Intervista a Fidel Castro su Stalin

intervista del 1992 del giornalista nicaraguense Tomas Borge

Tomas Borge: Per la maggior parte dei leader rivoluzionari dell’America Latina, l’attuale crisi del socialismo ha un autore intellettuale: Josif Stalin. Cosa ne pensa?

Fidel Castro: Non si può dire, non oserei dire così. Penso che Stalin abbia commesso errori enormi, ma ha anche avuto grandi successi. Credo che Stalin abbia avuto un ruolo importante nella Rivoluzione d’Ottobre e nella guerra contro l’intervento straniero dopo la rivoluzione, storicamente noto. Stalin svolse un ruolo importante nell’industrializzazione dell’Unione Sovietica, nella grande guerra patriottica e nella ricostruzione del Paese. Questi sono fatti oggettivi.

TB: Alcuni dicono che l’Unione Sovietica vinse la guerra nonostante Stalin…
FC: Tomas, ho avuto pareri critici per molti anni su Stalin in molte aree, quindi penso di avere l’autorità per cercare di essere obiettivo in tutto questo. Mi sembra che equivalga a semplicità storica attribuire a Stalin la colpa dei fenomeni accaduti nell’Unione Sovietica, perché nessun uomo poteva, in modo unipersonale, creare determinate condizioni. È come attribuire a Stalin i meriti di ciò che era l’Unione Sovietica, impossibile! Penso che sia stato lo sforzo di milioni e milioni di persone eroiche che permisero all’Unione Sovietica di emergere, che l’Unione Sovietica si sviluppasse, che diventasse una realtà e svolgesse un ruolo molto importante nel mondo a favore di centinaia di milioni di persone. Penso che il merito principale della Rivoluzione d’Ottobre, naturalmente, se pensiamo alle personalità, fosse Lenin; merito straordinario, singolare, rilevante e di gran lunga superiore agli altri leader. Dovrebbe essere preso in considerazione, prima di tutto, che l’Unione Sovietica ha la sfortuna che Lenin morì relativamente giovane; sarebbe stato necessario che Lenin vivesse altri 10, 15, 20 anni. Abbiamo studiato Lenin, tutti noi che conosciamo il suo pensiero, il suo enorme talento, ci rendiamo conto che Lenin sarebbe stato in grado di rettificare molti rivoluzionari sovietici dopo la sua morte, lo capisci? Quindi l’assenza di Lenin, il vuoto che intendo nell’ordine teorico, nell’ordine intellettuale, nella costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica, è un fattore che ha molta importanza nelle cose che accaddero in seguito. Ora, ti ho detto che fui critico nei confronti di Stalin in molte cose; innanzitutto, criticavo le violazioni della legalità commesse da Stalin. Credo che Stalin abbia commesso enormi abusi di potere, questa è un’altra convinzione che ho sempre avuto. Credo che Stalin, devo parlare, a grandi linee, dei più grandi errori commessi, secondo me, da Stalin, nella politica agricola, per lungo tempo credette alle piccole proprietà e alla forma della proprietà privata; cioè, non sviluppò un processo progressivo di socializzazione della terra. Per diversi anni rimase una situazione: tutta la produzione di cibo dipendeva dai singoli appezzamenti, finché in un dato momento questi appezzamenti avevano dato tutto ciò che potevano dare e la produzione di cibo ristagnava completamente. Penso che il processo di socializzazione della terra avrebbe dovuto iniziare prima e avrebbe dovuto svilupparsi progressivamente. Mi sembra che fu molto costoso, nell’ordine economico e nell’ordine umano, il tentativo di socializzare la terra con un breve periodo storico e attraverso la violenza. Questo fu un grosso errore commesso durante la guida di Stalin. A proposito, posso raccontarti della nostra esperienza; più che con argomenti, possiamo ragionare coi fatti. Primo, non abbiamo fatto il tipo di riforma agraria che i sovietici fecero, né il tipo di riforma agraria che fecero i Paesi socialisti. Abbiamo dato la proprietà della terra a tutti i mezzadri, i coloni, i braccianti, a chi aveva della terra, ma le grandi proprietà non le dividemmo, non le frammentammo; Se l’avessimo fatto, avremmo squassato l’industria dello zucchero del nostro Paese, sarebbe stato terribile, quell’industria sarebbe quasi scomparsa; avremmo distrutto le possibilità di poter nutrire la popolazione, creando centinaia di migliaia di nuove tenute nel nostro Paese. Non l’abbiamo mai fatto, ma abbiamo conservato quelle unità. Certo, è molto facile giudicare in condizioni diverse. Forse i sovietici non avevano altra scelta che dividere tutto; se si tiene conto del momento in cui si trovavano, della povertà, della mancanza di risorse, del blocco e di tutti i problemi che subivano, non avevano altra scelta se non quel tipo di riforma agraria. Ammetto che la necessità li avesse costretti a farlo, quello che non credo è che nulla li abbia costretti a portare avanti un processo accelerato di collettivizzazione forzata, capisci? Ti ho detto che non abbiamo diviso, non abbiamo parcellizzato, abbiamo dato la proprietà a tutte quelli già in possesso di appezzamenti, ma abbiamo creato una proprietà statale che costituì la base per la produzione su larga scala dell’agricoltura. Si noti che il nostro Paese è uno dei Paesi che esporta il cibo più pro capite al mondo; alcun Paese al mondo esporta tanto cibo pro-capite quanto Cuba con così poca territorio. Si noti che esportiamo cibo per 40 milioni di persone ogni anno; abbiamo esportato cibo, negli ultimi 15 anni della Rivoluzione, a circa 40 milioni di persone; nonostante il fatto che la nostra popolazione stia crescendo, nonostante il fatto che abbiamo una superficie inferiore perché furono installate strutture di tutti i tipi, abbiamo un’elevata produzione pro capite di cibo. Se avessimo frammentato la terra, non saremmo stati in grado di farlo. Questa è una cosa che viene ignorata: quanto cibo pro capite esporta Cuba? Noi, per ogni cittadino, esportiamo cibo per quattro cittadini nel mondo, proprio perché non abbiamo fatto quel tipo di riforma agraria, abbiamo avuto abbastanza tempo per vederlo. Secondo, abbiamo dato la proprietà a quei contadini che già possedevano terre ma senza titoli di proprietà. Abbiamo sempre capito che piccoli appezzamenti di terra hanno possibilità limitate di produzione di terra; ma non abbiamo mai effettuato alcun tipo di cooperativizzazione forzata. Il processo di collaborazione tra i piccoli agricoltori, che ebbero un ruolo nella produzione agricola di Cuba e hanno una certa percentuale di terra, l’abbiamo fatto progressivamente, a poco a poco, e in dieci anni o più riuscimmo ad unire le terre del 50 percento dei piccoli proprietari. L’altro 50 percento esiste ancora, e l’abbiamo rispettato, lavoriamo con loro e portiamo avanti il nostro programma alimentare in coordinamento con loro, a prescindere dalle limitazioni tecniche del piccolo appezzamento, perché non è possibile utilizzare un’attrezzatura per l’irrigazione a perno centrale che irriga 100 ettari, è impossibile; non è possibile utilizzare l’aereo, né la combinazione di canna, né le più moderne e più alte tecniche di produttività. Tuttavia, non ci è mai venuto in mente di socializzare con la forza il 50 percento dei proprietari indipendenti rimasti dopo la costituzione delle cooperative; gli abbiamo dato sicurezza e promesso che se vogliono stare così per tutta la vita, staranno lì per tutta la vita e che rispetteremo sempre la loro volontà. Abbiamo condotto il processo di collettivizzazione tra i contadini indipendenti che possedevano la terra, terra che gli avevamo dato, sulla base della più rigorosa volontarietà. Ora, immagina già le conseguenze che avrebbe dovuto avere per un Paese che era in vasta maggioranza contadina, dove la terra fu inizialmente distribuita, forse come esigenza politica e sociale fondamentale, perché non potevano fare altro in quel momento, il processo di collettivizzazione forzata. Cioè, secondo me, il grande errore di Stalin.

TB: E tornando al tema della guida militare durante la seconda guerra mondiale, qual è la sua valutazione del ruolo di Stalin?

FC: Penso che la politica di Stalin alla vigilia della guerra fosse totalmente sbagliata. Puoi perfettamente spiegare le motivazioni di Stalin nella sua politica internazionale: penso che sia un fatto storicamente provato che volesse organizzare una coalizione contro Hitler. Perché? Ci sono documenti, ci sono prove di ogni tipo, ed è chiaro ed ovvio che le potenze occidentali, i Paesi capitalisti volevano far combattere Hitler contro l’URSS; è un fatto molto chiaro, evidente, provato nella storia, che Hitler fu visto con approvazione, anche con simpatia, e che il nazismo riceveva sostegno dalla borghesia in Germania come strumento contro il comunismo perché sebbene Hitler fosse un fanatico razzista, mostrò che tutte questo veniva perdonate perché si presentò da sostenitore della lotta al comunismo e tutto il mondo vide in Hitler lo strumento per distruggere l’Unione Sovietica. Quando iniziò la Seconda Guerra Mondiale, avevo 13 anni e già leggevo tutti i giornali; dalla guerra civile spagnola leggevo tutti i giornali, tutte le notizie internazionali, sempre con grande avidità. La Guerra Civile fu nel 1936, stavo per compiere 10 anni, e ricordo quasi come se le avessi appena lette molte notizie che arrivavano qui, perché nella fattoria di mio padre vivevano molti spagnoli e alcuni di loro non potevano leggere o scrivere. Erano divisi tra repubblicani e franchisti, e c’erano molti di questi spagnoli che istintivamente erano repubblicani, così mi chiesero di leggere il giornale. La cuoca di casa, tra gli altri, un galiziano di origine contadina, analfabeta, repubblicana di rabbia, sembra che per tradizione nel suo sangue avesse la ribellione contro feudalesimo e lo sfruttamento, le leggevo le notizie, e ricordo tutte le battaglie nelle Asturie, Teruel, dell’Ebro, le seguì parola per parola. Negli anni che precedettero la Seconda guerra mondiale, lessi i giornali e durante gli anni della guerra leggevo le notizie ogni giorno, per non parlare dei libri, sia riguardo agli eventi militari verificatisi allora, sia riguardo quelli politici del dopoguerra. Per 50 anni ho letto di questi fatti e quando iniziai avevo, come ti ho detto, 13 anni. Posso ricostruire nella mia mente molte cose e fare analisi politica di tutto ciò, analisi politica e persino militare. Non si può negare il fatto che le potenze occidentali abbiano spinto Hitler, finché Hitler non divenne un mostro, una vera minaccia. Né possiamo negare la straordinaria debolezza che le potenze occidentali avevano con Hitler e la sua condotta nei giorni che precedettero l’annessione dell’Austria, la famosa Anschluss; prima di tutto l’occupazione della Saar, dove era vietato inviare truppe, e anche prima dell’intervento di Hitler e Mussolini in Spagna. Furono i bombardieri e i piloti tedeschi che distrussero Guernica e che bombardarono Madrid, che uccisero centinaia di migliaia di spagnoli; furono tedeschi ed italiani con una chiara politica espansionistica che decisero, tra l’altro, la guerra. Tuttavia, accanto alla Repubblica spagnola non combattè alcun velivolo inglese, francese, statunitense; furono le brigate dei volontari internazionali che vi parteciparono. L’unico Paese che ha davvero aiutò fu l’URSS. Non si può negare storicamente che le armi con cui essenzialmente la Repubblica spagnola combatteva provenivano dall’Unione Sovietica, e gli aerei, i carri armati, l’artiglieria su cui che contava la Repubblica provenivano dall’URSS; quello che avevano i sovietici, glielo diedero, glielo mandavano. Quale altro Paese lo fece quando Hitler e Mussolini scatenarono la politica espansionistica? E alla fine raggiunsero il loro obiettivo, riuscirono a far sparire la Repubblica spagnola. Cosa fece l’occidente? Cosa fecero le potenze occidentali potenti in quel momento? Nel pieno di questi eventi, ci fu il riarmo tedesco. Cosa fece l’occidente per impedire il riarmo tedesco? Poi venne l’occupazione di tutte quelle aree europee in cui l’esercito di Hitler non poteva entrare. Più tardi i tedeschi annetterono l’Austria, si espansero. Poi arrivò Monaco e presero una parte del territorio dalla Cecoslovacchia, e più tardi, in breve tempo, occuparono il resto del Paese; influenza ed espansione tedesche si spostarono verso l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, mandando forze dappertutto. Cosa fece l’occidente di fronte a questi movimenti? Lasciò l’URSS da sola, e l’URSS ebbe molta paura di quella manovra, vide che Hitler penetrava nel Danubio e un luoghi strategici e nulla, fu tollerato tutto ciò. Certo, ciò stimolava l’espansionismo di Hitler e la paura di Stalin, che porto a qualcosa che critico da tutta la vita, perché penso che fu davvero una flagrante violazione del principio: cercare la pace a tutti i costi con Hitler per guadagnare tempo. Nella nostra lunga vita rivoluzionaria, nella storia relativamente lunga della rivoluzione cubana, non abbiamo mai negoziato un solo principio per guadagnare tempo o vantaggio pratico. Penso che fu un errore enorme. Non dirò che fu solo colpa sua, credo che tutta la politica occidentale l’abbia trascinato verso quella posizione; ma cadde nel famoso Patto Molotov-Ribbentrop, quando i tedeschi stavano già cominciando a chiedere la consegna del corridoio di Danzica; fecero una serie di richieste alla Polonia e in quel momento fu stilato il patto. Per tutta la vita, dal momento che avevo coscienza politica e rivoluzionaria, nell’analizzare questi fatti, pensai che fu un enorme errore commesso dalla politica estera sovietica, da Stalin in quegli anni alla vigilia della guerra, La non aggressione, lungi dal dare tempo, lo ridusse il tempo, perché alla fine la guerra si scatenò. Naturalmente, quando Hitler attaccò la Polonia, ad Inghilterra e Francia non rimase altra alternativa e la guerra scoppiò.
Quali conseguenze portò la guerra? Tutte quelle azioni militari fulminee di Hitler, la successiva invasione della Norvegia, poi l’occupazione di Belgio ed Olanda, l’attacco alla Francia, la sconfitta di Francia e Inghilterra sulla terraferma. Il potere di Hitler aumentò in Europa; Mussolini entrò opportunisticamente in guerra credendo che fosse il momento del crollo della Francia, ed ogni mese che passava Hitler era più potente, più risorse umane, più risorse materiali, combustibili, minerali, tutto, e diventava il nemico molto potente per l’Unione Sovietica. Poi, anche in quel periodo, in quella situazione, ci fu una competizione tra Stalin e Hitler, visto che la guerra poteva aver luogo mentre Hitler si volgeva ad est, cercando di guadagnare posizioni, territorio, vantaggi strategici . Cosa penso di tutto ciò? Le ragioni di certe azioni sovietiche in quel momento hanno qualche peso? Se dici: qui c’è una popolazione russa e voglio proteggerla, non devo far venire i tedeschi, l’occuperò io. Lì, a mio parere, si verificò un altro grande errore: nel momento in cui la Polonia fu attaccata, inviare truppe ad occupare quel territorio conteso perché aveva una popolazione ucraina o russa, non lo so. Cosa penso sarebbe stata la migliore politica? Sono sicuro che se avessimo visto una situazione del genere avremmo fatto qualcos’altro. Noi, prima di dare l’immagine che attacchiamo la retroguardia del Paese invaso da Hitler, avremmo preferito invitare la popolazione a passare dall’altra parte del confine per proteggersi, ma non avremmo violato il confine del Paese e non avremmo combattuto quel paese qualunque fossero le differenze ideologiche, un Paese attaccato da Hitler. Penso che fu un errore dal punto di vista dei principi e dell’opinione pubblica internazionale. Penso che la guerra contro la Finlandia fu un altro abbaglio a cui penso da tutta la vita, sia dal punto di vista dei principi sia dal punto di vista del diritto internazionale; Questa è l’opinione che ho sempre avuto. Stava compiendo errori successivi che gli procurarono l’antipatia dell’Unione Sovietica in vasti settori dell’opinione pubblica mondiale, che mise i comunisti di tutto il mondo, molto solidali e stretti amici dell’Unione Sovietica, in situazioni estremamente difficili da difendere coll’opinione pubblica di quei Paesi, in ciascuno di quegli episodi, perché dovette diventare una specie di harakiri per i comunisti di tutto il mondo, erano gli anni dell’internazionale, difendendo l’Unione Sovietica. E direi che era giusto difendere l’Unione Sovietica. Non potevano lasciare l’URSS a prescindere dai loro errori, ma erano costretti a difendere cose impopolari ed ostili come il Patto Molotov-Ribbentrop, l’occupazione di una parte del territorio polacco e la guerra in Finlandia. Visto che ne parliamo, colgo l’occasione e ti dico che non ho mai affrontato questi problemi con nessun giornalista. Credo che siano stati anche errori politici ed errori di principio, che non avremmo mai commesso. Credo che la storia della Rivoluzione cubana sia un argomento che dimostra cone ragiono, perché la Rivoluzione non ha mai commesso una violazione dei principi; mai la Rivoluzione, per alcun motivo o convenienza nazionale, abbandonò alcuna giusta causa in questo mondo, né abbandonò un singolo movimento rivoluzionario nonostante avessimo come avversario un Paese e un governo potenti come gli Stati Uniti. La storia della rivoluzione mostra che non abbiamo mai violato dei principi. Le cose che ho menzionato sono in contrasto coi principi, con la dottrina; sono in disaccordo, anche alla saggezza politica. Sebbene sia vero che dal settembre 1939 al giugno 1941 trascorsero un anno e nove mesi per il riarmo dell’URSS, in quel periodo chi divenne molto più forte, cinque volte più forte, dieci volte più forte, fu Hitler. L’URSS avrebbe potuto aumentare il potere militare a un costo politico e morale molto alto, ma Hitler era dieci volte più potente in quel momento. Se Hitler fosse entrato in guerra nel 1939 contro l’Unione Sovietica, vi dico che avrebbe fatto meno danni di quanto non fece nel giugno del 1941 e avrebbe subito la stessa sorte di Napoleone Bonaparte. Non solo coll’esercito sovietico, che era una realtà e aveva molti ufficiali coraggiosi ed esperti, esperti nelle guerre del tempo della Rivoluzione d’Ottobre: un popolo sempre combattivo e coraggioso. Con la partecipazione del popolo alla guerra irregolare, l’Unione Sovietica avrebbe sconfitto Hitler. Certo, a mio parere, è stato e l’ho sempre visto come grande errore di Stalin e della leadership sovietica. Infine, il carattere di Stalin, la sua terribile sfiducia nei confronti di tutto ciò, lo portò a commettere altri gravi errori: uno di essi fu quasi cadere nella trappola degli intrighi tedeschi e compì una tremenda, terribile, sanguinosa epurazione delle forze armate decapitando, praticamente, l’esercito sovietico alla vigilia della guerra. Un altro errore molto grave fu nel giugno 1941, quando i tedeschi concentrarono milioni di uomini, migliaia e migliaia di aeroplani, decine di migliaia di carri armati e autoblindo, centinaia di divisioni tedesche, romene, ungheresi, finlandesi ai confini e che di fronte a un’evidente aggressione era impossibile nascondere quei piani di aggressione, persisteva testardamente nella teoria che si trattava di una provocazione, che tutto ciò che gli veniva detto e tutto ciò che lo informava era una provocazione e adottò la politica dello struzzo, infilando la testa in un buco. Non mobilitò le truppe, e alcun Paese, quando vede che un’aggressione è imminente, la prima cosa che deve decretare è la mobilitazione generale. Un Paese come l’Unione Sovietica, che poteva mobilitare molti milioni di uomini, contadini, soldati, lavoratori; l’intera popolazione e che aveva migliaia di aeroplani e di carri armati, invece di mobilitarsi, anche se progressivamente, ma mobilitandoli, o dichiarando la mobilitazione generale tempestiva e immediata, a mio parere, adottò una posizione assurdo, troppo prudente, straordinariamente cauta, potremmo dire eccessivamente cauto, per non dare a Hitler un pretesto, e quindi non mobilitò l’esercito, non decretò la mobilitazione generale. Quindi, immagina, cosa succede? Dopo tutti gli errori precedenti, risalenti al 1941, attaccarono di sorpresa l’Unione Sovietica il 22 giugno; penso che fu un fine settimana, un sabato o una domenica.
Come puoi attaccare con milioni di uomini di sorpresa? C’è stata, tuttavia, sorpresa e un Paese smobilitato fu attaccato. Si scopre che gli ufficiali e molti soldati erano in viaggio il giorno dell’attacco, l’aviazione in prima linea, negli aeroporti di prima linea. Per me, è sempre stato molto chiaro che ciò che avrebbe dovuto fare in quel momento era la mobilitazione generale totale, il ripiego in profondità dell’aviazione e altre misure simili. Se non aveva intenzione di attaccare, se aveva intenzione di adottare una politica difensiva, in quelle condizioni doveva ritirare in profondità tutta dell’aviazione, mobilitare l’intera riserva, concentrarla tutta nei punti strategici, avere il massimo allarme al combattimento per tutti gli uomini in prima linea, e Hitler non avrebbe potuto attaccare di sorpresa e raggiungere i gravi risultati iniziali. Quando l’invasione della Jugoslavia ebbe luogo, forse ritardando l’attacco di Hitler di poche settimane, l’Unione Sovietica doveva essere mobilitata. E se ciò fosse accaduto nel 1941, sono assolutamente sicuro che l’esercito di Hitler si sarebbe schiantato contro l’esercito sovietico in profondità e non avrà circondato milioni di uomini, non avrebbe fatto centinaia di migliaia di prigionieri nelle prime settimane di guerra, non avrebbe distrutto quasi tutta l’aviazione il primo giorno, e non avrebbe causato l’enorme distruzione che delle prime settimane e mesi di guerra. Non sarebbe arrivato a Mosca, a Kiev, a Stalingrado, alcuna di queste parti; era impossibile, quell’immenso Paese avrebbe inghiottito gli eserciti tedeschi se il suo popolo, le sue forze fossero state mobilitate. Penso che la storia del mondo sarebbe stata altra, persino, e la Seconda Guerra Mondiale, se l’Unione Sovietica avesse fatto ciò che avrebbe dovuto fare alla vigilia dell’aggressione tedesca, la guerra non sarebbe finita a Berlino, ma in Portogallo se gli hitleriani avessero ceduto tutti i Paesi.

TB: I sovietici avrebbero occupato tutta l’Europa, almeno fino alla Francia.
FC: Chiaro, se sconfiggevano Hitler a Berlino, non avrebbero dovuto continuare ad avanzare, o se lo sconfiggevano ai confini occidentali della Germania; ma Hitler aveva occupato la Francia, non aveva occupato la Spagna dove, tuttavia, c’era un governo correlato. Quindi, se combateva fino alla fine, dico che la guerra finiva in Portogallo, non ci sarebbe stato nemmeno un Secondo Fronte, le truppe nordamericane non sarebbero sbarcate in Europa. Ne ho l’assoluta sicurezza, l’ho sempre avuta, quando analizzavo questi eventi. Con questo ho elencato i principali errori di Stalin, naturalmente, ho incluso gli abusi di potere, le violazioni della legalità e gli atti di crudeltà che Stalin effettivamente commise Questo è, a mio avviso, l’insieme degli errori fondamentali.

TB: Quali erano, secondo te, i meriti di Stalin?

FC: Se si parla in modo approssimativo dei meriti di Stalin, c’è il merito di aver stabilito l’unità dell’Unione Sovietica, consolidando ciò che Lenin aveva avviato, l’unità del partito, diede slancio al movimento rivoluzionario internazionale, e certamente l’industrializzazione dell’Unione Sovietica fu un grande successo, un grande sforzo e un grande merito di Stalin, e penso che fosse decisivo nella capacità di resistere dell’Unione Sovietica. Un grande merito di Stalin, o del collettivo che era con Stalin, ma dato che gli danno tutta la colpa, meriti ed errori sono stati individuati, anche se c’erano molti pregi e molti errori, un grande successo fu il programma di trasferimento dell’industria bellica e delle industrie strategiche in Siberia e nelle profondità dell’Unione Sovietica. Penso che in guerra, una volta iniziata, sapeva come guidare l’Unione Sovietica. Ebbe alcuni primi momenti di grande confusione; ciò è storicamente provato, questo è quello che mi disse Mikojan: come furono le prime ore di Stalin. Era molto amaro, poiché tutte le premesse erano fallite, dato che le informazioni ricevute non erano provocatorie, poiché l’attacco a sorpresa si verificò, poiché Hitler causò una grande distruzione, per diverse ore, penso anche diversi giorni, fu in un grande smarrimento, finché non reagì e divenne un capace capo militare, perché nessuno tranne lui poteva esercitare quelle funzioni, nessuno aveva l’autorità, il prestigio, il potere per svolgere quel ruolo, e poi si dedicò alla difesa dell’Unione Sovietica e, secondo molti generali, Zhukov e i più brillanti generali sovietici, Stalin svolse un ruolo importante nella difesa dell’Unione Sovietica nella guerra contro il nazismo. Questo è riconosciuto da tutti.
Penso che sia giunto il momento di un’analisi imparziale del personaggio e non dargli la colpa di tutto ciò che successe perché, dopo tutto, l’Unione Sovietica che conoscevamo era molto potente, che solo quattro anni dopo l’esplosione delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki, che diedero il monopolio dell’arma nucleare agli Stati Uniti, aveva già l’arma nucleare, e subito dopo l’arma termonucleare, e non ci volle molto per avere i vettori di queste armi. Era in grado di sviluppare la missilistica, i voli spaziali, di raggiungere straordinari livelli di sviluppo e produzione industriale ed alimentare. L’Unione Sovietica a volte produceva più di 200 milioni di tonnellate di cibo; ciò che produceva l’Unione Sovietica quando iniziò la Seconda guerra mondiale erano solo 50 o 60 milioni di tonnellate di grano. Ora non mi riferirò a questo, ma l’Unione Sovietica che conoscevamo era un’Unione Sovietica molto ricca, con enormi risorse economiche, in materie prime, industriali, scientifiche; cioè, quello che era noto era una superpotenza, l’Unione Sovietica era una vera superpotenza. Ora, Stalin aveva qualcosa a che fare con lo sviluppo di questa superpotenza? Doveva. In che modo incolpare Stalin, semplicemente, per tutto ciò che è successo nell’Unione Sovietica? Penso che sarebbe una semplicità storica, e non sono soddisfatto dell’accettazione di un’accusa simile. È come dire che il colpevole era Lenin per aver guidato la rivoluzione socialista, aver preso il Palazzo d’Inverno e costituito il governo sovietico e tutto queste cose. Quante persone potrebbero essere incolpate di quel percorso? Finiscono per incolpare Dio di non dare a Lenin più salute per vivere 15 o 20 anni in più. Non voglio scherzarci, anche se potrei dire alcune cose divertenti; ma la verità è che dopo aver ricevuto uno Stato potente e averlo distrutto in pochi anni, dopo aver fatto in pochi anni ciò che Hitler non poté, cosa che la reazione mondiale non poté fare, disintegrando un Paese così potente, di 280 milioni di cittadini, è una grave responsabilità a cui la storia sarà incaricata di rendere giustizia, coll’imperialismo ha raggiunto tali obiettivi senza sparare un colpo. Dobbiamo essere obiettivi, analizzare tutti gli errori politici e di principio commessi da Stalin, analizzare i successi e approfondire i fattori che veramente portato alla distruzione dell’Unione Sovietica e alla reale responsabilità di ciascuno. La costruzione del socialismo nell’URSS fu la prima di queste esperienze nella storia dell’umanità. Non c’è stato alcun processo rivoluzionario senza errori, non c’è stata rivoluzione senza grandi errori. Pensa alla rivoluzione francese, alle rivoluzioni classiche, alle rivoluzioni storiche. Pensa nella sfera latinoamericana alla rivoluzione messicana, un importante evento storico che precedette la rivoluzione bolscevica; C’era tutto: violenza, violazioni della legalità. E in Francia, c’erano o non c’erano? E quando arrivò la Restaurazione, c’erano altre violazioni della legge? In tutte le rivoluzioni si sono verificati questi fenomeni. Ho davvero detto di esser orgogliosi di aver commesso minimi errori e di non aver commesso molti degli errori commessi in tutte le altre rivoluzioni. Potrei elencarli, ma non ne parliamo ora. Ma una rivoluzione potrebbe essere concepita nel vecchio impero degli zar senza molti errori? Non potrebbe. Tuttavia, c’è stata una rivoluzione con molti errori e molti successi, Thomas, che ebbe un ruolo trascendente nel mondo, perché l’esistenza dell’Unione Sovietica e le lotte dell’Unione Sovietica accelerarono il processo rivoluzionario nel mondo: impedì all’umanità di cadere sotto il dominio fascista; accelerò il processo rivoluzionario in Cina, un evento di singolare importanza, aiutò l’indipendenza del Vietnam, ail movimento di liberazione in Africa e altrove, e diede spazio ad altri popoli per vivere in un mondo che conosceva gli antagonismi delle due grandi potenze, che per coloro che non volevano cadere sotto il giogo dell’imperialismo yankee significò un enorme vantaggio, che andò perduto quando l’Unione Sovietica scomparve.

Fidel Castro e Tomas Borge
Intervista a Fidel Castro su Stalin

LA CONTRAFFAZIONE DEL “TESTAMENTO DI LENIN”

La Lettera al Congresso, conosciuta sotto il nome di “Testamento” fu dettata da Lenin dal 23 al 26 dicembre 1922 e il “supplemento alla lettera del 24 dicembre 1922” il 4 gennaio 1923. Ne fu data lettura ai delegati del XIII Congresso che si tenne dal 23 al 31 maggio 1924. Il congresso decise all’unanimità di non pubblicarla, considerando che, essendo rivolta al congresso, non ne era stata prevista la pubblicazione sulla stampa.
Per decisione del CC del PCUS, queste lettere di Lenin furono portate a conoscenza dei delegati del XX Congresso del PCUS e poi delle organizzazioni del partito.

Dalla “Lettera al Congresso”:

I. “Il Compagno Stalin, divenuto Segretario Generale, ha concentrato nelle sue mani un’autorità illimitata, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza. D’altro canto, il compagno Trotsky, come ha già dimostrato la sua lotta contro il CC nella questione del Commissariato del Popolo per le Comunicazioni, si distingue non solo per le sue eminenti capacità. Personalmente egli è forse il più capace tra gli uomini nell’attuale CC, ma ha un’eccessiva sicurezza di sé e una tendenza eccessiva a considerare il lato puramente amministrativo del lavoro”. 25 dicembre 1922 Registrato da M. V. (V. I. Lenin, Opere, Vol. 36, Mosca, 1971, pp. 594- 595).

II. “Stalin è troppo rude, e questo difetto, del tutto tollerabile nell’ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile in un Segretario generale. Perciò io suggerisco ai compagni di pensare alla maniera di rimuovere Stalin da questo incarico e di nominare al suo posto un altro uomo che a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin nel presentare solo vantaggio, quello cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza può apparire come un dettaglio trascurabile. Ma io penso che dal punto di vista delle misure di sicurezza contro una scissione e dal punto di vista di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotsky non è un dettaglio, ovvero è un dettaglio che può avere un’importanza decisiva”. Registrato da L. F. 4 gennaio 1923 (op. cit. p. 596).

