La verità sui Gulag, rivelata dai documenti dalla CIA

Introduzione

Le bugie “umanitarie” servono a far accettare alla popolazione le guerre imperialiste. Alimentati dalla propaganda di estrema destra e finanziati dalla CIA, i principali canali di “notizie” descrivono i campi di lavoro sovietici – noti anche come “Gulag” – come mezzi di Stalin per reprimere i dissidenti filo-democratici e schiavizzare le masse sovietiche. Tuttavia, la stessa CIA che, attraverso l’Operazione Mockingbird, ha dato ai militari statunitensi il controllo quasi totale sulla stampa mainstream al fine di favorire la disinformazione anti-sovietica (Tracy 2018), ha recentemente rilasciato documenti declassificati che invalidano le calunnie che circondano i Gulag.

La CIA che ha condotto varie operazioni antisovietiche per quasi cinque decenni e il cui personale ha cercato di ottenere informazioni accurate sull’URSS, non si può dire che abbia alcuna propensione a favore dell’URSS. Pertanto, i seguenti file della CIA declassificati che sorprendentemente “confessano” a favore dell’Unione Sovietica sono particolarmente preziosi.

Pur riconoscendo le dure condizioni che esistevano nei Gulag – come con qualsiasi sistema carcerario al mondo – l’obiettivo di questo articolo è di far luce sui seguenti fatti:

1- la durezza delle carceri è stata amplificata dalla stampa occidentale, con numerose bugie inventate

2 – Le statistiche relative alla popolazione Gulag sono spropositate

3 – C’è stato un autentico sforzo per migliorare le condizioni della prigione quando ne è stata data la possibilità

4 – Gli standard della prigione erano molto più elevati di quelli di molti paesi capitalisti.

Le condizioni delle carceri

Un documento della CIA del 1957 intitolato “Campi di lavoro forzato in URSS: trasferimento di prigionieri tra campi” rivela le seguenti informazioni sul Gulag sovietico nelle pagine da due a sei:

  1. Fino al 1952, ai prigionieri veniva data una quantità garantita di cibo, più cibo extra per il superamento delle quote
  2. Dal 1952 in poi, il sistema Gulag operò sulla “responsabilità economica” in modo tale che più i prigionieri lavoravano, più venivano pagati.
  3. Per il superamento delle norme del 105%, un giorno di pena è stato contato come due, riducendo così il tempo trascorso nel Gulag di un giorno.
  4. Inoltre, a causa della ricostruzione socialista del dopoguerra, il governo sovietico aveva più fondi e quindi aumentava le scorte di cibo dei prigionieri.
  5. Fino al 1954, i prigionieri lavoravano 10 ore al giorno, mentre i lavoratori liberi lavoravano 8 ore al giorno. Dal 1954 in poi, sia i prigionieri che i lavoratori liberi lavoravano 8 ore al giorno.
  6. Uno studio della CIA su un campo di campionamento ha mostrato che il 95% dei prigionieri erano criminali tradizionali.
  7. Nel 1953, l’amnistia fu assegnata al 70% dei “criminali ordinari” di un campo di studio studiato dalla CIA. Entro i successivi 3 mesi, molti di loro furono nuovamente arrestati per aver commesso nuovi crimini.

Quelli che seguono sono estratti del documento della CIA, sottolineati e messi insieme per il lettore:

Questi fatti negano la narrazione che i prigionieri di Gulag non erano retribuiti.
Il lavoro fu effettivamente forzato; tuttavia, sono stati forniti premi materiali. I prigionieri furono pagati dal 1952 in poi e premiati con il cibo prima del 1952.

Secondo le fantasie borghesi, il “regime” sovietico cercava di affamare deliberatamente le popolazioni di Gulag. Tuttavia, in effetti, ci sono stati degli sforzi sovietici per aumentare l’approvvigionamento di cibo dei prigionieri, dopo la seconda guerra mondiale.

Il fatto che la giornata lavorativa fosse solo due ore in più rispetto a quella dei lavoratori liberi fino al 1954, e uguale a quella del lavoratore libero dal 1954 in poi, è una chiara dimostrazione delle tendenze egualitarie dello Stato sovietico.

Nel frattempo, il fatto degno di nota è che i criminali, non i “rivoluzionari democratici” sono stati inviati ai Gulag. Come in tutti i sistemi giudiziari, ci son stati certamente degli errori e alcune persone innocenti furono mandate nelle carceri; il punto però è che questo fatto è stato esagerato dalla stampa imperiale.

Confrontiamo il sistema sovietico con quello degli Stati Uniti. Il 13 ° emendamento consente la schiavitù carceraria, con molti prigionieri vittime di persecuzione razziale. Anche la dinastia Clinton aveva schiavi nella provincia dell’Arkansas (Notizie 2017).

I numeri

Secondo la pagina quattro di un altro documento della CIA (1989) intitolato “The Soviet Labour System: An Update”, il numero dei prigionieri nei Gulag “è cresciuto a circa 2 milioni” ai tempi di Stalin.

Queste cifre corrispondono alle statistiche sovietiche, riportate nei documenti sovietici declassificati.
Quello che segue è un documento archivistico sovietico declassificato del 1954 (Pykhalov), un estratto del quale è tradotto in inglese:

Durante il periodo dal 1921 ad oggi per crimini controrivoluzionari sono stati condannati 3.777.380 persone, che possiamo suddividere nel seguente ordine

  • 642.980 condannai alla pena capitale
  • 2.369.220 persone condannate nei campi e nelle carceri per un periodo di 25 anni o meno
  • 765.190 in esilio od espulsi.

Del numero totale di detenuti, approssimativamente 2.900.000 vennero condannati dal dalla polizia segreta(OGPU), dal Commissariato del popolo per gli affari interni(NKVD) mentre 877.000 persone vennero condannati dai tribunali speciali e dai di tribunali militari e dal collegio militare Spetskollegiev.

Va notato che da quando istituito per Decreto il consiglio speciale del NKVD, dal 3 novembre 1934 fino al 1 settembre 1953

  • 442.531 persone furono condannate, inclusa la pena capitale
  • 10.101 persone in prigione
  • 360.921 persone in esilio e espulsione (all’interno del Paese)
  • 57.539 persone altre punizioni (compensazione dei tempi di detenzione, espulsione all’estero, trattamento obbligatorio)
  • 3.970 persone …

Procuratore generale R. Rudenko
Ministro degli Interni S. Kruglov
Il ministro della giustizia K. Gorshenin

Gli archivi sovietici rimasero classificati per decenni, per poi essere rilasciati vicino o dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Inoltre, dopo la morte di Stalin, il capo dell’era staliniana dell’NKVD (ministero degli interni sovietico) Lavrenty Beria era già stato giustiziato da Krusciov, un forte antistalinista. Questi fatti rendono molto improbabile che l’intelligence sovietica abbia un giudizio pro-Stalin.

Lo storico italo-americano Michael Parenti (1997, pp. 79-80) analizza ulteriormente i dati forniti dagli archivi sovietici:

Nel 1993, per la prima volta, diversi storici hanno avuto accesso agli archivi della polizia sovietica precedentemente segreti e sono stati in grado di stabilire stime ben documentate della popolazione delle prigioni e dei campi di lavoro. Hanno scoperto che la popolazione totale dell’intero gulag a partire dal gennaio 1939, verso la fine delle Grandi Purghe, erano 2.022.976.

All’incirca in quel periodo, iniziò una purga dei purgatori, inclusi molti funzionari dell’intelligence e della polizia segreta (NKVD) e membri della magistratura e altri comitati investigativi, che furono improvvisamente ritenuti responsabili di eccessi del terrore nonostante le loro proteste di fedeltà al regime.

I campi di lavoro sovietici non erano campi di sterminio come quelli che i nazisti costruirono in tutta Europa. Non vi fu alcuno sterminio sistematico di detenuti, né camere a gas o crematori per disporre di milioni di corpi … […] la grande maggioranza dei detenuti nei gulag sopravvisse e infine tornò nella società quando gli fu concessa l’amnistia o quando sono terminati i loro termini.

In un dato anno, dal 20 al 40 percento dei detenuti sono stati rilasciati, secondo i registri dell’archivio. Ignorando questi fatti, il corrispondente di Mosca del New York Times (7/31/96) continua a descrivere il gulag come “il più grande sistema di campi di sterminio nella storia moderna”. “Quasi un milione di prigionieri furono rilasciati durante la seconda guerra mondiale per servire nell’esercito. Gli archivi rivelano che più della metà di tutte le morti nei gulag avvenute durante il periodo 1934-53 avvennero durante gli anni di guerra (1941-45), principalmente per malnutrizione, quando una grave privazione era il comune di tutta la popolazione sovietica. (Circa 22 milioni di cittadini sovietici morirono in guerra.)
Nel 1944, ad esempio, il tasso di mortalità nel campo di lavoro era di 92 per 1000. Nel 1953, con la ripresa postbellica, le morti nei campi erano scese a 3 per 1000.

“Tutti i detenuti gulag dovrebbero essere considerati vittime innocenti della repressione rossa?” Contrariamente a quanto siamo stati portati a credere, gli arrestati per crimini politici (reati controrivoluzionari) erano compresi tra il 12 e il 33 percento della popolazione carceraria, variando di anno in anno.
La stragrande maggioranza dei detenuti è stata accusata di reati non politici: omicidio, aggressione, furto, banditismo, contrabbando, truffa e altre violazioni punibili in qualsiasi società.

Quindi, secondo la CIA, circa due milioni di persone furono inviate nei Gulag negli anni ’30, mentre secondo gli archivi sovietici declassificati, 2.369.220 fino al 1954.
Rispetto alla popolazione dell’URSS in quel momento, così come le statistiche di un paese come gli Stati Uniti, la percentuale dei detenuti nei Gulag nell’URSS nel corso della sua storia era inferiore a quella degli Stati Uniti di oggi o dagli anni ’90.

In effetti, sulla base della ricerca di Sousa (1998), negli Stati Uniti c’era una percentuale maggiore di prigionieri (rispetto all’intera popolazione) di quanto non ci sia mai stata in URSS:

“In un articolo piuttosto piccolo apparso sui giornali dell’agosto 1997, l’agenzia di stampa FLT-AP ha riferito che negli Stati Uniti non c’erano mai state così tante persone nel sistema carcerario come i 5,5 milioni detenuti nel 1996. Ciò rappresenta un aumento di 200.000 persone dal 1995 e significa che il numero di criminali negli Stati Uniti è pari al 2,8% della popolazione adulta. Questi dati sono disponibili per tutti coloro che fanno parte del dipartimento di giustizia nordamericano.

Il numero di detenuti negli Stati Uniti oggi è di 3 milioni in più rispetto al numero massimo mai detenuto in Unione Sovietica!

In Unione Sovietica, c’era un massimo del 2,4% della popolazione adulta in prigione per i suoi crimini – negli Stati Uniti la cifra è del 2,8% ed è in aumento! Secondo un comunicato stampa emesso dal dipartimento di giustizia degli Stati Uniti il ​​18 gennaio 1998, il numero di detenuti negli Stati Uniti nel 1997 è aumentato di 96.100″

Conclusione

Considerando l’URSS una delle maggiori sfide ideologiche, la borghesia imperiale occidentale demonizzò Stalin e l’Unione Sovietica. Eppure, dopo decenni di propaganda, gli archivi declassificati sia degli Stati Uniti che dell’URSS hanno debugato insieme queste calunnie antisovietiche. Merita la nostra attenzione il fatto che la CIA – una fonte ferocemente antisovietica – abbia pubblicato documenti declassificati sfatando i miti antisovietici che promuoveva e continua a promuovere nei media mainstream. Insieme agli archivi sovietici declassificati, i file della CIA hanno dimostrato che la stampa borghese ha mentito sui Gulag.

Fonti

13th Amendment to the U.S. Constitution: Abolition of Slavery. (n.d.). Retrieved August 28, 2018, from https://www.archives.gov/historical-docs/13th-amendment

Central Intelligence Agency (CIA). (1989). THE SOVIET FORCED LABOR SYSTEM: AN UPDATE (GI-M 87-20081). Retrieved February 12, 2018, fromhttps://www.cia.gov/library/readingroom/docs/DOC_0000500615.pdf

Central Intelligence Agency (CIA). (2010, February 22). 1. FORCED LABOR CAMPS IN THE USSR 2. TRANSFER OF PRISONERS BETWEEN CAMPS 3. DECREES ON RELEASE FROM FORCED LABOR 4. ATTITUDE OF SOVIET PRISON OFFICIALS TOWARD SUSPECTS 1945 TO THE END OF 1955. Retrieved January 5, 2018, from https://www.cia.gov/library/readingroom/docs/CIA-RDP80T00246A032000400001-1.pdf

Hillary and Bill used ‘slave labour’. (2017, June 08). Retrieved June 10, 2017, from https://www.news.com.au/technology/online/social/hillary-and-bill-clinton-used-black-prisoners-for-forced-slave-labour-in-the-arkansas-governors-mansion/news-story/9af23848a5d44770b538c931c62460fe

Игорь, П. (n.d.). Книга: За что сажали при Сталине. Невинны ли «жертвы репрессий»? Retrieved August 28, 2018, from https://www.e-reading.club/bookreader.php/1008874/Pyhalov_-_Za_chto_sazhali_pri_Staline._Nevinny_li_zhertvy_repressiy.html

Parenti, M. (1997). Blackshirts and reds: Rational fascism and the overthrow of communism. San Francisco, Calif: City Lights Books.

Sousa, M. (1998, June 15). Lies concerning the history of the Soviet Union. Retrieved August 27, 2018, from http://www.mariosousa.se/LiesconcerningthehistoryoftheSovietUnion.html

The Death of Lavrenty Beria. (2015, December 23). Retrieved August 31, 2018, from http://www.historyinanhour.com/2010/12/23/lavrenty-beria-summary

Tracy, J. F. (2018, January 30). The CIA and the Media: 50 Facts the World Needs to Know. Retrieved August 28, 2018, fromhttps://www.globalresearch.ca/the-cia-and-the-media-50-facts-the-world-needs-to-know/5471956   

Traduzione da https://stalinistkatyusha.wixsite.com/stalinist-katyusha/single-post/2018/10/04/The-Truth-about-the-Soviet-Gulag—Surprisingly-Revealed-by-the-CIA

LA CONTRAFFAZIONE DEL “TESTAMENTO DI LENIN”

La Lettera al Congresso, conosciuta sotto il nome di “Testamento” fu dettata da Lenin dal 23 al 26 dicembre 1922 e il “supplemento alla lettera del 24 dicembre 1922” il 4 gennaio 1923. Ne fu data lettura ai delegati del XIII Congresso che si tenne dal 23 al 31 maggio 1924. Il congresso decise all’unanimità di non pubblicarla, considerando che, essendo rivolta al congresso, non ne era stata prevista la pubblicazione sulla stampa.
Per decisione del CC del PCUS, queste lettere di Lenin furono portate a conoscenza dei delegati del XX Congresso del PCUS e poi delle organizzazioni del partito.

Dalla “Lettera al Congresso”:

I. “Il Compagno Stalin, divenuto Segretario Generale, ha concentrato nelle sue mani un’autorità illimitata, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza. D’altro canto, il compagno Trotsky, come ha già dimostrato la sua lotta contro il CC nella questione del Commissariato del Popolo per le Comunicazioni, si distingue non solo per le sue eminenti capacità. Personalmente egli è forse il più capace tra gli uomini nell’attuale CC, ma ha un’eccessiva sicurezza di sé e una tendenza eccessiva a considerare il lato puramente amministrativo del lavoro”. 25 dicembre 1922 Registrato da M. V. (V. I. Lenin, Opere, Vol. 36, Mosca, 1971, pp. 594- 595).

II. “Stalin è troppo rude, e questo difetto, del tutto tollerabile nell’ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile in un Segretario generale. Perciò io suggerisco ai compagni di pensare alla maniera di rimuovere Stalin da questo incarico e di nominare al suo posto un altro uomo che a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin nel presentare solo vantaggio, quello cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza può apparire come un dettaglio trascurabile. Ma io penso che dal punto di vista delle misure di sicurezza contro una scissione e dal punto di vista di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotsky non è un dettaglio, ovvero è un dettaglio che può avere un’importanza decisiva”. Registrato da L. F. 4 gennaio 1923 (op. cit. p. 596).

Queste lettere del cosiddetto testamento non appartengono a Lenin

Tra i miti che sono legati alla vita e all’opera di V. I. Lenin, il più subdolo, raffinato e al tempo stesso il più distruttivo nelle sue conseguenze politiche ed ideologiche è il mito del cosiddetto “Testamento Politico” di V. I. Lenin, che raccoglie un certo numero di documenti, conosciuti anche come “Ultimi articoli e lettere”. Il problema scientifico che ci troviamo di fronte consiste nell’accertare che ciascuno di questi documenti sia effettivamente opera di V. I. Lenin.
Quindi l’esame di tutti questi documenti è una questione di verifica. Queste lettere sono dattilografate. V. I. Lenin non ha firmato nessuno di questi documenti o lettere, ed essi non possono essere verificati come tali.
Queste lettere del cosiddetto testamento non appartengono a Lenin Tra i miti che sono legati alla vita e all’opera di V. I. Lenin, il più subdolo, raffinato e al tempo stesso il più distruttivo nelle sue conseguenze politiche ed ideologiche è il mito del cosiddetto “Testamento Politico” di V. I. Lenin, che raccoglie un certo numero di documenti, conosciuti anche come “Ultimi articoli e lettere”. Il problema scientifico che ci troviamo di fronte consiste nell’accertare che ciascuno di questi documenti sia effettivamente opera di V. I. Lenin.
Quindi l’esame di tutti questi documenti è una questione di verifica. Queste lettere sono dattilografate. V. I. Lenin non ha firmato nessuno di questi documenti o lettere, ed essi non possono essere verificati come tali. La firma otto il testo battuto a macchina è “AM. V.” o “L.F.” Queste iniziali non possono sostituire un documento autografo o una copia firmata da Lenin. E’ un fatto che la paternità di Lenin riguardo questi documenti, resa pubblica fin dall’inizio, malauguratamente non è mai stata messa in dubbio. Vi è stato il riconoscimento del fatto che essi sono stati scritti da V. I. Lenin. Ciò è stato accettato persino dallo stesso Stalin. Questa situazione, ovviamente, ha dato un considerevole aiuto ai revisionisti che erano ancora nella direzione del PCUS dopo la morte di Lenin. La storia dimostra che questi “documenti” sono diventati parte di un “intrigo”.
Tuttavia, un’analisi scientifica esige che tali documenti siano esaminati dal punto di vista storico. Le analisi storiche non devono essere concepite per mostrare o provare che questo o quel documento non appartengono a V. I. Lenin. Piuttosto l’onere della prova deve pesare nell’altro senso: l’analisi deve provare che queste lettere appartengono effettivamente all’insieme delle opere che ricadono sotto la paternità di V. I. Lenin.
Parlando concretamente, nell’analisi del cosiddetto “Testamento” si applica la seguente logica: voi potete dividere i documenti in due parti:
1. Quelli in cui la paternità di Lenin è dimostrata completamente e senza alcun problema attraverso metodi differenti
2. Quelli in cui la paternità di Lenin non può essere provata tramite alcun mezzo scientifico.
A questo proposito dobbiamo dichiarare con forza che in nessuno dei testi di Lenin inconfutabilmente riconosciuti, e nella loro forma originale, è presente alcun pensiero o un’espressione contro Stalin. Tuttavia, in questa parte del controverso “Testamento” di V. I. Lenin (vale a dire ciò che noi riteniamo non appartenere alla mano di Lenin) avviene esattamente l’opposto: essa è piena di anti stalinismo ed è politicamente motivata a questo fine.

Il Testamento

In realtà, la parte del “Testamento” di Lenin è basata sui seguenti articoli:
* Le “Pagine degli appuntamenti dal suo diario quotidiano “
* “Come dobbiamo riorganizzare Rabkrin?”
* “Meglio meno, ma meglio”
* “Sulla nostra Rivoluzione”.
Questi articoli sono stati resi pubblici e pubblicati dall’inizio di gennaio fino ai primi di marzo del 1923. Inoltre la sua dettatura della “Lettera al Congresso” è stata effettuata tra il 26 e il 29 dicembre del 1922, e tratta della riorganizzazione del Comitato Centrale e del livello delle ispezioni degli operai e dei contadini e dei compiti del Gosplan.
Infine, un articolo: “Sulla Cooperazione”, è datato 4- 6 gennaio 1923.
Non tutti questi documenti sono firmati da Lenin. Ma il testo, il lavoro compiuto su di essi (o sulle loro singole fasi) sono fissati in differenti documenti dalla segreteria di Lenin, durante l’attività svolta su di essi. Le date sono anche fissate nei documenti del Politburo. Tutto ciò conferma la loro autenticità. In altre parole, e questa è un’affermazione facile da verificare, ciò significa che quando V. I. Lenin lavorava su questi documenti, o dopo che essi sono stati terminati, egli era sempre in grado di sorvegliare il loro completamento. In definitiva, questi documenti concordano in parecchi punti, e sono confermati dai documenti che V. I. Lenin ha ricevuto dopo il loro perfezionamento da parte della segreteria. Lenin li ha ricevuti per dare la sua approvazione finale, oppure li ha usati come riferimento, quando la discussione era ancora in corso all’interno del Comitato Centrale del partito. Questi documenti interni non sono contraddittori tra loro, né mostrano degli atteggiamenti antagonistici all’interno della direzione. In questi documenti ci sono delle idee sviluppate, ma nessuna distinzione principale dagli scopi di altri documenti. Infine, essi non sono in contrasto con altre raccomandazioni fatte da V. I. Lenin. Si può dire che c’è coerenza in seno e tra questi documenti.

