Antifa Ah Ah Ah

 

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L’antifascismo, oggi sotto attacco, sconta la fine di una certa copertura istituzionale, venuta meno con la sparizione di quei partiti che avevano costituito l’arco costituzionale antifascista negli anni della cosiddetta prima repubblica. Questi partiti erano promotori di una lettura aclassita e neutra dell’antifascismo ben calibrata rispetto alla particolare situazione dell’Italia di allora, terra di frontiera nel mondo diviso in due blocchi. Nella seconda metà degli anni ’80, l’arco cominciò ad essere scardinato dall’attivismo craxiano, attraverso frequenti aperture al Msi, in nome di un “socialismo nazionale” destinato ad un eterno ritorno, in funzione anticomunista e proprio in concomitanza con le prime avvisaglie dell’imminente sgretolamento, ad Est, del blocco socialista.

La lettura dell’antifascismo fornita dall’arco, pur volutamente deficitaria e falsificatrice sia delle reali forze in campo espresse dalla Resistenza che delle sue aspirazioni socialiste largamente maggioritarie, sembrava fare da argine a quello che, con i primi anni ’90, sarebbe divenuto il fiume in piena della rilettura della storia e del revisionismo. Tuttavia, la letteratura revisionista, nella sua opera di denigrazione della Resistenza, ha tratto forza e alimento proprio da alcune visioni di comodo di certo antifascismo.

La necessità politica di preservare il mito resistenziale, quale lotta di liberazione nazionale di un intero popolo contro l’invasore tedesco ed il regime fantoccio della Rsi, ha registrato il secco rifiuto di considerare la parentesi resistenziale anche come “guerra civile”. In realtà, analizzando il fascismo, fin dalla fine del ’20 e cioè a partire dalla comparsa dello squadrismo, vale a dire l’elemento qualificante della sua esistenza come fenomeno autonomo, non possiamo prescindere dal tema della “guerra civile”. Attraverso il nuovo, per i tempi, strumento della violenza politica e organizzata su basi di massa, il fascismo dichiarò unilateralmente una guerra civile, distruggendo sistematicamente le posizioni faticosamente conquistate dal movimento operaio in decenni di battaglie sostanzialmente pacifiche.

Un’altra lettura di comodo, tipica della ricorrenza ufficiale una tantum, finisce col circoscrivere il fascismo agli anni della guerra e quindi cerca di presentarlo come corpo tutto sommato estraneo alla nazione, evitando di fare i conti con quelle forze politiche, economiche e sociali, molte di segno liberale e democratico, che finanziarono e sostennero fascismo e squadrismo fin dal ’21. Un errore ulteriore, stavolta imputabile soprattutto all’area di Sinistra, è quello di considerare il fascismo alla stregua di una semplice “guardia bianca”, ensemble di forze mercenarie al servizio della reazione, questa analisi schematica non solo nega autonomia al fenomeno ma manca di spiegare le ragioni della sua affermazione di massa, lambendo, inoltre, un’altra questione essenziale. Non si può fare servigio retroattivo più grande al fascismo del considerare la sua parabola storica predeterminata, strategicamente ben delineata, dai giorni turbolenti delle spedizioni punitive fino alla rovinosa caduta nella temperie del secondo conflitto mondiale.
In realtà, uno sguardo d’insieme al fenomeno, non può che offrirci l’immagine desolante di un movimento alle prese con continui passaggi di campo, in preda a convulse giravolte, viziato da un’intima contraddizione ontologica. Il fascismo si sviluppa senza soluzione di continuità lungo tutto il ventennio.

Il cosiddetto revisionismo ha colpito, all’interno e pesantemente, anche la Sinistra, soprattutto quella di derivazione comunista, con gli anni ’90, infatti, le correnti di revisione ideologica, nel milieu radicale, propugnatrici di una svolta in senso pacifista e non violento, hanno guadagnato un’indiscussa egemonia. Accantonato definitivamente il richiamo al bolscevismo e sostituita la lotta di classe con la retorica sui diritti umani, la Sinistra radicale offre oggi un’innocua lettura dell’antifascismo, proprio nel momento in cui l’estrema Destra si rende protagonista di una rinnovata offensiva, su scala continentale per il controllo delle strade, essa consegna al proprio corpus militante, desideroso di una controrisposta, null’altro che un’arma spuntata. Il richiamo alle sfortunate vicende del primo antifascismo si rende quindi necessario.

Nei primi anni ’20, nascondendo il loro pacifismo dietro una velleitaria fraseologia rivoluzionaria, i maggiorenti della Sinistra operarono sistematicamente per fiaccare preventivamente una risposta di massa e militante alle violenze fasciste. Furono gli avvenimenti a separare l’acqua dall’olio, i primi antifascisti, gli unici a passare dalle parole ai fatti, lasciando cadere lamentele e denunce verbali in favore di risposte più conseguenti, erano autentici rivoluzionari poiché le uniche forze, all’interno del movimento operaio allora pressoché l’unico bersaglio delle violenze fasciste, a praticare antifascismo furono quelle rivoluzionarie (comunisti, anarchici, dissidenti socialisti e repubblicani).

In Italia, quello dei partigiani fu un esercito combattente di un certo spessore numerico e militare ma fu netta minoranza: alcune decine di migliaia di audaci rispetto ai milioni di italiani attesisti, apatici, in attesa di un vincitore certo ma anche fascisti e filonazisti in quantità. All’interno di questa minoranza, una schiacciante maggioranza era schierata su posizioni rivoluzionarie (comunisti, socialisti, anarchici). Aggirata, quindi, la vulgata patriottarda e democraticheggiante da parata del 25 aprile, non ci resta che valutare come le diverse linee fuoriuscite in ambito resistenziale e che si proponevano, in modi assai diversi, di mutare radicalmente il volto del paese, siano state impietosamente sconfitte, in modi e in tempi diversi.

Con riferimento particolare al Pci di allora, autentico perno politico-militare della lotta partigiana, enucleiamo tre opzioni: quella moderata togliattiana, la rivoluzionaria interna al partito (Secchia), la rivoluzionaria esterna (si vedano le esperienze di Bandiera rossa a Roma e Stella rossa a Torino). Quest’ultima è stata la prima a segnare il passo, stretta tra la divisione del mondo in sfere d’influenza affermatasi col secondo conflitto mondiale, da un lato e il prevalere della linea collaborazionista enunciata da Togliatti con la “svolta di Salerno”, dall’altro. Con l’estromissione, anni più tardi, di Secchia dal vertice del partito anche la seconda è venuta meno, da quel momento, infatti, destri e sinistri nella dirigenza sono stati accomunati dal rifiuto della rivoluzione e la stretta osservanza parlamentarista. Tuttavia, anche la più ragionevole e presentabile linea togliattiana è risultata sconfitta.

Dalla “svolta di Salerno” in poi, la segreteria comunista si è abituata ad imporre, ad una base delusa e riluttante quando non apertamente ostile, il progressivo abbandono del terreno rivoluzionario, in favore di un ripiegamento su una linea gradualista e socialdemocratica. L’accettazione della continuità dello Stato, la mancata epurazione, i processi ai partigiani, la permanenza dei codici fascisti, il consenso, per ragioni tattiche, a tutto questo e molto altro non ha impedito il naufragio della linea a tappe, imposta da Togliatti con la sua interpretazione riduttiva della “democrazia progressiva” (così come l’apertura del partito alla chiesa con l’articolo 7 della Costituzione non ha salvato i comunisti dalla scomunica papale). Si voleva portare i comunisti nelle istituzioni, si sono portate le istituzioni nei comunisti. Quale migliore cartina di tornasole di questo fallimento nella situazione odierna, dove quelle stesse masse che il partito auspicava alla guida della società sono state virulentemente private perfino del diritto ad essere rappresentate. VOLEVAMO TUTTO – Valerio Gentili

ANTIFA

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L’Antifa nasce come movimento erede degli abolizionisti e in continuità con le Brigate Internazionali che combatterono Franco in Spagna, l’Internazionale Comunista sponsorizzò il movimento nel tentativo di porre fine alle ostilità tra i partiti socialisti in Europa per fare fronte comune contro i movimenti di Mussolini e Hitler.

Dal momento che il fascismo storico non esiste più, gli Antifa hanno allargato la nozione di “fascismo” fino a includere qualunque cosa, dal “patriarcato” (un concetto pre-fascista) alla transfobia (un concetto, questo, post-fascista). Gli attuali antifascisti mascherati sembrano ispirarsi più a Batman che a Marx o Bakunin.

Uno dei più grandi errori del movimento è stato quello di abbandonare la lotta all’imperialismo e al capitalismo nel momento in cui il fascismo storico veniva a mancare ed equiparare la critica all’immigrazione con il fascismo.

Bisogna fare un distinguo tra immigrati e immigrazione. Gli immigrati sono persone, che meritano considerazione. L’immigrazione è una scelta politica che deve essere valutata. Si dovrebbe poter discutere della cosa senza essere accusati di odiare gli stranieri; dopotutto i sindacati sono sempre tradizionalmente opposti all’immigrazione non per razzismo, ma perché può essere una strategia dei capitalisti per abbassare gli stipendi, nel tentativo di opporsi alla Caduta tendenziale del saggio di profitto
Rendendo il tema dell’immigrazione il punto focale per decidere se qualcuno è fascista o meno, gli Antifa impediscono un dibattito proficuo. Senza dibattito, il tema si polarizza su due argomenti: pro o contro. E chi vincerà tra i due?

La cosa peggiore di questi Antifà, ormai divenuti il Braccio armato del neoliberismo, è il loro sforzo di condurre una sinistra allo sbando verso una caccia alle streghe per braccare fascisti immaginari, distraendo la lotta contro le elite neoliberiste e le ingiustizie sociali. L’uso facile dei termini “fascista”, “rossobruno”, impedisce di identificare i veri nemici dell’umanità:
l’imperialismo globale, il capitalismo finanziario, il complesso industriale e militare posto a difesa dei privilegi dei pochi.

Le centrali di propaganda mediatica al servizio del capitale hanno ricettori molto sensibili, in grado di individuare e promuovere benevolmente le opzioni politico-ideologiche più funzionali al sistema.

 

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L‘antifascismo resta per tutti noi un valore fondante, perché giudichiamo il fascismo la più bieca e violenta forma assunta dalla dittatura della borghesia. Semplicemente continuiamo a credere, come ci insegna Marx, che la dittatura della borghesia prosegua anche nel modello “liberale”, e che essa nella fase attuale esplichi con egual violenza il proprio potere in senso imperialista.

In questo senso noi siamo antifascisti, anticapitalisti e antimperialisti, categorie queste ultime due, che molti “antifascisti” non ritengono necessarie, trovandosi poi a sostenere forze politiche “liberali” classiste a casa propria e guerrafondaie in casa altrui.

L’antifascismo dei “democratici liberali”, per come sono diventati oggi i “democratici liberali”, è un antifascismo che non ha niente in comune con il senso storico della seguente necessità: la distruzione di ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ossia la distruzione della borghesia organizzata come classe e l’instaurazione di una nuova società: quella socialista.

Nel fare questo noi comunisti riteniamo che il proletariato italiano, opportunamente guidato da un’organizzazione rivoluzionaria di classe, debba prepararsi ad uscire dai pilastri dell’imperialismo attuali: la NATO e l’Unione Europea. Se necessario il proletariato deve essere pronto a usare la forza per conquistare il potere economico oggi nelle mani di poche élite, e deve essere pronto a difendere con ogni mezzo le conquiste sociali contro la reazione del nemico. Per questo è necessario che tragga insegnamento dalla lezione del passato.

Noi in effetti non siamo solo antifascisti. Siamo comunisti, e storicamente il fascismo l’ha distrutto Stalin, uno dei più grandi comunisti della Storia.  Ribadiamo un concetto fondamentale Non può esistere antifascismo senza antimperialismo

La bandiera di Vlasov

Viviamo anni di revisione storica e simboli prima odiati e ripudiati oggi vengono esaltati.

Uno dei simboli che maggiormente ha visto trasformato il proprio significato è la bandiera tricolore della Russia. Il tricolore bianco blu e rosso sventolato per secoli da chi voleva distruggere la Russia oggi viene riconosciuto come simbolo tradizionale del paese  e delle sue profonde radici storiche.

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La bandiera bianca-blu-rosso prima della rivoluzione del 1917 non era presente tra gli emblemi del paese. E’ apparsa in Russia nel 1676 come bandiera commerciale, il suo utilizzo fu  legittimato per decreto da Pietro I nel 1705.
Il tentativo nel 1896 di trasformare questa bandiera in bandiera nazionale provocò una virulenta protesta nella società russa, che si oppose a tale introduzione.

Il  tricolore, come disposizione dei colori, non era altro che la riproduzione di alcune bandiere nazionali adottate da alcuni  stati europei, Nicola II decise di lasciare la bandiera tricolore come bandiera commerciale.

La grande storia della Russia è associata alla  bandiera rossa. Sotto la bandiera rossa difesero la loro patria e vinsero, Alexander Nevsky, Dmitry Donskoy, Ivan il Terribile, Minin e Pozharsky. I migliori reggimenti di Pietro il Grande sventolavano le bandiere rosse. Sotto la bandiera rossa il proletariato russo ha vinto la Grande Guerra Patriottica (Seconda guerra mondiale).

Negli anni della guerra civile (1918-1920), la Guardia Bianca guidata dai generali Kornilov, Denikin e Kolchak combattè contro il proprio popolo sotto il vessillo tricolore al fianco degli alleati dell’Intesa.

Durante la seconda guerra mondiale, la bandiera tricolore bianco-blu-rosso divenne il vessillo dell’esercito guidato dal traditore Vlasov, conosciuto come “Esercito Russo di Liberazione” o “La Legione Est delle SS” che combattè al fianco della Germania nazista.

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Chi era Andrej Andreevič Vlasov ?

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Durante le fasi iniziali dell’Operazione Barbarossa e della battaglia di Mosca: al comando della Seconda Armata d’Urto, Vlasov offrì una strenua resistenza contro i nazisti. Venne catturato la notte del 13 luglio 1942 dalle forze tedesche e portato al campo di prigionia di Vinniza.

Durante gli interrogatori a cui venne sottoposto, sentimenti anti-sovietici e anti-comunisti cominciarono a fare breccia: da fervente nazionalista sperava nella creazione di un Comitato Nazionale Russo che guidasse la liberazione del paese.
Le idee del generale furono subito ben accolte dallo stato maggiore tedesco che vide in lui un ottimo strumento di propaganda. Vennero redatti milioni di volantini da lanciare al di là della linea del fronte con un accorato appello del Generale Vlasov: circa 800.000 traditori risposero all’appello e passarono nelle fila della Wermacht.

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Negli anni 90 a seguito della caduta dell’Unione Sovietica il Giuda tricolore, per volere Eltsin, divenne la bandiera nazionale della Russia ed oggi purtroppo sovrasta il sacro Cremlino, sostituendo la bandiera rossa della Vittoria!

Siamo ben consapevoli che la bandiera tricolore fu  scelta dalla borghesia russa non per caso o per casualità. Questo dimostra un chiaro contenuto di classe: rilanciare la bandiera di Vlasov è la rivincita dei “signori” contro lo Stato Socialista e l’Armata Rossa dei lavoratori e dei contadini, scelta atta a celebrare la restaurazione del capitalismo in Russia. Questa è l’essenza della scelta di questi colori per la bandiera.

Come possiamo accettare la presenza del tricolore accanto alla Bandiera Rossa durante i festeggiamenti nel Giorno della Vittoria? Forse abbiamo dimenticato che durante la Parata della Vittoria a Mosca nel 24 giugno 1945 il tricolore di  Vlasov fu  gettato ai piedi del mausoleo di Lenin insieme alle altre bandiere fasciste?

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La verdad sobre las banderas

Compagno strappa la bandiera arcobaleno e innalza la bandiera rossa

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Perché cresce il fascismo? Perché la sinistra ha strizzato l’occhio ai potenti dimenticando lavoro e diritti sociali. I leader sono Saviano, Asia Argento, Boldrini, Botteri ed il popolo ha odiato la “sinistra”. Per battere i fascisti serve la bandiera rossa, non quella arcobaleno.(Marco Rizzo)

Per quasi trecentocinquanta anni, i diritti umani sono stati un importante, se non dominante, strumento dell’impegno mirante alla giustizia sociale. Nel corso di buona parte di questa storia, i diritti umani son stati invocati al fine di demarcare la propria posizione sul campo di battaglia. È altrettanto importante notare che, prima del XVII secolo, la giustizia sociale veniva promossa, il più delle volte, attraverso una lingua diversa da quella dei diritti umani. Se bisogna dare credito alle Chroniques di Froissart, le Jacquerie della campagna francese ed i contadini inglesi coinvolti nella rivolta del 1381 non possedevano una vera e propria nozione di diritti umani universali. Tentavano, invece, di rimpiazzare dei signori ritenuti iniqui, o facevano appello ai loro reggenti in modo da ottenere riparazione all’ingiustizia. Essi non reclamavano i propri diritti – poiché non ne avevano conoscenza – bensì equità e un trattamento umano. John Ball, uno dei leader della rivolta inglese, la quale giunse a un momento di illusoria “liberazione” contadina nel 1381, si riferisce abbia predicato: “Veniamo chiamati servi e picchiati se siamo lenti al loro servizio, eppure non abbiamo un signore cui rivolgere le nostre lamentele, nessuno che ci ascolti e ci renda giustizia. Andiamo dal Re – egli è giovane – e mostriamogli a qual punto siamo oppressi, riferiamogli che vogliamo che le cose cambino, o altrimenti le cambieremo noi stessi” [1]. Non ci si appellava, dunque, ad un insieme di diritti, bensì  alla saggezza ed al senso di giustizia incarnati da un potere superiore, potere superiore che, per altro, si sarebbe infine rivelato infido. Come affermato dal traduttore delle Chroniques, Geoffrey Brereton, Froissart “non si serve di una parola esattamente corrispondente di “eguale”. Invece, ricorre a “tutt’uno” o “tutti insieme” per indicare un destino condiviso. L’uguaglianza, sembrerebbe, è una condizione necessaria del ricorso moderno al concetto di “diritti universali”, priva di riscontro in Froissart.

Meno di trecento anni dopo, i diritti umani, diritti universali, avevano stabilito una solida testa di ponte nel pensiero sulla giustizia sociale. Portatrice di una nuova era costituzionale (codificazione dei diritti), la Guerra civile inglese innescò dibattiti in cui si evocava un mondo libero da privilegi feudali e diritto divino. Negli anni Quaranta del Seicento, in Inghilterra, la nozione di diritti “naturali” – di portata universale – informava i militanti anti-monarchici come Cromwell. I livellatori, fazione radicale del movimento contrapposto alla corona, si ergevano a favore dell’uguaglianza e dell’universalità dei diritti umani. Ed ancora, nella medesima epoca, emerge una “questione” a ciò inerente, la quale trova esposizione nella celebre dottrina dei rivoluzionari del XVII secolo, una question che permane tutt’oggi. Henry Ireton, generale dell’esercito di Cromwell, nonché uomo mal disposto nei confronti della difesa dei diritti comunitari avocata dai livellatori, ebbe a sostenere durante i dibattiti tenutisi nella chiesa di Putney:

“La cosa principale su cui insisto è che vorrei si avesse riguardo alla proprietà. Spero che non arriveremo a litigare per la vittoria – ma che ciascuno rifletta se egli non intenda raggiungerla per abolire ogni proprietà. Poiché qui si tratta della parte più fondamentale della costituzione del regno; se sopprimete la quale, sopprimete con essa ogni cosa…  Ora vorrei sapere a quale diritto vi appellate affermando che tutti gli uomini devono avere il diritto di voto nelle elezioni. Forse al diritto naturale? Se vi mettete su questo terreno, allora credo che dobbiate negare anche ogni proprietà e per questa ragione; in base allo stesso diritto naturale (sia quel che sia) da voi invocato e che vi consente di dire che ogni uomo ha un uguale diritto di scegliersi chi deve governarlo – in base allo stesso diritto naturale, egli ha lo stesso eguale diritto a qualsiasi bene cada sotto i suoi occhi – cibi, bevande, vestiti -, il diritto di prenderseli e usarne per il proprio sostentamento.”

