La storia mi assolverà


L’attacco alla Caserma Moncada, seconda fortezza militare dell’esercito batistiano, il 26 luglio 1953, nonostante sia fallito, è un evento fondamentale nella storia della rivoluzione cubana, fu infatti il detonatore che fece esplodere la società neocoloniale.

Prima del golpe militare del 10 marzo 1952, le aspirazioni della maggior parte della popolazione erano riposte nella vittoria del Partito del Popolo Cubano alle elezioni che si sarebbero dovute tenere il 1° giugno di quell’anno, ma il golpe portò al potere Fulgencio Batista ed ogni speranza si spense: abrogazione della Costituzione del ’40, annullamento di tutte le funzioni legislative, sospensione dell’autonomia delle amministrazioni provinciali e municipali e soppressione del Codice Elettorale e dei diritti delle organizzazioni politiche

In altri termini, niente elezioni. Il 4 aprile Batista dettò il proprio Statuto Costituzionale.
I partiti politici contrari al regime militare si perdevano in discussioni e divisioni interne, nel frattempo nascevano intense proteste studentesche antibatistiane; dalle proteste si passò all’agitazione insurrezionale, si moltiplicarono i gruppi indipendentisti favorevoli alla lotta armata in cerca di mezzi per sconfiggere Batista.

Intanto, un importante settore della gioventù guidato dal giovane avvocato Fidel Castro Ruz si preparava in segreto, con poche risorse e con uomini più addestrati che armati.

Il piano d’attacco alla caserma Moncada venne concepito in gran parte nell’appartamento di Abel Santamaría, situato nel quartiere del Vedado, mentre l’addestramento fu tenuto nell’Università de La Habana dallo studente di ingegneria Pedro Miret Prieto. La concentrazione finale ebbe luogo nella fattoria Granjita Siboney nella notte del 25 luglio.

I rivoluzionari, vestiti come i soldati e con il vantaggio della sorpresa si proponevano di occupare la Moncada e in seguito di armare la popolazione che si fosse unita a loro con l’arsenale conquistato. Se non ci fosse stato un incontro imprevisto con una sentinella di ronda, la caserma sarebbe caduta nelle loro mani.

Fidel Castro diresse l’attacco alla caserma Moncada con 45 uomini, preceduto da 8 uomini che presero il posto di guardia n°3. Nell’azione morirono 8 guerriglieri, alcuni morirono proteggendo la ritirata dei loro compagni; 53 vennero invece catturati e poi assassinati, altri 30 vennero incarcerati.

Il discorso di autodifesa di Fidel durante il processo, conosciuto in seguito come “La storia mi assolverà”, venne pronunciato il 16 ottobre 1953.

Signori Giudici,

mai un avvocato ha dovuto esercitare il suo ufficio in tali difficili condizioni; mai contro un accusato sono state commesse un tal cumulo di irregolarità schiaccianti. L’uno e l’altro sono in questo caso la stessa persona. Come avvocato, non ho potuto vedere il verbale né lo vedrò e, come accusato, da settantasei giorni sono chiuso in una cella solitaria, totalmente e assolutamente isolato, oltre tutte le prescrizioni umane e legali.

Chi sta parlando aborrisce con tutta la sua anima la vanità puerile e non sono parte del suo animo né del suo temperamento qualsiasi posa da tribuno né sensazionalismi di nessun tipo. Se ho dovuto assumere la mia propria difesa davanti a questo tribunale è per due motivi. Il primo perché praticamente mi si privò di essa completamente; il secondo perché solo chi era stato ferito tanto profondamente e aveva visto tanto indifesa la patria e avvilita la giustizia, può parlare in una occasione come questa con parole che siano sangue del cuore e organi vitali della verità.

Signori Giudici, quante pressioni si sono esercitate affinché mi si spogliasse anche di questo diritto consacrato a Cuba da lunga tradizione. Il tribunale non pote’ acconsentire a tali pretese perché era già lasciare un accusato al colmo della mancanza di difesa. Questo accusato che sta esercitando ora questo diritto, per nessuna ragione al mondo ometterà di dire quello che deve dire.

Vi ricordo che le vostre leggi di procedimento stabiliscono che il giudizio sarà “orale e pubblico”; senza dubbio, si è impedito al popolo l’entrata a questa sessione. Solo hanno lasciato passare due avvocati e sei giornalisti, nei periodici dei quali la censura non permetterà pubblicare una sola parola. Vedo che ho per unico pubblico, in sala e nei corridoi, circa cento tra soldati e ufficiali. Grazie per la seria e amabile attenzione che mi state prestando! Che appaia di fronte a me tutto l’Esercito! Io so che un giorno arderà dal desiderio di lavare la terribile macchia di vergogna e di sangue che le ambizioni di un gruppo di persone senza anima ha lanciato sopra le uniformi militari.

Per ultimo devo dire che non si lasciò passare nella mia cella nessuno trattato di Diritto Penale. Solo posso disporre di questo minuscolo codice che mi ha prestato un avvocato, il valente difensore dei miei compagni: il Dott. Baudilio Castellanos. Allo stesso modo si proibì che giungessero nelle mie mani i libri di Martì: sembra che la censura del carcere li considerò troppo sovversivi. O sarà forse perché io dissi che Martì era l’autore intellettuale del 26 luglio?

Non importa in assoluto! Porto nel cuore le dottrine del Maestro e nel pensiero le nobili idee di tutti gli uomini che hanno difeso la libertà di tutti i popoli.

Solo una cosa chiedo al tribunale; spero che me la conceda, come compensazione di tanto eccesso e arbitrarietà che ha dovuto soffrire questo accusato senza protezione alcuna delle leggi: che si rispetti il mio diritto ad esprimermi in piena libertà. Senza di ciò non potrete soddisfare neanche la mera apparenza di giustizia e l’ultimo anello della catena sarebbe, più di nessun altro, di ignominia e codardia.

Confesso che qualcosa mi ha sorpreso. Pensavo che il Pubblico Ministero sarebbe venuto con una accusa terribile disposto a giustificare sino alla sazietà le pretese e i motivi per i quali in nome del diritto e della giustizia – e di quale diritto e di quale giustizia? – mi si deve condannare a ventisei anni di prigione. Però no. Si è limitato esclusivamente a leggere l’articolo 148 del Codice di Difesa Sociale, secondo il quale, più circostanze aggravanti, sollecita per me la rispettabile quantità di ventisei anni di prigione. Due minuti mi sembrano molto poco tempo per chiedere e giustificare che un uomo passi al chiuso più di un quarto di secolo. è forse per caso il Pubblico Ministero disgustato del Tribunale? Comprendo che è difficile, per un Pubblico Ministero che ha giurato fedeltà alla Costituzione della Repubblica, venire qui in nome di un governo incostituzionale, statuario, di nessuna legalità e minor moralità, a chiedere che un giovane cubano, avvocato come lui, chissà … altrettanto decente come lui, sia inviato a ventisei anni di carcere. Però il Pubblico Ministero è un uomo di talento e io ho visto persone, con meno talento di lui, scrivere lunghe arringhe

Signori Giudici: perché tanto interesse a che io taccia? è che manchi completamente la base giuridica, morale e politica per focalizzare seriamente la questione? è che si teme tanto la verità? è che si desidera che anche io parli per due minuti e che non tocchi qui i punti che non lascia dormire a certa gente dal 26 luglio? non accetterò mai questo bavaglio, perché in questo giudizio si sta dibattendo qualcosa in più della semplice libertà di un individuo: si discute di questioni fondamentali di principio, si dibatte delle basi stesse della nostra esistenza come nazione civilizzata e democratica.

il Pubblico Ministero non merita neanche un minuto di replica.

E’ un principio elementare del Diritto Penale che il fatto imputato debba accordarsi esattamente al tipo di delitto prescritto dalla legge. Se non c’è legge esattamente applicabile al punto controverso, non c’è delitto.

L’articolo in questione dice testualmente:

Si imporrà una sanzione di privazione della libertà da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sarà la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione

In che paese sta vivendo il Pubblico Ministero? Chi le ha detto che noi abbiamo promosso un sollevamento contro i Poteri Costituzionali dello Stato? Due cose risaltano alla vista. In primo luogo, la dittatura che opprime la nazione non è un potere costituzionale, ma semmai incostituzionale; nacque contro la Costituzione, oltre la Costituzione, violando la Costituzione legittima della Repubblica. La Costituzione legittima è quella che emana direttamente dal popolo sovrano. In secondo luogo, l’articolo parla di Poteri Costituzionali, vale a dire, al plurale, non al singolare, perché considera il caso di una Repubblica retta da un Potere Legislativo, un Potere esecutivo e un Potere Giuridico che si equilibrano e si contrappesano uno con l’altro. Noi abbiamo promosso una ribellione contro un potere unico, illegittimo, che ha usurpato e riunito in uno solo i Poteri Legislativo, Esecutivo e Giuridico della Nazione, distruggendo tutto il sistema che precisamente cercava di proteggere l’articolo del codice che stiamo analizzando.

Vi avverto che vo a iniziare. Se nelle vostre anime resta ancora un pezzetto di amore per la patria, di amore per l’umanità, di amore per la giustizia, ascoltatemi con attenzione. So che mi si obbligherà al silenzio per molti anni; so che cercheranno di occultare la verità con tutti i mezzi possibili; so che contro di me si alzerà la congiura dell’oblio. Però non per questo la mia voce si risparmierà

Ascoltai il dittatore il lunedì 27 luglio L’accumulo di menzogne e calunnie che pronunciò nel suo linguaggio turpe, odioso e ripugnante, solo si può comparare con l’enorme quantità di sangue giovane e limpido che dalla notte prima stava spargendo, con sua conoscenza, consenso, complicità e plauso, la turba più crudele di assassini che possa mai concepirsi.

E’ necessario che mi occupi un pò del considerare i fatti. Si disse, da parte del governo stesso, che l’attacco fu realizzato con tanta precisione e perfezione che evidenziava la presenza di esperti militari nella elaborazione del piano. Niente di più assurdo. Il piano fu tracciato da un gruppo di giovani nessuno dei quali aveva esperienza militare; e rivelo i loro nomi, meno due di loro che non sono né morti né catturati: Abel Santamaria, José Luis Tasende, Renato Guitart Rosell, Pedro Miret, Jesus Montané e colui che parla. La metà sono morti, e con giusto tributo alla loro memoria posso dire che non erano esperti militari, però avevano patriottismo sufficiente per dare, a parità di condizioni, una sonora lezione a tutti quanti i generali del 10 marzo (allusione ai generali che appoggiarono il colpo di Stato di Fulgencio Batista il 10 marzo del 1952, N.d.T.) che non sono militari né patrioti.

E’ ugualmente certo che l’attacco si realizzò con coordinazione magnifica.

Abel Santamaria con ventuno uomini aveva occupato l’Ospedale Civile; con lui c’erano un medico e due nostre compagne per accudire i feriti. Raul Castro, con dieci uomini, occupò il Palazzo di Giustizia; e a me toccò attaccare l’accampamento con il resto, novantacinque uomini. Arrivai con un primo gruppo di quarantacinque, preceduto da un’avanguardia di otto Il gruppo di riserva, che era in possesso di quasi tutte le armi lunghe, dato che le corte andavano all’avanguardia, prese per una via sbagliata e si perse completamente in una città che non conoscevano.

Si fecero sin dai primi momenti numerosi prigionieri, circa venti, e ci fu un momento in cui tre nostri uomini Ramiro Valdez, Jose Suarez e Jesus Montané, riuscirono ad entrare in una baracca e a detenere lì per un certo tempo circa cinquanta soldati. Questi prigionieri testimoniarono davanti al Tribunale, e tutti senza eccezione hanno riconosciuto che furono trattati con assoluto rispetto, senza dover soffrire neanche una parola di insulto.

La disciplina da parte dell’Esercito fu abbastanza scarsa. Vinsero alla fine per il numero, che dava loro una superiorità di 15 ad uno, e per la protezione che loro forniva la difesa della fortezza.

Quando mi convinsi che tutti i nostri sforzi per prendere la fortezza erano già vani, cominciai a ritirare i nostri uomini a gruppi di otto e dieci. La ritirata fu protetta da sei cecchini che al comando di Pedro Miret e di Fidel Labrador, bloccarono eroicamente il passo all’Esercito. Le nostre perdite nella lotta erano state insignificanti. Il gruppo dell’Ospedale Civile non ebbe più di una vittima; il resto fu vinto dal situarsi delle truppe dell’esercito di fronte all’unica uscita dell’edificio, e soltanto deposero le armi quando non rimaneva loro più neanche un proiettile. Con loro stava Abel Santamaria, il più generoso, amato ed intrepido dei nostri giovani, la cui gloriosa resistenza lo rende immortale davanti alla storia di Cuba. Vedremo la sorte che loro toccò e come desiderò sradicare Batista la ribellione e l’eroismo della nostra gioventu’.

