tedesco Eduard Klein. Paesaggi notevoli.

1983 Der Scout (t.l. La guida) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Weiße Feder), Klaus Manchen, Milan Beli, Nazagdordshijn Batzezeg
Coprodotto con la Mongolia, come si nota dalle comparse dai tratti esotici. Mentre nel resto del mondo il western praticamente non esiste più, Mitic chiude degnamente la sua carriera nel genere con uno dei suoi film più curati, anche grazie agli spettacolari paesaggi mongoli. Ambientato nell’epoca delle guerre indiane (1877), tra fughe e massacri, per la prima ed ultima volta non interpreta un capo, ma è lo scout indiano Penna Bianca, che deve guidare sette soldati che hanno il compito di scortare i cavalli sequestrati ai Nez Percé. Lo schematismo ideologico degli anni passati è meno pressante, tanto che i personaggi dei sette soldati bianchi hanno persino dei lati buoni. Finiva un’epoca, non solo cinematografica.


“Il mito, scacciato dal reale dalla violenza della storia, trova rifugio nel cinema”

C’ERA UNA VOLTA IL KRAUT WESTERN

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Anarchia? Asineria da scolaro!

Asineria da scolaro! Una rivoluzione socialista radicale è legata a determinate condizioni storiche dello sviluppo economico;
Egli non comprende assolutamente nulla della rivoluzione sociale;

Alcuni ritengono che il marxismo e l’anarchismo abbiano gli stessi principi, che fra loro esistano soltanto dissensi tattici, cosicché, secondo costoro, è assolutamente impossibile contrapporre l’una all’altra queste due tendenze. Ma questo è un grave errore. Noi riteniamo che gli anarchici sono veri e propri nemici del marxismo.

Di conseguenza, riconosciamo pure che, contro veri e propri nemici, bisogna condurre una vera e propria lotta. Sta di fatto che marxismo e anarchismo sono fondati su principi completamente diversi, nonostante che entrambi si presentino sul terreno della lotta sotto la bandiera socialista. Pietra angolare dell’anarchismo è lindividuo, la cui liberazione sarebbe la condizione principale della liberazione della massa, della collettività. Secondo l’anarchismo, è impossibile la liberazione della massa finché non sarà liberato l’individuo; per cui la sua parola d’ordine è : «tutto per l’individuo». Pietra angolare del marxismo è invece la massa, la cui liberazione sarebbe la condizione principale della liberazione dell’individuo. Cioè, secondo il marxismo, la liberazione dell’individuo è impossibile finché non sarà liberata la massa; per cui la sua parola d’ordine è: «tutto per la massa». 

Lenin in Stato e Rivoluzione indicava 3 punti fondamenti per descrivere le differenze tra marxisti e anarchici:

1. I primi, pur ponendosi l’obiettivo della soppressione completa dello Stato, non lo ritengono realizzabile se non dopo la soppressione delle classi per opera della rivoluzione socialista, come risultato dell’instaurazione del socialismo che porta all’estinzione dello Stato; i secondi vogliono la completa soppressione dello Stato dall’oggi al domani, senza comprendere quali condizioni la rendano possibile;

2. I primi proclamano la necessità per il proletariato, dopo ch’esso avrà conquistato il potere politico, di distruggere completamente la vecchia macchina statale e di sostituirla con una nuova, che consiste nell’organizzazione degli operai armati, sul tipo della Comune; i secondi, pur reclamando la distruzione della macchina statale, si rappresentano in modo molto confuso con che cosa il proletariato la sostituirà e come utilizzerà il potere rivoluzionario; gli anarchici rinnegano persino qualsiasi utilizzazione del potere dello Stato da parte del proletariato rivoluzionario, la sua dittatura rivoluzionaria;

3. I primi vogliono che il proletariato si prepari alla rivoluzione utilizzando lo Stato moderno; gli anarchici sono di parere contrario.

La rivoluzione russa e gli anarchici

Dopo la presa del potere il ruolo dei soviet, l’economia era al collasso in molti settori e il giovane Stato sovietico aveva la necessità vitale di far funzionare l’industria.

Gli anarchici si opponevano alla pianificazione in nome della battaglia contro “il centralismo statalista”, riproponendo il modello fallimentare delle comuni indipendenti che sarebbe stato applicato, circa vent’anni più tardi, durante la guerra civile spagnola nella Catalogna.

In un paese arretrato come la Russia l’utilizzo degli specialisti, tecnici e ingegneri provenienti dal vecchio apparato dello Stato borghese era molto più che necessario. Lenin lo capì senza indugi.

Il dibattito su questa questione aveva un carattere assolutamente pratico ed era legato al rapporto tra socialismo nascente e la vecchia struttura del capitalismo russo. L’utilizzo degli specialisti non implicava nessun compromesso con la borghesia ma era vincolato all’arretratezza culturale della popolazione russa, oltre che al ritardo della rivoluzione nei paesi capitalisti avanzati.

Tutti i pregiudizi anarchici sullo Stato si fondevano in una visione immaginaria della costruzione del socialismo, in cui alle brillanti teorizzazioni sull’avvenire senza classi faceva da contraltare una organica incapacità di avanzare sul terreno concreto della lotta quotidiana.
Come ebbe modo di dire Lenin, “la maggioranza degli anarchici si preoccupa del futuro senza preoccuparsi di capire il presente”. Mentre il gruppo dirigente bolscevico, si poneva l’obiettivo di superare i limiti del contesto, i dirigenti anarchici, che trovavano eco anche in alcuni settori del Partito bolscevico, si abbassavano al livello degli scettici e dei settori più arretrati della società.

Come ricorda lo storico Carr: “Anche in questo caso, l’opinione diffusa era che l’esigenza dell’efficienza economica contrastasse con i principi dell’autogoverno non solo socialista ma democratico. Il problema degli specialisti metteva in causa la stessa dottrina e le stesse concezioni del partito. Essa rinfocolò l’apparente contrasto fra la concezione della distruzione del vecchio apparato amministrativo e dell’estinzione dello Stato e la necessità pratica, da Lenin affermata non meno vigorosamente di impossessarsi e di utilizzare l’apparato tecnico del centro economico e finanziario creato e lasciato in eredità dal capitalismo.”

Mentre gli anarchici gridavano al tradimento della rivoluzione terrorizzati dal fantasma dello Stato, Lenin aggiungeva: “Il socialismo è impossibile se non si utilizzano le conquiste della cultura e della tecnica raggiunte dal grande capitalismo”.

Il tradimento degli anarchici

La rivolta di Kronstadt negli anni è stata eretta a monumento della critica anarchica al bolscevismo.

Quasi cento anni dopo quegli avvenimenti non c’è una discussione in cui i seguaci di Bakunin non utilizzino Kronstadt per affermare che “l’avanguardia della rivoluzione è stata tradita e soffocata nel sangue dalla dittatura bolscevica”.

Non si può comprendere ciò che accadde alla flotta sul Baltico esclusivamente sulla base del complotto di qualche anarchico o di qualche bianco. Questa tesi la lasciamo alla Grande Enciclopedia Sovietica del 1953.

La crisi e l’ammutinamento dei marinai può essere compresa solo nell’ambito degli effetti della guerra civile e della miseria crescente. Durante lo scontro tra bianchi e rossi i contadini avevano scelto da che parte stare, tollerando le requisizioni forzate, ma ora che la guerra civile era finita non erano più disposti a sottostare a simili condizioni.

Lo stesso esercito di Machno aveva trovato la sua base sociale proprio su questo punto, ovvero nella contrarietà di un certo settore contadino al “comunismo di guerra”. Molti dei marinai in licenza avevano avuto modo di vedere con i loro occhi la fame che settori crescenti della società sovietica pativano. Avevano maturato l’idea che essendo ormai sconfitti i bianchi fosse necessario voltare pagina.

Non è casuale che il programma degli insorti di Kronstadt combinasse rivendicazioni “democratiche” come la rielezione immediata dei soviet a voto segreto, la libertà di parola, di stampa e di riunione, con rivendicazioni di carattere economico come la libertà di coltivare liberamente la terra per i contadini (senza l’uso di manodopera salariata). Come dirà lo storico P. Avrich questo programma era “un promemoria sulla politica generale del comunismo di guerra, la cui giustificazione, agli occhi dei marinai, e della popolazione in genere, era venuta a mancare”.

Gli stessi bolscevichi si rendevano conto della crescente esasperazione popolare dopo anni di privazioni e ne avevano discusso più volte già prima della rivolta. L’8 febbraio del 1921 Lenin aveva illustrato all’Ufficio politico un piano per superare il “comunismo di guerra” e il 24 dello stesso mese il Comitato centrale aveva iniziato uno studio da sottoporre al X congresso.

Pur in un simile contesto la tesi della sovrapposizione tra i marinai di Kronstadt, avanguardia della rivoluzione del 1917, e gli insorti del 1921 non trova un riscontro materiale.

In larghissima parte i quadri della guarnigione che erano stati gli eroi della rivoluzione d’ottobre nel 1921 non erano più nella fortezza. I compiti della guerra civile e dell’instaurazione del socialismo li avevano portati ad avere un ruolo di direzione nel paese ma non più a Kronstadt.

La maggioranza dei marinai erano giovani di estrazione contadina, per lo più provenienti dall’Ucraina, nella quale le armate anarchiche e antibolsceviche di Machno avevano avuto un sostegno significativo. Uno dei leader dell’insurrezione del 1921, Petriscenko, lo ricorda in una lettera del 31 maggio 1921 inviata al generale reazionario Vrangel: “La guarnigione di Kronstadt era costituita da tre quarti di nativi dell’Ucraina, da lungo tempo nemici dei bolscevichi, l’ultimo contingente era formato da nativi di Kuban, che prima avevano prestato servizio nell’esercito di Denikin (che combatté la rivoluzione nel sud della Russia fino al marzo 1920, Ndr)”.

