Compagno strappa la bandiera arcobaleno e innalza la bandiera rossa

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Perché cresce il fascismo? Perché la sinistra ha strizzato l’occhio ai potenti dimenticando lavoro e diritti sociali. I leader sono Saviano, Asia Argento, Boldrini, Botteri ed il popolo ha odiato la “sinistra”. Per battere i fascisti serve la bandiera rossa, non quella arcobaleno.(Marco Rizzo)

Per quasi trecentocinquanta anni, i diritti umani sono stati un importante, se non dominante, strumento dell’impegno mirante alla giustizia sociale. Nel corso di buona parte di questa storia, i diritti umani son stati invocati al fine di demarcare la propria posizione sul campo di battaglia. È altrettanto importante notare che, prima del XVII secolo, la giustizia sociale veniva promossa, il più delle volte, attraverso una lingua diversa da quella dei diritti umani. Se bisogna dare credito alle Chroniques di Froissart, le Jacquerie della campagna francese ed i contadini inglesi coinvolti nella rivolta del 1381 non possedevano una vera e propria nozione di diritti umani universali. Tentavano, invece, di rimpiazzare dei signori ritenuti iniqui, o facevano appello ai loro reggenti in modo da ottenere riparazione all’ingiustizia. Essi non reclamavano i propri diritti – poiché non ne avevano conoscenza – bensì equità e un trattamento umano. John Ball, uno dei leader della rivolta inglese, la quale giunse a un momento di illusoria “liberazione” contadina nel 1381, si riferisce abbia predicato: “Veniamo chiamati servi e picchiati se siamo lenti al loro servizio, eppure non abbiamo un signore cui rivolgere le nostre lamentele, nessuno che ci ascolti e ci renda giustizia. Andiamo dal Re – egli è giovane – e mostriamogli a qual punto siamo oppressi, riferiamogli che vogliamo che le cose cambino, o altrimenti le cambieremo noi stessi” [1]. Non ci si appellava, dunque, ad un insieme di diritti, bensì  alla saggezza ed al senso di giustizia incarnati da un potere superiore, potere superiore che, per altro, si sarebbe infine rivelato infido. Come affermato dal traduttore delle Chroniques, Geoffrey Brereton, Froissart “non si serve di una parola esattamente corrispondente di “eguale”. Invece, ricorre a “tutt’uno” o “tutti insieme” per indicare un destino condiviso. L’uguaglianza, sembrerebbe, è una condizione necessaria del ricorso moderno al concetto di “diritti universali”, priva di riscontro in Froissart.

Meno di trecento anni dopo, i diritti umani, diritti universali, avevano stabilito una solida testa di ponte nel pensiero sulla giustizia sociale. Portatrice di una nuova era costituzionale (codificazione dei diritti), la Guerra civile inglese innescò dibattiti in cui si evocava un mondo libero da privilegi feudali e diritto divino. Negli anni Quaranta del Seicento, in Inghilterra, la nozione di diritti “naturali” – di portata universale – informava i militanti anti-monarchici come Cromwell. I livellatori, fazione radicale del movimento contrapposto alla corona, si ergevano a favore dell’uguaglianza e dell’universalità dei diritti umani. Ed ancora, nella medesima epoca, emerge una “questione” a ciò inerente, la quale trova esposizione nella celebre dottrina dei rivoluzionari del XVII secolo, una question che permane tutt’oggi. Henry Ireton, generale dell’esercito di Cromwell, nonché uomo mal disposto nei confronti della difesa dei diritti comunitari avocata dai livellatori, ebbe a sostenere durante i dibattiti tenutisi nella chiesa di Putney:

“La cosa principale su cui insisto è che vorrei si avesse riguardo alla proprietà. Spero che non arriveremo a litigare per la vittoria – ma che ciascuno rifletta se egli non intenda raggiungerla per abolire ogni proprietà. Poiché qui si tratta della parte più fondamentale della costituzione del regno; se sopprimete la quale, sopprimete con essa ogni cosa…  Ora vorrei sapere a quale diritto vi appellate affermando che tutti gli uomini devono avere il diritto di voto nelle elezioni. Forse al diritto naturale? Se vi mettete su questo terreno, allora credo che dobbiate negare anche ogni proprietà e per questa ragione; in base allo stesso diritto naturale (sia quel che sia) da voi invocato e che vi consente di dire che ogni uomo ha un uguale diritto di scegliersi chi deve governarlo – in base allo stesso diritto naturale, egli ha lo stesso eguale diritto a qualsiasi bene cada sotto i suoi occhi – cibi, bevande, vestiti -, il diritto di prenderseli e usarne per il proprio sostentamento.”

Si tratta di un argomentazione semplice ma ingegnosa, raramente affrontata dagli odierni filosofi accademici. Ireton presuppone che la proprietà (individuale, non eguale, non universale) sia storicamente e logicamente prioritaria, oltreché sacrosanta, rispetto ai “diritti” così come intesi dai radicali. Dal suo punto di vista, nessuno può seriamente negare la validità della proprietà. Ma se assumiamo l’esistenza di diritti dotati di eguale ed universale applicabilità, naturalmente fondati, allora dobbiamo riconoscere che tutti hanno diritto ad acquisire qualsiasi cosa detenuta quale proprietà da qualcuno. Pertanto, l’idea di un diritto universale ed eguale a scegliere i governanti non può essere riconosciuta senza con ciò sancire il diritto a violare la proprietà. Ireton, dunque, confida che nessuno coinvolto nella discussione voglia giungere ad un simile risultato.

È questa incongruenza della proprietà che ha sempre sfidato la dottrina dei diritti umani. Risulta difficile far quadrare l’universalità del possesso, così come l’uguaglianza di esercizio e godimento promessi dalle dichiarazioni dei diritti umani, con l’asimmetria e l’ineguaglianza dei presunti diritti di proprietà. È arduo trovare uguaglianza e universalità nella distribuzione della proprietà. Tuttavia, gli apologeti del diritto alla proprietà l’hanno abilmente difeso fondendo l’inalienabilità dei diritti con quella della proprietà (in quanto opposta all’inalienabilità del diritto alla proprietà). La seconda sfida posta da Ireton ai diritti umani è rivolta al loro comune fondamento naturale. Egli schernisce  l’idea (“sia quel che sia”) di diritti aventi una qualche origine e sostegno “naturale”. Per quanto potesse già essere comune parlare di “diritti naturali”, doveva certo suonare strano per un conservatore che aveva solo familiarità con diritti creati per mano di un qualche essere, naturale o soprannaturale. Ovvero, Ireton poteva comprendere diritti generati per convenzione o dettati dall’autorità (sovrano o divinità). Ma riteneva incredibile accettare i diritti come qualcosa radicato nella natura o rivelato attraverso lo studio di essa. Del resto, ancor’oggi è difficile comprendere i “diritti naturali” in tal modo.

I primi sostenitori dei diritti ed i loro critici hanno affrontato le anomalie insite nella dottrina dei diritti con maggiore serietà rispetto ai suoi aderenti contemporanei, i quali si limitano a dare per scontata la coerenza del discorso intorno ai diritti. Richard Tuck, nel suo fondamentale studio sull’origine dei diritti umani, apre il suo minuzioso resoconto riportando l’aneddoto di un monaco benedettino che, nel 1515, riflette sulla tensione tra un tipo di discorso sui diritti (ius) ed uno sulla proprietà (dominium). Il lavoro accademico di Tuck dimostra le insicurezze dei primi teorici dei diritti – una disperata necessità di esporre delle basi per i diritti naturali al di fuori del capriccio soprannaturale o del dettato di un sovrano. In conclusione la disputa ruotava sul fondamento da conferire ai diritti, ovvero, l’auto evidenza o una costruzione razionale a partire da un ipotetico stato di natura. Grozio costituisce un esempio della prima opzione, una comprensione riflessiva dei diritti. Hobbes, ovviamente, della seconda.

Nella nostra epoca, i filosofi hanno generalmente cercato di giustificare i diritti umani tramite varianti del contratto sociale, l’eredità di Hobbes. Le teorie consequenzialiste, come l’utilitarismo, sono di norma incompatibili, o quantomeno a disagio, con strumenti sociali che siano intesi al contempo come inalienabili e universali. Da cui la celebre battuta di Bentham secondo cui i diritti sono una “assurdità sui trampoli”. I diritti umani, per tanto, sono problematici poiché esibiscono delle caratteristiche logiche peculiari. Spesso, vengono concepiti come controparti, nell’ambito della sfera morale, delle leggi di natura. Vale a dire, si ritiene condividano applicazione universale con dette leggi; dunque si pensano come funzionanti non solo in determinati tempi e luoghi, bensì in ogni tempo e luogo. Nel caso delle leggi che governano i corpi a riposo o in movimento, potremmo affermare che esse non vengono mai sospese. Analogamente, il diritto alla libertà di parola o di spostarsi liberamente sono ritenuti sia inalienabili che universali e, per ciò, mai sospesi. Ma è davvero così?

L’esperienza insegna che i diritti, non di rado, collidono tra loro. Il diritto di una persona a compiere una determinata azione può essere sopravanzato da quello di un’altra persona a fare qualcos’altro, qualcosa di incompatibile con la realizzazione della prima azione. Ad esempio, il tuo diritto a spostarti liberamente potrebbe entrare in conflitto col mio diritto a proteggere la terra fonte del mio sostentamento. Nel mondo reale della giurisprudenza gli esempi abbondano, esempi che richiedono l’arbitrato tra diritti in conflitto. Inoltre quando un diritto ha preminenza su un altro, possiamo coerentemente dire di quest’ultimo che è svuotato, un modo di esprimersi con cui si suggerisce che i diritto non sono sempre e comunque universali, nel senso dell’universalità delle leggi scientifiche. La celebre citazione di Wendell Holmes riguardo a un “pericolo chiaro e immediato” quale base per una sospensione di quello che, forse, è il più sacrosanto dei diritti umani, ovvero la libertà di parola, illustra la debolezza dell’analogia con le leggi della natura.

Gli aderenti al concetto secondo cui i diritti umani sono come le leggi scientifiche insistono nell’affermare che essi vengono scoperti riconosciuti. Ossia, come le leggi della termodinamica, i diritti umani si applicavano in epoca antica anche se nessuno li riconosceva. Così, gli schiavi, nell’Impero romano, si vedevano sistematicamente negare i propri diritti umani, sebbene nessuno li avesse ancora riconosciuti. Tuttavia, la credibilità di quest’interpretazione è messa alla prova allorché notiamo che quasi tutti i diritti umani sono socialmente vincolati; ad eccezione, forse, del diritto alla vita, i diritti umani presuppongono convenzioni sociali o istituzioni, e sicuramente non avrebbero un’esistenza significativa prima della creazione di simili artefatti sociali. Si consideri, per esempio, il diritto ad una stampa libera. Quale senso avrebbe postulare l’esistenza di tale diritto prima dell’invenzione dei caratteri mobili?