I nostri piani erano di proseguire la lotta sulle montagne in caso di insuccesso dell’attacco al reggimento. Potei riunire un’altra volta, a Siboney, un terzo delle nostre forze; pero molti si erano già persi d’animo. Una ventina decisero di consegnarsi; già vedremo che cosa fu di loro. Il resto, diciotto uomini, con le armi e l’attrezzatura che rimanevano, mi seguirono sulle montagne. Il terreno era a noi perfettamente sconosciuto. Durante una settimana occupammo la parte alta della Cordigliera della Grande Pietra e l’Esercito occupò la base. né noialtri potevamo scendere né loro si decisero a salire. Non furono, dunque, le armi; furono la fame e la sete che vinsero l’ultima resistenza. Dovetti distribuire gli uomini in piccoli gruppi: alcuni riuscirono a filtrare attraverso le linee dell’esercito, altri furono consegnati da monsignor Perez Serantes. Quando solo restavano con me due compagni: Jose Suarez e Oscar Alcalde, tutti e tre totalmente stremati, all’alba di sabato 1° di agosto, una forza al comando del tenente Sarria ci sorprese dormendo. Già la mattanza dei prigionieri era cessata in seguito alla tremenda reazione che provocò nella cittadinanza, e questo ufficiale, uomo di onore, impedì che alcuni assassini ci uccidessero

Si è ripetuto con molta enfasi da parte del governo che il popolo non assecondò il movimento. mai avevo udito una affermazione tanto ingenua e, al tempo stesso, tanto piena di malafede. Pretendono evidenziare con ciò la sottomissione e codardia del popolo Se il Moncada fosse caduto in mano nostra persino le donne di Santiago di Cuba avrebbero impugnato le armi!

Molti fucili furono caricati ai combattenti dalle infermiere dell’Ospedale Civile! Anch’esse combatterono. Questo non lo dimenticheremo mai.

Il Pubblico Ministero era molto interessato a conoscere le nostre possibilità di successo. Queste possibilità si basano su ragioni di ordine tecnico-militare e di ordine sociale.

Si è desiderato instaurare il mito delle armi moderne come certezza della totale impossibilità della lotta aperta e frontale del popolo contro la tirannia. Le sfilate militari, le grandi parate di materiale bellico, hanno per obiettivo il fomentare questo mito e creare nella cittadinanza un complesso di assoluta impotenza. Nessun arma, nessuna forza è capace di vincere a un popolo che si decide a lottare per i propri diritti. Gli esempi storici passati e presenti sono incontestabili. è ben recente il caso della Bolivia, dove i minatori, con cartucce di dinamite, sconfissero e distrussero a reggimenti dell’esercito regolare.

Pero noi cubani non dobbiamo cercare esempi in altri paesi, perché nessuno è tanto eloquente come quello della nostra patria. Durante la guerra del 1895 c’erano a Cuba circa mezzo milione di soldati spagnoli in armi I cubani non disponevano in generale di altra arma che il machete, perché le sue cartucciere erano quasi sempre vuote. c’è un passaggio indimenticabile della nostra guerra di indipendenza narrato dal generale Mirò Argenter

La gente in maggior parte provvista di solo machete, fu decimata Attaccarono agli spagnoli con i pugni, senza pistola

Così lottano i popoli quando desiderano conquistare la propria libertà: tirano pietre agli aerei e deviano i carri armati a morsi!

Dissi che la seconda ragione sulla quale si basava la nostra possibilità di riuscita era di ordine sociale. perché avevamo la sicurezza di contare sul popolo? Quando parliamo di popolo non intendiamo i settori concilianti e conservatori della nazione, a quelli per cui va bene qualsiasi regime di oppressione, qualsiasi dittatura, qualsiasi dispotismo, prostrandosi dinanzi al reggente di turno sino a rompersi la fronte contro il pavimento.

Intendiamo per popolo, quando parliamo di lotta, la grande massa irredenta, quella a cui tutti offrono e quella che tutti ingannano e tradiscono, quella che anela una patria migliore, più degna, più giusta

Noi chiamiamo popolo se di lotta si tratta, ai seicentomila cubani che stanno senza lavoro desiderosi di guadagnarsi il pane con onore senza dover emigrare dalla propria patria in cerca di sostentamento; ai cinquecentomila operai stagionali della campagna che abitano in baracche miserabili, che lavorano quattro mesi e soffrono la fame per il resto dell’anno dividendo con i propri figli la miseria, che non hanno un fazzoletto di terra per seminare e la cui esistenza dovrebbe muovere a più compassione se non ci fossero tanti cuori di pietra; ai quattrocentomila operai industriali e braccianti le cui pensioni, tutte, sono rapinate, la cui vita è il lavoro perenne e il cui riposo è la tomba; ai centomila piccoli agricoltori che vivono e muoiono lavorando una terra che non è loro, contemplandola sempre tristemente come Mose’ alla terra promessa, per poi morire senza mai giungere a possederla, che devono pagare per i fazzoletti di terra come servi feudali una parte dei propri prodotti, che non possono amarla, né migliorarla, né abbellirla, o piantare un cedro o un arancio perché non sanno se un giorno verrà un funzionario a dirgli che deve andarsene; ai trentamila maestri e professori tanto pieni di abnegazione, di sacrifici e necessari al destino migliore delle future generazioni e che tanto male li si tratta e paga; ai ventimila piccoli commercianti appesantiti dai debiti, rovinati dalle crisi e ammazzati dalla piaga di funzionari filibustieri e venali; ai diecimila giovani professionisti: medici, ingegneri, avvocati, veterinari, pedagoghi, dentisti, farmaceutici, giornalisti, pittori, scultori, ecc., che escono dalle aule con i propri titoli desiderosi di lotta e pieni di speranza per trovarsi poi in un vicolo senza uscita, tutte le porte chiuse, sorde alle suppliche e al clamore. Questo è il popolo! Quello che soffre tutte le sue disgrazie ed è pertanto capace di combattere con tutto il coraggio! A questo popolo il cui cammino di angustia è lastricato di inganni e false promesse, non andavamo a dire: “Ti daremo” ma semmai: “Ecco prendi, lotta ora con tutte le tue forze perché siano tue la libertà e la felicità!”.

Cuba potrebbe albergare splendidamente una popolazione tre volte maggiore; non ci sono dunque ragioni perché esista la miseria fra i suoi attuali abitanti.

A quelli che mi chiamano per questa convinzione sognatore, io rispondo con le parole di Martí:

Il vero uomo non guarda da che lato si vive meglio, ma da che lato sta il dovere; e questo è l’unico uomo pratico il cui sogno di oggi sarà la legge del domani, perché colui che ha posto gli occhi agli organi vitali universali e visto ribollire i popoli, tra lamenti e sangue, nella conca dei secoli, egli sa che il divenire, senza nessuna eccezione, sta dal lato del dovere.

Unicamente inspirati a tali elevati propositi è possibile concepire l’eroismo di quelli che caddero a Santiago di Cuba. Gli scarsi mezzi materiali, sui quali dovemmo contare, impedirono il sicuro successo.

I politici spendono nelle loro campagne milioni comprando coscienze, e un pugno di cubani che desiderarono salvare l’onore della patria dovette affrontare la morte con le mani vuote per carenza di risorse. Ciò spiega da chi è stato governato il paese sino ad ora, non da uomini generosi e fedeli, ma dal bassofondo della politicheria Con maggior orgoglio che mai dico che conseguente ai nostri principi, nessun politico di ieri ci ha visti bussare alla sua porta chiedendo un centesimo, che i nostri mezzi furono messi insieme con esempio di sacrificio che non ha paragoni, come quello del giovane Elpidio Sosa che vendette la sua attrezzatura e si presentò da me un giorno con trecento pesos “per la causa; Fernando Chenard, che vendette la apparecchiatura del studio fotografico con il quale si guadagnava da vivere; Pedro Marrero che impegnò il suo stipendio di molti mesi e al quale fu necessario impedire che vendesse persino i mobili della sua casa; Oscar Alcalde, che vendette il suo laboratorio di prodotti farmaceutici; Jesus Montané, che consegnò il denaro che aveva risparmiato per più di cinque anni, e così nello stesso stile molti altri, spogliandosi ognuno di quel poco che aveva.

Bisogna avere una fede molto grande nella propria patria per agire così, e questi ricordi di idealismo mi portano direttamente al capitolo più amaro di questa difesa: il prezzo che fu fatto loro pagare dalla tirannia per il desiderio di liberare Cuba dalla oppressione e dalla ingiustizia.

I fatti sono ancora recenti, però quando gli anni passeranno e il cielo della patria si schiarirà, quando gli animi esaltati si quieteranno e la paura non turberà più gli spiriti, si inizierà allora a vedere in tutta la sua spaventosa realtà la magnitudine del massacro, e le generazioni future rivolgeranno terrorizzate gli occhi a questo atto di barbarie senza precedenti nella nostra storia. Però non desidero che l’ira mi accechi, perché ho bisogno di tutta la chiarezza della mia mente e la serenità del cuore distrutto per esporre i fatti così come occorsero, con tutta semplicità, senza drammatismi, perché sento vergogna come cubano, che alcuni uomini senza anima, con i suoi crimini inqualificabili, abbiano disonorato la nostra patria dinanzi al mondo.

Non fu mai il tiranno Batista un uomo di scrupoli che tentenna prima di dire al popolo la più fantastica menzogna.

Le cose che affermò il dittatore dal poligono dell’accampamento di Columbia, sarebbero degne di risa se non fossero così impappate di sangue. Disse che gli attaccanti erano un gruppo di mercenari tra i quali c’erano molti stranieri; disse che l’attacco era stato ideato dall’ex-presidente Prio e con suo denaro, e si è provato sino alla sazietà l’assenza assoluta di ogni relazione tra questo movimento e il regime passato; disse che eravamo armati di mitragliatrici e granate a mano, e qui i tecnici dell’Esercito hanno dichiarato che avevamo solo una mitragliatrice e nessuna granata a mano; disse che avevamo sgozzato la postazione di guardia, e qui sono apparsi a verbale i certificati di morte e i certificati medici corrispondenti a tutti i soldati morti o feriti, dai quali, risulta che nessuno presentava lesioni di arma bianca.

Quando un capo di stato o chi pretende esserlo fa dichiarazioni al paese, non parla per parlare: alberga sempre qualche obiettivo, persegue sempre un effetto, lo anima sempre una intenzione. Se eravamo già stati militarmente vinti, se già non rappresentavamo più un pericolo per la dittatura, perché ci si calunniava in questo modo? Se non è chiaro che era un discorso sanguinario, se non è evidente che si pretendeva giustificare i crimini che si stavano commettendo dalla notte prima e che si andavano a commettere dopo, che parlino per me i numeri: il 27 luglio, nel suo discorso dal poligono militare, Batista disse che gli attaccanti avevano avuto trentadue morti; alla fine della settimana i morti salivano a più di ottanta. In quale battaglia, in quali luoghi, in quali combattimenti morirono questi giovani? Prima che parlasse Batista si erano assassinati più di venticinque prigionieri; dopo che parlò se ne assassinarono cinquanta.

Che grande senso dell’onore quello di quei militari modesti, tecnici e professionisti dell’Esercito, che al comparire dinanzi al tribunale non deformarono i fatti, e relazionarono attenendosi alla stretta verità. Questi si che sono militari che onorano l’uniforme, questi si che sono uomini! né il militare né l’uomo vero è capace di macchiare la sua vita con la menzogna o il crimine. Io so che sono terribilmente indignati con i barbari omicidi che si commisero, io so che sentono con ripugnanza e vergogna l’odore di sangue omicida che impregna sino all’ultima pietra il Quartiere Moncada.

Esorto il dittatore a ripetere ora, se puo’, le sue vili calunnie contro le testimonianze di questi onorevoli militari, lo esorto a che giustifichi davanti al popolo di Cuba il suo discorso del 27 luglio, che non taccia, che parli! Che dica se la Croce d’Onore che pose nel petto agli eroi del massacro era per premiare i crimini ripugnanti che si commisero; che assuma sin da ora la responsabilità davanti alla storia e non pretenda di dire poi che furono i soldati senza suoi ordini, che spieghi alla nazione i settanta omicidi; fu molto il sangue! La nazione ha bisogno di una spiegazione, la nazione lo domanda, la nazione lo esige.

Non si ammazzò durante un minuto, un’ora o un giorno intero, ma una intera settimana, i colpi, le torture, non cessarono un istante come strumento di sterminio maneggiato da perfetti artigiani del crimine. Il Quartiere Moncada si convertì in un laboratorio di tortura e morte, e alcuni uomini indegni convertirono l’uniforme militare in pannelle da macellai. I muri si incrostarono di sangue; nella parete le pallottole restarono incrostate con frammenti di pelle e capelli umani

Le mani criminali che reggono il destino di Cuba avevano scritto per i prigionieri all’entrata di quell’antro di morte, la scritta dell’inferno: “LASCIATE OGNI SPERANZA”.

Conosco molti dettagli di come si realizzarono questi crimini, per bocca di alcuni militari che pieni di vergogna, mi riferirono le scene di cui erano stati testimoni.

Il primo prigioniero assassinato fu il nostro medico Mario Muñoz, che non portava armi né uniforme e vestiva il suo camice di medico, un uomo generoso e competente che aveva prestato cura con la stessa devozione tanto all’avversario quanto all’amico ferito. Nel cammino dall’Ospedale Civile al Quartiere gli spararono un colpo alla schiena e lo lasciarono lì con la bocca rivolta in basso in una pozza di sangue. Però la mattanza di prigionieri non cominciò sino alle tre del pomeriggio. Fino a questa ora si aspettarono ordini. Arrivò dunque dall’Avana il generale Martin Diaz Tamayo, il quale portò istruzioni concrete uscite da una riunione dove si trovavano Batista, il capo dell’Esercito, il capo del SIM [Servizio di Intelligence Militare] e altri.

