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Ezra Pound era veramente fascista?

Ezra Weston Loomis Pound  è stato un poeta, saggista e traduttore statunitense, che trascorse la maggior parte della sua vita in Italia.

Visse per lo più in Europa e fu uno dei protagonisti del modernismo e della poesia di inizio XX secolo. Costituì, assieme a Thomas Stearns Eliot, la forza trainante di molti movimenti modernisti, principalmente dell’imagismo e del vorticismo, correnti che prediligevano un linguaggio d’impatto, un immaginario spoglio e una netta corrispondenza tra la musicalità del verso e lo stato d’animo che esprimeva, in contrasto con la letteratura vittoriana e con i poeti georgiani. Sono temi ricorrenti nella sua poesia epica e lirica la nostalgia per il passato, la fusione tra culture diverse, e il tema dell’usura, contro cui si scaglia apertamente.

Ezra Pound, il filosofo più citato e abusato dai fascisti dopo Evola, si dichiarò fascista in più occasioni e supportò il governo mussoliniano. In questo articolo daremo un dispiacere ai fascisti dimostrando come nonostante le sue dichiarazioni Pound non si può definire fascista.

Ezra Pound era prima di tutto un poeta e possiamo affermarlo senza indugi un grande poeta, è necessario disaccoppiare il poeta dal pensiero polito ed è ingiusto considerare le sue poesie fasciste e condannare interamente le sue opere.

Pound era politicamente sia contro il capitalismo che contro il marxismo e vedeva nel fascismo una terza via da contrapporre. Pound veniva da un contesto culturale che lo ha traviato, aveva una mentalità socio culturale jeffersoniana che gli fece credere di vedere in mussolini e hitler qualcosa che non era, non si rese conto che il governo mussoliniano, a differenza da cosa sostengono i terzaposizionisti o i socialisti nazionali, non applicò mai una sola riforma socialista ne tanto meno socialdemocratica.

Il governo italiano tra gli anni 20 e gli anni 40 fu uno dei governi in cui le privatizzazioni ebbero un’impennata maggiore e fu totalmente asservito al capitale, al latifondo, alla borghesia e al clero, non supportò mai i lavoratori e i loro diritti diminuirono. Pound presentò delle modifiche alle politiche economiche dell’Italia nel tentativo di difendere i lavoratori e “socializzare” la politica economica del paese. Cosa accadde a tutte le sue proposte? Vennero cestinate e non mai furono applicate.

Il suo pensiero politico è un disastro totale, come direbbe Zalone: Ma è del mestiere questo? Come detto ammirava mussolini, ma non lo conosceva e lo incontrò una sola volta, dichiarò che hitler era un santo, in più occasioni proferì frasi antisemite, considerava il marxismo un prodotto giudaico massonico e secondo lui l’Italia sotto mussolini non era più in vendita ai pesi esteri, sotto la repubblica di Salò diresse una radio.

Allo stesso tempo dichiarò che c’era differenza tra gli ebrei cattivi(vedi banchieri e finanzieri) e ebrei buoni(il resto) e si dichiarò a favore della nascita dello stato di Israele, per buona pace degli antisemiti che lo ereggono ad esempio. Dopo la fine della seconda guerra mondiale suggerì di trasformare l’Italia in un protettorato amaricano.

Il primo atto del Fascismo è stato salvare l’Italia da gente troppo stupida per saper governare, voglio dire dai comunisti senza Lenin. Il secondo è stato di liberarla dai parlamentari e da gruppi politicamente senza morale. Quanto all’etica finanziaria, direi che dall’essere un paese dove tutto era in vendita, Mussolini in dieci anni ha trasformato l’Italia in un paese dove sarebbe pericoloso tentare di comperare il governo

Già, ma che razza di ‘fascista’ fu Ezra Pound? Pound rimpiangeva l’America rurale dei padri fondatori. Indossando i panni dell’economista, si scagliava contro quella che chiamava «usura», il denaro che produce altro denaro, lo strapotere delle banche: «Nel denaro – diceva – è la natura dell’ingiustizia». Non amava neanche la democrazia, perché ridotta a «usurocrazia» e «daneicrazia».

E pagò, eccome se pagò. Prima, nel 1945, già sessantenne, consegnato dai partigiani agli americani, finì al Disciplinary Training Center di Pisa, una sorta di Guantanamo, rinchiuso in una cella sempre illuminata, costretto a dormire sul pavimento di cemento, e dove pure compose i suoi Cantos migliori.
Negli Usa fu rinchiuso, senza vera perizia medica né vero processo, forse solo per imbarazzo, per 13 anni nel manicomio criminale di Washington. Ne uscì vecchio, distrutto. Hemingway lo soccorse. Eliot lo amava. Pasolini lo adorava. I suoi Cantos sono forse la poesia più alta del secolo. Non gli diedero il Nobel a causa del suo passato imbarazzante. Ma che cosa c’entra con i crani rasati e le croci celtiche e il mito della forza e della razza uno che scrive: «Nessun paese può sopprimere la verità e vivere bene»? Oppure: «Non puoi fare una buona economia con una cattiva etica»? La figlia Mary ha perso la causa. Pound è ormai proprietà privata di individui che forse non hanno mai letto una sola sua lirica.

Chi urla quegli slogan, come potrebbe apprezzare versi come questi, dedicati alla Venezia dove Pound riposa per sempre? «Sì, la gloria dell’ombra / della tua Bellezza ha camminato / Sull’ombra delle acque. / In questa tua Venezia. / E dinanzi alla santità / Dell’ombra della tua ancella / Mi sono coperto gli occhi, / O Dio delle acque. / O Dio del silenzio» ( Litania notturna ). .

Pier Paolo Pasolini intervistò Pound nel 1968. L’occasione è molto più che una semplice intervista: è un evento di portata storica, non soltanto per il mondo della letteratura e della poesia, ma anche nella vita dei due intellettuali. Da una parte Ezra Pound, ormai anziano e affaticato, apparentemente indifferente al peso della vita e delle vicissitudini attraversate, dall’esperienza di detenzione nel manicomio criminale di St. Elizabeths di Washington, dalle accuse di tradimento nei confronti del proprio Paese, l’America, per appoggiare il regime fascista. Dall’altra, sulla poltrona accanto, il Pasolini scrittore e regista che proprio in quegli anni iniziava finalmente a godere i frutti di un lavoro a lungo criticato, bistrattato, se non apertamente schernito dai benpensanti di un’Italia fino a poco prima del tutto impreparata a cogliere la sensibilità, il coraggio, la lucidità della sua ricerca espressiva e stilistica di narratore. Ma quello fra Pasolini e Pound non è solo l’incontro fra due figure rivoluzionarie, sebbene idealmente antitetiche, è anche  il confronto fra due poeti e fra due uomini legati a doppio filo da un rapporto di amore e odio, di pesanti eredità intellettuali, di conflitto e contatto, giunto al punto di doversi tradurre in una riconciliazione formale che ha il sapore di un simbolico passaggio di testimone. Due irregolari, due outsider, due anticonvenzionali accomunati dalla scelta di mettersi in gioco in prima persona senza risparmiarsi. Un filo riannodato sulla traccia dei versi di Pound, che Pasolini ridisegna e fa propri in una rilettura di rara e toccante intensità. 

Pound morì nel 1972 a Venezia, e a distanza di un anno, Pasolini sottoscrisse, anche politicamente, i suoi versi conservatori:

L’ideologia reazionaria di Pound è dovuta al suo back-ground contadino […] Ciò che in Pound, attraverso il padre e la mitica figura del nonno è entrato di questo mondo contadino, lo veniamo a sapere attraverso la idealizzazione che Pound ha fatto della cultura cinese […]. Egli ha voluto, fermamente e follemente voluto, restare dentro il mondo contadino: anzi, andare sempre più in dentro e più al centro. La sua ideologia non consiste in niente altro che nella venerazione dei valori del mondo contadino (rivelatiglisi in concreto attraverso la filosofia cinese, pragmatica e virtuosa). In questo senso io ritengo che si possano sottoscrivere, anche politicamente, tutti i versi conservatori di Pound dedicati ad esaltare (con nostalgia furente) le leggi del mondo contadino e l’unità culturale del Signore e dei servi: “La parola paterna è compassione;/Filiale, devozione;/La fraterna, mutualità; Del tosatel (giovinetto) la parola è rispetto”  .

Concludiamo dicendo Pound non può essere associato al fascismo per 5 motivi
– La sua poetica e la sua attività filosofica sono sono maggiori delle sue idee politiche ed è necessario scindere la poetica dalle idee politiche.
– Le idee di Pound furono contraddittorie in punti cardine a livello teorico e pratico rispetto al fascismo e al nazismo
– In vecchiaia rigettò le sue idee. Rivide le sue idee sull’antisemitismo definendolo uno stupido pregiudizio e il suo errore più grande. Disse che tutti i suoi precedenti lavori erano privi di valore e sentiva di rovinare tutto ciò che toccava e di essere stato ignorate.
– Aveva una conoscenza politica molto limitata e non si può trascurare i suoi trascorsi patologici
– Veniva da un contesto culturale che lo ha traviato, aveva una mentalità socio culturale jeffersoniana che gli fece credere di vedere in mussolini e hitler qualcosa che non erano . Pound è una vittima inconsapevole della propaganda fascista.

Ezra è diventato pazzo. Penso che la sua pazzia sia evidente dagli ultimi Cantos. Merita la punizione e la disgrazia, ma ciò che davvero merita è essere ridicolizzato. Non dovrebbe essere impiccato e non deve diventare un martire. Resta uno dei più grandi poeti viventi e ha dato una mano per molto tempo a molti artisti. Ernest Hemingway

Ezra Pound e Cioran – #Filosofia 39
Pier Paolo Pasolini ed Ezra Pound
“Un’ora con…Pier Paolo Pasolini ed Ezra Pound”: il 30 luglio a Casa Colussi
Giù le mani (tese) da Ezra Pound. Il poeta icona dei neofascisti? Annessione impropria

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Odessa: la città del Mar Nero fondata dagli Italiani.

Odessa, la città dalle mille sfumature, consegnata alla storia cinematografica mondiale grazie a Sergej Michajlovič Ėjzenštejn , alla sua scalinata. La scalinata nota al cinema nostrano per la “cagata pazzesca” di fantozziana memoria. Ebbene, i legami tra la città del Mar Nero e l’Italia non si riducono alla sola esternazione del ragioniere nostrano. Odessa è stata fondata da un italiano, nel 1794.

Prima di tale data al posto di Odessa sorgeva un villaggio, Khadjibey, abitato dai tatari. Tra il XVII e il XVIII le coste del Mar Nero si ritrovarono contese tra le mire espansionistiche dell’Impero Ottomano(la cui presenza era debole e incostante lungo le coste settentrionali)e della Russia di Pietro il Grande(che bramava lo sbocco sul mare per il suo impero). Entrambe inconcludenti e senza successo, fu la nuova zarina, Caterina la Grande, a cambiare le sorti dell’alterco russo-ottomano. Tra audacia strategica e meticolosa diplomazia respinse l’armata ottomana e si assicurò territori ampi, facendo della Russia una potenza emergente sul Mar nero. Il XVIII fu il secolo dell’ingordigia imperiale in Europa e la zarina non volle esser da meno, annettendo formalmente la Crimea e sognando una nuova Bisanzio sotto la protezione russa. Supportata dal valoroso militare e suo amante Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, un insieme di erotismo, autentico affetto e caparbietà militare portarono a un ampliamento dell’impero lungo le coste meridionali, nel decennio tra il 1770 e il 1780. Le regioni che caddero sotto i colpi dell’esercito di Caterina la Grande furono riunite in una nuova unità amministrativa nota come Novorossija o Nuova Russia. Nonostante tenacia e bramosia imperiale, i territori annessi erano ben lontani dallo sfarzo degli altri imperi, Potëmkin non riuscì a far funzionare i villaggi, tra lo scontento, il tifo dilagante tra i contadini e  le infrastrutture inesistenti. Fu così che la delegazione russa tornò a San Pietroburgo, lasciano la steppa esattamente com’era prima. Gli Ottomani ripresero l’avanzata presentando un ultimatum alla zarina, in cui esigevano la restituzione della Crimea e altri territori. 

Al rifiuto, gli Ottomani dichiararono guerra. Caterina poté avvalersi di valorosi guerrieri, nobili e abbienti, o mercenari di basso lignaggio, attratti dalle ricchezze che il Mar Nero poteva offrire. 

 Ne fu attratto il celebre mercenario John Paul Jones, ero navale della rivoluzione americana, le cui gesta sono passate all’ombra della capacità di giudizio, dell’astuzia di un suo luogotenente Giuseppe de Ribas, napoletano passato alla storia come il vero fondatore di Odessa. La zarina aveva così lo sbocco sul mare e l’italiano entrò nelle sue grazie. Il villaggio di Khadjibey si apprestava a diventare un importante centro navale, commerciale e culturale. De Ribas si impegnò a costruire da zero la sua città, non dimenticando la sua Napoli e l’Italia. Non lo fece da solo, fu supportato da diversi connazionali. Allora quando migliaia di contadini europei si imbarcavano per il Nord America in cerca di prosperità, l’intellighenzia italiana lasciava Genova, Livorno, Napoli, Venezia, Palermo, Torino e Milano per l’incontaminata Nuova Russia, fenomeno il cui foriero fu stato il bolognese Aristotile Fioravanti. 

Si insediarono, progettarono e modellarono la città, importando la cultura italiana e incrementando l’attività di quella che poi sarebbe diventata la maggiore città portuale del sud della Russia, incentivando il commercio. Tutto ciò avvenne su invito dell’imperatrice Caterina, desiderosa di una Russia spoglia dei suoi abiti contadini e indossante  nuove e vitali vesti occidentali. Ergo, il governo russo stanziò  fondi per costruire la città di Odessa sotto la guida economica, architettonica e artistica del popolo italiano, per realizzare il progetto di una città ideale, la cui vita doveva ruotare intorno al teatro, al piacere, alla creazione di arte e cultura.

De Ribas e l’équipe italiana lavorarono sodo e nell’arco di un triennio l’Ausonia del Mar Nero splendeva come porto commerciale e come porto culturale, ponendo fine a quell’isolazionismo russo tanto avversato dalla zarina. Odessa presentava così un mélange di equilibrio, proporzioni, simmetria, monumentalità e rigorismo tipico del Rinascimento. Artisti e architetti italiani consideravano la Nuova Russia come luogo dove poter dar libero sfogo al proprio estro artistico, lontano dall’occhio sprezzante, inquisitorio della Chiesa; l’artista poteva liberare senza remora alcuna istinto e immaginazione. Le corti russe e l’amministrazione cittadina di Odessa garantivano la libertà artistica attraverso una solida sicurezza finanziaria, creando un fenomeno singolare nella storia culturale e urbanistica europea. Un vero e proprio ponte fluttuante tra Italia e Russia, Napoli, Venezia, San Pietroburgo e Mosca. Fra i nomi degli architetti più importanti ricordiamo i napoletani Francesco Boffo e Francesco Frapolli, veri protagonisti della trasformazione di Odessa in un vero museo a cielo aperto dell’architettura neoclassica e neorinascimentale, tanto da poter rivaleggiare con San Pietroburgo nel nord dell’Impero russo.

Ben presto, ad Odessa si costituì una colonia italiana, che nel 1850 contava circa tremila di abitanti, quasi tutti di origine meridionale. Rilevante fu il contributo che questa comunità diede alla fondazione, allo sviluppo e all’economia dell’impero russo. L’italiano rimase lingua ufficiale dell’attività economica della città. Cartelli stradali, passaporti, liste dei prezzi erano scritti in italiano, e la comunità italiana diede un grande contributo alla cultura della città alle porte del Mar Nero, soprattutto nell’ambito dell’architettura. Il napoletano Francesco Frapolli fu nominato architetto ufficiale della città da Richelieu, nel 1804 e fu lui a progettare la monumentale Opera di Odessa e la famosa Chiesa della Trinità.

