La questione meridionale commentata da Marx e di Engels

L’Italia è il paese della classicità. Dalla grande epoca in cui apparve sul suo orizzonte l’alba della civiltà moderna, essa ha prodotto grandiosi caratteri, di classica e ineguagliata perfezione, da Dante a Garibaldi. Ma anche l’età della decadenza e della dominazione straniera le ha lasciato maschere classiche di caratteri, tra cui due tipi particolarmente compiuti, Sganarello e Dulcamara. La loro classica unità la vediamo impersonata nel nostro “illustre” Loria.(Friedrich Engels, III libro de Il Capitale, 4 ottobre 1894)

Marx ed Engels tra il 1848 e 1860 si occupano assiduamente della penisola italiana e dei suoi tumulti. L’Italia ancora non esiste, se non come «questione italiana» che destabilizza il quadro europeo, anche per via della predicazione mazziniana che si distende su scala continentale. Lo sguardo sull’Italia dei due ha il pregio di evidenziare con sicurezza gli elementi caratterizzanti di una situazione in divenire, destinati a diventare cardini interpretativi della storiografia successiva: il peso determinante del contesto internazionale, con lo scontro fra l’Austria asburgica e il Secondo impero francese, ma anche con il ruolo diplomatico della Gran Bretagna; le ambiguità della politica piemontese, la riduzione del problema nazionale nelle strette della politica espansionista sabauda; il gioco delle forze sociali, che permettono di dar conto dell’egemonia, ma anche del ruolo dell’iniziativa popolare garibaldina.

I commenti di Marx ed Engels

Il primo evento rivoluzionario assoluto del 1848 accade a Palermo, il 12 gennaio, giorno del compleanno del re Ferdinando II delle Due Sicilie. Il popolo palermitano, comandato da una parte di nobili decaduti di rango ma dotati di intelletto e intelligenza politica, insorge per la prima volta col tricolore che abbiamo a tutt’oggi. Insorge l’intera isola: le rivolte siciliane portano con sé volontà radicali di riforma per la Sicilia da propagare a Napoli, a Roma, al resto d’Italia; ma la sanguinosa e violenta capitolazione di Messina, pesantemente bombardata su ordine di re Ferdinando II, reprime definitivamente l’insurrezione.

Nell’articolo di Engels La più recente prodezza della casa di Borbone, pubblicato sulla Gazzetta Renana il 1° giugno 1848, vediamo come, secondo il filosofo tedesco, già l’insurrezione del popolo siciliano costituisce una vera e propria rivoluzione. Infatti, “il torrente rivoluzionario non si lascia arginare da complotti o da colpi di stato assolutisti. Con la controrivoluzione del 15 maggio, Ferdinando di Borbone ha posto la prima pietra della Repubblica italiana. E se Ferdinando cadrà, egli avrà almeno la soddisfazione di aver vissuto e di esser caduto da vero Borbone.” Una sentenza chiara e diretta di come può svilupparsi la questione italiana da poco incendiata con il Quarantotto.

L’attenzione di Marx e di Engels per gli avvenimenti ed i protagonisti del movimenta di unificazione italiana fu molto viva; i successi dei garibaldini in Sicilia e a Napoli vennero da loro seguiti con enorme entusiasmo; di Garibaldi stesso scrissero con ammirazione.

Marx ed Engels appoggiano le politiche di Garibaldi nel Regno delle due Sicilie esaltando la sua indipendenza dal regno sabaudo e questo è provato dal brano di una lettera del 17 luglio 1860, in cui Marx scriveva: «Che bellezza che Garibaldi abbia mandato al diavolo Farina». Il siciliano Giuseppe La Farina, emigrato a Torino, era deputato e presiedeva la «Società Nazionale», venne mandato da Cavour in Sicilia per preparare ed affrettare la sua annessione; contro La Farina reagiva Garibaldi che lo face espellere violentemente da Palermo; La Farina, tornato a Torino, accusò Garibaldi di voler preparare la repubblica in Sicilia, d’accordo con Crispi.

In effetti Garibaldi auspicava la nascita di una confederazione italiana, tanto è vero che i giornali del 27 luglio pubblicavano le istruzioni da lui date ai principi siciliani di S. Cataldo e di S. Giuseppe, suoi legati a Londra per trattare con i rappresentanti borbonici:

1. la restaurazione in Sicilia della Costituzione del 1812
2. l’autonomia completa dell’Isola e la sua separazione dal Regno di Napoli
3. La partecipazione della Sicilia stessa nella «Lega Italica» come Stato indipendente.

Altre dimostrazioni del federalismo dei Garibaldi è il brano del garibaldino Alberto Mario in cui sostenne: «Noi democratici vogliamo l’unità politica, che è una delle forme della nazionalità, ma unità la quale più si accosti alla costituzione elvetica che all’accentramento francese».

Marx ed Engels interpretavano le operazioni garibaldine in Sicilia e a Napoli non come una guerra di conquista, ma di liberazione, contro l’assolutismo borbonico, affinché «il popolo italiano sia messo nella posizione di pronunciare la sua volontà sovrana rispettando la forma di governo che vuole scegliersi»: cosi scriveva Marx in una lettera al giornale fiorentino «L’Alba», verso la fine di maggio 1848.