Queste lettere del cosiddetto testamento non appartengono a Lenin

Tra i miti che sono legati alla vita e all’opera di V. I. Lenin, il più subdolo, raffinato e al tempo stesso il più distruttivo nelle sue conseguenze politiche ed ideologiche è il mito del cosiddetto “Testamento Politico” di V. I. Lenin, che raccoglie un certo numero di documenti, conosciuti anche come “Ultimi articoli e lettere”. Il problema scientifico che ci troviamo di fronte consiste nell’accertare che ciascuno di questi documenti sia effettivamente opera di V. I. Lenin.
Quindi l’esame di tutti questi documenti è una questione di verifica. Queste lettere sono dattilografate. V. I. Lenin non ha firmato nessuno di questi documenti o lettere, ed essi non possono essere verificati come tali.
Queste lettere del cosiddetto testamento non appartengono a Lenin Tra i miti che sono legati alla vita e all’opera di V. I. Lenin, il più subdolo, raffinato e al tempo stesso il più distruttivo nelle sue conseguenze politiche ed ideologiche è il mito del cosiddetto “Testamento Politico” di V. I. Lenin, che raccoglie un certo numero di documenti, conosciuti anche come “Ultimi articoli e lettere”. Il problema scientifico che ci troviamo di fronte consiste nell’accertare che ciascuno di questi documenti sia effettivamente opera di V. I. Lenin.
Quindi l’esame di tutti questi documenti è una questione di verifica. Queste lettere sono dattilografate. V. I. Lenin non ha firmato nessuno di questi documenti o lettere, ed essi non possono essere verificati come tali. La firma otto il testo battuto a macchina è “AM. V.” o “L.F.” Queste iniziali non possono sostituire un documento autografo o una copia firmata da Lenin. E’ un fatto che la paternità di Lenin riguardo questi documenti, resa pubblica fin dall’inizio, malauguratamente non è mai stata messa in dubbio. Vi è stato il riconoscimento del fatto che essi sono stati scritti da V. I. Lenin. Ciò è stato accettato persino dallo stesso Stalin. Questa situazione, ovviamente, ha dato un considerevole aiuto ai revisionisti che erano ancora nella direzione del PCUS dopo la morte di Lenin. La storia dimostra che questi “documenti” sono diventati parte di un “intrigo”.
Tuttavia, un’analisi scientifica esige che tali documenti siano esaminati dal punto di vista storico. Le analisi storiche non devono essere concepite per mostrare o provare che questo o quel documento non appartengono a V. I. Lenin. Piuttosto l’onere della prova deve pesare nell’altro senso: l’analisi deve provare che queste lettere appartengono effettivamente all’insieme delle opere che ricadono sotto la paternità di V. I. Lenin.
Parlando concretamente, nell’analisi del cosiddetto “Testamento” si applica la seguente logica: voi potete dividere i documenti in due parti:
1. Quelli in cui la paternità di Lenin è dimostrata completamente e senza alcun problema attraverso metodi differenti
2. Quelli in cui la paternità di Lenin non può essere provata tramite alcun mezzo scientifico.
A questo proposito dobbiamo dichiarare con forza che in nessuno dei testi di Lenin inconfutabilmente riconosciuti, e nella loro forma originale, è presente alcun pensiero o un’espressione contro Stalin. Tuttavia, in questa parte del controverso “Testamento” di V. I. Lenin (vale a dire ciò che noi riteniamo non appartenere alla mano di Lenin) avviene esattamente l’opposto: essa è piena di anti stalinismo ed è politicamente motivata a questo fine.

Il Testamento

In realtà, la parte del “Testamento” di Lenin è basata sui seguenti articoli:
* Le “Pagine degli appuntamenti dal suo diario quotidiano “
* “Come dobbiamo riorganizzare Rabkrin?”
* “Meglio meno, ma meglio”
* “Sulla nostra Rivoluzione”.
Questi articoli sono stati resi pubblici e pubblicati dall’inizio di gennaio fino ai primi di marzo del 1923. Inoltre la sua dettatura della “Lettera al Congresso” è stata effettuata tra il 26 e il 29 dicembre del 1922, e tratta della riorganizzazione del Comitato Centrale e del livello delle ispezioni degli operai e dei contadini e dei compiti del Gosplan.
Infine, un articolo: “Sulla Cooperazione”, è datato 4- 6 gennaio 1923.
Non tutti questi documenti sono firmati da Lenin. Ma il testo, il lavoro compiuto su di essi (o sulle loro singole fasi) sono fissati in differenti documenti dalla segreteria di Lenin, durante l’attività svolta su di essi. Le date sono anche fissate nei documenti del Politburo. Tutto ciò conferma la loro autenticità. In altre parole, e questa è un’affermazione facile da verificare, ciò significa che quando V. I. Lenin lavorava su questi documenti, o dopo che essi sono stati terminati, egli era sempre in grado di sorvegliare il loro completamento. In definitiva, questi documenti concordano in parecchi punti, e sono confermati dai documenti che V. I. Lenin ha ricevuto dopo il loro perfezionamento da parte della segreteria. Lenin li ha ricevuti per dare la sua approvazione finale, oppure li ha usati come riferimento, quando la discussione era ancora in corso all’interno del Comitato Centrale del partito. Questi documenti interni non sono contraddittori tra loro, né mostrano degli atteggiamenti antagonistici all’interno della direzione. In questi documenti ci sono delle idee sviluppate, ma nessuna distinzione principale dagli scopi di altri documenti. Infine, essi non sono in contrasto con altre raccomandazioni fatte da V. I. Lenin. Si può dire che c’è coerenza in seno e tra questi documenti.

Attacco contro Stalin

Il secondo gruppo di documenti – in cui “le parti che non sono di Lenin” possono essere rintracciate nel “Testamento di Lenin”, presenta assolutamente un altro tipo di problemi. Questi problemi possono essere riassunti come segue:
1. Noi vediamo una nota caratteristica, che si legge come “dettata da V. I. Lenin”. Questo accade il 24-25 dicembre 1922 e il 4 gennaio 1923. E’ qui che noi troviamo la base per un attacco contro G. V. Stalin. Stalin era sicuramente, in effetti, il luogotenente di V. I. Lenin ed un leader del partito. 2. Si sostiene la presunzione che esiste una lettera politica, “dettata” il 5-6 marzo 1923 (a Trotsky, Mdivani, Makharadze) con una dichiarazione di solidarietà con loro.
3. Si suppone la lettera-articolo indirizzata a Stalin con una “minaccia di interrompere i rapporti personali” tra Lenin e Stalin. Tutto ciò ci mostra che Lenin stesso non era l’autore, e che non vi è alcun testimone esterno del fatto che Lenin scrisse questa lettera! Nondimeno il lettore può chiedere: da dove otteniamo questa informazione su questo documento? La nostra analisi è confermata:
1. Dal cosiddetto “Diario quotidiano delle segretarie” di V. I. Lenin;
2. Dalle persone che hanno consegnato questi documenti al Plenum del Comitato Centrale del PCUS.
Esaminiamo questi due punti in dettaglio.
“Il Diario” della Segreteria è il più rilevante e, finora, questo documento non è mai stato messo in discussione. Tuttavia esso non è mai stato esaminato in dettaglio dal punto di vista scientifico e storico. In realtà era inutile fare ciò, poiché oggi è noto ed accettato che questo “Diario” dopo il 18 dicembre 1922 non è più considerato come un documento del lavoro quotidiano della Segreteria di Lenin. Ciò perché esso è il lavoro di nuovi autori, allo scopo di assicurare dei cambiamenti da effettuare, laddove possibile, su dati temi teorici e politici, da parte di artefici che a quel tempo erano ben nascosti.
Realisticamente parlando esso è un documento inventato, falso.
Giudicate voi stessi. L’inizio della malattia di Lenin, il 18-19 dicembre 1922, ha visto Lenin dover di fatto smettere di occuparsi della fase centrale del suo lavoro. Sfortunatamente, durante questo periodo la sua Segreteria ha praticamente cessato di funzionare, ed i diari quotidiani non sono registrati. I progetti sono rimandati. Ma quando questi “Diari” vengono di nuovo redatti, noi troviamo delle “versioni” completamente nuove rispetto a ciò che si è supposto Lenin abbia dettato. Nei “Diari” ci sono intere pagine vuote, le annotazioni vi sono collocate solo irregolarmente. Tra le pagine dove c’è qualche annotazione, durante questo periodo ci sono delle pagine vuote. Ciò ha in effetti dato ai promotori del “Testamento” l’opportunità di riempire le pagine che erano vuote.

Miracoli cronologici
Questo è confermato dai successivi periodi di tempo o dall’analisi cronologica, che proverà a dimostrare che L. A. Fotieva (una delle segretarie che redigevano i “Diari”) avrebbe dovuto fare un’annotazione per il 28 dicembre 1922 e per i giorni 4-9-19-24 gennaio 1923. M. V. Volodicheva da parte sua promise di riempire queste date per il 26 dicembre ed il 17 marzo. Ma questo non è tutto, qualcos’altro “appare” nel calendario del “Diario”, o nella Segreteria, ad opera di Fotieva e Volodicheva. Ne risulta una buffa sequenza di date. Dopo il 30 gennaio c’è un’annotazione, segnata il 26 gennaio, quindi di nuovo un’annotazione il 30 gennaio. Sembra che l’annotazione del 24 non sia peggiore dell’annotazione del 30.
L’annotazione finale, in terza battuta, è anch’essa del 30 gennaio 1922.
Le annotazioni di febbraio sono difettose come quelle di gennaio: il 10 febbraio, le segretarie scrivono nel “Diario” un’annotazione sulla mattina del 7; dopo ciò sulla mattina del 9; segue un’annotazione per la sera del 7, poi un’annotazione per la mattina del 9 e quindi per la serata del 7. Ma nella mattina del 9 esse spariscono per riapparire di nuovo per la seconda volta in febbraio. La fine di questo balletto nelle annotazioni del “Diario” sopraggiunge il 9 febbraio.
Ciò dimostra dunque in breve che tutte queste date sono state manipolate, e che davanti a noi non c’è il documento che questi nemici tentano di presentarci come l’originale. Delle analisi scientifiche sugli scritti del “Diario” quotidiano ci mostrano che, da dopo il 18 dicembre, la moglie di Stalin, N. S. Allieueva, non scriveva su questo “Diario”, in quanto facente parte della segreteria di V. I. Lenin, sebbene essa abbia continuato a lavorare nella Segreteria con altre funzioni.
Nel “Diario”, appaiono dunque degli inserimenti, alle pagine del 23-24 dicembre e del 17 e 30 gennaio. Questo mostra che ci sono delle aggiunte inserite dopo che il “Diario” è stato compilato. Tutti questi “stili ineguali” inseriti nel “Diario” si spiegano sulla base del fatto che il lavoro su di esso non era stato completato. Qualcosa sembra aver impedito l’ulteriore falsificazione di questo “Diario” così come era stato deliberatamente deciso. A parte il “Diario” delle segretarie, esistono note scritte quotidianamente dei dottori che si occupavano di V. I. Lenin. Tra i “diari” delle segretarie ed i documenti scritti dai dottori, troviamo molte differenze riguardo ai dettagli, alle date e ad altre annotazioni.
Ad esempio, le segretarie nel “Diario” mantengono il silenzio circa il lavoro di V. I. Lenin, mentre i medici ne hanno scritto: il 25, 29, 31 dicembre, il 1-4, 10, 13, 16-27 gennaio, quindi il 18-20, il 25-27 febbraio, ed infine il 2 e 3 marzo. Ciò ammonta a 20 giorni di differenza tra le annotazioni dei dottori e la totale mancanza d’annotazioni da parte delle segretarie. Vi è anche un esempio nella direzione opposta, allorché V.I. Lenin non ha lavorato con le segretarie, mentre invece le segretarie ci dicono che avevano ricevuto delle dettature da parte di V. I. Lenin il 24-26 gennaio, e il 3,9,10,12,14 febbraio. Si tratta di una discordanza di ulteriori otto giorni con le altre annotazioni dei dottori. Immaginate un “diario”, che è una documentazione quotidiana degli eventi, in cui 28 giorni su 72 non coincidono o sono completamente l’opposto (rispetto ad altre fonti, N.d.T.)!
E’ molto interessante notare cosa accadeva durante queste “date discutibili”, in cui il lavoro è stato presumibilmente svolto dalle segretarie. E’ in questo periodo che compare l’informazione sul testamento di Lenin e la sua critica contro G. V. Stalin, rispetto alla questione della costruzione di uno stato nazionale; evento che ha tutti gli elementi essenziali di una “bomba” messa lì apposta per Stalin.
Ne segue, che è proprio questa informazione, “inserita” nel “Diario”, a diventare la base presunta della tesi della paternità di Lenin di tale “articolo”, di e delle lettere del 5-6 marzo 1923.

Il lavoro di Trotsky
La situazione non può essere sanata dalle diverse memorie di Trotsky o delle segretarie di V. I. Lenin, Fotieva, Volodicheva, Glyasser. Tutte queste memorie cercano di dare autorità e credito al fatto che questi documenti sono stati effettivamente scritti da V. I. Lenin. Tutti costoro cercano di dimostrare “le basi storiche ed attuali” di questi documenti.
Ma il confronto tra questi stessi documenti secondari mostra chiaramente così tante serie contraddizioni con i documenti e gli scritti dei dottori, e discrepanze tra loro stessi, che quanto da loro riportato non può essere accettato come veritiero; e non può dunque aiutare a stabilire la paternità di V. I. Lenin nei confronti di questi documenti e testi. Se la semplice logica non basta a convincerci non ci resta che credere alle loro parole. Ma questo può far piacere solo a chi vuol essere imbrogliato.
La storia della pubblicazione di questi documenti e la loro utilizzazione nelle lotte politiche non ha niente a che vedere con quanto scritto nell’ultimo testamento, consegnato da V. I. Lenin al partito tramite il vertice del CC del partito, il Politburo ed i suoi compagni di lotta più vicini.
In primo luogo, un tale appello segreto non era nello spirito di V. I. Lenin, esso non appartiene al suo metodo politico di lavoro.
In secondo luogo, questi documenti scritti non sono stati dettati in circostanze normali, poiché V. I. Lenin ha avuto ampia opportunità di fare apertamente appello al partito con qualunque suggerimento egli ha considerato opportuno e necessario. Non vi era alcun “regime carcerario” ipoteticamente instaurato da Stalin mentre V. I. Lenin era vivo. La presenza nel CC del PCUS e nel Politburo di differenti gruppi politici, e la lotta tra di loro, assicura la sconfitta di qualsiasi tentativo di nascondere i documenti di Lenin.
In terzo luogo, sarebbe stato illogico rimandare qualsiasi decisione su non importa quali questioni, dalle quali dipendeva la vita del partito o il futuro della rivoluzione, a qualche decisione futura, ad un Congresso del partito. Non era certo quando, dopo la presumibile scomparsa di V. I. Lenin, si sarebbe tenuta una riunione posposta, poiché non era tra l’altro certo quando Lenin, ammalato in modo critico, sarebbe morto.
Tutti questi esempi dimostrano che i documenti non erano autentici. Ma vogliamo riflettere su chi erano gli autori del “Testamento”? Chi poteva trarre profitto da esso? Gli autori di questa leggenda del “Testamento di Lenin” sono Trotsky, Fotieva, Zinoviev, Bukharin. Essi “hanno inserito” questi testi nell’arena politica assai prima della morte reale di V. I. Lenin. Essi hanno atteso finché Lenin non fosse più capace di scrivere, dettare o leggere i materiali, hanno redatto questi documenti come un metodo politico di lotta contro G. V. Stalin. Trotsky, con l’aiuto di una delle segretarie, la Fotieva, ha composto il cosiddetto articolo “Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione” . Mentre hanno fatto questo, essi hanno apertamente dichiarato di non aver ricevuto alcuna direttiva, ma di essersi basati sulla richiesta di V. I. Lenin e di non aver saputo quando questa è stata fatta.
Ma la manovra da parte di questi elementi non ebbe successo, perchè lo stato dell’URSS fu proclamato al XII Congresso del partito. In questo Congresso essi tentarono, basandosi sul “testo di Lenin”, di smembrare l’URSS che era stata appena adottata dal Congresso.
Malgrado i loro sforzi, questi elementi non sono stati capaci di dissolvere l’URSS appena formata. La battaglia contro di essi è stata condotta da G. V. Stalin. E’ proprio durante questo periodo del dibattito sull’URSS che “l’articolo” apparentemente scritto da V. I. Lenin è stato distribuito da Trotsky ed è stato consegnato alla Segreteria di V. I. Lenin per essere registrato nel “Diario”!
Dopo il Congresso, l’intensa lotta di Trotsky contro G. V. Stalin entrò in una nuova fase. Alla fine del maggio 1923, Krupskaya (la moglie di Lenin, N.d.T.) dà a Zinoviev il testo di un “materiale dettato” del 24-25 dicembre 1922 – che costituisce una parte delle “caratteristiche delle persone nel CC”. Essa non lo consegna alla Segreteria del CC, come avrebbe dovuto fare, non nelle mani del Politburo, ma solamente ad uno dei suoi membri, che aspirava a guidare il paese.
Inoltre, Zinoviev era molto amareggiato ed invidioso per la crescita di autorità e prestigio di G. V. Stalin. Zinoviev quindi informa i membri ed i candidati membri del Politburo ed il Presidium della Commissione Centrale di Controllo. Circa il desiderio apparentemente espresso di V. I. Lenin riguardante questo materiale dettato, ossia che tale lettera era per il Congresso, Krupskaya non ne fece neppure cenno, né la consegnò in tempo utile per il Congresso. Eppure ella disse che “questo documento dovrebbe essere consegnato solo al Comitato Centrale”. La leggenda su questa lettera riappare frequentemente ed ha avuto serie ripercussioni. Questa lettera nacque durante le lotte interne in seno al partito. Due mesi più tardi Zinoviev e Bukharin informarono G. V. Stalin, Segretario Generale del PCUS, eletto dall’ultimo Congresso, sull’esistenza di questa “lettera” (ossia la “lettera dettata” il 4 gennaio 1923). Questo avveniva durante le manovre di Zinoviev e Bukharin finalizzate a mettere il lavoro di G. V. Stalin sotto la direzione di un partito che era sotto il loro controllo, assieme a Trotsky.
Essi hanno cercato di utilizzare l’autorità di V. I. Lenin.
Queste cosiddette “lettere dettate” sono diventate il mezzo per spogliare Stalin della sua autorità, poiché essi stessi non avevano sufficiente autorità personale per sostituire G. V. Stalin. I nemici interni avevano riunito le loro forze per sfidare Stalin, basandosi solamente sulle presunte “lettere dettate” di V. I. Lenin.

Il meccanismo della falsificazione
La storia di questi documenti e della loro pubblicazione, non fornisce alcun esempio concreto circa la paternità di V. I. Lenin di questi documenti. Anche lo stile con il quale essi sono composti, ed altre particolarità, costituiscono argomentazioni contro questa paternità. Il contenuto e le “caratteristiche”, come per premeditazione, si sono “offuscati” col tempo. Offuscati, a tal punto, che gli argomenti sul loro contenuto, costituiscono ancora oggi oggetto di discussione.
Ad esempio, la prima risposta, da parte di Tomsky, fu questa: “Nessuno qui, tra le grandi masse, ne capirà il significato”.
Nel testo noi non possiamo trovare alcuna evidenza che dimostra che esso sia stato composto e dettato da V. I. Lenin. Eppure c’è qualche luce nelle torbide acque di questo testo. Tra tutte le falsità e gli incomprensibili pensieri che l’autore di questo testo ha cercato di comunicare, non si può dubitare su quanto egli ha voluto dire: sbarazzatevi di G.V. Stalin come Segretario Generale del Comitato Centrale. La medesima cosa si può dire per le lettere del 5-6 marzo. Non c’è alcuna firma di V. I. Lenin, né c’è alcuna registrazione di questa lettera negli schedari della Segreteria. Ciò può essere spiegato. Dobbiamo capire per quale motivo queste “lettere” non sono state utilizzate da Trotsky, Mdivani ed altri, al XII Congresso del partito, nella lotta contro G. V. Stalin sulla questione della costruzione dello stato nazionale.
La lotta era feroce ed i nemici hanno cercato di utilizzare per intero l’autorità di V. I. Lenin e i documenti. Ma questi documenti sono stati “dati al mondo” in modo completo molto più tardi. Trotsky cominciò ad utilizzare questi documenti solamente nell’autunno del 1923. Queste lettere sono state rese pubbliche solamente dopo il fallito tentativo di sbarazzarsi di Stalin come Segretario Generale. Trotsky cercò di promuovere l’idea che vi era un blocco di comprensione e cooperazione tra lui e V. I. Lenin contro G. V. Stalin. L’abuso, sia politico che psicologico, andava avanti a piena velocità. Ma Stalin resistette a questo attacco.

Nemici dell’URSS contro Lenin e Stalin
La questione della presunta lettera di Lenin a Stalin in cui egli si dice pronto a interrompere i rapporti personali con lui richiede uno studio maggiore. Dobbiamo precisare qui che tutta la storia delle lettere dettate e della loro presunta consegna a G. V. Stalin è molto oscura e contraddittoria. Lasciamo che il lettore faccia le sue considerazioni.
Per questo noi ci riferiremo al testo seguente: M. I. Ulyanova e M. V. Volodicheva (in V. I. Lenin, Opere Complete, vol. 45, p. 486; Izvestia CC PCUS, 1989, N. 12, p.198-9). Volodicheva ha dichiarato che essa stessa ha scritto la lettera dettata. Ma, in qualche modo, questo documento è in due copie differenti, presenta due versioni diverse; una è stata scritta e firmata da V. I. Lenin, l’altra come se fosse della Volodicheva, dall’inizio alla fine porta dei cambiamenti che la rendono irriconoscibile. Com’è possibile che anche questa seconda versione sia firmata? Perché vi sono due risposte da parte di Stalin? Perché G. V. Stalin scriverebbe due versioni di una lettera a V. I. Lenin sulla questione della presunta critica di Lenin contro Stalin? E perché neppure una di queste risposte di G. V. Stalin arrivò mai nelle mani di V. I. Lenin? Il periodo di tempo tra la risposta di Stalin (il 7 marzo) e l’inabilità fisica alle normali funzioni di V. I. Lenin (il 10 marzo), avrebbe permesso tempo sufficiente per consegnare una risposta da un ufficio ad un altro. L’articolo sulla questione della nazionalità è incredibile, su parecchi punti. Non solo la situazione politica a quel tempo era completamente inattesa da V. I. Lenin; non è possibile attribuire la russofobia a V. I. Lenin; ma è impossibile riconoscere Lenin anche dalla stessa formulazione di questo articolo. Un esempio: “Ho già scritto nei miei lavori circa la questione nazionale”. Ed ancora: l’autore suggerisce di attendere, fino a quando non ci saremo impadroniti dell’apparato di governo. Lenin non ha proposto tali problemi nel dicembre 1922.
Se dobbiamo seguire questo “ragionamento” non solo l’URSS non sarebbe esistita, ma anche la Repubblica Sovietica Caucasica non avrebbe dovuto essere formata. Ma V. I. Lenin ha combattuto per ottenere la formazione di questa Repubblica, contro Mdivani ed i suoi sostenitori. Oltre a ciò, quindi ne consegue che persino la Repubblica Federativa Sovietica Russa non avrebbe dovuto essere stata formata, poiché l’apparato non era ancora “il nostro”!
L’autore mischia la realizzazione del diritto delle repubbliche-nazioni di separarsi dall’URSS, come garantito dalla Costituzione, insieme con la questione della qualità dell’apparato governativo dello Stato!
Ma, “l’apparato di governo” non fu, o non è, l’entità legale per conferire questo diritto. Questa è costituita dai Deputati dei Popoli che siedono nel Soviet Supremo dell’URSS – l’apparato di governo è proprio il servitore e il mittente delle decisioni. Lenin sapeva perfettamente, da chi, e dove e come questo problema veniva deciso. Esso sarebbe deciso solo nel sistema della dittatura del proletariato, che egli ha formato e rafforzato. L’argomentazione offerta nelle “lettere” non è tratta dall’arsenale di V. I. Lenin. Questa sorta di argomenti noi la troviamo solamente nelle dispute interne dei nazional-separatisti. In conclusione, sollevare il problema dell'”autonomia”, dopo che la questione dell’URSS era stata decisa, non era la proposta di V. I. Lenin, né ciò era consono ai suoi principi. Ciò avrebbe significato ritornare ad una questione, che già era stata respinta da tempo. Alla fine del 1922, nessuno ha nemmeno parlato di tale questione della formazione dell’URSS sulla base dell’autonomia. Questo perché tutti si espressero contro la questione dell’autonomia, che avrebbe significato in effetti la liquidazione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica della Russia. Dov’è qui l’approccio di Lenin in tale materia? L’autore di questo “articolo di Lenin”, deve essere ricercato, fra i nemici dell’unità delle repubbliche Sovietiche e della federazione.
Lenin non fa parte di questi elementi, di questi nemici dell’unità delle Repubbliche Sovietiche. In questo campo c’erano tre blocchi distinti influenzati da Mdivani, Svanidze e Rakovski. L’identità dell’autore di questo articolo deve essere cercata in questi ambienti, ma vi sono dei fatti che suggeriscono che il suo autore non era altri che Trotsky. V. I. Lenin non poteva essere stato questo autore. Sfortunatamente, non c’è ancora nessuna solida prova riguardo chi sia il suo autore, ma i fatti puntano tutti verso Trotsky

Lenin per Stalin, Trotsky contro
L’analisi dei pensieri politici di questo falso “testamento” dimostra che esso non rappresenta realisticamente la lotta politica che covava allora all’interno del Comitato Centrale del partito, nel quale Lenin ha giocato il ruolo teorico principale. La realtà politica è che G. V. Stalin non ha nominato se stesso Segretario Generale.
Ma era V. I. Lenin che, cercando qualcuno che lo rimpiazzasse, all’XI Congresso del partito fece ogni sforzo per assicurarsi che G. V. Stalin divenisse il Segretario Generale. V. I. Lenin allora non inviò documenti, lettere o proposte, per dire che Stalin non era in grado di diventare il Segretario Generale. Lenin non ha mai usato tale linguaggio in nessuno dei suoi discorsi, dei suoi consigli o dei suoi commenti. Il “Testamento” di Lenin non rispecchia affatto ciò. Giudicate voi stessi. Lenin vide nella nostra rivoluzione una buona prospettiva, mentre Trotsky si limitò a continuare a ripetere la necessità di una rivoluzione permanente (gennaio e novembre 1922). Lenin promosse la fusione finale del partito e del governo, mentre Trotsky fu contrario a ciò, proponendo il suo rabberciamento. Lenin fu per la riorganizzazione dell’Ispezione Operaia e Contadina, mentre Trotsky fu per la sua liquidazione. Lenin fu per lo sviluppo del Gosplan come commissione di esperti, Trotsky perché esso diventasse un piano operativo, ecc. ecc. In questa situazione è possibile che Lenin abbia scritto un attacco personale contro Stalin, il suo più stretto alleato politico, ed abbia proposto che la carica più alta dovesse andare al suo rabbioso avversario Trotsky? Noi non possiamo affatto adottare questo punto di vista. Una comprensione realistica del “Testamento” di Lenin è differente. Essa dà nelle mani degli alleati di Lenin, delle munizioni per ulteriori lotte contro Trotsky nelle serie questioni della rivoluzione socialista.
Giungiamo ad una conclusione.
Noi abbiamo una base per dichiarare che Lenin non fu l’autore di questi articoli, lettere o altri documenti. Questo fatto necessita di correzioni storiche in modo che gli insegnamenti di Lenin vengano depurati da queste falsificazioni. Noi dobbiamo comprendere il Testamento di Lenin nel contesto della vita politica di quel tempo, delle lotte politiche condotte da V. I. Lenin nel 1921-1922 contro Trotsky. Questa lotta è stata intrapresa da Lenin con Stalin come suo alleato leale, il quale ha promosso e seguito la linea di lotta di Lenin, e dopo la morte di Lenin si è fatto carico del pesante fardello di continuare la lotta contro Trotsky. La parte inventata del “Testamento” può essere compresa soltanto in un contesto storico molto più ampio, nel contesto della lotta all’interno del CC del partito contro Trotsky e il suo gruppo. All’interno di questa lotta è stata combinata una lotta contro Stalin che fu consolidata e promossa da Zinoviev, che era anti-leninista. Oggettivamente, l’intero piano di entrambi questi raggruppamenti era di allontanare Stalin dalla direzione con l’aiuto dell’autorità di V. I. Lenin e cambiare così il corso politico del Partito Comunista Russo.
Dobbiamo essere veramente coscienti che la base della lotta per la direzione fu una lotta storica per la questione principale della rivoluzione socialista. Ragioni di spazio non ci consentono di andare oltre nel ragionamento. Possiamo soltanto dichiarare che negli “archivi di Trotsky”, dopo la “lettera” di Lenin sulle caratteristiche di Stalin, la copia include un emendamento redatto nella scrittura propria di Trotsky che dichiara: “Ho pubblicato la mia copia. L. Trotsky”.

La contraffazione continua
I miti che sono alimentati sulla base degli ultimi articoli e delle lettere di V. I. Lenin non sono cessati neppure più tardi, anni dopo la morte di V. I. Lenin. In questo contesto Krusciov e Gorbaciov hanno fatto loro proprie aggiunte ed interpretazioni. Parti delle lettere di Lenin sono state adoperate per soddisfare un bisogno dei nemici dei tempi attuali. Esse sono state impiegate principalmente con un carattere anti stalinista.
Ad esempio, nella lettera del 23 dicembre, c’è una frase: “Vorrei condividere questo con Voi…”. Nella pubblicazione da parte di questi nemici contemporanei, è scritto come “con voi” attribuendo così un significato totalmente nuovo a ciò che Lenin ha affermato. Lenin lo ha dichiarato al Congresso del Partito, rivolgendosi ad esso con il titolo “Voi”, che merita. Questo modo di rivolgersi era in contrasto con il “voi” che si rivolge a chiunque, in opposizione ad una entità eletta dal popolo. Questa lettera è anche registrata nella segreteria di Lenin come una lettera a G. V. Stalin per il Congresso. Ciò conferma ancora di più la sua essenza, avendola indirizzata con il “Voi”. Ma Nikita Krusciov ha deciso che per lui, sarebbe più vantaggioso lanciare la critica a Stalin. Nella frase: – la parola “corti” è stata cambiata nelle parole “codice di legge”.
Questo non solo falsifica le parole di V. I. Lenin, ma lascia la frase senza alcun significato. Quante corti possono esserci nel partito e che tipo di corti sono? Nel lessico politico di V. I. Lenin negli ultimi anni, le cose sono chiare. Con la parola “corti”, egli ha inteso i differenti oppositori, sempre pronti a criticare il partito ed a cercare di cambiare il suo corso. Tra questi “giudici di corte”, c’era in primo luogo Trotsky ed il suo gruppo.
E’ contro questi “giudici” che Lenin ha combattuto una lotta aspra, così come ha fatto anche G. V. Stalin, l’amico e l’aiutante principale di V. I. Lenin, al quale è stata scritta questa lettera. Sono questi i “giudici”, che sono stati chiamati a tal riguardo “critici” e “nostri Suhanoviti”, a cui Lenin si riferisce nella sua dettatura del 26 dicembre ed anche nell’articolo “Sulla nostra Rivoluzione” (Lenin, vol. 45, p. 347, 383, 385.). La frase: “50-100 membri del CC il nostro partito deve esigerli dalla classe operaia”, è stata cambiata con: “…il nostro partito ha il diritto”. Lenin ha dichiarato che il CC esige 50-100 nuovi membri per il Comitato Centrale allargato, mentre i falsificatori dicono “il partito chiede”. Una tale falsificazione era necessaria, affinché la lettera a G.V. Stalin fosse considerata come una lettera al Congresso del partito, anziché uno scambio di idee tra Lenin e Stalin.
Nell’articolo di V. I. Lenin “Come dobbiamo riorganizzare Rabkrin?”, che è stato falsificato dai nemici, l’articolo afferma: “che nessuna autorità, ne del Segretario Generale, ne di nessun altro membro del CC può immischiarsi nel lavoro della Commissione Centrale di Controllo, o ha il diritto di affidare alla Commissione di Controllo qualsiasi questione quanto al suo lavoro…” (Lenin, Opere complete, (in Russo), Volume 4, (sic) pag. 387).
La nomina del Segretario Generale è inserita per essere ritenuta ed usata contro G. V. Stalin. Secondo gli archivi (come scritto sulla Pravda, 25 gennaio 1923) parole come Segretario Generale non sono state trovate da nessuna parte. La frase che è stata impiegata era: “nessuna autorità potrà essere impiegata…”. Questa è una falsificazione aperta, che serve a provare e dimostrare che questo è “un documento” di critica di Lenin nei confronti di Stalin, falsificando così l’intera comprensione del testamento.

Provocazione ideologica
E’ ora noto quale significato fu attribuito all’articolo “Sulla Cooperazione” durante il periodo della perestroika.
Con questo articolo scritto da Lenin, i revisionisti hanno cercato di eliminare qualsiasi altro scritto di V. I. Lenin. Sotto questo slogan, essi hanno dichiarato che era necessario rivalutare tutti gli aspetti del socialismo. Anche non c’è assolutamente nessuna parola di questo genere in V. I. Lenin, essi hanno cercato tuttavia di utilizzarlo, nell’ideologia della “perestroika”. Questa è una faccenda di spudorata falsificazione.
Negli scritti di Lenin non c’è una parola od un’articolo “Sulla Cooperazione”, ma c’è una prima e una seconda “edizione” di questo articolo. Lenin, mentre lavorava su questo articolo non era ancora soddisfatto del suo scritto, qualcosa nella sua mente lo persuase che avrebbe potuto esporre il suo pensiero molto più chiaramente.
Ciò è confermato dalle proprie note scritte a margine del testo, che era ben conosciuto da quei nemici, informati del fatto che Lenin stava lavorando su questioni importanti. Lenin scrisse nelle sue note a margine: “Nessuna variazione mi piace, perché alcune di esse contengono forme che hanno bisogno di un’ulteriore elaborazione da un punto di vista ideologico, ed entrambe hanno bisogno in una certa misura di qualche correzione”. Questa nota a margine è stata datata 7 gennaio 1923.
Naturalmente questa annotazione non esprime l’intero testo. Noi dobbiamo cercare di rappresentare che cosa rendeva Lenin insoddisfatto nella sua elaborazione di questo importante documento.

