Il compagno Hitler

Il nome del capo del Terzo Reich è un nome familiare. È associato a numerosi crimini contro l’umanità. Tuttavia, poche persone sanno che un altro uomo con il cognome Hitler ha ricevuto una delle onorificenze più significative dell’Unione Sovietica per il suo servizio militare durante la seconda guerra mondiale.

Semyon Hitler è nato nel 1922 nella regione Ucraina di Khmelnitsky, nel villaggio di Orinin. Dopo essere diventato maggiorenne, si è arruolato nell’Armata Rossa ed è stato addestrato in una scuola di mitragliatrice nel distretto militare di Odessa.

“Il soldato dell’Armata Rossa Hitler non amava l’uomo con lo stesso cognome”, scrisse ironicamente Boris Akunin, scrittore e storico russo. “Sparava alle persone che gridavano” Heil Hitler! ” con la sua mitragliatrice.

In effetti, Semyon Hitler era così bravo a sparare ai tedeschi da essere persino decorato per il suo coraggio, anche se in quel periodo assegnare un onorificenza ad un “Hitler” richiedeva molto coraggio dai suoi comandanti.

L’impresa di Semyon Hitler

Nel 1941 Semyon aveva solo 19 anni. A quel tempo era un membro del 73 ° battaglione di mitragliatrici situato nell’area fortificata sul fianco sinistro del confine occidentale delle truppe sovietiche. Semyon si trovava su quella che il suo documento di riconoscimento chiama “l’altezza 174,5”.

Nel giugno 1941, il Tiraspol fu fortificato con 284 strutture difensive: 262 postazioni di mitragliatrici e 22 strutture di artiglieria. La lunghezza totale era di circa 93 miglia lungo la parte anteriore e 2,5-3,7 miglia in profondità. Due fiumi straripanti, il Dniester e il Turunchuk, erano barriere naturali che contribuirono a rafforzare ulteriormente le difese. Lungo le sezioni di questi fiumi, le fortificazioni erano profonde solo 0,6-1,9 miglia.

Il 20 luglio 1941, si verificarono feroci battaglie vicino al posto di Semyon. Poi, il 25-26 luglio, i tedeschi attraversarono con successo il fiume Dniester e sfondarono le difese sovietiche. Molti soldati sovietici iniziarono a ritirarsi e i tedeschi circondarono l’avanposto, dove si trovava Semyon Hitler.

Inizialmente, il plotone di Semyon si ritirò a una distanza di sicurezza e tentò di respingere la l’avanzata avversaria sotto il fuoco di copertura. Tuttavia, i tedeschi presto irruppero nelle loro retrovie e circondarono Seeds. Un estratto dal documento del premio di Semyon dice:

“Il compagno ferito Hitler con la sua mitragliatrice rimase solo in mezzo al nemico, ma non perse la testa, ma fece fuoco finché non esaurì tutte le sue munizioni, e poi, a una distanza di 10 km [6,2 miglia], strisciando tra il nemico, con una mitragliatrice restituita alla sua unità.”

Semyon riusci a tornare alla sua unità e continuò il combattimento. Successivamente, prese parte alla difesa di Odessa e morì il 3 maggio 1942, nelle battaglie per Sebastopoli.

Il comandante del battaglione di Semyon Hitler, era preoccupato per la decorazione di questo soldato. “Da un lato, il suo atto di coraggio era fuori dubbio; dall’altra, potrebbe essere pericoloso firmare un documento che assegna un tale cognome a un uomo, soprattutto in tempo di guerra “.

Ma il buon senso ha prevalso: il generale Georgy Sofronov, a capo dell’Esercito costiero separato, ha firmato personalmente il documento dando a Semyon Hitler una medaglia, “For Courage”, con la seguente motivazione “Come mitragliere di una mitragliatrice, ha sostenuto l’avanzata del suo plotone con il fuoco. Una volta circondato e ferito, il compagno Hitler ha sparato finché non ha esaurito le sue munizioni. Dopodiché, senza abbandonare le armi, è arrivato ai suoi soldati e in totale ha ucciso più di cento soldati della Wehrmacht “

Dopo il premio Semyon ha continuato a servire la sua patria. Sfortunatamente, non visse abbastanza da vedere la fine vittoriosa della Grande Guerra Patriottica a Berlino. Nel giugno 1942, meno di un anno dopo il suo atto di coraggio, Semyon fu ucciso difendendo la città di Sebastopoli. Dopo la guerra, la famiglia di Semyon cambiò il proprio cognome in Hitlev e lasciò l’URSS per Israele.

La storia conosce un solo Hitler che combatte per l’URSS sul campo di battaglia, ma c’erano molti altri omonimi nazisti che si comportarono in modo eroico e furono decorati dall’Armata Rossa. Di solito erano persone di origine tedesca o ebraica.

Ad esempio, nel 1944, Nikolay Göring, l’uomo che condivideva un cognome con il Reich ministro dell’aviazione tedesco, Hermann Göring, ricevette l’Ordine della Stella Rossa per aver catturato un comandante di plotone della SS Panzer Division, ‘Totenkopf’, e trascinandolo torna al campo sovietico nonostante il fuoco delle mitragliatrici.

Ancora un altro Yakov Göring, medico in Bielorussia dal gennaio 1945, ha rievuto l’Ordine della Guerra Patriottica per aver evacuato più di 1.500 soldati sovietici feriti dal campo di battaglia, senza lasciare indietro nessun uomo, dormendo o riposando a malapena.
Come molti altri Göring sovietici, Yakov era ebreo, a differenza del suo omonimo che fu in gran parte responsabile dell’Olocausto.

Mentre Rudolph Hess, lo scagnozzo di Hitler arrestato in Gran Bretagna nel 1941, ha dedicato la sua vita alla causa nazista, Nikifor Hess, un ufficiale sovietico, non ha risparmiato sforzi per uccidere i nazisti. Nel settembre 1942, guidò il suo plotone in un’offensiva, uccidendo da solo sette combattenti nemici. Gli fu conferito l’Ordine della Stella Rossa, proprio come Alexander Bormann, omonimo di Martin Bormann, capo della cancelleria del partito nazista e segretario di Hitler.

Il Bormann sovietico guidò l’aviazione in un attacco sovietico che distrusse più di 850 veicoli nemici e 3.600 soldati per diversi mesi. Come dimostra la storia, condividere i cognomi con i tedeschi non ha certo reso i cittadini sovietici meno patriottici e desiderosi di combattere per la loro terra.

Heroes with the same names as villains: Red Army’s namesakes of Nazi leaders Soviet Jew with Nazi Name Awarded Medal for Courage in WWII

La storia mi assolverà


L’attacco alla Caserma Moncada, seconda fortezza militare dell’esercito batistiano, il 26 luglio 1953, nonostante sia fallito, è un evento fondamentale nella storia della rivoluzione cubana, fu infatti il detonatore che fece esplodere la società neocoloniale.

Prima del golpe militare del 10 marzo 1952, le aspirazioni della maggior parte della popolazione erano riposte nella vittoria del Partito del Popolo Cubano alle elezioni che si sarebbero dovute tenere il 1° giugno di quell’anno, ma il golpe portò al potere Fulgencio Batista ed ogni speranza si spense: abrogazione della Costituzione del ’40, annullamento di tutte le funzioni legislative, sospensione dell’autonomia delle amministrazioni provinciali e municipali e soppressione del Codice Elettorale e dei diritti delle organizzazioni politiche

In altri termini, niente elezioni. Il 4 aprile Batista dettò il proprio Statuto Costituzionale.
I partiti politici contrari al regime militare si perdevano in discussioni e divisioni interne, nel frattempo nascevano intense proteste studentesche antibatistiane; dalle proteste si passò all’agitazione insurrezionale, si moltiplicarono i gruppi indipendentisti favorevoli alla lotta armata in cerca di mezzi per sconfiggere Batista.

Intanto, un importante settore della gioventù guidato dal giovane avvocato Fidel Castro Ruz si preparava in segreto, con poche risorse e con uomini più addestrati che armati.

Il piano d’attacco alla caserma Moncada venne concepito in gran parte nell’appartamento di Abel Santamaría, situato nel quartiere del Vedado, mentre l’addestramento fu tenuto nell’Università de La Habana dallo studente di ingegneria Pedro Miret Prieto. La concentrazione finale ebbe luogo nella fattoria Granjita Siboney nella notte del 25 luglio.

I rivoluzionari, vestiti come i soldati e con il vantaggio della sorpresa si proponevano di occupare la Moncada e in seguito di armare la popolazione che si fosse unita a loro con l’arsenale conquistato. Se non ci fosse stato un incontro imprevisto con una sentinella di ronda, la caserma sarebbe caduta nelle loro mani.

Fidel Castro diresse l’attacco alla caserma Moncada con 45 uomini, preceduto da 8 uomini che presero il posto di guardia n°3. Nell’azione morirono 8 guerriglieri, alcuni morirono proteggendo la ritirata dei loro compagni; 53 vennero invece catturati e poi assassinati, altri 30 vennero incarcerati.

Il discorso di autodifesa di Fidel durante il processo, conosciuto in seguito come “La storia mi assolverà”, venne pronunciato il 16 ottobre 1953.

Signori Giudici,

mai un avvocato ha dovuto esercitare il suo ufficio in tali difficili condizioni; mai contro un accusato sono state commesse un tal cumulo di irregolarità schiaccianti. L’uno e l’altro sono in questo caso la stessa persona. Come avvocato, non ho potuto vedere il verbale né lo vedrò e, come accusato, da settantasei giorni sono chiuso in una cella solitaria, totalmente e assolutamente isolato, oltre tutte le prescrizioni umane e legali.

Chi sta parlando aborrisce con tutta la sua anima la vanità puerile e non sono parte del suo animo né del suo temperamento qualsiasi posa da tribuno né sensazionalismi di nessun tipo. Se ho dovuto assumere la mia propria difesa davanti a questo tribunale è per due motivi. Il primo perché praticamente mi si privò di essa completamente; il secondo perché solo chi era stato ferito tanto profondamente e aveva visto tanto indifesa la patria e avvilita la giustizia, può parlare in una occasione come questa con parole che siano sangue del cuore e organi vitali della verità.

Signori Giudici, quante pressioni si sono esercitate affinché mi si spogliasse anche di questo diritto consacrato a Cuba da lunga tradizione. Il tribunale non pote’ acconsentire a tali pretese perché era già lasciare un accusato al colmo della mancanza di difesa. Questo accusato che sta esercitando ora questo diritto, per nessuna ragione al mondo ometterà di dire quello che deve dire.

Vi ricordo che le vostre leggi di procedimento stabiliscono che il giudizio sarà “orale e pubblico”; senza dubbio, si è impedito al popolo l’entrata a questa sessione. Solo hanno lasciato passare due avvocati e sei giornalisti, nei periodici dei quali la censura non permetterà pubblicare una sola parola. Vedo che ho per unico pubblico, in sala e nei corridoi, circa cento tra soldati e ufficiali. Grazie per la seria e amabile attenzione che mi state prestando! Che appaia di fronte a me tutto l’Esercito! Io so che un giorno arderà dal desiderio di lavare la terribile macchia di vergogna e di sangue che le ambizioni di un gruppo di persone senza anima ha lanciato sopra le uniformi militari.

Per ultimo devo dire che non si lasciò passare nella mia cella nessuno trattato di Diritto Penale. Solo posso disporre di questo minuscolo codice che mi ha prestato un avvocato, il valente difensore dei miei compagni: il Dott. Baudilio Castellanos. Allo stesso modo si proibì che giungessero nelle mie mani i libri di Martì: sembra che la censura del carcere li considerò troppo sovversivi. O sarà forse perché io dissi che Martì era l’autore intellettuale del 26 luglio?

Non importa in assoluto! Porto nel cuore le dottrine del Maestro e nel pensiero le nobili idee di tutti gli uomini che hanno difeso la libertà di tutti i popoli.

Solo una cosa chiedo al tribunale; spero che me la conceda, come compensazione di tanto eccesso e arbitrarietà che ha dovuto soffrire questo accusato senza protezione alcuna delle leggi: che si rispetti il mio diritto ad esprimermi in piena libertà. Senza di ciò non potrete soddisfare neanche la mera apparenza di giustizia e l’ultimo anello della catena sarebbe, più di nessun altro, di ignominia e codardia.

Confesso che qualcosa mi ha sorpreso. Pensavo che il Pubblico Ministero sarebbe venuto con una accusa terribile disposto a giustificare sino alla sazietà le pretese e i motivi per i quali in nome del diritto e della giustizia – e di quale diritto e di quale giustizia? – mi si deve condannare a ventisei anni di prigione. Però no. Si è limitato esclusivamente a leggere l’articolo 148 del Codice di Difesa Sociale, secondo il quale, più circostanze aggravanti, sollecita per me la rispettabile quantità di ventisei anni di prigione. Due minuti mi sembrano molto poco tempo per chiedere e giustificare che un uomo passi al chiuso più di un quarto di secolo. è forse per caso il Pubblico Ministero disgustato del Tribunale? Comprendo che è difficile, per un Pubblico Ministero che ha giurato fedeltà alla Costituzione della Repubblica, venire qui in nome di un governo incostituzionale, statuario, di nessuna legalità e minor moralità, a chiedere che un giovane cubano, avvocato come lui, chissà … altrettanto decente come lui, sia inviato a ventisei anni di carcere. Però il Pubblico Ministero è un uomo di talento e io ho visto persone, con meno talento di lui, scrivere lunghe arringhe

Signori Giudici: perché tanto interesse a che io taccia? è che manchi completamente la base giuridica, morale e politica per focalizzare seriamente la questione? è che si teme tanto la verità? è che si desidera che anche io parli per due minuti e che non tocchi qui i punti che non lascia dormire a certa gente dal 26 luglio? non accetterò mai questo bavaglio, perché in questo giudizio si sta dibattendo qualcosa in più della semplice libertà di un individuo: si discute di questioni fondamentali di principio, si dibatte delle basi stesse della nostra esistenza come nazione civilizzata e democratica.

il Pubblico Ministero non merita neanche un minuto di replica.

