LA CONTRAFFAZIONE DEL “TESTAMENTO DI LENIN”

La Lettera al Congresso, conosciuta sotto il nome di “Testamento” fu dettata da Lenin dal 23 al 26 dicembre 1922 e il “supplemento alla lettera del 24 dicembre 1922” il 4 gennaio 1923. Ne fu data lettura ai delegati del XIII Congresso che si tenne dal 23 al 31 maggio 1924. Il congresso decise all’unanimità di non pubblicarla, considerando che, essendo rivolta al congresso, non ne era stata prevista la pubblicazione sulla stampa.
Per decisione del CC del PCUS, queste lettere di Lenin furono portate a conoscenza dei delegati del XX Congresso del PCUS e poi delle organizzazioni del partito.

Dalla “Lettera al Congresso”:

I. “Il Compagno Stalin, divenuto Segretario Generale, ha concentrato nelle sue mani un’autorità illimitata, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza. D’altro canto, il compagno Trotsky, come ha già dimostrato la sua lotta contro il CC nella questione del Commissariato del Popolo per le Comunicazioni, si distingue non solo per le sue eminenti capacità. Personalmente egli è forse il più capace tra gli uomini nell’attuale CC, ma ha un’eccessiva sicurezza di sé e una tendenza eccessiva a considerare il lato puramente amministrativo del lavoro”. 25 dicembre 1922 Registrato da M. V. (V. I. Lenin, Opere, Vol. 36, Mosca, 1971, pp. 594- 595).

II. “Stalin è troppo rude, e questo difetto, del tutto tollerabile nell’ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile in un Segretario generale. Perciò io suggerisco ai compagni di pensare alla maniera di rimuovere Stalin da questo incarico e di nominare al suo posto un altro uomo che a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin nel presentare solo vantaggio, quello cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza può apparire come un dettaglio trascurabile. Ma io penso che dal punto di vista delle misure di sicurezza contro una scissione e dal punto di vista di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotsky non è un dettaglio, ovvero è un dettaglio che può avere un’importanza decisiva”. Registrato da L. F. 4 gennaio 1923 (op. cit. p. 596).

Queste lettere del cosiddetto testamento non appartengono a Lenin

Tra i miti che sono legati alla vita e all’opera di V. I. Lenin, il più subdolo, raffinato e al tempo stesso il più distruttivo nelle sue conseguenze politiche ed ideologiche è il mito del cosiddetto “Testamento Politico” di V. I. Lenin, che raccoglie un certo numero di documenti, conosciuti anche come “Ultimi articoli e lettere”. Il problema scientifico che ci troviamo di fronte consiste nell’accertare che ciascuno di questi documenti sia effettivamente opera di V. I. Lenin.
Quindi l’esame di tutti questi documenti è una questione di verifica. Queste lettere sono dattilografate. V. I. Lenin non ha firmato nessuno di questi documenti o lettere, ed essi non possono essere verificati come tali.
Queste lettere del cosiddetto testamento non appartengono a Lenin Tra i miti che sono legati alla vita e all’opera di V. I. Lenin, il più subdolo, raffinato e al tempo stesso il più distruttivo nelle sue conseguenze politiche ed ideologiche è il mito del cosiddetto “Testamento Politico” di V. I. Lenin, che raccoglie un certo numero di documenti, conosciuti anche come “Ultimi articoli e lettere”. Il problema scientifico che ci troviamo di fronte consiste nell’accertare che ciascuno di questi documenti sia effettivamente opera di V. I. Lenin.
Quindi l’esame di tutti questi documenti è una questione di verifica. Queste lettere sono dattilografate. V. I. Lenin non ha firmato nessuno di questi documenti o lettere, ed essi non possono essere verificati come tali. La firma otto il testo battuto a macchina è “AM. V.” o “L.F.” Queste iniziali non possono sostituire un documento autografo o una copia firmata da Lenin. E’ un fatto che la paternità di Lenin riguardo questi documenti, resa pubblica fin dall’inizio, malauguratamente non è mai stata messa in dubbio. Vi è stato il riconoscimento del fatto che essi sono stati scritti da V. I. Lenin. Ciò è stato accettato persino dallo stesso Stalin. Questa situazione, ovviamente, ha dato un considerevole aiuto ai revisionisti che erano ancora nella direzione del PCUS dopo la morte di Lenin. La storia dimostra che questi “documenti” sono diventati parte di un “intrigo”.
Tuttavia, un’analisi scientifica esige che tali documenti siano esaminati dal punto di vista storico. Le analisi storiche non devono essere concepite per mostrare o provare che questo o quel documento non appartengono a V. I. Lenin. Piuttosto l’onere della prova deve pesare nell’altro senso: l’analisi deve provare che queste lettere appartengono effettivamente all’insieme delle opere che ricadono sotto la paternità di V. I. Lenin.
Parlando concretamente, nell’analisi del cosiddetto “Testamento” si applica la seguente logica: voi potete dividere i documenti in due parti:
1. Quelli in cui la paternità di Lenin è dimostrata completamente e senza alcun problema attraverso metodi differenti
2. Quelli in cui la paternità di Lenin non può essere provata tramite alcun mezzo scientifico.
A questo proposito dobbiamo dichiarare con forza che in nessuno dei testi di Lenin inconfutabilmente riconosciuti, e nella loro forma originale, è presente alcun pensiero o un’espressione contro Stalin. Tuttavia, in questa parte del controverso “Testamento” di V. I. Lenin (vale a dire ciò che noi riteniamo non appartenere alla mano di Lenin) avviene esattamente l’opposto: essa è piena di anti stalinismo ed è politicamente motivata a questo fine.

Il Testamento

In realtà, la parte del “Testamento” di Lenin è basata sui seguenti articoli:
* Le “Pagine degli appuntamenti dal suo diario quotidiano “
* “Come dobbiamo riorganizzare Rabkrin?”
* “Meglio meno, ma meglio”
* “Sulla nostra Rivoluzione”.
Questi articoli sono stati resi pubblici e pubblicati dall’inizio di gennaio fino ai primi di marzo del 1923. Inoltre la sua dettatura della “Lettera al Congresso” è stata effettuata tra il 26 e il 29 dicembre del 1922, e tratta della riorganizzazione del Comitato Centrale e del livello delle ispezioni degli operai e dei contadini e dei compiti del Gosplan.
Infine, un articolo: “Sulla Cooperazione”, è datato 4- 6 gennaio 1923.
Non tutti questi documenti sono firmati da Lenin. Ma il testo, il lavoro compiuto su di essi (o sulle loro singole fasi) sono fissati in differenti documenti dalla segreteria di Lenin, durante l’attività svolta su di essi. Le date sono anche fissate nei documenti del Politburo. Tutto ciò conferma la loro autenticità. In altre parole, e questa è un’affermazione facile da verificare, ciò significa che quando V. I. Lenin lavorava su questi documenti, o dopo che essi sono stati terminati, egli era sempre in grado di sorvegliare il loro completamento. In definitiva, questi documenti concordano in parecchi punti, e sono confermati dai documenti che V. I. Lenin ha ricevuto dopo il loro perfezionamento da parte della segreteria. Lenin li ha ricevuti per dare la sua approvazione finale, oppure li ha usati come riferimento, quando la discussione era ancora in corso all’interno del Comitato Centrale del partito. Questi documenti interni non sono contraddittori tra loro, né mostrano degli atteggiamenti antagonistici all’interno della direzione. In questi documenti ci sono delle idee sviluppate, ma nessuna distinzione principale dagli scopi di altri documenti. Infine, essi non sono in contrasto con altre raccomandazioni fatte da V. I. Lenin. Si può dire che c’è coerenza in seno e tra questi documenti.

Attacco contro Stalin

Il secondo gruppo di documenti – in cui “le parti che non sono di Lenin” possono essere rintracciate nel “Testamento di Lenin”, presenta assolutamente un altro tipo di problemi. Questi problemi possono essere riassunti come segue:
1. Noi vediamo una nota caratteristica, che si legge come “dettata da V. I. Lenin”. Questo accade il 24-25 dicembre 1922 e il 4 gennaio 1923. E’ qui che noi troviamo la base per un attacco contro G. V. Stalin. Stalin era sicuramente, in effetti, il luogotenente di V. I. Lenin ed un leader del partito. 2. Si sostiene la presunzione che esiste una lettera politica, “dettata” il 5-6 marzo 1923 (a Trotsky, Mdivani, Makharadze) con una dichiarazione di solidarietà con loro.
3. Si suppone la lettera-articolo indirizzata a Stalin con una “minaccia di interrompere i rapporti personali” tra Lenin e Stalin. Tutto ciò ci mostra che Lenin stesso non era l’autore, e che non vi è alcun testimone esterno del fatto che Lenin scrisse questa lettera! Nondimeno il lettore può chiedere: da dove otteniamo questa informazione su questo documento? La nostra analisi è confermata:
1. Dal cosiddetto “Diario quotidiano delle segretarie” di V. I. Lenin;
2. Dalle persone che hanno consegnato questi documenti al Plenum del Comitato Centrale del PCUS.
Esaminiamo questi due punti in dettaglio.
“Il Diario” della Segreteria è il più rilevante e, finora, questo documento non è mai stato messo in discussione. Tuttavia esso non è mai stato esaminato in dettaglio dal punto di vista scientifico e storico. In realtà era inutile fare ciò, poiché oggi è noto ed accettato che questo “Diario” dopo il 18 dicembre 1922 non è più considerato come un documento del lavoro quotidiano della Segreteria di Lenin. Ciò perché esso è il lavoro di nuovi autori, allo scopo di assicurare dei cambiamenti da effettuare, laddove possibile, su dati temi teorici e politici, da parte di artefici che a quel tempo erano ben nascosti.
Realisticamente parlando esso è un documento inventato, falso.
Giudicate voi stessi. L’inizio della malattia di Lenin, il 18-19 dicembre 1922, ha visto Lenin dover di fatto smettere di occuparsi della fase centrale del suo lavoro. Sfortunatamente, durante questo periodo la sua Segreteria ha praticamente cessato di funzionare, ed i diari quotidiani non sono registrati. I progetti sono rimandati. Ma quando questi “Diari” vengono di nuovo redatti, noi troviamo delle “versioni” completamente nuove rispetto a ciò che si è supposto Lenin abbia dettato. Nei “Diari” ci sono intere pagine vuote, le annotazioni vi sono collocate solo irregolarmente. Tra le pagine dove c’è qualche annotazione, durante questo periodo ci sono delle pagine vuote. Ciò ha in effetti dato ai promotori del “Testamento” l’opportunità di riempire le pagine che erano vuote.

Miracoli cronologici
Questo è confermato dai successivi periodi di tempo o dall’analisi cronologica, che proverà a dimostrare che L. A. Fotieva (una delle segretarie che redigevano i “Diari”) avrebbe dovuto fare un’annotazione per il 28 dicembre 1922 e per i giorni 4-9-19-24 gennaio 1923. M. V. Volodicheva da parte sua promise di riempire queste date per il 26 dicembre ed il 17 marzo. Ma questo non è tutto, qualcos’altro “appare” nel calendario del “Diario”, o nella Segreteria, ad opera di Fotieva e Volodicheva. Ne risulta una buffa sequenza di date. Dopo il 30 gennaio c’è un’annotazione, segnata il 26 gennaio, quindi di nuovo un’annotazione il 30 gennaio. Sembra che l’annotazione del 24 non sia peggiore dell’annotazione del 30.
L’annotazione finale, in terza battuta, è anch’essa del 30 gennaio 1922.
Le annotazioni di febbraio sono difettose come quelle di gennaio: il 10 febbraio, le segretarie scrivono nel “Diario” un’annotazione sulla mattina del 7; dopo ciò sulla mattina del 9; segue un’annotazione per la sera del 7, poi un’annotazione per la mattina del 9 e quindi per la serata del 7. Ma nella mattina del 9 esse spariscono per riapparire di nuovo per la seconda volta in febbraio. La fine di questo balletto nelle annotazioni del “Diario” sopraggiunge il 9 febbraio.
Ciò dimostra dunque in breve che tutte queste date sono state manipolate, e che davanti a noi non c’è il documento che questi nemici tentano di presentarci come l’originale. Delle analisi scientifiche sugli scritti del “Diario” quotidiano ci mostrano che, da dopo il 18 dicembre, la moglie di Stalin, N. S. Allieueva, non scriveva su questo “Diario”, in quanto facente parte della segreteria di V. I. Lenin, sebbene essa abbia continuato a lavorare nella Segreteria con altre funzioni.
Nel “Diario”, appaiono dunque degli inserimenti, alle pagine del 23-24 dicembre e del 17 e 30 gennaio. Questo mostra che ci sono delle aggiunte inserite dopo che il “Diario” è stato compilato. Tutti questi “stili ineguali” inseriti nel “Diario” si spiegano sulla base del fatto che il lavoro su di esso non era stato completato. Qualcosa sembra aver impedito l’ulteriore falsificazione di questo “Diario” così come era stato deliberatamente deciso. A parte il “Diario” delle segretarie, esistono note scritte quotidianamente dei dottori che si occupavano di V. I. Lenin. Tra i “diari” delle segretarie ed i documenti scritti dai dottori, troviamo molte differenze riguardo ai dettagli, alle date e ad altre annotazioni.
Ad esempio, le segretarie nel “Diario” mantengono il silenzio circa il lavoro di V. I. Lenin, mentre i medici ne hanno scritto: il 25, 29, 31 dicembre, il 1-4, 10, 13, 16-27 gennaio, quindi il 18-20, il 25-27 febbraio, ed infine il 2 e 3 marzo. Ciò ammonta a 20 giorni di differenza tra le annotazioni dei dottori e la totale mancanza d’annotazioni da parte delle segretarie. Vi è anche un esempio nella direzione opposta, allorché V.I. Lenin non ha lavorato con le segretarie, mentre invece le segretarie ci dicono che avevano ricevuto delle dettature da parte di V. I. Lenin il 24-26 gennaio, e il 3,9,10,12,14 febbraio. Si tratta di una discordanza di ulteriori otto giorni con le altre annotazioni dei dottori. Immaginate un “diario”, che è una documentazione quotidiana degli eventi, in cui 28 giorni su 72 non coincidono o sono completamente l’opposto (rispetto ad altre fonti, N.d.T.)!
E’ molto interessante notare cosa accadeva durante queste “date discutibili”, in cui il lavoro è stato presumibilmente svolto dalle segretarie. E’ in questo periodo che compare l’informazione sul testamento di Lenin e la sua critica contro G. V. Stalin, rispetto alla questione della costruzione di uno stato nazionale; evento che ha tutti gli elementi essenziali di una “bomba” messa lì apposta per Stalin.
Ne segue, che è proprio questa informazione, “inserita” nel “Diario”, a diventare la base presunta della tesi della paternità di Lenin di tale “articolo”, di e delle lettere del 5-6 marzo 1923.