Da Bukharin a Krusciov, fino a Gorbaciov
L’articolo “Sulla Cooperazione” è il pensiero supremo ed è finito nelle mani di Bukharin. Da Krusciov questo “documento” è passato a Gorbaciov, e qui davanti ai nostri occhi, c’è questa bomba ideologica, mascherata come se V. I. Lenin ne fosse l’autore finale. Questo articolo è stato espanso ed utilizzato come una deformazione dall’interno da parte di Krusciov, quando egli cominciò a smembrare lo stato socialista. Ciò è stato reso possibile in quanto questo menzognero sotterfugio ha avuto un importante effetto politico dietro le quinte. Al tempo di Bukharin è stato utilizzato a favore dei kulaki, per salvarli come classe. Al tempo di Krusciov è stato usato come veicolo per criticare la tesi di Stalin, ossia che nel periodo di accerchiamento capitalistico i successi del socialismo saranno sempre più considerevoli, mentre i resti delle classi sfruttatrici disperse “proveranno in tutti i modi a loro disposizione di rovesciare lo stato socialista, essi saboteranno sempre più lo Stato Sovietico, come ultimi mezzi per conservare la loro posizione di classe privilegiata”. La critica di questo testo ha aiutato Krusciov ad aprire una campagna contro Stalin. Durante la gestione di Gorbaciov esso è stato usato per incitare la gente a non credere più alla via ideologica della costruzione del socialismo in URSS, per giustificare il percorso non socialista e “l’accomodamento” con il capitalismo in URSS, per evidenziare la necessità di sbarazzarsi dell’eredità socialista del paese, per sostenere che in un modo o nell’altro avremmo perso e che era inutile tentare di ristabilire il socialismo, che non c’è niente da guadagnare da esso, che non era più necessario che la nostra storia…. Ad ogni modo, i lettori stessi sanno molto bene cosa c’era e come era, e quello che è seguito.

Fonte
Testamento Lenin, Piattaforma Comunista

Bepi del giasso: Giuseppe del ghiaccio

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Un giovanotto che veniva dalla Georgia, un esponente di primo piano del partito socialdemocratico russo, fazione dei bolscevichi, per scappare alle grinfie della polizia zarista e cercando un modo per raggiungere la Svizzera, nel 1907 cercò riparò in Italia.

Egli partì nascosto in una nave da carico mercantile che trasportava granaglie da Odessa ad Ancona, dove sbarcò in gennaio. Ad Ancona si mise a lavorare in un albergo, ma l’attività durò poco. Lui, uomo timido e introverso, non riusciva proprio a comunicare con i clienti. Si trasferì quindi a Venezia.

Dopo aver girovagato un po’, gli anarchici della città lagunare lo accolsero e lo battezzarono “Bepi del giasso” (Bepi del ghiaccio), a ricordare che non veniva certo da climi tropicali.

Gli tornarono utili sia la sua conoscenza dell’armeno che l’aver studiato alla scuola teologica di Gori e nel seminario cristiano-ortodosso di Teflis, tanto che, quando si presentò a chieder ospitalità e lavoro all’abate generale di San Lazzaro, allora Ignazio Ghiurekian, il giovane Bepi poteva contare sul fatto di saper servire messa secondo i rituali latino ed ortodosso, nonché di suonare le campane con i rintocchi richiesti da entrambe le confessioni.

Fu così che “Bepi del giasso” rimase per un po` a San Lazzaro degli armeni a far da campanaro.

Bepi se ne andò invece per raggiungere Berlino dove in Aprile, assieme ad una ventina di membri al vertice del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, pianificò un colpo che rimarrà poi nella storia.

Il 26 giugno del 1907 a Tbilisi, la capitale della Georgia c’era una grande agitazione di polizia intorno a piazza Erivan, una delle più importanti del centro. Le autorità zariste avevano saputo che qualche gruppo rivoluzionario stava preparando un attacco o qualcosa di simile, e avevano messo a presidiare la zona più poliziotti del solito.

Intorno alle dieci e mezza di mattina attraversò la piazza una carrozza trainata da cavalli: a bordo c’erano due guardie armate, un contabile, un bancario, e centinaia di migliaia di rubli della Banca di Stato dell’Impero russo diretti a una filiale locale.

I rivoluzionari uscirono da una taverna sparando e lanciando bombe, seminando il panico tra i civili che erano nella piazza e in generale nel centro di Tbilisi, che fu devastato e preso dalla confusione. Le esplosioni ruppero i vetri delle case sulla piazza.

Le bombe ferirono i cavalli della carrozza portavalori, che si ribaltò: uno dei rivoluzionari prese i sacchi di denaro e li lanciò su una carrozza e fuggì. Come ha raccontato Simon Sebag Montefiore nel suo Giovane Stalin, uno dei saggi che contiene più informazioni sulla rapina di Tbilisi, il rivoluzionario Kamo alla guida della carrozza fu fermato da un gruppo di poliziotti, davanti ai quali si finse un militare urlando: «Il denaro è al sicuro, andate in piazza!».

Fu lasciato andare, e tornò al quartier generale dei rivoluzionari, dove si cambiò d’abito e incontrò i complici, che erano riusciti tutti a scappare. Le autorità dissero che i morti furono soltanto tre, ma gli storici concordano nel ritenere che furono circa 40.

In totale, erano stati rubati 340mila rubli, l’equivalente di oltre 3 milioni di dollari di oggi.

Nel 1916 tornò in Russia giusto in tempo per la rivoluzione e, qualche anno dopo, divenne Segretario generale del Partito Comunista e guida dell`Unione Sovietica col soprannome di “Piccolo Padre”.

Ebbene sì, quel Bepi del giasso che fu per breve tempo campanaro di San Lazzaro, di solito non lo si chiama per nome, Josef, ma per pseudonimo Stalin

Ne “La casa dorata di Samarcanda” (1996) ambientata nel 1921, al posto di blocco al confine con l’Azerbaigian il marinaio Corto Maltese chiede al commissario politico di chiamare direttamente al Cremlino, il commissario è sconcertato e suda freddo e si stupisce ancora di più quando dall’altro capo del telefono “il commissario per la nazionalità” risponde: “sei proprio tu Corto?!”.

“Ne sono passati di anni da quel 1907– dice il marinaio-evidentemente non eri tagliato per fare il portiere di notte, lo dicono ancora oggi ad Ancona, dicono che eri troppo timido. Gli armeni, invece, dicevano che con le campana ci davi troppo dentro…”

“No – risponde Bepi – non è per quello è che non andavo a genio all’abate mechitarista perché uscivo di notte!”.

“Fantastico – ribatté Corto – diverrai segretario generale del partito perchè non ti hanno lasciato fare il portiere di notte ad Ancona o il campanaro a Venezia”.

Forse non tutti sanno che… (la storia di Peppino del ghiaccio)

La leggenda di Bepi del Giasso, meglio conosciuto come Stalin

La casa dorata di Samarcanda

La rapina di Tbilisi

Intervista a Stalin

H.G. Wells: Le sono molto grato per aver accettato di incontrarmi. Recentemente sono stato negli Stati Uniti. Ho avuto una lunga conversazione con il presidente Roosevelt e ho cercato di chiarire quali sono le sue idee principali. Ora sono venuto da lei per chiederle cosa sta facendo per cambiare il mondo.
 
Stalin: Non cosi tanto.
 
H.G. Wells: Io giro il mondo come un uomo qualunque, osservo cosa succede intorno a me.
 
Stalin: Le persone importanti come lei non sono “uomini qualunque”. Naturalmente, solo la storia può dire quanto sia stato importante questo o quel personaggio, ma in ogni caso lei non osserva il mondo come un “uomo qualunque”.
 
H.G. Wells: La mia non è falsa modestia. Quello che voglio dire è che cerco di guardare il mondo con gli occhi dell’uomo qualunque e non come un esponente di partito o un amministratore carico di responsabilità. Il viaggio negli Stati Uniti ha stimolato le mie riflessioni. Il vecchio mondo finanziario di quel paese sta crollando: la vita economica di quel paese viene riorganizzata secondo nuovi principi. Lenin aveva detto: “Dobbiamo imparare a fare gli affari” dobbiamo imparare dai capitalisti. Oggi i capitalisti debbono imparare da voi, devono imparare a capire lo spirito del socialismo. Mi sembra che negli Stati Uniti sia in atto una profonda riorganizzazione, la creazione di una economia pianificata, vale a dire socialista. Lei e Roosevelt muovete da due diversi punti di partenza. Ma non c’è un rapporto di idee, un’affinità di idee ed esigenze, fra Washington e Mosca? Negli Stati Uniti sono stato colpito dalle stesse cose che vedo qui: costruiscono uffici, creano nuovi organismi statali di regolamentazione, stanno organizzando una pubblica amministrazione di cui si avvertiva da tempo la necessità. Hanno bisogno, come voi di capacità direttive.
 
Stalin: Gli Stati Uniti perseguono un obiettivo diverso dal nostro. L’obiettivo perseguito dagli americani nasce dalle difficoltà economiche, dalla crisi economica. Gli americani vogliono liberarsi dalla crisi con l’attività capitalistica privata senza cambiare la struttura economica. Stanno cercando di ridurre al minimo la rovina, i danni provocati dal sistema economico esistente. Qui invece, come lei sa benissimo, al posto della vecchia struttura economica ne è stata creata una nuova, completamente diversa. Anche se gli americani di cui lei parla riuscissero a raggiungere in parte il loro obiettivo, vale a dire ridurre al minimo questi danni, non eliminerebbero le radici dell’anarchia che è insita nel sistema capitalistico esistente. Stanno preservando un sistema economico che deve inevitabilmente portare – e non può non portare – all’anarchia della produzione. Non si tratta, quindi, di riorganizzare la società o di abolire il vecchio sistema sociale che provoca l’anarchia e la crisi, ma al massimo di limitare alcune delle sue caratteristiche negative, di limitare alcuni dei suoi eccessi. Soggettivamente, forse, questi americani pensano di riorganizzare la società, ma obiettivamente ne stanno salvaguardando le basi. Ecco perché – obiettivamente – non ci sarà nessuna riorganizzazione della società.
 
E non ci sarà neppure una economia pianificata. Cos’è l’economia pianificata, quali sono i suoi elementi essenziali? L’economia pianificata cerca di abolire la disoccupazione. Supponiamo che sia possibile, salvaguardando il sistema capitalistico, ridurre la disoccupazione al minimo. Ma sicuramente nessun capitalista accetterebbe mai la completa scomparsa della disoccupazione, la scomparsa dell’esercito di riserva dei disoccupati che serve a tenere sotto pressione il mercato del lavoro, ad assicurare un rifornimento di mano d’opera a basso costo. Ecco una delle prime contraddizioni nella “economia pianificata” della società borghese. Inoltre, l’economia pianificata presuppone un incremento della produzione nei settori industriali che fabbricano beni di cui le masse popolari hanno particolarmente bisogno. Ma come lei sa, in un sistema capitalistico l’aumento della produzione avviene per motivi completamente diversi, il capitale si indirizza verso settori economici che assicurano profitti maggiori. Non potrà mai costringere un capitalista a rischiare una perdita o ad accettare un più basso tasso di profitto per soddisfare i bisogni del popolo senza liberarsi dei capitalisti senza abolire il principio della proprietà privata dei mezzi di produzione, è impossibile creare una economia pianificata
 
H.G. Wells: Sono d’accordo con molte delle cose che ha detto, ma vorrei sottolineare l’idea che se un intero paese adotta il principio dell’economia pianificata, se il governo, gradualmente, passo dopo passo, comincia ad applicare con coerenza questo principio, l’oligarchia finanziaria alla fine sarà abolita e verrà introdotto il socialismo, nell’accezione anglosassone del termine. L ‘impatto delle idee del “New deal” di Roosevelt è davvero forte e secondo me sono idee socialiste. Mi sembra che invece di sottolineare l’antagonismo fra due mondi, nella situazione attuale dovremmo sforzarci di trovare una lingua comune per tutte le forze costruttive.
 
Stalin: Quando dico che è impossibile realizzare i principi dell’economia pianificata preservando le basi economiche del capitalismo, non desidero minimamente sminuire le eccezionali qualità personali di Roosevelt, la sua capacità d’iniziativa, il suo coraggio e la sua determinazione. Senza dubbio Roosevelt è una delle figure più forti fra tutti i capitani del mondo capitalistico contemporaneo. Ecco perché vorrei sottolineare ancora una volta come la mia convinzione che l’economia pianificata sia impossibile nel contesto del capitalismo non significa che abbia dei dubbi sulle capacità personali, il talento e il coraggio del presidente Roosevelt. Ma se le circostanze sono sfavorevoli, nemmeno il più bravo capitano può raggiungere l’obiettivo di cui lei mi parlava. In linea teorica, naturalmente, la possibilità di marciare gradualmente, passo dopo passo, in un sistema capitalistico, verso l’obiettivo che lei definisce il socialismo nell’accezione anglosassone del termine, non è da escludere.
 
Ma che genere di “socialismo” sarebbe? Al massimo, frenando almeno in parte i più sfrenati rappresentanti del profitto capitalistico, si potrebbe ottenere una maggiore applicazione del principio di regolamentazione dell’economia nazionale. È senz’altro un’ottima cosa. Ma appena Roosevelt, o qualsiasi altro capitano del mondo borghese contemporaneo, si deciderà ad intraprendere qualcosa di serio contro le fondamenta del capitalismo, andrà inevitabilmente incontro ad una disfatta totale. Le banche, le industrie, le grandi imprese, le grandi aziende agricole non sono nelle mani di Roosevelt. Sono proprietà privata. Le ferrovie, la flotta mercantile, tutto questo è nelle mani dei privati. E infine, anche l’esercito degli operai qualificati, degli ingegneri e dei tecnici non ubbidisce agli ordini di Roosevelt, ma agli ordini dei proprietari privati; lavorano tutti per proprietari privati. Lei non deve dimenticare le funzioni dello stato nel mondo borghese.
 
Lo Stato è un’istituzione che organizza la difesa del paese, il mantenimento dell'”ordine”; è un apparato per raccogliere le imposte. Lo Stato capitalista non si occupa troppo di economia nel senso stretto della parola; quest’ultima non è nelle mani dello Stato. Al contrario, lo Stato è nelle mani dell’economia capitalista. Per questo ho paura che, nonostante tutta la sua energia e le sue capacità, Roosevelt non raggiungerà l’obiettivo che lei ha ricordato, se è davvero quello il suo obiettivo. Forse nel corso di parecchie generazioni sarà possibile avvicinarsi un pò a questo obiettivo; ma personalmente credo che neanche questo sia molto probabile.
 
H.G. Wells: Forse io credo più di lei all’interpretazione economica della politica. Grazie alle invenzioni e alla scienza moderna, sono entrate in azione forze immense che si battono per una migliore organizzazione, per un migliore funzionamento della comunità, vale a dire per il socialismo. L’organizzazione e la regolamentazione dell’azione individuale sono diventate necessità meccaniche, a prescindere dalle teorie sociali. Se cominciamo con il controllo statale delle banche e continuiamo con il controllo dell’industria pesante, dell’industria in generale, del commercio, eccetera, un controllo così generalizzato equivarrà alla proprietà statale di tutti i comparti dell’economia nazionale. Sarà questo il processo di socializzazione, il socialismo e l’individualismo non sono antitetici come il bianco e il nero. Ci sono molti livelli intermedi, c’è l’individualismo che sconfina nel banditismo e ci sono la disciplina e l’organizzazione che sono l’equivalente del socialismo. L’introduzione dell’economia pianificata dipende, in larga misura, dagli organizzatori dell’ economia, dall’intelligenza tecnica qualificata che, passo dopo passo, può convenirsi ai principi socialisti di organizzazione. E’ questo l’essenziale. Perché l’organizzazione viene prima del socialismo, è il fatto più importante. Senza l’organizzazione l’idea socialista è solantanto un ‘idea.
 
Stalin: Non esiste, e non dovrebbe esistere, un contrasto inconciliabile fra individuo e collettività, fra gli interessi del singolo e gli interessi della collettività. Il socialismo non può perdere di vista gli interessi individuali. Solo la società socialista può soddisfate appieno questi interessi personali. Di più, solo la società socialista può salvaguardare fermamente gli interessi del singolo In questo senso non esiste un contrasto inconciliabile fra “individualismo” e socialismo. Ma è possibile negare il centrasto tra classi, fra la classe possidente, la classe capitalista, e la classe operaia, classe proletaria? Da una parte abbiamo la classe dei proprietari che possiede le banche, le fabbriche, le miniere, i traspòrti, le piantagioni nelle colonie.
 
Queste persone non vedono che i propri interessi, la loro ricerca di profitto. Non si sottomettono al volere della collettività; cercano di subordinare ogni collettività ai loro voleri. Dall’altra parte abbiamo la classe dei poveri, la classe sfruttata, che non possiede fabbriche, nè officine, nè banche, che è costretta a lavorare vendendo la sua forza lavoro ai capitalisti e che non ha l’opportunità di soddisfare le sue esigenze più elementari. Com’è possibile conciliare interessi e bisogni così antagonistici? Per quel che ne so, Roosevelt non è riuscito a trovare il modo di conciliare questi interessi. Ed è impossibile, come dimostra l’esperienza. Pertanto, lei conosce la situazione degli Stati Uniti meglio di me, perché io non ci sono mai stato e seguo gli affari americani soprattutto sulla stampa. Ma io ho una certa esperienza di lotta per il socialismo, e quest’esperienza mi dice che se Roosevelt cercherà veramente di soddisfare gli interessi della classe proletaria a spese delle classe capitalista, quest’ultima metterà un’altro presidente al suo posto. I capitalisti diranno: i presidenti vanno e vengono, ma noi esisteremo sempre; se questo o quel presidente non protegge i nostri interessi, ne troveremo un’altro. Come potrebbe opporsi il presidente alla volontà della classe capitalista?
 
H.G. Wells: Non condivido questa classificazione semplificata dell ‘umanità in poveri e ricchi. Naturalmente, esiste una categoria di persone che aspira soltanto al profitto. Ma queste persone non sono criticate in Occidente proprio come lo sono qui? Non ci sono tantissime persone in Occidente per le quali il profitto non è il fine ultimo, che possiedono una certa ricchezza e che vogliono investire e ricavare un reddito da questo investimento, ma che non lo considerano l’obbiettivo principale? Considerano l’investimento come una sgradevole necessità. E non esistono moltissimi ingegneri o operatori economici, capaci ed appassionati, la cui attività è stimolata da qualcosa di diverso del profitto? A mio avviso, esiste una folta classe di persone capaci che giudicano insoddisfacente il sistema attuale e che sono destinate a svolgere un grande ruolo nella futura società capitalista. Negli ultimi anni sono stato molto impegnato – e ho riflettuto a lungo su questo argomento – nella propaganda a favore del socialismo e del cosmopolitismo fra gli ingegneri, gli aviatori, gli addetti tecnico militari, eccetera. E inutile avvicinarsi a questi ambienti con la propaganda della lotta di classe. Questa gente capisce le condizioni del mondo. Sì rende conto che è un maledetto imbroglio ma considera un’assurdità il vostro semplice antagonismo di classe.
 
Stalin: Lei si oppone alla classificazione semplificata dell’umanità in ricchi e poveri. Ovviamente c’è uno strato intermedio, c’è l’intellighenzia tecnica di cui ha parlato, fra cui esistono ottime persone, molto oneste. Però ci sono anche persone malvagie e disoneste, c’è ogni sorta di gente. Ma prima di tutto l’onestà è divisa in ricchi e poveri, in possidenti e sfruttati; e perdere di vista questa divisione fondamentale e l’antagonismo fra ricchi e poveri significa perdere di vista la questione essenziale, io non nego l’esistenza di strati intermedi che si schierano con l’una o con l’altra delle due classi in lotta o che assumono una posizione neutrale o semineutrale in questa lotta. Ma lo ripeto, perdere di vista questa divisione fondamentale della società e questa lotta fra le due classi principali significa ignorare i fatti. Questa lotta è in corso e continuerà. Il risultato della lotta sarà deciso dalla classe proletaria, la classe operaia.
 
H.G. Wells: Ma non esistono molte persone che lavorano e lavorano produttivamente, senza essere povere?
 
Stalin: Naturalmente ci sono piccoli proprietari terrieri, gli artigiani, i piccoli commercianti, però non sono loro a decidere la sorte di un paese ma le masse lavoratrici, che producono tutto ciò di cui la società ha bisogno.
 
H.G. Wells: Ma ci sono diversi tipi di capitalisti. Ci sono i capitalisti che pensano solo al profitto, a diventare ricchi; ma ci sono anche quelli che sono pronti a sopportare dei sacrifici. Prenda il vecchio Morgan, ad esempio. Lui pensava solo al profitto, era un semplice parassita, si limitava ad accumulare ricchezza. Ma pensi a Rockfeller.
 
E’ un eccellente organizzatore, il suo sistema di distribuzione del petrolio costituisce un esempio che merita di essere imitato. Oppure prenda Ford. Certo che Ford è egoista. Ma non è un appassionato organizzatore della produzione razionalizzata da cui prendete lezioni? Vorrei sottolineare che recentemente in tutti i paesi di lingua inglese l’atteggiamento nei confronti dell’U.R.S.S. è profondamente mutato. Questo cambiamento è dovuto soprattutto alla posizione del Giappone e agli avvenimenti in corso in Germania. Ma ci sono altri motivi oltre a quelli legati alla politica internazionale. C’è una ragione più profonda, vale a dire il riconoscimento del fatto che il sistema basato sul profìtto privato si sta sgretolando. In queste circostanze, a mio avviso, non dobbiamo mettere in primo piano l’antagonismo fra i due mondi, ma dovremmo cercare di unificare il più possibile tutti i movimenti costruitivi, tulle le forze costruttive. Mi sembra di essere più a sinistra di lei, Mr. Stalin; sono più convinto di lei che il vecchio sistema sia vicino alla fine.
 
Stalin: Quando parlo dei capitalisti che perseguono soltanto il profitto, non voglio dire che sono persone prive di meriti e incapaci di qualsiasi altra cosa. Molti di loro senza dubbio hanno grandi doti organizzative che non mi sogno affatto di negare. Noi sovietici impariamo moltissimo dai capitalisti. Anche Morgan, che lei dipinge in termini così negativi, era senza dubbio un eccellente organizzatore. Ma se ha in mente delle persone pronte a ricostruire il mondo, senza dubbio non potrà trovarle fra quanti servono fedelmente la causa del profitto. Noi e loro siamo agli antipodi. Lei ha citato Ford. Certo che è un bravo organizzatore della produzione.
 
Ma non conosce il suo atteggiamento verso la classe operaia? Non sa quanti operai ha gettato sul lastrico? II capitalista è inchiodato al profitto, e non c’è forza al mondo che possa staccarlo. Il capitalismo non sarà abolito dagli “organizzatori” della produzione e dell’intellighenzia tecnica, ma dalla classe operaia, perché questi strati non hanno un ruolo indipendente. L’ingegnere, l’organizzatore della produzione, non lavora come vorrebbe ma come gli viene ordinato, per servire gli interessi dei suoi datori di lavoro. Naturalmente ci sono delle eccezioni; ci sono persone in questo strato che sono guarite dall’intossicazione di capitalismo. L’intelligenza tecnica, in certe condizioni può fare miracoli e giovare enormemente all’umanità. Ma può anche causare danni enormi. Noi sovietici abbiamo una certa conoscenza dell’intellighenzia tecnica. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, una certa parte di essa si rifiutò di partecipare all’opera di edificazione della nuova società; si oppose a quest’opera e la sabotò. Noi ci adoperammo in ogni modo per coinvolgere l’intellighenzia tecnica in quest’opera di edificazione; tentammo tutte le strade. Ci volle parecchio tempo perché la nostra intellighenzia accettasse di collaborare attivamente con il nuovo sistema. Oggi la parte migliore di questa intellighenzia tecnica è in prima linea insieme agli edificatori della società socialista. Con quest’esperienza alle spalle, siamo lungi dal sottovalutare i lati positivi e negativi dell’intellighenzia tecnica e sappiamo bene che da una parte si può provocare dei danni, ma dall’altra può fare “miracoli”. Naturalmente le cose sarebbero diverse se fosse possibile, con un solo colpo, separare spiritualmente l’intellighenzia tecnica dal mondo capitalista. Ma è un’utopia. Sono molti gli esponenti dell’intellighenzia tecnica che avrebbero il coraggio di rompere con il mondo borghese e mettersi al lavoro per trasformare la società? Pensa davvero che ci siano molte persone di questo tipo, poniamo, in Inghilterra o in Francia? No, solo pochi sarebbero pronti a rompere con i loro datori di lavoro per cominciare la ricostruzione del mondo. Inoltre possiamo perdere di vista il fatto che per trasformare il mondo è necessario avere il potere politico? Mi sembra, Mr. Wells, che lei sottovaluti notevolmente la questione del potere politico, che essa sia completamente assente dalla sua concezione. Cosa possono fare, anche con le migliori intenzioni del mondo, se sono incapaci di porre la questione della conquista del potere e non hanno potere? Al massimo possono aiutare la classe che conquista il potere, ma non possono cambiare il mondo da soli. Questo può essere fatto solo da una grande classe che prenderà il posto della classe capitalista e diventerà sovrana come lo era prima quest’ultima, Questa classe è la classe operaia. Naturalmente, bisogna accettare l’assistenza dell’intellighenzia tecnica; ed essa, a sua volta, deve essere aiutata. Ma non bisogna credere che l’intellighenzia tecnica possa avere un ruolo storico indipendente. La trasformazione del mondo è un processo enorme, complesso, doloroso. Per questo grande compito occorre una grande classe. Sono le grandi navi a fare i viaggi lunghi.
 
H.G. Wells: Certo, ma per i viaggi lunghi occorrono un capitano e un navigatore.
 
Stalin: Questo è vero, ma per un lungo viaggio occorre innanzitutto una grande nave. Cos’è un navigatore senza una grande nave? Una persona inutile.
 
H.G. Wells: La grande nave è l’umanità, non una classe.
 
Stalin: Lei, Mr. Wells, muove evidentemente dal presupposto che tutti gli uomini siano buoni. Io, invece, non dimentico che ci sono molti uomini malvagi. Io non credo che la borghesia sia buona.
 
H.G. Wells: Ricordo qual’era la situazione dell’intellighenzia tecnica alcuni decenni fa. A quell’epoca era ancora poco numerosa, ma c’era talmente tanto da fare che ogni ingegnere, ogni tecnico, aveva la sua occasione. E proprio per questo l’intellighenzia tecnica era la classe meno rivoluzionaria. Ora, invece, c’è una sovrabbondanza di tecnici e la loro mentalità è sensibilmente cambiata. Il lavoratore qualificato, che in passato non avrebbe mai dato ascolto ai discorsi rivoluzionari, ora li segue con grande interesse. Recentemente sono stato a una cena del Royal Society, la grande società scientifica inglese. Il discorso del presidente è stato un discorso a favore della pianificazione sociale e del controllo scientifico. Oggi, l’uomo che dirige la Royal Society ha posizioni rivoluzionarie e insiste sulla riorganizzazione scientifica della società umana. La vostra propaganda per la lotta di classe non si è adeguala a queste realtà, la mentalità sta cambiando.
 
Stalin: Si, lo so, questo è dovuto al fatto che la società capitalistica attualmente è in un vicolo cieco. I capitalisti stanno cercando, senza trovarla, una via d’uscita da questo vicolo cieco che sia compatibile con la dignità della loro classe e con gli interessi della loro classe. Potrebbero, in certa misura, strisciare fuori dalla crisi a quattro zampe, ma non possono trovare uno sbocco che consenta loro di uscirne a testa alta, una soluzione che non danneggi sostanzialmente gli interessi del capitalismo. Naturalmente, larga parte dell’intellighenzia tecnica ne è perfettamente consapevole. Un ampio settore comincia a capire che i suoi interessi sono gli stessi della classe che è in grado di indicare la via d’uscita dal vicolo cieco.
 
H.G. Wells: Lei, Mr. Stalin, di rivoluzioni ne sa sicuramente qualcosa, dal punto di vista pratico. Le masse si sollevano davvero? Non è una verità accertata che tutte le rivoluzioni sono fatte da una minoronza?
 
Stalin: Per fare una rivoluzione occorre una minoranza rivoluzioinaria che faccia da guida; ma la minoranza più abile, energica e appassionata sarebbe impotente se non potesse contare sull’appoggio almeno passivo di milioni di persone
 
H.G. Wells:Almeno passivo? Forse inconscio?
 
Stalin: In parte anche semistintivo e semiconsapevole, ma senza l’appoggio di milioni di persone, la migliore minoranza è impotente.
 
H.G. Wells: Io osservo la propaganda comunista in Occidente e ho l’impressione che nelle condizioni moderne questa propaganda sembri vecchia, superata, perché è propaganda insurrezionale. La propaganda a favore del rovesciamento violento dei sistema sociale era giustissima quando era rivolta contro la tirannia. Ma ora che il sistema sta comunque crollando, bisognerebbe porre l’accento sull’efficienza, la competenza, la produttività, e non sull’insurrezione. Mi sembra che gli accenni insurrezionali siano obsoleti. La propaganda comunista in Occidente è un’assurdità per la gente con una visione costruttiva.
 
Stalin: Certo che il vecchio sistema sta marcendo, crollando. Questo è vero. Ma è anche vero che vengono fatti nuovi sforzi, con altri metodi e con ogni mezzo, per proteggere e salvare questo sistema morente. Lei arriva a una conclusione sbagliata partendo da un postulato corretto. Lei afferma giustamente che il vecchio mondo sta crollando. Ma sbaglia a credere che stia crollando da solo. No, la sostituzione di un sistema sociale con un altro è un processo rivoluzionario lungo e complesso. Non è soltanto un processo spontaneo, ma una lotta; è un processo collegato allo scontro di classe. Il capitalismo è in decadenza ma non può essere paragonato a un albero marcio che prima o poi dovrà cadere a terra da solo. No. La rivoluzione, la sostituzione di un sistema sociale con un altro, è sempre stata una lotta, una lotta dolorosa e crudele, una lotta per la vita e per la morte. E ogni volta che la gente del nuovo mondo è giunta al potere ha dovuto difendersi dai tentativi del vecchio mondo di restaurare il vecchio ordine con la forza; questa gente del nuovo mondo doveva essere sempre in allerta, doveva essere sempre pronta a respingere gli attacchi del vecchio mondo contro il nuovo sistema.
 
Si, ha ragione quando dice che il vecchio sistema sociale sta crollando; ma non sta crollando spontaneamente. Prenda il fascismo, ad esempio, il fascismo è una forza reazionaria che sta cercando di preservare il vecchio mondo con la violenza. Cosa possiamo fare con i fascisti? Vogliamo metterci a discutere con loro? Vogliamo cercare di convincerli? Ma questo non avrebbe nessun effetto su di loro. I comunisti non idealizzano affatto il metodo della violenza. Ma loro, i comunisti, non vogliono essere presi di sorpresa, non possono sperare che il vecchio mondo esca volontariamente di scena, vedono che il vecchio sistema si sta difendendo con la violenza ed è per questo che dicono alla classe operaia: rispondete alla violenza con la violenza, fate tutto il possibile per impedire che il vecchio ordine morente vi schiacci, non consentite che vi incateni le mani, quelle mani con cui rovescerete il vecchio sistema. Come vede i comunisti considerano la sostituzione di un sistema sociale con un altro non come un processo spontaneo e pacifico ma come un processo complesso, lungo e violento. I comunisti non possono ignorare i fatti.
 
H.G. Wells: Ma guardi cosa sta succedendo nel mondo capitalista, il collasso non è semplice, è uno scoppio di violenza reazionaria che sta degenerando nel gangsterismo. E quando si arriva a uno scontro con la violenza cieca e reazionaria, i socialisti secondo me possono appellarsi alla legge, e invece di considerare la polizia come un nemico dovrebbero sostenerla nella lotta contro la reazione. Credo che sia inutile operare con i metodi del vecchio, rigido socialismo insurrezionale.
 