Nel contesto della dottrina e del discorso sui diritti oggi dominanti, la generazione di nuovi diritti diviene un fatto ubiquo e ordinario. Nuove tipologie di diritti, un’espansione dei soggetti di essi titolari (imprese, resti umani, feti, animali, natura, ecc.) e l’estensione in nuovi ambiti (ad esempio internet) sono comuni. Mentre il discorso sui diritti è onnipresente nella discussione politica la sua espansione rischia di incorrere in una sorta di annacquamento e trivialità. Tali preoccupazioni mettono in discussione il compiacimento espresso dai sostenitori dei diritti umani, quando ne celebrano la dottrina quale misura ultima della giustizia sociale. Le obiezioni citate suggeriscono che giustificare i diritti umani, o i codici su essi basati, non è né cosa ovvia né priva di problemi; indicano, inoltre, come la nozione di diritti non sia coerente quanto vorrebbero i suoi aderenti; ancora, che la portata o raggio dei diritti non sia strettamente vincolata, per non dire in alcun modo vincolata; infine, come i diritti umani siano strumenti dalla costruzione contingente, aventi una storia così come un’evoluzione. È quest’ultimo punto ad aprire la strada per una qualsivoglia seria analisi dei diritti umani e della loro utilità.

Diritti umani e marxismo

Una maggiore chiarezza deriva dall’impresa dell’archeologia dei diritti umani universali. Grazie all’accurato lavoro di ricerca accademico svolto da Ricahrd Tuck e altri [6], siamo in grado di individuare degli antecedenti ai diritti umani (pre-diritti o proto-diritti), un loro punto di maturazione (o uno “spartiacque”) e, infine, un loro continuo sviluppo. Un’esame scrupoloso della documentazione sul discorso intorno ai diritti umani ne rintraccia la trasformazione, da un’antica nozione riguardante un tipo di proprietà individuale, fondamentalmente un rapporto privato tra individui (ius), sino ad un più solido e generalizzato rapporto di diritti, detenuti in confronto a tutti e, finalmente, detenuti da tutti. Un’evoluzione, quest’ultima, coincidente abbastanza da vicino con l’esaurirsi e l’eliminazione del privilegio feudale, nonché con l’emergere e maturare dei rapporti capitalistici di produzione e distribuzione. Le implicazioni di tale ricerca nella storia delle idee sfuggono ai filosofi angloamericani, i quali sguazzano ai confini della questione dei diritti umani, immersi in aspetti secondari quali i diritti del feto, degli animali e delle imprese. Altri ancora disquisiscono su questioni fondazionali, che consentano di ancorare i diritti umani all’universo morale, ora e per l’eternità. L’idea stessa dei diritti umani intesi come strumento sociale in evoluzione, valutato al meglio e raccomandato per la sua efficacia ed adeguatezza sociale, risulta repellente per non pochi filosofi accademici contemporanei.

L’avversione dei filosofi morali rispetto ad un approccio empirico e storico al tema dei diritti scaturisce, senza dubbio, da una manichea confusione tra riconoscimento dei costrutti sociali e culturali e relativismo politico e morale, la negazione di validità a qualsiasi rivendicazione di diritti. Ma questo è sicuramente un atteggiamento semplicistico e assolutista. È infatti possibile accordare validità ai diritti individuali, ai sistemi di diritti, ai beneficiari e titolari di diritti in momenti e luoghi specifici. È ben lungi dal relativismo concedere che i diritti sono utili, persino essenziali, o appropriati a seconda delle circostanze. Insistere sull’assoluta universalità dell’applicazione, della portata ed estensione dei diritti umani inevitabilmente suscita i problemi già descritti. Probabilmente, nessuno più di Marx ha visto le istituzioni, le pratiche e gli altri artefatti della storia umana quali costrutti sociali adattivi e in evoluzione. Per Marx, entità sociali  come i diritti umani sono meri epifenomeni per i rapporti sociali [7]. Detto in altri termini, il discorso sui diritti è semplicemente un’acronimo per una serie di convenzioni, legate ad una particolare epoca della storia umana, un’epoca (e delle convenzioni) definiti dai contemporanei meccanismi finalizzati a provvedere ai bisogni e alle necessità materiali degli esseri umani.

La rigorosa fedeltà metodologica di Marx nei confronti del metodo storico, la coerente ricerca delle determinanti sociali di istituzioni e convenzioni umane spiegano, probabilmente, i suoi brevi incontri e l’atteggiamento sprezzante con i diritti umani. Egli li vedeva come un artefatto dell’ascesa della borghesia quale forza sociale dominante nell’era moderna. Slogan, codici e costituzioni fondati sui diritti umani erano dunque da intendersi come strumenti utili a svincolare e promuovere tale classe dominante  emergente, nonché la sua visione del mondo. In Sulla questione ebraica, Marx intende i diritti dell’uomo sia come canonizzazione dell’individualismo  sia come definizione dei confini della vita sociale:

“Nessuno dei cosiddetti diritti dell’uomo oltrepassa dunque l’uomo egoistico… cioè individuo ripiegato su se stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio  privato, e isolato dalla comunità… L’unico legame che li tiene insieme [gli individui] è la necessità naturale, il bisogno e l’interesse privato, la conservazione della loro proprietà privata e della loro persona egoistica.”

È in questa giovanile formulazione che Marx sviluppa la nozione di diritti umani al servizio dell’homo economicus – esseri umani preoccupati solo del proprio individuale, ed asociale, interesse personale.

Questo tema trova un ulteriore sviluppo nel Capitale, in cui l’ambito dei rapporti capitalistici di produzione viene considerato come coestensivo a quello dei diritti umani. Inoltre, le due sfere traggono beneficio l’una dall’altra: i diritti umani forniscono il quadro morale e legale (istituzionale) per lo scambio “equo” tra forza-lavoro e salari. Laddove il modo capitalistico di produzione genera e spinge l’individualismo e l’interesse personale essenziali al fascino dei diritti umani.

“La sfera della circolazione, ossia dello scambio di merci, entro i cui limiti si muovono la compera e  la vendita della forza-lavoro, era in realtà un vero Eden dei diritti innati dell’uomo. Quivi regnano soltanto Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham. Libertà! Poiché compratore e venditore d’una merce , per es. della forza-lavoro, sono determinati solo dalla loro libera volontà. Stipulano il loro contratto come libere persone, giuridicamente pari. Il contratto è il risultato finale nel quale le loro volontà si danno un’espressione giuridica comune. Eguaglianza! Poiché essi entrano in rapporto reciproco soltanto come possessori di merci, e scambiano equivalente per equivalente. Proprietà! Poiché ognuno dispone soltanto del proprio. Bentham! Poiché ognuno dei due ha a che fare solo con se stesso. L’unico potere che li mette l’uno accanto all’altro e che li mette in rapporto è quello del proprio utile, del loro vantaggio particolare, dei loro interessi privati. E appunto perché così ognuno si muove solo per sé e nessuno si muove per l’altro, tutti portano a compimento, per un’armonia prestabilita delle cose, o sotto gli auspici d’una provvidenza onniscaltra, solo l’opera del loro reciproco vantaggio, dell’utile comune, dell’interesse generale.”

È l’intimo legame tra diritti umani e modo capitalistico di produzione a definire la prospettiva di Marx e la comprensione marxista dell’ascesa e ubiquità del discorso sui diritti nel dibattito politico. Per i marxisti le dichiarazioni e codificazioni dei diritti umani sono inseparabili dal ruolo che esse svolgono nella società borghese, dal loro posto nella fabbrica sociale del capitalismo. La dottrina dei diritti umani funge da fondamento sicuro e compatibile per la morale, la legge e la politica nel corso dell’ascesa e maturazione del modo capitalistico di produzione. Friedrich Engels ha riassunto l’opinione marxista circa i diritti umani in L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza:

“I grandi uomini che in Francia, illuminando gli spiriti, li prepararono alla rivoluzione che si avvicinava, agirono essi stessi in un modo estremamente rivoluzionario. Non riconoscevano alcuna autorità esterna di qualsiasi specie essa fosse. Religione, concezione della natura, società, ordinamento dello Stato, tutto fu sottoposto alla critica più spietata; tutto doveva spiegare la propria esistenza davanti al tribunale della ragione o rinunziare all’esistenza. L’intelletto pensante fu applicato a tutto come unica misura. Era il tempo in cui, come dice Hegel, il mondo venne poggiato sulla testa, dapprima nel senso che la testa dell’uomo e i princìpi trovati dal suo pensiero pretendevano di valere come base di ogni azione e d’ogni associazione umana; ma più tardi anche nel senso più ampio che la realtà che era in contraddizione con questi princìpi fu effettivamente rovesciata da cima a fondo. Tutte le forme sociali e politiche che sino allora erano esistite, tutte le antiche concezioni che si erano tramandate furono gettate in soffitta come cose irrazionali; il mondo si era fino a quel momento lasciato guidare unicamente da pregiudizi; il passato meritava solo compassione e disprezzo. Ora per la prima volta spuntava la luce del giorno; da ora in poi la superstizione, l’ingiustizia, il privilegio e l’oppressione dovevano essere soppiantati dalla verità eterna, dalla giustizia eterna, dall’eguaglianza fondata sulla natura, dai diritti inalienabili dell’uomo.

Noi sappiamo ora che questo regno della ragione non fu altro che il regno della borghesia idealizzato, che la giustizia eterna trovò la sua realizzazione nella giustizia borghese; che l’eguaglianza andò a finire nella borghese eguaglianza davanti alla legge; che la proprietà borghese fu proclamata proprio come uno dei più essenziali diritti dell’uomo; e che lo Stato secondo ragione, il contratto sociale di Rousseau, si realizzò, e solo così poteva realizzarsi, come repubblica democratica borghese. I grandi pensatori del secolo XVIII non poterono oltrepassare i limiti imposti loro dalla loro epoca più di quanto avevano potuto tutti i loro predecessori.”

Dunque, i diritti umani sono elemento di un’intera visione del mondo – una sovrastruttura, se si vuole – prodotto dell’emergere del capitalismo e da esso sostenuta. I diritti individuali, inalienabili e universali, costituiscono il quadro morale, legale e politico maggiormente compatibile e simpatetico col sistema capitalistico.