Il lavoro di Trotsky
La situazione non può essere sanata dalle diverse memorie di Trotsky o delle segretarie di V. I. Lenin, Fotieva, Volodicheva, Glyasser. Tutte queste memorie cercano di dare autorità e credito al fatto che questi documenti sono stati effettivamente scritti da V. I. Lenin. Tutti costoro cercano di dimostrare “le basi storiche ed attuali” di questi documenti.
Ma il confronto tra questi stessi documenti secondari mostra chiaramente così tante serie contraddizioni con i documenti e gli scritti dei dottori, e discrepanze tra loro stessi, che quanto da loro riportato non può essere accettato come veritiero; e non può dunque aiutare a stabilire la paternità di V. I. Lenin nei confronti di questi documenti e testi. Se la semplice logica non basta a convincerci non ci resta che credere alle loro parole. Ma questo può far piacere solo a chi vuol essere imbrogliato.
La storia della pubblicazione di questi documenti e la loro utilizzazione nelle lotte politiche non ha niente a che vedere con quanto scritto nell’ultimo testamento, consegnato da V. I. Lenin al partito tramite il vertice del CC del partito, il Politburo ed i suoi compagni di lotta più vicini.
In primo luogo, un tale appello segreto non era nello spirito di V. I. Lenin, esso non appartiene al suo metodo politico di lavoro.
In secondo luogo, questi documenti scritti non sono stati dettati in circostanze normali, poiché V. I. Lenin ha avuto ampia opportunità di fare apertamente appello al partito con qualunque suggerimento egli ha considerato opportuno e necessario. Non vi era alcun “regime carcerario” ipoteticamente instaurato da Stalin mentre V. I. Lenin era vivo. La presenza nel CC del PCUS e nel Politburo di differenti gruppi politici, e la lotta tra di loro, assicura la sconfitta di qualsiasi tentativo di nascondere i documenti di Lenin.
In terzo luogo, sarebbe stato illogico rimandare qualsiasi decisione su non importa quali questioni, dalle quali dipendeva la vita del partito o il futuro della rivoluzione, a qualche decisione futura, ad un Congresso del partito. Non era certo quando, dopo la presumibile scomparsa di V. I. Lenin, si sarebbe tenuta una riunione posposta, poiché non era tra l’altro certo quando Lenin, ammalato in modo critico, sarebbe morto.
Tutti questi esempi dimostrano che i documenti non erano autentici. Ma vogliamo riflettere su chi erano gli autori del “Testamento”? Chi poteva trarre profitto da esso? Gli autori di questa leggenda del “Testamento di Lenin” sono Trotsky, Fotieva, Zinoviev, Bukharin. Essi “hanno inserito” questi testi nell’arena politica assai prima della morte reale di V. I. Lenin. Essi hanno atteso finché Lenin non fosse più capace di scrivere, dettare o leggere i materiali, hanno redatto questi documenti come un metodo politico di lotta contro G. V. Stalin. Trotsky, con l’aiuto di una delle segretarie, la Fotieva, ha composto il cosiddetto articolo “Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione” . Mentre hanno fatto questo, essi hanno apertamente dichiarato di non aver ricevuto alcuna direttiva, ma di essersi basati sulla richiesta di V. I. Lenin e di non aver saputo quando questa è stata fatta.
Ma la manovra da parte di questi elementi non ebbe successo, perchè lo stato dell’URSS fu proclamato al XII Congresso del partito. In questo Congresso essi tentarono, basandosi sul “testo di Lenin”, di smembrare l’URSS che era stata appena adottata dal Congresso.
Malgrado i loro sforzi, questi elementi non sono stati capaci di dissolvere l’URSS appena formata. La battaglia contro di essi è stata condotta da G. V. Stalin. E’ proprio durante questo periodo del dibattito sull’URSS che “l’articolo” apparentemente scritto da V. I. Lenin è stato distribuito da Trotsky ed è stato consegnato alla Segreteria di V. I. Lenin per essere registrato nel “Diario”!
Dopo il Congresso, l’intensa lotta di Trotsky contro G. V. Stalin entrò in una nuova fase. Alla fine del maggio 1923, Krupskaya (la moglie di Lenin, N.d.T.) dà a Zinoviev il testo di un “materiale dettato” del 24-25 dicembre 1922 – che costituisce una parte delle “caratteristiche delle persone nel CC”. Essa non lo consegna alla Segreteria del CC, come avrebbe dovuto fare, non nelle mani del Politburo, ma solamente ad uno dei suoi membri, che aspirava a guidare il paese.
Inoltre, Zinoviev era molto amareggiato ed invidioso per la crescita di autorità e prestigio di G. V. Stalin. Zinoviev quindi informa i membri ed i candidati membri del Politburo ed il Presidium della Commissione Centrale di Controllo. Circa il desiderio apparentemente espresso di V. I. Lenin riguardante questo materiale dettato, ossia che tale lettera era per il Congresso, Krupskaya non ne fece neppure cenno, né la consegnò in tempo utile per il Congresso. Eppure ella disse che “questo documento dovrebbe essere consegnato solo al Comitato Centrale”. La leggenda su questa lettera riappare frequentemente ed ha avuto serie ripercussioni. Questa lettera nacque durante le lotte interne in seno al partito. Due mesi più tardi Zinoviev e Bukharin informarono G. V. Stalin, Segretario Generale del PCUS, eletto dall’ultimo Congresso, sull’esistenza di questa “lettera” (ossia la “lettera dettata” il 4 gennaio 1923). Questo avveniva durante le manovre di Zinoviev e Bukharin finalizzate a mettere il lavoro di G. V. Stalin sotto la direzione di un partito che era sotto il loro controllo, assieme a Trotsky.
Essi hanno cercato di utilizzare l’autorità di V. I. Lenin.
Queste cosiddette “lettere dettate” sono diventate il mezzo per spogliare Stalin della sua autorità, poiché essi stessi non avevano sufficiente autorità personale per sostituire G. V. Stalin. I nemici interni avevano riunito le loro forze per sfidare Stalin, basandosi solamente sulle presunte “lettere dettate” di V. I. Lenin.

Il meccanismo della falsificazione
La storia di questi documenti e della loro pubblicazione, non fornisce alcun esempio concreto circa la paternità di V. I. Lenin di questi documenti. Anche lo stile con il quale essi sono composti, ed altre particolarità, costituiscono argomentazioni contro questa paternità. Il contenuto e le “caratteristiche”, come per premeditazione, si sono “offuscati” col tempo. Offuscati, a tal punto, che gli argomenti sul loro contenuto, costituiscono ancora oggi oggetto di discussione.
Ad esempio, la prima risposta, da parte di Tomsky, fu questa: “Nessuno qui, tra le grandi masse, ne capirà il significato”.
Nel testo noi non possiamo trovare alcuna evidenza che dimostra che esso sia stato composto e dettato da V. I. Lenin. Eppure c’è qualche luce nelle torbide acque di questo testo. Tra tutte le falsità e gli incomprensibili pensieri che l’autore di questo testo ha cercato di comunicare, non si può dubitare su quanto egli ha voluto dire: sbarazzatevi di G.V. Stalin come Segretario Generale del Comitato Centrale. La medesima cosa si può dire per le lettere del 5-6 marzo. Non c’è alcuna firma di V. I. Lenin, né c’è alcuna registrazione di questa lettera negli schedari della Segreteria. Ciò può essere spiegato. Dobbiamo capire per quale motivo queste “lettere” non sono state utilizzate da Trotsky, Mdivani ed altri, al XII Congresso del partito, nella lotta contro G. V. Stalin sulla questione della costruzione dello stato nazionale.
La lotta era feroce ed i nemici hanno cercato di utilizzare per intero l’autorità di V. I. Lenin e i documenti. Ma questi documenti sono stati “dati al mondo” in modo completo molto più tardi. Trotsky cominciò ad utilizzare questi documenti solamente nell’autunno del 1923. Queste lettere sono state rese pubbliche solamente dopo il fallito tentativo di sbarazzarsi di Stalin come Segretario Generale. Trotsky cercò di promuovere l’idea che vi era un blocco di comprensione e cooperazione tra lui e V. I. Lenin contro G. V. Stalin. L’abuso, sia politico che psicologico, andava avanti a piena velocità. Ma Stalin resistette a questo attacco.

Nemici dell’URSS contro Lenin e Stalin
La questione della presunta lettera di Lenin a Stalin in cui egli si dice pronto a interrompere i rapporti personali con lui richiede uno studio maggiore. Dobbiamo precisare qui che tutta la storia delle lettere dettate e della loro presunta consegna a G. V. Stalin è molto oscura e contraddittoria. Lasciamo che il lettore faccia le sue considerazioni.
Per questo noi ci riferiremo al testo seguente: M. I. Ulyanova e M. V. Volodicheva (in V. I. Lenin, Opere Complete, vol. 45, p. 486; Izvestia CC PCUS, 1989, N. 12, p.198-9). Volodicheva ha dichiarato che essa stessa ha scritto la lettera dettata. Ma, in qualche modo, questo documento è in due copie differenti, presenta due versioni diverse; una è stata scritta e firmata da V. I. Lenin, l’altra come se fosse della Volodicheva, dall’inizio alla fine porta dei cambiamenti che la rendono irriconoscibile. Com’è possibile che anche questa seconda versione sia firmata? Perché vi sono due risposte da parte di Stalin? Perché G. V. Stalin scriverebbe due versioni di una lettera a V. I. Lenin sulla questione della presunta critica di Lenin contro Stalin? E perché neppure una di queste risposte di G. V. Stalin arrivò mai nelle mani di V. I. Lenin? Il periodo di tempo tra la risposta di Stalin (il 7 marzo) e l’inabilità fisica alle normali funzioni di V. I. Lenin (il 10 marzo), avrebbe permesso tempo sufficiente per consegnare una risposta da un ufficio ad un altro. L’articolo sulla questione della nazionalità è incredibile, su parecchi punti. Non solo la situazione politica a quel tempo era completamente inattesa da V. I. Lenin; non è possibile attribuire la russofobia a V. I. Lenin; ma è impossibile riconoscere Lenin anche dalla stessa formulazione di questo articolo. Un esempio: “Ho già scritto nei miei lavori circa la questione nazionale”. Ed ancora: l’autore suggerisce di attendere, fino a quando non ci saremo impadroniti dell’apparato di governo. Lenin non ha proposto tali problemi nel dicembre 1922.
Se dobbiamo seguire questo “ragionamento” non solo l’URSS non sarebbe esistita, ma anche la Repubblica Sovietica Caucasica non avrebbe dovuto essere formata. Ma V. I. Lenin ha combattuto per ottenere la formazione di questa Repubblica, contro Mdivani ed i suoi sostenitori. Oltre a ciò, quindi ne consegue che persino la Repubblica Federativa Sovietica Russa non avrebbe dovuto essere stata formata, poiché l’apparato non era ancora “il nostro”!
L’autore mischia la realizzazione del diritto delle repubbliche-nazioni di separarsi dall’URSS, come garantito dalla Costituzione, insieme con la questione della qualità dell’apparato governativo dello Stato!
Ma, “l’apparato di governo” non fu, o non è, l’entità legale per conferire questo diritto. Questa è costituita dai Deputati dei Popoli che siedono nel Soviet Supremo dell’URSS – l’apparato di governo è proprio il servitore e il mittente delle decisioni. Lenin sapeva perfettamente, da chi, e dove e come questo problema veniva deciso. Esso sarebbe deciso solo nel sistema della dittatura del proletariato, che egli ha formato e rafforzato. L’argomentazione offerta nelle “lettere” non è tratta dall’arsenale di V. I. Lenin. Questa sorta di argomenti noi la troviamo solamente nelle dispute interne dei nazional-separatisti. In conclusione, sollevare il problema dell'”autonomia”, dopo che la questione dell’URSS era stata decisa, non era la proposta di V. I. Lenin, né ciò era consono ai suoi principi. Ciò avrebbe significato ritornare ad una questione, che già era stata respinta da tempo. Alla fine del 1922, nessuno ha nemmeno parlato di tale questione della formazione dell’URSS sulla base dell’autonomia. Questo perché tutti si espressero contro la questione dell’autonomia, che avrebbe significato in effetti la liquidazione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica della Russia. Dov’è qui l’approccio di Lenin in tale materia? L’autore di questo “articolo di Lenin”, deve essere ricercato, fra i nemici dell’unità delle repubbliche Sovietiche e della federazione.
Lenin non fa parte di questi elementi, di questi nemici dell’unità delle Repubbliche Sovietiche. In questo campo c’erano tre blocchi distinti influenzati da Mdivani, Svanidze e Rakovski. L’identità dell’autore di questo articolo deve essere cercata in questi ambienti, ma vi sono dei fatti che suggeriscono che il suo autore non era altri che Trotsky. V. I. Lenin non poteva essere stato questo autore. Sfortunatamente, non c’è ancora nessuna solida prova riguardo chi sia il suo autore, ma i fatti puntano tutti verso Trotsky

Lenin per Stalin, Trotsky contro
L’analisi dei pensieri politici di questo falso “testamento” dimostra che esso non rappresenta realisticamente la lotta politica che covava allora all’interno del Comitato Centrale del partito, nel quale Lenin ha giocato il ruolo teorico principale. La realtà politica è che G. V. Stalin non ha nominato se stesso Segretario Generale.
Ma era V. I. Lenin che, cercando qualcuno che lo rimpiazzasse, all’XI Congresso del partito fece ogni sforzo per assicurarsi che G. V. Stalin divenisse il Segretario Generale. V. I. Lenin allora non inviò documenti, lettere o proposte, per dire che Stalin non era in grado di diventare il Segretario Generale. Lenin non ha mai usato tale linguaggio in nessuno dei suoi discorsi, dei suoi consigli o dei suoi commenti. Il “Testamento” di Lenin non rispecchia affatto ciò. Giudicate voi stessi. Lenin vide nella nostra rivoluzione una buona prospettiva, mentre Trotsky si limitò a continuare a ripetere la necessità di una rivoluzione permanente (gennaio e novembre 1922). Lenin promosse la fusione finale del partito e del governo, mentre Trotsky fu contrario a ciò, proponendo il suo rabberciamento. Lenin fu per la riorganizzazione dell’Ispezione Operaia e Contadina, mentre Trotsky fu per la sua liquidazione. Lenin fu per lo sviluppo del Gosplan come commissione di esperti, Trotsky perché esso diventasse un piano operativo, ecc. ecc. In questa situazione è possibile che Lenin abbia scritto un attacco personale contro Stalin, il suo più stretto alleato politico, ed abbia proposto che la carica più alta dovesse andare al suo rabbioso avversario Trotsky? Noi non possiamo affatto adottare questo punto di vista. Una comprensione realistica del “Testamento” di Lenin è differente. Essa dà nelle mani degli alleati di Lenin, delle munizioni per ulteriori lotte contro Trotsky nelle serie questioni della rivoluzione socialista.
Giungiamo ad una conclusione.
Noi abbiamo una base per dichiarare che Lenin non fu l’autore di questi articoli, lettere o altri documenti. Questo fatto necessita di correzioni storiche in modo che gli insegnamenti di Lenin vengano depurati da queste falsificazioni. Noi dobbiamo comprendere il Testamento di Lenin nel contesto della vita politica di quel tempo, delle lotte politiche condotte da V. I. Lenin nel 1921-1922 contro Trotsky. Questa lotta è stata intrapresa da Lenin con Stalin come suo alleato leale, il quale ha promosso e seguito la linea di lotta di Lenin, e dopo la morte di Lenin si è fatto carico del pesante fardello di continuare la lotta contro Trotsky. La parte inventata del “Testamento” può essere compresa soltanto in un contesto storico molto più ampio, nel contesto della lotta all’interno del CC del partito contro Trotsky e il suo gruppo. All’interno di questa lotta è stata combinata una lotta contro Stalin che fu consolidata e promossa da Zinoviev, che era anti-leninista. Oggettivamente, l’intero piano di entrambi questi raggruppamenti era di allontanare Stalin dalla direzione con l’aiuto dell’autorità di V. I. Lenin e cambiare così il corso politico del Partito Comunista Russo.
Dobbiamo essere veramente coscienti che la base della lotta per la direzione fu una lotta storica per la questione principale della rivoluzione socialista. Ragioni di spazio non ci consentono di andare oltre nel ragionamento. Possiamo soltanto dichiarare che negli “archivi di Trotsky”, dopo la “lettera” di Lenin sulle caratteristiche di Stalin, la copia include un emendamento redatto nella scrittura propria di Trotsky che dichiara: “Ho pubblicato la mia copia. L. Trotsky”.

