comunismo, Patriottismo

L’ultimo cittadino sovietico

Il 26 dicembre 1991 Sergei Krikalev scoprì insieme a milioni di propri connazionali che lo stato in cui era nato non esisteva più. A differenza di tutti gli altri, la notizia della dissoluzione dell’Unione Sovietica lo raggiunse mentre si trovava lontano dalla Terra, in orbita sulla stazione spaziale MIR, il più importante avamposto orbitale dell’epoca fatto costruire proprio dal governo sovietico.

Krikalev aveva iniziato la propria carriera da cosmonauta nella seconda metà degli anni Ottanta quando la cosiddetta “corsa allo Spazio” tra Stati Uniti e Unione Sovietica sembrava essersi ormai esaurita. I sovietici avevano eccelso subito nel secondo dopoguerra, portando in orbita il primo satellite, il primo essere vivente(ila cagnolina Laika), il primo essere umano, ma avevano poi perso via via terreno nei confronti degli statunitensi, con le loro missioni lunari del programma Apollo.

La MIR (che in russo significa sia “mondo” sia “pace”) era probabilmente il risultato più importante della tecnologia spaziale sovietica. La sua costruzione in orbita era iniziata nel 1986 e avrebbe richiesto una decina di anni per essere completata. L’idea era di avere una base orbitale dove si potessero effettuare esperimenti e verificare gli effetti della vita nello Spazio sugli equipaggi, anche nel corso di missioni di lunga durata.

Krikalev aveva raggiunto per la prima volta la MIR nel 1988 ed era rimasto a bordo della stazione per cinque mesi circa, il tempo massimo previsto dall’addestramento. Tre anni dopo, il 19 maggio 1991, era partito per una nuova missione che sarebbe diventata la più lunga e memorabile della sua vita.

Il golpe fu per noi inaspettato. Non capivamo cosa stesse accadendo. E quando discutevamo dell’accaduto tra di noi, cercavamo di realizzare come tutto questo avrebbe influito sul settore spaziale

A poco meno di un mese dal suo arrivo in orbita, Krikalev ebbe notizia di un nuovo segno di sfaldamento dell’Unione Sovietica. Oltre alle prime elezioni presidenziali della Russia, nella città dove era nato, Leningrado, era stato indetto un referendum per adottare nuovamente il nome San Pietroburgo. La decisione era stata approvata e a settembre la città aveva assunto il proprio antico nome, dopo essere stata Leningrado dal 1924 e prima ancora Pietrogrado.

A guardare la Terra da 400 chilometri di distanza, a Krikalev non doveva apparire così drastico il cambiamento: la Russia e gli altri territori erano uguali a prima. Del resto dallo Spazio non si vedono i confini, ma col passare dei giorni nell’autunno si iniziò a capire che i problemi economici e di stabilità politica sul pianeta avrebbero interessato anche gli equipaggi della MIR.

Durante quella fase tumultuosa la stazione spaziale doveva essere presidiata e a Krikalev fu chiesto di estendere la propria permanenza a bordo, perché era l’unico dei quattro sulla stazione in quel momento ad avere ricevuto una preparazione adeguata per missioni orbitali di lunga durata.

Totkar Aubakirov, un cosmonauta russo, e il primo astronauta austriaco, Franz Viehböck, lasciarono la MIR e tornarono sulla Terra a inizio ottobre del 1991, lasciandosi alle spalle Krikalev e il suo collega Alexander Volkov, che aveva raggiunto la stazione spaziale in una missione successiva rispetto a quella di Krikalev quando ormai informalmente l’URSS era già finita.

Dopo la formazione della Comunità degli stati indipendenti, il 26 dicembre 1991 l’Unione Sovietica fu infine sciolta formalmente e il primo gennaio del 1992 la Russia ufficializzò la propria indipendenza, segnando la fine vera e propria dell’URSS e di tutte le sue principali attività, compreso il programma spaziale di cui facevano parte Krikalev e Volkov. I due cosmonauti non erano più sovietici, ma non sapevano come e quando sarebbe finita la loro missione spaziale. I giorni intanto passavano e Krikalev aveva ormai trascorso circa otto mesi in orbita, rispetto ai cinque inizialmente previsti

Krikalev e Volkov sarebbero potuti tornare sulla Terra utilizzando una capsula spaziale Soyuz attraccata alla MIR, ma questo avrebbe comportato abbandonare la stazione e lasciarla sguarnita senza equipaggio, compromettendone con ogni probabilità il futuro. Trascorsero ancora diversi mesi prima che la Russia trovasse risorse e capacità per riattivare i viaggi verso e dalla MIR.

Alla fine di marzo del 1992, dopo 311 giorni in orbita, Krikalev poté infine tornare sulla Terra insieme a Volkov, lasciando il posto a un nuovo equipaggio. Una volta rientrato, fu insignito del più alto titolo onorifico concesso dalla Russia, quello di “Eroe della Federazione Russa”, per non avere abbandonato la MIR. Krikalev tornò nello Spazio per altre missioni e fu anche il primo russo a entrare nella Stazione Spaziale Internazionale.

Ci chiedevo spesso se avrei avuto la forza di sopravvivere per completare il programma. E non di rado dubitavo


Vincent J. Schodolski del Chicago Tribune raccontò così il ritorno a case del compagno Krikalev

26 marzo 1992
Dieci mesi dopo essere schizzato nello spazio da un paese chiamato Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, l’ingegnere di volo Krikalev è tornato finalmente sulla Terra mercoledì. È atterrato nelle sterili steppe di un luogo chiamata il Commonwealth degli Stati Indipendenti, un luogo che nessuno sulla Terra – o persino nei cieli – aveva mai sognato al suo decollo.

Krikalev, la cui manica uniforme portava ancora le lettere ” URSS ” e la bandiera rossa sovietica, ha ricevuto dei sali e appariva un po’ stordito mentre si adeguava alla gravità dopo 313 giorni nello spazio, sebbene un servizio televisivo ha affermato in seguito che si sentiva “meravigliosamente.”

Il cosmonauta di 33 anni la cui missione di cinque mesi si è trasformata in una maratona di 10 mesi perché il governo non poteva permettersi di lanciare una nave per riportarlo indietro, lo sfortunato viaggiatore galattico che è stato soprannominato “la vittima dello spazio” dalla stampa, la persona che non riusciva nemmeno ad avere un po’ di miele, è finalmente a casa.

Casa?

Quando se ne andò, Mikhail Gorbachev era al comando. Ora che è tornato, non è del tutto chiaro chi gestisce gli affari. Quando Krikalev se ne è andato, lui e Volkov erano cittadini dello stesso paese. Mentre erano via, Volkov divenne uno straniero, mentre la sua nativa Ucraina emergeva come nazione indipendente. Quando ha dato il bacio d’addio alla moglie e alla figlia di 2 anni, quasi un anno fa, Krikalev era a casa in una città chiamata Leningrado. La sua casa è ancora lì, ma ora è a San Pietroburgo. Quando se ne andò, c’era ancora un Partito Comunista Sovietico. Non più. C’era un giornale chiamato Pravda. Ha chiuso i battenti. Quando decollò, 30 dei rubli guadagnati avrebbero comprato un dollaro. Adesso ce ne vogliono 120. Quando se ne andò, lo stipendio mensile di 600 rubli di Krikalev era buono, come si addice a uno scienziato altamente qualificato. Ora un autista di autobus guadagna più del doppio.

E questa è solo una parte.

Il potente programma spaziale sovietico a cui Krikalev ha dedicato la sua vita è in crisi. I funzionari incaricati di mantenere il programma spaziale solvente, cercando modi per raccogliere fondi, hanno avuto l’idea di vendere le stazioni Mir e la tecnologia per costruirle ad altri Paesi. Ma il messaggio fu confuso mentre viaggiava fino a Krikalev e Volkov. Pensarono significasse che la loro nave era in vendita e la coppia dovette essere rapidamente rassicurata che non erano all’asta. Krikalev ha incontrato uno dei segni del successo degli uomini di bilancio nella persona di Klaus-Dietrich Flade, un cosmonauta tedesco che ha volato a bordo della nave che alla fine ha salvato Krikalev. Il governo tedesco ha pagato $24 milioni per il suo biglietto.

In tutto questo, Krikalev è apparso stoico, a volte quasi divertito da tutto il clamore in basso. La scorsa settimana, un radioamatore australiano ha contattato la stazione Mir e l’Australian Associated Press ha chiesto a Krikalev come avrebbe pianificato di adattarsi dopo il rientro.

“Per capire tutto e abituarsi ad esso, è necessario tornare e tuffarsi nella vita”, ha detto.

Giorni prima di fare quel grande tuffo, Krikalev ha fatto sembrare tutto semplice durante una conferenza stampa trasmessa dal Mir ” Ho vissuto sul territorio della Russia mentre le repubbliche erano unite nell’Unione Sovietica”, ha detto stoicamente pochi giorni fa. ”Ora torno in Russia, che è unita nel Commonwealth degli Stati Indipendenti. Il cambiamento non è così drastico.

Ancora oggi Krikalev lavora per il programma spaziale russo e fu tra i sostenitori della necessità di salvare la MIR, quando circolarono le prime proposte di abbandonarla perché ormai datata e troppo costosa da mantenere. La stazione fu abbandonata e fatta distruggere nell’atmosfera con un rientro controllato sopra l’oceano Pacifico meridionale il 23 marzo 2001. Fu l’ultimo occupante sovietico della MIR e il primo russo ad abbandonarla.

L’ultimo cittadino sovietico

COSMONAUT CATCHES UP TO RUSSIAN REVOLUTION

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Repubblica Socialista Sovietica Ucraina

“La conseguenza più importante per la causa nazionale ucraina delle trasformazioni avvenute tra il 1917 e il 1921 fu la nascita di una Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina al momento della costituzione nel 1922 di un nuovo Stato plurinazionale di carattere federale, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Urss).

La nuova compagine statale organizzava il territorio sulla base del principio nazionale, identificato su base linguistica, come criterio di definizione delle repubbliche che formavano l’Unione (alla sua fondazione esse erano Russia – a sua volta costituita come repubblica federale – Ucraina, Bielorussia e Transcaucasia). Seguirono le politiche di indigenizzazione, volte a sostenere il gruppo etnico titolare delle varie repubbliche, che hanno fatto parlare Terry Martin di «Soviet Affirmative Action Empire».

Il potere bolscevico, oltre a connettere il principio nazionale a un territorio, favoriva anche la formazione di una classe dirigente locale nonché la diffusione della cultura nazionale.

La carta mostra l’evoluzione cronologica dello Stato ucraino, fra il 1917 (Repubblica ucraina di Kiev) e il 1954 (regalo della Crimea da parte del segretario sovietico Krushev).

Con la nascita dell’Urss venne costituita nel 1922 la Repubblica socialista sovietica ucraina (verde chiaro). Seguirono varie annessioni territoriali: dalla Polonia (verde scuro), dalla Romania (rosso e arancione), dalla Cecoslovacchia (azzurro chiaro).

La porzione gialla e grigia invece, pur se ucraina nel 1922, venne trasferita alla Russia nel 1924.

L’Unione Sovietica è crollata vent’anni fa, ma c’è ancora qualcuno che la rimpiange. Almeno in Ucraina, Paese spaccato, diviso tra est e ovest, bloccato ancora dopo decenni dall’indipendenza da Mosca, arrivata dopo il golpe di agosto nel 1991, tra un passato che non passa e un futuro incerto.

In Ucraina c’è ancora tanta gente che si guarda indietro e pensa che tutto sommato quando c’era l’Urss non si stava poi così tanto male. Secondo una ricerca parallela dell’istituto ucraino Rating e del russo Levada, infatti, quasi un ucraino su due (il 46%) rimpiange la vecchia Urss e circa il 70% di questi nostalgici ritiene che la dissoluzione dell’impero sovietico fosse evitabile.

Le differenze regionali sono evidenti: è soprattutto nei territori dell’est (55%) e del sud (58%) che la sparizione dell’Unione Sovietica è vista in negativo. Le punte massime si ritrovano nella regione del Donbass (65%), mentre all’ovest sono in pochi a lamentarsi dell’indipendenza da Mosca (18%). Il motivo di queste differenze è chiaro, dato che zone come il Donbass o la Crimea si sono sviluppate con gli zar e l’industrializzazione sovietica, l’etnia predominante è sempre stata qui quella russa, mentre regioni come la Galizia sono state per secoli sotto polacchi o austriaci e hanno una cultura, una tradizione (e anche una religione) essenzialmente diversa, più occidentale.