Si tratta di un argomentazione semplice ma ingegnosa, raramente affrontata dagli odierni filosofi accademici. Ireton presuppone che la proprietà (individuale, non eguale, non universale) sia storicamente e logicamente prioritaria, oltreché sacrosanta, rispetto ai “diritti” così come intesi dai radicali. Dal suo punto di vista, nessuno può seriamente negare la validità della proprietà. Ma se assumiamo l’esistenza di diritti dotati di eguale ed universale applicabilità, naturalmente fondati, allora dobbiamo riconoscere che tutti hanno diritto ad acquisire qualsiasi cosa detenuta quale proprietà da qualcuno. Pertanto, l’idea di un diritto universale ed eguale a scegliere i governanti non può essere riconosciuta senza con ciò sancire il diritto a violare la proprietà. Ireton, dunque, confida che nessuno coinvolto nella discussione voglia giungere ad un simile risultato.

È questa incongruenza della proprietà che ha sempre sfidato la dottrina dei diritti umani. Risulta difficile far quadrare l’universalità del possesso, così come l’uguaglianza di esercizio e godimento promessi dalle dichiarazioni dei diritti umani, con l’asimmetria e l’ineguaglianza dei presunti diritti di proprietà. È arduo trovare uguaglianza e universalità nella distribuzione della proprietà. Tuttavia, gli apologeti del diritto alla proprietà l’hanno abilmente difeso fondendo l’inalienabilità dei diritti con quella della proprietà (in quanto opposta all’inalienabilità del diritto alla proprietà). La seconda sfida posta da Ireton ai diritti umani è rivolta al loro comune fondamento naturale. Egli schernisce  l’idea (“sia quel che sia”) di diritti aventi una qualche origine e sostegno “naturale”. Per quanto potesse già essere comune parlare di “diritti naturali”, doveva certo suonare strano per un conservatore che aveva solo familiarità con diritti creati per mano di un qualche essere, naturale o soprannaturale. Ovvero, Ireton poteva comprendere diritti generati per convenzione o dettati dall’autorità (sovrano o divinità). Ma riteneva incredibile accettare i diritti come qualcosa radicato nella natura o rivelato attraverso lo studio di essa. Del resto, ancor’oggi è difficile comprendere i “diritti naturali” in tal modo.

I primi sostenitori dei diritti ed i loro critici hanno affrontato le anomalie insite nella dottrina dei diritti con maggiore serietà rispetto ai suoi aderenti contemporanei, i quali si limitano a dare per scontata la coerenza del discorso intorno ai diritti. Richard Tuck, nel suo fondamentale studio sull’origine dei diritti umani, apre il suo minuzioso resoconto riportando l’aneddoto di un monaco benedettino che, nel 1515, riflette sulla tensione tra un tipo di discorso sui diritti (ius) ed uno sulla proprietà (dominium). Il lavoro accademico di Tuck dimostra le insicurezze dei primi teorici dei diritti – una disperata necessità di esporre delle basi per i diritti naturali al di fuori del capriccio soprannaturale o del dettato di un sovrano. In conclusione la disputa ruotava sul fondamento da conferire ai diritti, ovvero, l’auto evidenza o una costruzione razionale a partire da un ipotetico stato di natura. Grozio costituisce un esempio della prima opzione, una comprensione riflessiva dei diritti. Hobbes, ovviamente, della seconda.

Nella nostra epoca, i filosofi hanno generalmente cercato di giustificare i diritti umani tramite varianti del contratto sociale, l’eredità di Hobbes. Le teorie consequenzialiste, come l’utilitarismo, sono di norma incompatibili, o quantomeno a disagio, con strumenti sociali che siano intesi al contempo come inalienabili e universali. Da cui la celebre battuta di Bentham secondo cui i diritti sono una “assurdità sui trampoli”. I diritti umani, per tanto, sono problematici poiché esibiscono delle caratteristiche logiche peculiari. Spesso, vengono concepiti come controparti, nell’ambito della sfera morale, delle leggi di natura. Vale a dire, si ritiene condividano applicazione universale con dette leggi; dunque si pensano come funzionanti non solo in determinati tempi e luoghi, bensì in ogni tempo e luogo. Nel caso delle leggi che governano i corpi a riposo o in movimento, potremmo affermare che esse non vengono mai sospese. Analogamente, il diritto alla libertà di parola o di spostarsi liberamente sono ritenuti sia inalienabili che universali e, per ciò, mai sospesi. Ma è davvero così?

L’esperienza insegna che i diritti, non di rado, collidono tra loro. Il diritto di una persona a compiere una determinata azione può essere sopravanzato da quello di un’altra persona a fare qualcos’altro, qualcosa di incompatibile con la realizzazione della prima azione. Ad esempio, il tuo diritto a spostarti liberamente potrebbe entrare in conflitto col mio diritto a proteggere la terra fonte del mio sostentamento. Nel mondo reale della giurisprudenza gli esempi abbondano, esempi che richiedono l’arbitrato tra diritti in conflitto. Inoltre quando un diritto ha preminenza su un altro, possiamo coerentemente dire di quest’ultimo che è svuotato, un modo di esprimersi con cui si suggerisce che i diritto non sono sempre e comunque universali, nel senso dell’universalità delle leggi scientifiche. La celebre citazione di Wendell Holmes riguardo a un “pericolo chiaro e immediato” quale base per una sospensione di quello che, forse, è il più sacrosanto dei diritti umani, ovvero la libertà di parola, illustra la debolezza dell’analogia con le leggi della natura.

Gli aderenti al concetto secondo cui i diritti umani sono come le leggi scientifiche insistono nell’affermare che essi vengono scoperti riconosciuti. Ossia, come le leggi della termodinamica, i diritti umani si applicavano in epoca antica anche se nessuno li riconosceva. Così, gli schiavi, nell’Impero romano, si vedevano sistematicamente negare i propri diritti umani, sebbene nessuno li avesse ancora riconosciuti. Tuttavia, la credibilità di quest’interpretazione è messa alla prova allorché notiamo che quasi tutti i diritti umani sono socialmente vincolati; ad eccezione, forse, del diritto alla vita, i diritti umani presuppongono convenzioni sociali o istituzioni, e sicuramente non avrebbero un’esistenza significativa prima della creazione di simili artefatti sociali. Si consideri, per esempio, il diritto ad una stampa libera. Quale senso avrebbe postulare l’esistenza di tale diritto prima dell’invenzione dei caratteri mobili?

Nel contesto della dottrina e del discorso sui diritti oggi dominanti, la generazione di nuovi diritti diviene un fatto ubiquo e ordinario. Nuove tipologie di diritti, un’espansione dei soggetti di essi titolari (imprese, resti umani, feti, animali, natura, ecc.) e l’estensione in nuovi ambiti (ad esempio internet) sono comuni. Mentre il discorso sui diritti è onnipresente nella discussione politica la sua espansione rischia di incorrere in una sorta di annacquamento e trivialità. Tali preoccupazioni mettono in discussione il compiacimento espresso dai sostenitori dei diritti umani, quando ne celebrano la dottrina quale misura ultima della giustizia sociale. Le obiezioni citate suggeriscono che giustificare i diritti umani, o i codici su essi basati, non è né cosa ovvia né priva di problemi; indicano, inoltre, come la nozione di diritti non sia coerente quanto vorrebbero i suoi aderenti; ancora, che la portata o raggio dei diritti non sia strettamente vincolata, per non dire in alcun modo vincolata; infine, come i diritti umani siano strumenti dalla costruzione contingente, aventi una storia così come un’evoluzione. È quest’ultimo punto ad aprire la strada per una qualsivoglia seria analisi dei diritti umani e della loro utilità.

Diritti umani e marxismo

Una maggiore chiarezza deriva dall’impresa dell’archeologia dei diritti umani universali. Grazie all’accurato lavoro di ricerca accademico svolto da Ricahrd Tuck e altri [6], siamo in grado di individuare degli antecedenti ai diritti umani (pre-diritti o proto-diritti), un loro punto di maturazione (o uno “spartiacque”) e, infine, un loro continuo sviluppo. Un’esame scrupoloso della documentazione sul discorso intorno ai diritti umani ne rintraccia la trasformazione, da un’antica nozione riguardante un tipo di proprietà individuale, fondamentalmente un rapporto privato tra individui (ius), sino ad un più solido e generalizzato rapporto di diritti, detenuti in confronto a tutti e, finalmente, detenuti da tutti. Un’evoluzione, quest’ultima, coincidente abbastanza da vicino con l’esaurirsi e l’eliminazione del privilegio feudale, nonché con l’emergere e maturare dei rapporti capitalistici di produzione e distribuzione. Le implicazioni di tale ricerca nella storia delle idee sfuggono ai filosofi angloamericani, i quali sguazzano ai confini della questione dei diritti umani, immersi in aspetti secondari quali i diritti del feto, degli animali e delle imprese. Altri ancora disquisiscono su questioni fondazionali, che consentano di ancorare i diritti umani all’universo morale, ora e per l’eternità. L’idea stessa dei diritti umani intesi come strumento sociale in evoluzione, valutato al meglio e raccomandato per la sua efficacia ed adeguatezza sociale, risulta repellente per non pochi filosofi accademici contemporanei.

L’avversione dei filosofi morali rispetto ad un approccio empirico e storico al tema dei diritti scaturisce, senza dubbio, da una manichea confusione tra riconoscimento dei costrutti sociali e culturali e relativismo politico e morale, la negazione di validità a qualsiasi rivendicazione di diritti. Ma questo è sicuramente un atteggiamento semplicistico e assolutista. È infatti possibile accordare validità ai diritti individuali, ai sistemi di diritti, ai beneficiari e titolari di diritti in momenti e luoghi specifici. È ben lungi dal relativismo concedere che i diritti sono utili, persino essenziali, o appropriati a seconda delle circostanze. Insistere sull’assoluta universalità dell’applicazione, della portata ed estensione dei diritti umani inevitabilmente suscita i problemi già descritti. Probabilmente, nessuno più di Marx ha visto le istituzioni, le pratiche e gli altri artefatti della storia umana quali costrutti sociali adattivi e in evoluzione. Per Marx, entità sociali  come i diritti umani sono meri epifenomeni per i rapporti sociali [7]. Detto in altri termini, il discorso sui diritti è semplicemente un’acronimo per una serie di convenzioni, legate ad una particolare epoca della storia umana, un’epoca (e delle convenzioni) definiti dai contemporanei meccanismi finalizzati a provvedere ai bisogni e alle necessità materiali degli esseri umani.

La rigorosa fedeltà metodologica di Marx nei confronti del metodo storico, la coerente ricerca delle determinanti sociali di istituzioni e convenzioni umane spiegano, probabilmente, i suoi brevi incontri e l’atteggiamento sprezzante con i diritti umani. Egli li vedeva come un artefatto dell’ascesa della borghesia quale forza sociale dominante nell’era moderna. Slogan, codici e costituzioni fondati sui diritti umani erano dunque da intendersi come strumenti utili a svincolare e promuovere tale classe dominante  emergente, nonché la sua visione del mondo. In Sulla questione ebraica, Marx intende i diritti dell’uomo sia come canonizzazione dell’individualismo  sia come definizione dei confini della vita sociale:

“Nessuno dei cosiddetti diritti dell’uomo oltrepassa dunque l’uomo egoistico… cioè individuo ripiegato su se stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio  privato, e isolato dalla comunità… L’unico legame che li tiene insieme [gli individui] è la necessità naturale, il bisogno e l’interesse privato, la conservazione della loro proprietà privata e della loro persona egoistica.”

È in questa giovanile formulazione che Marx sviluppa la nozione di diritti umani al servizio dell’homo economicus – esseri umani preoccupati solo del proprio individuale, ed asociale, interesse personale.

Questo tema trova un ulteriore sviluppo nel Capitale, in cui l’ambito dei rapporti capitalistici di produzione viene considerato come coestensivo a quello dei diritti umani. Inoltre, le due sfere traggono beneficio l’una dall’altra: i diritti umani forniscono il quadro morale e legale (istituzionale) per lo scambio “equo” tra forza-lavoro e salari. Laddove il modo capitalistico di produzione genera e spinge l’individualismo e l’interesse personale essenziali al fascino dei diritti umani.

“La sfera della circolazione, ossia dello scambio di merci, entro i cui limiti si muovono la compera e  la vendita della forza-lavoro, era in realtà un vero Eden dei diritti innati dell’uomo. Quivi regnano soltanto Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham. Libertà! Poiché compratore e venditore d’una merce , per es. della forza-lavoro, sono determinati solo dalla loro libera volontà. Stipulano il loro contratto come libere persone, giuridicamente pari. Il contratto è il risultato finale nel quale le loro volontà si danno un’espressione giuridica comune. Eguaglianza! Poiché essi entrano in rapporto reciproco soltanto come possessori di merci, e scambiano equivalente per equivalente. Proprietà! Poiché ognuno dispone soltanto del proprio. Bentham! Poiché ognuno dei due ha a che fare solo con se stesso. L’unico potere che li mette l’uno accanto all’altro e che li mette in rapporto è quello del proprio utile, del loro vantaggio particolare, dei loro interessi privati. E appunto perché così ognuno si muove solo per sé e nessuno si muove per l’altro, tutti portano a compimento, per un’armonia prestabilita delle cose, o sotto gli auspici d’una provvidenza onniscaltra, solo l’opera del loro reciproco vantaggio, dell’utile comune, dell’interesse generale.”

È l’intimo legame tra diritti umani e modo capitalistico di produzione a definire la prospettiva di Marx e la comprensione marxista dell’ascesa e ubiquità del discorso sui diritti nel dibattito politico. Per i marxisti le dichiarazioni e codificazioni dei diritti umani sono inseparabili dal ruolo che esse svolgono nella società borghese, dal loro posto nella fabbrica sociale del capitalismo. La dottrina dei diritti umani funge da fondamento sicuro e compatibile per la morale, la legge e la politica nel corso dell’ascesa e maturazione del modo capitalistico di produzione. Friedrich Engels ha riassunto l’opinione marxista circa i diritti umani in L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza:

“I grandi uomini che in Francia, illuminando gli spiriti, li prepararono alla rivoluzione che si avvicinava, agirono essi stessi in un modo estremamente rivoluzionario. Non riconoscevano alcuna autorità esterna di qualsiasi specie essa fosse. Religione, concezione della natura, società, ordinamento dello Stato, tutto fu sottoposto alla critica più spietata; tutto doveva spiegare la propria esistenza davanti al tribunale della ragione o rinunziare all’esistenza. L’intelletto pensante fu applicato a tutto come unica misura. Era il tempo in cui, come dice Hegel, il mondo venne poggiato sulla testa, dapprima nel senso che la testa dell’uomo e i princìpi trovati dal suo pensiero pretendevano di valere come base di ogni azione e d’ogni associazione umana; ma più tardi anche nel senso più ampio che la realtà che era in contraddizione con questi princìpi fu effettivamente rovesciata da cima a fondo. Tutte le forme sociali e politiche che sino allora erano esistite, tutte le antiche concezioni che si erano tramandate furono gettate in soffitta come cose irrazionali; il mondo si era fino a quel momento lasciato guidare unicamente da pregiudizi; il passato meritava solo compassione e disprezzo. Ora per la prima volta spuntava la luce del giorno; da ora in poi la superstizione, l’ingiustizia, il privilegio e l’oppressione dovevano essere soppiantati dalla verità eterna, dalla giustizia eterna, dall’eguaglianza fondata sulla natura, dai diritti inalienabili dell’uomo.

Noi sappiamo ora che questo regno della ragione non fu altro che il regno della borghesia idealizzato, che la giustizia eterna trovò la sua realizzazione nella giustizia borghese; che l’eguaglianza andò a finire nella borghese eguaglianza davanti alla legge; che la proprietà borghese fu proclamata proprio come uno dei più essenziali diritti dell’uomo; e che lo Stato secondo ragione, il contratto sociale di Rousseau, si realizzò, e solo così poteva realizzarsi, come repubblica democratica borghese. I grandi pensatori del secolo XVIII non poterono oltrepassare i limiti imposti loro dalla loro epoca più di quanto avevano potuto tutti i loro predecessori.”

Dunque, i diritti umani sono elemento di un’intera visione del mondo – una sovrastruttura, se si vuole – prodotto dell’emergere del capitalismo e da esso sostenuta. I diritti individuali, inalienabili e universali, costituiscono il quadro morale, legale e politico maggiormente compatibile e simpatetico col sistema capitalistico.

Ciò non significa condannare i diritti umani, bensì collocarne l’ascesa e lo sviluppo nel contesto dell’ascesa e sviluppo del capitalismo. Nella misura in cui il capitalismo era una forza liberatrice, i diritti umani erano base per una società più giusta e foriera di liberazione. L’emancipazione della borghesia è stata, in modi rilevanti, un passo da gigante nell’emancipazione delle masse, nell’avanzamento dei lavoratori. Di fatto, dichiarazioni e costituzioni riconoscenti i diritti umani hanno ispirato le lotte di milioni di persone, aspiranti a maggiore partecipazione nella vita civica e politica delle repubbliche borghesi. L’appello ai diritti umani ha agevolato la lotta contro la schiavitù, quella a favore del suffragio universale e molte altre riforme fondamentali. Mentre queste ultime hanno spesso tratto alimento dai diritti umani, esse sono giunte solo a “perfezionare” e “completare” le promesse dell’epoca borghese. Non hanno, quindi, lanciato una sfida nei suoi confronti.

Comprensione e fraintendimento della critica marxista dei diritti umani

I marxisti non sono mai stati ostili nei riguardi della dottrina dei diritti umani per se. Hanno, tuttavia, criticato il feticismo dei diritti umani, negando a questi lo status di esclusivo arbitro della moralità e della giustizia sociale; contestandone inoltre l’autorità, laddove estesa a tutti i tempi e luoghi. Nel corso del XX secolo, i marxisti hanno espresso numerose rivendicazioni radicali nel linguaggio dei diritti, dalla sindacalizzazione all’autodeterminazione nazionale. I comunisti si sono battuti per il diritto ad un giusto processo nel caso di molte vittime di pregiudizio e ingiustizia. Hanno sempre avuto un ruolo preminente tra i sostenitori della causa dei diritti civili di gruppi razziali o nazionali oppressi. Infine, hanno lottato per il loro stessi diritti, da quello di associarsi liberamente a quello di parola e diffusione delle idee.

Fatto ancor più significativo, i comunisti sono stati decisivi, durante il secondo dopoguerra, nell’arricchire le dichiarazioni dei diritti umani con l’inserimento dei diritti positivi all’occupazione, all’asilo, al welfare, insieme a molti altri diritti costitutivi della giustizia economica. Certamente, alcuni liberali vicini al New Deal e i socialdemocratici europei hanno anch’essi supportato tale esito, ma l’Unione Sovietica e altri paesi socialisti si sono schierati a favore di più solidi e completi diritti sociali, mentre i rappresentanti dei paesi capitalisti hanno cercato di limitare le dichiarazioni dei diritti a quelli individuali a protezione dell’azione, dello spazio e della proprietà. I paesi socialisti si sono inoltre posti alla guida del processo di decolonizzazione, tramite un accordo internazionale circa il diritto delle nazioni e dei popoli all’autodeterminazione, un diritto accolto con ben scarso entusiasmo dalle potenze coloniali e dai loro alleati.

Dopo la Seconda guerra mondiale, le dichiarazioni dei diritti proliferavano, riflettendo sempre più le differenze frutto della Guerra fredda, differenze radicali nella visione del mondo. In misura sempre maggiore, accordi e dichiarazioni esprimevano posizioni ideologiche plasmate dall’equilibrio delle forze, nel contesto di organismi internazionali come l’ONU. Questa fase di evoluzione della dottrina dei diritti umani assumeva l’aspetto di un campo di battaglia, nel quale si fronteggiavano sostenitori del socialismo e del capitalismo. Ovviamente, in occidente, non veniva presentato in tal modo, bensì come scontro fra sostenitori dei diritti umani e coloro che invece li calpestavano. Grazie a ideologi della Guerra fredda come Isaiah Berlin [11], i diritti umani presero ad essere identificati con quell’insieme di diritti compatibili con l’ordine capitalista e le classi medie. A mia conoscenza, nessuna campagna è mai stata organizzata dall’establishment dei diritti umani in difesa dell’Articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, ovvero l’articolo che garantisce “un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere… con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”.

Che siano emerse o meno da motivazioni sincere, le organizzazioni per i diritti umani sono fiorite durante la Guerra fredda col generoso ed esplicito supporto di ricchi sostenitori, fondazioni e persino grandi aziende. Probabile anche il sostegno occulto dei servizi di sicurezza occidentali. È interessante notare che alcune delle più importanti ONG a difesa dei diritti (The International Republican Institute, The National Democratic Institute for International Affairs, National Endowment for Democracy, International Foundation for Electoral Systems, etc.) agiscono, sotto un velo assai sottile, quali canali per i fondi del governo USA. Che l’evoluzione dei diritti umani sia stata modellata da ampie e tendenziose considerazioni politiche è indiscutibile. Che il loro patrocinio sia stato contaminato, compromesso e, in non poche occasioni, corrotto, è altrettanto pacifico.

