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Ezra Pound era veramente fascista?

Ezra Weston Loomis Pound  è stato un poeta, saggista e traduttore statunitense, che trascorse la maggior parte della sua vita in Italia.

Visse per lo più in Europa e fu uno dei protagonisti del modernismo e della poesia di inizio XX secolo. Costituì, assieme a Thomas Stearns Eliot, la forza trainante di molti movimenti modernisti, principalmente dell’imagismo e del vorticismo, correnti che prediligevano un linguaggio d’impatto, un immaginario spoglio e una netta corrispondenza tra la musicalità del verso e lo stato d’animo che esprimeva, in contrasto con la letteratura vittoriana e con i poeti georgiani. Sono temi ricorrenti nella sua poesia epica e lirica la nostalgia per il passato, la fusione tra culture diverse, e il tema dell’usura, contro cui si scaglia apertamente.

Ezra Pound, il filosofo più citato e abusato dai fascisti dopo Evola, si dichiarò fascista in più occasioni e supportò il governo mussoliniano. In questo articolo daremo un dispiacere ai fascisti dimostrando come nonostante le sue dichiarazioni Pound non si può definire fascista.

Ezra Pound era prima di tutto un poeta e possiamo affermarlo senza indugi un grande poeta, è necessario disaccoppiare il poeta dal pensiero polito ed è ingiusto considerare le sue poesie fasciste e condannare interamente le sue opere.

Pound era politicamente sia contro il capitalismo che contro il marxismo e vedeva nel fascismo una terza via da contrapporre. Pound veniva da un contesto culturale che lo ha traviato, aveva una mentalità socio culturale jeffersoniana che gli fece credere di vedere in mussolini e hitler qualcosa che non era, non si rese conto che il governo mussoliniano, a differenza da cosa sostengono i terzaposizionisti o i socialisti nazionali, non applicò mai una sola riforma socialista ne tanto meno socialdemocratica.

Il governo italiano tra gli anni 20 e gli anni 40 fu uno dei governi in cui le privatizzazioni ebbero un’impennata maggiore e fu totalmente asservito al capitale, al latifondo, alla borghesia e al clero, non supportò mai i lavoratori e i loro diritti diminuirono. Pound presentò delle modifiche alle politiche economiche dell’Italia nel tentativo di difendere i lavoratori e “socializzare” la politica economica del paese. Cosa accadde a tutte le sue proposte? Vennero cestinate e non mai furono applicate.

Il suo pensiero politico è un disastro totale, come direbbe Zalone: Ma è del mestiere questo? Come detto ammirava mussolini, ma non lo conosceva e lo incontrò una sola volta, dichiarò che hitler era un santo, in più occasioni proferì frasi antisemite, considerava il marxismo un prodotto giudaico massonico e secondo lui l’Italia sotto mussolini non era più in vendita ai pesi esteri, sotto la repubblica di Salò diresse una radio.

Allo stesso tempo dichiarò che c’era differenza tra gli ebrei cattivi(vedi banchieri e finanzieri) e ebrei buoni(il resto) e si dichiarò a favore della nascita dello stato di Israele, per buona pace degli antisemiti che lo ereggono ad esempio. Dopo la fine della seconda guerra mondiale suggerì di trasformare l’Italia in un protettorato amaricano.

Il primo atto del Fascismo è stato salvare l’Italia da gente troppo stupida per saper governare, voglio dire dai comunisti senza Lenin. Il secondo è stato di liberarla dai parlamentari e da gruppi politicamente senza morale. Quanto all’etica finanziaria, direi che dall’essere un paese dove tutto era in vendita, Mussolini in dieci anni ha trasformato l’Italia in un paese dove sarebbe pericoloso tentare di comperare il governo

Già, ma che razza di ‘fascista’ fu Ezra Pound? Pound rimpiangeva l’America rurale dei padri fondatori. Indossando i panni dell’economista, si scagliava contro quella che chiamava «usura», il denaro che produce altro denaro, lo strapotere delle banche: «Nel denaro – diceva – è la natura dell’ingiustizia». Non amava neanche la democrazia, perché ridotta a «usurocrazia» e «daneicrazia».

E pagò, eccome se pagò. Prima, nel 1945, già sessantenne, consegnato dai partigiani agli americani, finì al Disciplinary Training Center di Pisa, una sorta di Guantanamo, rinchiuso in una cella sempre illuminata, costretto a dormire sul pavimento di cemento, e dove pure compose i suoi Cantos migliori.
Negli Usa fu rinchiuso, senza vera perizia medica né vero processo, forse solo per imbarazzo, per 13 anni nel manicomio criminale di Washington. Ne uscì vecchio, distrutto. Hemingway lo soccorse. Eliot lo amava. Pasolini lo adorava. I suoi Cantos sono forse la poesia più alta del secolo. Non gli diedero il Nobel a causa del suo passato imbarazzante. Ma che cosa c’entra con i crani rasati e le croci celtiche e il mito della forza e della razza uno che scrive: «Nessun paese può sopprimere la verità e vivere bene»? Oppure: «Non puoi fare una buona economia con una cattiva etica»? La figlia Mary ha perso la causa. Pound è ormai proprietà privata di individui che forse non hanno mai letto una sola sua lirica.

Chi urla quegli slogan, come potrebbe apprezzare versi come questi, dedicati alla Venezia dove Pound riposa per sempre? «Sì, la gloria dell’ombra / della tua Bellezza ha camminato / Sull’ombra delle acque. / In questa tua Venezia. / E dinanzi alla santità / Dell’ombra della tua ancella / Mi sono coperto gli occhi, / O Dio delle acque. / O Dio del silenzio» ( Litania notturna ). .

Pier Paolo Pasolini intervistò Pound nel 1968. L’occasione è molto più che una semplice intervista: è un evento di portata storica, non soltanto per il mondo della letteratura e della poesia, ma anche nella vita dei due intellettuali. Da una parte Ezra Pound, ormai anziano e affaticato, apparentemente indifferente al peso della vita e delle vicissitudini attraversate, dall’esperienza di detenzione nel manicomio criminale di St. Elizabeths di Washington, dalle accuse di tradimento nei confronti del proprio Paese, l’America, per appoggiare il regime fascista. Dall’altra, sulla poltrona accanto, il Pasolini scrittore e regista che proprio in quegli anni iniziava finalmente a godere i frutti di un lavoro a lungo criticato, bistrattato, se non apertamente schernito dai benpensanti di un’Italia fino a poco prima del tutto impreparata a cogliere la sensibilità, il coraggio, la lucidità della sua ricerca espressiva e stilistica di narratore. Ma quello fra Pasolini e Pound non è solo l’incontro fra due figure rivoluzionarie, sebbene idealmente antitetiche, è anche  il confronto fra due poeti e fra due uomini legati a doppio filo da un rapporto di amore e odio, di pesanti eredità intellettuali, di conflitto e contatto, giunto al punto di doversi tradurre in una riconciliazione formale che ha il sapore di un simbolico passaggio di testimone. Due irregolari, due outsider, due anticonvenzionali accomunati dalla scelta di mettersi in gioco in prima persona senza risparmiarsi. Un filo riannodato sulla traccia dei versi di Pound, che Pasolini ridisegna e fa propri in una rilettura di rara e toccante intensità. 

Pound morì nel 1972 a Venezia, e a distanza di un anno, Pasolini sottoscrisse, anche politicamente, i suoi versi conservatori:

L’ideologia reazionaria di Pound è dovuta al suo back-ground contadino […] Ciò che in Pound, attraverso il padre e la mitica figura del nonno è entrato di questo mondo contadino, lo veniamo a sapere attraverso la idealizzazione che Pound ha fatto della cultura cinese […]. Egli ha voluto, fermamente e follemente voluto, restare dentro il mondo contadino: anzi, andare sempre più in dentro e più al centro. La sua ideologia non consiste in niente altro che nella venerazione dei valori del mondo contadino (rivelatiglisi in concreto attraverso la filosofia cinese, pragmatica e virtuosa). In questo senso io ritengo che si possano sottoscrivere, anche politicamente, tutti i versi conservatori di Pound dedicati ad esaltare (con nostalgia furente) le leggi del mondo contadino e l’unità culturale del Signore e dei servi: “La parola paterna è compassione;/Filiale, devozione;/La fraterna, mutualità; Del tosatel (giovinetto) la parola è rispetto”  .

Concludiamo dicendo Pound non può essere associato al fascismo per 5 motivi
– La sua poetica e la sua attività filosofica sono sono maggiori delle sue idee politiche ed è necessario scindere la poetica dalle idee politiche.
– Le idee di Pound furono contraddittorie in punti cardine a livello teorico e pratico rispetto al fascismo e al nazismo
– In vecchiaia rigettò le sue idee. Rivide le sue idee sull’antisemitismo definendolo uno stupido pregiudizio e il suo errore più grande. Disse che tutti i suoi precedenti lavori erano privi di valore e sentiva di rovinare tutto ciò che toccava e di essere stato ignorate.
– Aveva una conoscenza politica molto limitata e non si può trascurare i suoi trascorsi patologici
– Veniva da un contesto culturale che lo ha traviato, aveva una mentalità socio culturale jeffersoniana che gli fece credere di vedere in mussolini e hitler qualcosa che non erano . Pound è una vittima inconsapevole della propaganda fascista.

Ezra è diventato pazzo. Penso che la sua pazzia sia evidente dagli ultimi Cantos. Merita la punizione e la disgrazia, ma ciò che davvero merita è essere ridicolizzato. Non dovrebbe essere impiccato e non deve diventare un martire. Resta uno dei più grandi poeti viventi e ha dato una mano per molto tempo a molti artisti. Ernest Hemingway

Ezra Pound e Cioran – #Filosofia 39
Pier Paolo Pasolini ed Ezra Pound
“Un’ora con…Pier Paolo Pasolini ed Ezra Pound”: il 30 luglio a Casa Colussi
Giù le mani (tese) da Ezra Pound. Il poeta icona dei neofascisti? Annessione impropria

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Quando l’Urss barattò le navi dell’armata rossa per un bicchiere di Pepsi

Siamo nel 1959, sei anni dopo la morte di Stalin e l’inizio della destalinizzazione avviata, mentendo, da Kruscev , il presidente degli Stati Uniti è Dwight Eisenhower, il quale ha un piano ben preciso per esportare la cultura americana, quindi la cultura capitalista, anche nel territorio sovietico – che però non sembra particolarmente entusiasta ed interessato. Viene dunque organizzata l’Esposizione nazionale americana, a Mosca, dove era presenta anche Richard Nixon, il vice presidente statunitense in quegli anni. Tra Nixon e Krusciov, leader dello stato sovietico, scoppia presto una brutta lite. Per riportare la pace tra le parti, il vice presidente della Pepsi offre al capo russo un bicchiere della sua bevanda gasata e quest’ultimo, sorprendentemente, accetta.

Donald Kendall, vice presidente del marketing della Pepsi, offre a Nikita Khrushchev un bicchiere di Pepsi. Al centro, Richard Nixon, all’epoca vice presidente Usa.

Questo bicchiere fece sbocciare l’amore dell’Unione Sovietica per la Pepsi e in seguito avrebbe posto le basi per un bizzarro rapporto d’affari.

Kendall, vice presidente del marketing della Pepsi,, faceva parte di progetto che aveva lo scopo di mostrare lo stile di vita americano allo scopo di allentare le tensioni tra i due paesi.
I sovietici avevano fatto lo stesso, portando un mese prima a New York, una mostra del lifestyle sovietico. All’evento di Mosca, gli americani presentarono auto, lavastoviglie, televisori e, presso lo stand di Kendall, la Pepsi.

Kendall, che era un amico di Nixon, disse al New York Times: «Sono andato da Nixon all’ambasciata, e gli ho detto che ero nei guai perché la la Pepsi pensava che stavo sprecando i soldi dell’Azienda per seguire un progetto irrealizzabile.» Kendall sapeva che «doveva piazzare una Pepsi in mano a Kruscev». Nixon organizzo quindi l’incontro tra i due.

Tredici anni più tardi, nel 1972, Donald Kendall (presidente della Pepsi dal ’63), continuava a porsi la solita irrisolta questione: come si poteva introdurre questa bibita nel mercato sovietico? Decise allora di sfruttare i contatti che aveva con Nixon, nel frattempo diventato Presidente, per cercare di ottenere un accordo commerciale dai risvolti rivoluzionari.

Ma quando finalmente si riuscì ad arrivare a un accordo, al quale mancava solo la firma, venne sollevata una questione tutt’altro che secondaria: come avrebbe potuto l’Urss pagare i rifornimenti di Pepsi? L’Unione Sovietica non aveva infatti accesso alla moneta straniera e il rublo non poteva essere cambiato nel mercato internazionale. La soluzione, allora, era ripagare con della vodka! Visto che la maggior parte delle bibite era di proprietà statale, il governo sovietico all’epoca possedeva grandi quantità di vodka. Fu così che si decise di pagare con Stolichnaya, una famosa marca di vodka creata all’inizio del Novecento dal chimico russo Dmitrij Mendeleev, inventore della tavola periodica degli elementi.