E’ un principio elementare del Diritto Penale che il fatto imputato debba accordarsi esattamente al tipo di delitto prescritto dalla legge. Se non c’è legge esattamente applicabile al punto controverso, non c’è delitto.

L’articolo in questione dice testualmente:

Si imporrà una sanzione di privazione della libertà da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sarà la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione

In che paese sta vivendo il Pubblico Ministero? Chi le ha detto che noi abbiamo promosso un sollevamento contro i Poteri Costituzionali dello Stato? Due cose risaltano alla vista. In primo luogo, la dittatura che opprime la nazione non è un potere costituzionale, ma semmai incostituzionale; nacque contro la Costituzione, oltre la Costituzione, violando la Costituzione legittima della Repubblica. La Costituzione legittima è quella che emana direttamente dal popolo sovrano. In secondo luogo, l’articolo parla di Poteri Costituzionali, vale a dire, al plurale, non al singolare, perché considera il caso di una Repubblica retta da un Potere Legislativo, un Potere esecutivo e un Potere Giuridico che si equilibrano e si contrappesano uno con l’altro. Noi abbiamo promosso una ribellione contro un potere unico, illegittimo, che ha usurpato e riunito in uno solo i Poteri Legislativo, Esecutivo e Giuridico della Nazione, distruggendo tutto il sistema che precisamente cercava di proteggere l’articolo del codice che stiamo analizzando.

Vi avverto che vo a iniziare. Se nelle vostre anime resta ancora un pezzetto di amore per la patria, di amore per l’umanità, di amore per la giustizia, ascoltatemi con attenzione. So che mi si obbligherà al silenzio per molti anni; so che cercheranno di occultare la verità con tutti i mezzi possibili; so che contro di me si alzerà la congiura dell’oblio. Però non per questo la mia voce si risparmierà

Ascoltai il dittatore il lunedì 27 luglio L’accumulo di menzogne e calunnie che pronunciò nel suo linguaggio turpe, odioso e ripugnante, solo si può comparare con l’enorme quantità di sangue giovane e limpido che dalla notte prima stava spargendo, con sua conoscenza, consenso, complicità e plauso, la turba più crudele di assassini che possa mai concepirsi.

E’ necessario che mi occupi un pò del considerare i fatti. Si disse, da parte del governo stesso, che l’attacco fu realizzato con tanta precisione e perfezione che evidenziava la presenza di esperti militari nella elaborazione del piano. Niente di più assurdo. Il piano fu tracciato da un gruppo di giovani nessuno dei quali aveva esperienza militare; e rivelo i loro nomi, meno due di loro che non sono né morti né catturati: Abel Santamaria, José Luis Tasende, Renato Guitart Rosell, Pedro Miret, Jesus Montané e colui che parla. La metà sono morti, e con giusto tributo alla loro memoria posso dire che non erano esperti militari, però avevano patriottismo sufficiente per dare, a parità di condizioni, una sonora lezione a tutti quanti i generali del 10 marzo (allusione ai generali che appoggiarono il colpo di Stato di Fulgencio Batista il 10 marzo del 1952, N.d.T.) che non sono militari né patrioti.

E’ ugualmente certo che l’attacco si realizzò con coordinazione magnifica.

Abel Santamaria con ventuno uomini aveva occupato l’Ospedale Civile; con lui c’erano un medico e due nostre compagne per accudire i feriti. Raul Castro, con dieci uomini, occupò il Palazzo di Giustizia; e a me toccò attaccare l’accampamento con il resto, novantacinque uomini. Arrivai con un primo gruppo di quarantacinque, preceduto da un’avanguardia di otto Il gruppo di riserva, che era in possesso di quasi tutte le armi lunghe, dato che le corte andavano all’avanguardia, prese per una via sbagliata e si perse completamente in una città che non conoscevano.

Si fecero sin dai primi momenti numerosi prigionieri, circa venti, e ci fu un momento in cui tre nostri uomini Ramiro Valdez, Jose Suarez e Jesus Montané, riuscirono ad entrare in una baracca e a detenere lì per un certo tempo circa cinquanta soldati. Questi prigionieri testimoniarono davanti al Tribunale, e tutti senza eccezione hanno riconosciuto che furono trattati con assoluto rispetto, senza dover soffrire neanche una parola di insulto.

La disciplina da parte dell’Esercito fu abbastanza scarsa. Vinsero alla fine per il numero, che dava loro una superiorità di 15 ad uno, e per la protezione che loro forniva la difesa della fortezza.

Quando mi convinsi che tutti i nostri sforzi per prendere la fortezza erano già vani, cominciai a ritirare i nostri uomini a gruppi di otto e dieci. La ritirata fu protetta da sei cecchini che al comando di Pedro Miret e di Fidel Labrador, bloccarono eroicamente il passo all’Esercito. Le nostre perdite nella lotta erano state insignificanti. Il gruppo dell’Ospedale Civile non ebbe più di una vittima; il resto fu vinto dal situarsi delle truppe dell’esercito di fronte all’unica uscita dell’edificio, e soltanto deposero le armi quando non rimaneva loro più neanche un proiettile. Con loro stava Abel Santamaria, il più generoso, amato ed intrepido dei nostri giovani, la cui gloriosa resistenza lo rende immortale davanti alla storia di Cuba. Vedremo la sorte che loro toccò e come desiderò sradicare Batista la ribellione e l’eroismo della nostra gioventu’.

I nostri piani erano di proseguire la lotta sulle montagne in caso di insuccesso dell’attacco al reggimento. Potei riunire un’altra volta, a Siboney, un terzo delle nostre forze; pero molti si erano già persi d’animo. Una ventina decisero di consegnarsi; già vedremo che cosa fu di loro. Il resto, diciotto uomini, con le armi e l’attrezzatura che rimanevano, mi seguirono sulle montagne. Il terreno era a noi perfettamente sconosciuto. Durante una settimana occupammo la parte alta della Cordigliera della Grande Pietra e l’Esercito occupò la base. né noialtri potevamo scendere né loro si decisero a salire. Non furono, dunque, le armi; furono la fame e la sete che vinsero l’ultima resistenza. Dovetti distribuire gli uomini in piccoli gruppi: alcuni riuscirono a filtrare attraverso le linee dell’esercito, altri furono consegnati da monsignor Perez Serantes. Quando solo restavano con me due compagni: Jose Suarez e Oscar Alcalde, tutti e tre totalmente stremati, all’alba di sabato 1° di agosto, una forza al comando del tenente Sarria ci sorprese dormendo. Già la mattanza dei prigionieri era cessata in seguito alla tremenda reazione che provocò nella cittadinanza, e questo ufficiale, uomo di onore, impedì che alcuni assassini ci uccidessero

Si è ripetuto con molta enfasi da parte del governo che il popolo non assecondò il movimento. mai avevo udito una affermazione tanto ingenua e, al tempo stesso, tanto piena di malafede. Pretendono evidenziare con ciò la sottomissione e codardia del popolo Se il Moncada fosse caduto in mano nostra persino le donne di Santiago di Cuba avrebbero impugnato le armi!

Molti fucili furono caricati ai combattenti dalle infermiere dell’Ospedale Civile! Anch’esse combatterono. Questo non lo dimenticheremo mai.

Il Pubblico Ministero era molto interessato a conoscere le nostre possibilità di successo. Queste possibilità si basano su ragioni di ordine tecnico-militare e di ordine sociale.

Si è desiderato instaurare il mito delle armi moderne come certezza della totale impossibilità della lotta aperta e frontale del popolo contro la tirannia. Le sfilate militari, le grandi parate di materiale bellico, hanno per obiettivo il fomentare questo mito e creare nella cittadinanza un complesso di assoluta impotenza. Nessun arma, nessuna forza è capace di vincere a un popolo che si decide a lottare per i propri diritti. Gli esempi storici passati e presenti sono incontestabili. è ben recente il caso della Bolivia, dove i minatori, con cartucce di dinamite, sconfissero e distrussero a reggimenti dell’esercito regolare.

Pero noi cubani non dobbiamo cercare esempi in altri paesi, perché nessuno è tanto eloquente come quello della nostra patria. Durante la guerra del 1895 c’erano a Cuba circa mezzo milione di soldati spagnoli in armi I cubani non disponevano in generale di altra arma che il machete, perché le sue cartucciere erano quasi sempre vuote. c’è un passaggio indimenticabile della nostra guerra di indipendenza narrato dal generale Mirò Argenter

La gente in maggior parte provvista di solo machete, fu decimata Attaccarono agli spagnoli con i pugni, senza pistola

Così lottano i popoli quando desiderano conquistare la propria libertà: tirano pietre agli aerei e deviano i carri armati a morsi!

Dissi che la seconda ragione sulla quale si basava la nostra possibilità di riuscita era di ordine sociale. perché avevamo la sicurezza di contare sul popolo? Quando parliamo di popolo non intendiamo i settori concilianti e conservatori della nazione, a quelli per cui va bene qualsiasi regime di oppressione, qualsiasi dittatura, qualsiasi dispotismo, prostrandosi dinanzi al reggente di turno sino a rompersi la fronte contro il pavimento.

Intendiamo per popolo, quando parliamo di lotta, la grande massa irredenta, quella a cui tutti offrono e quella che tutti ingannano e tradiscono, quella che anela una patria migliore, più degna, più giusta

Noi chiamiamo popolo se di lotta si tratta, ai seicentomila cubani che stanno senza lavoro desiderosi di guadagnarsi il pane con onore senza dover emigrare dalla propria patria in cerca di sostentamento; ai cinquecentomila operai stagionali della campagna che abitano in baracche miserabili, che lavorano quattro mesi e soffrono la fame per il resto dell’anno dividendo con i propri figli la miseria, che non hanno un fazzoletto di terra per seminare e la cui esistenza dovrebbe muovere a più compassione se non ci fossero tanti cuori di pietra; ai quattrocentomila operai industriali e braccianti le cui pensioni, tutte, sono rapinate, la cui vita è il lavoro perenne e il cui riposo è la tomba; ai centomila piccoli agricoltori che vivono e muoiono lavorando una terra che non è loro, contemplandola sempre tristemente come Mose’ alla terra promessa, per poi morire senza mai giungere a possederla, che devono pagare per i fazzoletti di terra come servi feudali una parte dei propri prodotti, che non possono amarla, né migliorarla, né abbellirla, o piantare un cedro o un arancio perché non sanno se un giorno verrà un funzionario a dirgli che deve andarsene; ai trentamila maestri e professori tanto pieni di abnegazione, di sacrifici e necessari al destino migliore delle future generazioni e che tanto male li si tratta e paga; ai ventimila piccoli commercianti appesantiti dai debiti, rovinati dalle crisi e ammazzati dalla piaga di funzionari filibustieri e venali; ai diecimila giovani professionisti: medici, ingegneri, avvocati, veterinari, pedagoghi, dentisti, farmaceutici, giornalisti, pittori, scultori, ecc., che escono dalle aule con i propri titoli desiderosi di lotta e pieni di speranza per trovarsi poi in un vicolo senza uscita, tutte le porte chiuse, sorde alle suppliche e al clamore. Questo è il popolo! Quello che soffre tutte le sue disgrazie ed è pertanto capace di combattere con tutto il coraggio! A questo popolo il cui cammino di angustia è lastricato di inganni e false promesse, non andavamo a dire: “Ti daremo” ma semmai: “Ecco prendi, lotta ora con tutte le tue forze perché siano tue la libertà e la felicità!”.

Cuba potrebbe albergare splendidamente una popolazione tre volte maggiore; non ci sono dunque ragioni perché esista la miseria fra i suoi attuali abitanti.

A quelli che mi chiamano per questa convinzione sognatore, io rispondo con le parole di Martí:

Il vero uomo non guarda da che lato si vive meglio, ma da che lato sta il dovere; e questo è l’unico uomo pratico il cui sogno di oggi sarà la legge del domani, perché colui che ha posto gli occhi agli organi vitali universali e visto ribollire i popoli, tra lamenti e sangue, nella conca dei secoli, egli sa che il divenire, senza nessuna eccezione, sta dal lato del dovere.

Unicamente inspirati a tali elevati propositi è possibile concepire l’eroismo di quelli che caddero a Santiago di Cuba. Gli scarsi mezzi materiali, sui quali dovemmo contare, impedirono il sicuro successo.

