Inchiesta sulla gestione del Covid nei paesi socialisti

Il genere umano ha sempre avuto a che fare con le infezioni, e non è mai stato in grado di curarle in maniera appropriata. Virus e batteri ancora per buona parte del XIX secolo erano tra le principali cause di morte. Poi la ricerca, l’impegno dei medici, il progresso della medicina. E attualmente la maggior parte delle patologie infettive potenzialmente mortali possono essere curate o prevenute. Un importante contributo a questa difficile lotta è stato dato dagli scienziati e dai medici sovietici.
(I comunisti che sconfissero l’angelo della morte)

Come la Cina ha affrontato il Covid, intervista a Daniele Wang

Daniele Wang, nato in provincia di Cesena nel 1985 da genitori arrivati alla fine degli anni ’70 in Italia. Daniele è cresciuto qui, poi è tornato in Cina dal 2013, dove ha studiato economia e commercio a Pechino. Oggi vive nella provincia di Lishui nello Zhejiang e, dopo aver fatto diversi lavori, attualmente fa il personal trainer in un grande centro sportivo.
La prima cosa che mi ha colpito è la cortesia e la disponibilità, facilitata da una bella padronanza di italiano perfettamente scandito che ha reso bella la conversazione.

– Scusa la curiosità ma siamo diciamo colleghi, che vita fa un personal trainer in Cina?

Lavoro dalle 14:00 alle 22:00 dei giorni feriali con uno stipendio medio che varia da 1000 a 2000 euro, a seconda del periodo e delle percentuali che prende in base a quanti clienti segue. Se viene richiesto straordinario o di lavorare nei festivi, prendo la paga doppia. L’azienda, oltre ai pasti, fornirebbe anche un alloggio, ma ho una casa mia nella quale abito con la famiglia (sono 6).- E’ prevista una copertura medica, per malattie o infortunio? Ovviamente, con la firma del contratto parte l’assicurazione medica pagata dal datore di lavoro. Così come il lavoro rientra con i contributi per una pensione ( in Cina a 60 anni gli uomini a 55 le donne, nel pubblico, a 50 nel privato)

.- Quanto costa la palestra in Cina?
L’abbonamento annuale è di 285€ che divise per 12 mesi fanno 23,75€.

– Quanto è durato il lockdown da voi e come è stato gestito?
Da noi è durato solo un mese, ma osservato con il massimo rigore. Tutto era chiuso, anche le fabbriche. Le città erano suddivise in zone, dove erano aperti solo ii market di quartiere nei quali solamente un membro della famiglia poteva andare, ovviamente con le precauzioni dovute come le mascherine e i gel. Ho internet, anche Facebook, ho letto un sacco di cose false, di militari in mezzo di strada pronti a sparare, ma la situazione è stata gestita dalla polizia municipale e da volontari senza nessun problema, non si sono verificate neppure le file e gli scaffali vuoti come ho visto è successo in Italia a causa del panico generale. Non ho sentito parlare di persone con particolari problemi di cibo o sociali, perché appunto è durato poco, ma qui c’è una grande cooperazione sociale e una rete di solidarietà, la gente si è aiutata. Molti privati hanno sospeso gli affitti, anche le utenze, alcuni hanno avuto aiuti, nelle zone rurali sono arrivati sostentamenti alimentari. Però tutti hanno seguito le regole.

– In Italia abbiamo visto, oltre al caos che hai citato, dovuto da una pessima gestione, anche fenomeni di dottori che negavano i morti o il virus, che andavano in TV annunciando di avere loro cure, che contestavano la possibilità di una seconda ondata, addirittura qui c’è chi mette in dubbio i vaccini e anche le mascherine, da voi è successo qualcosa di simile?

Nonostante la Cina sia un paese di un miliardo e mezzo di persone, dove gli equilibri sono ovviamente complicati, nessuno si è mai sognato di fare queste cose. Qui no vax e negazionisti, personaggi che metterebbero in difficoltà la società creando incertezze e disordini non sarebbero tollerati, non solo dal governo, ma anche dalla gente. Non gli darebbero proprio spazio neppure in TV o alla radio, perché in una situazione così seria non sarebbe concesso nessuno show sulle spalle della gente. Non verrebbe tollerato. Altrimenti la Cina non sarebbe mai uscita dalla situazione (noi oggi non mettiamo nemmeno le mascherine e ci alleniamo in palestra, si portano solo negli ospedali e nei palazzi istituzionali).

– Forse perché la Cina esiste da 5000 anni ed ha accumulato una saggezza che si è tramandata? Oppure una società con una coscienza collettiva dove non si specula su notizie e attenzione?

Non so… ma qui se un medico o un funzionario avessero detto sciocchezze o bugie simili sul virus non sarebbero mai stati invitati, i giornalisti non avrebbero voluto averci a che fare niente per imbarazzo. Se qualcuno avesse pubblicato cose simili su siti o social poi, li avrebbero oscurati. Grazie per la tua collaborazione Daniele, spero un domani di poterti conoscere e stringere la mano di persona, hai descritto una realtà che non emerge dai racconti dei media, ma devo dire me lo aspettavo.

Grazie anche a Nicola D’addazio che mi ha messo in contatto con te.

Intervista realizzata da Lenny Bottai

Come Cuba ha affrontato il Covid, intervista a Rolando Natali

Con l’aiuto di Federica Cresci, che ringrazio, ho scambiato due parole con Rolando Natali, compagno romano di una famiglia storica della federazione del PCI capitolino, ex operaio, elettricista, che a seguito di un incidente è rimasto in sedia a rotelle ed ha deciso di trasferirsi a vivere a Cuba.
Ciò che emerge difatti da questa intervista è la straordinaria capacità organizzativa, la fiducia nella sanità, e soprattutto il fatto che lo stato ha dato una voce ed una sola narrazione del necessario da farsi senza dare spazio alla confusione che vige da questa parte di mondo.
Ecco perché, con naturalezza, Rolando mi ha spiegato che non si sono verificati i fenomeni che vediamo da noi, con versioni contrastanti di teorie di cure alternative o negazionismi vari, le quali trasformano anche l’informazione sul virus in uno show che ha un PIL al quale i media non possono rinunciare. Una sola voce, nessuno scetticismo.

– Quali misure sono state adottate dal governo per gestire la pandemia? Lockdown, obbligo di mascherina, tracciamenti, trattamenti, precauzioni con sanificazioni obbligatorie?

Anzitutto c’è da dire che Cuba ha meccanismi di preparazione per eventi straordinari, come avviene per i cicloni ad esempio, molto sviluppati a livello di organizzazione. Per questo hanno preparato centri di isolamento prima che il virus arrivasse nell’isola, organizzato assemblee nei luoghi di lavoro e nelle città, sono andati nelle scuole con i lavoratori sanitari per preparare la popolazione alle misure che avrebbero adottato nel caso, spiegando bene di cosa si trattava. Dopo marzo il governo ha iniziato a mettere le misure previste: mascherine, stop dei trasporti tra province eccetto per casi impellenti o autorizzazioni particolari di lavoro. Nella mia provincia ad esempio si è verificato subito un contagiato, hanno preso l’ammalato, la famiglia, chi era stato a contatto con esso (perfino il tassista) e li hanno tenuti in quarantena isolati in luoghi come detto già predisposti. Hanno iniziato poi a somministrare medicine per alzare le difese immunitarie a soggetti in pericolo per età o particolari condizioni di salute.

– Come e cosa è stato garantito ai lavoratori, ai commercianti, a chi non poteva andare a lavoro perché malato oppure perché vigeva la chiusura forzata?

Ai lavoratori bloccati oppure contagiati hanno assicurato il 70% del salario, ai ricoverati il 50% (ovviamente questi avevano vitto e alloggio in ospedale), hanno chiuso scuole ed asili (escluso per i lavoratori che necessitavano di far accudire i bambini) e sono rimasti aperti gli esercizi che favorivano servizi essenziali, statali e privati. Alcuni negozi, come gli alimentari, potevano rimanere aperti e distribuivano dalle finestre mentre in altri si entrava uno alla volta con in terra delle bagnarole con cloro e disinfettanti da usare per i piedi prima di entrare, ovviamente sempre con mascherina. I servizi di ristoro potevano lavorare su asporto o delivery. Ovviamente laddove le attività erano bloccate si bloccavano anche i pagamenti. Ad alcune categorie, come a chi non aveva possibilità di muoversi (disabili e anziani) veniva assicurato pranzo e cena dagli esercizi statali.

– Si sono verificati fenomeni di manifestazioni di persone che rifiutavano di mettere la mascherina, che negavano la gravità o peggio l’esistenza del virus?

Sinceramente nessun fenomeno del genere da prendere in considerazione, si è verificato che alcuni, specialmente giovani, avessero all’inizio preso sotto gamba la situazione e portavano le mascherine abbassate ed erano un po’ spericolati, ma sono stati subito richiamati anche perché le notizie che arrivavano dal mondo preoccupavano, qui hanno messo in TV dottori che spiegavano ogni giorno la situazione ed informavano la popolazione continuamente, ed hanno tutti una grande fiducia nei confronti della sanità cubana.

– Si sono verificati fenomeni di dottori o addetti ai lavori che andavano su TV e giornali a portare le loro teorie alternative, talvolta fino a dire esplicitamente che era una farsa, c’era del terrorismo mediatico, che i morti non erano di Covid ma con Covid?

In TV andava solo un dottore, divenuto un punto di riferimento per tutti, Francisco Duran, informava le persone sulla situazione e spiegava come comportarsi, è diventato la star dell’estate, tutti lo aspettavano per rimanere informati, inizialmente era saltuario poi una o due volte a settimana. Nessuno lo ha mai messo in discussione.

– Si sono verificati scetticismi sull’eventuale vaccino?

sulla necessità delle mascherine e delle altre misure di sicurezza?No, ricordo di aver letto qualche scemenza su Facebook forse, ma mai preso in considerazione da nessuno. Qualcuno ha addirittura azzardato a dire da fuori che Cuba ometteva i morti, ma fenomeni sporadici e marginali. Nonostante non sono mancate le persone che si sono lamentate, perché ovviamente è una crisi che si somma alla morsa del bloqueo, nessuno ha mai messo in discussione la sanità cubana.

– Cosa sarebbe successo (se non è successo) a queste persone (medici, politici e persone normali o giornalisti che fossero)? Non credo gli si sarebbe nemmeno concesso spazio. – Chi paga e distribuisce mascherine e disinfettanti da voi? eventuali vaccini?

Ovviamente lo stato, che alla fine siamo noi. Specialmente all’inizio, durante il lockdown è stato vietato anche il commercio delle mascherine, poi è stato liberalizzato quando si è riaperto. Adesso stiamo riaprendo anche al turismo, perché la crisi ovviamente si fa sentire, anche considerando che gli USA hanno sfruttato la situazione per affossarci, ma si entra solo facendo dei tamponi per tenere sotto controllo la situazione.

Intervista realizzata da Lenny Bottai

Come Cuba ha affrontato il Covid, intervista a Aleida Guevara March

Con mio grandissimo onore, ho ricevuto le risposte della Dott.ssa Aleida Guevara March, non solo figlia del Comandante Ernesto Che Guevara, ma anche Medico Pediatra Internazionalista e impegnata presso l’Ospedale Pediatrico William Soler dell’Avana, alla quale ho posto le stesse identiche domande. Devo nuovamente ringraziare per il lungo lavoro di traduzione delle mie domande di Federica Cresci nonché ovviamente Aleida per l’onore di avermi concesso il suo tempo.

Ritengo che ciò che emerge è sempre una grande capacità organizzativa di una società che mette davanti a tutto gli interessi collettivi, anche nella difficoltà non solo di una pandemia, ma di una morsa infame come quella del blocco statunitense, che impedisce l’arrivo anche di qualsiasi aiuto. Aleida spiega con naturalezza come nel socialismo alcuni dubbi e congetture vengono meno con naturalezza, così come con altrettanta naturalezza la cooperazione della gente emerge insieme al senso di responsabilità verso gli altri. Voglio ricordare che Cuba ha avuto al momento solo 142 decessi (per fare una proporzione 13 morti ogni milione di abitanti a confronto dei 1,139 dell’Italia). Come si capisce confondere la critica al sistema capitalista, alla speculazione in atto in ogni campo, anche quello medico, non deve portare fuori strada mai. Come parametro abbiamo questi esempi limpidi di gestione del Covid che devono aiutare a rischiarire le idee a tanti.

– Quali misure sono state adottate dal governo per gestire la pandemia? Lockdown, obbligo di mascherina, tracciamenti, trattamenti, precauzioni con sanificazioni obbligatorie?

