La partita è sospesa

Lo stadio Poljud non è mai stato teatro di grandi trionfi. Gli anni d’oro dei croati non hanno certo coinciso con quelli del nuovo stadio cittadino. Eppure la storia ha deciso di passare proprio per quel campo di gioco. Il 4 maggio del 1980 si sta disputando una delle più importanti gare della prima divisione jugoslava.

Da una parte i padroni di casa dell’Hajduk, dall’altra gli acerrimi nemici di Belgrado, la Stella Rossa. I dalmati sono campioni in carica, ma sono fuori dalla lotta per il titolo, i serbi invece vogliono ritornare sul trono dopo qualche tempo lontano dalla vetta (e alla fine della stagione ci riusciranno).

Le tensioni non si esauriscono sul terreno di gioco. La Torcida Split mette a disagio le forze dell’ordine. La repressione non ha funzionato e si temono nuovi scontri, tenuto anche conto del fatto che gli avversari non sono una squadra qualunque, la rivalità è accesissima. Il primo tempo è vibrante, sia in campo che sugli spalti. Tutta la nazione segue la gara che viene trasmessa anche in televisione.

Mancano quattro minuti al duplice fischio, quando tre uomini in borghese entrano in campo.Che sta succedendo? I tre si avvicinano all’arbitro, e gli sussurrano qualcosa all’orecchio. La reazione del direttore di gara è sbigottita. Immediatamente i giocatori si avvicinano. Entrano anche i dirigenti. Sul Poljud cala il silenzio. Non vola una mosca. Sono tutti in attesa di una comunicazione.

Tocca al presidente dell’Hajduk Ante Skataretiko dare la notizia: “La partita è sospesa, il compagno Tito è morto”.I nervi non reggono più. Calciatori capaci di giocare per novanta minuti sotto le peggiori minacce da parte dei tifosi avversari crollano a terra. Zlatko Vujović sulle rive dell’Adriatico è considerato una bandiera, ma quando ascolta con le sue orecchie che Tito se n’è andato, sente le sue ginocchia farsi deboli, e si accascia a terra.

Il direttore di gara è un bosniaco di nome Muharemagic. Non proprio un ragazzino. Eppure non ce la fa neanche lui a mantenere il contegno. La scena è incredibile. I giocatori si radunano a centrocampo. Con arbitro e guardalinee all’altezza del cerchio centrale. I fotografi scattano le foto, ma anche loro sono lenti, perché non riescono a trattenersi e piangono.

Da una parte l’Hajduk in maglietta e calzettoni bianchi, e pantaloncini blu. Dall’altra la Stella Rossa, con la divisa tradizionale a strisce bianco-rosse, calzoncini e calzettoni bianchi. Sono schierati come prima del calcio di inizio. Qualcuno non rispetta gli schieramenti e le squadre si mischiano. C’è un silenzio totale, rotto solo dai singhiozzi di qualcuno che sta piangendo. Non è retorica, ma non ci sono più croati, non ci sono più serbi, né cattolici o ortodossi, c’è solo un popolo che piange per la morte del proprio leader.

Poi tutto lo stadio intona una canzone popolare “Druze Tito mi ti se kunemo, da sa tvoga puta ne skrenemo”, che tradotto suona come “Compagno Tito, te lo giuriamo, non ci allontaneremo mai dal tuo esempio”. Il pianto è collettivo, l’elaborazione del lutto è ancora lontana da venire.

La Jugoslavia non si riprenderà mai più.

Fonte:

Curva Est

La Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran

Bandiera, Repubblica Socialista Sovietica Persiana

Tra gli effetti della Rivoluzione d’Ottobre russa nel Vicino Oriente emerge la proclamazione di Jomhuri-e Sosialisti-e Shouravi-e Irán “Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran” (RSSI) nel 1921 sulle rive del Mar Caspio, a Guilàn, la regione boscosa del nord dell’Iran.

Il primo governo dei lavoratori in Iran, e anche in Asia, fu il risultato di due decenni di lotta delle forze progressiste, che cominciarono nel 1905 con la Rivoluzione Costituzionale, il cui obiettivo fu di limitare il potere assolutistico dei monarchi attraverso il parlamento e la costituzione. E’ nello stesso anno che scoppia, nel paese vicino, la Rivoluzione russa contro lo zar Nicola II.

L’Iran, dopo i sei anni che durò la rivoluzione, raggiunse i suoi obiettivi, anche se la “Santa Alleanza” tra i religiosi reazionari, l’aristocrazia e il colonialismo britannico li sviò. Ma la lotta continuava: i rivoluzionari si trasferirono a Guilàn, trasformandola in una piattaforma da cui partire per andare a liberare il resto di quell’immenso e strategico paese.

Il Movimento della Selva

Nel 1915 un gruppo di 300 guerriglieri, guidato da Mirza Kuchek Khan, liberò paese per paese la zona di Guilàn fino a prendere il controllo di tutta la regione nel 1916. Così inizia la leggenda di Yonbesh-e Yangal (il Movimento della Selva) per espellere dal nord dell’Iran l’imperialismo russo che si era appropriato delle fertili terre, uccidendone per fame e sfruttamento gli abitanti.

Finita la Prima Guerra Mondiale, e mentre le truppe zariste avevano occupato il nord dell’Iran, i britannici avevano conquistato il controllo del sud petrolifero e della stessa Teheran. Mirza, un giovane patriota che simpatizzava con l’islamismo e con l’impero ottomano “musulmano”, dirigeva un movimento di natura eterogenea, composto da braccianti, contadini e artigiani. Mancava di un programma politico-economico per trasformare la situazione e si finanziava mediante il riscatto che otteneva per la liberazione dei proprietari terrieri che sequestrava. Il suo peculiare metodo di ricatto attraversò le frontiere della regione: nel 1916, quando il leader comunista Soleiman Eskandari fu arrestato dai britannici a Teheran, gli yangali (i membri del movimento, n.d.t.) rapirono il vice-console britannico Charles Maclaren e vari militari e li scambiarono alcune settimane dopo.

Nel febbraio del 1917 la Rivoluzione di febbraio in Russia scosse l’Iran e specialmente il nord: l’esercito zarista si disintegrò, lasciando libera la strada perché gli yangali uscissero dalla selva e prendessero il potere in tutta la regione. Essi erano coscienti che, senza l’appoggio del resto dell’Iran e anche di una grande potenza, mantenerlo sarebbe stato un compito difficile. Per cui Mirza decise di cercare l’appoggio dei comunisti iraniani e dei bolscevichi russi, e un volta avutolo, il 5 giugno 1920 proclamò la Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran.