I politici spendono nelle loro campagne milioni comprando coscienze, e un pugno di cubani che desiderarono salvare l’onore della patria dovette affrontare la morte con le mani vuote per carenza di risorse. Ciò spiega da chi è stato governato il paese sino ad ora, non da uomini generosi e fedeli, ma dal bassofondo della politicheria Con maggior orgoglio che mai dico che conseguente ai nostri principi, nessun politico di ieri ci ha visti bussare alla sua porta chiedendo un centesimo, che i nostri mezzi furono messi insieme con esempio di sacrificio che non ha paragoni, come quello del giovane Elpidio Sosa che vendette la sua attrezzatura e si presentò da me un giorno con trecento pesos “per la causa; Fernando Chenard, che vendette la apparecchiatura del studio fotografico con il quale si guadagnava da vivere; Pedro Marrero che impegnò il suo stipendio di molti mesi e al quale fu necessario impedire che vendesse persino i mobili della sua casa; Oscar Alcalde, che vendette il suo laboratorio di prodotti farmaceutici; Jesus Montané, che consegnò il denaro che aveva risparmiato per più di cinque anni, e così nello stesso stile molti altri, spogliandosi ognuno di quel poco che aveva.

Bisogna avere una fede molto grande nella propria patria per agire così, e questi ricordi di idealismo mi portano direttamente al capitolo più amaro di questa difesa: il prezzo che fu fatto loro pagare dalla tirannia per il desiderio di liberare Cuba dalla oppressione e dalla ingiustizia.

I fatti sono ancora recenti, però quando gli anni passeranno e il cielo della patria si schiarirà, quando gli animi esaltati si quieteranno e la paura non turberà più gli spiriti, si inizierà allora a vedere in tutta la sua spaventosa realtà la magnitudine del massacro, e le generazioni future rivolgeranno terrorizzate gli occhi a questo atto di barbarie senza precedenti nella nostra storia. Però non desidero che l’ira mi accechi, perché ho bisogno di tutta la chiarezza della mia mente e la serenità del cuore distrutto per esporre i fatti così come occorsero, con tutta semplicità, senza drammatismi, perché sento vergogna come cubano, che alcuni uomini senza anima, con i suoi crimini inqualificabili, abbiano disonorato la nostra patria dinanzi al mondo.

Non fu mai il tiranno Batista un uomo di scrupoli che tentenna prima di dire al popolo la più fantastica menzogna.

Le cose che affermò il dittatore dal poligono dell’accampamento di Columbia, sarebbero degne di risa se non fossero così impappate di sangue. Disse che gli attaccanti erano un gruppo di mercenari tra i quali c’erano molti stranieri; disse che l’attacco era stato ideato dall’ex-presidente Prio e con suo denaro, e si è provato sino alla sazietà l’assenza assoluta di ogni relazione tra questo movimento e il regime passato; disse che eravamo armati di mitragliatrici e granate a mano, e qui i tecnici dell’Esercito hanno dichiarato che avevamo solo una mitragliatrice e nessuna granata a mano; disse che avevamo sgozzato la postazione di guardia, e qui sono apparsi a verbale i certificati di morte e i certificati medici corrispondenti a tutti i soldati morti o feriti, dai quali, risulta che nessuno presentava lesioni di arma bianca.

Quando un capo di stato o chi pretende esserlo fa dichiarazioni al paese, non parla per parlare: alberga sempre qualche obiettivo, persegue sempre un effetto, lo anima sempre una intenzione. Se eravamo già stati militarmente vinti, se già non rappresentavamo più un pericolo per la dittatura, perché ci si calunniava in questo modo? Se non è chiaro che era un discorso sanguinario, se non è evidente che si pretendeva giustificare i crimini che si stavano commettendo dalla notte prima e che si andavano a commettere dopo, che parlino per me i numeri: il 27 luglio, nel suo discorso dal poligono militare, Batista disse che gli attaccanti avevano avuto trentadue morti; alla fine della settimana i morti salivano a più di ottanta. In quale battaglia, in quali luoghi, in quali combattimenti morirono questi giovani? Prima che parlasse Batista si erano assassinati più di venticinque prigionieri; dopo che parlò se ne assassinarono cinquanta.

Che grande senso dell’onore quello di quei militari modesti, tecnici e professionisti dell’Esercito, che al comparire dinanzi al tribunale non deformarono i fatti, e relazionarono attenendosi alla stretta verità. Questi si che sono militari che onorano l’uniforme, questi si che sono uomini! né il militare né l’uomo vero è capace di macchiare la sua vita con la menzogna o il crimine. Io so che sono terribilmente indignati con i barbari omicidi che si commisero, io so che sentono con ripugnanza e vergogna l’odore di sangue omicida che impregna sino all’ultima pietra il Quartiere Moncada.

Esorto il dittatore a ripetere ora, se puo’, le sue vili calunnie contro le testimonianze di questi onorevoli militari, lo esorto a che giustifichi davanti al popolo di Cuba il suo discorso del 27 luglio, che non taccia, che parli! Che dica se la Croce d’Onore che pose nel petto agli eroi del massacro era per premiare i crimini ripugnanti che si commisero; che assuma sin da ora la responsabilità davanti alla storia e non pretenda di dire poi che furono i soldati senza suoi ordini, che spieghi alla nazione i settanta omicidi; fu molto il sangue! La nazione ha bisogno di una spiegazione, la nazione lo domanda, la nazione lo esige.

Non si ammazzò durante un minuto, un’ora o un giorno intero, ma una intera settimana, i colpi, le torture, non cessarono un istante come strumento di sterminio maneggiato da perfetti artigiani del crimine. Il Quartiere Moncada si convertì in un laboratorio di tortura e morte, e alcuni uomini indegni convertirono l’uniforme militare in pannelle da macellai. I muri si incrostarono di sangue; nella parete le pallottole restarono incrostate con frammenti di pelle e capelli umani

Le mani criminali che reggono il destino di Cuba avevano scritto per i prigionieri all’entrata di quell’antro di morte, la scritta dell’inferno: “LASCIATE OGNI SPERANZA”.

Conosco molti dettagli di come si realizzarono questi crimini, per bocca di alcuni militari che pieni di vergogna, mi riferirono le scene di cui erano stati testimoni.

Il primo prigioniero assassinato fu il nostro medico Mario Muñoz, che non portava armi né uniforme e vestiva il suo camice di medico, un uomo generoso e competente che aveva prestato cura con la stessa devozione tanto all’avversario quanto all’amico ferito. Nel cammino dall’Ospedale Civile al Quartiere gli spararono un colpo alla schiena e lo lasciarono lì con la bocca rivolta in basso in una pozza di sangue. Però la mattanza di prigionieri non cominciò sino alle tre del pomeriggio. Fino a questa ora si aspettarono ordini. Arrivò dunque dall’Avana il generale Martin Diaz Tamayo, il quale portò istruzioni concrete uscite da una riunione dove si trovavano Batista, il capo dell’Esercito, il capo del SIM [Servizio di Intelligence Militare] e altri.

Disse che “era stata una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento tre volte più vittime degli attaccanti e che si dovevano uccidere dieci prigionieri per ogni soldato morto” Questo fu l’ordine!

Quello di cui questi uomini avevano bisogno era precisamente questo ordine. Nelle loro mani perì il meglio di Cuba: i più valorosi, i più onorati, i più idealisti. Il tiranno li chiamò mercenari, e lì essi stavano morendo come eroi in mano di uomini che ricevono uno stipendio dalla Repubblica e i quali con le armi che essa ha dato loro perché la difendano, servono piuttosto gli interessi di un manipolo e assassinano i migliori cittadini.

Per mezzo della tortura offrivano loro la vita se tradendo la propria posizione ideologica si prestavano a dichiarare falsamente che Prío [Carlos Prío Socarrás, Ex Presidente cubano in esilio] aveva dato loro il denaro, e come essi rifiutavano indignati la proposta, continuavano torturandoli orribilmente.

Le fotografie non mentono e quei cadaveri appaiono distrutti.

Questo lo fecero per molti giorni e assai pochi prigionieri di quelli che erano detenuti sopravvissero.

Signori Giudici, dove stanno i nostri compagni detenuti nei giorni 26, 27, 28 e 29 luglio che si sa erano settanta nella zona di Santiago di Cuba? Solamente tre e le due ragazze sono ricomparsi;

Dove stanno i nostri compagni feriti? Solo cinque sono comparsi; i restanti furono ugualmente assassinati. Qui, al contrario, hanno sfilato venti militari che furono nostri prigionieri e che secondo le loro stesse parole non ricevettero neanche una offesa. Qui hanno sfilato trenta feriti dell’Esercito, molti di loro in combattimenti sulla strada, e nessuno di essi fu giustiziato. Se l’Esercito ebbe diciannove morti e trenta feriti, com’e’ possibile che noi abbiamo avuto ottanta morti e cinque feriti?

Come può spiegarsi la favolosa proporzione di sedici morti per un ferito, se non giustiziando i feriti nell’ospedale stesso e assassinando poi gli indifesi prigionieri? Questi numeri parlano senza possibile replica. “E’ una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento un numero di vittime tre volte superiore agli attaccanti; bisogna ammazzare dieci prigionieri per ogni soldato morto …” Questo è il concetto che hanno dell’onore i caporali divenuti generali il 10 di marzo [il giorno del colpo di stato che portò Batista al potere], e questo è l’onore che desiderano imporre all’Esercito nazionale. Onore falso, onore di apparenza che si basa sulla menzogna, la ipocrisia e il crimine; assassini che plasmano con il sangue una maschera di onore. Chi disse loro che morire combattendo è un disonore? Chi disse loro che l’onore di un Esercito consiste nell’assassinare feriti e prigionieri di guerra? In guerra gli eserciti che assassinano i prigionieri si sono sempre guadagnati il disprezzo e l’esecrazione del mondo.

Il militare di onore non assassina il prigioniero indifeso dopo il combattimento, ma lo rispetta; non giustizia il ferito, ma lo aiuta; impedisce il crimine e se non può impedirlo fa come quel capitano spagnolo che sentendo gli spari con cui si fucilavano gli studenti ruppe indignato la sua spada e rinunciò di continuare a servire quell’esercito.

Per i miei compagni morti non chiedo vendetta. Dato che le loro vite non avevano prezzo, non potrebbero pagarla con la loro tutti i criminali messi insieme. Non è con il sangue che si può pagare la vita dei giovani che morirono per il bene di un popolo; la felicità di questo popolo è l’unico prezzo degno che si può pagare per quelle vite.

In più i miei compagni non sono dimenticati, né morti; vivono oggi più che mai e i suoi assassini devono vedere terrorizzati come sorge dai loro cadaveri eroici lo spettro vittorioso delle loro idee. Che parli per me l’Apostolo:

C’è un limite al pianto durante la sepoltura dei morti, ed è l’amore infinito per la patria e la gloria che si vede sopra i loro corpi, che non teme, non si abbatte né mai si indebolisce; perché i corpi dei martiri sono l’altare più bello della dignità.

… Quando si muore
Nelle braccia della patria gradita,
La morte finisce, la prigione si rompe;
Comincia alla fine, con il morir, la vita!

Fin qui mi sono attenuto quasi esclusivamente ai fatti. Come non dimentico che sto davanti ad un Tribunale di Giustizia che mi giudica, dimostrerò ora che unicamente dalla nostra parte sta il diritto e che la sanzione imposta ai miei compagni e quella che si pretende di impormi, non hanno giustificazione dinanzi alla ragione, dinanzi alla società e dinanzi alla vera giustizia.

Sto per narrarvi una storia. C’era una volta una Repubblica. Aveva la sua Costituzione, le sue leggi, le sue libertà; Presidente, Parlamento, Tribunali; tutti potevano riunirsi, associarsi, parlare e scrivere in piena libertà. Il governo non soddisfaceva il popolo, però il popolo poteva cambiarlo e già mancavano alcuni giorni per farlo. Esisteva una opinione pubblica rispettata e riverita e tutti i problemi di interesse collettivo erano discussi liberamente. C’erano partiti politici, ore dottrinali di radio, programmi polemici della televisione, atti pubblici e nel popolo palpitava l’entusiasmo. Questo popolo aveva sofferto molto e se non era felice, desiderava esserlo e aveva diritto a ciò. Lo avevano ingannato molte volte e guardava al passato con vero terrore. Credeva ciecamente che questo non poteva tornare; era orgoglioso del suo amore per la libertà e viveva convinto che essa sarebbe stata rispettata come cosa sacra; sentiva una fiducia nobile nella sicurezza che nessuno potesse provare a commettere il crimine di attentare contro le proprie istituzioni democratiche. Desiderava un cambiamento, un miglioramento, un progresso e lo vedeva vicino. Tutta la sua speranza stava nel futuro.

Povero popolo! Una mattina la cittadinanza si svegliò di soprassalto; nelle ombre della notte gli spettri del passato avevano congiurato mentre essa dormiva, e ora la tenevano afferrata per le mani, per i piedi e per il collo. Non, non era un incubo; si trattava della triste e terribile realtà: un uomo chiamato Fulgencio Batista aveva commesso il crimine che nessuno pensava.

Successe dunque che un umile cittadino di quel popolo, che desiderava credere nelle leggi della Repubblica e nell’integrità dei suoi giudici cercò un codice di Difesa Sociale per vedere che castigo prescriveva la società per l’autore di un simile fatto e lo trovò come segue:

Incorrerà nella sanzione di privazione della libertà da sei a dieci anni colui che effettuerà qualsiasi atto diretto a cambiare in tutto o in parte, per mezzo della violenza, la Costituzione dello Stato o la forma di governo stabilita.