Le primissime misure adottate dal Governo cubano sono state quelle di chiudere le frontiere, perché essendo un’isola, Cuba ha molto turismo e sarebbe stato un problema per la diffusione della pandemia. Successivamente la popolazione è stata istruita per le misure igieniche, ad esempio lavarsi le mani prima di entrare in qualsiasi luogo pubblico, con l’uso di disinfettanti, gel alcolici o semplicemente acqua e sapone; la mascherina è stata da subito obbligatoria per uscire in strada e per salire sui mezzi di trasporto pubblico; è stato adottato il distanziamento sociale e richiesto alle persone di uscire solo per necessità e lavorare a distanza da casa. Alcuni lavori sono stati sospesi, come molti esercizi ed attività, solo alcuni negozi scelti per necessità imprescindibili sono rimasti aperti e le scuole sono state tutte chiuse. Sono rimasti aperti solo gli ospedali. I medici cubani hanno lavorato, sin dal primo momento, per capire come trattare la malattia; nello specifico quando le persone erano considerate sospette, venivano isolate e se il risultato del tampone dava positivo si ospedalizzavano; con i pazienti affetti da Covid, i medici hanno cercato di rafforzare il loro sistema immunitario, contenendo la malattia e cercando di fare in modo che i pazienti non giungessero ad uno stato di crisi ed alta gravità. Lo stato ha garantito gratuitamente le mascherine agli ospedali, ai professionisti come quelli che manipolano gli alimenti; ha fatto accordi economici con le imprese cubane che si sono dedicate alla costruzione di mascherine semplici e quelle di protezione facciale. I giovani studenti universitari, hanno avuto un ruolo importante, sono stati coinvolti come volontari e messi al servizio della popolazione per effettuare le operazioni di disinfezione e consegna del cibo, con le adeguate misure di protezione, tutte fornite a spese dello Stato.

– Come e cosa è stato garantito ai lavoratori, ai commercianti, a chi non poteva andare a lavoro perché malato oppure perché vigeva la chiusura forzata?

A tutti coloro i quali non è stato consentito di lavorare con misure alternative, come da casa o a distanza, è stato garantito il salario, il primo mese di chiusura totale il 100%, poi nei mesi successivi al 60%. Alcune zone e quartieri considerati focolai per l’alta percentuale di contagio, sono stati totalmente chiusi; alle persone che dovevano rimanere in casa e non uscire dalla zona focolaio, sono stati garantiti gli approvvigionamenti di alimenti, tre volte al giorno, colazione pranzo e cena, attraverso volontari che li consegnavano osservando la massima attenzione alle misure di sicurezza e fornendo gli stessi cibi che le famiglie erano abituate a comprare nei negozi, quindi senza stravolgere forzatamente il loro abituale regime alimentare. Ovviamente sono stati privilegiati gli anziani e le categorie più sensibili. Alcuni ospedali sono stati dedicati solo alla cura del Covid, altri invece sono rimasti in attività per i casi e le cure urgenti.

– Si sono verificati fenomeni di manifestazioni di persone che rifiutavano di mettere la mascherina, che negavano la gravità o peggio l’esistenza del virus?

In nessun momento i professionisti cubani hanno negato l’esistenza del virus o messo in discussione la necessità di operare per fermarlo, perché è una realtà che stiamo vivendo, che stiamo toccando con le nostre mani. Le cose che mi hanno infastidito di più sono stati alcuni commenti fatti in Europa, che mettevano in discussione l’importanza della mascherina dicendo che era un mezzo di una privazione della libertà o repressione, quando da sempre viene usata dai chirurghi, in sala operatoria, per proteggere il paziente. La popolazione asiatica ad esempio ha l’abitudine ad utilizzarla sempre quando ha raffreddore o catarro per evitare i contagi. E’ vero che la mascherina è fastidiosa, può appannare gli occhiali, rendere più difficile la respirazione, ma non vedo nessuna ragione per non usarla o considerarla un elemento d’oppressione. Questa è semplicemente una questione di solidarietà umana. Parliamo di una malattia altamente contagiosa, se è primario il suo utilizzo per il bene di tutti va usata, non solo per il Covid, anche dopo la pandemia, dovremmo avere la buona abitudine di usarla sempre. Anche sul vaccino ho sentito una quantità enorme di sciocchezze. Purtroppo capisco che in una società capitalista, questi mezzi sono utilizzati anche per fare più soldi possibile, come ad esempio è avvenuto per le mascherine, inventandone sempre di più sofisticate per guadagnarci sempre di più. Stiamo parlando di una malattia altamente contagiosa dalla quale ci dobbiamo salvaguardare. Da noi questo non è successo, nessuno vendeva mascherine perchè la TV cubana ha insegnato alla gente come fabbricarle in casa, con vestiti o stoffe di uso comune nelle famiglie, io stessa ne ho tessute a migliaia. Sui vaccini è vero che ci sono imprese capitaliste che non sono troppo serie, perché il sistema verte su grossi interessi economici, ma da noi ad esempio la gente ha totale fiducia nei ricercatori e nei medici cubani perché sa che non esiste nessuna speculazione nel loro lavoro, hanno sempre operato per la protezione della vita del loro popolo e per questo attendiamo tranquilli l’uscita del nostro vaccino. Il vaccino in sé è sempre stato un mezzo per garantire la salvaguardia delle persone e per creare immunità verso la malattia. Il Covid, oltre ad essere altamente contagioso, non garantisce immunità a chi ne è stato affetto, per questo è difficile creare un vaccino adeguato e per questo serviranno strumenti di alta tecnologia. Se ciò sarà utile, avanti pure con l’alta tecnologia. E’ inaudita la perdita di tempo su queste discussioni quando stanno succedendo cose intorno a noi che vengono totalmente ignorate, nessuno protesta per la distruzione del pianeta però ci si preoccupa di protestare contro l’uso delle mascherine. Cose assurde! Anche da noi ci sono stati degli indisciplinati ma sono stati sanzionati, perché la legge stabilisce che per il bene della collettività le regole vanno rispettate, se non per il proprio bene per quello degli altri. Si tratta di una questione di disciplina sociale. Noi cubani peraltro siamo molto festaioli, affettuosi, baciamo ed abbracciamo, però evitiamo di farlo, rispettiamo il distanziamento sociale perché la disciplina è importante in questo momento. Ad esempio quando qualche indisciplinato usciva di casa senza mascherina capitava che era la popolazione stessa a richiamare alle regole, senza dover far intervenire necessariamente la polizia.

– Si sono verificati fenomeni di dottori o addetti ai lavori che andavano su TV e giornali a portare le loro teorie alternative, talvolta fino a dire esplicitamente che era una farsa, c’era del terrorismo mediatico, che i morti non erano di Covid ma con Covid?

Nessuno ha mai negato l’esistenza del Covid, perché è una realtà che stiamo vivendo e toccando con le nostre mani. I medici cubani hanno solo avuto problemi per la propria protezione, perché spesso mancano i materiali e gli strumenti a causa del blocco statunitense. Sono stati vietati attracchi a navi che mandavano aiuti sanitari; alcune imprese straniere ci hanno donato materiale medico ma sono state sanzionate e bloccate, con la mancata consegna del materiale urgente e necessario. Chissà probabilmente avremmo potuto fare anche di più se il blocco statunitense non ci avesse colpito tanto. In merito ai vaccini noi abbiamo quattro versioni candidate, di cui già due in sviluppo definitivo e in prova su esseri umani che credo per febbraio usciranno per il loro uso. Ci sarà un vaccino generale e principale ed altri specifici per bambini e per anziani o persone affette da patologie particolari. Poi stiamo usando negli ospedali per i pazienti Covid anche diverse medicine, che utilizziamo già da anni, a base di interferone per rafforzare il sistema immunitario dei malati Covid affinché non peggiorino e non arrivino ad uno stato di crisi o di alta gravità.

Intervista realizzata da Lenny Bottai

Come il Vietnam ha affrontato il Covid, intervista a Alessio Sorti

Alessio dalla Malesia si è trasferito in Vietnam per aprire con la compagna un ristorante vegetariano nel 2016, e da allora vive e lavora ad Ho Chi Min City. Credo che il suo racconto possa essere utile a comporre il quadro di una diversa gestione del virus che ha dimostrato come per le società capitaliste la vita passa in secondo piano, e la spettacolarizzazione delle notizie crea molta confusione. Conoscendo e avendo già letto le domande che ho fatto ad Aleida, Daniele e Rolando, Alessio mi ha mandato direttamente un testo unico.

Il governo Vietnamita ha chiuso il confine con la Cina tre giorni subito dopo il primo out break ufficiale a Wuhan. Ha chiuso tutte le scuole, adottato obbligo di mascherina, precauzioni sanitarie in tutti gli edifici pubblici, obbligo di sanificazione personale all’ingresso di tutti gli edifici (perfino condomini, con divieto di ingresso ai non residenti), poi effettuando una campagna di affissione di materiale informativo e di prevenzione in lingua vietnamita ed inglese.

Questo era a fine Gennaio quando ancora qui in Vietnam non erano stati riscontrati casi di contagio. Ai primi casi su territorio vietnamita e alla crescita esponenziale dei casi in Cina, Corea e Giappone, oltreché in Italia e in Europa, sono stati sospesi tutti i voli in arrivo da paesi con alto numero di infettati. Unici voli possibili erano per cittadini vietnamiti e per stranieri con permesso di lavoro ed imprenditori con Quarantena Obbligatoria.

Da metà Febbraio, nonostante i pochissimi casi, il Governo ha sigillato i confini totalmente, i soli voli fatti atterrare sono stati per i cittadini vietnamiti e con obbligo di quarantena. A fine Febbraio con un numero di soli 200 casi in tutto il Vietnam ma con la chiara situazione pandemica, capendone la velocità di diffusione e la gravità è stato imposto un lockdown nazionale totale per cinque settimane in cui tutta la popolazione vietnamita e gli stranieri residenti in Vietnam hanno rispettato in pieno tutte le restrizioni e direttive.

La maggior parte degli affitti sono stati ridotti al 50%, le utenze qui non sono di certo come in Italia e non preoccupano, comunque sono state ridotte le spese; alcuni lavori hanno continuato in misure alternative come l’asporto, in altre si è data una specie di cassa integrazione. La crisi ovviamente non è mancata, anzi, specialmente per la chiusura al turismo si è fatta molto sentire. Qui non si è verificato nessun episodio di negazionismo, scetticismo o complottismo, oppure di disobbedienza. Non è stato mai messo in dubbio l’operato del governo o dei medici. Quindi non posso neppure dirti come sarebbe stato trattato.

Alla fine del lockdown le riaperture sono state lente e mirate ad attività fondamentali. Sono rimaste chiuse ancora per settimane i club, karaoke, spa e centri estetici etc. etc. Tutte le altre attività sono riaperte con restrizioni, distanziamento sociale, numeri ridotti con un massimo di 30 persone nei ristoranti. Per due mesi non si è registrato nessun nuovo caso, poi sono comparsi degli infetti nel Vietnam centrale. Danang è stata messa in lockdown totale per quattro settimane e la riapertura è avvenuta solo dopo che tutti i casi attivi erano in via di recupero.

Un grande senso di responsabilità della gente, di cooperazione, un’organizzazione ad oggi hanno portato che ci sono stati in totale meno di 1500 casi e solo 35 casi di morte da gennaio ad oggi. In generale i vietnamiti hanno dimostrato un senso civile e di protezione reciproca come una vera comunità dovrebbe essere a mio avviso, nessun scetticismo, anzi molto orgoglio per lo straordinario risultato ottenuto dalla nazione. Per tutto il periodo, sin da gennaio, ed ancora oggi mascherine, sanificanti etc etc sono stati ampiamente reperibili e a prezzi accessibili o distribuiti gratuitamente alla popolazione meno abbiente.
Gare di solidarietà sono scattate per aiutare gli operatori sanitari e militari, ausiliari impegnati in ospedali e <<quarantine camps>> dove oltre ai vietnamiti sono stati ospitati anche stranieri a spese dello stato.

Ho fatto personalmente parte di associazioni per la raccolta di beni di prima necessità e anche di fondi per gli operatori per supportare ulteriormente il grande lavoro che stavano facendo. Ho visitato brevemente un paio di campi rimanendo all’esterno e parlando con addetti. Abbiamo organizzato insieme a moltissimi vietnamiti una rete di distribuzione di cibo, prodotti sanitari per i senza dimora.

La sensazione generale di vietnamiti e stranieri residenti è quella di avere assistito ad operazioni tempestive, mirate, giocando di anticipo il più delle volte, una conoscenza territoriale incredibile da parte delle autorità che hanno permesso un successo su tutta la linea. E’ stato molto impressionante assistere a tutto questo mentre ricevevamo le notizie catastrofiche provenienti da Europa e Stati Uniti in particolare.