Prima dello sbarco a Marsala, in una lettera dell’8 maggio 1860 Marx domandava ad Engels: «Che ne pensi della faccenda di Sicilia?»; successivamente, da giugno a settembre, egli chiese per ben sei volte ad Engels di scrivere qualcosa su Garibaldi. Mentre si attendeva la capitolazione di Milazzo e di Messina, in una lettera del 5 ottobre, Engels scriveva a Marx: «Papà Garibaldi ha dunque battuto di nuovo i napoletani e fatto duemila prigionieri. L’ascendente che ha sulle truppe deve essere fantastico…Per Bombalino (leggi Francesco II) sarà presto finita; presto le sue truppe non avranno più niente da mangiare e si sbanderanno, quella piccola striscia di terra non può nutrire. Per il momento non c’è nient’altro da dire su questa storia. Del resto non si può negare che il «re galantuomo» fa il suo gioco con molta decisione se va a Napoli adesso». A proposito del re, in un articolo di Marx o di Engels del 12 agosto 1848, era scritto: «D’ora in poi gli italiani non possono porre e non porranno più la loro liberazione nelle mani di un principe o di un re…Se essi l’avessero fatto prima, se avessero messo a riposo il re e il suo regime assieme con tutti i partigiani, ed avessero realizzata un’ unione democratica, oggi probabilmente non ci sarebbero più austriaci in Italia».

Parlando degli avvenimenti di Sicilia e di Napoli Marx ed Engels mostravano di sperare in una rottura tra Garibaldi e il governo e il re di Torino, come dimostra una lettera di Engels dell’1 ottobre 1860: «Garibaldi egli scriveva a Marx pare che, militarmente, non ce la faccia più. Ha talmente suddiviso le sue buone truppe nei battaglioni siciliani e napoletani, che non ha più nessuna organizzazione, e appena arriverà a una linea d’acqua un pò difesa, con una fortezza non dominata come Capua, dovrà fermarsi. Per ora la cosa non è seria, perché i 30 mila napoletani non possono vivere su quella piccola striscia di terra, e dovranno sparpagliarsi o avanzare entro 15 giorni, cosa che non riuscirà loro. Ma sarà ben difficile che Garibaldi arrivi tanto presto al Quirinale senza casi fortunati particolarissimi. Per di più ora tutto il gridare dei cavouriani; questi miserabili borghesi sono capaci di rendere fra poco insostenibile la sua posizione, sì che alla peggio dovrà attaccare prima di essere in condizioni di vincere. Se no sarebbe importante mettere fuori combattimento il più presto possibile i napoletani e indurre poi i piemontesi a fraternizzare, prima che Vittorio Emanuele arrivi tra loro, perché poi è troppo tardi, e loro rimarrebbero fedeli a Vittorio Emanuele».

Le previsioni di Engels purtroppo si avverarono, le politiche di Garibaldi in Sicilia crearono un forte contrasto tra quest’ultimo e il governo di Torino. Le truppe garibaldine si trovavano in cattive condizioni, necessitavano di cure, armi e rifornimenti che Cavour puntualmente rifiutò e inizio a far accostare alla frontiera degli Abruzzi le truppe sarde del generale Cialdini e per mare la flotta dell’ammiraglio Persano, pronti ad invadere le Due Sicilie

La situazione era insostenibile le truppe allo stremo non avrebbero retto lo scontro frontale contro le truppe sabaude e anche la difesa del territorio era impensabile visto la scarsità dei rifornimenti, tutto ciò indusse Garibaldi ad acconsentire all’annessione, non senza prima pubblicare un manifesto «Spieghiamoci chiaramente noi abbiamo bisogno di un’ Italia unita, e di vedere tutte le sue parti aggruppate in una sola nazione, senza restar traccia di municipalismo. Noi non possiamo consentire, che mediante parziali, e successive annessioni, l’Italia sia a poco a poco inviluppata nel municipalismo legislativo ed amministrativo del Piemonte. Che il Piemonte diventi adunque italiano, come han fatto Sicilia e Napoli, ma che l’Italia non divenga piemontese. Vogliamo noi stessi riunirci alle altre parti d’Italia, che si uniranno parimenti a noi con uguaglianza e dignità. Non debbono adunque imporci le leggi e i codici, che sono ora specialmente propri del Piemonte. Le popolazioni che col sangue han fatto trionfare un’ idea non sono simili a’  paesi conquistati, ed hanno il diritto a crearsi i loro codici e le loro leggi…Così pensa, e deve pensare per la salute d’ Italia chiunque è italiano».

Tre settimane prima della proclamazione dell’Unità d’Italia, il loro giudizio su Garibaldi è diventato sprezzante: “Quell’asino di Garibaldi si è reso ridicolo con la lettera sulla concordia ai Yankees!

Marx alludeva a una lettera in cui il generale aveva rifiutato la proposta del presidente Abraham Lincoln in persona di assumere un posto di comando nell’esercito nordista, all’inizio della guerra civile negli Stati Uniti. C’è da dire, inoltre, che Garibaldi si inquadrava politicamente in un socialismo di stampo utopistico, sansimoniano: e quasi sicuramente, la superficialità sansimoniana dimostrata da Garibaldi nel suo rifiuto a Lincoln influì nel giudizio di Marx.

Marx ed Engels hanno seguito con grande entusiasmo la “questione italiana”; le rivoluzioni innescate prima da Palermo nel 1848 e poi nel resto d’Italia (vedi Milano, Napoli, Venezia e la Repubblica Romana) hanno fatto sperare più che in meglio nel quadro teorico di Marx ed Engels, che immaginavano l’unificazione dell’esercito dei proletari provenienti da tutta la nazione italiana, portatori più che sani della coscienza di essere classe combattente, e perciò rivoluzionaria.