Francesco Boffo, “architetto cittadino” per venti anni si è consegnato alla storia per l’elegante Primorskij Boulevard, un insieme di equilibrio, proporzioni, simmetria, monumentalità e ordine rigoroso del Rinascimento italiano, peculiarità visibili anche nella struttura dell’edificio del Comune della città, nella facciata del Museo Archeologico. Ma è la Scalinata Potëmkin la sua opera celeberrima, costruita tra il 1837 e il 1841, originariamente composta da 200 scalini, con diversi effetti ottici, tali da farla sembrare più lunga e più larga. In cima alla scalinata troviamo la statua bronzea del Duca di Richelieu, governatore di Odessa dal 1803 al 1814. Francesco Frapolli si occupò del Teatro dell’Opera e la Chiesa Troickaâ. La facciata del teatro richiama la struttura architettonica del Teatro di Mantova e del Teatro Felice di Genova, le sue monumentali colonne rievocano il Pantheon greco. E’ importante specificare che nel XVIII e XIX il teatro diviene il protagonista principale tra le strutture architettoniche e centro propulsore della vita artistica e culturale. Appannaggio della casata reale e dell’ aristocrazia in passato, in quei secoli diviene pubblico, affermandosi come luogo di aggregazione, socializzazione, stimolo artistico. I grandi attori  italiani Tommaso SalviniErnesto Rossi e Eleonora Duse contribuirono alla formazione dell’Opera di Odessa, facendo della città la più europea e mediterranea dell’impero russo. Altre figure del panorama artistico odessita furono i pittori che dettero forma e colore al sentimento della nostalgia, non dimenticando la tradizione rinascimentale.

Mantenevano sempre vivo il ricordo della propria città nativa, trasportando su tela quell’unione di creatività euforica e nostalgia. Provenendo da città marittime, il soggetto rappresentato in cui confluivano i sentimenti sopraccitati era proprio il mare, ravvivato dai raggi del sole. E proprio a Odessa, nel 1898, il musicista Edoardo di Capua e il poeta Giovanni Capurro composero la canzone atemporale ‘O Sole mio.  Famosa in tutto il mondo, è stata incisa da artisti da ogni dove in tutte le lingue e interpretata magistralmente da cantanti di fama internazionale, è un inno alla città di origine degli autori, Napoli, le sfumature dei suoi colori, il suo tepore dovute  alla costante presenza del sole. Quell’aggettivo possessivo “mio” rimanda immediatamente al senso d’appartenenza, al legame, al contatto intimo che si può avere e stabilire con qualcosa o con qualcuno. E’ quella simbiosi indissolubile con la propria Napoli, il cui ricordo valica i confini.

“Nel XX secolo la presenza italiana comincia a diminuire, fino a scomparire, non solo in qualità di residenti odessiti, bensì dalla storia, dagli archivi, dalla memoria. Oggi  l’ odessita medio non sa delle origini della propria città. Perché questo bianchetto sull’inchiostro delle pagine di storia? E’ molto difficile rispondere, proprio perché il passato  odessita non è uno dei capitoli più chiari e limpidi della narrazione(tralasciando poi il discorso sugli eventi degli ultimi anni)” Condivido il pensiero della storica Anna Malkokin, che vede nello sciovinismo uno dei colpevoli. “Le forze nazionaliste, nella seconda metà dell’ottocento e del novecento poi, hanno avuto difficoltà nel riconoscere l’indiscutibile contributo e merito dell’Altro nel grande passo in avanti compiuto dalla società russa del XVIII, arrivando a manomettere gli archivi, durante l’epoca zarista e quella sovietica, rimuovendo lo straniero dalla propria storia”.  Francesco Boffo è forse l’unico architetto “sopravvissuto” a questa manomissione, grazie a Sergej Eisenštein, regista del famoso film “La corazzata Potëmkin“. E’ una tesi riguardo uno studio in fieri, di una realtà al giorno d’oggi molto complessa. E’ certo che il nazionalismo, nella sua accezione sciovinista, intende abbattere quei ponti che sono alla base della crescita e della produzione culturale dell’uomo e, senza viadotti, non c’è spazio per suggestioni e fluttuazioni.

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Proletari contro la mafia: I Fasci Siciliani

La guerra che la mafia ha condotto contro contadini, braccianti in rivolta, militanti comunisti e socialisti, sindacalisti e deputati comunisti lungo tutto il corso del Novecento dimostra il carattere capitalista delle organizzazioni criminali organizzate.

Come dimostrano gli studi dell’Università di Cambrige del 2017, Origins of the Sicilian Mafia: The Market for Lemons, negli ultimi decenni dell’Ottocento la mafia emerge come organizzazione preposta a protezione dei profitti che l’impennata nel commercio (spesso con l’estero) degli agrumi garantiva ai latifondisti. Non solo i profitti di limoni e arance, ma anche di zolfo. Mafiosi o legati alla mafia erano anche i gabellotti, coloro che gestivano le terre dei latifondisti che preferivano vivere in città. Fiancheggiati dai campieri, cioè la polizia privata a tutela dell’ordine nel latifondo, una sorta di antenato dei caporali contemporanei: soggetti che controllano la forza lavoro, operando una intermediazione tra padroni e lavoratori, a favore dei primi, utilizzando forme di repressione violenta.

È contro queste diverse forme di oppressione che sorgono i Fasci dei Lavoratori, conosciuti ai più come Fasci Siciliani, un movimento popolare che si sviluppò tra il 1891 e il 1894, represso nel sangue dall’esercito regio sotto il secondo governo Crispi (1893-1896) e dai bastioni della mafia.

Il movimento si sviluppò come reazione delle classi subalterne alla crisi agraria che aveva investito la Sicilia e che fu scaricata dai proprietari terrieri proprio sui braccianti e gli operai delle miniere al fine di non vedersi ridurre i propri margini di profitto. Fondato ufficialmente il primo maggio del 1891 da Giuseppe de Felice Giuffrida, era organizzato in sezioni territoriali a livello provinciale, e aveva una matrice esplicitamente socialista, diversamente dai Fasci che erano sorti in altre regioni d’Italia dove forte era l’influenza anarchica.

Fu un movimento di braccianti, zolfatai (operai delle miniere di zolfo), contadini che rivendicavano migliori condizioni di lavoro, come la riduzione della giornata lavorativa e l’aumento dei salari, una riduzione delle tasse sui prodotti da corrispondere ai gabellotti o direttamente ai latifondisti, ma anche una riforma agraria che distribuisse la proprietà della terra. Erano anti mafiosi per definizione poiché lottavano contro l’oppressione economica e militare dei mafiosi, ma anche per statuto.
Così si legge nell’art. 4 dello statuto del Fascio di Santo Stefano Quisquina: «È vietato essere soci: a) a tutti coloro che hanno tradito lo scopo del Fascio o che sono conosciuti come vagabondi, mafiosi ed uomini di mal’affare»

Con la formazione del Partito dei Lavoratori Italiani (poi Partito Socialista Italiano) nel 1892, la protesta acquistò sempre più la fisionomia di lotta di classe con l’ideale di socialismo ed eguaglianza sociale come punti fermi.
Le figure principali del movimento dei Fasci (Garibaldi Bosco, Verro, Barbato, De Felice Giuffrida, Montalto) furono espressione dunque, di un ideale che in quegli anni andava diffondendosi in tutto il paese.

Il 22 Dicembre 1889 nasce il primo Fascio siciliano. Si tratta del Fascio di Messina sorto nella città dello Stretto per iniziativa di Nicola Petrina (che negli anni successivi ne sarà la figura principale). Come Francesco Renda ci fa notare nella sua opera “I Fasci Siciliani 1892 -94”, edita da Einaudi e pubblicata nel 1979, per capire la nascita dei Fasci Siciliani, bisogna soffermarsi, però, su una piccola ma essenziale differenza tra “Fascio” e “Fascio dei Lavoratori”.
Il primo, infatti, non nacque in Sicilia; diversi fasci si formarono anni prima in varie regioni italiane (come ad esempio quello bolognese nel 1871); il Fascio dei Lavoratori, nato nell’isola, invece, si distinse in quanto esso arrivò a rappresentare il simbolo di una rottura ideologica del movimento operaio nei confronti dell’anarchismo, dando inizio a quello che successivamente fu l’ideale preponderante del movimento dei lavoratori siciliani, ovvero quello socialista. Tuttavia, il Fascio dei lavoratori messinese non riuscì ad esprimere pienamente il proprio programma iniziale. Saranno quello catanese (fondato da De Felice Giuffrida nel 1891) e quello palermitano (fondato da Rosario Garibaldi Bosco nel 1892) a presentare alla Sicilia ed all’Italia tutta, le intenzioni e le posizioni di tali organizzazioni. La nascita dei Fasci urbani, dunque, formati prevalentemente da operai delle industrie, segnò l’inizio di un movimento che negli anni successivi arrivò a contare quasi 300.000 iscritti. Fattore determinante di tale espansione, fu il coinvolgimento della classe contadina.

Per comprendere appieno l’espansione dei Fasci Siciliani, bisogna conoscere la situazione economica e politica dell’Italia di fine Ottocento. In un arco di tempo che va dal 1888 al 1894, l’Italia subì una grave crisi agricola legata alla guerra commerciale con la Francia che contribuì a bloccare le importazioni di prodotti per effetto della politica doganale. Il settore del vino, più di tutti, subì un grave crollo reso ancora più drammatico dalla diffusione della fillossera. Oltre a questo, diverse vicende climatiche avvenute nel 1892, contribuirono a peggiorare ulteriormente la situazione. Per di più, l’Italia affrontava lo scandalo della Banca Romana che portò alla fine del governo Giolitti e all’inizio di quello Crispi. Tutto ciò contribuì a creare nella classe lavoratrice un associazionismo forte e compatto, soprattutto tra i contadini. La Sicilia agricola di fine Ottocento presentava un quadro piuttosto disomogeneo: allo strapotere dell’aristocrazia terriera si poneva un forte malcontento del lavoratore contadino che viveva in condizioni di profondo disagio.  I sub affitti dei terreni ai gabellotti non facevano altro che peggiorare le condizioni dei contadini in quanto su di loro gravavano tutti i pesi degli oneri previsti nei contratti. Un proprietario terriero, infatti, subaffittava ad un gabellotto un determinato terreno; a loro volta i subaffittuari offrivano contratti d’affitto ai contadini a condizioni tutt’altro che favorevoli. Prendere o lasciare era la loro unica possibilità di scelta. C’era poi la forte componente degli jurnatari, ovvero, quei lavoratori braccianti che, ridotti alla miseria, si presentavano nelle campagne con la speranza di ottenere lavori giornalieri. Ultimo, ma non per questo meno importante, fu la nascita del Partito dei Lavoratori Italiani, poi rinominato Partito Socialista Italiano (Agosto 1892). Tra i suoi punti principali, infatti, quello della questione agraria fu, almeno all’inizio, il più importante. Tale problema fu l’argomento di discussioni principale non solo del PSI ma di tutti gli altri partiti socialisti europei che si affacciavano sulla scena politica europea. La formazione politica dell’ideale socialista influì parecchio nei Fasci dei Lavoratori Siciliani grazie ad una larga diffusione di tale ideale che oscurò le vecchie teorie repubblicane e democratiche, ma soprattutto grazie ai loro capi che ne abbracciarono il progetto.  

LA STRAGE DI CALTAVUTURO

“Ma nel Gennaio del 1893 avveniva qualcosa che doveva avere notevole influenza nello sviluppo della organizzazione dei Fasci nelle campagne. L’eccidio dei contadini di Caltavuturo, i quali rivendicavano antichi diritti di ripartizione sulle terre comunali usurpate, che provocava l’intervento e l’interessamento a favore delle vittime, del Fascio dei lavoratori di Palermo e delle società operaie e del Partito Socialista dei lavoratori italiani”.

Questo estratto preso dal libro di Salvatore Francesco Romano, “Storia dei Fasci Siciliani, ci spiega l’importanza dell’eccidio di Caltavuturo nello sviluppo dei Fasci nelle campagne. I contadini, infatti, stanchi dei continui soprusi perpetrati dall’amministrazione comunale in combutta con i proprietari terrieri, decisero di far sentire la propria voce. I lavoratori delle campagne non accettavano la mancata ripartizione di quelle terre incolte che, tramite sotterfugi, venivano controllate abusivamente da borghesi e gabellotti. La società operaia presente nel paese, formata pochi anni prima da Bernardo Comella e Giambattista Vivirito, decise di occupare quelle terre il 20 di Gennaio del 1893. Quella mattina, infatti, circa 500 contadini si diressero verso le terre comunali per dare inizio alla protesta; poco dopo, però, la folla decise di tornare per chiedere un incontro con il sindaco il quale pensò bene di non farsi vedere. Decisi a non mollare, i contadini si ritiravano per andare ad occupare le terre del feudo di San Giovannello ma ad un tratto, senza alcun preavviso, una scarica di fucili si abbatte su quei poveri disgraziati, uccidendone 11 e ferendone 40. La strage creò grande sdegno non solo nell’isola ma in tutta la nazione.

Il Fascio urbano di Palermo decise di far partire una sottoscrizione per le vittime che in poco tempo superò i confini isolani. A tal proposito, riprendiamo nuovamente il testo di Romano che ci permette di comprendere l’enorme importanza che tale fatto ebbe nella storia del movimento: “Se nelle elezioni alcuni dopo Bernardo Comella e Vivirito saranno eletti consiglieri comunali, ed il feudo di San Giovannello lottizzato in poderi di mezza salma, distribuiti ai braccianti, ciò avverrà non solo per l’eco di indignazione che si levò contro l’eccidio nel paese, ma anche e soprattutto per l’azione di assistenza, di intervento e di guida del Fascio di Palermo e dell’appoggio che i Fasci siciliani ricevettero dagli operai italiani e dal Partito Socialista, sul piano nazionale.”

La città e la campagna trovarono così quell’unione tanto temuta dalla classe padronale e fortemente auspicata dal socialismo. Nei diversi paesi dell’isola il ceto popolare, forte del sostegno del PSI e galvanizzato dalle idee socialiste, creò Fasci nei diversi comuni siciliani. La reazione governativa dell’allora Presidente Giolitti, però, non tardò ad arrivare. Oltre ai divieti di manifestazione (come ad esempio quelli per il 1 Maggio 1893), le forze di polizia arrestarono alcuni tra i capi del movimento, tra i quali Barbato; la condotta di Giolitti, fino a quel momento piuttosto indifferente, cambiò per una questione puramente politica: il suo governo, ormai in crisi, necessitava dell’appoggio baronale siciliano per potersi mantenere in vita e la richiesta di scioglimento dei Fasci presentata dai proprietari terrieri, non poteva rimanere inascoltata.

I Fasci, però, dimostrarono la loro forza partecipando alle elezioni amministrative, eleggendo consiglieri in diversi comuni dell’isola. Ma il risultato davvero importante furono i Patti di Corleone. Il 30 Luglio del 1893, infatti, I Fasci si riunirono in Congresso a Corleone principalmente per discutere dei rapporti lavorativi presenti nelle campagne. Da quel Congresso vennero fuori quelle rivendicazioni che la classe contadina portò avanti nei decenni successivi, tra cui:

1)i contadini non dovevano più combattere da soli, ma qualsiasi richiesta veniva portata avanti da un gruppo organizzato così da costringere il padrone ed i gabelloti a confrontarsi;

2) la mezzadria come contratto d’affitto;

3) divisione delle terre demaniali.