(io) Grazie Ale per la tua testimonianza.(Alessio) Ammiro il fatto che si faccia luce e si dia spazio alle notizie provenienti direttamente da paesi come il mio Vietnam che spesso non vengono nemmeno inseriti nei notiziari mainstream oppure vergognosamente filtrati e pilotati. Il successo della gestione della pandemia del Vietnam Socialista è REALE !

Intervista realizzata da Lenny Bottai

Transnistria: L’ultima Repubblica Sovietica

A Tiraspol, c’è un che di solenne nella stella rossa sul cappello dell’ufficiale che vigila sulla frontiera tra Transnistria e Moldova. Un confine che non è segnato sulle mappe, ma che di fatto esiste: è qui davanti. Il suo sproporzionato cappello fasciato di rosso è di gran lunga il più grande di tutti, lui lo sa e con sguardo torvo pretende il rispetto deferente che tutti gli portano. Benvenuti nella Pridnestrovkaja Moldavskaja Respublik, conosciuta in Occidente come l’autoproclamata Repubblica della Transnistria.

Tutto iniziò nel marzo 1992 quando guidati da Igor Nikolaevich Smirnov, ex presidente del Soviet di Tiraspol, gli abitanti imbracciarono le armi per dire che no, loro non ci si riconoscevano nella neonata Repubblica Moldava staccatasi dall’Urss. Loro si sentivano russi e sovietici (allora il 55% della popolazione era di etnia russa o ucraina) e avrebbero combattuto per rimanere tali. Cosa che in effetti fecero, anche perché nei pressi di Tiraspol era di stanza il 14° battaglione dell’Armata rossa che spalleggiò, difese e armò i miliziani della Transnistria. Nel giro di poco l’esercito moldavo si dovette ritirare, si firmò un cessate il fuoco e oggi siamo ancora allo stesso punto, con negoziati virtualmente aperti e una situazione de facto di due governi e due Stati.

Visitando la Transnistria è un tuffo nel passato, son passati cent’anni dalla rivoluzione russa e l’Unione Sovietica ancora è lì e resiste al tempo. A Tiraspol davanti al palazzo che ospita il presidente svetta una statua di Lenin in granito in posa di rito, con mantello e braccio a indicare, il Sol dell’avvenire; un busto sempre di Lenin si trova davanti al palazzo del Soviet Supremo, mentre nei pressi dell’università c’è un busto di Gagarin; accanto al sacrario dei caduti per la guerra del 1991 c’è una stele che ricorda i morti in Afghanistan. Davanti al Municipio ci sono ancora le foto dei compagni cittadini illustri e in generale la toponomastica è ancora ferma a Marx, Engels e i vari eroi del comunismo; sugli autobus le stelle rosse non mancano e tra un palazzo e l’altro bandiere russe si alternano a falce e martello.

Il sottile filo rosso che lega la Transnistria all’Italia

C’è un legame con l’Italia: è il film “Educazione siberiana” realizzato da Gabriele Salvatores nel 2013, tratto dall’omonimo romanzo di Nicolai Lilin, nato proprio a Bender dove è ambientato: le descrizioni dei luoghi del romanzo sono state oggetto di critica e, non a caso, l’autore suscita scarsa simpatia presso i pochi connazionali che lo conoscono.

Ma non è l’unico legame. Sul finire degli anni ’40, in piena Guerra Fredda, l’ideale comunista unisce luoghi improbabili: Tiraspol è gemellata con Carapelle (Foggia), Bender con Montesilvano (Pesaro) e con Cavriago (Reggio Emilia): la cittadina emiliana aveva mostrato simpatia per Lenin già ai tempi della Rivoluzione del 1917, quando i cittadini avevano raccolto 500 lire a sostegno del leader russo. Lenin li ringraziò in un discorso pubblico: gli abitanti di Cavriago gli conferirono il titolo di primo cittadino onorario della città. Nel 1970 ricevettero in dono un busto di Lenin portato da una delegazione di Bender. L’originale oggi è custodito nelle sale del municipio mentre sulla piazza, che porta il nome del leader bolscevico, è stata lasciata una copia.

La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa

Nonostante la loro determinazione, il popolo di questo piccolo stato isolato non poteva da solo scongiurare le devastazioni dell’accerchiamento capitalista. La repubblica fu costretta a fare importanti compromessi politici ed economici per mantenere la sua esistenza. Dovette fare affidamento sulla protezione militare della nuova Russia capitalista per scongiurare le ripetute minacce della vicina Moldavia e dell’Ucraina.

Nel 2016 però, le forze che rappresentano apertamente gli oligarchi capitalisti hanno preso il controllo dello stato.

Il governo di Transnistria e la sua economia dipendono fortemente dai sussidi provenienti dalla Russia, che mantiene una presenza militare e la sua missione di peacekeeping. La competizione politica all’interno del territorio è limitata e il partito dominante è allineato con i potenti interessi commerciali locali.

Uno dei quesiti odierni riguarda la possibilità di risolvere politicamente il problema della Transnistria, considerate tutte le contraddizioni esistenti nella politica regionale e globale. Dal 2009 le condizioni politiche in Moldova sono cambiate significativamente verso strutture di governo più democratiche, responsabili ed europeiste. 

Nel maggio 2018 si è tenuta a Roma la Conferenza permanente per la regolamentazione del conflitto transnistriano. Il forum è stato svolto nel formato 5+2 (Moldova, Transnistria, Russia, Ucraina, Osce + UE e USA). Sul tavolo, un pacchetto di otto punti per la risoluzione dei problemi dei cittadini di entrambe le parti, concernenti principalmente questioni economiche, umanitarie e di circolazione.

I primi segnali di un “ricongiungimento territoriale” provengono dal graduale allentamento delle posizioni russe in Transnistria. Nel 2018 il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha licenziato il rappresentante presidenziale per la Transnistria, sostituendolo con un rappresentante per lo sviluppo del commercio e dell’economia con la Moldova. In altre parole, le relazioni della Russia con la Transnistria sono ora parte integrante delle relazioni con la Moldavia.

Un altro segnale di riavvicinamento si è visto nel cambio dell’approccio occidentale caratterizzato dall’insediamento di un diplomatico tedesco a capo della missione dell’OSCE in questo territorio. In particolare, i diplomatici tedeschi hanno fatto il possibile per sostenere misure di rafforzamento della fiducia tra Tiraspol (Transnistria) e Chisinau (Moldavia). La presidenza tedesca dell’OSCE del 2016 ha gettato le basi per un programma di consolidamento della fiducia reciproca attraverso la firma del cosiddetto Protocollo di Berlino.

Ma soprattutto sono le precondizioni strutturali che ad oggi fanno discutere della possibilità dell’avvicinamento tra Chisinau e Tiraspol. Ciò è dovuto alla graduale estensione della giurisdizione moldava sui confini territoriali, la pressione economica e il lento e costante avvicinamento della Moldavia all’Occidente.

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Il compagno Hitler

Il nome del capo del Terzo Reich è un nome familiare. È associato a numerosi crimini contro l’umanità. Tuttavia, poche persone sanno che un altro uomo con il cognome Hitler ha ricevuto una delle onorificenze più significative dell’Unione Sovietica per il suo servizio militare durante la seconda guerra mondiale.

Semyon Hitler è nato nel 1922 nella regione Ucraina di Khmelnitsky, nel villaggio di Orinin. Dopo essere diventato maggiorenne, si è arruolato nell’Armata Rossa ed è stato addestrato in una scuola di mitragliatrice nel distretto militare di Odessa.

“Il soldato dell’Armata Rossa Hitler non amava l’uomo con lo stesso cognome”, scrisse ironicamente Boris Akunin, scrittore e storico russo. “Sparava alle persone che gridavano” Heil Hitler! ” con la sua mitragliatrice.

In effetti, Semyon Hitler era così bravo a sparare ai tedeschi da essere persino decorato per il suo coraggio, anche se in quel periodo assegnare un onorificenza ad un “Hitler” richiedeva molto coraggio dai suoi comandanti.

L’impresa di Semyon Hitler

Nel 1941 Semyon aveva solo 19 anni. A quel tempo era un membro del 73 ° battaglione di mitragliatrici situato nell’area fortificata sul fianco sinistro del confine occidentale delle truppe sovietiche. Semyon si trovava su quella che il suo documento di riconoscimento chiama “l’altezza 174,5”.

Nel giugno 1941, il Tiraspol fu fortificato con 284 strutture difensive: 262 postazioni di mitragliatrici e 22 strutture di artiglieria. La lunghezza totale era di circa 93 miglia lungo la parte anteriore e 2,5-3,7 miglia in profondità. Due fiumi straripanti, il Dniester e il Turunchuk, erano barriere naturali che contribuirono a rafforzare ulteriormente le difese. Lungo le sezioni di questi fiumi, le fortificazioni erano profonde solo 0,6-1,9 miglia.

Il 20 luglio 1941, si verificarono feroci battaglie vicino al posto di Semyon. Poi, il 25-26 luglio, i tedeschi attraversarono con successo il fiume Dniester e sfondarono le difese sovietiche. Molti soldati sovietici iniziarono a ritirarsi e i tedeschi circondarono l’avanposto, dove si trovava Semyon Hitler.

Inizialmente, il plotone di Semyon si ritirò a una distanza di sicurezza e tentò di respingere la l’avanzata avversaria sotto il fuoco di copertura. Tuttavia, i tedeschi presto irruppero nelle loro retrovie e circondarono Seeds. Un estratto dal documento del premio di Semyon dice:

“Il compagno ferito Hitler con la sua mitragliatrice rimase solo in mezzo al nemico, ma non perse la testa, ma fece fuoco finché non esaurì tutte le sue munizioni, e poi, a una distanza di 10 km [6,2 miglia], strisciando tra il nemico, con una mitragliatrice restituita alla sua unità.”

Semyon riusci a tornare alla sua unità e continuò il combattimento. Successivamente, prese parte alla difesa di Odessa e morì il 3 maggio 1942, nelle battaglie per Sebastopoli.

Il comandante del battaglione di Semyon Hitler, era preoccupato per la decorazione di questo soldato. “Da un lato, il suo atto di coraggio era fuori dubbio; dall’altra, potrebbe essere pericoloso firmare un documento che assegna un tale cognome a un uomo, soprattutto in tempo di guerra “.

Ma il buon senso ha prevalso: il generale Georgy Sofronov, a capo dell’Esercito costiero separato, ha firmato personalmente il documento dando a Semyon Hitler una medaglia, “For Courage”, con la seguente motivazione “Come mitragliere di una mitragliatrice, ha sostenuto l’avanzata del suo plotone con il fuoco. Una volta circondato e ferito, il compagno Hitler ha sparato finché non ha esaurito le sue munizioni. Dopodiché, senza abbandonare le armi, è arrivato ai suoi soldati e in totale ha ucciso più di cento soldati della Wehrmacht “

Dopo il premio Semyon ha continuato a servire la sua patria. Sfortunatamente, non visse abbastanza da vedere la fine vittoriosa della Grande Guerra Patriottica a Berlino. Nel giugno 1942, meno di un anno dopo il suo atto di coraggio, Semyon fu ucciso difendendo la città di Sebastopoli. Dopo la guerra, la famiglia di Semyon cambiò il proprio cognome in Hitlev e lasciò l’URSS per Israele.

La storia conosce un solo Hitler che combatte per l’URSS sul campo di battaglia, ma c’erano molti altri omonimi nazisti che si comportarono in modo eroico e furono decorati dall’Armata Rossa. Di solito erano persone di origine tedesca o ebraica.

Ad esempio, nel 1944, Nikolay Göring, l’uomo che condivideva un cognome con il Reich ministro dell’aviazione tedesco, Hermann Göring, ricevette l’Ordine della Stella Rossa per aver catturato un comandante di plotone della SS Panzer Division, ‘Totenkopf’, e trascinandolo torna al campo sovietico nonostante il fuoco delle mitragliatrici.

Ancora un altro Yakov Göring, medico in Bielorussia dal gennaio 1945, ha rievuto l’Ordine della Guerra Patriottica per aver evacuato più di 1.500 soldati sovietici feriti dal campo di battaglia, senza lasciare indietro nessun uomo, dormendo o riposando a malapena.
Come molti altri Göring sovietici, Yakov era ebreo, a differenza del suo omonimo che fu in gran parte responsabile dell’Olocausto.

Mentre Rudolph Hess, lo scagnozzo di Hitler arrestato in Gran Bretagna nel 1941, ha dedicato la sua vita alla causa nazista, Nikifor Hess, un ufficiale sovietico, non ha risparmiato sforzi per uccidere i nazisti. Nel settembre 1942, guidò il suo plotone in un’offensiva, uccidendo da solo sette combattenti nemici. Gli fu conferito l’Ordine della Stella Rossa, proprio come Alexander Bormann, omonimo di Martin Bormann, capo della cancelleria del partito nazista e segretario di Hitler.