Tra i capi degli insorti figuravano certamente elementi reazionari come l’ex generale bianco Kozlovskij e lo stesso Petriscenko che guidava il Comitato rivoluzionario provvisorio e che in esilio sostenne apertamente le posizione dei bianchi.

Al di là delle intenzioni degli insorti la reazione guardava con grande interesse alla rivolta, per farne una testa di ariete della controrivoluzione e restaurare il capitalismo in Russia.

I recenti studi dello storico P. Avrich hanno messo in luce un Memorandum sulla organizzazione di una rivolta a Kronstadt, redatto probabilmente all’inizio del 1921 che, basandosi su una rivolta che sarebbe dovuta iniziare nella primavera, avrebbe permesso, con l’aiuto del generale Vrangel, di una base logistica nella fortezza e con delle navi francesi, di iniziare una controffensiva sulla terra ferma con l’obiettivo di cancellare la repubblica dei soviet.

In queste circostanze, pur dopo aver tentato per alcuni giorni di convincere i marinai con le armi della propaganda, i bolscevichi furono costretti a soffocare rapidamente la ribellione, prima che i ghiacciai si sciogliessero rendendo la fortezza inespugnabile.

Molto si è parlato della repressione contro i marinai di Kronstadt. I piagnistei di certi commentatori anarchici descrivono gli insorti come una pacifica vittima sacrificale che perì inerme sotto i colpi della repressione rossa. Questa descrizione non risponde a come realmente si svolsero i fatti.

Le truppe bolsceviche che diedero l’assalto alla fortezza, alle quali si unirono anche 300 delegati provenienti dal X congresso, compresi quelli delle due opposizioni interne Centralismo democratico e Opposizione operaia, furono cannoneggiate costantemente dagli insorti. Dopo il primo assalto senza successo, il 16 marzo ebbe luogo un secondo assalto nel quale i rossi, che avanzavano sul ghiaccio protetti solo da un mantello bianco, subirono perdite durissime quantificabili in circa un quinto degli assalitori, ovvero circa 10mila morti.

“Le perdite dei ribelli furono ovviamente assai minori, e la maggior parte delle vittime furono dovute ai massacri perpetrati dai vincitori sopravvissuti all’assalto. 600 uccisi, più di 1000 feriti e 2.500 prigionieri. Più di 8.000 ammutinati, tra i quali Kozlovskij e Petriscenko, e la maggior parte dei capi dell’insurrezione, riuscirono a fuggire in Finlandia.”

Certamente gli eventi della repressione di Kronstadt sono drammatici ma nella loro tragica dinamica inevitabili.
Non troviamo una definizione migliore di quella che ha dato Pierre Brouè quando ha affermato: “Se nel 1917 i marinai erano stati il ferro di lancia della rivoluzione (…), ora, nel 1921, essi riflettevano tragicamente, tra i primi, la stanchezza profonda del popolo russo e il desiderio di farla finita con la miseria materiale”.

Dopo questa vicenda Lenin e il partito chiudevano la fase del “comunismo di guerra” e inauguravano la Nuova politica economica (Nep). Gli anarchici antibolscevichi hanno parlato di una terza rivoluzione repressa nel sangue da parte della dittatura bolscevica, ma la loro versione non regge alla prova dei fatti, come ha ammesso lo stesso storico dell’anarchismo Paul Avrich quando ha scritto: “Kronstadt presenta una situazione in cui lo storico può simpatizzare con i ribelli, ma ammettere che i bolscevichi non avevano torto ad affrontarli”.

Catalogna 1937 l’ennesimo tradimento, l’ennesimo fallimento

Un grande regista, Ken Loach, nel 1994 fa girò un film politicamente davvero brutto: Terra e libertà. L’inizio struggente non lascia prevedere che il racconto si sarebbe poi dipanato in un insopportabile ricorso ai peggiori luoghi comuni in merito al ruolo dei comunisti durante la Guerra civile spagnola: beceri stalinisti capaci solo di imporre le proprie direttive e quindi pronti a far fuori tutti coloro che non erano d’accordo. Anarchici e militanti del POUM, in primo luogo. E infatti nel film questi sono rappresentati come i “veri” rivoluzionari, buoni, generosi, romanticamente straccioni in contrapposizione ai bolscevichi sempre ben pasciuti e trucidi, e in lucide uniformi. Del resto questa è ormai una delle interpretazioni più diffuse sulla guerra civile spagnola: peccato che fra i repubblicani ci fossero quei feroci comunisti, ben diversa sarebbe stata la storia se nel fronte antifascista avessero prevalso gli anarchici, i trozkisti ed i comunisti non stalinisti.

Un’infantile vulgata, favorita anche da romanzi come “Omaggio alla Catalogna” di Orwell, che fa da macabro contrappunto a quella, cattolica, sul martirio di preti e suore barbaramente sterminati dai rossi. Longo, Vidali, Togliatti, i capofila italiani di questa banda di assassini… Certo, in Spagna durante la guerra civile vi furono scontri molto aspri fra i comunisti e gli anarchici (componente storica essenziale del repubblicanesimo iberico), e in numerose occasioni le armi della critica furono sostituite dalla critica delle armi: da ambo le parti, sia chiaro, anche se effettivamente i comunisti furono per certi versi assai più duri. Ma dipingere Berneri, Durruti, e tanti altri valorosi combattenti anarchici (oltre ai tanti militanti del POUM) come banali vittime della crudeltà stalinista è davvero un’operazione degna degli storici di regime.

Riportiamo però i fatti, traendo spunto da una pagina di Paolo Spriano: “il mese di maggio 1937 è uno dei più difficili e delicati per le sorti della repubblica spagnola, sia politicamente che militarmente. Dopo settimane di tensione, quando le autorità militari prendono una misura giudicata ingiusta dagli estremisti (il controllo della centrale telefonica, gelosamente tenuta dagi anarchici), il 3 maggio, scoppia la rivolta, organizzata dal POUM e da piccoli ma combattivi nuclei anarchici. Dopo qualche giorno, la rivolta fallisce (vi sono centinaia di morti) ma essa ha segnato un momento di crisi e di trapasso nella Spagna repubblicana. Centralizzazione e militarizzazione sono esigenze avvertite profondamente dal governo, mentre la difficoltà della situazione non ha fatto che accrescere il ribellismo e la tendenza autonomistica, forte nel POUM catalano. La mentalità tipica degli anarchici di base (sconfessati sia dalla CNT che dalle FAI) è esplosa nella ribellione. L’episodio viene considerato prima ancora che dai comunisti dai socialisti come segno di incoscienza.

Tra gli italiani, Nenni definisce la rivolta come “la più criminale delle insurrezioni”, come un “tentativo di pugnalare nella schiena la rivoluzione e la guerra”. Nel suo diario Nenni aggiungerà: “Accanto alle qualità degli anarchici nei combattimenti rivoluzionari di strada (la barricata romantica) sta la loro fondamentale incapacità di accettare la disciplina collettiva e militare, senza di che la vittoria non è possibile. Essi sono letteralmente paralizzati, nell’azione rivoluzionaria costruttiva, dai loro pregiudizi: pregiudizio antiautoritario, che impedisce loro di capire che la rivoluzione è quanto di più autoritario possa esistere…; pregiudizio antistatale che li porta a prendere posizione contro lo Stato in quanto tale, al di fuori del suo contenuto di classe… Buona parte degli anarchici non riuscì mai a superare la funesta convinzione di una sorta di sdoppiamento e di antagonismo tra la guerra e la rivoluzione… È fuori di dubbio che l’esistenza di un forte movimento anarchico ha reso più difficile il compito del Fronte popolare spagnolo. Vi furono momenti in cui l’atteggiamento degli anarchici rasentò la provocazione, per cadervi in pieno coi moti di Barcellona del maggio 1937.”

Il giudizio che dell’episodio dà Rosselli è più sfumato ma anch’egli non nasconde l’opinione che gli anarchici si siano posti in un circolo vizioso: “La frazione estrema dell’anarchismo si preoccupa più delle modalità della guerra che della guerra stessa. È esatto che ogni militarizzazione comporta dei rischi per un futuro, libero sviluppo della rivoluzione. Ma, a parte che la militarizzazione, col prolungarsi e l’aggravarsi della guerra, è una necessità imprescindibile, se si vuole ottenere la vittoria, come non vedere che ormai più gravi sono i rischi derivanti dall’infinito prolungarsi della guerra che contiene potenzialmente i germi di tutte le dittature? In altri parole: l’idea di fare la guerra secondo i canoni anarchici prevale su quella di vincerla rapidamente. Ora, questo è un controsenso. La guerra è il fenomeno più antianarchico che si possa immaginare. Condurre una guerra sulla base dei principii dell’anarchia equivale a non farla o ad eternarla.”

Nella repressione che fa seguito alla rivolta viene ucciso l’anarchico italiano Camillo Berneri, con il suo compagno Barbieri. Una fine tragica, particolarmente dolorosa per l’antifascismo italiano e un’indicazione, anche, dei metodi che la polizia segreta staliniana introdurrà poi largamente in Spagna. (Verrà prelevato e scomparirà Andrés Nin, il notissimo dirigente poumista. La caccia al trockista sarà uno dei capitoli neri della guerra civile spagnola, che contribuirà non poco ad avvelenare l’atmosfera nel campo repubblicano). Rosselli, in uno dei suoi ultimi scritti, dirà: “Certo l’URSS interviene al di là del giusto e del necessario in Spagna. Ma senza l’URSS esisterebbe ancora una Spagna repubblicana?” È un aspetto del dramma spagnolo.”