Ma Mirza non era socialista, e non aveva alcuna intenzione di iniziare riforme di quel tipo: la sua opposizione alla ripartizione delle terre fra i contadini fu la ragione per cui centinaia di repubblicani, tra cui il suo numero due Ehsanolà Dustdar (1883-1939), si “”convertirono” al marxismo. In una lettera a Lenin, Mirza aveva ricordato al leader bolscevico la santità della proprietà nell’Islam: “la nazione iraniana non è disposta ad applicare il programma bolscevico”. Così, appoggiata dalla Rivoluzione russa di febbraio, l’ala di estrema sinistra comunista diretta da Ehsanolà (soprannominato “il Compagno Rosso”) organizza un colpo di Stato contro Mirza, con l’appoggio di Mosca, e proclama la Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran, mettendo in vendita le grandi proprietà terriere dei religiosi e procedendo all’espropriazione dei proprietari terrieri, insieme ad una forte campagna anti-religiosa. Il risultato fu la resistenza armata dei signori feudali, la fuga di migliaia di persone e una carestia generalizzata a causa dell’incendio delle coltivazioni da parte dei controrivoluzionari.

Proteggere la RSSI diventa una priorità di Leon Trotsky, che invia nel maggio 1920 la Flotta Sovietica del Caspio sulle coste della città iraniana di Anzali, ufficialmente per combattere i russi “bianchi” del generale Denikin rifugiatisi in Iran, ma con l’obiettivo reale di fornire alla repubblica iraniana consiglieri, finanziamenti e 15.000 soldati e volontari dell’Esercito Rosso.

In questa situazione di tensione, Ehsanolà decide che è ora di liberare il resto del paese e invia l’Esercito Rosso dell’Iran, formato soltanto da 5.000 soldati e volontari male equipaggiati, alla conquista di Teheran. Ma questi, appena usciti dalla zona di Guilàn, vengono sconfitti dalle truppe governative.

Terza ed ultima tappa

Il buon senso arriverà per mano del Partito Socialdemocratico (comunista) dell’Iran, e dalla figura di Heidar Amu Oghli (1880-1921), un uomo colto che aveva studiato ingegneria elettrica e che parlava otto lingue (tra cui inglese, francese, russo e italiano).

Oghli, che aveva conosciuto Lenin durante il suo esilio in Svizzera e che fu il rappresentante dell’Iran nell’Internazionale Comunista del 1919, applica la decisione presa dal Congresso dei Popoli dell’Oriente di costruire ampie alleanze per formare governi democratici, come primo passo per la costruzione del socialismo. Heidar Khan credeva che l’Iran non fosse preparato per una repubblica socialista e cercò di promuovere un governo democratico delle forze progressiste, creando un governo di coalizione, facendo entrare Mirza ed Ehsanolà nel “Comitato Bolscevico” e impedendo la caduta della RSSI.

Intanto, con la Rivoluzione di Ottobre sovietica, le riforme sociali accelerano: di formano “consigli” popolari nelle campagne e nelle città; i braccianti e i contadini poveri ricevono le terre e vengono esclusi dal pagamento delle tasse e, per la prima volta, si festeggiano l’8 marzo e le donne. Le riforme daranno risultati: la produttività aumenta e la carestia che la popolazione soffriva si ferma; vengono smantellati i tribunali religiosi e si dichiarano universali e gratuite educazione e sanità.

Tra i partigiani vi erano anche numerose donne: Blur Khanom, ad esempio. Dirigeva il comando di assalto ai camion britannici, confiscando le loro armi per poi inviarle nella selva. Il film Guil Dokhtar (“La ragazza di Guilàn”), girata nel 1928 nell’Azerbaigian sovietico, porta il nome di una donna partigiana che, dopo la morte del marito in battaglia, si unisce con il figlio alle file della guerriglia.

La caduta della Repubblica Socialista

La RSSI durò solo sei mesi, a causa di:

1. la divisione in seno al movimento tra anti-colonialisti e socialisti;

2. la mancanza di appoggio del resto dei lavoratori del paese. Durante la Rivoluzione Costituzionale, il Kurdistan e l’Azerbaigian erano stati duramente repressi;

3. la bilancia delle forze non era a favore dei socialisti: i britannici inviarono un distaccamento militare a schiacciare la RSSI e i signori feudali, che si opponevano alla collettivizzazione delle terre, resisteranno con le armi;

4. il ritiro dell’appoggio dell’URSS alla RSSI poiché non si era sviluppata la rivoluzione mondiale che si era immaginata. Quindi, alla fine della guerra mondiale l’URSS ritira le sue truppe dall’Iran in virtù degli accordi del 9 marzo 1921, in base anche al trattato di Brest-Litovsk firmato con la Germania per evacuare le sue truppe dall’Iran. La RSSI resta senza protezione;

5. il tradimento degli yangali verso i comunisti: essi uccidono Heidar Khan, provocano un conflitto armato in seno al movimento, facilitando l’assalto dell’esercito del governo centrale, diretto dalla Gran Bretagna e guidato dall’ufficiale Reza Khan Mirpany, il futuro fondatore della dinastia del Pahlavi.

Il 2 novembre 1921 la “Repubblica” viene sconfitta, dopo sei storici mesi. La fine della RSSi fu una catastrofe umanitaria, con migliaia di morti, feriti, profughi che morirono di fame. Alcuni dirigenti comunisti si rifugiano a Baku, mentre Mirza ritorna nella selva dove morirà congelato nel dicembre del 1921 in montagna.

Gli inglesi continuarono con la strategia dello strangolamento dell’URSS e organizzarono nel 1923 un colpo di Stato in Turchia per mano di Kemal Atatürk e un altro in Iran nel 1924 con Reza Khan, entrambi di forti sentimenti anticomunisti.

Nonostante la caduta della RSSI, il peso e la popolarità dei comunisti iraniani nella società era tale che l’Iran divenne il primo stato dell’Asia con un ministro comunista: nel 1924 Soleymna Eskandari occupò il seggio di ministro della cultura. Due decenni dopo, nel 1946, le forze marxiste tornano al potere e questa volta in Azerbaigian e in Kurdistan, grazie alla presenza dell’esercito Rosso durante la 2° Guerra mondiale.