A Sebastopoli si sentono insomma più vicini a Mosca che non a Bruxelles, a Leopoli accade invece il contrario. Ma le differenze più rilevanti sono forse quelle relative all’età: sono i pensionati (69%) quelli che versano più lacrime per la scomparsa dell’Urss, mentre i giovani ventenni nati dopo il crollo del comunismo (19%) mostrano poco interesse per il passato. Cosa normale, all’est come all’ovest. I ragazzi ucraini di oggi guardano al futuro, come è giusto che sia.

Esibizione per il “300° anniversario dell’unificazione di Russia e Ucraina”, Kiev, 1954

Per secoli Russia e Ucraina sono state due parti di un tutto; per questo ancora oggi russi e ucraini si definiscono “fratelli”. Nell’antica cronaca russa “Повесть временных лет” (Povest’ vremennych let, “Cronache dei tempi passati”), Kiev viene definita la “madre delle città russe”: una frase molto ricorrente ancora oggi.

Nel 1954 in URSS venne organizzata una grandissima manifestazione per commemorare il “300° anniversario dell’unificazione di Russia e Ucraina”, un evento che si svolse nel 1654, quando l’etmano dell’esercito cosacco di Zaporozhe, Bogdan Khmeknitskij, richiese un incarico allo zar Aleksej Mikhailovich Romanov (padre di Pietro I). 

L’architettura urbana

In molte città dell’Ucraina sono ben visibili ancora oggi i tratti tipici dell’architettura sovietica: lo stile impero, le khrushchevki, i monumenti a Lenin (in gran parte demoliti con il processo di “desovietizzazione”).

Nonostante ciò, è facile restare incantati davanti alla diversità di paesaggi e stili architettonici che si incontrano nelle diverse parti del paese: la Crimea ha ospitato le residenze estive degli zar, riconvertite in sanatori e centri estivi giovanili durante l’epoca sovietica; la parte occidentale dell’Ucraina ricorda invece la vecchia Europa: nella città di Lvov sono stati girati numerosi film in stile “europeo”; per non parlare di Odessa, una città costruita dagli europei, che in qualche modo ricorda San Pietroburgo.

Khreshchatyk, la via centrale di Kiev, 1979
Khreshchatyk, la via centrale di Kiev, 1979

Il “granaio d’Europa”

L’Ucraina è caratterizzata in buona parte da un terreno molto adatto all’agricoltura. Il clima mite, poi, favorisce la coltivazione di cereali, frutta, angurie e uva. Una ricchezza da sempre “invidiata” dagli abitanti delle altre regioni dell’URSS prima, e della Russia poi. E non di rado le famiglie inviavano pacchi pieni di albicocche e meloni ai parenti che si erano trasferiti a vivere in zone meno ospitali del paese.

Qui si producevano farina, pane, latticini per tutto il paese, e venivano esportate frutta e verdura fresche; abbastanza fiorente anche l’industria vinicola, oltre agli impianti per la lavorazione dello zucchero.

Donne al mercato nella città di Kharkov, 1958-1959
Un mercato ortofrutticolo in una via della città di Eupatoria, in Crimea, 1979

Il benessere

Nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, la gente aveva sia la possibilità di concedersi una vacanza, sia di curarsi in uno dei tanti centri benessere. Sulle rive del Mar Nero (in Crimea, a Odessa e a Kherson) vi erano vari sanatori e centri per la cura della persona. In Crimea era inoltre possibile godersi delle escursioni in montagna e andare a sciare sui Carpazi.

Spiaggia nella città di Yalta, 1969


Sanatorio “Ucraina”, Crimea, 1959

In prima linea

Negli anni del Secondo conflitto mondiale, l’Ucraina si ritrovò al centro degli scontri. Tra il 1941 e il 1942 le truppe tedesche occuparono quasi tutto il territorio, rinchiusero gli ebrei in un ghetto e realizzarono esecuzioni di massa. Il fossato Babij Yar è tristemente noto per essere un sito di massacri, dove trovarono la morte più di 100.000 persone. L’Ucraina venne liberata dall’Armata Rossa nel 1943-1944, ma i danni furono enormi: moltissime le città e i villaggi completamente distrutti. Tra gli eroi ucraini non possiamo non ricordare Oleksiy Berest era uno di coloro, che hanno issato la bandiera sovietica al palazzo di Reichstag a Berlino

L’industria

Dall’estrazione mineraria a quella del carbone, dall’energia alla metallurgia… Si tratta di un elenco puramente parziale del grande complesso industriale presente nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. In epoca sovietica le fabbriche e le miniere lavoravano a ritmi serrati. 

Il porto di Odessa, 1958

Ucraina, nostalgia di Urss

Com’era la vita nell’Ucraina sovietica?

L’Ucraina fra Urss e indipendenza

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Fuga per la vittoria: la storia vera che ha ispirato il film

IL FILM

Ricordate fuga per la vittoria? Il film con la rovesciata di Pelè, sicuramente la più famosa della storia del cinema?
Probabilmente è stato uno dei film a tema calcistico meglio riusciti di sempre, con un cast particolare (si andava da Sylvester Stallone a Pelè, passando per Bobby Moore e Max von Sydow) ed una storia senza dubbio coinvolgente.

Per rinfrescare la memoria lo riassumo molto molto velocemente.
Se avete visto il film potete andare oltre, se non vi piacciono gli spoiler anche, però devo farlo, altrimenti tutto quello che verrà detto dopo avrebbe meno senso.
Allora, durante una visita in un campo di concentramento un ex calciatore tedesco, ora maggiore dell’esercito nazista, incontra un suo ex collega inglese. Tra i due c’è rispetto ed il tedesco propone di organizzare una partita di calcio tra tedeschi e prigionieri alleati.
Nonostante l’iniziale ritrosia dei prigionieri alla fine si decide di giocare la partita anche perché ci si rende conto che potrebbe diventare un ottimo modo per far fuggire i giocatori impegnati nell’incontro. Il piano infatti è abbastanza facile, tra primo e secondo tempo i giocatori fuggiranno attraverso la rete fognaria degli spogliatoi.
La partita inizia, gli spalti sono pieni di civili francesi e di tedeschi in armi e uniforme, l’arbitro ha paura e sorvola sulle scorrettezze dei nazisti che chiudono il primo tempo in vantaggio 4-1.
Si va negli spogliatoi e dovrebbe scattare il piano per la fuga, ma i giocatori decidono di non farlo, rimontare è una questione di orgoglio ed è più importante della vita.
Si torna in campo e, siccome si tratta di un film, la squadra di prigionieri segna il secondo e il terzo goal, poi Pelè pareggia su rovesciata.
All’ultimo minuto però l’arbitro assegna un rigore ai nazisti, il portiere riesce a pararlo e nelle gradinate accade l’inverosimile: il pubblico invade il campo e porta via i giocatori alleati in un tripudio festante, riuscendo, quindi, a farli fuggire.
Sicuramente tutto molto bello ed orchestrato alla perfezione.
Bene, se digitate “Fuga per la vittoria” in un qualsiasi motore di ricerca scoprirete che il film è liberamente tratto da una storia vera, la cosiddetta “partita della morte“.

La storia

I ragazzi della Start

Dopo che soldati tedeschi invasero l’Unione Sovietica nel 1941, il governo di Adolf Hitler non volle mostrarsi crudele agli occhi della popolazione e creò una serie di eventi culturali e sportivi per dare l’illusione di una prosperosa condizione di vita sotto l’occupazione tedesca. Il calcio era uno sport estremamente popolare nell’Europa dell’Est e una delle squadre più note e di successo era la Dynamo Kiev, ma con l’invasione il campionato fu sospeso e i giocatori furono spediti nei campi di prigionia.
Nel 1942, il portiere Mykola Trusevych fu rilasciato e trovò lavoro come panettiere. Il suo datore di lavoro era un appassionato di calcio e lo aiutò a rintracciare alcuni dei suoi ex compagni di squadra. Ne trovò otto. Con altri tre giocatori della squadra un tempo rivale, la Lokomotiv Kiev, fondò una piccola squadra militare con il nome di F.C. Start.

Dovevano essere la cenerentola del torneo. Lavoravano duramente tutto il giorno, erano malnutriti e in condizioni atletiche disastrose. Non avevano nemmeno le maglie. Ma la leggenda narra che pochi giorni prima dell’inizio del torneo, Trusevich e Putistin (altro veterano della Dynamo del ’36), rovistando in un magazzino abbandonato, trovarono delle divise di calcio in condizioni quasi perfette.

Colore della maglia: Rosso. Nero per il portiere. Quello era l’abbinamento anche della nazionale di calcio sovietica. E l’idea che a tutti ronzava da un po’ nella testa, si concretizzò: non potevano più combattere con le armi, avrebbero combattuto con il pallone.

7 giugno, Kiev, Stadio della Repubblica (l’attuale stadio Olimpico di Kiev): La Start gioca contro la Ruch, la squadra dei collaborazionisti. Risultato finale: 7-2. Esordio con il botto. La notizia fa subito rumore, i tedeschi spostano le partite nel più piccolo stadio Zenit per evitare assembramenti.

Lo Zenit viene subito battezzato: 6-2 sugli ungheresi. Pochi giorni dopo, è la volta della squadra rumena: 11-0. La popolazione mormora, va allo stadio e festeggia le vittorie di una squadra che ha i colori della bandiera nazionale. Bisogna stroncarli.

Il 17 luglio tocca alla squadra tedesca. È già programmata per il 19 la partita con l’altra squadra ungherese. L’idea è di triturarli subito e poi infierire due giorni dopo. Niente va come previsto dai nazisti, nonostante minacce e arbitraggi a favore: 6-0 prima, 5-1 poi. Ci s’inventa allora la ripetizione della partita contro gli ungheresi. Trusevich e compagni sono alla terza partita in quattro giorni, ma la spuntano ancora: 3-2.

È indispensabile che la Start venga sconfitta. Con qualunque mezzo, in qualunque occasione, ma sul campo. Fucilarli e basta vorrebbe dire farne dei martiri. Allora i tedeschi si giocano l’ultima arma: mandano a giocare a Kiev la Flakelf, la squadra della Luftwaffe, formata in buona parte da calciatori professionisti. Fuori da ogni regola, si decide che sarà una doppia finale tra la Start e la Flakelf servirà a stabilire il vincitore del torneo.

6 agosto, Kiev, Stadio Zenit, finale di andata: Mentre Stalin dà il comando “Non un passo indietro!”, la Start batte la Flakelf 5-1. È come offrire il collo al boia.

In fretta e furia i tedeschi vanno a richiamare da tutto il fronte orientale i migliori calciatori che combattono per loro. Mettono un SS ad arbitrare. Organizzano tre giorni di fanfare per ricordare a tutti che il Flakerf vincerà.

9 agosto: l’arbitro va nello spogliatoio della Start e ricorda che è obbligatorio il saluto nazista prima del fischio d’inizio. Ma una volta in campo, dopo che i tedeschi si sono esibiti nel loro “Heil Hitler!”, i sovietici, a capo chino, pensano un attimo. E subito dopo all’unisono gridano “Fitzcult Hura!”. Significa “viva la cultura fisica!”, era il motto tradizionale degli atleti sovietici(Tra l’altro, Hurà era anche il grido di combattimento dei soldati dell’Armata Rossa quando andavano all’assalto, e molti Tedeschi lì presenti lo avevano già sentito bene in battaglia). Ennesimo affronto. Pagato caro da subito.

Dopo un inizio violento e provocatorio da parte dei tedeschi, l’orgoglio, sportivo e patriottico, prevale.
E così punizione, tiro del centravanti Kuzmenko dai 30 metri, gol. Pareggio. Goncharenko, il numero 10 della squadra, parte in serpentina. Gol. 2-1. Ancora, cross dentro, semirovesciata di Goncharenko. Gol. 3-1. Fine del primo tempo.

Un ufficiale delle SS scese negli spogliatoi della Start per provare a convincere i calciatori a perdere.
“Siamo veramente impressionati dalla vostra abilità calcistica e abbiamo ammirato il vostro gioco del primo tempo. Ora però dovete capire che non potete sperare di vincere. Prima di tornare in campo, prendetevi un minuto per pensare alle conseguenze”

La Start rientrò in campo pensando alle parole sentite all’intervallo e in poco tempo subì due reti. I giocatori si guardarono e capirono che giocare a calcio e vincere di fronte ai propri tifosi avrebbe dato loro la speranza di resistere e così decisero di giocare alla loro maniera: la Start tornò in vantaggio e fissò il risultato sul 5-3.

Poco prima del fischio finale Klymenko partì dalla propria metà campo con la palla al piede, scartò tutti i giocatori della Flakelf compreso il portiere, fermò la palla sulla linea e la calciò a centrocampo. Sentitosi umiliati, poco dopo la fine della partita, i tedeschi arrestarono i giocatori della Start.