Attacco contro Stalin

Il secondo gruppo di documenti – in cui “le parti che non sono di Lenin” possono essere rintracciate nel “Testamento di Lenin”, presenta assolutamente un altro tipo di problemi. Questi problemi possono essere riassunti come segue:
1. Noi vediamo una nota caratteristica, che si legge come “dettata da V. I. Lenin”. Questo accade il 24-25 dicembre 1922 e il 4 gennaio 1923. E’ qui che noi troviamo la base per un attacco contro G. V. Stalin. Stalin era sicuramente, in effetti, il luogotenente di V. I. Lenin ed un leader del partito. 2. Si sostiene la presunzione che esiste una lettera politica, “dettata” il 5-6 marzo 1923 (a Trotsky, Mdivani, Makharadze) con una dichiarazione di solidarietà con loro.
3. Si suppone la lettera-articolo indirizzata a Stalin con una “minaccia di interrompere i rapporti personali” tra Lenin e Stalin. Tutto ciò ci mostra che Lenin stesso non era l’autore, e che non vi è alcun testimone esterno del fatto che Lenin scrisse questa lettera! Nondimeno il lettore può chiedere: da dove otteniamo questa informazione su questo documento? La nostra analisi è confermata:
1. Dal cosiddetto “Diario quotidiano delle segretarie” di V. I. Lenin;
2. Dalle persone che hanno consegnato questi documenti al Plenum del Comitato Centrale del PCUS.
Esaminiamo questi due punti in dettaglio.
“Il Diario” della Segreteria è il più rilevante e, finora, questo documento non è mai stato messo in discussione. Tuttavia esso non è mai stato esaminato in dettaglio dal punto di vista scientifico e storico. In realtà era inutile fare ciò, poiché oggi è noto ed accettato che questo “Diario” dopo il 18 dicembre 1922 non è più considerato come un documento del lavoro quotidiano della Segreteria di Lenin. Ciò perché esso è il lavoro di nuovi autori, allo scopo di assicurare dei cambiamenti da effettuare, laddove possibile, su dati temi teorici e politici, da parte di artefici che a quel tempo erano ben nascosti.
Realisticamente parlando esso è un documento inventato, falso.
Giudicate voi stessi. L’inizio della malattia di Lenin, il 18-19 dicembre 1922, ha visto Lenin dover di fatto smettere di occuparsi della fase centrale del suo lavoro. Sfortunatamente, durante questo periodo la sua Segreteria ha praticamente cessato di funzionare, ed i diari quotidiani non sono registrati. I progetti sono rimandati. Ma quando questi “Diari” vengono di nuovo redatti, noi troviamo delle “versioni” completamente nuove rispetto a ciò che si è supposto Lenin abbia dettato. Nei “Diari” ci sono intere pagine vuote, le annotazioni vi sono collocate solo irregolarmente. Tra le pagine dove c’è qualche annotazione, durante questo periodo ci sono delle pagine vuote. Ciò ha in effetti dato ai promotori del “Testamento” l’opportunità di riempire le pagine che erano vuote.

Miracoli cronologici
Questo è confermato dai successivi periodi di tempo o dall’analisi cronologica, che proverà a dimostrare che L. A. Fotieva (una delle segretarie che redigevano i “Diari”) avrebbe dovuto fare un’annotazione per il 28 dicembre 1922 e per i giorni 4-9-19-24 gennaio 1923. M. V. Volodicheva da parte sua promise di riempire queste date per il 26 dicembre ed il 17 marzo. Ma questo non è tutto, qualcos’altro “appare” nel calendario del “Diario”, o nella Segreteria, ad opera di Fotieva e Volodicheva. Ne risulta una buffa sequenza di date. Dopo il 30 gennaio c’è un’annotazione, segnata il 26 gennaio, quindi di nuovo un’annotazione il 30 gennaio. Sembra che l’annotazione del 24 non sia peggiore dell’annotazione del 30.
L’annotazione finale, in terza battuta, è anch’essa del 30 gennaio 1922.
Le annotazioni di febbraio sono difettose come quelle di gennaio: il 10 febbraio, le segretarie scrivono nel “Diario” un’annotazione sulla mattina del 7; dopo ciò sulla mattina del 9; segue un’annotazione per la sera del 7, poi un’annotazione per la mattina del 9 e quindi per la serata del 7. Ma nella mattina del 9 esse spariscono per riapparire di nuovo per la seconda volta in febbraio. La fine di questo balletto nelle annotazioni del “Diario” sopraggiunge il 9 febbraio.
Ciò dimostra dunque in breve che tutte queste date sono state manipolate, e che davanti a noi non c’è il documento che questi nemici tentano di presentarci come l’originale. Delle analisi scientifiche sugli scritti del “Diario” quotidiano ci mostrano che, da dopo il 18 dicembre, la moglie di Stalin, N. S. Allieueva, non scriveva su questo “Diario”, in quanto facente parte della segreteria di V. I. Lenin, sebbene essa abbia continuato a lavorare nella Segreteria con altre funzioni.
Nel “Diario”, appaiono dunque degli inserimenti, alle pagine del 23-24 dicembre e del 17 e 30 gennaio. Questo mostra che ci sono delle aggiunte inserite dopo che il “Diario” è stato compilato. Tutti questi “stili ineguali” inseriti nel “Diario” si spiegano sulla base del fatto che il lavoro su di esso non era stato completato. Qualcosa sembra aver impedito l’ulteriore falsificazione di questo “Diario” così come era stato deliberatamente deciso. A parte il “Diario” delle segretarie, esistono note scritte quotidianamente dei dottori che si occupavano di V. I. Lenin. Tra i “diari” delle segretarie ed i documenti scritti dai dottori, troviamo molte differenze riguardo ai dettagli, alle date e ad altre annotazioni.
Ad esempio, le segretarie nel “Diario” mantengono il silenzio circa il lavoro di V. I. Lenin, mentre i medici ne hanno scritto: il 25, 29, 31 dicembre, il 1-4, 10, 13, 16-27 gennaio, quindi il 18-20, il 25-27 febbraio, ed infine il 2 e 3 marzo. Ciò ammonta a 20 giorni di differenza tra le annotazioni dei dottori e la totale mancanza d’annotazioni da parte delle segretarie. Vi è anche un esempio nella direzione opposta, allorché V.I. Lenin non ha lavorato con le segretarie, mentre invece le segretarie ci dicono che avevano ricevuto delle dettature da parte di V. I. Lenin il 24-26 gennaio, e il 3,9,10,12,14 febbraio. Si tratta di una discordanza di ulteriori otto giorni con le altre annotazioni dei dottori. Immaginate un “diario”, che è una documentazione quotidiana degli eventi, in cui 28 giorni su 72 non coincidono o sono completamente l’opposto (rispetto ad altre fonti, N.d.T.)!
E’ molto interessante notare cosa accadeva durante queste “date discutibili”, in cui il lavoro è stato presumibilmente svolto dalle segretarie. E’ in questo periodo che compare l’informazione sul testamento di Lenin e la sua critica contro G. V. Stalin, rispetto alla questione della costruzione di uno stato nazionale; evento che ha tutti gli elementi essenziali di una “bomba” messa lì apposta per Stalin.
Ne segue, che è proprio questa informazione, “inserita” nel “Diario”, a diventare la base presunta della tesi della paternità di Lenin di tale “articolo”, di e delle lettere del 5-6 marzo 1923.

Il lavoro di Trotsky
La situazione non può essere sanata dalle diverse memorie di Trotsky o delle segretarie di V. I. Lenin, Fotieva, Volodicheva, Glyasser. Tutte queste memorie cercano di dare autorità e credito al fatto che questi documenti sono stati effettivamente scritti da V. I. Lenin. Tutti costoro cercano di dimostrare “le basi storiche ed attuali” di questi documenti.
Ma il confronto tra questi stessi documenti secondari mostra chiaramente così tante serie contraddizioni con i documenti e gli scritti dei dottori, e discrepanze tra loro stessi, che quanto da loro riportato non può essere accettato come veritiero; e non può dunque aiutare a stabilire la paternità di V. I. Lenin nei confronti di questi documenti e testi. Se la semplice logica non basta a convincerci non ci resta che credere alle loro parole. Ma questo può far piacere solo a chi vuol essere imbrogliato.
La storia della pubblicazione di questi documenti e la loro utilizzazione nelle lotte politiche non ha niente a che vedere con quanto scritto nell’ultimo testamento, consegnato da V. I. Lenin al partito tramite il vertice del CC del partito, il Politburo ed i suoi compagni di lotta più vicini.
In primo luogo, un tale appello segreto non era nello spirito di V. I. Lenin, esso non appartiene al suo metodo politico di lavoro.
In secondo luogo, questi documenti scritti non sono stati dettati in circostanze normali, poiché V. I. Lenin ha avuto ampia opportunità di fare apertamente appello al partito con qualunque suggerimento egli ha considerato opportuno e necessario. Non vi era alcun “regime carcerario” ipoteticamente instaurato da Stalin mentre V. I. Lenin era vivo. La presenza nel CC del PCUS e nel Politburo di differenti gruppi politici, e la lotta tra di loro, assicura la sconfitta di qualsiasi tentativo di nascondere i documenti di Lenin.
In terzo luogo, sarebbe stato illogico rimandare qualsiasi decisione su non importa quali questioni, dalle quali dipendeva la vita del partito o il futuro della rivoluzione, a qualche decisione futura, ad un Congresso del partito. Non era certo quando, dopo la presumibile scomparsa di V. I. Lenin, si sarebbe tenuta una riunione posposta, poiché non era tra l’altro certo quando Lenin, ammalato in modo critico, sarebbe morto.
Tutti questi esempi dimostrano che i documenti non erano autentici. Ma vogliamo riflettere su chi erano gli autori del “Testamento”? Chi poteva trarre profitto da esso? Gli autori di questa leggenda del “Testamento di Lenin” sono Trotsky, Fotieva, Zinoviev, Bukharin. Essi “hanno inserito” questi testi nell’arena politica assai prima della morte reale di V. I. Lenin. Essi hanno atteso finché Lenin non fosse più capace di scrivere, dettare o leggere i materiali, hanno redatto questi documenti come un metodo politico di lotta contro G. V. Stalin. Trotsky, con l’aiuto di una delle segretarie, la Fotieva, ha composto il cosiddetto articolo “Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione” . Mentre hanno fatto questo, essi hanno apertamente dichiarato di non aver ricevuto alcuna direttiva, ma di essersi basati sulla richiesta di V. I. Lenin e di non aver saputo quando questa è stata fatta.
Ma la manovra da parte di questi elementi non ebbe successo, perchè lo stato dell’URSS fu proclamato al XII Congresso del partito. In questo Congresso essi tentarono, basandosi sul “testo di Lenin”, di smembrare l’URSS che era stata appena adottata dal Congresso.
Malgrado i loro sforzi, questi elementi non sono stati capaci di dissolvere l’URSS appena formata. La battaglia contro di essi è stata condotta da G. V. Stalin. E’ proprio durante questo periodo del dibattito sull’URSS che “l’articolo” apparentemente scritto da V. I. Lenin è stato distribuito da Trotsky ed è stato consegnato alla Segreteria di V. I. Lenin per essere registrato nel “Diario”!
Dopo il Congresso, l’intensa lotta di Trotsky contro G. V. Stalin entrò in una nuova fase. Alla fine del maggio 1923, Krupskaya (la moglie di Lenin, N.d.T.) dà a Zinoviev il testo di un “materiale dettato” del 24-25 dicembre 1922 – che costituisce una parte delle “caratteristiche delle persone nel CC”. Essa non lo consegna alla Segreteria del CC, come avrebbe dovuto fare, non nelle mani del Politburo, ma solamente ad uno dei suoi membri, che aspirava a guidare il paese.
Inoltre, Zinoviev era molto amareggiato ed invidioso per la crescita di autorità e prestigio di G. V. Stalin. Zinoviev quindi informa i membri ed i candidati membri del Politburo ed il Presidium della Commissione Centrale di Controllo. Circa il desiderio apparentemente espresso di V. I. Lenin riguardante questo materiale dettato, ossia che tale lettera era per il Congresso, Krupskaya non ne fece neppure cenno, né la consegnò in tempo utile per il Congresso. Eppure ella disse che “questo documento dovrebbe essere consegnato solo al Comitato Centrale”. La leggenda su questa lettera riappare frequentemente ed ha avuto serie ripercussioni. Questa lettera nacque durante le lotte interne in seno al partito. Due mesi più tardi Zinoviev e Bukharin informarono G. V. Stalin, Segretario Generale del PCUS, eletto dall’ultimo Congresso, sull’esistenza di questa “lettera” (ossia la “lettera dettata” il 4 gennaio 1923). Questo avveniva durante le manovre di Zinoviev e Bukharin finalizzate a mettere il lavoro di G. V. Stalin sotto la direzione di un partito che era sotto il loro controllo, assieme a Trotsky.
Essi hanno cercato di utilizzare l’autorità di V. I. Lenin.
Queste cosiddette “lettere dettate” sono diventate il mezzo per spogliare Stalin della sua autorità, poiché essi stessi non avevano sufficiente autorità personale per sostituire G. V. Stalin. I nemici interni avevano riunito le loro forze per sfidare Stalin, basandosi solamente sulle presunte “lettere dettate” di V. I. Lenin.

Il meccanismo della falsificazione
La storia di questi documenti e della loro pubblicazione, non fornisce alcun esempio concreto circa la paternità di V. I. Lenin di questi documenti. Anche lo stile con il quale essi sono composti, ed altre particolarità, costituiscono argomentazioni contro questa paternità. Il contenuto e le “caratteristiche”, come per premeditazione, si sono “offuscati” col tempo. Offuscati, a tal punto, che gli argomenti sul loro contenuto, costituiscono ancora oggi oggetto di discussione.
Ad esempio, la prima risposta, da parte di Tomsky, fu questa: “Nessuno qui, tra le grandi masse, ne capirà il significato”.
Nel testo noi non possiamo trovare alcuna evidenza che dimostra che esso sia stato composto e dettato da V. I. Lenin. Eppure c’è qualche luce nelle torbide acque di questo testo. Tra tutte le falsità e gli incomprensibili pensieri che l’autore di questo testo ha cercato di comunicare, non si può dubitare su quanto egli ha voluto dire: sbarazzatevi di G.V. Stalin come Segretario Generale del Comitato Centrale. La medesima cosa si può dire per le lettere del 5-6 marzo. Non c’è alcuna firma di V. I. Lenin, né c’è alcuna registrazione di questa lettera negli schedari della Segreteria. Ciò può essere spiegato. Dobbiamo capire per quale motivo queste “lettere” non sono state utilizzate da Trotsky, Mdivani ed altri, al XII Congresso del partito, nella lotta contro G. V. Stalin sulla questione della costruzione dello stato nazionale.
La lotta era feroce ed i nemici hanno cercato di utilizzare per intero l’autorità di V. I. Lenin e i documenti. Ma questi documenti sono stati “dati al mondo” in modo completo molto più tardi. Trotsky cominciò ad utilizzare questi documenti solamente nell’autunno del 1923. Queste lettere sono state rese pubbliche solamente dopo il fallito tentativo di sbarazzarsi di Stalin come Segretario Generale. Trotsky cercò di promuovere l’idea che vi era un blocco di comprensione e cooperazione tra lui e V. I. Lenin contro G. V. Stalin. L’abuso, sia politico che psicologico, andava avanti a piena velocità. Ma Stalin resistette a questo attacco.

Nemici dell’URSS contro Lenin e Stalin
La questione della presunta lettera di Lenin a Stalin in cui egli si dice pronto a interrompere i rapporti personali con lui richiede uno studio maggiore. Dobbiamo precisare qui che tutta la storia delle lettere dettate e della loro presunta consegna a G. V. Stalin è molto oscura e contraddittoria. Lasciamo che il lettore faccia le sue considerazioni.
Per questo noi ci riferiremo al testo seguente: M. I. Ulyanova e M. V. Volodicheva (in V. I. Lenin, Opere Complete, vol. 45, p. 486; Izvestia CC PCUS, 1989, N. 12, p.198-9). Volodicheva ha dichiarato che essa stessa ha scritto la lettera dettata. Ma, in qualche modo, questo documento è in due copie differenti, presenta due versioni diverse; una è stata scritta e firmata da V. I. Lenin, l’altra come se fosse della Volodicheva, dall’inizio alla fine porta dei cambiamenti che la rendono irriconoscibile. Com’è possibile che anche questa seconda versione sia firmata? Perché vi sono due risposte da parte di Stalin? Perché G. V. Stalin scriverebbe due versioni di una lettera a V. I. Lenin sulla questione della presunta critica di Lenin contro Stalin? E perché neppure una di queste risposte di G. V. Stalin arrivò mai nelle mani di V. I. Lenin? Il periodo di tempo tra la risposta di Stalin (il 7 marzo) e l’inabilità fisica alle normali funzioni di V. I. Lenin (il 10 marzo), avrebbe permesso tempo sufficiente per consegnare una risposta da un ufficio ad un altro. L’articolo sulla questione della nazionalità è incredibile, su parecchi punti. Non solo la situazione politica a quel tempo era completamente inattesa da V. I. Lenin; non è possibile attribuire la russofobia a V. I. Lenin; ma è impossibile riconoscere Lenin anche dalla stessa formulazione di questo articolo. Un esempio: “Ho già scritto nei miei lavori circa la questione nazionale”. Ed ancora: l’autore suggerisce di attendere, fino a quando non ci saremo impadroniti dell’apparato di governo. Lenin non ha proposto tali problemi nel dicembre 1922.
Se dobbiamo seguire questo “ragionamento” non solo l’URSS non sarebbe esistita, ma anche la Repubblica Sovietica Caucasica non avrebbe dovuto essere formata. Ma V. I. Lenin ha combattuto per ottenere la formazione di questa Repubblica, contro Mdivani ed i suoi sostenitori. Oltre a ciò, quindi ne consegue che persino la Repubblica Federativa Sovietica Russa non avrebbe dovuto essere stata formata, poiché l’apparato non era ancora “il nostro”!
L’autore mischia la realizzazione del diritto delle repubbliche-nazioni di separarsi dall’URSS, come garantito dalla Costituzione, insieme con la questione della qualità dell’apparato governativo dello Stato!
Ma, “l’apparato di governo” non fu, o non è, l’entità legale per conferire questo diritto. Questa è costituita dai Deputati dei Popoli che siedono nel Soviet Supremo dell’URSS – l’apparato di governo è proprio il servitore e il mittente delle decisioni. Lenin sapeva perfettamente, da chi, e dove e come questo problema veniva deciso. Esso sarebbe deciso solo nel sistema della dittatura del proletariato, che egli ha formato e rafforzato. L’argomentazione offerta nelle “lettere” non è tratta dall’arsenale di V. I. Lenin. Questa sorta di argomenti noi la troviamo solamente nelle dispute interne dei nazional-separatisti. In conclusione, sollevare il problema dell'”autonomia”, dopo che la questione dell’URSS era stata decisa, non era la proposta di V. I. Lenin, né ciò era consono ai suoi principi. Ciò avrebbe significato ritornare ad una questione, che già era stata respinta da tempo. Alla fine del 1922, nessuno ha nemmeno parlato di tale questione della formazione dell’URSS sulla base dell’autonomia. Questo perché tutti si espressero contro la questione dell’autonomia, che avrebbe significato in effetti la liquidazione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica della Russia. Dov’è qui l’approccio di Lenin in tale materia? L’autore di questo “articolo di Lenin”, deve essere ricercato, fra i nemici dell’unità delle repubbliche Sovietiche e della federazione.
Lenin non fa parte di questi elementi, di questi nemici dell’unità delle Repubbliche Sovietiche. In questo campo c’erano tre blocchi distinti influenzati da Mdivani, Svanidze e Rakovski. L’identità dell’autore di questo articolo deve essere cercata in questi ambienti, ma vi sono dei fatti che suggeriscono che il suo autore non era altri che Trotsky. V. I. Lenin non poteva essere stato questo autore. Sfortunatamente, non c’è ancora nessuna solida prova riguardo chi sia il suo autore, ma i fatti puntano tutti verso Trotsky

Lenin per Stalin, Trotsky contro
L’analisi dei pensieri politici di questo falso “testamento” dimostra che esso non rappresenta realisticamente la lotta politica che covava allora all’interno del Comitato Centrale del partito, nel quale Lenin ha giocato il ruolo teorico principale. La realtà politica è che G. V. Stalin non ha nominato se stesso Segretario Generale.
Ma era V. I. Lenin che, cercando qualcuno che lo rimpiazzasse, all’XI Congresso del partito fece ogni sforzo per assicurarsi che G. V. Stalin divenisse il Segretario Generale. V. I. Lenin allora non inviò documenti, lettere o proposte, per dire che Stalin non era in grado di diventare il Segretario Generale. Lenin non ha mai usato tale linguaggio in nessuno dei suoi discorsi, dei suoi consigli o dei suoi commenti. Il “Testamento” di Lenin non rispecchia affatto ciò. Giudicate voi stessi. Lenin vide nella nostra rivoluzione una buona prospettiva, mentre Trotsky si limitò a continuare a ripetere la necessità di una rivoluzione permanente (gennaio e novembre 1922). Lenin promosse la fusione finale del partito e del governo, mentre Trotsky fu contrario a ciò, proponendo il suo rabberciamento. Lenin fu per la riorganizzazione dell’Ispezione Operaia e Contadina, mentre Trotsky fu per la sua liquidazione. Lenin fu per lo sviluppo del Gosplan come commissione di esperti, Trotsky perché esso diventasse un piano operativo, ecc. ecc. In questa situazione è possibile che Lenin abbia scritto un attacco personale contro Stalin, il suo più stretto alleato politico, ed abbia proposto che la carica più alta dovesse andare al suo rabbioso avversario Trotsky? Noi non possiamo affatto adottare questo punto di vista. Una comprensione realistica del “Testamento” di Lenin è differente. Essa dà nelle mani degli alleati di Lenin, delle munizioni per ulteriori lotte contro Trotsky nelle serie questioni della rivoluzione socialista.
Giungiamo ad una conclusione.
Noi abbiamo una base per dichiarare che Lenin non fu l’autore di questi articoli, lettere o altri documenti. Questo fatto necessita di correzioni storiche in modo che gli insegnamenti di Lenin vengano depurati da queste falsificazioni. Noi dobbiamo comprendere il Testamento di Lenin nel contesto della vita politica di quel tempo, delle lotte politiche condotte da V. I. Lenin nel 1921-1922 contro Trotsky. Questa lotta è stata intrapresa da Lenin con Stalin come suo alleato leale, il quale ha promosso e seguito la linea di lotta di Lenin, e dopo la morte di Lenin si è fatto carico del pesante fardello di continuare la lotta contro Trotsky. La parte inventata del “Testamento” può essere compresa soltanto in un contesto storico molto più ampio, nel contesto della lotta all’interno del CC del partito contro Trotsky e il suo gruppo. All’interno di questa lotta è stata combinata una lotta contro Stalin che fu consolidata e promossa da Zinoviev, che era anti-leninista. Oggettivamente, l’intero piano di entrambi questi raggruppamenti era di allontanare Stalin dalla direzione con l’aiuto dell’autorità di V. I. Lenin e cambiare così il corso politico del Partito Comunista Russo.
Dobbiamo essere veramente coscienti che la base della lotta per la direzione fu una lotta storica per la questione principale della rivoluzione socialista. Ragioni di spazio non ci consentono di andare oltre nel ragionamento. Possiamo soltanto dichiarare che negli “archivi di Trotsky”, dopo la “lettera” di Lenin sulle caratteristiche di Stalin, la copia include un emendamento redatto nella scrittura propria di Trotsky che dichiara: “Ho pubblicato la mia copia. L. Trotsky”.