La contraffazione continua
I miti che sono alimentati sulla base degli ultimi articoli e delle lettere di V. I. Lenin non sono cessati neppure più tardi, anni dopo la morte di V. I. Lenin. In questo contesto Krusciov e Gorbaciov hanno fatto loro proprie aggiunte ed interpretazioni. Parti delle lettere di Lenin sono state adoperate per soddisfare un bisogno dei nemici dei tempi attuali. Esse sono state impiegate principalmente con un carattere anti stalinista.
Ad esempio, nella lettera del 23 dicembre, c’è una frase: “Vorrei condividere questo con Voi…”. Nella pubblicazione da parte di questi nemici contemporanei, è scritto come “con voi” attribuendo così un significato totalmente nuovo a ciò che Lenin ha affermato. Lenin lo ha dichiarato al Congresso del Partito, rivolgendosi ad esso con il titolo “Voi”, che merita. Questo modo di rivolgersi era in contrasto con il “voi” che si rivolge a chiunque, in opposizione ad una entità eletta dal popolo. Questa lettera è anche registrata nella segreteria di Lenin come una lettera a G. V. Stalin per il Congresso. Ciò conferma ancora di più la sua essenza, avendola indirizzata con il “Voi”. Ma Nikita Krusciov ha deciso che per lui, sarebbe più vantaggioso lanciare la critica a Stalin. Nella frase: – la parola “corti” è stata cambiata nelle parole “codice di legge”.
Questo non solo falsifica le parole di V. I. Lenin, ma lascia la frase senza alcun significato. Quante corti possono esserci nel partito e che tipo di corti sono? Nel lessico politico di V. I. Lenin negli ultimi anni, le cose sono chiare. Con la parola “corti”, egli ha inteso i differenti oppositori, sempre pronti a criticare il partito ed a cercare di cambiare il suo corso. Tra questi “giudici di corte”, c’era in primo luogo Trotsky ed il suo gruppo.
E’ contro questi “giudici” che Lenin ha combattuto una lotta aspra, così come ha fatto anche G. V. Stalin, l’amico e l’aiutante principale di V. I. Lenin, al quale è stata scritta questa lettera. Sono questi i “giudici”, che sono stati chiamati a tal riguardo “critici” e “nostri Suhanoviti”, a cui Lenin si riferisce nella sua dettatura del 26 dicembre ed anche nell’articolo “Sulla nostra Rivoluzione” (Lenin, vol. 45, p. 347, 383, 385.). La frase: “50-100 membri del CC il nostro partito deve esigerli dalla classe operaia”, è stata cambiata con: “…il nostro partito ha il diritto”. Lenin ha dichiarato che il CC esige 50-100 nuovi membri per il Comitato Centrale allargato, mentre i falsificatori dicono “il partito chiede”. Una tale falsificazione era necessaria, affinché la lettera a G.V. Stalin fosse considerata come una lettera al Congresso del partito, anziché uno scambio di idee tra Lenin e Stalin.
Nell’articolo di V. I. Lenin “Come dobbiamo riorganizzare Rabkrin?”, che è stato falsificato dai nemici, l’articolo afferma: “che nessuna autorità, ne del Segretario Generale, ne di nessun altro membro del CC può immischiarsi nel lavoro della Commissione Centrale di Controllo, o ha il diritto di affidare alla Commissione di Controllo qualsiasi questione quanto al suo lavoro…” (Lenin, Opere complete, (in Russo), Volume 4, (sic) pag. 387).
La nomina del Segretario Generale è inserita per essere ritenuta ed usata contro G. V. Stalin. Secondo gli archivi (come scritto sulla Pravda, 25 gennaio 1923) parole come Segretario Generale non sono state trovate da nessuna parte. La frase che è stata impiegata era: “nessuna autorità potrà essere impiegata…”. Questa è una falsificazione aperta, che serve a provare e dimostrare che questo è “un documento” di critica di Lenin nei confronti di Stalin, falsificando così l’intera comprensione del testamento.

Provocazione ideologica
E’ ora noto quale significato fu attribuito all’articolo “Sulla Cooperazione” durante il periodo della perestroika.
Con questo articolo scritto da Lenin, i revisionisti hanno cercato di eliminare qualsiasi altro scritto di V. I. Lenin. Sotto questo slogan, essi hanno dichiarato che era necessario rivalutare tutti gli aspetti del socialismo. Anche non c’è assolutamente nessuna parola di questo genere in V. I. Lenin, essi hanno cercato tuttavia di utilizzarlo, nell’ideologia della “perestroika”. Questa è una faccenda di spudorata falsificazione.
Negli scritti di Lenin non c’è una parola od un’articolo “Sulla Cooperazione”, ma c’è una prima e una seconda “edizione” di questo articolo. Lenin, mentre lavorava su questo articolo non era ancora soddisfatto del suo scritto, qualcosa nella sua mente lo persuase che avrebbe potuto esporre il suo pensiero molto più chiaramente.
Ciò è confermato dalle proprie note scritte a margine del testo, che era ben conosciuto da quei nemici, informati del fatto che Lenin stava lavorando su questioni importanti. Lenin scrisse nelle sue note a margine: “Nessuna variazione mi piace, perché alcune di esse contengono forme che hanno bisogno di un’ulteriore elaborazione da un punto di vista ideologico, ed entrambe hanno bisogno in una certa misura di qualche correzione”. Questa nota a margine è stata datata 7 gennaio 1923.
Naturalmente questa annotazione non esprime l’intero testo. Noi dobbiamo cercare di rappresentare che cosa rendeva Lenin insoddisfatto nella sua elaborazione di questo importante documento.

Da Bukharin a Krusciov, fino a Gorbaciov
L’articolo “Sulla Cooperazione” è il pensiero supremo ed è finito nelle mani di Bukharin. Da Krusciov questo “documento” è passato a Gorbaciov, e qui davanti ai nostri occhi, c’è questa bomba ideologica, mascherata come se V. I. Lenin ne fosse l’autore finale. Questo articolo è stato espanso ed utilizzato come una deformazione dall’interno da parte di Krusciov, quando egli cominciò a smembrare lo stato socialista. Ciò è stato reso possibile in quanto questo menzognero sotterfugio ha avuto un importante effetto politico dietro le quinte. Al tempo di Bukharin è stato utilizzato a favore dei kulaki, per salvarli come classe. Al tempo di Krusciov è stato usato come veicolo per criticare la tesi di Stalin, ossia che nel periodo di accerchiamento capitalistico i successi del socialismo saranno sempre più considerevoli, mentre i resti delle classi sfruttatrici disperse “proveranno in tutti i modi a loro disposizione di rovesciare lo stato socialista, essi saboteranno sempre più lo Stato Sovietico, come ultimi mezzi per conservare la loro posizione di classe privilegiata”. La critica di questo testo ha aiutato Krusciov ad aprire una campagna contro Stalin. Durante la gestione di Gorbaciov esso è stato usato per incitare la gente a non credere più alla via ideologica della costruzione del socialismo in URSS, per giustificare il percorso non socialista e “l’accomodamento” con il capitalismo in URSS, per evidenziare la necessità di sbarazzarsi dell’eredità socialista del paese, per sostenere che in un modo o nell’altro avremmo perso e che era inutile tentare di ristabilire il socialismo, che non c’è niente da guadagnare da esso, che non era più necessario che la nostra storia…. Ad ogni modo, i lettori stessi sanno molto bene cosa c’era e come era, e quello che è seguito.

Fonte
Testamento Lenin, Piattaforma Comunista

Bepi del giasso: Giuseppe del ghiaccio

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Un giovanotto che veniva dalla Georgia, un esponente di primo piano del partito socialdemocratico russo, fazione dei bolscevichi, per scappare alle grinfie della polizia zarista e cercando un modo per raggiungere la Svizzera, nel 1907 cercò riparò in Italia.

Egli partì nascosto in una nave da carico mercantile che trasportava granaglie da Odessa ad Ancona, dove sbarcò in gennaio. Ad Ancona si mise a lavorare in un albergo, ma l’attività durò poco. Lui, uomo timido e introverso, non riusciva proprio a comunicare con i clienti. Si trasferì quindi a Venezia.

Dopo aver girovagato un po’, gli anarchici della città lagunare lo accolsero e lo battezzarono “Bepi del giasso” (Bepi del ghiaccio), a ricordare che non veniva certo da climi tropicali.

Gli tornarono utili sia la sua conoscenza dell’armeno che l’aver studiato alla scuola teologica di Gori e nel seminario cristiano-ortodosso di Teflis, tanto che, quando si presentò a chieder ospitalità e lavoro all’abate generale di San Lazzaro, allora Ignazio Ghiurekian, il giovane Bepi poteva contare sul fatto di saper servire messa secondo i rituali latino ed ortodosso, nonché di suonare le campane con i rintocchi richiesti da entrambe le confessioni.

Fu così che “Bepi del giasso” rimase per un po` a San Lazzaro degli armeni a far da campanaro.

Bepi se ne andò invece per raggiungere Berlino dove in Aprile, assieme ad una ventina di membri al vertice del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, pianificò un colpo che rimarrà poi nella storia.

Il 26 giugno del 1907 a Tbilisi, la capitale della Georgia c’era una grande agitazione di polizia intorno a piazza Erivan, una delle più importanti del centro. Le autorità zariste avevano saputo che qualche gruppo rivoluzionario stava preparando un attacco o qualcosa di simile, e avevano messo a presidiare la zona più poliziotti del solito.

Intorno alle dieci e mezza di mattina attraversò la piazza una carrozza trainata da cavalli: a bordo c’erano due guardie armate, un contabile, un bancario, e centinaia di migliaia di rubli della Banca di Stato dell’Impero russo diretti a una filiale locale.

I rivoluzionari uscirono da una taverna sparando e lanciando bombe, seminando il panico tra i civili che erano nella piazza e in generale nel centro di Tbilisi, che fu devastato e preso dalla confusione. Le esplosioni ruppero i vetri delle case sulla piazza.

Le bombe ferirono i cavalli della carrozza portavalori, che si ribaltò: uno dei rivoluzionari prese i sacchi di denaro e li lanciò su una carrozza e fuggì. Come ha raccontato Simon Sebag Montefiore nel suo Giovane Stalin, uno dei saggi che contiene più informazioni sulla rapina di Tbilisi, il rivoluzionario Kamo alla guida della carrozza fu fermato da un gruppo di poliziotti, davanti ai quali si finse un militare urlando: «Il denaro è al sicuro, andate in piazza!».

Fu lasciato andare, e tornò al quartier generale dei rivoluzionari, dove si cambiò d’abito e incontrò i complici, che erano riusciti tutti a scappare. Le autorità dissero che i morti furono soltanto tre, ma gli storici concordano nel ritenere che furono circa 40.

In totale, erano stati rubati 340mila rubli, l’equivalente di oltre 3 milioni di dollari di oggi.

Nel 1916 tornò in Russia giusto in tempo per la rivoluzione e, qualche anno dopo, divenne Segretario generale del Partito Comunista e guida dell`Unione Sovietica col soprannome di “Piccolo Padre”.

Ebbene sì, quel Bepi del giasso che fu per breve tempo campanaro di San Lazzaro, di solito non lo si chiama per nome, Josef, ma per pseudonimo Stalin

Ne “La casa dorata di Samarcanda” (1996) ambientata nel 1921, al posto di blocco al confine con l’Azerbaigian il marinaio Corto Maltese chiede al commissario politico di chiamare direttamente al Cremlino, il commissario è sconcertato e suda freddo e si stupisce ancora di più quando dall’altro capo del telefono “il commissario per la nazionalità” risponde: “sei proprio tu Corto?!”.

“Ne sono passati di anni da quel 1907– dice il marinaio-evidentemente non eri tagliato per fare il portiere di notte, lo dicono ancora oggi ad Ancona, dicono che eri troppo timido. Gli armeni, invece, dicevano che con le campana ci davi troppo dentro…”

“No – risponde Bepi – non è per quello è che non andavo a genio all’abate mechitarista perché uscivo di notte!”.

“Fantastico – ribatté Corto – diverrai segretario generale del partito perchè non ti hanno lasciato fare il portiere di notte ad Ancona o il campanaro a Venezia”.

Forse non tutti sanno che… (la storia di Peppino del ghiaccio)

La leggenda di Bepi del Giasso, meglio conosciuto come Stalin

La casa dorata di Samarcanda

La rapina di Tbilisi

Intervista a Stalin

H.G. Wells: Le sono molto grato per aver accettato di incontrarmi. Recentemente sono stato negli Stati Uniti. Ho avuto una lunga conversazione con il presidente Roosevelt e ho cercato di chiarire quali sono le sue idee principali. Ora sono venuto da lei per chiederle cosa sta facendo per cambiare il mondo.
 