Si imporrà una sanzione di privazione della libertà da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sarà la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione

Senza dire niente a nessuno, con il Codice in una mano e i fogli nell’altra, il menzionato cittadino si presentò nel vecchio edificio della capitale dove funzionava il tribunale competente, che era obbligato a promuovere la causa e castigare i responsabili di quel fatto, e presentò uno scritto denunciando i delitti e chiedendo per Fulgencio Batista e per i suoi diciassette complici la sanzione di 108 anni di prigione come ordinava imporre il Codice di Difesa Sociale con tutte le aggravanti

Passarono giorni e mesi. Che tradimento. L’accusato non era molestato, passeggiava per la Repubblica come un barone, lo chiamavano onorevole signore e generale

Passarono ancora giorni e mesi. Il popolo si stancò di abusi e di burle. I popoli si stancano! Venne la lotta, e quindi quell’uomo che stava fuori dalla legge, che aveva occupato il potere con la violenza, contro la volontà del popolo e aggredendo l’ordine legale, torturo’, assassino’, incarcerò e accusò dinanzi ai tribunali quelli che lottavano per la legge e per ridare al popolo la sua libertà.

Signori Giudici,

io sono quel cittadino che un giorno si presentò inutilmente dinanzi al Tribunale per chiedere che castigasse a quegli ambiziosi che violarono le leggi e ridussero in cenere le nostre istituzioni, e ora è a me che si accusa Mi direte che quella volta i giudici della Repubblica non agirono perché glielo si impedì con la forza: dunque, confessatelo: questa volta ugualmente la forza vi obbligherà a condannarmi. La prima volta non poteste castigare il colpevole; la seconda dovrete castigare l’innocente. La donzella della giustizia due volte violentata con la forza.

Cuba sta soffrendo un crudele e ignobile dispotismo e voi non ignorate che la resistenza di fronte al dispotismo è legittima; questo è un principio universalmente riconosciuto e la nostra Costituzione del 1940 lo consacrò espressamente nell’articolo 40: “E’ legittima la resistenza adeguata per la protezione dei diritti individuali garantiti anteriormente”

Il diritto di insurrezione dinanzi alla tirannia è uno di quei principi che, sia o no incluso nella Costituzione Giuridica, ha sempre piena vigenza in una società democratica.

Il diritto alla ribellione contro il dispotismo, Signori Giudici, è stato riconosciuto dalla più lontana antichità sino al presente, da uomini di tutte le dottrine, di tutte le idee e di tutte le credenze. Nelle monarchie teocratiche della più remota antichità in Cina, era praticamente un principio costituzionale che quando il re governasse in modo turpe e dispotico, fosse deposto e rimpiazzato da un principe virtuoso.

I pensatori dell’antica India impararono la resistenza attiva contro gli arbitri dell’autorità. Giustificarono la rivoluzione e tradussero molte volte le proprie teorie in pratica.

San Tommaso d’Aquino, nella “Summa Theologica” rifiutò la dottrina della tirannide, e sostenne, senza dubbio, la tesi che i tiranni devono essere deposti dal popolo.

Martin Lutero proclamò che quando il governo degenera in tirannide ferendo la legge, i sudditi sono liberati dal dovere dell’ubbidienza. Calvino, il pensatore più notevole della Riforma dal punto di vista delle idee politiche, postula che il popolo ha diritto a prendere le armi per opporsi a qualsiasi usurpazione.

Niente meno che un gesuita spagnolo dell’epoca di Filippo II, Juan Mariana, nel suo libro “De Rege et Regis Institutione”, afferma che quando il governante usurpa il potere, o quando eletto, regge la vita pubblica in maniera tirannica, è lecito l’assassinio direttamente, o avvalendosi dell’inganno, con il minor disturbo possibile.

Già nel 1649 John Milton scrive che il potere politico risiede nel popolo, il quale può nominare o destituire i re

John Locke nel suo “Trattato di Governo” sostiene che quando si violano i diritti naturali dell’uomo, il popolo ha il diritto e il dovere di sopprimere o cambiare il governo: “L’unico rimedio contro la forza senza autorità sta nell’opporre ad essa la forza”. Jean-Jacques Rousseau dice con molta eloquenza nel suo “Contratto Sociale”:

Mentre un popolo si vede forzato a obbedire e obbedisce, fa bene; e non appena può strapparsi il giogo e se lo strappa, fa meglio, recuperando la sua libertà con lo stesso diritto che gli è stato tolto

Rinunciare alla propria libertà è rinunciare alla qualità dell’uomo, ai diritti dell’umanità, e anche ai doveri. Tale rinuncia è incompatibile con la natura dell’uomo; e togliere tutta la libertà alla volontà è togliere ogni moralità alle azioni.

La famosa Dichiarazione Francese dei Diritti dell’Uomo lasciò alle generazioni future questo principio:

Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per questo il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri.
Quando una persona si impossessa della sovranità deve essere condannata a morte dagli uomini liberi

Credo di aver giustificato sufficientemente il mio punto di vista Però c’è una ragione che ci assiste più potente di tutte le altre: siamo cubani ed essere cubano implica un dovere, non compierlo è un crimine ed un tradimento. Viviamo orgogliosi della storia della nostra patria; la apprendiamo a scuola e siamo cresciuti udendo parlare di libertà, di giustizia e di diritti. Tutto questo apprendemmo e non lo dimenticheremo

Nascemmo in un paese libero che ci lasciarono i nostri padri, e sprofonderà l’Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno.

Termino la mia difesa, però non lo farò come fanno sempre tutti gli avvocati, chiedendo la libertà del difeso; non posso chiederla quando i miei compagni stanno soffrendo nell’Isola dei Pini una prigionia ignobile. Inviatemi insieme a loro a condividere la loro sorte, è concepibile che gli uomini che hanno onore siano morti o prigionieri in una repubblica dove è presidente un criminale e un ladro.

Ai Signori Giudici, la mia sincera gratitudine per avermi permesso di esprimermi liberamente senza meschine coazioni Resta tuttavia all’Udienza un problema più grave: qui stanno le cause iniziate per i settanta omicidi, cioè per il più grande massacro che abbiamo conosciuto, e i colpevoli restano liberi con l’arma in mano che è una minaccia perenne per la vita dei cittadini; se non cade sopra di essi tutto il peso della legge, per codardia o perché ve lo impediscono, e non rinunciano in pieno tutti i giudici, io ho pietà della vostra dignità e compassione per la macchia senza precedenti che cadrà sopra il Potere Giuridico.

In quanto a me so che il carcere sarà duro come non lo è mai stato per nessuno, pieno di minacce, di vile e codardo rancore, però non lo temo, così come non temo la furia del tiranno miserabile che ha preso la vita a settanta fratelli miei.

Condannatemi. Non importa. La storia mi assolverà.

Fidel Castro

Cosa sono i diritti umani? Una cosa da ricchi!


I Diritti Umani sono, nei nostri tempi, una graziosa postilla nella bocca delle varie forze politiche. Sono, inoltre e paradossalmente, una scusa che sembra giustificare quasi tutto.

A prima vista, si può affermare che i Diritti Umani (DDUU d’ora in poi) sono tutto e niente. Tutto perché sembra che siano diventati quell’ideale di condizione minima di cui ogni persona deve godere e che ogni Stato deve assicurare (condizione che sembra, almeno sulla carta, già raggiunta, visto che tutti gli Stati membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite hanno ratificato almeno uno dei trattati internazionali sui diritti umani e considerato che di fatto l’80% di loro ne ha ratificati almeno quattro) e quindi il nulla perché sono l’argomento sulla bocca di tutti ma, se ci soffermiamo a riflettere, difficilmente troveremo casi nei quali essi vengano rispettati. E così paesi sono stati invasi, massacrati e saccheggiati in nome dei “Diritti Umani”.

Inoltre, andando più affondo nella questione e affrontandola dal punto di vista accademico, vediamo che esistono diversi tipi di DDUU in teoria. Di fatti, il mondo accademico distingue tra DDUU di prima generazione (anche conosciuti come DDUU civili e politici), di seconda generazione (detti anche sociali, culturali ed economici) e di terza generazione (un insieme meno omogeneo dei precedenti che potremmo qualificare come “diritti di solidarietà”). Gli accademici, inoltre, collegano i DDUU di prima generazione con il liberalismo e quelli di seconda con le ideologie socialiste. Sostengono, inoltre, che nei paesi socialisti i DDUU sociali, culturali ed economici sono stati salvaguardati talmente da far scomparire quelli politici e civili. Propongono, come esempi a sostegno della loro tesi, aneddoti come il dibattito che accompagnò la redazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DUDU).

Cosa c’è di vero nella svalutazione o persino nella non accettazione dei diritti civili e politici da parte dei marxisti? Perché rifiutano qualcosa di, a priori, così sano come i DDUU?

Procediamo per gradi. Poco più di un secolo prima della firma della DUDU, Marx già ci parlava dei Diritti Umani nella sua opera Sulla questione ebraica (1843). Vediamo cosa diceva il padre del socialismo scientifico riguardo il voto negli Stati Uniti:

Lo Stato in quanto Stato annulla, ad es., la proprietà privata, l’uomo dichiara soppressa politicamente la proprietà privata non appena esso abolisce il censo per l’eleggibilità attiva e passiva, come è avvenuto in molti Stati nordamericani. Hamilton interpreta assai giustamente questo fatto dal punto di vista politico: «La grande massa ha trionfato sopra i proprietari e la ricchezza monetaria.» (…) Tuttavia, con l’annullamento politico della proprietà privata non solo non viene soppressa la proprietà privata, ma essa viene addirittura presupposta.(…) Nondimeno lo Stato lascia che la proprietà privata, l’educazione, l’occupazione operino nel loro modo, cioè come proprietà privata, come educazione, come occupazione, e facciano valere la loro particolare essenza.

In primo luogo, cioè, Marx segnala che l’accettazione dei Diritti Umani presuppone un’accettazione sulla carta che non si realizza nella pratica e, per tanto, ha come immediata conseguenza la falsa convinzione della loro esistenza da parte dei lavoratori.

La DUDU, senza andare più lontano, funge da velo, come tentativo di estinguere le rivendicazioni sociali. Se abbiamo per iscritto (ed il nostro governo ha ratificato) una lista di diritti dei quali noi ora siamo sprovvisti (per via della situazione economica, della congiuntura storica, del colore politico del governo…), perché non aspettare che l’ostacolo che impedisce la loro affermazione scompaia e sperare che, in futuro, noi possiamo godere di essi? Questa è la domanda che, tanto all’epoca quanto ora, la borghesia ha voluto che tutti i lavoratori si facessero. Peccato che pensare una cosa simile è come essere certi che mettendo un cartello che recita “vietato mangiare le pecore”, il gregge sia in salvo dai famelici lupi…

Senz’alcun dubbio la critica fondamentale marxista ai Diritti Umani viene dopo. Facendo ancora riferimento all’opera Sulla questione ebraica:

L’uomo in quanto membro della società civile, l’uomo non politico, appare perciò necessariamente come l’uomo naturale. (…) l’uomo, in quanto è membro della società civile, vale come uomo vero e proprio (…) L’uomo reale è riconosciuto solo nella figura dell’individuo egoista.

Che vuole dire Marx qui? Semplicemente che i DDUU non sono né umani (o almeno non di tutta l’umanità), né universali. Sono diritti della borghesia, per la borghesia e pertanto i diritti civili e politici proteggono gli interessi di questa classe sociale (diritto alla proprietà privata, diritto alla libertà – che include la libertà di contrattazione, la libertà di produzione… – il diritto alla libertà politica – che va inteso, all’interno del suo contesto storico, come una rivendicazione della borghesia ad accedere alle sfere politiche riservate, un tempo, soltanto alle classi nobiliari -…)

Ma cosa importa se sono diritti creati dalla borghesia, se poi ne beneficiano anche i lavoratori? Qui non resta altro che rispondere a questa domanda, con un’altra domanda: esiste la libertà dell’individuo quando l’unica cosa che quest’ultimo può fare è “scegliere” quale imprenditore lo sfrutterà? Ha libertà lo studente espulso dall’università che può “scegliere” tra fare uno stage, un corso o lavorare gratis? O, per essere ancora più macabri, se si riferiscono alla libertà che ha una famiglia di lavoratori che, sfrattata dalla propria casa, può scegliere in che panchina dormire o sotto quale ponte ripararsi?

Pertanto, ha senso parlare di diritti civili e politici in astratto? Si e no. Si, se li restringiamo a una classe sociale e no, se vogliamo universalizzarli. Ecco, quindi, la prima risposta: noi marxisti sosteniamo che non si può parlare di DDUU e che ratificarli con qualunque legge o trattato internazionale costituisce un atto di ipocrisia, in quanto non esistono ne possono esistere tali diritti nell’attuale regime economico. Mutuando la storica frase di Lenin, ci chiediamo quindi: Diritti umani? Per chi?