Disse che “era stata una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento tre volte più vittime degli attaccanti e che si dovevano uccidere dieci prigionieri per ogni soldato morto” Questo fu l’ordine!

Quello di cui questi uomini avevano bisogno era precisamente questo ordine. Nelle loro mani perì il meglio di Cuba: i più valorosi, i più onorati, i più idealisti. Il tiranno li chiamò mercenari, e lì essi stavano morendo come eroi in mano di uomini che ricevono uno stipendio dalla Repubblica e i quali con le armi che essa ha dato loro perché la difendano, servono piuttosto gli interessi di un manipolo e assassinano i migliori cittadini.

Per mezzo della tortura offrivano loro la vita se tradendo la propria posizione ideologica si prestavano a dichiarare falsamente che Prío [Carlos Prío Socarrás, Ex Presidente cubano in esilio] aveva dato loro il denaro, e come essi rifiutavano indignati la proposta, continuavano torturandoli orribilmente.

Le fotografie non mentono e quei cadaveri appaiono distrutti.

Questo lo fecero per molti giorni e assai pochi prigionieri di quelli che erano detenuti sopravvissero.

Signori Giudici, dove stanno i nostri compagni detenuti nei giorni 26, 27, 28 e 29 luglio che si sa erano settanta nella zona di Santiago di Cuba? Solamente tre e le due ragazze sono ricomparsi;

Dove stanno i nostri compagni feriti? Solo cinque sono comparsi; i restanti furono ugualmente assassinati. Qui, al contrario, hanno sfilato venti militari che furono nostri prigionieri e che secondo le loro stesse parole non ricevettero neanche una offesa. Qui hanno sfilato trenta feriti dell’Esercito, molti di loro in combattimenti sulla strada, e nessuno di essi fu giustiziato. Se l’Esercito ebbe diciannove morti e trenta feriti, com’e’ possibile che noi abbiamo avuto ottanta morti e cinque feriti?

Come può spiegarsi la favolosa proporzione di sedici morti per un ferito, se non giustiziando i feriti nell’ospedale stesso e assassinando poi gli indifesi prigionieri? Questi numeri parlano senza possibile replica. “E’ una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento un numero di vittime tre volte superiore agli attaccanti; bisogna ammazzare dieci prigionieri per ogni soldato morto …” Questo è il concetto che hanno dell’onore i caporali divenuti generali il 10 di marzo [il giorno del colpo di stato che portò Batista al potere], e questo è l’onore che desiderano imporre all’Esercito nazionale. Onore falso, onore di apparenza che si basa sulla menzogna, la ipocrisia e il crimine; assassini che plasmano con il sangue una maschera di onore. Chi disse loro che morire combattendo è un disonore? Chi disse loro che l’onore di un Esercito consiste nell’assassinare feriti e prigionieri di guerra? In guerra gli eserciti che assassinano i prigionieri si sono sempre guadagnati il disprezzo e l’esecrazione del mondo.

Il militare di onore non assassina il prigioniero indifeso dopo il combattimento, ma lo rispetta; non giustizia il ferito, ma lo aiuta; impedisce il crimine e se non può impedirlo fa come quel capitano spagnolo che sentendo gli spari con cui si fucilavano gli studenti ruppe indignato la sua spada e rinunciò di continuare a servire quell’esercito.

Per i miei compagni morti non chiedo vendetta. Dato che le loro vite non avevano prezzo, non potrebbero pagarla con la loro tutti i criminali messi insieme. Non è con il sangue che si può pagare la vita dei giovani che morirono per il bene di un popolo; la felicità di questo popolo è l’unico prezzo degno che si può pagare per quelle vite.

In più i miei compagni non sono dimenticati, né morti; vivono oggi più che mai e i suoi assassini devono vedere terrorizzati come sorge dai loro cadaveri eroici lo spettro vittorioso delle loro idee. Che parli per me l’Apostolo:

C’è un limite al pianto durante la sepoltura dei morti, ed è l’amore infinito per la patria e la gloria che si vede sopra i loro corpi, che non teme, non si abbatte né mai si indebolisce; perché i corpi dei martiri sono l’altare più bello della dignità.

… Quando si muore
Nelle braccia della patria gradita,
La morte finisce, la prigione si rompe;
Comincia alla fine, con il morir, la vita!

Fin qui mi sono attenuto quasi esclusivamente ai fatti. Come non dimentico che sto davanti ad un Tribunale di Giustizia che mi giudica, dimostrerò ora che unicamente dalla nostra parte sta il diritto e che la sanzione imposta ai miei compagni e quella che si pretende di impormi, non hanno giustificazione dinanzi alla ragione, dinanzi alla società e dinanzi alla vera giustizia.

Sto per narrarvi una storia. C’era una volta una Repubblica. Aveva la sua Costituzione, le sue leggi, le sue libertà; Presidente, Parlamento, Tribunali; tutti potevano riunirsi, associarsi, parlare e scrivere in piena libertà. Il governo non soddisfaceva il popolo, però il popolo poteva cambiarlo e già mancavano alcuni giorni per farlo. Esisteva una opinione pubblica rispettata e riverita e tutti i problemi di interesse collettivo erano discussi liberamente. C’erano partiti politici, ore dottrinali di radio, programmi polemici della televisione, atti pubblici e nel popolo palpitava l’entusiasmo. Questo popolo aveva sofferto molto e se non era felice, desiderava esserlo e aveva diritto a ciò. Lo avevano ingannato molte volte e guardava al passato con vero terrore. Credeva ciecamente che questo non poteva tornare; era orgoglioso del suo amore per la libertà e viveva convinto che essa sarebbe stata rispettata come cosa sacra; sentiva una fiducia nobile nella sicurezza che nessuno potesse provare a commettere il crimine di attentare contro le proprie istituzioni democratiche. Desiderava un cambiamento, un miglioramento, un progresso e lo vedeva vicino. Tutta la sua speranza stava nel futuro.

Povero popolo! Una mattina la cittadinanza si svegliò di soprassalto; nelle ombre della notte gli spettri del passato avevano congiurato mentre essa dormiva, e ora la tenevano afferrata per le mani, per i piedi e per il collo. Non, non era un incubo; si trattava della triste e terribile realtà: un uomo chiamato Fulgencio Batista aveva commesso il crimine che nessuno pensava.

Successe dunque che un umile cittadino di quel popolo, che desiderava credere nelle leggi della Repubblica e nell’integrità dei suoi giudici cercò un codice di Difesa Sociale per vedere che castigo prescriveva la società per l’autore di un simile fatto e lo trovò come segue:

Incorrerà nella sanzione di privazione della libertà da sei a dieci anni colui che effettuerà qualsiasi atto diretto a cambiare in tutto o in parte, per mezzo della violenza, la Costituzione dello Stato o la forma di governo stabilita.

Si imporrà una sanzione di privazione della libertà da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sarà la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione

Senza dire niente a nessuno, con il Codice in una mano e i fogli nell’altra, il menzionato cittadino si presentò nel vecchio edificio della capitale dove funzionava il tribunale competente, che era obbligato a promuovere la causa e castigare i responsabili di quel fatto, e presentò uno scritto denunciando i delitti e chiedendo per Fulgencio Batista e per i suoi diciassette complici la sanzione di 108 anni di prigione come ordinava imporre il Codice di Difesa Sociale con tutte le aggravanti

Passarono giorni e mesi. Che tradimento. L’accusato non era molestato, passeggiava per la Repubblica come un barone, lo chiamavano onorevole signore e generale

Passarono ancora giorni e mesi. Il popolo si stancò di abusi e di burle. I popoli si stancano! Venne la lotta, e quindi quell’uomo che stava fuori dalla legge, che aveva occupato il potere con la violenza, contro la volontà del popolo e aggredendo l’ordine legale, torturo’, assassino’, incarcerò e accusò dinanzi ai tribunali quelli che lottavano per la legge e per ridare al popolo la sua libertà.

Signori Giudici,

io sono quel cittadino che un giorno si presentò inutilmente dinanzi al Tribunale per chiedere che castigasse a quegli ambiziosi che violarono le leggi e ridussero in cenere le nostre istituzioni, e ora è a me che si accusa Mi direte che quella volta i giudici della Repubblica non agirono perché glielo si impedì con la forza: dunque, confessatelo: questa volta ugualmente la forza vi obbligherà a condannarmi. La prima volta non poteste castigare il colpevole; la seconda dovrete castigare l’innocente. La donzella della giustizia due volte violentata con la forza.

Cuba sta soffrendo un crudele e ignobile dispotismo e voi non ignorate che la resistenza di fronte al dispotismo è legittima; questo è un principio universalmente riconosciuto e la nostra Costituzione del 1940 lo consacrò espressamente nell’articolo 40: “E’ legittima la resistenza adeguata per la protezione dei diritti individuali garantiti anteriormente”

Il diritto di insurrezione dinanzi alla tirannia è uno di quei principi che, sia o no incluso nella Costituzione Giuridica, ha sempre piena vigenza in una società democratica.

Il diritto alla ribellione contro il dispotismo, Signori Giudici, è stato riconosciuto dalla più lontana antichità sino al presente, da uomini di tutte le dottrine, di tutte le idee e di tutte le credenze. Nelle monarchie teocratiche della più remota antichità in Cina, era praticamente un principio costituzionale che quando il re governasse in modo turpe e dispotico, fosse deposto e rimpiazzato da un principe virtuoso.

I pensatori dell’antica India impararono la resistenza attiva contro gli arbitri dell’autorità. Giustificarono la rivoluzione e tradussero molte volte le proprie teorie in pratica.

San Tommaso d’Aquino, nella “Summa Theologica” rifiutò la dottrina della tirannide, e sostenne, senza dubbio, la tesi che i tiranni devono essere deposti dal popolo.

Martin Lutero proclamò che quando il governo degenera in tirannide ferendo la legge, i sudditi sono liberati dal dovere dell’ubbidienza. Calvino, il pensatore più notevole della Riforma dal punto di vista delle idee politiche, postula che il popolo ha diritto a prendere le armi per opporsi a qualsiasi usurpazione.

Niente meno che un gesuita spagnolo dell’epoca di Filippo II, Juan Mariana, nel suo libro “De Rege et Regis Institutione”, afferma che quando il governante usurpa il potere, o quando eletto, regge la vita pubblica in maniera tirannica, è lecito l’assassinio direttamente, o avvalendosi dell’inganno, con il minor disturbo possibile.

Già nel 1649 John Milton scrive che il potere politico risiede nel popolo, il quale può nominare o destituire i re

John Locke nel suo “Trattato di Governo” sostiene che quando si violano i diritti naturali dell’uomo, il popolo ha il diritto e il dovere di sopprimere o cambiare il governo: “L’unico rimedio contro la forza senza autorità sta nell’opporre ad essa la forza”. Jean-Jacques Rousseau dice con molta eloquenza nel suo “Contratto Sociale”:

Mentre un popolo si vede forzato a obbedire e obbedisce, fa bene; e non appena può strapparsi il giogo e se lo strappa, fa meglio, recuperando la sua libertà con lo stesso diritto che gli è stato tolto

Rinunciare alla propria libertà è rinunciare alla qualità dell’uomo, ai diritti dell’umanità, e anche ai doveri. Tale rinuncia è incompatibile con la natura dell’uomo; e togliere tutta la libertà alla volontà è togliere ogni moralità alle azioni.

La famosa Dichiarazione Francese dei Diritti dell’Uomo lasciò alle generazioni future questo principio:

Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per questo il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri.
Quando una persona si impossessa della sovranità deve essere condannata a morte dagli uomini liberi

Credo di aver giustificato sufficientemente il mio punto di vista Però c’è una ragione che ci assiste più potente di tutte le altre: siamo cubani ed essere cubano implica un dovere, non compierlo è un crimine ed un tradimento. Viviamo orgogliosi della storia della nostra patria; la apprendiamo a scuola e siamo cresciuti udendo parlare di libertà, di giustizia e di diritti. Tutto questo apprendemmo e non lo dimenticheremo

Nascemmo in un paese libero che ci lasciarono i nostri padri, e sprofonderà l’Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno.

Termino la mia difesa, però non lo farò come fanno sempre tutti gli avvocati, chiedendo la libertà del difeso; non posso chiederla quando i miei compagni stanno soffrendo nell’Isola dei Pini una prigionia ignobile. Inviatemi insieme a loro a condividere la loro sorte, è concepibile che gli uomini che hanno onore siano morti o prigionieri in una repubblica dove è presidente un criminale e un ladro.

Ai Signori Giudici, la mia sincera gratitudine per avermi permesso di esprimermi liberamente senza meschine coazioni Resta tuttavia all’Udienza un problema più grave: qui stanno le cause iniziate per i settanta omicidi, cioè per il più grande massacro che abbiamo conosciuto, e i colpevoli restano liberi con l’arma in mano che è una minaccia perenne per la vita dei cittadini; se non cade sopra di essi tutto il peso della legge, per codardia o perché ve lo impediscono, e non rinunciano in pieno tutti i giudici, io ho pietà della vostra dignità e compassione per la macchia senza precedenti che cadrà sopra il Potere Giuridico.