Stalin: Non cosi tanto.
 
H.G. Wells: Io giro il mondo come un uomo qualunque, osservo cosa succede intorno a me.
 
Stalin: Le persone importanti come lei non sono “uomini qualunque”. Naturalmente, solo la storia può dire quanto sia stato importante questo o quel personaggio, ma in ogni caso lei non osserva il mondo come un “uomo qualunque”.
 
H.G. Wells: La mia non è falsa modestia. Quello che voglio dire è che cerco di guardare il mondo con gli occhi dell’uomo qualunque e non come un esponente di partito o un amministratore carico di responsabilità. Il viaggio negli Stati Uniti ha stimolato le mie riflessioni. Il vecchio mondo finanziario di quel paese sta crollando: la vita economica di quel paese viene riorganizzata secondo nuovi principi. Lenin aveva detto: “Dobbiamo imparare a fare gli affari” dobbiamo imparare dai capitalisti. Oggi i capitalisti debbono imparare da voi, devono imparare a capire lo spirito del socialismo. Mi sembra che negli Stati Uniti sia in atto una profonda riorganizzazione, la creazione di una economia pianificata, vale a dire socialista. Lei e Roosevelt muovete da due diversi punti di partenza. Ma non c’è un rapporto di idee, un’affinità di idee ed esigenze, fra Washington e Mosca? Negli Stati Uniti sono stato colpito dalle stesse cose che vedo qui: costruiscono uffici, creano nuovi organismi statali di regolamentazione, stanno organizzando una pubblica amministrazione di cui si avvertiva da tempo la necessità. Hanno bisogno, come voi di capacità direttive.
 
Stalin: Gli Stati Uniti perseguono un obiettivo diverso dal nostro. L’obiettivo perseguito dagli americani nasce dalle difficoltà economiche, dalla crisi economica. Gli americani vogliono liberarsi dalla crisi con l’attività capitalistica privata senza cambiare la struttura economica. Stanno cercando di ridurre al minimo la rovina, i danni provocati dal sistema economico esistente. Qui invece, come lei sa benissimo, al posto della vecchia struttura economica ne è stata creata una nuova, completamente diversa. Anche se gli americani di cui lei parla riuscissero a raggiungere in parte il loro obiettivo, vale a dire ridurre al minimo questi danni, non eliminerebbero le radici dell’anarchia che è insita nel sistema capitalistico esistente. Stanno preservando un sistema economico che deve inevitabilmente portare – e non può non portare – all’anarchia della produzione. Non si tratta, quindi, di riorganizzare la società o di abolire il vecchio sistema sociale che provoca l’anarchia e la crisi, ma al massimo di limitare alcune delle sue caratteristiche negative, di limitare alcuni dei suoi eccessi. Soggettivamente, forse, questi americani pensano di riorganizzare la società, ma obiettivamente ne stanno salvaguardando le basi. Ecco perché – obiettivamente – non ci sarà nessuna riorganizzazione della società.
 
E non ci sarà neppure una economia pianificata. Cos’è l’economia pianificata, quali sono i suoi elementi essenziali? L’economia pianificata cerca di abolire la disoccupazione. Supponiamo che sia possibile, salvaguardando il sistema capitalistico, ridurre la disoccupazione al minimo. Ma sicuramente nessun capitalista accetterebbe mai la completa scomparsa della disoccupazione, la scomparsa dell’esercito di riserva dei disoccupati che serve a tenere sotto pressione il mercato del lavoro, ad assicurare un rifornimento di mano d’opera a basso costo. Ecco una delle prime contraddizioni nella “economia pianificata” della società borghese. Inoltre, l’economia pianificata presuppone un incremento della produzione nei settori industriali che fabbricano beni di cui le masse popolari hanno particolarmente bisogno. Ma come lei sa, in un sistema capitalistico l’aumento della produzione avviene per motivi completamente diversi, il capitale si indirizza verso settori economici che assicurano profitti maggiori. Non potrà mai costringere un capitalista a rischiare una perdita o ad accettare un più basso tasso di profitto per soddisfare i bisogni del popolo senza liberarsi dei capitalisti senza abolire il principio della proprietà privata dei mezzi di produzione, è impossibile creare una economia pianificata
 
H.G. Wells: Sono d’accordo con molte delle cose che ha detto, ma vorrei sottolineare l’idea che se un intero paese adotta il principio dell’economia pianificata, se il governo, gradualmente, passo dopo passo, comincia ad applicare con coerenza questo principio, l’oligarchia finanziaria alla fine sarà abolita e verrà introdotto il socialismo, nell’accezione anglosassone del termine. L ‘impatto delle idee del “New deal” di Roosevelt è davvero forte e secondo me sono idee socialiste. Mi sembra che invece di sottolineare l’antagonismo fra due mondi, nella situazione attuale dovremmo sforzarci di trovare una lingua comune per tutte le forze costruttive.
 
Stalin: Quando dico che è impossibile realizzare i principi dell’economia pianificata preservando le basi economiche del capitalismo, non desidero minimamente sminuire le eccezionali qualità personali di Roosevelt, la sua capacità d’iniziativa, il suo coraggio e la sua determinazione. Senza dubbio Roosevelt è una delle figure più forti fra tutti i capitani del mondo capitalistico contemporaneo. Ecco perché vorrei sottolineare ancora una volta come la mia convinzione che l’economia pianificata sia impossibile nel contesto del capitalismo non significa che abbia dei dubbi sulle capacità personali, il talento e il coraggio del presidente Roosevelt. Ma se le circostanze sono sfavorevoli, nemmeno il più bravo capitano può raggiungere l’obiettivo di cui lei mi parlava. In linea teorica, naturalmente, la possibilità di marciare gradualmente, passo dopo passo, in un sistema capitalistico, verso l’obiettivo che lei definisce il socialismo nell’accezione anglosassone del termine, non è da escludere.
 
Ma che genere di “socialismo” sarebbe? Al massimo, frenando almeno in parte i più sfrenati rappresentanti del profitto capitalistico, si potrebbe ottenere una maggiore applicazione del principio di regolamentazione dell’economia nazionale. È senz’altro un’ottima cosa. Ma appena Roosevelt, o qualsiasi altro capitano del mondo borghese contemporaneo, si deciderà ad intraprendere qualcosa di serio contro le fondamenta del capitalismo, andrà inevitabilmente incontro ad una disfatta totale. Le banche, le industrie, le grandi imprese, le grandi aziende agricole non sono nelle mani di Roosevelt. Sono proprietà privata. Le ferrovie, la flotta mercantile, tutto questo è nelle mani dei privati. E infine, anche l’esercito degli operai qualificati, degli ingegneri e dei tecnici non ubbidisce agli ordini di Roosevelt, ma agli ordini dei proprietari privati; lavorano tutti per proprietari privati. Lei non deve dimenticare le funzioni dello stato nel mondo borghese.
 
Lo Stato è un’istituzione che organizza la difesa del paese, il mantenimento dell'”ordine”; è un apparato per raccogliere le imposte. Lo Stato capitalista non si occupa troppo di economia nel senso stretto della parola; quest’ultima non è nelle mani dello Stato. Al contrario, lo Stato è nelle mani dell’economia capitalista. Per questo ho paura che, nonostante tutta la sua energia e le sue capacità, Roosevelt non raggiungerà l’obiettivo che lei ha ricordato, se è davvero quello il suo obiettivo. Forse nel corso di parecchie generazioni sarà possibile avvicinarsi un pò a questo obiettivo; ma personalmente credo che neanche questo sia molto probabile.
 
H.G. Wells: Forse io credo più di lei all’interpretazione economica della politica. Grazie alle invenzioni e alla scienza moderna, sono entrate in azione forze immense che si battono per una migliore organizzazione, per un migliore funzionamento della comunità, vale a dire per il socialismo. L’organizzazione e la regolamentazione dell’azione individuale sono diventate necessità meccaniche, a prescindere dalle teorie sociali. Se cominciamo con il controllo statale delle banche e continuiamo con il controllo dell’industria pesante, dell’industria in generale, del commercio, eccetera, un controllo così generalizzato equivarrà alla proprietà statale di tutti i comparti dell’economia nazionale. Sarà questo il processo di socializzazione, il socialismo e l’individualismo non sono antitetici come il bianco e il nero. Ci sono molti livelli intermedi, c’è l’individualismo che sconfina nel banditismo e ci sono la disciplina e l’organizzazione che sono l’equivalente del socialismo. L’introduzione dell’economia pianificata dipende, in larga misura, dagli organizzatori dell’ economia, dall’intelligenza tecnica qualificata che, passo dopo passo, può convenirsi ai principi socialisti di organizzazione. E’ questo l’essenziale. Perché l’organizzazione viene prima del socialismo, è il fatto più importante. Senza l’organizzazione l’idea socialista è solantanto un ‘idea.
 
Stalin: Non esiste, e non dovrebbe esistere, un contrasto inconciliabile fra individuo e collettività, fra gli interessi del singolo e gli interessi della collettività. Il socialismo non può perdere di vista gli interessi individuali. Solo la società socialista può soddisfate appieno questi interessi personali. Di più, solo la società socialista può salvaguardare fermamente gli interessi del singolo In questo senso non esiste un contrasto inconciliabile fra “individualismo” e socialismo. Ma è possibile negare il centrasto tra classi, fra la classe possidente, la classe capitalista, e la classe operaia, classe proletaria? Da una parte abbiamo la classe dei proprietari che possiede le banche, le fabbriche, le miniere, i traspòrti, le piantagioni nelle colonie.
 
Queste persone non vedono che i propri interessi, la loro ricerca di profitto. Non si sottomettono al volere della collettività; cercano di subordinare ogni collettività ai loro voleri. Dall’altra parte abbiamo la classe dei poveri, la classe sfruttata, che non possiede fabbriche, nè officine, nè banche, che è costretta a lavorare vendendo la sua forza lavoro ai capitalisti e che non ha l’opportunità di soddisfare le sue esigenze più elementari. Com’è possibile conciliare interessi e bisogni così antagonistici? Per quel che ne so, Roosevelt non è riuscito a trovare il modo di conciliare questi interessi. Ed è impossibile, come dimostra l’esperienza. Pertanto, lei conosce la situazione degli Stati Uniti meglio di me, perché io non ci sono mai stato e seguo gli affari americani soprattutto sulla stampa. Ma io ho una certa esperienza di lotta per il socialismo, e quest’esperienza mi dice che se Roosevelt cercherà veramente di soddisfare gli interessi della classe proletaria a spese delle classe capitalista, quest’ultima metterà un’altro presidente al suo posto. I capitalisti diranno: i presidenti vanno e vengono, ma noi esisteremo sempre; se questo o quel presidente non protegge i nostri interessi, ne troveremo un’altro. Come potrebbe opporsi il presidente alla volontà della classe capitalista?
 
H.G. Wells: Non condivido questa classificazione semplificata dell ‘umanità in poveri e ricchi. Naturalmente, esiste una categoria di persone che aspira soltanto al profitto. Ma queste persone non sono criticate in Occidente proprio come lo sono qui? Non ci sono tantissime persone in Occidente per le quali il profitto non è il fine ultimo, che possiedono una certa ricchezza e che vogliono investire e ricavare un reddito da questo investimento, ma che non lo considerano l’obbiettivo principale? Considerano l’investimento come una sgradevole necessità. E non esistono moltissimi ingegneri o operatori economici, capaci ed appassionati, la cui attività è stimolata da qualcosa di diverso del profitto? A mio avviso, esiste una folta classe di persone capaci che giudicano insoddisfacente il sistema attuale e che sono destinate a svolgere un grande ruolo nella futura società capitalista. Negli ultimi anni sono stato molto impegnato – e ho riflettuto a lungo su questo argomento – nella propaganda a favore del socialismo e del cosmopolitismo fra gli ingegneri, gli aviatori, gli addetti tecnico militari, eccetera. E inutile avvicinarsi a questi ambienti con la propaganda della lotta di classe. Questa gente capisce le condizioni del mondo. Sì rende conto che è un maledetto imbroglio ma considera un’assurdità il vostro semplice antagonismo di classe.
 
Stalin: Lei si oppone alla classificazione semplificata dell’umanità in ricchi e poveri. Ovviamente c’è uno strato intermedio, c’è l’intellighenzia tecnica di cui ha parlato, fra cui esistono ottime persone, molto oneste. Però ci sono anche persone malvagie e disoneste, c’è ogni sorta di gente. Ma prima di tutto l’onestà è divisa in ricchi e poveri, in possidenti e sfruttati; e perdere di vista questa divisione fondamentale e l’antagonismo fra ricchi e poveri significa perdere di vista la questione essenziale, io non nego l’esistenza di strati intermedi che si schierano con l’una o con l’altra delle due classi in lotta o che assumono una posizione neutrale o semineutrale in questa lotta. Ma lo ripeto, perdere di vista questa divisione fondamentale della società e questa lotta fra le due classi principali significa ignorare i fatti. Questa lotta è in corso e continuerà. Il risultato della lotta sarà deciso dalla classe proletaria, la classe operaia.
 
H.G. Wells: Ma non esistono molte persone che lavorano e lavorano produttivamente, senza essere povere?
 
Stalin: Naturalmente ci sono piccoli proprietari terrieri, gli artigiani, i piccoli commercianti, però non sono loro a decidere la sorte di un paese ma le masse lavoratrici, che producono tutto ciò di cui la società ha bisogno.
 
H.G. Wells: Ma ci sono diversi tipi di capitalisti. Ci sono i capitalisti che pensano solo al profitto, a diventare ricchi; ma ci sono anche quelli che sono pronti a sopportare dei sacrifici. Prenda il vecchio Morgan, ad esempio. Lui pensava solo al profitto, era un semplice parassita, si limitava ad accumulare ricchezza. Ma pensi a Rockfeller.
 
E’ un eccellente organizzatore, il suo sistema di distribuzione del petrolio costituisce un esempio che merita di essere imitato. Oppure prenda Ford. Certo che Ford è egoista. Ma non è un appassionato organizzatore della produzione razionalizzata da cui prendete lezioni? Vorrei sottolineare che recentemente in tutti i paesi di lingua inglese l’atteggiamento nei confronti dell’U.R.S.S. è profondamente mutato. Questo cambiamento è dovuto soprattutto alla posizione del Giappone e agli avvenimenti in corso in Germania. Ma ci sono altri motivi oltre a quelli legati alla politica internazionale. C’è una ragione più profonda, vale a dire il riconoscimento del fatto che il sistema basato sul profìtto privato si sta sgretolando. In queste circostanze, a mio avviso, non dobbiamo mettere in primo piano l’antagonismo fra i due mondi, ma dovremmo cercare di unificare il più possibile tutti i movimenti costruitivi, tulle le forze costruttive. Mi sembra di essere più a sinistra di lei, Mr. Stalin; sono più convinto di lei che il vecchio sistema sia vicino alla fine.
 