Stalin: I comunisti si basano su una ricca esperienza storica, ed essa insegna che le classi obsolete non abbandonano volontariamente il palcoscenico della storia. Pensi alla storia dell’Inghilterra nel diciassettesimo secolo. Non erano molti a dire che il vecchio sistema sociale era marcio? Ma non ci volle comunque un Cromwell per abbatterlo con la forza?
 
H.G. Wells: Cromwell agiva sulla base della Costituzione e in nome dell’ordine costituzionale.
 
Stalin: Nel nome della Costituzione fece ricorso alla violenza. Decapitò il re, sciolse il Parlamento, arrestò alcuni e decapitò altri.
 
Oppure prendiamo un esempio dalla nostra storia. Non era già evidente da un pezzo che il sistema zarista era in rovina, che stava crollando? Ma quanto sangue si è dovuto versare per rovesciarlo?
 
E la rivoluzione d’Ottobre? Non erano in molti a sapere che solo noi, i bolscevichi, indicavano l’unica soluzione giusta? Non era evidente che il capitalismo russo era in rovina? Ma lei sa bene com’è stata forte la resistenza, quanto sangue si è dovuto versare per difendere la Rivoluzione d’Ottobre da tutti i suoi nemici, interni ed esterni.
 
Oppure prendiamo la Francia della fine del diciottesimo secolo. Molto prima del 1789 erano in tanti ad aver capito quanto fossero marci il potere reale, il sistema feudale. Eppure non fu possibile evitare un’insurrezione popolare, uno scontro di classe. Perché? Perché le classi che debbono abbandonare il palcoscenico della storia sono le ultime a convincersi che il loro ruolo è finito. È impossibile convincerle di questo. Pensano che le crepe dell’edificio in rovina possano essere stuccate, che il traballante edificio del vecchio ordine possa essere riparato e salvato. Ecco perché le classi morenti prendono le armi e ricorrono ad ogni mezzo per salvare la loro esistenza come classe dominante.
 
H.G. Wells: Ma non c’erano alcuni avvocati alla testa della grande Rivoluzione francese?
 
Stalin: Io non nego il ruolo dell’intellighenzia nei movimenti rivoluzionari. Ma la grande Rivoluzione francese fu una rivoluzione di avvocati o una rivoluzione popolare che ottenne la vittoria sollevando le grandi masse popolari contro il feudalesimo e difendendo gli interessi del terzo stato? E gli avvocati che guidarono la grande Rivoluzione francese agivano rispettando le leggi del vecchio ordine? Non introdussero una nuova legge borghese rivoluzionaria? La ricca esperienza della storia ci insegna che fino a oggi una classe non ha mai lasciato volontariamente il posto a un’altra classe. Non esistono precedenti nella prassi mondiale. I comunisti hanno imparato questa lezione dalla storia. I comunisti sarebbero ben lieti di assistere a una volontaria uscita di scena della borghesia. Ma è un’ipotesi improbabile e questo che ci insegna la storia. Ecco perché i comunisti vogliono essere preparati al peggio e invitano la classe operaia a essere vigile, a essere pronta alla lotta. Chi vuole un capitano che allenta la vigilanza del suo esercito, un capitano incapace di rendersi conto che il nemico non si arrende, che deve essere sconfìtto? Essere un tale capitano significa ingannare, tradire la classe operaia. Ecco perché secondo me quello che lei giudica superato è in realtà un atteggiamento di convenienza rivoluzionarìa per la classe operaia.
 
H.G. Wells: Non nego che si debba usare la forza, ma penso che le forme di lotta dovrebbero adeguarsi alle opportunità offerte dalle leggi esistenti, che debbono essere difese dagli attacchi reazionari. Non c’è bisogno di disorganizzare il vecchio sistema perché si sta già disorganizzando da solo. Per questo mi sembra che un’insurrezione contro il vecchio ordine, contro la legge, sia obsoleta, superata. Per altro esagero deliberatamente per esporre con maggiore chiarezza la verità. Potrei formulare il mio punto di vista nel modo seguente: in primo luogo, sono per l’ordine; in secondo luogo, attacco il sistema attuale nella misura in cui non riesce ad assicurare l’ordine; in terzo luogo, penso che la propaganda della lotta di classe possa allontanare dal socialismo proprio le persone istruite di cui il socialismo ha bisogno.
 
Stalin: Per raggiungere un grande obiettivo, un importante obbiettivo sociale, dev’esserci una forza principale, un bastione, una classe rivoluzionaria. Poi bisogna organizzare l’assistenza di una forza ausiliaria per questa forza principale; in questo caso la forza ausiliaria è rappresentata dal partito, a cui appartengono le forze migliori dell’intellighenzia. Ha appena parlato di “persone istruite”. Ma a quali persone istruite si riferisce? Non c’erano moltissime persone istruite dalla parte del vecchio ordine nell’Inghilterra del Diciassettesimo secolo, nella Francia del Diciottesimo secolo e nella Russia della Rivoluzione d’Ottobre? Il vecchio ordine aveva al suo servizio molte persone ben istruite che lo difendevano e si opponevano al nuovo ordine. L’istruzione è un’arma, ma il suo effetto dipende dalle mani che la brandiscono, da chi deve essere colpito. Naturalmente, il proletariato, il socialismo, ha bisogno di gente ben istruita. È ovvio che i sempliciotti non possono aiutare il proletariato a lottare per il socialismo, a costruire una nuova società. Io non sottovaluto il ruolo dell’intellighenzia; al contrario, lo sottolineo. La questione, tuttavia, è di quale intellighenzia stiamo discutendo. Perché ci sono diversi tipi di intellighenzia.
 
H.G. Wells: Non può esserci una rivoluzione senza un cambiamento radicale del sistema educativo. Basti citare due esempi: l’esempio della repubblica tedesca, che non toccò il vecchio sistema di istruzione e perciò non divenne mai una repubblica, e l’esempio del Parlito Laburista, che non ha il coraggio di battersi per un cambiamento radicale del sistema educativo.
 
Stalin: Questa è una osservazione giusta. Ora mi permetta di replicare ai tre punti che ha sollevato. In primo luogo, la cosa principale per una rivoluzione è l’esistenza di un bastione sociale. Questo bastione della rivoluzione è la classe operaia. In secondo luogo, occorre una forza ausiliaria, quello che i comunisti chiamano un partito. Al partito appartengono i lavoratori più preparati e quegli elementi dell’intellighenzia tecnica che sono strettamente collegati alla classe operaia. L’intellighenzia può essere forte solo se si unisce alla classe operaia. Se si oppone alla classe operaia diventa una nullità. In terzo luogo, occorre il potere politico come strumento di cambiamento. Il nuovo potere politico crea le nuove leggi, il nuovo ordine che è un ordine rivoluzionario
 
Io non mi schiero a favore di un’ordine qualsiasi. Io mi schiero a favore dell’ordine che risponda agli interessi della classe operaia. Ma se alcune leggi del vecchio ordine possono essere utilizzate nella lotta per il nuovo ordine, allora le vecchie leggi dovrebbero essere utilizzate. Io non mi oppongo al suo postulato secondo cui il sistema attuale dovrebbe essere attaccato nella misura in cui non assicura l’ordine necessario per il popolo.
 
E infine, sbaglia se crede che i comunisti siano innamorati della violenza. Sarebbero molto lieti di rinunciare ai metodi violenti se la classe dirigente accettasse di lasciare il posto alla classe operaia. Ma l’esperienza della storia smentisce questa possibilità.
 
H.G. Wells: Eppure c’è stato un caso nella storia dell’Inghilterra in cui una classe ha volontariamente consegnato il potere a un’altra classe Nel periodo fra il 1830 e il 1870 l’aristocrazia, il cui influsso era ancora molto considerevole alla fine del Diciottesimo secolo, volontariamente, senza una dura lotta, cedette il potere alla borghesia che assicurava un appoggio sentimentale alla monarchia. Successivamente, questo trasferimento del potere ha portato al domìnio dell’oligarchia finanziaria.
 
Stalin:Ma lei senza accorgesene è passato dal problema della rivoluzione al problema delle riforme. Non è la stessa cosa. Non pensa che il movimento cartista abbia avuto un ruolo importane nelle riforme inglesi del Diciannovesimo secolo?
 
H.G. Wells: I cartisti fecero molto poco e scomparvero senza lasciare traccia.
 
Stalin: Non sono d’accordo con lei. I cartisti, e il movimento di sciopero che organizzarono, ebbero un ruolo di rilievo; costrinsero le classi dirigenti a molte concessioni relative al diritto di voto, all’abolizione dei cosiddetti “borghi putridi” [i distretti elettorali con pochissimi votanti] e a diversi altri punti della “Carta”. Il cartismo ebbe un ruolo storico non privo di significato e costrinse una parte delle classi dirigenti a fare alcune concessioni-riforme per scongiurare una grave crisi. In generale, va detto che di tutte le classi dirigenti, le classi dirigenti inglesi, sia l’aristocrazia che la borghesia, si sono dimostrate le più intelligenti e flessibili dal punto di vista dei loro interessi di classe, dal punto di vista della conservazione del potere. Prendiamo ad esempio dalla storia moderna, lo sciopero generale del 1926. La prima cosa che qualsiasi altra borghesia avrebbe fatto dì fronte a un’iniziativa di questo tipo, quando il consiglio generale del sindacato ha proclamato lo sciopero, sarebbe stata di arrestare i dirigenti sindacali. La borghesia inglese non lo fece e agì con intelligenza dal punto di vista dei suoi interessi. Non riesco a immaginare che una strategia così flessibile possa essere seguita dalla borghesia degli Stati Uniti, della Germania o della Francia. Per mantenere il loro dominio, le classi dirigenti della Gran Bretagna non hanno mai rinunciato a piccole concessioni, riforme. Ma sarebbe sbagliato pensare che queste riforme siano rivoluzionarie.
 
H.G. Wells: La sua opinione delle classi dirigenti del mio paese è più alta della mia. Ma c’è davvero una grande differenza fra una piccola rivoluzione e una grande riforma? Una riforma non è una piccola rivoluzione?
 
Stalin: In seguito a una pressione dal basso, la pressione delle masse, la borghesia a volte può concedere alcune riforme parziali che non contraddicono il sistema sociale economico esistente. Sceglie questa linea d’azione perché ritiene che queste concessioni siano necessarie per salvaguardare il suo dominio di classe. Questa è l’essenza delle riforme. La rivoluzione, invece, significa il passaggio del potere da una classe all’altra. Per questo è impossibile descrivere qualsiasi riforma come una rivoluzione. Per questo non possiamo sperare che il cambiamento del sistema sociale avvenga con un’impercettibile trasformazione da un sistema all’altro attraverso le riforme, grazie alle concessioni della classe dominante
 
H.G. Wells: Le sono molto grato per questo colloquio, che ha significato davvero molto per me. Spiegandomi le cose, le sarà sembrato di tornare ai tempi in cui doveva illustrare i rudimenti del socialismo nei circoli illegali prima della rivoluzione. Attualmente nel mondo esistono solo due persone a cui danno ascolto milioni di persone soppesandone ogni opinione, ogni singola parola – lei e Roosevelt. Gli altri possono predicare quanto vogliono, quello che dicono non sarà mai pubblicato o tenuto in gran conto. Non sono ancora in grado di valutare quello che è stato fatto nel suo paese, sono arrivato solo ieri. Ma ho già visto i volti sereni di uomini e donne sani e so che state facendo qualcosa di molto importante. Il contrasto con il 1920 è sbalorditivo.
 
Stalin: Si sarebbe potuto fare di più se i bolscevichi fossero stati più bravi.
 
H.G. Wells: No, se gli esseri umani fossero stati più bravi. Sarebbe un’ottima cosa inventare un piano quinquennale per la ricostruzione del cervello umano, che evidentemente è privo di molte cose necessarie a un perfètto ordine sociale. (Ride)
 
Stalin: Non vuole trattenersi per il Congresso dell’Unione degli scrittori sovietici?
 
H.G. Wells: Purtroppo ho molti impegni da rispettare e posso restare solo per una settimana. Sono venuto per parlare con lei e sono molto soddisfatto del nostro colloquio. Ma vorrei discutere con tulli gli scrittori sovietici che avrò modo di incontrare, la possibilità di una loro adesione al Pen Club. E’ un’organizzazione internazionale di scrittori fondata da Galsworthy: dopo la sua morte ne sono divenuto il presidente. L’organizzazione è ancora debole, ma ha sezioni in molti paesi, e la cosa più importante è che i discorsi dei suoi membri sono ampiamente commentati dalla stampa. Insiste molto sulla libera espressione di opinioni, anche opinioni di opposizione. Spero di discutere la questione con Gorkij. Non so se siete ancora pronti per tanta libertà…
 

Stalin: Noi bolscevichi la chiamiamo “autocritica”. È molto praticata in Urss …

MARXISM VERSUS LIBERALISM AN INTERVIEW WITH H.G. WELLS

Adda venì baffone

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Adda venì baffone è un popolare detto napoletano che di sicuro avrete sentito dire almeno una volta nella vita. A Napoli si invoca il misterioso uomo baffuto per cercare di migliorare una situazione spiacevole. In qualsiasi contesto lo si usi “adda venì baffone” vuol dire una sola cosa: arriverà presto colui che metterà la situazione a posto.

L’origine di questo modo di dire è molto curiosa. Adda venì baffone nacque sul finire della seconda guerra mondiale ad opera del popolo napoletano martoriato dalla guerra. Le persone costrette ad assistere inerti al conflitto bellico non sapevano più a chi rivolgersi per mettere fine alle atrocità. La speranza, però, era ancora viva. Si sognava una terra a est dove la libertà era di casa ed era il popolo a comandare.

Stiamo parlando della Russia che a quel tempo aveva un solo uomo a capo di tutto: Joseph Stalin, noto per i suoi folti baffi. È proprio lui il baffone del famoso detto. I napoletani invocavano il “baffone” Stalin, per cercare di portare la serenità che da troppo tempo mancava alla nostra città devastata dalla guerra.

Adda venì baffone: come i napoletani usano quest’espressione

Dalla seconda guerra mondiale il modo di dire ha perso naturalmente il suo protagonista, e così adda venì baffone si è trasformata in un’espressione popolare che viene usata per buon augurio. È diffusa tantissimo come antidoto alla politica moderna fatta di imbroglioni e ladri. “Adda venì baffone” dicono gli anziani quasi a voler rassicurare il mondo: si metteranno a posto le cose, pagheranno pure questi cialtroni.

Non sono solo le persone anziane a farne uso. Anche tra i giovani si sta diffondendo questo antico detto popolare che viene usato per gioco tra i banchi di scuola quando i professori mettono voti bassi. “Adda venì baffone” sussurrano i giovani allievi con un ghigno sulla faccia. Comunque sia questo strano modo di dire napoletano è un invito a migliorare e porta con se un forte messaggio di speranza: dalle difficoltà si esce sempre.

Solo a Napoli potevano inventarci un’espressione così divertente, ma allo stesso tempo di buon augurio per il futuro di tutti.

Adda venì baffone: usi moderni di un detto antico

STALIN, un altro punto di vista. Sintesi del libro di Ludo Martens

Chi è Ludo Martens? Ludo Martens (1946-2011) è stato uno storico e politico belga, noto per il suo lavoro sull’Africa francofona e sull’Unione Sovietica. È stato anche il presidente del Partito Laburista del Belgio. Nel 1968 aderì alle tesi del marxismo-leninismo,sposando la linea politica del PPC e criticando la deriva revisionistica dell’URSS a partire dagli anni ’70. Riguardo a Solženicyn e alla sua opera Arcipelago Gulag, Martens ha dichiarato: “Questo uomo è diventato la voce ufficiale per il 5 per cento di zaristi, borghesi, speculatori, kulaki, sfruttatori, mafiosi e Vlasoviani, tutti legittimamente repressi dallo stato socialista” (wikipedia). Nel 1994 ha pubblicato il volume “Stalin, un altro punto di vista“, Zambon Editore, tradotto in molte lingue.

Breve biografia del giovane Stalin (1879-1917)

Stalin nacque il 21 dicembre 1879 a Gori, in Georgia,da una famiglia povera: il padre calzolaio e la madre figlia di servi. Ragazzo sveglio e promettente, grazie ad una borsa di studio, ebbe l’opportunità di studiare in un seminario teologico ortodosso di Tbilisi, da dove fu espulso a causa dell’attività politica per il Partito socialdemocratico russo. Infatti nel 1898 era entrato nel movimento marxista clandestino dopo aver conosciuto alcuni deportati politici, spinto ad un’azione concreta dal suo spirito antagonista per contribuire a modificare la situazione di ingiustizia e di degradazione in cui erano costrette a vivere le masse popolari sotto il regime zarista. Nel 1900, a 21 anni, venne arrestato e nel 1902 deportato in Siberia con l’accusa di avere organizzato agitazioni. Nel 1904 riuscì a fuggire e a tornare in Georgia dove divenne un rivoluzionario e un membro di spicco del partito; arrestato più volte , riuscì sempre a fuggire. Nel 1912 venne chiamato da Lenin a Pietroburgo nel Comitato centrale del partito, ma nel 1913, fu nuovamente esiliato in Siberia dove rimase fino alla cacciata dello Zar, grazie alla rivoluzione sovietica di Lenin, Stalin ed altri.

Capace organizzatore, dotato di grande energia e rigore di modi e di metodi, Stalin, strettamente fedele alle direttive di Lenin, divenne uno dei principali capi della Rivoluzione d’ottobre, del nuovo stato socialista: e dell’URSS. Il suo ruolo e il suo potere politico crebbero durante la Guerra civile russa in cui svolse compiti politico-militari di grande importanza, entrando spesso in rivalità con Lev Trockij. Alla rivoluzione permanente e globale di Trockij, Stalin opponeva la difesa della rivoluzione sovietica e leninista in Russia del 1917. Sugli eventi storici di quegli anni Martens fornisce la sua ricostruzione ben documentata.

Sintesi del libro di Ludo Martens

Nella prefazione al libro, Adriana Chiaia, curatrice, parte dagli ultimi eventi reazionari che hanno investito la Russia di Eltsin e di Putin, con la disgregazione dell’URSS e la furia iconoclasta anticomunista che ha colpito perfino simboli, ricorrenze, celebrazioni della gloriosa rivoluzione d’ottobre. Richiamando i contenuti del libro, sconfessa tutte le calunnie e le menzogne imperialiste che ci vengono ripetute, non solo da anticomunisti e fascisti, ma dai revisionisti, europei e mondiali, che pullulano nei nostri mass-media. Proprio dopo la morte di Stalin, con Chruscev e Gorbaciov, il revisionismo si diffonde in Russia ed altrove. L’ideologia revisionista è stata adottata, opportunisticamente, dai partiti comunisti dei Paesi capitalisti occidentali con conseguenze disastrose, sia per questi partiti che per le democrazie costituzionali nazionali ed europee (subordinate all’imperialismo USA, sionista e della UE). Invece gli ideali del marxismo-leninismo, ai quali Lenin e Stalin si sono ispirati, costituiscono, oggi come ieri, la speranza e la soluzione liberatoria per milioni e milioni di persone vittime dell’imperialismo.

Il libro di Martens (360 pagg.) ricostruisce, con dovizia di documenti e di testimonianze, la storia, il ruolo e l’attività della rivoluzione sovietica e di Stalin, dai suoi primi anni (1898) fino alla sua morte (marzo 1953). Non è inutile ricordare che i suoi funerali furono un evento storico per tutti i proletari, gli sfruttati e i comunisti del mondo che in Stalin vedevano una grande speranza di lotta  antimperialista e socialista. A Mosca 4,5 milioni di russi seguirono il suo corteo funebre. Tutti illusi ed ignoranti?

Più che sintetizzare i contenuti del libro, impresa improba e discutibile per chi legge, mi sembra più utile richiamare, per punti, i principali fatti che demistificano la propaganda antistaliniana.

1. Il dissidio Stalin-Trockij

Si tratta di un dissidio ideologico e politico tra due protagonisti della rivoluzione bolscevica che si sviluppa in un preciso momento storico, di cui bisogna tener conto con onestà intellettuale. Stalin, subito dopo la vittoria della rivoluzione antimperialista, è costretto a contrastare la furia poderosa e rabbiosa di tutte le maggiori potenze capitaliste, intenzionate a stroncare quella rivoluzione, la prima nella storia del mondo che diventava l’esempio per altri Stati e continenti del mondo. Non solo, era in corso in Russia una guerra civile e una grave carestia che, con l’appoggio esterno, rischiava di liquidare la neonata rivoluzione sovietica. La guerra civile russa (1918-21) provocò 9 ml di morti, soprattutto a causa della diffusa carestia: lo Stato sovietico usciva debolissimo e stremato dalla guerra dello Zar e dalla sua politica. La tesi di Stalin – difesa prioritaria della neonata rivoluzione in Russia – deriva da questa esigenza vitale e conquista perciò la maggioranza del partito. E’ davvero incomprensibile tutto ciò?

La tesi di Trockij – rivoluzione mondiale permanente e globale – per quanto attraente, è apparsa alla maggioranza del partito astratta, prematura ed impraticabile nel contesto dato, tanto più se la rivoluzione bolscevica fosse stata annientata dagli attacchi esterni ed interni (la borghesia russa sconfitta tentava la sua rivincita). Le due tesi, come si comprende, erano antitetiche, solo una doveva e poteva prevalere,e così fu. Speculare su questo legittimo e naturale dissidio politico – come fanno imperialisti, revisionisti e trockisti – è strumentale e inaccettabile, perché la storia non si fa con i “se” o i “ma”, ma con i fatti e le decisioni maggioritarie. E’ documentato: Trockij, espulso dal partito per “frazionismo” e poi esule, ha trovato il suo bersaglio principale, non negli imperialisti aggressori, ma in Stalin e nella neonata rivoluzione bolscevica. Molti suoi scritti e discorsi hanno messo in dubbio la possibilità della rivoluzione sovietica di affermarsi, fino al punto di lanciare accuse personali contro Stalin e il suo stesso partito, dal quale fu espulso con decisione maggioritaria. Ma il “frazionismo” di Tockij continuò, mettendo a grave rischio gli esiti della neonata rivoluzione.

Alla luce della realtà storica Stalin ha avuto ragione: ha salvato la rivoluzione bolscevica dagli attacchi esterni ed interni, ha sconfitto il nazismo invasore di Hitler (con 23 milioni di morti), ha edificato una Russia potente e una forte alleanza di Stati, l’URSS, contenendo e contrastando l’egemonia invasiva degli USA e della Nato nel mondo. Le lotte vittoriose di liberazione anti-coloniali, le rivoluzioni comuniste vittoriose (Cina e Corea del Nord), la diffusione delle idee comuniste nel mondo hanno avuto nell’URSS di Stalin il primo esempio vincente e un sostegno ideale e materiale decisivo. E’ forse colpa di Stalin (morto), se le rivoluzioni socialiste non hanno avuto poi vittorie planetarie, ma un regresso storico? Ciò non dipende forse dal revisionismo, dai tradimenti e dal potere egemonico dell’imperialismo armato? Il comunismo rivoluzionario europeo – in Spagna, in Germania, in Italia (Gramsci) e altrove – è stato stroncato dal nazismo di ieri e di oggi. Né una rivoluzione socialista può essere “esportata”, deve affermarsi con le idee e la forza dei suoi cittadini.

2. Il testamento di Lenin

I detrattori di Stalin sostengono che Lenin, padre della rivoluzione, aveva designato Trockij come suo successore, ma Stalin, con un colpo di mano, lo sostituì, defenestrandolo. Ma la storia e i documenti dicono tutt’altro: Stalin, su proposta di Lenin, fu nominato segretario del partito. Era la sola persona  membro del Comitato centrale, dell’ufficio politico, dell’ufficio organizzativo e della segreteria del partito. Durante l’ultima fase di vita di Lenin, il partito aveva incaricato Stalin di tenere i rapporti con lui. Le intenzioni di Lenin malato erano comunque quelle di evitare una scissione nel partito, centrata su Stalin o Trockij. In ogni caso, a chi spettava nominare il successore, a Lenin morente o al partito bolscevico?

3. L’industrializzazione e la collettivizzazione socialista

Lenin, a proposito della questione se fosse possibile edificare il socialismo in un Paese arretrato e non industrializzato, aveva dichiarato: “Il comunismo è il potere dei  Soviet più l’elettrificazione di tutto il Paese”. E’ esattamente ciò che fece Stalin, sia pure a tappe forzate e in mezzo a pesanti difficoltà interne ed esterne. Trockij invece esprimeva forti contrasti su questa politica. Ma se l’industrializzazione del Paese non si fosse realizzata, in tempi e modi rapidi, il nazismo hitleriano avrebbe occupato la Russia ed eliminato il socialismo sovietico, con grande soddisfazione delle potenze imperialiste. Con la industrializzazione rapida e la collettivizzazione agraria, attuata in mezzo a mille difficoltà e resistenze dei latifondisti spodestati, in pochi anni(1920-1938) Stalin ottenne miracoli economici ed industriali clamorosi, ampiamente documentati da dati oggettivi. In 11 anni, dal 1930 al 1940, l’ Unione sovietica ha avuto una crescita industriale media del 16,5%. Il fondo di accumulazione passò da 3,6 ML di rubli (1928) a  23 ML di rubli.

Altra grande impresa staliniana fu quella della rapida espansione dei Kolchoz – fattorie collettive di proprietà contadina – che si contrapposero ai Kulak – aziende agricole di stampo zarista – che volevano impedirne con ogni mezzo lo sviluppo,anche con la propaganda, il boicottaggio, lo sterminio dei cavalli, l’incendio dei fienili ed altre azioni criminali, fino all’uccisione dei militanti bolscevichi. I Kulaki trovarono anche un insperato sostegno ideologico in Kautsky che criticava la “aristocrazia sovietica” ed auspicava una “insurrezione contadina contro il regime bolscevico”: le stesse speranze nutrivano le aristocrazie europee secondo un programma che sarà adottato nel 1989 dai restauratori del capitalismo in Europa dell’est e in URSS. Ma l’azione del partito sovietico e di Stalin ebbe successo: i Kolchoz raggiunsero numeri percentuali ragguardevoli in molte regioni (tra il 60 e il 76%). Una popolazione contadina di 132 ml di persone fu in grado di alimentare una popolazione urbana di 61 ml tra il 1926 e il 1940.

Ovviamente questi successi furono realizzati con grandi sacrifici dei contadini russi, come era inevitabile e necessario per ragioni vitali della l’Unione sovietica. Fu questo grande sviluppo economico e produttivo che consentì all’URSS di resistere e ricacciare la grande  armata hitleriana, mentre le potenze occidentali “democratiche” rimanevano passive e rifiutavano ogni aiuto concreto alla Nazione invasa. Peraltro il disegno aggressivo di Hitler è andato molto vicino a realizzarsi, arrivando fino alle porte di Mosca. Grazie al prestigio e alle capacità politiche e militari di Stalin, i nazisti furono ricacciati e iniziò il loro declino in Europa  e in Giappone. Sappiamo dal libro di F. Gaia “il secolo corto” che gli USA sganciano le due bombe nucleari sul Giappone proprio per evitare che l’imperatore Hirohito si arrenda ai sovietici, portando così il Paese sotto l’influenza del nemico comunista.                      Una ragione analoga riguarda, a mio avviso, l’intervento USA in Europa (dove basi e militari USA sono oggi insediati): si doveva evitare che il comunismo europeo ed italiano si saldasse con quello sovietico, mutando così le sorti del continente. Gli accordi di Yalta del 1945, con la divisione in zone di influenza USA/URSS, furono imposti da USA/UK a Stalin (in minoranza) che dovette subirli per evidenti necessità geopolitiche e di rapporti di forza. Eppure politici e giornalisti nostrani ancora ci dicono che gli USA ci hanno “liberato”.

4. Le “purghe” e la “repressione staliniana”

Sono questi gli argomenti che vengono evocati non appena si nomina il nome di Stalin. Lo si nomina solo per dire che era un “feroce dittatore”, che “ha sterminato migliaia di oppositori per ambizione di potere”, che “le sue vittime principali sono proprio i veri rivoluzionari della prima ora”, ecc. ecc. Di cosa si tratta in realtà? Del fatto che una rivoluzione vittoriosa all’inizio, può essere poi messa in crisi e sconfitta per fattori interni (tradimento) ed esterni (nazismo, guerra fredda, potenze imperialiste). La rivoluzione sovietica aveva colpito interessi consistenti delle oligarchie e dei ceti parassitari della Russia zarista, che non rimasero certo passivi e che tentarono, a più riprese e con ogni mezzo, di opporsi ad essa, anche infiltrandosi all’interno del partito e nei ranghi dell’esercito. Sono reazioni classiste presenti in ogni processo rivoluzionario effettivo della storia umana, come nella Russia sovietica: esse si appoggiano anche a poteri esterni, nel tentativo di restaurare l’ordine precedente “sovvertito”.

E’ sintomatico che, dopo la morte di Stalin, esponenti di primo piano del partito sovietico – come Kruschev, Gorbaciov, Eltsin, ed altri – promettendo “democratizzazione”, “maggior potere ai soviet”, “destalinizzazione”, “nuovo impulso rivoluzionario”, ecc. – abbiano di fatto prodotto la fine dell’URSS e del socialismo sovietico a tutto vantaggio dell’imperialismo occidentale, con gravissimi danni economici e morali dei cittadini e dei lavoratori di tutti i Paesi. Un processo involutivo storico che il plenum del comitato centrale del PCUS aveva avvertito già nel 1937, nell’imminenza della aggressione nazista, decidendo di organizzare una “grande purga” contro i nemici della rivoluzione sovietica (come risulta dai documenti ritrovati nel frattempo).

Si tratta dell’epurazione del 1937-38 decisa dal partito dopo l’uccisione di Kirov – numero due del partito bolscevico, ucciso da un sicario iscritto al partito – sulla quale hanno speculato per decenni nazisti, fascisti, imperialisti occidentali, socialisti e comunisti “pentiti”, giornalisti, propagandisti di mestiere. Ludo Martens riporta testimonianze e documenti che dimostrano come il pericolo contro-rivoluzionario fosse concreto e anche interno al partito stesso. Nel 1936 si arrivò alla scoperta di legami certi tra i “controrivoluzionari” del partito – Zinov’ev, Kamenev e Smirnov – e il gruppo anticomunista di Trockij all’estero. Vi furono anche sabotaggi violenti nelle miniere di zinco del Kazachstan e nelle fabbriche di Magnitogorsk. Si tennero perciò dei processi nei quali alcuni degli indiziati riconobbero le loro colpe e furono condannati a morte dai tribunali russi: uno di questi fu Bucharin che ebbe un rilevante ruolo sovversivo anti-sovietico.

Vi fu anche una cospirazione anticomunista nell’esercito guidata dal maresciallo Tuchacevskij ed altri comandanti, che furono processati e giustiziati. Si scoprirono anche comandanti sovietici che collaboravano segretamente con Hitler, come Vlasov e altri, prima e durante l’invasione germanica in Russia. Altro grande propagandista antistaliniano è stato Solzenicyn, letterato zarista osannato dai media imperialisti, per i suoi libri, come “Arcipelago Gulag”. Ci sono molte “fantasie” sul numero effettivo delle persone condannate o espulse dal partito nel periodo della “grande purga” che i nostri libri scolastici reclamizzano.  Ad es. Robert Conquest riferisce di 10-12 milioni di internati nei Gulag e 2 milioni di giustiziati. Ma dopo il crollo dell’URSS i discepoli di Gorbacev diffusero i dati degli archivi ufficiali sovietici : il numero totale dei detenuti, politici e comuni, in campi di lavoro risultavano essere 510.307 (25-33% di politici). In due anni i decessi nei campi furono 115.922 (anche per cause naturali). L’epurazione del PCUS e di Stalin non mirava ad eliminare la “vecchia guardia bolscevica”, ma solo i  sabotatori della linea del partito : nel 1934 c’erano 182.600 “vecchi bolscevichi” (iscritti entro il 1920). Nel 1939 se ne contavano 125.000, quindi la grande maggioranza di loro (69%) era rimasta nel partito, il 31% ne era uscito, anche perché morti per anzianità.

Credo perciò che i numeri diffusi nel mondo come “vittime dello stalinismo” vadano adeguatamente rivisti, con buona pace degli imbonitori occidentali, e valutati nel contesto della situazione storica di allora. Si tratta comunque di cifre drammatiche, ma la rivoluzione non è , purtroppo, un “pranzo di gala”.  Queste misure, pur necessarie e radicali, si mostrarono però perfino inadeguate. Infatti, dopo la morte di Stalin, i “restauratori” presero il controllo del partito e del Paese: il revisionista Chruscev e il maresciallo Zukov, suo braccio armato nel periodo dei suoi due colpi di Stato, nel 1953 (affare Berija) e nel 1957 (affare Molotov-Malenkov-Kaganovic). Stalin ebbe anche contatti positivi con Mao Tse Dung, artefice della grande rivoluzione comunista cinese che dalla rivoluzione russa ha tratto utili insegnamenti, sia nel periodo staliniano che successivamente. E’ stato anche un teorico del marxismo, della rivoluzione e della guerra antifascista.