Altrettanto importante fu il Congresso minerario che si svolse nell’Ottobre del 1893 a Grotte, provincia di Agrigento, in cui parteciparono più di 2000 operai zolfatari e piccoli imprenditori. Tutti contribuirono all’elaborazione del documento in cui vennero stilate le richieste da presentare ai proprietari.
In particolare, si chiedeva la garanzia del salario minimo, la riduzione dell’orario di lavoro e l’innalzamento dell’età dei carusi (14 anni). I carusi erano bambini, prevalentemente tra i 6 e i 12 anni, impiegati nelle miniere alle dirette dipendenze del picconiere. Costretti a trasportare in superficie carichi pesantissimi, arrivando anche a 16 ore di lavoro, molti di loro morivano o rimanevano infermi. Spesso erano le stesse famiglie, poverissime, che portavano i figli in miniera in cambio di un po’ di denaro.

A Maggio del 1893, ci furono due importanti congressi dei Fasci Siciliani dei lavoratori, a Palermo. Venne confermato il Comitato Centrale e si discusse vivacemente sulla scelta politica decisiva per le azioni future. Nello specifico, si scontrarono due correnti: quella capeggiata da Garibaldi Bosco, favorevole ad una unione con il Partito Socialista Italiano e l’altra, capeggiata da De Felice, che difendeva l’autonomia dei Fasci Siciliani. Nessuna delle due prevalse appieno. Intanto, nel Novembre del 1893, Giolitti rassegnò le dimissioni. L’8 Dicembre, Crispi venne chiamato a formare il nuovo governo. Il ritorno al potere dell’ex garibaldino fu visto benevolmente da diverse correnti che, nei periodi precedenti, sorridevano ai Fasci principalmente per screditare Giolitti.

Ma con Crispi, le cose cambiarono in peggio per il movimento dei lavoratori. Tante società operaie presenti nell’isola prima della nascita dei Fasci risultavano di fatto strumenti in mano a politici per raccogliere voti.
Molte di queste si rifacevano proprio al nuovo capo di governo che cercò di sfruttare questa popolarità per contrastare politicamente i Fasci dei Lavoratori. Questa tattica, tuttavia, si dimostrò inutile e il tentativo d’isolare il movimento dei Fasci andò a vuoto. Dal canto loro, i dirigenti del movimento decisero di dimostrare la forza usando come strumento la lotta di massa. Le diverse manifestazioni furono piena espressione di compattezza popolare ma soprattutto, si distinsero per la serietà e l’assenza di qualsiasi episodio violento. Il governo, dunque, passò ad una fase dura; il primo ministro italiano iniziò a ponderare la possibilità di reprimere i Fasci con la forza. Ancora prima dell’infausta decisione di proclamare lo stato d’assedio nell’isola, diversi eccidi vennero commessi contro la popolazione durante il governo Crispi:

1) Il 10 Dicembre 1893, a Giardinello, una dimostrazione contro il Sindaco e la sua politica di favoritismo, provocò 11 morti;

2) il 25 Dicembre dello stesso anno, a Lercara, una manifestazione contro le tasse portò all’uccisione di 11 morti e diversi feriti;

3) il 1 Gennaio 1894, a Pietraperzia, una manifestazione, anch’essa contro le tasse, provocò 8 morti e numerosi feriti;

4) il 3 Gennaio 1894, a Marineo, una nutrita folla radunatasi per protestare contro i dazi sulle farine, ricevette come risposta il piombo. Sul terreno rimasero i corpi di 18 persone.

A queste ed altre proteste portate avanti dalle popolazioni rurali per la riduzione o l’abolizione delle tasse comunali, il governo rispose con un silenzio inspiegabile; in realtà, “il 23 Dicembre, il consiglio dei ministri votò l’autorizzazione al presidente di proclamare lo stato d’assedio nelle provincie siciliane ove e quando l’avesse creduto necessario.”

Si arrivò così al 3 Gennaio 1894, data in cui iniziò la repressione militare. Il gruppo dirigente dei Fasci venne arrestato insieme con tanti altri militanti. Miglia furono gli arresti e gli invii al confino operati in più di settanta paesi siciliani;  tutti i fasci vennero sciolti e i capi subirono processi dai Tribuni Militari. Le manifestazioni di solidarietà nei confronti dei processati furono tante e l’interesse dell’opinione pubblica si dimostrò alto.

Le accuse rivolte al comitato centrale, riportate da Salvatore Francesco Romano, erano:

“Di cospirazione per commettere fatti diretti a far sorgere in armi gli abitanti del regno contro i poteri dello Stato, per mutarne violentemente la costituzione;
Di eccitamento alla guerra civile e alla devastazione, strage e saccheggio in qualsiasi parte del regno con la consecuzione in parte dell’intento. Reati avvenuti nei mesi di novembre e dicembre 1893 e gennaio 1894 in Sicilia e a Palermo. Ed inoltre De Felice Giuffrida Giuseppe per avere in un discorso tenuto pubblicamente il 18 ottobre 1893 al popolo radunato in Casteltermini (Bivona) vilipeso le istituzioni costituzionali dello Stato e incitato alla disobbedienza delle leggi e all’odio fra le classi sociali. Verro Bernardino ad istigazione a delinquere per avere il 28 dicembre 1893 in Prizzi profferito discorso sovversivo in una riunione di quel Fascio dei lavoratori usando della parola calma al fine di una migliore preparazione onde compatti insorgere contro i poteri dello Stato”

I capi dei Fasci subirono condanne dai 12 ai 18 anni. Due anni dopo venne loro concessa l’amnistia ma rimase il divieto di costituzione dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. Si concluse così l’esperienza di un movimento che negli anni successivi diventò un riferimento nelle lotte contadine italiane. I Fasci siciliani dei Lavoratori, pagarono la mancanza di sostegno del Partito Socialista che alla fine decise di non dare un riconoscimento politico al movimento siciliano, abbandonandolo al suo destino.

Seppur con i loro errori, i capi dei Fasci dimostrarono una fede enorme verso i loro ideali come dimostra il discorso pronunciato da Nicola Barbato al processo: “Da socialista ho tentato di contribuire alla più umana, alla veramente umana delle rivoluzioni con tutti i mezzi che ho creduto necessari e che il codice della borghesia permette a tutti i cittadini italiani. Certo la nostra propaganda è stata energica, essa fa rialzare la testa alla gente che prima andava curva. I contadini si lasciano crescere i baffi, diceva il delegato. E’ vero, essi hanno acquistato la coscienza di essere uomini. Non domandano più l’elemosina, chiedono ciò che è loro di diritto il socialismo procede appunto perché non è sentimentalismo, è forza e pratica. Esso si fonda sulle leggi economiche.
Davanti a voi abbiamo fornito i documenti e le prove della nostra innocenza e i miei compagni hanno creduto di sostenere la loro difesa giuridica. Questo io non credo di dover fare. Non perché non abbia fiducia in voi, ma è il codice che non mi riguarda. Voi condannerete; noi siamo gli elementi distruttori di istituzioni per voi sacre.
E noi diremo agli amici che sono fuori: non domandate grazia, non domandate amnistia, la civiltà socialista non deve cominciare con atti di viltà.”

Fasci siciliani

Lotta di classe e antimafia

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La Repubblica Socialista di Labin o Albona

Bandiera della Repubblica socialista di Albona, proclamata nel 1921 dai minatori istriani croati ad Albona

Emblema della falce e martello utilizzato nella repubblica socialista proclamata nel 1921 dai minatori istriani croati ad Albona

Nella zona di Labin/Albona, in Istria, le miniere di carbon fossile sono state famose nei secoli; sfruttate forse già dalla Serenissima, diventate italiane dopo la lunga appartenenza austriaca. È il bacino dell’Arsia, torrente ricco d’acqua che scende dal Monte Maggiore e arriva all’Adriatico con un estuario paludoso: siamo lassù, nella punta di nord-est dell’Istria. La fascia mineraria corre lungo il mare, arrampicata a mezza costa e i pozzi sono stati aperti a decine vicino alle frazioni o a piccoli nuclei abitati: Càrpano, Podlabin, Vine.

Gli operai di quel grande bacino minerario non sono nuovi alle lotte: nel 1867 hanno fondato la «Società di Mutuo Soccorso» perché le agitazioni si susseguono, le condizioni di lavoro sono dure e i salari bassi. I minatori aderiscono esplicitamente al socialismo internazionalista: sono operai croati, tedeschi, slovacchi, italiani, arrivano ogni giorno a migliaia da tutta l’Istria.

La Prima Guerra Mondiale è una sorta di incubo: il regime in miniera si fa durissimo, le punizioni «esemplari», la riottosità antimilitarista viene castigata con invii mirati sul fronte rumeno. Dopo la fine della prima guerra mondiale , all’Italia furono assegnate le regioni dell’Istria e parti della Dalmazia. Ma con l’arrivo dell’Italia le condizioni non migliorano: l’Italia ha bisogno di carbone e i turni diventano di undici ore, il salario da fame, il ritmo di estrazione frenetico, le misure di sicurezza inesistenti. È bastato il cambio di calendario, tra l’austriaco e l’italiano, per dimezzare le festività riconosciute. Già alla fine del 1918 si torna a scioperare, si apre una sezione del Partito Socialista, sui bollini sindacali si stampa la falce e martello. Gli operai appartenenti alla distrutta Austria-Ungheria se ne vanno e vengono ampiamente rimpiazzati da «regnicoli» friulani, veneti, siciliani ma il clima non cambia, le idee della rivoluzione bolscevica hanno ormai raggiunto tutte le latitudini.

In Italia si era in pieno Biennio Rosso e gli echi delle occupazioni delle fabbriche arrivano anche in Istria, ispirando anche i numerosi scioperi tra la fine del 1920 e l’inizio del ’21 contro delle condizioni di lavoro sempre più pesanti nelle miniere dell’Arsa.

Il 20 gennaio 1921, al Teatro Goldoni di Livorno, volge alla fine il XVII Congresso del Partito socialista italiano con una votazione attraverso Ia quale i delegati della III Internazionale denunciano il « tradimento » dei massimalisti.
I comunisti ottengono 58.783 voti. Il 21 gennaio i comunisti abbandonano la sala del Congresso e si portano al
Teatro San Marco al canto dell’Internazionale. All’ingresso, i giovani compagni della « guardia rossa », che si distinguono appunto per una fascia rossa al braccio, appongono il timbro della frazione comunista sulla tessera del Psi. Ha così inizio il Congresso costitutivo del Partito comunista d’Italia.

Soltanto dodici giorni dopo la nascita del Partito comunista d’Italia, e precisamente il 2 febbraio 1921, comincia in Istria un’agitazione operaia che si trasformerà in sciopero politico il 2 marzo, sfociando nell’occupazione delle miniere della Società Arsa e quindi nell’autogestione operaia del bacino carbonifero: la cosiddetta Repubblica
di Albona.

La Repubblica, che viene ricordata con più nomi, la Repubblica Rossa, San Marino comunista, Comune parigina istriana, riveste particolare importanza soprattutto per la storia del Partito Comunista d’Italia, « dato che si tratta anche dell’unico caso di una Comune operaia con relativa consistenza territoriale costituitasi ed operante (sia pure per il breve tempo di un mese) in quella che era l’Italia del 1921.

Sono, però, anche gli anni della crescita dello squadrismo fascista e l’Istria non fa eccezione: anche qui gli squadristi si macchiano di violenze ai danni di contadini, operai e degli stessi minatori. Il 1° marzo 1921 Giovanni Pipan viene intercettato da un gruppo di fascisti alla stazione ferroviaria di Pisino, nel cuore dell’Istria, e viene pestato a sangue. La notizia arriva il giorno dopo ad Albona: è l’ultima goccia di una situazione insostenibile e il 3 marzo i minatori si riuniscono in assemblea e decidono di occupare gli impianti. Grazie anche all’arrivo dei contadini dalle campagne circostanti, si organizzano delle “guardie rosse”, una forza di sicurezza che ha il compito di mantenere l’ordine.

Il 7 marzo viene ufficialmente promulgata la nascita della Repubblica di Albona: l’organo decisionale è il Comitato centrale, mentre l’assemblea il luogo di discussione. È in questi organi che si decide di continuare la produzione e il carbone riprende ad essere estratto. Si tratta di un sistema basato sull’autogestione e fondato sui principi di lotta di classe e di rifiuto della violenza fascista; soprattutto, quello dei minatori è un movimento multinazionale, dove non esiste distinzione etnica. Kova je naša (La miniera è nostra) è il grido di battaglia dei lavoratori!

I minatori occuparono quindi le miniere e gli impianti minerari, minarono i passaggi verso i pozzi di Càrpano, Vines, Štrmac e Stallie con il deposito di carbone, e organizzarono schieramenti armati sotto il nome di guardie rosse, comandate da Francesco da Gioz. Il comitato minerario, con a capo Pipano, risolveva questioni sociali e politiche, ed il sostegno gli veniva dato dal nobile Giovanni Tonetti (il barone rosso). All’amministrazione dei minatori furono fatte richieste di tipo economico (l’aumento del salario e altro). Siccome i trattative si protesero nel tempo, i minatori decisero il 21 marzo di organizzare da soli la produzione. Scesero nei pozzi ed elessero un capo, il tecnico minerario Dagoberto Marchiga. Contemporaneamente, pur temendo i crumiri, catturarono e colsero in flagrante 13 minatori siciliani favorevoli all’amministrazione

Lo sfruttamento dei vasti giacimenti di carbone dell’Albonese risale al ‘700, quando l’Istria apparteneva all’impero austroungarico. Sebbene già dalla fine dell’800 i minatori avessero organizzato scioperi, il vero cambio di passo nell’organizzazione sindacale dei minatori di Albona avviene al termine della Prima Guerra Mondiale, quando l’Istria entra a far parte del Regno d’Italia, grazie all’impegno del Partito Socialista Italiano e all’arrivo di nuovi minatori italiani politicizzati. Durante il fascismo, il bacino carbonifero dell’Arsa richiamò massicci investimenti di capitale.

La Repubblica di Albona, però, ha i giorni contati. Passato un mese dalla proclamazione e fallito ogni tentativo di trattativa, la Società Arsia chiede l’intervento dell’esercito. Il 7 aprile mille soldati circondano la miniera e, al rifiuto della resa, entrano in azione. I minatori si ritirarono vicino a Štrmac, dove opposero resistenza armata. Comunque, scarsamente armati ed inesperti, dovettero presto cedere. Pipano ordinò di cessare il fuoco e si prese tutta la responsabilità. Ne conseguì una vendetta, durante la quale vennero catturati quaranta ribelli. I minatori Massimiliano Ortar e Adalbert Sykora morirono. I minatori catturati vennero rinchiusi nelle prigioni di Pola e Rovigno, e il processo si tenne a Pola dal 16 novembre fino al 3 dicembre. L’accusa imputava 52 minatori per l’occupazione della miniera, l’instaurazione del regime sovietico, l’opposizione alle autorità, la minazione dei magazzini, la detenzione di esplosivo ed una serie di azioni illegali. Gli avvocati Edmondo Puecher, Guido Zennaro ed Egidio Cerlenizza difesero con successo gli accusati, e la Corte d’assise portò il verdetto liberatorio.

Guardie rosse a Vines

L’Istria, per quanto oggi possa sembrare un luogo spopolato che tira avanti solo grazie agli airbnb e agli apartmani, ai turisti tedeschi e alle casse di vino bianco, in passato è stata un centro industriale che arrivò ad ospitare fino a diecimila operai provenienti da tutto il Regno; pure De Gasperi, quando, nel dopoguerra, chinò il capo dinanzi alle pretese slave sull’Istria, sussurrò, implorò: «almeno lasciateci le miniere dell’Arsa…».