Stalin: Quando parlo dei capitalisti che perseguono soltanto il profitto, non voglio dire che sono persone prive di meriti e incapaci di qualsiasi altra cosa. Molti di loro senza dubbio hanno grandi doti organizzative che non mi sogno affatto di negare. Noi sovietici impariamo moltissimo dai capitalisti. Anche Morgan, che lei dipinge in termini così negativi, era senza dubbio un eccellente organizzatore. Ma se ha in mente delle persone pronte a ricostruire il mondo, senza dubbio non potrà trovarle fra quanti servono fedelmente la causa del profitto. Noi e loro siamo agli antipodi. Lei ha citato Ford. Certo che è un bravo organizzatore della produzione.
 
Ma non conosce il suo atteggiamento verso la classe operaia? Non sa quanti operai ha gettato sul lastrico? II capitalista è inchiodato al profitto, e non c’è forza al mondo che possa staccarlo. Il capitalismo non sarà abolito dagli “organizzatori” della produzione e dell’intellighenzia tecnica, ma dalla classe operaia, perché questi strati non hanno un ruolo indipendente. L’ingegnere, l’organizzatore della produzione, non lavora come vorrebbe ma come gli viene ordinato, per servire gli interessi dei suoi datori di lavoro. Naturalmente ci sono delle eccezioni; ci sono persone in questo strato che sono guarite dall’intossicazione di capitalismo. L’intelligenza tecnica, in certe condizioni può fare miracoli e giovare enormemente all’umanità. Ma può anche causare danni enormi. Noi sovietici abbiamo una certa conoscenza dell’intellighenzia tecnica. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, una certa parte di essa si rifiutò di partecipare all’opera di edificazione della nuova società; si oppose a quest’opera e la sabotò. Noi ci adoperammo in ogni modo per coinvolgere l’intellighenzia tecnica in quest’opera di edificazione; tentammo tutte le strade. Ci volle parecchio tempo perché la nostra intellighenzia accettasse di collaborare attivamente con il nuovo sistema. Oggi la parte migliore di questa intellighenzia tecnica è in prima linea insieme agli edificatori della società socialista. Con quest’esperienza alle spalle, siamo lungi dal sottovalutare i lati positivi e negativi dell’intellighenzia tecnica e sappiamo bene che da una parte si può provocare dei danni, ma dall’altra può fare “miracoli”. Naturalmente le cose sarebbero diverse se fosse possibile, con un solo colpo, separare spiritualmente l’intellighenzia tecnica dal mondo capitalista. Ma è un’utopia. Sono molti gli esponenti dell’intellighenzia tecnica che avrebbero il coraggio di rompere con il mondo borghese e mettersi al lavoro per trasformare la società? Pensa davvero che ci siano molte persone di questo tipo, poniamo, in Inghilterra o in Francia? No, solo pochi sarebbero pronti a rompere con i loro datori di lavoro per cominciare la ricostruzione del mondo. Inoltre possiamo perdere di vista il fatto che per trasformare il mondo è necessario avere il potere politico? Mi sembra, Mr. Wells, che lei sottovaluti notevolmente la questione del potere politico, che essa sia completamente assente dalla sua concezione. Cosa possono fare, anche con le migliori intenzioni del mondo, se sono incapaci di porre la questione della conquista del potere e non hanno potere? Al massimo possono aiutare la classe che conquista il potere, ma non possono cambiare il mondo da soli. Questo può essere fatto solo da una grande classe che prenderà il posto della classe capitalista e diventerà sovrana come lo era prima quest’ultima, Questa classe è la classe operaia. Naturalmente, bisogna accettare l’assistenza dell’intellighenzia tecnica; ed essa, a sua volta, deve essere aiutata. Ma non bisogna credere che l’intellighenzia tecnica possa avere un ruolo storico indipendente. La trasformazione del mondo è un processo enorme, complesso, doloroso. Per questo grande compito occorre una grande classe. Sono le grandi navi a fare i viaggi lunghi.
 
H.G. Wells: Certo, ma per i viaggi lunghi occorrono un capitano e un navigatore.
 
Stalin: Questo è vero, ma per un lungo viaggio occorre innanzitutto una grande nave. Cos’è un navigatore senza una grande nave? Una persona inutile.
 
H.G. Wells: La grande nave è l’umanità, non una classe.
 
Stalin: Lei, Mr. Wells, muove evidentemente dal presupposto che tutti gli uomini siano buoni. Io, invece, non dimentico che ci sono molti uomini malvagi. Io non credo che la borghesia sia buona.
 
H.G. Wells: Ricordo qual’era la situazione dell’intellighenzia tecnica alcuni decenni fa. A quell’epoca era ancora poco numerosa, ma c’era talmente tanto da fare che ogni ingegnere, ogni tecnico, aveva la sua occasione. E proprio per questo l’intellighenzia tecnica era la classe meno rivoluzionaria. Ora, invece, c’è una sovrabbondanza di tecnici e la loro mentalità è sensibilmente cambiata. Il lavoratore qualificato, che in passato non avrebbe mai dato ascolto ai discorsi rivoluzionari, ora li segue con grande interesse. Recentemente sono stato a una cena del Royal Society, la grande società scientifica inglese. Il discorso del presidente è stato un discorso a favore della pianificazione sociale e del controllo scientifico. Oggi, l’uomo che dirige la Royal Society ha posizioni rivoluzionarie e insiste sulla riorganizzazione scientifica della società umana. La vostra propaganda per la lotta di classe non si è adeguala a queste realtà, la mentalità sta cambiando.
 
Stalin: Si, lo so, questo è dovuto al fatto che la società capitalistica attualmente è in un vicolo cieco. I capitalisti stanno cercando, senza trovarla, una via d’uscita da questo vicolo cieco che sia compatibile con la dignità della loro classe e con gli interessi della loro classe. Potrebbero, in certa misura, strisciare fuori dalla crisi a quattro zampe, ma non possono trovare uno sbocco che consenta loro di uscirne a testa alta, una soluzione che non danneggi sostanzialmente gli interessi del capitalismo. Naturalmente, larga parte dell’intellighenzia tecnica ne è perfettamente consapevole. Un ampio settore comincia a capire che i suoi interessi sono gli stessi della classe che è in grado di indicare la via d’uscita dal vicolo cieco.
 
H.G. Wells: Lei, Mr. Stalin, di rivoluzioni ne sa sicuramente qualcosa, dal punto di vista pratico. Le masse si sollevano davvero? Non è una verità accertata che tutte le rivoluzioni sono fatte da una minoronza?
 
Stalin: Per fare una rivoluzione occorre una minoranza rivoluzioinaria che faccia da guida; ma la minoranza più abile, energica e appassionata sarebbe impotente se non potesse contare sull’appoggio almeno passivo di milioni di persone
 
H.G. Wells:Almeno passivo? Forse inconscio?
 
Stalin: In parte anche semistintivo e semiconsapevole, ma senza l’appoggio di milioni di persone, la migliore minoranza è impotente.
 
H.G. Wells: Io osservo la propaganda comunista in Occidente e ho l’impressione che nelle condizioni moderne questa propaganda sembri vecchia, superata, perché è propaganda insurrezionale. La propaganda a favore del rovesciamento violento dei sistema sociale era giustissima quando era rivolta contro la tirannia. Ma ora che il sistema sta comunque crollando, bisognerebbe porre l’accento sull’efficienza, la competenza, la produttività, e non sull’insurrezione. Mi sembra che gli accenni insurrezionali siano obsoleti. La propaganda comunista in Occidente è un’assurdità per la gente con una visione costruttiva.
 
Stalin: Certo che il vecchio sistema sta marcendo, crollando. Questo è vero. Ma è anche vero che vengono fatti nuovi sforzi, con altri metodi e con ogni mezzo, per proteggere e salvare questo sistema morente. Lei arriva a una conclusione sbagliata partendo da un postulato corretto. Lei afferma giustamente che il vecchio mondo sta crollando. Ma sbaglia a credere che stia crollando da solo. No, la sostituzione di un sistema sociale con un altro è un processo rivoluzionario lungo e complesso. Non è soltanto un processo spontaneo, ma una lotta; è un processo collegato allo scontro di classe. Il capitalismo è in decadenza ma non può essere paragonato a un albero marcio che prima o poi dovrà cadere a terra da solo. No. La rivoluzione, la sostituzione di un sistema sociale con un altro, è sempre stata una lotta, una lotta dolorosa e crudele, una lotta per la vita e per la morte. E ogni volta che la gente del nuovo mondo è giunta al potere ha dovuto difendersi dai tentativi del vecchio mondo di restaurare il vecchio ordine con la forza; questa gente del nuovo mondo doveva essere sempre in allerta, doveva essere sempre pronta a respingere gli attacchi del vecchio mondo contro il nuovo sistema.
 
Si, ha ragione quando dice che il vecchio sistema sociale sta crollando; ma non sta crollando spontaneamente. Prenda il fascismo, ad esempio, il fascismo è una forza reazionaria che sta cercando di preservare il vecchio mondo con la violenza. Cosa possiamo fare con i fascisti? Vogliamo metterci a discutere con loro? Vogliamo cercare di convincerli? Ma questo non avrebbe nessun effetto su di loro. I comunisti non idealizzano affatto il metodo della violenza. Ma loro, i comunisti, non vogliono essere presi di sorpresa, non possono sperare che il vecchio mondo esca volontariamente di scena, vedono che il vecchio sistema si sta difendendo con la violenza ed è per questo che dicono alla classe operaia: rispondete alla violenza con la violenza, fate tutto il possibile per impedire che il vecchio ordine morente vi schiacci, non consentite che vi incateni le mani, quelle mani con cui rovescerete il vecchio sistema. Come vede i comunisti considerano la sostituzione di un sistema sociale con un altro non come un processo spontaneo e pacifico ma come un processo complesso, lungo e violento. I comunisti non possono ignorare i fatti.
 
H.G. Wells: Ma guardi cosa sta succedendo nel mondo capitalista, il collasso non è semplice, è uno scoppio di violenza reazionaria che sta degenerando nel gangsterismo. E quando si arriva a uno scontro con la violenza cieca e reazionaria, i socialisti secondo me possono appellarsi alla legge, e invece di considerare la polizia come un nemico dovrebbero sostenerla nella lotta contro la reazione. Credo che sia inutile operare con i metodi del vecchio, rigido socialismo insurrezionale.
 
Stalin: I comunisti si basano su una ricca esperienza storica, ed essa insegna che le classi obsolete non abbandonano volontariamente il palcoscenico della storia. Pensi alla storia dell’Inghilterra nel diciassettesimo secolo. Non erano molti a dire che il vecchio sistema sociale era marcio? Ma non ci volle comunque un Cromwell per abbatterlo con la forza?
 
H.G. Wells: Cromwell agiva sulla base della Costituzione e in nome dell’ordine costituzionale.
 
Stalin: Nel nome della Costituzione fece ricorso alla violenza. Decapitò il re, sciolse il Parlamento, arrestò alcuni e decapitò altri.
 
Oppure prendiamo un esempio dalla nostra storia. Non era già evidente da un pezzo che il sistema zarista era in rovina, che stava crollando? Ma quanto sangue si è dovuto versare per rovesciarlo?
 
E la rivoluzione d’Ottobre? Non erano in molti a sapere che solo noi, i bolscevichi, indicavano l’unica soluzione giusta? Non era evidente che il capitalismo russo era in rovina? Ma lei sa bene com’è stata forte la resistenza, quanto sangue si è dovuto versare per difendere la Rivoluzione d’Ottobre da tutti i suoi nemici, interni ed esterni.
 
Oppure prendiamo la Francia della fine del diciottesimo secolo. Molto prima del 1789 erano in tanti ad aver capito quanto fossero marci il potere reale, il sistema feudale. Eppure non fu possibile evitare un’insurrezione popolare, uno scontro di classe. Perché? Perché le classi che debbono abbandonare il palcoscenico della storia sono le ultime a convincersi che il loro ruolo è finito. È impossibile convincerle di questo. Pensano che le crepe dell’edificio in rovina possano essere stuccate, che il traballante edificio del vecchio ordine possa essere riparato e salvato. Ecco perché le classi morenti prendono le armi e ricorrono ad ogni mezzo per salvare la loro esistenza come classe dominante.
 
H.G. Wells: Ma non c’erano alcuni avvocati alla testa della grande Rivoluzione francese?
 
Stalin: Io non nego il ruolo dell’intellighenzia nei movimenti rivoluzionari. Ma la grande Rivoluzione francese fu una rivoluzione di avvocati o una rivoluzione popolare che ottenne la vittoria sollevando le grandi masse popolari contro il feudalesimo e difendendo gli interessi del terzo stato? E gli avvocati che guidarono la grande Rivoluzione francese agivano rispettando le leggi del vecchio ordine? Non introdussero una nuova legge borghese rivoluzionaria? La ricca esperienza della storia ci insegna che fino a oggi una classe non ha mai lasciato volontariamente il posto a un’altra classe. Non esistono precedenti nella prassi mondiale. I comunisti hanno imparato questa lezione dalla storia. I comunisti sarebbero ben lieti di assistere a una volontaria uscita di scena della borghesia. Ma è un’ipotesi improbabile e questo che ci insegna la storia. Ecco perché i comunisti vogliono essere preparati al peggio e invitano la classe operaia a essere vigile, a essere pronta alla lotta. Chi vuole un capitano che allenta la vigilanza del suo esercito, un capitano incapace di rendersi conto che il nemico non si arrende, che deve essere sconfìtto? Essere un tale capitano significa ingannare, tradire la classe operaia. Ecco perché secondo me quello che lei giudica superato è in realtà un atteggiamento di convenienza rivoluzionarìa per la classe operaia.
 
H.G. Wells: Non nego che si debba usare la forza, ma penso che le forme di lotta dovrebbero adeguarsi alle opportunità offerte dalle leggi esistenti, che debbono essere difese dagli attacchi reazionari. Non c’è bisogno di disorganizzare il vecchio sistema perché si sta già disorganizzando da solo. Per questo mi sembra che un’insurrezione contro il vecchio ordine, contro la legge, sia obsoleta, superata. Per altro esagero deliberatamente per esporre con maggiore chiarezza la verità. Potrei formulare il mio punto di vista nel modo seguente: in primo luogo, sono per l’ordine; in secondo luogo, attacco il sistema attuale nella misura in cui non riesce ad assicurare l’ordine; in terzo luogo, penso che la propaganda della lotta di classe possa allontanare dal socialismo proprio le persone istruite di cui il socialismo ha bisogno.
 