Ciò non significa condannare i diritti umani, bensì collocarne l’ascesa e lo sviluppo nel contesto dell’ascesa e sviluppo del capitalismo. Nella misura in cui il capitalismo era una forza liberatrice, i diritti umani erano base per una società più giusta e foriera di liberazione. L’emancipazione della borghesia è stata, in modi rilevanti, un passo da gigante nell’emancipazione delle masse, nell’avanzamento dei lavoratori. Di fatto, dichiarazioni e costituzioni riconoscenti i diritti umani hanno ispirato le lotte di milioni di persone, aspiranti a maggiore partecipazione nella vita civica e politica delle repubbliche borghesi. L’appello ai diritti umani ha agevolato la lotta contro la schiavitù, quella a favore del suffragio universale e molte altre riforme fondamentali. Mentre queste ultime hanno spesso tratto alimento dai diritti umani, esse sono giunte solo a “perfezionare” e “completare” le promesse dell’epoca borghese. Non hanno, quindi, lanciato una sfida nei suoi confronti.

Comprensione e fraintendimento della critica marxista dei diritti umani

I marxisti non sono mai stati ostili nei riguardi della dottrina dei diritti umani per se. Hanno, tuttavia, criticato il feticismo dei diritti umani, negando a questi lo status di esclusivo arbitro della moralità e della giustizia sociale; contestandone inoltre l’autorità, laddove estesa a tutti i tempi e luoghi. Nel corso del XX secolo, i marxisti hanno espresso numerose rivendicazioni radicali nel linguaggio dei diritti, dalla sindacalizzazione all’autodeterminazione nazionale. I comunisti si sono battuti per il diritto ad un giusto processo nel caso di molte vittime di pregiudizio e ingiustizia. Hanno sempre avuto un ruolo preminente tra i sostenitori della causa dei diritti civili di gruppi razziali o nazionali oppressi. Infine, hanno lottato per il loro stessi diritti, da quello di associarsi liberamente a quello di parola e diffusione delle idee.

Fatto ancor più significativo, i comunisti sono stati decisivi, durante il secondo dopoguerra, nell’arricchire le dichiarazioni dei diritti umani con l’inserimento dei diritti positivi all’occupazione, all’asilo, al welfare, insieme a molti altri diritti costitutivi della giustizia economica. Certamente, alcuni liberali vicini al New Deal e i socialdemocratici europei hanno anch’essi supportato tale esito, ma l’Unione Sovietica e altri paesi socialisti si sono schierati a favore di più solidi e completi diritti sociali, mentre i rappresentanti dei paesi capitalisti hanno cercato di limitare le dichiarazioni dei diritti a quelli individuali a protezione dell’azione, dello spazio e della proprietà. I paesi socialisti si sono inoltre posti alla guida del processo di decolonizzazione, tramite un accordo internazionale circa il diritto delle nazioni e dei popoli all’autodeterminazione, un diritto accolto con ben scarso entusiasmo dalle potenze coloniali e dai loro alleati.

Dopo la Seconda guerra mondiale, le dichiarazioni dei diritti proliferavano, riflettendo sempre più le differenze frutto della Guerra fredda, differenze radicali nella visione del mondo. In misura sempre maggiore, accordi e dichiarazioni esprimevano posizioni ideologiche plasmate dall’equilibrio delle forze, nel contesto di organismi internazionali come l’ONU. Questa fase di evoluzione della dottrina dei diritti umani assumeva l’aspetto di un campo di battaglia, nel quale si fronteggiavano sostenitori del socialismo e del capitalismo. Ovviamente, in occidente, non veniva presentato in tal modo, bensì come scontro fra sostenitori dei diritti umani e coloro che invece li calpestavano. Grazie a ideologi della Guerra fredda come Isaiah Berlin [11], i diritti umani presero ad essere identificati con quell’insieme di diritti compatibili con l’ordine capitalista e le classi medie. A mia conoscenza, nessuna campagna è mai stata organizzata dall’establishment dei diritti umani in difesa dell’Articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, ovvero l’articolo che garantisce “un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere… con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”.

Che siano emerse o meno da motivazioni sincere, le organizzazioni per i diritti umani sono fiorite durante la Guerra fredda col generoso ed esplicito supporto di ricchi sostenitori, fondazioni e persino grandi aziende. Probabile anche il sostegno occulto dei servizi di sicurezza occidentali. È interessante notare che alcune delle più importanti ONG a difesa dei diritti (The International Republican Institute, The National Democratic Institute for International Affairs, National Endowment for Democracy, International Foundation for Electoral Systems, etc.) agiscono, sotto un velo assai sottile, quali canali per i fondi del governo USA. Che l’evoluzione dei diritti umani sia stata modellata da ampie e tendenziose considerazioni politiche è indiscutibile. Che il loro patrocinio sia stato contaminato, compromesso e, in non poche occasioni, corrotto, è altrettanto pacifico.

A partire dalla scomparsa in Europa della comunità di paesi socialisti, la NATO ed i suoi padroni capitalisti hanno offuscato la reputazione della dottrina dei diritti umani, smantellando la Jugoslavia, distruggendo la società civile libica e minacciando ora la sovranità siriana, il tutto, appunto, sotto la bandiera dei diritti umani. Laddove decine di migliaia sono morti a causa di tali violazioni dei diritti fondamentali all’autodeterminazione e alla non-ingerenza, l’establishment dei diritti umani è rimasto in larga parte silente, tanto riguardo ai costi umani che alla concomitante ipocrisia. Quando i diritti umani sono divenuti un’arma nella lotta dell’occidente con l’Unione Sovietica, le potenze occidentali hanno fatto di tutto per mettere in vetrina i diritti civili sanciti nelle rispettive costituzioni liberali. Eludendo le limitazioni alle libertà d’azione imposte dall’ineguaglianza economica, questi regimi evocavano un’immagine di spensierata espressione tramite la parola, movimento illimitato e successo personale.

Un esempio dell’efficacia dei diritti umani come arma politica è emerso già ai primordi della Guerra fredda. La costruzione del socialismo nella Germania orientale formava migliaia di professionisti, i quali, tuttavia, ricevevano un compenso modesto. Il meno egualitario ovest allettava molti, inducendoli a lasciare l’est alla ricerca di opportunità per una più prospera crescita personale. Data la comunanza di lingua, cultura e la prossimità, “disertare” non costava troppo. Questa tattica non solo drenava dall’est competenze, ma di fatto rubava anche le risorse finalizzate alla formazione professionale, oltre a erodere ogni senso di solidarietà sociale. A fronte di perdite crescenti, l’est costruiva il famigerato Muro di Berlino. Sebbene vi fosse una spiegazione credibile per la sua edificazione, gli USA e i loro alleati manifestarono indignazione per la violazione dei diritti umani. L’assolutismo dei diritti umani si è dimostrato un potente ostacolo alla funzionalità del muro. Una lezione ben appresa dai propagandisti occidentali. Ovviamente l’occidente ha fallito alla prova della coerenza. La questione dei diritti umani costituiva un’evidente fonte di imbarazzo per le potenze occidentali, le quali intrattenevano rapporti stretti e amichevoli con regimi sprezzanti al riguardo, ma risolutamente anticomunisti. Invece dell’ostilità, gli Stati Uniti mantenevano legami stretti col regime dell’apartheid sudafricano, il tutto sotto l’ombrello della politica ipocrita nota come “impegno costruttivo”, atteggiamento tenuto anche rispetto ad altri governi spregevoli.

Dalla fine della Guerra fredda, gli USA e molti dei loro alleati hanno lasciato cadere la pretesa di rappresentare un bastione dei diritti umani, una tacita ammissione della funzionalità di questi ultimi agli obiettivi della suddetta guerra. La creazione di un “grande fratello” da parte dell’amministrazione Bush, ed il suo ulteriore implemento sotto l’amministrazione Obama, evidenziano il cinismo ufficiale circa diritti umani come quello alla privacy, alla libertà di parola e di associazione. La quiescenza delle principali organizzazioni a difesa dei diritti umani rispetto a tali sviluppi odora di ipocrisia. La presunta sorveglianza della società civile da parte dei cosiddetti “totalitarismi” del passato impallidisce di fronte ai mezzi tecnologici a disposizione degli apparati di sicurezza nazionale USA.

Tuttavia, la critica marxista ai diritti umani non si limita alle accuse di incoerenza, ipocrisia e cinismo. I marxisti, infatti, obiettano che la dottrina dei diritti umani sottrae spazio ad altre ugualmente degne. Se una costituzione possa essere costruita senza il diritto alla proprietà e la sua sacralità spetta ad altri deciderlo. Ma il fatto è che il cosiddetto diritto alla proprietà ha costituito l’ostacolo fondamentale all’accettazione della visione alternativa marxista. L’ascesa del capitalismo ha dato origine non solo alla dottrina dei diritti umani, ma anche ad uno strumento di contrapposizione a favore della giustizia sociale: il concetto di sfruttamento del lavoro. L’uso del termine “sfruttamento”, nella sua applicazione all’essere umano, coincide grosso modo con l’emergere del capitalismo industriale e, in particolare, con la difesa del lavoro. Sebbene Karl Marx non abbia certo gettato il seme di tale idea, né l’abbia per primo utilizzata in difesa dei lavoratori, insieme a Friedrich Engels , senza dubbio, l’ha posta al centro della critica sociale radicale, indicando l’eliminazione dello sfruttamento quale obiettivo di punta per la classe lavoratrice. Per buona parte dell’epoca moderna, l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo ha costituito la parola d’ordine principale del movimento operaio.

Ma eliminare lo sfruttamento si interseca e contrasta esattamente col diritto, inteso come assoluto e inalienabile, alla proprietà. Nel senso marxiano, lo sfruttamento è la conseguenza logica della proprietà privata dei mezzi di produzione; non vi può essere un persistente e sistematico sfruttamento del lavoro (nel senso tecnico marxista) senza l’istituzione della proprietà privata e dell’insieme di diritti posti a sua protezione. È proprio tale intersezione a generare una divisione di classe tra difensori dei diritti umani e sostenitori della classe lavoratrice rivoluzionaria. In buna parte del mondo in via di sviluppo, molti prestano poca o nessuna attenzione alle richieste di libertà di stampa, movimento, dissenso o proprietà, quando sono privi dei più rudimentali mezzi per esercitare ognuno di questi diritti, così come molti altri inclusi nel canone dei diritti umani. Vedono invece gli estremi della ricchezza e della povertà come ostacoli alla soddisfazione delle loro necessità basilari, persino alla loro sopravvivenza. Vedono che il loro precario aggrapparsi alla vita non viene rafforzato dai diritti borghesi, bensì solo da un radicale riordinamento dei rapporti economici. E l’appello all’eliminazione dello sfruttamento rappresenta la più alta espressione di questo punto di vista.