La Comune di Albona

I trentacinque giorni della Repubblica di Labin

LA REPUBBLICA DI ALBONA e il movimento dell’ occupazione delle fabbriche in Italia

La Repubblica di Albona

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Grazie Soldato Sovietico: Il Capitano Russo

Ernest Hemingway

Il seme della fraternità tra i partigiani italiani e i combattenti sovietici che parteciparono alla guerra di Liberazione nel nostro paese ha generato radici profonde e durature […] e che ha consentito lo stabilimento tra i due paesi di rapporti che si estendono in varie direzioni, politici, economici, culturali, turistici.” Vladimir Pereladov

Oltre ad aver contribuito in modo determinante alla liberazione dell’Europa dal nazifascismo, i sovietici diedero anche un contributo diretto alla lotta di Liberazione italiana, un tributo a tutt’oggi per lo più sconosciuto.
Gli storici concordano su un numero complessivo di circa 5.000 partigiani georgiani, russi e ucraini attivi in Italia. Erano prigionieri di guerra fuggiti dopo l’8 settembre e disertori dei terribili battaglioni-Ost della Werhmacht: entrarono nelle squadre d’assalto delle formazioni partigiane e presero parte con coraggio alle operazioni più importanti. Molti di loro persero la vita nelle nostre terre, tanto lontane dalle loro, battendosi “fianco a fianco” con i partigiani italiani.

Tra loro c’era un nativo della regione di Novosibirsk, Vladimir Yakovlevich Pereladov, il comandante del leggendario battaglione d’assalto sovietico, soprannominato dai compagni italiani “Capitano Russo”.

Dopo aver appreso dell’attacco nazista all’Unione Sovietica, Vladimir, che aveva appena completato il 4° anno dell’Istituto di pianificazione Krzhizhanovsky di Mosca, si arruolò volontario nell’Armata Rossa. Lui ei suoi compagni di classe finirono nel 19° reggimento della divisione Bauman.

Per Vladimir Pereladov, la vita del soldato non era nuova: rimasto orfano, fu allevato nel reggimento di fucilieri di Novosibirsk. Le condizioni in cui i figli del reggimento crescevano in quei giorni erano le più spartane, non concedevano indulgenze agli adolescenti. È possibile che sia stata la dura gioventù ad aver contribuito a sviluppare qualità come perseveranza, coraggio e forte volontà. In futuro, più di una volta hanno salvato il giovane dalla morte.

Nell’autunno del 1941 iniziò il vero inferno per la divisione Bauman: finì sotto il fuoco incrociato dei carri armati e dell’aviazione tedesca. Le postazioni sovietiche riuscirono a respingere l’avanzata dei carri armati, ma vennero colpiti duramente dall’aviazione. Durante uno di questi raid, Vladimir riuscì ad abbattere un bombardiere Yu-87 colpendo l’abitacolo.

Nonostante il coraggio, la linea di difesa lungo l’autostrada di Minsk cadde e la divisione Bauman venne dispersa. Gruppi sparsi di combattenti sopravvissuti si fecero strada attraverso il bosco. A novembre, un gruppo di soldati sovietici, tra cui Vladimir Pereladov, si scontrò con un distaccamento più ampio di fascisti, ne seguì una feroce battaglia. I nazisti dovettero chiamare l’aviazione in soccorso. Fu in questa circostanza che l’esplosione di bomba causò una grave commozione cerebrale a Pereladov che fu catturato e finì nel campo di prigionia di Dorogobuzh.

Nelle sue memorie di questi giorni terribili, Pereladov scrive: “Una volta alla settimana, i tedeschi portavano nel campo due vecchi cavalli, e con la loro carne nutrivano i prigionieri di guerra. Due ronzini sottili per diverse migliaia di persone. Nessuna assistenza medica è stata fornita ai soldati e agli ufficiali feriti. Per fame e ferite, morivano a dozzine al giorno. I prigionieri passavano la notte all’aria aperta e le guardie si divertivano a sparare loro dalle torri.”

Nel maggio 1942 i prigionieri di guerra furono costretti a lavorare alla costruzione di rifugi per gli ufficiali delle truppe tedesche. Quando il portatore d’acqua del campo si ammalò, le autorità nominarono Vladimir, che conosceva un po’ di tedesco, a questo ruolo. Gli furono assegnati un vecchio ronzino e una carrozza con una botte di legno. Durante il trasporto dell’acqua il cavallo fuggì oltre il filo spinato, Pereladov scavalco anch’esso la recinzione per riportare indietro l’animale. Ahimè, Vladimir si imbatté in un distaccamento di uomini delle SS nella foresta. Cercò invano di dire loro che era andato a cercare un cavallo in fuga (che, infatti, fu presto trovato). Ma non gli credettero e lo picchiarono a morte.

Vladimir morente fu riportato al campo e gettato in una fossa come avvertimento per gli altri, al fine di fermare qualsiasi pensiero di fuga tra i prigionieri. Ma i prigionieri, tra i quali c’erano dei medici riuscirono a salvarlo.

Nell’estate del 1943 Vladimir Pereladov, con gli altri prigionieri russi, fu portato nel nord Italia, per costruire fortificazioni difensive lungo il crinale degli Appennini (“Linea di Gotha”). La popolazione locale, che odiava i tedeschi, trattava con grande partecipazione i russi che si trovavano in schiavitù. Portava loro cibo e vestiti.

In questa regione (tra le regioni di Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto) si concentrarono le principali forze partigiane italiane. Organizzavano sabotaggi contro i tedeschi e le camicie nere di mussolini, organizzavano imboscate a piccole guarnigioni e convogli nemici, e soccorrevano prigionieri in fuga. Tra coloro che furono aiutati c’era Pereladov, che lavorava in un campo vicino alla città di Sassuolo. Nel settembre 1943 Vladimir era finalmente libero; Guirino Dini, un anziano operaio di una fabbrica di biciclette, orchestrò la sua fuga.

Esausto, stremato dal duro lavoro, Vladimir finì nella casa del suo salvatore e di sua moglie Rosa. Loro figlio Claudio, arruolato nell’esercito di mussolini e inviato al fronte orientale, morì vicino a Stalingrado, e da allora Guirino Dini è divenne un collegamento partigiano a Sassuolo. Avendo perso il proprio figlio, l’anziana coppia si prese cura del fuggitivo russo, condividendo generosamente con lui le loro scarse scorte di cibo fino a quando non acquisì abbastanza forza per tenere di nuovo un’arma nelle sue mani. “I miei genitori italiani”, così Vladimir chiamò la coppia Dini.

Pereladov decise che poteva combattere il nemico in Italia come aveva fatto in Russia e nel novembre 1943 si unì al distaccamento dal comandante delle forze partigiane della provincia di Modena – Armando (vero nome – Mario Ricci).

Nella primavera del ‘44 , incaricato dal Comando partigiano, cominciò a scrivere volantini per i compatrioti disseminati in Emilia Romagna nei campi di prigionia, che venivano consegnati dalle staffette. “Fuggendo dalla prigionia voi avvicinerete l’ora della vittoria definitiva sul nemico. Fuggite dai tedeschi ed unitevi attivamente alla lotta per la nostra giusta causa. Combattendo con le mani in pugno voi laverete ogni macchia nera e tornerete con tranquilla coscienza in patria. La nostra Patria non dimenticherà coloro che fuggendo dalla prigionia prenderanno le armi in mano e combatteranno per la causa comune. Facendo vedere questo volantino, i patrioti italiani vi faranno giungere sulle montagne. Prendete la coraggiosa decisione e raggiungete i partigiani! Morte agli occupanti tedeschi fascisti! Vladimir Pereladov , ex prigioniero di guerra, ufficiale dell’Esercito sovietico.”

Il suo volere era la creazione di un gruppo partigiano russo di ex prigionieri fuggiti.

Battaglione partigiano russo d’assalto

Il primo compito che Pereladov completò come comandante del gruppo partigiano fu quello di far saltare in aria un ponte. Ma presto seguì un successo ben più grande: all’inizio dell’inverno, i partigiani, tra i quali ora combatteva un valoroso ufficiale russo, catturarono un intero battaglione di camicie nere fasciste nel villaggio di Frassinoro, ottenendo preziose provviste di cibo e armi. Quanto alla sorte dei fascisti catturati, quelli di loro che non furono visti nelle stragi della popolazione civile, essendosi disarmati, furono rilasciati o scambiati con partigiani e loro sostenitori, che languivano in prigione.

Il successo dell’operazione non poteva che ispirare Vladimir ei suoi compagni: nei mesi successivi liberarono diverse dozzine di prigionieri di guerra sovietici, con i quali crearono un distaccamento, che presto divenne noto come il battaglione d’assalto russo. “Non passava giorno”, scrive Pereladov, “che i reparti partigiani della nostra, e non solo nostra, zona non si rifornissero di un numero sempre maggiore di combattenti e ufficiali fuggiti dalla prigionia tedesca. Sono venuti non solo accompagnati da messaggeri e guide italiane, ma anche da soli”.

I partigiani passarono alle grandi operazioni militari. Nel nord Italia apparvero vaste zone liberate dai nazisti e dai fascisti: le “repubbliche partigiane”.

Il 5 giugno 1944 il comando partigiano emanò l’ordine di occupare Montefiorino. I nemici erano ben arroccati nel castello medievale e dalle sue grosse mura. L’impresa si presentò ardua e l’epilogo che conosciamo fu possibile solo grazie agli sforzi coordinati dei partigiani italiani e del battaglione russo. Inizialmente vennero cacciati i nemici dagli edifici in pietra, che scapparono subito. Ma il castello rimaneva inespugnabile, e dopo tre giorni di combattimenti e diverse perdite, venne presa la decisione di prendere d’assalto il castello. I partigiani aprirono fuoco con fucili e mitra e si lanciarono al portone d’accesso al grido dell’ “Hurrà” russo. I fascisti vennero imprigionati e ci fu un clima di feste per tutte le vie della cittadina, i russi vennero accolti con il sorriso e vennero sistemati nella villa.

Con la liberazione di Montefiorino, Frassinoro e altri comuni adiacenti venne costituita la Repubblica partigiana di Montefiorino, la prima repubblica libera italiana. “L’entusiasmo era al massimo. Una posizione chiave , e cioè un incrocio di tre importanti strade camionabili, era passata nelle mani delle forze partigiane.”

Il nemico non avrebbe guardato a lungo come semplice spettatore e dopo un breve intervallo di calma diedero inizio a una controffensiva violentissima. All’alba del 5 luglio un battaglione delle SS della divisione Göering cominciò un attacco presso Piandelagotti. Erano superiori in termini di unità e armi, occuparono la borgata e incendiarono case, fucilarono indistintamente i civili, saccheggiarono le famiglie. Vladimir e i suoi uomini (in accordo con i partigiani italiani) optarono per una carica alla baionetta, sostenuti dal fuoco delle armi italiane.
“Al grido di Hurrà ci lanciammo impetuosamente all’attacco all’arma bianca. Il poderoso Hurrà russo e il nostro impeto decisero a nostro favore l’esito del combattimento. I tedeschi restarono sbalorditi dalla nostra apparizione. Essi non avrebbero mai supposto che negli Appennini italiani sarebbe risuonato l’urlo russo.”

Il combattimento di Piandelagotti ebbe una grande risonanza, i tedeschi presero coscienza che i partigiani non erano disorganizzati e sprovveduti come avevano creduto e il battaglione russo accrebbe le proprie file.
Giunse Anatoli Tarasov, già attivo nei reparti partigiani dei Fratelli Cervi. Era un uomo istruito con una buona conoscenza della lingua italiana, un valore aggiunto importante. Venne nominato commissario politico del reparto russo. Il cielo era terso in quei giorni, i partigiani controllavano tutte le strade che collegavano Modena alla Linea Gotica, il battaglione era arrivato a comprendere 150 unità, non solo sovietici, ma anche jugoslavi e cecoslovacchi, ma le nubi dei nazisti erano pronte a oscurare nuovamente la nitidezza.

Il 29 luglio i tedeschi attaccarono Montefiorino da nord lungo la strada della valle del Secchia, da ovest puntarono contro Villa Minozzo e da sud contro Ligonchio. I nazisti lanciarono una massiccia offensiva. Le forze si rivelarono diseguali: i nazisti lanciarono tre divisioni composte da circa 15.000 uomini contro i partigiani

I partigiani presero posizioni difensive alla periferia del paese di Toano per ritardare l’avanzata della colonna tedesca verso Montefiorino. Il nemico lanciò artiglieria e mortai. Un gruppo di nazisti sfondò la linea di difesa e i partigiani, scavalcando il parapetto delle trincee, si precipitano al contrattacco.

“Aleksey Isakov, originario del Caucaso settentrionale, è stato ucciso. Quasi a distanza ravvicinata, ha ucciso tre fascisti, finite le munizioni, spaccò la testa del quarto con una mitragliatrice, e in quel momento un proiettile nemico lo colpì in faccia. Morì così un meraviglioso compagno, il nostro “Baffi”, come lo chiamavamo per i suoi bei baffi. Nello stesso contrattacco fu gravemente ferito Karl, il nostro “Austriaco”. Morì tre giorni dopo. Quest’uomo era un soldato dell’esercito nazista. Nel maggio del 1944 passò volontariamente dalla parte dei partigiani e partecipò a molte operazioni militari, mostrando autodisciplina e grande coraggio”, scrive Pereladov nel suo libro Appunti di un garibaldino russo.

Gli italiani non hanno dimenticato il loro compagno russo. Nel 1956 una delegazione di ex combattenti della resistenza italiana guidata da Armando visitò Mosca. Lo scopo del loro viaggio era innanzitutto l’incontro con il “Capitano Russo”. Un telegramma di convocazione fu inviato a Inta e Pereladov tornò nella capitale (ora per sempre) per abbracciare i suoi amici.

Per meriti militari, Vladimir Pereladov ha ricevuto l’Ordine della Bandiera Rossa di Guerra ed è stato presentato due volte al più alto riconoscimento dei partigiani italiani: la Stella Garibaldi al Valor. Ha descritto le sue incredibili avventure sul suolo italiano nel libro Appunti di un garibaldino russo.

La storia ci può portare lontano, molto lontano, ai tempi lontani, quando non eravamo ancora nati…E a lungo contempliamo, cerchiamo di capire, ciò che ci collega con il passato…Quanti anni, secoli, può contenere la memoria umana, prima che questi diventino qualcosa di ordinario e non riescano più a sfiorare le corde dell’animo? Che cosa può lasciare un segno indelebile nella memoria che non potrà mai svanire?” Con queste parole inizia il documentario “Bello Ciao” di Valeria Lovkova su Vladimir Pereladov

Partigiani russi in Italia durante la seconda guerra mondiale. Partigiano italiano dal Don in russo

I BAMBINI NEL MOVIMENTO PARTIGIANO ITALIANO. GLI EROI SOVIETICI HANNO LIBERATO LA “CITTÀ ETERNA”. LA METROPOLITANA ROMANA. ADA GOBETTI: GIORNALISTA, PARTIGIANA E GIOVANE MADRE

Vladimir Pereladov e il Battaglione partigiano russo d’assalto : il lato dell’Est della Resistenza

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L’unità dei comunisti è un imbroglio

“Tutti i partiti rivoluzionari e di opposizione sono sconfitti. Scoraggiamento, demoralizzazione, scissioni, sfacelo, tradimento, pornografia invece di politica. Si accentua la tendenza all’idealismo filosofico; si rafforza il misticismo come copertura dello spirito controrivoluzionario”. 

(Lenin “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” – 1920)

Le aspre ed inedite difficoltà (minimizzo) dei nostri tempi, in Italia, riportano prepotentemente alla mia memoria vecchie letture. Mi viene da pensare che Lenin -parlando di noi, ora- direbbe più o meno:
“La questione essenziale è chiara e inconfondibile. Chi ha a cuore la causa del partito comunista -ossia la causa del proletariato, del rilancio vittorioso della lotta di classe, della salvaguardia della pace e della natura, del socialismo- deve necessariamente (prima di tutto) trovare il modo di attingere le proprie forze tra vaste masse proletarie (in particolare giovani) le quali, al momento, non hanno alcun interesse per la lotta politica e ancor meno simpatia per i comunisti”. 

Nel frattempo, questa mi sembra la premessa migliore per affrontare tre problemi concreti.