In quanto a me so che il carcere sarà duro come non lo è mai stato per nessuno, pieno di minacce, di vile e codardo rancore, però non lo temo, così come non temo la furia del tiranno miserabile che ha preso la vita a settanta fratelli miei.

Condannatemi. Non importa. La storia mi assolverà.

Fidel Castro

ELTSIN: L’ubriacone che distrusse il socialismo russo

Da dove partire per raccontare questa storia, partiamo dalla fine, la fine dell’Unione Sovietica.

È il 1991. Il momento storico è drammatico. Si sentono, ancora rimbombanti nell’aria, i tonfi provocati dai cocci del muro di Berlino, abbattuto solo due anni prima. Nei programmi di risanamento economico, politico e sociale dell’Unione Sovietica, la Perestrojka è la strada da seguire.

La manovra voluta da Michail Gorbaciov, non porta risultati: è troppo lenta. La popolazione è stremata dalla crisi economica il graduale abbandono del socialismo ha gettato il paese nel baratro. La gente è in strada, chiede l’elemosina.

All’interno dell’URSS, nuove forze che non si riconoscono più negli ideali del comunismo, delineano il loro progetto di una nuova Unione Sovietica in forma di una confederazione di repubbliche indipendenti e dotate di autogoverno totalmente decentralizzato. Il loro capo è Boris Yeltsin, classe 1931, neoeletto Presidente della Repubblica Russa e nemico politico di Gorbaciov e del PCUS, dal quale è fuoriuscito appena un anno prima.

PUTSCH DI AGOSTO

Chi si fosse trovato a sintonizzare la televisione sui tre canali nazionali, nelle prime ore del 19 agosto 1991 a Mosca, avrebbe potuto ascoltare un’unica composizione musicale (il Lago dei cigni di Čajkovskij) ripetuta in loop, circostanza che, in ogni epoca e latitudine, è in grado di evocare presagi sinistri.

Di buon mattino giunse l’annuncio ufficiale: ”In rapporto all’inabilità di Mikhail Serghievich Gorbaciov per motivi di salute di svolgere le sue funzioni come Presidente dell’URSS, ho assunto le funzioni di Presidente dell’URSS a partire dal 19 agosto sulla base dell’art. 127 della Costituzione dell’URSS. Gennadij I. Janaev, Vice­Presidente dell’URSS”; un comunicato successivo esplicitò che in alcune parti dell’URSS era stato imposto lo stato di emergenza e, allo scopo di dirigere il paese, era stato costituito un comitato, di cui facevano parte, tra gli altri, il Presidente del KGB Krjučkov, il Primo Ministro Pavlov, il Ministro dell’Interno Pugo, il Ministro della Difesa Jazov, il ”facente funzioni di Presidente dell’URSS, Janaev.

Tale evento si inseriva in una fase estremamente critica della storia sovietica: una crisi economica feroce, strutturale e di lungo periodo, che non poteva più essere tenuta nascosta proprio a causa dei processi di glaznost e perestrojka – trasparenza e ristrutturazione – introdotti dal Presidente Gorbaciov, aveva indebolito il potere centrale sia sul fronte internazionale sia su quello interno, favorendo il rinvigorirsi di istanze nazionaliste nelle repubbliche sovietiche, che, una dopo l’altra, si proclamavano indipendenti.

Nelle parole di uno dei testimoni degli eventi del 19 agosto, Gennadij Burbulis, all’epoca braccio destro di Eltsin, “fu subito chiaro che si trattava di un tentativo disperato di impedire la firma del trattato, prevista per il giorno dopo. Ma questa era l’unica cosa chiara. Gli americani che seguivano gli eventi sulla CNN sapevano quel che succedeva in Russia più di quel che ne sapevano i russi; i conduttori dei notiziari a Mosca si limitavano a leggere la dichiarazione rilasciata dagli autori del colpo di stato”.

Questi ultimi, tuttavia, apparvero da subito deboli nella comunicazione dei propri intenti e privi di carisma, e il previsto supporto popolare al putsch non vi fu: per due giorni Mosca fu capitale di uno spettacolo surreale, con carri armati per le strade che non sparavano, né intervenivano, mostrando una tacita solidarietà con i resistenti. Le piazze e le vie delle città più importanti si riempirono di persone che protestavano, bloccavano le forze armate, inscenavano manifestazioni spontanee.

Gorbaciov venne liberato, il 22 agosto tornò nella capitale, ma il centro del potere era adesso la Casa Bianca con Eltsin, non più il Cremlino; naufragata ogni possibilità di un nuovo trattato dell’Unione, il 24 egli si dimise dalla carica di Segretario del PCUS: aveva “perso i comandi” della stessa URSS, che, agli occhi del mondo intero, rappresentava, mentre stava crescendo la popolarità di Eltsin, peraltro con il plauso di tutto l’Occidente.

Pochi giorni dopo fu sciolto il PCUS. Il 25 dicembre Gorbaciov rassegnò le dimissioni anche da presidente dell’URSS, la bandiera rossa sul Cremlino venne sostituita da quella della Federazione Russa e il 26 dicembre l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche cessò formalmente di esistere.

LA NASCITA DEL CAPITALISMO RUSSO

Una volta avuta la meglio nel 1991 sul Putsch di agosto, Boris Yeltsin fu in grado di mettere mano liberamente alle numerose e gravose questioni che all’epoca affliggevano la neonata Federazione russa, tra cui una situazione economica

Yeltsin aveva pochi dubbi sulla ricetta da applicare per uscire dalla grave crisi economica russa: smantellare integralmente l’economia pianificata per sostituirla in tempi estremamente brevi con un sistema basato sulla proprietà privata e sul libero mercato, ricetta da attuare con una terapia shock.

A tal fine, il primo ministro della Federazione russa Egor Gajdar diede inizio nel 1992 alle privatizzazioni di massa di quello che restava dell’apparato economico sovietico.
Vennero liberalizzati l’80% dei prezzi alla produzione e il 90% dei prezzi al dettaglio, il commercio estero venne anch’esso liberalizzato con l’imposizione di un’aliquota fissa del 5% e con la cancellazione dei controlli quantitativi sull’importazione.

Gli effetti delle riforme di Yeltsin al 1992 furono disastrosi: il pil crollò del 14%, il deficit arrivò al 6% del pil, l’inflazione toccò un picco del 2500% e la produzione industriale diminuì del 25%. Nel frattempo, la privatizzazione proseguì spedita e dal 1992 al 1994 vennero privatizzate il 90% delle piccole imprese e il 70% di quelle grandi.

IL GOLPE DI ELTSIN, LA DUMA VIENE BOMBARDATA

Quel che accadde a Mosca tra il 2 e il 4 ottobre del 1993 è senza dubbio uno degli eventi più tragici e dimenticati della storia contemporanea. In quei giorni le forze armate, su ordine di Boris Eltsin, bombardarono la Duma, ovvero il Parlamento russo, colpevole di essersi opposto alle manovre illegali e incostituzionali del governo da lui presieduto.

I parlamentari – interpreti del profondo malcontento popolare nei confronti della situazione in cui versava la Russia post-sovietica – avevano infatti osato opporre resistenza ai piani di scioglimento della Duma decretati da Eltsin.
Per tutta risposta, essi vennero dapprima accerchiati dai militari, e infine bombardati da parte di unità dell’esercito a lui fedeli.Scontri violentissimi tra le forze dell’ordine e le oltre 100.000 manifestanti che sostenevano in piazza le ragioni dei deputati “ribelli” fecero centinaia di vittime. Decine di parlamentari persero la vita sotto le bombe.

Come Pinochet nel ‘73, una cricca di usurpatori usava la violenza militare per soffocare le legittime pretese democratiche di chi reclamava il ritorno al socialismo. Si tratta di un vero e proprio colpo di Stato, necessario per imporre una controrivoluzione aborrita dal popolo, ma necessaria alla nascente borghesia ladra russa. La dittatura militare, che analisti pigri e disinformati imputano all’URSS, in verità prese corpo dopo la caduta dell’URSS, sulla base economica del capitalismo nascente, e caratterizzò la natura del potere russo degli anni ‘90.

Il capitalismo non si ferma, lo smantellamento del socialismo

Le risorse minerarie ed energetiche russe passarono di proprietà delle banche per delle cifre irrisorie. Le ricchezze nate da questa operazione diedero vita alla casta degli oligarchi, che nel 1996 si accordarono per sostenere la campagna elettorale di Yeltsin. Mentre pochi si arricchivano, la maggior parte dei russi vide un netto peggioramento delle proprie condizioni di vita: la disoccupazione nel 1996 riguardò il 10% della popolazione, mentre il pil rimase al 3%, nel contesto di un’inflazione che disintegrava i risparmi dei cittadini (nel 1996 era al 22%).

Al 1995 il 39% dei russi viveva sotto il livello di povertà, dai 2 milioni del 1988 i poveri passarono a essere 57 milioni appena sette anni più tardi. Inoltre, la distribuzione del reddito si alterò al punto da rendere la Russia degli anni Novanta uno dei paesi col maggior tasso di disuguaglianza.

Nel 1994 l’aspettativa di vita alla nascita era scesa a 64 anni. Dopo il 1996 in Russia fece la sua comparsa il baratto, che in Europa non si vedeva in modo così massiccio dal crollo dell’Impero romano.

Nel 1998 il paese venne colpito da una grave crisi finanziaria che segnò definitivamente il fallimento delle riforme di Yeltsin, provocata dalla crisi economica delle tigri asiatiche e dal crollo del prezzo del petrolio che a sua volta innescò una brusca diminuzione dell’entrata di valuta straniera in Russia, causando difficoltà nel tasso di cambio.
Il debito statale, finanziato da titoli di Stato a breve termine, divenne presto insostenibile a causa del tasso di interesse sempre più alto, mentre l’inflazione nel 1998 salì all’84%. I sussidi pubblici all’agricoltura crollarono dell’80% nel corso dell’anno.

Ad agosto venne svalutato il rublo e dichiarato il default sul debito interno, oltre che una moratoria di 90 giorni su quello estero.

Nel 1999, al termine della presidenza di Yeltsin, il 40% dei russi viveva sotto il livello di povertà, il 12% era disoccupato, e la criminalità e il tasso di omicidi erano decisamente peggiorati.

Memoria a orologeria

L’ECONOMIA RUSSA NEGLI ANNI DI YELTSIN (1991 – 1999)

Tentato colpo di stato a Mosca il 19 agosto 1991

La partita è sospesa

Lo stadio Poljud non è mai stato teatro di grandi trionfi. Gli anni d’oro dei croati non hanno certo coinciso con quelli del nuovo stadio cittadino. Eppure la storia ha deciso di passare proprio per quel campo di gioco. Il 4 maggio del 1980 si sta disputando una delle più importanti gare della prima divisione jugoslava.

Da una parte i padroni di casa dell’Hajduk, dall’altra gli acerrimi nemici di Belgrado, la Stella Rossa. I dalmati sono campioni in carica, ma sono fuori dalla lotta per il titolo, i serbi invece vogliono ritornare sul trono dopo qualche tempo lontano dalla vetta (e alla fine della stagione ci riusciranno).

Le tensioni non si esauriscono sul terreno di gioco. La Torcida Split mette a disagio le forze dell’ordine. La repressione non ha funzionato e si temono nuovi scontri, tenuto anche conto del fatto che gli avversari non sono una squadra qualunque, la rivalità è accesissima. Il primo tempo è vibrante, sia in campo che sugli spalti. Tutta la nazione segue la gara che viene trasmessa anche in televisione.

Mancano quattro minuti al duplice fischio, quando tre uomini in borghese entrano in campo.Che sta succedendo? I tre si avvicinano all’arbitro, e gli sussurrano qualcosa all’orecchio. La reazione del direttore di gara è sbigottita. Immediatamente i giocatori si avvicinano. Entrano anche i dirigenti. Sul Poljud cala il silenzio. Non vola una mosca. Sono tutti in attesa di una comunicazione.

Tocca al presidente dell’Hajduk Ante Skataretiko dare la notizia: “La partita è sospesa, il compagno Tito è morto”.I nervi non reggono più. Calciatori capaci di giocare per novanta minuti sotto le peggiori minacce da parte dei tifosi avversari crollano a terra. Zlatko Vujović sulle rive dell’Adriatico è considerato una bandiera, ma quando ascolta con le sue orecchie che Tito se n’è andato, sente le sue ginocchia farsi deboli, e si accascia a terra.

Il direttore di gara è un bosniaco di nome Muharemagic. Non proprio un ragazzino. Eppure non ce la fa neanche lui a mantenere il contegno. La scena è incredibile. I giocatori si radunano a centrocampo. Con arbitro e guardalinee all’altezza del cerchio centrale. I fotografi scattano le foto, ma anche loro sono lenti, perché non riescono a trattenersi e piangono.

Da una parte l’Hajduk in maglietta e calzettoni bianchi, e pantaloncini blu. Dall’altra la Stella Rossa, con la divisa tradizionale a strisce bianco-rosse, calzoncini e calzettoni bianchi. Sono schierati come prima del calcio di inizio. Qualcuno non rispetta gli schieramenti e le squadre si mischiano. C’è un silenzio totale, rotto solo dai singhiozzi di qualcuno che sta piangendo. Non è retorica, ma non ci sono più croati, non ci sono più serbi, né cattolici o ortodossi, c’è solo un popolo che piange per la morte del proprio leader.