Si trattò ovviamente di un accordo che segnò la storia e che rese la Pepsi il primo prodotto occidentale a essere venduto in Unione Sovietica. Inoltre la Pepsi si trasformò nell’importatore esclusivo della famosa vodka Stolichnaya destinata all’avido mercato statunitense.

Quando nel 1989 l’iniziale accordo tra la Pepsi e l’Unione Sovietica fu sul punto di scadere, si fece di tutto per arrivare a un secondo accordo. In quel periodo la Pepsi in Unione Sovietica vantava già più di venti stabilimenti dove la bibita veniva imbottigliata prima di essere distribuita. Il nuovo accordo commerciale aveva un costo di quasi tre milioni di dollari: un prezzo che la Stolichnaya da sola non era in grado di sostenere. E ancora una volta, di fronte a una moneta difficile da cambiare sui mercati internazionali, si riuscì a trovare una soluzione: se negli anni Settanta l’Unione Sovietica possedeva un’infinità di litri di vodka, negli anni Ottanta vantava un grosso armamento militare ereditato dalla Guerra fredda. L’Urss propose quindi di pagare la Pepsi con una flotta di navi diesel. Per quanto l’offerta potesse sembrare strana, i dirigenti della Pepsi accettarono, ben consapevoli che non ci sarebbe stata alternativa alcuna.

L’accordo comprendeva 17 sottomarini, un incrociatore, una fregata e un cacciatorpediniere, che vennero poi venduti a una compagnia svedese specializzata nel riciclaggio di rottami. Questi 17 sottomarini fecero in modo che la Pepsi, nei giorni della contrattazione, si trasformasse nella sesta potenza militare più grande del mondo per numero di sottomarini diesel posseduti.

Si narra che un giorno il presidente della Pepsi Donald Kendall, scherzando con il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, gli avesse detto: “Stiamo disarmando l’Unione Sovietica in tempi molto più rapidi di come hai fatto tu”.

L’UNIONE SOVIETICA BARATTÒ PEPSI CON VODKA E NAVI DA GUERRA

Quelle navi da guerra che portarono la Pepsi alla conquista dell’Urss

QUANDO PEPSI SI RITROVÒ A POSSEDERE UNA FLOTTA MILITARE

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Le ferie pagate dallo stato ai tempi dell’Urss

Crimea

La Russia sovietica è stata uno dei primi Paesi al mondo a introdurre per legge orari di lavoro limitati e ferie retribuite. Nel corso dei diversi decenni dell’esistenza dell’Unione Sovietica, la durata delle ferie è cambiata, ma nel Dopoguerra le vacanze duravano un mese intero di fila, o anche di più.

Ora è difficile immaginarlo, ma fino al 1917 e alla Rivoluzione le persone non avevano diritto alle ferie retribuite. Era possibile, ovviamente, accordarsi con i capi per ottenere qualche giorno di riposo, ma questi giorni non venivano pagati. Notate poi che la giornata lavorativa non durava otto ore, ma dieci, e il giorno libero era solo la domenica. Ma quasi subito dopo la Rivoluzione, venne introdotto il concetto di ferie retribuite per tutti i cittadini lavoratori.

Il diritto alle ferie in Unione Sovietica venne cancellato solo una volta, durante la Grande Guerra Patriottica (la Seconda guerra mondiale). Ma anche allora, i fondi per le ferie retribuite vennero stanziati, e semplicemente accantonati in un fondo speciale del lavoratore, che poté goderne dopo la fine del conflitto.

Milioni di cittadini sovietici erano riconoscenti a Lenin per l’esistenza dei sanatori (qualcosa a metà tra “casa di cura” e “stazione termale”; un posto dove passare le vacanze, rigenerandosi anche a livello fisico). Era stato proprio il padre della Rivoluzione a firmare il decreto “Sulle località di cura di interesse nazionale” nel 1919. A questo scopo fu deciso di utilizzare la Crimea e la costa del Mar Nero. Per esempio, nella lussuosa residenza degli ultimi tre imperatori, il Palazzo di Livadija (dove si sarebbe poi tenuta la Conferenza di Jalta), fu aperto nel 1925 un sanatorio per i contadini.

I buoni di soggiorno (“putjovka”) per i sanatori venivano dati gratuitamente ai contadini di tutto il Paese. Veniva loro pagato dallo Stato persino il viaggio. Il pacchetto comprendeva, tra le altre cose, la cura per mezzo della salubre aria di Crimea e le passeggiate lungo il “Sentiero del Sole” (ex “Sentiero dello Zar”), di 7 chilometri, nella fitta pineta.

La mattinata iniziava con la sveglia per tutti alle 7, e quindi con la ginnastica all’aria aperta, la colazione e le procedure termali e/o curative. Come possibili divertimenti venivano offerti il biliardo, gli scacchi e la lettura. A Livadija fu aperto anche un piccolo museo con oggetti personali che erano appartenuti agli zar. Sotto ogni oggetto esposto, i bolscevichi avevano messo l’indicazione del prezzo, di modo che i contadini si meravigliassero del lusso osceno in cui viveva l’ex monarchia e si rallegrassero dell’avvenuta rivoluzione. 

Non importava la collocazione geografica, la cultura o la storia dei vari paesi, ogni sanatorio socialista sul territorio dell’Unione Sovietica doveva rispettare alcuni elementi ricorrenti obbligatori: un policlinico, dormitori, uffici amministrativi e spazi verdi per racchiudere la vacanza perfetta del lavoratore socialista.

Lo stato provvedeva a finanziare le cure e, dall’Armenia all’Uzbekistan, dal Kirghizistan all’Ucraina o alla Moldova, tutto il territorio dell’Urss si riempì di queste strutture che rappresentavano un’avanguardia dal punto di vista medico.

L’impostazione medica arriva perfino al controllo dei tempi individuali di esposizione al sole, fissa i requisiti di accesso agli stabilimenti: solo chi sarà in possesso di certificato medico e di una appropriata prescrizione (“putiovka”) potrà raggiungere la località climatica prescritta, non prescelta liberamente.

Se il proletario è parte essenziale della macchina produttiva socialista, il suo recupero è prezioso e deve essere efficiente. A ricomporsi sono le cellule di partito, i gruppi di fabbriche e uffici, che si raccolgono in massa in queste grandi struttura di cura e divertimento.

Il riposo, evidenziato dall’aggiunta di alcuni chili in più alla partenza, era un segno di buona salute. Si riteneva che ciò producesse la massima produttività nel periodo post-sanatorio, un concetto che persiste fino ad oggi.

I buoni di soggiorno per i sanatori venivano dati gratuitamente ai contadini di tutto il Paese. Veniva loro pagato dallo Stato persino il viaggio. 

Prima del 1967, una persona aveva 12 giorni lavorativi di ferie pagate più giorni aggiuntivi a seconda delle condizioni di lavoro, e dopo il 1967 le ferie di base aumentarono a 15 giorni lavorativi più i giorni aggiuntivi. In totale, potevano arrivare fino a 36 giorni lavorativi! A seconda del luogo di lavoro, dell’anzianità di servizio e della pericolosità della produzione.

Ad esempio, i cittadini che lavoravano in istituzioni scientifiche ed educative avevano da 24 a 48 giorni lavorativi di ferie, quelli che lavoravano nell’Estremo Nord ricevevano ulteriori 18 giorni di ferie, e chi lavorava nel settore dell’abbattimento degli alberi da più di tre anni otteneva 6 giorni in più. È interessante notare che nella stragrande maggioranza dei casi, le ferie venivano concesse per intero, ovvero con un mese o più di assenza continuativa dal lavoro, visto che non c’era alcuna norma sulla suddivisione in più periodi.

Una delle caratteristiche della legislazione del lavoro sovietica era l’elaborazione di un programma di ferie per l’anno successivo, pianificato alla fine dell’anno in corso. È chiaro che non era sempre possibile per una persona andare a riposarsi proprio durante questo periodo, e se non era possibile concordare il rinvio della vacanza, il lavoratore poteva semplicemente richiedere un risarcimento monetario. Ma questo dipendeva fortemente dal luogo di lavoro ed era piuttosto raro. Se un dipendente non voleva andare in vacanza, poteva chiedere un risarcimento economico al posto delle ferie. Ad esempio, se un dipendente era stato a lungo in malattia, ed era già stato in sanatorio, poteva capitare che richiedesse il riscatto.

Le località turistiche sovietiche

ALUŠTA

La città di Alušta diviene una località di villeggiatura di importanza nazionale per effetto del decreto “sull’utilizzo della Crimea per il trattamento medico dei lavoratori” e per disposizione delle autorità governative della Crimea. Il primo sanatorio fu realizzato nell’ex dacia del generale V.M Linden, nel Professorsky Ugolok. Tutte le ville, le pensioni ed i palazzi vennero nazionalizzati e fu avviata la costruzione di nuovi sanatori. Nel 1940, 20 nuovi sanatori accolsero più di 38 mila persone per le vacanze e per i trattamenti terapeutici. Nella primavera del 1944, quando la Crimea venne liberata dagli invasori nazisti, dei 168 edifici destinati al turismo di Alušta ne erano rimasti appena 34. Tutte le attrezzature delle località di villeggiatura erano state danneggiate oppure trasferite in Germania. Ne era derivato un danno che ammontava a 200 milioni di rubli.

La spiaggia di Alušta

Durante gli anni del regime sovietico, Alušta diventò una delle località di villeggiatura più popolari dell’URSS. Qui vennero costruiti sanatori di importanza nazionale per tutta l’Unione Sovietica, le colonie dei pionieri per i bambini [4] ed il centro sportivo olimpico “Spartak”. L’intero esteso territorio di Alušta veniva gestito da un’organizzazione per il turismo e le escursioni: l’ufficio viaggi ed escursioni del Consiglio centrale dei sindacati di tutta l’Unione [5]. Nel 1984 l’agenzia fornì servizi ad una media di 500.000 turisti. Il 1972 fu un anno da record per Alušta: nel corso dell’anno nella località di villeggiatura trascorsero le proprie vacanze 1 milione 72 mila persone. Alušta diviene un popolare luogo di vacanza per i cittadini della Repubblica Democratica Tedesca e della Polonia; gli studenti provenienti da molti paesi del mondo trascorrono le vacanze nei campi estivi per studenti.

L’aria insolitamente pulita e la sensazione di quieto benessere intensificavano sempre gli effetti delle peculiarità terapeutiche del luogo. Qui venivano curate malattie dell’apparato respiratorio di natura non tubercolare, dell’apparato cardiovascolare e del sistema nervoso.

JALTA

Negli anni del dopoguerra, la città si ingrandì rapidamente e si sviluppò come località di villeggiatura. A partire dalla seconda metà degli anni ‘50, Jalta diviene sempre più luogo di vacanza d’élite e viene creata una rete di dacie di proprietà statale.

Jalta

Negli anni ‘60 l’area di Jalta includeva i centri abitati situati nelle vicinanze: Ai-Vasil, Autka, Derekoi. La maggior parte degli edifici dormitorio, dei centri di cura e delle linee di comunicazione con gli odierni sanatori è stata costruita e ristrutturata negli ultimi decenni. Tuttavia vari dipartimenti ministeriali dell’ex URSS, che per molti anni hanno eretto gli edifici dei loro sanatori sul litorale, non di rado realizzavano in modo disordinato e caotico le costruzioni, avendo scarsa cura per le infrastrutture. Proprio negli anni ‘60, lungo la costa meridionale, venne costruita una nuova autostrada, che accorciava notevolmente il tragitto da Jalta ad Alušta, Simferopoli e Sebastopoli e dal 1961 venne attivato un collegamento filoviario con Simferopoli. Gli anni ‘70 ed i primi anni ‘80, hanno segnato, nello sviluppo delle località di villeggiatura, l’inizio della costruzione di  grattacieli, precedentemente mai realizzata; vengono eretti nuovi edifici a più piani destinati ai sanatori, alcuni dei quali sono rimasti incompiuti fino all’inizio del ventunesimo secolo. Il significativo aumento delle vacanze trascorse insieme alla famiglia può essere considerato un fenomeno caratteristico degli anni ‘70; precursore in tal senso è stata la casa vacanze “Pogranichnik”. 