Fonte:

LA REPUBBLICA SOCIALISTA SOVIETICA DELL’IRAN

Tienanmen: cingoli e acciaio contro l’anticomunismo

“In qualsiasi nazione, in qualsiasi epoca, c’è almeno l’uno per cento dei cittadini ribelle a qualsiasi autorità. Ma qui fra un miliardo e duecento milioni di cinesi, l’uno per cento significa dodici milioni di ribelli sulle piazze.” (Deng Xiaoping)

Nella primavera del 1989 imponenti manifestazioni ebbero luogo a Pechino e in altre città del grande paese asiatico, che sembrava stesse per subire la sorte dei regimi comunisti dell’Est europeo. Dopo una fase assai prolungata di trattative e di tentativi di compromesso la crisi si concluse con la proclamazione della legge marziale e l’intervento dei carri armati a piazza Tienanmen. Qualche giorno dopo, il 9 giugno, Deng Xiaoping rendeva omaggio ai “martiri” della polizia e dell’esercito, ai morti e ai feriti, facendo dunque riferimento a scontri aspri e di ampia portata; sul versante opposto l’Occidente denunciava il massacro compiuto ai danni di dimostranti pacifici. A quale versione prestar fede?

Le Testimonianze

Il 12 novembre del 1989 il New York Times pubblica un lungo reportage, a firma del capo dell’ufficio del quotidiano a Pechino, che traccia la storia della vittoria della linea dura all’interno del Partito comunista cinese. Quando si passa alla cronaca degli scontri l’autore riporta come “non vi sia stato alcun massacro nella piazza Tienanmen, mentre uccisioni si segnalano altrove”. how the hardliners won, The New York Times

Sul Japan Times Gregory Clark, vice presidente della Akita International University ed ex funzionario per la Cina del Foreign Service australiano, ripropone altre testimonianze come quella del corrispondente della Reuters Graham Earnshaw, che ha trascorso nella piazza la notte tra il 3 e il 4 giugno, e che nelle sue memorie ha confermato come la maggior parte degli studenti avesse “lasciato pacificamente la piazza molto prima e che quelli rimasti sono stati convinti a fare altrettanto dai militari intervenuti”. Un racconto, questo, confermato anche dal dissidente cinese Xiaoping Li ora residente in Canada: “Alcune persone hanno parlato di 200 morti in piazza e altri hanno sostenuto che che il numero è stato di 2.000 morti. Ci sono state anche storie di carri armati che hanno investito studenti che cercavano di lasciare la piazza. Devo dire che non ho visto niente di tutto questo. Sono stato in piazza fino alle 6.30 del mattino”. Clark G., Birth of a massacre myth, The Japan Times

I rapporti pubblicati in questi anni nell’ambito del progetto Wikileaks e ripresi in esclusiva dal quotidiano britannico Telegraph. Secondo i cablogrammi riportati l’esercito cinese ha aperto sì il fuoco, ma non nella piazza. Tra i testimoni oculari è citato un diplomatico cileno che ha visto
“L’esercito entrare nella piazza e non ha osservato nessuno sparare sulla folla, anche se spari sporadici si erano sentiti ha detto che la maggior parte delle truppe entrate nella piazza erano effettivamente armate solo di armi anti-sommossa come manganelli e mazze di legno, sostenute alle spalle da soldati armati”, aggiungendo che “nessuno sparava sulla folla di studenti presso il monumento”. Infine, lo stesso diplomatico, riporta come, una volta raggiunto un accordo “gli studenti lasciavano la piazza dall’angolo sud-est stringendosi per mano e formando una colonna.” no bloodshed inside Tiananmen Square, cables claim, The Telegraph

Manifestazioni pacifiche?

Non solo è ripetuto il ricorso alla violenza, ma talvolta entrano in gioco armi sorprendenti:
Un fumo verde-giallastro si è levato improvvisamente da un’estremità del ponte. Proveniva da un’autoblindo guasto che ora costituiva esso stesso un blocco stradale. Gli auotoblindo e i carri armati che erano giunti per sgomberare la strada dai blocchi non hanno potuto fare altro che accodarsi alla testa del ponte. Improvvisamente è sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un autoblindo ed è fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola agonizzanti. Qualcuno ha detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo
Questi atti di guerra, col ricorso ripetuto ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, si intrecciano con iniziative che danno ancora di più da pensare: viene «contraffatta la testata del “Quotidiano del popolo”».

Nei giorni successivi il carattere armato della rivolta diviene più evidente. Un dirigente di primissimo piano del partito comunista richiama l’attenzione su un fatto decisamente allarmante: «Gli insorti hanno catturato alcuni autoblindo e sopra vi hanno montato delle mitragliatrici, al solo scopo di esibirle». Si limiteranno ad una minacciosa esibizione? E, tuttavia, le disposizioni impartite all’esercito non subiscono un mutamento sostanziale: «Il Comando della legge marziale deve rendere chiaro a tutte le unità che è necessario aprire il fuoco solo in ultima istanza».

Sul versante opposto vediamo le direttive impartite dai dirigenti del partito comunista e del governo cinese alle forze militari incaricate della repressione: «Se dovesse capitare che le truppe subiscano percosse e maltrattamenti fino alla morte da parte della masse oscurantiste, o se dovessero subire l’attacco di elementi fuorilegge con spranghe, mattoni o bombe molotov, esse devono mantenere il controllo e difendersi senza usare le armi. I manganelli saranno le loro armi di autodifesa e le truppe non devono aprire il fuoco contro le masse. Le trasgressioni verranno prontamente punite» Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Un mito d’ affrontare