Il primo ad essere arrestato, torturato dalla Gestapo e ucciso sarebbe stato Nikolai Korotkikh, era molto probabilmente un appartenente al servizio segreto sovietico e i tedeschi sarebbero riusciti ad individuare la sua vera identità, gli altri giocatori invece, ad eccezione di Goncharenko e Svirdovsky, vennero invece deportati nel campo di concentramento di Syrec, poco fuori Kiev, amministrato dal feroce Paul von Radomsky, Obersturmbahnführer delle SS.

Anche gli altri giocatori subirono le torture della Gestapo, prima di essere deportati nel campo di concentramento di Syrec, poco fuori Kiev, amministrato dal feroce Paul von Radomsky, Obersturmbahnführer delle SS.

La mattina del 24 febbraio 1943 Radomsky ordinò una rappresaglia per un tentato attacco incendiario al campo.
I prigionieri vennero disposti in fila: una persona ogni tre veniva colpita alla testa col calcio del fucile e freddata con una pallottola alla nuca. Ivan Kuzmenko, il gigante dell’attacco della Start, fu colpito in mezzo alle scapole dal calcio del fucile, vacillò e, benché stremato dalla fame e dalla fatica, rimase in piedi. Resistette a diversi colpi, prima di accasciarsi al suolo e ricevere il proprio proiettile.

Aleksey Klimenko, il minuto difensore che aveva umiliato il Flakelf sul finire della partita, crollò immediatamente a terra e fu finito da una pallottola dietro l’orecchio.

Nikolai Trusevich, il portiere, sentì i passi delle SS fermarsi alle sue spalle. Si preparò a ricevere il colpo, ma finì ugualmente per terra. Si rialzò, con tutta l’agilità che l’aveva reso il miglior portiere dell’Unione Sovietica e, mentre la guardia apriva il fuoco, urlò: «Krasny sport ne umriot!», «Lo sport rosso non morirà mai». Morì nella sua divisa da gioco nera e rossa, l’unico indumento caldo che possedeva, colpito da una raffica di mitra.

Nel 1981 lo stadio Zenit fu ribattezzato stadio Start. Un monumento si trova all’ingresso dello stadio per ricordare la squadra. Sulla destra, ora campeggia una targa con dedica: “A uno che se la merita”. Dedicato a Makar Goncharenko, morto a Kiev nel 1997, autore di una doppietta nel 5-3 nella partita della morte


“FUGA PER LA VITTORIA” E “PARTITA DELLA MORTE”, LA VERITÀ DIETRO LA LEGGENDA

Fuga per la vittoria: la storia vera che ha ispirato il film con Sylvester Stallone, Michael Caine e Pelé

LA “PARTITA DELLA MORTE” della START FC

La vera storia della partita della morte

LA PARTITA DELLA MORTE. LA LEGGENDA DELLA START

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Zinaida Portnova, la vedova nera sovietica

A 16 anni, Zinaida Portnova si unì a un gruppo di giovani combattenti della resistenza conosciuti come i Giovani Vendicatori.

Zinaida Portnova è nata il 20 febbraio 1926 nella città di Leningrado. Era la figlia maggiore di una famiglia operaia bielorussa il padre lavorava in uno stabilimento industriale locale e la sorella minore, Galya, aveva otto anni meno di lei.

Nell’estate del 1941, la seconda sorella e suo fratello minore furono mandati a vivere con la nonna nel villaggio di Zui, situato vicino alla città di Obol, nel nord della Bielorussia. Questo avvenne proprio all’inizio dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica nota come Operazione Barbarossa.

A partire dal 22 giugno 1941, le forze tedesche avanzarono di 200 miglia nel territorio sovietico in una sola settimana e, in pochi mesi, 2.5 milioni di soldati sovietici persero la vita. La giovane Zinaida Portnova si trovò faccia a faccia con le truppe naziste quando la loro avanzata raggiunse Obol.

Secondo il libro Heroines of the Soviet Union 1941–45 di Henry Sakaida, quando i soldati nazisti cercarono di confiscare il bestiame della loro famiglia, litigarono con la nonna di Portnova e la picchiarono. In quel momento, la guerra divenne personale per l’adolescente, che iniziò a disprezzare i tedeschi.

Presto in Bielorussia iniziò a prendere forma un movimento clandestino di resistenza contro i nazisti. Un anno dopo l’invasione nazista di Obol, Zinaida Portnova si unì al braccio giovanile della resistenza clandestina. Erano ufficialmente chiamati Lega dei Giovani Comunisti Leninisti, ma erano meglio conosciuti come i Giovani Vendicatori.

I Giovani Vendicatori erano un’organizzazione politica guidata da giovani indipendenti dal Partito Comunista Sovietico, sebbene fosse spesso descritta come la divisione giovanile del partito. Dopo essersi unita, Portnova, allora 16enne, divenne rapidamente una risorsa preziosa per la resistenza.

Iniziò la sua attività nella resistenza distribuendo volantini di propaganda sovietica nella Bielorussia occupata dai tedeschi e svolgendo missioni segrete, incluso il furto di armi tedesche per i soldati sovietici e lo spionaggio.
Ma quello era solo l’inizio; una volta imparato a maneggiare le armi, Zinaida Portnova è stata coinvolta in operazioni di sabotaggio contro i nazisti.

Insieme ai suoi compagni, Portnova fu responsabile degli attacchi effettuati in numerosi luoghi in cui i nazisti si radunavano, completando con successo missioni di sabotaggio contro una centrale elettrica locale, una pompa di benzina e una fabbrica di mattoni.

Busta affrancata illustrata dell’Unione Sovietica del 1978 con Zinaida Portnova.

Zinaida Portnova uccise molti soldati nazisti durante il suo periodo come combattente della resistenza. Nell’agosto del 1943 compì una delle sue operazioni più leggendarie in cui si infiltrò in una guarnigione tedesca e avvelenò i soldati.

Si presentò come assistente di cucina e riuscì ad infiltrarsi nella cucina che riforniva la guarnigione nazista locale a Obol. Mentre preparava i pasti per i soldati, Portnova li avvelenò facendo ammalare molti dei soldati, alcuni addirittura morirono.

Da giovane sovietica che lavorava nella cucina dei nazisti, fu immediatamente sospettata di essere la colpevole dell’avvelenamento di massa, ma Portnova finse abilmente l’innocenza. Per dimostrare di non aver avvelenato il cibo, diede un morso il cibo che aveva cucinato. Portnova, fuggì rapidamente a casa di sua nonna dove si curò con grandi quantità di siero di latte per contrastare il veleno nel suo corpo.

Alcuni giori dopo la sua fuga i tedeschi iniziarono a cercarla e Zinaida Portnova diventò una fuggitiva. Per evitare di essere scoperta, Portnova si unì a un distaccamento partigiano intitolato a Kliment Voroshilov, un importante ufficiale militare e politico sovietico durante il governo di Stalin.

Mesi dopo scrisse ai suoi genitori una lettera, dicendo: “Mamma, ora sono in un distaccamento partigiano. Insieme a loro sconfiggeremo gli invasori nazisti”.

Un monumento a Zinaida Portnova in un ex campo di pionieri vicino a Togliatti, Russia.

Nel 1944 Zinaida Portnova fu inviata in missione di ricognizione nella guarnigione da cui era fuggita di recente. L’obiettivo della spia adolescente era infiltrarsi ancora una volta nel campo nazista e stabilire la causa dietro una missione di sabotaggio fallita. Sfortunatamente, venne trovata dalla polizia locale e catturata.

Dopo essere stata consegnata ai nazisti, Portnova sapeva che la sua unica possibilità di sopravvivenza era quella di scappare. In un disperato tentativo di fuggire, Portnova ha afferrato una pistola che era sulla scrivania durante il suo interrogatorio e ha sparato al suo interrogatore della Gestapo, poi ha sparato ad altre due guardie naziste mentre fuggiva dal campo.

Portnova corse rapidamente nel bosco vicino alla guarnigione, ma purtroppo per la giovane combattente della resistenza arrivò la fine. I nazisti la trovarono lungo un fiume vicino e la portarono a Goryany, dove fu interrogata e brutalmente torturata. Successivamente, portarono Zinaida Portnova nella foresta, dove venne giustiziata da un colpo di pistola, a circa un mese dal suo 18esimo compleanno.

Zinaida Portnova ha contribuito così tanto durante il suo periodo come parte della resistenza sovietica che il 1 luglio 1958 Portnova è stata insignita postuma del titolo di “Eroe dell’Unione Sovietica”, rendendola la donna più giovane mai insignita del più alto onore dell’Unione Sovietica. In seguito fu insignita anche dell’Ordine di Lenin.

Decenni dopo la sua morte per mano dei nazisti, il nome dell’adolescente è ancora venerato da molti; targhe e monumenti in suo onore si possono trovare in numerose città russe, inclusa la città di Minsk, e molti dei gruppi di Giovani pionieri russi sono stati nominati in suo onore.

Alla sua morte, si unirono alla resistenza altre coraggiose donne sovietiche in seguito onorate per il loro servizio, come Mariya Oktyabrskaya, Roza Shanina e Lepa Radić.

Zinaida Portnova: The Teenage Partisan Who Became A Soviet Hero During World War II

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Repubblica Socialista Sovietica Kazaka

Fondata il 26 agosto 1920, inizialmente era chiamata RSSA Kirghiza, faceva parte della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Il quinto Congresso pan-kirghiso dei Soviet nell’aprile 1925 ribattezzò l’RSSA Kirghiza, in l’RSSA kazako (o Kazakistan).
Nel maggio 1927 la capitale della repubblica fu trasferita ad Alma-Ata.
Nell’agosto 1928, tutte le province dell’l’RSSA kazaka furono liquidate e il suo territorio fu diviso in 13 distretti.
Nel marzo 1932, il territorio della repubblica fu diviso in sei grandi regioni.
Nel dicembre 1934, una piccola area nel nord-ovest della repubblica fu trasferita nella neonata regione di Orenburg. Con l’adozione della nuova costituzione dell’URSS il 5 dicembre 1936, lo status dell’RSSA kazako fu elevato a Repubblica Socialista Sovietica Kazaka.

Confini
Nel 1932, a ovest, confinava con la regione del Basso Volga, a nord-ovest con la regione del Medio Volga, a nord con la regione degli Urali, a nord-est con la regione della Siberia occidentale, a sud con la Repubbliche Sovietiche dell’Asia centrale, nel sud-est con la Cina.

Economia e trasporti
Nel 1931 la produzione industriale rappresentava il 36,8% del prodotto lordo del paese, l’industrializzazione crebbe velocemente grazie al socialismo basti pensare che nel periodo 1927-1928 era del 18,4%.
Nel 1931 c’erano più di 40 milioni di ettari di seminativi, 10 milioni di ettari di campi da fieno, 95 milioni di ettari di pascolo e 40 milioni di ettari di pascolo.
All’inizio del primo piano quinquennale, il Kazakistan ha prodotto il 10% dei raccolti (principalmente grano) di tutta l’URSS. Nel 1932 furono collettivizzati il ​​66% delle aziende agricole e l’85,6% della superficie seminata (nel 1928 la collettivizzazione copriva il 4% delle aziende agricole), e furono organizzate circa 300 aziende demaniali, di cui la maggior parte si occupavano di allevamento di bestiame. All’inizio del 1933 furono creati 75 MTS e 160 MSS (stazioni di falciatura su binari trainati da cavalli) e 5 MSS con trattori.
La lunghezza delle ferrovie nel 1932 era di 5.474 km (3.241 nel 1927).

Sistema politico
Il Kazakistan è uno stato socialista di operai e contadini, una repubblica socialista sovietica che fa parte dell’URSS. L’attuale costituzione dell’SSR kazako è stata approvata dal 10° Congresso straordinario dei Soviet dell’RSS kazako il 26 marzo 1937. L’organo supremo del potere statale è il Soviet supremo unicamerale dell’RSS kazako, eletto per 4 anni al ritmo: 1 deputato ogni 27mila abitanti. Nel periodo tra le sessioni del Soviet Supremo, l’organo supremo del potere statale è il Presidium del Soviet Supremo della RSS kazaka. Il Consiglio Supremo forma il governo della repubblica – il Consiglio dei ministri, adotta le leggi dell’RSS kazako, ecc.
Le autorità locali nelle regioni, distretti, città sono i corrispondenti Soviet dei deputati dei lavoratori, eletti dalla popolazione per un mandato di 2 anni. Nel Consiglio delle nazionalità del Soviet supremo dell’URSS, l’RSS kazako è rappresentato da 32 deputati. Il più alto organo giudiziario del Kazakistan, la Corte Suprema della Repubblica, eletta dal suo Soviet Supremo per un periodo di 5 anni, opera in due collegi giudiziari (per le cause civili e penali) e un plenum. Viene inoltre costituito il Presidium della Corte Suprema. Il procuratore dell’RSS kazako è nominato dal procuratore generale dell’URSS per un periodo di 5 anni.