Fonti:

Il Risorgimento secondo Marx ed Engels. Ieri ed oggi.

IL MARXISMO E LA QUESTIONE MERIDIONALE

Marx ed Engels sul Risorgimento Italiano

Comandante Bruno Neri, presente!

Tra i simboli della Resistenza al Regime Fascista c’è sicuramente Bruno Neri, il calciatore partigiano che con il suo gesto mostrò tutto il suo disprezzo per la dittatura di Benito Mussolini.

Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regimeTutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” . Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

Così riassume la sua adesione alla lotta partigiana lo storico Sergio Giuntini:
Tramite il cugino Virgilio Neri, aderì all’«Organizzazione Resistenza Italiana» (ORI): un movimento che, sotto la spinta precipua dell’«azionista» Raimondo Craveri, si era costuito il 15 novembre 1943. In stretta connessione con l’OSS (Office of Strategic Service) americano e il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), l’ORI si poneva il compito di raccogliere informazioni e svolgere azioni di sabotaggio a favore dei resistenti e, in questo contesto, sorse per l’appunto il Battaglione «Ravenna», la formazione partigiana di Neri. Il «Ravenna» doveva posizionarsi e agire nella zona compresa tra il campo d’azione del gruppo comandato dal leggendario – anch’egli a suo tempo calciatore del Faenza – Silvio Corbari (Tradozio-Modigliana-San Valentino) e la trentaseiesima Brigata «Bianconcini» (Vallata della Sintria e Monte Faggiola); insomma assolvere a un ruolo strategico e combattente oltremodo significativo a ridosso della Linea Gotica. Del Battaglione «Ravenna» Neri, che per nome di battaglia assunse quello di «Berni», divenne il vicecapo lasciandone il comando al più militarmente esperto Vittorio Bellenghi («Nico»), un ex ufficiale del Regio esercito nato a Faenza il 7 marzo 1916. Due compagni inseparabili, accomunati anche nel sacrificio estremo. In particolare, il «Ravenna» si segnalò nel recupero di vari aviolanci alleati. Una prima volta, il 10 giugno 1944, sul Monte Castellaccio, quindi in un’analoga operazione il 23 giugno successivo e, infine, preparandosi per un lancio previsto tra il 16 e il 20 luglio ’44 sul Monte Lavane. Giusto in vista di quest’azione, il 10 luglio 1944, all’Eremo di Gamogna in prossimità di Marradi, perderà eroicamente la vita il partigiano-calciatore.

Nel 1946 il consiglio comunale di Faenza gli intitolò lo stadio, ma negli anni la memoria del calciatore-partigiano non è andata perduta. Così recita la lapide, dedicatagli nel 1955 dalla sua città natale, Faenza:
Bruno Neri comandante partigiano caduto in combattimento a Gamogna
il 10 luglio 1944, dopo aver primeggiato come atleta nelle sportive
competizioni rivelò nell’azione clandestina prima, nella guerra guerreggiata poi, magnifiche virtù di combattente e di grande esempio e monito per le future generazioni

Bruno Neri, storia del calciatore partigiano che non si piegò al Fascismo

Il calcio tra fascismo e resistenza. la storia di bruno neri, da mediano a combattente antifascista.

La Reggenza Italiana del Carnaro

Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse (Gabriele D’Annunzio)

SI SPIRITUS PRO NOBIS, QUIS CONTRA NOS?

100 anni fa, il 12 settembre 1919, duemila legionari partiti da Ronchi entravano a Fiume dichiarando l’annessione della città all’Italia.

L’impresa di Fiume dall’iniziale carattere meramente nazionalista e revanscista, passò in poco tempo ad ergersi come faro luminoso per i destini dei proletari italiani, fucina di idee rivoluzionarie per il nostro Paese e non solo. Grazie a figure come il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, Fiume ci regalò la Carta del Carnaro, uno degli esempi più belli ed alti di carta costituzionale, tanto da far sbocciare il reciproco riconoscimento e ammirazione tra la giovanissima Unione Sovietica e la Reggenza Del Carnaro di cui Lenin fu sostenitore.

Gramsci guardò con favore ed interesse gli avvenimenti, scorgendo in essi il prodromo di una Rivoluzione italiana, considerando che anche in Russia il socialismo s’instaurò nonostante i dettami di Marx non ne facessero il Paese adatto.

In un articolo dell’ottobre 1919, Gramsci valutò l’impresa di Fiume come un sintomo di quel processo di disfacimento che (secondo lui) stava in quel periodo gravemente indebolendo lo Stato italiano; Gramsci, infatti, interpretava la fondazione della repubblica fiumana come una iniziativa di tipo secessionista nei confronti del regno d’Italia; per Gramsci, il fatto che un avventuriero come D’Annunzio avesse potuto sfidare in armi l’autorità del governo era un segnale significativo della incapacità della borghesia italiana a conservare integro lo Stato unitario; nella visione gramsciana, solamente il proletariato avrebbe potuto, soppiantando per via rivoluzionaria la borghesia come classe dominante, impedire la disgregazione definitiva dello Stato.