1) Come facciamo a diventare tanti, molti di più di quanti siamo adesso, nel volgere di alcuni anni? Mi riferisco alla rapida espansione di massa del consenso, alla crescente capacità di interazione con molti gruppi e settori sociali oppressi e sfruttati, ad un incessante e cospicuo proselitismo. In particolare, va centrata la questione giovanile, un vero disastro nell’attuale situazione mentre uno dei nostri obiettivi strategici dovrà essere, invece, la rigenerazione della forza comunista tra la gioventù proletaria odierna e quella futura.

2) Come si fa a realizzare tale prospettiva con gli attuali rapporti di forza? Ossia come andiamo avanti in una situazione che vede la massima disparità tra le nostre disponibilità e le risorse su cui può contare l’avversario. Parlare di comunismo può anche essere facile ma servono capacità scientifica, coerenza strategica e abilità tattica per non essere risucchiati dal minoritarismo o dall’opportunismo.

3) Contro chi vogliamo lottare, chi vogliamo “attaccare”? Questa domanda, apparentemente settaria e cattiva, andrebbe in realtà spiegata per un verso con un richiamo al materialismo dialettico e per l’altro ad una delle principali contraddizioni che hanno generato il bilancio disastroso della sinistra dei nostri tempi. Comunque non ce la possiamo cavare con risposte generiche (ancorchè giuste) tipo l’imperialismo, i poteri forti, i pericoli di guerra; proprio come un dottore non può rispondere ad un paziente che soffre per una determinata malattia dicendo che egli vuole combattere i malanni, in generale. Chi non vuole avere “nemici”, chi non vuole dare “fastidio” a nessuno non può essere un rivoluzionario e non riuscirà mai a far crescere un Partito Comunista.

Si tratta di obiettivi e compiti molto ardui, assai complicati da perseguire: molto difficile poter “spadellare” un piano preciso e definito, senza un approccio scientifico, ossia senza capire perché (e da quando) ci troviamo in questa situazione, come rimuovere le cause che l’hanno generata, come avviare concretamente la risalita dall’abisso (di consenso e di tanto altro) nel quale siamo precipitati. 

Si tratta di uno sforzo gigantesco, da affrontare gradualmente, riflettendo (in un primo momento) anche separatamente su lati diversi della questione, a partire dall’analisi della storia recente, fino a definire un programma organico anche di lungo periodo. 

Un’impresa che sembra titanica considerando le nostre risorse attuali e che richiede tentativi ed esperimenti, senza escludere eventuali errori, ripensamenti e correzioni. 

Alcune esortazioni alla cosiddetta “unità dei comunisti” mi sembrano più dei tentativi di eludere questi problemi che non un modo per affrontarli e risolverli. Si manifestano, invece, molti tentativi o tendenze che impediscono di affrontare uniti questi compiti che la Storia -“qui e ora” si potrebbe dire- ci pone. 

“(…) la funzione degli “intellettuali” consiste nel rendere inutile l’opera di particolari dirigenti intellettuali”. 

(Lenin, dal suo scritto contro i populisti).

“…oggi si pestano l’un l’altro i piedi sognando “l’unità” e risuscitando un cadavere. Il bolscevismo ha posto le fondamenta ideali e tattiche della III Internazionale che è realmente proletaria e comunista…”

(Lenin “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky” -autunno 1918)

La cosiddetta “unità dei comunisti” è un imbroglio. E’ una vera sfortuna, che essa è diventata l’aspirazione più profonda della grande maggioranza dei pochissimi compagni e compagne rimasti politicamente attivi o impegnati nel dibattito comune.

– Come mai tutti gli esperimenti di “unità dei comunisti” o delle sinistre o simili -quanto meno nell’ultimo quarto di secolo- sono miseramente naufragati, hanno prodotto più divisioni di quelle che avevano trovato e causato una notevole perdita di forze e consensi?

Chi parla di “unità dei comunisti” dovrebbe dare una risposta coerente e convincente (se non scientifica) perché, prima di discutere di questo entusiasmante obiettivo, occorre garantire che non nasconda -più o meno maldestramente o inconsapevolmente- la riedizione di qualcuno dei tentativi suaccennati. 

– L’evidenza dimostra che le compagini o i singoli che invocano “l’unità dei comunisti” lo fanno subito dopo una scissione o l’abbandono di una precedente appartenenza (la quale, spesso, era a sua volta un esperimento dello stesso genere). 

Il pericolo che “l’unità dei comunisti” sia una sorta di amnistia o di condono per “coprire” ogni frazionismo o scissione o per evitare bilanci, autocritiche e correzioni, se non addirittura per giustificare trasformismo di vario tipo o gravità, è sotto gli occhi di tutti. 

– “Né unità senza princìpi, né teoria fine a sé stessa”. Dovrebbe essere la guida dell’aspirazione di tante compagne e compagni. Ritengo inoltre che l’unità debba realizzarsi innanzitutto tra se stessa e l’identità politica (o gli ideali o il programma).

Ho l’impressione che negli ultimi decenni la vicenda che ci riguarda sia stata caratterizzata non solo dalla separazione ma perfino dalla contraddizione tra questi elementi: unità e principi (o teoria, ecc.). Sicché, come in un carosello vertiginoso, abbiamo avuto innumerevoli scissioni (o separazioni o contrasti) per motivi -diciamo così- politici, alternati alla rinuncia o all’abbandono di tali posizioni per inseguire velleità unitarie. 

L’unità non può essere antagonista dei principi e viceversa. 

In definitiva, bisogna chiarire che “l’unità dei comunisti” non è l’alternativa -o la negazione- della strategia, semmai deve esserne una componente ma non indipendente da essa. La mia impressione (forse fallace) è che da qualche decennio non c’è più strategia per i comunisti, in Italia, e non vorrei che “l’unità dei comunisti” sia solo una ricetta consolatoria per coprirne la mancanza. Chi vuole veramente la nostra unità deve prima impegnarsi nell’elaborazione di una strategia, per il Partito di oggi e del futuro. 

Un insieme, spesso confuso o contraddittorio, di tattiche improvvisate non sono una strategia e tanto meno lo sono il ridursi all’autoamministrazione, trascinandosi da un espediente all’altro, da una scadenza all’altra col solo obiettivo di giustificare la propria stanca esistenza. Oppure vogliamo unirci per rimanere pochi, isolati dalle masse e scollegati dalla realtà?

– Noi abbiamo un ben preciso (e ricchissimo) patrimonio storico e teorico, da cui deriva una chiara definizione del concetto di fronte, fronte unito dei lavoratori (o del proletariato) e fronte popolare (antifascista). Essi si inquadrano nella più classica concezione dei vari livelli (quindi delle diverse funzioni e prerogative attribuite a ciascuno di essi, le quali non devono assolutamente essere confuse o invertite tra loro) della politica e della tattica unitaria: unità del Partito (da curare come la pupilla dei propri occhi), unità del movimento operaio, unità delle forze democratiche ed amanti della pace. Tutto ciò si completa -ricorrendo specifiche circostanze- con la politica dei fronti di liberazione nazionale (come fu il nostro CLN) o di unità con settori della borghesia patriottica in contrasto con altri di borghesia imperialista.

La parola d’ordine “unità dei comunisti” è talmente inconcludente da far deragliare in molte occasioni. Non è una questione nominalistica se molti confondono le prerogative e i compiti di unità o fronti, che invece dovrebbero essere ben distinti. Non si può ridurre -solo per fare qualche esempio- la questione del Partito ad una coalizione elettorale né ci si può illudere di conferire ad una tattica unitaria in difesa della pace le prerogative che sarebbero invece appropriate per un fronte unito di classe. 

Rimane per me un mistero comprendere che cosa si intenda per fronte o “unità delle forze anticapitaliste”. In ogni caso, l’esempio più macroscopico di totale ignoranza della concezione e dell’esperienza comunista delle tattiche unitarie e delle alleanze, fu di coloro che -nel 2008- ebbero il coraggio di dire che il povero “Arcobaleno” era l’equivalente moderno del Fronte Popolare del 1948!

– Alcune interpretazioni della “unità dei comunisti” più facilone sono anche il portato della progressiva disgregazione e confusione ideologica ed organizzativa di questo quarto di secolo. Per esempio, c’è chi insegue l’utopia di ridurre ad una tutte le sigle in cui c’è la parola “comunista” (senza neanche accorgersi che in alcuni casi essa è il sostantivo mentre in altri, ben diversi, è un aggettivo)

Allora discutiamo ed avviamo la strategia costruendo la più ampia, chiara e duratura unità per essa. L’illusione, invece, di definire una strategia in funzione di una non meglio precisata “unità” è esattamente una delle principali ragioni per cui ci siamo ridotti nelle condizioni attuali e quindi, semplicemente, il tentativo di resuscitare un cadavere anziché trarre tutte le lezioni necessarie dal bilancio della nostra recente storia. 

– Infine, c’è la questione che più di ogni altra mostra come le mie osservazioni non siano nominalistiche o questioni di lana caprina: chi riguarda “l’unità dei comunisti”? E’ possibile dare una definizione individuale (estemporanea) del comunista? 

Nel linguaggio corrente, si definiscono comunisti tutti quelli che in qualche caso hanno votato per candidati così indicati oppure quanti dichiarano apertamente di esserlo e talvolta sostengono pubblicamente le attività o le posizioni di un partito. 

La domanda da rivolgere ai fautori di una non meglio precisata “unità dei comunisti” è se si riferiscono a un partito o ad altro: nel primo caso, ciò sarebbe l’equivalente della squadra di calcio e non dei semplici tifosi (che non intervengono nel determinare l’esito della partita o lo fanno solo indirettamente) o di altri solo astrattamente “affezionati” alla squadra.

Se vogliamo essere nel solco del materialismo dialettico (rapporto tra coscienza e materia) e del marxismo-leninismo la risposta è una sola: in questo specifico caso, i comunisti “sono i calciatori”. 

Torniamo alla domanda: come si può definire -individualmente- un comunista? Basta ritenere di esserlo? Qualsiasi persona che si agita contro il governo e il padronato è comunista? Oppure sarebbero comunisti solo coloro che hanno letto Marx, Lenin, Gramsci, ecc.? 

Per la nostra filosofia si è ciò che si fa e non ciò che si legge; quindi sarebbe comunista, semmai, chi APPLICA CONCRETAMENTE il contenuto delle opere di Marx, Lenin, Gramsci. 

Ci sono milioni di compagne e compagni, spesso analfabeti come i minatori neri sudafricani, tanti nostri Partigiani o contadini cinesi che non dovrebbero essere considerati comunisti (stando alla suddetta ipotesi) dato che quando sono stati EFFETTIVAMENTE combattenti rivoluzionari, militanti dei propri Partiti avevano letto -suppongo- ben pochi libri riguardanti la nostra teoria. 

Ritengo sia già sufficientemente chiara la “devianza”, anche grave alla fine, che può derivare da confusione o indifferenza rispetto a questo tema. 

Anche perché la nostra concezione del Partito è che esso è la fusione del movimento operaio con il comunismo scientifico, mentre con i pericoli degenerativi di cui sopra, si riduce il Partito ad un presunto “comunismo scientifico” il quale, inevitabilmente, deve poi (nel migliore dei casi) dirigere gli operai (ignoranti!) e fargli fare la rivoluzione.

Non è un caso che molti compunti conoscitori italiani di molte opere della nostra letteratura, si dimentichino immancabilmente di una sola paginetta: quella in cui c’è scritto che la liberazione della classe operaia ha bisogno dell’opera della classe operaia stessa!

Ancora una volta si confonde il Partito rivoluzionario del proletariato con un circolo accademico di intellettuali! Perciò, curiosamente, oggi sono idonee a criticare molte posizioni correnti le tesi di Lenin contro il terrorismo, non perché ci sia chi vuole commettere violenze o compiere reati, anzi, tutt’altro! Però la critica alla pratica di fare da soli, di limitarsi a singoli atti fini a se stessi, slegati gli uni dagli altri, adatti anche a gruppi piccolissimi se non a singoli, con il velleitario scopo di accendere l’indignazione dei lavoratori (quando non ce ne sarebbe bisogno, vista la loro esperienza quotidiana) è appropriata anche a molti compagni del nostro tempo, benchè pacifici come innocui curati di campagna!

Senza farla troppo lunga, la tesi che propongo è che l’unica possibilità di definizione individuale, non estemporanea, di comunista è che esso sia il militante di un partito comunista ovvero -in mancanza di questo- di un’organizzazione che lotta per la costruzione (o ricostituzione) del Partito, secondo criteri coerenti con il nostro patrimonio storico e teorico. 

Sotto questo profilo, dunque, “l’unità dei comunisti” è… il Partito ovvero (nel nostro caso) la lotta per riaverne uno forte e autentico. Pertanto la parola d’ordine (“unità dei comunisti”) è confusionaria e rischia di provocare danni, perché siamo ritornati nel “regime dei circoli”, contro cui lottava Lenin e in definitiva Gramsci e i fondatori del nostro Partito, perché il “regime dei circoli” è un circo Barnum incapace di essere incisivo o vittorioso. 

– Inoltre, simili parole d’ordine inconcludenti a volte si intrecciano con altre ancor più insussistenti e contraddittorie: è il caso (non per niente di origine troschista o semitroschista) di una parola d’ordine ancor più confusionaria e deviante -perciò usata in tante fogge e varianti- quale quella di “unire le lotte” usata spesso dai suoi promotori, senza dirlo, per negare la centralità e la priorità della costruzione del Partito. 

Tale parola d’ordine, non a caso, ha un bilancio perfino peggiore di quello “dell’unità dei comunisti”. Perché “unire le lotte” non può essere un’ammucchiata movimentista a cui puntano i teorici di questa linea, così come unire ciò che mangiamo non è l’atto di ingozzarci riempiendo la bocca e l’esofago indiscriminatamente di ogni genere di ingrediente: essa non è solo “mangiare” in continuazione ma è, invece, il processo della digestione e si realizza dunque dandosi un apparato digerente. 

È il processo che trasforma i nostri pasti in energia e sostanze ricostituenti per i nostri organi che unisce -ed anzi valorizza trasformandolo- ciò che mangiamo (e non è necessario né utile che sia tanto, anzi è nocivo mangiare per mangiare). Allo stesso modo ad “unire le lotte” -in definitiva- è il Partito che le valorizza trasformandole in mutamento dei rapporti di forza con la classe avversaria. 

“L ’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito comunista, riunendo in sè la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato”.

(dall’art. 1 dello Statuto del PCdI del 1921)

All’epoca della Rivoluzione d’Ottobre, gli opportunisti, ovvero gli agenti della borghesia in seno al movimento operaio, per boicottare la grande rivoluzione proletaria dissero che essa non era conforme alle tesi de Il Capitale di Marx Perciò il compagno Gramsci scrisse un testo titolato “Una rivoluzione contro il Capitale”. Era una brillante ed acuta difesa dei bolscevichi e -al tempo stesso- anche de Il Capitale, strumentalizzato con interpretazioni ottuse e sterilmente dogmatiche.

Chi scrive, è contro “l’unità dei comunisti” come Gramsci era contro la Rivoluzione dei Soviet (o contro Il Capitale). 

Contro l’unità dei comunisti

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Nome di battaglia: Stalin

La figura di Stalin, fu d’ispirazione per molti nostri partigiani durante la guerra di liberazione. Due di loro in particolare decisero di rendere omaggio all’uomo che si era caricato sulle proprie spalle le sorti del mondo e adottarono Stalin come nome di battaglia

Ermenegildo Della Bianchina

Il Partigiano Ermenegildo Della Bianchina, conosciuto dal popolo massese con il suo nome di battaglia “Stalin” era un piccolo grande uomo, leale, onesto, stimato e rispettato da tutti amici e avversari. Non aveva nemici, ha speso tutta la sua vita per la difesa dei valori della Libertà, della Democrazia e della Pace, della Memoria della Resistenza e della Costituzione. Fondatore e poi Presidente per molti anni della Sezione ANPi di Massa “Patrioti Apuani Linea Gotica”.
Gildo subito dopo l’8 Settembre, dopo aver fatto il militare con gli Alpini divisione Cunense e dopo aver partecipato alla guerra in Albania e Russia, fu tra i primi partigiani che sulle Alpi Apuane costituirono le prime formazioni di ribelli e bande partigiane. Ha combattuto nel gruppo divenuto poi Patrioti Apuani, prima comandato dall’eroico e valoroso partigiano Marcello Garosi Tito, caduto in combattimento e Medaglia d’Oro al Valor Militare e poi sotto il Comando di Pietro Del Giudice, con il quale aveva instaurato una profonda amicizia. Insieme a tanti altri partigiani ha partecipato a numerose azioni di sabotaggio contro i nazi fascisti.