Il Bormann sovietico guidò l’aviazione in un attacco sovietico che distrusse più di 850 veicoli nemici e 3.600 soldati per diversi mesi. Come dimostra la storia, condividere i cognomi con i tedeschi non ha certo reso i cittadini sovietici meno patriottici e desiderosi di combattere per la loro terra.

Heroes with the same names as villains: Red Army’s namesakes of Nazi leaders Soviet Jew with Nazi Name Awarded Medal for Courage in WWII

La storia mi assolverà


L’attacco alla Caserma Moncada, seconda fortezza militare dell’esercito batistiano, il 26 luglio 1953, nonostante sia fallito, è un evento fondamentale nella storia della rivoluzione cubana, fu infatti il detonatore che fece esplodere la società neocoloniale.

Prima del golpe militare del 10 marzo 1952, le aspirazioni della maggior parte della popolazione erano riposte nella vittoria del Partito del Popolo Cubano alle elezioni che si sarebbero dovute tenere il 1° giugno di quell’anno, ma il golpe portò al potere Fulgencio Batista ed ogni speranza si spense: abrogazione della Costituzione del ’40, annullamento di tutte le funzioni legislative, sospensione dell’autonomia delle amministrazioni provinciali e municipali e soppressione del Codice Elettorale e dei diritti delle organizzazioni politiche

In altri termini, niente elezioni. Il 4 aprile Batista dettò il proprio Statuto Costituzionale.
I partiti politici contrari al regime militare si perdevano in discussioni e divisioni interne, nel frattempo nascevano intense proteste studentesche antibatistiane; dalle proteste si passò all’agitazione insurrezionale, si moltiplicarono i gruppi indipendentisti favorevoli alla lotta armata in cerca di mezzi per sconfiggere Batista.

Intanto, un importante settore della gioventù guidato dal giovane avvocato Fidel Castro Ruz si preparava in segreto, con poche risorse e con uomini più addestrati che armati.

Il piano d’attacco alla caserma Moncada venne concepito in gran parte nell’appartamento di Abel Santamaría, situato nel quartiere del Vedado, mentre l’addestramento fu tenuto nell’Università de La Habana dallo studente di ingegneria Pedro Miret Prieto. La concentrazione finale ebbe luogo nella fattoria Granjita Siboney nella notte del 25 luglio.

I rivoluzionari, vestiti come i soldati e con il vantaggio della sorpresa si proponevano di occupare la Moncada e in seguito di armare la popolazione che si fosse unita a loro con l’arsenale conquistato. Se non ci fosse stato un incontro imprevisto con una sentinella di ronda, la caserma sarebbe caduta nelle loro mani.

Fidel Castro diresse l’attacco alla caserma Moncada con 45 uomini, preceduto da 8 uomini che presero il posto di guardia n°3. Nell’azione morirono 8 guerriglieri, alcuni morirono proteggendo la ritirata dei loro compagni; 53 vennero invece catturati e poi assassinati, altri 30 vennero incarcerati.

Il discorso di autodifesa di Fidel durante il processo, conosciuto in seguito come “La storia mi assolverà”, venne pronunciato il 16 ottobre 1953.

Signori Giudici,

mai un avvocato ha dovuto esercitare il suo ufficio in tali difficili condizioni; mai contro un accusato sono state commesse un tal cumulo di irregolarità schiaccianti. L’uno e l’altro sono in questo caso la stessa persona. Come avvocato, non ho potuto vedere il verbale né lo vedrò e, come accusato, da settantasei giorni sono chiuso in una cella solitaria, totalmente e assolutamente isolato, oltre tutte le prescrizioni umane e legali.

Chi sta parlando aborrisce con tutta la sua anima la vanità puerile e non sono parte del suo animo né del suo temperamento qualsiasi posa da tribuno né sensazionalismi di nessun tipo. Se ho dovuto assumere la mia propria difesa davanti a questo tribunale è per due motivi. Il primo perché praticamente mi si privò di essa completamente; il secondo perché solo chi era stato ferito tanto profondamente e aveva visto tanto indifesa la patria e avvilita la giustizia, può parlare in una occasione come questa con parole che siano sangue del cuore e organi vitali della verità.

Signori Giudici, quante pressioni si sono esercitate affinché mi si spogliasse anche di questo diritto consacrato a Cuba da lunga tradizione. Il tribunale non pote’ acconsentire a tali pretese perché era già lasciare un accusato al colmo della mancanza di difesa. Questo accusato che sta esercitando ora questo diritto, per nessuna ragione al mondo ometterà di dire quello che deve dire.

Vi ricordo che le vostre leggi di procedimento stabiliscono che il giudizio sarà “orale e pubblico”; senza dubbio, si è impedito al popolo l’entrata a questa sessione. Solo hanno lasciato passare due avvocati e sei giornalisti, nei periodici dei quali la censura non permetterà pubblicare una sola parola. Vedo che ho per unico pubblico, in sala e nei corridoi, circa cento tra soldati e ufficiali. Grazie per la seria e amabile attenzione che mi state prestando! Che appaia di fronte a me tutto l’Esercito! Io so che un giorno arderà dal desiderio di lavare la terribile macchia di vergogna e di sangue che le ambizioni di un gruppo di persone senza anima ha lanciato sopra le uniformi militari.

Per ultimo devo dire che non si lasciò passare nella mia cella nessuno trattato di Diritto Penale. Solo posso disporre di questo minuscolo codice che mi ha prestato un avvocato, il valente difensore dei miei compagni: il Dott. Baudilio Castellanos. Allo stesso modo si proibì che giungessero nelle mie mani i libri di Martì: sembra che la censura del carcere li considerò troppo sovversivi. O sarà forse perché io dissi che Martì era l’autore intellettuale del 26 luglio?

Non importa in assoluto! Porto nel cuore le dottrine del Maestro e nel pensiero le nobili idee di tutti gli uomini che hanno difeso la libertà di tutti i popoli.

Solo una cosa chiedo al tribunale; spero che me la conceda, come compensazione di tanto eccesso e arbitrarietà che ha dovuto soffrire questo accusato senza protezione alcuna delle leggi: che si rispetti il mio diritto ad esprimermi in piena libertà. Senza di ciò non potrete soddisfare neanche la mera apparenza di giustizia e l’ultimo anello della catena sarebbe, più di nessun altro, di ignominia e codardia.

Confesso che qualcosa mi ha sorpreso. Pensavo che il Pubblico Ministero sarebbe venuto con una accusa terribile disposto a giustificare sino alla sazietà le pretese e i motivi per i quali in nome del diritto e della giustizia – e di quale diritto e di quale giustizia? – mi si deve condannare a ventisei anni di prigione. Però no. Si è limitato esclusivamente a leggere l’articolo 148 del Codice di Difesa Sociale, secondo il quale, più circostanze aggravanti, sollecita per me la rispettabile quantità di ventisei anni di prigione. Due minuti mi sembrano molto poco tempo per chiedere e giustificare che un uomo passi al chiuso più di un quarto di secolo. è forse per caso il Pubblico Ministero disgustato del Tribunale? Comprendo che è difficile, per un Pubblico Ministero che ha giurato fedeltà alla Costituzione della Repubblica, venire qui in nome di un governo incostituzionale, statuario, di nessuna legalità e minor moralità, a chiedere che un giovane cubano, avvocato come lui, chissà … altrettanto decente come lui, sia inviato a ventisei anni di carcere. Però il Pubblico Ministero è un uomo di talento e io ho visto persone, con meno talento di lui, scrivere lunghe arringhe

Signori Giudici: perché tanto interesse a che io taccia? è che manchi completamente la base giuridica, morale e politica per focalizzare seriamente la questione? è che si teme tanto la verità? è che si desidera che anche io parli per due minuti e che non tocchi qui i punti che non lascia dormire a certa gente dal 26 luglio? non accetterò mai questo bavaglio, perché in questo giudizio si sta dibattendo qualcosa in più della semplice libertà di un individuo: si discute di questioni fondamentali di principio, si dibatte delle basi stesse della nostra esistenza come nazione civilizzata e democratica.

il Pubblico Ministero non merita neanche un minuto di replica.

E’ un principio elementare del Diritto Penale che il fatto imputato debba accordarsi esattamente al tipo di delitto prescritto dalla legge. Se non c’è legge esattamente applicabile al punto controverso, non c’è delitto.

L’articolo in questione dice testualmente:

Si imporrà una sanzione di privazione della libertà da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sarà la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione

In che paese sta vivendo il Pubblico Ministero? Chi le ha detto che noi abbiamo promosso un sollevamento contro i Poteri Costituzionali dello Stato? Due cose risaltano alla vista. In primo luogo, la dittatura che opprime la nazione non è un potere costituzionale, ma semmai incostituzionale; nacque contro la Costituzione, oltre la Costituzione, violando la Costituzione legittima della Repubblica. La Costituzione legittima è quella che emana direttamente dal popolo sovrano. In secondo luogo, l’articolo parla di Poteri Costituzionali, vale a dire, al plurale, non al singolare, perché considera il caso di una Repubblica retta da un Potere Legislativo, un Potere esecutivo e un Potere Giuridico che si equilibrano e si contrappesano uno con l’altro. Noi abbiamo promosso una ribellione contro un potere unico, illegittimo, che ha usurpato e riunito in uno solo i Poteri Legislativo, Esecutivo e Giuridico della Nazione, distruggendo tutto il sistema che precisamente cercava di proteggere l’articolo del codice che stiamo analizzando.

Vi avverto che vo a iniziare. Se nelle vostre anime resta ancora un pezzetto di amore per la patria, di amore per l’umanità, di amore per la giustizia, ascoltatemi con attenzione. So che mi si obbligherà al silenzio per molti anni; so che cercheranno di occultare la verità con tutti i mezzi possibili; so che contro di me si alzerà la congiura dell’oblio. Però non per questo la mia voce si risparmierà

Ascoltai il dittatore il lunedì 27 luglio L’accumulo di menzogne e calunnie che pronunciò nel suo linguaggio turpe, odioso e ripugnante, solo si può comparare con l’enorme quantità di sangue giovane e limpido che dalla notte prima stava spargendo, con sua conoscenza, consenso, complicità e plauso, la turba più crudele di assassini che possa mai concepirsi.

E’ necessario che mi occupi un pò del considerare i fatti. Si disse, da parte del governo stesso, che l’attacco fu realizzato con tanta precisione e perfezione che evidenziava la presenza di esperti militari nella elaborazione del piano. Niente di più assurdo. Il piano fu tracciato da un gruppo di giovani nessuno dei quali aveva esperienza militare; e rivelo i loro nomi, meno due di loro che non sono né morti né catturati: Abel Santamaria, José Luis Tasende, Renato Guitart Rosell, Pedro Miret, Jesus Montané e colui che parla. La metà sono morti, e con giusto tributo alla loro memoria posso dire che non erano esperti militari, però avevano patriottismo sufficiente per dare, a parità di condizioni, una sonora lezione a tutti quanti i generali del 10 marzo (allusione ai generali che appoggiarono il colpo di Stato di Fulgencio Batista il 10 marzo del 1952, N.d.T.) che non sono militari né patrioti.

E’ ugualmente certo che l’attacco si realizzò con coordinazione magnifica.

Abel Santamaria con ventuno uomini aveva occupato l’Ospedale Civile; con lui c’erano un medico e due nostre compagne per accudire i feriti. Raul Castro, con dieci uomini, occupò il Palazzo di Giustizia; e a me toccò attaccare l’accampamento con il resto, novantacinque uomini. Arrivai con un primo gruppo di quarantacinque, preceduto da un’avanguardia di otto Il gruppo di riserva, che era in possesso di quasi tutte le armi lunghe, dato che le corte andavano all’avanguardia, prese per una via sbagliata e si perse completamente in una città che non conoscevano.

Si fecero sin dai primi momenti numerosi prigionieri, circa venti, e ci fu un momento in cui tre nostri uomini Ramiro Valdez, Jose Suarez e Jesus Montané, riuscirono ad entrare in una baracca e a detenere lì per un certo tempo circa cinquanta soldati. Questi prigionieri testimoniarono davanti al Tribunale, e tutti senza eccezione hanno riconosciuto che furono trattati con assoluto rispetto, senza dover soffrire neanche una parola di insulto.

La disciplina da parte dell’Esercito fu abbastanza scarsa. Vinsero alla fine per il numero, che dava loro una superiorità di 15 ad uno, e per la protezione che loro forniva la difesa della fortezza.