A partire dalla scomparsa in Europa della comunità di paesi socialisti, la NATO ed i suoi padroni capitalisti hanno offuscato la reputazione della dottrina dei diritti umani, smantellando la Jugoslavia, distruggendo la società civile libica e minacciando ora la sovranità siriana, il tutto, appunto, sotto la bandiera dei diritti umani. Laddove decine di migliaia sono morti a causa di tali violazioni dei diritti fondamentali all’autodeterminazione e alla non-ingerenza, l’establishment dei diritti umani è rimasto in larga parte silente, tanto riguardo ai costi umani che alla concomitante ipocrisia. Quando i diritti umani sono divenuti un’arma nella lotta dell’occidente con l’Unione Sovietica, le potenze occidentali hanno fatto di tutto per mettere in vetrina i diritti civili sanciti nelle rispettive costituzioni liberali. Eludendo le limitazioni alle libertà d’azione imposte dall’ineguaglianza economica, questi regimi evocavano un’immagine di spensierata espressione tramite la parola, movimento illimitato e successo personale.

Un esempio dell’efficacia dei diritti umani come arma politica è emerso già ai primordi della Guerra fredda. La costruzione del socialismo nella Germania orientale formava migliaia di professionisti, i quali, tuttavia, ricevevano un compenso modesto. Il meno egualitario ovest allettava molti, inducendoli a lasciare l’est alla ricerca di opportunità per una più prospera crescita personale. Data la comunanza di lingua, cultura e la prossimità, “disertare” non costava troppo. Questa tattica non solo drenava dall’est competenze, ma di fatto rubava anche le risorse finalizzate alla formazione professionale, oltre a erodere ogni senso di solidarietà sociale. A fronte di perdite crescenti, l’est costruiva il famigerato Muro di Berlino. Sebbene vi fosse una spiegazione credibile per la sua edificazione, gli USA e i loro alleati manifestarono indignazione per la violazione dei diritti umani. L’assolutismo dei diritti umani si è dimostrato un potente ostacolo alla funzionalità del muro. Una lezione ben appresa dai propagandisti occidentali. Ovviamente l’occidente ha fallito alla prova della coerenza. La questione dei diritti umani costituiva un’evidente fonte di imbarazzo per le potenze occidentali, le quali intrattenevano rapporti stretti e amichevoli con regimi sprezzanti al riguardo, ma risolutamente anticomunisti. Invece dell’ostilità, gli Stati Uniti mantenevano legami stretti col regime dell’apartheid sudafricano, il tutto sotto l’ombrello della politica ipocrita nota come “impegno costruttivo”, atteggiamento tenuto anche rispetto ad altri governi spregevoli.

Dalla fine della Guerra fredda, gli USA e molti dei loro alleati hanno lasciato cadere la pretesa di rappresentare un bastione dei diritti umani, una tacita ammissione della funzionalità di questi ultimi agli obiettivi della suddetta guerra. La creazione di un “grande fratello” da parte dell’amministrazione Bush, ed il suo ulteriore implemento sotto l’amministrazione Obama, evidenziano il cinismo ufficiale circa diritti umani come quello alla privacy, alla libertà di parola e di associazione. La quiescenza delle principali organizzazioni a difesa dei diritti umani rispetto a tali sviluppi odora di ipocrisia. La presunta sorveglianza della società civile da parte dei cosiddetti “totalitarismi” del passato impallidisce di fronte ai mezzi tecnologici a disposizione degli apparati di sicurezza nazionale USA.

Tuttavia, la critica marxista ai diritti umani non si limita alle accuse di incoerenza, ipocrisia e cinismo. I marxisti, infatti, obiettano che la dottrina dei diritti umani sottrae spazio ad altre ugualmente degne. Se una costituzione possa essere costruita senza il diritto alla proprietà e la sua sacralità spetta ad altri deciderlo. Ma il fatto è che il cosiddetto diritto alla proprietà ha costituito l’ostacolo fondamentale all’accettazione della visione alternativa marxista. L’ascesa del capitalismo ha dato origine non solo alla dottrina dei diritti umani, ma anche ad uno strumento di contrapposizione a favore della giustizia sociale: il concetto di sfruttamento del lavoro. L’uso del termine “sfruttamento”, nella sua applicazione all’essere umano, coincide grosso modo con l’emergere del capitalismo industriale e, in particolare, con la difesa del lavoro. Sebbene Karl Marx non abbia certo gettato il seme di tale idea, né l’abbia per primo utilizzata in difesa dei lavoratori, insieme a Friedrich Engels , senza dubbio, l’ha posta al centro della critica sociale radicale, indicando l’eliminazione dello sfruttamento quale obiettivo di punta per la classe lavoratrice. Per buona parte dell’epoca moderna, l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo ha costituito la parola d’ordine principale del movimento operaio.

Ma eliminare lo sfruttamento si interseca e contrasta esattamente col diritto, inteso come assoluto e inalienabile, alla proprietà. Nel senso marxiano, lo sfruttamento è la conseguenza logica della proprietà privata dei mezzi di produzione; non vi può essere un persistente e sistematico sfruttamento del lavoro (nel senso tecnico marxista) senza l’istituzione della proprietà privata e dell’insieme di diritti posti a sua protezione. È proprio tale intersezione a generare una divisione di classe tra difensori dei diritti umani e sostenitori della classe lavoratrice rivoluzionaria. In buna parte del mondo in via di sviluppo, molti prestano poca o nessuna attenzione alle richieste di libertà di stampa, movimento, dissenso o proprietà, quando sono privi dei più rudimentali mezzi per esercitare ognuno di questi diritti, così come molti altri inclusi nel canone dei diritti umani. Vedono invece gli estremi della ricchezza e della povertà come ostacoli alla soddisfazione delle loro necessità basilari, persino alla loro sopravvivenza. Vedono che il loro precario aggrapparsi alla vita non viene rafforzato dai diritti borghesi, bensì solo da un radicale riordinamento dei rapporti economici. E l’appello all’eliminazione dello sfruttamento rappresenta la più alta espressione di questo punto di vista.

È imperativo comprendere che i classici diritti umani borghesi, intesi come diritti negativi, ovvero quali diritti formali e procedurali alla libertà, hanno poco da offrire a coloro che non detengono i mezzi per godere della protezione che garantiscono. La loro celebrazione da parte delle classi relativamente benestanti – quelle medio alte, in particolare delle nazioni economicamente avvantaggiate – non è condivisa da quanti in condizione di inferiorità economica. Tuttavia, ciò non toglie niente al loro valore. Così come le grandi ed uniche opere d’arte, chiunque è in grado di apprezzarne l’esistenza, ma pochi ne traggono conforto nella lotta quotidiana per la vita. Si tratta di una realtà che sfugge all’establishment dei diritti umani, limitandone le campagne. Il loro ostinato rifiuto di abbracciare i diritti positivi all’alloggio, al sostentamento, all’occupazione, all’assistenza sanitaria, ecc., come parte del canone dei diritti umani, ne sminuisce l’impegno per la giustizia sociale esponendoli all’accusa di speciosità. L’attenzione dogmatica ai diritti individuali e l’ostinata cecità riguardo a quelli socialiculturalinazionali, come il diritto all’autodeterminazione, incoraggiano al compromesso con istituzioni ostili a questi ultimi. Al pari di tutti gli strumenti ideati dagli esseri umani, i diritti umani sono funzionali solo a seconda di chi li detiene ed esercita.

Fonti

Diritti umani: una prospettiva marxiana

Philosophers for Change

Froissart, Chronicles, trad. di Geoffrey Brereton (Londra, 1978) p. 212.

Freedom in Arms, A.I. Morton (a cura di), (New York, 1975) p 43-44.

Tuck, Richard, Natural Rights Theories: Their Origin and Development (Cambridge, 1979).

Tuck, Richard. Natural Rights Theories: Their Origins and Development (Cambridge, 1979); Finnis, J.

Natural Law and Natural Rights (Oxford); Rights, White, A. R. (Oxford, 1980).

Marx, Karl, Il Capitale (Einaudi, 1975), vol. I, cap. I, p.86.

Marx, Sulla questione ebraica, Archivio Marx-Engels.

Marx, Il Capitale (Einaudi, 1975), vol. I, cap. IV, p. 212.

Engels, Friedrich, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Archivio Marx-Engels.

Bepi del giasso: Giuseppe del ghiaccio

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Un giovanotto che veniva dalla Georgia, un esponente di primo piano del partito socialdemocratico russo, fazione dei bolscevichi, per scappare alle grinfie della polizia zarista e cercando un modo per raggiungere la Svizzera, nel 1907 cercò riparò in Italia.

Egli partì nascosto in una nave da carico mercantile che trasportava granaglie da Odessa ad Ancona, dove sbarcò in gennaio. Ad Ancona si mise a lavorare in un albergo, ma l’attività durò poco. Lui, uomo timido e introverso, non riusciva proprio a comunicare con i clienti. Si trasferì quindi a Venezia.

Dopo aver girovagato un po’, gli anarchici della città lagunare lo accolsero e lo battezzarono “Bepi del giasso” (Bepi del ghiaccio), a ricordare che non veniva certo da climi tropicali.

Gli tornarono utili sia la sua conoscenza dell’armeno che l’aver studiato alla scuola teologica di Gori e nel seminario cristiano-ortodosso di Teflis, tanto che, quando si presentò a chieder ospitalità e lavoro all’abate generale di San Lazzaro, allora Ignazio Ghiurekian, il giovane Bepi poteva contare sul fatto di saper servire messa secondo i rituali latino ed ortodosso, nonché di suonare le campane con i rintocchi richiesti da entrambe le confessioni.

Fu così che “Bepi del giasso” rimase per un po` a San Lazzaro degli armeni a far da campanaro.

Bepi se ne andò invece per raggiungere Berlino dove in Aprile, assieme ad una ventina di membri al vertice del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, pianificò un colpo che rimarrà poi nella storia.

Il 26 giugno del 1907 a Tbilisi, la capitale della Georgia c’era una grande agitazione di polizia intorno a piazza Erivan, una delle più importanti del centro. Le autorità zariste avevano saputo che qualche gruppo rivoluzionario stava preparando un attacco o qualcosa di simile, e avevano messo a presidiare la zona più poliziotti del solito.

Intorno alle dieci e mezza di mattina attraversò la piazza una carrozza trainata da cavalli: a bordo c’erano due guardie armate, un contabile, un bancario, e centinaia di migliaia di rubli della Banca di Stato dell’Impero russo diretti a una filiale locale.

I rivoluzionari uscirono da una taverna sparando e lanciando bombe, seminando il panico tra i civili che erano nella piazza e in generale nel centro di Tbilisi, che fu devastato e preso dalla confusione. Le esplosioni ruppero i vetri delle case sulla piazza.

Le bombe ferirono i cavalli della carrozza portavalori, che si ribaltò: uno dei rivoluzionari prese i sacchi di denaro e li lanciò su una carrozza e fuggì. Come ha raccontato Simon Sebag Montefiore nel suo Giovane Stalin, uno dei saggi che contiene più informazioni sulla rapina di Tbilisi, il rivoluzionario Kamo alla guida della carrozza fu fermato da un gruppo di poliziotti, davanti ai quali si finse un militare urlando: «Il denaro è al sicuro, andate in piazza!».

Fu lasciato andare, e tornò al quartier generale dei rivoluzionari, dove si cambiò d’abito e incontrò i complici, che erano riusciti tutti a scappare. Le autorità dissero che i morti furono soltanto tre, ma gli storici concordano nel ritenere che furono circa 40.

In totale, erano stati rubati 340mila rubli, l’equivalente di oltre 3 milioni di dollari di oggi.

Nel 1916 tornò in Russia giusto in tempo per la rivoluzione e, qualche anno dopo, divenne Segretario generale del Partito Comunista e guida dell`Unione Sovietica col soprannome di “Piccolo Padre”.

Ebbene sì, quel Bepi del giasso che fu per breve tempo campanaro di San Lazzaro, di solito non lo si chiama per nome, Josef, ma per pseudonimo Stalin

Ne “La casa dorata di Samarcanda” (1996) ambientata nel 1921, al posto di blocco al confine con l’Azerbaigian il marinaio Corto Maltese chiede al commissario politico di chiamare direttamente al Cremlino, il commissario è sconcertato e suda freddo e si stupisce ancora di più quando dall’altro capo del telefono “il commissario per la nazionalità” risponde: “sei proprio tu Corto?!”.

“Ne sono passati di anni da quel 1907– dice il marinaio-evidentemente non eri tagliato per fare il portiere di notte, lo dicono ancora oggi ad Ancona, dicono che eri troppo timido. Gli armeni, invece, dicevano che con le campana ci davi troppo dentro…”

“No – risponde Bepi – non è per quello è che non andavo a genio all’abate mechitarista perché uscivo di notte!”.

“Fantastico – ribatté Corto – diverrai segretario generale del partito perchè non ti hanno lasciato fare il portiere di notte ad Ancona o il campanaro a Venezia”.

Forse non tutti sanno che… (la storia di Peppino del ghiaccio)

La leggenda di Bepi del Giasso, meglio conosciuto come Stalin

La casa dorata di Samarcanda

La rapina di Tbilisi

Marx: Il nemico non è l’immigrato ma il capitale

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Il 9 aprile 1870, Karl Marx scrisse una lunga lettera a Sigfrid Meyer e August Vogt, due dei suoi collaboratori negli Stati Uniti.1 In essa Marx toccava una serie di temi, ma il suo obiettivo principale era la “questione irlandese”, compresi gli effetti dell’immigrazione irlandese in Inghilterra. Questa discussione pare sia stata la più estesa trattazione di Marx sull’immigrazione, e mentre rappresenta difficilmente un’analisi completa, rimane interessante come un campione del pensiero di Marx sull’argomento, almeno in un giorno nel 1870.

Dati i dibattiti intensi e spesso amari sull’immigrazione che si stanno svolgendo negli Stati Uniti e in Europa, la lettera a Meyer e Vogt ha ricevuto sorprendentemente poca attenzione dalla sinistra moderna. I sostenitori dei diritti degli immigrati, in particolare, hanno ignorato i pensieri di Marx sulla questione, in particolare la sua osservazione – che riflette la sua valutazione del modo in cui il sistema capitalista opera – che l’afflusso di immigrati irlandesi sottopagati in Inghilterra forzava verso il basso i salari dei lavoratori inglesi nativi. In realtà, molti sostenitori attuali dei diritti degli immigrati si sono schierati dalla parte degli economisti liberali che insistono sul fatto che l’immigrazione aumenta in realtà i salari per i lavoratori nativi.2

Marx sull’immigrazione irlandese

Nella sua lettera del 1870, Marx accusava la politica inglese verso l’Irlanda di essere basata principalmente sugli interessi economici dei capitalisti industriali inglesi e dell’aristocrazia terriera. L’aristocrazia inglese e la borghesia, scriveva, hanno avuto “un interesse comune…a trasformare l’Irlanda in pura e semplice terra da pascolo che fornisce carne e lana ai prezzi piú bassi possibili per il mercato inglese”.

Per i capitalisti c’era anche un interesse nel ridurre la popolazione irlandese con l’espulsione e l’emigrazione forzata, ad un piccolo numero tale che il capitale inglese (capitale investito in terreni in locazione per l’agricoltura) può funzionare lì con “sicurezza”. Essa ha i medesimi interessi a disboscare le terre d’Irlanda, che aveva a disboscare i distretti agricoli di Inghilterra e Scozia. Le 6.000-10.000 sterline dei proprietari assenteisti e delle altre rendite irlandesi che oggi affluiscono ogni anno a Londra, sono pure da mettere in conto.

Ma, Marx continuava, la borghesia inglese aveva anche “interessi molto più importanti nella presente economia d’Irlanda” – l’ immigrazione forzata di lavoratori irlandesi in Inghilterra:

Attraverso la continua e crescente concentrazione dei contratti di affitto l’Irlanda fornisce il suo sovrappiú al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese.3

E ora la cosa piú importante di tutte! Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita. In relazione al lavoratore irlandese egli si considera un membro della nazione dominante e di conseguenza diventa uno strumento degli aristocratici inglesi e capitalisti contro l’Irlanda, rafforzando così il loro dominio su se stesso. Egli nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro l’operaio irlandese. Il suo atteggiamento verso di lui è più o meno identico a quello dei “bianchi poveri” verso i negri negli ex Stati schiavisti degli U.S.A. L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda.

Questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, a dispetto della sua organizzazione. Esso è il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica. E quest’ultima lo sa benissimo.

Marx scrisse questi passaggi quasi 150 anni fa, e lui non era certo infallibile: nella stessa lettera suggeriva ottimisticamente che l’indipendenza per l’Irlanda poteva accelerare “la rivoluzione sociale in Inghilterra.” Ma una grande parte della sua analisi suona straordinariamente contemporanea.
I paralleli diventano evidenti se sostituiamo i paesi del Bacino dei Caraibi all’Irlanda e gli Stati Uniti all’Inghilterra. Proprio come la politica inglese ha devastato l’agricoltura su piccola scala in Irlanda, i programmi neoliberisti promossi dagli Stati Uniti come l’accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) hanno sradicato i piccoli produttori in Messico, America Centrale, e nelle isole dei Caraibi, e questo a sua volta ha spinto milioni di sfollati a cercare lavoro negli Stati Uniti. Una volta qui, gli attuali immigrati sono costretti, come i loro predecessori irlandesi in Inghilterra, a lavori sottopagati e condizioni di vita scadenti, solo per affrontare l’ostilità da parte dei lavoratori nativi che li vedono come concorrenti. Antagonismi su questa competizione sono ulteriormente alimentati da pregiudizi razziali ed etnici, “artificialmente tenuti in vita e intensificati dalla stampa”.

Ma Marx affermava anche che l’immigrazione irlandese spingeva verso il basso i salari dei lavoratori inglesi. Le forze anti-immigrati negli Stati Uniti fanno affermazioni simili oggi. Questo colloca Marx dalla parte di gente come Donald Trump e l’ex sceriffo dell’Arizona Joe Arpaio?

I giudizi degli economisti sui salari

L’effetto dell’immigrazione sui salari è infatti un punto chiave di contesa nel dibattito attuale sugli immigrati negli Stati Uniti, con nativisti che regolarmente sostengono che l’immigrazione riduce la paga dei lavoratori nati negli Stati Uniti, e attivisti per i diritti degli immigrati che ribattono che l’immigrazione ha solo una piccola influenza negativa o anche un effetto positivo sui salari dei nativi.
Entrambe le parti citano il lavoro di economisti accademici. I nativisti citano George Borjas, un professore conservatore cubano americano della Kennedy School of Government di Harvard. Nel 2013, Borjas ha scritto che dal 1990 al 2010 l’immigrazione probabilmente “ha ridotto i guadagni medi annuali dei lavoratori americani di 1,396$ nel breve periodo …. L’impatto varia per fasce di qualifica professionale, e quello di chi ha abbandonato la scuola superiore è il gruppo più colpito negativamente”.4 Attivisti per i diritti per gli immigrati preferiscono citare Giovanni Peri, un professore della Università di Davis in California, che ha sostenuto nel 2010 che si prevede che l’immigrazione complessiva negli Stati Uniti tra il 1990 e il 2007 abbia portato un aumento di circa 5100 dollari “un aumento di circa 5,100 $ nel conto annuale del lavoratore medio degli Stati Uniti in costante 2005 dollari.” 5

Gli attivisti sulla questione sono naturalmente rapidi nel citare gli studi accademici che sostengono la propria positione.6 Sono meno desiderosi di guardare sotto il cofano e analizzare come gli studiosi sono arrivati a questi numeri. Calcolare l’effetto dell’immigrazione sui salari è un’impresa complicata. Ci sono una varietà di possibili approcci empirici. Un metodo cerca di correlare i salari con i livelli di immigrazione in un determinato periodo. Ad esempio, molti ritengono che la stagnazione dei salari reali dal 1970 è collegata all’aumento dell’immigrazione in quel periodo. Tuttavia, ci sono molte altre cause – l’indebolimento del movimento dei lavoratori, le perdite di posti di lavoro a causa di automazione e delocalizzazioni, e così via – e questi sono difficili da quantificare. A meno della scoperta di un universo alternativo, semplicemente non c’è alcun modo sicuro per fare un modello di previsione sui livelli salariali in assenza di immigrazione.