In breve tempo il nome “Jalta” iniziò ad essere associato non solo alla stessa Jalta ma anche alla maggior parte dei villaggi della costa meridionale della Crimea, il che ha determinato la comparsa dell’espressione “Grande Jalta”. Negli anni del disgelo chruščëviano, come pure successivamente, Jalta si era molto rapidamente trasformata in una delle località di villeggiatura più ambite dell’URSS, per livello di popolarità solo al secondo posto dopo Sochi. Ricevere buoni di soggiorno per la costa meridionale della Crimea era estremamente difficile; venivano concessi ai lavoratori particolarmente meritevoli in ambito culturale, ai funzionari di alto rango e agli ufficiali che avevano svolto un lavoro esemplare. Alla fine degli anni ‘80, questa località di villeggiatura di importanza nazionale per tutta l’Unione Sovietica disponeva di 180 strutture destinate alle terapie mediche e alle attività ricreative; ogni anno venivano a Jalta per riposarsi e curarsi circa 2 milioni di persone.

EUPATORIA

La storia di questa città della Crimea, così denominata in onore del re del Ponto Mitridate VI Eupatore, inizia 25 secoli fa. Un piacevole clima secco, innumerevoli spiagge per tutti i gusti, acque termali lievemente, mediamente o altamente mineralizzate, sali con proprietà curative e fanghi provenienti dai laghi circostanti: l’insieme di questi fattori ha contribuito a far diventare  Eupatoria una delle località di villeggiatura più frequentate dal popolo sovietico.

Eupatoria

Eupatoria era tra l’altro uno dei più apprezzati luoghi di cura e svago per i bambini dell’URSS. Qui giungevano bambini provenienti da ogni parte dell’Unione Sovietica. Eupatoria venne quindi considerata la località di villeggiatura con più presenza giovanile di tutta l’URSS. In questo luogo si era venuta creando una particolare atmosfera di libertà ed allegria.

FEODOSIA

Nel 1954 Feodosia, in quanto parte della regione della Crimea, venne trasferita alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. All’inizio degli anni ‘70 la città ottenne lo status di località di villeggiatura.

Feodosia

La spiaggia del mare di Feodosia, con la sua sottile e pulita sabbia di colore dorato, si estende per 15 km quasi lungo l’intera costa dell’omonima baia in direzione di Kerč. Al centro del litorale della baia di Feodosia sorge un insediamento di tipo urbano, Primorsky, nel quale la costa sabbiosa della Spiaggia Dorata si trasforma in un litorale di ciottoli. E’ comodo qui stare distesi sulla sabbia ed è piacevole entrare in mare sul vellutato fondale sabbioso. E’ liscio e privo di avvallamenti, sassi e cumuli di alghe che intralciano il bagno. Per un bambino e per chi non sa del tutto nuotare non è pericoloso fare il bagno. Ognuno trova la profondità che più lo aggrada. La stessa sabbia risplende in trasparenza attraverso l’acqua verdastra dalle sfumature di smeraldo. E’ come guardare in basso nel fondo di uno spesso vetro color giallo chiaro. Sulla linea dell’orizzonte invece il mare è calmo e di colore scuro omogeneo, nettamente delimitato dal cielo, che è ugualmente calmo e monocromatico ma velato di bianco. E le onde si infrangono sulla riva in modo benevolo e gioioso, investendo tutti di allegri schizzi.

Feodosia va sviluppandosi anche come luogo di villeggiatura polivalente. All’interno dei suoi sanatori viene ampiamente utilizzata l’acqua minerale “Feodosia” per la cura delle malattie dell’apparato digerente. La sorgente si trova nei pressi della città, ai piedi del monte Lysa.

MISCHOR

Situata tra Jalta e Alupka, caratterizzata da un microclima quasi identico a quello di Jalta. E’ ben protetta dai venti provenienti da nord e nord-est. L’abbondanza  di sole, la pura aria di mare e la presenza di una bella spiaggia creano qui le condizioni che favoriscono il buon esito delle terapie per le stesse malattie che vengono curate a Jalta.

Mischor

Gli edifici di Mischor destinati al riposo ed ai trattamenti medici sono disseminati lungo la costa per alcuni chilometri da Capo Ai-Todor fino quasi ad Alupka. Tra questi, i più importanti sono le case di cura “Bandiera Rossa”, “Charax” e “Marat”.

Nell’area territoriale di Mischor si trova uno splendido parco, che copre una superficie di alcune decine di ettari, nel quale crescono svariate colture subtropicali. Al suo interno nel 1949 sono state create coltivazioni di agrumi. Nel parco è presente la perfettamente attrezzata casa di cura “Esploratori polari sovietici”, della Glavsevmorput

Sulla spiaggia di Mischor è stato realizzato il gruppo scultoreo in bronzo “Alla fontana” e su una roccia vicino alla riva del mare si trova la scultura “ La Sirena”.

Il detox ai tempi dell’Urss: come si passavano le vacanze nei sanatori in Unione Sovietica

Davvero i cittadini sovietici erano costretti a farsi un mese di ferie pagate ogni anno?

Dove riposava il popolo sovietico

Le ferie ai tempi dell’URSS

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La visita di Muhammad Ali in Unione Sovietica

Muhammad Ali con il presidente dell’Unione Sovietica Leonid Brezhnev nel 1978 al Cremlino, a Mosca.

“Mi ha colpito molto l’ incontro con Leonid Breznev, difficile trovare le parole. Sono un semplice pugile americano, ma ho avuto l’onore di incontrare il signor Breznev. Ho sentito dire che i russi minacciano sempre gli americani, ma sono convinto che questo non sia vero. Breznev è un sostenitore della pace mondiale. È difficile da credere, che un paese così pacifico voglia la guerra. Sono stato al Cremlino per 35 minuti, come un capo di stato. È stato un grande onore per un uomo di colore come me, per uno che pochi anni fa, qui negli USA, neanche poteva mangiare nello stesso ristorante con i bianchi! “

Muhammad Ali arrivò a Mosca nel 1978 su invito dell’ambasciatore sovietico negli Stati Uniti, Dobrynin.
Il leggendario pugile ricevette un’accoglienza da re: Leonid Brezhnev lo accolse con tutti gli onori al Cremlino.

Ali, che si era convertito alla fede musulmana, espresse il desiderio di visitare l’Uzbekistan; la repubblica sovietica, per lo più popolata da musulmani. Gli ospitali uzbeki di Tashkent, Samarcanda e Bukhara accolsero gli ospiti con abbondanti tavole piene di ciliegie, sorbetti, antipasti, risotti locali e, naturalmente, vino e brandy. Di solito Mohamed non mangiava molto, ma questa volta non ha saputo resistere.

Nonostante la stanchezza del viaggio, una volta tornati a Mosca, Ali annunciò che gli sarebbe piaciuto incontrare i pesi massimi sovietici. L’incontro è stato organizzato rapidamente e hanno avuto luogo i combattimenti.

Il 21 Luglio il pugile tornò a New York con un volo “Aeroflot” airlines, una vota atterrato dichiarò ai giornalisti americani: “Non sono più preoccupato per eventuali attacchi nucleari, quelle persone sono le persone più pacifiche che abbia mai visto. Ho promesso al signor Breznev che quello che mi ha detto non sarebbe andato oltre me.

Ero un po’ nervoso quando sono atterrato per la prima volta in Russia. Forse mi aspettavo di vedere un posto squallido con un gruppo di persone tristi dalla mentalità robotica in giro e agenti che infastidiscono. Quello che ho visto era che persone di centinaia di nazionalità vivevano insieme in armonia. ”.

Ali ha ammesso che entrambi i paesi, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, “hanno aspetti positivi e negativi”.
Ma ha detto di aver visto molte cose in Unione Sovietica che gli sono piaciute. “Ho visto solo un poliziotto”, ha riferito. “Non ho visto pistole. Nessun crimine. Niente prostitute. Non un omosessuale”. Come aveva fatto durante il suo viaggio, All ha ribadito la sua opinione che la libertà religiosa esiste tra i russi. “Gli ebrei vanno nelle sinagoghe. I musulmani hanno moschee ovunque. I cattolici sono liberi di adorare.”

“La mattina correvo in posti strani dove non vedevano quasi mai un uomo di colore. Sono corso davanti a due piccole signore russe bianche che stavano andando al lavoro. Non si sono guardate intorno e mi hanno chiesto cosa stessi facendo. Non posso andare fare jogging in alcune strade d’America al mattino in un quartiere bianco. Se vedono un uomo di colore che scende per strada, si chiedono chi rapinerò. Adoro cose come queste che noto. A tarda notte, stavo correndo per la strada, e mi sono voltato indietro. Di nuovo, c’erano due donne russe. Non si sono nemmeno guardate indietro per vedere perché un uomo di colore era qui fuori a correre.”

Muhammad Ali in the Soviet Union, 1978

Ali the Ambassador Returns Home With Positive Impressions of Russia

A quote from Muhammad Ali, regarding his visit to the USSR


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Non c’è nessun dio quassù: La conquista sovietica dei cieli

Per quanto possa essere suggestivo ripercorrere l’abbattimento dell’orizzontalità  durante i diversi momenti storici, ci limitiamo a quello dove la smania ha raggiunto il livello massimo : il periodo sovietico. Proprio in quei decenni la Russia volerà sempre più in alto, arrivando nello spazio.

In pieno costruttivismo troviamo Vladimir Tatlin, originale e instancabile promotore del rinnovamento artistico nella nascente Unione sovietica, un visionario con il grande obiettivo di edificare il bene dell’umanità. L’artista pensava che ogni disciplina, ogni tecnica, ogni materia, potesse contribuire a questo fine, attraverso la valorizzazione delle loro potenzialità costruttive.

Nel 1920 Tatlin intraprese l’impresa mitica: quella di dare all’uomo moderno, e a quello del futuro, le ali per volare.

Convinto che il genere umano discendesse dagli uccelli, e che l’uomo dei primordi sapesse volare, cercò di riappropriarsi di questa esperienza creando Letatlin, sorta di grande organismo vertebrato idealmente destinato a decollare; leggero, elastico, armonioso, fatto di ossa di balena e ricoperto di seta. Letatlin – un neologismo che coniuga il verbo letat(volare in russo) e il nome dell’autore – sintetizzava in sé arte, tecnologia, utopia e costituiva un’estensione delle sperimentazioni di Tatlin sulle proprietà dei materiali e sui limiti della scultura. Naturalmente non volò mai, almeno non in senso letterale, ma rappresenta ancora oggi un esercizio di meraviglia e di leggiadria e un inno al sogno, al desiderio, alla libertà. Come della Tatlin Tower, ne restano alcune testimonianze fotografiche e poco altro.

Dipinto Vse Vyse

Il dipinto “Vse Vyse” dell’artista avanguardista Serafima Ryangina vede protagonista una giovane coppia operaia socialista, nel momento lavorativo. Sono in alto, parecchi metri dal terreno, su un traliccio elettrico, sorridenti e illuminati dal sole, entrambi si guardano con intensità e fierezza. Dinamismo, tecnologia, meccanicismo sono i veri colori dell’opera, chiara celebrazione del progresso dell’URSS del piano quinquennale. E’ la fluttuazione tra l’essere del presente e l’essere del futuro della produzione collettiva.

Vse Vyse è anche il titolo di una delle marce degli aviatori sovietici. I ritmi sono incalzanti, la musicalità gioviale decreta la morte dell’uomo Oblomov.

Il ritornello “siamo nati per trasformare la realtà” mette al centro del mondo il novyj čelovek (uomo nuovo)  il vero protagonista, libero dai vincoli del passato, dalla religione e dagli ideali del vecchio mondo.

Sono gli anni in cui la produzione stabilita dai piani quinquennali è alle stelle, così come verso le stelle è rivolto, sempre di più, lo sguardo dei sovietici. I falchi dell’aviazione sovietica sono i nuovi miti da celebrare. Veloci, tenaci, temerari, fedeli alla patria, al loro Stalin, sono i conquistatori delle forze aeree della natura. Per le loro caratteristiche, per i successi che otterranno in guerra, il 18 agosto verrà consacrato come giornata di celebrazione  dell’aviazione russa. 
C’è un limite nella e oltre la stratosfera per l’uomo sovietico del XX secolo? La spinta verso l’altezza sconfinata è rappresentata già negli anni , ma è tra gli anni ’50 e i ’60 che l’acmé trova la sua attuazione.

Arriviamo in piena Guerra Fredda, con il mondo diviso, polarizzato tra Usa e Urss, Nato e Patto di Varsavia, Capitalismo e Comunismo, Stalin è morto, ma il suo successore Chruščëv lancerà l’Unione Sovietica sempre più in alto, dove nessuno è mai arrivato, nello spazio, fluttuando tra le stelle. Dal Cosmodromo di Bayqoñyr (un tempo Leninsk), la più anziana al mondo tra le basi di lancio, il 4 ottobre 1957 il primo satellite, Sputnik 1, viene lanciato nello spazio, sotto lo sguardo basito di tutti i telespettatori del mondo.