Quando mi convinsi che tutti i nostri sforzi per prendere la fortezza erano già vani, cominciai a ritirare i nostri uomini a gruppi di otto e dieci. La ritirata fu protetta da sei cecchini che al comando di Pedro Miret e di Fidel Labrador, bloccarono eroicamente il passo all’Esercito. Le nostre perdite nella lotta erano state insignificanti. Il gruppo dell’Ospedale Civile non ebbe più di una vittima; il resto fu vinto dal situarsi delle truppe dell’esercito di fronte all’unica uscita dell’edificio, e soltanto deposero le armi quando non rimaneva loro più neanche un proiettile. Con loro stava Abel Santamaria, il più generoso, amato ed intrepido dei nostri giovani, la cui gloriosa resistenza lo rende immortale davanti alla storia di Cuba. Vedremo la sorte che loro toccò e come desiderò sradicare Batista la ribellione e l’eroismo della nostra gioventu’.

I nostri piani erano di proseguire la lotta sulle montagne in caso di insuccesso dell’attacco al reggimento. Potei riunire un’altra volta, a Siboney, un terzo delle nostre forze; pero molti si erano già persi d’animo. Una ventina decisero di consegnarsi; già vedremo che cosa fu di loro. Il resto, diciotto uomini, con le armi e l’attrezzatura che rimanevano, mi seguirono sulle montagne. Il terreno era a noi perfettamente sconosciuto. Durante una settimana occupammo la parte alta della Cordigliera della Grande Pietra e l’Esercito occupò la base. né noialtri potevamo scendere né loro si decisero a salire. Non furono, dunque, le armi; furono la fame e la sete che vinsero l’ultima resistenza. Dovetti distribuire gli uomini in piccoli gruppi: alcuni riuscirono a filtrare attraverso le linee dell’esercito, altri furono consegnati da monsignor Perez Serantes. Quando solo restavano con me due compagni: Jose Suarez e Oscar Alcalde, tutti e tre totalmente stremati, all’alba di sabato 1° di agosto, una forza al comando del tenente Sarria ci sorprese dormendo. Già la mattanza dei prigionieri era cessata in seguito alla tremenda reazione che provocò nella cittadinanza, e questo ufficiale, uomo di onore, impedì che alcuni assassini ci uccidessero

Si è ripetuto con molta enfasi da parte del governo che il popolo non assecondò il movimento. mai avevo udito una affermazione tanto ingenua e, al tempo stesso, tanto piena di malafede. Pretendono evidenziare con ciò la sottomissione e codardia del popolo Se il Moncada fosse caduto in mano nostra persino le donne di Santiago di Cuba avrebbero impugnato le armi!

Molti fucili furono caricati ai combattenti dalle infermiere dell’Ospedale Civile! Anch’esse combatterono. Questo non lo dimenticheremo mai.

Il Pubblico Ministero era molto interessato a conoscere le nostre possibilità di successo. Queste possibilità si basano su ragioni di ordine tecnico-militare e di ordine sociale.

Si è desiderato instaurare il mito delle armi moderne come certezza della totale impossibilità della lotta aperta e frontale del popolo contro la tirannia. Le sfilate militari, le grandi parate di materiale bellico, hanno per obiettivo il fomentare questo mito e creare nella cittadinanza un complesso di assoluta impotenza. Nessun arma, nessuna forza è capace di vincere a un popolo che si decide a lottare per i propri diritti. Gli esempi storici passati e presenti sono incontestabili. è ben recente il caso della Bolivia, dove i minatori, con cartucce di dinamite, sconfissero e distrussero a reggimenti dell’esercito regolare.

Pero noi cubani non dobbiamo cercare esempi in altri paesi, perché nessuno è tanto eloquente come quello della nostra patria. Durante la guerra del 1895 c’erano a Cuba circa mezzo milione di soldati spagnoli in armi I cubani non disponevano in generale di altra arma che il machete, perché le sue cartucciere erano quasi sempre vuote. c’è un passaggio indimenticabile della nostra guerra di indipendenza narrato dal generale Mirò Argenter

La gente in maggior parte provvista di solo machete, fu decimata Attaccarono agli spagnoli con i pugni, senza pistola

Così lottano i popoli quando desiderano conquistare la propria libertà: tirano pietre agli aerei e deviano i carri armati a morsi!

Dissi che la seconda ragione sulla quale si basava la nostra possibilità di riuscita era di ordine sociale. perché avevamo la sicurezza di contare sul popolo? Quando parliamo di popolo non intendiamo i settori concilianti e conservatori della nazione, a quelli per cui va bene qualsiasi regime di oppressione, qualsiasi dittatura, qualsiasi dispotismo, prostrandosi dinanzi al reggente di turno sino a rompersi la fronte contro il pavimento.

Intendiamo per popolo, quando parliamo di lotta, la grande massa irredenta, quella a cui tutti offrono e quella che tutti ingannano e tradiscono, quella che anela una patria migliore, più degna, più giusta

Noi chiamiamo popolo se di lotta si tratta, ai seicentomila cubani che stanno senza lavoro desiderosi di guadagnarsi il pane con onore senza dover emigrare dalla propria patria in cerca di sostentamento; ai cinquecentomila operai stagionali della campagna che abitano in baracche miserabili, che lavorano quattro mesi e soffrono la fame per il resto dell’anno dividendo con i propri figli la miseria, che non hanno un fazzoletto di terra per seminare e la cui esistenza dovrebbe muovere a più compassione se non ci fossero tanti cuori di pietra; ai quattrocentomila operai industriali e braccianti le cui pensioni, tutte, sono rapinate, la cui vita è il lavoro perenne e il cui riposo è la tomba; ai centomila piccoli agricoltori che vivono e muoiono lavorando una terra che non è loro, contemplandola sempre tristemente come Mose’ alla terra promessa, per poi morire senza mai giungere a possederla, che devono pagare per i fazzoletti di terra come servi feudali una parte dei propri prodotti, che non possono amarla, né migliorarla, né abbellirla, o piantare un cedro o un arancio perché non sanno se un giorno verrà un funzionario a dirgli che deve andarsene; ai trentamila maestri e professori tanto pieni di abnegazione, di sacrifici e necessari al destino migliore delle future generazioni e che tanto male li si tratta e paga; ai ventimila piccoli commercianti appesantiti dai debiti, rovinati dalle crisi e ammazzati dalla piaga di funzionari filibustieri e venali; ai diecimila giovani professionisti: medici, ingegneri, avvocati, veterinari, pedagoghi, dentisti, farmaceutici, giornalisti, pittori, scultori, ecc., che escono dalle aule con i propri titoli desiderosi di lotta e pieni di speranza per trovarsi poi in un vicolo senza uscita, tutte le porte chiuse, sorde alle suppliche e al clamore. Questo è il popolo! Quello che soffre tutte le sue disgrazie ed è pertanto capace di combattere con tutto il coraggio! A questo popolo il cui cammino di angustia è lastricato di inganni e false promesse, non andavamo a dire: “Ti daremo” ma semmai: “Ecco prendi, lotta ora con tutte le tue forze perché siano tue la libertà e la felicità!”.

Cuba potrebbe albergare splendidamente una popolazione tre volte maggiore; non ci sono dunque ragioni perché esista la miseria fra i suoi attuali abitanti.

A quelli che mi chiamano per questa convinzione sognatore, io rispondo con le parole di Martí:

Il vero uomo non guarda da che lato si vive meglio, ma da che lato sta il dovere; e questo è l’unico uomo pratico il cui sogno di oggi sarà la legge del domani, perché colui che ha posto gli occhi agli organi vitali universali e visto ribollire i popoli, tra lamenti e sangue, nella conca dei secoli, egli sa che il divenire, senza nessuna eccezione, sta dal lato del dovere.

Unicamente inspirati a tali elevati propositi è possibile concepire l’eroismo di quelli che caddero a Santiago di Cuba. Gli scarsi mezzi materiali, sui quali dovemmo contare, impedirono il sicuro successo.

I politici spendono nelle loro campagne milioni comprando coscienze, e un pugno di cubani che desiderarono salvare l’onore della patria dovette affrontare la morte con le mani vuote per carenza di risorse. Ciò spiega da chi è stato governato il paese sino ad ora, non da uomini generosi e fedeli, ma dal bassofondo della politicheria Con maggior orgoglio che mai dico che conseguente ai nostri principi, nessun politico di ieri ci ha visti bussare alla sua porta chiedendo un centesimo, che i nostri mezzi furono messi insieme con esempio di sacrificio che non ha paragoni, come quello del giovane Elpidio Sosa che vendette la sua attrezzatura e si presentò da me un giorno con trecento pesos “per la causa; Fernando Chenard, che vendette la apparecchiatura del studio fotografico con il quale si guadagnava da vivere; Pedro Marrero che impegnò il suo stipendio di molti mesi e al quale fu necessario impedire che vendesse persino i mobili della sua casa; Oscar Alcalde, che vendette il suo laboratorio di prodotti farmaceutici; Jesus Montané, che consegnò il denaro che aveva risparmiato per più di cinque anni, e così nello stesso stile molti altri, spogliandosi ognuno di quel poco che aveva.

Bisogna avere una fede molto grande nella propria patria per agire così, e questi ricordi di idealismo mi portano direttamente al capitolo più amaro di questa difesa: il prezzo che fu fatto loro pagare dalla tirannia per il desiderio di liberare Cuba dalla oppressione e dalla ingiustizia.

I fatti sono ancora recenti, però quando gli anni passeranno e il cielo della patria si schiarirà, quando gli animi esaltati si quieteranno e la paura non turberà più gli spiriti, si inizierà allora a vedere in tutta la sua spaventosa realtà la magnitudine del massacro, e le generazioni future rivolgeranno terrorizzate gli occhi a questo atto di barbarie senza precedenti nella nostra storia. Però non desidero che l’ira mi accechi, perché ho bisogno di tutta la chiarezza della mia mente e la serenità del cuore distrutto per esporre i fatti così come occorsero, con tutta semplicità, senza drammatismi, perché sento vergogna come cubano, che alcuni uomini senza anima, con i suoi crimini inqualificabili, abbiano disonorato la nostra patria dinanzi al mondo.

Non fu mai il tiranno Batista un uomo di scrupoli che tentenna prima di dire al popolo la più fantastica menzogna.

Le cose che affermò il dittatore dal poligono dell’accampamento di Columbia, sarebbero degne di risa se non fossero così impappate di sangue. Disse che gli attaccanti erano un gruppo di mercenari tra i quali c’erano molti stranieri; disse che l’attacco era stato ideato dall’ex-presidente Prio e con suo denaro, e si è provato sino alla sazietà l’assenza assoluta di ogni relazione tra questo movimento e il regime passato; disse che eravamo armati di mitragliatrici e granate a mano, e qui i tecnici dell’Esercito hanno dichiarato che avevamo solo una mitragliatrice e nessuna granata a mano; disse che avevamo sgozzato la postazione di guardia, e qui sono apparsi a verbale i certificati di morte e i certificati medici corrispondenti a tutti i soldati morti o feriti, dai quali, risulta che nessuno presentava lesioni di arma bianca.

Quando un capo di stato o chi pretende esserlo fa dichiarazioni al paese, non parla per parlare: alberga sempre qualche obiettivo, persegue sempre un effetto, lo anima sempre una intenzione. Se eravamo già stati militarmente vinti, se già non rappresentavamo più un pericolo per la dittatura, perché ci si calunniava in questo modo? Se non è chiaro che era un discorso sanguinario, se non è evidente che si pretendeva giustificare i crimini che si stavano commettendo dalla notte prima e che si andavano a commettere dopo, che parlino per me i numeri: il 27 luglio, nel suo discorso dal poligono militare, Batista disse che gli attaccanti avevano avuto trentadue morti; alla fine della settimana i morti salivano a più di ottanta. In quale battaglia, in quali luoghi, in quali combattimenti morirono questi giovani? Prima che parlasse Batista si erano assassinati più di venticinque prigionieri; dopo che parlò se ne assassinarono cinquanta.

Che grande senso dell’onore quello di quei militari modesti, tecnici e professionisti dell’Esercito, che al comparire dinanzi al tribunale non deformarono i fatti, e relazionarono attenendosi alla stretta verità. Questi si che sono militari che onorano l’uniforme, questi si che sono uomini! né il militare né l’uomo vero è capace di macchiare la sua vita con la menzogna o il crimine. Io so che sono terribilmente indignati con i barbari omicidi che si commisero, io so che sentono con ripugnanza e vergogna l’odore di sangue omicida che impregna sino all’ultima pietra il Quartiere Moncada.