È pensabile, in una situazione di guerra, in cui cioè i fattori militari prevalgono su tutti gli altri, definire “borghese” l’esigenza di una forte catena di comando e di una disciplina ferrea? Ha un qualche significato rivoluzionario impegnare energie preziose in dibattiti teorici e in sperimentazioni sociali quando la priorità assoluta è quella di non far passare un nemico agguerrito e spietato? Barcellona sta per cadere nelle mani dei fascisti e gli anarchici pongono come prioritaria la questione della democrazia diretta? La libertà sta per essere definitivamente travolta e c’è invece chi insiste sulle alchimie ideologiche? Questo è il nodo fondamentale: i comunisti, che peraltro erano la componente politico-militare più solida (e che non erano arrivati in Spagna in wagon lit da Mosca, ma come volontari che si lasciavano alle spalle lavoro e affetti, esattamente come tutti gli altri “internazionali”, socialisti, anarchici, liberali, o senza partito che fossero), avevano ben chiaro che la lotta era disperata e che alle forze reazionarie occorreva opporre un fronte rivoluzionario e democratico ampio e compatto. Con ciò non si vuol certo dire che i comunisti fossero rivoluzionari esemplari, e tutti gli altri, anarchici e trozkisti in primis, fossero agenti controrivoluzionari: così come non ha senso rovesciare questa prospettiva settaria come ha fatto Loach. L’obiettivo di Stalin era favorire tale unione nazionale e democratica non certo per frenare una rivoluzione che non avrebbe potuto controllare, quanto piuttosto “per facilitare alla Repubblica l’aiuto dell’esitante governo francese e premere sul governo inglese per vincere la sua netta ostilità (l’elemento che sarà decisivo nel provocare l’isolamento e la caduta stessa della Repubblica)”.

Anarchia o socialismo?

Appunti sul libro di Bakunin “Stato e anarchia”

Stato e Rivoluzione

GLI ANARCHICI E L’OTTOBRE

I Maestri del socialismo

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Nome di battaglia: Stalin

La figura di Stalin, fu d’ispirazione per molti nostri partigiani durante la guerra di liberazione. Due di loro in particolare decisero di rendere omaggio all’uomo che si era caricato sulle proprie spalle le sorti del mondo e adottarono Stalin come nome di battaglia

Ermenegildo Della Bianchina

Il Partigiano Ermenegildo Della Bianchina, conosciuto dal popolo massese con il suo nome di battaglia “Stalin” era un piccolo grande uomo, leale, onesto, stimato e rispettato da tutti amici e avversari. Non aveva nemici, ha speso tutta la sua vita per la difesa dei valori della Libertà, della Democrazia e della Pace, della Memoria della Resistenza e della Costituzione. Fondatore e poi Presidente per molti anni della Sezione ANPi di Massa “Patrioti Apuani Linea Gotica”.
Gildo subito dopo l’8 Settembre, dopo aver fatto il militare con gli Alpini divisione Cunense e dopo aver partecipato alla guerra in Albania e Russia, fu tra i primi partigiani che sulle Alpi Apuane costituirono le prime formazioni di ribelli e bande partigiane. Ha combattuto nel gruppo divenuto poi Patrioti Apuani, prima comandato dall’eroico e valoroso partigiano Marcello Garosi Tito, caduto in combattimento e Medaglia d’Oro al Valor Militare e poi sotto il Comando di Pietro Del Giudice, con il quale aveva instaurato una profonda amicizia. Insieme a tanti altri partigiani ha partecipato a numerose azioni di sabotaggio contro i nazi fascisti.

Gildo da partigiano prese il nome di Stalin. Come avvenne lo raccontava più o meno così:
Ero intransigente sulla divisione delle cose da mangiare nella formazione, volevo parti uguali per tutti.
Un nostro capo invece voleva fare un po’ troppo il furbetto, io gli dissi che ero pronto a sparare per una ingiustizia così che non era piccola, forse puntai anche il mitra con minaccia, forse diedi anche una sventagliata in aria. Questi si ammutolì. Il giorno dopo vennero i comandanti della formazione. Sapevo che ero come sotto processo, ero stato insubordinato, e nei partigiani non si scherzava su queste cose. Io spiegai cosa era successo e Vico (un nostro comandante militare) mi diede una pacca sulle spalle e mi disse: “Sei come Stalin”.
Io gli risposi che non conoscevo questo Stalin. Mi spiegarono chi era, ed io allora risposi: “Se Stalin in Russia si comporta come me qua, allora sta facendo il vero socialismo”. Il nome di Stalin mi rimase così addosso.

Dopo la guerra insieme a Pietro Del Giudice, a Gianardi “Vico”, Angelotti “Contegio”, Antonini “Andrea”, Brucellaria “Memo”. Bertolini, Vinci Nicoddemi Briglia “Sergio” e tanti altri aveva costituito e fondato la sezione ANPI. E’ stato per molti anni un popolare amministratore, Consigliere Comunale e poi Assessore del Comune di Massa per il Partito Socialista, ed anche Sindacalista e operaio della Dalmine.

Mario Campana

Mario Campana residente a San Polo di Torrile, classe 1925, fu partigiano delle Sap (Squadre d’azione patriottiche) nel battaglione Bassa parmense. Il gruppo si era formato a San Polo di Torrile dietro l’impulso di Tranquillo Pezzali e faceva capo al comandante Otello Neva che da Parma dava le direttive e partecipava alle riunioni clandestine nella Bassa; riunioni che si tenevano spesso di notte nei campi. Principali obiettivi del battaglione erano il sabotaggio dei rifornimenti e degli automezzi tedeschi e la propaganda a favore della lotta di Liberazione, nonché l’assalto alla caserma della Brigata nera di Casale di Mezzani. Mario aderì nel 1944, all’età di 19 anni.

Un episodio può far capire qual era la situazione il 26 aprile 1945 quando, a guerra ormai finita e con molte città già liberate, nelle zone della Bassa parmense si combatteva ancora con i tedeschi, in ritirata verso nord, che cercavano di oltrepassare il fiume Po.
Quel giorno Mario insieme ad altri suoi compagni partigiani (Silvio Fochi, Ferrarini Renzo, i fratelli Piccinini, Maini e altri) avevano avuto il compito di arrestare dei soldati tedeschi e di portarli al Comando americano a Colorno. Requisito un camion tedesco a cassone scoperto, caricarono i prigionieri e iniziarono il trasferimento. Durante il transito, alcuni aerei americani, visto il mezzo tedesco, iniziarono la picchiata per distruggerlo. Mario, salito sulla capotte, iniziò a sventolare una bandiera rossa per farsi riconoscere; finalmente gli americani capirono e dopo varie picchiate si allontanarono senza mitragliare. Durante il viaggio – che proseguì verso Colorno per consegnare i prigionieri agli americani – un soldato tedesco, forse per paura, offrì il proprio orologio a Mario che lo rifiutò. Al ritorno percorsero la strada che fiancheggia il canale Naviglio e, ormai arrivati a casa a Gainago di Torrile, decisero di portare il camion in mezzo ai campi (in località Beldesinare) per non rischiare nuovi attacchi da chicchessia ma, durante il breve tragitto, in una casa di campagna posta a circa 200 dalla strada vennero sorpresi da spari e raffiche. Nella notte, infatti, in quella casa si erano rifugiati 72 tedeschi per cercare di rifocillarsi (tanto che, dopo la mungitura delle mucche di prima mattina, bevvero tutto il latte prodotto) e, alla vista dei partigiani, si appostarono alle finestre e iniziarono a sparare.

Iniziò un breve ma intenso combattimento nel quale Mario restò ferito da un colpo alla gola, poi da una raffica all’emitorace e al braccio destro, cadendo nel fossato adiacente la strada. Secondo la testimonianza della famiglia Rolli, contadini sfollati in quella casa, i tedeschi vistisi scoperti, e forse con la paura di essere attaccati da un più nutrito gruppo partigiano, uscirono dalla casa e si incamminarono verso il Po. I signori Rolli dalla finestra contarono 72 soldati armati per i campi verso Colorno. Solo dopo la fuga degli invasori, i partigiani recuperarono i due compagni feriti, Renzo Ferrarini e Mario, il più grave, che fu trasportato all’ospedale di Colorno. I medici però non videro per lui possibilità di cura e quindi fu portato all’ospedale di Parma sopra un camion militare. La fortuna volle che si salvò e, dopo un lungo periodo di riabilitazione a Salsomaggiore presso il centro “La casa del bambino”, tornò a casa pur rimanendo invalido di guerra. Venne poi congedato con il grado di sottotenente.

Nel dopoguerra Mario divenne grande amico di Attilio Gombia “Ascanio”, comandante partigiano delle tre Venezie, medaglia d’argento al valor militare e aderì all’Anpi formando la sezione di Torrile che ha seguito fino al 2010 come segretario. Nel 1964 entrò nel consiglio direttivo dell’ANMIG (Ass. nazionale mutilati e invalidi di guerra) sez. di Parma.

Mario Capanna, Partigiano Stalin

Anpi Massa

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Nicola, l’infame

Nicolò Bombacci, detto anche Nicola o Nicolino, il 21 gennaio 1921, con gli esponenti della frazione comunista, abbandona a Livorno il teatro Goldoni , mentre è in corso il XVII° Congresso Nazionale del PSI, per andare al teatro San Marco, dove gli scissionisti fondano il partito che assunse il nome ufficiale di Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista.
Gli anni dal 1921 al 1927 rappresentano una tappa fondamentale per Bombacci. Eletto, al momento della fondazione, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia, e chiamato a dirigere, dal febbraio al luglio dello stesso anno, l’Avanti comunista, che si pubblicava a Roma, Bombacci sarà in seguito al centro di un vero e proprio “caso” politico-disciplinare protrattosi per quasi quattro anni, e culminato con la sua definitiva espulsione dal Partito.