Stalin: Per raggiungere un grande obiettivo, un importante obbiettivo sociale, dev’esserci una forza principale, un bastione, una classe rivoluzionaria. Poi bisogna organizzare l’assistenza di una forza ausiliaria per questa forza principale; in questo caso la forza ausiliaria è rappresentata dal partito, a cui appartengono le forze migliori dell’intellighenzia. Ha appena parlato di “persone istruite”. Ma a quali persone istruite si riferisce? Non c’erano moltissime persone istruite dalla parte del vecchio ordine nell’Inghilterra del Diciassettesimo secolo, nella Francia del Diciottesimo secolo e nella Russia della Rivoluzione d’Ottobre? Il vecchio ordine aveva al suo servizio molte persone ben istruite che lo difendevano e si opponevano al nuovo ordine. L’istruzione è un’arma, ma il suo effetto dipende dalle mani che la brandiscono, da chi deve essere colpito. Naturalmente, il proletariato, il socialismo, ha bisogno di gente ben istruita. È ovvio che i sempliciotti non possono aiutare il proletariato a lottare per il socialismo, a costruire una nuova società. Io non sottovaluto il ruolo dell’intellighenzia; al contrario, lo sottolineo. La questione, tuttavia, è di quale intellighenzia stiamo discutendo. Perché ci sono diversi tipi di intellighenzia.
 
H.G. Wells: Non può esserci una rivoluzione senza un cambiamento radicale del sistema educativo. Basti citare due esempi: l’esempio della repubblica tedesca, che non toccò il vecchio sistema di istruzione e perciò non divenne mai una repubblica, e l’esempio del Parlito Laburista, che non ha il coraggio di battersi per un cambiamento radicale del sistema educativo.
 
Stalin: Questa è una osservazione giusta. Ora mi permetta di replicare ai tre punti che ha sollevato. In primo luogo, la cosa principale per una rivoluzione è l’esistenza di un bastione sociale. Questo bastione della rivoluzione è la classe operaia. In secondo luogo, occorre una forza ausiliaria, quello che i comunisti chiamano un partito. Al partito appartengono i lavoratori più preparati e quegli elementi dell’intellighenzia tecnica che sono strettamente collegati alla classe operaia. L’intellighenzia può essere forte solo se si unisce alla classe operaia. Se si oppone alla classe operaia diventa una nullità. In terzo luogo, occorre il potere politico come strumento di cambiamento. Il nuovo potere politico crea le nuove leggi, il nuovo ordine che è un ordine rivoluzionario
 
Io non mi schiero a favore di un’ordine qualsiasi. Io mi schiero a favore dell’ordine che risponda agli interessi della classe operaia. Ma se alcune leggi del vecchio ordine possono essere utilizzate nella lotta per il nuovo ordine, allora le vecchie leggi dovrebbero essere utilizzate. Io non mi oppongo al suo postulato secondo cui il sistema attuale dovrebbe essere attaccato nella misura in cui non assicura l’ordine necessario per il popolo.
 
E infine, sbaglia se crede che i comunisti siano innamorati della violenza. Sarebbero molto lieti di rinunciare ai metodi violenti se la classe dirigente accettasse di lasciare il posto alla classe operaia. Ma l’esperienza della storia smentisce questa possibilità.
 
H.G. Wells: Eppure c’è stato un caso nella storia dell’Inghilterra in cui una classe ha volontariamente consegnato il potere a un’altra classe Nel periodo fra il 1830 e il 1870 l’aristocrazia, il cui influsso era ancora molto considerevole alla fine del Diciottesimo secolo, volontariamente, senza una dura lotta, cedette il potere alla borghesia che assicurava un appoggio sentimentale alla monarchia. Successivamente, questo trasferimento del potere ha portato al domìnio dell’oligarchia finanziaria.
 
Stalin:Ma lei senza accorgesene è passato dal problema della rivoluzione al problema delle riforme. Non è la stessa cosa. Non pensa che il movimento cartista abbia avuto un ruolo importane nelle riforme inglesi del Diciannovesimo secolo?
 
H.G. Wells: I cartisti fecero molto poco e scomparvero senza lasciare traccia.
 
Stalin: Non sono d’accordo con lei. I cartisti, e il movimento di sciopero che organizzarono, ebbero un ruolo di rilievo; costrinsero le classi dirigenti a molte concessioni relative al diritto di voto, all’abolizione dei cosiddetti “borghi putridi” [i distretti elettorali con pochissimi votanti] e a diversi altri punti della “Carta”. Il cartismo ebbe un ruolo storico non privo di significato e costrinse una parte delle classi dirigenti a fare alcune concessioni-riforme per scongiurare una grave crisi. In generale, va detto che di tutte le classi dirigenti, le classi dirigenti inglesi, sia l’aristocrazia che la borghesia, si sono dimostrate le più intelligenti e flessibili dal punto di vista dei loro interessi di classe, dal punto di vista della conservazione del potere. Prendiamo ad esempio dalla storia moderna, lo sciopero generale del 1926. La prima cosa che qualsiasi altra borghesia avrebbe fatto dì fronte a un’iniziativa di questo tipo, quando il consiglio generale del sindacato ha proclamato lo sciopero, sarebbe stata di arrestare i dirigenti sindacali. La borghesia inglese non lo fece e agì con intelligenza dal punto di vista dei suoi interessi. Non riesco a immaginare che una strategia così flessibile possa essere seguita dalla borghesia degli Stati Uniti, della Germania o della Francia. Per mantenere il loro dominio, le classi dirigenti della Gran Bretagna non hanno mai rinunciato a piccole concessioni, riforme. Ma sarebbe sbagliato pensare che queste riforme siano rivoluzionarie.
 
H.G. Wells: La sua opinione delle classi dirigenti del mio paese è più alta della mia. Ma c’è davvero una grande differenza fra una piccola rivoluzione e una grande riforma? Una riforma non è una piccola rivoluzione?
 
Stalin: In seguito a una pressione dal basso, la pressione delle masse, la borghesia a volte può concedere alcune riforme parziali che non contraddicono il sistema sociale economico esistente. Sceglie questa linea d’azione perché ritiene che queste concessioni siano necessarie per salvaguardare il suo dominio di classe. Questa è l’essenza delle riforme. La rivoluzione, invece, significa il passaggio del potere da una classe all’altra. Per questo è impossibile descrivere qualsiasi riforma come una rivoluzione. Per questo non possiamo sperare che il cambiamento del sistema sociale avvenga con un’impercettibile trasformazione da un sistema all’altro attraverso le riforme, grazie alle concessioni della classe dominante
 
H.G. Wells: Le sono molto grato per questo colloquio, che ha significato davvero molto per me. Spiegandomi le cose, le sarà sembrato di tornare ai tempi in cui doveva illustrare i rudimenti del socialismo nei circoli illegali prima della rivoluzione. Attualmente nel mondo esistono solo due persone a cui danno ascolto milioni di persone soppesandone ogni opinione, ogni singola parola – lei e Roosevelt. Gli altri possono predicare quanto vogliono, quello che dicono non sarà mai pubblicato o tenuto in gran conto. Non sono ancora in grado di valutare quello che è stato fatto nel suo paese, sono arrivato solo ieri. Ma ho già visto i volti sereni di uomini e donne sani e so che state facendo qualcosa di molto importante. Il contrasto con il 1920 è sbalorditivo.
 
Stalin: Si sarebbe potuto fare di più se i bolscevichi fossero stati più bravi.
 
H.G. Wells: No, se gli esseri umani fossero stati più bravi. Sarebbe un’ottima cosa inventare un piano quinquennale per la ricostruzione del cervello umano, che evidentemente è privo di molte cose necessarie a un perfètto ordine sociale. (Ride)
 
Stalin: Non vuole trattenersi per il Congresso dell’Unione degli scrittori sovietici?
 
H.G. Wells: Purtroppo ho molti impegni da rispettare e posso restare solo per una settimana. Sono venuto per parlare con lei e sono molto soddisfatto del nostro colloquio. Ma vorrei discutere con tulli gli scrittori sovietici che avrò modo di incontrare, la possibilità di una loro adesione al Pen Club. E’ un’organizzazione internazionale di scrittori fondata da Galsworthy: dopo la sua morte ne sono divenuto il presidente. L’organizzazione è ancora debole, ma ha sezioni in molti paesi, e la cosa più importante è che i discorsi dei suoi membri sono ampiamente commentati dalla stampa. Insiste molto sulla libera espressione di opinioni, anche opinioni di opposizione. Spero di discutere la questione con Gorkij. Non so se siete ancora pronti per tanta libertà…
 

Stalin: Noi bolscevichi la chiamiamo “autocritica”. È molto praticata in Urss …

MARXISM VERSUS LIBERALISM AN INTERVIEW WITH H.G. WELLS

Adda venì baffone

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Adda venì baffone è un popolare detto napoletano che di sicuro avrete sentito dire almeno una volta nella vita. A Napoli si invoca il misterioso uomo baffuto per cercare di migliorare una situazione spiacevole. In qualsiasi contesto lo si usi “adda venì baffone” vuol dire una sola cosa: arriverà presto colui che metterà la situazione a posto.

L’origine di questo modo di dire è molto curiosa. Adda venì baffone nacque sul finire della seconda guerra mondiale ad opera del popolo napoletano martoriato dalla guerra. Le persone costrette ad assistere inerti al conflitto bellico non sapevano più a chi rivolgersi per mettere fine alle atrocità. La speranza, però, era ancora viva. Si sognava una terra a est dove la libertà era di casa ed era il popolo a comandare.

Stiamo parlando della Russia che a quel tempo aveva un solo uomo a capo di tutto: Joseph Stalin, noto per i suoi folti baffi. È proprio lui il baffone del famoso detto. I napoletani invocavano il “baffone” Stalin, per cercare di portare la serenità che da troppo tempo mancava alla nostra città devastata dalla guerra.

Adda venì baffone: come i napoletani usano quest’espressione

Dalla seconda guerra mondiale il modo di dire ha perso naturalmente il suo protagonista, e così adda venì baffone si è trasformata in un’espressione popolare che viene usata per buon augurio. È diffusa tantissimo come antidoto alla politica moderna fatta di imbroglioni e ladri. “Adda venì baffone” dicono gli anziani quasi a voler rassicurare il mondo: si metteranno a posto le cose, pagheranno pure questi cialtroni.

Non sono solo le persone anziane a farne uso. Anche tra i giovani si sta diffondendo questo antico detto popolare che viene usato per gioco tra i banchi di scuola quando i professori mettono voti bassi. “Adda venì baffone” sussurrano i giovani allievi con un ghigno sulla faccia. Comunque sia questo strano modo di dire napoletano è un invito a migliorare e porta con se un forte messaggio di speranza: dalle difficoltà si esce sempre.

Solo a Napoli potevano inventarci un’espressione così divertente, ma allo stesso tempo di buon augurio per il futuro di tutti.

Adda venì baffone: usi moderni di un detto antico

STALIN, un altro punto di vista. Sintesi del libro di Ludo Martens

Chi è Ludo Martens? Ludo Martens (1946-2011) è stato uno storico e politico belga, noto per il suo lavoro sull’Africa francofona e sull’Unione Sovietica. È stato anche il presidente del Partito Laburista del Belgio. Nel 1968 aderì alle tesi del marxismo-leninismo,sposando la linea politica del PPC e criticando la deriva revisionistica dell’URSS a partire dagli anni ’70. Riguardo a Solženicyn e alla sua opera Arcipelago Gulag, Martens ha dichiarato: “Questo uomo è diventato la voce ufficiale per il 5 per cento di zaristi, borghesi, speculatori, kulaki, sfruttatori, mafiosi e Vlasoviani, tutti legittimamente repressi dallo stato socialista” (wikipedia). Nel 1994 ha pubblicato il volume “Stalin, un altro punto di vista“, Zambon Editore, tradotto in molte lingue.

Breve biografia del giovane Stalin (1879-1917)

Stalin nacque il 21 dicembre 1879 a Gori, in Georgia,da una famiglia povera: il padre calzolaio e la madre figlia di servi. Ragazzo sveglio e promettente, grazie ad una borsa di studio, ebbe l’opportunità di studiare in un seminario teologico ortodosso di Tbilisi, da dove fu espulso a causa dell’attività politica per il Partito socialdemocratico russo. Infatti nel 1898 era entrato nel movimento marxista clandestino dopo aver conosciuto alcuni deportati politici, spinto ad un’azione concreta dal suo spirito antagonista per contribuire a modificare la situazione di ingiustizia e di degradazione in cui erano costrette a vivere le masse popolari sotto il regime zarista. Nel 1900, a 21 anni, venne arrestato e nel 1902 deportato in Siberia con l’accusa di avere organizzato agitazioni. Nel 1904 riuscì a fuggire e a tornare in Georgia dove divenne un rivoluzionario e un membro di spicco del partito; arrestato più volte , riuscì sempre a fuggire. Nel 1912 venne chiamato da Lenin a Pietroburgo nel Comitato centrale del partito, ma nel 1913, fu nuovamente esiliato in Siberia dove rimase fino alla cacciata dello Zar, grazie alla rivoluzione sovietica di Lenin, Stalin ed altri.

Capace organizzatore, dotato di grande energia e rigore di modi e di metodi, Stalin, strettamente fedele alle direttive di Lenin, divenne uno dei principali capi della Rivoluzione d’ottobre, del nuovo stato socialista: e dell’URSS. Il suo ruolo e il suo potere politico crebbero durante la Guerra civile russa in cui svolse compiti politico-militari di grande importanza, entrando spesso in rivalità con Lev Trockij. Alla rivoluzione permanente e globale di Trockij, Stalin opponeva la difesa della rivoluzione sovietica e leninista in Russia del 1917. Sugli eventi storici di quegli anni Martens fornisce la sua ricostruzione ben documentata.