È imperativo comprendere che i classici diritti umani borghesi, intesi come diritti negativi, ovvero quali diritti formali e procedurali alla libertà, hanno poco da offrire a coloro che non detengono i mezzi per godere della protezione che garantiscono. La loro celebrazione da parte delle classi relativamente benestanti – quelle medio alte, in particolare delle nazioni economicamente avvantaggiate – non è condivisa da quanti in condizione di inferiorità economica. Tuttavia, ciò non toglie niente al loro valore. Così come le grandi ed uniche opere d’arte, chiunque è in grado di apprezzarne l’esistenza, ma pochi ne traggono conforto nella lotta quotidiana per la vita. Si tratta di una realtà che sfugge all’establishment dei diritti umani, limitandone le campagne. Il loro ostinato rifiuto di abbracciare i diritti positivi all’alloggio, al sostentamento, all’occupazione, all’assistenza sanitaria, ecc., come parte del canone dei diritti umani, ne sminuisce l’impegno per la giustizia sociale esponendoli all’accusa di speciosità. L’attenzione dogmatica ai diritti individuali e l’ostinata cecità riguardo a quelli socialiculturalinazionali, come il diritto all’autodeterminazione, incoraggiano al compromesso con istituzioni ostili a questi ultimi. Al pari di tutti gli strumenti ideati dagli esseri umani, i diritti umani sono funzionali solo a seconda di chi li detiene ed esercita.

Fonti

Diritti umani: una prospettiva marxiana

Philosophers for Change

Froissart, Chronicles, trad. di Geoffrey Brereton (Londra, 1978) p. 212.

Freedom in Arms, A.I. Morton (a cura di), (New York, 1975) p 43-44.

Tuck, Richard, Natural Rights Theories: Their Origin and Development (Cambridge, 1979).

Tuck, Richard. Natural Rights Theories: Their Origins and Development (Cambridge, 1979); Finnis, J.

Natural Law and Natural Rights (Oxford); Rights, White, A. R. (Oxford, 1980).

Marx, Karl, Il Capitale (Einaudi, 1975), vol. I, cap. I, p.86.

Marx, Sulla questione ebraica, Archivio Marx-Engels.

Marx, Il Capitale (Einaudi, 1975), vol. I, cap. IV, p. 212.

Engels, Friedrich, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Archivio Marx-Engels.

Fuga verso est

 

 

Sappiamo che nella Berlino divisa esistevano centri di accoglienza per i cittadini che fuggivano da Berlino Est verso l’Ovest. Ma sapevate che esistevano centri anche per chi scappava dall’Ovest per andare ad Est?

STORIE DI FUGHE VERSO LA REPUBBLICA DEMOCRATICA

Ebbene sì, non esistevano solo i centri di accettazione per le persone che da Est fuggivano per andare a Ovest, ma ce n’erano alcuni anche nella DDR per il flusso di persone che lasciavano la Repubblica Federale. Di questi centri non se ne parla mai per ovvi motivi, la storia è stata raccontata sempre e solo da un solo punto vista, quindi è tabù parlare di rifugiati dell’Ovest.

All’inizio degli anni ’50 la DDR costruì baracche speciali per le persone che volevano ritornare e per chi da Ovest voleva trasferirsi nell’Est, erano praticamente dei centri di accettazione. Qui la Volkspolizei (la polizia della DDR) e la Stasi controllavano l’identità delle persone. Si e’ calcolato che fra il 1949 e il 1989 siano state 600mila le persone che da Ovest si sono spostate ad Est, la maggior parte di queste a cavallo tra il 1950 e il 1960.

A BERLINO EST non per politica ma per la famiglia

Dopo la costruzione del Muro il numero dei richiedenti diminuì, ed anche i centri di accoglienza furono ridotti a tre e dal 1979 restò solo quello di Röntgental nella periferia berlinese. I rifugiati dell’Ovest, che facevano richiesta di residenza nella DDR, non lo facevano quasi mai per motivi politici bensì personali (ma lo stesso vale per i tanti che facevano il percorso inverso): chi aveva famiglia nella DDR, chi prima si era trasferito ad Ovest ma poi voleva tornare perché deluso, e c’erano anche persone che volevano vivere in un sistema socialista.

Le persone al loro arrivo nel centro di accettazione venivano registrate e poi suddivise a seconda della religione, cultura ed orientamento politico e non potevano avere contatti fra loro. La permanenza nel centro poteva durare dalle 4 alle 6 settimane (a volte anche fino a 6 mesi). In questo periodo di attesa, non era permesso lasciare il campo, si poteva ricevere posta ma non inviarla, a volte si poteva telefonare. C’erano strutture che permettevano di potersi dedicare a diverse attività, ad esempio sport o cultura.

I rifugiati venivano trattati in modo differente, dipendeva dalla ragione per cui avevano deciso di trasferirsi nella DDR. Venivano tenute conferenze e mostrati filmati per preparare le persone alla nuova “patria”, visite mediche e naturalmente si potevano seguire programmi televisivi e radiofonici della DDR. Durante questo periodo di permanenza in attesa del permesso di soggiorno nella DDR, i richiedenti venivano sottoposti continuamente ad incontri (potremo dire “interrogatori”) con la polizia, mentre la Stasi si occupava dei rifugiati politici.

Se la richiesta di residenza nella DDR veniva accolta, il rifugiato poi doveva trasferirsi in un luogo assegnato dove poi avrebbe avuto una casa e un lavoro. Di solito chi sicuramente veniva rispedito indietro erano le persone che avevano avuto problemi con la giustizia ad Ovest, “asociali” o persone definite “pigre”! Secondo testimonianze le condizioni nel centro erano comunque buone e le persone venivano trattate correttamente nonostante l’estenuante attesa per l’eventuale permesso di residenza nella DDR.

Fra il 1984 e il 1989 furono registrate 3637 persone nel centro di Rögental, di queste 1386 erano cittadini della DDR che dopo essere stati nella BRD volevano ritornare, 1619 erano cittadini della BRD e 632 stranieri che provenivano da altri stati non socialisti. In tutto ne furono rispediti indietro 432. Il centro chiuse nel 1990 ed oggi gli edifici sono occupati da una casa di riposo.

LA TESTIMONIANZA DI GISELA KRAFT

Sulla storia dei rifugiati che scappavano dalla Germania dell’Ovest per andare in quella dell’Est è stato pubblicato un libro: “Einmal Freiheit und zurück – Die Geschichte der DDR-Rückkeher” di Ulrich Stoll (Ch. Links Verlag) da cui è tratto un documentario prodotto da ZDF-Arte dallo stesso titolo del libro.

Una delle testimonianze di chi liberamente decise di trasferirsi nella DDR è quella della scrittrice Gisela Kraft: “Nella DDR potevo essere per la prima volta una libera professionista. Potevo vivere da scrittrice e fare persino piccoli viaggi e andare a teatro. Ero coperta per tutto ciò di cui avevo bisogno: potevo dedicarmi produttivamente alla mia attività senza dovere pensare ogni giorno: potrò pagare l’affitto il mese prossimo?“.

I fuggiaschi della Repubblica Federale Tedesca

 

Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Nell’immaginario comune quando si parla dell’ Afganistan, sicuramente,  le prime immagini che vengono in mente sono: burqa,  paese arretrato e medievale, poveratà, miseria, paese militarmente occupato dalla NATO. Impossibile non associare i fatti del’ 11 Settembre 2001, Al-Qaeda e Bin Laden.

Tuttavia, con ogni probabilità,  pochi sono a conocenza che c’è stasto un passato in cui l’Afghanistan riuscì a liberarsi dalle catene del Medioevo e ad entrare nell’età contemporanea. Dove oggi c’è un paese arretrato, ieri c’era un paese democratico e culturalmente avanzato: La Repubblica Democratica dell’Afghanistan.

Questa esplosione di progresso è arrivata grazie alla Rivoluzione Saur, una rivoluzione popolare esplosa grazie all’azione dei comunisti afghani.

Dopo la repressione scatenata dal precedente regime, la rivoluzione è iniziata nell’aprile del 1978 ed ha trionfato. Il nome Rivoluzione Saur deriva dal nome persiano del mese, la rivoluzione è conosicuta anche come La Rivoluzione Rossa d’Aprile.

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Bandiera della Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Il governo marxista di Taraki ha avviato un programma di grandi cambiamenti nella società afghana.

Eliminazione dell’usura,  campagna di alfabetizzazione, per la prima volta anche le donne afgane hanno partecipato,  riforma agraria, separazione totale della religione e del nuovo stato che divenne costituzionalmente laico, eliminazione della coltivazione dell’oppio, sindacati legalizzati, istituita una legge per un salario minimo cosi da aumentare i salari per i lavoratori afgani.

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Programma di alfabetizzazione insegnato da donne. 1979. Area rurale dell’Afghanistan
 Il governo di Taraki ha garantito la parità di diritti per le donne: possibilità di non indossare velo, possibilità di viaggiare liberamente e guidare automobili,  abolizione dell’acquisto di donne, integrazione delle donne nei luoghi di lavoro ed accesso all’università, nonché accesso alla vita politica e agli ufici pubblici.
Il governo comunista si sforza di togliere le donne dalla tremenda arretratezza e oppressione: l’analfabetismo femminile viene ridotto dal 98% al 75%.
I militanti del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan che praticano la poligamia vengono espulsi dal partito. Le donne partecipano alla vita politica, sono un decimo della militanza del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, una cifra insufficiente ma un grande progresso rispetto all’esclusione assoluta che subiscono oggi sotto il regime dei talebani. 

Il vicepresidente dell’Unione delle donne democratiche Safika Razmiha dichiarò nel 1988: “Se l’uguaglianza delle donne nella nostra società non viene raggiunta, è impossibile avanzare lungo il sentiero del progresso sociale.

Molte migliaia di donne afghane sono ancora bloccate negli harem, milioni nascondono i loro volti sotto il chador e il 75% di loro sono analfabeti.

La rivoluzione afghana fa molto per emancipare le donne. Ma la correlazione delle forze è ancora favorevole agli arretrati feudali”.

L’Afghanistan ha concesso il divorzio nel 1980.