Infine, se nei paesi socialisti è stata raggiunta una situazione tale da assicurare a tutti i DDUU (tanto quelli di prima, quanto quelli di seconda generazione), perché esiste la credenza – fondata o no – che in questi paesi i DDUU civili e politici non abbiano valore? Perché i paesi socialisti, ai loro tempi, spingevano più per l’affermazione dei DDUU sociali, economici e culturali, lasciando in secondo piano quelli politici e civili? Potremmo pensare: che senso ha includerli, se stiamo già assicurando non solo questi, ma molto di più? Per trovare la risposta, dobbiamo tornare a concetti già trattati in questo testo. Abbiamo visto che i diritti civili e politici non sono niente se non accompagnati da diritti minimi sociali ed economici; al contrario, una volta conseguiti questi ultimi, è impossibile che gli altri svaniscano.

Noi comunisti, cioè, difendiamo (e corroboriamo con le esperienze dei paesi socialisti) che la consecuzione dei DDUU economici, culturali e sociali (che, per inciso, possono essere ottenuti soltanto nei paesi socialisti) presuppone l’estensione immediata dei diritti politici e civili, poiché l’unica barriera che hanno questi ultimi alla propria realizzazione piena è l’assenza dei primi. Le uniche barriere alla libertà che ha il lavoratore sono quelle che gli impongono i borghesi e lo Stato borghese; una volta che queste spariscono, si realizza l’integrazione del proletariato nella società e con essa tutti i suoi diritti. Per questo noi comunisti diciamo che non ci sono DDUU di prima o seconda generazione, bensì diritti della borghesia e diritti del proletariato. E l’esistenza degli uni impedisce la realizzazione degli altri.

I comunisti e la questione dei Diritti Umani

ELTSIN: L’ubriacone che distrusse il socialismo russo

Da dove partire per raccontare questa storia, partiamo dalla fine, la fine dell’Unione Sovietica.

È il 1991. Il momento storico è drammatico. Si sentono, ancora rimbombanti nell’aria, i tonfi provocati dai cocci del muro di Berlino, abbattuto solo due anni prima. Nei programmi di risanamento economico, politico e sociale dell’Unione Sovietica, la Perestrojka è la strada da seguire.

La manovra voluta da Michail Gorbaciov, non porta risultati: è troppo lenta. La popolazione è stremata dalla crisi economica il graduale abbandono del socialismo ha gettato il paese nel baratro. La gente è in strada, chiede l’elemosina.

All’interno dell’URSS, nuove forze che non si riconoscono più negli ideali del comunismo, delineano il loro progetto di una nuova Unione Sovietica in forma di una confederazione di repubbliche indipendenti e dotate di autogoverno totalmente decentralizzato. Il loro capo è Boris Yeltsin, classe 1931, neoeletto Presidente della Repubblica Russa e nemico politico di Gorbaciov e del PCUS, dal quale è fuoriuscito appena un anno prima.

PUTSCH DI AGOSTO

Chi si fosse trovato a sintonizzare la televisione sui tre canali nazionali, nelle prime ore del 19 agosto 1991 a Mosca, avrebbe potuto ascoltare un’unica composizione musicale (il Lago dei cigni di Čajkovskij) ripetuta in loop, circostanza che, in ogni epoca e latitudine, è in grado di evocare presagi sinistri.

Di buon mattino giunse l’annuncio ufficiale: ”In rapporto all’inabilità di Mikhail Serghievich Gorbaciov per motivi di salute di svolgere le sue funzioni come Presidente dell’URSS, ho assunto le funzioni di Presidente dell’URSS a partire dal 19 agosto sulla base dell’art. 127 della Costituzione dell’URSS. Gennadij I. Janaev, Vice­Presidente dell’URSS”; un comunicato successivo esplicitò che in alcune parti dell’URSS era stato imposto lo stato di emergenza e, allo scopo di dirigere il paese, era stato costituito un comitato, di cui facevano parte, tra gli altri, il Presidente del KGB Krjučkov, il Primo Ministro Pavlov, il Ministro dell’Interno Pugo, il Ministro della Difesa Jazov, il ”facente funzioni di Presidente dell’URSS, Janaev.

Tale evento si inseriva in una fase estremamente critica della storia sovietica: una crisi economica feroce, strutturale e di lungo periodo, che non poteva più essere tenuta nascosta proprio a causa dei processi di glaznost e perestrojka – trasparenza e ristrutturazione – introdotti dal Presidente Gorbaciov, aveva indebolito il potere centrale sia sul fronte internazionale sia su quello interno, favorendo il rinvigorirsi di istanze nazionaliste nelle repubbliche sovietiche, che, una dopo l’altra, si proclamavano indipendenti.

Nelle parole di uno dei testimoni degli eventi del 19 agosto, Gennadij Burbulis, all’epoca braccio destro di Eltsin, “fu subito chiaro che si trattava di un tentativo disperato di impedire la firma del trattato, prevista per il giorno dopo. Ma questa era l’unica cosa chiara. Gli americani che seguivano gli eventi sulla CNN sapevano quel che succedeva in Russia più di quel che ne sapevano i russi; i conduttori dei notiziari a Mosca si limitavano a leggere la dichiarazione rilasciata dagli autori del colpo di stato”.

Questi ultimi, tuttavia, apparvero da subito deboli nella comunicazione dei propri intenti e privi di carisma, e il previsto supporto popolare al putsch non vi fu: per due giorni Mosca fu capitale di uno spettacolo surreale, con carri armati per le strade che non sparavano, né intervenivano, mostrando una tacita solidarietà con i resistenti. Le piazze e le vie delle città più importanti si riempirono di persone che protestavano, bloccavano le forze armate, inscenavano manifestazioni spontanee.

Gorbaciov venne liberato, il 22 agosto tornò nella capitale, ma il centro del potere era adesso la Casa Bianca con Eltsin, non più il Cremlino; naufragata ogni possibilità di un nuovo trattato dell’Unione, il 24 egli si dimise dalla carica di Segretario del PCUS: aveva “perso i comandi” della stessa URSS, che, agli occhi del mondo intero, rappresentava, mentre stava crescendo la popolarità di Eltsin, peraltro con il plauso di tutto l’Occidente.

Pochi giorni dopo fu sciolto il PCUS. Il 25 dicembre Gorbaciov rassegnò le dimissioni anche da presidente dell’URSS, la bandiera rossa sul Cremlino venne sostituita da quella della Federazione Russa e il 26 dicembre l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche cessò formalmente di esistere.

LA NASCITA DEL CAPITALISMO RUSSO

Una volta avuta la meglio nel 1991 sul Putsch di agosto, Boris Yeltsin fu in grado di mettere mano liberamente alle numerose e gravose questioni che all’epoca affliggevano la neonata Federazione russa, tra cui una situazione economica

Yeltsin aveva pochi dubbi sulla ricetta da applicare per uscire dalla grave crisi economica russa: smantellare integralmente l’economia pianificata per sostituirla in tempi estremamente brevi con un sistema basato sulla proprietà privata e sul libero mercato, ricetta da attuare con una terapia shock.

A tal fine, il primo ministro della Federazione russa Egor Gajdar diede inizio nel 1992 alle privatizzazioni di massa di quello che restava dell’apparato economico sovietico.
Vennero liberalizzati l’80% dei prezzi alla produzione e il 90% dei prezzi al dettaglio, il commercio estero venne anch’esso liberalizzato con l’imposizione di un’aliquota fissa del 5% e con la cancellazione dei controlli quantitativi sull’importazione.

Gli effetti delle riforme di Yeltsin al 1992 furono disastrosi: il pil crollò del 14%, il deficit arrivò al 6% del pil, l’inflazione toccò un picco del 2500% e la produzione industriale diminuì del 25%. Nel frattempo, la privatizzazione proseguì spedita e dal 1992 al 1994 vennero privatizzate il 90% delle piccole imprese e il 70% di quelle grandi.

IL GOLPE DI ELTSIN, LA DUMA VIENE BOMBARDATA

Quel che accadde a Mosca tra il 2 e il 4 ottobre del 1993 è senza dubbio uno degli eventi più tragici e dimenticati della storia contemporanea. In quei giorni le forze armate, su ordine di Boris Eltsin, bombardarono la Duma, ovvero il Parlamento russo, colpevole di essersi opposto alle manovre illegali e incostituzionali del governo da lui presieduto.

I parlamentari – interpreti del profondo malcontento popolare nei confronti della situazione in cui versava la Russia post-sovietica – avevano infatti osato opporre resistenza ai piani di scioglimento della Duma decretati da Eltsin.
Per tutta risposta, essi vennero dapprima accerchiati dai militari, e infine bombardati da parte di unità dell’esercito a lui fedeli.Scontri violentissimi tra le forze dell’ordine e le oltre 100.000 manifestanti che sostenevano in piazza le ragioni dei deputati “ribelli” fecero centinaia di vittime. Decine di parlamentari persero la vita sotto le bombe.

Come Pinochet nel ‘73, una cricca di usurpatori usava la violenza militare per soffocare le legittime pretese democratiche di chi reclamava il ritorno al socialismo. Si tratta di un vero e proprio colpo di Stato, necessario per imporre una controrivoluzione aborrita dal popolo, ma necessaria alla nascente borghesia ladra russa. La dittatura militare, che analisti pigri e disinformati imputano all’URSS, in verità prese corpo dopo la caduta dell’URSS, sulla base economica del capitalismo nascente, e caratterizzò la natura del potere russo degli anni ‘90.

Il capitalismo non si ferma, lo smantellamento del socialismo

Le risorse minerarie ed energetiche russe passarono di proprietà delle banche per delle cifre irrisorie. Le ricchezze nate da questa operazione diedero vita alla casta degli oligarchi, che nel 1996 si accordarono per sostenere la campagna elettorale di Yeltsin. Mentre pochi si arricchivano, la maggior parte dei russi vide un netto peggioramento delle proprie condizioni di vita: la disoccupazione nel 1996 riguardò il 10% della popolazione, mentre il pil rimase al 3%, nel contesto di un’inflazione che disintegrava i risparmi dei cittadini (nel 1996 era al 22%).

Al 1995 il 39% dei russi viveva sotto il livello di povertà, dai 2 milioni del 1988 i poveri passarono a essere 57 milioni appena sette anni più tardi. Inoltre, la distribuzione del reddito si alterò al punto da rendere la Russia degli anni Novanta uno dei paesi col maggior tasso di disuguaglianza.

Nel 1994 l’aspettativa di vita alla nascita era scesa a 64 anni. Dopo il 1996 in Russia fece la sua comparsa il baratto, che in Europa non si vedeva in modo così massiccio dal crollo dell’Impero romano.

Nel 1998 il paese venne colpito da una grave crisi finanziaria che segnò definitivamente il fallimento delle riforme di Yeltsin, provocata dalla crisi economica delle tigri asiatiche e dal crollo del prezzo del petrolio che a sua volta innescò una brusca diminuzione dell’entrata di valuta straniera in Russia, causando difficoltà nel tasso di cambio.
Il debito statale, finanziato da titoli di Stato a breve termine, divenne presto insostenibile a causa del tasso di interesse sempre più alto, mentre l’inflazione nel 1998 salì all’84%. I sussidi pubblici all’agricoltura crollarono dell’80% nel corso dell’anno.

Ad agosto venne svalutato il rublo e dichiarato il default sul debito interno, oltre che una moratoria di 90 giorni su quello estero.

Nel 1999, al termine della presidenza di Yeltsin, il 40% dei russi viveva sotto il livello di povertà, il 12% era disoccupato, e la criminalità e il tasso di omicidi erano decisamente peggiorati.

Memoria a orologeria

L’ECONOMIA RUSSA NEGLI ANNI DI YELTSIN (1991 – 1999)

Tentato colpo di stato a Mosca il 19 agosto 1991

Il Comunismo è patriottismo

Lo sviluppo è verso l’internazionalismo, ma il punto di partenza è nazionale ed è da questo punto di partenza che occorre prender le mosse. (Antonio Gramsci)

Da decenni soprattutto a sinistra si è consolidata una retorica anti-patriottica, che non manca mai di far emergere tutte le contraddizioni che sono proprie delle posizioni politiche prodotte da adattamenti soggettivi alla realtà, o che opportunisticamente piegano le proprie azioni in maniera tale da non doversi mai confrontare con la vera risoluzione dei problemi.

È chiaro e logico, capire che nella strada verso un futuro di giustizia sociale e libertà, verso la costruzione di una società socialista, la questione nazionale assume un ruolo fondamentale.

Negli anni abbiamo regalato la bandiera del patriottismo a chi 75 anni fa voleva farci diventare una provincia del Reich e a chi oggi vuole il nostro paese sempre più subordinato a Washington e Berlino o meglio Bruxelles. Bisogna capire che quella in cui viviamo è tuttora una società ingiusta che non somiglia per nulla alle nostre aspirazioni.

La Resistenza è stata tradita.

Non è stato dato alla Resistenza un carattere di rinnovamento e progresso sociale, rendendola di fatto un momento di celebrazione fine a sé stessa. Oggi è importante cantare Bella Ciao e ricordare, ma è ancora più importante capire cosa dobbiamo fare per il nostro futuro, guardiamo al domani ma agendo nel presente, iniziando nel riconoscere i veri nemici attuali.