5. Il patto “tedesco-sovietico” del 23 agosto 1939

Altre calunnie ed accuse inventate contro Stalin i propagandisti occidentali hanno diffuso per decenni, come lo stesso Stalin aveva previsto prima di morire. Tra queste, l’incapacità e gli errori commessi durante la invasione nazista e il “patto tedesco-sovietico”, raccontato come collusione con il nazismo di Hitler.

Ancora un falso : Stalin aveva ben compreso le idee egemoniche di Hitler fin dalla sua ascesa (1933) ; conosceva la sua potenza militare e tecnologica e diffidava (giustamente) della ipocrisia e della inerzia delle potenze occidentali (avverse al comunismo sovietico). Esse si mossero infatti solo quando furono diretta- mente attaccate nei loro territori ed interessi. Aveva bisogno di tempo per rafforzare e riorganizzare il suo apparato militare di difesa/offesa contro Hitler, : quel patto serviva appunto a guadagnare il tempo appena necessario (come dimostrerà l’avanzata tedesca fino alle porte di Mosca). Stalin era già in campo contro il nazismo offensivo di Hitler : in Austria invasa dai tedeschi, mentre Inghilterra e Francia ignoravano l’appello staliniano per una difesa ; in Cecoslovacchia, dove le potenze occidentali decisero di consegnare ad Hitler la regione dei Sudeti, senza combattere. Francia e Inghilterra firmarono anche un accordo di non belligeranza reciproca con Hitler. Nel maggio del 1939 l’esercito giapponese, alleato di Hitler, invase la Mongolia, alleata dell’URSS che scese in guerra contro le truppe giapponesi, sconfiggendole e liberando il Paese. Il giorno successivo Hitler invase la Polonia con lo scopo di avvicinarsi all’URSSprima di invaderla.

Nel marzo 1939 l’URSS aveva tentato inutilmente  di costruire una alleanza anti-nazista con Francia ed Inghilterra, ma queste nicchiavano e intanto si accordavano con Hitler perchè invadesse l’URSS, rispar- miando le loro nazioni. Hitler capì che questi due Paesi avevano minori volontà e capacità di resistere, per cui le affrontò prioritariamente, proponendo all’URSS un patto di non aggressione, che Stalin firmò il 23 agosto del 1939, guadagnando così 2 anni preziosi (fino a giugno 1941) per il rafforzamento militare ed economico del suo Paese. Ma gli effetti anti-nazisti del patto siglato da Stalin furono anche altri (citati nel libro).

Ancora una volta aveva visto giusto e la storia gli ha dato ampiamente ragione. In definitiva Stalin viene calunniato e demonizzato dai suoi nemici e  dalla propaganda occidentale e revisionista per avere realizzato concretamente le idee di Marx e di Lenin, in una Paese arretrato ed accerchiato dall’imperialismo. Stalin è anche lo spartiacqua reale tra comunismo ed anti-comunismo.  Non so se la ricostruzione storica di Martens sia più o esatta e condivisibile. Credo però che sia necessario conoscerla per valutare con equilibrio ed onestà l’opera e  la figura di Stalin , sia per la storia dell’URSS che per quella del mondo intero.

LO STALINISMO NON ESISTE

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Lo stalinismo: questo sconosciuto termine inventato nella teoria, fa strage nel quotidiano e nella retorica politica.  Ma esiste davvero?

Mi è capitato spesso, ed ancora mi capita un sacco di volte nella vita, essendo noto che alcune riesumazioni provocatorie sono provenute proprio da certe esperienze
per me centrali, che nelle diatribe dialettico/politiche con molti personaggi, definibili o di sinistra o di destra, salta fuori questa definizione: “stalinista”.
Spesso è usato come dispregiativo, senso di distacco, giustificazione di antitesi, diversità (con apparente pulsione libertaria che eleva i soggetti che la pronunciano ad essere “più buoni”) o cosa altro di affine ad una critica politica netta. Ovviamente non manca nemmeno nel senso contrario, ovvero nell’utilizzo pseudo positivo pessimo del supereroe da citare a caso come soluzione delle questioni, e che non è di certo meglio perché non ha a che fare con nulla di concreto, visto che il senso teorico/politico del termine, o di ciò che vorrebbe rappresentare, non esiste.
Si capisce quando lo usa Berlusconi per parlare dei comunisti; si capisce anche quando lo usano le correnti del PD, per darsi addosso l’un con l’altra è delegittimarsi;. e si capisce quando lo usa la sinistrella borghese e inconcludente itaGliana, che grazie al perbenismo inconscio, frutto del marxismo latitante di molti che si definiscono “di sinistra” o peggio “comunisti”, ha campato decenni ed ha garantito a gente come Bertinotti, che ora vede di buon occhio Comunione e Liberazione, di essere considerato un Leader popolare; magari con quella “erre moscia” da aristocratico e una barca a vela che pare il Titanic.
Ma quel che mi fa ridere è che chi muove spesso questa critica-definizione, l’addebita all’idea che, eretto il socialismo, non si debba poi, con l’istituzione di un sistema di governo, far estinguere la classe dominante con i suoi privilegi. La famosa “dittatura del proletariato”, quella “tremenda e brutale dittatura” dell’est imparata dai libri occidentali, che necessita per essere spiegata, appunto, del faccione baffuto, di una foto di un gulag, o di qualche strumentale e gonfiato numero di vittime o incarcerati (mai visti calcolare quelli fatti dalle democrazie).

Ora.
Capisco un anarchico, che nella sua proiezione post rivoluzionaria rigetta ogni forma di governo, se per me con utopia inconcludente, per lui soluzione possibile. Sono punti di vista. Li rispetto per quanto non li condivido.
Ma non lo rispetto e men che meno condivido in bocca ad un essere pensante che si sente o per lo meno definisce “comunista”.
Questi hanno discusso con se stessi, prima ancora che con Marx ed Engels, ed hanno trovato un loro modo di definirsi tali, forse, riscrivendo la storia delle idee.
Nell’abbaglio di attitudini frikkettone e, come direbbe Lenin “piccolo borghesi”, infatti forse per loro Marx ed Engels prevedevano nella soluzione post-rivoluzionaria un robin round di tarallucci e vino o un gioco della bottiglia con la borghesia, una tavolata a Monopoli, un governo a quattro mani, una stretta di mano e poi “ognuno per la sua strada”, una decisione ai rigori, oppure una super-coalizione tutti insieme. Chissà…

Il tutto, badate bene, non rientra nel definire l’applicazione del marxismo necessaria di attualizzazione e contestualizzazione ai tempi moderni, ma di avere un minimo approccio conoscitivo e non usare termini a sproposito. Chi oggi pensa ad una rivoluzione violenta, sia chiaro, per me forse vive di illusioni; ma nella lettura storica delle cose, questo “riscrivere senza conoscere” diventa indecenza ideologica, che genera poi mostri veri e propri nella teoria e prassi attuale della militanza.
Lo stalinismo non esiste, se non per chi lo addebita a caso agli altri, oppure chi si auto-definisce tale per esibizionismo, o per confusione. Perché il culto della personalità ha trionfato in negativo in ogni definizione possibile dello “stalinismo”: che si abbracci o si denigri, atteggiamenti speculari, come disse la più grande storica sul tema, la francese Lilly Marcou.
Altra cosa è la spinta generata dall’icona che ha cavalcato la resistenza e la sconfitta del nazismo, che ha spaventato il sistema capitalistico, usata nel mondo e nel nostro paese in particolare con l’ “ha da venì baffone”.

Atteggiamento rappresentativo che non trova tuttavia corrente ideologica, e che fa struggere tutti i
denigratori del suddetto che vorrebbero cancellarne traccia (tuttavia i fatti sono fatti… Ha vinto lui qui!).
Altra cosa ancora una rievocazione rappresentativa di contrapposizione di piazza o di stadio. È questione estetica, pratica. Strumento che, condivisibile o meno, va letto nel contesto.

Comunque.
Marx ed Engels sono i padri della teoria del comunismo.
Lenin ha ripreso queste linee, le ha interpretate e le ha adattate al contesto russo del suo periodo. Da qui il Marxismo-Leninismo, che, non vi vorrei illuminare, ma finché era in vita Stalin si definiva tale. Perché appunto paradossalmente lo stalinismo nasce con la sua morte, a seguito della de-stalinizzazione (operazione ipocrita di rigenerazione di Krushov).
Mao ha riportato nel suo contesto Marx e difatti il Maoismo, intrecciato con la filosofia orientale e applicato in quel contesto, ed è un’interpretazione di questa idea.
Idem per Guevara e Castro a cuba, intrecciati come Chavez con l’idea Bolivariana di seguire l’unità del sud America; e poi Ho chi min fece altrettanto in Vietnam applicando nel contesto molto differente di un paese iper-colonizzato.
Shankara aveva idee simili e le provò ad applicare in Africa, come altri. Senza troppa elaborazione teorica ma efficientemente applicativa.
I coreani fanno razza a se, tanto che poi definiscono la sua dottrina appunto Ju Che. Quindi elaborazione propria del marxismo.
Ma tutti fanno riferimento a Marx ed Engels come base.
Questo per informare tutti gli scemi che ancora vanno parlando di “Stalinismo”, per un verso o per un altro, che esso, in quanto dottrina non esiste. Semmai è una applicazione, condivisibile o meno, da valutare per il contesto ed il periodo storico, del Marxismo. Ergo, è passare il tempo disquisendo al bar se questo o quello andava bene o meno settanta anni fa.
Unica parte teorica definibile attribuibile di una certa importanza a Stalin fu “anarchia o socialismo” che tuttavia riprendeva pedissequamente le linee di Lenin sulle necessità post-rivoluzionarie, ma non credo nessuno dei “definitori” o degli auto-definitisi tali lo abbiano letto. Poi l’importante lavoro sulla questione nazionale, della quale si occupava essendo georgiano, secondo incarico di Lenin (teoria eccellente che ha fatto stare insieme tutte le repubbliche sovietiche, riconosciuta anche dai suoi detrattori).
Ma tutto questo non ha sostanza se non si parla di quello specifico argomento, ovvero della questione nazionale.
Quindi, posate il fiasco del vino, gli articoletti del Manifesto, di Liberazione, l’Internazionale o di cosa altro mi citate che vi vogliono convincere che esiste lo “stalinismo”, come deviazione malvagia teorica, magari perché così si riesce a convincere la gente che essere comunisti significa ritenere legittimo che uno ha una fabbrica e 300 ci lavorano elemosinando salario.

Non è così.
Non fatevelo raccontare da nessuno. Nel carteggio tra Marx ed Engels (che non hanno ammazzato nessuno, fatto gulag o creato polizie politiche, e forse per questo sono “buoni” e nelle interpretazioni dei borghesi trovano ancora citazione) si discute se lo stato, in quanto “strumento di controllo, perché falsa proiezione di un possibile concilio tra le classi in realtà inconciliabili”, si deve “estinguere” oppure “assopire” (da elaborazione definita “debolezza egeliana da alcuni) oppure direttamente “gli si deve porre fine”. Ma si disquisisce sottigliezze e termini, il disegno e la necessità sono chiare.
Poi, lo so, vi hanno insegnato che c’è lo stalinismo – che non esiste, lo ripeto – a fare la dittatura che spaventa e rovina tutto. Che gli oppositori “eliminati” come Trosky distribuivano caramelle, ma non è così (vedi Kronstadt).

Poi.
Non vi piace l’applicazione leninista e sovietica poi del periodo successivo al 17? Quella dei piani quinquennali di Stalin? Ok. Legittimo. Tanto oggi come oggi è passare il tempo a parlare di cose che hanno poco senso nel concreto attuale.
Ma lo spettro dei dittatori non si cancella con Stalin, nemmeno con Mao, la “dittatura del proletariato” non è elaborazione loro. Mettetevelo in testa. È Marxismo.
Volete continuare a definirvi o definire “stalinista” qualcuno o qualcosa? Fatelo!
Tanto come detto è usufrutto improprio comune, come del resto lo è spesso fascista, termine abusato tanto da contribuire a renderlo comune; “io non sono stalinista” ti dice quello che si vuol sentire meglio, più giusto e libertario, non sapendo dire altro; “sei stalinista” ti dice quello che ti accusa di una posizione intransigente o peggio di prepotenza, “io sono stalinista” l’altro che si da un tono da duro e puro.

Tuttavia la definizione NON esiste in termini politici concreti spesso e volentieri, perché è usata con assoluta ipocrita ed impropria conoscenza.
State perdendo tempo insomma con definizioni inventate ad arte per non parlare del “che fare” attuale, che va riscritto, ovviamente, attualizzando ma senza ipocrisia ed avvitarsi sul passato.
Il problema, forse, è che troppi compulsano quello che NON conoscono. Ci sono già i peggiori giornalisti per questo.
Fine.

Fonte

A cena con Stalin

Dopo un evento internazionale tenutosi a Mosca, Stalin invitò vari capi di stato a cena nella sua dacia. Tutti accettarono l’invio con molto piacere, la maggior parte di loro era curiosa di vedere dove e come viveva l’uomo che più di tutti portava il peso delle lotte del proletariato sulle proprie spalle.

Arrivati, gli invitati rimasero molto perplessi la dacia che il governo sovietico aveva assegnato a Stalin era molto minimalista.
Una camera da letto, dove era presente un letto e un mobile.
Una camera adibita a studio, dove era presente una scrivania e una picccola bibblioteca dove erano custoditi documenti e testi di Lenin e una bandiera dell’Unione Sovietica.
Il salone dove si teneva la cena, aveva un ampia veduta sul giardino ben curato ed erano presenti alcuni mobili e due tavoli.

Non c’era alcun capocameriere per il servizio. Una ragazza portava le pietanze in grandi piatti coperti perché non si raffreddas­sero; posava i piatti sulla tavola e se ne andava. Stalin seguì con molto attenzione le operazioni della cena. Finito di portare le pietanze, la cameriera salutò il Compagno Stalin e i presenti. A questo punto gli invitati si accomodaro al tavolo e dopo un brindisi Stalin si alzò in piedi e si dirisse verso il tavolo dove erano le pietanze si preparò il proprio piatto e tornò al tavolo. Accortosi dello stupore degli invitati, disse:

Allora, mangiamo!! Aspettate forse che vengano i camerieri a servirci? Ecco dove sono i piatti, scopriteli e servitevi se non volete restare senza mangiare.

Fonte: Con Stalin, ricordi

Khrushchev Lied: Il nuovo capolavoro di Grover Furr

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Perchè Kruscev ha attaccato Stalin?

Da “Khrushchev Lied”, capitolo XII, pp. 192-217

Perchè l’ha fatto? Quali erano le sue vere motivazioni? Quelle da lui addotte non possono essere prese per buone. Le “rivelazioni” di Kruscev erano false ed egli, o lo sapeva (nella maggior parte dei casi), o non se ne curava affatto.

Kruscev doveva certo avere motivazioni reali, ma sono proprio quelle su cui nel discorso al XX Congresso e poi anche per tutto il resto della sua vita ha mantenuto il silenzio. In altre parole dietro il “rapporto segreto” universalmente conosciuto ce n’è un altro, reale, che è rimasto segreto, mai divulgato. In queste pagine mi propongo soprattutto di sollevare questa questione, non tanto di fornire una risposta. Mi limiterò a menzionare alcune possibilità e alcuni ambiti su cui approfondire la ricerca, alcuni ovvii, altri meno.

E’ certo che Kruscev, gettando la colpa su Stalin e iniziando le “riabilitazioni”, voleva prevenire la possibilità che qualcuno sollevasse la questione della sua responsabilità nelle ingiustificate repressioni di massa degli anni ’30. Probabilmente pensò che le “riabilitazioni” – che i “riabilitati” fossero stati colpevoli o meno – lo avrebbero reso popolare tra le alte sfere del partito. E poi forse a Mosca e in Ucraina, dove la reputazione che s’era fatto come architetto delle repressioni di massa era ben meritata e ben conosciuta, attribuire la responsabilità a Stalin defunto e al tempo stesso prendere le difese delle vittime e, quel che più importa, delle famiglie sopravvissute, avrebbe attenuato l’ostilità che molti devono aver nutrito nei suoi confronti.

Finora il rapporto di Kruscev è stato preso per oro colato, ma la ricerca che abbiamo condotto dimostra che prenderlo a quel modo era sbagliato. Questo ci lascia con un certo numero di questioni aperte. Perchè Kruscev presentò il rapporto? Perchè arrivare a tali estremi – false ricerche, occultamento di documenti autentici – e spendersi politicamente in quel modo per pronunciare un discorso che in pratica non conteneva nient’altro che falsità?

Una risposta è venuta dal Partito Comunista Cinese: Kruscev e i suoi alleati volevano portare l’URSS su una traiettoria politica radicalmente diversa da quella che aveva preso, secondo loro, sotto Stalin. Abbiamo brevemente accennato a certe misure economiche e politiche prese sotto Kruscev che la direzione del PCC considerò come abbandono di fondamentali principî marxisti-leninsiti.

C’è sicuramente una parte di verità in questa teoria. Tuttavia una base per idee di quel tipo già esisteva nell’URSS. Quelle politiche, che vengono adesso identificate con Kruscev e i suoi epigoni, Breznev e gli altri, affondano le loro origini nel periodo immediatamente successivo alla scomparsa di Stalin, ben prima che Kruscev riuscisse a dominare la direzione sovietica. Anzi, molte di quelle politiche possono essere ricondotte agli ultimi anni ’40 e ai primi ’50, il periodo “tardo staliniano”.

E’ difficile capire in che misura Stalin stesso abbia appoggiato o si sia invece opposto a queste politiche. Negli ultimi anni della sua vita Stalin fu sempre meno attivo politicamente. A più riprese sembra che abbia cercato di far imboccare un percorso diverso verso il comunismo, così per esempio nel suo ultimo libro Problemi economici del socialismo nell’URSS (1952) e al XIX Congresso del Partito, nell’ottobre 1952. Mikoian in seguito scrisse che le ultime idee di Stalin rappresentavano “un’incredibile deviazione di sinistra”.[1] E immediatamente dopo la sua morte la “direzione collettiva” fu unanime nel cancellare ogni menzione del libro di Stalin e nell’abbandonare il nuovo sistema di direzione del partito.

Kruscev utilizzò l’attacco a Stalin e Beria come un’arma contro gli altri membri della “direzione collettiva”, in particolare Malenkov, Molotov e Kaganovic. La cosa però non era priva di rischi. Come poteva escludere che non avrebbero mosso le stesse accuse o anche peggiori contro di lui? In parte ciò può essere dovuto al fatto che Kruscev poteva contare su alleati come Pospelov, che lo aiutarono a “purgare” gli archivi dai documenti sul suo coinvolgimento nelle repressioni di massa.

Kruscev può anche aver capito che, con Beria fuori gioco, l’unico ad avere un “programma”, un piano e l’iniziativa per realizzarlo era lui. Possiamo vedere retrospettivamente che gli altri membri del Presidium in quel periodo furono stranamente passivi. Forse avevano sempre contato su Stalin per assumere l’iniziativa e prendere decisioni importanti. O forse quella che sembrava passività nascondeva uno scontro di idee politiche confinato all’interno dell’organismo dirigente.

Lo storico Iuri Zhukov ha avanzato una terza teoria. La sua tesi è che lo scopo di Kruscev fosse sbarrare definitivamente la porta alle riforme democratiche con cui Stalin era associato e che i vecchi alleati di Stalin nel Presidium (chiamato Politburo fino all’ottobre 1952), e in particolare Malenkov, stavano ancora cercando di promuovere. Quelle riforme puntavano a togliere al partito il controllo della politica, dell’economia e della cultura per trasferirlo ai soviet elettivi. Sarebbe stata in effetti una “perestroika” o “ristrutturazione”, ma nei limiti del socialismo, all’opposto della piena restaurazione del più rapace capitalismo prodotta dalla successiva “perestroika” di Gorbacev.

Zhukov riporta in dettaglio numerosi momenti nello scontro tra Stalin e i suoi alleati, che volevano rimuovere il partito dalle leve del potere, e il resto del Politburo che si opponeva fermamente. Nel maggio 1953 , poco dopo la morte di Stalin, il corpo esecutivo del governo sovietico, il Consiglio (Soviet) dei Ministri, approvò alcuni decreti che toglievano a figure di spicco del partito le “buste” o paghe supplementari, portando così il loro reddito a uno o due livelli al di sotto delle corrispondenti figure governative. Secondo Zhukov la riforma fu promossa da Malenkov ed è coerente col progetto di restituire maggior potere al governo sovietico e ridimensionare il ruolo del partito, sottraendogli l’amministrazione del paese, dell’economia e della cultura. Significativamente ciò fu fatto prima della soppressione illegale di Lavrentii Beria che, come adesso sappiamo, sosteneva lo stesso progetto.

A fine giugno 1953 Beria fu eliminato, arrestato e detenuto o assassinato per le spicce. In agosto Kruscev riuscì – come non sappiamo – a reintrodurre le “buste” di emolumenti speciali per funzionari di alto rango del partito e anche a far pagare i tre mesi arretrati che non avevano percepito. Tre settimane dopo, proprio al termine di un Plenum del Comitato Centrale, fu ristabilito il posto di Primo Segretario del Partito, che fino al 1934 era chiamato Segretario Generale, e Kruscev fu eletto ad occuparlo. E’ difficile non vedervi la ricompensa della nomenklatura del Partito per il “suo uomo”.

Zhukov così conclude:
E’ mia ferma convinzione che il vero significato del XX Congresso stia precisamente in questo ritorno al potere dell’apparato di Partito. Fu la necessità di occultare questo fatto… che creò il bisogno di distrarre l’attenzione dagli eventi contemporanei e concentrarla sul passato coll’aiuto del “rapporto segreto”.[2]
Le prime due spiegazioni, quella anti-revisionista o “cinese” e quella della “lotta di potere” certamente contengono elementi di verità. A mio parere tuttavia la teoria di Zhukov rende meglio conto dei fatti che conosciamo ed è insieme coerente con i contenuti del rapporto segreto che, come abbiamo scoperto, è falso praticamente da cima a fondo.

Stalin e i suoi sostenitori si erano battuti per un piano di democratizzazione dell’URSS tramite il confronto elettorale. Il piano comportava a quanto pare la dislocazione dei centri di potere nell’URSS trasferendola dai dirigenti di partito come Kruscev a esponenti di governo eletti. Quella riforma avrebbe posto anche le premesse per ristabilire il partito come organizzazione di persone votate alla lotta per il comunismo e non interessate a carriere e guadagni personali.[3] A quanto pare Kruscev sarebbe stato sostenuto dai Primi Segretari del Partito che erano determinati a sabotare quel progetto per perpetuare le loro posizioni di privilegio.

Tanto sul piano interno che internazionale, Kruscev perseguì politiche in cui molti osservatori contemporanei ravvisarono una rottura netta rispetto a quelle identificate con la direzione di Stalin. Di fatto cambiamenti politici di questo tipo, non identici a quelli iniziati o propugnati in seguito da Kruscev, ma con essi assai coerenti, furono introdotti subito dopo la morte di Stalin, quando Kruscev era un semplice membro, e non il più importante, del Presidium del Comitato Centrale.[4] Tra le “riforme” più spesso citate, che andavano in senso opposto alle politiche di lungo corso di Stalin troviamo: L’apertura a riforme orientate al “mercato”.Il concomitante ridimensionamento del ruolo dell’industria pesante e della costruzione dei mezzi di produzione in favore della produzione di beni di consumo.
In politica internazionale l’abbandono della tradizionale concezione marxista-leninista dell’inevitabilità della guerra con l’imperialismo finchè questo esisteva, sostituendola con la necessità di evitare qualsiasi scontro diretto con l’imperialismo, a qualsiasi costo.

La messa tra parentesi della classe operaia come avanguardia della rivoluzione sociale per accentuare la costruzione di alleanze con altre classi.
L’idea nuova che il capitalismo possa essere superato senza rivoluzione, con “mezzi pacifici” e per via parlamentare. L’abbandono dei piani di Stalin per procedere verso una fase ulteriore del socialismo e verso il vero comunismo. Kruscev non avrebbe potuto prendere il potere e il suo “rapporto segreto” non lo avrebbe potuto concepire, preparare e presentare ed esso non avrebbe potuto avere il successo che ebbe senza cambiamenti profondi nella società sovietica e nel Partito Comunista dellURSS. [5]
Kruscev partecipava a una congiura?

In altro contesto Zhukov afferma che furono i Primi Segretari, guidati da Robert Eikhe, a dare inizio alle repressioni di massa del 1937-38.[6] Kruscev, che era uno di quei potenti Primi Segretari, ebbe un ruolo di primo piano nella repressione su vasta scala, compresa l’esecuzione di migliaia di persone.

Molti di quei Primi Segretari in seguito furono a loro volta processati e condannati a morte. Alcuni, come Kabakov, furono accusati di far parte di un complotto. Altri, come Postyshev, furono accusati, almeno inizialmente, di aver represso in massa, senza motivo, molti membri del Partito. Anche Eikhe sembra appartenere a questo gruppo. In seguito molti di loro furono accusati anche di aver partecipato a vari complotti. Kruscev fu uno dei pochi Primi Segretari degli anni 1937-38 che non solo evitò ogni accusa ma fu promosso.

Non potrebbe essere che Kruscev fosse effettivamente implicato in un complotto, ma fosse uno dei più alti esponenti a non essere identificato? Non possiamo nè provare nè smentire questa ipotesi. Eppure spiegherebbe tutti i fatti di cui siamo a conoscenza.

Il rapporto di Kruscev è stato interpretato come finalizzato alla riabilitazione di Bukharin. Alcuni degli imputati nel processo “Bukharin” di Mosca nel 1938 furono effettivamente riabilitati e sarebbe dunque stato logico includervi anche Bukharin. Ciò tuttavia non avvenne e Kruscev stesso scrisse che avrebbe voluto riabilitare Bukharin, ma non lo aveva fatto per l’opposizione di alcuni dirigenti comunisti stranieri. Mikoian scrisse che i documenti erano già stati firmati, ma poi fu proprio Kruscev che tornò indietro.[7]

Perchè Kruscev tra tutti gli imputati nei tre grandi processi di Mosca avrebbe voluto riabilitare proprio Bukharin? Sembrerebbe che si sia sentito molto più vicino a Bukharin che non agli altri. Può essere che questa vicinanza si riferisse solo alle idee di Bukharin, ma questa non è la sola spiegazione possibile.

Fin dagli anni di Kruscev, ma ancor più dopo la riabilitazione formale con Gorbacev nel 1988, l'”innocenza” di Bukharin è stata considerata un fatto assodato. Vladimir I. Bobrov e io, in un articolo pubblicato recentemente, abbiamo mostrato però che non c’è in realtà alcun motivo per pensare che le cose stiano così.[8] Le prove che conosciamo – che sono solo una piccola frazione di quelle di cui il governo sovietico disponeva negli anni ’30 – fanno decisamente pensare che Bukharin fosse effettivamente coinvolto in un vasto complotto. Quanto al decreto di riabilitazione di Bukharin del periodo di Gorbacev, promulgato il 4 febbraio 1988 dal Plenum della Corte Suprema dell’URSS, in un altro studio recentemente pubblicato in russo[9,] abbiamo dimostrato che contiene deliberate falsificazioni. Secondo questa teoria, nella confessione resa al processo di Mosca nel marzo 1938 Bukharin aveva detto la verità. Noi però sappiamo che non aveva detto tutta la verità. Getty avanza l’ipotesi che Bukharin avesse incominciato a confessare solo dopo che lo aveva fatto Tukhacevsky, cosa di cui è ragionevole pensare che il detenuto Bukharin fosse stato informato, e a quel punto fece il nome di Tukhacevsky.

Ci sono prove che Bukharin sapeva di altre persone coinvolte nel complotto, ma non ne fece il nome. Frinovskii sostenne che tra costoro ci fosse lo stesso Ezhov[10] e la cosa è credibile alla luce degli elementi di cui ora disponiamo su Ezhov. Non potrebbe esserci stato nel numero anche Kruscev, che Bukharin lo sapesse o meno? Se così fosse, per gli incarichi elevati che ricopriva, sarebbe stato coperto dal massimo segreto.

Quel che possiamo dire per ora è che Kruscev “represse” un numero enorme di persone, forse più di chiunque altro salvo Ezhov e i suoi uomini e forse Robert Eikhe. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che fu Primo Segretario a Mosca (città e provincia) fino al gennaio 1938 e dopo in Ucraina, due zone molto vaste. Data l’esistenza, o il sospetto, di un complotto radicato nel partito, questo sarebbe stato logicamente forte a Mosca; quanto all’Ucraina aveva sempre avuto la sua quota di opposizione nazionalista. Frinovskii dichiarò decisamente che egli stesso ed Ezhov avevano “represso” – torturato, costruito false confessioni e assassinato giudizialmente – un gran numero di persone per apparire più zelanti di tutti e coprire in questo modo le loro attività di cospirazione. Questa ammissione di Frinovskii non solo è credibile, ma è anche la sola che abbia un senso. Ezhov stesso aggiunse la motivazione supplementare di diffondere l’avversione per il sistema sovietico in modo da facilitare le ribellioni in caso di invasione straniera.[11]

A quanto pare Postyshev ed Eikhe, due Primi Segretari che repressero molti innocenti, agirono per motivi analoghi e sappiamo che Eikhe, perlomeno, collaborò strettamente con Ezhov nell’impresa. Non potrebbero aver agito allo stesso modo anche altri Primi Segretari? E Kruscev, in particolare, non potrebbe aver organizzato massicce montature, processi farsa ed esecuzioni per coprire la sua stessa partecipazione?

Le altre spiegazioni possibili sono 1) che alcune centinaia di migliaia di persone fossero effettivamente colpevoli di cospirazione, oppure 2) che questa gente fu massacrata solo per la “paranoia di Stalin”, che voleva eliminare chiunque potesse rappresentare un potenziale pericolo in un qualche futuro. Ma noi sappiamo che fu Kruscev, non Stalin o il Politburo, a prendere l’iniziativa di chiedere quote più alte per le persone da reprimere, e nessuno ha mai sostenuto che Kruscev fosse “paranoico”.

Gli anticomunisti, i trotskisti e i sostenitori del paradigma del “totalitarismo” hanno generalmente accettato la spiegazione della “paranoia”, benchè questa in effetti non “spieghi” nulla, ma serva in realtà di copertura alla mancanza di una spiegazione. Ma adesso sappiamo che la paranoia non c’entra. Non fu Stalin, ma furono i membri del CC, e in particolare i Primi Segretari, a dare il via alle repressioni di massa e alle esecuzioni. Frinovskii dice esplicitamente che Bukharin sapeva che Ezhov faceva parte del complotto “di destra e trotskista” ma rifiutò di fare il nome di Ezhov nelle confessioni o al processo. Secondo Frinovskii non l’avrebbe nominato perchè Ezhov gli aveva promesso che in cambio del suo silenzio sarebbe stato risparmiato. La cosa è possibile, anche se è una spiegazione che non fa molto onore a Bukharin che, dopotutto, era un bolscevico, veterano dei sanguinosissimi giorni della rivoluzione dell’ottobre 1917 a Mosca.

I rivoluzionari clandestini a volte affrontavano l’esecuzione piuttosto di parlare di tutti i loro compagni. Perchè non concedere che Bukharin possa aver rifiutato di fare il nome di Ezhov per questa sola ragione? In effetti sappiamo che Bukharin non aveva detto “tutta la verità” in nessuna delle sue dichiarazioni antecedenti al processo. E perchè mai, se non perchè non era ancora “disarmato”, ma stava ancora lottando contro Stalin? Le servili professioni di “sapiente amore”[12] per Stalin da parte di Bukharin sono una lettura imbarazzante. Possiamo escludere che fossero sincere e Stalin di certo non può averle prese per tali più di quanto possiamo fare noi oggi.

Abbiamo visto che Bukharin aveva fatto il nome di Tukhacevski solo dopo che aveva potuto sapere che questi era stato arrestato e aveva confessato. Quali che ne fossero i motivi, egli andò all’esecuzione senza aver menzionato la partecipazione di Ezhov al complotto, ma allora non potrebbe aver protetto anche altri cospiratori?