Esorto il dittatore a ripetere ora, se puo’, le sue vili calunnie contro le testimonianze di questi onorevoli militari, lo esorto a che giustifichi davanti al popolo di Cuba il suo discorso del 27 luglio, che non taccia, che parli! Che dica se la Croce d’Onore che pose nel petto agli eroi del massacro era per premiare i crimini ripugnanti che si commisero; che assuma sin da ora la responsabilità davanti alla storia e non pretenda di dire poi che furono i soldati senza suoi ordini, che spieghi alla nazione i settanta omicidi; fu molto il sangue! La nazione ha bisogno di una spiegazione, la nazione lo domanda, la nazione lo esige.

Non si ammazzò durante un minuto, un’ora o un giorno intero, ma una intera settimana, i colpi, le torture, non cessarono un istante come strumento di sterminio maneggiato da perfetti artigiani del crimine. Il Quartiere Moncada si convertì in un laboratorio di tortura e morte, e alcuni uomini indegni convertirono l’uniforme militare in pannelle da macellai. I muri si incrostarono di sangue; nella parete le pallottole restarono incrostate con frammenti di pelle e capelli umani

Le mani criminali che reggono il destino di Cuba avevano scritto per i prigionieri all’entrata di quell’antro di morte, la scritta dell’inferno: “LASCIATE OGNI SPERANZA”.

Conosco molti dettagli di come si realizzarono questi crimini, per bocca di alcuni militari che pieni di vergogna, mi riferirono le scene di cui erano stati testimoni.

Il primo prigioniero assassinato fu il nostro medico Mario Muñoz, che non portava armi né uniforme e vestiva il suo camice di medico, un uomo generoso e competente che aveva prestato cura con la stessa devozione tanto all’avversario quanto all’amico ferito. Nel cammino dall’Ospedale Civile al Quartiere gli spararono un colpo alla schiena e lo lasciarono lì con la bocca rivolta in basso in una pozza di sangue. Però la mattanza di prigionieri non cominciò sino alle tre del pomeriggio. Fino a questa ora si aspettarono ordini. Arrivò dunque dall’Avana il generale Martin Diaz Tamayo, il quale portò istruzioni concrete uscite da una riunione dove si trovavano Batista, il capo dell’Esercito, il capo del SIM [Servizio di Intelligence Militare] e altri.

Disse che “era stata una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento tre volte più vittime degli attaccanti e che si dovevano uccidere dieci prigionieri per ogni soldato morto” Questo fu l’ordine!

Quello di cui questi uomini avevano bisogno era precisamente questo ordine. Nelle loro mani perì il meglio di Cuba: i più valorosi, i più onorati, i più idealisti. Il tiranno li chiamò mercenari, e lì essi stavano morendo come eroi in mano di uomini che ricevono uno stipendio dalla Repubblica e i quali con le armi che essa ha dato loro perché la difendano, servono piuttosto gli interessi di un manipolo e assassinano i migliori cittadini.

Per mezzo della tortura offrivano loro la vita se tradendo la propria posizione ideologica si prestavano a dichiarare falsamente che Prío [Carlos Prío Socarrás, Ex Presidente cubano in esilio] aveva dato loro il denaro, e come essi rifiutavano indignati la proposta, continuavano torturandoli orribilmente.

Le fotografie non mentono e quei cadaveri appaiono distrutti.

Questo lo fecero per molti giorni e assai pochi prigionieri di quelli che erano detenuti sopravvissero.

Signori Giudici, dove stanno i nostri compagni detenuti nei giorni 26, 27, 28 e 29 luglio che si sa erano settanta nella zona di Santiago di Cuba? Solamente tre e le due ragazze sono ricomparsi;

Dove stanno i nostri compagni feriti? Solo cinque sono comparsi; i restanti furono ugualmente assassinati. Qui, al contrario, hanno sfilato venti militari che furono nostri prigionieri e che secondo le loro stesse parole non ricevettero neanche una offesa. Qui hanno sfilato trenta feriti dell’Esercito, molti di loro in combattimenti sulla strada, e nessuno di essi fu giustiziato. Se l’Esercito ebbe diciannove morti e trenta feriti, com’e’ possibile che noi abbiamo avuto ottanta morti e cinque feriti?

Come può spiegarsi la favolosa proporzione di sedici morti per un ferito, se non giustiziando i feriti nell’ospedale stesso e assassinando poi gli indifesi prigionieri? Questi numeri parlano senza possibile replica. “E’ una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento un numero di vittime tre volte superiore agli attaccanti; bisogna ammazzare dieci prigionieri per ogni soldato morto …” Questo è il concetto che hanno dell’onore i caporali divenuti generali il 10 di marzo [il giorno del colpo di stato che portò Batista al potere], e questo è l’onore che desiderano imporre all’Esercito nazionale. Onore falso, onore di apparenza che si basa sulla menzogna, la ipocrisia e il crimine; assassini che plasmano con il sangue una maschera di onore. Chi disse loro che morire combattendo è un disonore? Chi disse loro che l’onore di un Esercito consiste nell’assassinare feriti e prigionieri di guerra? In guerra gli eserciti che assassinano i prigionieri si sono sempre guadagnati il disprezzo e l’esecrazione del mondo.

Il militare di onore non assassina il prigioniero indifeso dopo il combattimento, ma lo rispetta; non giustizia il ferito, ma lo aiuta; impedisce il crimine e se non può impedirlo fa come quel capitano spagnolo che sentendo gli spari con cui si fucilavano gli studenti ruppe indignato la sua spada e rinunciò di continuare a servire quell’esercito.

Per i miei compagni morti non chiedo vendetta. Dato che le loro vite non avevano prezzo, non potrebbero pagarla con la loro tutti i criminali messi insieme. Non è con il sangue che si può pagare la vita dei giovani che morirono per il bene di un popolo; la felicità di questo popolo è l’unico prezzo degno che si può pagare per quelle vite.

In più i miei compagni non sono dimenticati, né morti; vivono oggi più che mai e i suoi assassini devono vedere terrorizzati come sorge dai loro cadaveri eroici lo spettro vittorioso delle loro idee. Che parli per me l’Apostolo:

C’è un limite al pianto durante la sepoltura dei morti, ed è l’amore infinito per la patria e la gloria che si vede sopra i loro corpi, che non teme, non si abbatte né mai si indebolisce; perché i corpi dei martiri sono l’altare più bello della dignità.

… Quando si muore
Nelle braccia della patria gradita,
La morte finisce, la prigione si rompe;
Comincia alla fine, con il morir, la vita!

Fin qui mi sono attenuto quasi esclusivamente ai fatti. Come non dimentico che sto davanti ad un Tribunale di Giustizia che mi giudica, dimostrerò ora che unicamente dalla nostra parte sta il diritto e che la sanzione imposta ai miei compagni e quella che si pretende di impormi, non hanno giustificazione dinanzi alla ragione, dinanzi alla società e dinanzi alla vera giustizia.

Sto per narrarvi una storia. C’era una volta una Repubblica. Aveva la sua Costituzione, le sue leggi, le sue libertà; Presidente, Parlamento, Tribunali; tutti potevano riunirsi, associarsi, parlare e scrivere in piena libertà. Il governo non soddisfaceva il popolo, però il popolo poteva cambiarlo e già mancavano alcuni giorni per farlo. Esisteva una opinione pubblica rispettata e riverita e tutti i problemi di interesse collettivo erano discussi liberamente. C’erano partiti politici, ore dottrinali di radio, programmi polemici della televisione, atti pubblici e nel popolo palpitava l’entusiasmo. Questo popolo aveva sofferto molto e se non era felice, desiderava esserlo e aveva diritto a ciò. Lo avevano ingannato molte volte e guardava al passato con vero terrore. Credeva ciecamente che questo non poteva tornare; era orgoglioso del suo amore per la libertà e viveva convinto che essa sarebbe stata rispettata come cosa sacra; sentiva una fiducia nobile nella sicurezza che nessuno potesse provare a commettere il crimine di attentare contro le proprie istituzioni democratiche. Desiderava un cambiamento, un miglioramento, un progresso e lo vedeva vicino. Tutta la sua speranza stava nel futuro.

Povero popolo! Una mattina la cittadinanza si svegliò di soprassalto; nelle ombre della notte gli spettri del passato avevano congiurato mentre essa dormiva, e ora la tenevano afferrata per le mani, per i piedi e per il collo. Non, non era un incubo; si trattava della triste e terribile realtà: un uomo chiamato Fulgencio Batista aveva commesso il crimine che nessuno pensava.

Successe dunque che un umile cittadino di quel popolo, che desiderava credere nelle leggi della Repubblica e nell’integrità dei suoi giudici cercò un codice di Difesa Sociale per vedere che castigo prescriveva la società per l’autore di un simile fatto e lo trovò come segue:

Incorrerà nella sanzione di privazione della libertà da sei a dieci anni colui che effettuerà qualsiasi atto diretto a cambiare in tutto o in parte, per mezzo della violenza, la Costituzione dello Stato o la forma di governo stabilita.

Si imporrà una sanzione di privazione della libertà da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sarà la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione

Senza dire niente a nessuno, con il Codice in una mano e i fogli nell’altra, il menzionato cittadino si presentò nel vecchio edificio della capitale dove funzionava il tribunale competente, che era obbligato a promuovere la causa e castigare i responsabili di quel fatto, e presentò uno scritto denunciando i delitti e chiedendo per Fulgencio Batista e per i suoi diciassette complici la sanzione di 108 anni di prigione come ordinava imporre il Codice di Difesa Sociale con tutte le aggravanti

Passarono giorni e mesi. Che tradimento. L’accusato non era molestato, passeggiava per la Repubblica come un barone, lo chiamavano onorevole signore e generale

Passarono ancora giorni e mesi. Il popolo si stancò di abusi e di burle. I popoli si stancano! Venne la lotta, e quindi quell’uomo che stava fuori dalla legge, che aveva occupato il potere con la violenza, contro la volontà del popolo e aggredendo l’ordine legale, torturo’, assassino’, incarcerò e accusò dinanzi ai tribunali quelli che lottavano per la legge e per ridare al popolo la sua libertà.

Signori Giudici,

io sono quel cittadino che un giorno si presentò inutilmente dinanzi al Tribunale per chiedere che castigasse a quegli ambiziosi che violarono le leggi e ridussero in cenere le nostre istituzioni, e ora è a me che si accusa Mi direte che quella volta i giudici della Repubblica non agirono perché glielo si impedì con la forza: dunque, confessatelo: questa volta ugualmente la forza vi obbligherà a condannarmi. La prima volta non poteste castigare il colpevole; la seconda dovrete castigare l’innocente. La donzella della giustizia due volte violentata con la forza.

Cuba sta soffrendo un crudele e ignobile dispotismo e voi non ignorate che la resistenza di fronte al dispotismo è legittima; questo è un principio universalmente riconosciuto e la nostra Costituzione del 1940 lo consacrò espressamente nell’articolo 40: “E’ legittima la resistenza adeguata per la protezione dei diritti individuali garantiti anteriormente”

Il diritto di insurrezione dinanzi alla tirannia è uno di quei principi che, sia o no incluso nella Costituzione Giuridica, ha sempre piena vigenza in una società democratica.

Il diritto alla ribellione contro il dispotismo, Signori Giudici, è stato riconosciuto dalla più lontana antichità sino al presente, da uomini di tutte le dottrine, di tutte le idee e di tutte le credenze. Nelle monarchie teocratiche della più remota antichità in Cina, era praticamente un principio costituzionale che quando il re governasse in modo turpe e dispotico, fosse deposto e rimpiazzato da un principe virtuoso.

I pensatori dell’antica India impararono la resistenza attiva contro gli arbitri dell’autorità. Giustificarono la rivoluzione e tradussero molte volte le proprie teorie in pratica.

San Tommaso d’Aquino, nella “Summa Theologica” rifiutò la dottrina della tirannide, e sostenne, senza dubbio, la tesi che i tiranni devono essere deposti dal popolo.

Martin Lutero proclamò che quando il governo degenera in tirannide ferendo la legge, i sudditi sono liberati dal dovere dell’ubbidienza. Calvino, il pensatore più notevole della Riforma dal punto di vista delle idee politiche, postula che il popolo ha diritto a prendere le armi per opporsi a qualsiasi usurpazione.

Niente meno che un gesuita spagnolo dell’epoca di Filippo II, Juan Mariana, nel suo libro “De Rege et Regis Institutione”, afferma che quando il governante usurpa il potere, o quando eletto, regge la vita pubblica in maniera tirannica, è lecito l’assassinio direttamente, o avvalendosi dell’inganno, con il minor disturbo possibile.