Noi, oggi, dobbiamo stare nei quartieri e nei luoghi di lavoro, tra e con il popolo italiano per contendere alle destre l’egemonia nei confronti della percezione di quale sia la strada corretta da seguire per risolvere i problemi che ci affliggono.
O la guerra tra poveri voluta per mantenere gli interessi e le ricchezze di pochi o la liberazione collettiva.

Questo è per noi l’antifascismo vero, l’unico che conta.

Noi vogliamo e dobbiamo costruire un grande blocco sociale tra i gli operai, i lavoratori e il ceto medio che si proletarizza per una vera Liberazione, contro la globalizzazione capitalista, contro l’Unione Europea, contro la NATO.

Per questo dobbiamo ri-alzare in alto la bandiera del patriottismo tessendo quel filo rosso che inizia nel Risorgimento e continua durante la Resistenza e nelle lotte popolari e operaie del dopo-guerra. Bisogna riprendere in mano tutto ciò e lottare uniti per un’Italia, libera, indipendente e socialista.

Un comunista che sottovaluti il quadro internazionale della sua lotta e dimentichi i suoi doveri di solidarietà con gli altri popoli, cade in un ristretto nazionalismo e si condanna all’isolamento e alla sconfitta. Un comunista che non ritenga che il suo primo dovere internazionalista è la lotta nel proprio paese, perde il legame con le masse e cade nell’agitazione parolaia inconseguente.

Difendere la sovranità nazionale non è un tema di destra, nonostante ampia parte della sinistra liberal europea lo pensi. Al contrario affrontare le ingerenze dell’imperialismo, siano esse dell’Unione Europea, della NATO, del FMI o di qualsiasi altra istanza sovranazionale, è un dovere fondamentale: rappresentando un compito patriottico irrinunciabile, la difesa della sovranità nazionale è anche il migliore contributo alla lotta antimperialista e alla causa universale della liberazione dei lavoratori e dei popoli.

Assai spesso, i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei comunisti, invocando il loro internazionalismo e presentandolo come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per la patria. Anche questa è una calunnia. Il comunismo non ha nulla di comune col cosmopolitismo.

Lottando sotto la bandiera solidarietà internazionale dei lavoratori, i comunisti di ogni singolo paese, nella loro qualità di avanguardia delle masse lavoratrici, stanno solidamente sul terreno nazionale. Il comunismo non contrappone, ma accorda e unisce il patriottismo e l’internazionalismo proletario poiché l’uno e l’altro si fondano sul rispetto dei diritti, delle libertà, dell’indipendenza dei singoli popoli.

E’ ridicolo pensare che la classe operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. La classe operaia moderna è il nerbo delle nazioni, non solo per il suo numero, ma per la sua funzione economica e politica.

L’avvenire della nazione riposa innanzi tutto sulle spalle delle classi operaie. I comunisti, che sono il partito della classe operaia, non possono dunque staccarsi dalla loro nazione se non vogliono troncare le loro radici vitali.

Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trust internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio. Essi non soltanto vendono, ma si vendono volentieri al migliore offerente tra gli imperialisti stranieri.

“Le accuse di nazionalismo sono inette se si riferiscono al nucleo della questioni. Se si studia lo sforzo dal 1902 al 1917 da parte dei maggioritari si vede che la sua originalità consiste nel depurare l’internazionalismo di ogni elemento vago e puramente ideologico (in senso deteriore) per dargli un contenuto di politica realistica.

Il concetto di egemonia è quello in cui si annodano le esigenze di carattere nazionale e si capisce come certe tendenze di tale concetto non parlino o solo lo sfiorino. Una classe di carattere internazionale in quanto guida strati sociali strettamente nazionali (intellettuali) e anzi spesso meno ancora che nazionali, particolaristi e municipalisti (i contadini), deve «nazionalizzarsi», in un certo senso.

Che i concetti non nazionali (cioè non riferibili a ogni singolo paese) siano sbagliati si vede per assurdo: essi hanno portato alla passività e all’inerzia in due fasi ben distinte:

1. Nella prima fase, nessuno credeva di dover incominciare, cioè riteneva che incominciando si sarebbe trovato isolato; nell’attesa che tutti insieme si muovessero, nessuno intanto si muoveva e organizzava il movimento

2. La seconda fase è forse peggiore, perché si aspetta una forma di «napoleonismo» anacronistico e anti naturale (poiché non tutte le fasi storiche si ripetono nella stessa forma).

Le debolezze teoriche di questa forma moderna del vecchio meccanicismo sono mascherate dalla teoria generale della rivoluzione permanente che non è altro che una previsione generica presentata come dogma e che si distrugge da sé, per il fatto che non si manifesta effettualmente.” Antonio Gramsci

Fonti

Palmiro Togliatti (Rinascita – Rassegna di politica e di cultura Italiana – Anno II – N. 7-8) 

Antonio Gramsci (Quaderni del carcere, edizioni Einaudi, Torino, 1975, p.1729-1730)

Patriottismo e internazionalismo sono inseparabili
Comunismo e Patriottismo

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La partita è sospesa

Lo stadio Poljud non è mai stato teatro di grandi trionfi. Gli anni d’oro dei croati non hanno certo coinciso con quelli del nuovo stadio cittadino. Eppure la storia ha deciso di passare proprio per quel campo di gioco. Il 4 maggio del 1980 si sta disputando una delle più importanti gare della prima divisione jugoslava.

Da una parte i padroni di casa dell’Hajduk, dall’altra gli acerrimi nemici di Belgrado, la Stella Rossa. I dalmati sono campioni in carica, ma sono fuori dalla lotta per il titolo, i serbi invece vogliono ritornare sul trono dopo qualche tempo lontano dalla vetta (e alla fine della stagione ci riusciranno).

Le tensioni non si esauriscono sul terreno di gioco. La Torcida Split mette a disagio le forze dell’ordine. La repressione non ha funzionato e si temono nuovi scontri, tenuto anche conto del fatto che gli avversari non sono una squadra qualunque, la rivalità è accesissima. Il primo tempo è vibrante, sia in campo che sugli spalti. Tutta la nazione segue la gara che viene trasmessa anche in televisione.

Mancano quattro minuti al duplice fischio, quando tre uomini in borghese entrano in campo.Che sta succedendo? I tre si avvicinano all’arbitro, e gli sussurrano qualcosa all’orecchio. La reazione del direttore di gara è sbigottita. Immediatamente i giocatori si avvicinano. Entrano anche i dirigenti. Sul Poljud cala il silenzio. Non vola una mosca. Sono tutti in attesa di una comunicazione.

Tocca al presidente dell’Hajduk Ante Skataretiko dare la notizia: “La partita è sospesa, il compagno Tito è morto”.I nervi non reggono più. Calciatori capaci di giocare per novanta minuti sotto le peggiori minacce da parte dei tifosi avversari crollano a terra. Zlatko Vujović sulle rive dell’Adriatico è considerato una bandiera, ma quando ascolta con le sue orecchie che Tito se n’è andato, sente le sue ginocchia farsi deboli, e si accascia a terra.

Il direttore di gara è un bosniaco di nome Muharemagic. Non proprio un ragazzino. Eppure non ce la fa neanche lui a mantenere il contegno. La scena è incredibile. I giocatori si radunano a centrocampo. Con arbitro e guardalinee all’altezza del cerchio centrale. I fotografi scattano le foto, ma anche loro sono lenti, perché non riescono a trattenersi e piangono.

Da una parte l’Hajduk in maglietta e calzettoni bianchi, e pantaloncini blu. Dall’altra la Stella Rossa, con la divisa tradizionale a strisce bianco-rosse, calzoncini e calzettoni bianchi. Sono schierati come prima del calcio di inizio. Qualcuno non rispetta gli schieramenti e le squadre si mischiano. C’è un silenzio totale, rotto solo dai singhiozzi di qualcuno che sta piangendo. Non è retorica, ma non ci sono più croati, non ci sono più serbi, né cattolici o ortodossi, c’è solo un popolo che piange per la morte del proprio leader.

Poi tutto lo stadio intona una canzone popolare “Druze Tito mi ti se kunemo, da sa tvoga puta ne skrenemo”, che tradotto suona come “Compagno Tito, te lo giuriamo, non ci allontaneremo mai dal tuo esempio”. Il pianto è collettivo, l’elaborazione del lutto è ancora lontana da venire.

La Jugoslavia non si riprenderà mai più.

Fonte:

Curva Est

La verità sui Gulag, rivelata dai documenti dalla CIA

Introduzione

Le bugie “umanitarie” servono a far accettare alla popolazione le guerre imperialiste. Alimentati dalla propaganda di estrema destra e finanziati dalla CIA, i principali canali di “notizie” descrivono i campi di lavoro sovietici – noti anche come “Gulag” – come mezzi di Stalin per reprimere i dissidenti filo-democratici e schiavizzare le masse sovietiche. Tuttavia, la stessa CIA che, attraverso l’Operazione Mockingbird, ha dato ai militari statunitensi il controllo quasi totale sulla stampa mainstream al fine di favorire la disinformazione anti-sovietica (Tracy 2018), ha recentemente rilasciato documenti declassificati che invalidano le calunnie che circondano i Gulag.

La CIA che ha condotto varie operazioni antisovietiche per quasi cinque decenni e il cui personale ha cercato di ottenere informazioni accurate sull’URSS, non si può dire che abbia alcuna propensione a favore dell’URSS. Pertanto, i seguenti file della CIA declassificati che sorprendentemente “confessano” a favore dell’Unione Sovietica sono particolarmente preziosi.

Pur riconoscendo le dure condizioni che esistevano nei Gulag – come con qualsiasi sistema carcerario al mondo – l’obiettivo di questo articolo è di far luce sui seguenti fatti:

1- la durezza delle carceri è stata amplificata dalla stampa occidentale, con numerose bugie inventate

2 – Le statistiche relative alla popolazione Gulag sono spropositate

3 – C’è stato un autentico sforzo per migliorare le condizioni della prigione quando ne è stata data la possibilità

4 – Gli standard della prigione erano molto più elevati di quelli di molti paesi capitalisti.

Le condizioni delle carceri

Un documento della CIA del 1957 intitolato “Campi di lavoro forzato in URSS: trasferimento di prigionieri tra campi” rivela le seguenti informazioni sul Gulag sovietico nelle pagine da due a sei:

  1. Fino al 1952, ai prigionieri veniva data una quantità garantita di cibo, più cibo extra per il superamento delle quote
  2. Dal 1952 in poi, il sistema Gulag operò sulla “responsabilità economica” in modo tale che più i prigionieri lavoravano, più venivano pagati.
  3. Per il superamento delle norme del 105%, un giorno di pena è stato contato come due, riducendo così il tempo trascorso nel Gulag di un giorno.
  4. Inoltre, a causa della ricostruzione socialista del dopoguerra, il governo sovietico aveva più fondi e quindi aumentava le scorte di cibo dei prigionieri.
  5. Fino al 1954, i prigionieri lavoravano 10 ore al giorno, mentre i lavoratori liberi lavoravano 8 ore al giorno. Dal 1954 in poi, sia i prigionieri che i lavoratori liberi lavoravano 8 ore al giorno.
  6. Uno studio della CIA su un campo di campionamento ha mostrato che il 95% dei prigionieri erano criminali tradizionali.
  7. Nel 1953, l’amnistia fu assegnata al 70% dei “criminali ordinari” di un campo di studio studiato dalla CIA. Entro i successivi 3 mesi, molti di loro furono nuovamente arrestati per aver commesso nuovi crimini.

Quelli che seguono sono estratti del documento della CIA, sottolineati e messi insieme per il lettore:

Questi fatti negano la narrazione che i prigionieri di Gulag non erano retribuiti.
Il lavoro fu effettivamente forzato; tuttavia, sono stati forniti premi materiali. I prigionieri furono pagati dal 1952 in poi e premiati con il cibo prima del 1952.

Secondo le fantasie borghesi, il “regime” sovietico cercava di affamare deliberatamente le popolazioni di Gulag. Tuttavia, in effetti, ci sono stati degli sforzi sovietici per aumentare l’approvvigionamento di cibo dei prigionieri, dopo la seconda guerra mondiale.

Il fatto che la giornata lavorativa fosse solo due ore in più rispetto a quella dei lavoratori liberi fino al 1954, e uguale a quella del lavoratore libero dal 1954 in poi, è una chiara dimostrazione delle tendenze egualitarie dello Stato sovietico.

Nel frattempo, il fatto degno di nota è che i criminali, non i “rivoluzionari democratici” sono stati inviati ai Gulag. Come in tutti i sistemi giudiziari, ci son stati certamente degli errori e alcune persone innocenti furono mandate nelle carceri; il punto però è che questo fatto è stato esagerato dalla stampa imperiale.

Confrontiamo il sistema sovietico con quello degli Stati Uniti. Il 13 ° emendamento consente la schiavitù carceraria, con molti prigionieri vittime di persecuzione razziale. Anche la dinastia Clinton aveva schiavi nella provincia dell’Arkansas (Notizie 2017).

I numeri

Secondo la pagina quattro di un altro documento della CIA (1989) intitolato “The Soviet Labour System: An Update”, il numero dei prigionieri nei Gulag “è cresciuto a circa 2 milioni” ai tempi di Stalin.