L’uso distorto di materiale video ha contribuito notevolmente a sostenere il mito del massacro di Tienanmen. L’immagine cult di quelle giornate che è usata per simboleggiare la strage mostra un cittadino solitario con la borsa della spesa che ferma una fila di carri armati. La sequenza d’immagini non è presa a Piazza Tienanmen ma in un grande viale e dimostra che il carrista cerca di schivare il cittadino senza investirlo. Bene, questa sequenza viene di solito commentata come dimostrazione che i carri armati schiacciarono i rivoltosi. La televisione cinese ha mostrato l’intero video prima che il “Tank Man” scompaia nella folla e sebbene per l’Occidente questa immagine dimostri la feroce repressione dei militari cinesi nei confronti del loro stesso popolo, per il governo ciò mostra solo quanta moderazione abbia usato nei confronti dei rivoltosi. L’immagine è commentata anche da Li Peng nei Tienanmen papers, che appunto fornisce questa interpretazione: Abbiamo visto tutti le immagini del giovane uomo che blocca il carro armato. Il nostro carro armato ha ceduto il passo più e più volte, ma lui stava sempre lì in mezzo alla strada, e anche quando ha tentato di arrampicarsi su di esso i soldati si sono trattenuti e non gli hanno sparato. Questo la dice lunga! Se i militari avessero fatto fuoco, le ripercussioni sarebbero state molto diverse. I nostri soldati hanno eseguito alla perfezione gli ordini del Partito centrale. E’ stupefacente che siano riusciti a mantenere la calma in una situazione del genere! Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Ora i fatti parlano da soli. Il clip dell’uomo tank è noto al pubblico occidentale come la “prova” della “soppressione” del movimento democratico da parte del governo cinese. Ancora una volta, è vero il contrario. Questo dimostra in realtà che non ci fu nessuna “repressione” indiscriminata. Se ci fosse stata una brutale repressione, quantomeno il manifestante sarebbe stato arrestato, se non addirittura ucciso. Tanto più il video è stato girato senza che i soldati dell’EPL lo sapessero. I soldati erano dunque dei brutali macellai senza cervello, come sono stati raffigurati dai media occidentali? I soldati hanno sparano indiscriminatamente? Questi fotogrammi dimostrano solo che l’esercito non aveva alcuna intenzione di uccidere i civili. I soldati si sono difesi solo quando sono stati attaccati dalla folla durante la sommossa. Sì, ci sono state vittime, ma solo perché i rivoltosi hanno attaccato l’esercito; diversi soldati sono stati brutalmente assassinati (un altro fatto che i media occidentali ignorano sempre). Infatti, spettatori innocenti sono stati uccisi come l’esercito ha cercato di difendersi nella confusione di quella fatidica notte. E’ stata una grande tragedia per la Cina, ma il suo utilizzo per demonizzare la Cina e l’esercito dimostra solo le cattive intenzioni dei media occidentali. Di fronte ad una provocazione, mentre erano in missione ufficiale, dopo una notte in cui furono aggrediti selvaggiamente dai rivoltosi, i soldati PLA si sono dimostrati disciplinati e rispettosi della vita. Chi è stato l’eroe qui? Il soldato o il manifestante. Secondo molti cinesi oggi queste scene dimostrano che l’Esercito fu Popolare e di Liberazione! In quanto si dimostrò leale con il popolo e pronto a liberare un’altra volta Tienanmen dai controrivoluzionari. Il giornalista d’inchiesta Wei Ling Chua sfata la rappresentazione mediatica di manifestanti disarmati e insiste fermamente sul fatto che la reazione dell’esercito fu estremamente contenuta agendo per legittima difesa. La dimostrazione è proprio il “tank man” Decostruendo l’uomo tank. Quando la storia diventa fiction

Possiamo concludere affermando che gli studenti in piazza e i manifestanti non erano soingenui difensori della democrazia. Il movimento fu infatti, fortemente appoggiato da Taiwan e dai servizi segreti occidentali che facevano capo ad Hong Kong . Si può addirittura affermare che si sperimentò allora lo schema della famigerate “rivoluzioni colorate”. L’esperto di geopolitica F. William Engdahl individua nel Colonnello Helvey che aveva operato in Birmania per  la Defense Intelligence Agency – Agenzia di Intelligence per  la Difesa colui che allenava gli “studenti” di Tienanmen. Egli aveva addestrato studenti cinesi ad Hong Kong alle tecniche delle dimostrazioni di massa che furono poi applicate a Pechino per poi diventare consulente del Falun Gong. Nella sua relazione all’Albert Einstein Institution del 2004 ammette di stare addestrando i separatisti tibetani . Secondo i dirigenti cinesi a quanto rivelano i Tienanmen papers l’uso da parte dei manifestanti di gas asfissianti o velenosi e soprattutto l’edizione-pirata del «Quotidiano del popolo» dimostrano che gli incidenti non siano una vicenda esclusivamente interna alla Cina Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

A Tiananmen ci fu un tentativo di rivoluzione colorata, si trattò di una turbolenza politica e il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto. Questa è la strada giusta. È la ragione della stabilità del Paese che è stata mantenuta

Fuga verso est

Sappiamo che nella Berlino divisa esistevano centri di accoglienza per i cittadini che fuggivano da Berlino Est verso l’Ovest. Ma sapevate che esistevano centri anche per chi scappava dall’Ovest per andare ad Est?

STORIE DI FUGHE VERSO LA REPUBBLICA DEMOCRATICA

Ebbene sì, non esistevano solo i centri di accettazione per le persone che da Est fuggivano per andare a Ovest, ma ce n’erano alcuni anche nella DDR per il flusso di persone che lasciavano la Repubblica Federale. Di questi centri non se ne parla mai per ovvi motivi, la storia è stata raccontata sempre e solo da un solo punto vista, quindi è tabù parlare di rifugiati dell’Ovest.

All’inizio degli anni ’50 la DDR costruì baracche speciali per le persone che volevano ritornare e per chi da Ovest voleva trasferirsi nell’Est, erano praticamente dei centri di accettazione. Qui la Volkspolizei (la polizia della DDR) e la Stasi controllavano l’identità delle persone. Si e’ calcolato che fra il 1949 e il 1989 siano state 600mila le persone che da Ovest si sono spostate ad Est, la maggior parte di queste a cavallo tra il 1950 e il 1960.

A BERLINO EST non per politica ma per la famiglia

Dopo la costruzione del Muro il numero dei richiedenti diminuì, ed anche i centri di accoglienza furono ridotti a tre e dal 1979 restò solo quello di Röntgental nella periferia berlinese. I rifugiati dell’Ovest, che facevano richiesta di residenza nella DDR, non lo facevano quasi mai per motivi politici bensì personali (ma lo stesso vale per i tanti che facevano il percorso inverso): chi aveva famiglia nella DDR, chi prima si era trasferito ad Ovest ma poi voleva tornare perché deluso, e c’erano anche persone che volevano vivere in un sistema socialista.

Le persone al loro arrivo nel centro di accettazione venivano registrate e poi suddivise a seconda della religione, cultura ed orientamento politico e non potevano avere contatti fra loro. La permanenza nel centro poteva durare dalle 4 alle 6 settimane (a volte anche fino a 6 mesi). In questo periodo di attesa, non era permesso lasciare il campo, si poteva ricevere posta ma non inviarla, a volte si poteva telefonare. C’erano strutture che permettevano di potersi dedicare a diverse attività, ad esempio sport o cultura.

I rifugiati venivano trattati in modo differente, dipendeva dalla ragione per cui avevano deciso di trasferirsi nella DDR. Venivano tenute conferenze e mostrati filmati per preparare le persone alla nuova “patria”, visite mediche e naturalmente si potevano seguire programmi televisivi e radiofonici della DDR. Durante questo periodo di permanenza in attesa del permesso di soggiorno nella DDR, i richiedenti venivano sottoposti continuamente ad incontri (potremo dire “interrogatori”) con la polizia, mentre la Stasi si occupava dei rifugiati politici.

Se la richiesta di residenza nella DDR veniva accolta, il rifugiato poi doveva trasferirsi in un luogo assegnato dove poi avrebbe avuto una casa e un lavoro. Di solito chi sicuramente veniva rispedito indietro erano le persone che avevano avuto problemi con la giustizia ad Ovest, “asociali” o persone definite “pigre”! Secondo testimonianze le condizioni nel centro erano comunque buone e le persone venivano trattate correttamente nonostante l’estenuante attesa per l’eventuale permesso di residenza nella DDR.