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Donne in classe 1981. Kabul.
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Lavoratrice in una fabbrica, 1983.

I comunisti afgani hanno lottato per far uscire il paese dall’arretratezza e dalla miseria. All’inizio hanno distribuito terre a 250.000 contadini,  hanno abolito tutti i debiti contratti dai contadini con i proprietari terrieri,  liberato 8.000 prigionieri politici, dichiararono l’istruzione universale per entrambi i sessi.

Il tasso di mortalità infantile dei bambini sotto i 5 anni passa da 380 nel 1960 a 300 nel 1988; L’80% della popolazione urbana accede ai servizi sanitari; Il 63% dei bambini completa l’anno scolastico nel 1985-87; l’aspettativa di vita passa da 33 anni nel 1960 a 42 nel 1988.

Centinaia di migliaia di persone sono alfabetizzate. Il numero di medici è aumentato del 50%, il numero totale di posti letto negli ospedali è raddoppiato; gli asili nido e le case di riposo per i lavoratori vengono creati per la prima volta.

Il progresso dell’Afghanistan fu tale che l’Afghanistan ebbe il primo astronauta nella sua storia
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Abdul Ahad Mohmand, primo e unico cosmonauta afgano

Invasione dell’URSS?Quando si parla di questo fatto storico nella letteratura o nei media, viene descritto come “invasione dell’Afghanistan” o “invasione sovietica”.

Niente è più lontano dalla realtà. L’URSS non ha invaso l’Afghanistan, ma interviene dopo aver ricevuto la richiesta dal Consiglio Rivoluzionario.

Non dobbiamo dimenticare due fatti: la Rivoluzione Saur si svolge nel 1978 e l’ingresso delle truppe sovietiche è il 7 dicembre 1979, la repubblica socialista afgana sopravviverà per mesi alla caduta dell’URSS. Kabul cadrà nel 1992, dimostrando l’esistenza di un importante e notevole sostegno da parte della popolazione, considerando che dal 1988 al 1992, la Repubblica Democratica dell’Afghanistan ha combattuto senza alcun aiuto da parte dell’ormai morente Unione Sovietica.

Gli Stati Uniti non esitarono a sostenere i “combattenti per la libertà” cosi come oggi sta avvenendo in Siria e in Libia, sostengno che porterà alla nascita dell’organizzazione terroristica Al-Qaeda.

Ronald Reagan dichiarerà:
Vedere i coraggiosi combattenti della libertà afgana contro gli arsenali moderni con pistole semplici è un’ispirazione per coloro che amano la libertà”

 

 

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Eduardo Galeano :
Verso la fine del 1979 le truppe sovietiche invasero l’Afganistan.  Scopo dell’invasione era la difesa del governo laico che stava tentando di modernizzare il paese. Io ero uno dei membri del Tribunale Internazionale di Stoccolma che nel 1981 si occupò del tema.

Non dimenticherò mai il momento culminante di quelle sessioni:
stava testimoniando un importante capo religioso, rappresentante dei fondamentalisti islamici Talebani, a quel tempo definiti “Freedom Fighters” dall’Occidente, “Guerrieri della Libertà” invece che terroristi.

L’anziano Talebano dichiarò: “I comunisti hanno disonorato le nostre figlie! Hanno insegnato loro a leggere e scrivere!”.

10 motivi per cui il socialismo di mercato è incompatibile con il Comunismo

In apparenza gli individui sono più liberi sotto il dominio della borghesia (cioè il mercato) di prima, perché le loro condizioni di esistenza sono ad essi contingenti; ma in realtà sono meno liberi in quanto molto più sottoposti ala violenza delle cose. (Ideologia tedesca, Marx ed Engels)

1. Separazione ingiustificata e rovinosa tra il mercato ed il resto della società

2. La mancanza di trasparenza, propria delle condizioni capitalistiche, viene trasposta nel socialismo;

3. Mantenendo il mercato, si protrae la contraddizione principale del capitalismo, quella tra produzione sociale ed appropriazione privata;

4. Anche se il socialismo di mercato potesse funzionare, non rappresenterebbe un progresso rispetto alla situazione precedente, perché continuerebbe ad esistere l’alienazione dei lavoratori, comproprietari delle loro aziende, che acquisirebbero qualche forma capitalistica di alienazione;

5. Proseguendo la prassi di utilizzo del denaro per razionare i beni, si conserverebbero molte disuguaglianze del sistema attuale;

6. Per fortuna o sfortuna, è impossibile il socialismo di mercato come compromesso col capitalismo, giacché i capitalisti, perdenti in tale riforma, lo combatterebbero con ugual tenacia come se fosse socialismo autentico;

7. Se il socialismo di mercato è impossibile nelle condizioni esistenti, non sarà necessario dopo la rivoluzione socialista;

8. La critica mossa dal socialismo di mercato alla pianificazione centralizzata si fonda quasi esclusivamente sull’esperienza dell’URSS;

9. Il socialismo di mercato mina la critica di fondo del capitalismo, prerequisito per un’efficace lotta di classe, e semina confusione nel popolo circa il nefasto ruolo del mercato;

10. Marx era con tutta evidenza incrollabile oppositore del socialismo di mercato

Una breve analisi…

James Lawler, docente di filosofia all’Università di Buffalo, New York, presidente della Società per lo studio della filosofia marxista e sostenitore della teoria del socialismo di mercato afferma che: “Un’economia moderna, complessa, non può venir condotta efficacemente a partire da un unico centro di comando,  il socialismo di mercato decentralizzato e connesso ad istituzioni democratiche e pluraliste contrariamente alle concezioni tradizionali, rappresentare l’impostazione più vicina a quella di Marx ed Engels”.

È assurda l’affermazione secondo cui un socialismo centralmente pianificato sarebbe impossibile. Il fatto stesso che l’URSS abbia edificato un’organizzazione economica che è durata per tre quarti di secolo, pur con la permanente ostilità internazionale e l’invasione tedesca, e che è riuscita ad industrializzare un immenso Paese semi-feudale, dando vitto, vestito, alloggio, educazione alla cittadinanza, e creando una struttura scientifica di livello mondiale, impedisce di parlare di impossibilità. Ma il contrario di impossibile non è ottimale.

Uno dei maggiori pregi delle società centraliste pianificate, per quanto antidemocratiche, comprese quelle che non funzionano molto bene, è la facilità di identificare i responsabili di ciò che va male: coloro che hanno elaborato il Piano. Lo stesso non vale per le economie di mercato, in cui anzi è importante che siano difficilmente comprensibili a quelli che ci vivono_

Solo la critica della mistificazione del mercato ci consentirà di prendercela con chi se lo merita, ossia il mercato capitalistico e la classe che lo dirige, e di chiarire al popolo l’esigenza di trovare una nuova via per organizzare produzione e distribuzione della ricchezza sociale. Intendo con “mistificazione” una sorta di comprensione totalmente errata, dovuta alla combinazione del carattere occulto delle cose, della sua distorsione, misinterpretazione e confusione, ed occasionalmente anche della menzogna.  Per esempio, i prodotti vengono concepiti come pronti da consumare. Non c’è alcun bisogno di sapere che ciò avviene durante la produzione per spiegare la natura del mercato. Invece, grazie al marxismo stando vicini alla produzione, emerge la natura sociale della vita umana, la nostra condizione comune e le sue caratteristiche, non le differenze e preferenze individuali, che è ciò che risalta in primo piano nel capitalismo. La divisione sociale del lavoro. La divisione della società in classi.

L’apertura agli investimenti capitalisti potrebbe convivere con un’economia socialista, sempre che vengano usati per rafforzare il settore socialista dell’economia. Ma oggi in Cina vediamo il contrario. Circa la metà del prodotto interno lordo viene da aziende private. La rivoluzione cinese sottrasse agli imperialisti il boccone più ghiotto del mondo coloniale. La Cina raggiunse l’autosufficienza alimentare in un decennio e pose le basi di un paese industrializzato.

La burocrazia maoista giocò un ruolo progressista, malgrado i costi enormi (umani e materiali) del suo agire. Per arginare i costi ha deciso di imboccare la strada del capitalismo e sostituendo l’internazionalismo proletario con un nazionalismo sempre più impaziente.

Questo è potuto avvenire grazie alla valanga di capitali esteri e di una nuova classe operaia proveniente dalle campagne. La Cina produce merci per tutto il mondo permettendo dei superguadagni ai capitalisti usando una forza lavoro di proporzioni colossali.

Il processo di sfruttamento che Engels descriveva a metà del XIX secolo nella Situazione della classe operaia in Inghilterra si ripete con un’ordine di grandezza 20 volte superiore. Una classe operaia che già oggi è la maggior del mondo cresce ad un ritmo di 20 milioni l’anno. Non hanno tradizioni di lotta sindacale, né diritti formali riconosciuti, spesso i salari arrivano in ritardo, si trovano i capitalisti, i burocrati del partito e dello Stato contro.

 

SUL SOCIALISMO DI MERCATO: UN DIBATTITO A QUATTRO VOCI

“Economia di mercato socialista” o capitalismo tout court?

L’emancipazione della donna in Urss

[…] In tutte le parti dell’Unione Sovietica il mutamento della condizione della donna fu uno dei cambiamenti più importanti della vita sociale. La rivoluzione diede alla donna l’eguaglianza legale politica: a questa, l’industrializzazione fornì la base economica nell’eguaglianza del salario. Ma in ogni villaggio, erano ancora vive le abitudini durate per secoli, e le donne dovevano lottare contro il loro potere. Di un villaggio siberiano, per esempio, si seppe che, dopo che le fattorie collettive ebbero dato alle donne un salario indipendente, le spose “scioperarono” contro il venerando costume patriarcale di battezzare le mogli e lo spezzarono in una settimana.

«La prima donna eletta dai Soviet nel nostro villaggio si prese gli scherni di tutti gli uomini – mi raccontava una presidentessa contadina. – Ma all’elezione successiva, eleggemmo sei donne, e adesso tocca a noi di ridere». In Siberia, nel 1928, incontrai venti di queste donne presidenti di Soviet sul treno per Mosca, dove andavano a partecipare a un congresso femminile: la maggior parte di esse viaggiava in treno per la prima volta, e una sola era già stata fuori della Siberia nella sua vita. Erano state invitate a Mosca a “consigliare il Governo” sulle esigenze delle donne: i loro distretti le avevano elette, e adesso andavano.