La contraffazione continua
I miti che sono alimentati sulla base degli ultimi articoli e delle lettere di V. I. Lenin non sono cessati neppure più tardi, anni dopo la morte di V. I. Lenin. In questo contesto Krusciov e Gorbaciov hanno fatto loro proprie aggiunte ed interpretazioni. Parti delle lettere di Lenin sono state adoperate per soddisfare un bisogno dei nemici dei tempi attuali. Esse sono state impiegate principalmente con un carattere anti stalinista.
Ad esempio, nella lettera del 23 dicembre, c’è una frase: “Vorrei condividere questo con Voi…”. Nella pubblicazione da parte di questi nemici contemporanei, è scritto come “con voi” attribuendo così un significato totalmente nuovo a ciò che Lenin ha affermato. Lenin lo ha dichiarato al Congresso del Partito, rivolgendosi ad esso con il titolo “Voi”, che merita. Questo modo di rivolgersi era in contrasto con il “voi” che si rivolge a chiunque, in opposizione ad una entità eletta dal popolo. Questa lettera è anche registrata nella segreteria di Lenin come una lettera a G. V. Stalin per il Congresso. Ciò conferma ancora di più la sua essenza, avendola indirizzata con il “Voi”. Ma Nikita Krusciov ha deciso che per lui, sarebbe più vantaggioso lanciare la critica a Stalin. Nella frase: – la parola “corti” è stata cambiata nelle parole “codice di legge”.
Questo non solo falsifica le parole di V. I. Lenin, ma lascia la frase senza alcun significato. Quante corti possono esserci nel partito e che tipo di corti sono? Nel lessico politico di V. I. Lenin negli ultimi anni, le cose sono chiare. Con la parola “corti”, egli ha inteso i differenti oppositori, sempre pronti a criticare il partito ed a cercare di cambiare il suo corso. Tra questi “giudici di corte”, c’era in primo luogo Trotsky ed il suo gruppo.
E’ contro questi “giudici” che Lenin ha combattuto una lotta aspra, così come ha fatto anche G. V. Stalin, l’amico e l’aiutante principale di V. I. Lenin, al quale è stata scritta questa lettera. Sono questi i “giudici”, che sono stati chiamati a tal riguardo “critici” e “nostri Suhanoviti”, a cui Lenin si riferisce nella sua dettatura del 26 dicembre ed anche nell’articolo “Sulla nostra Rivoluzione” (Lenin, vol. 45, p. 347, 383, 385.). La frase: “50-100 membri del CC il nostro partito deve esigerli dalla classe operaia”, è stata cambiata con: “…il nostro partito ha il diritto”. Lenin ha dichiarato che il CC esige 50-100 nuovi membri per il Comitato Centrale allargato, mentre i falsificatori dicono “il partito chiede”. Una tale falsificazione era necessaria, affinché la lettera a G.V. Stalin fosse considerata come una lettera al Congresso del partito, anziché uno scambio di idee tra Lenin e Stalin.
Nell’articolo di V. I. Lenin “Come dobbiamo riorganizzare Rabkrin?”, che è stato falsificato dai nemici, l’articolo afferma: “che nessuna autorità, ne del Segretario Generale, ne di nessun altro membro del CC può immischiarsi nel lavoro della Commissione Centrale di Controllo, o ha il diritto di affidare alla Commissione di Controllo qualsiasi questione quanto al suo lavoro…” (Lenin, Opere complete, (in Russo), Volume 4, (sic) pag. 387).
La nomina del Segretario Generale è inserita per essere ritenuta ed usata contro G. V. Stalin. Secondo gli archivi (come scritto sulla Pravda, 25 gennaio 1923) parole come Segretario Generale non sono state trovate da nessuna parte. La frase che è stata impiegata era: “nessuna autorità potrà essere impiegata…”. Questa è una falsificazione aperta, che serve a provare e dimostrare che questo è “un documento” di critica di Lenin nei confronti di Stalin, falsificando così l’intera comprensione del testamento.

Provocazione ideologica
E’ ora noto quale significato fu attribuito all’articolo “Sulla Cooperazione” durante il periodo della perestroika.
Con questo articolo scritto da Lenin, i revisionisti hanno cercato di eliminare qualsiasi altro scritto di V. I. Lenin. Sotto questo slogan, essi hanno dichiarato che era necessario rivalutare tutti gli aspetti del socialismo. Anche non c’è assolutamente nessuna parola di questo genere in V. I. Lenin, essi hanno cercato tuttavia di utilizzarlo, nell’ideologia della “perestroika”. Questa è una faccenda di spudorata falsificazione.
Negli scritti di Lenin non c’è una parola od un’articolo “Sulla Cooperazione”, ma c’è una prima e una seconda “edizione” di questo articolo. Lenin, mentre lavorava su questo articolo non era ancora soddisfatto del suo scritto, qualcosa nella sua mente lo persuase che avrebbe potuto esporre il suo pensiero molto più chiaramente.
Ciò è confermato dalle proprie note scritte a margine del testo, che era ben conosciuto da quei nemici, informati del fatto che Lenin stava lavorando su questioni importanti. Lenin scrisse nelle sue note a margine: “Nessuna variazione mi piace, perché alcune di esse contengono forme che hanno bisogno di un’ulteriore elaborazione da un punto di vista ideologico, ed entrambe hanno bisogno in una certa misura di qualche correzione”. Questa nota a margine è stata datata 7 gennaio 1923.
Naturalmente questa annotazione non esprime l’intero testo. Noi dobbiamo cercare di rappresentare che cosa rendeva Lenin insoddisfatto nella sua elaborazione di questo importante documento.

Da Bukharin a Krusciov, fino a Gorbaciov
L’articolo “Sulla Cooperazione” è il pensiero supremo ed è finito nelle mani di Bukharin. Da Krusciov questo “documento” è passato a Gorbaciov, e qui davanti ai nostri occhi, c’è questa bomba ideologica, mascherata come se V. I. Lenin ne fosse l’autore finale. Questo articolo è stato espanso ed utilizzato come una deformazione dall’interno da parte di Krusciov, quando egli cominciò a smembrare lo stato socialista. Ciò è stato reso possibile in quanto questo menzognero sotterfugio ha avuto un importante effetto politico dietro le quinte. Al tempo di Bukharin è stato utilizzato a favore dei kulaki, per salvarli come classe. Al tempo di Krusciov è stato usato come veicolo per criticare la tesi di Stalin, ossia che nel periodo di accerchiamento capitalistico i successi del socialismo saranno sempre più considerevoli, mentre i resti delle classi sfruttatrici disperse “proveranno in tutti i modi a loro disposizione di rovesciare lo stato socialista, essi saboteranno sempre più lo Stato Sovietico, come ultimi mezzi per conservare la loro posizione di classe privilegiata”. La critica di questo testo ha aiutato Krusciov ad aprire una campagna contro Stalin. Durante la gestione di Gorbaciov esso è stato usato per incitare la gente a non credere più alla via ideologica della costruzione del socialismo in URSS, per giustificare il percorso non socialista e “l’accomodamento” con il capitalismo in URSS, per evidenziare la necessità di sbarazzarsi dell’eredità socialista del paese, per sostenere che in un modo o nell’altro avremmo perso e che era inutile tentare di ristabilire il socialismo, che non c’è niente da guadagnare da esso, che non era più necessario che la nostra storia…. Ad ogni modo, i lettori stessi sanno molto bene cosa c’era e come era, e quello che è seguito.

Fonte
Testamento Lenin, Piattaforma Comunista

Tienanmen: cingoli e acciaio contro l’anticomunismo

“In qualsiasi nazione, in qualsiasi epoca, c’è almeno l’uno per cento dei cittadini ribelle a qualsiasi autorità. Ma qui fra un miliardo e duecento milioni di cinesi, l’uno per cento significa dodici milioni di ribelli sulle piazze.” (Deng Xiaoping)

Nella primavera del 1989 imponenti manifestazioni ebbero luogo a Pechino e in altre città del grande paese asiatico, che sembrava stesse per subire la sorte dei regimi comunisti dell’Est europeo. Dopo una fase assai prolungata di trattative e di tentativi di compromesso la crisi si concluse con la proclamazione della legge marziale e l’intervento dei carri armati a piazza Tienanmen. Qualche giorno dopo, il 9 giugno, Deng Xiaoping rendeva omaggio ai “martiri” della polizia e dell’esercito, ai morti e ai feriti, facendo dunque riferimento a scontri aspri e di ampia portata; sul versante opposto l’Occidente denunciava il massacro compiuto ai danni di dimostranti pacifici. A quale versione prestar fede?

Le Testimonianze

Il 12 novembre del 1989 il New York Times pubblica un lungo reportage, a firma del capo dell’ufficio del quotidiano a Pechino, che traccia la storia della vittoria della linea dura all’interno del Partito comunista cinese. Quando si passa alla cronaca degli scontri l’autore riporta come “non vi sia stato alcun massacro nella piazza Tienanmen, mentre uccisioni si segnalano altrove”. how the hardliners won, The New York Times

Sul Japan Times Gregory Clark, vice presidente della Akita International University ed ex funzionario per la Cina del Foreign Service australiano, ripropone altre testimonianze come quella del corrispondente della Reuters Graham Earnshaw, che ha trascorso nella piazza la notte tra il 3 e il 4 giugno, e che nelle sue memorie ha confermato come la maggior parte degli studenti avesse “lasciato pacificamente la piazza molto prima e che quelli rimasti sono stati convinti a fare altrettanto dai militari intervenuti”. Un racconto, questo, confermato anche dal dissidente cinese Xiaoping Li ora residente in Canada: “Alcune persone hanno parlato di 200 morti in piazza e altri hanno sostenuto che che il numero è stato di 2.000 morti. Ci sono state anche storie di carri armati che hanno investito studenti che cercavano di lasciare la piazza. Devo dire che non ho visto niente di tutto questo. Sono stato in piazza fino alle 6.30 del mattino”. Clark G., Birth of a massacre myth, The Japan Times

I rapporti pubblicati in questi anni nell’ambito del progetto Wikileaks e ripresi in esclusiva dal quotidiano britannico Telegraph. Secondo i cablogrammi riportati l’esercito cinese ha aperto sì il fuoco, ma non nella piazza. Tra i testimoni oculari è citato un diplomatico cileno che ha visto
“L’esercito entrare nella piazza e non ha osservato nessuno sparare sulla folla, anche se spari sporadici si erano sentiti ha detto che la maggior parte delle truppe entrate nella piazza erano effettivamente armate solo di armi anti-sommossa come manganelli e mazze di legno, sostenute alle spalle da soldati armati”, aggiungendo che “nessuno sparava sulla folla di studenti presso il monumento”. Infine, lo stesso diplomatico, riporta come, una volta raggiunto un accordo “gli studenti lasciavano la piazza dall’angolo sud-est stringendosi per mano e formando una colonna.” no bloodshed inside Tiananmen Square, cables claim, The Telegraph

Manifestazioni pacifiche?

Non solo è ripetuto il ricorso alla violenza, ma talvolta entrano in gioco armi sorprendenti:
Un fumo verde-giallastro si è levato improvvisamente da un’estremità del ponte. Proveniva da un’autoblindo guasto che ora costituiva esso stesso un blocco stradale. Gli auotoblindo e i carri armati che erano giunti per sgomberare la strada dai blocchi non hanno potuto fare altro che accodarsi alla testa del ponte. Improvvisamente è sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un autoblindo ed è fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola agonizzanti. Qualcuno ha detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo
Questi atti di guerra, col ricorso ripetuto ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, si intrecciano con iniziative che danno ancora di più da pensare: viene «contraffatta la testata del “Quotidiano del popolo”».

Nei giorni successivi il carattere armato della rivolta diviene più evidente. Un dirigente di primissimo piano del partito comunista richiama l’attenzione su un fatto decisamente allarmante: «Gli insorti hanno catturato alcuni autoblindo e sopra vi hanno montato delle mitragliatrici, al solo scopo di esibirle». Si limiteranno ad una minacciosa esibizione? E, tuttavia, le disposizioni impartite all’esercito non subiscono un mutamento sostanziale: «Il Comando della legge marziale deve rendere chiaro a tutte le unità che è necessario aprire il fuoco solo in ultima istanza».

Sul versante opposto vediamo le direttive impartite dai dirigenti del partito comunista e del governo cinese alle forze militari incaricate della repressione: «Se dovesse capitare che le truppe subiscano percosse e maltrattamenti fino alla morte da parte della masse oscurantiste, o se dovessero subire l’attacco di elementi fuorilegge con spranghe, mattoni o bombe molotov, esse devono mantenere il controllo e difendersi senza usare le armi. I manganelli saranno le loro armi di autodifesa e le truppe non devono aprire il fuoco contro le masse. Le trasgressioni verranno prontamente punite» Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Un mito d’ affrontare

L’uso distorto di materiale video ha contribuito notevolmente a sostenere il mito del massacro di Tienanmen. L’immagine cult di quelle giornate che è usata per simboleggiare la strage mostra un cittadino solitario con la borsa della spesa che ferma una fila di carri armati. La sequenza d’immagini non è presa a Piazza Tienanmen ma in un grande viale e dimostra che il carrista cerca di schivare il cittadino senza investirlo. Bene, questa sequenza viene di solito commentata come dimostrazione che i carri armati schiacciarono i rivoltosi. La televisione cinese ha mostrato l’intero video prima che il “Tank Man” scompaia nella folla e sebbene per l’Occidente questa immagine dimostri la feroce repressione dei militari cinesi nei confronti del loro stesso popolo, per il governo ciò mostra solo quanta moderazione abbia usato nei confronti dei rivoltosi. L’immagine è commentata anche da Li Peng nei Tienanmen papers, che appunto fornisce questa interpretazione: Abbiamo visto tutti le immagini del giovane uomo che blocca il carro armato. Il nostro carro armato ha ceduto il passo più e più volte, ma lui stava sempre lì in mezzo alla strada, e anche quando ha tentato di arrampicarsi su di esso i soldati si sono trattenuti e non gli hanno sparato. Questo la dice lunga! Se i militari avessero fatto fuoco, le ripercussioni sarebbero state molto diverse. I nostri soldati hanno eseguito alla perfezione gli ordini del Partito centrale. E’ stupefacente che siano riusciti a mantenere la calma in una situazione del genere! Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Ora i fatti parlano da soli. Il clip dell’uomo tank è noto al pubblico occidentale come la “prova” della “soppressione” del movimento democratico da parte del governo cinese. Ancora una volta, è vero il contrario. Questo dimostra in realtà che non ci fu nessuna “repressione” indiscriminata. Se ci fosse stata una brutale repressione, quantomeno il manifestante sarebbe stato arrestato, se non addirittura ucciso. Tanto più il video è stato girato senza che i soldati dell’EPL lo sapessero. I soldati erano dunque dei brutali macellai senza cervello, come sono stati raffigurati dai media occidentali? I soldati hanno sparano indiscriminatamente? Questi fotogrammi dimostrano solo che l’esercito non aveva alcuna intenzione di uccidere i civili. I soldati si sono difesi solo quando sono stati attaccati dalla folla durante la sommossa. Sì, ci sono state vittime, ma solo perché i rivoltosi hanno attaccato l’esercito; diversi soldati sono stati brutalmente assassinati (un altro fatto che i media occidentali ignorano sempre). Infatti, spettatori innocenti sono stati uccisi come l’esercito ha cercato di difendersi nella confusione di quella fatidica notte. E’ stata una grande tragedia per la Cina, ma il suo utilizzo per demonizzare la Cina e l’esercito dimostra solo le cattive intenzioni dei media occidentali. Di fronte ad una provocazione, mentre erano in missione ufficiale, dopo una notte in cui furono aggrediti selvaggiamente dai rivoltosi, i soldati PLA si sono dimostrati disciplinati e rispettosi della vita. Chi è stato l’eroe qui? Il soldato o il manifestante. Secondo molti cinesi oggi queste scene dimostrano che l’Esercito fu Popolare e di Liberazione! In quanto si dimostrò leale con il popolo e pronto a liberare un’altra volta Tienanmen dai controrivoluzionari. Il giornalista d’inchiesta Wei Ling Chua sfata la rappresentazione mediatica di manifestanti disarmati e insiste fermamente sul fatto che la reazione dell’esercito fu estremamente contenuta agendo per legittima difesa. La dimostrazione è proprio il “tank man” Decostruendo l’uomo tank. Quando la storia diventa fiction

Possiamo concludere affermando che gli studenti in piazza e i manifestanti non erano soingenui difensori della democrazia. Il movimento fu infatti, fortemente appoggiato da Taiwan e dai servizi segreti occidentali che facevano capo ad Hong Kong . Si può addirittura affermare che si sperimentò allora lo schema della famigerate “rivoluzioni colorate”. L’esperto di geopolitica F. William Engdahl individua nel Colonnello Helvey che aveva operato in Birmania per  la Defense Intelligence Agency – Agenzia di Intelligence per  la Difesa colui che allenava gli “studenti” di Tienanmen. Egli aveva addestrato studenti cinesi ad Hong Kong alle tecniche delle dimostrazioni di massa che furono poi applicate a Pechino per poi diventare consulente del Falun Gong. Nella sua relazione all’Albert Einstein Institution del 2004 ammette di stare addestrando i separatisti tibetani . Secondo i dirigenti cinesi a quanto rivelano i Tienanmen papers l’uso da parte dei manifestanti di gas asfissianti o velenosi e soprattutto l’edizione-pirata del «Quotidiano del popolo» dimostrano che gli incidenti non siano una vicenda esclusivamente interna alla Cina Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

A Tiananmen ci fu un tentativo di rivoluzione colorata, si trattò di una turbolenza politica e il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto. Questa è la strada giusta. È la ragione della stabilità del Paese che è stata mantenuta

La bandiera di Vlasov

Viviamo anni di revisione storica e simboli prima odiati e ripudiati oggi vengono esaltati.

Uno dei simboli che maggiormente ha visto trasformato il proprio significato è la bandiera tricolore della Russia. Il tricolore bianco blu e rosso sventolato per secoli da chi voleva distruggere la Russia oggi viene riconosciuto come simbolo tradizionale del paese  e delle sue profonde radici storiche.

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La bandiera bianca-blu-rosso prima della rivoluzione del 1917 non era presente tra gli emblemi del paese. E’ apparsa in Russia nel 1676 come bandiera commerciale, il suo utilizzo fu  legittimato per decreto da Pietro I nel 1705.
Il tentativo nel 1896 di trasformare questa bandiera in bandiera nazionale provocò una virulenta protesta nella società russa, che si oppose a tale introduzione.

Il  tricolore, come disposizione dei colori, non era altro che la riproduzione di alcune bandiere nazionali adottate da alcuni  stati europei, Nicola II decise di lasciare la bandiera tricolore come bandiera commerciale.

La grande storia della Russia è associata alla  bandiera rossa. Sotto la bandiera rossa difesero la loro patria e vinsero, Alexander Nevsky, Dmitry Donskoy, Ivan il Terribile, Minin e Pozharsky. I migliori reggimenti di Pietro il Grande sventolavano le bandiere rosse. Sotto la bandiera rossa il proletariato russo ha vinto la Grande Guerra Patriottica (Seconda guerra mondiale).

Negli anni della guerra civile (1918-1920), la Guardia Bianca guidata dai generali Kornilov, Denikin e Kolchak combattè contro il proprio popolo sotto il vessillo tricolore al fianco degli alleati dell’Intesa.

Durante la seconda guerra mondiale, la bandiera tricolore bianco-blu-rosso divenne il vessillo dell’esercito guidato dal traditore Vlasov, conosciuto come “Esercito Russo di Liberazione” o “La Legione Est delle SS” che combattè al fianco della Germania nazista.

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Chi era Andrej Andreevič Vlasov ?

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Durante le fasi iniziali dell’Operazione Barbarossa e della battaglia di Mosca: al comando della Seconda Armata d’Urto, Vlasov offrì una strenua resistenza contro i nazisti. Venne catturato la notte del 13 luglio 1942 dalle forze tedesche e portato al campo di prigionia di Vinniza.

Durante gli interrogatori a cui venne sottoposto, sentimenti anti-sovietici e anti-comunisti cominciarono a fare breccia: da fervente nazionalista sperava nella creazione di un Comitato Nazionale Russo che guidasse la liberazione del paese.
Le idee del generale furono subito ben accolte dallo stato maggiore tedesco che vide in lui un ottimo strumento di propaganda. Vennero redatti milioni di volantini da lanciare al di là della linea del fronte con un accorato appello del Generale Vlasov: circa 800.000 traditori risposero all’appello e passarono nelle fila della Wermacht.

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Negli anni 90 a seguito della caduta dell’Unione Sovietica il Giuda tricolore, per volere Eltsin, divenne la bandiera nazionale della Russia ed oggi purtroppo sovrasta il sacro Cremlino, sostituendo la bandiera rossa della Vittoria!

Siamo ben consapevoli che la bandiera tricolore fu  scelta dalla borghesia russa non per caso o per casualità. Questo dimostra un chiaro contenuto di classe: rilanciare la bandiera di Vlasov è la rivincita dei “signori” contro lo Stato Socialista e l’Armata Rossa dei lavoratori e dei contadini, scelta atta a celebrare la restaurazione del capitalismo in Russia. Questa è l’essenza della scelta di questi colori per la bandiera.

Come possiamo accettare la presenza del tricolore accanto alla Bandiera Rossa durante i festeggiamenti nel Giorno della Vittoria? Forse abbiamo dimenticato che durante la Parata della Vittoria a Mosca nel 24 giugno 1945 il tricolore di  Vlasov fu  gettato ai piedi del mausoleo di Lenin insieme alle altre bandiere fasciste?