Fra il 1984 e il 1989 furono registrate 3637 persone nel centro di Rögental, di queste 1386 erano cittadini della DDR che dopo essere stati nella BRD volevano ritornare, 1619 erano cittadini della BRD e 632 stranieri che provenivano da altri stati non socialisti. In tutto ne furono rispediti indietro 432. Il centro chiuse nel 1990 ed oggi gli edifici sono occupati da una casa di riposo.

LA TESTIMONIANZA DI GISELA KRAFT

Sulla storia dei rifugiati che scappavano dalla Germania dell’Ovest per andare in quella dell’Est è stato pubblicato un libro: “Einmal Freiheit und zurück – Die Geschichte der DDR-Rückkeher” di Ulrich Stoll (Ch. Links Verlag) da cui è tratto un documentario prodotto da ZDF-Arte dallo stesso titolo del libro.

Una delle testimonianze di chi liberamente decise di trasferirsi nella DDR è quella della scrittrice Gisela Kraft: “Nella DDR potevo essere per la prima volta una libera professionista. Potevo vivere da scrittrice e fare persino piccoli viaggi e andare a teatro. Ero coperta per tutto ciò di cui avevo bisogno: potevo dedicarmi produttivamente alla mia attività senza dovere pensare ogni giorno: potrò pagare l’affitto il mese prossimo?“.

I fuggiaschi della Repubblica Federale Tedesca

Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Nell’immaginario comune quando si parla dell’ Afganistan, sicuramente,  le prime immagini che vengono in mente sono: burqa,  paese arretrato e medievale, poveratà, miseria, paese militarmente occupato dalla NATO. Impossibile non associare i fatti del’ 11 Settembre 2001, Al-Qaeda e Bin Laden.

Tuttavia, con ogni probabilità,  pochi sono a conocenza che c’è stasto un passato in cui l’Afghanistan riuscì a liberarsi dalle catene del Medioevo e ad entrare nell’età contemporanea. Dove oggi c’è un paese arretrato, ieri c’era un paese democratico e culturalmente avanzato: La Repubblica Democratica dell’Afghanistan.

Questa esplosione di progresso è arrivata grazie alla Rivoluzione Saur, una rivoluzione popolare esplosa grazie all’azione dei comunisti afghani.

Dopo la repressione scatenata dal precedente regime, la rivoluzione è iniziata nell’aprile del 1978 ed ha trionfato. Il nome Rivoluzione Saur deriva dal nome persiano del mese, la rivoluzione è conosicuta anche come La Rivoluzione Rossa d’Aprile.

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Bandiera della Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Il governo marxista di Taraki ha avviato un programma di grandi cambiamenti nella società afghana.

Eliminazione dell’usura,  campagna di alfabetizzazione, per la prima volta anche le donne afgane hanno partecipato,  riforma agraria, separazione totale della religione e del nuovo stato che divenne costituzionalmente laico, eliminazione della coltivazione dell’oppio, sindacati legalizzati, istituita una legge per un salario minimo cosi da aumentare i salari per i lavoratori afgani.

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Programma di alfabetizzazione insegnato da donne. 1979. Area rurale dell’Afghanistan
 Il governo di Taraki ha garantito la parità di diritti per le donne: possibilità di non indossare velo, possibilità di viaggiare liberamente e guidare automobili,  abolizione dell’acquisto di donne, integrazione delle donne nei luoghi di lavoro ed accesso all’università, nonché accesso alla vita politica e agli ufici pubblici.
Il governo comunista si sforza di togliere le donne dalla tremenda arretratezza e oppressione: l’analfabetismo femminile viene ridotto dal 98% al 75%.
I militanti del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan che praticano la poligamia vengono espulsi dal partito. Le donne partecipano alla vita politica, sono un decimo della militanza del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, una cifra insufficiente ma un grande progresso rispetto all’esclusione assoluta che subiscono oggi sotto il regime dei talebani. 

Il vicepresidente dell’Unione delle donne democratiche Safika Razmiha dichiarò nel 1988: “Se l’uguaglianza delle donne nella nostra società non viene raggiunta, è impossibile avanzare lungo il sentiero del progresso sociale.

Molte migliaia di donne afghane sono ancora bloccate negli harem, milioni nascondono i loro volti sotto il chador e il 75% di loro sono analfabeti.

La rivoluzione afghana fa molto per emancipare le donne. Ma la correlazione delle forze è ancora favorevole agli arretrati feudali”.

L’Afghanistan ha concesso il divorzio nel 1980.

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Donne in classe 1981. Kabul.

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Lavoratrice in una fabbrica, 1983.

I comunisti afgani hanno lottato per far uscire il paese dall’arretratezza e dalla miseria. All’inizio hanno distribuito terre a 250.000 contadini,  hanno abolito tutti i debiti contratti dai contadini con i proprietari terrieri,  liberato 8.000 prigionieri politici, dichiararono l’istruzione universale per entrambi i sessi.

Il tasso di mortalità infantile dei bambini sotto i 5 anni passa da 380 nel 1960 a 300 nel 1988; L’80% della popolazione urbana accede ai servizi sanitari; Il 63% dei bambini completa l’anno scolastico nel 1985-87; l’aspettativa di vita passa da 33 anni nel 1960 a 42 nel 1988.

Centinaia di migliaia di persone sono alfabetizzate. Il numero di medici è aumentato del 50%, il numero totale di posti letto negli ospedali è raddoppiato; gli asili nido e le case di riposo per i lavoratori vengono creati per la prima volta.

Il progresso dell’Afghanistan fu tale che l’Afghanistan ebbe il primo astronauta nella sua storia

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Abdul Ahad Mohmand, primo e unico cosmonauta afgano

Invasione dell’URSS?Quando si parla di questo fatto storico nella letteratura o nei media, viene descritto come “invasione dell’Afghanistan” o “invasione sovietica”.

Niente è più lontano dalla realtà. L’URSS non ha invaso l’Afghanistan, ma interviene dopo aver ricevuto la richiesta dal Consiglio Rivoluzionario.

Non dobbiamo dimenticare due fatti: la Rivoluzione Saur si svolge nel 1978 e l’ingresso delle truppe sovietiche è il 7 dicembre 1979, la repubblica socialista afgana sopravviverà per mesi alla caduta dell’URSS. Kabul cadrà nel 1992, dimostrando l’esistenza di un importante e notevole sostegno da parte della popolazione, considerando che dal 1988 al 1992, la Repubblica Democratica dell’Afghanistan ha combattuto senza alcun aiuto da parte dell’ormai morente Unione Sovietica.