In un successivo articolo del gennaio 1921, Gramsci riaffermò la sua interpretazione della impresa di Fiume come “clamorosa prova delle condizioni di debolezza, di prostrazione, di incapacità funzionale dello Stato borghese italiano in completo sfacelo”; osservò tuttavia che il Partito socialista non aveva saputo approfittare di tale situazione di debolezza dello Stato capitalistico (situazione che ora Gramsci riconosceva come temporanea) per rafforzare a fini rivoluzionari le posizioni del proletariato; Gramsci concludeva che la liquidazione della repubblica di Fiume compiuta da Giolitti aveva oggettivamente rafforzato lo Stato borghese e, di conseguenza, aveva indebolito politicamente la classe operaia.

In un articolo dello stesso periodo, Gramsci condanna duramente il “cinismo triviale” del governo Giolitti, il quale, durante l’impresa di Fiume, aveva dipinto nella sua propaganda con i colori più foschi D’Annunzio e i suoi legionari, indicati alla pubblica esecrazione come saccheggiatori e nemici della patria; ma – continua Gramsci –, dopo la conclusione dell’avventura fiumana, quello stesso governo ora concedeva a D’Annunzio un esilio dorato nel suo “palazzo principesco” di Venezia, e accordava ai legionari una piena e completa amnistia. Viceversa, osserva Gramsci, lo stesso governo Giolitti, nel settembre 1920, aveva promesso solennemente clemenza agli operai che avevano occupato le fabbriche, mentre ora perseguitava ed incarcerava parecchi di loro “colpevoli solo di aver lavorato durante l’occupazione”.

Occorre aggiungere che nei primi mesi del 1921, quando l’offensiva violenta dello squadrismo era ormai pienamente dispiegata, Gramsci intravide una possibilità di approfittare tatticamente del dissidio in quel periodo esistente fra D’Annunzio e Mussolini, e di tentare un accordo con i legionari fiumani per formare una coalizione armata contro i fascisti; tale tentativo si concretizzò nell’aprile 1921 in un viaggio di Gramsci a Gardone Riviera per incontrare D’Annunzio; ma tale incontro (di cui si era fatto mediatore un legionario che frequentava la redazione de “L’Ordine Nuovo”) non ebbe mai luogo.

Gramsci, pochi mesi prima, aveva cercato di analizzare i termini del contrasto tra dannunziani e fascisti: commentando una violenta zuffa avvenuta a Torino fra le due fazioni, Gramsci aveva osservato che, a differenza dei fascisti, i legionari erano tendenzialmente apolitici ed erano tenuti assieme dal solo vincolo della devozione personale a D’Annunzio; altra differenza tra fascisti e legionari (sempre secondo Gramsci) consisteva nell’estrazione prevalentemente borghese dei primi, mentre i secondi erano più che altro un “gruppo di spostati” senza una precisa collocazione di classe, i quali si illudevano di risolvere i loro problemi di sussistenza seguendo D’Annunzio nei suoi piani d’insurrezione militare.

D’Annunzio non fu mai fascista, i legionari contro il fascismo

A seguito dell’impresa fiumana il prestigio del poeta era altissimo, fa notare Giordano Bruno Guerri nello straordinario Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione. Fiume 1919-1920. Molti erano convinti che l’autore de Il piacere potesse costituire un pericolo per il fascismo. Ernest Hemingway, in una corrispondenza dalla Svizzera per un giornale americano, scrisse: «In Italia sorgerà una nuova opposizione, anzi si sta già formando e sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso che è Gabriele d’Annunzio». Condivideva (a modo suo) questa opinione il generale Emilio De Bono, quadrumviro della marcia su Roma e ora capo della polizia, che nel dicembre 1922 invitò i prefetti a «controllare e reprimere tutte le organizzazioni legate al suo nome, a partire dalla Federazione dei legionari». Nell’aprile 1923 la Federazione, i sindacati di ispirazione dannunziana e l’Associazione arditi d’Italia si misero assieme nell’Unione spirituale dannunziana, con l’obiettivo dichiarato di resistere al fascismo e di fondare una costituente sindacale ispirata a quella costituzione utopistica che aveva preso il nome di Carta del Carnaro. In seguito, fa notare Guerri, fra l’estate e l’autunno una raffica di perquisizioni e di arresti fece naufragare il progetto. Fu del resto lo stesso d’Annunzio a mettere le cose in chiaro con Mussolini scrivendogli (il 15 maggio 1923): «Io non voglio essere aggettivato… Il nome dannunziano mi era già odioso nella letteratura, odiosissimo m’è nella politica». Un modo quasi esplicito per dirgli che, pur non mettendosi di traverso, non voleva essere strumentalizzato. L’unico intervento del poeta nella vita pubblica fu nello stesso 1923 la difesa della Federazione italiana dei lavoratori del mare (del suo vecchio sodale Giuseppe Giulietti) ad impedire che fosse inclusa nei sindacati fascisti.

Vi fu chi cedette alle lusinghe e prebende del fascismo asservendosi al padronato e trasformandosi di fatto in oppressori dei propri fratelli lavoratori. E chi invece, grazie a eroi immortali come Argo Secondari, fondatore degli Arditi del Popolo, Aldo Eluisi e Mario Magri, entrambi assassinati alle Fosse Ardeatine perché partigiani, interpretò fino in fondo la consegna “Arditi, non gendarmi”.