Non possiamo sapere con certezza se Kruscev fosse uno di questi cospiratori nascosti o se Bukharin ne fosse a conoscenza. Sappiamo però che anche dopo il 1937-38 elementi che cospiravano contro il governo continuarono ad esserci nell’URSS[13] e che alcuni di loro occupavano posizioni elevate. Sappiamo anche che Kruscev rimase fedele a Bukharin anche a distanza di molti anni dalla sua morte.

L’ipotesi che Kruscev fosse membro segreto di una diramazione della cospirazione assai ramificata “di destra e trotskista” è avvalorata dal fatto che egli fu sicuramente coinvolto in vari altri complotti di cui abbiamo notizia.

Il 5 marzo 1953, con Stalin non ancora morto, i vecchi membri del Politburo si riunirono per abolire il Presidium allargato approvato al XIX Congresso nel precedente mese di ottobre. In pratica si trattò di un colpo di stato nel Partito, su cui non ci fu nè un voto nè discussione nel Presidium o nel Comitato Centrale.

Kruscev fu l’ispiratore e animatore del complotto per “reprimere”, cioè arrestare e forse assassinare, Lavrentii Beria. Sappiamo che il suo arresto non venne pianificato con molto anticipo, perchè la bozza del discorso di Malenkov per la riunione del Presidium in cui Beria fu arrestato (o assassinato) è stata pubblicata e in essa si chiede la rimozione di Beria dalla direzione congiunta del Ministero degli Interni (MVD) e del Ministero per la Sicurezza dello Stato (MGB) e dalla vicepresidenza del Consiglio dei Ministri e la sua nomina a Ministro dell’Industria Petrolifera.

Dato che Kruscev era in grado di negare agli altri membri del Presidium l’accesso ai documenti studiati dalla Relazione Pospelov e dalle commisioni per le riabilitazioni, si deve concludere che fosse la mente di un altro complotto, quello delle persone che fornivano le informazioni a lui ma non ad altri.

A questo complotto doveva sicuramente partecipare Pospelov, autore della Relazione. Doveva esserci anche Rudenko, che firmò le relazioni per quasi tutte le riabilitazione più importanti. Lo studio di come vennero preparate le relazioni per le riabilitazioni e quella della Commissine Pospelov non è ancora stato fatto. Probabilmente gli altri membri delle commissioni di riabilitazione, nonchè i ricercatori e gli archivisti che individuarono i documenti per quelle relazioni e per Pospelov, dovettero giurare di mantenere il silenzio oppure facevano anche loro parte del complotto.

Noi conosciamo i nomi e qualche notizia sui funzionari che si pensa abbiano controllato i documenti delle inchieste. Per esempio sappiamo che un certo Boris Viktorov fu uno dei giuristi che ebbero le mani in pasta nelle riabilitazioni. Viktorov pubblicò perlomeno un articolo sul suo lavoro, sulla Pravda del 29 aprile 1988, allo scopo di ribadire l’innocenza del marecsiallo Tukhacevski e degli altri comandanti militari condannati insieme a lui l’11 giugno del 1937. Nel 1990 poi Viktorov pubblicò un libro che prometteva di fornire dettagli su molti altri casi di repressione.

Ebbene, il suo racconto è certamente deliberatamente falso. Viktorov afferma l’innocenza degli imputati, ma non può dimostrarla. Egli cita un documento contestato, ma ignora testimonianze schiaccianti che deve sicuramente aver visto e che non erano di dominio pubblico quando scriveva, ma ora sono in nostro possesso. Almeno Viktorov dunque faceva parte del “complotto” per fornire a Kruscev false testimonianze per sostenere l’innocenza delle persone menzionate nel rapporto segreto.

C’è un generale consenso sul fatto che dopo aver preso il potere Kruscev fece esplorare gli archivi e sottrarre e senza dubbio distruggere molti documenti.[14] Gli studiosi sono anche unanimi nel dire che questi documenti probabilmente riguardavano il ruolo avuto da Kruscev nelle repressioni di massa dei tardi anni ’30. Adesso che sappiamo che Kruscev aveva detto il falso praticamente in tutte le proposizioni del suo rapporto segreto e che le relazioni per le riabilitazioni e la Relazione Pospelov sono anch’esse gravemente manipolate, possiamo ritenere assai probabile che Kruscev abbia fatto sparire anche altri documenti.

Si è trattato di un’impresa impegnativa, che deve aver impegnato molti archivisti il cui lavoro doveva essere controllato. Un’impresa troppo impegnativa per essere controllata solo da Rudenko e Pospelov e che avrebbe avuto bisogno del coinvolgimento di un numero elevato di ricercatori e funzionari, compresi naturalmente funzionari di partito legati a Kruscev ma a noi ancora ignoti. Costoro naturalmente dovevano sapere quali prove Kruscev stava nascondendo o distruggendo.

Aleksandr S. Shcerbakov

Nel gennaio del 1938 Kruscev fu esonerato dall’incarico di Primo Segretario della città e della regione di Mosca e inviato come Primo Segretario in Ucraina. A Mosca fu sostituito da Alexandr Sergeevich Shcerbakov.

Nelle sue memorie Kruscev manifesta profondo odio per Shcerbakov, anche se le ragioni addotte sono vaghe. La recente biografia di Shcerbakov a cura di A.N.Ponomarev, pubblicata dall’Archivio Centrale di Mosca, esamina l’ostilità di Kruscev più in dettaglio. Secondo la sua ricostruzione, l’odio di Kruscev per Shcerbakov risalirebbe al rifiuto di quest’ultimo di consentire a Kruscev di gonfiare le statistiche sui raccolti di cereali includendovi anche il grano utilizzato per la semina.[15]

Più pericoloso per Kruscev era il ruolo di Shcerbakov nei procedimenti d’appello, in cui il 90% dei membri del Partito espulsi da Kruscev nel 1937-38, quando era a capo del Comitato Regionale e di quello Cittadino di Mosca, furono reintegrati: più di 12.000 solo per il 1937. Quel che Ponomarev omette di dire è che la grande maggioranza di costoro era stata condannata a morte e gli appelli erano presentati dai familiari.[16]Naturalmente Kruscev era stato uno dei membri della troika che decideva sulle repressioni di massa, anche se a volte si faceva rappresentare da un vice. Tutti gli altri membri della troika di Mosca furono condannati a morte per le repressioni illegali. E’ logico concludere che Kruscev stesso si sentisse estremamente vulnerabile. Pochi Primi Segretari e forse nessuno (e Kruscev nel 1939 era in Ucraina) si erano resi responsabili di più espulsioni ed esecuzioni e di più “repressione” di lui.

Ponomarev cita altre testimonianze della freddezza che Shcerbakov dimostrava da parte sua verso Kruscev. Al XVIII Congresso del Partito nel 1939 Shcerbakov presentò una relazione in cui ostensibilmente evitava di menzionare anche una sola volta il suo predecessore. Georgii Popov, secondo segretario sia sotto Kruscev che sotto Shcerbakov, fece invece altrettanto ostensibilmente l’elogio di Kruscev, mettendo ancor più in risalto il silenzio di Shcerbakov.[17]

Basandosi su testimonianze di familiari e su documenti tratti dagli archivi di Mosca, Ponomarev si premura di confutare un certo numero di accuse mosse contro Shcerbakov da Kruscev nelle sue memorie, per esempio l’insinuazione che Shcerbakov fosse gravemente alcolizzato.[18] Secondo i figli Shcerbakov non beveva quasi mai.[19]

Ponomarev si sofferma anche sulla doppiezza di Kruscev nei confronti della famiglia di Shcerbakov dopo la sua morte: finchè Stalin viveva si mostrò amichevole, ma una volta preso il potere tolse loro la dacha di famiglia e cancellò ogni memoria pubblica dell’operato di Shcerbakov.

Kruscev era certo un serpente; per usare i termini che egli stesso impiegò contro Shcerbakov defunto, aveva il “carattere velenoso di un serpente”[20]. Anastas Mikoian, che pure fu suo stretto alleato politico, rimarcò l’estrema disonestà e slealtà di Kruscev verso le persone, nonchè la disonestà nel ricostruire i fatti storici.[21] Ma perchè Kruscev si mostrò così vendicativo nei confronti di Shcerbakov e della sua famiglia? Perchè lo odiava a tal punto?

Nelle sue memorie Kruscev non menziona il fatto che Shcerbakov aveva contribuito a smascherare A.V. Snegov come elemeno della congiura nel 1937. Kruscev divenne in seguito molto amico di Snegov, lo fece liberare da un campo di lavoro, gli conferì un importante incarico, si consultò con lui e lo citò nel rapporto segreto. Secondo Alexei Adjubei, genero di Kruscev, Snegov era diventato amico e confidente di Kruscev.[22]

Come spiegare tanta solerzia per Snegov da parte di Kruscev da intercedere personalmente nel 1954 per farlo liberare da un campo e poi promuoverlo e favorirlo a tal punto? Un’ipotesi verosimile è che Kruscev fosse suo amico già da lunga data, prima che egli fosse arrestato. Forse Kruscev aveva fatto in modo che Snegov scampasse dall’esecuzione, anche se le prove contro di lui sembra fossero consistenti ed egli era di “Prima Categoria”.

Dato che Kruscev e Snegov devono essere stati molto vicini, che quest’ultimo fu riconosciuto colpevole di partecipazione a un complotto e che Kruscev si assunse l’onere di “salvare” e favorire Snegov – che non ebbe mai posizioni di rilievo nel Partito e non esercitò mai un grosso potere – non è logico supporre che Snegov sapesse qualcosa su Kruscev? Naturalmente Kruscev avrebbe potuto far sì che fosse giustiziato, non c’è dubbio. Ma se erano vecchi amici il comportamento di Kruscev e l’onore riservato a Snegov avrebbero un senso.

Gli studiosi contemporanei hanno stabilito che Kruscev si affrettò a occultare le prove del suo ruolo nelle repressioni di massa. Negli anni di Stalin molti dirigenti di Partito e dell’NKVD furono processati e anche giustiziati per abusi di questo tipo. Kruscev perciò deve aver vissuto per molti anni nella paura che il suo ruolo nelle repressioni di massa ingiustificate venisse riconosciuto e questa paura deve essere stata anche maggiore se, come sospettiamo, egli era coinvolto in qualche tipo di complotto di Destra e Trotskista solo che era riuscito a non farsi scoprire.

Shcerbakov non solo era in grado di conoscere più di chiunque altro il ruolo di Kruscev nelle repressioni di massa[23], ma era anche abbastanza influente per farsi ascoltare da Stalin e dal Politburo. Nel maggio 1941 Shcerbakov divenne uno dei segretari del Comitato Centrale, una posizione più importante di quella dello stesso Kruscev.

Shcerbakov morì nel maggio 1945 all’età di 44 anni. Il 10 dicembre 1944 era stato colpito da un attacco di cuore e da allora era rimasto a casa in convalescenza. Il 9 maggio 1945 i dottori gli avevano dato il permesso di alzarsi dal letto per andare a Mosca per festeggiare la vittoria duramente conquistata contro la Germania nazista, ma questo gli causò un ultimo attacco che il 10 maggio gli fu fatale.

Perchè i dottori che lo avevano in cura consentirono a un uomo in quelle condizioni di alzarsi, quando il trattamento di base è riposo totale a letto?[24] Uno dei dottori di Shcerbakov, Etinger, di fronte a M.T. Likhacev che lo interrogava confessò “di aver fatto tutto il possibile per abbreviare la vita di Shcerbakov” perchè lo riteneva un antisemita.[25] Interrogato poi da Abakumov, Ministro della Sicurezza dello Stato (a capo dell’MGB), Etinger ritrattò la confessione, ma poi la confermò nuovamente e non molto tempo dopo morì in prigione.

Questo episodio faceva parte di quella che sarebbe diventata la “Congiura dei medici”, un affare assai torbido parte del quale fu certamente una montatura. La confessione di Etinger potrebbe essergli stata estorta e può darsi che egli fosse innocente e non avesse causato la morte di Shcerbakov per maltrattamenti. Tuttavia anche i medici della “Congiura” che nel 1948 avevano in cura Andrei Zhdanov ammisero di averlo maltrattato in modo da causarne la morte. Avevano consentito che il paziente si alzasse dal letto e andasse in giro, non solo, ma avevano chiamato un cardiologo per fargli l’elettrocardiogramma, ma quando il cardiologo riferì che il paziente aveva avuto un attacco di cuore le dissero che si stava sbagliando e si rifiutarono di darle ascolto e anche di consentire che trascrivesse il suo referto nella cartella clinica. Che “errore”! In effetti il loro comportamento ha tutti i crismi di un “complotto”, anche se non è affatto chiaro se avesse lo scopo di assassinare certi dirigenti del Partito, secondo l’accusa formulata in seguito, o fosse semplicemente un modo per “coprirsi” l’un l’altro.

C’era anche un precedente dello stesso tipo. Al processo di Mosca a Bukharin del marzo 1938, Rykov e altri due medici, Pletnev e Levin, avevano confessato un complotto per causare la morte dello scrittore Maxim Gorkii, di Valerian V. Kuibyscev, membro del Politburo, e di Vyaceslav Menzhinsky, capo della OGPU, il cui vice era Iagoda che voleva liberarsene il più presto possibile. Noi abbiamo ora conferma di queste accuse dagli interrogatori pre-processuali, precedentemente non pubblicati, di Iagoda e da vari “confronti diretti” o ochnye stavki tra Iagoda e i dottori Levin e Pletnev, nonchè tra Kriuchkov e Levin.

Abbiamo ora anche due interrogatori preliminari di Avel’ Enukidze, che confermano l’insieme delle confessioni di Iagoda. Il dottor Levin ammette anche il contatto diretto con Enukidze. Ho studiato personalmente la “riabilitazione” del dottor Pletnev e la pretesa “ricerca” su questa basata. La conclusione a cui sono giunto è che anche la “riabilitazione” di Pletnev è un falso. Pletnev ammise la sua colpevolezza e non ritrattò mai.[26]

Ne giugno del 1957 fu “riabilitato” Akbal Ikramov, uno degli imputati del “Processo Bukharin”. Per sostenere che Ikramov era stato falsamente accusato l’unico elemento citato fu che i suoi accusatori, compreso Bukharin, avevano accusato anche altri, che nel frattempo erano già stati dichiarati “riabilitati”[27]. Non si afferma mai che Ikramov, che al processo confessò, o uno qualunque dei suoi accusatori, avrebbero agito sotto costrizione.

Entro il dicembre 1957 parecchi altri imputati erano stati “riabilitati” in questo modo. I rimanenti non furono “riabilitati” fino al 1988, sotto Gorbacev, ma questa era solo una formalità. A un convegno nazionale di storici che si tenne nel 1962 fu chiesto a Pospelov che cosa si dovesse dire sugli imputati nelle scuole. La sua risposta fu che “naturalmente nè Bukharin nè Rykov erano spie o terroristi”.[28] Lo stesso Pospelov però, agli storici del pubblico che facevano domande, rifiutò qualsiasi accesso alle testimonianze documentali che avevano richiesto!

Bukharin aveva confessato di essere un terrorista, ma quanto allo spionaggio aveva detto di non averlo fatto in prima persona ma soltanto per il tramite di altri congiurati, mentre Rykov aveva rifiutato di ammettere di essere una spia ma aveva confermato di aver cercato di rovesciare il governo. Pospelov perciò nel 1962 non fa altro che rendere esplicito quello che in precedenza Kruscev aveva solo dato per sottointeso, l’affermazione cioè – falsa come siamo adesso in grado di provare – che i processi di Mosca erano una montatura basata su testimonianze false. Nel “Rapporto Segreto” Kruscev dichiarò che la “Congiura dei medici” era una montatura, ma al riguardo mentì su tutta la linea. Disse che era stata orchestrata da Beria, mentre in realtà fu proprio l’inchiesta di Beria a scoprire che si trattava di una montatura. Accusò poi il dottor Timashuk di essere all’origine della vicenda, ma Timashuk non c’entrava per niente. Tutta la documentazione di prima mano in nostro possesso conferma questi fatti.

In ogni caso la morte di Shcerbakov non poteva essere notizia migliore per Kruscev. Tra tutte le rivelazioni che Kruscev affermò di aver fatto sugli anni di Stalin il cumulo di falsità si è dimostrato tale che sarebbe poco prudente “credergli” sulla parola in questo caso. Alla luce degli elementi che adesso possediamo riguardo le “congiure dei medici” di cui si parlò nel processo di Mosca del 1938, sarebbe sbagliato escludere a priori la possibilità che perlomeno alcune delle “congiure” del dopoguerra abbiano avuto qualche base nella realtà.

Per finire c’è il mistero, riconosciuto già da molto tempo, delle ragioni per cui a Stalin gravemente colpito non furono prestate cure mediche fino a un giorno o più dopo che si era saputo che aveva avuto un ictus. Quali che siano i dettagli di questo affare, Kruscev vi ebbe certo un ruolo.

Le conseguenze da trarre: l’influenza sulla società sovietica

A parte le motivazioni personali di Kruscev, di grande interesse e importanza sono le conseguenze che si possono trarre dal Rapporto per la società e la politica sovietica.

Il fatto che il “Rapporto Segreto” non è falso solo in particolari passaggi ma è intessuto di menzogne dalla prima riga all’ultima esige una correzione radicale del nostro quadro di riferimento storico e politico.

Il fatto che la commissione di studio e “riabilitazione” che fornì a Kruscev le informazioni che egli utilizzò nel Rapporto – la Commissione Pospelov – non fece una indagine onesta ha conseguenze anche per tutte le altre commissioni di indagine storica, nessuna esclusa, create sotto Kruscev e che a lui rispondevano.

Sotto Kruscev vennero create per esempio molte commissioni di “riabilitazione” per “studiare” i casi di individui, quasi sempre comunisti, che erano stati condannati e giustiziati o detenuti nel GULAG per molti anni. In quasi tutti i casi a nostra conoscenza queste commissioni discolparono gli imputati e li dichiararono “riabilitati” – innocenti a tutti i fini pratici. E i “riabilitati” venivano definiti “vittime della repressione staliniana”. Tuttavia sono assai pochi i casi in cui fu presentata una qualche circostanza che suffragasse l’innocenza della persona “riabilitata”. Al contrario, in alcuni casi ci sono buone ragioni per ritenere che le persone “riabilitate” non fossero affatto innocenti.

Per esempio, nel Plenum del Comitato Centrale del giugno 1957 in cui Kruscev e i suoi alleati espulsero gli “stalinisti” Malenkov, Molotov e Kaganovic per aver cospirato per destituire Kruscev dalla carica di Primo Segretario, il Maresciallo Zhukov diede lettura di una lettera manipolata del Komandarm (generale) Iona Iakir. Iakir era stato processato e giustiziato nel giugno 1937 insieme al Maresciallo Tukhacevskii per aver cospirato con tedeschi e oppositori interni all’URSS in vista di un colpo di stato.

Il Maresciallo Zhukov citò la lettera in questi termini:
Il 29 giugno, alla vigilia della sua morte, [Iakir, NdA] scrisse una lettera a Stalin in cui dice “Caro, fraterno compagno Stalin! Ho l’ardire di rivolgermi a te in questo modo perchè ho detto tutto e penso di essere quel degno militante, devoto al Partito, allo stato e al popolo che sono stato per molti anni. Tutta la mia vita cosciente è trascorsa nel lavoro disinteressato e onesto agli occhi del Partito e dei suoi dirigenti. Muoio con parole di amore per te, il Partito, il paese, con fervida fede nella vittoria del comunismo”.
Sulla lettera di Iakir si trovano le seguenti indicazioni:
“Per il mio archivio. St. Una canaglia e una puttana. Stalin.
Descrizione assolutamente calzante. Molotov. Per un mascalzone, porco e b*** c’è una sola punizione: la pena di morte. Kaganovic.[29]
Il testo era stato manipolato omettendo la parte della lettera di Iakir in cui egli conferma la sua colpevolezza e se ne pente. Ecco il testo tratto dal “Rapporto Shvernik” sul caso Tukhacevskii consegnato a Kruscev nel 1964, poco prima che fosse estromesso, ma non pubblicato fino al 1994. Le parole omesse nella lettura fatta da Zhukov nel 1957 sono riportate in grassetto:
“Caro, fraterno compagno Stalin! Ho l’ardire di rivolgermi a te in questo modo perchè ho detto tutto e penso di essere nuovamente quel degno militante, devoto al Partito, allo stato e al popolo che sono stato per molti anni. Tutta la mia vita cosciente è trascorsa nel lavoro disinteressato e onesto agli occhi del Partito e dei suoi dirigenti – poi sono caduto in un incubo, nell’irreparabile orrore del tradimento… L’inchiesta è terminata. Mi è stata mossa l’imputazione di tradimento dello stato, ho ammesso la mia colpevolezza, mi sono pentito completamente. Ho fede illimitata nella giustizia e nella correttezza della decisione del tribunale e del governo. Adesso le mie parole sono oneste. Muoio con parole di amore per te, il Partito, il paese, con fervida fede nella vittoria del comunismo”.

Sulla lettera di Iakir si trovano le seguenti indicazioni:
“Per il mio archivio. St.” “Una canaglia e puttana. I. St[alin]”.
“Descrizione assolutamente calzante. K. Voroshilov”. “Molotov”. “Per un mascalzone, porco e bastardo c’è una sola punizione: la pena di morte. Kaganovic”.[30]
A parte gli errori relativamente ininfluenti nell’intervento di Zhukov – la lettera di Iakir fu scritta il 9, non il 29 giugno 1937 – ci sono manipolazioni importanti. Nella lettera Iakir conferma ripetutamente la sua colpevolezza. Sul testo, al pari di Stalin, Molotov e Kaganovic, fece le sue annotazioni anche Voroshilov, particolare omesso da Zhukov. Nel 1957 Voroshilov si era distanziato dal complotto per destituire Kruscev. Quest’ultimo, pur criticandolo aspramente, gli risparmiò la punizione inflitta agli altri. Lo stesso testo manipolato della lettera fu letto nel novembre 1961 da Alexander Scelepin al XXII Congresso del Partito.[31]

Nel 1957 nessuno degli accusati – Malenkov, Molotov e Kaganovic – protestò per la manipolazione della lettera di Iakir da parte di Zhukov. Dobbiamo ritenere perciò che essi, pur essendo membri del Presidium, non potessero accedere al testo. E’ possibile che lo stesso Zhukov non sapesse di leggere un documento manipolato. Ma i “ricercatori” di Kruscev lo dovevano ben sapere – il testo lo avevano procurato loro! Non avrebbero mai osato manipolarlo all’insaputa di Kruscev. Anche Kruscev perciò ne era a conoscenza.[32]

(C’è poi da notare che anche nella versione della lettera di Iakir pubblicata nel 1997 c’è un omissis – i tre puntini, una troetochie in russo – dopo la parola “tradimento”. C’è qualcosa che ancora manca dalla lettera di Iakir, il cui testo autentico e completo ci viene perciò ancora negato dal governo russo).

Dunque nessuna delle decisioni di “riabilitazione” con cui moltissimi comunisti che erano stati repressi furono dichiarati innocenti può essere presa per buona senza verifica. Ma la stessa cosa vale per altri documenti creati per essere utilizzati da Kruscev.

Tra questi c’è l’insieme di documenti conosciuti come relazioni del “Colonnello Pavlov”. Un recente studio di Oleg Khlevniuk li definisce “la principale fonte di informazione sull’ampiezza della repressione”.[33] Le relazioni costituiscono le fonti principali per una stima del numero di persone “represse” negli anni ’30.[34] Dato però che furono preparate per Kruscev, non possiamo dare per scontato che fossero fatte onestamente. Forse era nell’interesse di Kruscev esagerare, o viceversa minimizzare, il numero dei condannati a morte? O forse Pavlov, come Pospelov, pensava di dover fare l’una cosa o l’altra? Data la natura fraudolenta di altri studi condotti per Kruscev, non possiamo più prendere semplicemente per buone le relazioni del “Colonnello Pavlov”.

Per quanto riguarda gli studi accademici, quasi tutte le ricerche sugli anni di Stalin pubblicate nell’ultimo mezzo secolo si basano essenzialmente su pubblicazioni sovietiche dell’epoca di Kruscev.[35] Questo vale anche per molte o la maggior parte delle fonti non dell’emigrazione citate nelle numerose opere di Robert Conquest, come The Great Terror, per la famosa biografia di Bukharin di Stephen Cohen[36] e per molte altre opere. Cohen trae la documentazione per l’ultimo capitolo sugli anni ’30 da fonti dell’epoca di Kruscev e dal Rapporto stesso, col risultato che quasi tutti i fatti citati nel capitolo si sono rivelati falsi. Le opere di questo tipo non possono essere prese per buone a meno che, e solo nella misura in cui, le affermazioni ivi contenute non possano essere verificate in maniera indipendente.

Ciò vale anche per le pretese “fonti primarie” di documentazione. Kruscev e altri hanno citato in modo disonesto molte di queste fonti. A meno che gli studiosi non possano vedere gli originali – e i testi completi – non è lecito ritenere senz’altro che Kruscev o un qualsiasi libro, articolo o discorso dell’era di Kruscev li citi onestamente.[37]

Conseguenze politiche da trarre

Il “Rapporto Segreto” precipitò il movimento comunista internazionale in una grave crisi. La giustificazione addotta fu però che il danno arrecato era necessario, profilattico. Una brutta pagina del passato, quasi totalmente ignota ai comunisti in tutto il mondo e anche nell’URSS stessa, doveva essere portata alla luce; un cancro potenzialmente mortale nel corpo del comunismo internazionale doveva essere reciso senza pietà in modo che il movimento potesse correggersi e avanzare nuovamente verso i suoi fini ultimi.

Negli anni che seguirono divenne via via più manifesto che l’URSS non stava andando verso una società senza classi, ma semmai nella direzione opposta. Ciononostante, coloro che rimasero legati al movimento a direzione sovietica, lo fecero perchè rimanevano attaccati all’ideale originario. Milioni e milioni in tutto il mondo speravano e credevano che un movimento che poteva permettersi di soffrire perdite così ingenti, di ammettere che crimini di tal fatta fossero stati commessi in suo nome, di rivelarli senza esitazione – come Kruscev sosteneva di aver fatto – , avrebbe avuto l’onestà e la forza di correggersi e di procedere, quali che fossero i tortuosi percorsi politici necessari, verso un futuro comunista. Un discorso di questo tipo non è più sostenibile.

Kruscev non stava cercando di “raddrizzare il vascello del comunismo”. Uno scempio totale della verità quale si trova nel “Rapporto Segreto” è incompatibile col marxismo o con motivazioni ideali di qualsiasi tipo. Non c’è niente di positivo, democratico o liberatorio che si possa costruire sulla base di menzogne. Kruscev non stava rivitalizzando un movimento comunista e un Partito bolscevico che avevano deviato dal loro percorso autentico a causa di gravi errori, ma lo stava distruggendo.

Kruscev stesso si “rivela” essere non un comunista onesto, ma un dirigente politico che cerca vantaggi personali nascondendosi dietro una maschera ufficiale di idealismo e probità, un tipo d’uomo che non è difficile trovare nei paesi capitalisti. Considerando l’assassinio di Beria e gli uomini giustiziati nel 1953 come “banda di Beria”, egli appare in una luce anche peggiore – un criminale politico. Kruscev fu veramente colpevole del tipo di crimini di cui nel “Rapporto Segreto” accusava deliberatamente e falsamente Stalin.

La natura fraudolenta del Rapporto di Kruscev ci costringe a rivedere il giudizio su quegli “stalinisti” che nel 1957 avevano cercato, senza riuscirvi, di destituire Kruscev dagli incarichi dirigenziali ed erano stati estromessi e infine espulsi dal Partito. Con tutti i loro difetti e fallimenti, le interviste agli anziani Molotov e Kaganovic (riportate da Felix Chuev) rivelano uomini devoti fino alla fine a Lenin, a Stalin e all’ideale del comunismo e spesso capaci di commenti incisivi sugli sviluppi in senso capitalistico negli ultimi anni dell’URSS. Molotov predisse il rovesciamento del socialismo da parte di forze interne al Partito anche quando, ottantenne e novantenne, cercò di essere reintegrato.

Tuttavia la loro accettazione delle linee fondamentali dell’attacco di Kruscev a Stalin fa pensare che anch’essi nutrisssero dubbi su alcune delle politiche seguite al tempo di Stalin. In una qualche misura condividevano le idee politiche di Kruscev. Inoltre non avevano informazioni dettagliate sulle repressioni degli anni ’30 e successive ed erano totalmente impreparati a confutare qualsiasi cosa Kruscev e i suoi sostenitori dicessero in proposito – finchè non fu troppo tardi.

La sola misura positiva presa dalla dirigenza sovietica post staliniana fu forse la critica e la parziale eliminazione del disgustoso “culto della personalità” che essi stessi avevano costruito intorno alla figura di Stalin. Anche su questo punto Kruscev non merita però credito alcuno. Egli si era opposto ai tentativi assai anteriori di Malenkov – a pochi giorni dalla morte di Stalin – di criticare il “culto”. E Malenkov aveva avuto l’onestà di biasimare non Stalin, ma quelli che gli stavano intorno, se stesso compreso, per essere stati troppo deboli per fermare il “culto”, a cui alla fine Stalin si era abituato, ma che non aveva mai approvato e considerava con disappunto.

Kruscev da parte sua non perse tempo nel tentativo di costruire attorno alla propra persona un “culto” anche maggiore di quello che circondava Stalin. Per questo egli fu criticato nel 1956 e 1957 anche dai suoi sostenitori e l’autoincensamento e l’arroganza furono le principali accuse che gli vennero mosse dal Presidium che nell’ottobre 1964 lo destituì.[38]

La natura fraudolenta del Rapporto di Kruscev ci obbliga a ripensare gli anni di Stalin e Stalin stesso. Spogliata sia dell’adorazione cultuale che lo circondava, sia delle calunnie di Kruscev, la figura di Stalin e la forma delle politiche che egli cercò di mettere in pratica ritornano ad essere il tema centrale, il punto interrogativo più importante nella storia sovietica e dell’Internazionale. I successi e gli insuccessi di Stalin non devono solo essere riesaminati, devono ancora essere scoperti e riconosciuti.

Trotsky

Per lo stesso motivo si impone anche la riconsiderazione di Trotsky e del trotskismo. Nell’essenziale la denuncia di Stalin fatta da Kruscev nel “Rapporto Segreto” riecheggia la demonizzazione di Stalin da parte di Trotski. Ma nel 1956 il trotskismo era una forza marginale e il suo leader assassinato veniva generalmente liquidato come un megalomane fallito.

Il discorso di Kruscev infuse nuova vita alla caricatura ormai moribonda che Trotsky aveva fatto di Stalin. Comunisti e anticomunisti insieme presero a considerare Trotsky come un “profeta”. Non aveva forse detto cose assai simili a quelle che Kruscev aveva appena “rivelato” essere vere? Le opere di Trotsky, che pochi avevano letto, vennero rispolverate. La sua reputazione e quella dei suoi seguaci crebbe a dismisura. Che il “Rapporto Segreto” costituisse una “riabilitazione” implicita di Trotsky fu subito chiaro alla vedova, Sedova, che all’indomani del Rapporto depositò al Presidium del XX Congresso la domanda di piena riabilitazione del marito e del figlio.[39] Adesso però il ritratto assai partigiano che Trotsky fece di Stalin e della società e politica sovietica dei suoi giorni, non essendo più “confermato” dalla testimonianza di Kruscev, deve essere riconsiderato con occhio critico.

Punti deboli irrisolti del sistema sovietico di socialismo

E’ facile e certamente giustificato criticare Kruscev. Egli decise di minare il PCUS e il movimento comunista internazionale mentendo deliberatamente su Stalin e la storia sovietica. Quali che siano le conclusioni a cui possiamo arrivare sulle condizioni storiche che hanno prodotto Kruscev e la sua stagione, nessuno può assolverlo dalla responsabilità per le sue azioni.

Ma Kruscev non avrebbe potuto essere promosso al Politburo/Presidium se il suo concetto di socialismo fosse stato troppo diverso da quello condiviso da molti altri dirigenti del Partito. L’ascesa di Kruscev si spiega indubbiamente in parte per la sua straordinaria energia e iniziativa, qualità che non sembrano brillare negli altri membri del Presidium, ma non avrebbe potuto trionfare se Stalin e l’elite del Partito lo avesse considerato un elemento di destra o un cattivo comunista. Il concetto di quello che nel Partito bolscevico si intendeva per “socialismo” si era evoluto a partire dagli anni della rivoluzione.

Malenkov, Molotov e Kaganovic, le figure di maggior spicco associate per decenni a Stalin, si rassegnarono, benchè a malincuore, al “Rapporto Segreto” di Kruscev. E’ chiaro che non avevano accesso ai documenti preparati per Kruscev dai suoi alleati. Le loro osservazioni dell’epoca e anche posteriori dimostrano che non sospettavano che quello che Kruscev diceva fosse falso. Inoltre accettavano le conseguenze politiche del Rapporto.