Un altro approccio empirico è quello di confrontare l’evoluzione dei salari in diverse parti del paese. Ad esempio, se i salari aumentano in una città mentre aumenta l’immigrazione, mentre allo stesso tempo i salari cadono in un’altra città che fa esperienza di un declino dell’immigrazione, poi l’aumentata immigrazione può essere un fattore che spinge i salari su.

Questo secondo approccio è quello che sia Borjas che Peri preferiscono, utilizzando sofisticati metodi statistici per il controllo di altri fattori, come la tendenza degli immigrati a stabilirsi in luoghi con alti salari, o di lavoratori nati negli Stati Uniti ad allontanarsi da zone in cui essi si confrontano con la concorrenza degli immigrati. Ma i due economisti giungono a risultati opposti, e in entrambi i casi, possono dimostrare solo una correlazione, non un causa.7 In definitiva, i dati da soli non ci forniranno mai una conclusione indiscutibile.

I modelli teorici degli economisti

Per far fronte a questo problema, Borjas e Peri integrano i loro studi empirici con modelli basati sulla teoria economica, soprattutto in termini di domanda e offerta. Quando gli immigrati entrano nel mondo del lavoro, aumentano l’offerta di lavoro, senza immediatamente aumentare la domanda; il risultato a breve termine è una tendenza per i salari a scendere. Nel corso del tempo, i livelli salariali dovrebbero stabilizzarsi, dal momento che i nuovi immigrati aumentano anche la domanda di beni e servizi, e quindi di lavoro, ma questi effetti variano tra i diversi settori della forza lavoro. Gran parte dell’immigrazione verso gli Stati Uniti dal 1970 al 2008 ha coinvolto lavoratori con poca istruzione e limitata conoscenza della lingua inglese, che hanno cercato lavori manuali in un momento in cui la domanda di lavori di questo genere si stava restringendo. Il risultato è stato un eccesso di offerta di lavoratori manuali, che poi prevedibilmente ha spinto giù i salari per i lavoratori nativi nelle stesse categorie di lavoro. Questa è la base per l’argomento di Borjas che l’immigrazione riduce i salari.
Peri e i suoi collaboratori raffinano questo modello di base della domanda e dell’offerta utilizzando un principio che chiamano “Complementarietà”. A loro avviso, gli immigrati a basso salario non si limitano a sostituire lavoratori nativi: data la loro minore conoscenza della lingua inglese, gli immigrati prendono posti di lavoro che richiedono capacità di comunicazione minimali, incoraggiando i lavoratori nati nel paese a usare le loro maggiori capacità di comunicazione a indirizzarsi verso posti di lavoro di livello superiore.

Per esempio, come Peri ha scritto nel 2010, quando i giovani immigrati con livelli di scolarizzazione bassi ottengono lavori nelle costruzioni ad alta intensità di manualità, le imprese di costruzioni che li utilizzano hanno l’opportunità di espandersi. Questo aumenta la domanda di supervisori, coordinatori, progettisti, e così via. Quelle sono occupazioni con maggiore intensità di comunicazione e sono in genere fornite da personale nato negli Stati Uniti che si è allontanato dal lavoro manuale di costruzione. Questa attività complementare di specializzazione spinge tipicamente i lavoratori nati negli Stati Uniti verso lavori meglio pagati, migliora l’efficienza della produzione, e crea posti di lavoro.8

Per Peri e i suoi collaboratori, questo fattore più che compensa gli effetti della semplice domanda e offerta. Secondo i loro modelli, un afflusso di immigrati a basso salario porterà verso il basso i salari leggermente per i lavoratori nativi meno istruiti, e deprimerà i salari in modo significativo per gli altri lavoratori immigrati già presenti nel paese. Tuttavia, Peri scrive, i benefici per i lavoratori più istruiti degli Stati Uniti superano le perdite per i meno istruiti; secondo i calcoli di Peri, nel lungo periodo, il reddito del lavoratore medio aumenta del 0,6-0,9 per cento per ogni aumento di un uno per cento nel popolazione immigrata.9

Quello che sfugge agli economisti

Anche se raggiungono conclusioni opposte, le analisi di entrambi Borjas e Peri condividono un grave difetto: la loro ipotesi che gli unici fattori che determinano i livelli salariali sono l’offerta e la domanda di lavoro e i livelli di istruzione e di competenze dei lavoratori immigrati. Nel mondo reale, naturalmente, ci sono molte altre forze al lavoro. Le donne e gli afro-americani sono pagati meno degli uomini bianchi, ma questo non è a causa di un eccesso di offerta di donne e afroamericani. Allo stesso modo, non è perché i lavoratori sindacalizzati sono più istruiti che guadagnano più delle loro controparti non sindacalizzate.

La maggior parte dei lavoratori immigrati sono persone di colore, ed è difficile immaginare che la discriminazione razziale non influisca su quanto sono pagati. Un modo con cui gli scienziati sociali cercano di avvicinarsi a queste questioni è con la tecnica di decomposizione di Oaxaca-Blinder, un metodo statistico che analizza il divario salariale tra i diversi gruppi identificando i fattori noti che impattano i livelli salariali , come i livelli di istruzione e di competenze, e sbrogliano i fattori sconosciuti che possono essere attribuiti alla discriminazione. Utilizzando una decomposizione di Oaxaca-Blinder, uno studio del 2016 ha trovato che, anche per la terza generazione di messicani americani, solo il 58,3 per cento del livello del salario di un lavoratore è spiegato da fattori noti come l’istruzione e l’esperienza di lavoro. La discriminazione rimane ancora peggiore per le persone di origine africana; per questi lavoratori, i fattori noti rappresentano soltanto il 48,3 per cento della differenza nei salari.10

Gli economisti accademici tendono a ignorare il ruolo che lo status giuridico può svolgere nella determinazione dei livelli salariali, anche se un terzo dei lavoratori immigrati del paese – circa 8,1 milioni dal 2012 – sono privi di documenti, secondo il Pew Research Center.11 Questi lavoratori affrontano un ulteriore ostacolo: essi sono stati resi “illegali”, e di conseguenza vivono sotto la costante minaccia della persecuzione e della deportazione.

Secondo la legge degli Stati Uniti, i lavoratori senza documenti godono la maggior parte degli stessi diritti degli altri, ma non hanno il diritto di essere qui: in qualsiasi momento, un immigrato non autorizzato può essere arrestato, imprigionato, e destinato alla deportazione. La paura sovrasta tutti gli aspetti del rapporto di lavoro di questi lavoratori e della loro vita in generale. La minaccia di espulsione è un’arma sempre a disposizione per i datori di lavoro quando i lavoratori non autorizzati cercano di far valere i propri diritti – per chiedere salari più alti, riferire le violazioni nel luogo di lavoro, chiedere un risarcimento per gli infortuni sul lavoro, e formare un sindacato. E per legge questi lavoratori non hanno accesso all’assicurazione contro la disoccupazione o a qualsiasi altra parte della sfilacciata rete di sicurezza sociale, in modo che hanno di fronte difficoltà significative se perdono il loro posto di lavoro. Scioperare è rischioso per la maggior parte dei lavoratori; per il clandestino richiede un livello speciale di coraggio.

E’ possibile, quindi, quantificare la “penalizzazione salariale” che la mancanza di status giuridico impone ai lavoratori senza documenti? Diversi studi hanno affrontato questa domanda, per lo più con la decomposizione di Oaxaca-Blinder. Dato il gran numero di variabili, questi studi hanno prodotto stime ampiamente divergenti della disparità salariale, che vanno dal 6 per cento a più del 20 per cento.12 Ma sono tutti d’accordo che la mancanza di status legale ha un preciso impatto negativo sulla retribuzione degli immigrati. E questo effetto funziona senza alcun riferimento all’offerta e alla domanda, o alla “complementarietà” di Peri. Anche se non vi è un eccesso di offerta di lavoratori a basso salario, gli immigrati senza documenti saranno comunque pagati sensibilmente meno dei loro colleghi nati negli Stati Uniti, e meno rispetto ai lavoratori immigrati con status giuridico.

Questo produce inevitabilmente una sostanziale pressione al ribasso sui salari per i lavoratori nati negli Stati Uniti in categorie di lavoro con alti tassi di partecipazione da parte di clandestini. Ad esempio, una ricerca del 2005 ha rilevato che i lavoratori irregolari rappresentavano il 36 per cento di tutti i lavoratori di isolamento e il 29 per cento di tutti gli installatori di tetti e muri a secco.13 Anche se la penalizazione del salario per questi lavoratori è sul lato basso – al 6,5 per cento, dice – deprime senza dubbio i salari per gli altri lavoratori in questi lavori nell’edilizia.

“Una classe lavoratrice divisa”

Un altro fattore che gli economisti ignorano è proprio quello Marx considerava “il più importante di tutti”: il modo in cui l’immigrazione può essere utilizzata per creare “una classe lavoratrice divisa in due campi ostili”. Marx potrebbe aver esagerato quando definiva l’antagonismo tra lavoratori inglesi e irlandesi “il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese”, e negli Stati Uniti di oggi, il pregiudizio anti-immigrazione è solo una delle forze che impediscono alla maggior parte della popolazione di far valere la propria forza. Il razzismo contro gli afroamericani – insieme a sessismo, omofobia, e molti altri pregiudizi – continua a svolgere il suo ruolo storico nell’impedire ai lavoratori di unirsi e organizzarsi. Ma la xenofobia è anche un fattore importante, soprattutto nei periodi in cui i tassi di immigrazione sono elevati.

Potrebbe non esserci un modo semplice per quantificare l’effetto sui salari, ma possiamo trovare almeno un esempio lampante di quanto possa essere efficace il sentimento anti-immigrati nel mettere il movimento dei lavoratori contro gli interessi dei suoi membri. L’Immigration Reform and Control Act del 1986 (IRCA) per la prima volta ha istituito sanzioni per i datori di lavoro che assumono lavoratori non autorizzati. Secondo i sostenitori della legge, queste “sanzioni sui datori di lavoro” dovrebbero ridurre l’immigrazione non autorizzata, interrompendo l’accesso degli immigrati ai posti di lavoro degli Stati Uniti. In realtà, le sanzioni hanno semplicemente fornito un altro strumento per il super-sfruttamento dei lavoratori irregolari. I requisiti di documentazione dell’IRCA forniscono un pretesto per incursioni sul luogo di lavoro, e spingono molti lavoratori irregolari nell’economia sotterranea, dove si trovano ad affrontare ancora più problemi nel difendere i loro diritti del lavoro. Anche i legittimi datori di lavoro possono ridurre la paga ai lavoratori immigrati – e pertanto possibilmente privi di documenti – per compensare il rischio di essere multati, mentre altri datori di lavoro ora usano abitualmente subappaltatori che assumono il rischio su se stessi e pagano i lavoratori anche meno.14 Rispondendo ai sentimenti anti-immigrati tra i membri dei suoi sindacati, l’AFL-CIO ha sostenuto questa misura anti-lavoro nella fase preparatoria dell’IRCA. Non è stato fino al 2000 che la federazione del lavoro, infine, ha rinunciato alle sanzioni dei datori di lavoro ed si è espressa a sostegno della legalizzazione dei lavoratori non autorizzati.15

Combattere lo sfruttamento, non l’immigrazione

Marx non si dilungò le ragioni che lo inducevano a scrivere che l’immigrazione irlandese aveva ridotto i salari dei lavoratori inglesi. Egli sottintendeva che la causa era un eccesso di offerta di lavoratori manuali, ma sue altre affermazioni indicano che egli considerava la xenofobia inglese e l’antagonismo risultante tra i lavoratori un problema ancora maggiore. Il punto importante, tuttavia, è che non stava dando la colpa della diminuzione dei salari agli stessi immigrati; per lui i colpevoli erano il sistema coloniale che spingeva i lavoratori irlandesi in Inghilterra, e lo sfruttamento di questi lavoratori una volta arrivati.

Le stesse considerazioni valgono oggi negli Stati Uniti. La differenza principale è l’aggiunta dello status giuridico come fattore di regolazione dei livelli salariali – leggi che ora rendono il lavoro “illegale” per milioni di lavoratori immigrati. I sostenitori dei diritti degli immigrati possono ritenere opportuno citare gli economisti accademici come Peri che minimizzano o negano la pressione al ribasso esercitata sui salari dallo sfruttamento dei lavoratori irregolari. Non è così. Come ha notato l’economista della Columbia University Moshe Adler, questo approccio non fa nulla per convincere i molti cittadini statunitensi che lavorano in occupazioni con un gran numero di immigrati privi di documenti – e quindi “sanno in prima persona che [lo sfruttamento dei lavoratori immigrati] esercita una pressione diretta verso il basso sui propri stipendi”.16

Lungi dal contribuire al movimento, citando Peri non fanno che aumentare la diffidenza e il risentimento di questi lavoratori verso i difensori della classe media dei diritti degli immigrati.17 Cosa ancor più importante, questo approccio distrae l’attenzione dagli sforzi per affrontare i problemi reali: le cause profonde dell’immigrazione nella politica estera degli Stati Uniti, il super-sfruttamento dei lavoratori immigrati, e gli interessi comuni di immigrati e lavoratori nativi.
Nel 2010, la Dignity Campaign, una coalizione di circa quaranta organizzazioni per i diritti del lavoro e degli immigrati, ha proposto un approccio globale sottolineando questi problemi. Più di recente, la piattaforma della campagna presidenziale 2016 del senatore Bernie Sanders ha fatto alcuni passi nella stessa direzione, mentre la piattaforma del Movement for Black Lives ha formulato raccomandazioni importanti nel mese di agosto 2016 per la lotta contro l’ingiustizia e il razzismo sistemico nelle leggi sull’immigrazione.18 Il clima politico è diventato particolarmente favorevole per l’organizzazione in questo senso a partire dal crollo finanziario del 2008. Paradossalmente, anche la campagna presidenziale di Trump 2016 può aver contribuito: ha incoraggiato il diritto nativista, ma ha anche reso un ampio settore della popolazione più consapevole del razzismo sottostante alla xenofobia anti-immigrati.
Nella sua lettera del 1870, Marx descriveva ciò che poi considerò la priorità assoluta per l’organizzazione dei lavoratori in Inghilterra: “far capire ai lavoratori inglesi che per loro l’emancipazione nazionale dell’Irlanda non è una questione di giustizia astratta o sentimento umanitario, ma la prima condizione della propria emancipazione sociale“. Le sue parole conclusive di consiglio per Meyer e Vogt erano simili: “Voi avete un vasto campo d’azione in America, per operare nella stessa direzione, la coalizione degli operai tedeschi con quelli irlandesi (naturalmente anche con gli inglesi e gli americani che lo vorranno) è il più grande successo che voi possiate conseguire ora”. Questa prospettiva internazionalista e di classe non ha perso nulla del suo buon senso nel secolo e mezzo trascorso da quando è stata scritta.

Note

1 Karl Marx e Frederick Engels,Collected Works, vol. 43, Letters 1868–70 (London: Lawrence and Wishart, 2010): 471–76. In italiano Opere Complete, vol. 43, Lettere: gennaio 1868-luglio 1870 (Editori Riuniti, 1975).

2 Per esempio, il pro-immigrazione American Immigration Council (AIC) scrisse nel 2012 che “l’immigrazione dà un piccolo incremento salariale alla vasta maggioranza dei lavoratori indigeni” AIC, “Value Added: Immigrants Create Jobs and Businesses, Boost Wages of Native-Born Workers, Employment and Wages,” January 1, 2012, http://americanimmigrationcouncil.org .

3 Il tedesco moralisch, tradotto qui come “morale” può riferirsi a morale (stato d’animo) cosi come a principi etici. Marx sembra usare la parola in un senso ancora più largo: per esempio, nel Capitale, vol. 1, capitolo 10, lui discute “i limiti morali della giornata lavorativa”. Egli specificava che questi “limiti morali” includono “tempo per l’istruzione, per lo sviluppo intellettuale, per adempiere a funzioni sociali e per le relazioni con gli altri, per il libero gioco dell’attività fisica e mentale, perfino il tempo festivo domenicale”.

4 George Borjas, “Immigration and the American Worker,” Center for Immigration Studies, aprile 2013, http://cis.org. Borjas spiega diffusamente le sue posizioni in Heaven’s Door: Immigration Policy and the American Economy (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1999).

5 Giovanni Peri, “The Effect of Immigrants on U.S. Employment and Productivity,” Economic Letter, Federal Reserve Bank of San Francisco, 30 agosto 2010, http://www.frbsf.org. For a fuller discussion of Peri’s methodology, vedi Giovanni Peri e Chad Sparber, “Task Specialization, Immigration, and Wages,”American Economic Journal: Applied Economics 1, no. 3 (2009): 135–69.

6 vedi, per esempio, Neil Munro, “Report: Immigration boosts economy, widens wealth gaps, analysis finds,” Daily Caller, 9 aprile 2013, http://dailycaller.com; e Mark Engler, “Labor Day: Immigrants Build the U.S. Economy”, Dissent, 3 settembre 2010, http://dissentmagazine.org.

7 Per un esempio di queste dispute, vedere David Frum, “The Great Immigration-Data Debate”, Atlantic,  19 gennaio 2016.

8 Peri, “The Effect of Immigrants on U.S. Employment and Productivity.”

9 Ibid.

10 Pedro P. Orraca-Romano e Erika García Meneses, “Why Are the Wages of the Mexican Immigrants and their Descendants So Low in the United States?”Estudios Económicos 31, no. 2 (2016): 305–37, http://estudioseconomicos.colmex.mx.

11 Jeffrey S. Passel and D’Vera Cohn, “Share of Unauthorized Immigrant Workers in Production, Construction Jobs Falls Since 2007”, Pew Hispanic Center, 26 marzo 2015, Table 1, http://pewhispanic.org.

12 Patrick Oakford, Administrative Action on Immigration Reform: The Fiscal Benefits of Temporary Work Permits (Washington, D.C.: Center for American Progress, 2014), 14–17, http://cdn.americanprogress.org; Francisco L. Rivera-Batiz, “Undocumented Workers in the Labor Market: An Analysis of the Earnings of Legal and Illegal Immigrants in the U.S.”, Journal of Population Economics12, no. 1 (1999): 91–116.

13 Jeffrey S. Passel, “The Size and Characteristics of the Unauthorized Migrant Population in the U.S.: Estimates Based on the March 2005 Current Population Survey”, Pew Hispanic Center, March 7, 2006, http://pewhispanic.org.

14 Douglas S. Massey e Kerstin Gentsch, “Undocumented Migration to the United States and the Wages of Mexican Immigrants,”International Migration Review48, no. 2 (2014): 482–99.

15 Teófilo Reyes, “AFL-CIO, in Dramatic Turnaround, Endorses Amnesty for Undocumented Immigrants”, Labor Notes, 1 aprile 2000; David Bacon, “The AFL-CIO reverses course on immigration”, LaborNet Newsline, 17 ottobre 1999.

16 Moshe Adler, “The Effect of Immigration on Wages: A Review of the Literature and Some New Data”, Empire State College, May 1, 2008, http://esc.edu; “Pitting Worker Against Worker”, TruthDig, 30 aprile 2010, http://truthdig.com.

17 Gli attivisti per i diritti degli immigrati dovrebbero anche notare che Peri supporta programmi di forte sfruttamento di “guest worker” (lavoratore straniero con permesso per un tempo limitato), e ha anche proposto che il governo federale metta all’asta visti di lavoro per le aziende, una pratica che “suona come mettere all’asta schiavi”, secondo il vice-direttore di Le Monde diplomatique Benoît Bréville. Vedi Giovanni Peri, “The Economic Windfall of Immigration Reform”, Wall Street Journal, February 12, 2013; e Benoît Bréville, “Getting In and Getting On,”Le Monde diplomatique, July 2013.

18 Dignity Campaign, “The Dignity Campaign Proposal”, http://dignitycampaign.net; “A Fair and Humane Immigration Policy”, http://berniesanders.com; Movement for Black Lives, “End the War on Black People”, http://policy.m4bl.org.