Il periodo sovietico nella storia del Kazakhstan e del popolo kazako è stata una straordinaria epoca di sviluppo industriale, agricolo e culturale. Per diversi decenni, e questo è un periodo ridottissimo sul piano storico, il nostro Paese è passato attraverso un rapido percorso da essere i confini coloniali dell’Impero russo, arretrato sotto tutti gli aspetti, alla sviluppata Repubblica Socialista Sovietica Kazaka. La nostra repubblica era terza in termini di PIL all’interno della superpotenza sovietica. Basti dire che il moderno Kazakhstan, dal punto di vista dei suo indicatori economici principali, non ha ancora raggiunto il livello della Repubblica Socialista Sovietica Kazaka del 1990, con l’eccezione del volume di esportazione di alcune materie prime. Il lascito del periodo sovietico è oggi il territorio della Repubblica, che occupa il 9° posto al mondo per estensione. Un territorio con alti livelli di cultura, scienza, salute e istruzione, agricoltura, metallurgia, petrolio, gas e industria mineraria. Tutta la moderna intelligentsia creativa, scientifica e tecnica si basa su uno strato sociale e professionale che deriva dalla potenza sovietica. La moderna indipendenza del Kazakhstan si basa sul lascito dell’era sovietica.

Alla dissoluzione dell’Urss, le élite locali sfruttarono la ricchezza di risorse naturali per avviare un processo di rapida privatizzazione. Le multinazionali straniere stabilirono così un controllo capillare sulla ricchezza del Paese

Il 25 ottobre del 1990 il Kazakistan proclamò la sua sovranità e si dichiarò indipendente dall’Unione Sovietica il 16 dicembre 1991, aderendo alla Comunità Stati Indipendenti (CSI). Il parlamento elesse lo stesso anno Nursultan Nazarbayev Presidente assoluto.

Il 2 marzo 1992 aderì all’ONU e nel maggio dello stesso anno divenne membro dell’UNESCO. Il 4 giugno 1992 adottò la nuova bandiera nazionale di colore celeste con un sole raggiante e un’aquila della steppa di colore giallo posti al centro. Fu alzata per la prima volta il 6 giugno.

Con la dissoluzione dell’Urss, le élite locali sfruttarono la ricchezza di risorse naturali per avviare un processo di rapida privatizzazione, basata su investimenti diretti esteri. Le multinazionali straniere stabilirono così un controllo capillare sulla ricchezza del Paese. Con il passare degli anni e con il progressivo accentramento del potere da parte del governo kazako, tuttavia, questa egemonia passò allo Stato, grazie a politiche governative che predilessero investimenti da parte di Russia e Cina e una gestione delle grandi imprese dell’energia fortemente statalizzata.

FORMAZIONE DELLA REPUBBLICA SOCIALISTA SOVIETICA AUTONOMA KAZAKA (KAZASSR). EDUCAZIONE DEL KAZAKO ASSR

Kazakistan – Un’intervista al dirigente comunista kazako Sultanbek Sultangaliev per comprendere meglio il contesto

IL NUOVO ANNO DEL KAZAKISTAN

KAZAKO SSR E LA STORIA DELLA SUA CREAZIONE

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Eritrea: La via africana al socialismo

La parola Eritrea deriva dal greco erythros, che significa rosso. L’Eritrea è oggi una macchia rossa nell’ Africa neocoloniale.

L’Eritrea è una democrazia popolare in cui le persone hanno accesso all’assistenza sanitaria, non rischiano la vita bevendo un bicchiere d’acqua, hanno lavoro, cibo, elettricità. Preferisco vivere in un paese del genere piuttosto che in un così chiamata democrazia come il Congo o l’Etiopia. E se, nonostante tutto, l’Eritrea è considerata una dittatura, io preferisco vivere di una dittatura come questa (Mohamed Hassan)

L’Eritrea ha sei milioni di abitanti, seicentomila nella capitale Asmara, continua a ispirarsi ai valori socialisti e può vantare, rispetto a molte altre nazioni africane, la solidità del sistema educativo e di quello sanitario. La totalità della popolazione dichiara e largamente pratica un proprio orientamento religioso, metà è sunnita, un terzo cristiano-copta, un decimo cattolica, i restanti protestanti e animisti. Ovunque si incontrano persone cordiali e aperte che rivendicano con orgoglio la battaglia per l’indipendenza, riconoscendo i meriti del tempo presente, auspicando nella maggioranza dei casi un futuro sul modello cinese, ovvero capace di coniugare il marxismo con lo sviluppo delle forze produttive.

L’agricoltura in molti casi di mera sussistenza attraverso la manioca e pochi altri prodotti, la pesca lungo la costa, la pastorizia e l’allevamento sono alla base dell’economia eritrea, per il resto molto deve essere importato, massimamente dall’Arabia Saudita, che si trova dall’altro lato del mar Rosso, esattamente antistante l’Eritrea. Il settore minerario sta iniziando ora a essere sfruttato, in cooperazione con la Cina Popolare.

Ad Asmara molti parlano italiano, anche per la presenza di un completo percorso di studi ancora operativo e molti palazzi sono stati edificati dagli italiani, massimamente nello stile popolare degli anni ’30 che oggi si può vedere a Roma nel quartiere della Tuscolana, per i colonizzatori era un insieme urbano chiuso e loro riservato, solo più tardi apertosi alla popolazione locale, massimamente con l’avvento del socialismo alla metà degli anni ’70, quando la quasi totalità degli oltre centomila italiani rimasti in Eritrea se ne sono andati per la loro evidente ostilità alle politiche di nazionalizzazione delle fabbriche e dei negozi praticata dal governo di Menghistu.

Dopo una guerriglia popolare di lunga durata sviluppatasi nell’arco di tre decenni  dal 1962 al 1991 condotta dal Fronte Popolare di Liberazione di matrice marxista  con a capo il compagno Isaias Afewerki  contro l’Etiopia, l’Eritrea è giunta all’indipendenza il 24 maggio 1993.

Il presidente della repubblica Afewerki e il governo rivoluzionario del Fronte Popolare per la Giustizia e la Democrazia (ex FPLE), hanno iniziato la costruzione della nuova Eritrea partendo da una ideologia nazionalista che pone al centro l’indipendenza nazionale combinata con la questione sociale fondata sull’uguaglianza, la partecipazione delle masse e l’emancipazione femminile (elemento quest’ultimo molto sentito nella vita del paese).

La storia della rivoluzione eritrea, pur nella sua indiscutibile originalità, presenta tratti in comune con altri paesi tanto che la nuova Eritrea viene definita a volte la “Cuba africana” per la struttura di governo e le istituzioni del potere; a volte il “Vietnam africano” per la pluridecennale lotta di liberazione nazionale; a volte la “Corea del nord africana” per la sua scelta di sviluppo auto centrato e il rifiuto di ogni ingerenza esterna ( rifiuto di accettare le ricette del FMI, della BM, e del la collaborazione delle ONG di dubbia lealtà verso il sistema politico scelto dal processo rivoluzionario forte di un vastissimo consenso popolare).

In poco più di vent’anni dalla dichiarazione di indipendenza sono state costruite case, scuole, ospedali, ambulatori nelle zone rurali, strade, ferrovie e ben 100 dighe e 800 pozzi che assicurano il bene prezioso dell’acqua in tutto il paese; è stato praticamente cancellato l’analfabetismo, attuata la riforma agraria ed eliminata la barbara usanza dell’infibulazione pesantemente sanzionata per legge.

Si tratta di un grande progetto di rinascita nazionale attento a decentrare la crescita in favore del resto del paese al fine di evitare un insostenibile flusso migratorio interno su Asmara, come invece succede in altre realtà del continente nero con l’unico risultato di creare immense megalopoli di disperati

Il modello di sviluppo scelto dal gruppo dirigente eritreo  è basato sulla valorizzazione delle risorse interne, sulla crescita economica ottenuta senza avere rapporti con le istituzioni del capitalismo internazionale e su una correttezza morale che sembra aver messo al bando ogni forma di corruzione.

Oggi possiamo registrare un notevole sviluppo economico del paese (parametrato ovviamente agli standard africani) con un incremento annuo del PIL oscillante tra IL 6% IL 7%.

Tale risultato è stato ottenuto anche grazie alla collaborazione degli alleati dell’Eritrea: la Cina, ove molti dirigenti eritrei, tra cui Afewerki, appresero la tecnica militare frequentando l’Accademia di Shangai, fornisce cemento, biciclette, pezzi di ricambio ed altre merci oltre alla modernizzazione del porto do Massaua (molti studenti eritrei studiano nel grande paese asiatico); Iran e Corea del Nord forniscono armi; Cuba – decine di medici operano nel paese; da rilevare anche le rimesse provenienti dalla diaspora.

La forma di governo è così strutturata. l’Eritrea è una repubblica presidenziale in cui il presidente della repubblica, nell’ambito della costituzione, presiede l’Assemblea Nazionale, è il capo delle forze armate, sceglie i ministri, il presidente della Banca Centrale e il presidente della Corte Suprema.

L’Assemblea Nazionale è composta da 150 membri eletti dal popolo, elegge il presidente della repubblica e ratifica i trattati internazionali.

Il 50% dei seggi è riservato al Fronte Popolare per la Giustizia e la Democrazia (FPGD) , il partito unico al potere;  il restante 50% viene eletto tra i candidati delle varie organizzazioni di massa: prima tra l’Unione delle Donne Eritree (UDE)  autentico focolare di emancipazione e protagonismo femminile rivoluzionario che svolge un ruolo centrale nella società, nella famiglia e nelle forze armate; la Confederazione Nazionale dei Lavoratori Eritrei (CNLE) il sindacato che comprende gli operai e i contadini; l’Associazione Nazionale degli Studenti Eritrei.

La volontà dell’Eritrea è di liberarsi dalle potenze straniere. L’economia del Paese si basa essenzialmente su un’agricoltura in via di sviluppo, la rete infrastrutturale è relativamente sviluppata, ci sono importanti risorse in oro, rame, gas e petrolio ancora non sfruttate.

Un ultima considerazione: la sinistra europea, ed anche italiana, giustamente solidale Cuba, Vietnam, il primo Nicaragua ha sempre ignorato la rivoluzione eritrea che non ha mai potuto contare sulla solidarietà internazionale.

AWOT N HAFASH! VITTORIA DEL POPOLO!

LA LOTTA DI LIBERAZIONE INIZIA IL PRIMO SETTEMBRE 1963

Eritrea, il socialismo nel Corno d’Africa

Eritrea, un socialismo desconocido de África

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Come abbiamo venduto Unione Sovietica e Cecoslovacchia per i sacchetti di plastica

Da mesi, questa era una storia che volevo condividere coi giovani lettori di Hong Kong. Ora sembra il momento appropriato in cui la battaglia ideologica tra occidente e Cina imperversa e, di cui di conseguenza Hong Kong e il mondo intero soffrono. Voglio dire che nulla di ciò è una novità, che l’occidente ha già destabilizzato così tanti Paesi e territori, fatto il lavaggio del cervello a decine di milioni di giovani. Lo so, perché in passato fui uno di loro. Se no, sarebbe impossibile capire cosa succede a Hong Kong. Sono nato a Leningrado, bellissima città dell’Unione Sovietica.

Ora si chiama San Pietroburgo e il Paese è la Russia. La mamma è per metà russa e metà cinese, artista e architetto. La mia infanzia si divise tra Leningrado e Pilsen, città industriale nota per la birra, all’estremo ovest di quella che era la Cecoslovacchia. Papà era uno scienziato nucleare.
Le due città erano diverse. Rappresentavano qualcosa di essenziale nella pianificazione comunista, un sistema che i propagandisti occidentali avevano insegnato ad odiare. Leningrado è una delle città più belle del mondo, con alcuni dei più grandi musei, teatri lirici e di balletto, spazi pubblici.

In passato, fu la capitale russa. Pilsen è minuscola, con solo 180000 abitanti. Ma quando ero bambino, contava diverse eccellenti biblioteche, cinema d’arte, un teatro d’opera e d’avanguardia, gallerie d’arte, zoo di ricerca, con cose che non potevano essere, come capì in seguito (quando era troppo tardi), trovate neanche nelle città degli Stati Uniti da un milione di abitanti. Entrambe le città, grande e piccola, avevano eccellenti mezzi pubblici, vasti parchi e foreste che arrivavano alla periferia, nonché eleganti caffè. Pilsen aveva innumerevoli strutture gratuite per tennis, calcio e persino badminton.

La vita era bella, significativa, ricca. Non ricca in termini di denaro, ma dal punto di vista culturale, intellettuale e salutare. Essere giovani fu divertente, con sapere libero e facilmente accessibile, con la cultura ad ogni angolo e sport per tutti. Il ritmo era lento: molto tempo per pensare, imparare, analizzare. Ma era anche il culmine della guerra fredda.
Eravamo giovani, ribelli e facili da manipolare. Non eravamo mai soddisfatti di ciò che ci fu dato.