La lotta più dura per la libertà delle donne fu quella che si svolse nell’Asia centrale. Qui, le donne erano semplici oggetti di proprietà: vendute giovanissime per il matrimonio, non apparivano più in pubblico, da quel momento, senza l’orribile paranja, un lungo velo nero tessuto di crine di cavallo, che copriva tutto il volto, ostacolando la vista e la respirazione. Per tradizione, i mariti avevano il diritto di uccidere la moglie che si fosse tolta il velo: e i mullah – i preti musulmani – sostenevano questa tradizione con l’autorità della religione. Donne russe portarono un primo messaggio di libertà in queste tenebre: nei nidi d’infanzia, che esse organizzarono, le donne indigene impararono a togliere il velo in presenza l’una dell’altra, e a discutere i diritti della donna e i mali del velo. Il partito comunista fece pressioni sui suoi membri perché permettessero alle loro mogli di togliere il velo.

Ma questo sarà un anno storico per i nostri paesi: l’anno in cui la faremo finita con l’orribile velo». Questa risoluzione veniva lanciata proprio mentre alcuni eventi tragici ne sottolineavano la portata. Il corpo di una ragazza, studentessa a Tashkent, che aveva voluto dedicare le sue vacanze al lavoro di agitazione per i diritti della donna nel suo villaggio natio, fu rimandato a pezzi alla scuola, su un vecchio carro con scritto: “Questo è per la vostra libertà delle donne”. Un’altra donna, che aveva rifiutato le attenzioni di un padrone di terre e sposato un contadino comunista, fu assalita da una banda di diciotto uomini sobillati dal signorotto: la violentarono, mentre era all’ottavo mese di gravidanza, e gettarono il suo corpo nel fiume.

Vi furono poesie, scritte dalle donne, e che esprimevano la loro battaglia. Per Zulfia Kalin, una combattente della libertà delle donne che fu arsa viva dai mullah, le donne del suo villaggio composero un canto di dolore:

O donna, la tua lotta per la libertà non sarà
dimenticata in questo mondo.
Il tuo fuoco: non pensino che ti abbia consumata!
La fiamma in cui ti hanno arsa
è una fiaccola nelle nostre mani.

Buchara, la “città santa”, era la città di questa ortodossia d’oppressione. Qui, nella città “santa”, fu organizzata una drammatica azione collettiva di getto del velo. Verso l’8 marzo, Giornata internazionale della donna, corse voce che «qualcosa di spettacolare sarebbe accaduto»: in quel giorno, comizi di massa di donne furono tenuti in diversi luoghi della città e le oratrici chiesero all’auditorio che «si levassero il velo tutte insieme». Allora le donne passarono davanti al palco: giunte di fronte al podio, gettarono il velo, e poi, tutte insieme, andarono a sfilare per le strade. Erano state erette delle tribune, per i dirigenti e membri del Governo, che salutavano la sfilata. Altre donne uscivano dalle loro case, si univano alla sfilata e gettavano il velo davanti alle tribune. Così fu rotta la tradizione del velo nella sacra Buchara. Molte, naturalmente, rimisero il velo prima di comparire di fronte agli irati mariti: ma da allora, i veli per le vie di Buchara furono sempre più rari.

Per l’emancipazione delle donne, il potere sovietico impiegò diverse armi: l’istruzione, la propaganda, le nuove leggi, tutto vi ebbe la sua parte. Vi furono grandi processi pubblici di uomini che avevano ucciso le loro mogli, e la nuova propaganda dava un sostegno ai giudici che comminavano la pena di morte per un atto che l’antico costume non aveva considerato delitto. Ma lo strumento più importante dell’emancipazione fu, come nella Russia vera e propria, l’industrializzazione.

A Buchara, in quell’epoca, visitai anche un setificio nella città vecchia. Il direttore – un uomo pallido, esausto, impegnato in una corsa insonne per costruire dal nulla un’industria completamente nuova – mi diceva che la fabbrica, secondo i calcoli, non sarebbe stata attiva economicamente per un bel pezzo: «Stiamo addestrando delle contadine, che dovranno dare i quadri dei futuri setifici del Turkestan. La nostra fabbrica è uno strumento applicato consapevolmente per spezzare la tradizione del velo: noi esigiamo che le operaie si tolgano il velo in fabbrica».

Le canzoni composte dalle giovani tessitrici parlavano del nuovo senso della loro vita simbolizzato dallo scambio del velo col caratteristico copricapo delle donne russe, il fazzoletto.

Quando presi la via della fabbrica
vi trovai un fazzoletto nuovo.
Un fazzoletto rosso, di seta
comprato col lavoro delle mie mani.
In me c’è il rombo della fabbrica:
mi dà ritmo
ed energia.

Non si può non ricordare, leggendo queste parole, la Canzone della camicia di Thomas Hood, che esprimeva invece la fatica delle donne nelle fabbriche inglesi della rivoluzione industriale:

Con le dita stanche e consunte
Le palpebre rosse e pesanti,
In stracci non femminei
Una donna sedeva col suo ago e il filo.
Cucire cucire cucire
Miseria fame sporcizia.
Eppure (il tono della sua voce era dolente)
Cantava – la canzone della camicia.

Nell’Inghilterra capitalista la fabbrica apparve come uno strumento di profitto e di sfruttamento. Nell’Unione Sovietica, essa non fu solo uno strumento di ricchezza collettiva, ma un mezzo consapevolmente usato per spezzare vecchie catene. […]

“L’era di Stalin” (La città del sole, 2004, pag 97-100)

7 Novembre 1917: Questo è il primo giorno del diluvio operaio

Cittadini, fucili in pugno! Armi in pugno, cittadini!
Sulle ali delle bandiere,
fiumana dalle cento teste,
dalla gola della città è volata nei cieli.
Con i denti delle baionette ha azzannato il bicipite
nero corpo dell’aquila imperiale.

Cittadini!
Oggi crolla il millenario “prima”.
Oggi dei mondi viene rivista la base.
Oggi
fino all’ultimo bottone
rifaremo di nuovo la vita.

Cittadini!
Questo è il primo giorno del diluvio operaio.
Andiamo
a salvare il mondo sconquassato! (Rivoluzione, Vladimir Majakovskij)

 

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Caduta tendenziale del saggio di profitto

Che cos’è il saggio di profitto?

Il saggio di profitto misura il ritorno sul capitale investito in un dato periodo ed è solitamente espresso come una percentuale. Così, se un investimento di capitale di 100.000 euro circola in un anno e il profitto è 20.000 euro, allora il saggio di profitto è 20.000/100.000, ossia il 20 per cento l’anno.

Se un capitalista si trovasse a partire da zero dovrebbe usare un po’ dei suoi 100.000 euro per acquistare gli edifici industriali e per attrezzarli con le macchine. Dovrebbe poi acquistare le materie prime e pagare affinché la corrente elettrica alimenti le macchine. Infine dovrebbe usare un po’ del suo capitale per assumere i lavoratori e pagare le loro retribuzioni. Partiamo dal presupposto che la fabbrica, le macchine, le materie prime e la corrente elettrica gli costino 80.000 euro e che il suo conto delle retribuzioni arrivi a 20.000 euro.

La composizione organica del capitale

Marx isolò il capitale investito nell’assumere i lavoratori perché, essendo l’esercizio della forza lavoro l’unica sorgente di nuovo valore, questa era la parte del capitale che aumentava per fornire gratuitamente al capitalista un profitto, o plusvalore, in questo caso di 20.000 euro. Marx chiamò questa parte capitale variabile (v). L’altra parte investita nella fabbrica, nelle macchine, ecc. era in ugual modo essenziale alla produzione, ma il suo valore veniva solamente trasferito al prodotto finale senza alcuna variazione nella sua grandezza. Per questo motivo Marx lo chiamò capitale costante (cc). Ci sono varie relazioni tra il capitale totale (C) e i suoi componenti:

p/C oppure p/(cc + v) è il saggio di profitto

p/v è il saggio di plusvalore

cc/v è la composizione organica del capitale

La composizione organica del capitale esprime in termini di valore la relazione tecnica tra gli apparati produttivi e il numero di lavoratori necessari per metterli in funzione, ciò che gli economisti accademici chiamerebbero grado d’intensità del capitale.

La caduta del saggio di profitto

Partiremo dal presupposto che nel secondo anno il nostro capitalista reinvesta tutti i suoi 20.000 euro di profitto. Se non ci sono stati progressi tecnici li dividerebbe come in precedenza, usando 16.000 euro come nuovo capitale costante e 4.000 euro come nuovo capitale variabile. Partendo dal presupposto che il saggio di plusvalore sia invariato al 100 per cento, il suo profitto sarà 24.000 euro in quell’anno e il saggio di profitto 24.000/120.000, ancora il 20 per cento.

Ma presupponiamo che ci siano stati progressi tecnici e che abbia avuto bisogno di usare solo 1.000 euro come nuovo capitale variabile e perciò abbia potuto usare 19.000 euro come nuovo capitale costante (questo è solo un esempio; stiamo presupponendo qui in modo non realistico un saggio di progresso tecnico veloce). La composizione organica del capitale totale salirebbe ma, con il saggio di plusvalore che rimane lo stesso, il saggio di profitto calerebbe a 21.000/120.000 ossia il 17,5 per cento.

Perciò, per quanto il progresso tecnico alzi la composizione organica del capitale esso riduce il saggio di profitto. Poiché la forza lavoro è l’unica fonte del plusvalore e poiché l’ammontare del plusvalore dipende dall’ammontare del capitale variabile, se la quota di v nel capitale totale cala (e se p/v rimane costante) allora il saggio di profitto deve calare. Questo spettro del saggio di profitto che cala come lo stock di capitale costante cresce preoccupò gli economisti classici Adam Smith e Ricardo e i loro successori come John Stuart Mill. Essi previdero che, se ciò fosse continuato, il sistema capitalista motivato dal profitto avrebbe presto raggiunto uno stato di stagnazione cronica.

Perché così lentamente?

Marx affrontò il problema da un punto di vista diverso. Volle conoscere perché il calo nel saggio di profitto era stato in pratica così lento. Ci devono essere, dedusse, delle influenze che agiscono contro e, usando la teoria del valore del lavoro, fu in grado nel XIV Capitolo del III Volume de Il Capitale di trovare quelle che devono essere queste influenze. Ora, che cosa significa il progresso tecnico oltre a una crescente intensità del capitale? Sicuramente un aumento nella produttività dal momento che le macchine sostituiscono la forza muscolare umana. Applicato all’industria che produce macchine ciò significherebbe che più macchine potrebbero essere prodotte in un dato periodo di tempo in modo che il valore di ognuna di esse calerebbe. Marx chiamò questo effetto “ridurre il prezzo degli elementi del capitale costante”. L’economia accademica lo chiama “risparmio di capitale”.