Gildo da partigiano prese il nome di Stalin. Come avvenne lo raccontava più o meno così:
Ero intransigente sulla divisione delle cose da mangiare nella formazione, volevo parti uguali per tutti.
Un nostro capo invece voleva fare un po’ troppo il furbetto, io gli dissi che ero pronto a sparare per una ingiustizia così che non era piccola, forse puntai anche il mitra con minaccia, forse diedi anche una sventagliata in aria. Questi si ammutolì. Il giorno dopo vennero i comandanti della formazione. Sapevo che ero come sotto processo, ero stato insubordinato, e nei partigiani non si scherzava su queste cose. Io spiegai cosa era successo e Vico (un nostro comandante militare) mi diede una pacca sulle spalle e mi disse: “Sei come Stalin”.
Io gli risposi che non conoscevo questo Stalin. Mi spiegarono chi era, ed io allora risposi: “Se Stalin in Russia si comporta come me qua, allora sta facendo il vero socialismo”. Il nome di Stalin mi rimase così addosso.

Dopo la guerra insieme a Pietro Del Giudice, a Gianardi “Vico”, Angelotti “Contegio”, Antonini “Andrea”, Brucellaria “Memo”. Bertolini, Vinci Nicoddemi Briglia “Sergio” e tanti altri aveva costituito e fondato la sezione ANPI. E’ stato per molti anni un popolare amministratore, Consigliere Comunale e poi Assessore del Comune di Massa per il Partito Socialista, ed anche Sindacalista e operaio della Dalmine.

Mario Campana

Mario Campana residente a San Polo di Torrile, classe 1925, fu partigiano delle Sap (Squadre d’azione patriottiche) nel battaglione Bassa parmense. Il gruppo si era formato a San Polo di Torrile dietro l’impulso di Tranquillo Pezzali e faceva capo al comandante Otello Neva che da Parma dava le direttive e partecipava alle riunioni clandestine nella Bassa; riunioni che si tenevano spesso di notte nei campi. Principali obiettivi del battaglione erano il sabotaggio dei rifornimenti e degli automezzi tedeschi e la propaganda a favore della lotta di Liberazione, nonché l’assalto alla caserma della Brigata nera di Casale di Mezzani. Mario aderì nel 1944, all’età di 19 anni.

Un episodio può far capire qual era la situazione il 26 aprile 1945 quando, a guerra ormai finita e con molte città già liberate, nelle zone della Bassa parmense si combatteva ancora con i tedeschi, in ritirata verso nord, che cercavano di oltrepassare il fiume Po.
Quel giorno Mario insieme ad altri suoi compagni partigiani (Silvio Fochi, Ferrarini Renzo, i fratelli Piccinini, Maini e altri) avevano avuto il compito di arrestare dei soldati tedeschi e di portarli al Comando americano a Colorno. Requisito un camion tedesco a cassone scoperto, caricarono i prigionieri e iniziarono il trasferimento. Durante il transito, alcuni aerei americani, visto il mezzo tedesco, iniziarono la picchiata per distruggerlo. Mario, salito sulla capotte, iniziò a sventolare una bandiera rossa per farsi riconoscere; finalmente gli americani capirono e dopo varie picchiate si allontanarono senza mitragliare. Durante il viaggio – che proseguì verso Colorno per consegnare i prigionieri agli americani – un soldato tedesco, forse per paura, offrì il proprio orologio a Mario che lo rifiutò. Al ritorno percorsero la strada che fiancheggia il canale Naviglio e, ormai arrivati a casa a Gainago di Torrile, decisero di portare il camion in mezzo ai campi (in località Beldesinare) per non rischiare nuovi attacchi da chicchessia ma, durante il breve tragitto, in una casa di campagna posta a circa 200 dalla strada vennero sorpresi da spari e raffiche. Nella notte, infatti, in quella casa si erano rifugiati 72 tedeschi per cercare di rifocillarsi (tanto che, dopo la mungitura delle mucche di prima mattina, bevvero tutto il latte prodotto) e, alla vista dei partigiani, si appostarono alle finestre e iniziarono a sparare.

Iniziò un breve ma intenso combattimento nel quale Mario restò ferito da un colpo alla gola, poi da una raffica all’emitorace e al braccio destro, cadendo nel fossato adiacente la strada. Secondo la testimonianza della famiglia Rolli, contadini sfollati in quella casa, i tedeschi vistisi scoperti, e forse con la paura di essere attaccati da un più nutrito gruppo partigiano, uscirono dalla casa e si incamminarono verso il Po. I signori Rolli dalla finestra contarono 72 soldati armati per i campi verso Colorno. Solo dopo la fuga degli invasori, i partigiani recuperarono i due compagni feriti, Renzo Ferrarini e Mario, il più grave, che fu trasportato all’ospedale di Colorno. I medici però non videro per lui possibilità di cura e quindi fu portato all’ospedale di Parma sopra un camion militare. La fortuna volle che si salvò e, dopo un lungo periodo di riabilitazione a Salsomaggiore presso il centro “La casa del bambino”, tornò a casa pur rimanendo invalido di guerra. Venne poi congedato con il grado di sottotenente.

Nel dopoguerra Mario divenne grande amico di Attilio Gombia “Ascanio”, comandante partigiano delle tre Venezie, medaglia d’argento al valor militare e aderì all’Anpi formando la sezione di Torrile che ha seguito fino al 2010 come segretario. Nel 1964 entrò nel consiglio direttivo dell’ANMIG (Ass. nazionale mutilati e invalidi di guerra) sez. di Parma.

Mario Capanna, Partigiano Stalin

Anpi Massa

stachanovblog.org

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Nicola, l’infame

Nicolò Bombacci, detto anche Nicola o Nicolino, il 21 gennaio 1921, con gli esponenti della frazione comunista, abbandona a Livorno il teatro Goldoni , mentre è in corso il XVII° Congresso Nazionale del PSI, per andare al teatro San Marco, dove gli scissionisti fondano il partito che assunse il nome ufficiale di Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista.
Gli anni dal 1921 al 1927 rappresentano una tappa fondamentale per Bombacci. Eletto, al momento della fondazione, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia, e chiamato a dirigere, dal febbraio al luglio dello stesso anno, l’Avanti comunista, che si pubblicava a Roma, Bombacci sarà in seguito al centro di un vero e proprio “caso” politico-disciplinare protrattosi per quasi quattro anni, e culminato con la sua definitiva espulsione dal Partito.

Bombacci si trovò al centro di una complessa manovra sotterranea di avvicinamento fra Roma e Mosca.
Questo deplorevole avvicinamento faceva il paio con la deplorevole cordialità fra Bombacci e Mussolini denunciata da Gramsci.
A differenza degli altri dirigenti comunisti, chiusi in carcere o sottoposti a severa sorveglianza, Bombacci poteva fare liberamente la spola fra Roma e Mosca ottenendo gli indispensabili visti con sospetta facilità.
Nel frattempo si era formato a Roma un gruppo di dissidenti provenienti dal PSI, dalla CGIL e anche dal Partito Comunista d’Italia, detto della Gironda dal titolo della loro rivista, che si proponevano di gettare un ponte fra il fascismo e il socialismo.

Intervenendo alla Camera, il 30 Novembre 1923, per perorare la ripresa delle relazioni diplomatiche fra l’Italia fascista e la Russia bolscevica, Bombacci, fu portato a compiere due atti di indisciplina gravissimi. Non solo si rifiutò di leggere la dichiarazione preparata dalla direzione del partito, ma non informò nemmeno i dirigenti degli argomenti che intendeva analizzare. Ma la cosa più grave affiorò non tanto nel metodo ma nel contenuto del suo discorso, infiorettato ad un certo punto da una frase rivolta a Mussolini

La Russia è su un piano rivoluzionario: se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza fra i due Paesi

Il I° dicembre l’Avanti!, parlando di “comunismo fascisteggiante”, deplorò l’atteggiamento del deputato comunista. Il 5 dicembre fu la volta del partito comunista che dichiarò Bombacci non più autorizzato a rappresentare il Partito alla Camera, invitando perentoriamente Bombacci stesso a rassegnare le dimissioni da deputato. Che egli avesse riconosciuto che in Italia c’era stata una “rivoluzione fascista” non poteva essergli perdonato e questo pregiudicò la sua carriera politica.

Tornato a Roma, dopo il funerale di Lenin nel gennaio del 1924, venne escluso dalle liste elettorali del partito comunista italiano, per poi essere definitivamente espulso nel 1927, fu aiutato a vivere dall’amico Zinov’ev con un’occupazione definitiva e ufficiale presso la Missione commerciale sovietica.
I suoi rapporti politico-professionali con i sovietici durano fino al 1930, fino al momento in cui Stalin rimuoverà Zinov’ev dal suo incarico. Zinov’ev fece parte del centro trockista-zinovievista, che ordinò l’uccisione di Kiro, pianificò l’uccisione di Stalin e di vari dirigenti comunisti oltre a commettere altri crimini contro la rivoluzione come spionaggio, tentativi di avvelenamento, e sabotaggio. Zinov’ev nel 1936 verrà fucilato per cospirazione.

Di fronte alla Grande depressione, al crollo del sistema capitalistico, Bombacci formula la sua adesione particolare al regime sulla scorta dell’inizio del terzo tempo mussoliniano: andare verso il popolo, sorpassare bolscevismo e capitalismo grazie al sistema corporativo e all’unione delle masse lavoratrici nello stato organico littorio.

Esiste tutta una corrente interna al regime – guidata da Bottai e dalla sua rivista Critica fascista – che, specie dopo il 1929, vede nel corporativismo la risposta italiana alla lotta di classe e al dominio del capitale, quella mitologica terza via conciliante e gli interessi dei lavoratori e quelli della Patria. Su questo filone si innesta Nicolino, personalmente appoggiato da Mussolini, sempre alla ricerca di sfogatoi semiufficiali in cui lanciare i suoi vecchi e mai sopiti sospetti anticapitalistici.
Nel 1936 esce La Verità, con una tiratura di 25mila copie finanziata dal Ministero della cultura popolare. 

È in atto una grandiosa rivoluzione sociale. È l’ora della collettività. Oggi come ieri ci muove lo stesso ideale: il trionfo del lavoro. Per tale trionfo lottiamo da trentacinque anni. Oggi la storia ci pone dinanzi agli occhi l’esperimento di Mussolini. Non è più soltanto una dottrina, è un ordine nuovo che si lancia audacemente sulla via maestra della giustizia sociale.

L’uscita della rivista scatena un pandemonio nelle fila del fascismo intransigente, che ancora ricordano la barba sovversiva di Bombacci durante il biennio rosso. La copertura del duce però garantisce all’impresa editoriale la sopravvivenza.

Dopo la caduta del regime fascista il 25 luglio 1943 e, in settembre, la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso e la creazione della Repubblica Sociale Italiana (RSI), Bombacci decise volontariamente di recarsi a Salò, dove divenne una sorta di consigliere di Mussolini.

Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre. Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno.

15 marzo 1945 a Genova, discorso rivolto alle camicie nere

 E’ i l 25 aprile 1945. Mussolini è in fuga, vuole raggiungere la Svizzera per mettersi in salvo. Bombacci decide di seguirlo verso il suo destino. Qualcuno gli domanda: “Perché?” e lui risponde: “Lo seguirò fino in fondo”.
E’ il 28 aprile. I partigiani catturano, tra gli altri, Mussolini e Bombacci. Tutti i condannati vengono avviati in colonna verso il luogo dell’esecuzione per essere fucilati. Prima che morisse l’ho udito gridare: “Viva Mussolini! Viva il socialismo!”.
La mattina del 29 aprile lo appesero per i piedi al distributore di benzina di Piazzale Loreto, a Milano, insieme a Benito Mussolini, Claretta Petacci e alcuni gerarchi fascisti; nel documento attestante la fucilazione sotto il suo nome vi era la scritta a mano Supertraditore

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Gabriele D’Annunzio non era fascista

Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse
Gabriele D’Annunzio

Negli anni 1919–1920 riuscì, grazie alla sensibilità di vero poeta, a interpretare più di altri il travaglio morale e sociale – e anche politico – di vasti strati di ex combattenti della Grande guerra, della gioventù della piccola e media borghesia e, anche se marginalmente, di altri gruppi sociali, in una contestazione del vecchio mondo politico, nella richiesta di nuovi valori – seppure ancora confusi – di cui si avvertiva la improcrastinabile necessità.
Tutto ciò doveva avere, come sbocco naturale, una nuova e più elevata vita sociale della nazione.
Bisognava superare la crisi materiale e morale in atto, che ipotecava la capacità di decollo socio-economico, creando le condizioni per la contestazione.
Ancora oggi per molti studiosi D’Annunzio politico rappresenta un’eredità difficile, un problema da districare. Molti avvertono che ha espresso qualcosa di ambiguo, di torbido, con le sue componenti di irrazionalismo e di violenza, che negli anni ha influenzato in senso negativo la nostra vita politica ed è stato in qualche modo alla base della degradazione che questa ha sofferto.
La maggior parte degli storici ha affrontato fino a qualche anno fa le vicende dannunziane in modo aprioristico, con atteggiamento ideologico e politico preconcetto che non ne ha certo agevolato la comprensione. Detto questo, bisogna aggiungere che Gabriele D’Annunzio fin da giovane si sentì attratto dall’attivismo politico, tanto da accettare la candidatura a deputato, con esito positivo, in uno dei collegi della sua terra d’origine, Ortona a Mare, nel 1897.
Il suo programma politico derivava da quello letterario dovuto all’incontro con Nietzsche e con le teorie sul superuomo, sul ripristino della grandezza della patria e di Roma imperiale e l’anelito alla supremazia di una classe eletta che possedesse le virtù aristocratiche che il dominio della borghesia aveva appannato.
Eppure qualche anno dopo, con un gesto che venne considerato un voltafaccia di matrice irrazionalistica, estetizzante, molto presente nell’animo del poeta, egli passò all’estrema sinistra, verso cui venne attratto da una vitalità e una forza dimostrate durante l’ostruzionismo parlamentare contro le leggi liberticide e reazionarie del governo Pelloux.
Allora D’Annunzio aveva voluto esprimere una dimostrazione palese del suo cambiamento politico, sottoscrivendo una deliberazione che testualmente recitava:

Porto le mie congratulazioni all’estrema Sinistra per il fervore e la tenacia con cui difende le sue idee. Dopo lo spettacolo di oggi, io so che da una parte vi sono molti morti che urlano, e dall’altra pochi uomini vivi ed eloquenti. Come uomo di intelletto vado verso la vita

A tale proposito, contrariamente al giudizio postumo che riduce il suo “vado verso la vita” a un atteggiamento circoscritto al bel gesto, che presto si esaurì, D’Annunzio, seppure in modo contraddittorio – si veda il successivo sinistrismo durante l’impresa fiumana e la sua iniziale contestazione del fascismo – visse con convinzione il cambiamento.
Per individuare meglio la connotazione politica del periodo in esame, è opportuno riprendere quanto scrive Giordano Bruno Guerri (Alosco, 2014) affermando opportunamente che D’Annunzio non era socialista, ma che era anche socialista. Questo aspetto poco studiato va rivalutato perche´, seppure presente politicamente solamente come un segmento palese della vita inimitabile del poeta, ne costituisce un “filo rosso” sempre presente nel suo animo di grande e finissimo intellettuale, nel quale riaffioravano, sempre presenti in modo decisivo, le origini popolari della terra natia, l’Abruzzo, abitato allora prevalentemente da contadini e pastori.
Dopo il suo “vado verso la vita” del 1900, i socialisti colsero le potenzialità non solamente letterarie del poeta, per un periodo non breve, che si protrasse fino al 1906. Lo stesso organo del partito, l’Avanti!, sotto la guida di Leonida Bissolati ed Enrico Ferri, sensibili alle tematiche letterarie del tempo, divenne dannunziano nel linguaggio e del dannunzianesimo apprezzò l’arte innalzandolo a vessillo di valore incommensurabile quanto insperato, con giudizi positivi se non entusiastici dell’opera dell’ancor giovane poeta. Si instaurò una fascinazione emotiva reciproca.
Come deputato aderente al gruppo della sinistra storica, D’Annunzio dette il suo voto favorevole al documento relativo alla scuola in senso laico e alla mozione di sfiducia verso il presidente della Camera Colombo, che si dimise poco dopo. Sciolto il Parlamento per le posizioni inconciliabili degli opposti schieramenti, l’estrema sinistra ritenne naturale presentare candidato il poeta nel collegio di San Giovanni a Firenze, dove egli risiedeva nella Villa Capponcina dal 1898. Egli si presentò come candidato della Sinistra, dunque, collegandosi coi radicali, con esito però negativo, ma appoggiò nel turno di ballottaggio il candidato radicale-socialista di Ortona, l’avvocato Carlo Altobelli, che risultò eletto. E’ opportuno precisare, a questo punto, che la candidatura non influenzò il suo pensiero e la sua arte, perché D’Annunzio non fece una scelta di campo di natura ideologica.