Davamo tutto per scontato. Di notte, eravamo incollati alle nostre radio, ascoltando la BBC, Voice of America, Radio Free Europe e altri servizi che miravano a screditare il socialismo e tutti i Paesi che combattevano l’imperialismo occidentale. I conglomerati industriali socialisti cechi costruivano, per solidarietà, intere fabbriche, dalle acciaierie agli zuccherifici, in Asia, Medio Oriente e Africa.

Ma non vedemmo gloria in questo perché la propaganda occidentale semplicemente ridicolizzava queste imprese. I nostri cinema mostravano capolavori del cinema italiano, francese, sovietico e giapponese. Ma ci dissero di chiedere la spazzatura degli Stati Uniti. L’offerta musicale era fantastica, dal vivo alle registrazioni. Quasi tutta la musica era, in realtà, disponibile anche se con un certo ritardo, nei negozi o addirittura sul palco. Ciò che non era venduta nei nostri negozi era la spazzatura nichilista. Ma era proprio ciò che ci fu detto di desiderare.

E la desideravamo, e la ricopiammo con riverenza religiosa sui nostri registratori. Se qualcosa non era disponibile, i media occidentali gridavano che si trattava di grave violazione della libertà di parola. Sapevano e sanno ancora adesso come manipolare i cervelli dei giovani.
Ad un certo punto, divenimmo dei giovani pessimisti, criticando tutto nei nostri Paesi, senza confronti, senza nemmeno un po’ di obiettività. Suona familiare? Ci fu detto e ripetemmo: tutto in Unione Sovietica o Cecoslovacchia era male. Tutto in occidente era fantastico.

Sì, era come una religione fondamentalista o allucinazione collettiva. Quasi nessuno ne fu immune. In realtà, eravamo infetti, malati, resi degli idioti. Usavamo strutture pubbliche e socialiste, dalle biblioteche ai teatri e caffè sovvenzionati, per glorificare l’occidente e infangare le nostre nazioni. È così che fummo indottrinati, dalle stazioni radiotelevisive occidentali e dalle pubblicazioni introdotte clandestinamente. Ai tempi, i sacchetti di plastica occidentali erano diventati lo status symbol! Sapete, quelle borse che si hanno nei supermercati o grandi magazzini.

Quando ci penso dopo decenni, non ci credo: giovani istruiti che camminavano con orgoglio per le strade esibendo borse della spesa di plastica, per le quali pagavano somme considerevoli. Perché venivano dall’occidente. Perché simboleggiavano il consumismo! Perché ci fu detto che il consumismo è buono.
Ci fu detto che dovevamo desiderare la libertà. La libertà occidentale.

Ci fu chiesto di “lottare per la libertà”. In molti modi, eravamo molto più liberi che in occidente. Lo capì quando arrivai a New York per la prima volta e vidi quanto erano istruiti i ragazzi della mia età, quanto superficiale fosse la loro conoscenza del mondo. Quanta poca cultura c’era, nelle normali città del Nord America di medie dimensioni. Volevamo, chiedevamo jeans firmati. Desideravamo ardentemente etichette musicali occidentali al centro dei nostri LP. Non si trattava dell’essenza o del messaggio. Era la forma la sostanza. Il nostro cibo era più gustoso, prodotto ecologicamente. Ma volevamo packaging occidentale colorato. Chiedemmo prodotti chimici.

Eravamo sempre arrabbiati, agitati, conflittuali. Ci mettevamo contro le nostre famiglie. Eravamo giovani, ma ci sentivamo vecchi. Pubblicai il mio primo libro di poesie, poi partì, sbattei la porta alle mie spalle e andai a New York. E subito dopo capì quanto fui ingannato!
Questa è una versione molto semplificata della mia storia. Lo spazio è limitato. Ma sono contento di poterla condividere ai miei lettori di Hong Kong e, naturalmente, coi giovani lettori in Cina. Due Paesi meravigliosi che erano la mia casa furono traditi, letteralmente venduti per niente, per jeans firmati e sacchetti di plastica. Celebrando l’occidente! Mesi dopo il crollo del sistema socialista, i Paesi furono letteralmente derubati di tutto dalle aziende occidentali. Le persone persero casa e lavoro e l’internazionalismo fu scoraggiato. Le orgogliose compagnie socialiste furono privatizzate e, in molti casi, liquidate. Teatri e cinema convertiti in mercatini dell’usato. In Russia, l’aspettativa di vita scese ai livelli dell’Africa sub-sahariana. La Cecoslovacchia fu divisa.

Ora, decenni dopo, Russia e Repubblica Ceca sono di nuovo ricche. La Russia ha molti elementi del sistema socialista con pianificazione centrale. Ma mi mancano i miei due Paesi, come una volta, e tutti i sondaggi mostrano che anche alla maggior parte delle persone mancano. Mi sento anche in colpa, giorno e notte, per aver permesso a me stesso di essere indottrinato, usato e di aver tradito. Dopo aver visto il mondo, capisco che ciò che successe all’Unione Sovietica e alla Cecoslovacchia, è successo anche a molte altre parti del mondo. E proprio ora, l’occidente punta alla Cina, usando Hong Kong.

Ogni volta in Cina, ogni volta a Hong Kong, continuo a ripetere: per favore non seguite il nostro terribile esempio.

Difendete la vostra nazione! Non vendetela, metaforicamente, per degli sporchi sacchetti di plastica. Non fate qualcosa di cui vi pentirete per il resto della vita!

Chi ha scritto questa importante riflessione è il giornalista indipendente André Vltchek* ai lettori di Hong Kong China Daily il 19 giugno 2020. André è stato trovato cadavere nella sua auto, a Istanbul il 22 settembre 2020.

*Andre Vltchek è un filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. Ha coperto guerre e conflitti in dozzine di paesi. Tre dei suoi ultimi libri sono sull’ottimismo rivoluzionario, il nichilismo occidentale, un romanzo rivoluzionario “Aurora” e un’opera di saggistica politica di successo: “Exposing Lies Of The Empire”. Ha girato il film “Rwanda Gambit”, un rivoluzionario documentario su Ruanda e DRCongo e il dialogo con Noam Chomsky “On Western Terrorism”. 




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I Dieci giorni che sconvolsero il mondo

“Max, non dire a nessuno dove mi trovo. Sto scrivendo un libro sulla Rivoluzione Russa. Ho tutti i manifesti e le carte qui in una piccola stanza e un dizionario di Russo, e sto lavorando giorno e notte. Non ho chiuso occhio per trentasei ore. Finirò il tutto in due settimane. E ho anche un nome per il libro:  “Dieci giorni che sconvolsero il mondo”. A presto, devo procurarmi del caffè. Per l’amor di Dio, non dire a nessuno dove mi trovo!”

Già dal messaggio al suo editore Max Eastman, si percepisce l’urgenza di Reed di raccontare la Storia prima che diventi tale. La stessa urgenza unita all’impegno politico che aveva connotato il suo lavoro di giornalista del magazine di ispirazione socialista The masses, e l’aveva spinto a partire alla volta della Russia nell’estate del ’17. Dopo esser stato reporter di guerra nei primi anni della Grande Guerra, e prima ancora testimone della rivoluzione messicana, Reed voleva recarsi là dove il regime zarista aveva dovuto lasciare spazio a nuove istanze democratiche. Nel suo soggiorno in Russia, riesce a conoscere i leader bolscevichi e a seguirne il percorso e la presa del potere, ad intercettare gli umori delle masse, a collezionare fonti originali e scrivere note di viaggio, materiali che però gli verranno confiscati una volta tornato a New York nell’aprile del 1918.

Ecco perché la pubblicazione arriva solamente nel marzo del ’19, mentre la Russia è alle prese con la guerra civile tra bianchi e rossi e le sorti del governo bolscevico sono ancora incerte. In qualche modo anche questo contribuisce alla fortuna del libro, che offre al resto del mondo un racconto avvincente della Rivoluzione d’Ottobre proprio quando, con la fine della grande guerra, era più pronto ad accoglierlo. Ma è solo il tempismo ad averlo reso un testo iconico della storia del ‘900?

I dieci giorni che sconvolsero il mondo” non è un romanzo storico ma un reportage scritto da chi è stato testimone e partecipe degli eventi

Nella prefazione alla prima edizione americana, così John Reed presentava “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” (Ten Days That Shook the World):

«Questo libro è un brano di storia, di storia come io l’ho vissuta. [E’]una cronaca degli avvenimenti di cui sono stato testimone, ai quali ho assistito personalmente o che conosco da fonte sicura».

 “Qualunque sia il giudizio rivolto al bolscevismo, è indubbio che la Rivoluzione russa debba essere considerata uno dei grandi avvenimenti della storia dell’umanità e che la conquista del potere da parte dei bolscevichi sia un evento d’importanza mondiale. Gli storici si sforzano di ricostruire, nei minimi particolari la storia della Comune di Parigi e allo stesso modo desiderano sapere quanto realmente accaduto a Pietrogrado nel novembre 1917: quale fosse lo stato d’animo del popolo, la fisionomia dei leader, le loro parole e i comportamenti adottati. Nello scrivere questo libro, pensavo a tutto ciò “.

La cronaca di Reed è un classico del giornalismo di guerra o d’inchiesta storica, la voce di un comunista convinto che sottolinea l’altissimo grado di passione e di entusiasmo suscitato dall’inaudita trasformazione in corso, memorabili sono i suoi ritratti di Lenin.

Proviamo ora a immaginare questa narrazione come il nucleo generativo di una polifonia di rappresentazioni che utilizzano codici linguistici differenti:

  1. il testo di John Reed, sia nella sua traduzione in italiano (in duplice formato, pdf e html), sia in versione originale, per chi volesse farsi un’idea dell’american journalism di cento anni fa, progenitore del modo di raccontare le notizie nel Novecento;

  2. il libro di John Reed letto per noi dall’attore Tommaso Ragno, tratto dal programma radiofonico Ad Alta voce di Radio Rai – ascoltare la lettura di un racconto è un’affascinante modalità di fruizione della letteratura, che appartiene alla radiofonia (oggi al podcasting)

  3. un classico del cinema mondiale, Ottobre di Sergej Ejsenstejn, prodotto per celebrare il decennale della rivoluzione. Non è facile affrontare la visione di una narrazione cinematografica di quasi cent’anni fa, ma i motivi per cui forse ne vale la pena sono tre: 

    a. storiografico il film richiama in parte la linea narrativa di Reed e ripercorre enfaticamente le giornate della rivoluzione di ottobre; 

    b. iconografico il cinema di Ejsenstejn corrisponde ad un’idea di cultura celebrativa e diretta alla creazione del consenso, tipica dei regimi totalitari, ma capace di creare opere d’arte straordinarie; 

    c. mediatico per avere un’idea da quale universo visuale si è partiti per arrivare a Tarantino, Lucas e Wes Anderson. Ottobre ovvero i 10 giorni che sconvolsero il mondo

  4. un film dal titolo omonimo, di realizzazione più recente (1982), di Sergej Bondarchuk, con gli attori italiani Franco Nero e Sydne Rome, che mette in scena proprio John Reed che progetta e realizza il proprio libro-reportage. La ricostruzione è più “realistica” – rispetto al film poetico e visionario di Ejsenstejn – e costituisce una rappresentazione alternativa dello stesso nucleo narrativo.

Estratto del capito 10 Mosca – John Reed. In questo racconto estremamente toccante il giornalista narra del corteo funebre in onore degli oltre 500 rivoluzionari uccisi nell’insurrezione di Mosca, dove l’esercito regolare non risparmiava sparatorie sulla folla di operai e contadini. Di fronte a questa scena, John Reed, comprese l’importanza dell’obiettivo finale di quel sacrificio, primo e unico al mondo:

Tardi, nella notte, percorremmo le vie deserte ed attraversando la porta d’Iberia, sboccammo sulla vasta Piazza Rossa, davanti al Kremlino. La cattedrale di San Basilio il Beato innalzava fantasticamente nella notte le spirali e le scaglie delle sue cupole dai riflessi splendenti. Nulla pareva danneggiato… Lungo la piazza si elevava la massa scura delle torri e delle mura del Kremlino. Sotto l’alta muraglia tremava un riflesso rosso di fuochi invisibili ed attraverso l’immensa piazza ci pervenivano suoni di voci e rumori di vanghe e di zappe. Attraversammo…

Una montagna di terra e di pietre si elevava ai piedi delle mura. Ci arrampicammo sulla cima e i nostri sguardi caddero allora su due enormi fosse, profonde da dieci a quindici piedi, e lunghe una cinquantina di metri, che centinaia di soldati ed operai erano occupati a scavare alla luce di grandi fuochi.