Fonte: Marx on Immigration Workers, Wages, and Legal Status

Il volo di Pjatakov: La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

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“Il volo di Pjatakov” è un’opera estremamente importante nella storiografia italiana (e non solo italiana). Gli autori, facendo un uso sapiente di fonti note e altre più recenti (per le quali è stato fatto anche un originale e inedito lavoro di ricerca), mostrano le molteplici contraddizioni interne alla stessa storiografia liberale e trockijsta, riguardo alla classica “vulgata” che vede Stalin criminale e capo di un totalitarismo di contro ad un Trockij genuino e candido comunista. Il libro mostra in realtà senza ormai più alcun dubbio la collaborazione tattica stretta tra Trockij e settori dello Stato nazista tedesco, interessati entrambi, seppur per ragioni diverse, a distruggere il Governo sovietico guidato da Stalin. (Recensione del libro “Il volo di Pjatakov” da parte di Alessandro Pascale, autore del del libro “In Difesa del Socialismo Reale”, disponibile gratuitamente su http://intellettualecollettivo.it/)

CAPITOLO PRIMO

La prima versione rispetto al volo di Pjatakov è stata fornita al processo di Mosca del gennaio del 1937 dagli stessi imputati, venendo sostanzialmente accettata (con alcune eccezioni rilevanti, ma non decisive) dalla pubblica accusa stalinista allora rappresentata da A. J. Vysinskij.

Secondo i due principali imputati, G. L. Pjatakov e K. Radek:

  • sussisteva e operava in Unione Sovietica, a partire dal dicembre del 1927, un’organizzazione clandestina trotzkista via via infiltratasi anche nei livelli elevati della nomenklatura economica e militare del paese e attiva, senza soluzione di continuità, fino al 1936;
  • sia Radek che Pjatakov non fecero parte dal 1928 al 1930 di questa struttura illegale, avendo allora rotto i legami politico-organizzativi intessuti in precedenza con Trotskij[1];
  • a partire dalla metà del 1931, i due uomini politici tuttavia si unirono di nuovo all’organizzazione trotzkista, ridiventando quasi subito dei leader di quest’ultima in terra sovietica[2].

Come notò Karl Radek nella sua arringa finale al processo di Mosca del 1937, dopo il dicembre del 1927 (quando Trotskij e molti suoi sostenitori vennero espulsi dal partito bolscevico) “in parte i miei coimputati” (al processo del gennaio 1937) “tornarono sulla via della lotta, da convinti trotzkisti, sostenitori della negazione permanente della possibilità di edificare il socialismo in un solo paese. Dopo aver perduto la fede in questa concezione di Trotcij, io mi ravvidi, ma, di fronte alle difficoltà del socialismo, negli anni dal 1931 al 1933 divenni vittima del timore. Ciò mostra soltanto che è più facile riconoscere teoricamente l’affermazione del socialismo, che avere la forza e la costanza che possono maturare solo in quegli uomini che abbiano proceduto col partito senza lotte, con la più profonda e intima convinzione.

Di fronte alla sfiducia e alla scarsa fiducia nei confronti dei quadri al potere e in condizioni di scarso contatto con i quadri, la teoria sola diventa lettera morta, resta un punto di partenza astratto e non pratico. M’imbattei in questa difficoltà e ritornai all’illegalità”[3];

  • tornati entrambi ad essere in segreto dei dirigenti autorevoli dei trotzkisti sovietici, Pjatakov e Radek nell’aprile del 1934 ricevettero una lettera di Trotskij nella quale il loro capo in esilio spiegò, oltre alla necessità di rovesciare il regime stalinista con la forza e usando ogni mezzo possibile, ivi compreso il sabotaggio e il terrorismo, l’esigenza di una collaborazione con l’imperialismo tedesco e il suo mandatario politico, il nazismo, anche in previsione dello scoppio della seconda guerra mondiale considerata come sicura e ormai imminente dallo stesso Trotskij;
  • di fronte alle novità contenute nella direttiva di quest’ultimo, si manifestarono dubbi e incertezze nel centro clandestino dei trotzkisti allora operanti in Unione Sovietica.

Sempre Radek notò che “dopo la direttiva di Trotskij del 1934, quando gli trasmisi la risposta del centro, vi aggiunsi di mia iniziativa che ero d’accordo di sondare il terreno” (con i nazisti), “ma non entrare in relazione direttamente, dissi, la situazione può mutare. Proposi allora che le trattative fossero condotte da Putna” (un alto ufficiale dell’Armata Rossa) “che ha relazioni nelle cerchie militari dominanti in Giappone e in Germania.

Trotskij rispose: “senza di voi non accetteremo nessuna condizione, non prenderemo alcuna decisione”. Tacque, poi, un anno. Dopo di che ci pose di fronte al fatto compiuto. Dovete comprendere, non è un mio merito se mi ribellai. È semplicemente un dato di fatto necessario perché comprendiate”[4];

  • con una lettera di Trotskij inviata all’inizio di dicembre del 1935 a Radek e al centro dirigente trotzkista operante in Unione Sovietica, arrivò infatti un’ulteriore novità da parte del loro leader in esilio, ormai giunto in Norvegia a partire dal giugno del 1935: l’accordo con i nazisti costituiva un dato di fatto ormai acquisito, nella tattica elaborata dal capo indiscusso della costituenda Quarta Internazionale;
  • di fronte al fatto compiuto del “patto con il diavolo” hitleriano, scoppiò il dissenso politico nelle file dei dirigenti trotzkisti clandestini. Di comune accordo, sia Pjatakov che Radek presero la decisione di incontrarsi direttamente con Trotskij, una volta possibile: e a tale scopo poté essere utilizzato il viaggio ufficiale di Pjatakov nella Germania nazista previsto attorno al 10 dicembre 1935, anche se sia quest’ultimo che Radek si rendevano conto dei gravi rischi che tale colloquio comportava per la loro stessa sopravvivenza fisica;
  • informato dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, Trotskij a sua volta attivò un militante clandestino trotzkista di nazionalità sovietica che operava allora come giornalista proprio in Germania, e cioè D. P. Bukhartsev, per preparare e attuare il viaggio di Pjatakov in terra norvegese;
  • se l’intermediario per l’incontro da parte trotzkista fu Bukhartsev, da parte tedesca esso venne rappresentato da Gustav Stirner, presentatosi sotto lo pseudonimo di “Heinrich-Gustav” e che rappresentava l’anello di collegamento tra le due parti;
  • Bukhartsev, lo stesso giorno dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, avvisò quest’ultimo che il giorno stesso (l’11) o il giorno dopo (12 dicembre) egli sarebbe stato contattato da Stirner;
  • incontrandosi con quest’ultimo, Pjatakov ricevette l’11 o il 12 dicembre un messaggio da Trotskij che accordava piena fiducia a Stirner, e venne deciso di comune accordo il viaggio verso la Norvegia per il giorno dopo;
  • Pjatakov partì di mattina dall’aeroporto di Tempelhof di Berlino e atterrò vicino a Oslo attorno alle 15,00 del pomeriggio, dopo un volo di circa tre ore e senza scalo, il 12 o 13 dicembre del 1935;
  • verso le 15,30, dopo un breve viaggio in macchina, Pjatakov arrivò con Stirner in una casa a lui sconosciuta, dove incontrò da solo Trotskij (Stirner rimase fuori dall’abitazione);
  • dopo un colloquio di circa due ore, verso le 18,00 del 12 o 13 dicembre 1935 Pjatakov riprese la macchina diretto verso l’aeroporto norvegese e quindi ritornò a Berlino;
  • giunto in seguito a Mosca, dopo la fine della sua missione diplomatica in Germania, Pjatakov espose i contenuti del suo incontro col loro leader in esilio a Radek e a pochi altri dirigenti del movimento clandestino trotzkista in Unione Sovietica: anche se non vi fu un’aperta rottura politica con Trotskij, i dubbi sulla nuova alleanza con i nazisti rimasero fortissimi, consolidando una relazione di sfiducia tra il leader in esilio della Quarta Internazionale e una parte dei dirigenti clandestini invece operanti in Unione Sovietica.

Nel suo discorso finale al processo di Mosca che lo vedeva imputato, Radek sottolineò che “infine, quando Pjatakov tornò dall’estero, riferendo il colloquio con Trotskij accennò al fatto che questi aveva disposto che “i quadri” (ossia i dirigenti dell’opposizione trotzkista in Unione Sovietica) “dovessero venire composti da persone che non fossero ancora corrotte dalla direzione staliniana”, quali ad esempio lo stesso Radek e Pjatakov[5];

  • nel corso del 1936 iniziarono gli arresti dei militanti di base del movimento trotzkista in Unione Sovietica: ad esempio Radek accennò nel suo discorso finale al clima di scoramento e paura che si diffuse tra i leader ancora liberi dell’organizzazione, notando: “sapevo io prima dell’arresto, che la faccenda sarebbe terminata proprio in questo modo? Come non potevo non saperlo, se il capo del reparto organizzativo del mio ufficio, Tivel, fu arrestato, se Friedland, con cui negli ultimi anni mi ero incontrato molto spesso, fu arrestato?[6]”;
  • dopo i primi arresti degli attivisti e dei quadri intermedi trotzkisti, furono proprio Pjatakov e Radek a venire incarcerati nel settembre del 1936: Pjatakov confessò il suo ruolo di dirigente clandestino trotzkista e il suo volo/incontro segreto in Norvegia con Trotskij dopo circa quaranta giorni dal suo fermo, mentre Radek iniziò invece a collaborare con le autorità di sicurezza staliniste solo dopo quasi tre mesi e all’inizio di dicembre del 1936.

Rispetto alla versione fornita dagli imputati al processo di Mosca del gennaio del 1937, e in particolar modo da Pjatakov e Radek, il rappresentante della pubblica accusa A. J. Vysinskij prese nettamente le distanze su tre punti specifici, come si è accennato in precedenza.

In primo luogo Vysinskij negò precisamente che Pjatakov e Radek avessero effettivamente rivelato tutta la verità sulla loro attività clandestina, sottolineando nella sua arringa finale che “sono convinto che gli imputati non abbiano detto neppure la metà di tutta quella verità, che rappresenta la tremenda storia dei loro gravissimi delitti contro il nostro paese…[7];

Inoltre il rappresentante dell’accusa non diede alcun peso politico, morale e giuridico ai dissensi politici sorti tra Pjatakov e Radek da un lato, e Trotskij dall’altro proprio sul tema della collaborazione con i nazisti, conflitto che costituì invece a giudizio dei primi il motivo immediato del rischioso volo di Pjatakov a Oslo, mentre altresì Vysinskij sostenne che Pjatakov e Radek rappresentassero solo degli squallidi servi di Hitler, e quindi non affidabili in alcun modo.

Siamo quindi in presenza di divergenze non irrilevanti e che vennero notate apertamente anche dallo stesso Pjatakov quando, nel suo discorso finale, sottolineò pubblicamente che “non posso essere d’accordo con la tesi del Pubblico Ministero” (Vysinskij) “che io ancora oggi, al banco degli imputati, sia rimasto trotzkista”[8].

Ma tali asimmetrie, su cui si tornerà a lungo verso la fine di questo libro attraverso l’esame della veridicità/falsità delle confessioni esposte pubblicamente nel gennaio del 1937, non possono nascondere il fatto centrale per cui, almeno rispetto all’esistenza del volo di Pjatakov e del suo colloquio clandestino con Trotskij in Norvegia, la pubblica accusa diede fede completamente alle testimonianze di Radek, Pjatakov e Bukhartsev: la “prima versione” stalinista, scaturita dal processo di Mosca del gennaio 1937, risulta pertanto sostanzialmente unitaria riguardo al tema centrale che stiamo trattando, sostenendo senza esitazioni che il volo di Pjatakov si verificò realmente nel dicembre del 1935 così come l’incontro segreto di quest’ultimo con Trotskij nei dintorni di Oslo.

La “seconda versione” presenta un carattere ancora più monolitico della sua diretta antagonista, rispetto al viaggio clandestino di Pjatakov.

In estrema sintesi, essa afferma che si trattò di una delle più clamorose e infami menzogne espresse durante i già vergognosi processi di Mosca: a suo parere il volo di Pjatakov non solo non era mai avvenuto, come del resto il suo presunto incontro segreto con Trotskij, ma tale malvagia favola costituisse una delle bugie staliniste più facili da confutare, in modo inequivocabile e senza possibilità di appello.

La “seconda versione” iniziò a prendere forma già il 24 gennaio del 1937 per opera dello stesso Trotskij che, un solo giorno dopo la deposizione di Pjatakov al processo di Mosca, cominciò a impostare il suo controprocesso rispetto al presunto viaggio di Pjatakov.

In una dichiarazione rivolta alla stampa mondiale, Trotskij il 24 gennaio del 1937 elaborò infatti una serie di domande:

“Se Pjatakov viaggiò” (a Oslo) “sotto il suo nome, l’intera stampa norvegese sarebbe stata informata di ciò. Conseguentemente, egli viaggiò sotto un falso nome, qual era? Tutti i funzionari sovietici, quando sono all’estero, sono in costante contatto per telegrafo o telefono con le loro ambasciate o uffici di commercio, e non per una sola ora essi sfuggono alla sorveglianza del GPU” (acronimo che indicava in precedenza la polizia sovietica, che nel 1934/39 usava invece quello di NKVD):

“Come avrebbe potuto Pjatakov tenere il suo viaggio sconosciuto alle istituzioni sovietiche in Germania e Norvegia? Lasciatelo descrivere l’aspetto interno del mio appartamento. Ha visto mia moglie? Io avevo o non avevo una barba? Come ero vestito? L’entrata della mia stanza di lavoro era attraverso l’appartamento dei Knudsen” (dei simpatizzanti trotzkisti che ospitavano in Norvegia il leader della costituenda Quarta Internazionale) “e tutti i nostri visitatori, senza eccezione, erano introdotti nella casa della famiglia che ci ospitava. Pjatakov li ha incontrati?

Essi videro Pjatakov? Queste sono alcune delle questioni con l’aiuto delle quali sarebbe facile dimostrare davanti a qualunque corte giudiziaria onesta che Pjatakov ripete solamente le invenzioni del GPU”[9].

Il 27 gennaio del 1937 Trotskij elaborò e inviò altre tredici questioni sul volo di Pjatakov sia ai mass media che alla corte di Mosca che stava giudicando quest’ultimo e Radek, spiegando subito che “io ho dichiarato più di una volta, e lo dichiaro di nuovo, che Pjatakov, come Radek, per gli ultimi nove anni” (dal 1928 al 1936) “non è stato un mio amico ma uno dei miei più feroci e infidi nemici e che non sarebbe potuto sorgere alcuna questione rispetto a negoziati o incontri tra noi”.

Le prime domande riguardarono proprio la stessa presenza di Pjatakov a Berlino, visto che Trotskij chiese se Pjatakov fosse arrivato nella capitale tedesca legalmente o invece illegalmente, e nell’ultimo caso con quali mezzi di sostegno; tra le altre questioni di minore importanza, il leader in esilio della Quarta Internazionale pose domande sul passaporto di Pjatakov, sul perché Pjatakov non si fosse fermato a mangiare con lui dopo il loro presunto incontro, sull’impossibilità che quest’ultimo passasse una notte in Norvegia senza essere scoperto e in quale posto egli avesse trovato rifugio sul suolo scandinavo.

Torneremo mano a mano a rispondere a queste “domande minori”, ma il vero punto di forza di Trotskij era costituito dalla tematica già sollevata il 25 gennaio 1937 da un quotidiano norvegese, avente per oggetto l’impossibilità oggettiva del viaggio di Pjatakov da Berlino fino alla zona di Oslo.

Come riportò Trotskij anche nell’aprile del 1937 in Messico davanti alla commissione Dewey, un circolo d’intellettuali prevalentemente statunitensi, riunitosi principalmente su impulso del movimento trotzkista al fine di fornire un giudizio “imparziale” sui primi due processi di Mosca, il giornale conservatore Aftenposten dopo una breve indagine pubblicò infatti il 25 gennaio del 1937 la notizia clamorosa per cui “nel dicembre 1935 neanche un singolo aereo straniero atterrò a Oslo”[10].

Si trattava di uno scoop giornalistico da cui derivava inevitabilmente che a Pjatakov mancavano assolutamente sia i mezzi che le opportunità per trasferirsi da Berlino a Oslo, ossia due dei tre tradizionali criteri di prova utilizzati rispetto a qualunque “delitto”.

Ma non solo: il 29 gennaio del 1937 il giornale socialdemocratico norvegese Arbeiderbladet intervistò proprio T. Gulliksen, il direttore dell’aeroporto norvegese di Kjeller posto vicino a Oslo. La sua testimonianza diventò particolarmente importante perché proprio Vysinskij, il rappresentante della pubblica accusa stalinista, aveva sottolineato nella seduta pubblica del 27 gennaio del 1937 (certo per parare gli effetti mediatici derivati dallo “scoop” dell’Aftenposten) che “l’aeroporto di Kjeller vicino a Oslo riceve” (aerei) “durante tutto l’anno, in accordo con i regolamenti internazionali, aeroplani di altri paesi, e che l’arrivo e la partenza di aerei è possibile anche nei mesi invernali”.

Nell’intervista al quotidiano Arbeiderbladet, Gulliksen confermò per telefono (e poi con una dichiarazione scritta, che attestava il suo apprezzamento per la fedeltà del resoconto giornalistico alle sue dichiarazioni verbali) che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (nel dicembre del 1935) “un solo aereo atterrò qui” (a Kjeller), “e esso era un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma questo aereo non portava passeggeri”.

Ricordiamoci il nome di Linköping, e andiamo avanti con la testimonianza di Gulliksen.

Alla domanda del giornale su quando fu “l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aereo straniero atterrò a Kjeller”, Gulliksen rispose che tale evento avvenne “il 19 settembre” del 1935. “Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un aviatore inglese, il signor Robertson, con il quale io ho buoni rapporti”.

Alla nuova domanda “e dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”, la risposta testuale di Gulliksen fu “il primo maggio del 1936”[11].

Se nessun aereo proveniente dall’estero era atterrato a Kjeller nel dicembre 1935, ne derivava necessariamente:

  • l’assenza di mezzi materiali a disposizione di Pjatakov, per compiere il suo presunto viaggio aereo;
  • l’assenza assoluta di opportunità, sempre a tal fine;
  • la falsità, altrettanto assoluta, della testimonianza di Pjatakov sul suo presunto volo in Norvegia.

Partita persa per Stalin, quindi, avendo contro l’assenza assoluta di mezzi e opportunità sia per il presunto volo di Pjatakov che per il supposto incontro di quest’ultimo con Trotskij.

Inoltre la “seconda versione”, nella persona dello stesso Trotskij, pose in rilievo come la posizione politica concreta di Pjatakov (e Radek) nel 1929-36 togliesse qualunque tipo di credibilità al loro presunto incontro, escludendo a priori qualunque movente e motivo plausibile da parte di Pjatakov per incontrarsi nel 1935 in Norvegia con il leader indiscusso del movimento trotzkista operante su scala internazionale.

Se infatti Pjatakov e Radek non risultavano dei dirigenti clandestini trotzkisti in Unione Sovietica, ma viceversa degli stalinisti e dei “nemici giurati” del trotzkismo a partire dal 1929, come sottolineò Trotskij con enfasi già il 27 gennaio 1937 (e ripeté con forza davanti all’amichevole commissione Dewey, nell’aprile 1937), per quale ragione Pjatakov avrebbe dovuto far visita a Trotskij nel dicembre del 1935?

Per portargli dei fiori?

Per parlare del tempo?

Perché Pjatakov, se era davvero da alcuni anni uno stalinista e un “feroce nemico” politico di Trotskij, avrebbe corso il rischio enorme di essere scoperto dai servizi segreti stalinisti per incontrare Trotskij, espulso dall’URSS ormai dal 1929 e da molti anni un accanito nemico del nucleo dirigente stalinista?

Pertanto la “seconda versione” ritiene da molti decenni di avere a suo favore non solo l’assenza totale di mezzi e opportunità per il volo di Pjatakov, ma altresì l’assenza totale di moventi credibili da parte di quest’ultimo per avere in segreto un colloquio personale con Trotskij.

E, a sua volta, anche il leader in esilio della Quarta Internazionale non avrebbe avuto alcun motivo ragionevole per accogliere e ospitare un suo “nemico giurato”: perché incontrarsi e parlare con Pjatakov, ossia con un suo “nemico” schierato a partire dal 1928 al fianco di Stalin?

Forse per ricevere dei fiori da parte sua?

Per parlare del tempo in Norvegia?

Game over contro Stalin, anche sul fronte del movente.

Ma non solo. Riprendendo una dichiarazione resa realmente da Radek al processo di Mosca del gennaio del 1937, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey sempre Trotskij sottolineò la totale assenza di materiale probatorio concreto, fisico e tangibile al processo di Mosca del gennaio del 1937, per tutti gli episodi denunciati/inventati da Vysinskij e in particolar modo rispetto al presunto volo di Pjatakov[12].

Foto del presunto incontro tra Trotskij e Pjatakov? Nessuna.

Registrazioni audio? Nessuna.

Lettere e corrispondenze tra Radek e Trotskij, tra Pjatakov e Trotskij presentate in aula? Nessuna.