Non solo rifiutando la comoda adesione al fascismo che dell’impresa di Fiume e della sua simbologia s’impossessò indebitamente, ma imbracciando fieramente le armi per difendere il Popolo lavoratore. Ecco perché Fiume fu un solco, “un solco profondo di sangue e macerie fumanti divide fascisti e Arditi”

Nel 1924 l’Unione spirituale dannunziana assunse un atteggiamento sempre più apertamente antifascista: nel corso della crisi successiva all’uccisione di Matteotti, si unì all’opposizione dell’Aventino e tra l’8 e il 10 settembre convocò a Milano un Consiglio nazionale. Qui i reduci dell’impresa fiumana non confluiti nel fascismo presero quella che Guerri considera una «decisione estrema»: vista la volontà del Comandante di appartarsi dalla politica, dichiararono di ispirarsi al pensiero e non alla persona di d’Annunzio, «per il raggiungimento», dissero, «di quegli ideali, consacrati nella sua multiforme attività», di cui avevano fatto il loro «credo». Recuperando le «vecchie consuetudini dell’Ufficio colpi di mano», in pochi giorni, «i legionari trasformarono l’Unione spirituale in un’associazione clandestina, con depositi segreti, tessere anonime e una rete di cellule incaricate di sostenere le lotte operaie e tutte le forme di opposizione al regime». Ma era tardi. Troppo tardi.

D’Annunzio non fu mai fascista. Ne è riprova il fatto che «fra gli oltre ventimila oggetti della sua casa non si trova un solo fascio o elemento che richiami il regime, se non relegato tra i doni che riponeva nel solaio». Parlava, il Vate, di «camicie sordide», mai di camicie nere; non celebrava le date sacre del regime e aveva quasi sempre parole di disprezzo per i gerarchi. Rispettava in Mussolini il demiurgo capace di realizzare «quel che a lui non era riuscito, una rivoluzione», ma sempre considerandolo «un uomo di gran lunga inferiore, umanamente e intellettualmente». Un uomo «tenuto a rendergli omaggio». Le sue lettere al Duce, «spesso citate a riprova di ammirazione e devozione», sono in realtà «un gioco di lusinghe e di minacce che più volte l’interlocutore non afferra»

Rivendichiamo con forza l’esperienza fiumana, ne rivendichiamo il valore simbolico del sacrificio e dell’ideale, vera e propria Patria ideale per tutti i popoli oppressi che non piegano la testa ai tiranni e ai divoratori di carne cruda, l’esempio di una Patria nella forma e socialista nei contenuti.

Rivendichiamo con forza l’esperienza fiumana, ne rivendichiamo il valore simbolico del sacrificio e dell’ideale, vera e propria Patria ideale per tutti i popoli oppressi che non piegano la testa ai tiranni e ai divoratori di carne cruda, l’esempio di una Patria nella forma e socialista nei contenuti.

«Siate forti e abbiate fede…soprattutto fede. Fede nell’avvenire in questa Italia che abbiamo tanto amata: fede in questa terra Madre di Eroi e di Geni. Fede in questo popolo che saprà rinnovarsi nel lavoro e nella pace. La vera pace domani aleggerà sicura sulle generazioni d’Italia, che saranno vessillifere all’avanguardia delle schiere del mondo in un’Era senza confronti, in cui i popoli tutti troveranno quanto hanno sempre agognato: La Fratellanza e il Lavoro»

Fonti:

Antonio Gramsci, L’unità nazionale in “L’Ordine Nuovo”, anno I, n. 20, 4 ottobre 1919.

Antonio Gramsci, Fiume in “L’Ordine Nuovo”, 11 gennaio 1921

Antonio Gramsci, Negazione di Dio in “L’Ordine Nuovo”, 6 gennaio 1921

Antonio Gramsci, Fascisti e legionari in “L’Ordine Nuovo”, 19 febbraio 1921

Patria Socialista

D’Annunzio non fu mai fascista Molti suoi «legionari» contro il Duce

.

Tienanmen: cingoli e acciaio contro l’anticomunismo

“In qualsiasi nazione, in qualsiasi epoca, c’è almeno l’uno per cento dei cittadini ribelle a qualsiasi autorità. Ma qui fra un miliardo e duecento milioni di cinesi, l’uno per cento significa dodici milioni di ribelli sulle piazze.” (Deng Xiaoping)

Nella primavera del 1989 imponenti manifestazioni ebbero luogo a Pechino e in altre città del grande paese asiatico, che sembrava stesse per subire la sorte dei regimi comunisti dell’Est europeo. Dopo una fase assai prolungata di trattative e di tentativi di compromesso la crisi si concluse con la proclamazione della legge marziale e l’intervento dei carri armati a piazza Tienanmen. Qualche giorno dopo, il 9 giugno, Deng Xiaoping rendeva omaggio ai “martiri” della polizia e dell’esercito, ai morti e ai feriti, facendo dunque riferimento a scontri aspri e di ampia portata; sul versante opposto l’Occidente denunciava il massacro compiuto ai danni di dimostranti pacifici. A quale versione prestar fede?