Già nel 1649 John Milton scrive che il potere politico risiede nel popolo, il quale può nominare o destituire i re

John Locke nel suo “Trattato di Governo” sostiene che quando si violano i diritti naturali dell’uomo, il popolo ha il diritto e il dovere di sopprimere o cambiare il governo: “L’unico rimedio contro la forza senza autorità sta nell’opporre ad essa la forza”. Jean-Jacques Rousseau dice con molta eloquenza nel suo “Contratto Sociale”:

Mentre un popolo si vede forzato a obbedire e obbedisce, fa bene; e non appena può strapparsi il giogo e se lo strappa, fa meglio, recuperando la sua libertà con lo stesso diritto che gli è stato tolto

Rinunciare alla propria libertà è rinunciare alla qualità dell’uomo, ai diritti dell’umanità, e anche ai doveri. Tale rinuncia è incompatibile con la natura dell’uomo; e togliere tutta la libertà alla volontà è togliere ogni moralità alle azioni.

La famosa Dichiarazione Francese dei Diritti dell’Uomo lasciò alle generazioni future questo principio:

Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per questo il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri.
Quando una persona si impossessa della sovranità deve essere condannata a morte dagli uomini liberi

Credo di aver giustificato sufficientemente il mio punto di vista Però c’è una ragione che ci assiste più potente di tutte le altre: siamo cubani ed essere cubano implica un dovere, non compierlo è un crimine ed un tradimento. Viviamo orgogliosi della storia della nostra patria; la apprendiamo a scuola e siamo cresciuti udendo parlare di libertà, di giustizia e di diritti. Tutto questo apprendemmo e non lo dimenticheremo

Nascemmo in un paese libero che ci lasciarono i nostri padri, e sprofonderà l’Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno.

Termino la mia difesa, però non lo farò come fanno sempre tutti gli avvocati, chiedendo la libertà del difeso; non posso chiederla quando i miei compagni stanno soffrendo nell’Isola dei Pini una prigionia ignobile. Inviatemi insieme a loro a condividere la loro sorte, è concepibile che gli uomini che hanno onore siano morti o prigionieri in una repubblica dove è presidente un criminale e un ladro.

Ai Signori Giudici, la mia sincera gratitudine per avermi permesso di esprimermi liberamente senza meschine coazioni Resta tuttavia all’Udienza un problema più grave: qui stanno le cause iniziate per i settanta omicidi, cioè per il più grande massacro che abbiamo conosciuto, e i colpevoli restano liberi con l’arma in mano che è una minaccia perenne per la vita dei cittadini; se non cade sopra di essi tutto il peso della legge, per codardia o perché ve lo impediscono, e non rinunciano in pieno tutti i giudici, io ho pietà della vostra dignità e compassione per la macchia senza precedenti che cadrà sopra il Potere Giuridico.

In quanto a me so che il carcere sarà duro come non lo è mai stato per nessuno, pieno di minacce, di vile e codardo rancore, però non lo temo, così come non temo la furia del tiranno miserabile che ha preso la vita a settanta fratelli miei.

Condannatemi. Non importa. La storia mi assolverà.

Fidel Castro

Il Comunismo è patriottismo

Lo sviluppo è verso l’internazionalismo, ma il punto di partenza è nazionale ed è da questo punto di partenza che occorre prender le mosse. (Antonio Gramsci)

Da decenni soprattutto a sinistra si è consolidata una retorica anti-patriottica, che non manca mai di far emergere tutte le contraddizioni che sono proprie delle posizioni politiche prodotte da adattamenti soggettivi alla realtà, o che opportunisticamente piegano le proprie azioni in maniera tale da non doversi mai confrontare con la vera risoluzione dei problemi.

È chiaro e logico, capire che nella strada verso un futuro di giustizia sociale e libertà, verso la costruzione di una società socialista, la questione nazionale assume un ruolo fondamentale.

Negli anni abbiamo regalato la bandiera del patriottismo a chi 75 anni fa voleva farci diventare una provincia del Reich e a chi oggi vuole il nostro paese sempre più subordinato a Washington e Berlino o meglio Bruxelles. Bisogna capire che quella in cui viviamo è tuttora una società ingiusta che non somiglia per nulla alle nostre aspirazioni.

La Resistenza è stata tradita.

Non è stato dato alla Resistenza un carattere di rinnovamento e progresso sociale, rendendola di fatto un momento di celebrazione fine a sé stessa. Oggi è importante cantare Bella Ciao e ricordare, ma è ancora più importante capire cosa dobbiamo fare per il nostro futuro, guardiamo al domani ma agendo nel presente, iniziando nel riconoscere i veri nemici attuali.

Noi, oggi, dobbiamo stare nei quartieri e nei luoghi di lavoro, tra e con il popolo italiano per contendere alle destre l’egemonia nei confronti della percezione di quale sia la strada corretta da seguire per risolvere i problemi che ci affliggono.
O la guerra tra poveri voluta per mantenere gli interessi e le ricchezze di pochi o la liberazione collettiva.

Questo è per noi l’antifascismo vero, l’unico che conta.

Noi vogliamo e dobbiamo costruire un grande blocco sociale tra i gli operai, i lavoratori e il ceto medio che si proletarizza per una vera Liberazione, contro la globalizzazione capitalista, contro l’Unione Europea, contro la NATO.

Per questo dobbiamo ri-alzare in alto la bandiera del patriottismo tessendo quel filo rosso che inizia nel Risorgimento e continua durante la Resistenza e nelle lotte popolari e operaie del dopo-guerra. Bisogna riprendere in mano tutto ciò e lottare uniti per un’Italia, libera, indipendente e socialista.

Un comunista che sottovaluti il quadro internazionale della sua lotta e dimentichi i suoi doveri di solidarietà con gli altri popoli, cade in un ristretto nazionalismo e si condanna all’isolamento e alla sconfitta. Un comunista che non ritenga che il suo primo dovere internazionalista è la lotta nel proprio paese, perde il legame con le masse e cade nell’agitazione parolaia inconseguente.

Difendere la sovranità nazionale non è un tema di destra, nonostante ampia parte della sinistra liberal europea lo pensi. Al contrario affrontare le ingerenze dell’imperialismo, siano esse dell’Unione Europea, della NATO, del FMI o di qualsiasi altra istanza sovranazionale, è un dovere fondamentale: rappresentando un compito patriottico irrinunciabile, la difesa della sovranità nazionale è anche il migliore contributo alla lotta antimperialista e alla causa universale della liberazione dei lavoratori e dei popoli.

Assai spesso, i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei comunisti, invocando il loro internazionalismo e presentandolo come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per la patria. Anche questa è una calunnia. Il comunismo non ha nulla di comune col cosmopolitismo.

Lottando sotto la bandiera solidarietà internazionale dei lavoratori, i comunisti di ogni singolo paese, nella loro qualità di avanguardia delle masse lavoratrici, stanno solidamente sul terreno nazionale. Il comunismo non contrappone, ma accorda e unisce il patriottismo e l’internazionalismo proletario poiché l’uno e l’altro si fondano sul rispetto dei diritti, delle libertà, dell’indipendenza dei singoli popoli.

E’ ridicolo pensare che la classe operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. La classe operaia moderna è il nerbo delle nazioni, non solo per il suo numero, ma per la sua funzione economica e politica.

L’avvenire della nazione riposa innanzi tutto sulle spalle delle classi operaie. I comunisti, che sono il partito della classe operaia, non possono dunque staccarsi dalla loro nazione se non vogliono troncare le loro radici vitali.

Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trust internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio. Essi non soltanto vendono, ma si vendono volentieri al migliore offerente tra gli imperialisti stranieri.

“Le accuse di nazionalismo sono inette se si riferiscono al nucleo della questioni. Se si studia lo sforzo dal 1902 al 1917 da parte dei maggioritari si vede che la sua originalità consiste nel depurare l’internazionalismo di ogni elemento vago e puramente ideologico (in senso deteriore) per dargli un contenuto di politica realistica.

Il concetto di egemonia è quello in cui si annodano le esigenze di carattere nazionale e si capisce come certe tendenze di tale concetto non parlino o solo lo sfiorino. Una classe di carattere internazionale in quanto guida strati sociali strettamente nazionali (intellettuali) e anzi spesso meno ancora che nazionali, particolaristi e municipalisti (i contadini), deve «nazionalizzarsi», in un certo senso.

Che i concetti non nazionali (cioè non riferibili a ogni singolo paese) siano sbagliati si vede per assurdo: essi hanno portato alla passività e all’inerzia in due fasi ben distinte:

1. Nella prima fase, nessuno credeva di dover incominciare, cioè riteneva che incominciando si sarebbe trovato isolato; nell’attesa che tutti insieme si muovessero, nessuno intanto si muoveva e organizzava il movimento

2. La seconda fase è forse peggiore, perché si aspetta una forma di «napoleonismo» anacronistico e anti naturale (poiché non tutte le fasi storiche si ripetono nella stessa forma).

Le debolezze teoriche di questa forma moderna del vecchio meccanicismo sono mascherate dalla teoria generale della rivoluzione permanente che non è altro che una previsione generica presentata come dogma e che si distrugge da sé, per il fatto che non si manifesta effettualmente.” Antonio Gramsci

Fonti

Palmiro Togliatti (Rinascita – Rassegna di politica e di cultura Italiana – Anno II – N. 7-8) 

Antonio Gramsci (Quaderni del carcere, edizioni Einaudi, Torino, 1975, p.1729-1730)

Patriottismo e internazionalismo sono inseparabili
Comunismo e Patriottismo

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DAL NULLA SORGEMMO: Arditi del popolo

“Dal nulla sorgemmo in una lotta infernale. Ricordate: non respiravamo, più non si viveva. Era la nostra ora più nera e più tragica. Contro di noi vi erano fascisti, governo e borghesia. Una sola forza ci sostenne: la fede.” Argo Secondari

Benché l’antifascismo – inteso sia come teorizzazione politica che come risposta militare – nasca quasi contemporaneamente alla comparsa dello squadrismo, le prime forme di resistenza al fascismo sono sicuramente meno note di quelle legate alle esperienze della guerra civile spagnola e della Resistenza. Nel secondo dopoguerra, l’antifascismo sconfitto degli Arditi del popolo è stato relegato ai margini della storiografia, benché dietro esso vi fossero sia – come notò Guido Quazza – “tutta una storia”, sia le stesse ragioni fondanti della Resistenza. Tra le ragioni di questa parziale rimozione, vi possono essere quella delle origini e della natura della prima associazione antifascista (permeata da miti arditistico-dannunziani, successivamente fatti propri dal fascismo, e, al contempo, attestata su posizioni genericamente rivoluzionarie) e quella della difficile autocritica degli attori di allora (dalle istituzioni alle forze politiche e sociali) le quali non compresero appieno la portata del fenomeno fascista e che, tranne qualche eccezione, ostacolarono la diffusione dell’antifascismo del 1921-22. Un antifascismo forse (e comunque solo per taluni aspetti) distante, per contenuti e forme, da quello istituzionalizzatosi nell’Italia repubblicana; ma pur sempre un antifascismo nel quale l’esperienza resistenziale e il movimento democratico sorto da essa trovano la loro origine.

Nati a Roma gli ultimi giorni di giugno del 1921 da una scissione dell’Associazione nazionale arditi d’Italia, per iniziativa dell’anarchico Argo Secondari (ex tenente dei reparti d’assalto nella prima guerra mondiale), gli Arditi del popolo si propongono di opporsi manu militari alla violenza delle squadre fasciste. Estenuate da mesi di spedizioni punitive, le masse popolari colpite dallo squadrismo accolgono la loro nascita con entusiasmo. Stanche dei crimini fascisti, esse vedono concretizzarsi nella nuova organizzazione quella volontà di riscossa che trae origine – soprattutto negli strati meno politicizzati della classe lavoratrice – dal puro e semplice istinto di sopravvivenza. La comparsa degli Arditi del popolo rappresenta indubbiamente, per il proletariato italiano, il fatto eclatante dell’estate1921. Sia costituendosi ex novo che appoggiandosi alle sezioni della Lega proletaria (l’associazione reducistica legata al PSI e al PCd’I) o a formazioni paramilitari preesistenti (quali gli Arditi rossi di Trieste o i Figli di nessuno di Genova e Vercelli), nascono in tutta Italia sezioni di Arditi del popolo, pronte a fronteggiare militarmente lo squadrismo fascista. Il nuovo governo, presieduto da Ivanoe Bonomi, guarda al fenomeno arditopopolare con estrema preoccupazione, poiché la comparsa delle formazioni armate antifasciste rischia di affossare l’ipotesi della realizzazione di un trattato di tregua tra socialisti e fascisti (quello che sarà, nemmeno un mese dopo, il “Patto di pacificazione”) fortemente desiderato dal presidente del Consiglio.