Egli, sia all’interno che fuori dal Parlamento, sia prima che dopo le elezioni, prospettava disegni eversivi, di azione diretta, al di fuori delle istituzioni, con un attivismo politico che lo indusse a percorrere molte piazze e strade d’Italia. All’approssimarsi delle elezioni politiche, a D’Annunzio venne offerta, oltre alla candidatura la tessera del PSI da parte di Leonida Bissolati e dei socialisti fiorentini raccolti nel giornale La Difesa, e anche un’altra candidatura per assicurargli l’elezione in Basilicata, essendo il poeta diventato acerrimo nemico dei conservatori: veniva pertanto combattuto aspramente con ogni mezzo dai suoi avversari politici nel suo collegio di Ortona. Del resto, Bissolati rifletteva antiche valutazioni di Filippo Turati, il quale considerava Gabriele D’Annunzio un vero rivoluzionario sia nell’arte che nel sociale.
Già agli esordi, Turati, nel 1881, sul giornale La Farfalla, riteneva il poeta abruzzese, “ignoto ieri, già quasi celebre oggi nella repubblica letteraria e che domani, se lo lasciano fare, è capace di mettere sulla coscienza il suo bravo colpo di stato artistico, sconvolgendo gli ordini e le gerarchie costituite” (Turati, 1977: 505). E più ancora l’anno successivo nella stessa sede giornalistica, il futuro fondatore del Partito dei Lavoratori giunse a qualificare Gabriele D’Annunzio “coscientemente ed incoscientemente socialista e ribelle”

L’Avanti! di Bissolati registrò con particolare attenzione tutta l’attività politica di D’Annunzio anche in veste di candidato; attenzione certamente speciale che non era rivolta agli altri candidati, anche esponenti di primo piano del partito, a cui erano dedicate poche righe di cronaca dei comizi. Bisogna precisare, anzitutto, che il poeta venne presentato sotto l’egida dell’Unione dei partiti popolari, quale indipendente, senza quindi che egli avesse aderito a qualsivoglia partito. Ciò corrispondeva allo stile di tutta la sua ancora giovane vita. Il foglio socialista fiorentino La Difesa, però, tenne a chiarire la vicinanza di D’Annunzio al partito.
Come è facilmente immaginabile, il candidato popolare D’Annunzio fu molto vivace e attivo durante la campagna elettorale. All’infuocarsi della competizione, la sua attività divenne frenetica. Scrisse un articolo per La Difesa, che andò a ruba, contro il suo antagonista, l’uscente Digny, e una lettera, pubblicata sullo stesso giornale, di critica al sindaco fiorentino Torrigiani.

Sfidò a duello il direttore del giornale locale La Nazione per la pubblicazione di un articolo ingiurioso nei suoi confronti e tenne infuocati comizi alla presenza di folle strabocchevoli e acclamanti.
Tra questi, va ricordato il discorso tenuto nel salone di Porta Nuova, che affascinò il cronista dell’Avanti!, trascinato nel suo resoconto dall’oratoria dannunziana cadenzata “da intermezzi infinitamente indovinati, gustosissimi” (Avanti!, 3 giugno 1900: 2), che trascinarono il pubblico in delirio.

In questa occasione Gabriele D’Annunzio, dopo aver fatto riferimento all’epopea garibaldina, attaccato gli avversari appartenenti alle classi dominanti e spiegato il significato profondo del passaggio all’estrema sinistra, sembrò delineare o, quanto meno, affiancare al suo concetto di superuomo un’intera categoria sociale, quella dell’agricoltore nazionale.
Fu un vero inno al contadino forte e sano. A esso accomunò tutto il popolo di Firenze quando, nella seconda fase del ballottaggio, si espresse in appoggio ai candidati della Sinistra, il medico Gaetano Pieraccini e il fornaio repubblicano figlio di un garibaldino, Guglielmo Dolfi. D’Annunzio, rivolto agli interlocutori, cosìsi espresse:

Voi popolani di San Giovanni, amici miei sicuri […] voi popolani di Santa Maria Novella, primo nerbo della guerra […] voi popolani di Santa Croce, suprema speranza nostra, schiera eletta […] come un vessillo vermiglio dispiegato al sole fiorentino

L’impegno politico di Gabriele D’Annunzio a Firenze non si esaurì nel lasso temporale di una sua eccezionale candidatura, i cui risultati furono, del resto, del tutto apprezzabili, dal momento che i voti che raccolse furono più che raddoppiati rispetto ai trecento del candidato precedente della sinistra; proseguì nella battaglia per il ballottaggio con un netto schieramento di campo, allorquando fece balenare il vessillo della bandiera rossa.
A queste manifestazioni di adesione piena e convinta alla Sinistra e, in particolare, al Partito Socialista, l’Avanti! rispondeva con altrettanto calore e convinzione. Si può, anzi, affermare che l’attenzione verso il poeta si rasformò ben presto, per un certo periodo, in adesione incondizionata allo stile dannunziano e alle sue tematiche; ne riproduceva anche – in un giornale letto principalmente da lavoratori – lo stile aulico. Oltre alle notizie che lo riguardavano, il giornale socialista assunse la consuetudine di pubblicare in prima pagina non solamente interi articoli di varia natura a firma di D’Annunzio stesso, spesso ripresi da altre testate, ma anche di dedicare alle sue opere letterarie ampie recensioni, sempre in prima pagina.
L’estrema sinistra, per alcuni anni a venire, avvertì l’influenza letteraria di D’Annunzio: ne fanno fede i lusinghieri giudizi sulle sue opere (non scritte certamente per le masse) e soprattutto il linguaggio dannunziano dell’organo dei socialisti italiani, l’Avanti!, il cui direttore di quel periodo, Leonida Bissolati, di formazione mazziniana e futuro interventista nella Grande guerra, più di altri, ne subì le suggestioni.
Nell’occasione della pubblicazione del libro Il fuoco, l’Avanti! dedicò al suo autore e all’opera molto più che una semplice recensione: pubblicò un lungo articolo di prima pagina, atto del tutto inusitato in un giornale di partito, specialmente in quello del Partito Socialista.
Il recensore, dotato di giudizio letterario ma pur sempre di matrice ideologica socialista – contrariamente al giudizio postumo riferito da Salinari – credeva di scoprire un approccio nuovo nel romanzo, un tono diverso verso la plebe, la “moltitudine”, e notava ne Il fuoco “i segni di quella sua bella evoluzione politica compiutasi in questi giorni tra lo sbigottimento dei “morti” e la lieta meraviglia dei vivi” .
Altrettanto avvenne sulle pagine dell’Avanti! quando si pubblicò il giudizio sulla Canzone di Garibaldi, un’ode dedicata da D’Annunzio all’eroe nazional-popolare che aveva definito il socialismo “il sole dell’avvenire”. L’articolo, molto ampio, portava la firma prestigiosa di Gustavo Balsamo Crivelli, filologo e fra i maggiori critici letterari di ispirazione socialista di quel periodo.
Si rilevava il ritorno ai massimi livelli della poesia epica, ritenuta ormai morta, nell’esaltazione dannunziana delle gesta garibaldine, impresse nella commemorazione dell’eroe ritiratosi in povertà a Caprera. Il critico vedeva nell’opera di D’Annunzio gli echi della poesia di Omero e il suo Garibaldi, chiamato “il donator di regni”, ricorda di continuo i caduti delle guerre risorgimentali; il critico ne è colpito ed elogia l’arte del poeta “in un quadro meraviglioso […] L’impero della poesia è a questo punto gagliardo e sublime. Di più non si poteva fare”.

Nel finale dell’articolo, Balsamo Crivelli celebrava nel contempo il poeta e l’eroe popolare con un’immagine che meritava di sopravvivere al suo autore: “è l’epopea della camicia rossa, non vuole essere altra storia che questa, intessuta nel ricordo non oblioso del popolo, in cui la fiamma dell’ideale mai non si estingue. Gabriele D’Annunzio illuminò di questa fiamma in un riflesso d’incendio la sua poesia”.
La Canzone di Garibaldi costituì in quel periodo e fino a qualche anno successivo il cavallo di battaglia che Gabriele D’Annunzio portò in giro per l’Italia appoggiandosi alle organizzazioni del Partito Socialista che, a sua volta, se ne avvalse per fini propagandistici.

Durante la Prima guerra mondiale, alla quale partecipò in età già avanzata, mostrò il suo valore, ma soprattutto ebbe l’opportunità di attuare le concezioni che aveva di sè come uomo di eccezione che domina gli avvenimenti, determinandoli e non subendoli, sfidando anche la morte.
La “beffa di Buccari” e il volo su Vienna ne sono gli esempi più eclatanti. Dalla guerra uscì con una ferita a un occhio e il grado di tenente colonnello.
Nel dopoguerra, a D’Annunzio si presentò l’opportunità di interpretare i fermenti di quei ceti medi emergenti che avevano combattuto sul Carso e sul Piave, rimasti insoddisfatti da una vittoria ritenuta “mutilata”, con l’intenzione di attuare i propositi circa il completamento dell’unità d’Italia, aspirazioni vituperate al tavolo delle trattative della Pace di Parigi.
Come era nel suo stile guerresco e intransigente, con gesto eclatante tra creatività artistica e ideologia politica, nel settembre 1919, capeggiò squadre di militari che denominò “legionari”, occupando la città istriana di Fiume e proclamandovi la reggenza del Carnaro. Anche in questa dimostrazione di vitalità e forza, che molti giudicano antefatto della marcia fascista su Roma, D’Annunzio non fu esente da contraddizioni, tanto da venire considerato come rivoluzionario addirittura dal capo dei bolscevichi, Lenin.
A Fiume si attuò la seconda “svolta a sinistra” di D’Annunzio, ma questa volta la posizione ufficiale dei socialisti italiani, guidati da Serrati, fu costantemente ostile, mentre una parte dei sindacalisti rivoluzionari e dei socialisti “eretici” si schierarono al suo fianco.
La politica socialista ufficiale nei riguardi delle vicende fiumane non si modificò neanche con lo spostamento verso la Sinistra delle concezioni di D’Annunzio, che il 10 gennaio 1920 nominò suo capo di gabinetto Alceste
De Ambris, socialista e sindacalista rivoluzionario, che rappresentò da quel momento l’anima e il motore di una visione politica decisamente più tendente a sinistra. De Ambris riuscì a influenzare in tal senso, in qualche misura, lo stesso comandante, anche perché quest’ultimo era ormai in una via senza uscita per il fallimento di fatto delle strade praticate fino ad allora nei rapporti con le autorità militari e civili. La stessa nomina di De Ambris, al posto del nazionalista Giurati, indicava che D’Annunzio intendeva verificare altre possibilità.
Dalla collaborazione tra D’Annunzio e De Ambris scaturì l’elaborazione della carta del Carnaro, la
costituzione fiumana, che tanta risonanza ricevette allora; non fu senza significato che la carta del Carnaro, la costituzione della reggenza, contenesse molti elementi avanzati di stato socialista.
Molto si è discusso circa l’attribuzione dello statuto a De Ambris e a D’Annunzio, in quanto a elaborazione e stesura. In tale contesto, sembra superfluo affermare la supremazia del poeta nel rendere nella forma letteraria un testo legislativo, mentre nella parte della definizione dei postulati fondamentali divenne preponderante
l’opera del sindacalista.
La carta del Carnaro, al di là dei rispettivi contributi, costituì il risultato di un rapporto osmotico sulle linee fondamentali tra i due redattori, frutto di lunghe conversazioni che ne precedettero la stesura, come testimoniato dal carteggio intercorso tra De Ambris e D’Annunzio nel marzo 1920.
Non trascurabile è l’aspetto letterario della carta del Carnaro, scritto armonioso all’altezza dell’arte dannunziana, controparte dell’aspetto storico-politico che la rende interessante, nella sua matrice
d’ispirazione socialista.
L’impianto generale della carta prevedeva un regime repubblicano ispirato all’associazionismo mazziniano. Basilare era la concezione della proprietà in funzione sociale e dei rapporti di lavoro come meccanismo dove gli operai svolgessero il ruolo di produttori attivi; l’istruzione era pubblica, vigeva la libertà di religione e si affermava la revocabilità delle cariche pubbliche, la parità di diritti tra uomini e donne, i principi di decentramento amministrativo. Era anche prevista la revisione periodica della costituzione, aspetto che rendeva la carta innovativa, perchè riconosceva che ogni costituzione, anche la più lungimirante, è legata al suo tempo e va rivista periodicamente per meglio adeguarla alla contingenza storica.
Neppure gli articoli del testo riguardanti la proprietà in funzione sociale risultarono graditi ai socialisti, che tentarono di demolire la carta senza appello, con una visione settaria del tempo, già all’atto della sua apparizione l’8 settembre 1920; ritenevano allora che la proprietà dovesse essere abolita del tutto, come nel governo sovietico. Allo stesso modo, l’associazionismo dei produttori svincolato da ogni legame con i partiti e non influenzato da alcuna ideologia era in contrasto con l’assioma inscindibile tra socialismo e lavoro.
Anche la considerazione riservata agli aspetti non materiali, di carattere culturale, riguardanti la musica e le arti, così inusuale allora in una costituzione, veniva trascurata dai critici implacabili.
Il giudizio complessivo – o meglio, il pregiudizio – da parte del Partito Socialista sulla carta del Carnaro puntava essenzialmente sul carattere utopico della costituzione della città libera di Fiume.
Gaspare Ambrosini, docente ordinario di Diritto costituzionale (e, in seguito, dal 1962 al 1967, presidente della Corte Costituzionale) già nel 1925, a pochi anni dagli avvenimenti di Fiume, scriveva:
La Carta di Libertà del Carnaro […] può considerarsi come fondamentale per tutti gli studi sui sistemi sindacali. Oltre l’afflato poetico, la Costituzione dannunziana presenta una concretezza di ordinamenti veramente ammirevoli. Potrà discutersi sull’accettabilità di tali ordinamenti, specie per un grande Stato. Certamente si tratta però di ordinamenti concretamente designati: il che è quello che più interessa perché quello che finora mancava. Finora filosofi ed anche giuristi, che pur pensavano di trasformare il mondo attraverso la realizzazione dell’ideale sindacale, si erano sempre limitati all’enunciazione di principi astratti e alla propaganda di utopie e di miti, e non avevano saputo o voluto tracciare l’esempio di un concreto e completo ordinamento sindacale. Mancava quindi nella dottrina e nella legislazione un esempio di solido e completo ordinamento sindacale.
Quell’ordinamento che filosofi, economisti e giuristi non avevano creato, doveva essere
creato dalla mente fervida di Gabriele D’Annunzio, la cui Carta di Libertà del Carnaro,
quantunque non entrata in attuazione, resta nella coscienza come il modello più insigne di
completo ordinamento sindacale.