Partita persa per Stalin anche sotto questo aspetto, pertanto.

Ma non solo: quale movente credibile avrebbe avuto Trotskij per vendersi ai nazisti e per diventare una “spia di Hitler”, come sostenevano i primi due processi di Mosca e tutta la propaganda stalinista?

Contro tale tesi strampalata parlava a gran voce la militanza marxista compiuta da Trotskij a partire dal 1898 e durata quindi per quasi quattro decenni, e contava altresì anche l’origine ebraica da tutti conosciuta (ovviamente anche da Hitler e dai nazisti) dello stesso Trotskij, da collegarsi dialetticamente con il noto e virulento antisemitismo sempre espresso dai fascisti tedeschi.

In altri termini, come poteva un marxista come Trotskij essere diventato un “servo” dei nazisti, ferocemente e sicuramente anticomunisti?

Come poteva un ebreo come Trotskij essere diventato un “servo” e una “spia” dei nazisti, ferocemente antisemiti?

Anche la teoria accusatoria di matrice stalinista rispetto ai moventi (presunti) di natura politica che avrebbero spinto il leader della Quarta Internazionale a svendersi a Hitler faceva quindi acqua da tutte le parti.

Rispetto invece alle confessioni degli imputati del processo di Mosca del 1937, la tesi espressa della “seconda versione” risultava chiara e semplice: essendo false, esse erano state estorte con l’utilizzo combinato della tortura e delle minacce nei confronti degli imputati e/o delle loro famiglie.

Non solo: essendo scontato per il movimento trotzkista che l’Unione Sovietica di Stalin risultava sicuramente una dittatura burocratica contro gli operai, che non assicurava alcuna forma di democrazia reale e di garanzie giuridiche anche ai comuni cittadini sovietici, a maggior ragione proprio degli imputati divenuti invisi al crudele leader georgiano a capo del paese sarebbero stati alla mercé della polizia segreta stalinista e dei suoi arbitri.

Estorte pertanto con l’utilizzo della coercizione/minaccia, le confessioni rese dagli imputati – a partire da Pjatakov e Radek, nel “giallo” storico che stiamo iniziando a esaminare – non facevano altro che ripetere “le invenzioni del GPU” e degli apparati repressivi sovietici, come rilevò Trotskij in diverse occasioni, risultando quindi prive di qualsiasi valore fattuale, politico e giuridico: false e menzognere in ogni caso, esse portavano altresì con loro il segno della violenza, delle minacce e delle torture irrogate dal regime stalinista contro imputati innocenti, ma ormai ridotti forzatamente al ruolo di meri strumenti e semplici burattini della volontà del dittatore georgiano.

In ultima analisi il volo di Pjatakov a Kjeller risultava solo ed esclusivamente una pietosa e squallida invenzione stalinista, sempre secondo la “seconda versione”, per tutta una serie di motivi diversi ma che si collegavano e rafforzavano reciprocamente tra loro.

Coloro che scrivono propongono invece una diversa e “terza versione”.

Concordiamo infatti con la tesi stalinista-ortodossa rispetto alla questione principale, ossia sull’esistenza concreta del volo di Pjatakov e del colloquio segreto tenuto da quest’ultimo con Trotskij in Norvegia, nel dicembre del 1935. Ma d’altro canto ci distacchiamo dalla “prima versione” rispetto a un nodo e a un punto importante, e cioè sulla (presunta e inesistente) svendita di Trotskij ai nazisti, proponendo viceversa un movente completamente diverso per la collaborazione tattica e momentanea creatasi tra le due parti nel 1934/36: e cioè la volontà politica, comune a due nemici giurati, tesa a eliminare l’antagonista principale comune ad entrambi, e cioè Stalin e il suo regime.

Prima di iniziare, serve tuttavia l’esposizione almeno di un elementare e sintetico inquadramento del contesto storico nel quale si svolse il (presunto/reale) volo di Pjatakov e il processo di Mosca del gennaio del 1937, dando assoluta priorità ai fatti, persone e istituzioni legate alla materia del nostro studio.

Sul piano interno dell’Unione Sovietica, nel periodo compreso tra il 1926 e il 1937:

  • dall’inizio del 1929 si era affermata l’egemonia piena (seppur non ancora totale) di Stalin all’interno del partito comunista, anche se fino all’inizio del 1937 il nucleo dirigente stalinista contava al suo interno anche delle personalità dotate di un certo grado di autonomia rispetto al leader georgiano, quali ad esempio G. K. Ordzonikidze;
  • il primo dicembre 1934 S. M. Kirov, leader del partito comunista nella città di Leningrado, venne ucciso da un ex-seguace dell’opposizione di sinistra formatasi nel 1926/27, e cioè L. Nikolaev;
  • esisteva sicuramente, come confermato dallo stesso Trotskij pubblicamente nel gennaio del 1936, un’organizzazione clandestina trotzkista che, dopo l’estate del 1933, si proponeva apertamente il rovesciamento violento e con la forza del gruppo dirigente stalinista;
  • tracce innegabili di opposizione a Stalin si manifestarono anche in quella che era stata la destra del partito bolscevico guidata nel 1924/29 da Bucharin, con quella “piattaforma Riutin” del 1932 nella quale era indicato chiaramente l’obiettivo di rimuovere l’odiato Stalin dal potere;
  • dal 1928 al 1937 il settore industriale sovietico aveva avuto uno sviluppo formidabile e tumultuoso, capace come minimo di triplicare in un decennio il processo produttivo sovietico. Lo studioso nipponico Hiroaky Kuromiya, nel suo stesso testo “Stalin’s Industrial Revolution”, edito nel 1988 dalla Cambridge University Press, a pag. 287 scrisse: “Il successo realizzato dalla rivoluzione nel periodo 1928-31 ha gettato le basi della straordinaria espansione industriale degli anni Trenta, che ha salvato il paese durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla fine del 1932 il prodotto industriale, man mano che i progetti del primo piano quinquennale, uno dopo l’altro, diventavano operativi, conobbe un’espansione eccezionale. Nel corso degli anni 1934-36, l’indice ufficiale registrò un aumento dell’88% per la produzione industriale lorda. Nel corso del decennio del 1927-28 al 1937, la produzione industriale lorda aumentò da 18.300 milioni di rubli al 95.000 milioni; la produzione dell’acciaio era salita da 3,3 milioni di tonnellate a 14,5; quella del carbone da 35,4 milioni di metri cubi a 128; la potenza elettrica da 5,1 miliardi di chilowattora a 36,2; la produzione delle macchine utensili da 2098 unità a 36120. Anche eliminando le esagerazioni, si può dire con certezza che le realizzazioni davano le vertigini”;
  • tuttavia il potere d’acquisto reale degli operai sovietici era sceso notevolmente tra il 1929 e il 1932, risalendo ai livelli del 1928 solo poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e lasciando pertanto delle consistenti sacche di scontento tra i lavoratori sovietici, anche se l’eliminazione della disoccupazione, il basso costo delle abitazioni e dei trasporti costituirono delle conquiste sociali importanti del regime stalinista;
  • se il progetto di collettivizzazione delle campagne venne sostanzialmente portato a termine attorno al 1933, esso venne d’altro canto accompagnato da una durissima carestia nel biennio 1932-33 e dalla stagnazione del tenore di vita dei colcosiani, i membri delle cooperative rurali, anche dopo il 1933: oltre agli ex kulak, ossia i contadini ricchi espropriati nel dicembre del 1929/marzo del 1930, una parte significativa dei produttori rurali sovietici manifestava pertanto come minimo apatia e disinteresse collettivo verso il sistema politico-sociale stalinista;
  • nell’agosto del 1936 si aprì a Mosca il primo processo contro l’opposizione antistalinista e che, oltre agli imputati quali Zinoviev e Kamenev (già oppositori di Stalin all’interno del partito bolscevico, nel 1925/27), chiamò in causa proprio Trotskij, accusato in contumacia di essere il capo di un fronte di opposizione che comprendeva al suo interno trotzkisti, seguaci di Zinoviev/Kamenev e la destra di Bucharin. Tutti gli imputati, ivi compreso l’assente Trotskij, furono accusati di aver preparato e compiuto atti terroristici contro i leader stalinisti, a partire dall’omicidio sopracitato di Kirov, oltre che di essere in combutta con i nazisti, venendo tutti fucilati dopo la fine del procedimento giudiziario in esame.

Sul piano internazionale, sempre negli anni 1926-37:

  • dopo il gennaio/marzo del 1933, l’ascesa al potere di Hitler in Germania e il rapidissimo riarmo tedesco, le mire egemoniche del nazismo verso l’area slava e il suo accanito anticomunismo crearono quasi subito una grave e mortale minaccia per l’Unione Sovietica e il nucleo dirigente stalinista;
  • l’imperialismo britannico, partendo dal marzo del 1933 fino quasi allo scoppio della seconda guerra mondiale nel settembre del 1939, tenne una linea strategica avente per obiettivo la ricerca di un compromesso amichevole con Hitler in funzione antisovietica;
  • anche se l’Unione Sovietica dall’inizio del 1935 riuscì a stipulare dei fragili accordi di collaborazione politico-militare con la Francia e la Cecoslovacchia, l’influenza nefasta esercitata dai circoli conservatori al potere in Gran Bretagna impedì la costruzione di un solido fronte unico antinazista in Europa;
  • l’aggressione dell’imperialismo nipponico contro la Cina, iniziato nel 1931 e proseguita quasi ininterrottamente fino al 1937; l’invasione dell’Etiopia da parte dell’imperialismo italiano (1935-36) e l’alleanza via via creatasi tra il regime fascista italiano e quello hitleriano; il sanguinario golpe scatenato dai militari e dalla grande borghesia spagnola nel luglio del 1936 contro il moderato governo del Fronte Popolare (luglio 1936), che aprì la strada alla guerra civile del 1936-39 in terra iberica, costituirono i tasselli di un processo sviluppatosi su scala planetaria e che contribuì a portare allo scoppio del secondo conflitto mondiale alla fine di agosto del 1939, con l’invasione nazista della Polonia e l’entrata in guerra contro quest’ultima da parte della Francia e della Gran Bretagna;
  • l’Unione Sovietica conobbe negli anni Trenta una notevole crescita nel suo livello di sviluppo degli armamenti, anche grazie al salto di qualità ormai avvenuto nell’industria pesante, ma tale dinamica non riuscì purtroppo a tenere il passo, nel periodo preso in esame, con il formidabile ritmo di aumento del potenziale bellico nazista.

Per quanto riguarda il processo pubblico tenutosi a Mosca dal 23 al 30 gennaio del 1937, nel quale venne esaminata a fondo anche la questione del volo e colloquio segreto con Trotskij di Pjatakov, la presidenza del tribunale era tenuta dal giudice militare d’armata V. V. Ulrich e i membri del tribunale furono invece O. I. Marulevic e N. M. Ryshkov; la pubblica accusa era sostenuta da A. J. Vysinskij; la difesa dell’imputato Knjazev era sostenuta dal membro del collegio di difesa Braude, quella dell’imputato Puscin venne assunta da Kommodov e la tutela legale dell’imputato Arnold invece da Kasnasceev.

Gli altri imputati, e cioè Pjatakov, Radek, Sokol’nikov, Serebrjakov, Livscits, Muralov, Drobnis, Bogulavskij, Rataishak, Norkin, Scestov, Stroilov, Turok e Hrasce avevano rinunciato invece a valersi di un avvocato, dichiarando che si sarebbero difesi da soli[13].

Tra gli imputati del processo di Mosca del gennaio 1937 spiccavano le figure di Pjatakov e Radek.

Georgij Leonidovic Pjatakov (1890-1937), indicato anche come Juri o Grigorij, era il figlio di un ricco imprenditore ucraino. Originariamente anarchico, egli aderì al partito bolscevico nel 1912: dopo aver avuto alcuni disaccordi politici con Lenin, gli si riavvicinò nel 1917 contribuendo con grande coraggio alla rivoluzione sovietica e mostrandosi molto attivo in Ucraina, durante la guerra civile. Dopo avere partecipato all’opposizione trotzkista dal 1923 al 1927, venne espulso dal partito comunista nel 1927 ma ottenne quasi subito di essere riammesso al suo interno all’inizio del 1928.

Una volta passato nelle file staliniste, Pjatakov acquisì rapidamente delle cariche molto importanti nell’apparato economico sovietico diventando nel 1930 il direttore della Gosbank, ossia della banca centrale dell’Unione Sovietica: in quel ruolo egli ebbe comunque in breve tempo un serio scontro di matrice politico-economica con il nucleo dirigente stalinista rispetto alle misure concrete da prendere per contrastare la crisi fiscale e il processo inflazionistico che si erano sviluppati allora in terra sovietica, conflitto che portò Stalin a definire Pjatakov come “un genuino trotzkista di destra” in una sua lettera inviata il 13 settembre del 1930 a Vjaceslav Molotov, allora il suo principale collaboratore politico[14].

Anche se a causa del suo dissenso con Stalin fu rimosso nell’autunno del 1930 dalla direzione della Gosbank, in ogni caso Pjatakov venne nominato responsabile dell’importante settore dell’industria chimica il 15 ottobre del 1930 e in seguito diventò il vicepresidente del decisivo commissariato (ministero) dell’industria pesante sovietica, svolgendo il ruolo di attivissimo braccio destro – e amico personale – di G. K. Ordzhonikidze, che sul piano formale ne era il responsabile[15].

Di nuovo espulso dal partito e arrestato nel settembre del 1936, Pjatakov venne processato nel gennaio del 1937 e fu condannato a morte.

Per quanto riguarda invece Karl B. Radek (1885-1939), nato in Galizia, in gioventù aveva militato nel partito socialdemocratico polacco e poi in quello tedesco, dal quale venne espulso nel 1912 per un presunto furto. Radek conobbe Lenin in Svizzera nel ’15 e con lui tornò in Russia nel ’17: esperto delle dinamiche politiche tedesche, egli diresse nel ’18 la propaganda bolscevica in Germania, dove fu arrestato all’inizio del ’19. Nel 1920 divenne segretario dell’Internazionale comunista, ma la sua aperta solidarietà con Trotskij lo condusse a un rapido declino politico, e a partire dall’inizio del 1925 venne nominato rettore di una università sovietica destinata ad addestrare i comunisti cinesi. Divenuto uno dei principali responsabili dell’Opposizione unificata antistalinista del 1926/27, Radek venne espulso dal partito nel 1927 ma meno di due anni dopo chiese e ottenne di esservi riammesso, e si trasformò a poco a poco in uno dei principali commentatori sovietici di politica estera: arrestato nel settembre del 1936 e condannato a dieci anni di reclusione nel gennaio del 1937, fu ucciso in prigionia da un altro detenuto all’inizio del 1939.

Va sottolineato come i due protagonisti presi in esame si conobbero personalmente nel 1918 e appartennero senza soluzione di continuità, dal 1923 al 1927, alla componente del partito bolscevico legato a Trotskij, tanto da essere impegnati direttamente e sotto la direzione di quest’ultimo in Germania durante il 1923, nel fallito tentativo promosso dall’Internazionale comunista per cercare di innescare un processo rivoluzionario in terra tedesca.

Tra il 1923 e la fine del 1927 Pjatakov e Radek risultavano quindi tra i principali dirigenti della frazione trotzkista in Unione Sovietica e combatterono apertamente, nei cinque anni presi in esame con il loro leader indiscusso – L. D. Bronstein/Trotskij – contro il nucleo dirigente sovietico, guidato allora principalmente da Stalin, tutta una serie di dure e significative battaglie politiche, tanto che nel capitolo ventesimo della sua biografia su Trotskij, Brouè inserì i due dirigenti in esame nell’empireo trotzkista di quel tempo ed entrambi parteciparono attivamente, dall’aprile del 1926 fino al novembre del 1927, a quella che si autodefinì l’opposizione unificata di sinistra del partito comunista[16].

Se Stalin (Iosif Vissarionovič Džugašvili), nato a Gori in Georgia nel dicembre del 1879, dall’inizio del 1925 era ormai diventato il principale leader del paese dei Soviet e del partito comunista, rimanendo in seguito in tale posizione egemone fino alla sua morte avvenuta nel marzo del 1953, il suo grande antagonista L. D. Bronstein, meglio conosciuto sotto lo pseudonimo di Trotskij (1879-1940), aveva organizzato una prima aperta opposizione a Stalin e ai suoi alleati già nell’autunno del 1923. Sconfitto in quell’occasione e di nuovo battuto in occasione di un duro dibattito storico-politico sulla Rivoluzione d’Ottobre scatenatosi alla fine del 1924, egli scese in campo di nuovo contro Stalin al fianco di Zinoviev e Kamenev, due dirigenti bolscevichi di lunga data, dando vita a quell’”Opposizione di sinistra” che operò dal 1926 fino alla fine del 1927, quando essa si divise dopo essere stata sconfitta in modo clamoroso dal nucleo dirigente stalinista, allora ancora alleata con l’ala moderata del partito diretta da N. I. Bucharin.

Subito dopo la disfatta dell’opposizione di sinistra alla fine del 1927, Trotskij era stato allontanato dal partito comunista e venne in seguito espulso dall’URSS nel febbraio del 1929, in un esilio che lo vide via via in Turchia (1929-33) e in Francia (luglio 1933 – giugno 1935) prima della sua nuova tappa di transito, la Norvegia dove risiedette dal giugno 1935 fino al dicembre 1936 [17].

Nel dicembre del 1935, quindi, Trotskij era in esilio in Norvegia e venne ospitato dal deputato laburista K. Knudsen nel villaggio di Honefoss, posto poche decine di chilometri a nord-est di Oslo: ma il leader in esilio della Quarta Internazionale venne espulso anche dalle autorità norvegesi nel dicembre del 1936, poco dopo le prime confessioni di Pjatakov, trovando asilo in Messico all’inizio del 1937. Nell’agosto del 1940 Trotskij venne ucciso nella sua residenza di Coyocán da Ramon Mercader, un abile stalinista spagnolo che era riuscito a infiltrarsi nelle file degli aiutanti di Trotskij in terra messicana.

Tra i principali dirigenti stalinisti del periodo storico in via di esame ritroviamo invece V. M. Molotov (1890-1986), bolscevico dal 1906 e membro del Politburo dal 1926, oltre che principale aiutante di Stalin dal 1921 al 1946, S. M. Kirov, come si è già notato venne ucciso da un ex oppositore di Stalin nel dicembre del 1934, e “Sergo” Ordhonikidze.

  1. K. Ordzhonikidze nacque nel 1886 e morì a Mosca nel febbraio del 1937: divenuto nel 1903 un militante bolscevico, egli si mostrò subito assai attivo nel movimento rivoluzionario georgiano, ebbe funzioni di rilievo nella rivoluzione e nella guerra civile e quindi spalleggiò Stalin sia nell’azione di incorporazione della Georgia all’URSS nel 1921-23, che nella lotta tra le diverse frazioni del partito bolscevico che scoppiarono via via dopo la grave malattia che colpì Lenin all’inizio del 1923, divenendo tra i principali organizzatori dei primi piani quinquennali. Nel 1930 Ordzhonikidze entrò a far parte del Politburo: benché molto legato a Stalin, egli rappresentò un elemento moderato e conciliatore che, come ministro dell’industria pesante sovietica, aveva tra i suoi principali collaboratori proprio J. Pjatakov, tra l’altro divenuto suo amico personale.

Interessanti anche le figure di Jagoda e Ezhov. Se infatti il primo risultava ancora formalmente capo dell’NKVD (la polizia politica sovietica, in precedenza indicata con gli acronimi GPU e OGPU) tra il febbraio del 1935 e il settembre del 1936, mese della sua sostituzione con Ezhov, proprio nel febbraio del 1935 e poco dopo l’uccisione di Kirov (su cui indagheremo in un altro libro) Ezhov prese via via il controllo rispetto alle indagini promosse da Stalin proprio su tale omicidio e, in generale, sulle opposizioni al leader georgiano provenienti dall’interno del partito bolscevico.

Pertanto si creò un particolare “dualismo di poteri” all’interno della NKVD proprio nel periodo che comprende anche il dicembre del 1935, e in ogni caso fu Ezhov, e non Jagoda (caduto in disgrazia dopo la prima metà di settembre del 1936) a curare gli interrogatori e le indagini preliminari utilizzate in seguito durante il processo di Mosca del gennaio del 1937, anche ovviamente in riferimento al volo di Pjatakov.