Poi tutto lo stadio intona una canzone popolare “Druze Tito mi ti se kunemo, da sa tvoga puta ne skrenemo”, che tradotto suona come “Compagno Tito, te lo giuriamo, non ci allontaneremo mai dal tuo esempio”. Il pianto è collettivo, l’elaborazione del lutto è ancora lontana da venire.

La Jugoslavia non si riprenderà mai più.

Fonte:

Curva Est

La Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran

Bandiera, Repubblica Socialista Sovietica Persiana

Tra gli effetti della Rivoluzione d’Ottobre russa nel Vicino Oriente emerge la proclamazione di Jomhuri-e Sosialisti-e Shouravi-e Irán “Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran” (RSSI) nel 1921 sulle rive del Mar Caspio, a Guilàn, la regione boscosa del nord dell’Iran.

Il primo governo dei lavoratori in Iran, e anche in Asia, fu il risultato di due decenni di lotta delle forze progressiste, che cominciarono nel 1905 con la Rivoluzione Costituzionale, il cui obiettivo fu di limitare il potere assolutistico dei monarchi attraverso il parlamento e la costituzione. E’ nello stesso anno che scoppia, nel paese vicino, la Rivoluzione russa contro lo zar Nicola II.

L’Iran, dopo i sei anni che durò la rivoluzione, raggiunse i suoi obiettivi, anche se la “Santa Alleanza” tra i religiosi reazionari, l’aristocrazia e il colonialismo britannico li sviò. Ma la lotta continuava: i rivoluzionari si trasferirono a Guilàn, trasformandola in una piattaforma da cui partire per andare a liberare il resto di quell’immenso e strategico paese.

Il Movimento della Selva

Nel 1915 un gruppo di 300 guerriglieri, guidato da Mirza Kuchek Khan, liberò paese per paese la zona di Guilàn fino a prendere il controllo di tutta la regione nel 1916. Così inizia la leggenda di Yonbesh-e Yangal (il Movimento della Selva) per espellere dal nord dell’Iran l’imperialismo russo che si era appropriato delle fertili terre, uccidendone per fame e sfruttamento gli abitanti.

Finita la Prima Guerra Mondiale, e mentre le truppe zariste avevano occupato il nord dell’Iran, i britannici avevano conquistato il controllo del sud petrolifero e della stessa Teheran. Mirza, un giovane patriota che simpatizzava con l’islamismo e con l’impero ottomano “musulmano”, dirigeva un movimento di natura eterogenea, composto da braccianti, contadini e artigiani. Mancava di un programma politico-economico per trasformare la situazione e si finanziava mediante il riscatto che otteneva per la liberazione dei proprietari terrieri che sequestrava. Il suo peculiare metodo di ricatto attraversò le frontiere della regione: nel 1916, quando il leader comunista Soleiman Eskandari fu arrestato dai britannici a Teheran, gli yangali (i membri del movimento, n.d.t.) rapirono il vice-console britannico Charles Maclaren e vari militari e li scambiarono alcune settimane dopo.

Nel febbraio del 1917 la Rivoluzione di febbraio in Russia scosse l’Iran e specialmente il nord: l’esercito zarista si disintegrò, lasciando libera la strada perché gli yangali uscissero dalla selva e prendessero il potere in tutta la regione. Essi erano coscienti che, senza l’appoggio del resto dell’Iran e anche di una grande potenza, mantenerlo sarebbe stato un compito difficile. Per cui Mirza decise di cercare l’appoggio dei comunisti iraniani e dei bolscevichi russi, e un volta avutolo, il 5 giugno 1920 proclamò la Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran.

Ma Mirza non era socialista, e non aveva alcuna intenzione di iniziare riforme di quel tipo: la sua opposizione alla ripartizione delle terre fra i contadini fu la ragione per cui centinaia di repubblicani, tra cui il suo numero due Ehsanolà Dustdar (1883-1939), si “”convertirono” al marxismo. In una lettera a Lenin, Mirza aveva ricordato al leader bolscevico la santità della proprietà nell’Islam: “la nazione iraniana non è disposta ad applicare il programma bolscevico”. Così, appoggiata dalla Rivoluzione russa di febbraio, l’ala di estrema sinistra comunista diretta da Ehsanolà (soprannominato “il Compagno Rosso”) organizza un colpo di Stato contro Mirza, con l’appoggio di Mosca, e proclama la Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran, mettendo in vendita le grandi proprietà terriere dei religiosi e procedendo all’espropriazione dei proprietari terrieri, insieme ad una forte campagna anti-religiosa. Il risultato fu la resistenza armata dei signori feudali, la fuga di migliaia di persone e una carestia generalizzata a causa dell’incendio delle coltivazioni da parte dei controrivoluzionari.

Proteggere la RSSI diventa una priorità di Leon Trotsky, che invia nel maggio 1920 la Flotta Sovietica del Caspio sulle coste della città iraniana di Anzali, ufficialmente per combattere i russi “bianchi” del generale Denikin rifugiatisi in Iran, ma con l’obiettivo reale di fornire alla repubblica iraniana consiglieri, finanziamenti e 15.000 soldati e volontari dell’Esercito Rosso.

In questa situazione di tensione, Ehsanolà decide che è ora di liberare il resto del paese e invia l’Esercito Rosso dell’Iran, formato soltanto da 5.000 soldati e volontari male equipaggiati, alla conquista di Teheran. Ma questi, appena usciti dalla zona di Guilàn, vengono sconfitti dalle truppe governative.

Terza ed ultima tappa

Il buon senso arriverà per mano del Partito Socialdemocratico (comunista) dell’Iran, e dalla figura di Heidar Amu Oghli (1880-1921), un uomo colto che aveva studiato ingegneria elettrica e che parlava otto lingue (tra cui inglese, francese, russo e italiano).

Oghli, che aveva conosciuto Lenin durante il suo esilio in Svizzera e che fu il rappresentante dell’Iran nell’Internazionale Comunista del 1919, applica la decisione presa dal Congresso dei Popoli dell’Oriente di costruire ampie alleanze per formare governi democratici, come primo passo per la costruzione del socialismo. Heidar Khan credeva che l’Iran non fosse preparato per una repubblica socialista e cercò di promuovere un governo democratico delle forze progressiste, creando un governo di coalizione, facendo entrare Mirza ed Ehsanolà nel “Comitato Bolscevico” e impedendo la caduta della RSSI.

Intanto, con la Rivoluzione di Ottobre sovietica, le riforme sociali accelerano: di formano “consigli” popolari nelle campagne e nelle città; i braccianti e i contadini poveri ricevono le terre e vengono esclusi dal pagamento delle tasse e, per la prima volta, si festeggiano l’8 marzo e le donne. Le riforme daranno risultati: la produttività aumenta e la carestia che la popolazione soffriva si ferma; vengono smantellati i tribunali religiosi e si dichiarano universali e gratuite educazione e sanità.

Tra i partigiani vi erano anche numerose donne: Blur Khanom, ad esempio. Dirigeva il comando di assalto ai camion britannici, confiscando le loro armi per poi inviarle nella selva. Il film Guil Dokhtar (“La ragazza di Guilàn”), girata nel 1928 nell’Azerbaigian sovietico, porta il nome di una donna partigiana che, dopo la morte del marito in battaglia, si unisce con il figlio alle file della guerriglia.

La caduta della Repubblica Socialista

La RSSI durò solo sei mesi, a causa di:

1. la divisione in seno al movimento tra anti-colonialisti e socialisti;

2. la mancanza di appoggio del resto dei lavoratori del paese. Durante la Rivoluzione Costituzionale, il Kurdistan e l’Azerbaigian erano stati duramente repressi;

3. la bilancia delle forze non era a favore dei socialisti: i britannici inviarono un distaccamento militare a schiacciare la RSSI e i signori feudali, che si opponevano alla collettivizzazione delle terre, resisteranno con le armi;

4. il ritiro dell’appoggio dell’URSS alla RSSI poiché non si era sviluppata la rivoluzione mondiale che si era immaginata. Quindi, alla fine della guerra mondiale l’URSS ritira le sue truppe dall’Iran in virtù degli accordi del 9 marzo 1921, in base anche al trattato di Brest-Litovsk firmato con la Germania per evacuare le sue truppe dall’Iran. La RSSI resta senza protezione;

5. il tradimento degli yangali verso i comunisti: essi uccidono Heidar Khan, provocano un conflitto armato in seno al movimento, facilitando l’assalto dell’esercito del governo centrale, diretto dalla Gran Bretagna e guidato dall’ufficiale Reza Khan Mirpany, il futuro fondatore della dinastia del Pahlavi.

Il 2 novembre 1921 la “Repubblica” viene sconfitta, dopo sei storici mesi. La fine della RSSi fu una catastrofe umanitaria, con migliaia di morti, feriti, profughi che morirono di fame. Alcuni dirigenti comunisti si rifugiano a Baku, mentre Mirza ritorna nella selva dove morirà congelato nel dicembre del 1921 in montagna.

Gli inglesi continuarono con la strategia dello strangolamento dell’URSS e organizzarono nel 1923 un colpo di Stato in Turchia per mano di Kemal Atatürk e un altro in Iran nel 1924 con Reza Khan, entrambi di forti sentimenti anticomunisti.

Nonostante la caduta della RSSI, il peso e la popolarità dei comunisti iraniani nella società era tale che l’Iran divenne il primo stato dell’Asia con un ministro comunista: nel 1924 Soleymna Eskandari occupò il seggio di ministro della cultura. Due decenni dopo, nel 1946, le forze marxiste tornano al potere e questa volta in Azerbaigian e in Kurdistan, grazie alla presenza dell’esercito Rosso durante la 2° Guerra mondiale.

Fonte:

LA REPUBBLICA SOCIALISTA SOVIETICA DELL’IRAN

Tienanmen: cingoli e acciaio contro l’anticomunismo

“In qualsiasi nazione, in qualsiasi epoca, c’è almeno l’uno per cento dei cittadini ribelle a qualsiasi autorità. Ma qui fra un miliardo e duecento milioni di cinesi, l’uno per cento significa dodici milioni di ribelli sulle piazze.” (Deng Xiaoping)

Nella primavera del 1989 imponenti manifestazioni ebbero luogo a Pechino e in altre città del grande paese asiatico, che sembrava stesse per subire la sorte dei regimi comunisti dell’Est europeo. Dopo una fase assai prolungata di trattative e di tentativi di compromesso la crisi si concluse con la proclamazione della legge marziale e l’intervento dei carri armati a piazza Tienanmen. Qualche giorno dopo, il 9 giugno, Deng Xiaoping rendeva omaggio ai “martiri” della polizia e dell’esercito, ai morti e ai feriti, facendo dunque riferimento a scontri aspri e di ampia portata; sul versante opposto l’Occidente denunciava il massacro compiuto ai danni di dimostranti pacifici. A quale versione prestar fede?

Le Testimonianze

Il 12 novembre del 1989 il New York Times pubblica un lungo reportage, a firma del capo dell’ufficio del quotidiano a Pechino, che traccia la storia della vittoria della linea dura all’interno del Partito comunista cinese. Quando si passa alla cronaca degli scontri l’autore riporta come “non vi sia stato alcun massacro nella piazza Tienanmen, mentre uccisioni si segnalano altrove”. how the hardliners won, The New York Times

Sul Japan Times Gregory Clark, vice presidente della Akita International University ed ex funzionario per la Cina del Foreign Service australiano, ripropone altre testimonianze come quella del corrispondente della Reuters Graham Earnshaw, che ha trascorso nella piazza la notte tra il 3 e il 4 giugno, e che nelle sue memorie ha confermato come la maggior parte degli studenti avesse “lasciato pacificamente la piazza molto prima e che quelli rimasti sono stati convinti a fare altrettanto dai militari intervenuti”. Un racconto, questo, confermato anche dal dissidente cinese Xiaoping Li ora residente in Canada: “Alcune persone hanno parlato di 200 morti in piazza e altri hanno sostenuto che che il numero è stato di 2.000 morti. Ci sono state anche storie di carri armati che hanno investito studenti che cercavano di lasciare la piazza. Devo dire che non ho visto niente di tutto questo. Sono stato in piazza fino alle 6.30 del mattino”. Clark G., Birth of a massacre myth, The Japan Times

I rapporti pubblicati in questi anni nell’ambito del progetto Wikileaks e ripresi in esclusiva dal quotidiano britannico Telegraph. Secondo i cablogrammi riportati l’esercito cinese ha aperto sì il fuoco, ma non nella piazza. Tra i testimoni oculari è citato un diplomatico cileno che ha visto
“L’esercito entrare nella piazza e non ha osservato nessuno sparare sulla folla, anche se spari sporadici si erano sentiti ha detto che la maggior parte delle truppe entrate nella piazza erano effettivamente armate solo di armi anti-sommossa come manganelli e mazze di legno, sostenute alle spalle da soldati armati”, aggiungendo che “nessuno sparava sulla folla di studenti presso il monumento”. Infine, lo stesso diplomatico, riporta come, una volta raggiunto un accordo “gli studenti lasciavano la piazza dall’angolo sud-est stringendosi per mano e formando una colonna.” no bloodshed inside Tiananmen Square, cables claim, The Telegraph

Manifestazioni pacifiche?