Il 6 luglio 1921, presso l’Orto botanico di Roma, ha luogo un’importante manifestazione antifascista alla quale prendono parte migliaia di lavoratori e la cui eco arriva fino a Mosca: la “Pravda” del 10 luglio ne fa infatti un dettagliato resoconto e lo stesso Lenin, favorevolmente colpito dall’iniziativa e in polemica con la direzione bordighiana del PCd’I, non ha dubbi a indicarla come esempio da seguire. Dopo questo imponente raduno, la struttura paramilitare antifascista diviene, nel volgere di pochi giorni, un’organizzazione diffusa capillarmente. Le linee di espansione dell’associazione seguono, principalmente, le direttrici che dalla capitale conducono a Genova (Civitavecchia, Tarquinia, Orbetello, Piombino, Livorno, Pisa, Sarzana, La Spezia) e ad Ancona (Monterotondo, Orte, Terni, Spoleto, Foligno, Gualdo Tadino, Iesi). Ma anche in molti altri centri al di fuori di queste due vie di comunicazione gli arditi del popolo riescono a costituirsi in gruppi numericamente consistenti. Rilevanti sono, a riguardo, quelli del Pavese, di Parma, Piacenza, Brescia, Bergamo, Vercelli, Torino, Firenze, Catania e Taranto. Ma anche in alcuni centri minori gli arditi del popolo riescono ad organizzarsi efficacemente.

Prendendo in considerazione le sole sezioni la cui esistenza è certa, l’organizzazione antifascista risulta strutturata, nell’estate del 1921, in almeno 144 sezioni che raggruppano quasi 20 mila aderenti. Le 12 sezioni laziali (con più di 3.300 associati) primeggiano con quelle della Toscana (18, con oltre 3.000 iscritti). In Umbria gli arditi del popolo sono quasi 2.000, suddivisi in 16 sezioni. Nelle Marche sono quasi un migliaio, in 12 strutture organizzate. In Italia settentrionale, la diffusione del movimento è significativa in Lombardia (17 sezioni che inquadrano più di 2.100 Arditi del popolo), nelle Tre Venezie (15 nuclei per circa 2.200 militanti) e, in misura minore, in Emilia Romagna (18 sezioni e 1.400 associati), Liguria (4 battaglioni e circa 1.100 Arditi del popolo) e Piemonte (8 e circa 1.300). Nel Meridione le sezioni sono 7 sia in Sicilia che in Campania, 6 in Puglia, 2 in Sardegna e solo una in Abruzzo e in Calabria, mentre gli iscritti sono circa 600 in Sicilia, poco più di 500 in Campania e nelle Puglie, quasi 200 in Abruzzo e poco meno in Calabria, 150 in Sardegna.

Sotto il profilo tecnico-militare, gli Arditi del popolo sono una struttura militare agile, capace di convergere in poco tempo dove si presuma possa avvenire una spedizione punitiva dei fascisti. L’organizzazione antifascista cerca inoltre di esercitare il controllo del territorio attraverso marce per le strade cittadine oppure, alla stregua di una vera e propria milizia di quartiere, pattugliando il territorio e identificando gli elementi filofascisti. Non deve meravigliare dunque che la struttura organizzativa dell’arditismo popolare privilegi l’aspetto militare su quello politico. Gli Arditi del popolo sono strutturati in battaglioni, a loro volta suddivisi in compagnie (altrimenti dette centurie) e in squadre. Ogni squadra è composta da dieci elementi più il caposquadra; ogni compagnia è costituita da quattro squadre più il comandante di compagnia; il battaglione, infine, risulta composto da tre compagnie più il comandante di battaglione. Dunque, 136 uomini coadiuvati da un plotone autonomo di sicurezza di altri 10 elementi. Ogni battaglione ha al suo interno delle squadre di ciclisti per mantenere i collegamenti tra i vari battaglioni (rionali nelle grandi città). I ciclisti assicurano inoltre i collegamenti tra il comando generale, i battaglioni e altri soggetti (sedi operaie, ferrovieri, tranvieri, operai d’arsenali, “ufficio stampa e giornale della sera”). L’addestramento degli inquadrati avviene mediante apposite esercitazioni, le quali, comunque, molte volte si risolvono in esercizi formali.

Dal punto di vista organizzativo, la struttura del movimento ardito-popolare non è accentrata in modo eccessivo. Ai vari Direttorii dei Comitati regionali (varati solo sulla carta al primo congresso dell’associazione) vengono lasciati ampi margini di autonomia. Nella pratica, ogni sezione dell’associazione decide autonomamente il da farsi e il proprio stile di lavoro. Stile che – ovviamente – muta a seconda della corrente politica dominante nella determinata realtà. Proprio perché l’organizzazione si dichiara estranea a qualsiasi raggruppamento politico, l’inquadramento nelle centurie non avviene, di norma, sulla base dell’appartenenza ad una determinata organizzazione del movimento operaio. Accade però che in alcune realtà (come ad esempio Livorno) gli Arditi del popolo si dividano in compagnie sulla base dell’appartenenza politica.

Al pari della struttura tecnico-militare, anche i simboli della prima organizzazione antifascista derivavano dall’arditismo di guerra: un teschio cinto da una corona d’alloro e con un pugnale tra i denti con sotto scritto – in caratteri maiuscoli – “A noi!” è il simbolo dell’associazione. Il timbro del direttorio è costituito invece dal pugnale degli arditi, circondato da un ramoscello di alloro e uno di quercia incrociati. Effigi allora in gran voga e non certo patrimonio esclusivo dei Fasci di combattimento o delle forze politiche di destra. In qualche caso, come a Civitavecchia, il gagliardetto degli Arditi del popolo (una scure che spezza il fascio littorio) esprime invece più chiaramente la ragion d’essere dell’organizzazione. Anche se non si può parlare di una vera e propria divisa, gli arditi del popolo, come del resto la quasi totalità dei giovani militanti dei partiti politici dell’epoca, ne hanno genericamente una: indossano un maglione nero, pantaloni grigio-verdi e, a volte, portano una coccarda rossa al petto. Molti Arditi del popolo infine, durante scontri e combattimenti, si proteggono il capo con gli elmetti Adrian. Gli inni dell’organizzazione ricalcano anch’essi, per musica e testi, i motivi dell’arditismo di guerra. Dell’inno “ufficiale”, cantato sull’aria di quello degli arditi “Fiamme nere”, è conservata copia nelle carte di polizia. “Siam del popolo – le invitte schiere/ c’hanno sul bavero le fiamme nere/ Ci muove un impeto – che è sacro e forte/ Morte alla morte – Morte al dolor”, recita il ritornello; mentre l’ultima strofa dichiara programmaticamente: “Difendiamo l’operaio/ dagli oltraggi e le disfatte/ che l’Ardito, oggi, combatte/ per l’altrui felicità!” Nel settembre 1921 l’organo dell’associazione, “L’Ardito del popolo”, pubblica invece un’altra versione dell’inno più esplicitamente antifascista. Sull’aria di “Giovinezza”, i primi versi della canzone recitano così: “Rintuzziamo la violenza/ del fascismo mercenario./ Tutti in armi! sul calvario/ dell’umana redenzion./ Questa eterna giovinezza/ si rinnova nella fede/ per un popolo che chiede/ uguaglianza e libertà.”

Gli organizzatori dell’associazione, a seconda della tradizione politica delle località in cui essa è presente, sono i militanti dei movimenti e dei partiti politici proletari o “sovversivi”: anarchici, comunisti, socialisti massimalisti (in particolare terzinternazionalisti), repubblicani, ma anche sindacalisti rivoluzionari e, in alcune zone del paese, popolari. Oltre all’intenzione di opporsi alle violenze delle camicie nere con pratiche di resistenza armata, ciò che tiene unite queste differenti correnti del movimento operaio è la comune lettura del fenomeno fascista come reazione di classe. Il fattore coagulante non è dunque politico-ideologico, ma prettamente sociale. A livello sociale, il profilo prevalentemente proletario del movimento è una caratteristica evidente in tutto il territorio nazionale. I lavoratori delle Ferrovie dello Stato sono numerosissimi, molti sono gli operai in genere e i metalmeccanici in particolare, parecchi i braccianti agricoli, gli operai dei cantieri navali, i portuali e i marittimi. Vari sono pure gli operai edili, i postelegrafonici, i tranvieri e i contadini. Ma vi sono anche, in misura minore e soprattutto tra i gruppi dirigenti, impiegati, pubblicisti, studenti, artigiani e qualche libero professionista.

Insieme alle adesioni arrivano anche i primi successi militari: le difese di Viterbo (che vide la cittadinanza stringersi attorno ai militanti antifascisti per respingere l’assalto degli squadristi perugini) e di Sarzana (nei cui scontri restarono uccisi una ventina di fascisti), organizzate dagli arditi del popolo dei due centri, disorientano e incrinano la compagine mussoliniana: le due anime del fascismo individuate da Gramsci, quella urbana – più politica e disponibile alla trattativa – e quella agraria – essenzialmente antipopolare e irriducibile a ogni compromesso – giungono a un passo dalla scissione. Ma, violentemente osteggiati dal governo Bonomi, gli Arditi del popolo non ricevono – tranne qualche eccezione – il sostegno dei gruppi dirigenti delle forze del movimento operaio e nel volgere di pochi mesi, riducono notevolmente il loro organico, sopravvivendo in condizioni di clandestinità solo in poche realtà tra le quali, Parma, Ancona, Bari, Civitavecchia e Livorno; città in cui riusciranno, con risultati differenti, a opporsi all’offensiva finale fascista nei giorni dello sciopero generale “legalitario” dell’agosto 1922. Già nell’autunno precedente, comunque, l’azione congiunta di governo e Magistratura aveva dato i suoi frutti: le sezioni dell’associazione si erano ridotte a una cinquantina e gli iscritti a poco più di seimila.
Il motivo di questa brusca battuta d’arresto non va però ricercato solamente nell’atteggiamento delle autorità. I provvedimenti bonomiani contro i corpi paramilitari (che danneggiarono le sole formazioni di difesa proletaria), le disposizioni prefettizie, gli arresti, le denunce e lo stesso atteggiamento della Magistratura (ispirato alla politica “dei due pesi e delle due misure”), non sarebbero stati possibili o comunque pienamente efficaci se le forze politiche popolari avessero sostenuto, o quantomeno non osteggiato, la prima organizzazione antifascista. Ma esse, per ragioni differenti, abbandonarono al proprio destino la neonata struttura paramilitare a tutela della classe lavoratrice.
Tolta la piccola Frazione terzinternazionalista, Il PSI, il principale partito proletario, oltre a fare propria la formula della resistenza passiva, si illuse di poter siglare un accordo di pace duraturo con il movimento mussoliniano (il cosiddetto “patto di pacificazione”), e con la quinta clausola di questo patto scellerato, dichiarava, non senza una dose di calcolato opportunismo, la propria estraneietà all’organizzazione e all’opera degli Arditi del popolo.
Colto alla sprovvista dalla loro comparsa, ma propenso ad opporre forza alla forza, il Partito comunista decide di non appoggiare gli Arditi del popolo poiché – a detta del Comitato esecutivo – costituitisi su un obiettivo parziale e per giunta arretrato (la difesa proletaria) e, dunque, insufficientemente rivoluzionari. La difesa proletaria doveva realizzarsi esclusivamente all’interno di strutture controllate direttamente dal partito, e gli Arditi del popolo – definiti infondatamente “avventurieri” e “nittiani” – dovevano considerarsi alla stregua di potenziali avversari. Ma moltissimi comunisti (tra cui anche qualche dirigente e, all’inizio, lo stesso Gramsci) non accettarono simili disposizioni e restarono all’interno degli Arditi del popolo o proseguirono nell’azione di collaborazione e/o appoggio. Solo dopo ulteriori interventi da parte del “Centro” (accompagati da vere e proprie minacce di gravi provvedimenti disciplinari) la maggior parte delle strutture del PCd’I si adegua alla linea ufficiale e va ad allargare le fila delle Squadre comuniste d’azione. Questa scelta politica viene criticata duramente dall’Internazionale comunista che, a partire dall’ottobre del ’21, avvierà un serrato dibattito con i dirigenti del PCd’I, stigmatizzandoli per il loro settarismo.
Con l’eccezione del Lazio, del Veneto e della Federazione giovanile, per quanto riguarda i repubblicani, e del Parmense e di Bari, per sindacalisti rivoluzionari e legionari fiumani, le forze politiche della “sinistra interventista” si orientano quasi subito anch’esse verso soluzioni di autodifesa che escludono la confluenza o la collaborazione con gli Arditi del popolo. Anche queste formazioni preferiscono organizzare l’autodifesa a livello partitico, teorizzando, nella maggioranza dei casi, la perfetta equidistanza tra “antinazionali” (anarchici, socialisti e comunisti) e “reazionari” (fascisti, nazionalisti e liberal-conservatori)

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