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La verdad sobre las banderas

Il volo di Pjatakov: La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

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“Il volo di Pjatakov” è un’opera estremamente importante nella storiografia italiana (e non solo italiana). Gli autori, facendo un uso sapiente di fonti note e altre più recenti (per le quali è stato fatto anche un originale e inedito lavoro di ricerca), mostrano le molteplici contraddizioni interne alla stessa storiografia liberale e trockijsta, riguardo alla classica “vulgata” che vede Stalin criminale e capo di un totalitarismo di contro ad un Trockij genuino e candido comunista. Il libro mostra in realtà senza ormai più alcun dubbio la collaborazione tattica stretta tra Trockij e settori dello Stato nazista tedesco, interessati entrambi, seppur per ragioni diverse, a distruggere il Governo sovietico guidato da Stalin. (Recensione del libro “Il volo di Pjatakov” da parte di Alessandro Pascale, autore del del libro “In Difesa del Socialismo Reale”, disponibile gratuitamente su http://intellettualecollettivo.it/)

CAPITOLO PRIMO

La prima versione rispetto al volo di Pjatakov è stata fornita al processo di Mosca del gennaio del 1937 dagli stessi imputati, venendo sostanzialmente accettata (con alcune eccezioni rilevanti, ma non decisive) dalla pubblica accusa stalinista allora rappresentata da A. J. Vysinskij.

Secondo i due principali imputati, G. L. Pjatakov e K. Radek:

  • sussisteva e operava in Unione Sovietica, a partire dal dicembre del 1927, un’organizzazione clandestina trotzkista via via infiltratasi anche nei livelli elevati della nomenklatura economica e militare del paese e attiva, senza soluzione di continuità, fino al 1936;
  • sia Radek che Pjatakov non fecero parte dal 1928 al 1930 di questa struttura illegale, avendo allora rotto i legami politico-organizzativi intessuti in precedenza con Trotskij[1];
  • a partire dalla metà del 1931, i due uomini politici tuttavia si unirono di nuovo all’organizzazione trotzkista, ridiventando quasi subito dei leader di quest’ultima in terra sovietica[2].

Come notò Karl Radek nella sua arringa finale al processo di Mosca del 1937, dopo il dicembre del 1927 (quando Trotskij e molti suoi sostenitori vennero espulsi dal partito bolscevico) “in parte i miei coimputati” (al processo del gennaio 1937) “tornarono sulla via della lotta, da convinti trotzkisti, sostenitori della negazione permanente della possibilità di edificare il socialismo in un solo paese. Dopo aver perduto la fede in questa concezione di Trotcij, io mi ravvidi, ma, di fronte alle difficoltà del socialismo, negli anni dal 1931 al 1933 divenni vittima del timore. Ciò mostra soltanto che è più facile riconoscere teoricamente l’affermazione del socialismo, che avere la forza e la costanza che possono maturare solo in quegli uomini che abbiano proceduto col partito senza lotte, con la più profonda e intima convinzione.

Di fronte alla sfiducia e alla scarsa fiducia nei confronti dei quadri al potere e in condizioni di scarso contatto con i quadri, la teoria sola diventa lettera morta, resta un punto di partenza astratto e non pratico. M’imbattei in questa difficoltà e ritornai all’illegalità”[3];

  • tornati entrambi ad essere in segreto dei dirigenti autorevoli dei trotzkisti sovietici, Pjatakov e Radek nell’aprile del 1934 ricevettero una lettera di Trotskij nella quale il loro capo in esilio spiegò, oltre alla necessità di rovesciare il regime stalinista con la forza e usando ogni mezzo possibile, ivi compreso il sabotaggio e il terrorismo, l’esigenza di una collaborazione con l’imperialismo tedesco e il suo mandatario politico, il nazismo, anche in previsione dello scoppio della seconda guerra mondiale considerata come sicura e ormai imminente dallo stesso Trotskij;
  • di fronte alle novità contenute nella direttiva di quest’ultimo, si manifestarono dubbi e incertezze nel centro clandestino dei trotzkisti allora operanti in Unione Sovietica.

Sempre Radek notò che “dopo la direttiva di Trotskij del 1934, quando gli trasmisi la risposta del centro, vi aggiunsi di mia iniziativa che ero d’accordo di sondare il terreno” (con i nazisti), “ma non entrare in relazione direttamente, dissi, la situazione può mutare. Proposi allora che le trattative fossero condotte da Putna” (un alto ufficiale dell’Armata Rossa) “che ha relazioni nelle cerchie militari dominanti in Giappone e in Germania.

Trotskij rispose: “senza di voi non accetteremo nessuna condizione, non prenderemo alcuna decisione”. Tacque, poi, un anno. Dopo di che ci pose di fronte al fatto compiuto. Dovete comprendere, non è un mio merito se mi ribellai. È semplicemente un dato di fatto necessario perché comprendiate”[4];

  • con una lettera di Trotskij inviata all’inizio di dicembre del 1935 a Radek e al centro dirigente trotzkista operante in Unione Sovietica, arrivò infatti un’ulteriore novità da parte del loro leader in esilio, ormai giunto in Norvegia a partire dal giugno del 1935: l’accordo con i nazisti costituiva un dato di fatto ormai acquisito, nella tattica elaborata dal capo indiscusso della costituenda Quarta Internazionale;
  • di fronte al fatto compiuto del “patto con il diavolo” hitleriano, scoppiò il dissenso politico nelle file dei dirigenti trotzkisti clandestini. Di comune accordo, sia Pjatakov che Radek presero la decisione di incontrarsi direttamente con Trotskij, una volta possibile: e a tale scopo poté essere utilizzato il viaggio ufficiale di Pjatakov nella Germania nazista previsto attorno al 10 dicembre 1935, anche se sia quest’ultimo che Radek si rendevano conto dei gravi rischi che tale colloquio comportava per la loro stessa sopravvivenza fisica;
  • informato dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, Trotskij a sua volta attivò un militante clandestino trotzkista di nazionalità sovietica che operava allora come giornalista proprio in Germania, e cioè D. P. Bukhartsev, per preparare e attuare il viaggio di Pjatakov in terra norvegese;
  • se l’intermediario per l’incontro da parte trotzkista fu Bukhartsev, da parte tedesca esso venne rappresentato da Gustav Stirner, presentatosi sotto lo pseudonimo di “Heinrich-Gustav” e che rappresentava l’anello di collegamento tra le due parti;
  • Bukhartsev, lo stesso giorno dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, avvisò quest’ultimo che il giorno stesso (l’11) o il giorno dopo (12 dicembre) egli sarebbe stato contattato da Stirner;
  • incontrandosi con quest’ultimo, Pjatakov ricevette l’11 o il 12 dicembre un messaggio da Trotskij che accordava piena fiducia a Stirner, e venne deciso di comune accordo il viaggio verso la Norvegia per il giorno dopo;
  • Pjatakov partì di mattina dall’aeroporto di Tempelhof di Berlino e atterrò vicino a Oslo attorno alle 15,00 del pomeriggio, dopo un volo di circa tre ore e senza scalo, il 12 o 13 dicembre del 1935;
  • verso le 15,30, dopo un breve viaggio in macchina, Pjatakov arrivò con Stirner in una casa a lui sconosciuta, dove incontrò da solo Trotskij (Stirner rimase fuori dall’abitazione);
  • dopo un colloquio di circa due ore, verso le 18,00 del 12 o 13 dicembre 1935 Pjatakov riprese la macchina diretto verso l’aeroporto norvegese e quindi ritornò a Berlino;
  • giunto in seguito a Mosca, dopo la fine della sua missione diplomatica in Germania, Pjatakov espose i contenuti del suo incontro col loro leader in esilio a Radek e a pochi altri dirigenti del movimento clandestino trotzkista in Unione Sovietica: anche se non vi fu un’aperta rottura politica con Trotskij, i dubbi sulla nuova alleanza con i nazisti rimasero fortissimi, consolidando una relazione di sfiducia tra il leader in esilio della Quarta Internazionale e una parte dei dirigenti clandestini invece operanti in Unione Sovietica.

Nel suo discorso finale al processo di Mosca che lo vedeva imputato, Radek sottolineò che “infine, quando Pjatakov tornò dall’estero, riferendo il colloquio con Trotskij accennò al fatto che questi aveva disposto che “i quadri” (ossia i dirigenti dell’opposizione trotzkista in Unione Sovietica) “dovessero venire composti da persone che non fossero ancora corrotte dalla direzione staliniana”, quali ad esempio lo stesso Radek e Pjatakov[5];

  • nel corso del 1936 iniziarono gli arresti dei militanti di base del movimento trotzkista in Unione Sovietica: ad esempio Radek accennò nel suo discorso finale al clima di scoramento e paura che si diffuse tra i leader ancora liberi dell’organizzazione, notando: “sapevo io prima dell’arresto, che la faccenda sarebbe terminata proprio in questo modo? Come non potevo non saperlo, se il capo del reparto organizzativo del mio ufficio, Tivel, fu arrestato, se Friedland, con cui negli ultimi anni mi ero incontrato molto spesso, fu arrestato?[6]”;
  • dopo i primi arresti degli attivisti e dei quadri intermedi trotzkisti, furono proprio Pjatakov e Radek a venire incarcerati nel settembre del 1936: Pjatakov confessò il suo ruolo di dirigente clandestino trotzkista e il suo volo/incontro segreto in Norvegia con Trotskij dopo circa quaranta giorni dal suo fermo, mentre Radek iniziò invece a collaborare con le autorità di sicurezza staliniste solo dopo quasi tre mesi e all’inizio di dicembre del 1936.

Rispetto alla versione fornita dagli imputati al processo di Mosca del gennaio del 1937, e in particolar modo da Pjatakov e Radek, il rappresentante della pubblica accusa A. J. Vysinskij prese nettamente le distanze su tre punti specifici, come si è accennato in precedenza.

In primo luogo Vysinskij negò precisamente che Pjatakov e Radek avessero effettivamente rivelato tutta la verità sulla loro attività clandestina, sottolineando nella sua arringa finale che “sono convinto che gli imputati non abbiano detto neppure la metà di tutta quella verità, che rappresenta la tremenda storia dei loro gravissimi delitti contro il nostro paese…[7];

Inoltre il rappresentante dell’accusa non diede alcun peso politico, morale e giuridico ai dissensi politici sorti tra Pjatakov e Radek da un lato, e Trotskij dall’altro proprio sul tema della collaborazione con i nazisti, conflitto che costituì invece a giudizio dei primi il motivo immediato del rischioso volo di Pjatakov a Oslo, mentre altresì Vysinskij sostenne che Pjatakov e Radek rappresentassero solo degli squallidi servi di Hitler, e quindi non affidabili in alcun modo.

Siamo quindi in presenza di divergenze non irrilevanti e che vennero notate apertamente anche dallo stesso Pjatakov quando, nel suo discorso finale, sottolineò pubblicamente che “non posso essere d’accordo con la tesi del Pubblico Ministero” (Vysinskij) “che io ancora oggi, al banco degli imputati, sia rimasto trotzkista”[8].

Ma tali asimmetrie, su cui si tornerà a lungo verso la fine di questo libro attraverso l’esame della veridicità/falsità delle confessioni esposte pubblicamente nel gennaio del 1937, non possono nascondere il fatto centrale per cui, almeno rispetto all’esistenza del volo di Pjatakov e del suo colloquio clandestino con Trotskij in Norvegia, la pubblica accusa diede fede completamente alle testimonianze di Radek, Pjatakov e Bukhartsev: la “prima versione” stalinista, scaturita dal processo di Mosca del gennaio 1937, risulta pertanto sostanzialmente unitaria riguardo al tema centrale che stiamo trattando, sostenendo senza esitazioni che il volo di Pjatakov si verificò realmente nel dicembre del 1935 così come l’incontro segreto di quest’ultimo con Trotskij nei dintorni di Oslo.

La “seconda versione” presenta un carattere ancora più monolitico della sua diretta antagonista, rispetto al viaggio clandestino di Pjatakov.

In estrema sintesi, essa afferma che si trattò di una delle più clamorose e infami menzogne espresse durante i già vergognosi processi di Mosca: a suo parere il volo di Pjatakov non solo non era mai avvenuto, come del resto il suo presunto incontro segreto con Trotskij, ma tale malvagia favola costituisse una delle bugie staliniste più facili da confutare, in modo inequivocabile e senza possibilità di appello.

La “seconda versione” iniziò a prendere forma già il 24 gennaio del 1937 per opera dello stesso Trotskij che, un solo giorno dopo la deposizione di Pjatakov al processo di Mosca, cominciò a impostare il suo controprocesso rispetto al presunto viaggio di Pjatakov.

In una dichiarazione rivolta alla stampa mondiale, Trotskij il 24 gennaio del 1937 elaborò infatti una serie di domande:

“Se Pjatakov viaggiò” (a Oslo) “sotto il suo nome, l’intera stampa norvegese sarebbe stata informata di ciò. Conseguentemente, egli viaggiò sotto un falso nome, qual era? Tutti i funzionari sovietici, quando sono all’estero, sono in costante contatto per telegrafo o telefono con le loro ambasciate o uffici di commercio, e non per una sola ora essi sfuggono alla sorveglianza del GPU” (acronimo che indicava in precedenza la polizia sovietica, che nel 1934/39 usava invece quello di NKVD):

“Come avrebbe potuto Pjatakov tenere il suo viaggio sconosciuto alle istituzioni sovietiche in Germania e Norvegia? Lasciatelo descrivere l’aspetto interno del mio appartamento. Ha visto mia moglie? Io avevo o non avevo una barba? Come ero vestito? L’entrata della mia stanza di lavoro era attraverso l’appartamento dei Knudsen” (dei simpatizzanti trotzkisti che ospitavano in Norvegia il leader della costituenda Quarta Internazionale) “e tutti i nostri visitatori, senza eccezione, erano introdotti nella casa della famiglia che ci ospitava. Pjatakov li ha incontrati?

Essi videro Pjatakov? Queste sono alcune delle questioni con l’aiuto delle quali sarebbe facile dimostrare davanti a qualunque corte giudiziaria onesta che Pjatakov ripete solamente le invenzioni del GPU”[9].

Il 27 gennaio del 1937 Trotskij elaborò e inviò altre tredici questioni sul volo di Pjatakov sia ai mass media che alla corte di Mosca che stava giudicando quest’ultimo e Radek, spiegando subito che “io ho dichiarato più di una volta, e lo dichiaro di nuovo, che Pjatakov, come Radek, per gli ultimi nove anni” (dal 1928 al 1936) “non è stato un mio amico ma uno dei miei più feroci e infidi nemici e che non sarebbe potuto sorgere alcuna questione rispetto a negoziati o incontri tra noi”.

Le prime domande riguardarono proprio la stessa presenza di Pjatakov a Berlino, visto che Trotskij chiese se Pjatakov fosse arrivato nella capitale tedesca legalmente o invece illegalmente, e nell’ultimo caso con quali mezzi di sostegno; tra le altre questioni di minore importanza, il leader in esilio della Quarta Internazionale pose domande sul passaporto di Pjatakov, sul perché Pjatakov non si fosse fermato a mangiare con lui dopo il loro presunto incontro, sull’impossibilità che quest’ultimo passasse una notte in Norvegia senza essere scoperto e in quale posto egli avesse trovato rifugio sul suolo scandinavo.

Torneremo mano a mano a rispondere a queste “domande minori”, ma il vero punto di forza di Trotskij era costituito dalla tematica già sollevata il 25 gennaio 1937 da un quotidiano norvegese, avente per oggetto l’impossibilità oggettiva del viaggio di Pjatakov da Berlino fino alla zona di Oslo.

Come riportò Trotskij anche nell’aprile del 1937 in Messico davanti alla commissione Dewey, un circolo d’intellettuali prevalentemente statunitensi, riunitosi principalmente su impulso del movimento trotzkista al fine di fornire un giudizio “imparziale” sui primi due processi di Mosca, il giornale conservatore Aftenposten dopo una breve indagine pubblicò infatti il 25 gennaio del 1937 la notizia clamorosa per cui “nel dicembre 1935 neanche un singolo aereo straniero atterrò a Oslo”[10].

Si trattava di uno scoop giornalistico da cui derivava inevitabilmente che a Pjatakov mancavano assolutamente sia i mezzi che le opportunità per trasferirsi da Berlino a Oslo, ossia due dei tre tradizionali criteri di prova utilizzati rispetto a qualunque “delitto”.

Ma non solo: il 29 gennaio del 1937 il giornale socialdemocratico norvegese Arbeiderbladet intervistò proprio T. Gulliksen, il direttore dell’aeroporto norvegese di Kjeller posto vicino a Oslo. La sua testimonianza diventò particolarmente importante perché proprio Vysinskij, il rappresentante della pubblica accusa stalinista, aveva sottolineato nella seduta pubblica del 27 gennaio del 1937 (certo per parare gli effetti mediatici derivati dallo “scoop” dell’Aftenposten) che “l’aeroporto di Kjeller vicino a Oslo riceve” (aerei) “durante tutto l’anno, in accordo con i regolamenti internazionali, aeroplani di altri paesi, e che l’arrivo e la partenza di aerei è possibile anche nei mesi invernali”.

Nell’intervista al quotidiano Arbeiderbladet, Gulliksen confermò per telefono (e poi con una dichiarazione scritta, che attestava il suo apprezzamento per la fedeltà del resoconto giornalistico alle sue dichiarazioni verbali) che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (nel dicembre del 1935) “un solo aereo atterrò qui” (a Kjeller), “e esso era un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma questo aereo non portava passeggeri”.

Ricordiamoci il nome di Linköping, e andiamo avanti con la testimonianza di Gulliksen.

Alla domanda del giornale su quando fu “l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aereo straniero atterrò a Kjeller”, Gulliksen rispose che tale evento avvenne “il 19 settembre” del 1935. “Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un aviatore inglese, il signor Robertson, con il quale io ho buoni rapporti”.

Alla nuova domanda “e dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”, la risposta testuale di Gulliksen fu “il primo maggio del 1936”[11].

Se nessun aereo proveniente dall’estero era atterrato a Kjeller nel dicembre 1935, ne derivava necessariamente:

  • l’assenza di mezzi materiali a disposizione di Pjatakov, per compiere il suo presunto viaggio aereo;
  • l’assenza assoluta di opportunità, sempre a tal fine;
  • la falsità, altrettanto assoluta, della testimonianza di Pjatakov sul suo presunto volo in Norvegia.

Partita persa per Stalin, quindi, avendo contro l’assenza assoluta di mezzi e opportunità sia per il presunto volo di Pjatakov che per il supposto incontro di quest’ultimo con Trotskij.

Inoltre la “seconda versione”, nella persona dello stesso Trotskij, pose in rilievo come la posizione politica concreta di Pjatakov (e Radek) nel 1929-36 togliesse qualunque tipo di credibilità al loro presunto incontro, escludendo a priori qualunque movente e motivo plausibile da parte di Pjatakov per incontrarsi nel 1935 in Norvegia con il leader indiscusso del movimento trotzkista operante su scala internazionale.

Se infatti Pjatakov e Radek non risultavano dei dirigenti clandestini trotzkisti in Unione Sovietica, ma viceversa degli stalinisti e dei “nemici giurati” del trotzkismo a partire dal 1929, come sottolineò Trotskij con enfasi già il 27 gennaio 1937 (e ripeté con forza davanti all’amichevole commissione Dewey, nell’aprile 1937), per quale ragione Pjatakov avrebbe dovuto far visita a Trotskij nel dicembre del 1935?

Per portargli dei fiori?

Per parlare del tempo?

Perché Pjatakov, se era davvero da alcuni anni uno stalinista e un “feroce nemico” politico di Trotskij, avrebbe corso il rischio enorme di essere scoperto dai servizi segreti stalinisti per incontrare Trotskij, espulso dall’URSS ormai dal 1929 e da molti anni un accanito nemico del nucleo dirigente stalinista?

Pertanto la “seconda versione” ritiene da molti decenni di avere a suo favore non solo l’assenza totale di mezzi e opportunità per il volo di Pjatakov, ma altresì l’assenza totale di moventi credibili da parte di quest’ultimo per avere in segreto un colloquio personale con Trotskij.

E, a sua volta, anche il leader in esilio della Quarta Internazionale non avrebbe avuto alcun motivo ragionevole per accogliere e ospitare un suo “nemico giurato”: perché incontrarsi e parlare con Pjatakov, ossia con un suo “nemico” schierato a partire dal 1928 al fianco di Stalin?

Forse per ricevere dei fiori da parte sua?

Per parlare del tempo in Norvegia?

Game over contro Stalin, anche sul fronte del movente.

Ma non solo. Riprendendo una dichiarazione resa realmente da Radek al processo di Mosca del gennaio del 1937, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey sempre Trotskij sottolineò la totale assenza di materiale probatorio concreto, fisico e tangibile al processo di Mosca del gennaio del 1937, per tutti gli episodi denunciati/inventati da Vysinskij e in particolar modo rispetto al presunto volo di Pjatakov[12].

Foto del presunto incontro tra Trotskij e Pjatakov? Nessuna.

Registrazioni audio? Nessuna.

Lettere e corrispondenze tra Radek e Trotskij, tra Pjatakov e Trotskij presentate in aula? Nessuna.

Partita persa per Stalin anche sotto questo aspetto, pertanto.

Ma non solo: quale movente credibile avrebbe avuto Trotskij per vendersi ai nazisti e per diventare una “spia di Hitler”, come sostenevano i primi due processi di Mosca e tutta la propaganda stalinista?

Contro tale tesi strampalata parlava a gran voce la militanza marxista compiuta da Trotskij a partire dal 1898 e durata quindi per quasi quattro decenni, e contava altresì anche l’origine ebraica da tutti conosciuta (ovviamente anche da Hitler e dai nazisti) dello stesso Trotskij, da collegarsi dialetticamente con il noto e virulento antisemitismo sempre espresso dai fascisti tedeschi.

In altri termini, come poteva un marxista come Trotskij essere diventato un “servo” dei nazisti, ferocemente e sicuramente anticomunisti?

Come poteva un ebreo come Trotskij essere diventato un “servo” e una “spia” dei nazisti, ferocemente antisemiti?

Anche la teoria accusatoria di matrice stalinista rispetto ai moventi (presunti) di natura politica che avrebbero spinto il leader della Quarta Internazionale a svendersi a Hitler faceva quindi acqua da tutte le parti.

Rispetto invece alle confessioni degli imputati del processo di Mosca del 1937, la tesi espressa della “seconda versione” risultava chiara e semplice: essendo false, esse erano state estorte con l’utilizzo combinato della tortura e delle minacce nei confronti degli imputati e/o delle loro famiglie.