Gli Stati Uniti non esitarono a sostenere i “combattenti per la libertà” cosi come oggi sta avvenendo in Siria e in Libia, sostengno che porterà alla nascita dell’organizzazione terroristica Al-Qaeda.

Ronald Reagan dichiarerà:
Vedere i coraggiosi combattenti della libertà afgana contro gli arsenali moderni con pistole semplici è un’ispirazione per coloro che amano la libertà”

 

 

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Eduardo Galeano :
Verso la fine del 1979 le truppe sovietiche invasero l’Afganistan.  Scopo dell’invasione era la difesa del governo laico che stava tentando di modernizzare il paese. Io ero uno dei membri del Tribunale Internazionale di Stoccolma che nel 1981 si occupò del tema.

Non dimenticherò mai il momento culminante di quelle sessioni:
stava testimoniando un importante capo religioso, rappresentante dei fondamentalisti islamici Talebani, a quel tempo definiti “Freedom Fighters” dall’Occidente, “Guerrieri della Libertà” invece che terroristi.

L’anziano Talebano dichiarò: “I comunisti hanno disonorato le nostre figlie! Hanno insegnato loro a leggere e scrivere!”.

Russia e Cina sono paesi capitalisti?

Lenin ne L’imperialismo Fase suprema del capitalismo indica cinque parametri da tenere in cosiderzione per definire un paese imperialista e in base a questi cinque punti analizzeremo Cina e Russia

1. La concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2. La fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;

3. La grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartis con il mondo;
5. La compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.

La Russia e le caratteristiche del capitalismo

La Russia ha molti monopoli come Gazprom, Rosneft, Lukoil, Rusal. Un ruolo cruciale nell’economia russa lo svolgono anche la VTB-Bank, l’Alfa Bank e la Raffeinse Bank: grandi monopoli bancari in stretta connessione o appartenenti ai monopoli industriali stessi. Il gruppo industriale Gazprom possiede la Gazprombank e il fondo pensione privato “Gazfond”. Il più grande gruppo monopolistico industriale russo possiede anche il gruppo assicurativo “Sogas” e gestisce la “Leader”, società di investimento e fondi pensione.

Il noto oligarca Vekselberg possiede la Renova Holding (base nelle Bahamas), che possiede il gruppo russo “Renova” società di business internazionale privato costituita da compagnie di gestione patrimoniale e fondi di investimento che possiede asset nelle miniere del metallo, società petrolifere, costruzione di macchinari, nell’industria mineraria, nell’energia, telecomunicazioni, nanotecnologie, nel settore finanziario russo ed estero.

La Renova Group ha forti investimenti e presenze nelle principali aziende russe e internazionali, tra cui società di fama mondiale come UC Rusal, Integrated Energy Systems, Oerlikon, Sulzer and SCHMOLZ+BICKENBACH. Inoltre, la Renova, ha integrato fondi di investimento diretto e società di gestione operanti nel settore energetico (IES, Avelar Energy), nello sviluppo immobiliare, negli investimenti – “Columbus Nova” – telecomunicazioni -“Akado Group” – nell’industria chimica – “Orgsyntes Group” – e nei metalli preziosi – “Zoloto Kamchatki”. La Renova Group investe in Russia, Svizzera, Italia, Sud Africa, Ucraina, Lettonia, Mongolia, Kirghizia ecc…

Il gruppo possiede anche la Metkombank che è una delle più grandi banche della Russia, che mira a divenire una delle TOP-50 banche attraenti per gli investitori. Questo grande gruppo bancario detiene lo “Stabilimento di Metalli non ferrosi Kamensk-Ural”, una società di costruzioni – la “Kortros” – e la partecipazione ad altre importanti aziende russe. Allo stesso tempo l’oligarca Vekselberg possiede una parte della “UC Rusal”, la più grande produttrice mondiale di alluminio, ed è co-proprietario della “Norilsk Nickel”, società russa del Nichel e Palladio, estrazione e fusione. Gli oligarchi Alisher Usmanov, Vladimir Skoch e Farhad Moshiri possiedono la “Metalloinvest”, uno dei più grandi gruppi minerari e metallurgici della Russia, specializzata nella produzione dell’acciaio, che possiede la “Lebedinsky Michajlovskij”, impianti di arricchimento minerale, la “Oskol Steel Works”, la “Ural Steel” e altre industrie.

Allo stesso tempo possedevano fino allo scorso anno la “Round Bank” (Ex Ferrobank) ceduta all’”amico” Leon Semenenko, che possiede la Hessen Holdings Ltd e la Nenburg Finance Ltd, con basi a Cipro, che possiedono ciascuna il 50% di LLC SibConsultGroup, attualmente unica proprietaria della Round Bank. Usmanov, uno dei più ricchi al mondo, ha costituito nel 2012 la USM Holdings che comprende numerosi investimenti in imprese della telecomunicazione come la “Garsdale” che controlla circa il 50% della “MegaFon”, secondo più grande operatore di telefonia mobile della Russia che a sua volta possiede il 100% della “Scartel/Yota” società di fornitura provider 4G, il 50% di “Euroset” che è il principale rivenditore di telefonia mobile della Russia. Tutte queste società hanno interessi e propri uomini nella Round Bank.

L’oligarca Prokhorov possiede una infinità di società, per citarne solo una parte di esse, la “Onexim Holdings Ltd” (con base a Cipro) possiede il gruppo “OptoGaN” produttore di LED ad alta luminosità. Gruppo con sede a San Pietroburgo e attivo in Finlandia e Germania, la cui proprietà è di vari fondi di investimento privati (tra cui appunto quello di Prokorov) e statali. Prokhorov, possiede anche una delle principali società immobiliari russe, la “Opin” e la “Quadra Power Generation” leader del settore elettrico russo.

Prokhorov possiede la banca “Renaissance Credit” e la più grande società d’investimento, la “Renaissance Capital”. Inoltre possiede anche una parte della “Rusal”. Vladimir Yevtushenko, uno degli uomini più ricchi della Russia, detiene una quota di controllo (64.2%) delle azioni della “AFK Sistem” che possiede la “MTS-Bank” che controlla direttamente “RTI Group” (la maggior holding industriale russa che sviluppa e produce prodotti di alta tecnologia e tecnologie microelettroniche), l’89% di “Bashneft” (una delle principali compagne petrolifere russe) e il 92% delle reti di distribuzione elettrica “Bashkiria”.