Bombacci si trovò al centro di una complessa manovra sotterranea di avvicinamento fra Roma e Mosca.
Questo deplorevole avvicinamento faceva il paio con la deplorevole cordialità fra Bombacci e Mussolini denunciata da Gramsci.
A differenza degli altri dirigenti comunisti, chiusi in carcere o sottoposti a severa sorveglianza, Bombacci poteva fare liberamente la spola fra Roma e Mosca ottenendo gli indispensabili visti con sospetta facilità.
Nel frattempo si era formato a Roma un gruppo di dissidenti provenienti dal PSI, dalla CGIL e anche dal Partito Comunista d’Italia, detto della Gironda dal titolo della loro rivista, che si proponevano di gettare un ponte fra il fascismo e il socialismo.

Intervenendo alla Camera, il 30 Novembre 1923, per perorare la ripresa delle relazioni diplomatiche fra l’Italia fascista e la Russia bolscevica, Bombacci, fu portato a compiere due atti di indisciplina gravissimi. Non solo si rifiutò di leggere la dichiarazione preparata dalla direzione del partito, ma non informò nemmeno i dirigenti degli argomenti che intendeva analizzare. Ma la cosa più grave affiorò non tanto nel metodo ma nel contenuto del suo discorso, infiorettato ad un certo punto da una frase rivolta a Mussolini

La Russia è su un piano rivoluzionario: se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza fra i due Paesi

Il I° dicembre l’Avanti!, parlando di “comunismo fascisteggiante”, deplorò l’atteggiamento del deputato comunista. Il 5 dicembre fu la volta del partito comunista che dichiarò Bombacci non più autorizzato a rappresentare il Partito alla Camera, invitando perentoriamente Bombacci stesso a rassegnare le dimissioni da deputato. Che egli avesse riconosciuto che in Italia c’era stata una “rivoluzione fascista” non poteva essergli perdonato e questo pregiudicò la sua carriera politica.

Tornato a Roma, dopo il funerale di Lenin nel gennaio del 1924, venne escluso dalle liste elettorali del partito comunista italiano, per poi essere definitivamente espulso nel 1927, fu aiutato a vivere dall’amico Zinov’ev con un’occupazione definitiva e ufficiale presso la Missione commerciale sovietica.
I suoi rapporti politico-professionali con i sovietici durano fino al 1930, fino al momento in cui Stalin rimuoverà Zinov’ev dal suo incarico. Zinov’ev fece parte del centro trockista-zinovievista, che ordinò l’uccisione di Kiro, pianificò l’uccisione di Stalin e di vari dirigenti comunisti oltre a commettere altri crimini contro la rivoluzione come spionaggio, tentativi di avvelenamento, e sabotaggio. Zinov’ev nel 1936 verrà fucilato per cospirazione.

Di fronte alla Grande depressione, al crollo del sistema capitalistico, Bombacci formula la sua adesione particolare al regime sulla scorta dell’inizio del terzo tempo mussoliniano: andare verso il popolo, sorpassare bolscevismo e capitalismo grazie al sistema corporativo e all’unione delle masse lavoratrici nello stato organico littorio.

Esiste tutta una corrente interna al regime – guidata da Bottai e dalla sua rivista Critica fascista – che, specie dopo il 1929, vede nel corporativismo la risposta italiana alla lotta di classe e al dominio del capitale, quella mitologica terza via conciliante e gli interessi dei lavoratori e quelli della Patria. Su questo filone si innesta Nicolino, personalmente appoggiato da Mussolini, sempre alla ricerca di sfogatoi semiufficiali in cui lanciare i suoi vecchi e mai sopiti sospetti anticapitalistici.
Nel 1936 esce La Verità, con una tiratura di 25mila copie finanziata dal Ministero della cultura popolare. 

È in atto una grandiosa rivoluzione sociale. È l’ora della collettività. Oggi come ieri ci muove lo stesso ideale: il trionfo del lavoro. Per tale trionfo lottiamo da trentacinque anni. Oggi la storia ci pone dinanzi agli occhi l’esperimento di Mussolini. Non è più soltanto una dottrina, è un ordine nuovo che si lancia audacemente sulla via maestra della giustizia sociale.

L’uscita della rivista scatena un pandemonio nelle fila del fascismo intransigente, che ancora ricordano la barba sovversiva di Bombacci durante il biennio rosso. La copertura del duce però garantisce all’impresa editoriale la sopravvivenza.

Dopo la caduta del regime fascista il 25 luglio 1943 e, in settembre, la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso e la creazione della Repubblica Sociale Italiana (RSI), Bombacci decise volontariamente di recarsi a Salò, dove divenne una sorta di consigliere di Mussolini.

Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre. Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno.

15 marzo 1945 a Genova, discorso rivolto alle camicie nere

 E’ i l 25 aprile 1945. Mussolini è in fuga, vuole raggiungere la Svizzera per mettersi in salvo. Bombacci decide di seguirlo verso il suo destino. Qualcuno gli domanda: “Perché?” e lui risponde: “Lo seguirò fino in fondo”.
E’ il 28 aprile. I partigiani catturano, tra gli altri, Mussolini e Bombacci. Tutti i condannati vengono avviati in colonna verso il luogo dell’esecuzione per essere fucilati. Prima che morisse l’ho udito gridare: “Viva Mussolini! Viva il socialismo!”.
La mattina del 29 aprile lo appesero per i piedi al distributore di benzina di Piazzale Loreto, a Milano, insieme a Benito Mussolini, Claretta Petacci e alcuni gerarchi fascisti; nel documento attestante la fucilazione sotto il suo nome vi era la scritta a mano Supertraditore

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Ordine 227: Non un passo indietro!

Il commissario politico sovietico Oleksij Jeremenko in battaglia sul Fronte orientale, seconda guerra mondiale

Ordine n.227

dal Commissario del Popolo della Difesa dell’U.R.S.S.

Mosca, 28 luglio 1942

Il nemico presta sempre più e più risorse al fronte e senza badare alle perdite avanza, penetra più profondamente nell’Unione Sovietica, cattura nuove aree, devasta e saccheggia le nostre città e i nostri villaggi, violenta, uccide e deruba il popolo sovietico. Il combattimento prosegue nell’area di Voronezh, sul Don, nella Russia meridionale, alle porte del Nord Caucaso. Gli invasori tedeschi stanno dirigendosi verso Stalingrado, verso il Volga, e vogliono prendere ad ogni costo Kuban e il Nord Caucaso con il loro petrolio e il loro cibo. Il nemico ha già catturato Voroshilovgrad, Starobelsk, Rossosh, Kupyansk, Valuiki, Novocherkassk, Rostov sul Don, metà di Voronezh. Alcune unità del fronte Sud, seguendo gli allarmisti, hanno abbandonato Rostov e Novocherkassk senza una vera resistenza e senza ordine da Mosca, ricoprendo così le loro bandiere di vergogna.

I popoli del nostro paese, che considerano l’Esercito Rosso con amore e rispetto, stanno iniziando ora ad essere delusi da esso, perdono fede nell’Esercito Rosso, e molti di loro maledicono l’Esercito per la sua fuga a est e per aver lasciato la popolazione sotto il giogo tedesco. Al fronte alcune persone poco saggie confortano loro stesse con l’argomentazione che possiamo continuare la ritirata verso est, poiché abbiamo vasti territori, molta terra, una grande popolazione e avremo sempre abbondanza di cibo. Con questi argomenti provano a giustificare il loro vergognoso comportamento al fronte. Ma tutti questi argomenti sono completamente falsi e ingannevoli e aiutano i nostri nemici.

Ogni comandante, ogni soldato e commissario politico deve comprendere che le nostre risorse non sono infinite. Il territorio dell’Unione Sovietica non è deserto, bensì abitato dal popolo – lavoratori, contadini, intellettuali, i nostri padri e madri, mogli, fratelli, bambini. I territori che sono stati occupati dal nemico e quelli che il nemico brama di catturare sono cibo e altre risorse per l’esercito e i civili, ferro e carburante per le industrie, le fabbrice e gli impianti che riforniscono la macchina militare con attrezzature e munizioni; sono anche ferrovie. Con la perdita di Ucraina, Bielorussia, del Baltico, del bacino del Donetsk e altre aree noi abbiamo perso vasti territori, questo significa che abbiamo perso molte persone, cibo, metalli, fabbriche, e impianti. Noi non abbiamo più la superiorità sul nemico nelle risorse umane e nelle forniture di cibo. Continuare la ritirata significa distruggere noi stessi e anche la nostra Madrepatria. Ogni nuovo pezzo di territorio che lasceremo al nemico rafforzerà il nemico e indebolirà noi stessi, le nostre difese e la nostra Madrepatria.

Ecco perchè dobbiamo estirpare le conversazioni in cui si afferma che noi possiamo ritirarci all’infinito, che abbiamo moltissimo territorio a disposizione, che il nostro paese è grande e ricco, che abbiamo molta popolazione e che avremo sempre abbastanza pane. Questi discorsi sono falsi e dannosi, poichè ci indeboliscono e rafforzano il nemico, per cui se non fermiamo la ritirata noi resteremo senza pane, senza carburante, senza metalli, senza materie prime, senza fabbriche e centrali, senza ferrovie.

La conclusione è che è tempo di smettere di ritirarsi. Non un passo indietro! Questo dovrà essere il nostro motto d’ora in poi. Dobbiamo proteggere ogni punto di forza, ogni metro di suolo sovietico ostinatamente, fino all’ultima goccia di sangue, stringere ogni pezzo della nostra terra e difenderla il più a lungo possibile. La nostra Madrepatria sta attraversando tempi difficili. Dobbiamo fermarci e poi contrattaccare e distruggere il nemico. A qualunque costo. I tedeschi non sono così forti come dicono coloro che si son fatti prendere dal panico. Stanno spingendo le loro forze al limite. Resistere ai loro colpi adesso significa assicurarsi la vittoria nel futuro.