Aumentare la produttività nelle industrie che producono i beni consumati dai lavoratori ha un effetto simile sul capitale variabile. Infatti accorciando il tempo durante il quale il lavoratore riproduce il valore della sua forza lavoro, che è l’unica parte della giornata lavorativa che il capitalista deve pagare, aumenterà l’ammontare del plusvalore (ciò non significa necessariamente un declino nei tenori di vita dei lavoratori, come spiegato nell’articolo “Retribuzioni Relative”). Il saggio di plusvalore può anche essere innalzato con l’incremento dell’intensità di lavoro, con l’allungamento della giornata lavorativa e anche riducendo le retribuzioni al di sotto del loro valore. La competizione per i posti di lavoro inoltre terrà giù le retribuzioni e così limiterà quanto il capitalista deve investire come capitale variabile.

Questo – il ridurre il prezzo degli elementi del capitale costante e l’innalzamento del saggio di plusvalore – fu la spiegazione di Marx riguardo al perché il saggio di profitto tendeva a calare solo lentamente. Egli accettò il punto vista degli economisti classici secondo cui il saggio stava calando ma ciò previsto come una tendenza lenta e di lungo periodo. Non credeva che il saggio di profitto stesse sempre calando dato che talvolta le contro-tendenze potevano essere le più forti.

Il saggio di profitto può anche essere innalzato riducendo il periodo in cui il capitale (o parte di esso) viene fatto circolare. Nel nostro esempio i 100.000 euro sono circolati in un anno; se ciò fosse ridotto a sei mesi l’ammontare del profitto diventerebbe 40.000 euro e il saggio di profitto il 40 per cento l’anno. Lo sviluppo delle istituzioni commerciali e finanziarie indipendentemente dall’imprese industriali – e l’introduzione del lavoro a turni e di altre forme di “razionalizzazione” – tende ad accorciare il periodo del giro d’affari e così a innalzare il saggio di profitto annuale.

Come il saggio di profitto si muove anche nel lungo periodo non può essere previsto dalla pura teoria. Questo movimento dipende da quale delle influenze sul lavoro si dimostra essere la più forte in ogni particolare tempo o in ogni particolare periodo, un fatto che può solo essere scoperto con ricerche empiriche. Alcuni tentativi sono stati fatti per calcolare che cosa è successo nei passati cento anni, ma i risultati sono contrastanti. È stato suggerito che la composizione organica del capitale ha smesso di aumentare circa nel 1920 a causa delle invenzioni del “risparmio di capitale”.

Poiché la teoria di Marx della tendenza del saggio di profitto a calare ha avuto l’intenzione di descrivere un lento processo che diventerebbe evidente solo nel lungo periodo, essa non può essere usata per spiegare le crisi periodiche. L’inizio di una crisi è, tuttavia, spesso collegata con una caduta nel saggio di profitto mentre le retribuzioni aumentano molto rapidamente – ma a una caduta causata da un calo a breve termine nel saggio di plusvalore piuttosto che da cambiamenti a lungo termine nelle composizioni organiche del capitale.

È vero che Marx discute (Capitolo XV) le crisi in collegamento con il saggio di profitto calante, ma con lo scopo di spiegare la loro importanza come una tendenza d’opposizione. Dal momento che, durante una depressione, il valore del capitale costante si svaluta considerevolmente, mentre alcuni dei suoi elementi (macchinari, merce in magazzino) sono spesso fisicamente distrutti. Dire che le crisi aiutino a bilanciare la tendenza a lungo termine del saggio di profitto a calare è piuttosto differente dal dire (come fa John Strachey nel suo La Natura delle Crisi Capitalistiche) che le crisi sono causate da essa.

 

Un’introduzione all’economia marxiana 2: il saggio di profitto

URSS ai tempi di Stalin(Foto a colori e in bianco e nero)

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Il mercato di Yalta
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Persone in coda davanti a una drogheria in una località non specificata
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Crimea
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Manifestazione in una piazza di Mosca
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L’Ufficio telegrafico centrale di Mosca
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Famiglia seduta a un chiosco davanti allo zoo cittadino
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Un gruppo di donne-spazzino con le scope sulla Piazza Rossa
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Relax domenicale sulla Piazza Rossa per le famiglie: questa zona delle scalinate adesso non è più accessibile
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Il bar “I fuochi di Mosca” dell’Hotel Moskva. Mosca, fine anni ‘40.
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I funerali di Stalin davanti alla Casa dei sindacati a Mosca, nel marzo 1953
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Atlete della società sportiva “Dinamo”. In spiaggia presso la città di Chimki, nella regione di Mosca, 1935.
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La vendita di acqua minerale a Mosca negli anni trenta.
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Paracadute durante la Fiera sportiva nell’aerodromo di Tušino, 1940.

Urss, vita quotidiana ai tempi di Stalin: le foto (a colori) mai viste

La Russia quotidiana ai tempi di Stalin

Compagno! Butta quella merda! L’unica canna che ti serve è la canna del fucile

“I vincoli morali del capitalismo si allentano e una serie di attività che prima erano proibite perché ritenute immorali oggi non lo sono più proprio come previsto e teorizzato da Karl Marx: “Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo,come la natura aborre il vuoto. Se il tumulto e le liti portano profitto, esso incoraggerà l’uno e le altre”(Il Capitale libro 1, capitolo 24)

La droga è il prodotto ultimo della logica capitalistica dell’alienazione e dell’individualismo, in questo senso è nemica stessa di ogni possibilità di presa di coscienza, di volontà di cambiamento reale. È l’ultimo rifugio che viene imposto a chi non ha la capacità non solo di sognare ma di voler costruire un’alternativa allo stato di cose presente.

L’uso delle droghe “leggere” nella massa dei giovani proletari deve essere combattuto e lo si può combattare solo se il bisogno d’emancipazione che s’esprime in esso trova sul mercato politico  l’unico bene che può “appagarlo”: la lotta del proletariato contro l’offensiva borghese e il capitalismo, la lotta del proletariato per il socialismo. In questo momento un tale movimento di classe non è in campo. Ma non potrà mai tornarvi, se un’avanguardia fornita dell’adeguata prospettiva non gli spiana il terreno sin da ora.

Cominciando a rimettere in piedi un programma e un’organizzazione di classe. Questo è il compito cui è oggi chiamato il proletariato militante. Non potrà svolgerlo senza organizzare e disciplinare tutte le sue forze in funzione di esso. Su questa via, l’uso di droghe “leggere” tra le sue fila è un ostacolo.  Esse infatti dissipano le energie dei compagni, contribuiscono a forgiare in essi un animo debole, incapace di costanza e abnegazione; un animo esposto a ogni richiamo che proviene dalla “foresta” borghese. E se l’avanguardia del proletariato manca di fermezza e di spirito di sacrificio, come può svolgere quel lavoro metodico necessario per impostare la lotta in difesa del salario o dell’occupazione? La lotta di classe ha bisogno di essere organizzata e guidata da un’avanguardia dotata di una adeguata prospettiva di classe.

Per capire di cosa stiamo parlando forse è bene citare un brano di Engels riferito alla condizione degli operai inglesi alla fine dell’800. “Tutte le lusinghe, tutte le possibili tentazioni si uniscono per spingere gli operai all’ubriachezza. L’acquavite è per essi quasi la sola fonte di piacere, e tutto congiura per mettergliela a portata di mano. L’operaio ritorna a casa stanco ed esaurito dal suo lavoro; trova un’abitazione priva di ogni comodità, umida, sgradevole e sudicia; ha un acuto bisogno di una distrazione, deve avere qualcosa per cui valga la pena di lavorare, che gli renda sopportabile la prospettiva delle fatiche del giorno successivo… in simili circostanze esiste una necessità fisica e morale, per cui una grande parte degli operai deve soggiacere all’alcool… Ma come è inevitabile che un gran numero di operai cada vittima dell’ubriachezza, così è anche inevitabile che l’alcool eserciti i suoi effetti distruttivi sullo spirito e sul corpo delle sue vittime”

L’assunzione di droghe, l’alcolismo diventano fattori incompatibili per una reale militanza rivoluzionaria. Come possono i comunisti agire come avanguardia se prima di tutto non diventano esempio per i propri compagni di scuola, di università, di lavoro, per i giovani che guardano a loro? La droga e la dipendenza da sostanze in generale, sono fattori apertamente controrivoluzionari e come tali vanno considerati e trattati da chi aspira a costruire nel nostro paese le premesse per un cambiamento reale dello stato di cose presente. L’analisi sulla libertà individuale, deve cedere il passo a quella sulla dimensione sociale, sulle finalità ultime. Combattere la droga vuol dire combattere il sistema. Farla sparire dai nostri quartieri ridando speranza di cambiamento reale ad una generazione un nostro dovere rivoluzionario.

Fonte:

http://www.senzatregua.it/perche-la-gioventu-comunista-deve-combattere-la-droga/

http://www.senzatregua.it/droga-e-dipendenza-liberta-individuale-o-questione-sociale/

Il programma politico della Repubblica Comunista Italiana

Politica internazionale

Uscita dell’Italia dalla NATO con disimpegno del nostro Paese da tutte le missioni di guerra all’estero e la conseguente chiusura di tutte le basi militari straniere.

Adozione di una politica estera orientata in senso antimperialista e limitazione delle spese di bilancio militare alle sole esigenze di difesa del popolo e del territorio italiano, in ottemperanza all’art. 11 della Costituzione.

Uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dalla Unione Monetaria Europea (sistema dell’euro) e ripristino della sua sovranità politica ed economica al fine di sviluppare tutte le potenzialità di sviluppo del nostro Paese, per non sprofondare ulteriormente nell’indebitamento e nella recessione.

Azzeramento unilaterale della parte del debito detenuto da banche ed istituzioni finanziarie, monopoli e fondi speculativi italiani ed esteri, difendendo i fondi dei piccoli risparmiatori. Divieto di qualsiasi attività e pubblicità delle agenzie di rating sul territorio italiano e sottoposizione delle agenzie stesse e dei loro dirigenti a procedimento penale per associazione a delinquere con finalità eversive, in base alle leggi italiane.