Non solo: essendo scontato per il movimento trotzkista che l’Unione Sovietica di Stalin risultava sicuramente una dittatura burocratica contro gli operai, che non assicurava alcuna forma di democrazia reale e di garanzie giuridiche anche ai comuni cittadini sovietici, a maggior ragione proprio degli imputati divenuti invisi al crudele leader georgiano a capo del paese sarebbero stati alla mercé della polizia segreta stalinista e dei suoi arbitri.

Estorte pertanto con l’utilizzo della coercizione/minaccia, le confessioni rese dagli imputati – a partire da Pjatakov e Radek, nel “giallo” storico che stiamo iniziando a esaminare – non facevano altro che ripetere “le invenzioni del GPU” e degli apparati repressivi sovietici, come rilevò Trotskij in diverse occasioni, risultando quindi prive di qualsiasi valore fattuale, politico e giuridico: false e menzognere in ogni caso, esse portavano altresì con loro il segno della violenza, delle minacce e delle torture irrogate dal regime stalinista contro imputati innocenti, ma ormai ridotti forzatamente al ruolo di meri strumenti e semplici burattini della volontà del dittatore georgiano.

In ultima analisi il volo di Pjatakov a Kjeller risultava solo ed esclusivamente una pietosa e squallida invenzione stalinista, sempre secondo la “seconda versione”, per tutta una serie di motivi diversi ma che si collegavano e rafforzavano reciprocamente tra loro.

Coloro che scrivono propongono invece una diversa e “terza versione”.

Concordiamo infatti con la tesi stalinista-ortodossa rispetto alla questione principale, ossia sull’esistenza concreta del volo di Pjatakov e del colloquio segreto tenuto da quest’ultimo con Trotskij in Norvegia, nel dicembre del 1935. Ma d’altro canto ci distacchiamo dalla “prima versione” rispetto a un nodo e a un punto importante, e cioè sulla (presunta e inesistente) svendita di Trotskij ai nazisti, proponendo viceversa un movente completamente diverso per la collaborazione tattica e momentanea creatasi tra le due parti nel 1934/36: e cioè la volontà politica, comune a due nemici giurati, tesa a eliminare l’antagonista principale comune ad entrambi, e cioè Stalin e il suo regime.

Prima di iniziare, serve tuttavia l’esposizione almeno di un elementare e sintetico inquadramento del contesto storico nel quale si svolse il (presunto/reale) volo di Pjatakov e il processo di Mosca del gennaio del 1937, dando assoluta priorità ai fatti, persone e istituzioni legate alla materia del nostro studio.

Sul piano interno dell’Unione Sovietica, nel periodo compreso tra il 1926 e il 1937:

  • dall’inizio del 1929 si era affermata l’egemonia piena (seppur non ancora totale) di Stalin all’interno del partito comunista, anche se fino all’inizio del 1937 il nucleo dirigente stalinista contava al suo interno anche delle personalità dotate di un certo grado di autonomia rispetto al leader georgiano, quali ad esempio G. K. Ordzonikidze;
  • il primo dicembre 1934 S. M. Kirov, leader del partito comunista nella città di Leningrado, venne ucciso da un ex-seguace dell’opposizione di sinistra formatasi nel 1926/27, e cioè L. Nikolaev;
  • esisteva sicuramente, come confermato dallo stesso Trotskij pubblicamente nel gennaio del 1936, un’organizzazione clandestina trotzkista che, dopo l’estate del 1933, si proponeva apertamente il rovesciamento violento e con la forza del gruppo dirigente stalinista;
  • tracce innegabili di opposizione a Stalin si manifestarono anche in quella che era stata la destra del partito bolscevico guidata nel 1924/29 da Bucharin, con quella “piattaforma Riutin” del 1932 nella quale era indicato chiaramente l’obiettivo di rimuovere l’odiato Stalin dal potere;
  • dal 1928 al 1937 il settore industriale sovietico aveva avuto uno sviluppo formidabile e tumultuoso, capace come minimo di triplicare in un decennio il processo produttivo sovietico. Lo studioso nipponico Hiroaky Kuromiya, nel suo stesso testo “Stalin’s Industrial Revolution”, edito nel 1988 dalla Cambridge University Press, a pag. 287 scrisse: “Il successo realizzato dalla rivoluzione nel periodo 1928-31 ha gettato le basi della straordinaria espansione industriale degli anni Trenta, che ha salvato il paese durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla fine del 1932 il prodotto industriale, man mano che i progetti del primo piano quinquennale, uno dopo l’altro, diventavano operativi, conobbe un’espansione eccezionale. Nel corso degli anni 1934-36, l’indice ufficiale registrò un aumento dell’88% per la produzione industriale lorda. Nel corso del decennio del 1927-28 al 1937, la produzione industriale lorda aumentò da 18.300 milioni di rubli al 95.000 milioni; la produzione dell’acciaio era salita da 3,3 milioni di tonnellate a 14,5; quella del carbone da 35,4 milioni di metri cubi a 128; la potenza elettrica da 5,1 miliardi di chilowattora a 36,2; la produzione delle macchine utensili da 2098 unità a 36120. Anche eliminando le esagerazioni, si può dire con certezza che le realizzazioni davano le vertigini”;
  • tuttavia il potere d’acquisto reale degli operai sovietici era sceso notevolmente tra il 1929 e il 1932, risalendo ai livelli del 1928 solo poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e lasciando pertanto delle consistenti sacche di scontento tra i lavoratori sovietici, anche se l’eliminazione della disoccupazione, il basso costo delle abitazioni e dei trasporti costituirono delle conquiste sociali importanti del regime stalinista;
  • se il progetto di collettivizzazione delle campagne venne sostanzialmente portato a termine attorno al 1933, esso venne d’altro canto accompagnato da una durissima carestia nel biennio 1932-33 e dalla stagnazione del tenore di vita dei colcosiani, i membri delle cooperative rurali, anche dopo il 1933: oltre agli ex kulak, ossia i contadini ricchi espropriati nel dicembre del 1929/marzo del 1930, una parte significativa dei produttori rurali sovietici manifestava pertanto come minimo apatia e disinteresse collettivo verso il sistema politico-sociale stalinista;
  • nell’agosto del 1936 si aprì a Mosca il primo processo contro l’opposizione antistalinista e che, oltre agli imputati quali Zinoviev e Kamenev (già oppositori di Stalin all’interno del partito bolscevico, nel 1925/27), chiamò in causa proprio Trotskij, accusato in contumacia di essere il capo di un fronte di opposizione che comprendeva al suo interno trotzkisti, seguaci di Zinoviev/Kamenev e la destra di Bucharin. Tutti gli imputati, ivi compreso l’assente Trotskij, furono accusati di aver preparato e compiuto atti terroristici contro i leader stalinisti, a partire dall’omicidio sopracitato di Kirov, oltre che di essere in combutta con i nazisti, venendo tutti fucilati dopo la fine del procedimento giudiziario in esame.

Sul piano internazionale, sempre negli anni 1926-37:

  • dopo il gennaio/marzo del 1933, l’ascesa al potere di Hitler in Germania e il rapidissimo riarmo tedesco, le mire egemoniche del nazismo verso l’area slava e il suo accanito anticomunismo crearono quasi subito una grave e mortale minaccia per l’Unione Sovietica e il nucleo dirigente stalinista;
  • l’imperialismo britannico, partendo dal marzo del 1933 fino quasi allo scoppio della seconda guerra mondiale nel settembre del 1939, tenne una linea strategica avente per obiettivo la ricerca di un compromesso amichevole con Hitler in funzione antisovietica;
  • anche se l’Unione Sovietica dall’inizio del 1935 riuscì a stipulare dei fragili accordi di collaborazione politico-militare con la Francia e la Cecoslovacchia, l’influenza nefasta esercitata dai circoli conservatori al potere in Gran Bretagna impedì la costruzione di un solido fronte unico antinazista in Europa;
  • l’aggressione dell’imperialismo nipponico contro la Cina, iniziato nel 1931 e proseguita quasi ininterrottamente fino al 1937; l’invasione dell’Etiopia da parte dell’imperialismo italiano (1935-36) e l’alleanza via via creatasi tra il regime fascista italiano e quello hitleriano; il sanguinario golpe scatenato dai militari e dalla grande borghesia spagnola nel luglio del 1936 contro il moderato governo del Fronte Popolare (luglio 1936), che aprì la strada alla guerra civile del 1936-39 in terra iberica, costituirono i tasselli di un processo sviluppatosi su scala planetaria e che contribuì a portare allo scoppio del secondo conflitto mondiale alla fine di agosto del 1939, con l’invasione nazista della Polonia e l’entrata in guerra contro quest’ultima da parte della Francia e della Gran Bretagna;
  • l’Unione Sovietica conobbe negli anni Trenta una notevole crescita nel suo livello di sviluppo degli armamenti, anche grazie al salto di qualità ormai avvenuto nell’industria pesante, ma tale dinamica non riuscì purtroppo a tenere il passo, nel periodo preso in esame, con il formidabile ritmo di aumento del potenziale bellico nazista.

Per quanto riguarda il processo pubblico tenutosi a Mosca dal 23 al 30 gennaio del 1937, nel quale venne esaminata a fondo anche la questione del volo e colloquio segreto con Trotskij di Pjatakov, la presidenza del tribunale era tenuta dal giudice militare d’armata V. V. Ulrich e i membri del tribunale furono invece O. I. Marulevic e N. M. Ryshkov; la pubblica accusa era sostenuta da A. J. Vysinskij; la difesa dell’imputato Knjazev era sostenuta dal membro del collegio di difesa Braude, quella dell’imputato Puscin venne assunta da Kommodov e la tutela legale dell’imputato Arnold invece da Kasnasceev.

Gli altri imputati, e cioè Pjatakov, Radek, Sokol’nikov, Serebrjakov, Livscits, Muralov, Drobnis, Bogulavskij, Rataishak, Norkin, Scestov, Stroilov, Turok e Hrasce avevano rinunciato invece a valersi di un avvocato, dichiarando che si sarebbero difesi da soli[13].

Tra gli imputati del processo di Mosca del gennaio 1937 spiccavano le figure di Pjatakov e Radek.

Georgij Leonidovic Pjatakov (1890-1937), indicato anche come Juri o Grigorij, era il figlio di un ricco imprenditore ucraino. Originariamente anarchico, egli aderì al partito bolscevico nel 1912: dopo aver avuto alcuni disaccordi politici con Lenin, gli si riavvicinò nel 1917 contribuendo con grande coraggio alla rivoluzione sovietica e mostrandosi molto attivo in Ucraina, durante la guerra civile. Dopo avere partecipato all’opposizione trotzkista dal 1923 al 1927, venne espulso dal partito comunista nel 1927 ma ottenne quasi subito di essere riammesso al suo interno all’inizio del 1928.

Una volta passato nelle file staliniste, Pjatakov acquisì rapidamente delle cariche molto importanti nell’apparato economico sovietico diventando nel 1930 il direttore della Gosbank, ossia della banca centrale dell’Unione Sovietica: in quel ruolo egli ebbe comunque in breve tempo un serio scontro di matrice politico-economica con il nucleo dirigente stalinista rispetto alle misure concrete da prendere per contrastare la crisi fiscale e il processo inflazionistico che si erano sviluppati allora in terra sovietica, conflitto che portò Stalin a definire Pjatakov come “un genuino trotzkista di destra” in una sua lettera inviata il 13 settembre del 1930 a Vjaceslav Molotov, allora il suo principale collaboratore politico[14].

Anche se a causa del suo dissenso con Stalin fu rimosso nell’autunno del 1930 dalla direzione della Gosbank, in ogni caso Pjatakov venne nominato responsabile dell’importante settore dell’industria chimica il 15 ottobre del 1930 e in seguito diventò il vicepresidente del decisivo commissariato (ministero) dell’industria pesante sovietica, svolgendo il ruolo di attivissimo braccio destro – e amico personale – di G. K. Ordzhonikidze, che sul piano formale ne era il responsabile[15].

Di nuovo espulso dal partito e arrestato nel settembre del 1936, Pjatakov venne processato nel gennaio del 1937 e fu condannato a morte.

Per quanto riguarda invece Karl B. Radek (1885-1939), nato in Galizia, in gioventù aveva militato nel partito socialdemocratico polacco e poi in quello tedesco, dal quale venne espulso nel 1912 per un presunto furto. Radek conobbe Lenin in Svizzera nel ’15 e con lui tornò in Russia nel ’17: esperto delle dinamiche politiche tedesche, egli diresse nel ’18 la propaganda bolscevica in Germania, dove fu arrestato all’inizio del ’19. Nel 1920 divenne segretario dell’Internazionale comunista, ma la sua aperta solidarietà con Trotskij lo condusse a un rapido declino politico, e a partire dall’inizio del 1925 venne nominato rettore di una università sovietica destinata ad addestrare i comunisti cinesi. Divenuto uno dei principali responsabili dell’Opposizione unificata antistalinista del 1926/27, Radek venne espulso dal partito nel 1927 ma meno di due anni dopo chiese e ottenne di esservi riammesso, e si trasformò a poco a poco in uno dei principali commentatori sovietici di politica estera: arrestato nel settembre del 1936 e condannato a dieci anni di reclusione nel gennaio del 1937, fu ucciso in prigionia da un altro detenuto all’inizio del 1939.

Va sottolineato come i due protagonisti presi in esame si conobbero personalmente nel 1918 e appartennero senza soluzione di continuità, dal 1923 al 1927, alla componente del partito bolscevico legato a Trotskij, tanto da essere impegnati direttamente e sotto la direzione di quest’ultimo in Germania durante il 1923, nel fallito tentativo promosso dall’Internazionale comunista per cercare di innescare un processo rivoluzionario in terra tedesca.

Tra il 1923 e la fine del 1927 Pjatakov e Radek risultavano quindi tra i principali dirigenti della frazione trotzkista in Unione Sovietica e combatterono apertamente, nei cinque anni presi in esame con il loro leader indiscusso – L. D. Bronstein/Trotskij – contro il nucleo dirigente sovietico, guidato allora principalmente da Stalin, tutta una serie di dure e significative battaglie politiche, tanto che nel capitolo ventesimo della sua biografia su Trotskij, Brouè inserì i due dirigenti in esame nell’empireo trotzkista di quel tempo ed entrambi parteciparono attivamente, dall’aprile del 1926 fino al novembre del 1927, a quella che si autodefinì l’opposizione unificata di sinistra del partito comunista[16].

Se Stalin (Iosif Vissarionovič Džugašvili), nato a Gori in Georgia nel dicembre del 1879, dall’inizio del 1925 era ormai diventato il principale leader del paese dei Soviet e del partito comunista, rimanendo in seguito in tale posizione egemone fino alla sua morte avvenuta nel marzo del 1953, il suo grande antagonista L. D. Bronstein, meglio conosciuto sotto lo pseudonimo di Trotskij (1879-1940), aveva organizzato una prima aperta opposizione a Stalin e ai suoi alleati già nell’autunno del 1923. Sconfitto in quell’occasione e di nuovo battuto in occasione di un duro dibattito storico-politico sulla Rivoluzione d’Ottobre scatenatosi alla fine del 1924, egli scese in campo di nuovo contro Stalin al fianco di Zinoviev e Kamenev, due dirigenti bolscevichi di lunga data, dando vita a quell’”Opposizione di sinistra” che operò dal 1926 fino alla fine del 1927, quando essa si divise dopo essere stata sconfitta in modo clamoroso dal nucleo dirigente stalinista, allora ancora alleata con l’ala moderata del partito diretta da N. I. Bucharin.

Subito dopo la disfatta dell’opposizione di sinistra alla fine del 1927, Trotskij era stato allontanato dal partito comunista e venne in seguito espulso dall’URSS nel febbraio del 1929, in un esilio che lo vide via via in Turchia (1929-33) e in Francia (luglio 1933 – giugno 1935) prima della sua nuova tappa di transito, la Norvegia dove risiedette dal giugno 1935 fino al dicembre 1936 [17].

Nel dicembre del 1935, quindi, Trotskij era in esilio in Norvegia e venne ospitato dal deputato laburista K. Knudsen nel villaggio di Honefoss, posto poche decine di chilometri a nord-est di Oslo: ma il leader in esilio della Quarta Internazionale venne espulso anche dalle autorità norvegesi nel dicembre del 1936, poco dopo le prime confessioni di Pjatakov, trovando asilo in Messico all’inizio del 1937. Nell’agosto del 1940 Trotskij venne ucciso nella sua residenza di Coyocán da Ramon Mercader, un abile stalinista spagnolo che era riuscito a infiltrarsi nelle file degli aiutanti di Trotskij in terra messicana.

Tra i principali dirigenti stalinisti del periodo storico in via di esame ritroviamo invece V. M. Molotov (1890-1986), bolscevico dal 1906 e membro del Politburo dal 1926, oltre che principale aiutante di Stalin dal 1921 al 1946, S. M. Kirov, come si è già notato venne ucciso da un ex oppositore di Stalin nel dicembre del 1934, e “Sergo” Ordhonikidze.

  1. K. Ordzhonikidze nacque nel 1886 e morì a Mosca nel febbraio del 1937: divenuto nel 1903 un militante bolscevico, egli si mostrò subito assai attivo nel movimento rivoluzionario georgiano, ebbe funzioni di rilievo nella rivoluzione e nella guerra civile e quindi spalleggiò Stalin sia nell’azione di incorporazione della Georgia all’URSS nel 1921-23, che nella lotta tra le diverse frazioni del partito bolscevico che scoppiarono via via dopo la grave malattia che colpì Lenin all’inizio del 1923, divenendo tra i principali organizzatori dei primi piani quinquennali. Nel 1930 Ordzhonikidze entrò a far parte del Politburo: benché molto legato a Stalin, egli rappresentò un elemento moderato e conciliatore che, come ministro dell’industria pesante sovietica, aveva tra i suoi principali collaboratori proprio J. Pjatakov, tra l’altro divenuto suo amico personale.

Interessanti anche le figure di Jagoda e Ezhov. Se infatti il primo risultava ancora formalmente capo dell’NKVD (la polizia politica sovietica, in precedenza indicata con gli acronimi GPU e OGPU) tra il febbraio del 1935 e il settembre del 1936, mese della sua sostituzione con Ezhov, proprio nel febbraio del 1935 e poco dopo l’uccisione di Kirov (su cui indagheremo in un altro libro) Ezhov prese via via il controllo rispetto alle indagini promosse da Stalin proprio su tale omicidio e, in generale, sulle opposizioni al leader georgiano provenienti dall’interno del partito bolscevico.

Pertanto si creò un particolare “dualismo di poteri” all’interno della NKVD proprio nel periodo che comprende anche il dicembre del 1935, e in ogni caso fu Ezhov, e non Jagoda (caduto in disgrazia dopo la prima metà di settembre del 1936) a curare gli interrogatori e le indagini preliminari utilizzate in seguito durante il processo di Mosca del gennaio del 1937, anche ovviamente in riferimento al volo di Pjatakov.

Per quanto riguarda le loro biografie, Genrich Grigorevic Jagoda (1891-1938) diventò bolscevico dal 1907 e durante la guerra civile tra “rossi” e “bianchi” del 1918/20 operò sul fronte meridionale, trasformandosi in un alto funzionario della Ceka dal 1920: fu uno dei vicecapi dell’NKVD nel settembre del 1923 e ne divenne il dirigente all’inizio del 1934.  Destituito nel settembre 1936, venne destinato al commissariato del popolo per le comunicazioni: arrestato nell’aprile 1937 e accusato di aver partecipato all’organizzazione degli omicidi di Kirov, Menzhinskij e Gor’kij, fu tra gli imputati al “processo dei ventuno” e venne giustiziato nel 1938, subito dopo la fine del terzo dei processi pubblici di Mosca.

A sua volta Nikolaj I. Ezhov (1895-1940) diventò bolscevico nel 1917, mentre durante la guerra civile fu commissario politico presso un’unità dell’Armata Rossa. Dal 1935 segretario del Comitato Centrale bolscevico, nel settembre 1936 sostituì Jagoda alla direzione dell’NKVD e avviò la “grande purga” del 1937-38, che da lui prese il nome di “ezhovshcina”; alla fine del 1937 egli divenne membro candidato del Politburo, ma nel novembre del 1938 fu a sua volta destituito dalla direzione dell’NKVD finché, nel 1939, venne arrestato e fucilato l’anno successivo.

Passando invece al campo degli oppositori a Stalin all’interno del partito comunista nel periodo in esame, spiccano oltre a Trotskij le figure politiche di Bucharin, Zinoviev e Kamenev.

  1. I. Bucharin divenne invece un attivo militante bolscevico dal 1905 e un leader del partito fin dall’inizio del 1917. Collocato per alcuni anni su posizioni particolarmente aggressive ed estremiste, dal 1917 fino al 1923, dopo la morte di Lenin avvenuta nel gennaio del 1924 Bucharin divenne invece il capo indiscusso della “destra”, ossia dell’ala più moderata del partito comunista sovietico: alleato di Stalin dal 1924 fino alla prima metà del 1928, Bucharin si scontrò apertamente con il leader georgiano nel 1929 e dopo la sua sconfitta perse gran parte del suo precedente potere politico. Ritornato almeno in apparenza in buoni rapporti con Stalin a partire dal 1934, venne accusato già nell’agosto del 1936 di attività clandestine contro la direzione stalinista; arrestato nel marzo del 1937, venne processato durante il terzo e ultimo processo di Mosca del marzo del 1938 e fucilato subito dopo la sua conclusione.

G.E. Zinoviev (1883-1940) e L.B. Kamenev (1887-1936) costituirono a loro volta due tra i più stretti collaboratori di Lenin nel periodo compreso tra il 1909 e il 1917, anche se essi si opposero con ogni mezzo alla vittoriosa insurrezione bolscevica dell’ottobre del 1917 (7 novembre del 1917, secondo il calendario giuliano). Tornati a essere nel 1918-23 tra i principali leader bolscevichi, i due si schierarono con Stalin e contro Trotskij dal 1923 fino all’inizio del 1925; entrati a loro volta in conflitto con Stalin e sconfitti, come si è già visto nel 1926-27 essi crearono un’alleanza politica con Trotskij contro il nucleo dirigente stalinista. Tra il 1928 e l’inizio del 1936 Zinoviev e Kamenev vennero più volte espulsi dal partito comunista, sotto l’accusa di attività clandestine antistaliniste; arrestati nel dicembre del 1934 dopo l’uccisione di Kirov e condannati a dieci anni di carcere, nell’agosto del 1936 essi costituirono gli imputati principali al primo processo di Mosca e vennero condannati a morte e fucilati perché ritenuti colpevoli sia di attività terroristiche, a partire dall’organizzazione dell’omicidio di Kirov, che di collaborazione segreta con Trotskij, nella lotta ininterrotta contro il nucleo dirigente stalinista condotta da quest’ultimo.