Le Testimonianze

Il 12 novembre del 1989 il New York Times pubblica un lungo reportage, a firma del capo dell’ufficio del quotidiano a Pechino, che traccia la storia della vittoria della linea dura all’interno del Partito comunista cinese. Quando si passa alla cronaca degli scontri l’autore riporta come “non vi sia stato alcun massacro nella piazza Tienanmen, mentre uccisioni si segnalano altrove”. how the hardliners won, The New York Times

Sul Japan Times Gregory Clark, vice presidente della Akita International University ed ex funzionario per la Cina del Foreign Service australiano, ripropone altre testimonianze come quella del corrispondente della Reuters Graham Earnshaw, che ha trascorso nella piazza la notte tra il 3 e il 4 giugno, e che nelle sue memorie ha confermato come la maggior parte degli studenti avesse “lasciato pacificamente la piazza molto prima e che quelli rimasti sono stati convinti a fare altrettanto dai militari intervenuti”. Un racconto, questo, confermato anche dal dissidente cinese Xiaoping Li ora residente in Canada: “Alcune persone hanno parlato di 200 morti in piazza e altri hanno sostenuto che che il numero è stato di 2.000 morti. Ci sono state anche storie di carri armati che hanno investito studenti che cercavano di lasciare la piazza. Devo dire che non ho visto niente di tutto questo. Sono stato in piazza fino alle 6.30 del mattino”. Clark G., Birth of a massacre myth, The Japan Times

I rapporti pubblicati in questi anni nell’ambito del progetto Wikileaks e ripresi in esclusiva dal quotidiano britannico Telegraph. Secondo i cablogrammi riportati l’esercito cinese ha aperto sì il fuoco, ma non nella piazza. Tra i testimoni oculari è citato un diplomatico cileno che ha visto
“L’esercito entrare nella piazza e non ha osservato nessuno sparare sulla folla, anche se spari sporadici si erano sentiti ha detto che la maggior parte delle truppe entrate nella piazza erano effettivamente armate solo di armi anti-sommossa come manganelli e mazze di legno, sostenute alle spalle da soldati armati”, aggiungendo che “nessuno sparava sulla folla di studenti presso il monumento”. Infine, lo stesso diplomatico, riporta come, una volta raggiunto un accordo “gli studenti lasciavano la piazza dall’angolo sud-est stringendosi per mano e formando una colonna.” no bloodshed inside Tiananmen Square, cables claim, The Telegraph

Manifestazioni pacifiche?

Non solo è ripetuto il ricorso alla violenza, ma talvolta entrano in gioco armi sorprendenti:
Un fumo verde-giallastro si è levato improvvisamente da un’estremità del ponte. Proveniva da un’autoblindo guasto che ora costituiva esso stesso un blocco stradale. Gli auotoblindo e i carri armati che erano giunti per sgomberare la strada dai blocchi non hanno potuto fare altro che accodarsi alla testa del ponte. Improvvisamente è sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un autoblindo ed è fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola agonizzanti. Qualcuno ha detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo
Questi atti di guerra, col ricorso ripetuto ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, si intrecciano con iniziative che danno ancora di più da pensare: viene «contraffatta la testata del “Quotidiano del popolo”».

Nei giorni successivi il carattere armato della rivolta diviene più evidente. Un dirigente di primissimo piano del partito comunista richiama l’attenzione su un fatto decisamente allarmante: «Gli insorti hanno catturato alcuni autoblindo e sopra vi hanno montato delle mitragliatrici, al solo scopo di esibirle». Si limiteranno ad una minacciosa esibizione? E, tuttavia, le disposizioni impartite all’esercito non subiscono un mutamento sostanziale: «Il Comando della legge marziale deve rendere chiaro a tutte le unità che è necessario aprire il fuoco solo in ultima istanza».

Sul versante opposto vediamo le direttive impartite dai dirigenti del partito comunista e del governo cinese alle forze militari incaricate della repressione: «Se dovesse capitare che le truppe subiscano percosse e maltrattamenti fino alla morte da parte della masse oscurantiste, o se dovessero subire l’attacco di elementi fuorilegge con spranghe, mattoni o bombe molotov, esse devono mantenere il controllo e difendersi senza usare le armi. I manganelli saranno le loro armi di autodifesa e le truppe non devono aprire il fuoco contro le masse. Le trasgressioni verranno prontamente punite» Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Un mito d’ affrontare