Non solo è ripetuto il ricorso alla violenza, ma talvolta entrano in gioco armi sorprendenti:
Un fumo verde-giallastro si è levato improvvisamente da un’estremità del ponte. Proveniva da un’autoblindo guasto che ora costituiva esso stesso un blocco stradale. Gli auotoblindo e i carri armati che erano giunti per sgomberare la strada dai blocchi non hanno potuto fare altro che accodarsi alla testa del ponte. Improvvisamente è sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un autoblindo ed è fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola agonizzanti. Qualcuno ha detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo
Questi atti di guerra, col ricorso ripetuto ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, si intrecciano con iniziative che danno ancora di più da pensare: viene «contraffatta la testata del “Quotidiano del popolo”».

Nei giorni successivi il carattere armato della rivolta diviene più evidente. Un dirigente di primissimo piano del partito comunista richiama l’attenzione su un fatto decisamente allarmante: «Gli insorti hanno catturato alcuni autoblindo e sopra vi hanno montato delle mitragliatrici, al solo scopo di esibirle». Si limiteranno ad una minacciosa esibizione? E, tuttavia, le disposizioni impartite all’esercito non subiscono un mutamento sostanziale: «Il Comando della legge marziale deve rendere chiaro a tutte le unità che è necessario aprire il fuoco solo in ultima istanza».

Sul versante opposto vediamo le direttive impartite dai dirigenti del partito comunista e del governo cinese alle forze militari incaricate della repressione: «Se dovesse capitare che le truppe subiscano percosse e maltrattamenti fino alla morte da parte della masse oscurantiste, o se dovessero subire l’attacco di elementi fuorilegge con spranghe, mattoni o bombe molotov, esse devono mantenere il controllo e difendersi senza usare le armi. I manganelli saranno le loro armi di autodifesa e le truppe non devono aprire il fuoco contro le masse. Le trasgressioni verranno prontamente punite» Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Un mito d’ affrontare

L’uso distorto di materiale video ha contribuito notevolmente a sostenere il mito del massacro di Tienanmen. L’immagine cult di quelle giornate che è usata per simboleggiare la strage mostra un cittadino solitario con la borsa della spesa che ferma una fila di carri armati. La sequenza d’immagini non è presa a Piazza Tienanmen ma in un grande viale e dimostra che il carrista cerca di schivare il cittadino senza investirlo. Bene, questa sequenza viene di solito commentata come dimostrazione che i carri armati schiacciarono i rivoltosi. La televisione cinese ha mostrato l’intero video prima che il “Tank Man” scompaia nella folla e sebbene per l’Occidente questa immagine dimostri la feroce repressione dei militari cinesi nei confronti del loro stesso popolo, per il governo ciò mostra solo quanta moderazione abbia usato nei confronti dei rivoltosi. L’immagine è commentata anche da Li Peng nei Tienanmen papers, che appunto fornisce questa interpretazione: Abbiamo visto tutti le immagini del giovane uomo che blocca il carro armato. Il nostro carro armato ha ceduto il passo più e più volte, ma lui stava sempre lì in mezzo alla strada, e anche quando ha tentato di arrampicarsi su di esso i soldati si sono trattenuti e non gli hanno sparato. Questo la dice lunga! Se i militari avessero fatto fuoco, le ripercussioni sarebbero state molto diverse. I nostri soldati hanno eseguito alla perfezione gli ordini del Partito centrale. E’ stupefacente che siano riusciti a mantenere la calma in una situazione del genere! Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Ora i fatti parlano da soli. Il clip dell’uomo tank è noto al pubblico occidentale come la “prova” della “soppressione” del movimento democratico da parte del governo cinese. Ancora una volta, è vero il contrario. Questo dimostra in realtà che non ci fu nessuna “repressione” indiscriminata. Se ci fosse stata una brutale repressione, quantomeno il manifestante sarebbe stato arrestato, se non addirittura ucciso. Tanto più il video è stato girato senza che i soldati dell’EPL lo sapessero. I soldati erano dunque dei brutali macellai senza cervello, come sono stati raffigurati dai media occidentali? I soldati hanno sparano indiscriminatamente? Questi fotogrammi dimostrano solo che l’esercito non aveva alcuna intenzione di uccidere i civili. I soldati si sono difesi solo quando sono stati attaccati dalla folla durante la sommossa. Sì, ci sono state vittime, ma solo perché i rivoltosi hanno attaccato l’esercito; diversi soldati sono stati brutalmente assassinati (un altro fatto che i media occidentali ignorano sempre). Infatti, spettatori innocenti sono stati uccisi come l’esercito ha cercato di difendersi nella confusione di quella fatidica notte. E’ stata una grande tragedia per la Cina, ma il suo utilizzo per demonizzare la Cina e l’esercito dimostra solo le cattive intenzioni dei media occidentali. Di fronte ad una provocazione, mentre erano in missione ufficiale, dopo una notte in cui furono aggrediti selvaggiamente dai rivoltosi, i soldati PLA si sono dimostrati disciplinati e rispettosi della vita. Chi è stato l’eroe qui? Il soldato o il manifestante. Secondo molti cinesi oggi queste scene dimostrano che l’Esercito fu Popolare e di Liberazione! In quanto si dimostrò leale con il popolo e pronto a liberare un’altra volta Tienanmen dai controrivoluzionari. Il giornalista d’inchiesta Wei Ling Chua sfata la rappresentazione mediatica di manifestanti disarmati e insiste fermamente sul fatto che la reazione dell’esercito fu estremamente contenuta agendo per legittima difesa. La dimostrazione è proprio il “tank man” Decostruendo l’uomo tank. Quando la storia diventa fiction

Possiamo concludere affermando che gli studenti in piazza e i manifestanti non erano soingenui difensori della democrazia. Il movimento fu infatti, fortemente appoggiato da Taiwan e dai servizi segreti occidentali che facevano capo ad Hong Kong . Si può addirittura affermare che si sperimentò allora lo schema della famigerate “rivoluzioni colorate”. L’esperto di geopolitica F. William Engdahl individua nel Colonnello Helvey che aveva operato in Birmania per  la Defense Intelligence Agency – Agenzia di Intelligence per  la Difesa colui che allenava gli “studenti” di Tienanmen. Egli aveva addestrato studenti cinesi ad Hong Kong alle tecniche delle dimostrazioni di massa che furono poi applicate a Pechino per poi diventare consulente del Falun Gong. Nella sua relazione all’Albert Einstein Institution del 2004 ammette di stare addestrando i separatisti tibetani . Secondo i dirigenti cinesi a quanto rivelano i Tienanmen papers l’uso da parte dei manifestanti di gas asfissianti o velenosi e soprattutto l’edizione-pirata del «Quotidiano del popolo» dimostrano che gli incidenti non siano una vicenda esclusivamente interna alla Cina Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

A Tiananmen ci fu un tentativo di rivoluzione colorata, si trattò di una turbolenza politica e il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto. Questa è la strada giusta. È la ragione della stabilità del Paese che è stata mantenuta

Fuga verso est

Sappiamo che nella Berlino divisa esistevano centri di accoglienza per i cittadini che fuggivano da Berlino Est verso l’Ovest. Ma sapevate che esistevano centri anche per chi scappava dall’Ovest per andare ad Est?

STORIE DI FUGHE VERSO LA REPUBBLICA DEMOCRATICA

Ebbene sì, non esistevano solo i centri di accettazione per le persone che da Est fuggivano per andare a Ovest, ma ce n’erano alcuni anche nella DDR per il flusso di persone che lasciavano la Repubblica Federale. Di questi centri non se ne parla mai per ovvi motivi, la storia è stata raccontata sempre e solo da un solo punto vista, quindi è tabù parlare di rifugiati dell’Ovest.

All’inizio degli anni ’50 la DDR costruì baracche speciali per le persone che volevano ritornare e per chi da Ovest voleva trasferirsi nell’Est, erano praticamente dei centri di accettazione. Qui la Volkspolizei (la polizia della DDR) e la Stasi controllavano l’identità delle persone. Si e’ calcolato che fra il 1949 e il 1989 siano state 600mila le persone che da Ovest si sono spostate ad Est, la maggior parte di queste a cavallo tra il 1950 e il 1960.

A BERLINO EST non per politica ma per la famiglia

Dopo la costruzione del Muro il numero dei richiedenti diminuì, ed anche i centri di accoglienza furono ridotti a tre e dal 1979 restò solo quello di Röntgental nella periferia berlinese. I rifugiati dell’Ovest, che facevano richiesta di residenza nella DDR, non lo facevano quasi mai per motivi politici bensì personali (ma lo stesso vale per i tanti che facevano il percorso inverso): chi aveva famiglia nella DDR, chi prima si era trasferito ad Ovest ma poi voleva tornare perché deluso, e c’erano anche persone che volevano vivere in un sistema socialista.

Le persone al loro arrivo nel centro di accettazione venivano registrate e poi suddivise a seconda della religione, cultura ed orientamento politico e non potevano avere contatti fra loro. La permanenza nel centro poteva durare dalle 4 alle 6 settimane (a volte anche fino a 6 mesi). In questo periodo di attesa, non era permesso lasciare il campo, si poteva ricevere posta ma non inviarla, a volte si poteva telefonare. C’erano strutture che permettevano di potersi dedicare a diverse attività, ad esempio sport o cultura.

I rifugiati venivano trattati in modo differente, dipendeva dalla ragione per cui avevano deciso di trasferirsi nella DDR. Venivano tenute conferenze e mostrati filmati per preparare le persone alla nuova “patria”, visite mediche e naturalmente si potevano seguire programmi televisivi e radiofonici della DDR. Durante questo periodo di permanenza in attesa del permesso di soggiorno nella DDR, i richiedenti venivano sottoposti continuamente ad incontri (potremo dire “interrogatori”) con la polizia, mentre la Stasi si occupava dei rifugiati politici.

Se la richiesta di residenza nella DDR veniva accolta, il rifugiato poi doveva trasferirsi in un luogo assegnato dove poi avrebbe avuto una casa e un lavoro. Di solito chi sicuramente veniva rispedito indietro erano le persone che avevano avuto problemi con la giustizia ad Ovest, “asociali” o persone definite “pigre”! Secondo testimonianze le condizioni nel centro erano comunque buone e le persone venivano trattate correttamente nonostante l’estenuante attesa per l’eventuale permesso di residenza nella DDR.

Fra il 1984 e il 1989 furono registrate 3637 persone nel centro di Rögental, di queste 1386 erano cittadini della DDR che dopo essere stati nella BRD volevano ritornare, 1619 erano cittadini della BRD e 632 stranieri che provenivano da altri stati non socialisti. In tutto ne furono rispediti indietro 432. Il centro chiuse nel 1990 ed oggi gli edifici sono occupati da una casa di riposo.

LA TESTIMONIANZA DI GISELA KRAFT

Sulla storia dei rifugiati che scappavano dalla Germania dell’Ovest per andare in quella dell’Est è stato pubblicato un libro: “Einmal Freiheit und zurück – Die Geschichte der DDR-Rückkeher” di Ulrich Stoll (Ch. Links Verlag) da cui è tratto un documentario prodotto da ZDF-Arte dallo stesso titolo del libro.

Una delle testimonianze di chi liberamente decise di trasferirsi nella DDR è quella della scrittrice Gisela Kraft: “Nella DDR potevo essere per la prima volta una libera professionista. Potevo vivere da scrittrice e fare persino piccoli viaggi e andare a teatro. Ero coperta per tutto ciò di cui avevo bisogno: potevo dedicarmi produttivamente alla mia attività senza dovere pensare ogni giorno: potrò pagare l’affitto il mese prossimo?“.

I fuggiaschi della Repubblica Federale Tedesca

Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Nell’immaginario comune quando si parla dell’ Afganistan, sicuramente,  le prime immagini che vengono in mente sono: burqa,  paese arretrato e medievale, poveratà, miseria, paese militarmente occupato dalla NATO. Impossibile non associare i fatti del’ 11 Settembre 2001, Al-Qaeda e Bin Laden.

Tuttavia, con ogni probabilità,  pochi sono a conocenza che c’è stasto un passato in cui l’Afghanistan riuscì a liberarsi dalle catene del Medioevo e ad entrare nell’età contemporanea. Dove oggi c’è un paese arretrato, ieri c’era un paese democratico e culturalmente avanzato: La Repubblica Democratica dell’Afghanistan.

Questa esplosione di progresso è arrivata grazie alla Rivoluzione Saur, una rivoluzione popolare esplosa grazie all’azione dei comunisti afghani.

Dopo la repressione scatenata dal precedente regime, la rivoluzione è iniziata nell’aprile del 1978 ed ha trionfato. Il nome Rivoluzione Saur deriva dal nome persiano del mese, la rivoluzione è conosicuta anche come La Rivoluzione Rossa d’Aprile.

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Bandiera della Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Il governo marxista di Taraki ha avviato un programma di grandi cambiamenti nella società afghana.

Eliminazione dell’usura,  campagna di alfabetizzazione, per la prima volta anche le donne afgane hanno partecipato,  riforma agraria, separazione totale della religione e del nuovo stato che divenne costituzionalmente laico, eliminazione della coltivazione dell’oppio, sindacati legalizzati, istituita una legge per un salario minimo cosi da aumentare i salari per i lavoratori afgani.