Una volta spiccato il volo non si può che andare sempre più in alto, tutti devono essere protagonisti. Così il 3 novembre la tristemente nota cagnolina Laika viene mandata nello spazio, senza farvi più ritorno, deceduta per la paura, o forse per i rumori, o per i cambiamenti di pressione. E’ un periodo in cui le cause animaliste sono lontane anni luce (per rimanere in tema) il dinamismo verticale non ha freni, così altri loppidi diventano protagonisti, con fortuna o meno. Sono due cagnoline di piccola taglia, scelte da scienziati tra le strade di Mosca, a spianare la strada agli umani : Belka e Strelka. Dopo aver orbitato diciotto volte attorno al pianeta, il 16 agosto del 1960 tornano sane e salve. 

Giungiamo al 16 aprile 1961, quando la storia di fonde con la leggenda, quando un uomo diventa un mito, quando Jurij Gagarin assume le vesti del “Cristoforo Colombo dello spazio”, quando dalla base di lancio kazaka parte Vostok 1, la prima navicella con l’equipaggio umano spicca il volo. Tutto il mondo resta allora con il fiato sospeso, dubitando che il figlio di un carpentiere possa compiere una simile missione. “C’è in gioco, il senso stesso della Rivoluzione d’Ottobre: un’aspirazione alla giustizia e all’uguaglianza che Gagarin racconta attraverso la sua vita, dall’infanzia, trascorsa al tempo della resistenza contro l’invasore nazista e alla vittoria della «grande guerra patriottica», fino all’addestramento riservato ai piloti dell’aeronautica, passando per la vita nel kolchoz e per gli studi preliminari all’ammissione nel Partito comunista. ” Dirà lo stesso Gagarin nella sua autobiografia “Non c’è nessun Dio quassù. L’autobiografia del primo uomo a volare nella spazio”.

Una grande avventura dove in primo piano c’è l’uomo, le sue aspirazioni e i suoi sogni. Jurij Gagarin trova la via del cosmo, riportando dalle orbite frasi destinate a restare famose per sempre: “Non c’è nessun dio quassù“. Ogni santità è così relegata al passato più remoto, ogni trascendenza spirituale non ha più senso, nel mondo dell’Urss l’uomo è l’unico protagonista. Non solo protagonisti maschili, l’uguaglianza della rivoluzione non accetta differenze di genere, anche le donne hanno lo sguardo rivolto verso l’alto, anch’esse bramano la fluttazione tra le stelle. Ammiratrice di Jurij Gagarin,

Valentina Vladimirovna Tereškova nel 1962 riesce a partecipare all’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute; supera con merito l’esame insieme ad altre quattro candidate e inizia, così, il suo addestramento. A bordo di Vostok 6, il 16 giugno 1963 Valentina  viene lanciata per una missione nello spazio della durata di 49 orbite terrestri. In questa piena epopea chruščëviana di conquista dello spazio anche le decorazioni per l’albero e le cartoline di auguri si adeguarono alla entusiastica celebrazione delle spedizioni spaziali.  

Nonno Gelo abbandonò l’obsoleta trojka e inizia a spostarsi su razzi avveniristici e cosmonauti e navicelle spaziali si sostituiscono a più antiquate figurine.  Leonìd Il’ìč Brèžnev passiamo da anni di estro e di fantasia a un periodo tinto da colori grigi e piatti. Il verticalismo si inclina, immobilizzandosi nell’orizzontalità tanto osteggiata in precedenza. Il Comunismo deve far fronte ad altre esigenze, è tempo di nuove sfide e la Guerra Fredda assume nuovi toni. I ricordi di quelle imprese, gli sguardi rivolti verso l’infinito verticale, la tenacia dei protagonisti cosmonauti non sono andati perduti. Affinché il tempo non cancelli la memoria, affinché il passare degli anni non crei crepe nel ricordo della memoria collettiva, affinché quei sorrisi continuino a risplendere tra le stelle, viene istituito il Museo della Cosmonautica a Mosca nel 1981, 20 anni dopo l’impresa leggendaria di Gagarin. Il volo, il protendersi verso le dimensioni precedentemente ignote, ridisegnare, abbattere i confini conosciuti, creare una nuova dimensionalità, la scoperta del nuovo.

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Odessa: la città del Mar Nero fondata dagli Italiani.

Odessa, la città dalle mille sfumature, consegnata alla storia cinematografica mondiale grazie a Sergej Michajlovič Ėjzenštejn , alla sua scalinata. La scalinata nota al cinema nostrano per la “cagata pazzesca” di fantozziana memoria. Ebbene, i legami tra la città del Mar Nero e l’Italia non si riducono alla sola esternazione del ragioniere nostrano. Odessa è stata fondata da un italiano, nel 1794.

Prima di tale data al posto di Odessa sorgeva un villaggio, Khadjibey, abitato dai tatari. Tra il XVII e il XVIII le coste del Mar Nero si ritrovarono contese tra le mire espansionistiche dell’Impero Ottomano(la cui presenza era debole e incostante lungo le coste settentrionali)e della Russia di Pietro il Grande(che bramava lo sbocco sul mare per il suo impero). Entrambe inconcludenti e senza successo, fu la nuova zarina, Caterina la Grande, a cambiare le sorti dell’alterco russo-ottomano. Tra audacia strategica e meticolosa diplomazia respinse l’armata ottomana e si assicurò territori ampi, facendo della Russia una potenza emergente sul Mar nero. Il XVIII fu il secolo dell’ingordigia imperiale in Europa e la zarina non volle esser da meno, annettendo formalmente la Crimea e sognando una nuova Bisanzio sotto la protezione russa. Supportata dal valoroso militare e suo amante Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, un insieme di erotismo, autentico affetto e caparbietà militare portarono a un ampliamento dell’impero lungo le coste meridionali, nel decennio tra il 1770 e il 1780. Le regioni che caddero sotto i colpi dell’esercito di Caterina la Grande furono riunite in una nuova unità amministrativa nota come Novorossija o Nuova Russia. Nonostante tenacia e bramosia imperiale, i territori annessi erano ben lontani dallo sfarzo degli altri imperi, Potëmkin non riuscì a far funzionare i villaggi, tra lo scontento, il tifo dilagante tra i contadini e  le infrastrutture inesistenti. Fu così che la delegazione russa tornò a San Pietroburgo, lasciano la steppa esattamente com’era prima. Gli Ottomani ripresero l’avanzata presentando un ultimatum alla zarina, in cui esigevano la restituzione della Crimea e altri territori. 

Al rifiuto, gli Ottomani dichiararono guerra. Caterina poté avvalersi di valorosi guerrieri, nobili e abbienti, o mercenari di basso lignaggio, attratti dalle ricchezze che il Mar Nero poteva offrire. 

 Ne fu attratto il celebre mercenario John Paul Jones, ero navale della rivoluzione americana, le cui gesta sono passate all’ombra della capacità di giudizio, dell’astuzia di un suo luogotenente Giuseppe de Ribas, napoletano passato alla storia come il vero fondatore di Odessa. La zarina aveva così lo sbocco sul mare e l’italiano entrò nelle sue grazie. Il villaggio di Khadjibey si apprestava a diventare un importante centro navale, commerciale e culturale. De Ribas si impegnò a costruire da zero la sua città, non dimenticando la sua Napoli e l’Italia. Non lo fece da solo, fu supportato da diversi connazionali. Allora quando migliaia di contadini europei si imbarcavano per il Nord America in cerca di prosperità, l’intellighenzia italiana lasciava Genova, Livorno, Napoli, Venezia, Palermo, Torino e Milano per l’incontaminata Nuova Russia, fenomeno il cui foriero fu stato il bolognese Aristotile Fioravanti. 

Si insediarono, progettarono e modellarono la città, importando la cultura italiana e incrementando l’attività di quella che poi sarebbe diventata la maggiore città portuale del sud della Russia, incentivando il commercio. Tutto ciò avvenne su invito dell’imperatrice Caterina, desiderosa di una Russia spoglia dei suoi abiti contadini e indossante  nuove e vitali vesti occidentali. Ergo, il governo russo stanziò  fondi per costruire la città di Odessa sotto la guida economica, architettonica e artistica del popolo italiano, per realizzare il progetto di una città ideale, la cui vita doveva ruotare intorno al teatro, al piacere, alla creazione di arte e cultura.

De Ribas e l’équipe italiana lavorarono sodo e nell’arco di un triennio l’Ausonia del Mar Nero splendeva come porto commerciale e come porto culturale, ponendo fine a quell’isolazionismo russo tanto avversato dalla zarina. Odessa presentava così un mélange di equilibrio, proporzioni, simmetria, monumentalità e rigorismo tipico del Rinascimento. Artisti e architetti italiani consideravano la Nuova Russia come luogo dove poter dar libero sfogo al proprio estro artistico, lontano dall’occhio sprezzante, inquisitorio della Chiesa; l’artista poteva liberare senza remora alcuna istinto e immaginazione. Le corti russe e l’amministrazione cittadina di Odessa garantivano la libertà artistica attraverso una solida sicurezza finanziaria, creando un fenomeno singolare nella storia culturale e urbanistica europea. Un vero e proprio ponte fluttuante tra Italia e Russia, Napoli, Venezia, San Pietroburgo e Mosca. Fra i nomi degli architetti più importanti ricordiamo i napoletani Francesco Boffo e Francesco Frapolli, veri protagonisti della trasformazione di Odessa in un vero museo a cielo aperto dell’architettura neoclassica e neorinascimentale, tanto da poter rivaleggiare con San Pietroburgo nel nord dell’Impero russo.

Ben presto, ad Odessa si costituì una colonia italiana, che nel 1850 contava circa tremila di abitanti, quasi tutti di origine meridionale. Rilevante fu il contributo che questa comunità diede alla fondazione, allo sviluppo e all’economia dell’impero russo. L’italiano rimase lingua ufficiale dell’attività economica della città. Cartelli stradali, passaporti, liste dei prezzi erano scritti in italiano, e la comunità italiana diede un grande contributo alla cultura della città alle porte del Mar Nero, soprattutto nell’ambito dell’architettura. Il napoletano Francesco Frapolli fu nominato architetto ufficiale della città da Richelieu, nel 1804 e fu lui a progettare la monumentale Opera di Odessa e la famosa Chiesa della Trinità.

Francesco Boffo, “architetto cittadino” per venti anni si è consegnato alla storia per l’elegante Primorskij Boulevard, un insieme di equilibrio, proporzioni, simmetria, monumentalità e ordine rigoroso del Rinascimento italiano, peculiarità visibili anche nella struttura dell’edificio del Comune della città, nella facciata del Museo Archeologico. Ma è la Scalinata Potëmkin la sua opera celeberrima, costruita tra il 1837 e il 1841, originariamente composta da 200 scalini, con diversi effetti ottici, tali da farla sembrare più lunga e più larga. In cima alla scalinata troviamo la statua bronzea del Duca di Richelieu, governatore di Odessa dal 1803 al 1814. Francesco Frapolli si occupò del Teatro dell’Opera e la Chiesa Troickaâ. La facciata del teatro richiama la struttura architettonica del Teatro di Mantova e del Teatro Felice di Genova, le sue monumentali colonne rievocano il Pantheon greco. E’ importante specificare che nel XVIII e XIX il teatro diviene il protagonista principale tra le strutture architettoniche e centro propulsore della vita artistica e culturale. Appannaggio della casata reale e dell’ aristocrazia in passato, in quei secoli diviene pubblico, affermandosi come luogo di aggregazione, socializzazione, stimolo artistico. I grandi attori  italiani Tommaso SalviniErnesto Rossi e Eleonora Duse contribuirono alla formazione dell’Opera di Odessa, facendo della città la più europea e mediterranea dell’impero russo. Altre figure del panorama artistico odessita furono i pittori che dettero forma e colore al sentimento della nostalgia, non dimenticando la tradizione rinascimentale.

Mantenevano sempre vivo il ricordo della propria città nativa, trasportando su tela quell’unione di creatività euforica e nostalgia. Provenendo da città marittime, il soggetto rappresentato in cui confluivano i sentimenti sopraccitati era proprio il mare, ravvivato dai raggi del sole. E proprio a Odessa, nel 1898, il musicista Edoardo di Capua e il poeta Giovanni Capurro composero la canzone atemporale ‘O Sole mio.  Famosa in tutto il mondo, è stata incisa da artisti da ogni dove in tutte le lingue e interpretata magistralmente da cantanti di fama internazionale, è un inno alla città di origine degli autori, Napoli, le sfumature dei suoi colori, il suo tepore dovute  alla costante presenza del sole. Quell’aggettivo possessivo “mio” rimanda immediatamente al senso d’appartenenza, al legame, al contatto intimo che si può avere e stabilire con qualcosa o con qualcuno. E’ quella simbiosi indissolubile con la propria Napoli, il cui ricordo valica i confini.

