
Il 15 maggio 1991, il ministro degli Esteri Gianni De Michelis annunciò una notizia storica: secondo un rapporto di Business International, l’Italia era diventata la quarta potenza industriale del mondo, superando Francia e Gran Bretagna.
Secondo il rapporto l’Italia era diventata la quarta nazione più industrializzata del mondo dopo Stati Uniti, Giappone e Germania. Il PIL a prezzi correnti del Bel Paese, infatti, era arrivato a 1.268 miliardi di dollari, contro i 1.209 della Francia e i 1.087 della Gran Bretagna.
All’epoca eravamo più ricchi degli inglesi e dei francesi. Gli stipendi non erano all’altezza, ma il sistema Italia consentiva quasi a tutti di avere lavoro e casa di proprietà, rendendoci così de facto più emancipati dei nostri lontani parenti d’oltralpe.
Il manifatturiero italiano era ai vertici mondiali a dispetto di un territorio senza materie prime e con un numero di residenti davvero esiguo, di poco superiore ai 50 milioni di abitanti. La domanda allora sorge spontanea: qual era il segreto di quella Italia?
Dal 1950 al 1992 il valore assoluto del PIL reale quadruplicò, aumentando in media del 4% annuo. Il boom economico sembrava poter durare per sempre. All’alba degli anni ’90 l’Italia era la quarta economia mondiale e, soprattutto, aveva reso i suoi cittadini tra i più ricchi del mondo. La sostanziosa crescita economica si tradusse in un considerevole sviluppo sociale e delle condizioni di vita di tutta la popolazione.
L’Italia si affermò soprattutto per l’alto livello di benessere delle famiglie rispetto anche agli altri paesi industrializzati. Il forte stato sociale costruito durante la Prima Repubblica aveva garantito accesso pressoché universale alla sanità, all’istruzione terziaria e ad un sistema pensionistico tra i più generosi al mondo. Nel 1991 il livello dei salari medi percepiti dai lavoratori Italiani era inferiore solo a quello di giapponesi, americani e tedeschi. Gli Italiani si sono oltretutto rivelati tra i più grandi risparmiatori del mondo. Nel 1970 il tasso di risparmio lordo in relazione al PIL superava il 25%.

E tutto questo come avvenne? Grazie al socialismo italiano e alla nostra vecchia liretta!
Il suo “socialismo tricolore”, come venne definito, combinava i principi del socialismo con una forte componente patriottica ed un’impronta riformista, volta a difendere gli interessi nazionali e a garantire un ruolo di primo piano all’Italia nel contesto internazionale.
Contrariamente ad altri esponenti della sinistra europea del tempo, il governo dell’epoca credeva che lo Stato dovesse avere un ruolo attivo nel proteggere e promuovere gli interessi economici e geopolitici italiani, soprattutto nel contesto mediterraneo. La sua visione del socialismo era pragmatica e orientata al progresso materiale e sociale della nazione.
L’Italia in quel periodo promosse la modernizzazione delle industrie italiane, incoraggiò lo sviluppo tecnologico e investì nella ricerca scientifica. Al contempo, fu critica verso le visioni troppo liberiste o globaliste, ritenendo che si dovesse proteggere la propria sovranità economica e politica.

E poi è arrivato l’euro e l’unione europea e oggi siamo l’ottava potenza mondiale in declino…
Il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman nel 1999:
“Adottando l’euro , l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”.
L’economista Joseph Stiglitz che senza troppi mezzi termini dichiarò:
“Questa crisi, questo disastro è artificiale e in sostanza questo disastro artificiale ha quattro lettere: l’euro”.
Ancor più esplicita è stata poi la presa di posizione di Amartya Sen:
“L’euro è stato un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa. I punti deboli economici portano animosità invece che rafforzare i motivi per stare assieme. Hanno un effetto-rottura invece che di legame. Le tensioni che si sono create sono l’ultima cosa di cui ha bisogno l’Europa”.
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