L’uso distorto di materiale video ha contribuito notevolmente a sostenere il mito del massacro di Tienanmen. L’immagine cult di quelle giornate che è usata per simboleggiare la strage mostra un cittadino solitario con la borsa della spesa che ferma una fila di carri armati. La sequenza d’immagini non è presa a Piazza Tienanmen ma in un grande viale e dimostra che il carrista cerca di schivare il cittadino senza investirlo. Bene, questa sequenza viene di solito commentata come dimostrazione che i carri armati schiacciarono i rivoltosi. La televisione cinese ha mostrato l’intero video prima che il “Tank Man” scompaia nella folla e sebbene per l’Occidente questa immagine dimostri la feroce repressione dei militari cinesi nei confronti del loro stesso popolo, per il governo ciò mostra solo quanta moderazione abbia usato nei confronti dei rivoltosi. L’immagine è commentata anche da Li Peng nei Tienanmen papers, che appunto fornisce questa interpretazione: Abbiamo visto tutti le immagini del giovane uomo che blocca il carro armato. Il nostro carro armato ha ceduto il passo più e più volte, ma lui stava sempre lì in mezzo alla strada, e anche quando ha tentato di arrampicarsi su di esso i soldati si sono trattenuti e non gli hanno sparato. Questo la dice lunga! Se i militari avessero fatto fuoco, le ripercussioni sarebbero state molto diverse. I nostri soldati hanno eseguito alla perfezione gli ordini del Partito centrale. E’ stupefacente che siano riusciti a mantenere la calma in una situazione del genere! Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Ora i fatti parlano da soli. Il clip dell’uomo tank è noto al pubblico occidentale come la “prova” della “soppressione” del movimento democratico da parte del governo cinese. Ancora una volta, è vero il contrario. Questo dimostra in realtà che non ci fu nessuna “repressione” indiscriminata. Se ci fosse stata una brutale repressione, quantomeno il manifestante sarebbe stato arrestato, se non addirittura ucciso. Tanto più il video è stato girato senza che i soldati dell’EPL lo sapessero. I soldati erano dunque dei brutali macellai senza cervello, come sono stati raffigurati dai media occidentali? I soldati hanno sparano indiscriminatamente? Questi fotogrammi dimostrano solo che l’esercito non aveva alcuna intenzione di uccidere i civili. I soldati si sono difesi solo quando sono stati attaccati dalla folla durante la sommossa. Sì, ci sono state vittime, ma solo perché i rivoltosi hanno attaccato l’esercito; diversi soldati sono stati brutalmente assassinati (un altro fatto che i media occidentali ignorano sempre). Infatti, spettatori innocenti sono stati uccisi come l’esercito ha cercato di difendersi nella confusione di quella fatidica notte. E’ stata una grande tragedia per la Cina, ma il suo utilizzo per demonizzare la Cina e l’esercito dimostra solo le cattive intenzioni dei media occidentali. Di fronte ad una provocazione, mentre erano in missione ufficiale, dopo una notte in cui furono aggrediti selvaggiamente dai rivoltosi, i soldati PLA si sono dimostrati disciplinati e rispettosi della vita. Chi è stato l’eroe qui? Il soldato o il manifestante. Secondo molti cinesi oggi queste scene dimostrano che l’Esercito fu Popolare e di Liberazione! In quanto si dimostrò leale con il popolo e pronto a liberare un’altra volta Tienanmen dai controrivoluzionari. Il giornalista d’inchiesta Wei Ling Chua sfata la rappresentazione mediatica di manifestanti disarmati e insiste fermamente sul fatto che la reazione dell’esercito fu estremamente contenuta agendo per legittima difesa. La dimostrazione è proprio il “tank man” Decostruendo l’uomo tank. Quando la storia diventa fiction

Possiamo concludere affermando che gli studenti in piazza e i manifestanti non erano soingenui difensori della democrazia. Il movimento fu infatti, fortemente appoggiato da Taiwan e dai servizi segreti occidentali che facevano capo ad Hong Kong . Si può addirittura affermare che si sperimentò allora lo schema della famigerate “rivoluzioni colorate”. L’esperto di geopolitica F. William Engdahl individua nel Colonnello Helvey che aveva operato in Birmania per  la Defense Intelligence Agency – Agenzia di Intelligence per  la Difesa colui che allenava gli “studenti” di Tienanmen. Egli aveva addestrato studenti cinesi ad Hong Kong alle tecniche delle dimostrazioni di massa che furono poi applicate a Pechino per poi diventare consulente del Falun Gong. Nella sua relazione all’Albert Einstein Institution del 2004 ammette di stare addestrando i separatisti tibetani . Secondo i dirigenti cinesi a quanto rivelano i Tienanmen papers l’uso da parte dei manifestanti di gas asfissianti o velenosi e soprattutto l’edizione-pirata del «Quotidiano del popolo» dimostrano che gli incidenti non siano una vicenda esclusivamente interna alla Cina Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

A Tiananmen ci fu un tentativo di rivoluzione colorata, si trattò di una turbolenza politica e il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto. Questa è la strada giusta. È la ragione della stabilità del Paese che è stata mantenuta

Buon Primo Maggio

Marx. Salario, prezzo, profitto

Questa lotta per la restrizione delle ore di lavoro si accese tanto più furiosamente proprio perché, a parte gli spaventi degli avari, interessava da vicino la grande disputa tra la cieca legge dell’offerta e della domanda, su cui si fonda l’economia politica della classe media, e la produzione sociale regolata dalla previsione sociale, che costituisce l’economia politica della classe operaia.Invece del motto conservatore, “Un giusto salario giornaliero per una giusta giornata lavorativa!”Dovrebbero scrivere sulle loro bandiere la parola d’ordine rivoluzionaria: “Abolizione del sistema del lavoro salariato!”

Tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione.

Engels nel 1850

In questa agitazione le classi lavoratrici hanno trovato un mezzo per conoscersi, per prendere coscienza della propria condizione sociale e dei propri interessi, per organizzarsi e rendersi conto della propria forza.

La classe operaia nel suo insieme, dopo aver partecipato a questa lotta, è cento volte più forte, più consapevole e meglio organizzata di prima

La classe operaia avrà imparato dall’esperienza che nessun vantaggio duraturo potrà derivarle da altri, ma che questo vantaggio dovrà procurarselo da sé, conquistando in primissimo luogo il potere politico

V.I. Lenin “Il Primo Maggio” – aprile 1904

Compagni operai! Si avvicina il giorno del Primo Maggio, nel quale gli operai di tutti i paesi celebrano il loro risveglio alla vita cosciente, celebrano la loro unione nella lotta contro ogni sorta di violenza e di oppressione dell’uomo sull’uomo, nella lotta per la liberazione di milioni di lavoratori dalla fame, dalla miseria e dall’umiliazione. Due mondi sono l’uno contro l’altro in questa grande lotta: il mondo del capitale e il mondo del lavoro, il mondo dello sfruttamento e della schiavitù e il mondo della fratellanza e della libertà.