Per quanto riguarda le loro biografie, Genrich Grigorevic Jagoda (1891-1938) diventò bolscevico dal 1907 e durante la guerra civile tra “rossi” e “bianchi” del 1918/20 operò sul fronte meridionale, trasformandosi in un alto funzionario della Ceka dal 1920: fu uno dei vicecapi dell’NKVD nel settembre del 1923 e ne divenne il dirigente all’inizio del 1934.  Destituito nel settembre 1936, venne destinato al commissariato del popolo per le comunicazioni: arrestato nell’aprile 1937 e accusato di aver partecipato all’organizzazione degli omicidi di Kirov, Menzhinskij e Gor’kij, fu tra gli imputati al “processo dei ventuno” e venne giustiziato nel 1938, subito dopo la fine del terzo dei processi pubblici di Mosca.

A sua volta Nikolaj I. Ezhov (1895-1940) diventò bolscevico nel 1917, mentre durante la guerra civile fu commissario politico presso un’unità dell’Armata Rossa. Dal 1935 segretario del Comitato Centrale bolscevico, nel settembre 1936 sostituì Jagoda alla direzione dell’NKVD e avviò la “grande purga” del 1937-38, che da lui prese il nome di “ezhovshcina”; alla fine del 1937 egli divenne membro candidato del Politburo, ma nel novembre del 1938 fu a sua volta destituito dalla direzione dell’NKVD finché, nel 1939, venne arrestato e fucilato l’anno successivo.

Passando invece al campo degli oppositori a Stalin all’interno del partito comunista nel periodo in esame, spiccano oltre a Trotskij le figure politiche di Bucharin, Zinoviev e Kamenev.

  1. I. Bucharin divenne invece un attivo militante bolscevico dal 1905 e un leader del partito fin dall’inizio del 1917. Collocato per alcuni anni su posizioni particolarmente aggressive ed estremiste, dal 1917 fino al 1923, dopo la morte di Lenin avvenuta nel gennaio del 1924 Bucharin divenne invece il capo indiscusso della “destra”, ossia dell’ala più moderata del partito comunista sovietico: alleato di Stalin dal 1924 fino alla prima metà del 1928, Bucharin si scontrò apertamente con il leader georgiano nel 1929 e dopo la sua sconfitta perse gran parte del suo precedente potere politico. Ritornato almeno in apparenza in buoni rapporti con Stalin a partire dal 1934, venne accusato già nell’agosto del 1936 di attività clandestine contro la direzione stalinista; arrestato nel marzo del 1937, venne processato durante il terzo e ultimo processo di Mosca del marzo del 1938 e fucilato subito dopo la sua conclusione.

G.E. Zinoviev (1883-1940) e L.B. Kamenev (1887-1936) costituirono a loro volta due tra i più stretti collaboratori di Lenin nel periodo compreso tra il 1909 e il 1917, anche se essi si opposero con ogni mezzo alla vittoriosa insurrezione bolscevica dell’ottobre del 1917 (7 novembre del 1917, secondo il calendario giuliano). Tornati a essere nel 1918-23 tra i principali leader bolscevichi, i due si schierarono con Stalin e contro Trotskij dal 1923 fino all’inizio del 1925; entrati a loro volta in conflitto con Stalin e sconfitti, come si è già visto nel 1926-27 essi crearono un’alleanza politica con Trotskij contro il nucleo dirigente stalinista. Tra il 1928 e l’inizio del 1936 Zinoviev e Kamenev vennero più volte espulsi dal partito comunista, sotto l’accusa di attività clandestine antistaliniste; arrestati nel dicembre del 1934 dopo l’uccisione di Kirov e condannati a dieci anni di carcere, nell’agosto del 1936 essi costituirono gli imputati principali al primo processo di Mosca e vennero condannati a morte e fucilati perché ritenuti colpevoli sia di attività terroristiche, a partire dall’organizzazione dell’omicidio di Kirov, che di collaborazione segreta con Trotskij, nella lotta ininterrotta contro il nucleo dirigente stalinista condotta da quest’ultimo.

Per quanto riguarda invece l’Internazionale Comunista, conosciuta anche come Comintern e Terza Internazionale, venne invece fondata a Mosca nel marzo del 1919 principalmente grazie alla lucida progettualità e all’azione creativa di Lenin, divenendo in pochi anni un’organizzazione ramificata in gran parte del mondo, dalla Norvegia fino al Cile e all’Australia; a partire dall’inizio del 1929, il Comintern venne egemonizzato sul piano politico e organizzativo da Stalin e dai suoi collaboratori, tra i quali spiccò l’azione intelligente e generosa svolta dal comunista bulgaro G. Dimitrov dal 1934 fino all’agosto del 1939.

Sul fronte antagonista, la Quarta Internazionale iniziò invece ad agire embrionalmente e in modo informale fin dall’inizio del 1929, dopo l’esilio in Turchia di Trotskij; a partire dal marzo del 1933 e dopo la tremenda vittoria del nazismo in Germania, Trotskij diede in ogni caso un impulso decisivo al processo di costruzione e cristallizzazione della nuova Quarta Internazionale che, nel settembre del 1938, venne fondata anche sul piano formale nel corso di una conferenza di dirigenti trotzkisti  tenutasi a Perigny, un sobborgo collocato appena fuori Parigi.

Sul piano teorico e politico, il fulcro fondamentale e l’asse centrale del dissenso tra Trotskij e Stalin era costituito, a partire dalla fine del 1924, dalla diversa valutazione sulla possibilità di costruire il socialismo in Unione Sovietica, in assenza di una rivoluzione nelle principali nazioni capitalistiche.

Fin dal dicembre del 1924, con il suo saggio intitolato “La Rivoluzione d’Ottobre e la tattica dei comunisti russi”, Stalin sottolineò infatti che “la vittoria del socialismo in un solo paese, anche se questo paese è capitalisticamente meno sviluppato e il capitalismo continua a sussistere in altri paesi, sia pure capitalisticamente più sviluppati, è perfettamente possibile e probabile”; dal canto suo anche nel 1922 Trotskij sostenne invece la tesi secondo la quale “un’effettiva ascesa dell’economia socialista in Russia sarà possibile soltanto dopo la vittoria del proletariato nei principali paesi d’Europa” affermando altresì, nel suo libro “1917” ripubblicato nel 1924, che era “assurdo pensare” che la “Russia rivoluzionaria” potesse “far fronte a un’Europa conservatrice”.

Ma Stalin e Trotskij si divisero aspramente anche su un’altra questione politica correlata strettamente alla precedente e non certo irrilevante, almeno nel 1924-29: ossia se Lenin avesse a sua volta ritenuto possibile il processo integrale di costruzione del socialismo nella Russia sovietica in mancanza di una rivoluzione internazionale, e quale fosse il reale significato da attribuire a celebri articoli di Lenin in materia quali ad esempio il suo scritto “Sulla cooperazione” del gennaio 1923[18].

E a questo punto serve almeno una brevissima descrizione della figura di V. I. Ulianov (1870-1924), di regola conosciuto sotto lo pseudonimo di Lenin, che a nostro avviso ha rappresentato il più grande uomo politico e il più lucido rivoluzionario del Ventesimo secolo.

Se già è stato notevole il processo di sviluppo del marxismo compiuto da Lenin in campo filosofico (si pensi solo a testi quali “Materialismo ed empiriocriticismo” e i “Quaderni filosofici”) e socioeconomico (“Chi sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici”, e soprattutto il libro del 1916 intitolato “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”), Lenin è stato simultaneamente l’ideatore e la forza motrice principale del progetto politico teso a costruire una nuova forma di partito rivoluzionario, a partire dal suo “Che fare?” del 1902: il principale teorico del bolscevismo e il leader, a partire dal 1903, di quel partito di rivoluzionari di professione che riuscì via via a compiere tutta una serie di “miracoli” laici quali l’abbattimento del potere politico-economico della borghesia russa nell’ottobre del 1917 e la creazione del nuovo potere sovietico, la vittoria nella durissima guerra civile del 1918-20 contro le forze anticomuniste interne sostenute dalle principali potenze capitalistiche del mondo e l’introduzione, nel marzo del 1921, della NEP,  di quella “Nuova Politica Economica” che permise alla Russia sovietica di superare rapidamente la gravissima crisi economica e politica che la scosse profondamente in quell’anno, con la combinazione tra l’insurrezione dei marinai di Kronstadt, le sommosse contadine e la tremenda carestia del 1921. La prematura scomparsa di Lenin, avvenuta nel gennaio del 1924 dopo una malattia durata quasi due anni, costituì pertanto una gravissima perdita per il giovane potere sovietico e aprì la strada a un periodo di lotta aperta e quasi incessante tra le diverse componenti e tendenze politiche esistenti all’interno del partito bolscevico, che durò dalla fine del 1923 fino al 1929.

Sul piano invece del glossario politico che via via utilizzeremo, la sigla URSS costituiva l’acronimo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sorta alla fine del 1922; il Politburo (o Politbjuro) a sua volta rappresentava a partire dal 1917 l’ufficio politico del partito bolscevico e, dal 1922, il suo principale organo di decisione politica, mentre il Comitato Centrale – eletto via via ad ogni congresso di partito – formava dal 1903 l’organismo politico principale per la nomina dei dirigenti e la selezione della linea politica del partito.

Il partito comunista sovietico costituì a sua volta lo sviluppo organico del bolscevismo e della tendenza politica rivoluzionaria guidata da V. I. Lenin fin dal 1903 all’interno del partito socialdemocratico russo: una corrente politica che si trasformò in un partito a sé stante e diviso anche sul piano formale dai menscevichi, ossia dall’ala moderata del socialismo russo, a partire dal 1912. L’organo ufficiale dell’organizzazione bolscevica, denominatasi comunista all’inizio del 1918, era costituito dalla Pravda; se l’Izvestia rappresentava l’organo ufficiale del potere sovietico, sorto in seguito alla rivoluzione dell’ottobre del 1917, la Tass costituiva invece l’agenzia di stampa di quest’ultimo.

Un accenno infine al problema della translitterazione dei cognomi russi in lingua italiana, operazione che crea a volte un certo margine di incertezza. Ad esempio il celebre pseudonimo usato per individuare L. D. Bronstein è stato tradotto in vari modi, da Trotskij passando a Trotsky fino a Trotckij, mentre il cognome Preobrazhenskj, uno dei leader della corrente trotzkista sovietica sia nel 1923/27 che nel 1931/36, in diversi testi viene riportato senza la lettera acca, come è avvenuto del resto nel caso di Ezov/Ezhov, e di altre personalità sovietiche

[1] P. L. Contessi, “I processi di Mosca”, p. 190 e 241, ed. Il Mulino

[2] “The Moscow Trial of 1937”, in http://www.red-channell.de

[3] P. L. Contessi, op. cit., pag. 247-248

[4] Op. cit., p. 248-249

[5] P. L. Contessi, “I processi di Mosca”, pag. 252, ed. Il mulino

[6] Op. cit., p. 252

[7] Op. cit., p. 237

[8] Op. cit., p. 243

[9] “The case of Leon Trotskij”, tredicesima sessione, parte terza, op. cit.

[10] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[11] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione

[12] “The case…”, op. cit., tredicesima sessione, sezione diciottesima

[13] P. L. Contessi, op. cit., pag. 167/168

[14] L. T- Lih, O. V. Naumov e O. V. Khlevniuk, “Stalin’s letters to Molotov”, pag. 214, 56 e 188, ed. Yale University Press

[15] Op. cit., pag. 211

[16] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, p. 344, ed. Bollati Boringhieri

[17] P. Broué, op. cit., p. 397

[18] I. V. Stalin, “Letter to Slepkov”, 8 ottobre 1926, in www.marxists.org; V. I. Lenin, “Sulla cooperazione”, 4 e 6 gennaio 1923, in http://www.marxists.org

 


Il libro di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, “Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti” è pubblicato dalla casa editrice PGreco edizioni pp. 596 (tel. 02 24416383 – email: ordini@edizionipgreco.it : www.edizionipgreco.it)

Fuga verso est

 

 

Sappiamo che nella Berlino divisa esistevano centri di accoglienza per i cittadini che fuggivano da Berlino Est verso l’Ovest. Ma sapevate che esistevano centri anche per chi scappava dall’Ovest per andare ad Est?

STORIE DI FUGHE VERSO LA REPUBBLICA DEMOCRATICA

Ebbene sì, non esistevano solo i centri di accettazione per le persone che da Est fuggivano per andare a Ovest, ma ce n’erano alcuni anche nella DDR per il flusso di persone che lasciavano la Repubblica Federale. Di questi centri non se ne parla mai per ovvi motivi, la storia è stata raccontata sempre e solo da un solo punto vista, quindi è tabù parlare di rifugiati dell’Ovest.

All’inizio degli anni ’50 la DDR costruì baracche speciali per le persone che volevano ritornare e per chi da Ovest voleva trasferirsi nell’Est, erano praticamente dei centri di accettazione. Qui la Volkspolizei (la polizia della DDR) e la Stasi controllavano l’identità delle persone. Si e’ calcolato che fra il 1949 e il 1989 siano state 600mila le persone che da Ovest si sono spostate ad Est, la maggior parte di queste a cavallo tra il 1950 e il 1960.

A BERLINO EST non per politica ma per la famiglia

Dopo la costruzione del Muro il numero dei richiedenti diminuì, ed anche i centri di accoglienza furono ridotti a tre e dal 1979 restò solo quello di Röntgental nella periferia berlinese. I rifugiati dell’Ovest, che facevano richiesta di residenza nella DDR, non lo facevano quasi mai per motivi politici bensì personali (ma lo stesso vale per i tanti che facevano il percorso inverso): chi aveva famiglia nella DDR, chi prima si era trasferito ad Ovest ma poi voleva tornare perché deluso, e c’erano anche persone che volevano vivere in un sistema socialista.

Le persone al loro arrivo nel centro di accettazione venivano registrate e poi suddivise a seconda della religione, cultura ed orientamento politico e non potevano avere contatti fra loro. La permanenza nel centro poteva durare dalle 4 alle 6 settimane (a volte anche fino a 6 mesi). In questo periodo di attesa, non era permesso lasciare il campo, si poteva ricevere posta ma non inviarla, a volte si poteva telefonare. C’erano strutture che permettevano di potersi dedicare a diverse attività, ad esempio sport o cultura.

I rifugiati venivano trattati in modo differente, dipendeva dalla ragione per cui avevano deciso di trasferirsi nella DDR. Venivano tenute conferenze e mostrati filmati per preparare le persone alla nuova “patria”, visite mediche e naturalmente si potevano seguire programmi televisivi e radiofonici della DDR. Durante questo periodo di permanenza in attesa del permesso di soggiorno nella DDR, i richiedenti venivano sottoposti continuamente ad incontri (potremo dire “interrogatori”) con la polizia, mentre la Stasi si occupava dei rifugiati politici.

Se la richiesta di residenza nella DDR veniva accolta, il rifugiato poi doveva trasferirsi in un luogo assegnato dove poi avrebbe avuto una casa e un lavoro. Di solito chi sicuramente veniva rispedito indietro erano le persone che avevano avuto problemi con la giustizia ad Ovest, “asociali” o persone definite “pigre”! Secondo testimonianze le condizioni nel centro erano comunque buone e le persone venivano trattate correttamente nonostante l’estenuante attesa per l’eventuale permesso di residenza nella DDR.

Fra il 1984 e il 1989 furono registrate 3637 persone nel centro di Rögental, di queste 1386 erano cittadini della DDR che dopo essere stati nella BRD volevano ritornare, 1619 erano cittadini della BRD e 632 stranieri che provenivano da altri stati non socialisti. In tutto ne furono rispediti indietro 432. Il centro chiuse nel 1990 ed oggi gli edifici sono occupati da una casa di riposo.

LA TESTIMONIANZA DI GISELA KRAFT

Sulla storia dei rifugiati che scappavano dalla Germania dell’Ovest per andare in quella dell’Est è stato pubblicato un libro: “Einmal Freiheit und zurück – Die Geschichte der DDR-Rückkeher” di Ulrich Stoll (Ch. Links Verlag) da cui è tratto un documentario prodotto da ZDF-Arte dallo stesso titolo del libro.

Una delle testimonianze di chi liberamente decise di trasferirsi nella DDR è quella della scrittrice Gisela Kraft: “Nella DDR potevo essere per la prima volta una libera professionista. Potevo vivere da scrittrice e fare persino piccoli viaggi e andare a teatro. Ero coperta per tutto ciò di cui avevo bisogno: potevo dedicarmi produttivamente alla mia attività senza dovere pensare ogni giorno: potrò pagare l’affitto il mese prossimo?“.

I fuggiaschi della Repubblica Federale Tedesca

 

Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Nell’immaginario comune quando si parla dell’ Afganistan, sicuramente,  le prime immagini che vengono in mente sono: burqa,  paese arretrato e medievale, poveratà, miseria, paese militarmente occupato dalla NATO. Impossibile non associare i fatti del’ 11 Settembre 2001, Al-Qaeda e Bin Laden.

Tuttavia, con ogni probabilità,  pochi sono a conocenza che c’è stasto un passato in cui l’Afghanistan riuscì a liberarsi dalle catene del Medioevo e ad entrare nell’età contemporanea. Dove oggi c’è un paese arretrato, ieri c’era un paese democratico e culturalmente avanzato: La Repubblica Democratica dell’Afghanistan.

Questa esplosione di progresso è arrivata grazie alla Rivoluzione Saur, una rivoluzione popolare esplosa grazie all’azione dei comunisti afghani.

Dopo la repressione scatenata dal precedente regime, la rivoluzione è iniziata nell’aprile del 1978 ed ha trionfato. Il nome Rivoluzione Saur deriva dal nome persiano del mese, la rivoluzione è conosicuta anche come La Rivoluzione Rossa d’Aprile.

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Bandiera della Repubblica Democratica dell’Afghanistan

Il governo marxista di Taraki ha avviato un programma di grandi cambiamenti nella società afghana.

Eliminazione dell’usura,  campagna di alfabetizzazione, per la prima volta anche le donne afgane hanno partecipato,  riforma agraria, separazione totale della religione e del nuovo stato che divenne costituzionalmente laico, eliminazione della coltivazione dell’oppio, sindacati legalizzati, istituita una legge per un salario minimo cosi da aumentare i salari per i lavoratori afgani.

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Programma di alfabetizzazione insegnato da donne. 1979. Area rurale dell’Afghanistan
 Il governo di Taraki ha garantito la parità di diritti per le donne: possibilità di non indossare velo, possibilità di viaggiare liberamente e guidare automobili,  abolizione dell’acquisto di donne, integrazione delle donne nei luoghi di lavoro ed accesso all’università, nonché accesso alla vita politica e agli ufici pubblici.
Il governo comunista si sforza di togliere le donne dalla tremenda arretratezza e oppressione: l’analfabetismo femminile viene ridotto dal 98% al 75%.
I militanti del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan che praticano la poligamia vengono espulsi dal partito. Le donne partecipano alla vita politica, sono un decimo della militanza del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, una cifra insufficiente ma un grande progresso rispetto all’esclusione assoluta che subiscono oggi sotto il regime dei talebani. 

Il vicepresidente dell’Unione delle donne democratiche Safika Razmiha dichiarò nel 1988: “Se l’uguaglianza delle donne nella nostra società non viene raggiunta, è impossibile avanzare lungo il sentiero del progresso sociale.

Molte migliaia di donne afghane sono ancora bloccate negli harem, milioni nascondono i loro volti sotto il chador e il 75% di loro sono analfabeti.

La rivoluzione afghana fa molto per emancipare le donne. Ma la correlazione delle forze è ancora favorevole agli arretrati feudali”.

L’Afghanistan ha concesso il divorzio nel 1980.

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Donne in classe 1981. Kabul.
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Lavoratrice in una fabbrica, 1983.

I comunisti afgani hanno lottato per far uscire il paese dall’arretratezza e dalla miseria. All’inizio hanno distribuito terre a 250.000 contadini,  hanno abolito tutti i debiti contratti dai contadini con i proprietari terrieri,  liberato 8.000 prigionieri politici, dichiararono l’istruzione universale per entrambi i sessi.

Il tasso di mortalità infantile dei bambini sotto i 5 anni passa da 380 nel 1960 a 300 nel 1988; L’80% della popolazione urbana accede ai servizi sanitari; Il 63% dei bambini completa l’anno scolastico nel 1985-87; l’aspettativa di vita passa da 33 anni nel 1960 a 42 nel 1988.

Centinaia di migliaia di persone sono alfabetizzate. Il numero di medici è aumentato del 50%, il numero totale di posti letto negli ospedali è raddoppiato; gli asili nido e le case di riposo per i lavoratori vengono creati per la prima volta.