Possiamo fermarci e far ritirare il nemico verso occidente? Si, possiamo farlo, poiché i nostri impianti e fabbriche nelle retrovie stanno lavorando perfettamente e stanno rifornendo il nostro esercito con sempre più carrarmati, aeroplani, artiglieria e mortai.

Allora cosa ci manca? Ci mancano ordine e disciplina nelle compagnie, nei reggimenti e divisioni, nelle unità corazzate, negli squadroni delle Forze Aeree. Questo è il nostro maggiore svantaggio. Dobbiamo introdurre il più severo ordine e una forte disciplina nel nostro esercito se vogliamo ribaltare la situazione e difendere la nostra Madrepatria.

Non possiamo tollerare più a lungo comandanti, commissari, e commissari politici, le cui unità smettono di combattere a loro piacimento. Non possiamo più tollerare che comandanti, commissari, e commissari politici permettano a innumerevoli codardi di fuggire dal campo di battaglia, che coloro che diffondono il panico portino via altri soldati nella loro ritirata e aprano la strada al nemico. Coloro che diffondono il panico e i codardi dovranno essere uccisi sul posto.

D’ora in poi la legge ferrea della disciplina per ogni ufficiale, soldato e commissario politico dovrà essere: Non un singolo passo indietro senza un ordine dal più alto comando. Comandanti di compagnie, battaglioni, reggimenti e divisioni, così come i commissari e i commissari politici dei corrispondenti ranghi che si ritirano senza ordine dall’alto sono dei traditori della Madrepatria. Dovranno essere trattati come traditori della Madrepatria. Questa è la chiamata della nostra Madrepatria. Adempiere a questo ordine significa difendere il nostro paese, salvare la nostra Patria, distruggere e sconfiggere l’odiato nemico.

Dopo la loro ritirata invernale sotto la pressione dell’Esercito Rosso, quando il morale e la disciplina sono scemati nelle truppe tedesche, i Tedeschi hanno risposto con rigide misure che li hanno condotti a dei risultati ragguardevoli. Hanno costituito 100 compagnie penali composte da soldati che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità; le hanno dispiegate nelle più pericolose sezioni del fronte e hanno ordinato loro di redimere i loro peccati con il sangue. Inoltre, hanno costituito all’incirca dieci battaglioni penali composti da ufficiali che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità, li hanno privati delle loro decorazioni e li hanno posti in ancor più pericolose sezioni del fronte e hanno ordinato loro di riscattare i loro peccati con il sangue.
E infine, i Tedeschi hanno costituito unità speciali di guardia e le hanno schierate dietro le divisioni instabili e hanno loro ordinato di giustiziare sul posto chiunque avesse diffuso il panico lasciando le proprie posizioni difensive senza ordine o provando ad arrendersi. Evidentemente queste misure sono state efficaci, e ora le truppe tedesche combattono meglio di quanto facessero durante l’inverno. Quello che possiamo vedere è che le truppe tedesche hanno una buona disciplina, benché essi non abbiano una missione elevata quale proteggere la Madrepatria bensì un solo obiettivo – conquistare una terra straniera. Le nostre truppe, benché abbiano come loro missione la difesa della loro Patria profanata, non hanno disciplina e per questo subiscono la sconfitta.

Non dovremmo noi imparare questa lezione dal nostro nemico, come nel passato i nostri antenati impararono dai loro nemici per poi sconfiggerli? Credo che noi dovremmo farlo.

IL COMANDO SUPREMO DELL’ESERCITO ROSSO ORDINA CHE:

1. I Consigli Militari dei fronti e prima di tutto i comandanti al fronte dovranno:
a) In tutte le circostanze estirpare decisivamente nelle truppe l’attitudine alla ritirata e con mano ferrea prevenire la propaganda che afferma che possiamo e dovremmo continuare a ritirarci verso est, e che questa ritirata non sarà per noi dannosa;
b) In tutte le circostanze rimuovere dai loro incarichi e inviare allo Stavka [Comando generale delle Forze Armate dell’URSS] per il giudizio alla corte marziale quei comandanti dell’esercito che permettono alle loro truppe la ritirata a proprio piacimento, senza autorizzazione dal comando del fronte;
c) Costituire all’interno di ogni fronte da 1 a 3 (a seconda della situazione) battaglioni penali (da 800 effettivi), dove comandanti, comandanti superiori e commissari politici che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità, dovranno essere inviati. Questi battaglioni dovranno essere impiegati nelle più difficili sezioni del fronte, dando così ad essi l’opportunità di riscattare i loro crimini contro la Madrepatria con il sangue.

2. I Consigli Militari delle armate e prima di tutto i comandanti d’armata dovranno:
a) In tutte le circostanze rimuovere dai loro incarichi comandanti e commissari d’armata e dei corpi, che hanno permesso alle loro truppe la ritirata a proprio piacimento senza l’autorizzazione dal comando d’armata, e inviarli ai Consigli Militari del Fronte per la corte marziale;
b) Costituire dalle 3 alle 5 unità [zagradotryad] di guardia ben armate, impiegarle dietro le divisioni instabili e ordinar loro di giustiziare sul posto i diffusori di panico e i codardi qualora si verifichi una ritirata caotica in preda al panico, dando così ai soldati leali la possibilità di compiere il proprio dovere davanti alla Madrepatria;
c) Costituire dalle 5 alle 10 (a seconda della situazione) compagnie penali, nelle quali dovranno essere inviati i soldati e i sottoufficiali che hanno infranto la disciplina a causa di codardia o instabilità. Queste unità dovranno essere dispiegate nei più difficili settori del fronte, dando così ai loro soldati una possibilità di redimere i loro crimini contro la Madrepatria con il sangue.

3. Comandanti e commissari di corpi e divisioni dovranno:
a) In tutte le circostanze rimuovere dai loro uffici comandanti e commissari di reggimento e battaglione che hanno permesso alle loro truppe la ritirata a proprio piacimento senza l’autorizzazione dal comando divisionale o dei corpi, privarli delle loro decorazioni militari e inviarli ai Consigli Militari del Fronte per la corte marziale;
b) Fornire tutto il supporto e l’aiuto possibile alle unità di guardia (di sbarramento) [zagradotryad] dell’esercito nel loro lavoro di rafforzamento della disciplina e dell’ordine nelle unità.

Questo ordine dovrà essere letto ad alta voce in tutte le compagnie, truppe, batterie, squadroni, gruppi e stati maggiori.

Il Commissario del Popolo della Difesa dell’U.R.S.S.JOSIF STALIN

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Gabriele D’Annunzio non era fascista

Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse
Gabriele D’Annunzio

Negli anni 1919–1920 riuscì, grazie alla sensibilità di vero poeta, a interpretare più di altri il travaglio morale e sociale – e anche politico – di vasti strati di ex combattenti della Grande guerra, della gioventù della piccola e media borghesia e, anche se marginalmente, di altri gruppi sociali, in una contestazione del vecchio mondo politico, nella richiesta di nuovi valori – seppure ancora confusi – di cui si avvertiva la improcrastinabile necessità.
Tutto ciò doveva avere, come sbocco naturale, una nuova e più elevata vita sociale della nazione.
Bisognava superare la crisi materiale e morale in atto, che ipotecava la capacità di decollo socio-economico, creando le condizioni per la contestazione.
Ancora oggi per molti studiosi D’Annunzio politico rappresenta un’eredità difficile, un problema da districare. Molti avvertono che ha espresso qualcosa di ambiguo, di torbido, con le sue componenti di irrazionalismo e di violenza, che negli anni ha influenzato in senso negativo la nostra vita politica ed è stato in qualche modo alla base della degradazione che questa ha sofferto.
La maggior parte degli storici ha affrontato fino a qualche anno fa le vicende dannunziane in modo aprioristico, con atteggiamento ideologico e politico preconcetto che non ne ha certo agevolato la comprensione. Detto questo, bisogna aggiungere che Gabriele D’Annunzio fin da giovane si sentì attratto dall’attivismo politico, tanto da accettare la candidatura a deputato, con esito positivo, in uno dei collegi della sua terra d’origine, Ortona a Mare, nel 1897.
Il suo programma politico derivava da quello letterario dovuto all’incontro con Nietzsche e con le teorie sul superuomo, sul ripristino della grandezza della patria e di Roma imperiale e l’anelito alla supremazia di una classe eletta che possedesse le virtù aristocratiche che il dominio della borghesia aveva appannato.
Eppure qualche anno dopo, con un gesto che venne considerato un voltafaccia di matrice irrazionalistica, estetizzante, molto presente nell’animo del poeta, egli passò all’estrema sinistra, verso cui venne attratto da una vitalità e una forza dimostrate durante l’ostruzionismo parlamentare contro le leggi liberticide e reazionarie del governo Pelloux.
Allora D’Annunzio aveva voluto esprimere una dimostrazione palese del suo cambiamento politico, sottoscrivendo una deliberazione che testualmente recitava:

Porto le mie congratulazioni all’estrema Sinistra per il fervore e la tenacia con cui difende le sue idee. Dopo lo spettacolo di oggi, io so che da una parte vi sono molti morti che urlano, e dall’altra pochi uomini vivi ed eloquenti. Come uomo di intelletto vado verso la vita