Queste cifre corrispondono alle statistiche sovietiche, riportate nei documenti sovietici declassificati.
Quello che segue è un documento archivistico sovietico declassificato del 1954 (Pykhalov), un estratto del quale è tradotto in inglese:

Durante il periodo dal 1921 ad oggi per crimini controrivoluzionari sono stati condannati 3.777.380 persone, che possiamo suddividere nel seguente ordine

  • 642.980 condannai alla pena capitale
  • 2.369.220 persone condannate nei campi e nelle carceri per un periodo di 25 anni o meno
  • 765.190 in esilio od espulsi.

Del numero totale di detenuti, approssimativamente 2.900.000 vennero condannati dal dalla polizia segreta(OGPU), dal Commissariato del popolo per gli affari interni(NKVD) mentre 877.000 persone vennero condannati dai tribunali speciali e dai di tribunali militari e dal collegio militare Spetskollegiev.

Va notato che da quando istituito per Decreto il consiglio speciale del NKVD, dal 3 novembre 1934 fino al 1 settembre 1953

  • 442.531 persone furono condannate, inclusa la pena capitale
  • 10.101 persone in prigione
  • 360.921 persone in esilio e espulsione (all’interno del Paese)
  • 57.539 persone altre punizioni (compensazione dei tempi di detenzione, espulsione all’estero, trattamento obbligatorio)
  • 3.970 persone …

Procuratore generale R. Rudenko
Ministro degli Interni S. Kruglov
Il ministro della giustizia K. Gorshenin

Gli archivi sovietici rimasero classificati per decenni, per poi essere rilasciati vicino o dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Inoltre, dopo la morte di Stalin, il capo dell’era staliniana dell’NKVD (ministero degli interni sovietico) Lavrenty Beria era già stato giustiziato da Krusciov, un forte antistalinista. Questi fatti rendono molto improbabile che l’intelligence sovietica abbia un giudizio pro-Stalin.

Lo storico italo-americano Michael Parenti (1997, pp. 79-80) analizza ulteriormente i dati forniti dagli archivi sovietici:

Nel 1993, per la prima volta, diversi storici hanno avuto accesso agli archivi della polizia sovietica precedentemente segreti e sono stati in grado di stabilire stime ben documentate della popolazione delle prigioni e dei campi di lavoro. Hanno scoperto che la popolazione totale dell’intero gulag a partire dal gennaio 1939, verso la fine delle Grandi Purghe, erano 2.022.976.

All’incirca in quel periodo, iniziò una purga dei purgatori, inclusi molti funzionari dell’intelligence e della polizia segreta (NKVD) e membri della magistratura e altri comitati investigativi, che furono improvvisamente ritenuti responsabili di eccessi del terrore nonostante le loro proteste di fedeltà al regime.

I campi di lavoro sovietici non erano campi di sterminio come quelli che i nazisti costruirono in tutta Europa. Non vi fu alcuno sterminio sistematico di detenuti, né camere a gas o crematori per disporre di milioni di corpi … […] la grande maggioranza dei detenuti nei gulag sopravvisse e infine tornò nella società quando gli fu concessa l’amnistia o quando sono terminati i loro termini.

In un dato anno, dal 20 al 40 percento dei detenuti sono stati rilasciati, secondo i registri dell’archivio. Ignorando questi fatti, il corrispondente di Mosca del New York Times (7/31/96) continua a descrivere il gulag come “il più grande sistema di campi di sterminio nella storia moderna”. “Quasi un milione di prigionieri furono rilasciati durante la seconda guerra mondiale per servire nell’esercito. Gli archivi rivelano che più della metà di tutte le morti nei gulag avvenute durante il periodo 1934-53 avvennero durante gli anni di guerra (1941-45), principalmente per malnutrizione, quando una grave privazione era il comune di tutta la popolazione sovietica. (Circa 22 milioni di cittadini sovietici morirono in guerra.)
Nel 1944, ad esempio, il tasso di mortalità nel campo di lavoro era di 92 per 1000. Nel 1953, con la ripresa postbellica, le morti nei campi erano scese a 3 per 1000.

“Tutti i detenuti gulag dovrebbero essere considerati vittime innocenti della repressione rossa?” Contrariamente a quanto siamo stati portati a credere, gli arrestati per crimini politici (reati controrivoluzionari) erano compresi tra il 12 e il 33 percento della popolazione carceraria, variando di anno in anno.
La stragrande maggioranza dei detenuti è stata accusata di reati non politici: omicidio, aggressione, furto, banditismo, contrabbando, truffa e altre violazioni punibili in qualsiasi società.

Quindi, secondo la CIA, circa due milioni di persone furono inviate nei Gulag negli anni ’30, mentre secondo gli archivi sovietici declassificati, 2.369.220 fino al 1954.
Rispetto alla popolazione dell’URSS in quel momento, così come le statistiche di un paese come gli Stati Uniti, la percentuale dei detenuti nei Gulag nell’URSS nel corso della sua storia era inferiore a quella degli Stati Uniti di oggi o dagli anni ’90.

In effetti, sulla base della ricerca di Sousa (1998), negli Stati Uniti c’era una percentuale maggiore di prigionieri (rispetto all’intera popolazione) di quanto non ci sia mai stata in URSS:

“In un articolo piuttosto piccolo apparso sui giornali dell’agosto 1997, l’agenzia di stampa FLT-AP ha riferito che negli Stati Uniti non c’erano mai state così tante persone nel sistema carcerario come i 5,5 milioni detenuti nel 1996. Ciò rappresenta un aumento di 200.000 persone dal 1995 e significa che il numero di criminali negli Stati Uniti è pari al 2,8% della popolazione adulta. Questi dati sono disponibili per tutti coloro che fanno parte del dipartimento di giustizia nordamericano.

Il numero di detenuti negli Stati Uniti oggi è di 3 milioni in più rispetto al numero massimo mai detenuto in Unione Sovietica!

In Unione Sovietica, c’era un massimo del 2,4% della popolazione adulta in prigione per i suoi crimini – negli Stati Uniti la cifra è del 2,8% ed è in aumento! Secondo un comunicato stampa emesso dal dipartimento di giustizia degli Stati Uniti il ​​18 gennaio 1998, il numero di detenuti negli Stati Uniti nel 1997 è aumentato di 96.100″

Conclusione

Considerando l’URSS una delle maggiori sfide ideologiche, la borghesia imperiale occidentale demonizzò Stalin e l’Unione Sovietica. Eppure, dopo decenni di propaganda, gli archivi declassificati sia degli Stati Uniti che dell’URSS hanno debugato insieme queste calunnie antisovietiche. Merita la nostra attenzione il fatto che la CIA – una fonte ferocemente antisovietica – abbia pubblicato documenti declassificati sfatando i miti antisovietici che promuoveva e continua a promuovere nei media mainstream. Insieme agli archivi sovietici declassificati, i file della CIA hanno dimostrato che la stampa borghese ha mentito sui Gulag.

Fonti

13th Amendment to the U.S. Constitution: Abolition of Slavery. (n.d.). Retrieved August 28, 2018, from https://www.archives.gov/historical-docs/13th-amendment

Central Intelligence Agency (CIA). (1989). THE SOVIET FORCED LABOR SYSTEM: AN UPDATE (GI-M 87-20081). Retrieved February 12, 2018, fromhttps://www.cia.gov/library/readingroom/docs/DOC_0000500615.pdf

Central Intelligence Agency (CIA). (2010, February 22). 1. FORCED LABOR CAMPS IN THE USSR 2. TRANSFER OF PRISONERS BETWEEN CAMPS 3. DECREES ON RELEASE FROM FORCED LABOR 4. ATTITUDE OF SOVIET PRISON OFFICIALS TOWARD SUSPECTS 1945 TO THE END OF 1955. Retrieved January 5, 2018, from https://www.cia.gov/library/readingroom/docs/CIA-RDP80T00246A032000400001-1.pdf

Hillary and Bill used ‘slave labour’. (2017, June 08). Retrieved June 10, 2017, from https://www.news.com.au/technology/online/social/hillary-and-bill-clinton-used-black-prisoners-for-forced-slave-labour-in-the-arkansas-governors-mansion/news-story/9af23848a5d44770b538c931c62460fe

Игорь, П. (n.d.). Книга: За что сажали при Сталине. Невинны ли «жертвы репрессий»? Retrieved August 28, 2018, from https://www.e-reading.club/bookreader.php/1008874/Pyhalov_-_Za_chto_sazhali_pri_Staline._Nevinny_li_zhertvy_repressiy.html

Parenti, M. (1997). Blackshirts and reds: Rational fascism and the overthrow of communism. San Francisco, Calif: City Lights Books.

Sousa, M. (1998, June 15). Lies concerning the history of the Soviet Union. Retrieved August 27, 2018, from http://www.mariosousa.se/LiesconcerningthehistoryoftheSovietUnion.html

The Death of Lavrenty Beria. (2015, December 23). Retrieved August 31, 2018, from http://www.historyinanhour.com/2010/12/23/lavrenty-beria-summary

Tracy, J. F. (2018, January 30). The CIA and the Media: 50 Facts the World Needs to Know. Retrieved August 28, 2018, fromhttps://www.globalresearch.ca/the-cia-and-the-media-50-facts-the-world-needs-to-know/5471956   

Traduzione da https://stalinistkatyusha.wixsite.com/stalinist-katyusha/single-post/2018/10/04/The-Truth-about-the-Soviet-Gulag—Surprisingly-Revealed-by-the-CIA

Bud Spencer: Cazzottoni, fagioli e socialismo

Può darsi che le masse popolari non capiscano Karl Marx ma di sicuro intendono benissimo Bud Spencer.

Perché finchè la sinistra non comprenderà che certe figure trascendono la cifra delle misere scelte individuali per entrare nella fantasia popolare non abbiamo capito nulla ne della psicologia delle masse, ne dell’egemonia culturale gramsciana e ci auto-condanniamo al naufragio elitario ed auto-contemplativo o peggio al cinismo.

Milioni di persone, tra cui la mia generazione, i primi rudimenti di anti-imperialismo li hanno ricevuti da quelle intramontabili pellicole.

Bud Spencer ci ha insegnato nel film Piedone a non cedere alla pressione del prepotente alleato americano perché ” Noi non siamo una colonia americana, qua i criminali vogliamo processarli noi!”

Bud Spencer con Enzo Cannavale in “Piedone a Hong Kong”

Bud Spencer era quello che prendeva a calci in culo i militari USA che facevano i gradassi e i prepotenti a casa nostra in film come Bomber o Lo chiamavano Buldozzer.

Bud Spencer era quello che, prima di Evo Morales, ci mostrava il “Socialismo della Pacha Mama” difendendo la natura e i più deboli dalle mire speculative delle multinazionali in Banana Joe.

Bud Spencer ha combattuto prima di Thomas Sankara, per la difesa del popolo africano contro la prepotenza delle multinazionali insegnandoci valori, come il panafricanismo e la difesa dell’ambiente prima che divenisse mainstream, in Io Sto Con Gli Ippopotami

Bud Spencer è sempre stato un rivoluzionario nei suo film, pensiamo anche ad altre pellicole come Porgi l’altra guancia, Trinità a capolavori assoluti come Un Esercito di cinque uomini, i quattro dell’ave maria.

Sempre dalla parte dei deboli, ma attenzione, non come deus ex machina ma come mezzo di emancipazione, come guida non per la liberazione, ma per la libertà che parte dalla coscienza.

Negli anni certa “sinistra” ha cercato di darsi una patina di progressismo per non sfigurare o per non subire l’aggressività del proletariato emergente di fronte alla sua spocchia stratificata nelle epoche.

Rallentato questo grande moto storico con gli avvenimenti dell’ ’89, hanno via via ripreso a comportarsi come al solito e a esternare senza freni inibitori, di fatto gli intellettualoidi salottieri, i venerabili maestri della sinistra al cashmere, gli stessi che si sdilinquiscono per quei noiosissimi insopportabili pipponi nevrotici o per i mattoni sottotitolati in polacco, hanno sempre disprezzato i film di Bud Spencer tacciandoli di violenza e volgarità ma in realtà ciò che disprezzano sono le masse popolari che ne decretano simpatia e successo.Il loro è un senso di superiorità ontologico e di irriducibile odio di classe.

Il loro è un senso di superiorità ontologico e di irriducibile odio di classe.

Ispirato Dal libro Ufficio Sinistri. Il buco nero in cui è scomparsa la sinistra

La Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran

Bandiera, Repubblica Socialista Sovietica Persiana

Tra gli effetti della Rivoluzione d’Ottobre russa nel Vicino Oriente emerge la proclamazione di Jomhuri-e Sosialisti-e Shouravi-e Irán “Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran” (RSSI) nel 1921 sulle rive del Mar Caspio, a Guilàn, la regione boscosa del nord dell’Iran.

Il primo governo dei lavoratori in Iran, e anche in Asia, fu il risultato di due decenni di lotta delle forze progressiste, che cominciarono nel 1905 con la Rivoluzione Costituzionale, il cui obiettivo fu di limitare il potere assolutistico dei monarchi attraverso il parlamento e la costituzione. E’ nello stesso anno che scoppia, nel paese vicino, la Rivoluzione russa contro lo zar Nicola II.

L’Iran, dopo i sei anni che durò la rivoluzione, raggiunse i suoi obiettivi, anche se la “Santa Alleanza” tra i religiosi reazionari, l’aristocrazia e il colonialismo britannico li sviò. Ma la lotta continuava: i rivoluzionari si trasferirono a Guilàn, trasformandola in una piattaforma da cui partire per andare a liberare il resto di quell’immenso e strategico paese.