“Nel XX secolo la presenza italiana comincia a diminuire, fino a scomparire, non solo in qualità di residenti odessiti, bensì dalla storia, dagli archivi, dalla memoria. Oggi  l’ odessita medio non sa delle origini della propria città. Perché questo bianchetto sull’inchiostro delle pagine di storia? E’ molto difficile rispondere, proprio perché il passato  odessita non è uno dei capitoli più chiari e limpidi della narrazione(tralasciando poi il discorso sugli eventi degli ultimi anni)” Condivido il pensiero della storica Anna Malkokin, che vede nello sciovinismo uno dei colpevoli. “Le forze nazionaliste, nella seconda metà dell’ottocento e del novecento poi, hanno avuto difficoltà nel riconoscere l’indiscutibile contributo e merito dell’Altro nel grande passo in avanti compiuto dalla società russa del XVIII, arrivando a manomettere gli archivi, durante l’epoca zarista e quella sovietica, rimuovendo lo straniero dalla propria storia”.  Francesco Boffo è forse l’unico architetto “sopravvissuto” a questa manomissione, grazie a Sergej Eisenštein, regista del famoso film “La corazzata Potëmkin“. E’ una tesi riguardo uno studio in fieri, di una realtà al giorno d’oggi molto complessa. E’ certo che il nazionalismo, nella sua accezione sciovinista, intende abbattere quei ponti che sono alla base della crescita e della produzione culturale dell’uomo e, senza viadotti, non c’è spazio per suggestioni e fluttuazioni.

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Proletari contro la mafia: I Fasci Siciliani

La guerra che la mafia ha condotto contro contadini, braccianti in rivolta, militanti comunisti e socialisti, sindacalisti e deputati comunisti lungo tutto il corso del Novecento dimostra il carattere capitalista delle organizzazioni criminali organizzate.

Come dimostrano gli studi dell’Università di Cambrige del 2017, Origins of the Sicilian Mafia: The Market for Lemons, negli ultimi decenni dell’Ottocento la mafia emerge come organizzazione preposta a protezione dei profitti che l’impennata nel commercio (spesso con l’estero) degli agrumi garantiva ai latifondisti. Non solo i profitti di limoni e arance, ma anche di zolfo. Mafiosi o legati alla mafia erano anche i gabellotti, coloro che gestivano le terre dei latifondisti che preferivano vivere in città. Fiancheggiati dai campieri, cioè la polizia privata a tutela dell’ordine nel latifondo, una sorta di antenato dei caporali contemporanei: soggetti che controllano la forza lavoro, operando una intermediazione tra padroni e lavoratori, a favore dei primi, utilizzando forme di repressione violenta.

È contro queste diverse forme di oppressione che sorgono i Fasci dei Lavoratori, conosciuti ai più come Fasci Siciliani, un movimento popolare che si sviluppò tra il 1891 e il 1894, represso nel sangue dall’esercito regio sotto il secondo governo Crispi (1893-1896) e dai bastioni della mafia.

Il movimento si sviluppò come reazione delle classi subalterne alla crisi agraria che aveva investito la Sicilia e che fu scaricata dai proprietari terrieri proprio sui braccianti e gli operai delle miniere al fine di non vedersi ridurre i propri margini di profitto. Fondato ufficialmente il primo maggio del 1891 da Giuseppe de Felice Giuffrida, era organizzato in sezioni territoriali a livello provinciale, e aveva una matrice esplicitamente socialista, diversamente dai Fasci che erano sorti in altre regioni d’Italia dove forte era l’influenza anarchica.

Fu un movimento di braccianti, zolfatai (operai delle miniere di zolfo), contadini che rivendicavano migliori condizioni di lavoro, come la riduzione della giornata lavorativa e l’aumento dei salari, una riduzione delle tasse sui prodotti da corrispondere ai gabellotti o direttamente ai latifondisti, ma anche una riforma agraria che distribuisse la proprietà della terra. Erano anti mafiosi per definizione poiché lottavano contro l’oppressione economica e militare dei mafiosi, ma anche per statuto.
Così si legge nell’art. 4 dello statuto del Fascio di Santo Stefano Quisquina: «È vietato essere soci: a) a tutti coloro che hanno tradito lo scopo del Fascio o che sono conosciuti come vagabondi, mafiosi ed uomini di mal’affare»

Con la formazione del Partito dei Lavoratori Italiani (poi Partito Socialista Italiano) nel 1892, la protesta acquistò sempre più la fisionomia di lotta di classe con l’ideale di socialismo ed eguaglianza sociale come punti fermi.
Le figure principali del movimento dei Fasci (Garibaldi Bosco, Verro, Barbato, De Felice Giuffrida, Montalto) furono espressione dunque, di un ideale che in quegli anni andava diffondendosi in tutto il paese.

Il 22 Dicembre 1889 nasce il primo Fascio siciliano. Si tratta del Fascio di Messina sorto nella città dello Stretto per iniziativa di Nicola Petrina (che negli anni successivi ne sarà la figura principale). Come Francesco Renda ci fa notare nella sua opera “I Fasci Siciliani 1892 -94”, edita da Einaudi e pubblicata nel 1979, per capire la nascita dei Fasci Siciliani, bisogna soffermarsi, però, su una piccola ma essenziale differenza tra “Fascio” e “Fascio dei Lavoratori”.
Il primo, infatti, non nacque in Sicilia; diversi fasci si formarono anni prima in varie regioni italiane (come ad esempio quello bolognese nel 1871); il Fascio dei Lavoratori, nato nell’isola, invece, si distinse in quanto esso arrivò a rappresentare il simbolo di una rottura ideologica del movimento operaio nei confronti dell’anarchismo, dando inizio a quello che successivamente fu l’ideale preponderante del movimento dei lavoratori siciliani, ovvero quello socialista. Tuttavia, il Fascio dei lavoratori messinese non riuscì ad esprimere pienamente il proprio programma iniziale. Saranno quello catanese (fondato da De Felice Giuffrida nel 1891) e quello palermitano (fondato da Rosario Garibaldi Bosco nel 1892) a presentare alla Sicilia ed all’Italia tutta, le intenzioni e le posizioni di tali organizzazioni. La nascita dei Fasci urbani, dunque, formati prevalentemente da operai delle industrie, segnò l’inizio di un movimento che negli anni successivi arrivò a contare quasi 300.000 iscritti. Fattore determinante di tale espansione, fu il coinvolgimento della classe contadina.

Per comprendere appieno l’espansione dei Fasci Siciliani, bisogna conoscere la situazione economica e politica dell’Italia di fine Ottocento. In un arco di tempo che va dal 1888 al 1894, l’Italia subì una grave crisi agricola legata alla guerra commerciale con la Francia che contribuì a bloccare le importazioni di prodotti per effetto della politica doganale. Il settore del vino, più di tutti, subì un grave crollo reso ancora più drammatico dalla diffusione della fillossera. Oltre a questo, diverse vicende climatiche avvenute nel 1892, contribuirono a peggiorare ulteriormente la situazione. Per di più, l’Italia affrontava lo scandalo della Banca Romana che portò alla fine del governo Giolitti e all’inizio di quello Crispi. Tutto ciò contribuì a creare nella classe lavoratrice un associazionismo forte e compatto, soprattutto tra i contadini. La Sicilia agricola di fine Ottocento presentava un quadro piuttosto disomogeneo: allo strapotere dell’aristocrazia terriera si poneva un forte malcontento del lavoratore contadino che viveva in condizioni di profondo disagio.  I sub affitti dei terreni ai gabellotti non facevano altro che peggiorare le condizioni dei contadini in quanto su di loro gravavano tutti i pesi degli oneri previsti nei contratti. Un proprietario terriero, infatti, subaffittava ad un gabellotto un determinato terreno; a loro volta i subaffittuari offrivano contratti d’affitto ai contadini a condizioni tutt’altro che favorevoli. Prendere o lasciare era la loro unica possibilità di scelta. C’era poi la forte componente degli jurnatari, ovvero, quei lavoratori braccianti che, ridotti alla miseria, si presentavano nelle campagne con la speranza di ottenere lavori giornalieri. Ultimo, ma non per questo meno importante, fu la nascita del Partito dei Lavoratori Italiani, poi rinominato Partito Socialista Italiano (Agosto 1892). Tra i suoi punti principali, infatti, quello della questione agraria fu, almeno all’inizio, il più importante. Tale problema fu l’argomento di discussioni principale non solo del PSI ma di tutti gli altri partiti socialisti europei che si affacciavano sulla scena politica europea. La formazione politica dell’ideale socialista influì parecchio nei Fasci dei Lavoratori Siciliani grazie ad una larga diffusione di tale ideale che oscurò le vecchie teorie repubblicane e democratiche, ma soprattutto grazie ai loro capi che ne abbracciarono il progetto.  

LA STRAGE DI CALTAVUTURO

“Ma nel Gennaio del 1893 avveniva qualcosa che doveva avere notevole influenza nello sviluppo della organizzazione dei Fasci nelle campagne. L’eccidio dei contadini di Caltavuturo, i quali rivendicavano antichi diritti di ripartizione sulle terre comunali usurpate, che provocava l’intervento e l’interessamento a favore delle vittime, del Fascio dei lavoratori di Palermo e delle società operaie e del Partito Socialista dei lavoratori italiani”.

Questo estratto preso dal libro di Salvatore Francesco Romano, “Storia dei Fasci Siciliani, ci spiega l’importanza dell’eccidio di Caltavuturo nello sviluppo dei Fasci nelle campagne. I contadini, infatti, stanchi dei continui soprusi perpetrati dall’amministrazione comunale in combutta con i proprietari terrieri, decisero di far sentire la propria voce. I lavoratori delle campagne non accettavano la mancata ripartizione di quelle terre incolte che, tramite sotterfugi, venivano controllate abusivamente da borghesi e gabellotti. La società operaia presente nel paese, formata pochi anni prima da Bernardo Comella e Giambattista Vivirito, decise di occupare quelle terre il 20 di Gennaio del 1893. Quella mattina, infatti, circa 500 contadini si diressero verso le terre comunali per dare inizio alla protesta; poco dopo, però, la folla decise di tornare per chiedere un incontro con il sindaco il quale pensò bene di non farsi vedere. Decisi a non mollare, i contadini si ritiravano per andare ad occupare le terre del feudo di San Giovannello ma ad un tratto, senza alcun preavviso, una scarica di fucili si abbatte su quei poveri disgraziati, uccidendone 11 e ferendone 40. La strage creò grande sdegno non solo nell’isola ma in tutta la nazione.

Il Fascio urbano di Palermo decise di far partire una sottoscrizione per le vittime che in poco tempo superò i confini isolani. A tal proposito, riprendiamo nuovamente il testo di Romano che ci permette di comprendere l’enorme importanza che tale fatto ebbe nella storia del movimento: “Se nelle elezioni alcuni dopo Bernardo Comella e Vivirito saranno eletti consiglieri comunali, ed il feudo di San Giovannello lottizzato in poderi di mezza salma, distribuiti ai braccianti, ciò avverrà non solo per l’eco di indignazione che si levò contro l’eccidio nel paese, ma anche e soprattutto per l’azione di assistenza, di intervento e di guida del Fascio di Palermo e dell’appoggio che i Fasci siciliani ricevettero dagli operai italiani e dal Partito Socialista, sul piano nazionale.”

La città e la campagna trovarono così quell’unione tanto temuta dalla classe padronale e fortemente auspicata dal socialismo. Nei diversi paesi dell’isola il ceto popolare, forte del sostegno del PSI e galvanizzato dalle idee socialiste, creò Fasci nei diversi comuni siciliani. La reazione governativa dell’allora Presidente Giolitti, però, non tardò ad arrivare. Oltre ai divieti di manifestazione (come ad esempio quelli per il 1 Maggio 1893), le forze di polizia arrestarono alcuni tra i capi del movimento, tra i quali Barbato; la condotta di Giolitti, fino a quel momento piuttosto indifferente, cambiò per una questione puramente politica: il suo governo, ormai in crisi, necessitava dell’appoggio baronale siciliano per potersi mantenere in vita e la richiesta di scioglimento dei Fasci presentata dai proprietari terrieri, non poteva rimanere inascoltata.

I Fasci, però, dimostrarono la loro forza partecipando alle elezioni amministrative, eleggendo consiglieri in diversi comuni dell’isola. Ma il risultato davvero importante furono i Patti di Corleone. Il 30 Luglio del 1893, infatti, I Fasci si riunirono in Congresso a Corleone principalmente per discutere dei rapporti lavorativi presenti nelle campagne. Da quel Congresso vennero fuori quelle rivendicazioni che la classe contadina portò avanti nei decenni successivi, tra cui:

1)i contadini non dovevano più combattere da soli, ma qualsiasi richiesta veniva portata avanti da un gruppo organizzato così da costringere il padrone ed i gabelloti a confrontarsi;

2) la mezzadria come contratto d’affitto;

3) divisione delle terre demaniali.