A tale proposito, contrariamente al giudizio postumo che riduce il suo “vado verso la vita” a un atteggiamento circoscritto al bel gesto, che presto si esaurì, D’Annunzio, seppure in modo contraddittorio – si veda il successivo sinistrismo durante l’impresa fiumana e la sua iniziale contestazione del fascismo – visse con convinzione il cambiamento.
Per individuare meglio la connotazione politica del periodo in esame, è opportuno riprendere quanto scrive Giordano Bruno Guerri (Alosco, 2014) affermando opportunamente che D’Annunzio non era socialista, ma che era anche socialista. Questo aspetto poco studiato va rivalutato perche´, seppure presente politicamente solamente come un segmento palese della vita inimitabile del poeta, ne costituisce un “filo rosso” sempre presente nel suo animo di grande e finissimo intellettuale, nel quale riaffioravano, sempre presenti in modo decisivo, le origini popolari della terra natia, l’Abruzzo, abitato allora prevalentemente da contadini e pastori.
Dopo il suo “vado verso la vita” del 1900, i socialisti colsero le potenzialità non solamente letterarie del poeta, per un periodo non breve, che si protrasse fino al 1906. Lo stesso organo del partito, l’Avanti!, sotto la guida di Leonida Bissolati ed Enrico Ferri, sensibili alle tematiche letterarie del tempo, divenne dannunziano nel linguaggio e del dannunzianesimo apprezzò l’arte innalzandolo a vessillo di valore incommensurabile quanto insperato, con giudizi positivi se non entusiastici dell’opera dell’ancor giovane poeta. Si instaurò una fascinazione emotiva reciproca.
Come deputato aderente al gruppo della sinistra storica, D’Annunzio dette il suo voto favorevole al documento relativo alla scuola in senso laico e alla mozione di sfiducia verso il presidente della Camera Colombo, che si dimise poco dopo. Sciolto il Parlamento per le posizioni inconciliabili degli opposti schieramenti, l’estrema sinistra ritenne naturale presentare candidato il poeta nel collegio di San Giovanni a Firenze, dove egli risiedeva nella Villa Capponcina dal 1898. Egli si presentò come candidato della Sinistra, dunque, collegandosi coi radicali, con esito però negativo, ma appoggiò nel turno di ballottaggio il candidato radicale-socialista di Ortona, l’avvocato Carlo Altobelli, che risultò eletto. E’ opportuno precisare, a questo punto, che la candidatura non influenzò il suo pensiero e la sua arte, perché D’Annunzio non fece una scelta di campo di natura ideologica.

Egli, sia all’interno che fuori dal Parlamento, sia prima che dopo le elezioni, prospettava disegni eversivi, di azione diretta, al di fuori delle istituzioni, con un attivismo politico che lo indusse a percorrere molte piazze e strade d’Italia. All’approssimarsi delle elezioni politiche, a D’Annunzio venne offerta, oltre alla candidatura la tessera del PSI da parte di Leonida Bissolati e dei socialisti fiorentini raccolti nel giornale La Difesa, e anche un’altra candidatura per assicurargli l’elezione in Basilicata, essendo il poeta diventato acerrimo nemico dei conservatori: veniva pertanto combattuto aspramente con ogni mezzo dai suoi avversari politici nel suo collegio di Ortona. Del resto, Bissolati rifletteva antiche valutazioni di Filippo Turati, il quale considerava Gabriele D’Annunzio un vero rivoluzionario sia nell’arte che nel sociale.
Già agli esordi, Turati, nel 1881, sul giornale La Farfalla, riteneva il poeta abruzzese, “ignoto ieri, già quasi celebre oggi nella repubblica letteraria e che domani, se lo lasciano fare, è capace di mettere sulla coscienza il suo bravo colpo di stato artistico, sconvolgendo gli ordini e le gerarchie costituite” (Turati, 1977: 505). E più ancora l’anno successivo nella stessa sede giornalistica, il futuro fondatore del Partito dei Lavoratori giunse a qualificare Gabriele D’Annunzio “coscientemente ed incoscientemente socialista e ribelle”

L’Avanti! di Bissolati registrò con particolare attenzione tutta l’attività politica di D’Annunzio anche in veste di candidato; attenzione certamente speciale che non era rivolta agli altri candidati, anche esponenti di primo piano del partito, a cui erano dedicate poche righe di cronaca dei comizi. Bisogna precisare, anzitutto, che il poeta venne presentato sotto l’egida dell’Unione dei partiti popolari, quale indipendente, senza quindi che egli avesse aderito a qualsivoglia partito. Ciò corrispondeva allo stile di tutta la sua ancora giovane vita. Il foglio socialista fiorentino La Difesa, però, tenne a chiarire la vicinanza di D’Annunzio al partito.
Come è facilmente immaginabile, il candidato popolare D’Annunzio fu molto vivace e attivo durante la campagna elettorale. All’infuocarsi della competizione, la sua attività divenne frenetica. Scrisse un articolo per La Difesa, che andò a ruba, contro il suo antagonista, l’uscente Digny, e una lettera, pubblicata sullo stesso giornale, di critica al sindaco fiorentino Torrigiani.

Sfidò a duello il direttore del giornale locale La Nazione per la pubblicazione di un articolo ingiurioso nei suoi confronti e tenne infuocati comizi alla presenza di folle strabocchevoli e acclamanti.
Tra questi, va ricordato il discorso tenuto nel salone di Porta Nuova, che affascinò il cronista dell’Avanti!, trascinato nel suo resoconto dall’oratoria dannunziana cadenzata “da intermezzi infinitamente indovinati, gustosissimi” (Avanti!, 3 giugno 1900: 2), che trascinarono il pubblico in delirio.

In questa occasione Gabriele D’Annunzio, dopo aver fatto riferimento all’epopea garibaldina, attaccato gli avversari appartenenti alle classi dominanti e spiegato il significato profondo del passaggio all’estrema sinistra, sembrò delineare o, quanto meno, affiancare al suo concetto di superuomo un’intera categoria sociale, quella dell’agricoltore nazionale.
Fu un vero inno al contadino forte e sano. A esso accomunò tutto il popolo di Firenze quando, nella seconda fase del ballottaggio, si espresse in appoggio ai candidati della Sinistra, il medico Gaetano Pieraccini e il fornaio repubblicano figlio di un garibaldino, Guglielmo Dolfi. D’Annunzio, rivolto agli interlocutori, cosìsi espresse:

Voi popolani di San Giovanni, amici miei sicuri […] voi popolani di Santa Maria Novella, primo nerbo della guerra […] voi popolani di Santa Croce, suprema speranza nostra, schiera eletta […] come un vessillo vermiglio dispiegato al sole fiorentino

L’impegno politico di Gabriele D’Annunzio a Firenze non si esaurì nel lasso temporale di una sua eccezionale candidatura, i cui risultati furono, del resto, del tutto apprezzabili, dal momento che i voti che raccolse furono più che raddoppiati rispetto ai trecento del candidato precedente della sinistra; proseguì nella battaglia per il ballottaggio con un netto schieramento di campo, allorquando fece balenare il vessillo della bandiera rossa.
A queste manifestazioni di adesione piena e convinta alla Sinistra e, in particolare, al Partito Socialista, l’Avanti! rispondeva con altrettanto calore e convinzione. Si può, anzi, affermare che l’attenzione verso il poeta si rasformò ben presto, per un certo periodo, in adesione incondizionata allo stile dannunziano e alle sue tematiche; ne riproduceva anche – in un giornale letto principalmente da lavoratori – lo stile aulico. Oltre alle notizie che lo riguardavano, il giornale socialista assunse la consuetudine di pubblicare in prima pagina non solamente interi articoli di varia natura a firma di D’Annunzio stesso, spesso ripresi da altre testate, ma anche di dedicare alle sue opere letterarie ampie recensioni, sempre in prima pagina.
L’estrema sinistra, per alcuni anni a venire, avvertì l’influenza letteraria di D’Annunzio: ne fanno fede i lusinghieri giudizi sulle sue opere (non scritte certamente per le masse) e soprattutto il linguaggio dannunziano dell’organo dei socialisti italiani, l’Avanti!, il cui direttore di quel periodo, Leonida Bissolati, di formazione mazziniana e futuro interventista nella Grande guerra, più di altri, ne subì le suggestioni.
Nell’occasione della pubblicazione del libro Il fuoco, l’Avanti! dedicò al suo autore e all’opera molto più che una semplice recensione: pubblicò un lungo articolo di prima pagina, atto del tutto inusitato in un giornale di partito, specialmente in quello del Partito Socialista.
Il recensore, dotato di giudizio letterario ma pur sempre di matrice ideologica socialista – contrariamente al giudizio postumo riferito da Salinari – credeva di scoprire un approccio nuovo nel romanzo, un tono diverso verso la plebe, la “moltitudine”, e notava ne Il fuoco “i segni di quella sua bella evoluzione politica compiutasi in questi giorni tra lo sbigottimento dei “morti” e la lieta meraviglia dei vivi” .
Altrettanto avvenne sulle pagine dell’Avanti! quando si pubblicò il giudizio sulla Canzone di Garibaldi, un’ode dedicata da D’Annunzio all’eroe nazional-popolare che aveva definito il socialismo “il sole dell’avvenire”. L’articolo, molto ampio, portava la firma prestigiosa di Gustavo Balsamo Crivelli, filologo e fra i maggiori critici letterari di ispirazione socialista di quel periodo.
Si rilevava il ritorno ai massimi livelli della poesia epica, ritenuta ormai morta, nell’esaltazione dannunziana delle gesta garibaldine, impresse nella commemorazione dell’eroe ritiratosi in povertà a Caprera. Il critico vedeva nell’opera di D’Annunzio gli echi della poesia di Omero e il suo Garibaldi, chiamato “il donator di regni”, ricorda di continuo i caduti delle guerre risorgimentali; il critico ne è colpito ed elogia l’arte del poeta “in un quadro meraviglioso […] L’impero della poesia è a questo punto gagliardo e sublime. Di più non si poteva fare”.

Nel finale dell’articolo, Balsamo Crivelli celebrava nel contempo il poeta e l’eroe popolare con un’immagine che meritava di sopravvivere al suo autore: “è l’epopea della camicia rossa, non vuole essere altra storia che questa, intessuta nel ricordo non oblioso del popolo, in cui la fiamma dell’ideale mai non si estingue. Gabriele D’Annunzio illuminò di questa fiamma in un riflesso d’incendio la sua poesia”.
La Canzone di Garibaldi costituì in quel periodo e fino a qualche anno successivo il cavallo di battaglia che Gabriele D’Annunzio portò in giro per l’Italia appoggiandosi alle organizzazioni del Partito Socialista che, a sua volta, se ne avvalse per fini propagandistici.