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Programma di alfabetizzazione insegnato da donne. 1979. Area rurale dell’Afghanistan
 Il governo di Taraki ha garantito la parità di diritti per le donne: possibilità di non indossare velo, possibilità di viaggiare liberamente e guidare automobili,  abolizione dell’acquisto di donne, integrazione delle donne nei luoghi di lavoro ed accesso all’università, nonché accesso alla vita politica e agli ufici pubblici.
Il governo comunista si sforza di togliere le donne dalla tremenda arretratezza e oppressione: l’analfabetismo femminile viene ridotto dal 98% al 75%.
I militanti del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan che praticano la poligamia vengono espulsi dal partito. Le donne partecipano alla vita politica, sono un decimo della militanza del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, una cifra insufficiente ma un grande progresso rispetto all’esclusione assoluta che subiscono oggi sotto il regime dei talebani. 

Il vicepresidente dell’Unione delle donne democratiche Safika Razmiha dichiarò nel 1988: “Se l’uguaglianza delle donne nella nostra società non viene raggiunta, è impossibile avanzare lungo il sentiero del progresso sociale.

Molte migliaia di donne afghane sono ancora bloccate negli harem, milioni nascondono i loro volti sotto il chador e il 75% di loro sono analfabeti.

La rivoluzione afghana fa molto per emancipare le donne. Ma la correlazione delle forze è ancora favorevole agli arretrati feudali”.

L’Afghanistan ha concesso il divorzio nel 1980.

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Donne in classe 1981. Kabul.

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Lavoratrice in una fabbrica, 1983.

I comunisti afgani hanno lottato per far uscire il paese dall’arretratezza e dalla miseria. All’inizio hanno distribuito terre a 250.000 contadini,  hanno abolito tutti i debiti contratti dai contadini con i proprietari terrieri,  liberato 8.000 prigionieri politici, dichiararono l’istruzione universale per entrambi i sessi.

Il tasso di mortalità infantile dei bambini sotto i 5 anni passa da 380 nel 1960 a 300 nel 1988; L’80% della popolazione urbana accede ai servizi sanitari; Il 63% dei bambini completa l’anno scolastico nel 1985-87; l’aspettativa di vita passa da 33 anni nel 1960 a 42 nel 1988.

Centinaia di migliaia di persone sono alfabetizzate. Il numero di medici è aumentato del 50%, il numero totale di posti letto negli ospedali è raddoppiato; gli asili nido e le case di riposo per i lavoratori vengono creati per la prima volta.

Il progresso dell’Afghanistan fu tale che l’Afghanistan ebbe il primo astronauta nella sua storia

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Abdul Ahad Mohmand, primo e unico cosmonauta afgano

Invasione dell’URSS?Quando si parla di questo fatto storico nella letteratura o nei media, viene descritto come “invasione dell’Afghanistan” o “invasione sovietica”.

Niente è più lontano dalla realtà. L’URSS non ha invaso l’Afghanistan, ma interviene dopo aver ricevuto la richiesta dal Consiglio Rivoluzionario.

Non dobbiamo dimenticare due fatti: la Rivoluzione Saur si svolge nel 1978 e l’ingresso delle truppe sovietiche è il 7 dicembre 1979, la repubblica socialista afgana sopravviverà per mesi alla caduta dell’URSS. Kabul cadrà nel 1992, dimostrando l’esistenza di un importante e notevole sostegno da parte della popolazione, considerando che dal 1988 al 1992, la Repubblica Democratica dell’Afghanistan ha combattuto senza alcun aiuto da parte dell’ormai morente Unione Sovietica.

Gli Stati Uniti non esitarono a sostenere i “combattenti per la libertà” cosi come oggi sta avvenendo in Siria e in Libia, sostengno che porterà alla nascita dell’organizzazione terroristica Al-Qaeda.

Ronald Reagan dichiarerà:
Vedere i coraggiosi combattenti della libertà afgana contro gli arsenali moderni con pistole semplici è un’ispirazione per coloro che amano la libertà”

 

 

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Eduardo Galeano :
Verso la fine del 1979 le truppe sovietiche invasero l’Afganistan.  Scopo dell’invasione era la difesa del governo laico che stava tentando di modernizzare il paese. Io ero uno dei membri del Tribunale Internazionale di Stoccolma che nel 1981 si occupò del tema.

Non dimenticherò mai il momento culminante di quelle sessioni:
stava testimoniando un importante capo religioso, rappresentante dei fondamentalisti islamici Talebani, a quel tempo definiti “Freedom Fighters” dall’Occidente, “Guerrieri della Libertà” invece che terroristi.

L’anziano Talebano dichiarò: “I comunisti hanno disonorato le nostre figlie! Hanno insegnato loro a leggere e scrivere!”.

Russia e Cina sono paesi capitalisti?

Lenin ne L’imperialismo Fase suprema del capitalismo indica cinque parametri da tenere in cosiderzione per definire un paese imperialista e in base a questi cinque punti analizzeremo Cina e Russia

1. La concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2. La fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;

3. La grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartis con il mondo;
5. La compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.

La Russia e le caratteristiche del capitalismo

La Russia ha molti monopoli come Gazprom, Rosneft, Lukoil, Rusal. Un ruolo cruciale nell’economia russa lo svolgono anche la VTB-Bank, l’Alfa Bank e la Raffeinse Bank: grandi monopoli bancari in stretta connessione o appartenenti ai monopoli industriali stessi. Il gruppo industriale Gazprom possiede la Gazprombank e il fondo pensione privato “Gazfond”. Il più grande gruppo monopolistico industriale russo possiede anche il gruppo assicurativo “Sogas” e gestisce la “Leader”, società di investimento e fondi pensione.

Il noto oligarca Vekselberg possiede la Renova Holding (base nelle Bahamas), che possiede il gruppo russo “Renova” società di business internazionale privato costituita da compagnie di gestione patrimoniale e fondi di investimento che possiede asset nelle miniere del metallo, società petrolifere, costruzione di macchinari, nell’industria mineraria, nell’energia, telecomunicazioni, nanotecnologie, nel settore finanziario russo ed estero.

La Renova Group ha forti investimenti e presenze nelle principali aziende russe e internazionali, tra cui società di fama mondiale come UC Rusal, Integrated Energy Systems, Oerlikon, Sulzer and SCHMOLZ+BICKENBACH. Inoltre, la Renova, ha integrato fondi di investimento diretto e società di gestione operanti nel settore energetico (IES, Avelar Energy), nello sviluppo immobiliare, negli investimenti – “Columbus Nova” – telecomunicazioni -“Akado Group” – nell’industria chimica – “Orgsyntes Group” – e nei metalli preziosi – “Zoloto Kamchatki”. La Renova Group investe in Russia, Svizzera, Italia, Sud Africa, Ucraina, Lettonia, Mongolia, Kirghizia ecc…

Il gruppo possiede anche la Metkombank che è una delle più grandi banche della Russia, che mira a divenire una delle TOP-50 banche attraenti per gli investitori. Questo grande gruppo bancario detiene lo “Stabilimento di Metalli non ferrosi Kamensk-Ural”, una società di costruzioni – la “Kortros” – e la partecipazione ad altre importanti aziende russe. Allo stesso tempo l’oligarca Vekselberg possiede una parte della “UC Rusal”, la più grande produttrice mondiale di alluminio, ed è co-proprietario della “Norilsk Nickel”, società russa del Nichel e Palladio, estrazione e fusione. Gli oligarchi Alisher Usmanov, Vladimir Skoch e Farhad Moshiri possiedono la “Metalloinvest”, uno dei più grandi gruppi minerari e metallurgici della Russia, specializzata nella produzione dell’acciaio, che possiede la “Lebedinsky Michajlovskij”, impianti di arricchimento minerale, la “Oskol Steel Works”, la “Ural Steel” e altre industrie.

Allo stesso tempo possedevano fino allo scorso anno la “Round Bank” (Ex Ferrobank) ceduta all’”amico” Leon Semenenko, che possiede la Hessen Holdings Ltd e la Nenburg Finance Ltd, con basi a Cipro, che possiedono ciascuna il 50% di LLC SibConsultGroup, attualmente unica proprietaria della Round Bank. Usmanov, uno dei più ricchi al mondo, ha costituito nel 2012 la USM Holdings che comprende numerosi investimenti in imprese della telecomunicazione come la “Garsdale” che controlla circa il 50% della “MegaFon”, secondo più grande operatore di telefonia mobile della Russia che a sua volta possiede il 100% della “Scartel/Yota” società di fornitura provider 4G, il 50% di “Euroset” che è il principale rivenditore di telefonia mobile della Russia. Tutte queste società hanno interessi e propri uomini nella Round Bank.

L’oligarca Prokhorov possiede una infinità di società, per citarne solo una parte di esse, la “Onexim Holdings Ltd” (con base a Cipro) possiede il gruppo “OptoGaN” produttore di LED ad alta luminosità. Gruppo con sede a San Pietroburgo e attivo in Finlandia e Germania, la cui proprietà è di vari fondi di investimento privati (tra cui appunto quello di Prokorov) e statali. Prokhorov, possiede anche una delle principali società immobiliari russe, la “Opin” e la “Quadra Power Generation” leader del settore elettrico russo.

Prokhorov possiede la banca “Renaissance Credit” e la più grande società d’investimento, la “Renaissance Capital”. Inoltre possiede anche una parte della “Rusal”. Vladimir Yevtushenko, uno degli uomini più ricchi della Russia, detiene una quota di controllo (64.2%) delle azioni della “AFK Sistem” che possiede la “MTS-Bank” che controlla direttamente “RTI Group” (la maggior holding industriale russa che sviluppa e produce prodotti di alta tecnologia e tecnologie microelettroniche), l’89% di “Bashneft” (una delle principali compagne petrolifere russe) e il 92% delle reti di distribuzione elettrica “Bashkiria”.

Oleg Deripaska possiede la compagnia d’investimento “Basic Element”, con azioni nel settore energetico, industriale, dell’aviazione, agro-business, tessile, network e servizi finanziari. Possiede una delle principali compagnie d’assicurazione (joint-stock), la “Ingosstrakh”, la grande banca “Soyuz”, il fondo pensione privato “Socium” che serve i più grandi impianti di produzione di “Basic Element”, una delle più grandi società di leasing della Russia, la Element Leasing. Possiede anche la GAZ Group, leader del mercato russo per veicoli commerciali, produce autobus, autovetture, treni elettrici, componentistica, ecc…

Il “re della vodka” Roustam possiede la “Russian Standard Bank”, una delle più grandi banche russe, la compagnia d’assicurazione, la “Russian Standard Insurance” e la “Russian Standard Vodka”, la più importante impresa di produzione della vodka. Agalarov possiede la Crocus Group, una delle principali società immobiliari russe, con decine di società di costruzione e logistica, e la Crocus Bank.

La Russian Railways, tra le prime tre più grandi aziende di trasporto (merci e passeggeri) al mondo, possiede il fondo pensione privato “Blagosostoyanie” che è interamente di proprietà della Absolut Bank e di una buona quota della Banca KIT Finance. Dimitry Pumpyanskiy, attraverso il Gruppo “Ekaterinburg” possiede il 98% della “SKB-Bank”, e il 71.1% della “TMK acciaio”.

Anatoly Sedykh detiene l’80% della “United Metallurgical Company” (uno dei maggiori produttori russi di tubi, ruote ferroviarie e altri prodotti in acciaio per l’energia, i trasporti e le aziende industriali) e il 60% del capitale della “Metallinvest Bank” Mikail Shishhanov possiede il 98.6% della “Bin Bank” così come il 95% della società di costruzioni “INTEC”. Alekperov e Leonid Fedun hanno quote nella Lukoil e nel gruppo IFH Capital che possiede la Banca Petrokomerts. Alekperov ha una quota anche nella società finanziaria “Uralsib” e nella banca con lo stesso nome. La “Vneshtorg Bank”, di proprietà statale, possiede una società di costruzioni, la “VTB-Development”.

La “Sberbank”, di proprietà statale, possiede l’impianto di assemblaggio auto “Derveis” a Cherkessk, le imprese di costruzione “Krasnaja Poljana” e “Rublyovo-Arkhangelsk” e altre.

La “Rosneft” (parte di “Rosneftegaz”) possiede la “Russian Regional Development Bank”. La MDM Bank (una delle prime come fondazione ed ora tra le più grandi banche private russe) possiede la “Siberian Coal Energy Company” (primo produttore di carbone in Russia e uno dei principali esportatori). Sono azionisti della Banca MDM, grandi istituzioni finanziarie internazionali come la International Finance Corporation, la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo, nonché una delle più grandi società d’investimento in Russia, la Troika Capital Partners.

La Guta Group è una delle maggiori corporation industriali e investimento, possiede la United Confectioners Holding Company, leader del mercato dolciario, possedendo la maggior parte dei marchi del settore (circa 1.700). La società è verticalmente integrata ed esegue il ciclo completo delle operazioni, dall’agricoltura fino alla vendita dei prodotti trasformati. Il Gruppo possiede la Guta Insurance (assicurazioni) e la Guta Bank (nella top-20 delle banche russe). Inoltre possiede anche hotel e ospedali e cliniche private. La holding “Don Invest” comprende la Banca commerciale (Commercial Bank Doninvest), e possiede imprese nel settore dell’ingegneria e della produzione alimentare, autobus e auto. La Joint Stock Company – Federal Research & Production Center ALTAI – possiede la “National Land Industrial Bank” e una vasta gamma di industrie.