Se Malenkov fosse riuscito a contrastare Kruscev e avesse mantenuto la direzione derl PCUS, il “Rapporto Segreto” non avrebbe mai visto la luce e la storia del movimento comunista, e quindi buona parte della storia mondiale, avrebbe potuto avere sviluppi assai diversi. Analogamente, molti hanno pensato che l’Unione Sovietica potrebbe ancora esistere se Iuri Andropov fosse rimasto in vita come suo massimo dirigente per un arco di tempo normale e Gorbacev non avesse mai assunto la carica. Ma “il ruolo dell’individuo nella storia” non consente scelte illimitate neanche ai dirigenti più forti. L’URSS di Andropov non era meno in crisi di quella di Gorbacev o di quanto lo fosse l’URSS nel 1953.

Kruscev riuscì a prendere il potere, lanciò la bomba del “Rapporto Segreto” con tutte le sue manipolazioni e poi ne fece un punto fermo, riuscendo a prevalere sull’elite e sulla maggioranza della popolazione sovietica e – seppur non senza enormi perdite – sulla maggior parte dei comunisti nel mondo. Questi fatti esigono una spiegazione. E le radici di quest’esito vanno ricercate nel periodo antecedente della storia sovietica, quello della direzione di Stalin, e ancor prima di Lenin, e nelle condizioni che avevano condotto alla rivoluzione russa e alla vittoria dei bolscevichi. Ci sono radici storiche e ideologiche del Rapporto di Kruscev che vanno rintracciate nella storia sovietica. Stalin si sforzò tenacemente di applicare le analisi di Lenin alle condizioni che trovò in Russia e nel movimento comunista internazionale. Lenin a sua volta aveva cercato di applicare le intuizioni di Marx ed Engels. Lenin aveva cercato di trovare risposte per i problemi acuti della costruzione del socialismo in Russia nelle opere dei fondatori del comunismo moderno.

Stalin, che da parte sua non rivendicò mai di aver introdotto innovazioni, cercò di seguire gli insegnamenti di Lenin più rigorosamente possibile. Nel frattempo Trotsky e Bucharin, come anche altri oppositori, trovavano anch’essi nelle opere di Lenin argomenti per le politiche che proponevano. E Kruscev, come i suoi epigoni fino a Gorbacev compreso, citavano le opere di Lenin per giustificare e dare una copertura leninista o “di sinistra” a qualsiasi politica avessero scelto.

Qualcosa perciò nelle opere di Lenin e in quelle dei suoi grandi maestri, Marx ed Engels, ha facilitato gli errori compiuti onestamente dal suo onesto successore Stalin e utilizzati dal suo disonesto successore Kruscev per coprire il proprio tradimento.

Ma questa è materia di ulteriore ricerca e per un altro libro.
Gennaio 2005 – febbraio 2007. Rivisto nel dicembre 2010.

NOTE

[1] “Neveroiatno levatskii zagib.” Mikoian, Tak Bylo, cap. 46: “Alla vigilia e nel corso del XIX Congresso del Partito: gli ultimi giorni di Stalin”

[2] IU. N. Zhukov, “Krutoi povorot… nazad” (“Una decisa svolta… all’indietro”), XX S”ezd. Materialy konferentsii k 40-letiiu XX s”ezda KPSS. Gorbachev-Fond, 22 fevralia 1996 goda. Mosca: Aprile-85,1996, pp. 31-39; citazione a p. 39. Questa fu la sola relazione a cui Gorbacev stesso replicò personalmente in deciso disaccordo. Vedi anche http://www.gorby.ru/activity/conference/show_553/view_24755/

[3] Ho delineato più dettagliatamente questa ipotesi in “Stalin and the Struggle for Democratic Reform” (Stalin e la lotta per la riforma democratica), Cultural Logic 2005. Vedi http://clogic.eserver.org/2005/2005.html

[4] In effetti si può dire che il “disgelo post-staliniano” ebbe inizio già con Stalin vivente, perlomeno in campo culturale. Quest’idea è stata sviluppata ultimamente dallo storico Vadim Kozhinov, nel capitolo 8 di Rossiia: Vek XX (1939-1964). (Mosca: EKSMO / Algoritm, 2005), “Sul cosiddetto ‘disgelo” ‘, pp. 309-344.

[5] Prima del 1952 il nome del partito era Partito Comunista di Tutta l’Unione (bolscevico).

[6] Ho riassunto brevemente e discusso la teoria di Zhukov, citando tutti i suoi libri e articoli al riguardo, nel saggio in due parti “Stalin and the Struggle for Democratic Reform” (Stalin e la lotta per la riforma democratica), in Cultural Logic per il 2005. Vedi http://clogic.eserver.org/2005/2005.html

[7] Khrushchev, N.S., Vremia, Liudi, Vlast’. Vospominania. (“Tempi, persone, potere: le memorie”). (Mosca, 1999), libro 2°, parte 3ª, p. 192. Anastas Mikoian, Tak Bylo (“Ecco come è stato”). Moscow: Vagrius, 1999. C 49, “Khrushchev u Vlasti” (Kruscev al potere), versione stampata p. 611.

[8] Grover Furr e Vladimir L. Bobrov, “Nikolai Bukharin’s First Statement of Confession in the Lubianka” (La prima confessione di Nikolai Bukharin alla Lubianka). Cultural Logic 2007. Vedi http://clogic.eserver.org/2007/Furr_Bobrov.pdf L’articolo fu pubblicato dapprima dalla rivista storica russa Klio 1 (36), 2005, 38-52. Ho messo in rete la versione russa all’indirizzo http://chss.montclair.edu/english/furr/research/furrnbobrov_bukharin_klio07.pdf

[9] “Reabilitatsionnoe moshenichestvo”, in Grover Furr e Vladimir Bobrov, 1937. Pravosudie Stalina. Obzhalovaniiu ne podlezhit! (Mosca: Lksmo, 2010). Glava 2, 64-84.

[10] Lubianka 3, p. 47

[11] Vedi l’interrogatorio-confessione di Ezhov del 4 agosto 1939 in Nikita Petrov, Mark Jansen. “Stalinskii pitomets” – Nikolai Ezhov. Mosca: ROSSPEN, 2008, pp. 367-379. Traduzione inglese all’indirizzo http://chss.montclair.edu/english/furr/research/ezhov080439eng.html

[12] La lettera di Bukharin a Stalin del 10 dicembre 1937 fu pubblicata contemporaneamente da due delle più importanti riviste storiche russe . Per il passo a cui mi riferisco vedi “Poslednoe pis’mo,” Rodina 2, 1993, p. 52 col. 2; ‘”Prosti menia, Koba…’ Neizvestnoe pis’mo N. Bukharina,” Istochnik 0, 1993, p. 23 col. 2. E’ tradotta in Getty & Naumov, Road to Terror (Verso il terrore), pp. 556 ss; passo citato a p. 557.

[13] Per un esempio vedi Grigory Tokaev, Comrade X (Il compagno X). Londra: Harvill Press, 1956.

[14] IU. N. Zhukov, “Zhupel Stalina… Chast’ 3”. Komsomol’skaia Pravda 12 novembre 2002; Nikita Petrov, Pervyi predsedatel’ KGB Ivan Serov. Mosca: Materik, 2005, pp. 157-162; Mark IUnge e R. Binner, Kak terror stal “Bal’shim”. Sekretnyi prikaz No. 00447 i tekhnologiia eto ispolneniia. Mosca: AIRO-XX, 2003, p. 16. Per comodità ho ripetuto questi riferimenti al n. 28 a proposito del “Telegramma sulla tortura”. (Si tratta della falsità n. 28, su un totale di 61 esaminate da Grover Furr nel libro, pp. 76-80 dell’edizione inglese, NdT).

[15] A.N. Ponomarev. Aleksandr Shcherbakov. Stranitsy biografii. M: Izd. Glavarkhiva Moskvy, 2004, p. 49

[16] Ponomarev fornisce esempi specifici di appelli contro le decisioni della “troika” NKDV ricevuti nell’aprile 1939. Su un totale di 690 i giudici nell’aprile 1939 ne esaminarono 130 e tutti, salvo 14, furono reintegrati (circa il 90%).

[17] Ponomarev, pp. 51-2. Negli anni seguenti tuttavia a Popov non fu risparmiata l’ira di Kruscev e nelle sue memorie ne parlò in termini fortemente negativi. Vedi Taranov, “Partiinii gubernator Moskvy Georgii Popov”. Mosca: Izd. Glavarkhiva Moskvy, 2004.

[18] Khrushchev, N.S. Vremia. Liudy. Vlast’. Kn. 2. Chast’ III, p. 41.

[19] Ponomarev, pp. 204-5. L’accusa è poco credibile anche per altri motivi. Durante la guerra Shcherbakov era membro candidato del Politburo, fungeva da vice di Stalin nel Comitato di Difesa, era Commissario politico dell’Armata Rossa e responsabile di tutti gli organismi di propaganda di guerra. Come tale lavorava ore e ore sotto gli occhi di Stalin. Che le sue facoltà fossero offuscate dall’alcol non sarebbe stato tollerato.

[20] Sono le parole che Kruscev usa riguardo a Shcherbakov, op.cit. p. 39.

[21] Ponomarev, p. 207 n. 32, citando Mikoian, Tak Bylo. Ho verificato le citazioni dalla versione digitale delle memorie di Mikoian.

[22] Shcerbakov discute le confessioni che accusano Snegov in una lettera a Zhdanov del 18 giugno 1937. Vedi No. 206, p. 363 in Sovetskoe Rukovodstvo. Perepiska. 1928-1941. Mosca: ROSSPEN, 1999. Adzhubei, Krushenie Illiuzii (Mosca: Interbuk, 1991), pp. 162-167. Dopo l’estromissione di Kruscev, Snegov fu sottoposto dal Partito a procedimento disciplinare per diffusione di idee trotskiste. Vedi RKEB 2, sezione 6, No. 23, pp. 521-525.

[23] In qualità di Primo Segretario in Ucraina Kruscev aveva compiuto repressioni di massa tanto in Ucraina che a Mosca, ma in Ucraina era rimasto per 12 anni, fino al 1949. Aveva avuto tutto il tempo di coprire le tracce del suo passaggio e di lasciare il Partito in Ucraina in mani sicure.

[24]Ponomarev, p. 275 e p. 277 n. 20, afferma che i dottori “non fecero obiezioni” a che Shcherbakov intraprendesse il viaggio che lo uccise. Egli si pone dunque il problema della decisione dei medici e riconosce che fu incompetente se non criminale, ma poi lascia cadere l’argomento.

[25] IA.IA. Edinger, Eto nevozmozhno zabyt’. Vospominaniia. Mosca: Ves’ Mir, 2001, p. 87. Vedi http://www.sakharov-center.ru/asfcd/auth/auth_pages.xtmpl?Key=10153&page=78&print=yes, la lettera di Riumin a Stalin del 2 luglio 1951, che è la fonte prima da cui sono tratti questi particolari. La lettera è stampata in traduzione in Jonathan Brent e Vladimir P. Naumov, Stalin’s Last Crime: The Plot Against the Jewish Doctors, 1948-1953. (L’ultimo crimine di Stalin: il complotto contro i medici ebrei, 1948-1953). NY: Harper Collins, 2003, pp. 115-118. Il libro in sè non è assolutamente degno di fede, ma i documenti potrebbero senz’altro essere autentici dato che vengono da Naumov, che in quanto eminente archivista avrebbe certamente potuto esaminarli, anche se non ha mai messo a disposizione gli originali russi. Ponomarev esamina le accuse di antisemitismo mosse a Shcherbakov e conclude che sono tutte false; vedi pp. 212-3; 218 ss.; 227-8.

[26] I documenti sull’interrogatorio e i confronti diretti di Iagoda si trovano in Genrikh Iagoda. Narkom vnutrennikhdel SSSR, General ‘niy komissar gosudarstvennoi bezopasnosti. Sbornik dokumentov. Kazan’, 1997, pp. 218-223. Lì è pubblicata anche la prima delle due trascrizioni degli interrogatori di Enukidze, quella del 30 maggio 1937 (pp. 508-517). In essa l’inquirente del NKVD fa riferimento a un precedente interrogatorio di Enukidze del 27 aprile 1937 che adesso è stato pubblicato in Lubianka 2 No. 60, pp. 144-156. Quest’ultima pubblicazione, a cura della fondazione Iakovlev, ha carattere semi-ufficiale e conferma perciò l’autenticità della prima pubblicazione. Sui contatti tra Levin ed Enukidze vedi ibid. p. 222.

[27] RKEB 2, p. 135.

[28] Vsesoiuznoe soveshchanie o merakh uluchsheniia podgotovki nauchno-pedagogicheskikh kadrov po istoricheskim naukam, 18-21 dekabria 1962 g. Mosca: Nauka, 1964, p. 298. IUri Fel’shtinskii, noto studioso trotskista russo, afferma che Pospelov avrebbe risposto che “quella era la sintesi dei risultati ufficiali delle ricerche segrete condotte dagli organi competenti del CC del PCUS”. Vedi IU. G. Fel’shtinskii, Razgovory s Bukharinym. Kommentarii k vospominaniem A.M. Larinoi (Bukharinoi ‘Nezabyvaemoe’ s prelozheniami. Mosca: Izd. Gumanitarnoi literatury, 1993, p. 92. Non c’è motivo di credere che ciò sia vero, dato che il contesto in cui Pospelov parla è dato dalle parole seguenti: “Posso affermare che basta studiare attentamente i documenti del XXII Congresso del Partito per dire che naturalmente nè Bukharin, nè Rykov sono stati spie o terroristi”. Noi sappiamo che al XXII Congresso pure e semplici montature furono fatte passare per dati di fatto (ne è un esempio la fuorviante lettura della lettera di Iona IAkir da parte di Shelepin, che discutiamo più avanti). Non c’è motivo perciò di pensare che Pospelov stesse dicendo il vero.

[29] Molotov, Malenkov, Kaganovic. 1957. Mosca, 1998, p. 39.

[30] RKEB 2 (2003), 688; Voenno-Istoricheskii Arkhiv, Vypusk 1. Mosca, 1997, p. 194. Anche in Voennye Arkhivy Rossi No. 1, 1993, p. 50. Questa fu la prima pubblicazione dello “Shvernik Report.” Ma questa rivista, la cui unica uscita è circondata dal mistero, è di assai difficile reperibilità. Evidentemente non ne uscì nessun altro numero e il primo, che porta la data del 1993, potrebbe non esser stato pubblicato in realtà prima dell’anno seguente.

[31] Al XXII Congresso del Partito nel 1961, nel corso del quale Kruscev e i suoi sostenitori diressero contro Stalin un attacco persino più virulento che nel 1956, Alexander Shelepin ripetè la stessa manipolazione dando lettura ad alta voce della lettera di Iakir con l’omissione delle parti in cui questi confermava la propria colpevolezza (Sokolov, B.V. Mikhail Tukhachevskii. Zhizn’ I Smert’ ‘Krasnogo Marshala’, Smolensk, 1999; anche all’indirizzo: http://militera.lib.ru/bio/sokolov/09.html ; Leskov, Valentin. Stalin i Zagovor Tukhachevskogo. Mosca: Veche, 2003, n. 171 p. 461. La trascrizione del discorso di Shelepin al XXII Congresso del PCUS è pubblicata sulla Pravda del 27 ottobre 1961. La citazione disonesta della lettera di Iakir da parte di Shelepin si trova a p. 10, colonne 3-4. E’ riportata inoltre nei verbali ufficiali: XXII s”ezd Kommunisticheskoi Partii Sovetskogo Soiuza. 17-31 oktiabria 1961 goda. Stenograficheskii otchiot. Mosca: Gos. Izd. Politicheskoi Literatury, 1962, 399-409.

[32] Anche Matthew Lenoe conclude che Kruscev nascose a Molotov ed altri importanti documenti. Vedi The Kirov Murder and Soviet History (L’assassinio di Kirov e la storia sovietica) (New Haven: Yale U.P. 2010) 592. Sto preparando una recensione dettagliata di questo libro estremamente fuorviante.

[33] The History of the Gulag Yale U.P. 2004, p. 287.

[34] Sono anche una delle fonti più importanti per l’ormai famoso articolo di Getty, Rittersporn and Zemskov, “Victims of the Soviet Penal System in the Prewar Years: A First Approach on the Basis of Archival Evidence,” (Vittime del sistema penale sovietico negli anni prebellici: Una prima analisi sulla base dei documenti degli archivi), AHR, ottobre 1993,1017-1049.

[35] Già da tempo gli studenti più attenti hanno messo in dubbio il valore storico di queste opere, tra cui per esempio quella di Roi Medvedev, Let History Judge (Sia la storia a giudicare), in russo K sudu istorii o Arcipelago GULAG di Alexander Solzhenitsyn.

[36] Bukharin and the Bolshevik Revolution (1973).

[37] Un articolo mio e di Vladimir Bobrov dimostra, sulla base di documenti tratti da archivi sovietici in passato segreti, che ogni singola affermazione fatta da Cohen nel capitolo conclusivo della biografia di Bukharin è falsa. Sono tutte basate su fonti del periodo krusceviano con l’aggiunta di qualche voce messa in giro negli ambienti dell’emigrazione. Vedi “V krivoi zerkale «antistalinskoi paradigvy»” in 1937. Pravosudie Stalin. Obzhalovaniiu ne podlezhit’. (Mosca: Eksmo 2010) 195-333. Una versione di questo articolo in inglese è in programma per il numero del 2010 di Cultural Logic che uscirà nel 2011. (NdT: La versione inglese ampliata, di 109 pagine, può essere scaricata dall’indirizzo http://clogic.eserver.org/2010/Furr.pdf).

[38] Il verbale del Plenum dell’ottobre 1964 in cui Kruscev fu estromesso è stato pubblicato in Istoricheskii Arkhiv 1, 1993, pp. 3-19.

[39] Doklad Khrushcheva, p. 610. Ho messo in rete un facsimile della lettera della Sedova all’indirizzo http://chss.montclair.edu/english/furr/research/sedovaltr022856.jp

Traduzione

La teoria del socialismo in un solo paese

« […] la società socialista si può affermare anche in un solo paese, anche nelle condizioni del più accanito accerchiamento imperialista, come quello che ha dovuto affrontare l’Unione Sovietica. »

Ernesto Che Guevara in La costruzione del partito

Tra tutte le teorie del marxismo, quella del socialismo in un solo paese è la più falsificata e strumentalizzata dalla borghesia e dai suoi agenti inflitrati nel movimento comunista. Fare luce sul reale contenuto di questa teoria, demolire le mistificazioni borghesi e riabilitare il vero significato di questa teoria: tale è il compito che questo scritto si pone.

1. Il socialismo in un solo paese nell’elaborazione di Lenin

Vladimir Ilich Lenin, padre del bolscevismo, viene oggi dipinto, nelle ricostruzioni “di sinistra”, come un “coerente internazionalista”, come un sostenitore della “esportazione della rivoluzione”, come un trotskista. In realtà fu proprio Lenin il primo marxista a riconoscere la possibilità di edificare il socialismo in un solo paese; infatti nel suo articolo Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, nel 1915, scrive:

« L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. »

Non è necessaria maggior chiarezza per esprimere questo concetto. Lenin prosegue:

« Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si solleverebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, spingendole ad insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici ed i loro Stati. »

In tal modo è indicato altrettanto chiaramente il compito del paese socialista nel campo internazionale. Di seguito sarà mostrato come lo stesso punto di vista, espresso però da Stalin, fu duramente contestato dal trotskismo.

Dopo l’articolo succitato, Lenin non si occupò più della questione della vittoria di un socialismo in un solo paese per diverso tempo e in molti suoi scritti, nel periodo immediatamente successivo all’Ottobre, pose l’enfasi sull’espansione della rivoluzione proletaria nell’Europa occidentale. Infatti nelle Tesi di aprile scrive:

“[…] II nostro compito immediato non è l’«instaurazione» del socialismo, ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei soviet dei deputati operai.”

Questa tendenza era comune a tutti i teorici bolscevichi in quel periodo, Stalin incluso. Tutto è perfettamente comprensibile, se è vero che edificare il socialismo è più facile nei paesi avanzati che in quelli arretrati.

Lenin però parla del compito immediato dei comunisti russi, quello che per ora (cioè subito dopo la presa di potere) è l’obbiettivo principale. Infatti in seguito modificò il suo punto di vista, aggiornandolo in base alla nuova situazione creatasi dopo la sconfitta delle insurrezioni nell’Europa occidentale.

Nei suoi ultimi scritti, Lenin affronta nuovamente il problema della vittoria del socialismo in un solo paese; in Sulla cooperazione scrive:

« In realtà, il potere dello Stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello Stato nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall’alto in basso come affare da bottegai e che ora, durante la Nep, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario e sufficiente per condurre a termine la costruzione. »

E ancora:

« I nostri avversari ci hanno detto più volte che noi intraprendiamo un’opera insensata, nel voler impiantare il socialismo in un paese che non è abbastanza colto. Ma si sono ingannati; noi abbiamo cominciato non da dove si doveva cominciare secondo la teoria (di ogni genere di pedanti), e da noi il rivolgimento politico e sociale ha preceduto il rivolgimento culturale, la rivoluzione culturale di fronte alla quale pur tuttavia oggi ci troviamo. »

In Sulla nostra Rivoluzione Lenin scrive:

“[…] è infinitamente banale il loro argomento [dei socialdemocratici. ndr.], studiato a memoria durante lo sviluppo della socialdemocrazia dell’Europa occidentale, secondo il quale noi non saremmo ancora maturi per il socialismo, e secondo il quale da noi non esisterebbero, come dicono diversi signori «scienziati» che militano nelle loro file, le premesse economiche obiettive per il socialismo. E non viene in mente a nessuno di domandarsi: ma un popolo che era davanti a una situazione rivoluzionaria; quale si era creata nella prima guerra imperialista, sotto la spinta di una situazione senza vie di uscita, non poteva forse gettarsi in una lotta che gli apriva almeno qualche speranza di conquistarsi condizioni non del tutto ordinarie per un ulteriore progresso della civiltà?

«La Russia non ha raggiunto il livello di sviluppo delle forme produttive sulla base del quale è possibile il socialismo». Tutti gli eroi della II Internazionale, compreso naturalmente Sukhanov, presentano questa tesi come oro colato. Questa tesi indiscutibile, la rimasticano continuamente e la considerano come decisiva per l’apprezzamento della nostra rivoluzione.

Ma che cosa fare se l’originalità della situazione ha innanzi tutto spinto la Russia nella guerra imperialista mondiale, nella quale erano coinvolti tutti i paesi dell’Europa occidentale che avevano una qualche influenza, e poi creato per il suo sviluppo – sulla soglia della rivoluzione che sta iniziando e in parte è già iniziata in Oriente – condizioni in cui noi potevamo attuare precisamente quella unione della «guerra dei contadini» con il movimento operaio, di cui parlava, come di una prospettiva possibile, un «marxista» come Marx, nel 1856, a proposito della Prussia?”

E ancora:

« Per creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzi tutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso il socialismo? In quali libri avete letto che simili modificazioni del corso normale della storia sono inammissibili o impossibili? »

Queste tesi di Lenin furono poi alla base dell’elaborazione della teoria del socialismo in un solo paese da parte di Stalin.

2. Stalin e la teorizzazione definitiva del socialismo in un solo paese

Dopo la morte di Lenin fu Stalin a sviluppare le sue riflessioni sulla teoria del socialismo in un solo paese. Caposaldo della teoria staliniana è il definitivo riconoscimento della possibilità di edificare la società socialista anche in un solo paese, chiaramente formulata in Principi del leninismo:

« Prima si considerava impossibile la vittoria della rivoluzione in un solo paese, perché si riteneva che per vincere la borghesia fosse necessaria l’azione comune del proletariato di tutti i paesi avanzati o almeno della maggior parte di essi. Oggi questo punto di vista non corrisponde più alla realtà. Oggi bisogna ammettere la possibilità di una tale vittoria, perché il carattere ineguale, a sbalzi, dellosviluppo dei diversi paesi capitalistici nel periodo dell’imperialismo, lo sviluppo delle catastrofiche contraddizioni interne dell’imperialismo, che generano delle guerre inevitabili, lo sviluppo del movimento rivoluzionario in tutti i paesi del mondo, tutto ciò determina non solo la possibilità, ma l’inevitabilità della vittoria del proletariato in singoli paesi. »

Tuttavia Stalin mette in rilievo anche la neccessità di continuare la lotta di classe su scala internazionale e di appoggiare la vittoria della rivoluzione proletaria in altri paesi:

“Consolidato il proprio potere e tratti dietro a sé i contadini, il proletariato del paese vittorioso può e deve edificare la società socialista. Ma significa forse che con ciò esso arriverà alla vittoria completa, definitiva del socialismo, cioè che esso può, con le forze di un solo paese, consolidare definitivamente il socialismo e garantire completamente il paese dall’intervento straniero e, quindi, dalla restaurazione? No, non significa questo. Per questo è necessaria la vittoria della rivoluzione almeno in alcuni paesi. Perciò lo sviluppo e l’appoggio della rivoluzione negli altri paesi è un compito essenziale della rivoluzione vittoriosa. Perciò la rivoluzionedel paese vittorioso deve considerarsi non come una entità sufficiente a sé stessa, ma come un ausilio, come un mezzo atto ad accelerare la vittoria del proletariato negli altri paesi.
Lenin espresse questo pensiero in due parole, dicendo che il compito della rivoluzione vittoriosa consiste nel realizzare «il massimo del realizzabile in un solo paese per sviluppare, appoggiare, svegliare, la rivoluzione in tutti i paesi» (La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky).”

Da queste righe risulta un’altro aspetto della teoria di Stalin: la continuazione della rivoluzione mondiale è necessaria non solo dal punto di vista del principio dell’internazionalismo proletario, ma anche per garantire la vittoria definitiva del socialismo nella sola URSS.

Stalin divide quindi la questione in due aspetti: l’edificazione il socialismo in un solo paese, possibile mediante gli sforzi del proletariato del paese stesso e la garanzia del paese socialista contro l’intervento straniero, realizzabile solamente con gli sforzi concordi del proletariato internazionale e con la vittoria della rivoluzione almeno in alcuni paesi.

Stalin esprime chiaramente la sua concezione in Questioni del leninismo:

« Su questo nuovo modo di formulare il problema è basata anche la nota risoluzione della XIV Conferenza del partito >>Sui compiti dell’Internazionale comunista e del Partito comunista (bolscevico) russo>>, risoluzione che esamina il problema della vittoria del socialismo in un solo paese in rapporto con la stabilizzazione del capitalismo (aprile 1925), e giudica possibile e necessaria di condurre a termine l’edificazione del socialismo colle forze del nostro paese.
Essa ha anche servito di base al mio opuscolo <>, pubblicato immediatamente dopo la Conferenza stessa, nel maggio 1925.
Circa il modo di porre la questione della vittoria del socialismo in un solo paese, in questo opuscolo si dice:

<>…<> (<>).

Circa la questione della vittoria del socialismo nel nostro paese, l’opuscolo dice:

<>…perchè <> (Ibidem).

Circa la questione della vittoria definitiva del socialismo, nell’opuscolo si dice:

<> (Ibidem).

E’ chiaro, a quanto pare. »

Da qui risulta che, una volta ottenuta la vittoria della rivoluzione proletaria in altri paesi per consolidare il socialismo nel primo paese socialista, i nuovi paesi socialisti avranno a loro volta bisogno di ottenere la vittoria definitiva del socialismo attraverso la rivoluzione proletaria in altri paesi; la stessa cosa vale per questi ultimi e così via.

In questo modo è possibile procedere fino alla rivoluzione mondiale: ecco la sintesi del socialismo in un solo paese e dell’internazionalismo proletario. Stalin precisa il suo punto di vista in La rivoluzione d’Ottobre e la tattica dei comunisti russi:

«La vittoria del socialismo in un solo paese non è fine a se stessa. La rivoluzione vittoriosa in un paese deve considerarsi non come entità a se stante, ma come un contributo, come mezzo per affrettare la vittoria del proletariato in tutti i paesi. Poiché la vittoria della rivoluzione in un solo paese, in Russia nel nostro caso, non è soltanto il risultato dello sviluppo ineguale e della disgregazione progressiva dell’imperialismo. Essa è in pari tempo l’inizio e la premessa della rivoluzione mondiale … Se è giusta la tesi che la vittoria definitiva del socialismo nel primo paese che si sia liberato è impossibile senza gli sforzi concordi del proletariato di più paesi, non è men vero che la rivoluzione mondiale si svilupperà tanto più rapidamente e profondamente quanto più sarà efficace l’aiuto del primo paese socialista alle masse operaie e lavoratrici di tutti gli altri paesi.»

Questa è la realtà della teoria leninista-staliniana del socialismo in un solo paese. Questo è ciò che i trotskisti chiamano eclettismo.

3. La falsificazione trotskista

I trotskisti, non essendo in condizione di criticare seriamente la teoria, hanno fatto di tutto per mistificarla e dipingerla come un tradimento dell’internazionalismo. Di seguito, unicamente a fine informativo, sono riprodotti alcuni esempi delle suddette mistificazioni:

« Dopo la morte di Lenin, avvenuta nel 1924, un’ondata reazionaria si impadronì del governo sovietico. Stalin diffuse la sua teoria del “socialismo in un paese solo”, in contrapposizione a tutti i principi basilari del marxismo. Questa teoria venne opposta duramente alla teoria rivoluzionaria bolscevica della “rivoluzione permanente”, secondo la quale sarebbe impossibile costruire il socialismo in uno stato isolato dal resto del mondo. » (Voce su Stalin dell’Enciclopedia “Marxista”)

« […] “Socialismo in un paese solo”, teoria con la quale si è avuta una rottura netta col marxismo. » (Voce su Bucharin dell’Enciclopedia “Marxista”)

« Il seguente articolo [Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa di Lenin, ndr.] è stato fortemente utilizzato dallo stalinismo, il quale vi ha trovato un appiglio per difendere la teoria (nella sua essenza anti-internazionalista e quindi antimarxista) del “socialismo in un paese solo”. » (Introduzione del Marxist Internet Archive a Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa di Lenin)

« I cardini di quella polemica erano rappresentati dalla critica alla “teoria del socialismo in un paese solo” e la “teoria delle due tappe”. La prima consisteva nell’affermazione secondo la quale il socialismo poteva consolidarsi in Urss a prescindere dallo sviluppo di rivoluzioni in altri paesi; […] » (Introduzione di FalceMartello a La rivoluzione permanente di L. Trotsky)

« Durante il dibattito della XV conferenza di partito Stalin afferma: ” …le tesi che hanno determinato tutta la linea della nostra rivoluzione e la sua opera di ricostruzione, le tesi che riguardano la possibilità della vittoria del socialismo in un paese solo” sì queste citazioni a detta di Stalin ad un singolo passaggio di Lenin. Ma Kamenev sostenne che quella citazione non si riferiva alla Russia. Stalin ripose inorridito ” Questo è incredibile è inaudito e si presenta come una diretta calunnia del compagno Lenin…una falsificazione di Lenin!” Prese la parola Trotskij e citò le parole di Lenin nella loro interezza:” La vittoria completa della rivoluzione socialista in un paese solo è impensabile, essa richiede la cooperazione attiva di almeno vari paesi progrediti fra i quali non si può porre LA RUSSIA!”

Insomma un uomo più furbo che abile… » (La democrazia nel partito bolscevico di Eugenio Gemmo)

« La teoria del socialismo in un paese solo, germinata dal letame della reazione contro l’ottobre, è la sola teoria che si opponga in un modo del tutto conseguente alla teoria della Rivoluzione Permanente […] La rinuncia a porre il problema in termini internazionali conduce inevitabilmente al messianismo nazionale, cioè al riconoscimento di prerogative e caratteristiche particolari di un determinato paese che potrebbe quindi assumere una funzione cui altri non saprebbero elevarsi. » (Che cos’è la rivoluzione permanente di L. Trotsky)

Questa è solo una piccola parte dei tanti esempi disponibili. Che cosa hanno in comune queste mistificazioni con la teoria del socialismo in un solo paese di Lenin e Stalin? Assolutamente nulla, eppure, putroppo, i trotskisti continuano a diffondere simili caricature.