Per quanto riguarda invece l’Internazionale Comunista, conosciuta anche come Comintern e Terza Internazionale, venne invece fondata a Mosca nel marzo del 1919 principalmente grazie alla lucida progettualità e all’azione creativa di Lenin, divenendo in pochi anni un’organizzazione ramificata in gran parte del mondo, dalla Norvegia fino al Cile e all’Australia; a partire dall’inizio del 1929, il Comintern venne egemonizzato sul piano politico e organizzativo da Stalin e dai suoi collaboratori, tra i quali spiccò l’azione intelligente e generosa svolta dal comunista bulgaro G. Dimitrov dal 1934 fino all’agosto del 1939.

Sul fronte antagonista, la Quarta Internazionale iniziò invece ad agire embrionalmente e in modo informale fin dall’inizio del 1929, dopo l’esilio in Turchia di Trotskij; a partire dal marzo del 1933 e dopo la tremenda vittoria del nazismo in Germania, Trotskij diede in ogni caso un impulso decisivo al processo di costruzione e cristallizzazione della nuova Quarta Internazionale che, nel settembre del 1938, venne fondata anche sul piano formale nel corso di una conferenza di dirigenti trotzkisti  tenutasi a Perigny, un sobborgo collocato appena fuori Parigi.

Sul piano teorico e politico, il fulcro fondamentale e l’asse centrale del dissenso tra Trotskij e Stalin era costituito, a partire dalla fine del 1924, dalla diversa valutazione sulla possibilità di costruire il socialismo in Unione Sovietica, in assenza di una rivoluzione nelle principali nazioni capitalistiche.

Fin dal dicembre del 1924, con il suo saggio intitolato “La Rivoluzione d’Ottobre e la tattica dei comunisti russi”, Stalin sottolineò infatti che “la vittoria del socialismo in un solo paese, anche se questo paese è capitalisticamente meno sviluppato e il capitalismo continua a sussistere in altri paesi, sia pure capitalisticamente più sviluppati, è perfettamente possibile e probabile”; dal canto suo anche nel 1922 Trotskij sostenne invece la tesi secondo la quale “un’effettiva ascesa dell’economia socialista in Russia sarà possibile soltanto dopo la vittoria del proletariato nei principali paesi d’Europa” affermando altresì, nel suo libro “1917” ripubblicato nel 1924, che era “assurdo pensare” che la “Russia rivoluzionaria” potesse “far fronte a un’Europa conservatrice”.

Ma Stalin e Trotskij si divisero aspramente anche su un’altra questione politica correlata strettamente alla precedente e non certo irrilevante, almeno nel 1924-29: ossia se Lenin avesse a sua volta ritenuto possibile il processo integrale di costruzione del socialismo nella Russia sovietica in mancanza di una rivoluzione internazionale, e quale fosse il reale significato da attribuire a celebri articoli di Lenin in materia quali ad esempio il suo scritto “Sulla cooperazione” del gennaio 1923[18].

E a questo punto serve almeno una brevissima descrizione della figura di V. I. Ulianov (1870-1924), di regola conosciuto sotto lo pseudonimo di Lenin, che a nostro avviso ha rappresentato il più grande uomo politico e il più lucido rivoluzionario del Ventesimo secolo.

Se già è stato notevole il processo di sviluppo del marxismo compiuto da Lenin in campo filosofico (si pensi solo a testi quali “Materialismo ed empiriocriticismo” e i “Quaderni filosofici”) e socioeconomico (“Chi sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici”, e soprattutto il libro del 1916 intitolato “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”), Lenin è stato simultaneamente l’ideatore e la forza motrice principale del progetto politico teso a costruire una nuova forma di partito rivoluzionario, a partire dal suo “Che fare?” del 1902: il principale teorico del bolscevismo e il leader, a partire dal 1903, di quel partito di rivoluzionari di professione che riuscì via via a compiere tutta una serie di “miracoli” laici quali l’abbattimento del potere politico-economico della borghesia russa nell’ottobre del 1917 e la creazione del nuovo potere sovietico, la vittoria nella durissima guerra civile del 1918-20 contro le forze anticomuniste interne sostenute dalle principali potenze capitalistiche del mondo e l’introduzione, nel marzo del 1921, della NEP,  di quella “Nuova Politica Economica” che permise alla Russia sovietica di superare rapidamente la gravissima crisi economica e politica che la scosse profondamente in quell’anno, con la combinazione tra l’insurrezione dei marinai di Kronstadt, le sommosse contadine e la tremenda carestia del 1921. La prematura scomparsa di Lenin, avvenuta nel gennaio del 1924 dopo una malattia durata quasi due anni, costituì pertanto una gravissima perdita per il giovane potere sovietico e aprì la strada a un periodo di lotta aperta e quasi incessante tra le diverse componenti e tendenze politiche esistenti all’interno del partito bolscevico, che durò dalla fine del 1923 fino al 1929.

Sul piano invece del glossario politico che via via utilizzeremo, la sigla URSS costituiva l’acronimo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sorta alla fine del 1922; il Politburo (o Politbjuro) a sua volta rappresentava a partire dal 1917 l’ufficio politico del partito bolscevico e, dal 1922, il suo principale organo di decisione politica, mentre il Comitato Centrale – eletto via via ad ogni congresso di partito – formava dal 1903 l’organismo politico principale per la nomina dei dirigenti e la selezione della linea politica del partito.

Il partito comunista sovietico costituì a sua volta lo sviluppo organico del bolscevismo e della tendenza politica rivoluzionaria guidata da V. I. Lenin fin dal 1903 all’interno del partito socialdemocratico russo: una corrente politica che si trasformò in un partito a sé stante e diviso anche sul piano formale dai menscevichi, ossia dall’ala moderata del socialismo russo, a partire dal 1912. L’organo ufficiale dell’organizzazione bolscevica, denominatasi comunista all’inizio del 1918, era costituito dalla Pravda; se l’Izvestia rappresentava l’organo ufficiale del potere sovietico, sorto in seguito alla rivoluzione dell’ottobre del 1917, la Tass costituiva invece l’agenzia di stampa di quest’ultimo.

Un accenno infine al problema della translitterazione dei cognomi russi in lingua italiana, operazione che crea a volte un certo margine di incertezza. Ad esempio il celebre pseudonimo usato per individuare L. D. Bronstein è stato tradotto in vari modi, da Trotskij passando a Trotsky fino a Trotckij, mentre il cognome Preobrazhenskj, uno dei leader della corrente trotzkista sovietica sia nel 1923/27 che nel 1931/36, in diversi testi viene riportato senza la lettera acca, come è avvenuto del resto nel caso di Ezov/Ezhov, e di altre personalità sovietiche

[1] P. L. Contessi, “I processi di Mosca”, p. 190 e 241, ed. Il Mulino

[2] “The Moscow Trial of 1937”, in http://www.red-channell.de

[3] P. L. Contessi, op. cit., pag. 247-248

[4] Op. cit., p. 248-249

[5] P. L. Contessi, “I processi di Mosca”, pag. 252, ed. Il mulino

[6] Op. cit., p. 252

[7] Op. cit., p. 237

[8] Op. cit., p. 243

[9] “The case of Leon Trotskij”, tredicesima sessione, parte terza, op. cit.

[10] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[11] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione

[12] “The case…”, op. cit., tredicesima sessione, sezione diciottesima

[13] P. L. Contessi, op. cit., pag. 167/168

[14] L. T- Lih, O. V. Naumov e O. V. Khlevniuk, “Stalin’s letters to Molotov”, pag. 214, 56 e 188, ed. Yale University Press

[15] Op. cit., pag. 211

[16] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, p. 344, ed. Bollati Boringhieri

[17] P. Broué, op. cit., p. 397

[18] I. V. Stalin, “Letter to Slepkov”, 8 ottobre 1926, in www.marxists.org; V. I. Lenin, “Sulla cooperazione”, 4 e 6 gennaio 1923, in http://www.marxists.org


Il libro di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, “Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti” è pubblicato dalla casa editrice PGreco edizioni pp. 596 (tel. 02 24416383 – email: ordini@edizionipgreco.it : www.edizionipgreco.it)

Solzhenitsyn: Un archipelago di menzogne

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Chi non ha sentito nominare, almeno una volta nella sua vita, opere come “Arcipelago Gulag”, “Padiglione cancro”, “Una giornata di Ivan Denisovic”, “Agosto 1914”? Pompate a più non posso dai circuiti anticomunisti, ai quali fa capo da sempre tutta una galassia editoriale e mediatica, questi tomi e pamphlet antisovietici hanno fatto il giro del mondo. A dire il vero, alcuni di questi libri sono stati stampati e, in alcuni casi, anche favorevolmente recensiti da pezzi importanti della critica sovietica, specie negli anni ’60, egemone il krusciovismo! Ciò, a riprova della liberalità estrema, a volte eccessiva, del sistema sovietico, checché ne dicano i consunti megafoni della propaganda filo capitalista.

Tutte queste opere hanno un comune denominatore, oltre alla critica spietata verso la realtà sovietica e l’ideale umanitario contenuto nel marxismo–leninismo: l’autore. Si tratta di Aleksandr Isaevic Solzhenitsyn. Su di lui sono stati sprecati fiumi d’inchiostro, che da 60 anni hanno alimentato e riempito, in occidente, i bacini lacustri della più sfrenata propaganda contro l’URSS. Solzhenitsyn è assurto a vate indiscutibile ed insindacabile, ad ineffabile autorità in sede storica e storiografica, a mito, a totemica entità la cui analisi e critica equivale ad un tabù inviolabile.

Se l’ha detto Solzhenitsyn, questa, in epigrammatica sintesi, la vulgata dominante su fatti e personaggi del socialismo reale, allora deve per forza essere vero! Ancora oggi, questo personaggio, a cavallo tra mitomania, narcisismo e oscena prostrazione ai templi del potere capitalistico, è poco studiato, per nulla approfondito, letto con una lente di ingrandimento deformante che, attaccata al manico del pregiudizio, porta anche il lettore più in buona fede, puro e disinteressato, ad evidenziare e introiettare ogni sorta di menzogna, lasciando da parte, nel deposito delle eventualità varie, i pochi cascami di verità che affiorano dalle sue pagine.

Si è sempre sostenuto, e lo si afferma con la ritualità del mantra, che il monumentale “Arcipelago Gulag” sarebbe uno spaccato di estremo, brutale verismo sulla realtà concentrazionaria sovietica; stessa cosa per “Padiglione cancro”. Si pretende, poi, che “ Una giornata di Ivan Denisovic” sia il ritratto fedele, quasi fotografico, del recluso tipo. Si assicura che la sorte di Matriona è stata quella della stragrande maggioranza delle donne sovietiche, con relative famiglie, nel malvagio e anzi demoniaco ordinamento economico kolchoziano dell’URSS. Si certifica infine, con il timbro scolorito ma pervicacemente imbrattante della greuelpropaganda antistaliniana, che Stalin ha avuto sulla coscienza ben 60 milioni di cittadini, repressi e fatti fuori in vari modi. Sempre perché a dirlo è stato Solzhenitsyn, e se lo dice lui… Guai a dubitare!
Innanzitutto, per comprendere l’opera di un autore è bene dare un’occhiata alla sua biografia: essa, lungi dal rappresentare un inutile orpello, una digressione da lasciare al capitolo varie ed eventualità, rappresenta l’ossatura di una visione del mondo, di un modo di agire e di rapportarsi alla realtà.

Chi è, dunque, Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn? Nasce a Kislovodsk, nel Caucaso del Nord, l’11 dicembre 1918, mentre infuria la guerra civile scatenata dai bianchi reazionari, con l’appoggio attivo delle potenze imperialiste mondiali.

Il padre, Isakij, giovane ufficiale dell’Esercito, è la prima pedina della disinformazione orchestrata da Solzhenitsyn in prima persona, e dalle centrali antisovietiche: infatti, non è il povero, umile maestro schiaffato dinanzi la pubblica opinione mondiale da un figlio sempre pronto a vestire abusivamente gli improbabili panni del povero, ma il rampollo di una facoltosa famiglia, con a capo un ricco proprietario terriero.

A smascherare la bugia delle “umili origini” non saranno né la TASS, né la NOVOSTI, né la PRAVDA o altri organi ufficiali del PCUS e del Governo sovietico, ma la borghesissima rivista amburghese STERN nel 1971. Nel 1917, leggiamo nel numero dell’insospettabile rivista, Isakij Solzhenitsyn sposa Taisia Scherbak, a sua volta figlia di un ricco possidente, Zachar Scherbak, padrone di vaste estensioni di terreno nel Kuban, selvaggia e affascinante landa cosacca. Taisia cresce in una villa principesca, del tutto simile ad un antico maniero e convola a nozze, come abbiamo visto, con un uomo dello stesso rango sociale.

Quando è già incinta di Aleksandr, il futuro scrittore, Isakij muore: ufficialmente, si parlerà sempre di un incidente di caccia, ma non poche voci insinueranno, con insistenza, la tesi del suicidio. Il quadretto familiare, però, non è completo: Isakij è infatti figlio di Semjon Efimovich Solzhenitsyn, che con i suoi cinque figli (quattro maschi e una femmina) amministra una tenuta di circa 200 ettari, con capi di bestiame in abbondanza, ed è pure influente membro del consiglio di amministrazione della Banca di Rostov. Insomma, una stirpe che naviga nell’oro e fa il bello e il cattivo tempo, non solo soggiogando i contadini al più bieco sfruttamento, ma controllando anche i decisivi rubinetti del credito, grazie ai quali può agevolmente eliminare concorrenti scomodi e pretenziosi.
Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn, il personaggio al centro delle nostra disamina, nasce, come abbiamo visto, nel 1918, nella in casa della zia Irina, moglie di Roman Scherbak, fratello della madre Taisia. Sarà proprio Irina a rivelare la vera storia dei Solzhenitsyn alla Stern. Roman, grazie anche alla dote della moglie, che rimpingua ulteriormente i suoi non certo trascurabili averi, conduce una vita da nababbo, compiendo frequenti viaggi all’estero e acquistando automobili di lusso: negli anni antecedenti alla Prima Guerra Mondiale è proprietario di una delle nove Rolls Royce immatricolate in Russia. Con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre, per la famiglia Solzhenitsyn il vento cambia: il popolo, sfruttato e angariato da secoli di dominazione, presenta il conto a lorsignori!

Le immense ricchezze, guadagnate sul sudore e sul sangue di tanti figli della terra, vengono confiscate e redistribuite tra chi non aveva mai avuto nulla, nemmeno un pezzo di terra dove piantare la cipolla per la zuppa. Più tardi, negli anni ’30, su quelle immense estensioni sorgerà il Kolkhoz “Kirov”. Qui, tra l’altro, almeno fino agli anni ’70 lavorerà Ksenia Vasiljev’na Zagorina, cugina di Solzhenitsyn. Torniamo però, dopo questa breve digressione, ai primi anni del potere sovietico.

Taisia, madre vedova, davanti alla sorte avversa si trasferisce a Rostov sul Don, dove trova subito impiego come dattilografa e stenografa. Il potere sovietico, intransigente verso gli sfruttatori e i prepotenti, ma giusto e umano come nessun’altro, non nega un onesto lavoro ad alcuno, nemmeno ai rampolli della più avida borghesia spodestata, i quali invece il lavoro, e finanche la sopravvivenza, l’avevano negati a generazioni intere. Bisogna poi sottolineare che, se da un lato le proprietà terriere della famiglia Solzhenitsyn e dei parenti vengono confiscate, la stessa sorte non subiscono gli averi accumulati in anni e anni, specie tesori, gioielli e denaro.

Certi pingui forzieri nessuno va a scovarli, anche perché i provvedimenti varati nel corso degli anni dall’“illiberale” potere sovietico, fino alla Costituzione del 1936, tutelano in maniera rigida l’inviolabilità del domicilio. Il piccolo Aleksandr cresce con la passione per la lettura, ma anche con l’ostilità larvata verso ogni ordinamento teso a cancellare le differenze sociali: questo è il retaggio familiare, insopprimibile, che ne influenza il carattere.

Mentre altre famiglie già titolari di cospicue ricchezze si adattano al nuovo sistema sovietico, e anzi i loro membri si costruiscono nuove carriere, circondati dalla stima e dall’apprezzamento di tutti, i Solzhenitsyn, almeno in parte, si mostrano recalcitranti e quasi attendono, con messianica tensione, il momento di un rivolgimento che restauri la situazione passata, il “bengodi” perduto. E’ in questo milieu che si formano il pensiero e la visione del mondo del futuro scrittore.

Adolescente, si rifiuta di entrare a far parte dei Pionieri e va regolarmente in Chiesa: la pratica religiosa, del resto, non è affatto proibita e, negli anni ’30 sarà semmai la propaganda ateista a venire ostacolata, sotto la guida saggia ed equilibrata del compagno Stalin, anche per gli eccessi compiuti da trotskisti ed elementi estremisti negli anni precedenti.
L’atteggiamento di Aleksandr Solzhenitsyn non gli preclude alcun riconoscimento e tantomeno alcun diritto: a dispetto delle origini borghesi, condizione questa, secondo la falsa propaganda anticomunista e antisovietica, che gl impederebbe gli studi e l’avanzamento professionale, Solzhenitsyn, dopo brillanti studi superiori, accede senza problema all’Università statale di Rostov.

Nell’URSS si tiene conto unicamente del merito, delle capacità e dei risultati acquisiti nello studio e nel lavoro, non della discendenza familiare o delle raccomandazioni, come avviene nel mondo capitalista, dove gli avvocati sono figli di avvocati, i notati figli di notai e i farmacisti figli di farmacisti. Non solo: alla faccia della pretesa (sempre della propaganda anticomunista) pianificazione vincolata e vincolante delle scelte dei singoli riguardo a Facoltà e indirizzi, Solzhenitsyn sceglie, malgrado i consigli e le aspettative di insegnanti e amici, la Facoltà di Fisica e Matematica, anziché un indirizzo umanistico – letterario.

“Mi sono orientato, dirà, verso queste materie non tanto per vocazione, quanto per la presenza di insegnanti assai preparati e stimolanti”. Dalla viva voce di un acerrimo anticomunista, quindi, veniamo a sapere che la libertà di scelta era, nella “tremenda” URSS staliniana, popolata di trinariciuti elfi e bestiali creature mortifere, assolutamente sancita e rispettata e che l’insegnamento era tutto fuorché piatto, noioso, ideologico come qualche corifeo della borghesia ha ripetuto per anni e ancora oggi pretende di far credere.

Alla faccia del lignaggio borghese, dei latifondi dove non tramontava mai il sole, del persistente atteggiamento di ostilità verso il governo sovietico, malgrado l’iscrizione al Komsomol, atto puramente formale, non seguito da alcun tipo di impegno, Solzhenitsyn viene premiato più volte: studia con profitto, applicazione e costanza e arriva a conseguire la Borsa di Studio “Stalin”, la più elevata per ammontare nel generosissimo, anzi ineguagliato, sistema sovietico di sostegno alla promozione dell’istruzione. Nel 1941, Aleksandr si laurea a pieni voti.

Non condivide la sorte di tanti laureati disoccupati nell’odierno sistema capitalista, bensì ottiene immediatamente un posto di ricercatore di II livello e lettore (figura intermedia, quest’ultima, tra il docente e l’assistente). Poco dopo, gli organi di Facoltà lo raccomandano per altri incarichi.

Non è tutto: nel ’39 Solzhenitsyn ha pure cominciato gli studi presso l’Istituto di Filosofia, Letteratura e Storia di Mosca, con la modalità della formazione a distanza. E sì, in quel preteso inferno chiamato convenzionalmente URSS, anche chi non può seguire direttamente più corsi, per ovvi motivi legati alla mancanza di divina obiquità, può farlo con la mediazione dell’istruzione per corrispondenza.

Avendo il futuro assicurato e la protezione accordata dalla culla alla tomba, grazie al sistema sovietico, Solzhenitsyn, non ancora conseguita la laurea, si sposa nel 1940 con Natalja Rescetovskaja, dalla quale più tardi divorzierà. Può permetterselo, diversamente da tanti suoi coetanei dimoranti nel “mondo libero” e sotto lo stivale delle dittature fasciste.
Al momento dell’invasione nazista dell’URSS, incoraggiata da tutti i circoli imperialisti, e non voluta soltanto da Hitler, Solzhenitsyn viene arruolato nell’Armata Rossa. Anche in questo caso, il sistema sovietico non solo non lo punisce e non lo ghettizza per il suo albero genealogico, da lui nascosto ma ad altri ben noto, bensì lo premia: distintosi sul campo, viene decorato e promosso fino al grado di Capitano. La riconoscenza è il suo forte, pertanto ricompensa il governo sovietico che l’ha innalzato su un palmo di mano con l’avvio di un’attività mirata al rovesciamento del socialismo!

Un’attività eversiva che, scoperta in tempo dagli organi inquirenti, gli procura, ovviamente, non un premio, ma l’arresto e la condanna ad 8 anni per propaganda antisovietica (Art. 58, Comma 10 del Codice Penale) e l’organizzazione di un gruppo antisovietico (Art. 58, Comma 11 del Codice Penale). Di certo, visti gli apprezzamenti espressi nelle sue opere e nei suoi interventi per i collaborazionisti guidati da Vlasov, generale traditore dell’Armata Rossa, c’è da ritenere, ragionevolmente, che quelle accuse fossero in gran parte vere!

Ciò che più dà la misura del personaggio, però, anche in questa circostanza, è il contegno tenuto nel contesto dell’interrogatorio e del processo: Solzhenitsyn, al quale peraltro nessuno torce un capello malgrado la sua narrazione bugiarda, coinvolge nelle sue trame anche gente del tutto innocente, che infatti, a riprova di quanto il sistema giudiziario sovietico sia onesto e scrupoloso, specie nel vagliare prove e dichiarazioni, non verranno mai arrestate e non conosceranno la sorte dello scrittore.