Un giovane studente ci disse in tedesco:
— È la Tomba Fraterna. Domani noi seppelliremo qui cinquecento proletari che sono morti per la rivoluzione.

Ci fece discendere nella fossa. Le zappe e le vanghe lavoravano con una fretta febbrile e la montagna di terra aumentava. Nessuno parlava. Sulle nostre teste miriadi di stelle bucavano la notte e l’antico Kremlino degli zar alzava la sua formidabile muraglia.

— In questo luogo sacro, — disse lo studente, — il più sacro di tutta la Russia, noi seppelliremo ciò che abbiamo di più sacro. Qui, dove dormono gli zar, riposerà il nostro zar, il popolo…

Portava il braccio al collo per una palla che aveva ricevuto durante la battaglia. Gli occhi fissi sulla ferita, proseguì:
— Voi ci disprezzate, voi stranieri, perché noi abbiamo tollerato una monarchia medioevale per tanto tempo. Ma abbiamo visto bene che lo zar non era il solo tiranno al mondo, che il capitalismo era peggio e che, in tutti i paesi del globo, il capitalismo era l’imperatore… La tattica della rivoluzione russa ha aperto la vera strada…

Mentre noi partivamo, i lavoratori, spossati e grondanti di sudore, malgrado il freddo, cominciavano ad uscire faticosamente dalle fosse. Un’altra squadra arrivava attraverso la piazza. Senza una parola, discese a sua volta e gli attrezzi ricominciarono a scavare… Cosi, tutta la notte, i volontari del popolo si dettero il cambio, senza sosta, e quando la fredda luce dell’alba cominciò a diffondersi sulla grande piazza bianca di neve, le fosse spalancate e nere della Tomba Fraterna erano finite.

Ci alzammo prima del sole e per le strade ancora scure, ci recammo sulla piazza Skobelev. Non si vedeva un’anima viva nell’immensa città, ma si percepiva un vago rumore di agitazione, ora lontano, ora più vicino, come il rumore del vento che si leva. Davanti al quartier generale del Soviet, nella pallida luce del mattino, era riunito un piccolo gruppo di uomini e di donne che portavano un fascio di vessilli rossi dalle lettere d’oro. Era il Comitato centrale rivoluzionario del Soviet di Mosca.

Si fece giorno. Il rumore debole aumentò, si gonfiò in una nota bassa continua e potente. La città si svegliava.
Discendemmo la Tverscaia, bandiere al vento. Le piccole cappelle, sulla nostra strada, erano chiuse e scure. Tra le altre quella della Vergine di Iberia che ogni nuovo zar andava a visitare prima della incoronazione; notte e giorno aperta e piena di gente, essa era sempre illuminata dai ceri dei fedeli, che facevano scintillare l’oro, l’argento e le pietre preziose delle immagini.

Era, si diceva, la prima volta, dopo Napoleone, che i ceri erano spenti. La Santa Chiesa Ortodossa aveva distolto lo sguardo da Mosca, il nido delle vipere sacrileghe che avevano bombardato il Kremlino. Oscure, silenziose e fredde erano le chiese, scomparsi i preti. Nessun pope per i funerali rossi, nessun sacramento per i morti. Non vi sarebbe stata alcuna preghiera sulla tomba dei bestemmiatori. Tikon, il metropolita di Mosca, avrebbe ben presto scomunicato i Soviet…

I negozi erano chiusi e le classi possidenti restavano nelle case, ma per altri motivi. Quel giorno era la giornata del popolo, e il rumore della sua venuta, era simile al boato della marea che sale…

Già, sotto la porta di Iberia, un fiume umano scorreva e l’immensa Piazza Rossa si copriva di migliaia di punti neri. All’altezza della cappella di Iberia, dove prima nessuno mancava di farsi il segno della croce, constatai che la folla non sembrava neppure notarla.

Torrenti di popolo trasportavano per tutte le strade, verso la Piazza Rossa, migliaia e migliaia di esseri, segnati dalla miseria e dalla fatica. Una banda militare arrivò suonando l’Internazionale, e spontaneamente il canto si estese nella folla, propagandosi come le onde sull’acqua, maestoso e solenne. Dalla muraglia del Kremlino pendevano fino al suolo gigantesche bandiere rosse, con grandi scritte bianche e dorate: «Ai primi Martiri della Rivoluzione sociale universale» e «Viva la fratellanza dei lavoratori del mondo».

Un vento freddo spazzava la piazza e sollevava le bandiere.

Dai quartieri più lontani giungevano ora gli operai delle officine con i loro morti. Li vedevamo passare sotto la porta, con gli stendardi rossi e le bare più scure, color del sangue. Le casse di legno, ruvide, non piallate, tinte di rosso, posavano sulle spalle di uomini laceri, sul cui viso scorrevano le lagrime. Dietro venivano le donne che singhiozzavano e gemevano, oppure marciavano rigide, pallide come morte. Alcuni feretri erano aperti e il coperchio veniva portato dietro. Altri erano ricoperti di tessuto ricamato d’oro e d’argento, oppure era stato inchiodato sulla cassa un berretto da soldato. Vi erano molte orribili corone di fiori artificiali.
Il corteo avanzava lentamente verso di noi attraverso la folla che si apriva e si chiudeva subito dopo. Sotto la porta sfilava ora un’onda interminabile di bandiere di tutte le gradazioni del rosso con scritte in lettere d’argento o di oro e con nodi di crespo all’asta; vi era anche qualche bandiera anarchica, nera con lettere bianche. La musica suonava la marcia funebre rivoluzionaria e nel coro immenso della enorme massa, a testa scoperta, si distinguevano le voci rauche e rotte dai singhiozzi dei portatori…

Mescolate agli operai delle officine, marciavano compagnie di soldati, con i loro feretri, poi venivano squadroni di cavalleria al passo di parata e batterie di artiglieria con i pezzi velati di rosso e di nero, per l’eternità, sembrava.
Sulle loro bandiere si leggeva: «Viva la III Internazionale!» oppure: «Noi vogliamo una pace onesta, generale,democratica!».


I portatori arrivarono infine presso la tomba e scalando con le bare i mucchi di terra discesero nelle fosse; vi erano tra di loro molte donne, di quelle donne del popolo, tarchiate e robuste. Dopo i morti venivano altre donne, donne giovani e affrante e vecchie donne rugose, che gettavano grida da animali feriti, che volevano seguire nella tomba i figli o i mariti e che si dibattevano tra mani caritatevoli, che le trattenevano. È il modo di amarsi dei poveri.


Tutta la giornata, arrivando dalla porta di Iberia, e lasciando la piazza della Nikolskaia, il corteo funebre sfilò, fiume di bandiere rosse, con scritte di speranza e di fraternità e profezie audaci, attraverso una folla di cinquantamila persone, sotto gli sguardi degli operai del mondo intero e di tutta la posterità…
Uno ad uno i cinquecento feretri furono adagiati nelle fosse. Cadde il crepuscolo e le bandiere sventolavano sempre al vento, la musica continuava a suonare la marcia funebre e la massa enorme ricantava i suoi canti. Le corone furono appese ai rami lunghi degli alberi, come strani fiori multicolori. Duecento uomini afferrarono le pale e si udì confondersi ai canti il rumore sordo della terra sulle bare…

Delle luci apparvero. Passavano le ultime bandiere e le ultime donne singhiozzanti, che gettavano indietro un ultimo sguardo di una intensità spaventosa. Lentamente, l’ondata proletaria si ritirò dalla vasta piazza.


Compresi di colpo che il religioso popolo russo non aveva più bisogno di preti che gli aprissero la strada al cielo. Esso cominciava ad edificare sulla terra un regno più splendido di quello dei cieli e glorioso era morire per quel regno.

John Reed, l’eccezionale giornalista della Rivoluzione russa

I libri che scrivono la storia il caso: Dieci giorni che sconvolsero il mondo

Dieci giorni che sconvolsero il mondo – scheda di lavoro

Rivoluzione Russa, le parole di John Reed

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comunismo, italia, Patriottismo

L’unità dei comunisti è un imbroglio

“Tutti i partiti rivoluzionari e di opposizione sono sconfitti. Scoraggiamento, demoralizzazione, scissioni, sfacelo, tradimento, pornografia invece di politica. Si accentua la tendenza all’idealismo filosofico; si rafforza il misticismo come copertura dello spirito controrivoluzionario”. 

(Lenin “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” – 1920)

Le aspre ed inedite difficoltà (minimizzo) dei nostri tempi, in Italia, riportano prepotentemente alla mia memoria vecchie letture. Mi viene da pensare che Lenin -parlando di noi, ora- direbbe più o meno:
“La questione essenziale è chiara e inconfondibile. Chi ha a cuore la causa del partito comunista -ossia la causa del proletariato, del rilancio vittorioso della lotta di classe, della salvaguardia della pace e della natura, del socialismo- deve necessariamente (prima di tutto) trovare il modo di attingere le proprie forze tra vaste masse proletarie (in particolare giovani) le quali, al momento, non hanno alcun interesse per la lotta politica e ancor meno simpatia per i comunisti”. 

Nel frattempo, questa mi sembra la premessa migliore per affrontare tre problemi concreti.

1) Come facciamo a diventare tanti, molti di più di quanti siamo adesso, nel volgere di alcuni anni? Mi riferisco alla rapida espansione di massa del consenso, alla crescente capacità di interazione con molti gruppi e settori sociali oppressi e sfruttati, ad un incessante e cospicuo proselitismo. In particolare, va centrata la questione giovanile, un vero disastro nell’attuale situazione mentre uno dei nostri obiettivi strategici dovrà essere, invece, la rigenerazione della forza comunista tra la gioventù proletaria odierna e quella futura.

2) Come si fa a realizzare tale prospettiva con gli attuali rapporti di forza? Ossia come andiamo avanti in una situazione che vede la massima disparità tra le nostre disponibilità e le risorse su cui può contare l’avversario. Parlare di comunismo può anche essere facile ma servono capacità scientifica, coerenza strategica e abilità tattica per non essere risucchiati dal minoritarismo o dall’opportunismo.

3) Contro chi vogliamo lottare, chi vogliamo “attaccare”? Questa domanda, apparentemente settaria e cattiva, andrebbe in realtà spiegata per un verso con un richiamo al materialismo dialettico e per l’altro ad una delle principali contraddizioni che hanno generato il bilancio disastroso della sinistra dei nostri tempi. Comunque non ce la possiamo cavare con risposte generiche (ancorchè giuste) tipo l’imperialismo, i poteri forti, i pericoli di guerra; proprio come un dottore non può rispondere ad un paziente che soffre per una determinata malattia dicendo che egli vuole combattere i malanni, in generale. Chi non vuole avere “nemici”, chi non vuole dare “fastidio” a nessuno non può essere un rivoluzionario e non riuscirà mai a far crescere un Partito Comunista.

Si tratta di obiettivi e compiti molto ardui, assai complicati da perseguire: molto difficile poter “spadellare” un piano preciso e definito, senza un approccio scientifico, ossia senza capire perché (e da quando) ci troviamo in questa situazione, come rimuovere le cause che l’hanno generata, come avviare concretamente la risalita dall’abisso (di consenso e di tanto altro) nel quale siamo precipitati. 

Si tratta di uno sforzo gigantesco, da affrontare gradualmente, riflettendo (in un primo momento) anche separatamente su lati diversi della questione, a partire dall’analisi della storia recente, fino a definire un programma organico anche di lungo periodo. 

Un’impresa che sembra titanica considerando le nostre risorse attuali e che richiede tentativi ed esperimenti, senza escludere eventuali errori, ripensamenti e correzioni. 

Alcune esortazioni alla cosiddetta “unità dei comunisti” mi sembrano più dei tentativi di eludere questi problemi che non un modo per affrontarli e risolverli. Si manifestano, invece, molti tentativi o tendenze che impediscono di affrontare uniti questi compiti che la Storia -“qui e ora” si potrebbe dire- ci pone. 

“(…) la funzione degli “intellettuali” consiste nel rendere inutile l’opera di particolari dirigenti intellettuali”. 

(Lenin, dal suo scritto contro i populisti).

“…oggi si pestano l’un l’altro i piedi sognando “l’unità” e risuscitando un cadavere. Il bolscevismo ha posto le fondamenta ideali e tattiche della III Internazionale che è realmente proletaria e comunista…”

(Lenin “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky” -autunno 1918)

La cosiddetta “unità dei comunisti” è un imbroglio. E’ una vera sfortuna, che essa è diventata l’aspirazione più profonda della grande maggioranza dei pochissimi compagni e compagne rimasti politicamente attivi o impegnati nel dibattito comune.

– Come mai tutti gli esperimenti di “unità dei comunisti” o delle sinistre o simili -quanto meno nell’ultimo quarto di secolo- sono miseramente naufragati, hanno prodotto più divisioni di quelle che avevano trovato e causato una notevole perdita di forze e consensi?