Ovviamente i borghesi di tutti i paesi non possono lasciarsi sfuggire una così “buona” occasione per denigrare Stalin e il socialismo. Ecco alcuni esempi di come i borghesi impugnano saldamente le armi “teoriche” che il trotskismo mette a loro disposizione:

« Contro la tesi della “rivoluzione permanente”, scese in campo, dopo la morte di Lenin, Stalin, rompendo con la tradizione dei bolscevichi per cui il socialismo si sarebbe realizzato attraverso lo sforzo comune del proletariato mondiale: […] » (Voce di wikipedia sulla Rivoluzione permanente)

« Con la morte di Lenin (24 gennaio 1924) Stalin iniziò uno duro scontro con Trockji, il primo voleva imporre le sua idea di socialismo in un solo paese, il secondo avrebbe voluto continuare con le idee di Lenin. » (Biografia di Stalin su “La II Guerra Mondiale”)

« La rivoluzione secondo Trotsky avrebbe dovuto diffondersi rapidamente nei principali Paesi capitalistici e in tutto il mondo. Questa posizione, in contrasto rispetto al “marxismo classico” difeso per esempio dai menscevichi, era condivisa da Trotsky, Lenin e dai bolscevichi fino al 1924, quando Stalin, dopo la morte di Lenin, cercando di consolidare il suo controllo sempre più burocratico sul partito bolscevico ha iniziato a presentare lo slogan del Socialismo in un solo paese. » (Voce di wikipedia sul Trotskismo)

Non è necessario criticare queste falsificazioni, perchè esse vengono smentite dalle stesse formulazioni di Stalin, già citate nel paragrafo precedente.

4. Un caso particolare di falsificazione

Fin dall’inizio dei disaccordi sul socialismo in un solo paese iniziò a circolare la voce secondo cui, nella prima edizione di Principi del leninismo, quando ancora le correnti interne al partito non erano ancora ben definite, Stalin avrebbe negato la possibilità di edificare la società socialista in un solo paese, ovvero la tesi cardine della sua successiva elaborazione.

Non è una semplice diceria; lo scrive anche Trotsky in Il socialismo in un paese solo, appendice alla sua Storia della rivoluzione russa:

« Nei due anni seguenti, però, gli Epigoni furono costretti a nascondere negli archivi i programmi dell’epoca leniniana. I loro nuovi documenti, composti da frammenti tra loro rattoppati, vennero da loro definiti come programma dell’Internazionale Comunista. Laddove con Lenin nel programma “russo” si parla di rivoluzione internazionale, con gli Epigoni nel programma internazionale si parla di socialismo “russo”.

Quando e come la rottura col primo si è rivelata per la prima volta? La storica data è facile da indicare, poiché coincide con il punto di svolta nella biografia di Stalin. Nell’aprile 1924, tre mesi dopo la morte di Lenin, Stalin stava modestamente esponendo i classici punti di vista del partito. “Abbattere il potere della borghesia e stabilire il potere del proletariato in un paese”, scrisse nei suoi Problemi del leninismo [si tratta di una traduzione diversa dello stesso titolo. ndr.], “non equivale a garantire la completa vittoria del socialismo”. Il compito principale del socialismo – l’organizzazione della produzione socialista – è ancora lontano. Può questo compito essere realizzato? È possibile ottenere la vittoria del socialismo in un solo paese, senza lo sforzo combinato dei proletari di svariati paesi avanzati? No, non lo è. “Gli sforzi di un paese sono sufficienti solo ad abbattere la borghesia – questo è ciò che la storia c’insegna. Per la vittoria finale del socialismo, per l’organizzazione della produzione socialista, gli sforzi di un solo paese, specialmente un paese contadino come la Russia, non sono sufficienti – per questa sono necessari gli sforzi dei proletari di svariati paesi avanzati”. Stalin conclude la sua esposizione di questi pensieri con le parole: “Questi, in generale sono i fattori caratteristici della teoria leninista della rivoluzione proletaria”.

Nell’autunno dello stesso anno, sotto l’influenza della lotta contro il “trotskysmo”, fu improvvisamente scoperto che proprio la Russia è il paese che, a differenza degli altri, potrà costruire la società socialista facendo esclusivamente affidamento sulle proprie forze, sempre che non venga ostacolata dall’intervento straniero armato. In una nuova edizione dello stesso lavoro, Stalin scrisse: “Avendo consolidato il proprio potere, e ponendosi a capo dei contadini, il proletariato del paese vittorioso può e deve costruire la società socialista”. Può e deve! “La vittoria della rivoluzione […] almeno in svariati paesi […] è necessaria” solo per “garantire pienamente il paese contro l’intervento straniero”. La proclamazione di questa nuova concezione, che assegna al proletariato mondiale il ruolo di polizia di confine, finisce con quelle stesse parole: “Questi, in generale sono i fattori caratteristici della teoria leninista della rivoluzione proletaria”. Nel corso di un anno Stalin ha imputato a Lenin due punti di vista diametralmente opposti riguardo un problema fondamentale del socialismo.

Ad una sessione plenaria del Comitato Centrale del 1927, Trotsky disse, riguardo queste due opinioni contraddittorie di Stalin: “Si potrebbe dire che Stalin ha fatto un errore e che dopo si è corretto. Ma come potrebbe egli sbagliarsi su una questione di tale portata? Se fosse stato vero il fatto che Lenin ha esposto la teoria del socialismo in un solo paese già nel 1915 (cosa completamente falsa), se fosse stato vero che successivamente Lenin non fece altro che rafforzare e sviluppare tale punto di vista (cosa completamente falsa) – allora, potremmo chiederci, come ha fatto Stalin ad immaginarsi, durante la vita di Lenin, durante l’ultimo periodo della sua vita, quell’opinione così scorretta su questioni di tale importanza che trova espressione nella prima versione del suo libro del 1924? Pare che su tale fondamentale questione Stalin sia sempre stato un “trotskysta”, e che solo dopo il 1924 ha cessato d’esserlo. Sarebbe buona cosa se Stalin potesse mostrarci almeno una citazione dai suoi scritti anteriori al 1924 nella quale egli dice qualcosa a proposito della costruzione del socialismo in un paese solo. Egli non troverà mai tale citazione!” Tale sfida rimase senza risposta. »

Dopo la “scoperta” di Trotsky, questa tesi si è diffusa, ecco alcuni esempi:

« Stalin era abituato a fare queste giravolte, tanto più che quando cambiava idea faceva ritirare i libri in cui aveva sostenuto il contrario di quel che diceva in quel momento (e comunque nessuno si azzardava a ricordarglielo). Così nell’aprile del 1924 nelle Questioni del leninismo [errore nel testo; si tratta di Principi del leninismo. ndr.] pubblicate a puntate sulla Pravda aveva sostenuto l’impossibilità di costruire il socialismo in un paese solo, ma già nella nuova edizione dell’autunno dello stesso anno aveva sostituito quel passo con una frase che proclamava che il proletariato “può e deve” costruire il socialismo in un paese solo. » (Perchè ci serve Rosa Luxemburg)

« Ha tutt’al più importanza per la storia delle dottrine politiche, e non per la storia dei processi politici reali, rilevare che Stalin proprio nell’opuscolo del 1924 su I principi del leninismo, primo nucleo della successiva opera intitolata Questioni del leninismo, <>. In verità Stalin corresse precipitosamente le sue affermazioni, e le andò precisando in seguito con sempre maggiore chiarezza, accogliendo in toto i risultati della vigorosa critica di Bucharin (Sulla teoria della rivoluzione permanente), non appena si rese conto delle conseguenze pratiche della dottrina di Trockij. » (Eclissi del principe e crisi della storia: Apogeo e tramonto della democrazia rivoluzionaria nel XX secolo di Franco Angeli)

« Il libro nasce come polemica contro la concezione, elaborata da Stalin a partire dal 1924, del “socialismo in un solo paese”. Come si dimostra ampiamente nel testo, tale concezione non solo venne “scoperta” da un giorno all’altro da Stalin, che nell’autunno del 1924 per la prima volta la prese a cardine della sua politica in Urss, ma costituiva una rottura radicale con tutta la precedente tradizione del marxismo e in particolare con l’elaborazione di Lenin prima e dopo il 1917, elaborazione che era stata alla base della rivoluzione d’Ottobre e della fondazione dell’Internazionale comunista. » (Prefazione a La rivoluzione permanente di Claudio Bellotti)

Non è necessario soffermarsi sulle deformazioni presenti nella frase di Trotsky, quali l’omissione di alcune parti “sconvenienti” delle frasi di Stalin e le palesi bugie su Lenin.

E’ invece interessante prendere in considerazione un fatto, più o meno consapevolmente tralasciato nelle citazioni precedenti, che chiarisce la questione: Stalin stesso aveva spiegato la corretta interpretazione della sua frase e il motivo per cui essa è stata cambiata; infatti in Questioni del leninismo scrive:

« Nell’opuscolo <> (aprile 1924, 1a edizione) vi sono due formulazioni della questione della vittoria del socialismo in un solo paese. La prima formulazione suona:

<> (<>).
Questa tesi è assolutamente giusta e non ha bisogno di commenti. Essa è diretta contro la teoria dei socialdemocratici, i quali ritengono che la presa del potere da parte del proletariato di un solo paese, senza contemporanea rivoluzione vittoriosa in altri paesi, sia un’utopia.
Nell’opuscolo <> vi è però anche una seconda formulazione. Eccola:

<> (<>, prima edizione).

Questa seconda formulazione era diretta contro l’affermazione dei critici del leninismo, contro i trotskisti, i quali dichiaravano che la dittatura del proletariato in un solo paese, senza la vittoria in altri paesi, non può <>.
In questo senso,- ma solo in questo senso,- questa formulazione era allora (aprile 1924) sufficiente ed essa fu anche, senza dubbio, di una certa utilità.
Ma in seguito, allorquando la critica del leninismo su questo punto fu separata nel partito e si pose all’ordine del giorno una nuova questione, la questione della possibilità dell’edificazione della società socialista integrale colle forze del nostro paese, senza aiuto esterno, questa seconda formulazione apparve manifestamente insufficiente e, per conseguenza, errata.
In che cosa consiste l’insufficienza di questa formulazione?
La sua insufficienza consiste nel fatto che essa riunisce in una sola questione due questioni differenti, quella della possibilità di condurre a termine l’edificazione del socialismo con le forze di un solo paese, cui si deve dare una risposta affermativa, e quello di sapere se un paese, in cui esiste la dittatura del proletariato, si può considerare pienamente garantito dall’intervento e, per conseguenza, dalla restaurazione del vecchio regime, senza la vittoria della rivoluzione in una serie di altri paesi, questione, questa, a cui si deve dare una risposta negativa. E non sto a dire che la suddetta formulazione può far pensare che l’organizzazione della società socialista con le forze di un solo paese è impossibile, il che, naturalmente, è errato.
Per questa ragione ho modificato, ho rettificato quella formula nel mio opuscolo <> (dicembre 1924) scomponendo la questione in due: – questione della garanzia completa contro la restaurazione del regime borghese e questione della possibilità dell’edificazione della società socialista integrale in un solo paese. A ciò sono arrivato, in primo luogo, affermando che la <>, considerata come <>, è possibile solamente grazie <> e, in secondo luogo, proclamando, sulla base dell’opuscolo di Lenin <>, l’incontestabile verità che noi disponiamo di tutto quanto è necessario per edificare una società socialista integrale (<>). »

La nuova formulazione di cui parla Stalin sostituì quella vecchia nell’opuscolo Principi del leninismo e chiarì definitivamente la questione.

Il discorso di Stalin può sembrare mistificatorio, ma è solo un’apparenza; analizziamo ancora la frase:

<<ma abbattere il potere della borghesia e instaurare il potere del proletariato in un solo paese non vuole ancora dire assicurare la vittoria completa del socialismo. Lo scopo principale del socialismo, l’organizzazione della produzione socialista, rimane ancora da raggiungere. E’ possibile assolvere questo compito? E’ possibile ottenere la vittoria definitiva del socialismo in un solo paese, senza gli sforzi concordi dei proletari di alcuni paesi progrediti? No, non è possibile. Per rovesciare la borghesia è sufficiente lo sforzo di un solo paese: questo è quanto ci dimostra la storia della nostra rivoluzione. Per la vittoria definitiva del socialismo, per l’organizzazione della produzione socialista, gli sforzi di un solo paese, soprattutto di un paese contadino come la Russia, non sono più sufficienti; per questo sono necessari gli sforzi dei proletari di alcuni paesi avanzati>> (il grassetto e i colori sono miei. K.V.)

E’ chiaro che i due differenti aspetti della questione vengono sovrapposti ed è altrettanto chiaro che, così stando le cose, bisognava dare un risposta negativa.

5. Spiegazioni complementari di Stalin e confutazione di una “critica” “di sinistra”

Finora ci siamo occupati delle falsità e delle deformazioni operate da trotskisti e borghesi. Ora esamineremo una “critica” proveniente dalla “Sinistra comunista”; nelle Note a La discussione sul «socialismo in un paese solo» si legge:

“Del resto, in un punto ulteriore del suo discorso, Stalin stesso aveva ammesso a denti stretti, in modo ambiguo:
«Se la costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica riguarda la vittoria sulla nostra borghesia «nazionale», la vittoria definitiva [corsivo ns; nda] del socialismo riguarda, a sua volta, la vittoria sulla borghesia mondiale».
Ma è verosimile che questo distinguo fosse puramente tattico.”

Se è vero che l’affermazione di Stalin sulla vittoria definitiva del socialismo era solo “un distinguo puramente tattico”, verrebbe da chiedersi perchè, nel 1938, quando ormai l’opposizione era sconfitta, Stalin abbia ancora impostato allo stesso modo il problema nella sua celebre Lettera a Ivanov, nella quale scrive:

« Può il socialismo vincere in un paese, che è circondato da potenti paesi capitalistici, considerarsi completamente garantito dal pericolo di un’invasione armata (intervento) e, di conseguenza dal tentativo di restaurazione del capitalismo del nostro paese? Possono la nostra classe operaia e i nostri contadini con le loro forze, senza un serio aiuto della classe operaia dei paesi capitalistici, vincere la borghesia degli altri paesi, così come hanno vinto la propria borghesia? In altre parole: si può considerare la vittoria del socialismo nel nostro paese definitiva, cioè liberata del pericolo di un’aggressione militare e di tentativi di restaurazione del capitalismo, mentre la vittoria del socialismo esiste solo in un paese, mentre continua ad esistere l’accerchiamento capitalistico.
Tali sono i problemi che si ricollegano al secondo aspetto della questione della `vittoria del socialismo nel nostro paese. Il leninismo risponde a questi problemi negativamente. Il leninismo insegna che e la vittoria definitiva del socialismo nel senso di una piena garanzia contro la restaurazione dei rapporti borghesi è possibile solo su scala internazionale (vedi la nota risoluzione della 14.a conferenza del Partito Comunista dell’U.R.S.S.). Ciò significa che il serio aiuto del proletariato internazionale è quella forza senza la quale non può essere risolto il problema della vittoria definitiva del socialismo in un solo paese. Ciò non significa, naturalmente, che noialtri dobbiamo starcene con le braccia incrociate ad aspettare un aiuto dal di fuori. Al contrario, l’aiuto del proletariato internazionale deve essere congiunto col nostro lavoro per il rafforzamento dell’Esercito Rosso e della Flotta Rossa per la mobilitazione di tutto il paese per la lotta contro l’aggressione militare ai tentativi di restaurazione dei rapporti borghesi. » (il grassetto è mio. K.V.)

Più oltre Stalin precisa:

« […] questa questione contiene due problemi differenti.
a) il problema dei rapporti interni del nostro paese, cioè il problema della vittoria sulla nostra borghesia e dell’edificazione del socialismo integrale;
b) il problema dei rapporti esterni del nostro paese, cioè il problema della piena garanzia del nostro paese contro i pericoli di un intervento militare e di restaurazione.
Il primo problema è già stato da noi risolto, poiché la nostra borghesia è già liquidata e il socialismo è già edificato nell’essenziale. Questo, da noi, si chiama vittoria del socialismo o, più esattamente, vittoria dell’edificazione socialista in un solo paese. […]
Il secondo problema lo si può risolvere soltanto mediante l’unione dei seri sforzi del proletariato internazionale con gli sforzi ancora più seri di tutto il nostro popolo sovietico. Bisogna rafforzare e consolidare i legami proletari internazionali della classe operaia dell’U.R.S.S. con la classe operaia dei paesi borghesi, bisogna organizzare l’aiuto politico della classe operaia dei paesi borghesi alla classe operaia del nostro paese per il caso di un’aggressione militare, contro il nostro paese, così come bisogna organizzare ogni sorta di aiuto della classe operaia del nostro paese alla classe operaia dei paesi borghesi; bisogna rafforzare e consolidare con tutti i mezzi il nostro Esercito Rosso, la nostra Flotta Rossa, la nostra Aviazione Rossa, la nostra Società d’incoraggiamento alla difesa aero-chimica. Bisogna tenere tutto il nostro popolo in uno stato di mobilitazione perché sia pronto a fare fronte al pericolo di un’aggressione militare, perché “nessun caso” e nessuna manovra dei nostri nemici esterni ci possa cogliere alla sprovvista… » (il grassetto è mio. K.V.)

Battuta in breccia la “critica” della “Sinistra comunista”, resta da chiarire un’ultima questione inerente alla Lettera a Ivanov: Stalin mette in rilievo soprattutto la difesa dell’URSS e si occupa poco dell’internazionalismo; ciò potrebbe far pensare, nelle menti dei “sinistri”, ad un presunto “ulteriore allontanamento dalla rivoluzione internazionale”.

Questi cervellotismi non hanno ragion d’essere, per almeno due ragioni:

a) L’oggetto della riflessione di Stalin è specificamente la definizione della vittoria definitiva o meno del socialismo nell’URSS; infatti Ivanov chiede:

« Vi prego, compagno Stalin, di spiegarmi se abbiamo la vittoria definitiva del socialismo o se non l’abbiamo ancora. »

b) Nella prima citazione, Stalin rimanda alla risoluzione della 14.a conferenza del Partito Comunista dell’U.R.S.S., di cui si parla diffusamente nelle Questioni del leninismo (cfr. il paragrafo 2 di questo opuscolo).

Per concludere questa esposizione e fugare ogni dubbio, sono adatte, più di ogni mia spiegazione, le parole di Stalin in Il marxismo e la linguistica:

« Il marxismo è la scienza delle leggi di sviluppo della natura e della società, la scienza della rivoluzione delle masse oppresse e sfruttate, la scienza della vittoria del socialismo in tutti i Paesi, la scienza dell’edificazione della società comunista. »

6. Conseguenze del socialismo in un solo paese sullo Stato

Un aspetto particolare della teoria del socialismo in un solo paese è la sua influenza sulla teoria marxista dello Stato. Secondo le tesi dei classici, infatti, lo Stato dovrebbe iniziare ad estinguersi subito dopo la socializzazione dei mezzi di produzione. Ma come fare con l’accerchiamento capitalistico? Stalin dà la sua risposta nel Rapporto al XVIII Congresso del PC(b):

“Prendiamo, per esempio, la classica formula della teoria dello sviluppo dello Stato socialista, data da Engels :
«Quando non vi saranno più classi sociali che debbano essere tenute sottomesse, quando non vi sarà più il dominio di una casse su di un’altra, né la lotta per l’esistenza, che ha la sua origine nell’anarchia attuale della produzione, quando saranno eliminati i conflitti e le violenze che ne derivano, allora non vi sarà più nessuno da reprimere e da frenare, allora sparirà la necessità del potere statale che adempie oggi a questa funzione. Il primo atto col quale lo Stato agirà veramente come rappresentante di tutta la società, — la trasformazione dei mezzi di produzione in proprietà sociale, — sarà il suo ultimo, atto indipendente come Stato. L’intervento del potere statale nei rapporti sociali a poco a poco diventerà superfluo e cesserà di per se stesso. Invece del governo sulle persone, si avrà l’amministrazione sulle cose e la direzione dei processi di produzione. Lo Stato non si a abolisce ; lo Stato si estingue». (F. Engels, Anti-Duhring, pag. 202 ed. russa 1933).
E giusta questa tesi di Engels ?
Sì, è giusta, ma ad una di queste due condizioni : a) se si studia lo Stato socialista dal punto di vista del solo sviluppo interno del paese, astraendo anticipatamente dal fattore internazionale, considerando il paese e lo Stato, per comodità d’indagine, al di fuori della situazione internazionale ; oppure b) se si suppone, che il socialismo abbia già vinto in tutti i paesi o nella maggioranza dei paesi, che invece dell’accerchiamento capitalistico esista l’accerchiamento socialista, non vi sia più la minaccia di un’aggressione dall’esterno, non vi sia più bisogno di rafforzare l’esercito e lo Stato.
Ma se il socialismo ha vinto soltanto in un paese preso a parte e non è quindi affatto possibile fare astrazione dalla situazione internazionale, come fare in questo caso ? A questa domanda la formula di Engels non dà risposta. Engels, del resto, non si pone questa domanda ; per conseguenza, non può neanche darle una risposta. Engels parte dal presupposto che il socialismo abbia già vinto, più o meno contemporaneamente, in tutti i paesi o nella maggioranza dei paesi. Per conseguenza, Engels esamina qui non questo o quel concreto Stato socialista di questo o quel singolo paese, ma lo sviluppo dello Stato socialista in generale, ammettendo il fatto della vittoria del socialismo nella maggioranza dei paesi, secondo la formula: «Ammettiamo che il socialismo abbia vinto. nella maggioranza dei paesi; si domanda: quali cambiamenti deve subire in questo caso lo Stato proletario, socialista?…». Soltanto questo carattere generale e astratto del problema può spiegare perché, esaminando la questione dello Stato socialista, Engels astragga completamente da un fattore come le condizioni internazionali, la situazione internazionale.
Ma da ciò deriva che non si può estendere la formula generale di Engels sulla sorte dello Stato socialista in generale, al caso particolare e concreto della vittoria del socialismo in un solo paese, preso a parte, che è circondato da paesi capitalistici, che è esposto alla minaccia di un’aggressione armata dall’esterno ; paese che non può, per conseguenza, fare astrazione dalla situazione internazionale e deve avere a sua disposizione anche un esercito bene istruito, degli organi punitivi bene organizzati e un forte servizio di sorveglianza; paese che, per conseguenza, deve avere un proprio Stato sufficientemente forte per poter difendere le conquiste del socialismo dall’aggressione esterna. Non si può esigere dai classici del marxismo, che sono separati dal nostro tempo da un periodo di 45-55 anni, che essi prevedessero per un avvenire lontano tutti i casi possibili di zig-zag della storia in ogni paese, singolarmente preso. Sarebbe ridicolo esigere che i classici del marxismo avessero elaborato per noi delle soluzioni pronte per tutte le questioni teoriche immaginabili che sarebbero potute sorgere in ogni paese singolarmente preso, in 50-100 anni; affinché noi, posteri dei classici dei marxismo, avessimo la possibilità di rimanere tranquillamente coricati e rimasticare soluzioni bell’e pronte. Ma noi possiamo e dobbiamo esigere dai marxisti-leninisti del nostro tempo che essi non si limitino ad apprendere le singole tesi generali del marxismo, che essi penetrino la sostanza del marxismo, che essi apprendano a tener conto dell’esperienza di un ventennio di esistenza dello Stato socialista nel nostro paese, che essi apprendano, infine, appoggiandosi a questa esperienza e partendo dalla sostanza del marxismo, a concretizzare singole tesi generali del marxismo, a precisarle e a perfezionarle.”

Quindi lo Stato, nelle condizioni del socialismo in un solo paese è necessario per difendere la società socialista dall’accerchiamento capitalistico; perciò deve essere rafforzato fino al termine di questo accerchiamento.

Stalin precisa la sua concezione in Il marxismo e la linguistica:

« Engels nel suo Antidühring ha detto che, dopo la vittoria della rivoluzione socialista, lo Stato deve scomparire. Su questa base, dopo la vittoria socialista nel nostro Paese, i dogmatici e i talmudisti del nostro partito cominciarono a chiedere che il partito prendesse delle misure per la più sollecita scomparsa del nostro Stato, per la dissoluzione degli organi dello Stato, per rinunziare all’esercito regolare.

Tuttavia, i marxisti sovietici, sulla base dello studio della situazione mondiale nei nostri tempi, sono giunti alla conclusione che, fino a che dura l’accerchiamento capitalistico, quando la vittoria della rivoluzione socialista ha avuto luogo in un solo Paese, mentre in tutti gli altri Paesi domina il capitalismo, il Paese della rivoluzione vittoriosa non deve indebolire, ma invece rafforzare in ogni modo il suo Stato, gli organi dello Stato, gli organi della vigilanza, l’esercito, a meno che questo paese non voglia essere travolto dall’accerchiamento capitalistico. I marxisti russi sono giunti alla conclusione che la formula di Engels considerava la vittoria del socialismo in tutti i Paesi, o nella maggior parte di essi, che essa è inapplicabile nel caso in cui il socialismo si affermi in un solo Paese, preso singolarmente, mentre in tutti gli altri Paesi domina il capitalismo.
Come si vece, abbiamo qui due diverse formule circa la questione della sorge di uno Stato socialista, che si escludono l’una con l’altra.
I dogmatici e i talmudisti possono dire che questa circostanza crea una situazione intollerabile, che una di queste formule deve essere respinta come assolutamente erronea, mentre l’altra, in quanto assolutamente giusta, deve essere applicata a tutti i periodi di sviluppo dello Stato socialista. I marxisti, tuttavia, non possono non sapere che i dogmatici e i talmudisti si sbagliano, perché entrambe queste formule sono giuste, ma non in senso assoluto, bensì ciascuna per la sua epoca; la formula dei marxisti sovietici, per il periodo della vittoria del socialismo in uno o più Paesi, e la formula di Engels, per il periodo in cui la successiva vittoria del socialismo in singoli Paesi condurrà alla vittoria del socialismo nella maggioranza dei Paesi, e quando verranno così a crearsi le condizioni necessarie per l’applicazione della formula di Engels. »

Sono così battute in breccia le possibile “obiezioni” di stampo dogmatico. Non sono necessarie ulteriori precisazioni, se non un breve accenno ad altre possibili “obiezioni” dogmatiche alla teoria del socialismo in un solo paese; Stalin scrive nella sua Lettera al compagno Iermakovski:

“La risposta negativa di Engels alla domanda : « Questa rivoluzione potrà verificarsi soltanto in un singolo paese? », rispecchia interamente l’epoca del capitalismo premonopolistico, l’epoca preimperialista, in cui non esistevano ancora le condizioni per lo sviluppo ineguale, a salti, dei paesi capitalistici, e in cui, quindi, non esistevano le premesse concrete della vittoria della rivoluzione proletaria in un solo paese (la possibilità della vittoria di questa rivoluzione in un solo paese scaturisce, com’è noto, dalla legge dello sviluppo ineguale dei paesi capitalistici nel periodo imperialistico). La legge dello sviluppo ineguale dei paesi capitalistici e la relativa tesi della possibilità della vittoria della rivoluzione proletaria in un solo paese furono enunciate e potevano essere enunciate da Lenin solo nel periodo dell’imperialismo. Così si spiega, fra l’altro, che il leninismo è il marxismo dell’epoca dell’imperialismo, che esso rappresenta l’ulteriore sviluppo dei marxismo, il quale si è formato nell’epoca preimperialistica. Engels, con tutto il suo genio, non poteva vedere quello che ancora non esisteva nel periodo del capitalismo premonopolistico, negli anni successivi al 1840, quando scriveva i suoi Princìpi del comunismo, e che sorse solo in seguito, nel periodo del capitalismo monopolistico. D’altra parte, Lenin, marxista geniale, non poteva non vedere quello che già era sorto dopo la morte di Engels, nel periodo dell’imperialismo. La differenza fra Lenin ed Engels è la differenza che esiste fra i due periodi storici che li separano.
Non si può neppure dire che « la teoria di Trotski si identifica con la dottrina di Engels ». Engels aveva ragione di dare una risposta negativa alla diciannovesima domanda (vedi i suoi Princìpi del comunismo) nel periodo del capitalismo premonopolistico, nel decennio 1840-1850, in cui non si poteva neppure parlare della legge dello sviluppo ineguale dei paesi capitalisti. Trotski, al contrario, non ha nessun motivo di ripetere nel XX secolo la vecchia risposta di Engels, presa da un’epoca già superata, e applicarla meccanicamente alla nuova epoca imperialistica, in cui la legge dello sviluppo ineguale è diventata un fatto generalmente noto. Engels basa la sua risposta sull’analisi del capitalismo premonopolistico a lui contemporaneo. Trotski invece non analizza, ma fa astrazione dall’epoca contemporanea, dimentica che egli non vive nel decennio 1840-1850, ma nel XX secolo, nell’epoca dell’imperialismo, e ingegnosamente appiccica il naso di un Ivan Ivanovic del decennio 1840-1850 sopra il mento di un Ivan Nikiforovic [Protagonisti del racconto di Gogol, Come litigarono Ivan Ivanovic e Ivan Nikiforovic. ndr.] dei primi del XX secolo, pensando evidentemene di poterla fare così in barba alla storia. Non penso che questi due metodi diametralmente opposti permettano di parlare dell’« identità della teoria di Trotski con la dottrina di Engels ».”

Così sono confutati anche i possibili “argomenti” che fanno astrazione dalle mutate condizioni del capitalismo.

7. Fallimento?

Non possiamo ignorare le affermazioni, tenutesi in certi luoghi, secondo cui il socialismo in un solo paese sarebbe una teoria fallimentare. Ecco un esempio di tali tesi:

« Lo stalinismo ebbe la pretesa, rivelatasi fallimentare, di instaurare il “socialismo in un solo paese” senza il sostegno, giudicato invece indispensabile da Lenin, del proletariato internazionale. » (Lenin e Stalin)

« La teoria del socialismo in un paese solo- non solo è stata sconfitta dalla storia- è la sola che si opponga in modo del tutto conseguente alla teoria della rivoluzione permanente, dunque al socialismo internazionale e al marxismo rivoluzionario. » (L’attualità della rivoluzione permanente di Eugenio Gemmo)

Tralasciando le deformazioni teoriche di stampo trotskista, che sono già state confutate (cfr. il paragrafo 3 di questo opuscolo), qui viene smascherato l’astrattismo dei trotskisti.

Stalin, essendo marxista e dovendo tenere conto dei fatti concreti, nella Lettera a Ivanov scrive:

« Lenin insegna che “noi abbiamo tutto ciò che è necessario per l’edificazione di una compiuta società socialista”. Noi possiamo e dobbiamo dunque, con le nostre proprie forze, vincere la nostra borghesia e costruire la società socialista. Trotzki, Zinoviev, Kamenev e simili messeri, divenuti in seguito spie e agenti del fascismo, negavano la possibilità di edificare il socialismo nel nostro paese senza che prima la rivoluzione socialista avesse vinto negli altri paesi, nei paesi capitalistici. Questi messeri, in sostanza, volevano riportare il nostro paese indietro sulla via dello sviluppo borghese, coprendo la loro apostasia con falsi argomenti sulla “vittoria della rivoluzione” negli altri paesi. E’ proprio su questo punto che si è svolta la discussione nel nostro partito con questi signori. L’ulteriore andamento dello sviluppo del nostro paese ha mostrato che il Partito aveva ragione, e che Trotzki e compagnia
avevano torto.
Infatti, nel frattempo siamo riusciti a liquidare la nostra borghesia, a stabilire una fraterna collaborazione con i contadini ed a costruire, nell’essenziale, la società socialista, sebbene la rivoluzione socialista non abbia vinto negli altri paesi. »

Per ogni marxista-leninista che si rispetti, il socialismo in un solo paese è una realtà, un fenomeno concretamente possibile.

Con lo stesso punto di vista possiamo rispondere ad un’altra questione scottante: è possibile oggi, quando si parla addiritura di “scomparsa dell’autorità dei singoli Stati”, edificare il socialismo in un solo paese?

Meglio di qualunque spiegazione teorica, è la pratica stessa a rispondere: oggi il socialismo in un singoli paesi esiste, in Corea del Nord e a Cuba ad esempio; la legge dell’ineguale sviluppo continua ad essere in vigore; l’imperialismo esiste ancora, così come esistono pochi paesi “civili” che opprimono e sfruttano la maggioranza del cosidetto “Sud del mondo”.

Come ci insegna Lenin in Stato e rivoluzione:

« La verità è sempre concreta. »

Concludendo questa esposizione, vale la pena di citare le parole di Stalin, tratte dall’articolo Sul progetto di Costituzione dell’U.R.S.S., per rispondere a chi vuole, come i poltici tedeschi di cui parla Stalin, negare l’evidenza:

« Questi sono i fatti. E i fatti, come si dice, sono testardi. I signori dell’organo ufficioso tedesco possono dire: tanto peggio per i fatti. Ma allora si può loro rispondere con le parole del noto proverbio russo: “Per gli imbecilli, non v’è legge che valga”. »

Fonte: http://zoriipopullit.blogfree.net/?t=3670681