Il progresso dell’Afghanistan fu tale che l’Afghanistan ebbe il primo astronauta nella sua storia
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Abdul Ahad Mohmand, primo e unico cosmonauta afgano

Invasione dell’URSS?Quando si parla di questo fatto storico nella letteratura o nei media, viene descritto come “invasione dell’Afghanistan” o “invasione sovietica”.

Niente è più lontano dalla realtà. L’URSS non ha invaso l’Afghanistan, ma interviene dopo aver ricevuto la richiesta dal Consiglio Rivoluzionario.

Non dobbiamo dimenticare due fatti: la Rivoluzione Saur si svolge nel 1978 e l’ingresso delle truppe sovietiche è il 7 dicembre 1979, la repubblica socialista afgana sopravviverà per mesi alla caduta dell’URSS. Kabul cadrà nel 1992, dimostrando l’esistenza di un importante e notevole sostegno da parte della popolazione, considerando che dal 1988 al 1992, la Repubblica Democratica dell’Afghanistan ha combattuto senza alcun aiuto da parte dell’ormai morente Unione Sovietica.

Gli Stati Uniti non esitarono a sostenere i “combattenti per la libertà” cosi come oggi sta avvenendo in Siria e in Libia, sostengno che porterà alla nascita dell’organizzazione terroristica Al-Qaeda.

Ronald Reagan dichiarerà:
Vedere i coraggiosi combattenti della libertà afgana contro gli arsenali moderni con pistole semplici è un’ispirazione per coloro che amano la libertà”

 

 

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Eduardo Galeano :
Verso la fine del 1979 le truppe sovietiche invasero l’Afganistan.  Scopo dell’invasione era la difesa del governo laico che stava tentando di modernizzare il paese. Io ero uno dei membri del Tribunale Internazionale di Stoccolma che nel 1981 si occupò del tema.

Non dimenticherò mai il momento culminante di quelle sessioni:
stava testimoniando un importante capo religioso, rappresentante dei fondamentalisti islamici Talebani, a quel tempo definiti “Freedom Fighters” dall’Occidente, “Guerrieri della Libertà” invece che terroristi.

L’anziano Talebano dichiarò: “I comunisti hanno disonorato le nostre figlie! Hanno insegnato loro a leggere e scrivere!”.

25 Aprile: Dalla dittatura fascista alla dittatura democratica

Dopo la sconfitta del fascismo, la nascita della repubblica italiana e la conseguente instaurazione della dittatura democratica la borghesia riprende la battaglia contro i comunisti e per perseguire l’obbiettivo si affida totalmente alla struttura repressiva nata sotto il ventennio.

Si pensi al mantenimento del codice Rocco e del Testo unico di Pubblica Sicurezza di marca fascista, alla conservazione di pulsioni autoritarie nelle pratiche istituzionali; si potrebbe dire che la Costituzione fu parzialmente congelata, almeno fino agli anni Sessanta. Nessun conto venne fatto pagare a chi avrebbe dovuto rispondere di crimini di guerra settori della Magistratura e della Polizia, dell’esercito, della burocrazia e dell’università rimangono al loro posto, si sottraggono alle misure di bonifica democratica, gli stessi uomini che furono di Mussolini saranno gli stessi a gestire pezzi del potere istituzionale del nuovo Stato in nome della “continuità dello Stato italiano” divenuto una provincia dell’Impero americano.

Alcuni dati e nomi:
Nel 1960 su 64 prefetti ben 62 erano stati funzionari degli Interni durante la dittatura fascista e su 241 vice-prefetti, tutti indistintamente avevano fatto parte dell’amministrazione dello Stato negli anni del fascismo,  su 135 questori, 120 avevano fatto parte della polizia fascista e su 139 vice-questori, solo 5 risultavano aver contribuito in qualche modo alla Lotta di Liberazione, dei 394mila impiegati pubblici solo 1580 furono licenziati.

L’ispettore di polizia Ettore Messana. Il suo marchio di violenza ha radici lontane, nel 1919, a Riesi, in Sicilia, dove ordina di sparare contro i contadini dopo un fallito tentativo di occupazione delle terre: 15 morti.  Questore di Lubiana e poi di Trieste tra il 1941 e il 1943, ricercato per crimini di guerra commessi sugli sloveni nel tentativo forzoso di italianizzarli; nNel 1945 diviene ispettore di Pubblica sicurezza sotto Bonomi e De Gasperi; viene arruolato in Sicilia nelle attività anticomuniste del dopoguerra e nella repressione delle lotte dei contadini siciliani, e coinvolto nella strage politica di Portella della Ginestra; proteggerà di latifondisti e criminali come Salvatore Ferreri (il noto fra’ Diavolo, fascista e assassino al soldo della Repubblica di Salò). Nel 1953 Messana è collocato a riposo e, su proposta del ministro Scelba, riceverà l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.L’ispettore generale di polizia Ciro Verdiani,  successore di Messana in Sicilia, ex capo della zona Ovra di Zagabria, che di antifascisti al Tribunale speciale della Dalmazia ne aveva consegnati moltissimi, nell’Italia liberata fu addirittura nominato questore della Roma liberata.  Incontrò Giuliano da amico, ebbe con lui un carteggio, fu poi incriminato dai giudici di Palermo per «favoreggiamento personale continuato e aggravato e per aver aiutato Giuliano e altri affiliati della banda a sottrarsi alle ricerche dell’autorità». La messinscena della morte del bandito, secondo la futura Commissione antimafia, «non fa certo onore alla polizia».Il generale dei carabinieri Giuseppe Pièche uomo di fiducia di Mussolini, che ebbe, quasi fosse ovvio, incarichi di grande riservatezza da De Gasperi e Scelba.Il maresciallo d’Italia Giovanni Messe, giudicato dagli Alleati il miglior generale italiano, a capo del Csir, il Corpo di spedizione italiano in Russia, poi in Tunisia, nominato capo di stato maggiore da Badoglio per continuare la guerra, contro i tedeschi, questa volta: dopo la Liberazione, fu considerato l’uomo forte, al centro di alcune idee di golpe, fautore di movimenti monarchici parafascisti, di fronti anticomunisti formati da reduci di Salò, da ufficiali dell’esercito revanscisti e nostalgici. Era considerato il de Gaulle italiano, non ne aveva le qualità. Anche la monarchia, nel tentativo di rimanere al Quirinale, non fu esente dagli intrighi ai tempi del referendum del 2 giugno 1946 e del re di maggio.

Giovanni Ravalli, accusato in veste di militare di crimini durante l’occupazione italiana della Grecia diventa prefetto nel 1960 di Catanzaro e poi di Palermo fu protagonista di una crociata anticomunista le cui vittime furono poveri braccianti e le organizzazioni sindacali della sinistra. Ravalli è morto indisturbato e mai processato nel 1998.

Rosario Barranco nel gennaio del 1937 il governo fascista di Benito Mussolini e la giunta militare all’epoca al potere in Bolivia strinsero un accordo di collaborazione. Gli italiani avrebbero inviato uomini per formare la polizia boliviana e reprimere il dissenso. Tra i profili scelti per la missione c’era un poliziotto di origini siciliane, Rosario Barranco. Rientrato in Italia, Barranco fu inviato in Francia durante l’occupazione. Al termine del conflitto, le autorità francesi richiesero la sua estradizione per crimini di guerra: Barranco fu accusato di arresti illegali, torture, omicidi; era considerato il capo dell’OVRA, la polizia segreta fascista, a Nizza. Ma nel gennaio del 1948 fu promosso a capo della squadra mobile di Roma. Il conflitto mondiale era finito da tre anni, Mussolini era stato arrestato da cinque, e la costituzione repubblicana era entrata in vigore da pochi giorni

Gli apparati dei servizi segreti, dell’esercito, della polizia e dei carabinieri attraverso queste figure riuscirono a svolgere un’azione particolarmente incisiva sia durante la guerra civile 1943-1945, sia nella fase di transizione tra la fine della guerra e della repubblica fascista di Salò e la nascita della Repubblica antifascista.Alcuni di loro attraverso una sottile azione di «doppiogiochismo» in favore del fronte Alleato, ormai destinato a vincere la guerra, riuscirono ad accreditarsi presso gli anglo-americani e presso gli stessi partiti antifascisti come figure utili e funzionali ad un processo di ricostruzione dello Stato.  La «Guerra fredda» e la necessità della lotta anticomunista «di Stato» (cioè organizzata in modo istituzionale all’interno dei ministeri e del governo) finì per valorizzare l’esperienza ventennale di questi funzionari in seno agli apparati repressivi del regime fascista e divenne un elemento fondamentale per lo sviluppo delle loro carriere. Molti di loro, inoltre, erano iscritti nelle liste delle Nazioni Unite come «presunti criminali di guerra» da dover processare per le condotte operate contro civili e partigiani in Jugoslavia, Grecia, Albania, Urss, Francia e Africa (parliamo di crimini come rastrellamenti, deportazioni, fucilazioni di massa, impiccagioni, persecuzioni di oppositori politici e partigiani) e questa «ricattabilità» derivante dal loro passato ne fece dei funzionari zelanti e fedeli del nuovo ordine organizzato intorno alle logiche anticomuniste della divisione bipolare internazionale.

APPROFONDIMENTI:

I partigiani di Santa Libera, l’insurrezione partigiana contro il revisionismo Italiano

LA RESISTENZA TRADITA

Fonti:
Gli impuniti del dopoguerra

Giuseppe Garibaldi eroe socialista

Se esistesse una società del demonio, che combattesse despoti e preti, mi arruolerei nelle sue file.” (Giuseppe Garibaldi)

Se per internazionalista s’intende colui il quale, avendo cento scudi in tasca, frutto del proprio lavoro, abbia l’obbligo di dividerli con un altro che pretende di vivere neghittosamente alle sue spalle, questo è un ladro: tale è il mio internazionalismo.(Giuseppe Garibaldi)

“L’unico eroe di cui il mondo ha mai avuto bisogno si chiama Giuseppe Garibaldi.” (Che Guevara)

“L’eroe delle nazionalità oppresse, l’assertore inflessibile dei loro diritti e il combattente generoso per la loro difesa. (Sandro Pertini)

La storiografia risorgimentale ha prestato scarsa attenzione al socialismo di Giuseppe Garibaldi. La sua azione politica, pervasa da sincera umanità, s’inserisce invece in quelle tendenze ideali che hanno caratterizzato il socialismo nel suo sviluppo originario.

Come egli stesso ricordò più volte, fu nel 1833, durante un viaggio per l’Oriente, che conobbe le idee umanitarie e sociali di Saint-Simon. Il contatto con un gruppo di sansimoniani, guidati da Emile Barrault, e l’influenza di Saint-Simon lasciarono nel giovane Garibaldi (allora venticinquenne) un’impronta indelebile. Quel socialista francese, che predicava il libero sviluppo delle facoltà umane attraverso il ritorno all’interezza armonica della natura, orientò Garibaldi nella sua successiva evoluzione politica. I primi passi di Garibaldi risalivano agli anni Trenta del secolo XIX. Dall’adesione alla Giovane Italia – la cui affiliazione avvenne senza bruschi passaggi per l’influenza che Saint-Simon esercitò su Mazzini – e poi alla Massoneria (1844), Garibaldi corroborò gli influssi socialisti provenienti dalla Francia. L’assidua frequenza delle logge Asile de la Veru e Amis de la patrie gli permise a Montevideo di partecipare al dibattito, che si sviluppò con la pubblicazione nel 1839 de L’organisation du travail di Louis Blanc e de De lesclavage moderne di Félicité R. de Lamennais; o due anni dopo con quella di Voyage en Icarie di Etienne Cabet. Attraverso la conoscenza di queste opere, l’anticlericalismo di Garibaldi, influenzato dalle idee di Proudhon e dalle battaglie anticuriali di Lamennais, si accentuò e la sua religione naturale assomigliò sempre di più al mondo ideale dei socialisti francesi.

Dal suo ritorno in Italia nel 1848 fino agli anni 1860-61, Garibaldi fu impegnato nelle sue gesta di condottiero militare e il suo rapporto col socialismo sembrò dileguarsi o quasi. Fino al compimento dell’Unità dItalia, i rapporti di Garibaldi con il movimento socialista divennero sempre più scarsi. La recente storiografia suole infatti farli decorrere dal IX congresso delle società operaie (Firenze, settembre 1861), che lo scelse come presidente e lo elesse membro della commissione permanente. Da quell’anno non ci fu congresso che non invocò l’adesione di Garibaldi e non lo invitò a partecipare; al decimo congresso delle società operaie (Parma, ottobre 1863) apparve addirittura come un nume tutelare. Solo con la nascita dell’Associazione Internazionale dei lavoratori (settembre 1864), Garibaldi divenne un personaggio di primo piano nell’ambito di quella democrazia europea, che si richiamava agli ideali della Rivoluzione francese. Il suo strenuo appoggio all’indipendenza della Polonia e della Romania accentuò la fama di Garibaldi, che in breve tempo diventò l’incarnazione delle aspirazioni al riscatto dei popoli oppressi.

Nel 1864 la visita di Garibaldi a Londra, durante la Prima Internazionale,  ricevette la calorosa accoglienza delle società operaie inglesi, che gli tributarono numerose manifestazioni di simpatia. Ma esse non riuscirono a coinvolgere anche Karl Marx, affinché sottoscrivesse un messaggio di saluto all’eroe della democrazia italiana. Nonostante gli insulti a Garibaldi da parte di Marx, che conservò sempre un atteggiamento critico nei suoi confronti, questo viaggio fu seguito con vivo interesse dalla stampa progressista europea. Dagli esuli tedeschi Garibaldi ricevette un Indirizzo, in cui fu salutato come il propugnatore della libertà, l’uomo che ha combattuto su due emisferi per il progresso, i diritti umani e lo stato libero.

Per Garibaldi il socialismo corrispondeva al miglioramento della condizione materiale, morale e culturale dell’operaio, ma non per questo era contrario alla proprietà privata. Anzi, la difendeva e per questo il rapporto con Marx rimmarrà molto aspro.

Molto interessanti per definire la personalità politica di Garibaldi, le sue proposte presentate nel settembre 1867 al Congresso internazionale di Ginevra per la Pace e la Libertà, un incontro in cui parteciparono grandi personalità come lo scrittore Victor Hugo e il filosofo liberale John Stuart Mill:

1. Tutte le nazioni sono sorelle.

2. La guerra tra di loro è impossibile.

3. Tutte le contese che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere giudicate da un congresso.

4. I membri del congresso saranno nominati dalle società democratiche dei popoli.

5. Ciascun popolo avrà diritto di voto al congresso, qualunque sia il numero dei suoi membri.

6. Il Papato, essendo la più nociva delle sette, è dichiarato decaduto.

7. La religione di Dio è adottata dal congresso e ciascuno dei suoi membri si obbliga a propagarla.

8. Supplire il sacerdozio delle rivelazioni e della ignoranza col sacerdozio della scienza e della intelligenza.

9. Propaganda della religione di Dio, attraverso l’istruzione, l’educazione e la virtù.

10. La repubblica è la sola forma di governo degna di un popolo libero.

11. La democrazia sola può rimediare ai flagelli della guerra.

12. Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno.

L’atteggiamento incerto della Lega di fronte alla Comune di Parigi, assunto al congresso di Losanna (1871), non gli impedì di prenderne le difese, pur ritenendola una sventura per gli eccidi della guerra civile. Quello della Comune, per Garibaldi, restò però uno straordinario avvenimento, una nuova e sfortunata tappa di quel lungo processo di emancipazione economica e morale della classe lavoratrice, che prese avvio dalla Rivoluzione francese dell’89.

Con la difesa appassionata della Comune di Parigi, che pur accentuò i contrasti nelle prime organizzazioni operaie e socialiste, Garibaldi divenne in breve tempo il principale veicolo del passaggio di ampi strati del democraticismo risorgimentale verso il socialismo. Nelle posizioni garibaldine, infatti, si riconobbero i gruppi riuniti attorno a La Plebe di Enrico Bignami, il giornale operaista destinato a svolgere un ruolo di primaria importanza nel periodo della prima Internazionale. Provenienti dalle file garibaldine, quasi tutti i collaboratori (Achille Bizzoni, Angelo Umiltà, Luigi Perla, Ferrero-Gola) accolsero la visione eroica del loro maestro, ma anche l’umanitarismo democratico e internazionalista, il laicismo anticlericale e la fede nel riscatto dei più deboli. Alla sua nascita (4 luglio 1867), La Plebe non esitò a pubblicare una lettera di approvazione e di incoraggiamento da parte di Garibaldi.

E alcuni anni dopo, il 9 novembre 1871, il periodico pubblicò altresì una polemica lettera di Garibaldi a Giuseppe Petroni, direttore della mazziniana Roma del popolo, per confutare alcune affermazioni riguardanti l’Internazionale e la Comune. Larghi entusiasmi – oltre al gruppo de La Plebe – riscosse Garibaldi a Firenze, dove la sezione dell’Internazionale contava nel giugno del 1871 circa 300 soci, tra i quali numerosi erano i garibaldini, che avevano combattuto con l’Eroe a Mentana o nell’armata dei Vosgi.

A Torino, quando nell’ottobre 1871 si costituì la sezione dell’Internazionale, l’assemblea inviò al generale un telegramma. Ma a fare del garibaldinismo un elemento fondamentale delle origini del socialismo italiano contribuirono i socialisti romagnoli (Erminio Pescatori, Celso Ceretti e Lodovico Nabruzzi): nel dicembre 1871 il Fascio operaio di Bologna inviò a Garibaldi il programma e lo statuto, quasi ad attestare la fedeltà alle sue idee. In una lettera del 13 marzo 1872 Garibaldi accolse lo statuto della nuova associazione e inviò la sua quota mensile di socio; come pure ammise di condividere il tentativo dei socialisti romagnoli di unificare le varie organizzazioni democratiche esistenti in Italia in organismi disposti a superare le divergenze ideologiche e a lottare per un programma concreto di emancipazione sociale. Tuttavia Garibaldi non fu molto entusiasta quando i socialisti romagnoli imboccarono una via di conciliazione tra garibaldinismo e bakuninismo, auspicando un programma comune basato sull’emancipazione del proletariato mediante la lotta contro i privilegi, l’autogoverno dei liberi comuni e la loro federazione universale. Così Garibaldi non mancò di manifestare diffidenza personale per Bakunin e sfiducia nelle sue idee utopiche e irrealizzabili. Durante la conferenza di Rimini (4-6 agosto 1872), egli avversò l’indirizzo dei delegati romagnoli, che accolsero il programma bakuniniano, pur respingendo le tesi fatte votare da Marx alla conferenza londinese del 1871, perché intrise di comunismo autoritario. Vicecersa Bakunin criticò Garibaldi, perché questi – proprio quando si dichiarava socialista o internazionalista – metteva in guardia dalle esagerazioni anarchiche, dagli eccessi dei dottrinari, intenti solo a inventare paradossi con lo scopo ben preciso di “spaventare il mondo”. La guerra al capitale, la collettivizzazione della terra, l’abolizione dello Stato furono considerati paradossi che ritardavano l’eliminazione delle sperequazioni sociali.

Questo atteggiamento rese Garibaldi inviso agli anarchici, i quali più volte lo definirono un confusionario per il suo militarismo rivoluzionario e per la sua idea di una dittatura elettiva. In realtà, l’avversione di Garibaldi all’istituto parlamentare fu dettata dall’assenza di una struttura politica unitaria, che garantisse piena autonomia ai corpi intermedi (comuni e regioni) e ricorresse all’arbitrato internazionale riguardo alla futura organizzazione politica europea. Al IV congresso della Lega (Lugano, 23-27 settembre 1872), egli – pur non partecipandovi personalmente – sostenne la subordinazione della politica alla morale, la Federazione repubblicana europea e la sostituzione delle milizie nazionali agli eserciti permanenti. Nell’ultimo decennio della sua vita, Garibaldi ripose piena fiducia in un progetto di vaste e profonde riforme istituzionali e legislative, desideroso di battere nuove vie per realizzare il sogno sansimoniano di una società diversa, da lui stesso presentato nel capitolo conclusivo de I Mille. Ma il suo contributo più importante fu diretto soprattutto a scongiurare il pericolo di nuove guerre per un’unione completa delle nazioni libere e per il conseguimento della pace universale. Così continuò negli anni successivi fino alla morte (1882) ad inviare messaggi augurali ai giornali e ai congressi socialisti, testimoniando anche a favore degli internazionalisti del 1875.

Il Garibaldi socialista (nel 150° dell’unità d’Italia)

Giuseppe Garibaldi. Padre della Patria ed Eroe Socialista

Giuseppe Garibaldi era socialista?