Oleg Deripaska possiede la compagnia d’investimento “Basic Element”, con azioni nel settore energetico, industriale, dell’aviazione, agro-business, tessile, network e servizi finanziari. Possiede una delle principali compagnie d’assicurazione (joint-stock), la “Ingosstrakh”, la grande banca “Soyuz”, il fondo pensione privato “Socium” che serve i più grandi impianti di produzione di “Basic Element”, una delle più grandi società di leasing della Russia, la Element Leasing. Possiede anche la GAZ Group, leader del mercato russo per veicoli commerciali, produce autobus, autovetture, treni elettrici, componentistica, ecc…

Il “re della vodka” Roustam possiede la “Russian Standard Bank”, una delle più grandi banche russe, la compagnia d’assicurazione, la “Russian Standard Insurance” e la “Russian Standard Vodka”, la più importante impresa di produzione della vodka. Agalarov possiede la Crocus Group, una delle principali società immobiliari russe, con decine di società di costruzione e logistica, e la Crocus Bank.

La Russian Railways, tra le prime tre più grandi aziende di trasporto (merci e passeggeri) al mondo, possiede il fondo pensione privato “Blagosostoyanie” che è interamente di proprietà della Absolut Bank e di una buona quota della Banca KIT Finance. Dimitry Pumpyanskiy, attraverso il Gruppo “Ekaterinburg” possiede il 98% della “SKB-Bank”, e il 71.1% della “TMK acciaio”.

Anatoly Sedykh detiene l’80% della “United Metallurgical Company” (uno dei maggiori produttori russi di tubi, ruote ferroviarie e altri prodotti in acciaio per l’energia, i trasporti e le aziende industriali) e il 60% del capitale della “Metallinvest Bank” Mikail Shishhanov possiede il 98.6% della “Bin Bank” così come il 95% della società di costruzioni “INTEC”. Alekperov e Leonid Fedun hanno quote nella Lukoil e nel gruppo IFH Capital che possiede la Banca Petrokomerts. Alekperov ha una quota anche nella società finanziaria “Uralsib” e nella banca con lo stesso nome. La “Vneshtorg Bank”, di proprietà statale, possiede una società di costruzioni, la “VTB-Development”.

La “Sberbank”, di proprietà statale, possiede l’impianto di assemblaggio auto “Derveis” a Cherkessk, le imprese di costruzione “Krasnaja Poljana” e “Rublyovo-Arkhangelsk” e altre.

La “Rosneft” (parte di “Rosneftegaz”) possiede la “Russian Regional Development Bank”. La MDM Bank (una delle prime come fondazione ed ora tra le più grandi banche private russe) possiede la “Siberian Coal Energy Company” (primo produttore di carbone in Russia e uno dei principali esportatori). Sono azionisti della Banca MDM, grandi istituzioni finanziarie internazionali come la International Finance Corporation, la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo, nonché una delle più grandi società d’investimento in Russia, la Troika Capital Partners.

La Guta Group è una delle maggiori corporation industriali e investimento, possiede la United Confectioners Holding Company, leader del mercato dolciario, possedendo la maggior parte dei marchi del settore (circa 1.700). La società è verticalmente integrata ed esegue il ciclo completo delle operazioni, dall’agricoltura fino alla vendita dei prodotti trasformati. Il Gruppo possiede la Guta Insurance (assicurazioni) e la Guta Bank (nella top-20 delle banche russe). Inoltre possiede anche hotel e ospedali e cliniche private. La holding “Don Invest” comprende la Banca commerciale (Commercial Bank Doninvest), e possiede imprese nel settore dell’ingegneria e della produzione alimentare, autobus e auto. La Joint Stock Company – Federal Research & Production Center ALTAI – possiede la “National Land Industrial Bank” e una vasta gamma di industrie.

Cina, un giovane capitalismo mascherato da NEP

Nel 2005 in Cina il numero di imprese private ammontava a 4,3 milioni, nel 2010 a 7,5 milioni e nel 2015 a 12 milioni, mentre nello stesso anno le imprese statali erano 2,3 milioni; attualmente circa il 70% della produzione industriale cinese è dovuta a imprese non statali, oltre l’80% della forza-lavoro industriale è impiegata nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti statali;

Attualmente in Cina sono presenti ben 400 miliardari, che detengono circa 947,03 miliardi. Questi dati pongono la Cina al secondo posto tra gli stati al mondo con più miliardari, seconda solo agli Stati Uniti, che nel 2016 ne contavano 540, e testimoniano come l’accumulazione della ricchezza nel paese abbia raggiunto livelli impressionanti, tali da creare un’oligarchia finanziaria, a ulteriore riprova di come la forma statale socialista sia ormai solo una definizione de iure.

Inoltre, secondo la Chinese Sociological Review, nel 2012 l’1% della popolazione cinese possedeva oltre il 33% della ricchezza, mentre il 25% più povero meno del 2%.

Secondo il Center for China and Globalization l’esportazione cinese di capitale nel 2015 aveva superato il capitale straniero nel paese; gli investimenti diretti esteri (OFDI) ammontavano a 145,6 miliardi di dollari, mentre il capitale estero in Cina era di 135,6 miliardi di dollari. A tale proposito, secondo il Financial Times, nel 2017 la Cina risulta essere il più grande esportatore di capitale in Africa, per la maggior parte al fine estrattivo di risorse naturali, proseguendo la depredazione del continente a cui secoli di colonialismo e imperialismo ci hanno tristemente abituato. Proprio in Africa, a Gibuti, sorge una base militare cinese con circa 10.000 soldati cinesi e navi da guerra veloci.

Per quanto riguarda l’energia, come anche in altri settori, quali ad esempio le comunicazioni, va segnalata la presenza di monopoli, tra cui la China Petroleum and Chemical Corporation (Sinopec, 4ª società al mondo per ricavi nel 2015) e la China National Petroleum Corporation (CNPC, 3ª società al mondo per ricavi nel 2015), che rappresentano due società internazionali tra le maggiori al mondo nel campo del petrolio e del gas.

Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.

Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.

BRICS, giovani capitalismi avanzano

E’ necessario per i comunisti avere massima consapevolezza della natura imperialistica dei paesi BRICS, che si pongono in aperto contrasto con le potenze imperialiste tradizionali USA (al vertice della piramide) e UE soltanto nel tentativo di imporre la propria egemonia, in uno scontro inter-imperialistico nel quale si intensifica la tendenza alla guerra imposta dal capofila statunitense (che oltre contro la Russia procede nella concentrazione di potenza di fuoco anche intorno alla Cina nel mar cinese meridionale e orientale) che rischia di gettare i popoli del mondo in una nuova guerra generale alla quale tutte le potenze si stanno preparando.