Durante la Prima guerra mondiale, alla quale partecipò in età già avanzata, mostrò il suo valore, ma soprattutto ebbe l’opportunità di attuare le concezioni che aveva di sè come uomo di eccezione che domina gli avvenimenti, determinandoli e non subendoli, sfidando anche la morte.
La “beffa di Buccari” e il volo su Vienna ne sono gli esempi più eclatanti. Dalla guerra uscì con una ferita a un occhio e il grado di tenente colonnello.
Nel dopoguerra, a D’Annunzio si presentò l’opportunità di interpretare i fermenti di quei ceti medi emergenti che avevano combattuto sul Carso e sul Piave, rimasti insoddisfatti da una vittoria ritenuta “mutilata”, con l’intenzione di attuare i propositi circa il completamento dell’unità d’Italia, aspirazioni vituperate al tavolo delle trattative della Pace di Parigi.
Come era nel suo stile guerresco e intransigente, con gesto eclatante tra creatività artistica e ideologia politica, nel settembre 1919, capeggiò squadre di militari che denominò “legionari”, occupando la città istriana di Fiume e proclamandovi la reggenza del Carnaro. Anche in questa dimostrazione di vitalità e forza, che molti giudicano antefatto della marcia fascista su Roma, D’Annunzio non fu esente da contraddizioni, tanto da venire considerato come rivoluzionario addirittura dal capo dei bolscevichi, Lenin.
A Fiume si attuò la seconda “svolta a sinistra” di D’Annunzio, ma questa volta la posizione ufficiale dei socialisti italiani, guidati da Serrati, fu costantemente ostile, mentre una parte dei sindacalisti rivoluzionari e dei socialisti “eretici” si schierarono al suo fianco.
La politica socialista ufficiale nei riguardi delle vicende fiumane non si modificò neanche con lo spostamento verso la Sinistra delle concezioni di D’Annunzio, che il 10 gennaio 1920 nominò suo capo di gabinetto Alceste
De Ambris, socialista e sindacalista rivoluzionario, che rappresentò da quel momento l’anima e il motore di una visione politica decisamente più tendente a sinistra. De Ambris riuscì a influenzare in tal senso, in qualche misura, lo stesso comandante, anche perché quest’ultimo era ormai in una via senza uscita per il fallimento di fatto delle strade praticate fino ad allora nei rapporti con le autorità militari e civili. La stessa nomina di De Ambris, al posto del nazionalista Giurati, indicava che D’Annunzio intendeva verificare altre possibilità.
Dalla collaborazione tra D’Annunzio e De Ambris scaturì l’elaborazione della carta del Carnaro, la
costituzione fiumana, che tanta risonanza ricevette allora; non fu senza significato che la carta del Carnaro, la costituzione della reggenza, contenesse molti elementi avanzati di stato socialista.
Molto si è discusso circa l’attribuzione dello statuto a De Ambris e a D’Annunzio, in quanto a elaborazione e stesura. In tale contesto, sembra superfluo affermare la supremazia del poeta nel rendere nella forma letteraria un testo legislativo, mentre nella parte della definizione dei postulati fondamentali divenne preponderante
l’opera del sindacalista.
La carta del Carnaro, al di là dei rispettivi contributi, costituì il risultato di un rapporto osmotico sulle linee fondamentali tra i due redattori, frutto di lunghe conversazioni che ne precedettero la stesura, come testimoniato dal carteggio intercorso tra De Ambris e D’Annunzio nel marzo 1920.
Non trascurabile è l’aspetto letterario della carta del Carnaro, scritto armonioso all’altezza dell’arte dannunziana, controparte dell’aspetto storico-politico che la rende interessante, nella sua matrice
d’ispirazione socialista.
L’impianto generale della carta prevedeva un regime repubblicano ispirato all’associazionismo mazziniano. Basilare era la concezione della proprietà in funzione sociale e dei rapporti di lavoro come meccanismo dove gli operai svolgessero il ruolo di produttori attivi; l’istruzione era pubblica, vigeva la libertà di religione e si affermava la revocabilità delle cariche pubbliche, la parità di diritti tra uomini e donne, i principi di decentramento amministrativo. Era anche prevista la revisione periodica della costituzione, aspetto che rendeva la carta innovativa, perchè riconosceva che ogni costituzione, anche la più lungimirante, è legata al suo tempo e va rivista periodicamente per meglio adeguarla alla contingenza storica.
Neppure gli articoli del testo riguardanti la proprietà in funzione sociale risultarono graditi ai socialisti, che tentarono di demolire la carta senza appello, con una visione settaria del tempo, già all’atto della sua apparizione l’8 settembre 1920; ritenevano allora che la proprietà dovesse essere abolita del tutto, come nel governo sovietico. Allo stesso modo, l’associazionismo dei produttori svincolato da ogni legame con i partiti e non influenzato da alcuna ideologia era in contrasto con l’assioma inscindibile tra socialismo e lavoro.
Anche la considerazione riservata agli aspetti non materiali, di carattere culturale, riguardanti la musica e le arti, così inusuale allora in una costituzione, veniva trascurata dai critici implacabili.
Il giudizio complessivo – o meglio, il pregiudizio – da parte del Partito Socialista sulla carta del Carnaro puntava essenzialmente sul carattere utopico della costituzione della città libera di Fiume.
Gaspare Ambrosini, docente ordinario di Diritto costituzionale (e, in seguito, dal 1962 al 1967, presidente della Corte Costituzionale) già nel 1925, a pochi anni dagli avvenimenti di Fiume, scriveva:
La Carta di Libertà del Carnaro […] può considerarsi come fondamentale per tutti gli studi sui sistemi sindacali. Oltre l’afflato poetico, la Costituzione dannunziana presenta una concretezza di ordinamenti veramente ammirevoli. Potrà discutersi sull’accettabilità di tali ordinamenti, specie per un grande Stato. Certamente si tratta però di ordinamenti concretamente designati: il che è quello che più interessa perché quello che finora mancava. Finora filosofi ed anche giuristi, che pur pensavano di trasformare il mondo attraverso la realizzazione dell’ideale sindacale, si erano sempre limitati all’enunciazione di principi astratti e alla propaganda di utopie e di miti, e non avevano saputo o voluto tracciare l’esempio di un concreto e completo ordinamento sindacale. Mancava quindi nella dottrina e nella legislazione un esempio di solido e completo ordinamento sindacale.
Quell’ordinamento che filosofi, economisti e giuristi non avevano creato, doveva essere
creato dalla mente fervida di Gabriele D’Annunzio, la cui Carta di Libertà del Carnaro,
quantunque non entrata in attuazione, resta nella coscienza come il modello più insigne di
completo ordinamento sindacale.

L’avversione del socialismo ufficiale produsse il rifiuto del dialogo con D’Annunzio e i suoi delegati fiumani, negando anche ogni possibilità di incontro – poi formalmente avvenuto per il tramite di Giuseppe Giulietti – per studiare l’ipotesi ventilata dal poeta di estendere all’interno dell’Italia l’azione rivoluzionaria in atto a Fiume. Anzi la proposta non riscontrava alcuna credibilità dalla controparte e veniva irrisa:
sull’Avanti! si scriveva sull’argomento con chiari toni sarcastici, svelando in tal modo i piani sovversivi del comandante. Vedendosi respinto, con modi anche spicci, dai socialisti ufficiali, dai vari Serrati, Lazzari e dai vari massimalisti, che pure costituivano i destinatari teorici più naturali del messaggio legionario, Gabriele D’Annunzio si riavvicinò ai nazionalisti.
L’intera vicenda fiumana si concluse tragicamente a fine anno del 1920, dopo la firma del trattato di Rapallo (12 novembre 1920) tra la Iugoslavia e il governo italiano di Giolitti; nel cosiddetto “Natale di sangue” del 1920, il comando di Fiume fu cannoneggiato e D’Annunzio fu costretto ad abbandonare la città alle truppe inviate dal governo italiano, che non tollerava più la situazione, anche in considerazione dei rapporti internazionali, sentendosi allarmato dalla piega che stavano assumendo gli avvenimenti.
Nell’ultimo rapporto agli ufficiali legionari del 6 gennaio 1921, Gabriele D’Annunzio invitava i suoi fedelissimi a tenere vivo lo spirito fiumano, costituendo una propria associazione, che avrebbe dovuto ravvisare nella carta del Carnaro il proprio programma politico.
Non tutti i socialisti, tuttavia, furono d’accordo con la stroncatura da parte del troncone ufficiale del PSI della carta del Carnaro; anzi, i riformatori, che dirigevano fin dalla fondazione la Confederazione Generale del Lavoro (CGL) e che subirono poi a loro volta l’espulsione dal partito nell’ottobre del 1922,
fondando il PSLI di matrice turatiana, in contrasto con la linea ufficiale, sotto la guida autorevole di Rinaldo Rigola, Ludovico D’Aragona e Bruno Buozzi, sabilivano contatti autonomi con D’Annunzio. Questi ricevette Baldesi, dirigente di primo piano della CGL, nell’aprile del 1922, con l’intento di sostenere la necessità di realizzare un accordo per l’unità sindacale con i sindacalisti fiumani di De Ambris, con l’Unione del Lavoro, con la Gente del Mare di Giulietti e con gli stessi sindacati fascisti, sulla base dei principi sociali contenuti nella carta del
Carnaro. Non era neppure estraneo all’operazione Turati, che inviò una lettera al Vate per ringraziarlo del dono di un’immagine di Dante con dedica alla Confederazione.
Dal canto loro, i sindacalisti riformisti costituirono un comitato per l’unità, redigendo e pubblicando un manifesto-programma scritto in massima parte da Rigola, nel quale, oltre a ribadire il concetto dell’indipendenza rispetto ai partiti politici, si affidava al nuovo organismo il riconoscimento dell’idea di nazione, “il cui interesse generale deve, in ogni caso e da tutti essere considerato come superiore agli interessi particolari di categoria e di classe, tanto nei rapporti interni come in quelli internazionali”
A tale riguardo, l’articolo che si riferiva a questo postulato fondamentale così recitava: “Noi affermiamo che si deve considerare la Nazione come un patrimonio spirituale da conservare e come un patrimonio materiale da conquistare, non già come un fatto capitalistico da negare”
Era, come si può notare, il ribaltamento completo delle teorie marxiste. Inoltre, la dialettica tra le classi si doveva svolgere su un “terreno civile e senza violenze”.