Nei verbali dei suoi interrogatori, ripercorsi dall’amico Nikolaj Vitkevic, anche lui condannato per propaganda antisovietica, in una lettera a NOVOSTI del 1974, il futuro scrittore tira in ballo persino sua moglie, Natalja Rescetovskaja, gli amici Kirill Simonjan, Lidia Ezherets (consorte di Simonjan) ecc… Confessioni estorte? Vitkevic, che non ne aveva fatte di simili all’NKVD, anzi aveva negato tutto, evidentemente non fu obbligato con la forza a rilasciare una testimonianza compiacente verso l’accusa, ma l’esclude. “Il giorno in cui, liberato, vidi i protocolli dell’interrogatorio di Solzhenitsyn, scrive Vitkevic nella citata lettera, fu il più raccapricciante della mia vita. Questi protocolli dicevano di me cose che non mi ero neppure sognato”. Solzhenitsyn, per apparire “bello” ai giudici, coinvolge altre persone del tutto innocenti nelle sue trame, all’insegna di “muoia Sansone con tutti i filistei”, assolutamente riprovevole.

Più tardi, nel libro “La quercia e il vitello”, a metà tra l’autobiografico e lo storico, darà prova della consueta attitudine alla manipolazione delle altrui idee e frasi: infatti, qualificherà le dichiarazioni del suo vecchio amico come una sorta di manovra del KGB e un espediente per non perdere i vantaggi della carriera, quando Vitkevic era uno scienziato stimato da tutti, scevro da ogni problema di “accreditamento” presso questo o quel centro di potere. Solzhenitsyn sosterrà anche che Vitkevic, prima di quella lettera a NOVOSTI, non aveva più parlato con lui da anni, anche solo per contestargli un comportamento rinfacciato poi nello scritto. Ciò, a causa di una sorta di senso di colpa.

Falso! Vitkevic (condannato a 10 anni contro gli 8 di Solhenitsyn alla faccia della contiguità al “sistema”!), nella lettera a NOVOSTI dice ben altro, tratteggiando alla perfezione la personalità di Solzhenitsyn. Ecco le sue precise parole: “Quando m’incontrai di nuovo con Solzhenitsyn, non gliene parlai mai (dei fatti inerenti la carcerazione, ndr). Il nostro ultimo incontro ebbe luogo a Rjazan, ove insegnavo in un istituto di medicina, nel 1964. Conoscendo il mio amico ero certo che si sarebbe considerato dalla parte della ragione ed avrebbe detto che era suo compito precipuo salvare per la Russia quel grande scrittore che era”. Altro che malafede di Vitkevic! Semplicemente costui non voleva perder tempo a pestare acqua nel mortaio della presunzione del “gulagologo”. Altra grande falsità riferita a Vitkevic e messa nero su bianco da Solzhenitsyn: nella famosa lettera a NOVOSTI, che si può leggere integralmente tra l’altro nell’agile ed utilissimo libro “Risposta a Solzhenitsyn – L’Arcipelago della menzogna” edito nel 1974 da Napoleone, con la collaborazione in primis della NOVOSTI, Vitkevic avrebbe detto che nel 1945 l’istruttoria fu condotta in modo irreprensibile dal giudice: a parte il fatto che un giudizio simile sarebbe stato tutt’altro che fuori luogo, faccio notare che Vitkevic, in tutto il testo, non riporta assolutamente questo concetto. Anzi, afferma l’esatto contrario rispetto alla dinamica del pronunciamento della sua condanna: “Ebbi l’impressione d’essere stato trattato con ingiustificata severità, ma ritenni che ciò fosse dovuto al fatto che ero stato processato al fronte ed al rigore del periodo bellico”.
Ad ogni modo, tornando strettamente alla biografia di Solzhenitsyn, le cose per lui non vanno affatto male sotto la grande stella rossa sovietica. Scontata la pena, il 13 febbraio 1953, il “nostro” viene liberato e si stabilisce, per volontà delle autorità in Kazakhstan: dietro di lui si chiudono, per sempre, le porte del campo correttivo, quel Gulag che non solo non l’ha ucciso, ma lo renderà, una ventina di anni dopo, ricco e famoso. Le autorità gli trovano immediatamente un impiego come insegnante di matematica e fisica in una scuola secondaria (che spietatezza, questo regime sovietico!) I suoi compagni di detenzione, dal filosofo e pensatore Dmitrij Panin fino a Lev Kopelev, critico letterario, escono tutti dal Gulag in salute e trovano anch’essi, immediatamente, un’occupazione. Moriranno quasi tutti in tarda età in URSS, senza essere molestati da alcuno, o nei salotti dorati dei circoli capitalistico – borghesi del mondo occidentale. Nel 1954 Solzhenitsyn, grazie all’eccellente sistema sanitario sovietico, universalista, gratuito e realmente a misura d’uomo, viene operato a causa di un carcinoma. L’operazione avviene nel 1954 a Tashkent (alla faccia del presunto domicilio coatto!) ed è coronata da successo. Il perfido e demoniaco potere sovietico, dunque, salva la vita del suo acerrimo nemico Solzhenitsyn. Lo scrittore, invero, aveva già subito un’altra operazione vitale: la rimozione di un tumore ad un testicolo, nell’anno 1952, mentre si trovava in detenzione. Dunque, il Gulag non solo non è un “arcipelago” votato allo sterminio, ma in esso il cittadino sovietico trova le stesse cure che troverebbe in libertà. Di certo, nei campi di lavoro correttivo, nelle varie prigioni che popolano la letteratura anticomunista e antisovietica, non solo di Solzhenitsyn, non vi sono le tremende condizioni che si possono sperimentare ad Alcatraz o in altri ameni contesti del mondo capitalista, dove i prigionieri muoiono di maltrattamenti, di consunzione e, magari, di malattie deliberatamente non curate. In nessun carcere del tremendo “Arcipelago Gulag” accade quel che avverrà nel 1971 nel carcere statunitense di Attica dove, per ordine del governatore di New York Nelson Rockefeller, la polizia attaccherà in forze una rivolta di prigionieri, lasciando quasi 40 morti sul terreno. Solzhenitsyn non ha parole di gratitudine nemmeno per la chirurgia sovietica e per gli umanissimi medici che, anche nel Gulag, lo salvano da una morte che, siamo agli inizi degli anni ’50, sarebbe certa anche per i più benestanti, visto lo stadio delle conoscenze e delle esperienze nel campo della cura dei tumori. No, in “Padiglione Cancro” (“Rakovij Korpus”), non trova di meglio da fare che buttare in faccia al lettore il solito panorama oscuro e tetro del microcosmo concentrazionario sovietico, senza rispetto, riguardo e decenza nemmeno per la sua storia personale, pensando soprattutto a come sarebbero potute andare le cose… Scritto a metà degli anni ’50, corretto, completato e diffuso secondo le modalità del samizdat verso la fine degli anni ’60, “Padiglione Cancro” verrà stampato per varie case editrici e in diverse copie in occidente. In quest’opera, al posto di medici e specialisti impegnati nella difesa e promozione della salute per tutta la popolazione, quali erano gli araldi di Ippocrate in terra sovietica, dominano figure sinistre in camice bianco, quali il burocrate Rusanov, sprezzante e cinico, nonché l’incompetente ed evanescente Nizamutdin Bahramovich. E’ tutto un vortice di corruzione, incuria, freddezza e arroganza a pervadere ed agitare le pagine di questo romanzo e viene da chiedersi come, in un ambiente del genere, possa esserci stata tanta cura e sollecitudine per la salute e la vita stessa di un uomo che aveva giurato guerra al governo sovietico e aveva complottato per il suo rovesciamento. Solzhenitsyn, questi scrupoli, queste domande, non se li pone nemmeno; va avanti nella sua opera demolitrice non solo del comunismo, ma soprattutto, in primo luogo, della verità storica e autobiografica, come un panzer, fidando, agli inizi degli anni ’60, sull’estrema liberalità del potere sovietico, che in qualche caso diventa connivenza.
I circoli kruscioviani e cosmopoliti, infatti, lo osannano e non stanno nella pelle per aver trovato un calunniatore del periodo staliniano tanto accanito e forbito nel linguaggio, nel registro stilistico. Prima di “Padiglione cancro” e delle altre opere pubblicate clandestinamente in URSS alla fine degli anni ’60 – inizio degli anni ’70, edite poi con gran clamore in occidente e nei Paesi capitalistici, Solzhenitsyn, per più di un lustro, domina il panorama letterario sovietico. Dal 1960 al 1966 circa, e con particolare intensità dal 1962 al 1965, il suo nome riecheggia ovunque e le sue opere trovano il favore di una miriade di riviste, in primo luogo “Novij Mir” guidata dal fervente kruscioviano Tvardovskij, convinto curiosamente che lo sviluppo del socialismo e l’arricchimento culturale del Paese debbano per forza di cose passare per la demolizione dell’era di Stalin. Come se negli anni ’30 non si fosse conosciuta la più mirabolante, effervescente e fantasmagorica esplosione culturale, con operai, impiegati e tecnici, fino a qualche anno prima semianalfabeti o analfabeti totali, a compulsare tomi di scienze matematiche, ad apprezzare i poemi del realismo socialista e della letteratura classica, ad affollare sale da concerto, teatri e cinema, ad intavolare discussioni su argomenti letterari e culturali patrimonio da sempre, nei Paesi borghesi, solo di ristrettissimi circoli. Il tutto, mentre si sviluppa la lotta per gli approvvigionamenti alimentari e tutto il Paese conosce sacrifici che prepareranno poi il terreno al benessere pieno degli anni 1935 – 1940. Tant’è! Nel clima trasudante “liberalismo” kruscioviano nel 1962 – 65, Solzhenitsyn fa il bello e il cattivo tempo e pretende di oscurare, con la sua ombra, tutta la luce che pervicacemente continua ad irrorare il Paese in ogni suo angolo, malgrado la nuova dirigenza del PCUS si muova su un terreno pericoloso di cedimenti e carenze. Riabilitato pienamente nel 1956/57, mette mano alla penna con ossessivo impegno, rivede appunti, completa riflessioni, perfeziona lo stile (peraltro lo si deve riconoscere, brillante ed avvincente, quantunque posto al servizio di una causa errata) e pubblica, sotto la protezione di Tvardovskij e altri, tutta una sequela di opere di vario tenore che riscuotono elevato consenso di pubblico. L’URSS è un Paese di ferventi lettori, al primo posto nel mondo per libri venduti e letti, e per le questioni storico–culturali si dibatte vivamente nel Paese con la stessa passione e la stessa foga con cui, alle nostre latitudini, ci si accalora per il calcio e per lo sport in generale. Nel 1962 è la volta di “Una giornata di Ivan Denisovich”, romanzo sulla vita di un recluso tipo (secondo Solzhenitsyn) nel Gulag sovietico. Comincia da qui, da quest’opera, il tentativo di dipingere i campi di lavoro correttivo e le prigioni dell’URSS come i lager nazisti, senza alcun rispetto per la verità storica e documentale. Questo tentativo raggiungerà l’apoteosi nella monumentale opera di mistificazione e falsificazione che sarà “Arcipelago Gulag”. I circoli anticomunisti mondiali iniziano a vedere Solzhenitsyn come un paladino e lui non fa nulla, del resto, per allontanare sospetti e critiche. Il 1964 segna l’ascesa di Leonid Breznev a Segretario del PCUS. Il nuovo corso intende rettificare errori, mancanze e deficienze del gruppo dirigente kruscioviano e, in primo luogo, di Krusciov in persona, vista la forte impronta “zarista” da lui stampata su scelte e avvenimenti a partire dal 1956. La musica, col nuovo indirizzo di Breznev, Kosygin e Podgornyj, cambia anche in ambito culturale e non per un ordine dall’alto, categoria questa che si ritrova solo nelle pieghe della più volgare sovietologia. Da anni, infatti, sono in molti, nel mondo dell’intellighentzija, e specialmente in ambito letterario, a chiedere una correzione di rotta che mitighi lo strapotere degli scrittori “liberali” e dei fautori del “disgelo” a favore di una maggiore obiettività e pluralità della produzione letteraria, giornalistica, artistica in generale. E sì, perché a dominare la scena, dal 1956, non sono stati certi gli scrittori e i poeti tacciabili di “slavofilia” e di “nazionalbolscevismo”, ma esattamente quelli che hanno gridato ai quattro venti il finto dramma della loro inesistente emarginazione, proprio mentre occupavano la quasi totalità degli spazi disponibili relegando gli altri, i presunti censori, agli angolini e strapuntini della semplice tolleranza. “Literaturnaja Gazeta”, organo prestigioso, obiettivo, punto di riferimento imprescindibile per l’opinione pubblica sovietica, ha dovuto subire processi e sperticarsi in funamboliche giustificazioni per aver pubblicato, accanto a lettere di cittadini e pareri di critici favorevoli a Solzhenitsyn, pure opinioni differenti, di critica e anche soltanto di riserva. Questa intolleranza inquisitoria, ancora più odiosa in quanto agghindata negli abiti del vittimismo, suscita un moto di indignazione che, certamente, non è secondario nel mutamento di indirizzo della politica culturale dello Stato, del Governo e del Partito. Pian piano, gli scrittori orgogliosi della storia sovietica, tutta, senza cesure artificiose, riconquistano, senza toglierlo ai “liberali” della new wave kruscioviana, lo spazio che meritano. La critica, la caleidoscopica diversità dei punti di vista, il dibattito intenso ed il pluralismo non svaniscono affatto. Svanisce, questa sì, la tolleranza verso le calunnie, le invenzioni, le falsificazioni volte a infangare la storia dei Soviet. Per questo, Solzhenitsyn, che ha potuto pubblicare senza problemi “Una giornata di Ivan Denisovich”, “La casa di Matriona”, “Il caso della Stazione di Krechetovka”, comincia ad essere redarguito e smascherato nelle sue palesi esagerazioni e distorsioni della realtà. Nessuno lo censura: in tanti hanno stima di lui, dal punto di vista letterario. I suoi molteplici registri stilistici, originali ed avvincenti, piacciono anche a coloro i quali non apprezzano le sue idee: non abbiamo a che fare con un mediocre scrivano, come qualcuno ha preteso, facendo sconfinare la critica in ambiti non pertinenti, con somma ingenerosità. Dinanzi a noi c’è un valente scrittore, il quale viene attaccato, dopo anni di applausi a scena aperta per molteplici e documentate falsificazioni della verità storica. Falsificazioni che spesso confliggono con le leggi sovietiche che, mentre tutelano la libertà di espressione e di critica più piena e reale, non possono tollerare, come le leggi di tutto il mondo, calunnie e ingiurie gratuite. In verità, a muoversi non sono solo gli organi inquirenti e i garanti dell’ordine pubblico e della stabilità del sistema sovietico, ma in primo luogo gli intellettuali stessi.
Inizia nel 1966 un confronto con l’Unione degli Scrittori, che Solzhenitsyn farà di tutto per sabotare con l’obiettivo di far trionfare, alla fine, il logoro copione del suo eterno vittimismo. Nel maggio 1967, lo sforzo dell’organo supremo degli scrittori sovietici raggiunge l’acme: si cerca di coinvolgere Solhenitsyn, correggendo il tiro di alcuni suoi scritti, persuadendo il letterato a non prestare più il fianco alle centrali antisovietiche, con episodi fantasiosi inventati di sana pianta, cifre assurde, del tutto irrealistiche, su repressioni e carcerazioni, ignominiose affermazioni sul socialismo e le idee progressiste. Lo sforzo dell’Unione degli Scrittori dell’URSS è paziente, tenace, fino ai limiti del logoramento. Il 22 settembre 1967, una riunione presieduta dal grande Konstantin Fedin discute del caso “Solzhenitsyn” con assoluta franchezza, com’è costume in URSS.

Alcuni propongono l’espulsione dello scrittore, ma la maggioranza è contraria: certe questioni, è questo l’orientamento maggioritario, debbono essere dibattute e affrontate con delicatezza e tatto, nel rispetto delle idee di tutti. Un atteggiamento saggio e nobile che però non trova orecchie altrettanto nobili e leali pronte a recepirlo: da una parte, infatti, c’è chi crede che il pluralismo debba essere garantito nel quadro delle leggi esistenti e non come strumento e paravento dell’eversione capitalista, borghese ed imperialista, sempre attiva contro l’URSS e i Paesi di democrazia popolare.

Dall’altro, c’è l’ambizione sconfinata di Solzhenitsyn, il suo ritenersi legibus solutus, la sua ferma adesione all’ideologia più reazionaria e antisovietica. Per due–tre anni va in scena un dialogo tra sordi, proprio mentre Solzhenitsyn ultima “Arcipelago Gulag” e viene sempre più eretto a paladino dei circoli borghesi, reazionari, anticomunisti di tutto il mondo, per i quali la distensione, la collaborazione tra est ed ovest rappresentano pericoli e minacce da esorcizzare in ogni modo.