Politica del lavoro

Abrogazione di tutte le leggi che legittimano la precarietà del lavoro e che discriminano i lavoratori per genere ed età e messa fuori legge e perseguibilità penale del caporalato sotto qualsiasi forma. Ripristino della piena validità e preminenza del Contratto Nazionale Collettivo di Lavoro e di chiari e rigidi limiti di legge per il licenziamento dei lavoratori e la possibilità di riassunzione del lavoratore su indicazione del giudice. Superamento di tutte le forme di false cooperative. Istituzione del salario minimo garantito per legge dallo Stato, per un’esistenza dignitosa alle lavoratrici ed ai lavoratori, di un’indennità di disoccupazione a tempo indeterminato fino alla proposta di nuova assunzione non inferiore all’90% dell’ultimo salario percepito, di un’indennità a tempo indeterminato fino alla proposta di assunzione pari al 60% del salario medio per i giovani in cerca di prima occupazione al termine dell’istruzione obbligatoria.Riduzione dell’orario lavorativo a parità di salario e contributi e ripristino dell’indicizzazione dei salari al costo della vita (scala mobile), accompagnato da una politica di controllo popolare alla fonte dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo con l’abolizione delle imposte indirette (IVA) sugli stessi. Controllo dei lavoratori sulle condizioni di sicurezza e salute sul lavoro e politiche di prevenzione degli incidenti e delle malattie professionali con inasprimento delle pene per chi le disattende. Politiche di sostegno alla ricerca applicata ed all’innovazione, di prodotto e di processo, per le piccole imprese, favorendone la concentrazione e l’integrazione in forme associate consortili o cooperative, in modo di consentire loro di acquisire economie di scala.

La questione fiscale

Oggi, nel nostro Paese, fra le tante e gravi questioni che determinano il malessere sociale dei lavoratori e del popolo italiano, vi è la questione fiscale. La pressione fiscale ha raggiunto, ormai, in Italia, il 55% ( rapporto fra entrate fiscali e Pil ), colpendo sia i lavoratori dipendenti ed i pensionati ( che pagano il 93% dell’Irpef totale), ma anche i lavoratori autonomi e le piccole imprese. Da dove nasce, negli Stati ad economia capitalistica, l’esigenza di un prelievo fiscale così intenso? Nel capitalismo monopolistico, lo Stato è impegnato ad erogare una forte spesa pubblica, per riprodurre i propri apparati burocratico-militari, per garantire un minimo di servizi sociali, ma, soprattutto, per sostenere in varie forme ( contributi a fondo perduto, incentivi ed agevolazioni fiscali ecc. ) la produzione e l’attività finanziaria dei grandi gruppi industriali e bancari.Tanto più lo Stato, non è proprietario di attività produttive di beni e servizi e di banche, che garantiscano introiti economici, tanto più il fisco è l’unica fonte di sostegno alla spesa pubblica.

In Italia, lo abbiamo constatato chiaramente: quando il sistema economico era a carattere misto, con la proprietà privata ma anche pubblica delle attività produttive fondamentali del Paese, la pressione fiscale era più bassa, dopo le privatizzazioni degli anni ’90 e successivi, essa è svettata a livelli insopportabili.Qui sta il nodo della questione fiscale: lo Stato preleva le risorse di cui ha bisogno, principalmente per sostenere l’attività dei grandi gruppi industriali e finanziari, dal reddito dei lavoratori, dei pensionati e delle piccole imprese. Non esiste paese ad economia capitalistica che non sia strutturato in tal modo, pur con qualche differenza fra di loro.

I comunisti propongono come obbiettivo programmatico principale ed iniziale del loro progetto politico l’esproprio, la nazionalizzazione ed il controllo operaio e popolare dei principali gruppi produttivi e bancari come base per un livello inizialmente significativo di socializzazione dell’economia nazionale. Ciò ha come conseguenza, sul piano fiscale, che lo Stato, nel nuovo ordinamento socialista, è in grado, in quanto detentore e pianificatore dell’utilizzo della ricchezza prodotta dai lavoratori nelle imprese socializzate, di allentare, fin da subito, consistentemente la pressione fiscale, fino alla sua riduzione ai minimi termini e alla sua eliminazione nelle fasi più avanzate della transizione socialista-comunista, come testimoniato dalla storia dell’Urss e degli altri Stati socialisti. Per questo, il socialismo, con la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, è il sistema che è in grado di liberare i lavoratori dal giogo dell’oppressione fiscale lasciando il reddito da essi guadagnato a loro disposizione.

Questa è la nostra proposta di ” riforma fiscale “, dopo decenni di prelievo statale sui redditi di lavoratori e pensionati e di menzogne delle forze politiche e sociali dominanti sulla possibilità di ridurre il carico fiscale in un ordinamento socio- economico capitalistico.

Politica di tutela ambientale

Dato lo stato del sistema industriale italiano, è urgente una politica di riconversione produttiva delle aziende inquinanti, in grado di rilanciare l’occupazione lavorativa attraverso la riqualificazione ambientale degli impianti stessi, procedendo in un processo di collettivizzazione delle grandi proprietà. L’applicazione e la diffusione di tecnologie non inquinanti che consentano il risparmio energetico assieme all’introduzione di un serio sistema sanzionatorio per le aziende che ancora inquinano sono i primi fondamentali elementi in grado di imporre una svolta nella direzione della necessaria modernizzazione e riqualificazione del nostro apparato produttivo per garantire nello stesso tempo nuova occupazione qualificata e tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori e dei cittadini.

A questi fini è urgente lo studio e l’applicazione sempre più diffusa delle tecnologie fondate sull’utilizzo delle fonti rinnovabili ed alternative di energia, in contrasto con le politiche degli inceneritori, un’educazione di massa ai consumi fondati sul risparmio energetico e dei materiali e la sottrazione della raccolta, smaltimento e riciclo dei rifiuti al business criminale attraverso la completa nazionalizzazione del ciclo.

Politica dei servizi sociali

Il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione, alla cultura ed allo sport sono oggi duramente messi in discussione dalle politiche dei vari governi borghesi.

I comunisti pensano che la salute possa essere difesa e seriamente tutelata solo rilanciando il carattere universalistico della prestazione sanitaria, abolendo qualsiasi tipo di ticket sanitari, nella prospettiva di garantire l’assistenza sanitaria gratuita, a partire dai farmaci salvavita. Per raggiungere tale obbiettivo è necessario il blocco delle privatizzazioni in corso e dei tagli di bilancio nel sistema della sanità, in particolare per i servizi di assistenza ai disabili ed agli anziani, garantendone anzi il loro miglioramento, potenziamento ed espansione. A tali fini è necessario un crescente intervento statale nel settore farmaceutico e nella sanità, nella prospettiva di una sua totale pubblicizzazione. Volevano far credere che la salute andava gestita in termini manageriali: il sistema sarebbe migliorato e si sarebbero annullate le perdite economiche, abbiamo visto come è andata a finire: i servizi sono notevolmente peggiorati ed i conti sono sempre più in rosso. Gli ospedali devono tornare in mano pubblica, sotto la gestione del popolo e di chi ci lavora. La stessa cosa vale per l’industria farmaceutica, così come la rete delle farmacie deve diventare al servizio del cittadino per garantirne la salute.

L’istruzione deve effettivamente essere gratuita ed obbligatoria fino al compimento dei 18 anni, cessando di finanziare, col denaro pubblico, scuole ed università private e destinando le ingenti risorse così liberate al potenziamento del sistema formativo statale a tutti i livelli, allo sviluppo della libera ricerca scientifica ed alla creazione di condizioni di accesso all’istruzione ed alla cultura per tutti, in tutti i suoi aspetti, senza barriere di classe, per uno sviluppo armonico della personalità umana.

L’abitazione è un diritto fondamentale della persona e dovrà essere garantito a tutti attraverso grandi politiche di riqualificazione dell’edilizia popolare pubblica, affitti commisurati al salario percepito e la requisizione dei grandi patrimoni immobiliari sfitti.

Una profonda riforma istituzionale

Innanzitutto, è necessario applicare un capillare controllo popolare sul sistema dell’informazione che deve restare preminentemente pubblico, vietando qualunque ingerenza del capitale in questo campo per impedire la manipolazione dell’informazione e delle coscienze.

Devono ugualmente essere profondamente riformate le istituzioni che garantiscono la difesa, la sicurezza e la giustizia, ricordando che l’arma della ‘legalità’ viene usata dalla borghesia per combattere la lotta di classe. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Forze Armate e Magistratura debbono essere riportate sotto il controllo popolare, integrandone gli organici, a partire dai massimi gradi, con quadri di provenienza proletaria, eliminando qualunque rischio di casta separata, favorendone lo stretto rapporto col popolo, estendendo in questi settori le garanzie ed i diritti sindacali per tutti a partire dalla ricostruzione di un esercito fondato principalmente sulla leva popolare.

Nell’ambito delle istituzioni, transitoriamente all’istituzione del potere popolare, servono una legge elettorale proporzionale, senza sbarramenti, secondo il principio “una testa un voto” ; un Parlamento monocamerale per semplificare e velocizzare l’iter legislativo e consentire anche un notevole risparmio di spesa, nella prospettiva di un parlamento dei lavoratori; l’equiparazione delle indennità parlamentari alla retribuzione media di un lavoratore in trasferta; l’istituzione del vincolo di mandato, per evitare che il deputato tradisca i propri elettori; la revocabilità del mandato parlamentare da parte degli elettori.

Infine, deve essere sancita una netta separazione della Chiesa dallo Stato e l’affermazione della laicità di quest’ultimo, nel rispetto paritario di tutte le confessioni religiose e dell’ateismo.

Le risorse per le riforme

Le risorse per attuare queste riforme devono essere trovate attraverso le seguenti misure di politica economica:
La nazionalizzazione, senza indennizzo, delle banche, delle società finanziarie, dei fondi speculativi, delle assicurazioni, delle grandi aziende e dei settori strategici di rilevanza nazionale, delle aziende che hanno de localizzato produzioni all’estero.
La competenza statale sul commercio estero, al fine di salvaguardare gli interessi nazionali sulla base di reciproci vantaggi, cooperazione, equità e parità di rapporti nei confronti dei nostri partner internazionali.
La lotta alla rendita parassitaria, attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e delle transazioni finanziarie.
La lotta all’evasione fiscale, prevedendo il carcere e la confisca dell’intero patrimonio per i casi più gravi.
La lotta alla corruzione nell’apparato statale e nella pubblica amministrazione, con la confisca del patrimonio tanto per il corrotto che per il corruttore, nonché nei casi di concussione.
L’abolizione di tutti i privilegi fiscali della Chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose, dai valdesi ai musulmani, delle politiche di agevolazione e dei trasferimenti statali in loro favore.

Fonte