Cina, un giovane capitalismo mascherato da NEP

Nel 2005 in Cina il numero di imprese private ammontava a 4,3 milioni, nel 2010 a 7,5 milioni e nel 2015 a 12 milioni, mentre nello stesso anno le imprese statali erano 2,3 milioni; attualmente circa il 70% della produzione industriale cinese è dovuta a imprese non statali, oltre l’80% della forza-lavoro industriale è impiegata nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti statali;

Attualmente in Cina sono presenti ben 400 miliardari, che detengono circa 947,03 miliardi. Questi dati pongono la Cina al secondo posto tra gli stati al mondo con più miliardari, seconda solo agli Stati Uniti, che nel 2016 ne contavano 540, e testimoniano come l’accumulazione della ricchezza nel paese abbia raggiunto livelli impressionanti, tali da creare un’oligarchia finanziaria, a ulteriore riprova di come la forma statale socialista sia ormai solo una definizione de iure.

Inoltre, secondo la Chinese Sociological Review, nel 2012 l’1% della popolazione cinese possedeva oltre il 33% della ricchezza, mentre il 25% più povero meno del 2%.

Secondo il Center for China and Globalization l’esportazione cinese di capitale nel 2015 aveva superato il capitale straniero nel paese; gli investimenti diretti esteri (OFDI) ammontavano a 145,6 miliardi di dollari, mentre il capitale estero in Cina era di 135,6 miliardi di dollari. A tale proposito, secondo il Financial Times, nel 2017 la Cina risulta essere il più grande esportatore di capitale in Africa, per la maggior parte al fine estrattivo di risorse naturali, proseguendo la depredazione del continente a cui secoli di colonialismo e imperialismo ci hanno tristemente abituato. Proprio in Africa, a Gibuti, sorge una base militare cinese con circa 10.000 soldati cinesi e navi da guerra veloci.

Per quanto riguarda l’energia, come anche in altri settori, quali ad esempio le comunicazioni, va segnalata la presenza di monopoli, tra cui la China Petroleum and Chemical Corporation (Sinopec, 4ª società al mondo per ricavi nel 2015) e la China National Petroleum Corporation (CNPC, 3ª società al mondo per ricavi nel 2015), che rappresentano due società internazionali tra le maggiori al mondo nel campo del petrolio e del gas.

Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.

Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.

BRICS, giovani capitalismi avanzano

E’ necessario per i comunisti avere massima consapevolezza della natura imperialistica dei paesi BRICS, che si pongono in aperto contrasto con le potenze imperialiste tradizionali USA (al vertice della piramide) e UE soltanto nel tentativo di imporre la propria egemonia, in uno scontro inter-imperialistico nel quale si intensifica la tendenza alla guerra imposta dal capofila statunitense (che oltre contro la Russia procede nella concentrazione di potenza di fuoco anche intorno alla Cina nel mar cinese meridionale e orientale) che rischia di gettare i popoli del mondo in una nuova guerra generale alla quale tutte le potenze si stanno preparando.

“L’alternativa” che i BRICS presentano allora non è neanche lontanamente concepibile come alternativa di sistema, ma come lotta tutta interna alle logiche capitalistiche, che si muove sullo stesso identico terreno di USA, UE e Giappone. Poiché la base economica di questi paesi, tanto quanto quelli occidentali è dominata dalla struttura di grandi monopoli, poiché l’esportazione di capitali è prevalente, piaccia o no, a meno che non ci si limiti alla definizione data da kautsky, la definizione di imperialismo calza a pennello. Affermare dunque che la “rottura del mondo unipolare a egemonia occidentale” è il presupposto per la “fine delle politiche imperialiste in giro per il mondo” e per contrastare “l’espansione del neoliberismo quale unica forma di sviluppo possibile”, come anche tra alcuni comunisti si finisce per fare, è semplicemente un non senso.

I BRICS, non senza contraddizioni interne, sono oggi il polo alternativo ai centri imperialistici consolidati. Ma questo polo alternativo si muove nella stessa direzione economica di quelli tradizionali; le sue regole economiche sono le stesse dei paesi occidentali, le economie di queti paesi sono economie capitalistiche conclamate, caratterizzate da un forte peso dei principali monopoli nazionali, e internazionali, nell’economia nazionale.

Il concetto di imperialismo e l’importanza del punto di vista autonomo del proletariato.

Cina imperialismo, un’analisi storico-economica

Non può esistere antifascismo senza antimperialismo

Nella nostra strategia non può esistere antifascismo senza antimperialismo.

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Cosa intendiamo dire? Non siamo interessati a svolgere il lavoro sporco per conto terzi nè ad essere utili idioti all’interno di arcobaleniche alleanze nelle quali, in nome di un supposto minimo comun denominatore, l’antifascismo, dovessimo direttamente o indirettamente portare acqua al mulino di quei politicanti che, professandosi antifascisti, appoggiano e plaudono le guerre imperialiste, la dissoluzione dello Stato sociale, la realizzazione delle grandi opere di distruzione ambientale
Non intendiamo rappresentare i gendarmi dell’antifascismo istituzionale, in attesa della puntuale, ciclica occasione in cui questo liso feticcio divenga motivo di polemica e divisione all’interno della classe politica, per la conquista di un pugno di voti.

Per di più, da oltre un quindicennio, il fascismo ufficiale è stato depurato, sdoganato e
reintegrato all’interno del Sistema dei partiti dominanti. Per chi è nemico di questo
Sistema, quindi, l’antifascismo, non può che essere un aspetto – estremamente
rilevante – della lotta antimperialista. Per gli altri, un tema di riserva da campagna
elettorale, qualora si rendesse necessario smuovere l’emotività di un elettorato
progressista sempre più sconcertato dalla melassa istituzionale offerta dalla politica.

Una contingenza politico-economica come quella dell’Europa attuale rappresenta un terreno estremamente fecondo per lo sviluppo e l’attivismo del radicalismo di destra.

Il fascismo, infatti, storicamente si pone come avversario di quelle forze (individualismo, cosmopolitismo, economia di mercato) che minacciano l’esistenza e la costruzione della comunità di suolo e/o di razza, – blut und boden – organizzata gerarchicamente, secondo forme e criteri autoritari, nel presunto, supremo interesse etno-nazionale.

I recenti tentativi, in Italia ed in altri paesi, di comporre le fratture del passato, in vista
di un maggiore coordinamento, tra le composite e litigiose forze della galassia estremista di destra, da un lato, e il passaggio sincrono ad un’azione più incisiva, 15 nelle roccheforti europee del neofascismo, dall’altro, mostrerebbero proprio una precisa, accresciuta, autoconsapevolezza del potenziale ruolo da dispiegare nell’immediato futuro.

La supremazia dell’economia sulla politica e della finanza sull’economia e, in particolare, il progressivo, costante esautoramento di quelle forme di controllo e partecipazione politica sui territori a fronte dei diktat sovranazionali di provenienza economico –
finanziaria sono dati oggettivi e possono, se sottoposti ad analisi raffazzonate, accreditare l’interpretazione del fascismo quale risposta nazionale agli
sfaceli del libero mercato. In quest’ottica, il neofascismo potrebbe apparire a molti
come antidoto rivoluzionario all’esistente, rafforzandosi, in ciò, attraverso i richiami
metastorici propri della sua retorica all’azione e alla gioventù. Il fatto che larghe aree
dell’estrema destra prediligano, oggi, una lettura del fascismo tradizionale attraverso
i suoi aspetti antiborghesi e ne propongano una versione attuale in chiave socialista-
nazionale, rappresentano dati che gli antifascisti dell’azione non devono
giudicare con sufficienza ma, anzi, analizzare con cura, per passare, nei fatti, alla
controffensiva. C’è, infatti, il rischio che settori consistenti di gioventù e proletariato
marginale rintraccino nel fascismo, così declinato, l’unica scelta autenticamente
antagonista, sovversiva e “non conforme” al sistema dominante.

Compito degli antifascisti dell’azione consiste nel non inorridire ma contrastare
attivamente simili sviluppi, incalzando una Sinistra priva di orizzonte sulla
riformulazione complessiva tattico/strategica di una lotta a tutto campo all’esistente,
e rigettando le facili scorciatoie offerte da una lettura necessariamente
pregiudizievole e supponente di quanto prodotto sul versante nemico.

Sarebbe da sciocchi, infatti, negare o giudicare con sufficienza il profondo lavoro
teorico che negli ultimi anni è stato portato avanti da settori dell’estrema de
stra rispetto ad una ridefinizione teorica del neofascismo in funzione di un suo agevole
adattamento alle condizioni attuali. Per il futuro, inoltre, occorrerà monitorare gli
interscambi tra il movimentismo neofascista e il fascismo ufficiale, da più di 15 anni
forza stabile di governo, per capire chi avrà più forza nel sedurre l’altro.
Siamo gli eredi dei movimenti che combatterono, primi fra tutti, i fascismi in Europa e nel mondo: sigle destinate all’oblio, simboli rimossi, uomini e donne perseguitati.

Lottiamo affinché nella società si estingua la tirannide dell’economia, del lavoro salariato, della schiavitù dell’uomo sull’uomo e trionfino, finalmente, gli ideali di solidarietà, fratellanza ed eguaglianza.

Questa eredità pesante ci spinge a non dimenticare il loro esempio attraverso l’azione e la natura stessa della loro lotta: combattere il fascismo per sconfiggere insieme ad esso un ordine sociale ingiusto

Lottiamo affinché nella società si estingua la tirannide dell’economia, del lavoro salariato, della schiavitù dell’uomo sull’uomo e trionfino, finalmente, gli ideali di solidarietà, fratellanza ed eguaglianza

Un nemico, un fronte, una lotta!

Bielorussia: L’ultimo bastione sovietico

Minsk è oggi l’unica città dell’ex Unione Sovietica dove sventola ancora, in pieno centro, la bandiera dell’Unione Sovietica. Una sola, è vero. Ma grande e ben visibile. Il Presidente Lukashenko lo ha voluto, personalmente. E ora quella bandiera di uno Stato che non esiste più garrisce al vento, su un altissimo pennone che sovrasta il monumento dedicato alla vittoria della Grande Guerra Patriottica: così, in quello spazio che era l’Unione Sovietica, quasi tutti chiamano quella che noi ricordiamo come la seconda guerra mondiale.

A pensar bene, mi pare una giusta decisione. Lukashenko — che fu l’unico deputato del Soviet Supremo della Russia che votò contro il colpo di stato dei tre capi di Russia (Eltsin), Bielorussia (Shushkevic) e Ucraina (Kravciuk), deciso nel bosco della Belovezhskaja Pushcha nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1991— ha voluto ricordare al mondo che fu l’Unione Sovietia a vincere quella guerra. Un riconoscimento postumo e pieno di significati. Per lui personalmente e per la maggioranza dei suoi cittadini.

Per il resto questo unico Paese europeo che ancora si muove sulla linea del mercato con orientamento sociale, ha tutta l’aria di stare bene. Sembra la Svizzera. Lindo e pulito, dove tutto funziona bene. Il parco auto che si vede nelle amplissime strade bene asfaltate è più moderno di quello italiano. I negozi sono belli e pieni di roba. In gran parte di produzione bielorussa. Le esportazioni di prodotti industriali tirano. Ma meno di quelle della produzione agricola, che vola. Lo stacco tra la campagna di Belarus e quella delle confinanti Lituania e Polonia (europee) è netto e a tutto vantaggio della prima.

La campagna è uno splendore di campi pettinati come prati inglesi. Eppure c’è ancora la Prospettiva Lenin. E, del resto, Minsk non ha commesso l’errore di ribattezzare vie e piazze, come per qualche anno a Mosca dettò l’euforia pro-occidentale. I monumenti della storia sovietica, così come la politica sociale, sono tutti al loro posto. Salvo quello di Stalin. Ma il centro della capitale è una esaustiva e impressionante esposizione dell’architettura staliniana, ben restaurata.

A quanto pare nulla di quello che era buono del socialismo reale è stato buttato via insieme all’acqua sporca. Lo Stato è decisivo in quasi tutti i settori chiave dell’economia. Le banche occidentali non si vedono. Ci sono — ma tutt’altro che dominanti — le banche russe o russo-bielorusse. E Lukashenko ha appena fatto sapere al Fondo Monetario Internazionale che non intende sostituire le regole —con cui la sua Belarus è diventata fiorente — con quelle della finanza occidentale, che invece stanno facendo acqua da tutte le parti.

L’occidente, complice l’Europa e la sua aggressiva politica verso l’est, ha cercato, senza successo, di organizzare una qualche “rivoluzione colorata” anche a Minsk. Ma qui tutti sono orgogliosi del ruolo di Lukashenko nel tentativo di scongurare il disastro ucraino con la “trattativa di Minsk”. Un euro vale qui 2,3 rubli. A Mosca ci vogliono 70 rubli per comprare un euro. Da qui, e da qualche dispetto reciproco in materia di gas e petrolio, nascono un po’ di ruggini con Mosca. Ma per andare da Mosca a Minsk e viceversa non c’è bisogno di alcun visto. È un volo interno. Restano paesi fratelli. E, tra i due presidenti, anche se talvolta scoppiano scintille, c’è il feeling che lega due capi veri dei loro popoli. Non è questione di amicizia ma di interessi comuni.

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