Sintesi del libro di Ludo Martens

Nella prefazione al libro, Adriana Chiaia, curatrice, parte dagli ultimi eventi reazionari che hanno investito la Russia di Eltsin e di Putin, con la disgregazione dell’URSS e la furia iconoclasta anticomunista che ha colpito perfino simboli, ricorrenze, celebrazioni della gloriosa rivoluzione d’ottobre. Richiamando i contenuti del libro, sconfessa tutte le calunnie e le menzogne imperialiste che ci vengono ripetute, non solo da anticomunisti e fascisti, ma dai revisionisti, europei e mondiali, che pullulano nei nostri mass-media. Proprio dopo la morte di Stalin, con Chruscev e Gorbaciov, il revisionismo si diffonde in Russia ed altrove. L’ideologia revisionista è stata adottata, opportunisticamente, dai partiti comunisti dei Paesi capitalisti occidentali con conseguenze disastrose, sia per questi partiti che per le democrazie costituzionali nazionali ed europee (subordinate all’imperialismo USA, sionista e della UE). Invece gli ideali del marxismo-leninismo, ai quali Lenin e Stalin si sono ispirati, costituiscono, oggi come ieri, la speranza e la soluzione liberatoria per milioni e milioni di persone vittime dell’imperialismo.

Il libro di Martens (360 pagg.) ricostruisce, con dovizia di documenti e di testimonianze, la storia, il ruolo e l’attività della rivoluzione sovietica e di Stalin, dai suoi primi anni (1898) fino alla sua morte (marzo 1953). Non è inutile ricordare che i suoi funerali furono un evento storico per tutti i proletari, gli sfruttati e i comunisti del mondo che in Stalin vedevano una grande speranza di lotta  antimperialista e socialista. A Mosca 4,5 milioni di russi seguirono il suo corteo funebre. Tutti illusi ed ignoranti?

Più che sintetizzare i contenuti del libro, impresa improba e discutibile per chi legge, mi sembra più utile richiamare, per punti, i principali fatti che demistificano la propaganda antistaliniana.

1. Il dissidio Stalin-Trockij

Si tratta di un dissidio ideologico e politico tra due protagonisti della rivoluzione bolscevica che si sviluppa in un preciso momento storico, di cui bisogna tener conto con onestà intellettuale. Stalin, subito dopo la vittoria della rivoluzione antimperialista, è costretto a contrastare la furia poderosa e rabbiosa di tutte le maggiori potenze capitaliste, intenzionate a stroncare quella rivoluzione, la prima nella storia del mondo che diventava l’esempio per altri Stati e continenti del mondo. Non solo, era in corso in Russia una guerra civile e una grave carestia che, con l’appoggio esterno, rischiava di liquidare la neonata rivoluzione sovietica. La guerra civile russa (1918-21) provocò 9 ml di morti, soprattutto a causa della diffusa carestia: lo Stato sovietico usciva debolissimo e stremato dalla guerra dello Zar e dalla sua politica. La tesi di Stalin – difesa prioritaria della neonata rivoluzione in Russia – deriva da questa esigenza vitale e conquista perciò la maggioranza del partito. E’ davvero incomprensibile tutto ciò?

La tesi di Trockij – rivoluzione mondiale permanente e globale – per quanto attraente, è apparsa alla maggioranza del partito astratta, prematura ed impraticabile nel contesto dato, tanto più se la rivoluzione bolscevica fosse stata annientata dagli attacchi esterni ed interni (la borghesia russa sconfitta tentava la sua rivincita). Le due tesi, come si comprende, erano antitetiche, solo una doveva e poteva prevalere,e così fu. Speculare su questo legittimo e naturale dissidio politico – come fanno imperialisti, revisionisti e trockisti – è strumentale e inaccettabile, perché la storia non si fa con i “se” o i “ma”, ma con i fatti e le decisioni maggioritarie. E’ documentato: Trockij, espulso dal partito per “frazionismo” e poi esule, ha trovato il suo bersaglio principale, non negli imperialisti aggressori, ma in Stalin e nella neonata rivoluzione bolscevica. Molti suoi scritti e discorsi hanno messo in dubbio la possibilità della rivoluzione sovietica di affermarsi, fino al punto di lanciare accuse personali contro Stalin e il suo stesso partito, dal quale fu espulso con decisione maggioritaria. Ma il “frazionismo” di Tockij continuò, mettendo a grave rischio gli esiti della neonata rivoluzione.

Alla luce della realtà storica Stalin ha avuto ragione: ha salvato la rivoluzione bolscevica dagli attacchi esterni ed interni, ha sconfitto il nazismo invasore di Hitler (con 23 milioni di morti), ha edificato una Russia potente e una forte alleanza di Stati, l’URSS, contenendo e contrastando l’egemonia invasiva degli USA e della Nato nel mondo. Le lotte vittoriose di liberazione anti-coloniali, le rivoluzioni comuniste vittoriose (Cina e Corea del Nord), la diffusione delle idee comuniste nel mondo hanno avuto nell’URSS di Stalin il primo esempio vincente e un sostegno ideale e materiale decisivo. E’ forse colpa di Stalin (morto), se le rivoluzioni socialiste non hanno avuto poi vittorie planetarie, ma un regresso storico? Ciò non dipende forse dal revisionismo, dai tradimenti e dal potere egemonico dell’imperialismo armato? Il comunismo rivoluzionario europeo – in Spagna, in Germania, in Italia (Gramsci) e altrove – è stato stroncato dal nazismo di ieri e di oggi. Né una rivoluzione socialista può essere “esportata”, deve affermarsi con le idee e la forza dei suoi cittadini.

2. Il testamento di Lenin

I detrattori di Stalin sostengono che Lenin, padre della rivoluzione, aveva designato Trockij come suo successore, ma Stalin, con un colpo di mano, lo sostituì, defenestrandolo. Ma la storia e i documenti dicono tutt’altro: Stalin, su proposta di Lenin, fu nominato segretario del partito. Era la sola persona  membro del Comitato centrale, dell’ufficio politico, dell’ufficio organizzativo e della segreteria del partito. Durante l’ultima fase di vita di Lenin, il partito aveva incaricato Stalin di tenere i rapporti con lui. Le intenzioni di Lenin malato erano comunque quelle di evitare una scissione nel partito, centrata su Stalin o Trockij. In ogni caso, a chi spettava nominare il successore, a Lenin morente o al partito bolscevico?

3. L’industrializzazione e la collettivizzazione socialista

Lenin, a proposito della questione se fosse possibile edificare il socialismo in un Paese arretrato e non industrializzato, aveva dichiarato: “Il comunismo è il potere dei  Soviet più l’elettrificazione di tutto il Paese”. E’ esattamente ciò che fece Stalin, sia pure a tappe forzate e in mezzo a pesanti difficoltà interne ed esterne. Trockij invece esprimeva forti contrasti su questa politica. Ma se l’industrializzazione del Paese non si fosse realizzata, in tempi e modi rapidi, il nazismo hitleriano avrebbe occupato la Russia ed eliminato il socialismo sovietico, con grande soddisfazione delle potenze imperialiste. Con la industrializzazione rapida e la collettivizzazione agraria, attuata in mezzo a mille difficoltà e resistenze dei latifondisti spodestati, in pochi anni(1920-1938) Stalin ottenne miracoli economici ed industriali clamorosi, ampiamente documentati da dati oggettivi. In 11 anni, dal 1930 al 1940, l’ Unione sovietica ha avuto una crescita industriale media del 16,5%. Il fondo di accumulazione passò da 3,6 ML di rubli (1928) a  23 ML di rubli.

Altra grande impresa staliniana fu quella della rapida espansione dei Kolchoz – fattorie collettive di proprietà contadina – che si contrapposero ai Kulak – aziende agricole di stampo zarista – che volevano impedirne con ogni mezzo lo sviluppo,anche con la propaganda, il boicottaggio, lo sterminio dei cavalli, l’incendio dei fienili ed altre azioni criminali, fino all’uccisione dei militanti bolscevichi. I Kulaki trovarono anche un insperato sostegno ideologico in Kautsky che criticava la “aristocrazia sovietica” ed auspicava una “insurrezione contadina contro il regime bolscevico”: le stesse speranze nutrivano le aristocrazie europee secondo un programma che sarà adottato nel 1989 dai restauratori del capitalismo in Europa dell’est e in URSS. Ma l’azione del partito sovietico e di Stalin ebbe successo: i Kolchoz raggiunsero numeri percentuali ragguardevoli in molte regioni (tra il 60 e il 76%). Una popolazione contadina di 132 ml di persone fu in grado di alimentare una popolazione urbana di 61 ml tra il 1926 e il 1940.

Ovviamente questi successi furono realizzati con grandi sacrifici dei contadini russi, come era inevitabile e necessario per ragioni vitali della l’Unione sovietica. Fu questo grande sviluppo economico e produttivo che consentì all’URSS di resistere e ricacciare la grande  armata hitleriana, mentre le potenze occidentali “democratiche” rimanevano passive e rifiutavano ogni aiuto concreto alla Nazione invasa. Peraltro il disegno aggressivo di Hitler è andato molto vicino a realizzarsi, arrivando fino alle porte di Mosca. Grazie al prestigio e alle capacità politiche e militari di Stalin, i nazisti furono ricacciati e iniziò il loro declino in Europa  e in Giappone. Sappiamo dal libro di F. Gaia “il secolo corto” che gli USA sganciano le due bombe nucleari sul Giappone proprio per evitare che l’imperatore Hirohito si arrenda ai sovietici, portando così il Paese sotto l’influenza del nemico comunista.                      Una ragione analoga riguarda, a mio avviso, l’intervento USA in Europa (dove basi e militari USA sono oggi insediati): si doveva evitare che il comunismo europeo ed italiano si saldasse con quello sovietico, mutando così le sorti del continente. Gli accordi di Yalta del 1945, con la divisione in zone di influenza USA/URSS, furono imposti da USA/UK a Stalin (in minoranza) che dovette subirli per evidenti necessità geopolitiche e di rapporti di forza. Eppure politici e giornalisti nostrani ancora ci dicono che gli USA ci hanno “liberato”.

4. Le “purghe” e la “repressione staliniana”

Sono questi gli argomenti che vengono evocati non appena si nomina il nome di Stalin. Lo si nomina solo per dire che era un “feroce dittatore”, che “ha sterminato migliaia di oppositori per ambizione di potere”, che “le sue vittime principali sono proprio i veri rivoluzionari della prima ora”, ecc. ecc. Di cosa si tratta in realtà? Del fatto che una rivoluzione vittoriosa all’inizio, può essere poi messa in crisi e sconfitta per fattori interni (tradimento) ed esterni (nazismo, guerra fredda, potenze imperialiste). La rivoluzione sovietica aveva colpito interessi consistenti delle oligarchie e dei ceti parassitari della Russia zarista, che non rimasero certo passivi e che tentarono, a più riprese e con ogni mezzo, di opporsi ad essa, anche infiltrandosi all’interno del partito e nei ranghi dell’esercito. Sono reazioni classiste presenti in ogni processo rivoluzionario effettivo della storia umana, come nella Russia sovietica: esse si appoggiano anche a poteri esterni, nel tentativo di restaurare l’ordine precedente “sovvertito”.

E’ sintomatico che, dopo la morte di Stalin, esponenti di primo piano del partito sovietico – come Kruschev, Gorbaciov, Eltsin, ed altri – promettendo “democratizzazione”, “maggior potere ai soviet”, “destalinizzazione”, “nuovo impulso rivoluzionario”, ecc. – abbiano di fatto prodotto la fine dell’URSS e del socialismo sovietico a tutto vantaggio dell’imperialismo occidentale, con gravissimi danni economici e morali dei cittadini e dei lavoratori di tutti i Paesi. Un processo involutivo storico che il plenum del comitato centrale del PCUS aveva avvertito già nel 1937, nell’imminenza della aggressione nazista, decidendo di organizzare una “grande purga” contro i nemici della rivoluzione sovietica (come risulta dai documenti ritrovati nel frattempo).

Si tratta dell’epurazione del 1937-38 decisa dal partito dopo l’uccisione di Kirov – numero due del partito bolscevico, ucciso da un sicario iscritto al partito – sulla quale hanno speculato per decenni nazisti, fascisti, imperialisti occidentali, socialisti e comunisti “pentiti”, giornalisti, propagandisti di mestiere. Ludo Martens riporta testimonianze e documenti che dimostrano come il pericolo contro-rivoluzionario fosse concreto e anche interno al partito stesso. Nel 1936 si arrivò alla scoperta di legami certi tra i “controrivoluzionari” del partito – Zinov’ev, Kamenev e Smirnov – e il gruppo anticomunista di Trockij all’estero. Vi furono anche sabotaggi violenti nelle miniere di zinco del Kazachstan e nelle fabbriche di Magnitogorsk. Si tennero perciò dei processi nei quali alcuni degli indiziati riconobbero le loro colpe e furono condannati a morte dai tribunali russi: uno di questi fu Bucharin che ebbe un rilevante ruolo sovversivo anti-sovietico.

Vi fu anche una cospirazione anticomunista nell’esercito guidata dal maresciallo Tuchacevskij ed altri comandanti, che furono processati e giustiziati. Si scoprirono anche comandanti sovietici che collaboravano segretamente con Hitler, come Vlasov e altri, prima e durante l’invasione germanica in Russia. Altro grande propagandista antistaliniano è stato Solzenicyn, letterato zarista osannato dai media imperialisti, per i suoi libri, come “Arcipelago Gulag”. Ci sono molte “fantasie” sul numero effettivo delle persone condannate o espulse dal partito nel periodo della “grande purga” che i nostri libri scolastici reclamizzano.  Ad es. Robert Conquest riferisce di 10-12 milioni di internati nei Gulag e 2 milioni di giustiziati. Ma dopo il crollo dell’URSS i discepoli di Gorbacev diffusero i dati degli archivi ufficiali sovietici : il numero totale dei detenuti, politici e comuni, in campi di lavoro risultavano essere 510.307 (25-33% di politici). In due anni i decessi nei campi furono 115.922 (anche per cause naturali). L’epurazione del PCUS e di Stalin non mirava ad eliminare la “vecchia guardia bolscevica”, ma solo i  sabotatori della linea del partito : nel 1934 c’erano 182.600 “vecchi bolscevichi” (iscritti entro il 1920). Nel 1939 se ne contavano 125.000, quindi la grande maggioranza di loro (69%) era rimasta nel partito, il 31% ne era uscito, anche perché morti per anzianità.

Credo perciò che i numeri diffusi nel mondo come “vittime dello stalinismo” vadano adeguatamente rivisti, con buona pace degli imbonitori occidentali, e valutati nel contesto della situazione storica di allora. Si tratta comunque di cifre drammatiche, ma la rivoluzione non è , purtroppo, un “pranzo di gala”.  Queste misure, pur necessarie e radicali, si mostrarono però perfino inadeguate. Infatti, dopo la morte di Stalin, i “restauratori” presero il controllo del partito e del Paese: il revisionista Chruscev e il maresciallo Zukov, suo braccio armato nel periodo dei suoi due colpi di Stato, nel 1953 (affare Berija) e nel 1957 (affare Molotov-Malenkov-Kaganovic). Stalin ebbe anche contatti positivi con Mao Tse Dung, artefice della grande rivoluzione comunista cinese che dalla rivoluzione russa ha tratto utili insegnamenti, sia nel periodo staliniano che successivamente. E’ stato anche un teorico del marxismo, della rivoluzione e della guerra antifascista.