Il Movimento della Selva

Nel 1915 un gruppo di 300 guerriglieri, guidato da Mirza Kuchek Khan, liberò paese per paese la zona di Guilàn fino a prendere il controllo di tutta la regione nel 1916. Così inizia la leggenda di Yonbesh-e Yangal (il Movimento della Selva) per espellere dal nord dell’Iran l’imperialismo russo che si era appropriato delle fertili terre, uccidendone per fame e sfruttamento gli abitanti.

Finita la Prima Guerra Mondiale, e mentre le truppe zariste avevano occupato il nord dell’Iran, i britannici avevano conquistato il controllo del sud petrolifero e della stessa Teheran. Mirza, un giovane patriota che simpatizzava con l’islamismo e con l’impero ottomano “musulmano”, dirigeva un movimento di natura eterogenea, composto da braccianti, contadini e artigiani. Mancava di un programma politico-economico per trasformare la situazione e si finanziava mediante il riscatto che otteneva per la liberazione dei proprietari terrieri che sequestrava. Il suo peculiare metodo di ricatto attraversò le frontiere della regione: nel 1916, quando il leader comunista Soleiman Eskandari fu arrestato dai britannici a Teheran, gli yangali (i membri del movimento, n.d.t.) rapirono il vice-console britannico Charles Maclaren e vari militari e li scambiarono alcune settimane dopo.

Nel febbraio del 1917 la Rivoluzione di febbraio in Russia scosse l’Iran e specialmente il nord: l’esercito zarista si disintegrò, lasciando libera la strada perché gli yangali uscissero dalla selva e prendessero il potere in tutta la regione. Essi erano coscienti che, senza l’appoggio del resto dell’Iran e anche di una grande potenza, mantenerlo sarebbe stato un compito difficile. Per cui Mirza decise di cercare l’appoggio dei comunisti iraniani e dei bolscevichi russi, e un volta avutolo, il 5 giugno 1920 proclamò la Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran.

Ma Mirza non era socialista, e non aveva alcuna intenzione di iniziare riforme di quel tipo: la sua opposizione alla ripartizione delle terre fra i contadini fu la ragione per cui centinaia di repubblicani, tra cui il suo numero due Ehsanolà Dustdar (1883-1939), si “”convertirono” al marxismo. In una lettera a Lenin, Mirza aveva ricordato al leader bolscevico la santità della proprietà nell’Islam: “la nazione iraniana non è disposta ad applicare il programma bolscevico”. Così, appoggiata dalla Rivoluzione russa di febbraio, l’ala di estrema sinistra comunista diretta da Ehsanolà (soprannominato “il Compagno Rosso”) organizza un colpo di Stato contro Mirza, con l’appoggio di Mosca, e proclama la Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran, mettendo in vendita le grandi proprietà terriere dei religiosi e procedendo all’espropriazione dei proprietari terrieri, insieme ad una forte campagna anti-religiosa. Il risultato fu la resistenza armata dei signori feudali, la fuga di migliaia di persone e una carestia generalizzata a causa dell’incendio delle coltivazioni da parte dei controrivoluzionari.

Proteggere la RSSI diventa una priorità di Leon Trotsky, che invia nel maggio 1920 la Flotta Sovietica del Caspio sulle coste della città iraniana di Anzali, ufficialmente per combattere i russi “bianchi” del generale Denikin rifugiatisi in Iran, ma con l’obiettivo reale di fornire alla repubblica iraniana consiglieri, finanziamenti e 15.000 soldati e volontari dell’Esercito Rosso.

In questa situazione di tensione, Ehsanolà decide che è ora di liberare il resto del paese e invia l’Esercito Rosso dell’Iran, formato soltanto da 5.000 soldati e volontari male equipaggiati, alla conquista di Teheran. Ma questi, appena usciti dalla zona di Guilàn, vengono sconfitti dalle truppe governative.

Terza ed ultima tappa

Il buon senso arriverà per mano del Partito Socialdemocratico (comunista) dell’Iran, e dalla figura di Heidar Amu Oghli (1880-1921), un uomo colto che aveva studiato ingegneria elettrica e che parlava otto lingue (tra cui inglese, francese, russo e italiano).

Oghli, che aveva conosciuto Lenin durante il suo esilio in Svizzera e che fu il rappresentante dell’Iran nell’Internazionale Comunista del 1919, applica la decisione presa dal Congresso dei Popoli dell’Oriente di costruire ampie alleanze per formare governi democratici, come primo passo per la costruzione del socialismo. Heidar Khan credeva che l’Iran non fosse preparato per una repubblica socialista e cercò di promuovere un governo democratico delle forze progressiste, creando un governo di coalizione, facendo entrare Mirza ed Ehsanolà nel “Comitato Bolscevico” e impedendo la caduta della RSSI.

Intanto, con la Rivoluzione di Ottobre sovietica, le riforme sociali accelerano: di formano “consigli” popolari nelle campagne e nelle città; i braccianti e i contadini poveri ricevono le terre e vengono esclusi dal pagamento delle tasse e, per la prima volta, si festeggiano l’8 marzo e le donne. Le riforme daranno risultati: la produttività aumenta e la carestia che la popolazione soffriva si ferma; vengono smantellati i tribunali religiosi e si dichiarano universali e gratuite educazione e sanità.

Tra i partigiani vi erano anche numerose donne: Blur Khanom, ad esempio. Dirigeva il comando di assalto ai camion britannici, confiscando le loro armi per poi inviarle nella selva. Il film Guil Dokhtar (“La ragazza di Guilàn”), girata nel 1928 nell’Azerbaigian sovietico, porta il nome di una donna partigiana che, dopo la morte del marito in battaglia, si unisce con il figlio alle file della guerriglia.

La caduta della Repubblica Socialista

La RSSI durò solo sei mesi, a causa di:

1. la divisione in seno al movimento tra anti-colonialisti e socialisti;

2. la mancanza di appoggio del resto dei lavoratori del paese. Durante la Rivoluzione Costituzionale, il Kurdistan e l’Azerbaigian erano stati duramente repressi;

3. la bilancia delle forze non era a favore dei socialisti: i britannici inviarono un distaccamento militare a schiacciare la RSSI e i signori feudali, che si opponevano alla collettivizzazione delle terre, resisteranno con le armi;

4. il ritiro dell’appoggio dell’URSS alla RSSI poiché non si era sviluppata la rivoluzione mondiale che si era immaginata. Quindi, alla fine della guerra mondiale l’URSS ritira le sue truppe dall’Iran in virtù degli accordi del 9 marzo 1921, in base anche al trattato di Brest-Litovsk firmato con la Germania per evacuare le sue truppe dall’Iran. La RSSI resta senza protezione;

5. il tradimento degli yangali verso i comunisti: essi uccidono Heidar Khan, provocano un conflitto armato in seno al movimento, facilitando l’assalto dell’esercito del governo centrale, diretto dalla Gran Bretagna e guidato dall’ufficiale Reza Khan Mirpany, il futuro fondatore della dinastia del Pahlavi.

Il 2 novembre 1921 la “Repubblica” viene sconfitta, dopo sei storici mesi. La fine della RSSi fu una catastrofe umanitaria, con migliaia di morti, feriti, profughi che morirono di fame. Alcuni dirigenti comunisti si rifugiano a Baku, mentre Mirza ritorna nella selva dove morirà congelato nel dicembre del 1921 in montagna.

Gli inglesi continuarono con la strategia dello strangolamento dell’URSS e organizzarono nel 1923 un colpo di Stato in Turchia per mano di Kemal Atatürk e un altro in Iran nel 1924 con Reza Khan, entrambi di forti sentimenti anticomunisti.

Nonostante la caduta della RSSI, il peso e la popolarità dei comunisti iraniani nella società era tale che l’Iran divenne il primo stato dell’Asia con un ministro comunista: nel 1924 Soleymna Eskandari occupò il seggio di ministro della cultura. Due decenni dopo, nel 1946, le forze marxiste tornano al potere e questa volta in Azerbaigian e in Kurdistan, grazie alla presenza dell’esercito Rosso durante la 2° Guerra mondiale.

Fonte:

LA REPUBBLICA SOCIALISTA SOVIETICA DELL’IRAN

90 minuti d’applausi per il compagno Paolo Villaggio

Ma, caro Fantozzi, è solo questione d’intendersi, di terminologia. Lei dice “padroni” e io “datori di lavoro”, lei dice “sfruttatori” e io dico “benestanti”, lei dice “morti di fame” e io “classe meno abbiente”. Ma per il resto, la penso esattamente come lei. Mega Direttore Galattico 

Questa società in cui viviamo è giusta o non è giusta?

Il sospetto di tutti sopratutto dei giovani che hanno cominciato a contestare e a rimettere in discussione tutto. Abbiamo forse sbagliato obbiettivo? E’ veramente questo tipo di società consumistica piena di frigo, televisori a colori e di beni di consumo, di Polaroid, di macchine, di cose è la felicità? No, la verità è che tutti si sono accorti che è il diavolo, è l’opposto. Questo tipo di felicità è altamente infelice. Non è una concezione negativa, non è un giudizio, io non voglio fare della satira negativa e distruttiva. Io dico il momento è questo. Il momento è la nevrosi pura. La nostra cultura, la nostra filosofia, la filosofia occidentale ha mancato l’obbiettivo. E’ il momento di tirare i remi in barca e di fare il punto della situazione.

Il ragionier Fantozzi e le insicurezze degli italiani

Il piccolo Fantozzi, l’omino che per anni è vissuto nel boom consumistico, cioè ha ricevuto dai mass media, dalla televisione, dai giornali e da tutte le informazioni possibili uno stimolo preciso quasi un ordine, a consumare ed acquistare a vivere secondo determinati schemi. E lo schema di questa filosofia era precisissimo: Attento che se compri e ti attrezzi in determinati modi, cioè secondo la chiave consumistica potrai essere felice e vivrai in un mondo che sarà felice e contento per mille anni. Improvvisamente invece un crack strano, tutto questo sistema meraviglioso pieno di promesse, questo mondo fiabesco si è incrinato. E’ bastato che nel medio oriente una forte tensione internazionale chiudesse i rubinetti del petrolio perché tutta l’economia mondiale andasse in crisi.
Il mondo di Fantozzi, cioè l’austerità improvvisa. L’inquietudine sopratutto l’insicurezza del futuro. L’uomo credeva di essere felice, con le macchine, con le autostrade, gli intasamenti. In realtà nel mondo in cui Fantozzi è costretto a vivere è un inferno. Attenzione non è vero che l’uomo che vive secondo questi schemi è felice. E questo sta a descrivere e limitare la funzione di Fantozzi in una società, cioè nessuna. Lui questo lo sa. Sa che vive in un società che non lo difenderà mai abbastanza. Lui vive in una dimensione piramidale, in un burosauro. Al vertice della piramide forse, si dice anche nei libri e nei file, non c’è nessuno. Il mega direttore galattico esiste o no? Forse è una pura invenzione. Ed ecco che l’italiano medio aio avviso, si è riconosciuto nell’infelicità di Fantozzi.

L’adesione a Democrazia Proletaria

I grandi giornalisti mi hanno scritto: tu che non mi ha fatto mai ridere, con questa scelta donchisciottesca mi hai fatto morire dalle risate. Le accuse erano ben precise, tu che sei un cittadino di seconda classe che in tempi antichi non eri degno di essere sepolto in terra benedetta non ti devi occupare id cose serie per il loro giudizio implicito è tu non sei una persona seria. Io vi giuro e vi garantisco che sono una persona molto ma molto più seria di quanto io stesso sospettassi. Se come temono molti io avessi avuto nel mirino con questa scelta di far parla re di me e di promozionare il clown Villaggio avrei scelto forse partiti di potere, la Democrazia Cristiana che ha epurato il fasciamo, a poi lo ha restaurato con leggi come il codice Rocco sarebbe stato il partito dal quale avrei tratto più vantaggi. Avrei potuto accompagnare ai comizi i grandi capi storici della DC, avrei potuto continuare a votare PCI, non ho mai militato nel PCI, civilmente l’ho sempre votato, io sono monogamo per il PCI che mi ha sempre aiutato quando ho vomitato ho sofferto con il mio personaggio. Il PCI forse ti assicura quando muori, perché tutti muoio, e quando muore un clown viene riconosciuto come un grande e il PCI hai grandi forse assicura funerali di stato e le bandiere e io questi me li sono giocati. Avrei potuto, come fatto da alcuni iscrivermi a partiti e logge potenti e sapete a quale loggia io faccio riferimento. Nessuno di questi illustri giornalisti, quando questo è successo per altri, ha preso al penna in mano e ha scritto “che schifo!”
Lo schifo invece l’ho fatto io perché ho scelto, ho scelto una setta di antipatici rissosi, con fama di mangia bambini e di picchiatori. Vi dico perché l’ho fatto: perché malauguratamente io ho avuto un problema di una minoranza e allora vi giuro, avere un problema da minoranza in Italia è un esperienza assolutamente allucinante

Fonte

Paolo Villaggio. Intervista inedita alla televisione svizzera – 1975

Paolo Villaggio, Candidato nel partito di Democrazia Proletaria