Le rivendicazioni principali del nuovo organismo unitario riguardavano la conquista del contratto di lavoro, l’assunzione diretta della produzione e dei pubblici servizi in concorrenza con l’industria privata, il controllo operaio, la compartecipazione all’amministrazione dell’economia nazionale, il parlamento
nazionale sindacale, i consigli d’azienda interni e i consigli tecnico-economici di zona. Il comitato per l’unità ravvisava questi propositi, considerati come concezione integrale della vita:
Nelle grandi linee della Carta del Carnaro che contempla i diversi aspetti sociali, politici, etnici ed estetici del necessario rinnovamento dell’Italia con larghissimo spirito di libertà e di giustizia, pure evitando ogni utopistica anticipazione ed ogni arbitrari costruzione di forme economiche.
La Carta del Carnaro non solo conferma ed amplia le conquiste della più vera democrazia, ma riconosce ed innalza sovra ogni altro diritto civico il diritto del produttore, aprendo così al lavoro organizzato la via per le sue conquiste.
Essa è la legge che meglio ispira alle concezioni finalistiche della Organizzazione sindacale.
Dichiarata la più ampia apertura a tutte le strutture esistenti, che potevano concorrere all’unità, il manifesto concludeva che essa era l’obiettivo precipuo che sarebbe stato perseguito “con fiducia ancora più assoluta se l’iniziativa partisse – come è stato annunciato – da Gabriele D’Annunzio”.
Il poeta, quindi, non solamente veniva considerato il diretto ispiratore dell’unità sindacale basata sui principi da lui dettati nella carta, ma veniva posto al di sopra del comitato come nume tutelare dell’iniziativa, il cui successo dipendeva, in definitiva, da lui.
Nella lunga intervista concessa all’Avanti! per il numero del 14 dicembre 1922, a firma “an. v.” identificabile come Antonio Valeri, l’ex segretario generale della CGL era ancora più esplicito e declinava la sua visione del sindacato “non soltanto come strumento per il miglioramento materiale dei lavoratori, ma anche come strumento per la loro elezione spirituale e per la realizzazione di un nuovo stato, modellato sulle linee fondamentali della Carta del Carnaro e che si basi sulle forze del lavoro e della produzione”.
Si trattava, dunque, di un’accettazione piena da parte del più autorevole sindacalista italiano, qual era il Rigola, dei principi della costituzione fiumana basati sui concetti corporativi di uno stato di produttori, di interessi comuni tra capitale e lavoro. Tali dichiarazioni, così chiare, provocarono un aspro commento
polemico del giornalista del PSI, ma ognuno proseguì per la sua strada.
L’unità sindacale, comunque, non poté realizzarsi, nonostante la disponibilità dei vari contraenti e anche di quella di Mussolini, insediatosi come capo del governo dopo la Marcia su Roma, per la drastica opposizione del responsabile dei sindacati fascisti, Edmondo Rossoni.
Gabriele D’Annunzio, ormai molto stanco e deluso dalla politica, dal ritiro della villa di Cargnacco di Gardone Riviera tornava a parlare, come ha scritto De Felice, “con i suoi fantasmi di poeta”

Il fascismo, non sempre a ragione, esaltò, in seguito, la figura del vate D’Annunzio, ma Mussolini lo guardò sempre con un certo sospetto, felice di vederlo relegato in una sontuosa villa sul lago di Garda, il Vittoriale, una sorta di mausoleo, in cui avesse esclusiva cittadinanza il bello e dove si celebrasse l’eccezionalità della vita anche di uomo d’azione, cadenzata da reperti militari legati all’esperienza dell’unico ospite. D’Annunzio teneva molto a evidenziare questo aspetto; non a caso, su una scheda da compilare a Fiume, alla voce riguardante la sua professione, aveva scritto: uomo d’arme. La vita di D’Annunzio, intreccio tra l’uomo dedito alla composizione letteraria e l’attivista politico che l’autore vedeva come attuazione delle idee espresse nella scrittura, alla continua ricerca della ribalta, non di rado assumeva aspetti, per così dire, divistici, che egli stesso alimentava.

D’Annunzio non fu mai fascista, fra gli oltre ventimila oggetti della sua casa non si trova un solo fascio o elemento che richiami il regime, se non relegato tra i doni che riponeva nel solaio». Parlava, il Vate, di «camicie sordide», mai di camicie nere; non celebrava le date sacre del regime e aveva quasi sempre parole di disprezzo per i gerarchi. Rispettava in Mussolini il demiurgo capace di realizzare «quel che a lui non era riuscito, una rivoluzione», ma sempre considerandolo «un uomo di gran lunga inferiore, umanamente e intellettualmente». Un uomo «tenuto a rendergli omaggio». Le sue lettere al Duce, «spesso citate a riprova di ammirazione e devozione», sono in realtà «un gioco di lusinghe e di minacce che più volte l’interlocutore non afferra»

Fonte

Il percorso socialista di Gabriele D’Annunzio tra storia e letteratura

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antifascismo, comunismo, revisionismo, stalin

Stalin voleva inviare 1 milione di soldati contro i nazisti, ma Inghilterra e Francia si opposero

Stalin era pronto ad inviare più di un milione di truppe sovietiche al confine tedesco per scoraggiare l’aggressione di Hitler poco prima della seconda guerra mondiale.

L’Unione Sovietica propose di inviare una potente forza militare nel tentativo di attirare Gran Bretagna e Francia in un’alleanza anti-nazista.

Un tale accordo avrebbe potuto cambiare il corso della storia del XX secolo, impedendo il famoso patto Molotov-Ribbentrop.

L’offerta di una forza militare per aiutare a contenere Hitler fu fatta da un’alta delegazione militare sovietica in una riunione del Cremlino con alti ufficiali britannici e francesi, due settimane prima dello scoppio della guerra nel 1939.

Ma la parte britannica e quella francese – istruite dai loro governi a parlare, ma non autorizzate a impegnarsi in accordi vincolanti – non hanno risposto all’offerta sovietica, fatta il 15 agosto 1939.

Il 23 agosto, appena una settimana prima che la Germania nazista attaccasse la Polonia, arrivò il patto Molotov-Ribbentrop, che prende il nome dai ministri degli esteri dei due paesi, scatenando così lo scoppio della guerra. Ma non sarebbe mai successo se l’offerta di Stalin di un’alleanza occidentale fosse stata accettata

L’offerta sovietica – fatta dal ministro della guerra Marshall Klementi Voroshilov e dal capo di stato maggiore dell’Armata Rossa Boris Shaposhnikov – avrebbe potuto impiegare 120 divisioni di fanteria (ciascuna con circa 19.000 truppe), 16 divisioni di cavalleria, 5.000 pezzi di artiglieria pesante, 9.500 carri armati e oltre a 5.500 aerei da combattimento e bombardieri ai confini della Germania in caso di guerra a ovest

Ma l’ammiraglio Sir Reginald Drax, che guidava la delegazione britannica, disse ai suoi omologhi sovietici di essere autorizzato solo a parlare, non a fare accordi.

Se gli inglesi, i francesi e la Polonia, loro alleata europea, avessero preso sul serio questa offerta, l’alleanza avrebbe contato su circa 300 o più divisioni su due fronti contro la Germania, il doppio del numero che Hitler aveva all’epoca

Simon Sebag Montefiore, autore di best seller di Young Stalin and Stalin: The Court of The Red Tsar, sostiene che è evidente che c’erano dettagli nei documenti declassificati che non erano noti agli storici occidentali.

“Il dettaglio dell’offerta di Stalin sottolinea ciò che si conosceva; ovvero che i britannici e i francesi hanno perso una colossale opportunità nel 1939 per prevenire l’aggressione tedesca che originò la Seconda Guerra Mondiale. Ciò mostra che Stalin fu più determinato di quanto non credessimo nell’offrire questa alleanza“.

La Polonia, il cui territorio il vasto esercito russo avrebbe dovuto attraversare per affrontare la Germania, era fermamente contraria a tale alleanza. La Gran Bretagna dubitava dell’efficacia di qualsiasi forza sovietica perché solo l’anno precedente Stalin aveva epurato migliaia di alti comandanti dell’Armata Rossa.

Era chiaro che l’Unione Sovietica era da sola e doveva rivolgersi alla Germania e firmare un patto di non aggressione per guadagnare un po’ di tempo per prepararsi al conflitto che stava chiaramente arrivando.

Un disperato tentativo dei francesi il 21 agosto di rilanciare i colloqui è stato respinto, poiché i colloqui segreti sovietico-nazisti erano già a buon punto.

Fu solo due anni dopo, in seguito all’attacco Blitzkreig di Hitler alla Russia nel giugno 1941, che l’alleanza con l’Occidente che Stalin aveva cercato finalmente si realizzò – nel frattempo Francia, Polonia e gran parte del resto dell’Europa erano già sotto occupazione tedesca.

Stalin ‘planned to send a million troops to stop Hitler if Britain and France agreed pact’

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