Nel 1969, si giunge ad una decisione risolutiva: dopo ripetuti rifiuti a partecipare a confronti e dibattiti, dopo l’appurato e palese rifiuto di rivedere certe posizioni incompatibili con la legge sovietica e con l’ordinamento socialista, Solzhenitsyn viene espulso dall’Unione degli Scrittori dell’URSS. Una decisione obbligata, vista la dinamica dei fatti, che però Solzhenitsyn, con ipocrisia disgustosa, utilizzerà come freccia per il suo arco vittimista. L’autore tanto caro alla reazione mondiale, diventato un caso vieppiù dopo l’espulsione dall’organo supremo dei letterato sovietici, viene insignito nel 1970 del Premio Nobel. Un’investitura non casuale: a patrocinarla, come svelerà in un’indagine molto approfondita della “Literaturnaja Gazeta”, sono, in primis, le centrali fasciste e nostalgiche dei fuoriusciti russi in occidente. La Guardia Bianca, insomma, da sempre protetta ed addestrata all’eversione nelle capitali dell’occidente borghese, fa da sponsor al Nobel di Solzhenitsyn. In particolare, la rivista “Ciasovoj”, edita a Bruxelles, rivendica la primogenitura della proposta di candidatura dello scrittore sovietico “dissidente” al più ambito premio letterario mondiale. Chi è l’animatore di “Ciasovoj”? Un tale Orechov, già intimo dei generali bianchi Wrangel e Kutepov nella guerra civile scatenata dalla reazione dopo il fatidico 1917, monarchico intransigente, fautore persino della guerra diretta dell’occidente contro l’URSS. Tale losco figuro, infatti, assieme ad altri uomini di simil fatta, ex-guardie bianche o collaboratori dei nazisti, invita, dalle pagine di “Ciasovoj” a “colpire preventivamente l’URSS” e si rammarica per il fatto che, nel 1945, gli statunitensi non abbiano sganciato la bomba atomica sull’URSS. Questi sono i supporter di Solzhenitsyn, del “perseguitato” e “reietto” esponente della letteratura sovietica. Accanto a Orechov, si profila pure l’ombra di una donna, anch’ella legata a doppio filo alla reazione antisovietica: una certa Teresa Basquin. La madama compie viaggi in URSS e si dà al commercio di icone, stabilendo contatti con circoli anticomunisti ed eversivi e lucrando, così ci dice “Literaturnaja Gazeta” mai smentita in modo convincente da alcuno, sul traffico delle icone. A nome dell’Associazione “Art et Progress”, la donna invia missive in ogni angolo del globo per caldeggiare l’assegnazione del Premio Nobel a Solzhenitsyn. In questo panorama fetido sono sempre più frequenti le uscite di scritti e articoli sullo scrittore nel mondo occidentale: la grancassa della propaganda antisovietica risuona, rombante e cupa, accompagnata da toni da crociata. Nel 1973/74 i vari Goffredo di Buglione della Guerra Fredda, armati di missili e bomba atomica, trovano l’accompagnamento più galvanizzante verso la loro immaginaria marcia in direzione del Santo Sepolcro moscovita: in vari Paesi esce il “capolavoro” di Solzhenitsyn, al quale abbiamo già precedentemente accennato: “Arcipelago Gulag”. In quest’opera, la calunnia antisovietica, la riabilitazione di elementi fascisti e reazionari, la più spericolata acrobazia statistica su morti e repressi nel periodo di Stalin, raggiungono l’apoteosi. Come in “Agosto 1914”, altra opera pubblicata all’inizio degli anni ’70, s’infanga non solo la storia sovietica, ma anche quella russa, dipingendo un Paese quasi maledetto, popolato di inetti, sadici e incapaci, nella società come nell’Esercito. Nessuno si salva, o quasi! I sovietici, i comunisti, i militari eroici dell’Armata Rossa sono sempre colpevoli di qualcosa, crudeli, cinici, mentre i tedeschi sono, a parte qualche inciso, benevoli e tutt’al più colpevoli di non aver appoggiato a fondo la reazione anticomunista durante la Grande Guerra Patriottica, di non aver dato supporto alle bande di Vlasov e di altri. I nazisti non hanno invaso un intero Paese e pianificato la sua colonizzazione genocida: no, sono stati degli sprovveduti che non hanno avuto la lungimiranza di consegnare il potere ai quisling locali. Il fatto che il popolo sovietico abbia resistito eroicamente e vinto, contro le armate hitleriane, contro un Nuovo Ordine che avrebbe trasformato l’intera Europa in un lager, per Solzhenitsyn è fantasia! Andrej Andreevic Vlasov, già generale dell’Armata Rossa, animatore di un esercito di mercenari al servizio dei nazisti, l’Armata Russa di Liberazione, viene dipinto come un innocente vittima dello stalinismo: un soldato, questo si pretende di accreditare, abbandonato coi suoi uomini da Stalin nel tentativo di rompere l’assedio di Leningrado. Nulla di più falso: Vlasov e i vlasoviani erano un pugno di traditori e imboscati, al servizio dei nazisti prima e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, trasferitisi nei comodi salotti occidentali agli ordini della reazione anticomunista e imperialista. Accanto ai traditori, c’era tutta una teoria di giovani e giovanissimi che, per paura, si erano arruolati sotto la Croce di S. Andrea azzurra (emblema dell’Armata Russa di Liberazione) e alla prima occasione utile disertavano unendosi all’Armata Rossa o ai partigiani. Il racconto del “tradimento” e “abbandono” degli uomini di Vlasov da parte del potere sovietico è, ad un tempo, grottesco, assurdo e, condito con la storia fantasiosa della “ribellione” di Vlasov a Stalin fin dagli anni ’30, serve a Solzhenitsyn per giustificare una collaborazione coi nazisti che egli approva e giudica storicamente inevitabile.
Come dimostreranno con dovizia di particolari veterani della Grande Guerra Patriottica quali lo scrittore Jurij Bondarev, il Tenente-Generale Zhilin e altri ancora, Vlasov non fu affatto vittima di un tradimento e di strategie militari perdenti. Lui, non altri, aveva tradito assieme ai suoi sodali mettendo a repentaglio la vita di migliaia e migliaia di soldati. Ecco il racconto, chiarissimo, del Tenente-Generale Zhilin sulle vicende della Seconda Armata d’Urto guidata da Vlasov nella primavera–estate del 1942, racconto che fa il paio con le memorie del Maresciallo Meretskov e con altri documentatissimi testi editati in epoca sovietica: “Non appena si chiarì che l’Armata non poteva continuare l’offensiva in direzione di Ljuban, Vlasov ricevette l’ordine di far uscire le truppe dall’accerchiamento attraverso un varco disponibile. Ma Vlasov temporeggiò, restò inoperoso, non provvide a proteggere i fianchi, non seppe organizzare una rapida e segreta ritirata delle truppe. Ciò permise alle truppe naziste di tagliare il corridoio e di completare l’anello dell’accerchiamento. Il Comando Supremo inviò immediatamente nella zona delle operazioni il Maresciallo K.A. Meretskov, nominato comandante del fronte di Volchov, e il proprio rappresentante Vasilevskij, incaricandoli di sottrarre ad ogni costo all’accerchiamento la seconda armata d’assalto, sia pure con l’artiglieria pesante e i mezzi. Furono prese tutte le misure possibili per salvare gli accerchiati. Dal 10 al 19 giugno 1942 si ebbero ininterrottamente violenti combattimenti, cui parteciparono grandi forze di fanteria, l’artiglieria e i carri armati della 4.ta, 59.ma e 52.ma Armata. Si riuscì ad aprire uno stretto varco nella trappola tedesca ed a salvare buona parte della 2.da Armata d’assalto. Una parte dei soldati e dei comandanti, compreso il Maggiore-Generale Afanasjev, che dirigeva le comunicazioni dell’armata, si unì alle formazioni partigiane. Neppure Vlasov fu lasciato in balia del caso. Per ordine del Comando Supremo i partigiani lo cercarono tenacemente. Gruppi speciali di paracadutisti, muniti di radio emittenti, furono lanciati nella zona in cui poteva trovarsi”. Di Vlasov però, in quella calda e tragica estate del ’42, nessuna traccia! E certo! Il “prode” militare si era imboscato, aspettando i soldati tedeschi nel villaggio di Pjatnitsa. Quando arrivarono, passò dalla loro parte costituendo la sua armata per metà mercenaria e per metà di disgraziati impauriti e minacciati. Solzhenitsyn esalta tale personaggio come candido e puro, quasi fosse un giglio! Non solo: ripete la storia dei battaglioni punitivi, delle compagnie di correzione che, da sole, avrebbero salvato Stalingrado. Un’intollerabile offesa, questa, a tutti gli eroi, spesso giovanissimi, che fecero di quella città la tomba del nazifascismo, ma anche un falso storico spudorato. Equipaggiate unicamente con artiglieria leggera, esigue nel numero, quelle compagnie mai avrebbero potuto frenare l’assalto della possente macchina bellica nazista, la quale, infatti, fu arrestata da armate, divisioni e reggimenti. Come funzionassero poi le famose “compagnie di correzione” ce lo dice apertamente un loro ex-componente, il cittadino Abram Rabinovich, il quale, negli anni ’70, scrive una lettera di vibrante protesta contro le bugie di Solzhenitsyn: “Chi incontrai nella compagnia di correzione? Si trattava soprattutto di uomini che, come me, non avevano eseguito quanto era stato loro comandato. La durata del servizio nelle compagnie di questo genere era molto breve. La prima vittoria nei combattimenti contro i tedeschi restituiva l’onore militare e comportava il ritorno al precedente posto di servizio”. Le menzogne più colossali, però, in “Arcipelago Gulag”, sono dedicate ovviamente al sistema penale e detentivo. Solzhenitsyn gioca coi numeri, come farà poi, con perizia o mal destrezza, a seconda dei casi, tutta una pletora di studiosi o pseudotali, votati all’antisovietismo più viscerale, primo tra tutti Robert Conquest. I documenti autentici desecretati oggi ci raccontano uno scenario del tutto diverso da quello prospettatoci da Solzhenitsyn e dai suoi sodali: non certo 7, 9, 10 milioni di reclusi, ma al massimo, negli anni di picco, 2 o poco più di sottoposti a misure restrittive della libertà. Nei campi, negli anni clou delle “purghe” (1936–1939), dipinti come oscuri e tremendi dalla propaganda antisovietica, c’erano non 7 milioni di reclusi, cifra data per certa nei brogliacci e nei libri dei professori della CIA e affini, ma appena 839406 nel 1936 e 1317195 nel 1939. Interessante è però,soprattutto, la cifra relativa ai detenuti politici: 127000 nel 1934 e 500000 (cifra massima) negli anni di guerra 1941 e 1942. Altro che prevalenza dei “politici” su delinquenti, soggetti deviati e pericolosi, ladri ecc… Questo, nell’“inferno” sovietico che oltretutto riabilitava col lavoro e retribuiva i detenuti, aprendogli le porte del riscatto! Nel “paradiso” a stelle e strisce tanto amato da Solzhenitsyn e dai suoi amici, invece, ancora oggi non si scende annualmente sotto la cifra di oltre 2000000 di carcerati e di circa 7000000 di sottoposti a misure restrittive. Tutte persone, queste, non certo partecipi di grandi imprese, come la costruzione di vie d’acqua e di opere pubbliche, ma sfruttate oscenamente e relegate ai margini. Anche il pianto sui quasi 60 milioni di repressi nell’era di Stalin si rivela, ad una rapida occhiata ed una elementare verifica, una truffa: negli anni ’30, nonostante i sabotaggi e le difficoltà scatenate dai kulaki, la popolazione cresce a ritmi superiori rispetto a quelli del mondo capitalista e i documenti attesteranno, al massimo, poco più di 600000 condanne a morte, perlopiù comminate nel 1937/38, nelle “purghe” spesso comandate da nemici del potere sovietico, infiltrati nei suoi gangli e sottoposte a revisione dallo stesso Governo e dal Partito. Nel 1926, l’URSS conta 147 milioni di abitanti; nel 1939, sono più di 170 milioni. Chi e cosa sia stato “sterminato” non è dato saperlo. Nel 1959, nonostante i 20 milioni di morti della Grande Guerra Patriottica, il Paese arriverà a contare oltre 200 milioni di abitanti. Questa la cruda realtà, che ha la testa dura e che né Solzhenitsyn né nessun altro potrà mai scalfire.
L’intrepido letterato messosi al servizio dell’imperialismo, però, non si accontenta di questo: falsifica passi interi delle opere di Lenin, come quando pretende di sostenere che il padre della Rivoluzione d’Ottobre abbia detto: “Il terrore è un mezzo di persuasione” indicando come fonte il Vol. XXXIX delle Opere, pagine 404–405. Una semplice ricerca, ci mostra come Lenin abbia detto tutt’altro, parlando del terrorismo collaudato e imposto dalle armate bianche durante la guerra civile: “Se tentassimo d’influire su queste truppe, costituite dal banditismo internazionale e inferocite dalla guerra, con le parole, con la persuasione, con mezzi diversi dal terrore, non reggeremmo nemmeno per due mesi: saremmo degli stupidi”. Un ragionamento chiaro, contingente, lapalissiano, spacciato per programma politico permanente da Solzhenitsyn. Una malafede più evidente è difficilmente immaginabile. Intanto, lo scrittore, incassati i proventi del Premio Nobel, che si aggiungono a pingui averi personali, continua a recitare ipocritamente la parte del povero e del perseguitato: Natalja Rescetovskaja, l’ex-moglie, nelle sue memorie e nei suoi interventi sarà su questo impietosa, per amore di verità e per dignità femminile, descrivendo un uomo egoista e narcisista. Per inciso, va detto che ogni tentativo di spacciare per patacche del KGB le affermazioni della Rescetovskaja è caduto miseramente nel vuoto, rivelandosi la solita manovra intossicante della premiata ditta Andrew-Gordievskij, operante sotto l’ala dei servizi segreti inglesi, gli stessi che hanno confezionato, alla fine del 1990 la bufala del “Dossier Mitrokhin” e concepito, negli anni 2000, altre operazioni di disinformazione contro Putin. Questi due autori (uno dei quali un traditore della sua Patria, ex-agente del KGB), hanno parlato di una non meglio dimostrata misura attiva, concepita dal capo del KGB Andropov, a partire dal settembre del 1974, per danneggiare Solzhenitsyn, senza tener conto tra le altre cose del fatto che la Rescetovskaja ben prima di quella data aveva rivelato al mondo certi particolari ancora oggi non smentiti da alcuno (del 1973 è un suo articolo, pubblicato addirittura dal “New York Times”). Ad ogni modo, al principio degli anni ’70, Solzhenitsyn è proprietario o comunque fruitore di tre automobili Moskvich, variamente intestate, della dacia personale denominata “Borzovka”, una lussuosa villa immersa nel verde, di un appartamento di tre camere a Rjazan in cui abita la Rescetovskaja, nonché di un altro alloggio ancora più confortevole, di cinque camere, a Mosca, in cui vive la seconda moglie, Natalija Svetlova. Oltre a ciò, i risparmi personali messi “sotto il materasso“, i 78000 dollari del Premio Nobel, nonché, secondo i calcoli della stampa occidentale, 1500000 dollari giacenti in un conto svizzero amministrato dal solerte avvocato Heeb, al numero 57C della Bahnhofstrasse di Zurigo. Altro che povertà! Qui c’è un autentico nababbo… Un nababbo che, in odio al governo sovietico, non esita a intensificare, sotto al naso delle autorità sovietiche, per pura provocazione, i contatti con i circoli più retrivi e guerrafondai, forieri di concezioni nazistoidi e belliciste pericolosissime. Concezioni che Solzhenitsyn non solo non cerca di mitigare, ma anzi fa di tutto per inasprire proprio per procurarsi quegli strali e quelle misure tanto utili, a lui, per giocare al perseguitato. Dinanzi a ciò, nel febbraio 1974, il Presidium del Soviet Supremo dell’URSS, con un atto reso immediatamente pubblico, decide di togliere la cittadinanza sovietica ad Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn. Lo scrittore ha raggiunto il suo scopo! Da quel momento viaggia in tutte le contrade del mondo capitalista, spargendo ai quattro venti il suo verbo, non ammantato nemmeno dalla più esile autocensura. Negli USA, nel 1975, l Congresso degli Stati Uniti e al vertice del Sindacato invita apertamente a boicottare la distensione, a rifiutare ogni collaborazione con l’URSS: “per favore, ingeritevi più spesso nelle nostre questioni interne”, dice Solzhenitsyn ai parlamentari statunitensi, molti dei quali colgono la palla al balzo… Nel 1976, in Spagna, manifesta inquietudine per la fine del franchismo e auspica il prosieguo della dittatura, mentre dispensa ammirazione per Pinochet e appoggia attivamente la guerra imperialista nel Vietnam. Altro che campione di libertà! Altro che paladino del “mondo libero”! Solzhenitsyn si rivela pienamente quello che il potere sovietico, a parte la parentesi kruscioviana, aveva riconosciuto essere: un irriducibile nemico del comunismo, della pace tra i popoli, della vera libertà e dell’emancipazione degli sfruttati. Dopo il 1991, i suoi strali li dirige contro il capitalismo selvaggio e il liberismo devastatori della Russia, ma niente e nessuno muta la sua visione del mondo reazionaria, “feudale” ed anticomunista. Lo scrittore muore a Mosca il 3 agosto del 2008: se ne va in quella data un’icona della Guerra Fredda, idolatrata ed elevata a mito, per le supreme esigenze della borghesia imperialista.

Autore:

Luca Baldelli

Fonti:
https://gardenofknowledgemalta.wordpress.com/2016/09/07/1703/

A.I. Solzhenitsyn: Arcipelago Gulag, Mondadori, 2013
Idem: Una giornata di Ivan Denisovich, Einaudi, 1999
Idem (da anonimo): Divisione Cancro, Il Saggiatore, 1968
Idem: La quercia e il vitello, Mondadori, 1975
Idem: Agosto 1914, Mondadori, 1972
Risposta a Solhenitsyn – “L’arcipelago delle menzogne”: Novosti, 1974
N. Rescetovskaja: Mio marito Solgenitsyn, Teti, 1974
T. Resac: La spirale delle contraddizioni di Aleksandr Solgenitsyn, Teti, 1974

La strage di Katyn una menzogna anticomunista

L’affermazione che le truppe sovietiche avrebbero assassinato tra i 14.800 e i 22.000 prigionieri di guerra polacchi in quella che viene chiamata “strage di Katyn” costituisce una delle più grandi falsità storiche del secolo XX. Solo adesso possiamo affermare con sicurezza che in effetti l’accusa mossa ai sovietici è falsa, è una menzogna anticomunista.

“Katyn” sta alla base dell’attuale nazionalismo reazionario polacco. Il governo capitalista della Polonia ha speso centinaia di milioni di dollari per costruire monumenti e memoriali, sponsorizzare libri, articoli, riviste e conferenze accademiche per indottrinare studenti e pubblico, in Polonia e all’estero, su questo “crimine dello stalinismo” In questo articolo leggerete delle recenti scoperte archeologiche in una località dell’Ucraina in cui i tedeschi compirono stragi di massa. Nell’ex Unione Sovietica i luoghi di questo tipo si contano letteralmente a migliaia.

Il sito presso Volodymyr-Volyns’kiy fu prescelto per gli scavi perchè gli storici polacchi e ucraini pensavano celasse le vittime di un massacro perpetrato dai sovietici. Gli anticomunisti sono sempre ghiotti di storie di atrocità sovietiche, che utilizzano per giustificare la collaborazione coi nazisti e i massacri compiuti nel corso della seconda guerra mondiale dai nazionalisti polacchi e ucraini, i quali “nazionalisti” sono sempre stati anticomunisti e antisemiti e, quando non aiutavano i tedeschi nelle loro stragi, ne compivano per conto proprio.

Possiamo senz’altro affermare che il sito di Volodymyr-Volyns’skiy non sarebbe mai stato riportato alla luce se le autorità polacche e ucraine avessero presagito che fosse un luogo di stragi di massa compiute dai tedeschi e dai nazionalisti ucraini. Se avessero avuto il minimo sospetto che le loro scoperte avrebbero smentito la loro beneamata storia della “strage di Katyn” avrebbero lasciato per sempre indisturbato quel luogo con le sue vittime.

Non è un’esagerazione! Interrogato riguardo alla relazione degli archeologi polacchi sugli scavi, l’archeologo ucraino Oleksei Zlatohorskyy si è espresso in questi termini:

Affermazioni incaute degli archeologi polacchi circa gli oggetti ritrovati sui resti riesumati nella campagna del castello di Kazimir Velikii a Vladimir-Volynskii potrebbero far sorgere dubbi sui crimini famosi del NKVD contro ufficiali polacchi.

Queste parole di Zlatohorskyy sono assai istruttive. Dimostrano la sua assenza di interesse per l’obiettività storica e la ricerca della verità e, al contrario, la sua volontà non di scoprire la verità, ma di nasconderla. Zlatohorskyy rimprovera ai colleghi polacchi di menzionare i soli “oggetti ritrovati” che abbiano un’incidenza su Katyn. I distintivi dei poliziotti polacchi Jósef Kuligowski e Ludwik Ma?owiejski sono di gran lunga i reperti più importanti emersi dagli scavi.

L’archeologa polacca aveva confinato la menzione del distintivo di Kuligowski in una nota a pie’ di pagina; non aveva fatto menzione alcuna del distintivo di Ma?owiejski e non aveva mai fatto il minimo accenno a Katyn. Eppure Zlatohorskyy si allarma per la minaccia che anche questa sola citazione comporta per la “versione ufficiale” della strage di Katyn. La relazione ucraina ignora del tutto il ritrovamento di ambedue i distintivi. Non ci potrebbe essere ammissione più chiara del fatto che gli archeologi ucraini sono pronti a nascondere la verità se questa smentisce le falsità anticomuniste.

E’ assai probabile che anche altri prigionieri polacchi, attualmente contati tra le “vittime di Katyn”, siano stati fucilati dai nazisti e dai loro alleati nazionalisti ucraini a Volodymyr-Volyns’kiy e siano sepolti in quelle fosse comuni ma, se anche ce ne sono altri, non ne sapremo mai nulla. Tuttavia il ritrovamento dei distintivi di Kuligowski e di Ma?owiejski è sufficiente per smentire la “versione ufficiale” di Katyn.

Non c’è stata nessuna “strage di Katyn”! E’ tutta un’invenzione! Si tratta di un mito – una menzogna nazista, ripresa dapprima dal governo polacco in esilio a Londra, che era ferocemente anticomunista (e antisemita), e poi, durante la guerra fredda, dai paesi capitalisti. Infine se ne appropriarono Mikhail Gorbachev e Boris Eltsin nel quadro della loro campagna per liquidare l’Unione Sovietica. Gorbachev e Eltsin si fecero sostenitori di molte menzogne sulla storia sovietica, come già aveva fatto Khrushchev. Il mio collega Vladimir L. Bobrov ed io ne abbiamo già smascherate parecchie nei nostri scritti e altre rivelazioni seguiranno.

Il regime polacco d’anteguerra era una dittatura razzista, antioperaia e anticomunista, ideologicamente assai simile alla Germania hitleriana. Durante la guerra le sue forze clandestine, l’”Esercito Nazionale” (AK, Armia Krajowa), combatterono i partigiani comunisti e massacrarono senza distinzione più che poterono gli ebrei, sia civili che partigiani antinazisti. La collaborazione dell’AK coi tedeschi è ben nota agli studiosi, anche se il pubblico polacco è tenuto largamente all’oscuro.

Le sole forze che combatterono per ogni sorta di liberazione furono i partigiani filosovietici, comprese le unità di partigiani ebrei, dell’”Esercito Popolare” (Armia Ludowa), e l’Esercito Polacco sotto il comando di Zygmunt Berling, ambedue formati dall’Unione Sovietica sotto Giuseppe Stalin.

Attualmente il campo degli studi polacchi è fatalmente compromesso dalla dedizione non alla verità, ma alla confezione di menzogne anticomuniste. Riguardo alla collaborazione dello ”Esercito Nazionale” polacco con la Germania nazista, lo storico anticomunista polacco Grzegorz Motyka ha scritto:

Historycy raczej go [kolaboracja] unikaja, bojac sie, aby wyniki ich badan nie przyczynily sie – jak to ujal Tomasz Szarota – “do pogorszenia obrazu wlasnego narodu w oczach obcych”. Inna obawe wyrazil Jaroslaw Hrycak: “nie mozna wychowywac mlodego pokolenia na opowiesciach o wspólpracy z wrogiem”.

Gli storici preferiscono ignorarla [la collaborazione], per tema che l’esito delle loro ricerche possa produrre – secondo l’espressione usata da Tomas Szarota – “il deterioramento dell’immagine che la nazione ha di sé e offre agli occhi degli stranieri.” Jaroslaw Hrytsak esprime un’altra preoccupazione: “non è possibile educare la giovane generazione con storie di collaborazione col nemico.”
(Motyka, “Kolaboracja na Kresach Wschodnich II Rzeczypospolitej 1941-1944”. Pamiec i Sprawedliwosc nr 12, 2008)

La verità è che i partigiani comunisti furono i soli a combattere i tedeschi con vigore e a loro i tedeschi non concessero mai lo statuto di “prigionieri di guerra” che veniva invece riconosciuto all’AK. Erano i soli che accoglievano gli ebrei nelle loro file dove potevano combattere con i loro nomi veri di ebrei senza nascondere la loro identità sotto nomi “ariani” per non essere ammazzati dai loro stessi commilitoni dell’AK come capitò a molti. E che punivano l’antisemitismo nei loro ranghi. E non collaborarono mai con i nazisti o con i nazionalisti fascisti ucraini che assassinarono a sangue freddo 100.000 civili polacchi.

Attualmente nel campo degli studi sovietici ed est europei non c’è posto per studiosi che vogliano semplicemente stare ai fatti e dire la verità. Certi argomenti sono tabu. Per esempio è sempre necessario

* Attaccare Giuseppe Stalin e affermare che egli si macchiò di “grandi crimini” – anche se dei pretesi “crimini di Stalin” non si trova traccia alcuna.

* Definire l’Unione Sovietica “totalitaria” e simile alla Germania nazista, mentre in realtà la Polonia, gli Stati baltici, l’Ungheria e la Romania erano stati fascisti o fascistoidi e gli Alleati occidentali sacrificarono a Hitler l’indifesa Cecoslovacchia per incoraggiarlo ad attaccare l’Unione Sovietica.

* Accreditare o per lo meno accettare passivamente l’idea che tutti i partigiani e terroristi anticomunisti dell’Europa orientale che collaborarono con i nazisti nelle stragi di massa fossero “combattenti per la libertà” e “patrioti” che lottavano per l’“indipendenza”.

* Esaltare il capitalismo e condannare invece la collettivizzazione dell’agricoltura e la nazionalizzazione delle ricchezze private.

All’epoca di Stalin i comunisti sovietici fecero molti errori. Questi errori però non erano frutto di menti criminali o di pazzi, erano errori di pionieri. I bolscevichi “si avventurarono arditamente là dove nessuno era ancora andato”. Furono i primi a fare una rivoluzione vittoriosa e a cercare di costruire una società socialista, poi comunista. Gli errori sono inevitabili in qualsiasi impresa umana e in effetti sono parte essenziale dell’apprendimento e perciò del progresso.

Da molti anni ormai, grazie alla pubblicazione di molti documenti di prima mano anteriormente inaccessibili degli archivi sovietici, insieme al mio collega Bobrov stiamo studiando i pretesi “crimini dello stalinismo”. Ebbene, dobbiamo ancora trovare una sola accusa che risponda a verità: finora tutte le accuse di crimini si sono rivelate false. Può darsi che un giorno ci si debba imbattere in qualche “crimine dello stalinismo” sostenuto da buone prove. Se ciò avvenisse non lo nasconderemmo certo, come esorta a fare l’archeologo ucraino Zlatohorskyy e come gli storici polacchi Szarota e Hrycak consigliano di fare agli storici “patriottici”.

Per molto tempo ho pensato che tra tutti i pretesi “crimini dello stalinismo” la “strage di Katyn” fosse veramente tale o quanto meno avrebbe potuto veramente esserlo. Adesso anche questo crimine si dimostra un’invenzione. Vi invito a leggere l’articolo che segue, pronto a recepire commenti e critiche.

Fonte: http://associazionestalin.it/katyn_furr.pdf