Chi parla di “unità dei comunisti” dovrebbe dare una risposta coerente e convincente (se non scientifica) perché, prima di discutere di questo entusiasmante obiettivo, occorre garantire che non nasconda -più o meno maldestramente o inconsapevolmente- la riedizione di qualcuno dei tentativi suaccennati. 

– L’evidenza dimostra che le compagini o i singoli che invocano “l’unità dei comunisti” lo fanno subito dopo una scissione o l’abbandono di una precedente appartenenza (la quale, spesso, era a sua volta un esperimento dello stesso genere). 

Il pericolo che “l’unità dei comunisti” sia una sorta di amnistia o di condono per “coprire” ogni frazionismo o scissione o per evitare bilanci, autocritiche e correzioni, se non addirittura per giustificare trasformismo di vario tipo o gravità, è sotto gli occhi di tutti. 

– “Né unità senza princìpi, né teoria fine a sé stessa”. Dovrebbe essere la guida dell’aspirazione di tante compagne e compagni. Ritengo inoltre che l’unità debba realizzarsi innanzitutto tra se stessa e l’identità politica (o gli ideali o il programma).

Ho l’impressione che negli ultimi decenni la vicenda che ci riguarda sia stata caratterizzata non solo dalla separazione ma perfino dalla contraddizione tra questi elementi: unità e principi (o teoria, ecc.). Sicché, come in un carosello vertiginoso, abbiamo avuto innumerevoli scissioni (o separazioni o contrasti) per motivi -diciamo così- politici, alternati alla rinuncia o all’abbandono di tali posizioni per inseguire velleità unitarie. 

L’unità non può essere antagonista dei principi e viceversa. 

In definitiva, bisogna chiarire che “l’unità dei comunisti” non è l’alternativa -o la negazione- della strategia, semmai deve esserne una componente ma non indipendente da essa. La mia impressione (forse fallace) è che da qualche decennio non c’è più strategia per i comunisti, in Italia, e non vorrei che “l’unità dei comunisti” sia solo una ricetta consolatoria per coprirne la mancanza. Chi vuole veramente la nostra unità deve prima impegnarsi nell’elaborazione di una strategia, per il Partito di oggi e del futuro. 

Un insieme, spesso confuso o contraddittorio, di tattiche improvvisate non sono una strategia e tanto meno lo sono il ridursi all’autoamministrazione, trascinandosi da un espediente all’altro, da una scadenza all’altra col solo obiettivo di giustificare la propria stanca esistenza. Oppure vogliamo unirci per rimanere pochi, isolati dalle masse e scollegati dalla realtà?

– Noi abbiamo un ben preciso (e ricchissimo) patrimonio storico e teorico, da cui deriva una chiara definizione del concetto di fronte, fronte unito dei lavoratori (o del proletariato) e fronte popolare (antifascista). Essi si inquadrano nella più classica concezione dei vari livelli (quindi delle diverse funzioni e prerogative attribuite a ciascuno di essi, le quali non devono assolutamente essere confuse o invertite tra loro) della politica e della tattica unitaria: unità del Partito (da curare come la pupilla dei propri occhi), unità del movimento operaio, unità delle forze democratiche ed amanti della pace. Tutto ciò si completa -ricorrendo specifiche circostanze- con la politica dei fronti di liberazione nazionale (come fu il nostro CLN) o di unità con settori della borghesia patriottica in contrasto con altri di borghesia imperialista.

La parola d’ordine “unità dei comunisti” è talmente inconcludente da far deragliare in molte occasioni. Non è una questione nominalistica se molti confondono le prerogative e i compiti di unità o fronti, che invece dovrebbero essere ben distinti. Non si può ridurre -solo per fare qualche esempio- la questione del Partito ad una coalizione elettorale né ci si può illudere di conferire ad una tattica unitaria in difesa della pace le prerogative che sarebbero invece appropriate per un fronte unito di classe. 

Rimane per me un mistero comprendere che cosa si intenda per fronte o “unità delle forze anticapitaliste”. In ogni caso, l’esempio più macroscopico di totale ignoranza della concezione e dell’esperienza comunista delle tattiche unitarie e delle alleanze, fu di coloro che -nel 2008- ebbero il coraggio di dire che il povero “Arcobaleno” era l’equivalente moderno del Fronte Popolare del 1948!

– Alcune interpretazioni della “unità dei comunisti” più facilone sono anche il portato della progressiva disgregazione e confusione ideologica ed organizzativa di questo quarto di secolo. Per esempio, c’è chi insegue l’utopia di ridurre ad una tutte le sigle in cui c’è la parola “comunista” (senza neanche accorgersi che in alcuni casi essa è il sostantivo mentre in altri, ben diversi, è un aggettivo)

Allora discutiamo ed avviamo la strategia costruendo la più ampia, chiara e duratura unità per essa. L’illusione, invece, di definire una strategia in funzione di una non meglio precisata “unità” è esattamente una delle principali ragioni per cui ci siamo ridotti nelle condizioni attuali e quindi, semplicemente, il tentativo di resuscitare un cadavere anziché trarre tutte le lezioni necessarie dal bilancio della nostra recente storia. 

– Infine, c’è la questione che più di ogni altra mostra come le mie osservazioni non siano nominalistiche o questioni di lana caprina: chi riguarda “l’unità dei comunisti”? E’ possibile dare una definizione individuale (estemporanea) del comunista? 

Nel linguaggio corrente, si definiscono comunisti tutti quelli che in qualche caso hanno votato per candidati così indicati oppure quanti dichiarano apertamente di esserlo e talvolta sostengono pubblicamente le attività o le posizioni di un partito. 

La domanda da rivolgere ai fautori di una non meglio precisata “unità dei comunisti” è se si riferiscono a un partito o ad altro: nel primo caso, ciò sarebbe l’equivalente della squadra di calcio e non dei semplici tifosi (che non intervengono nel determinare l’esito della partita o lo fanno solo indirettamente) o di altri solo astrattamente “affezionati” alla squadra.

Se vogliamo essere nel solco del materialismo dialettico (rapporto tra coscienza e materia) e del marxismo-leninismo la risposta è una sola: in questo specifico caso, i comunisti “sono i calciatori”. 

Torniamo alla domanda: come si può definire -individualmente- un comunista? Basta ritenere di esserlo? Qualsiasi persona che si agita contro il governo e il padronato è comunista? Oppure sarebbero comunisti solo coloro che hanno letto Marx, Lenin, Gramsci, ecc.? 

Per la nostra filosofia si è ciò che si fa e non ciò che si legge; quindi sarebbe comunista, semmai, chi APPLICA CONCRETAMENTE il contenuto delle opere di Marx, Lenin, Gramsci. 

Ci sono milioni di compagne e compagni, spesso analfabeti come i minatori neri sudafricani, tanti nostri Partigiani o contadini cinesi che non dovrebbero essere considerati comunisti (stando alla suddetta ipotesi) dato che quando sono stati EFFETTIVAMENTE combattenti rivoluzionari, militanti dei propri Partiti avevano letto -suppongo- ben pochi libri riguardanti la nostra teoria. 

Ritengo sia già sufficientemente chiara la “devianza”, anche grave alla fine, che può derivare da confusione o indifferenza rispetto a questo tema. 

Anche perché la nostra concezione del Partito è che esso è la fusione del movimento operaio con il comunismo scientifico, mentre con i pericoli degenerativi di cui sopra, si riduce il Partito ad un presunto “comunismo scientifico” il quale, inevitabilmente, deve poi (nel migliore dei casi) dirigere gli operai (ignoranti!) e fargli fare la rivoluzione.

Non è un caso che molti compunti conoscitori italiani di molte opere della nostra letteratura, si dimentichino immancabilmente di una sola paginetta: quella in cui c’è scritto che la liberazione della classe operaia ha bisogno dell’opera della classe operaia stessa!

Ancora una volta si confonde il Partito rivoluzionario del proletariato con un circolo accademico di intellettuali! Perciò, curiosamente, oggi sono idonee a criticare molte posizioni correnti le tesi di Lenin contro il terrorismo, non perché ci sia chi vuole commettere violenze o compiere reati, anzi, tutt’altro! Però la critica alla pratica di fare da soli, di limitarsi a singoli atti fini a se stessi, slegati gli uni dagli altri, adatti anche a gruppi piccolissimi se non a singoli, con il velleitario scopo di accendere l’indignazione dei lavoratori (quando non ce ne sarebbe bisogno, vista la loro esperienza quotidiana) è appropriata anche a molti compagni del nostro tempo, benchè pacifici come innocui curati di campagna!

Senza farla troppo lunga, la tesi che propongo è che l’unica possibilità di definizione individuale, non estemporanea, di comunista è che esso sia il militante di un partito comunista ovvero -in mancanza di questo- di un’organizzazione che lotta per la costruzione (o ricostituzione) del Partito, secondo criteri coerenti con il nostro patrimonio storico e teorico. 

Sotto questo profilo, dunque, “l’unità dei comunisti” è… il Partito ovvero (nel nostro caso) la lotta per riaverne uno forte e autentico. Pertanto la parola d’ordine (“unità dei comunisti”) è confusionaria e rischia di provocare danni, perché siamo ritornati nel “regime dei circoli”, contro cui lottava Lenin e in definitiva Gramsci e i fondatori del nostro Partito, perché il “regime dei circoli” è un circo Barnum incapace di essere incisivo o vittorioso. 

– Inoltre, simili parole d’ordine inconcludenti a volte si intrecciano con altre ancor più insussistenti e contraddittorie: è il caso (non per niente di origine troschista o semitroschista) di una parola d’ordine ancor più confusionaria e deviante -perciò usata in tante fogge e varianti- quale quella di “unire le lotte” usata spesso dai suoi promotori, senza dirlo, per negare la centralità e la priorità della costruzione del Partito. 

Tale parola d’ordine, non a caso, ha un bilancio perfino peggiore di quello “dell’unità dei comunisti”. Perché “unire le lotte” non può essere un’ammucchiata movimentista a cui puntano i teorici di questa linea, così come unire ciò che mangiamo non è l’atto di ingozzarci riempiendo la bocca e l’esofago indiscriminatamente di ogni genere di ingrediente: essa non è solo “mangiare” in continuazione ma è, invece, il processo della digestione e si realizza dunque dandosi un apparato digerente. 

È il processo che trasforma i nostri pasti in energia e sostanze ricostituenti per i nostri organi che unisce -ed anzi valorizza trasformandolo- ciò che mangiamo (e non è necessario né utile che sia tanto, anzi è nocivo mangiare per mangiare). Allo stesso modo ad “unire le lotte” -in definitiva- è il Partito che le valorizza trasformandole in mutamento dei rapporti di forza con la classe avversaria. 

“L ’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito comunista, riunendo in sè la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato”.

(dall’art. 1 dello Statuto del PCdI del 1921)

All’epoca della Rivoluzione d’Ottobre, gli opportunisti, ovvero gli agenti della borghesia in seno al movimento operaio, per boicottare la grande rivoluzione proletaria dissero che essa non era conforme alle tesi de Il Capitale di Marx Perciò il compagno Gramsci scrisse un testo titolato “Una rivoluzione contro il Capitale”. Era una brillante ed acuta difesa dei bolscevichi e -al tempo stesso- anche de Il Capitale, strumentalizzato con interpretazioni ottuse e sterilmente dogmatiche.

Chi scrive, è contro “l’unità dei comunisti” come Gramsci era contro la Rivoluzione dei Soviet (o contro Il Capitale). 

Contro l’unità dei comunisti

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antifascismo, antimperialismo, cinema, comunismo, revisionismo

Indianerfilme: I film western della Germania Est

Dì la parola “Western” a chiunque e ne verrà immediatamente creata un’immagine nella testa. Dalle vaste pianure allo Stetson a tesa larga, l’immagine dell’Occidente è radicata nell’opinione pubblica. Questa immagine è così culturalmente unanime che di fatto ha sostituito la realtà della storia.

Questo ricordo, piuttosto che essere guidato da un’adesione ai fatti della storia, è in realtà più simile al folklore delle civiltà antiche. Gli ideali del presente informano la presentazione del passato, e mentre i greci lanciavano la poetica orale degli dei per rafforzare la fortezza morale, l’Occidente americano soppianta gli ideali sociali del presente su una storia ricordata male.

Poiché questo è un mito americano, la “vera causa” è quella specifica marca di eccezionalità che si trova dall’altra parte dello stagno, lo spaccio audace, sfacciato e propagandistico dell’ideale americano. Questa è una rappresentazione errata della storia del vecchio west e della Frontiera. Ogni realismo storico riguardante la sottomissione dei nativi si perde nella foschia del falso ricordo. Cosa succede poi quando emerge un western che capovolge il genere e cosa poi quel film ci racconta sulla società da cui è emerso. Se l’Occidente formula una storia informata dalla società contemporanea che la produce, cosa cambia quando quella società si pone esattamente contro l’ideale americano?