L’avversione del socialismo ufficiale produsse il rifiuto del dialogo con D’Annunzio e i suoi delegati fiumani, negando anche ogni possibilità di incontro – poi formalmente avvenuto per il tramite di Giuseppe Giulietti – per studiare l’ipotesi ventilata dal poeta di estendere all’interno dell’Italia l’azione rivoluzionaria in atto a Fiume. Anzi la proposta non riscontrava alcuna credibilità dalla controparte e veniva irrisa:
sull’Avanti! si scriveva sull’argomento con chiari toni sarcastici, svelando in tal modo i piani sovversivi del comandante. Vedendosi respinto, con modi anche spicci, dai socialisti ufficiali, dai vari Serrati, Lazzari e dai vari massimalisti, che pure costituivano i destinatari teorici più naturali del messaggio legionario, Gabriele D’Annunzio si riavvicinò ai nazionalisti.
L’intera vicenda fiumana si concluse tragicamente a fine anno del 1920, dopo la firma del trattato di Rapallo (12 novembre 1920) tra la Iugoslavia e il governo italiano di Giolitti; nel cosiddetto “Natale di sangue” del 1920, il comando di Fiume fu cannoneggiato e D’Annunzio fu costretto ad abbandonare la città alle truppe inviate dal governo italiano, che non tollerava più la situazione, anche in considerazione dei rapporti internazionali, sentendosi allarmato dalla piega che stavano assumendo gli avvenimenti.
Nell’ultimo rapporto agli ufficiali legionari del 6 gennaio 1921, Gabriele D’Annunzio invitava i suoi fedelissimi a tenere vivo lo spirito fiumano, costituendo una propria associazione, che avrebbe dovuto ravvisare nella carta del Carnaro il proprio programma politico.
Non tutti i socialisti, tuttavia, furono d’accordo con la stroncatura da parte del troncone ufficiale del PSI della carta del Carnaro; anzi, i riformatori, che dirigevano fin dalla fondazione la Confederazione Generale del Lavoro (CGL) e che subirono poi a loro volta l’espulsione dal partito nell’ottobre del 1922,
fondando il PSLI di matrice turatiana, in contrasto con la linea ufficiale, sotto la guida autorevole di Rinaldo Rigola, Ludovico D’Aragona e Bruno Buozzi, sabilivano contatti autonomi con D’Annunzio. Questi ricevette Baldesi, dirigente di primo piano della CGL, nell’aprile del 1922, con l’intento di sostenere la necessità di realizzare un accordo per l’unità sindacale con i sindacalisti fiumani di De Ambris, con l’Unione del Lavoro, con la Gente del Mare di Giulietti e con gli stessi sindacati fascisti, sulla base dei principi sociali contenuti nella carta del
Carnaro. Non era neppure estraneo all’operazione Turati, che inviò una lettera al Vate per ringraziarlo del dono di un’immagine di Dante con dedica alla Confederazione.
Dal canto loro, i sindacalisti riformisti costituirono un comitato per l’unità, redigendo e pubblicando un manifesto-programma scritto in massima parte da Rigola, nel quale, oltre a ribadire il concetto dell’indipendenza rispetto ai partiti politici, si affidava al nuovo organismo il riconoscimento dell’idea di nazione, “il cui interesse generale deve, in ogni caso e da tutti essere considerato come superiore agli interessi particolari di categoria e di classe, tanto nei rapporti interni come in quelli internazionali”
A tale riguardo, l’articolo che si riferiva a questo postulato fondamentale così recitava: “Noi affermiamo che si deve considerare la Nazione come un patrimonio spirituale da conservare e come un patrimonio materiale da conquistare, non già come un fatto capitalistico da negare”
Era, come si può notare, il ribaltamento completo delle teorie marxiste. Inoltre, la dialettica tra le classi si doveva svolgere su un “terreno civile e senza violenze”.

Le rivendicazioni principali del nuovo organismo unitario riguardavano la conquista del contratto di lavoro, l’assunzione diretta della produzione e dei pubblici servizi in concorrenza con l’industria privata, il controllo operaio, la compartecipazione all’amministrazione dell’economia nazionale, il parlamento
nazionale sindacale, i consigli d’azienda interni e i consigli tecnico-economici di zona. Il comitato per l’unità ravvisava questi propositi, considerati come concezione integrale della vita:
Nelle grandi linee della Carta del Carnaro che contempla i diversi aspetti sociali, politici, etnici ed estetici del necessario rinnovamento dell’Italia con larghissimo spirito di libertà e di giustizia, pure evitando ogni utopistica anticipazione ed ogni arbitrari costruzione di forme economiche.
La Carta del Carnaro non solo conferma ed amplia le conquiste della più vera democrazia, ma riconosce ed innalza sovra ogni altro diritto civico il diritto del produttore, aprendo così al lavoro organizzato la via per le sue conquiste.
Essa è la legge che meglio ispira alle concezioni finalistiche della Organizzazione sindacale.
Dichiarata la più ampia apertura a tutte le strutture esistenti, che potevano concorrere all’unità, il manifesto concludeva che essa era l’obiettivo precipuo che sarebbe stato perseguito “con fiducia ancora più assoluta se l’iniziativa partisse – come è stato annunciato – da Gabriele D’Annunzio”.
Il poeta, quindi, non solamente veniva considerato il diretto ispiratore dell’unità sindacale basata sui principi da lui dettati nella carta, ma veniva posto al di sopra del comitato come nume tutelare dell’iniziativa, il cui successo dipendeva, in definitiva, da lui.
Nella lunga intervista concessa all’Avanti! per il numero del 14 dicembre 1922, a firma “an. v.” identificabile come Antonio Valeri, l’ex segretario generale della CGL era ancora più esplicito e declinava la sua visione del sindacato “non soltanto come strumento per il miglioramento materiale dei lavoratori, ma anche come strumento per la loro elezione spirituale e per la realizzazione di un nuovo stato, modellato sulle linee fondamentali della Carta del Carnaro e che si basi sulle forze del lavoro e della produzione”.
Si trattava, dunque, di un’accettazione piena da parte del più autorevole sindacalista italiano, qual era il Rigola, dei principi della costituzione fiumana basati sui concetti corporativi di uno stato di produttori, di interessi comuni tra capitale e lavoro. Tali dichiarazioni, così chiare, provocarono un aspro commento
polemico del giornalista del PSI, ma ognuno proseguì per la sua strada.
L’unità sindacale, comunque, non poté realizzarsi, nonostante la disponibilità dei vari contraenti e anche di quella di Mussolini, insediatosi come capo del governo dopo la Marcia su Roma, per la drastica opposizione del responsabile dei sindacati fascisti, Edmondo Rossoni.
Gabriele D’Annunzio, ormai molto stanco e deluso dalla politica, dal ritiro della villa di Cargnacco di Gardone Riviera tornava a parlare, come ha scritto De Felice, “con i suoi fantasmi di poeta”

Il fascismo, non sempre a ragione, esaltò, in seguito, la figura del vate D’Annunzio, ma Mussolini lo guardò sempre con un certo sospetto, felice di vederlo relegato in una sontuosa villa sul lago di Garda, il Vittoriale, una sorta di mausoleo, in cui avesse esclusiva cittadinanza il bello e dove si celebrasse l’eccezionalità della vita anche di uomo d’azione, cadenzata da reperti militari legati all’esperienza dell’unico ospite. D’Annunzio teneva molto a evidenziare questo aspetto; non a caso, su una scheda da compilare a Fiume, alla voce riguardante la sua professione, aveva scritto: uomo d’arme. La vita di D’Annunzio, intreccio tra l’uomo dedito alla composizione letteraria e l’attivista politico che l’autore vedeva come attuazione delle idee espresse nella scrittura, alla continua ricerca della ribalta, non di rado assumeva aspetti, per così dire, divistici, che egli stesso alimentava.

D’Annunzio non fu mai fascista, fra gli oltre ventimila oggetti della sua casa non si trova un solo fascio o elemento che richiami il regime, se non relegato tra i doni che riponeva nel solaio». Parlava, il Vate, di «camicie sordide», mai di camicie nere; non celebrava le date sacre del regime e aveva quasi sempre parole di disprezzo per i gerarchi. Rispettava in Mussolini il demiurgo capace di realizzare «quel che a lui non era riuscito, una rivoluzione», ma sempre considerandolo «un uomo di gran lunga inferiore, umanamente e intellettualmente». Un uomo «tenuto a rendergli omaggio». Le sue lettere al Duce, «spesso citate a riprova di ammirazione e devozione», sono in realtà «un gioco di lusinghe e di minacce che più volte l’interlocutore non afferra»

Fonte

Il percorso socialista di Gabriele D’Annunzio tra storia e letteratura

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antimperialismo, comunismo, italia, Patriottismo

Transnistria: L’ultima Repubblica Sovietica

A Tiraspol, c’è un che di solenne nella stella rossa sul cappello dell’ufficiale che vigila sulla frontiera tra Transnistria e Moldova. Un confine che non è segnato sulle mappe, ma che di fatto esiste: è qui davanti. Il suo sproporzionato cappello fasciato di rosso è di gran lunga il più grande di tutti, lui lo sa e con sguardo torvo pretende il rispetto deferente che tutti gli portano. Benvenuti nella Pridnestrovkaja Moldavskaja Respublik, conosciuta in Occidente come l’autoproclamata Repubblica della Transnistria.

Tutto iniziò nel marzo 1992 quando guidati da Igor Nikolaevich Smirnov, ex presidente del Soviet di Tiraspol, gli abitanti imbracciarono le armi per dire che no, loro non ci si riconoscevano nella neonata Repubblica Moldava staccatasi dall’Urss. Loro si sentivano russi e sovietici (allora il 55% della popolazione era di etnia russa o ucraina) e avrebbero combattuto per rimanere tali. Cosa che in effetti fecero, anche perché nei pressi di Tiraspol era di stanza il 14° battaglione dell’Armata rossa che spalleggiò, difese e armò i miliziani della Transnistria. Nel giro di poco l’esercito moldavo si dovette ritirare, si firmò un cessate il fuoco e oggi siamo ancora allo stesso punto, con negoziati virtualmente aperti e una situazione de facto di due governi e due Stati.

Visitando la Transnistria è un tuffo nel passato, son passati cent’anni dalla rivoluzione russa e l’Unione Sovietica ancora è lì e resiste al tempo. A Tiraspol davanti al palazzo che ospita il presidente svetta una statua di Lenin in granito in posa di rito, con mantello e braccio a indicare, il Sol dell’avvenire; un busto sempre di Lenin si trova davanti al palazzo del Soviet Supremo, mentre nei pressi dell’università c’è un busto di Gagarin; accanto al sacrario dei caduti per la guerra del 1991 c’è una stele che ricorda i morti in Afghanistan. Davanti al Municipio ci sono ancora le foto dei compagni cittadini illustri e in generale la toponomastica è ancora ferma a Marx, Engels e i vari eroi del comunismo; sugli autobus le stelle rosse non mancano e tra un palazzo e l’altro bandiere russe si alternano a falce e martello.

Il sottile filo rosso che lega la Transnistria all’Italia

C’è un legame con l’Italia: è il film “Educazione siberiana” realizzato da Gabriele Salvatores nel 2013, tratto dall’omonimo romanzo di Nicolai Lilin, nato proprio a Bender dove è ambientato: le descrizioni dei luoghi del romanzo sono state oggetto di critica e, non a caso, l’autore suscita scarsa simpatia presso i pochi connazionali che lo conoscono.

Ma non è l’unico legame. Sul finire degli anni ’40, in piena Guerra Fredda, l’ideale comunista unisce luoghi improbabili: Tiraspol è gemellata con Carapelle (Foggia), Bender con Montesilvano (Pescara) e con Cavriago (Reggio Emilia): la cittadina emiliana aveva mostrato simpatia per Lenin già ai tempi della Rivoluzione del 1917, quando i cittadini avevano raccolto 500 lire a sostegno del leader russo. Lenin li ringraziò in un discorso pubblico: gli abitanti di Cavriago gli conferirono il titolo di primo cittadino onorario della città. Nel 1970 ricevettero in dono un busto di Lenin portato da una delegazione di Bender. L’originale oggi è custodito nelle sale del municipio mentre sulla piazza, che porta il nome del leader bolscevico, è stata lasciata una copia.

La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa

Nonostante la loro determinazione, il popolo di questo piccolo stato isolato non poteva da solo scongiurare le devastazioni dell’accerchiamento capitalista. La repubblica fu costretta a fare importanti compromessi politici ed economici per mantenere la sua esistenza. Dovette fare affidamento sulla protezione militare della nuova Russia capitalista per scongiurare le ripetute minacce della vicina Moldavia e dell’Ucraina.

Nel 2016 però, le forze che rappresentano apertamente gli oligarchi capitalisti hanno preso il controllo dello stato.

Il governo di Transnistria e la sua economia dipendono fortemente dai sussidi provenienti dalla Russia, che mantiene una presenza militare e la sua missione di peacekeeping. La competizione politica all’interno del territorio è limitata e il partito dominante è allineato con i potenti interessi commerciali locali.

Uno dei quesiti odierni riguarda la possibilità di risolvere politicamente il problema della Transnistria, considerate tutte le contraddizioni esistenti nella politica regionale e globale. Dal 2009 le condizioni politiche in Moldova sono cambiate significativamente verso strutture di governo più democratiche, responsabili ed europeiste. 

Nel maggio 2018 si è tenuta a Roma la Conferenza permanente per la regolamentazione del conflitto transnistriano. Il forum è stato svolto nel formato 5+2 (Moldova, Transnistria, Russia, Ucraina, Osce + UE e USA). Sul tavolo, un pacchetto di otto punti per la risoluzione dei problemi dei cittadini di entrambe le parti, concernenti principalmente questioni economiche, umanitarie e di circolazione.

I primi segnali di un “ricongiungimento territoriale” provengono dal graduale allentamento delle posizioni russe in Transnistria. Nel 2018 il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha licenziato il rappresentante presidenziale per la Transnistria, sostituendolo con un rappresentante per lo sviluppo del commercio e dell’economia con la Moldova. In altre parole, le relazioni della Russia con la Transnistria sono ora parte integrante delle relazioni con la Moldavia.

Un altro segnale di riavvicinamento si è visto nel cambio dell’approccio occidentale caratterizzato dall’insediamento di un diplomatico tedesco a capo della missione dell’OSCE in questo territorio. In particolare, i diplomatici tedeschi hanno fatto il possibile per sostenere misure di rafforzamento della fiducia tra Tiraspol (Transnistria) e Chisinau (Moldavia). La presidenza tedesca dell’OSCE del 2016 ha gettato le basi per un programma di consolidamento della fiducia reciproca attraverso la firma del cosiddetto Protocollo di Berlino.

Ma soprattutto sono le precondizioni strutturali che ad oggi fanno discutere della possibilità dell’avvicinamento tra Chisinau e Tiraspol. Ciò è dovuto alla graduale estensione della giurisdizione moldava sui confini territoriali, la pressione economica e il lento e costante avvicinamento della Moldavia all’Occidente.

La Transnistria e quel sottile filo che la lega all’Italia

REPORTAGE. NON CHIAMATELA TRANSNISTRIA!

Benvenuti a Tiraspol, dove si sogna il comunismo

Solidarietà internazionale ai comunisti colpiti dalla repressione in Transnistria

Mai sentito parlare di Transnistria?

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