Altrettanto importante fu il Congresso minerario che si svolse nell’Ottobre del 1893 a Grotte, provincia di Agrigento, in cui parteciparono più di 2000 operai zolfatari e piccoli imprenditori. Tutti contribuirono all’elaborazione del documento in cui vennero stilate le richieste da presentare ai proprietari.
In particolare, si chiedeva la garanzia del salario minimo, la riduzione dell’orario di lavoro e l’innalzamento dell’età dei carusi (14 anni). I carusi erano bambini, prevalentemente tra i 6 e i 12 anni, impiegati nelle miniere alle dirette dipendenze del picconiere. Costretti a trasportare in superficie carichi pesantissimi, arrivando anche a 16 ore di lavoro, molti di loro morivano o rimanevano infermi. Spesso erano le stesse famiglie, poverissime, che portavano i figli in miniera in cambio di un po’ di denaro.

A Maggio del 1893, ci furono due importanti congressi dei Fasci Siciliani dei lavoratori, a Palermo. Venne confermato il Comitato Centrale e si discusse vivacemente sulla scelta politica decisiva per le azioni future. Nello specifico, si scontrarono due correnti: quella capeggiata da Garibaldi Bosco, favorevole ad una unione con il Partito Socialista Italiano e l’altra, capeggiata da De Felice, che difendeva l’autonomia dei Fasci Siciliani. Nessuna delle due prevalse appieno. Intanto, nel Novembre del 1893, Giolitti rassegnò le dimissioni. L’8 Dicembre, Crispi venne chiamato a formare il nuovo governo. Il ritorno al potere dell’ex garibaldino fu visto benevolmente da diverse correnti che, nei periodi precedenti, sorridevano ai Fasci principalmente per screditare Giolitti.

Ma con Crispi, le cose cambiarono in peggio per il movimento dei lavoratori. Tante società operaie presenti nell’isola prima della nascita dei Fasci risultavano di fatto strumenti in mano a politici per raccogliere voti.
Molte di queste si rifacevano proprio al nuovo capo di governo che cercò di sfruttare questa popolarità per contrastare politicamente i Fasci dei Lavoratori. Questa tattica, tuttavia, si dimostrò inutile e il tentativo d’isolare il movimento dei Fasci andò a vuoto. Dal canto loro, i dirigenti del movimento decisero di dimostrare la forza usando come strumento la lotta di massa. Le diverse manifestazioni furono piena espressione di compattezza popolare ma soprattutto, si distinsero per la serietà e l’assenza di qualsiasi episodio violento. Il governo, dunque, passò ad una fase dura; il primo ministro italiano iniziò a ponderare la possibilità di reprimere i Fasci con la forza. Ancora prima dell’infausta decisione di proclamare lo stato d’assedio nell’isola, diversi eccidi vennero commessi contro la popolazione durante il governo Crispi:

1) Il 10 Dicembre 1893, a Giardinello, una dimostrazione contro il Sindaco e la sua politica di favoritismo, provocò 11 morti;

2) il 25 Dicembre dello stesso anno, a Lercara, una manifestazione contro le tasse portò all’uccisione di 11 morti e diversi feriti;

3) il 1 Gennaio 1894, a Pietraperzia, una manifestazione, anch’essa contro le tasse, provocò 8 morti e numerosi feriti;

4) il 3 Gennaio 1894, a Marineo, una nutrita folla radunatasi per protestare contro i dazi sulle farine, ricevette come risposta il piombo. Sul terreno rimasero i corpi di 18 persone.

A queste ed altre proteste portate avanti dalle popolazioni rurali per la riduzione o l’abolizione delle tasse comunali, il governo rispose con un silenzio inspiegabile; in realtà, “il 23 Dicembre, il consiglio dei ministri votò l’autorizzazione al presidente di proclamare lo stato d’assedio nelle provincie siciliane ove e quando l’avesse creduto necessario.”

Si arrivò così al 3 Gennaio 1894, data in cui iniziò la repressione militare. Il gruppo dirigente dei Fasci venne arrestato insieme con tanti altri militanti. Miglia furono gli arresti e gli invii al confino operati in più di settanta paesi siciliani;  tutti i fasci vennero sciolti e i capi subirono processi dai Tribuni Militari. Le manifestazioni di solidarietà nei confronti dei processati furono tante e l’interesse dell’opinione pubblica si dimostrò alto.

Le accuse rivolte al comitato centrale, riportate da Salvatore Francesco Romano, erano:

“Di cospirazione per commettere fatti diretti a far sorgere in armi gli abitanti del regno contro i poteri dello Stato, per mutarne violentemente la costituzione;
Di eccitamento alla guerra civile e alla devastazione, strage e saccheggio in qualsiasi parte del regno con la consecuzione in parte dell’intento. Reati avvenuti nei mesi di novembre e dicembre 1893 e gennaio 1894 in Sicilia e a Palermo. Ed inoltre De Felice Giuffrida Giuseppe per avere in un discorso tenuto pubblicamente il 18 ottobre 1893 al popolo radunato in Casteltermini (Bivona) vilipeso le istituzioni costituzionali dello Stato e incitato alla disobbedienza delle leggi e all’odio fra le classi sociali. Verro Bernardino ad istigazione a delinquere per avere il 28 dicembre 1893 in Prizzi profferito discorso sovversivo in una riunione di quel Fascio dei lavoratori usando della parola calma al fine di una migliore preparazione onde compatti insorgere contro i poteri dello Stato”

I capi dei Fasci subirono condanne dai 12 ai 18 anni. Due anni dopo venne loro concessa l’amnistia ma rimase il divieto di costituzione dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. Si concluse così l’esperienza di un movimento che negli anni successivi diventò un riferimento nelle lotte contadine italiane. I Fasci siciliani dei Lavoratori, pagarono la mancanza di sostegno del Partito Socialista che alla fine decise di non dare un riconoscimento politico al movimento siciliano, abbandonandolo al suo destino.

Seppur con i loro errori, i capi dei Fasci dimostrarono una fede enorme verso i loro ideali come dimostra il discorso pronunciato da Nicola Barbato al processo: “Da socialista ho tentato di contribuire alla più umana, alla veramente umana delle rivoluzioni con tutti i mezzi che ho creduto necessari e che il codice della borghesia permette a tutti i cittadini italiani. Certo la nostra propaganda è stata energica, essa fa rialzare la testa alla gente che prima andava curva. I contadini si lasciano crescere i baffi, diceva il delegato. E’ vero, essi hanno acquistato la coscienza di essere uomini. Non domandano più l’elemosina, chiedono ciò che è loro di diritto il socialismo procede appunto perché non è sentimentalismo, è forza e pratica. Esso si fonda sulle leggi economiche.
Davanti a voi abbiamo fornito i documenti e le prove della nostra innocenza e i miei compagni hanno creduto di sostenere la loro difesa giuridica. Questo io non credo di dover fare. Non perché non abbia fiducia in voi, ma è il codice che non mi riguarda. Voi condannerete; noi siamo gli elementi distruttori di istituzioni per voi sacre.
E noi diremo agli amici che sono fuori: non domandate grazia, non domandate amnistia, la civiltà socialista non deve cominciare con atti di viltà.”

Fasci siciliani

Lotta di classe e antimafia

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Patriottismo

L’attacco dei morti viventi

La fortezza di Osowiec, situata vicino alla città polacca di Bialystok nella Polonia nordorientale , fu edificata tra gli anni ottanta e novanta del XIX sec. dai russi per proteggere i propri confini occidentali da un ipotetico attacco tedesco  modernizzandola poi  allo scopo di adeguarla agli sviluppi dell’artiglieria da assedio. Per i tedeschi questa fortezza rappresentava un grande ostacolo, tentarono di prenderla già due volte, la prima nel settembre 1914, la seconda nel marzo 1915, facendo addirittura uso dei temibili cannoni “Grande Berta”, fallendo però entrambe le volte.

Il tedeschi lanciarono una offensiva frontale alla fortezza di Osowiec agli inizi del luglio 1915; l’attacco comandato da Paul von Hindenburg coinvolse 14 battaglioni di fanteria, un battaglione di zappatori, circa 30 cannoni d’assedio e 30 batterie di artiglieria equipaggiate con gas. Le difese russe consistevano in circa 500 uomini del 226º Reggimento di fanteria Zemlyansky e 400 miliziani. 

I tedeschi attesero fino alle 4:00 di mattina del 6 agosto 1915 così da avere il vento a favore all’avvio del bombardamento di artiglieria con ben 30 bombe al gas al cloro. La guarnigione del forte, o meglio quel che ne restava dopo mesi di assedio, non aveva nulla per difendersi contro un simile espediente. Nessun rifugio a tenuta stagna, né tanto meno maschere antigas.

Dal punto di vista tattico, l’attacco con il gas risultò perfettamente riuscito. Tutto ciò che era nella fortezza e negli immediati dintorni fu avvelenato e la sua sorte segnata. Le foglie degli alberi si ingiallirono, si accartocciarono e caddero al suolo, come se in pochi secondi fosse trascorsa un’intera stagione. Ma non era il ciclo naturale della natura che li aveva ridotti a scheletri inanimati. L’erba si annerì e si afflosciò al suolo, i fiori persero i petali. Nulla poteva sottrarsi a quella nuvola di morte. Gli oggetti di rame, come lavandini e cisterne per l’acqua, ma anche cannoni e proiettili, si ricoprirono di uno strato di ossido di cloro e presero anch’essi quel colore verde che, a Osowiec, era sinonimo di morte. Le provviste di cibo e di acqua vennero irrimediabilmente contaminate. E gli uomini? Soffocati dal gas, che riempiva di bolle la loro pelle, impregnava le divise ed entrava nei polmoni, provocando devastanti lacerazioni negli organi interni, cercavano disperatamente un rifugio inesistente, o un po’ d’acqua per placare l’arsura che li aveva presi alla gola, come una morsa. Chinandosi a terra per bere dalle fonti d’acqua, però, respiravano ancora di più le esalazioni venefiche, cadendo stremati. Uno scenario apocalittico, da cui sembrava che nessuno potesse sopravvivere. Per essere certi che non avrebbero più incontrato alcuna resistenza, i tedeschi pensarono bene di procedere con un ulteriore bombardamento del forte, prima di lasciare che il gas si diradasse abbastanza da permettere un’avanzata senza danni. Quattordici battaglioni della fanteria, non meno di 7mila soldati, mossero verso posizione chiave di Sosneskaj. I loro ufficiali li avevano rassicurati: “State tranquilli, il gas non c’è più e non incontrerete alcuna resistenza: i russi sono tutti morti, o nono sono più in grado di combattere”. I fanti del Kaiser, così, si mossero convinti che l’occupazione della postazione sarebbe stata una formalità.

I russi o non disponevano di maschere antigas o quelle disponibili erano di pessima qualità. I soldati si erano fasciati il volto con pezze strappate dalle uniformi, che si erano presto imbevute dl sangue fuoriuscito dalle piaghe sul volto e sulle mani. Respiravano a fatica, fra atroci dolori, sputando sangue, schiuma e pezzi di tessuti dai polmoni. Le loro lacere uniformi e le armi con le parti in metallo ossidate concorrevano a dare loro l’aspetto di cadaveri. Invece erano vivi. Nella maggior parte dei casi, ancora per poco. Insomma, non avevano nulla da perdere. E prima di lasciare questo mondo, erano mossi da un solo desiderio: farla pagare cara a chi li aveva ridotti così. Contro ogni aspettativa dei tedeschi, il capo del II dipartimento della guarnigione, Svechnikov, decise di raccogliere i sopravvissuti per organizzare un contrattacco. A comandarlo sarebbe stato il sottotenente Vladimir Karpovich Kotlinskij con quello che restava della 13a compagnia del 226° reggimento Zemliaskij, dimezzata nell’organico.

Le sofferenze alimentarono una insospettabile volontà che si tramutò in furia. I soldati uscirono dalle fortificazioni e mossero contro i tedeschi, seppure questi fossero assai superiori di numero e in condizioni fisiche incomparabilmente migliori.

Ed è allora che i morti marciarono di nuovo…
(Sabaton – The Attack of the Dead Men)

Alla prima linea di difesa si videro caricare, il panico li travolse. I tedeschi non si sarebbero mai aspettati lo spettacolo che si presentò ai loro occhi. Non solo i russi non erano morti o fuori combattimento, ma muovevano al contrattacco. Il loro aspetto, poi, era terrificante: a vederli avanzare, parevano morti che camminavano. Colti di sorpresa e terrorizzati dalle figure che vedevano avanzare contro di loro, le truppe della Landwehr furono prese dal panico. Qualcuno, forse, pensò che si trattasse dei fantasmi dei soldati del forte, che volevano trascinarli con sé nel regno dei morti. In breve, i tedeschi fecero dietrofront e scapparono a gambe levate verso le loro postazioni, incalzate dal fuoco dei russi. Con un assalto alla baionetta, questi riuscirono a riprendere alcune posizioni perdute, cinque mitragliatrici russe, le uniche rimaste, aprirono il fuoco sui soldati in fuga.