“L’alternativa” che i BRICS presentano allora non è neanche lontanamente concepibile come alternativa di sistema, ma come lotta tutta interna alle logiche capitalistiche, che si muove sullo stesso identico terreno di USA, UE e Giappone. Poiché la base economica di questi paesi, tanto quanto quelli occidentali è dominata dalla struttura di grandi monopoli, poiché l’esportazione di capitali è prevalente, piaccia o no, a meno che non ci si limiti alla definizione data da kautsky, la definizione di imperialismo calza a pennello. Affermare dunque che la “rottura del mondo unipolare a egemonia occidentale” è il presupposto per la “fine delle politiche imperialiste in giro per il mondo” e per contrastare “l’espansione del neoliberismo quale unica forma di sviluppo possibile”, come anche tra alcuni comunisti si finisce per fare, è semplicemente un non senso.

I BRICS, non senza contraddizioni interne, sono oggi il polo alternativo ai centri imperialistici consolidati. Ma questo polo alternativo si muove nella stessa direzione economica di quelli tradizionali; le sue regole economiche sono le stesse dei paesi occidentali, le economie di queti paesi sono economie capitalistiche conclamate, caratterizzate da un forte peso dei principali monopoli nazionali, e internazionali, nell’economia nazionale.

Il concetto di imperialismo e l’importanza del punto di vista autonomo del proletariato.

Cina imperialismo, un’analisi storico-economica

Non può esistere antifascismo senza antimperialismo

Nella nostra strategia non può esistere antifascismo senza antimperialismo.

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Cosa intendiamo dire? Non siamo interessati a svolgere il lavoro sporco per conto terzi nè ad essere utili idioti all’interno di arcobaleniche alleanze nelle quali, in nome di un supposto minimo comun denominatore, l’antifascismo, dovessimo direttamente o indirettamente portare acqua al mulino di quei politicanti che, professandosi antifascisti, appoggiano e plaudono le guerre imperialiste, la dissoluzione dello Stato sociale, la realizzazione delle grandi opere di distruzione ambientale
Non intendiamo rappresentare i gendarmi dell’antifascismo istituzionale, in attesa della puntuale, ciclica occasione in cui questo liso feticcio divenga motivo di polemica e divisione all’interno della classe politica, per la conquista di un pugno di voti.

Per di più, da oltre un quindicennio, il fascismo ufficiale è stato depurato, sdoganato e
reintegrato all’interno del Sistema dei partiti dominanti. Per chi è nemico di questo
Sistema, quindi, l’antifascismo, non può che essere un aspetto – estremamente
rilevante – della lotta antimperialista. Per gli altri, un tema di riserva da campagna
elettorale, qualora si rendesse necessario smuovere l’emotività di un elettorato
progressista sempre più sconcertato dalla melassa istituzionale offerta dalla politica.

Una contingenza politico-economica come quella dell’Europa attuale rappresenta un terreno estremamente fecondo per lo sviluppo e l’attivismo del radicalismo di destra.

Il fascismo, infatti, storicamente si pone come avversario di quelle forze (individualismo, cosmopolitismo, economia di mercato) che minacciano l’esistenza e la costruzione della comunità di suolo e/o di razza, – blut und boden – organizzata gerarchicamente, secondo forme e criteri autoritari, nel presunto, supremo interesse etno-nazionale.

I recenti tentativi, in Italia ed in altri paesi, di comporre le fratture del passato, in vista
di un maggiore coordinamento, tra le composite e litigiose forze della galassia estremista di destra, da un lato, e il passaggio sincrono ad un’azione più incisiva, 15 nelle roccheforti europee del neofascismo, dall’altro, mostrerebbero proprio una precisa, accresciuta, autoconsapevolezza del potenziale ruolo da dispiegare nell’immediato futuro.

La supremazia dell’economia sulla politica e della finanza sull’economia e, in particolare, il progressivo, costante esautoramento di quelle forme di controllo e partecipazione politica sui territori a fronte dei diktat sovranazionali di provenienza economico –
finanziaria sono dati oggettivi e possono, se sottoposti ad analisi raffazzonate, accreditare l’interpretazione del fascismo quale risposta nazionale agli
sfaceli del libero mercato. In quest’ottica, il neofascismo potrebbe apparire a molti
come antidoto rivoluzionario all’esistente, rafforzandosi, in ciò, attraverso i richiami
metastorici propri della sua retorica all’azione e alla gioventù. Il fatto che larghe aree
dell’estrema destra prediligano, oggi, una lettura del fascismo tradizionale attraverso
i suoi aspetti antiborghesi e ne propongano una versione attuale in chiave socialista-
nazionale, rappresentano dati che gli antifascisti dell’azione non devono
giudicare con sufficienza ma, anzi, analizzare con cura, per passare, nei fatti, alla
controffensiva. C’è, infatti, il rischio che settori consistenti di gioventù e proletariato
marginale rintraccino nel fascismo, così declinato, l’unica scelta autenticamente
antagonista, sovversiva e “non conforme” al sistema dominante.

Compito degli antifascisti dell’azione consiste nel non inorridire ma contrastare
attivamente simili sviluppi, incalzando una Sinistra priva di orizzonte sulla
riformulazione complessiva tattico/strategica di una lotta a tutto campo all’esistente,
e rigettando le facili scorciatoie offerte da una lettura necessariamente
pregiudizievole e supponente di quanto prodotto sul versante nemico.

Sarebbe da sciocchi, infatti, negare o giudicare con sufficienza il profondo lavoro
teorico che negli ultimi anni è stato portato avanti da settori dell’estrema de
stra rispetto ad una ridefinizione teorica del neofascismo in funzione di un suo agevole
adattamento alle condizioni attuali. Per il futuro, inoltre, occorrerà monitorare gli
interscambi tra il movimentismo neofascista e il fascismo ufficiale, da più di 15 anni
forza stabile di governo, per capire chi avrà più forza nel sedurre l’altro.
Siamo gli eredi dei movimenti che combatterono, primi fra tutti, i fascismi in Europa e nel mondo: sigle destinate all’oblio, simboli rimossi, uomini e donne perseguitati.

Lottiamo affinché nella società si estingua la tirannide dell’economia, del lavoro salariato, della schiavitù dell’uomo sull’uomo e trionfino, finalmente, gli ideali di solidarietà, fratellanza ed eguaglianza.

Questa eredità pesante ci spinge a non dimenticare il loro esempio attraverso l’azione e la natura stessa della loro lotta: combattere il fascismo per sconfiggere insieme ad esso un ordine sociale ingiusto

Lottiamo affinché nella società si estingua la tirannide dell’economia, del lavoro salariato, della schiavitù dell’uomo sull’uomo e trionfino, finalmente, gli ideali di solidarietà, fratellanza ed eguaglianza

Un nemico, un fronte, una lotta!