5. Il patto “tedesco-sovietico” del 23 agosto 1939

Altre calunnie ed accuse inventate contro Stalin i propagandisti occidentali hanno diffuso per decenni, come lo stesso Stalin aveva previsto prima di morire. Tra queste, l’incapacità e gli errori commessi durante la invasione nazista e il “patto tedesco-sovietico”, raccontato come collusione con il nazismo di Hitler.

Ancora un falso : Stalin aveva ben compreso le idee egemoniche di Hitler fin dalla sua ascesa (1933) ; conosceva la sua potenza militare e tecnologica e diffidava (giustamente) della ipocrisia e della inerzia delle potenze occidentali (avverse al comunismo sovietico). Esse si mossero infatti solo quando furono diretta- mente attaccate nei loro territori ed interessi. Aveva bisogno di tempo per rafforzare e riorganizzare il suo apparato militare di difesa/offesa contro Hitler, : quel patto serviva appunto a guadagnare il tempo appena necessario (come dimostrerà l’avanzata tedesca fino alle porte di Mosca). Stalin era già in campo contro il nazismo offensivo di Hitler : in Austria invasa dai tedeschi, mentre Inghilterra e Francia ignoravano l’appello staliniano per una difesa ; in Cecoslovacchia, dove le potenze occidentali decisero di consegnare ad Hitler la regione dei Sudeti, senza combattere. Francia e Inghilterra firmarono anche un accordo di non belligeranza reciproca con Hitler. Nel maggio del 1939 l’esercito giapponese, alleato di Hitler, invase la Mongolia, alleata dell’URSS che scese in guerra contro le truppe giapponesi, sconfiggendole e liberando il Paese. Il giorno successivo Hitler invase la Polonia con lo scopo di avvicinarsi all’URSSprima di invaderla.

Nel marzo 1939 l’URSS aveva tentato inutilmente  di costruire una alleanza anti-nazista con Francia ed Inghilterra, ma queste nicchiavano e intanto si accordavano con Hitler perchè invadesse l’URSS, rispar- miando le loro nazioni. Hitler capì che questi due Paesi avevano minori volontà e capacità di resistere, per cui le affrontò prioritariamente, proponendo all’URSS un patto di non aggressione, che Stalin firmò il 23 agosto del 1939, guadagnando così 2 anni preziosi (fino a giugno 1941) per il rafforzamento militare ed economico del suo Paese. Ma gli effetti anti-nazisti del patto siglato da Stalin furono anche altri (citati nel libro).

Ancora una volta aveva visto giusto e la storia gli ha dato ampiamente ragione. In definitiva Stalin viene calunniato e demonizzato dai suoi nemici e  dalla propaganda occidentale e revisionista per avere realizzato concretamente le idee di Marx e di Lenin, in una Paese arretrato ed accerchiato dall’imperialismo. Stalin è anche lo spartiacqua reale tra comunismo ed anti-comunismo.  Non so se la ricostruzione storica di Martens sia più o esatta e condivisibile. Credo però che sia necessario conoscerla per valutare con equilibrio ed onestà l’opera e  la figura di Stalin , sia per la storia dell’URSS che per quella del mondo intero.

LO STALINISMO NON ESISTE

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Lo stalinismo: questo sconosciuto termine inventato nella teoria, fa strage nel quotidiano e nella retorica politica.  Ma esiste davvero?

Mi è capitato spesso, ed ancora mi capita un sacco di volte nella vita, essendo noto che alcune riesumazioni provocatorie sono provenute proprio da certe esperienze
per me centrali, che nelle diatribe dialettico/politiche con molti personaggi, definibili o di sinistra o di destra, salta fuori questa definizione: “stalinista”.
Spesso è usato come dispregiativo, senso di distacco, giustificazione di antitesi, diversità (con apparente pulsione libertaria che eleva i soggetti che la pronunciano ad essere “più buoni”) o cosa altro di affine ad una critica politica netta. Ovviamente non manca nemmeno nel senso contrario, ovvero nell’utilizzo pseudo positivo pessimo del supereroe da citare a caso come soluzione delle questioni, e che non è di certo meglio perché non ha a che fare con nulla di concreto, visto che il senso teorico/politico del termine, o di ciò che vorrebbe rappresentare, non esiste.
Si capisce quando lo usa Berlusconi per parlare dei comunisti; si capisce anche quando lo usano le correnti del PD, per darsi addosso l’un con l’altra è delegittimarsi;. e si capisce quando lo usa la sinistrella borghese e inconcludente itaGliana, che grazie al perbenismo inconscio, frutto del marxismo latitante di molti che si definiscono “di sinistra” o peggio “comunisti”, ha campato decenni ed ha garantito a gente come Bertinotti, che ora vede di buon occhio Comunione e Liberazione, di essere considerato un Leader popolare; magari con quella “erre moscia” da aristocratico e una barca a vela che pare il Titanic.
Ma quel che mi fa ridere è che chi muove spesso questa critica-definizione, l’addebita all’idea che, eretto il socialismo, non si debba poi, con l’istituzione di un sistema di governo, far estinguere la classe dominante con i suoi privilegi. La famosa “dittatura del proletariato”, quella “tremenda e brutale dittatura” dell’est imparata dai libri occidentali, che necessita per essere spiegata, appunto, del faccione baffuto, di una foto di un gulag, o di qualche strumentale e gonfiato numero di vittime o incarcerati (mai visti calcolare quelli fatti dalle democrazie).

Ora.
Capisco un anarchico, che nella sua proiezione post rivoluzionaria rigetta ogni forma di governo, se per me con utopia inconcludente, per lui soluzione possibile. Sono punti di vista. Li rispetto per quanto non li condivido.
Ma non lo rispetto e men che meno condivido in bocca ad un essere pensante che si sente o per lo meno definisce “comunista”.
Questi hanno discusso con se stessi, prima ancora che con Marx ed Engels, ed hanno trovato un loro modo di definirsi tali, forse, riscrivendo la storia delle idee.
Nell’abbaglio di attitudini frikkettone e, come direbbe Lenin “piccolo borghesi”, infatti forse per loro Marx ed Engels prevedevano nella soluzione post-rivoluzionaria un robin round di tarallucci e vino o un gioco della bottiglia con la borghesia, una tavolata a Monopoli, un governo a quattro mani, una stretta di mano e poi “ognuno per la sua strada”, una decisione ai rigori, oppure una super-coalizione tutti insieme. Chissà…

Il tutto, badate bene, non rientra nel definire l’applicazione del marxismo necessaria di attualizzazione e contestualizzazione ai tempi moderni, ma di avere un minimo approccio conoscitivo e non usare termini a sproposito. Chi oggi pensa ad una rivoluzione violenta, sia chiaro, per me forse vive di illusioni; ma nella lettura storica delle cose, questo “riscrivere senza conoscere” diventa indecenza ideologica, che genera poi mostri veri e propri nella teoria e prassi attuale della militanza.
Lo stalinismo non esiste, se non per chi lo addebita a caso agli altri, oppure chi si auto-definisce tale per esibizionismo, o per confusione. Perché il culto della personalità ha trionfato in negativo in ogni definizione possibile dello “stalinismo”: che si abbracci o si denigri, atteggiamenti speculari, come disse la più grande storica sul tema, la francese Lilly Marcou.
Altra cosa è la spinta generata dall’icona che ha cavalcato la resistenza e la sconfitta del nazismo, che ha spaventato il sistema capitalistico, usata nel mondo e nel nostro paese in particolare con l’ “ha da venì baffone”.

Atteggiamento rappresentativo che non trova tuttavia corrente ideologica, e che fa struggere tutti i
denigratori del suddetto che vorrebbero cancellarne traccia (tuttavia i fatti sono fatti… Ha vinto lui qui!).
Altra cosa ancora una rievocazione rappresentativa di contrapposizione di piazza o di stadio. È questione estetica, pratica. Strumento che, condivisibile o meno, va letto nel contesto.

Comunque.
Marx ed Engels sono i padri della teoria del comunismo.
Lenin ha ripreso queste linee, le ha interpretate e le ha adattate al contesto russo del suo periodo. Da qui il Marxismo-Leninismo, che, non vi vorrei illuminare, ma finché era in vita Stalin si definiva tale. Perché appunto paradossalmente lo stalinismo nasce con la sua morte, a seguito della de-stalinizzazione (operazione ipocrita di rigenerazione di Krushov).
Mao ha riportato nel suo contesto Marx e difatti il Maoismo, intrecciato con la filosofia orientale e applicato in quel contesto, ed è un’interpretazione di questa idea.
Idem per Guevara e Castro a cuba, intrecciati come Chavez con l’idea Bolivariana di seguire l’unità del sud America; e poi Ho chi min fece altrettanto in Vietnam applicando nel contesto molto differente di un paese iper-colonizzato.
Shankara aveva idee simili e le provò ad applicare in Africa, come altri. Senza troppa elaborazione teorica ma efficientemente applicativa.
I coreani fanno razza a se, tanto che poi definiscono la sua dottrina appunto Ju Che. Quindi elaborazione propria del marxismo.
Ma tutti fanno riferimento a Marx ed Engels come base.
Questo per informare tutti gli scemi che ancora vanno parlando di “Stalinismo”, per un verso o per un altro, che esso, in quanto dottrina non esiste. Semmai è una applicazione, condivisibile o meno, da valutare per il contesto ed il periodo storico, del Marxismo. Ergo, è passare il tempo disquisendo al bar se questo o quello andava bene o meno settanta anni fa.
Unica parte teorica definibile attribuibile di una certa importanza a Stalin fu “anarchia o socialismo” che tuttavia riprendeva pedissequamente le linee di Lenin sulle necessità post-rivoluzionarie, ma non credo nessuno dei “definitori” o degli auto-definitisi tali lo abbiano letto. Poi l’importante lavoro sulla questione nazionale, della quale si occupava essendo georgiano, secondo incarico di Lenin (teoria eccellente che ha fatto stare insieme tutte le repubbliche sovietiche, riconosciuta anche dai suoi detrattori).
Ma tutto questo non ha sostanza se non si parla di quello specifico argomento, ovvero della questione nazionale.
Quindi, posate il fiasco del vino, gli articoletti del Manifesto, di Liberazione, l’Internazionale o di cosa altro mi citate che vi vogliono convincere che esiste lo “stalinismo”, come deviazione malvagia teorica, magari perché così si riesce a convincere la gente che essere comunisti significa ritenere legittimo che uno ha una fabbrica e 300 ci lavorano elemosinando salario.

Non è così.
Non fatevelo raccontare da nessuno. Nel carteggio tra Marx ed Engels (che non hanno ammazzato nessuno, fatto gulag o creato polizie politiche, e forse per questo sono “buoni” e nelle interpretazioni dei borghesi trovano ancora citazione) si discute se lo stato, in quanto “strumento di controllo, perché falsa proiezione di un possibile concilio tra le classi in realtà inconciliabili”, si deve “estinguere” oppure “assopire” (da elaborazione definita “debolezza egeliana da alcuni) oppure direttamente “gli si deve porre fine”. Ma si disquisisce sottigliezze e termini, il disegno e la necessità sono chiare.
Poi, lo so, vi hanno insegnato che c’è lo stalinismo – che non esiste, lo ripeto – a fare la dittatura che spaventa e rovina tutto. Che gli oppositori “eliminati” come Trosky distribuivano caramelle, ma non è così (vedi Kronstadt).

Poi.
Non vi piace l’applicazione leninista e sovietica poi del periodo successivo al 17? Quella dei piani quinquennali di Stalin? Ok. Legittimo. Tanto oggi come oggi è passare il tempo a parlare di cose che hanno poco senso nel concreto attuale.
Ma lo spettro dei dittatori non si cancella con Stalin, nemmeno con Mao, la “dittatura del proletariato” non è elaborazione loro. Mettetevelo in testa. È Marxismo.
Volete continuare a definirvi o definire “stalinista” qualcuno o qualcosa? Fatelo!
Tanto come detto è usufrutto improprio comune, come del resto lo è spesso fascista, termine abusato tanto da contribuire a renderlo comune; “io non sono stalinista” ti dice quello che si vuol sentire meglio, più giusto e libertario, non sapendo dire altro; “sei stalinista” ti dice quello che ti accusa di una posizione intransigente o peggio di prepotenza, “io sono stalinista” l’altro che si da un tono da duro e puro.

Tuttavia la definizione NON esiste in termini politici concreti spesso e volentieri, perché è usata con assoluta ipocrita ed impropria conoscenza.
State perdendo tempo insomma con definizioni inventate ad arte per non parlare del “che fare” attuale, che va riscritto, ovviamente, attualizzando ma senza ipocrisia ed avvitarsi sul passato.
Il problema, forse, è che troppi compulsano quello che NON conoscono. Ci sono già i peggiori giornalisti per questo.
Fine.

Fonte

A cena con Stalin

Dopo un evento internazionale tenutosi a Mosca, Stalin invitò vari capi di stato a cena nella sua dacia. Tutti accettarono l’invio con molto piacere, la maggior parte di loro era curiosa di vedere dove e come viveva l’uomo che più di tutti portava il peso delle lotte del proletariato sulle proprie spalle.

Arrivati, gli invitati rimasero molto perplessi la dacia che il governo sovietico aveva assegnato a Stalin era molto minimalista.
Una camera da letto, dove era presente un letto e un mobile.
Una camera adibita a studio, dove era presente una scrivania e una picccola bibblioteca dove erano custoditi documenti e testi di Lenin e una bandiera dell’Unione Sovietica.
Il salone dove si teneva la cena, aveva un ampia veduta sul giardino ben curato ed erano presenti alcuni mobili e due tavoli.

Non c’era alcun capocameriere per il servizio. Una ragazza portava le pietanze in grandi piatti coperti perché non si raffreddas­sero; posava i piatti sulla tavola e se ne andava. Stalin seguì con molto attenzione le operazioni della cena. Finito di portare le pietanze, la cameriera salutò il Compagno Stalin e i presenti. A questo punto gli invitati si accomodaro al tavolo e dopo un brindisi Stalin si alzò in piedi e si dirisse verso il tavolo dove erano le pietanze si preparò il proprio piatto e tornò al tavolo. Accortosi dello stupore degli invitati, disse:

Allora, mangiamo!! Aspettate forse che vengano i camerieri a servirci? Ecco dove sono i piatti, scopriteli e servitevi se non volete restare senza mangiare.

Fonte: Con Stalin, ricordi