Quella terribile giornata – che sarebbe passata alla storia come l’attacco dei morti – si concluse con la perdita, nelle file russe, di 660 uomini. Fra loro, anche il sottotenente Kondiskij, che era stato ferito a morte nel corso dell’attacco da lui guidato. L’anno seguente fu insignito dell’Ordine imperiale di San Giorgio di IV grado, una onorificenza introdotta da Caterina II per chi si distingueva nelle imprese militari. Al IV grado erano ammessi gli ufficiali che avessero partecipato ad almeno a una battaglia. L’utilità del suo sacrificio, però, si rivelò di breve durata. Poche settimane dopo, infatti, la fortezza fu evacuata allorché l’arretramento del fronte a est rese inutile la sua difesa. I russi portarono con sé ogni arma rimasta intatta e la notte del 24 agosto fecero saltare in aria le poche opere difensive ancora in piedi. Il giorno dopo i tedeschi poterono occuparne solo le rovine.

A differenza di Kotlinskij, gli ultimi difensori della fortezza non furono considerati eroi, al contrario. Nel 1917, con la salita al potere di Kerenskij, vennero accusati di tradimento per essersi ritirati. Solo dopo che i sovietici avevano preso il potere con la rivoluzione, furono riabilitati e il loro comportamento portato ad esempio in seguito all’invasione nazista del 1941.

L’ATTACCO DEI MORTI VIVENTI

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antifascismo, antimperialismo, comunismo, italia

La Repubblica Socialista di Labin o Albona

Bandiera della Repubblica socialista di Albona, proclamata nel 1921 dai minatori istriani croati ad Albona

Emblema della falce e martello utilizzato nella repubblica socialista proclamata nel 1921 dai minatori istriani croati ad Albona

Nella zona di Labin/Albona, in Istria, le miniere di carbon fossile sono state famose nei secoli; sfruttate forse già dalla Serenissima, diventate italiane dopo la lunga appartenenza austriaca. È il bacino dell’Arsia, torrente ricco d’acqua che scende dal Monte Maggiore e arriva all’Adriatico con un estuario paludoso: siamo lassù, nella punta di nord-est dell’Istria. La fascia mineraria corre lungo il mare, arrampicata a mezza costa e i pozzi sono stati aperti a decine vicino alle frazioni o a piccoli nuclei abitati: Càrpano, Podlabin, Vine.

Gli operai di quel grande bacino minerario non sono nuovi alle lotte: nel 1867 hanno fondato la «Società di Mutuo Soccorso» perché le agitazioni si susseguono, le condizioni di lavoro sono dure e i salari bassi. I minatori aderiscono esplicitamente al socialismo internazionalista: sono operai croati, tedeschi, slovacchi, italiani, arrivano ogni giorno a migliaia da tutta l’Istria.

La Prima Guerra Mondiale è una sorta di incubo: il regime in miniera si fa durissimo, le punizioni «esemplari», la riottosità antimilitarista viene castigata con invii mirati sul fronte rumeno. Dopo la fine della prima guerra mondiale , all’Italia furono assegnate le regioni dell’Istria e parti della Dalmazia. Ma con l’arrivo dell’Italia le condizioni non migliorano: l’Italia ha bisogno di carbone e i turni diventano di undici ore, il salario da fame, il ritmo di estrazione frenetico, le misure di sicurezza inesistenti. È bastato il cambio di calendario, tra l’austriaco e l’italiano, per dimezzare le festività riconosciute. Già alla fine del 1918 si torna a scioperare, si apre una sezione del Partito Socialista, sui bollini sindacali si stampa la falce e martello. Gli operai appartenenti alla distrutta Austria-Ungheria se ne vanno e vengono ampiamente rimpiazzati da «regnicoli» friulani, veneti, siciliani ma il clima non cambia, le idee della rivoluzione bolscevica hanno ormai raggiunto tutte le latitudini.

In Italia si era in pieno Biennio Rosso e gli echi delle occupazioni delle fabbriche arrivano anche in Istria, ispirando anche i numerosi scioperi tra la fine del 1920 e l’inizio del ’21 contro delle condizioni di lavoro sempre più pesanti nelle miniere dell’Arsa.

Il 20 gennaio 1921, al Teatro Goldoni di Livorno, volge alla fine il XVII Congresso del Partito socialista italiano con una votazione attraverso Ia quale i delegati della III Internazionale denunciano il « tradimento » dei massimalisti.
I comunisti ottengono 58.783 voti. Il 21 gennaio i comunisti abbandonano la sala del Congresso e si portano al
Teatro San Marco al canto dell’Internazionale. All’ingresso, i giovani compagni della « guardia rossa », che si distinguono appunto per una fascia rossa al braccio, appongono il timbro della frazione comunista sulla tessera del Psi. Ha così inizio il Congresso costitutivo del Partito comunista d’Italia.

Soltanto dodici giorni dopo la nascita del Partito comunista d’Italia, e precisamente il 2 febbraio 1921, comincia in Istria un’agitazione operaia che si trasformerà in sciopero politico il 2 marzo, sfociando nell’occupazione delle miniere della Società Arsa e quindi nell’autogestione operaia del bacino carbonifero: la cosiddetta Repubblica
di Albona.

La Repubblica, che viene ricordata con più nomi, la Repubblica Rossa, San Marino comunista, Comune parigina istriana, riveste particolare importanza soprattutto per la storia del Partito Comunista d’Italia, « dato che si tratta anche dell’unico caso di una Comune operaia con relativa consistenza territoriale costituitasi ed operante (sia pure per il breve tempo di un mese) in quella che era l’Italia del 1921.

Sono, però, anche gli anni della crescita dello squadrismo fascista e l’Istria non fa eccezione: anche qui gli squadristi si macchiano di violenze ai danni di contadini, operai e degli stessi minatori. Il 1° marzo 1921 Giovanni Pipan viene intercettato da un gruppo di fascisti alla stazione ferroviaria di Pisino, nel cuore dell’Istria, e viene pestato a sangue. La notizia arriva il giorno dopo ad Albona: è l’ultima goccia di una situazione insostenibile e il 3 marzo i minatori si riuniscono in assemblea e decidono di occupare gli impianti. Grazie anche all’arrivo dei contadini dalle campagne circostanti, si organizzano delle “guardie rosse”, una forza di sicurezza che ha il compito di mantenere l’ordine.

Il 7 marzo viene ufficialmente promulgata la nascita della Repubblica di Albona: l’organo decisionale è il Comitato centrale, mentre l’assemblea il luogo di discussione. È in questi organi che si decide di continuare la produzione e il carbone riprende ad essere estratto. Si tratta di un sistema basato sull’autogestione e fondato sui principi di lotta di classe e di rifiuto della violenza fascista; soprattutto, quello dei minatori è un movimento multinazionale, dove non esiste distinzione etnica. Kova je naša (La miniera è nostra) è il grido di battaglia dei lavoratori!

I minatori occuparono quindi le miniere e gli impianti minerari, minarono i passaggi verso i pozzi di Càrpano, Vines, Štrmac e Stallie con il deposito di carbone, e organizzarono schieramenti armati sotto il nome di guardie rosse, comandate da Francesco da Gioz. Il comitato minerario, con a capo Pipano, risolveva questioni sociali e politiche, ed il sostegno gli veniva dato dal nobile Giovanni Tonetti (il barone rosso). All’amministrazione dei minatori furono fatte richieste di tipo economico (l’aumento del salario e altro). Siccome i trattative si protesero nel tempo, i minatori decisero il 21 marzo di organizzare da soli la produzione. Scesero nei pozzi ed elessero un capo, il tecnico minerario Dagoberto Marchiga. Contemporaneamente, pur temendo i crumiri, catturarono e colsero in flagrante 13 minatori siciliani favorevoli all’amministrazione

Lo sfruttamento dei vasti giacimenti di carbone dell’Albonese risale al ‘700, quando l’Istria apparteneva all’impero austroungarico. Sebbene già dalla fine dell’800 i minatori avessero organizzato scioperi, il vero cambio di passo nell’organizzazione sindacale dei minatori di Albona avviene al termine della Prima Guerra Mondiale, quando l’Istria entra a far parte del Regno d’Italia, grazie all’impegno del Partito Socialista Italiano e all’arrivo di nuovi minatori italiani politicizzati. Durante il fascismo, il bacino carbonifero dell’Arsa richiamò massicci investimenti di capitale.

La Repubblica di Albona, però, ha i giorni contati. Passato un mese dalla proclamazione e fallito ogni tentativo di trattativa, la Società Arsia chiede l’intervento dell’esercito. Il 7 aprile mille soldati circondano la miniera e, al rifiuto della resa, entrano in azione. I minatori si ritirarono vicino a Štrmac, dove opposero resistenza armata. Comunque, scarsamente armati ed inesperti, dovettero presto cedere. Pipano ordinò di cessare il fuoco e si prese tutta la responsabilità. Ne conseguì una vendetta, durante la quale vennero catturati quaranta ribelli. I minatori Massimiliano Ortar e Adalbert Sykora morirono. I minatori catturati vennero rinchiusi nelle prigioni di Pola e Rovigno, e il processo si tenne a Pola dal 16 novembre fino al 3 dicembre. L’accusa imputava 52 minatori per l’occupazione della miniera, l’instaurazione del regime sovietico, l’opposizione alle autorità, la minazione dei magazzini, la detenzione di esplosivo ed una serie di azioni illegali. Gli avvocati Edmondo Puecher, Guido Zennaro ed Egidio Cerlenizza difesero con successo gli accusati, e la Corte d’assise portò il verdetto liberatorio.

Guardie rosse a Vines

L’Istria, per quanto oggi possa sembrare un luogo spopolato che tira avanti solo grazie agli airbnb e agli apartmani, ai turisti tedeschi e alle casse di vino bianco, in passato è stata un centro industriale che arrivò ad ospitare fino a diecimila operai provenienti da tutto il Regno; pure De Gasperi, quando, nel dopoguerra, chinò il capo dinanzi alle pretese slave sull’Istria, sussurrò, implorò: «almeno lasciateci le miniere dell’Arsa…».

La Comune di Albona

I trentacinque giorni della Repubblica di Labin

LA REPUBBLICA DI ALBONA e il movimento dell’ occupazione delle fabbriche in Italia

La Repubblica di Albona

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Grazie Soldato Sovietico: Il Capitano Russo

Ernest Hemingway

Il seme della fraternità tra i partigiani italiani e i combattenti sovietici che parteciparono alla guerra di Liberazione nel nostro paese ha generato radici profonde e durature […] e che ha consentito lo stabilimento tra i due paesi di rapporti che si estendono in varie direzioni, politici, economici, culturali, turistici.” Vladimir Pereladov

Oltre ad aver contribuito in modo determinante alla liberazione dell’Europa dal nazifascismo, i sovietici diedero anche un contributo diretto alla lotta di Liberazione italiana, un tributo a tutt’oggi per lo più sconosciuto.
Gli storici concordano su un numero complessivo di circa 5.000 partigiani georgiani, russi e ucraini attivi in Italia. Erano prigionieri di guerra fuggiti dopo l’8 settembre e disertori dei terribili battaglioni-Ost della Werhmacht: entrarono nelle squadre d’assalto delle formazioni partigiane e presero parte con coraggio alle operazioni più importanti. Molti di loro persero la vita nelle nostre terre, tanto lontane dalle loro, battendosi “fianco a fianco” con i partigiani italiani.

Tra loro c’era un nativo della regione di Novosibirsk, Vladimir Yakovlevich Pereladov, il comandante del leggendario battaglione d’assalto sovietico, soprannominato dai compagni italiani “Capitano Russo”.

Dopo aver appreso dell’attacco nazista all’Unione Sovietica, Vladimir, che aveva appena completato il 4° anno dell’Istituto di pianificazione Krzhizhanovsky di Mosca, si arruolò volontario nell’Armata Rossa. Lui ei suoi compagni di classe finirono nel 19° reggimento della divisione Bauman.

Per Vladimir Pereladov, la vita del soldato non era nuova: rimasto orfano, fu allevato nel reggimento di fucilieri di Novosibirsk. Le condizioni in cui i figli del reggimento crescevano in quei giorni erano le più spartane, non concedevano indulgenze agli adolescenti. È possibile che sia stata la dura gioventù ad aver contribuito a sviluppare qualità come perseveranza, coraggio e forte volontà. In futuro, più di una volta hanno salvato il giovane dalla morte.