Dal 1965 al 1976 il monopolio cinematografico della Germania Est DEFA ha prodotto oltre una dozzina di western, intitolati Indianerfilme, molti dei quali hanno battuto il record di incassi della DDR con oltre 3 milioni di biglietti venduti. Erano immensamente popolari tra il pubblico della Germania dell’Est, soddisfacendo il bisogno di intrattenimento popolare e permettendo alla popolazione sul lato sovietico della cortina di ferro di interagire con quella fantasia di evasione più tedesca, quella del Vecchio West. Tuttavia, dove gli Indinaerfilme differiscono dal western tradizionale, è il loro obiettivo.

Come suggerisce il nome, questi Indianerfilme erano orientati verso la prospettiva dei nativi americani, per i tedeschi orientali, che si identificavano con gli indiani, la lotta contro i cow-boy era un modo chiaro per raffigurare la lotta contro il sistema capitalista. Nei film le diverse tribù contrastavano l’avanzamento a Ovest della frontiera degli Usa. Loro, un secolo dopo, combattevano contro l’avanzamento a Est.

L’Indianerfilme si è quasi sempre preoccupato della sottomissione dei nativi americani e di un’atrocità commessa dall’uomo bianco sui nativi, ha avuto il coraggio e il merito di muovere una critica schietta al capitalismo e al razzismo che hanno alimentato l’espansione verso ovest degli Stati Uniti e pompata grazie la visione pioneristica e fideistica del “progresso prima di tutto” alla John Ford e alla John Wayne.

In quasi tutti i film indiani la vita tribale idealisticamente rappresentata è disturbata da cowboy traditori, come in Apachen o da membri della cavalleria americana, come nel caso di Blutsbruder . Questi film si distinguono per lo spettatore per la chiarezza con cui l’attenzione è stata spostata, trasformando un pezzo di genere standard in qualcosa di più distintivo. Se tenuto in confronto allo standard americano occidentale; l’iconografia è presentata in modo simile, la musica è quasi una parodia diretta e ci sono chiari lati positivi e negativi, è solo che invece di tifare per il cowboy, tifiamo per il suo nemico. La figura simbolica dell’eccezionalismo americano è ora il nostro cattivo.

Il loro contenuto è un modo per il pubblico e i registi di affrontare il loro passato, poiché il manicheismo della trama affronta l’imperialismo. Gokjo Mitic era un vero idolo a cui i tedeschi dell’est potevano guardare. Era una forte figura socialista che ha abbattuto quel martello sugli oppressori. Gli Indianerfilme erano popolari perché erano decisamente orientali, consentendo ai cittadini della RDT di impegnarsi in fantasie del Vecchio West. Avevano le loro storie e i loro idoli, con paesaggi che erano riusciti a riconoscere e in cui potevano fuggire e non dovevano più fare affidamento su libri e film della Germania occidentale. Sono diventati così popolari e così radicati nella coscienza pubblica perché hanno fornito ciò che il popolo della Germania dell’Est desiderava tanto, un’identità condivisa.

1966 Die Söhne der großen Bärin(t.l. Il figli della Grande Mamma Orsa) di Josef Machcon Gojko Mitic (Tokei-ihto), Jiri Vrstala, Rolf Römer, Hans Hardt-Hardtloff, Gerhard Rachold
Tratto da una serie di romanzi della scrittrice Liselotte Welskopf-Henrich. Tokei-Ihto, capo tribù ribelle e allergico ai trattati di pace con i bianchi capitalisti, corruttori e traditori, evade dal forte dove era stato imprigionato. Condurrà la sua tribù verso il Sol dell’Avvenire, cioè oltre il fiume Missouri. Non prima di aver regolato i conti con il losco trafficante Red Fox e aver affrontato delle tribù nemiche.

1967 Chingachgook, die grosse Schlange (t.l. Chingachgook, il grande serpente) di Richard Groschoppcon Gojko Mitic (Chingachgock), Rolf Römer, Lilo Grahn, Helmut Schreiber, Jürgen Frohriep
Ispirato a “Il cacciatore di cervi” di Fenimore Cooper. Chingachgook, il famoso ultimo dei Moicani, salva sua moglie tenuta prigioniera dagli Uroni. Prima di raggiungere il suo scopo dovrà affrontare pionieri razzisti e vedersela con le trame imperialiste di francesi e  inglesi. La presenza come direttore della fotografia dell’operatore di “Olympia” della Riefenstahl, garantisce gran attenzione ai fisici olimpionici degli “indiani”. Uno dei più scopertamente ideologici della serie, ma nella sua insistita filosofia umanista pare sia una delle trasposizioni più fedeli dello spirito di Fenimore Cooper.

1968 Spur des Falken(t.l. Il sentiero di Falco) di Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Falke), Hannjo Hasse, Barbara Brylska, Lali Meszchi, Rolf Hoppe
Ispirato alle celebri e drammatiche vicende storiche iniziate nel 1875. I cercatori d’oro avidi e capitalisti già meditavano prima di far fuori gli indiani Dakota, figuriamoci quando scoprono che sulle Colline Nere c’è l’oro! Per fortuna che c’è il gran capo Falco/Mitic a sistemare le cose. Sforzo produttivo di una certa importanza, con numerose scene spettacolari e l’utilizzo di un vero treno. Gira anche un titolo italiano, La vendetta dei guerrieri rossi (rossi…), quindi può darsi che in qualche modo sia l’unico della serie arrivato dalle nostre parti.

1969 Weisse Wölfe(t.l. Lupo Bianco) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Falke), Horst Schulze, Rolf Hoppe, Helmut Schreiber, Barbara Brylska
Torna il protagonista del film precedente. Per vendicare l’uccisione della moglie, il capo indiano Falco fa il diavolo a quattro nella corrotta e viziosa cittadina di Tanglewood, in mano a dei loschi trafficanti capitalisti. Unici suoi alleati, l’onesto sceriffo e sua moglie. Sia pure con lo schematismo di un racconto d’avventura, le esigenze di propaganda ideologica favoriscono un’ interessante analisi delle cause economiche che portarono alle guerre indiane.

1970 Tödlicher Irrtum(t.l. Errore fatale) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Shave Head), Armin Mueller-Stahl, Annekathrin Bürger, Krystyna Mikolajewska
Anche se la parte d’azione è totalmente inventata, il film è ispirato a fatti realmente avvenuti nel 1898. Stavolta è il petrolio a scatenare l’avidità capitalistica. A farne le spese i capi indiani che hanno imprudentemente firmato il trattato di pace coi bianchi (l’errore fatale del titolo), che vengono assassinati uno ad uno. Toccherà al prode guerriero Shave Head (Testa Pelata?) scoprire gli assassini. Uno dei più politici del filone. Armin Mueller-Sthal, diventerà uno dei più noti attori tedeschi nel mondo.

1971 Osceoladi Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Osceola), Horst Schulze, Jurie Darie, Karin Ugowski, Kati Bus, Pepa Nikolova
La prima di una succulenta serie di biografie dedicate a dei grandi capi indiani storicamente esistiti. Naturalmente in questi film diventano tutti dei precursori del realismo socialista. Si comincia con il leggendario Osceola, capo dei Seminole che nella Florida del 1837 condusse una guerra contro l’espansionismo dei latifondisti bianchi. Notevole l’approfondimento della presenza a fianco dei Seminole di numerosi schiavi neri fuggitivi, argomento praticamente mai affrontato dal cinema americano. Co-produce anche Cuba.

1972 Tecumseh di Hans Kratzertcon Gojko Mitic (Tecumseh), Annekathrin Bürger, Rolf Römer, Leon Niemczyk, Mieczyslaw Kalenik
Stavolta è di scena Tecumseh, il leggendario capo indiano degli Shawnee che all’inizio del 800 riuscì a creare un’ampia confederazione di tribù che spalleggiata dagli inglesi si oppose all’espansionismo degli Stati Uniti, tentando di creare una nazione indiana. Uno dei personaggi storici più affascinanti dell’800 americano, ma anche uno dei meno visti al cinema. Tecumseh era istruito e comprendeva la società dei bianchi, Mitic lo interpreta come un antico nobile. C’è pure una parentesi romantica con una donna bianca.

1973 Apachendi Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Ulzana), Milan Beli, Colea Rautu, Leon Niemczyk, Gerry Wolff, Rolf Hoppe
Fulminea risposta a “Nessuna pietà per Ulzana” di Aldrich, con cui ha comunque pochi punti di contatto, raccontando vicende degli anni 40 e non il celebre raid del 1885 al centro del film americano (a cui in realtà Ulzana sopravvisse, morendo molto anziano nel 1909). Gli usi e costumi degli apache sono ritratti con cura e attenzione, anche se ovviamente nella versione di Mitic Ulzana diventa un campione della masse indiane oppresse. Ignari della proprietà privata gli Apache Mimbrero si farebbero i fatti loro, se messicani ed americani non li volessero far fuori a tutti i costi. Dopo un massacro, Ulzana compie la sua vendetta.

1974 Ulzanadi Gottfried Kolditzcon Gojko Mitic (Ulzana), Renate Blume, Colea Rautu, Dorel Jacobescu, Rolf Hoppe, Amza Pelea
Sequel del film precedente. È ambientato nei tardi anni tra il 1846 e 1848 durante la guerra tra stati Uniti e Messico. Per quanto sempre viziata da un’ottica smaccatamente propagandistica è interessante la ricostruzione dell’attività del “Ring di Tucson” una cricca di affaristi americani realmente esistita, che per favorire i propri affari provocò tensioni tra apache e cittadini di Tucson. Gli apache si fanno gli affari loro nella riserva coltivando la terra, ma i commercianti capitalisti si sentono minacciati da tanta autonomia economica. Toccherà ancora ad Ulzana scendere sul piede di guerra per difendere la propria gente.

1975 Blutsbrüder(t.l. Fratelli di sangue) di Werner W. Wallrothcon Gojko Mitić (Harter Felsen/ Hard Rock), Dean Reed, Gisela Freudenberg, Jörg Panknin 
Stavolta Mitic non è il protagonista indiscusso, ma divide lo schermo con Dean Reed, personaggio quantomeno singolare: cantautore americano, pacifista e socialista, che dopo aver girato qualche western spaghetti dalle nostri parti fece fortuna nel blocco socialista. Qui Reed è anche sceneggiatore. Specie di ideale seguito di “Soldato blu” di Ralph Nelson. Reed è un soldato chiamato Harmonika che resta disgustato dalla violenza dei suoi commilitoni dopo il massacro del Sand Creek (1864). Viene catturato dagli indiani, ma diventa presto amico del guerriero Harter Felsen (Roccia Dura), ovviamente interpretato da Mitic. I due faranno fronte comune contro gli invasori bianchi. Uno degli indianerfilme (relativamente) più famosi, tra i migliori o comunque tra i più complessi e meno schematicamente ideologici, con personaggi più sfaccettati e tormentati del solito. Notare che mentre in Italia e in America il western era in pieno declino, anzi praticamente defunto, all’est questo film riscuoteva ancora un grande successo.

1978 Severinodi Claus Dobberkecon Gojko Mitic (Severino), Violeta Andrei, Constantin Fugasin, Mircea Anghelescu
Non proprio un western dato che si svolge tra le Ande argentine, ma in fondo sono sempre le solite avventure di indiani minacciati dai coloni bianchi, con Mitic nei panni del solito saggio e coraggioso capo indio. Ispirato ad un romanzo dello scrittore tedesco Eduard Klein. Paesaggi notevoli.

1983 Der Scout (t.l. La guida) di Konrad Petzoldcon Gojko Mitic (Weiße Feder), Klaus Manchen, Milan Beli, Nazagdordshijn Batzezeg
Coprodotto con la Mongolia, come si nota dalle comparse dai tratti esotici. Mentre nel resto del mondo il western praticamente non esiste più, Mitic chiude degnamente la sua carriera nel genere con uno dei suoi film più curati, anche grazie agli spettacolari paesaggi mongoli. Ambientato nell’epoca delle guerre indiane (1877), tra fughe e massacri, per la prima ed ultima volta non interpreta un capo, ma è lo scout indiano Penna Bianca, che deve guidare sette soldati che hanno il compito di scortare i cavalli sequestrati ai Nez Percé. Lo schematismo ideologico degli anni passati è meno pressante, tanto che i personaggi dei sette soldati bianchi hanno persino dei lati buoni. Finiva un’epoca, non solo cinematografica.


“Il mito, scacciato dal reale dalla violenza della storia, trova rifugio nel cinema”

C’ERA UNA VOLTA IL KRAUT WESTERN

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