Nell’autunno del 1941 iniziò il vero inferno per la divisione Bauman: finì sotto il fuoco incrociato dei carri armati e dell’aviazione tedesca. Le postazioni sovietiche riuscirono a respingere l’avanzata dei carri armati, ma vennero colpiti duramente dall’aviazione. Durante uno di questi raid, Vladimir riuscì ad abbattere un bombardiere Yu-87 colpendo l’abitacolo.

Nonostante il coraggio, la linea di difesa lungo l’autostrada di Minsk cadde e la divisione Bauman venne dispersa. Gruppi sparsi di combattenti sopravvissuti si fecero strada attraverso il bosco. A novembre, un gruppo di soldati sovietici, tra cui Vladimir Pereladov, si scontrò con un distaccamento più ampio di fascisti, ne seguì una feroce battaglia. I nazisti dovettero chiamare l’aviazione in soccorso. Fu in questa circostanza che l’esplosione di bomba causò una grave commozione cerebrale a Pereladov che fu catturato e finì nel campo di prigionia di Dorogobuzh.

Nelle sue memorie di questi giorni terribili, Pereladov scrive: “Una volta alla settimana, i tedeschi portavano nel campo due vecchi cavalli, e con la loro carne nutrivano i prigionieri di guerra. Due ronzini sottili per diverse migliaia di persone. Nessuna assistenza medica è stata fornita ai soldati e agli ufficiali feriti. Per fame e ferite, morivano a dozzine al giorno. I prigionieri passavano la notte all’aria aperta e le guardie si divertivano a sparare loro dalle torri.”

Nel maggio 1942 i prigionieri di guerra furono costretti a lavorare alla costruzione di rifugi per gli ufficiali delle truppe tedesche. Quando il portatore d’acqua del campo si ammalò, le autorità nominarono Vladimir, che conosceva un po’ di tedesco, a questo ruolo. Gli furono assegnati un vecchio ronzino e una carrozza con una botte di legno. Durante il trasporto dell’acqua il cavallo fuggì oltre il filo spinato, Pereladov scavalco anch’esso la recinzione per riportare indietro l’animale. Ahimè, Vladimir si imbatté in un distaccamento di uomini delle SS nella foresta. Cercò invano di dire loro che era andato a cercare un cavallo in fuga (che, infatti, fu presto trovato). Ma non gli credettero e lo picchiarono a morte.

Vladimir morente fu riportato al campo e gettato in una fossa come avvertimento per gli altri, al fine di fermare qualsiasi pensiero di fuga tra i prigionieri. Ma i prigionieri, tra i quali c’erano dei medici riuscirono a salvarlo.

Nell’estate del 1943 Vladimir Pereladov, con gli altri prigionieri russi, fu portato nel nord Italia, per costruire fortificazioni difensive lungo il crinale degli Appennini (“Linea di Gotha”). La popolazione locale, che odiava i tedeschi, trattava con grande partecipazione i russi che si trovavano in schiavitù. Portava loro cibo e vestiti.

In questa regione (tra le regioni di Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto) si concentrarono le principali forze partigiane italiane. Organizzavano sabotaggi contro i tedeschi e le camicie nere di mussolini, organizzavano imboscate a piccole guarnigioni e convogli nemici, e soccorrevano prigionieri in fuga. Tra coloro che furono aiutati c’era Pereladov, che lavorava in un campo vicino alla città di Sassuolo. Nel settembre 1943 Vladimir era finalmente libero; Guirino Dini, un anziano operaio di una fabbrica di biciclette, orchestrò la sua fuga.

Esausto, stremato dal duro lavoro, Vladimir finì nella casa del suo salvatore e di sua moglie Rosa. Loro figlio Claudio, arruolato nell’esercito di mussolini e inviato al fronte orientale, morì vicino a Stalingrado, e da allora Guirino Dini è divenne un collegamento partigiano a Sassuolo. Avendo perso il proprio figlio, l’anziana coppia si prese cura del fuggitivo russo, condividendo generosamente con lui le loro scarse scorte di cibo fino a quando non acquisì abbastanza forza per tenere di nuovo un’arma nelle sue mani. “I miei genitori italiani”, così Vladimir chiamò la coppia Dini.

Pereladov decise che poteva combattere il nemico in Italia come aveva fatto in Russia e nel novembre 1943 si unì al distaccamento dal comandante delle forze partigiane della provincia di Modena – Armando (vero nome – Mario Ricci).

Nella primavera del ‘44 , incaricato dal Comando partigiano, cominciò a scrivere volantini per i compatrioti disseminati in Emilia Romagna nei campi di prigionia, che venivano consegnati dalle staffette. “Fuggendo dalla prigionia voi avvicinerete l’ora della vittoria definitiva sul nemico. Fuggite dai tedeschi ed unitevi attivamente alla lotta per la nostra giusta causa. Combattendo con le mani in pugno voi laverete ogni macchia nera e tornerete con tranquilla coscienza in patria. La nostra Patria non dimenticherà coloro che fuggendo dalla prigionia prenderanno le armi in mano e combatteranno per la causa comune. Facendo vedere questo volantino, i patrioti italiani vi faranno giungere sulle montagne. Prendete la coraggiosa decisione e raggiungete i partigiani! Morte agli occupanti tedeschi fascisti! Vladimir Pereladov , ex prigioniero di guerra, ufficiale dell’Esercito sovietico.”

Il suo volere era la creazione di un gruppo partigiano russo di ex prigionieri fuggiti.

Battaglione partigiano russo d’assalto

Il primo compito che Pereladov completò come comandante del gruppo partigiano fu quello di far saltare in aria un ponte. Ma presto seguì un successo ben più grande: all’inizio dell’inverno, i partigiani, tra i quali ora combatteva un valoroso ufficiale russo, catturarono un intero battaglione di camicie nere fasciste nel villaggio di Frassinoro, ottenendo preziose provviste di cibo e armi. Quanto alla sorte dei fascisti catturati, quelli di loro che non furono visti nelle stragi della popolazione civile, essendosi disarmati, furono rilasciati o scambiati con partigiani e loro sostenitori, che languivano in prigione.

Il successo dell’operazione non poteva che ispirare Vladimir ei suoi compagni: nei mesi successivi liberarono diverse dozzine di prigionieri di guerra sovietici, con i quali crearono un distaccamento, che presto divenne noto come il battaglione d’assalto russo. “Non passava giorno”, scrive Pereladov, “che i reparti partigiani della nostra, e non solo nostra, zona non si rifornissero di un numero sempre maggiore di combattenti e ufficiali fuggiti dalla prigionia tedesca. Sono venuti non solo accompagnati da messaggeri e guide italiane, ma anche da soli”.

I partigiani passarono alle grandi operazioni militari. Nel nord Italia apparvero vaste zone liberate dai nazisti e dai fascisti: le “repubbliche partigiane”.

Il 5 giugno 1944 il comando partigiano emanò l’ordine di occupare Montefiorino. I nemici erano ben arroccati nel castello medievale e dalle sue grosse mura. L’impresa si presentò ardua e l’epilogo che conosciamo fu possibile solo grazie agli sforzi coordinati dei partigiani italiani e del battaglione russo. Inizialmente vennero cacciati i nemici dagli edifici in pietra, che scapparono subito. Ma il castello rimaneva inespugnabile, e dopo tre giorni di combattimenti e diverse perdite, venne presa la decisione di prendere d’assalto il castello. I partigiani aprirono fuoco con fucili e mitra e si lanciarono al portone d’accesso al grido dell’ “Hurrà” russo. I fascisti vennero imprigionati e ci fu un clima di feste per tutte le vie della cittadina, i russi vennero accolti con il sorriso e vennero sistemati nella villa.

Con la liberazione di Montefiorino, Frassinoro e altri comuni adiacenti venne costituita la Repubblica partigiana di Montefiorino, la prima repubblica libera italiana. “L’entusiasmo era al massimo. Una posizione chiave , e cioè un incrocio di tre importanti strade camionabili, era passata nelle mani delle forze partigiane.”

Il nemico non avrebbe guardato a lungo come semplice spettatore e dopo un breve intervallo di calma diedero inizio a una controffensiva violentissima. All’alba del 5 luglio un battaglione delle SS della divisione Göering cominciò un attacco presso Piandelagotti. Erano superiori in termini di unità e armi, occuparono la borgata e incendiarono case, fucilarono indistintamente i civili, saccheggiarono le famiglie. Vladimir e i suoi uomini (in accordo con i partigiani italiani) optarono per una carica alla baionetta, sostenuti dal fuoco delle armi italiane.
“Al grido di Hurrà ci lanciammo impetuosamente all’attacco all’arma bianca. Il poderoso Hurrà russo e il nostro impeto decisero a nostro favore l’esito del combattimento. I tedeschi restarono sbalorditi dalla nostra apparizione. Essi non avrebbero mai supposto che negli Appennini italiani sarebbe risuonato l’urlo russo.”

Il combattimento di Piandelagotti ebbe una grande risonanza, i tedeschi presero coscienza che i partigiani non erano disorganizzati e sprovveduti come avevano creduto e il battaglione russo accrebbe le proprie file.
Giunse Anatoli Tarasov, già attivo nei reparti partigiani dei Fratelli Cervi. Era un uomo istruito con una buona conoscenza della lingua italiana, un valore aggiunto importante. Venne nominato commissario politico del reparto russo. Il cielo era terso in quei giorni, i partigiani controllavano tutte le strade che collegavano Modena alla Linea Gotica, il battaglione era arrivato a comprendere 150 unità, non solo sovietici, ma anche jugoslavi e cecoslovacchi, ma le nubi dei nazisti erano pronte a oscurare nuovamente la nitidezza.

Il 29 luglio i tedeschi attaccarono Montefiorino da nord lungo la strada della valle del Secchia, da ovest puntarono contro Villa Minozzo e da sud contro Ligonchio. I nazisti lanciarono una massiccia offensiva. Le forze si rivelarono diseguali: i nazisti lanciarono tre divisioni composte da circa 15.000 uomini contro i partigiani

I partigiani presero posizioni difensive alla periferia del paese di Toano per ritardare l’avanzata della colonna tedesca verso Montefiorino. Il nemico lanciò artiglieria e mortai. Un gruppo di nazisti sfondò la linea di difesa e i partigiani, scavalcando il parapetto delle trincee, si precipitano al contrattacco.

“Aleksey Isakov, originario del Caucaso settentrionale, è stato ucciso. Quasi a distanza ravvicinata, ha ucciso tre fascisti, finite le munizioni, spaccò la testa del quarto con una mitragliatrice, e in quel momento un proiettile nemico lo colpì in faccia. Morì così un meraviglioso compagno, il nostro “Baffi”, come lo chiamavamo per i suoi bei baffi. Nello stesso contrattacco fu gravemente ferito Karl, il nostro “Austriaco”. Morì tre giorni dopo. Quest’uomo era un soldato dell’esercito nazista. Nel maggio del 1944 passò volontariamente dalla parte dei partigiani e partecipò a molte operazioni militari, mostrando autodisciplina e grande coraggio”, scrive Pereladov nel suo libro Appunti di un garibaldino russo.

Gli italiani non hanno dimenticato il loro compagno russo. Nel 1956 una delegazione di ex combattenti della resistenza italiana guidata da Armando visitò Mosca. Lo scopo del loro viaggio era innanzitutto l’incontro con il “Capitano Russo”. Un telegramma di convocazione fu inviato a Inta e Pereladov tornò nella capitale (ora per sempre) per abbracciare i suoi amici.

Per meriti militari, Vladimir Pereladov ha ricevuto l’Ordine della Bandiera Rossa di Guerra ed è stato presentato due volte al più alto riconoscimento dei partigiani italiani: la Stella Garibaldi al Valor. Ha descritto le sue incredibili avventure sul suolo italiano nel libro Appunti di un garibaldino russo.

La storia ci può portare lontano, molto lontano, ai tempi lontani, quando non eravamo ancora nati…E a lungo contempliamo, cerchiamo di capire, ciò che ci collega con il passato…Quanti anni, secoli, può contenere la memoria umana, prima che questi diventino qualcosa di ordinario e non riescano più a sfiorare le corde dell’animo? Che cosa può lasciare un segno indelebile nella memoria che non potrà mai svanire?” Con queste parole inizia il documentario “Bello Ciao” di Valeria Lovkova su Vladimir Pereladov

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I BAMBINI NEL MOVIMENTO PARTIGIANO ITALIANO. GLI EROI SOVIETICI HANNO LIBERATO LA “CITTÀ ETERNA”. LA METROPOLITANA ROMANA. ADA GOBETTI: GIORNALISTA, PARTIGIANA E GIOVANE MADRE

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