Da una parte, un pugno di ricchi parassiti. Essi si sono impadroniti della fabbriche e delle officine, degli strumenti di lavoro e delle macchine. Essi hanno convertito in loro proprietà privata milioni e milioni di desiatine di terra e montagne di denaro. Hanno costretto il governo e l’esercito ad essere i loro servi, ad essere i fedeli guardiani della ricchezza accumulata.

 

 

Dall’altra parte, milioni e milioni di diseredati. Essi debbono mendicare dai ricchi il permesso di lavorare per loro. Con il proprio lavoro creano tutte le ricchezze, ma devono battersi tutta la vita per un tozzo di pane, mendicare il lavoro come un’elemosina, estenuarsi e rovinarsi la salute in un lavoro superiore alle loro forze, soffrire la fame nei tuguri delle campagne, negli scantinati e nelle soffitte delle grandi città! Ma questi diseredati e lavoratori hanno dichiarato guerra ai ricchi e agli sfruttatori.

Gli operai di tutti i paesi lottano per l’emancipazione del lavoro dalla schiavitù salariata, dalla miseria e dal bisogno. Lottano per un’organizzazione della società nella quale le ricchezze create col lavoro comune tornino a beneficio di tutti i lavoratori, e non di un pugno di ricchi. Si battono per rendere le terre, le fabbriche, le officine, le macchine proprietà comune di tutti i lavoratori. Vogliono che non ci siano ricchi e poveri, che i frutti del lavoro vadano a chi lavora, che tutte le conquiste dell’intelligenza umana, tutti i miglioramenti nel lavoro rendano migliore la vita di chi lavora, e non servano per opprimere il lavoratore.

Stalin, “Evvia il Primo Maggio”

Compagni!
Fin dal secolo scorso gli operai di tutti i paesi decisero di festeggiare ogni anno questo giorno, il giorno del Primo Maggio.

Questo avvenne nel 1889, anno in cui, al congresso dei socialisti di tutti i paesi, tenutosi a Parigi, gli operai decisero che proprio oggi, nel giorno del Primo Maggio, quando la natura si sveglia dal sonno invernale, i boschi e le montagne si rivestono di verde, i campi e i prati si ornano di fiori, i raggi del sole diventano più tiepidi, vibra nell’aria la gioia della rinascita e la natura si abbandona alla danza e al giubilo – essi decisero che proprio oggi si dichiarasse al mondo intero, ad alta voce e apertamente, che gli operai portano all’umanità la primavera e la liberazione dalle catene del capitalismo, che gli operai sono chiamati a rinnovare il mondo in nome della libertà e del socialismo.

Ogni classe ha le sue feste preferite. I nobili istituirono le loro feste, in cui proclamavano il loro “diritto” di spogliare i contadini. I borghesi hanno le loro, in cui “giustificano” il “diritto” di sfruttare gli operai. Anche i preti hanno le loro feste, ed esaltano in esse gli ordinamenti estenti, per cui i lavoratori muoiono nella miseria e i fannulloni sguazzano nel lusso. Anche gli operai devono avere la loro festa e in essa devono proclamare: lavoro per tutti, libertà per tutti, eguaglianza per tutti gli uomini. Questa è la festa del Primo Maggio. Così decisero gli operai fin dal 1889.
Da allora il grido di lotta del socialismo operaio echeggia sempre più forte nei comizi e nelle dimostrazioni del Primo Maggio.

L’amnistia del 1946 e la doppiezza di Togliatti


L’amnistia del 1946 e la doppiezza di Togliatti

Tutti a casa. O quasi. Il colpo di spugna con cui il ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, il 22 giugno 1946 firma l’amnistia per i detenuti politici, è di quelli epocali. In quei drammatici anni di ricostruzione post bellica c’era bisogno di fare piazza pulita del passato. Altri Paesi europei, Germania in testa, scelsero di fare i conti con la propria storia; l’Italia invece decise di nascondere la polvere sotto il tappeto. Le conseguenze di quella scelta scellerata le paghiamo ancor oggi, quando Mussolini viene definito «grande statista» o si dice che il fascismo «mandava la gente in vacanza» nelle isole.

L’atto, voluto dal comunista Togliatti, viene approvato all’unanimità dal Consiglio dei ministri e controfirmato dal presidente del Consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi. Lo sforzo è quello di presentarlo come un fatto di giustizia di cui non avrebbero beneficiato quelli che si erano macchiati dei crimini più gravi. «È evidente che il legislatore ha voluto con questa formula negare giustamente i benefici dell’atto di clemenza a coloro che abbiano assunto le maggiori responsabilità politiche o si siano macchiati, nella sfera della collaborazione col tedesco invasore, dei più odiosi delitti o abbiano agito esclusivamente per un fine abietto di lucro. Ma, appunto perché la formula può dar luogo a discussioni e interpretazioni diverse, si attende che il legislatore precisi interpretazione più adeguata da dare a essa rispondente ai fini di generosa clemenza e, nel tempo stesso, di giustizia sodale ai quali il provvedimento è ispirato», scrive La Stampa del 23 giugno 1946.

Come si capisce già da queste parole, all’interno della norma si scorge la possibilità di far entrare dalla finestra ciò che si vuol tenere fuori dalla porta. Poche righe più in basso il medesimo giornale scrive che dall’amnistia restano esclusi i membri della banda Koch (il famigerato reparto di polizia speciale e informale della Repubblica sociale), il cui processo si stava aprendo in quei giorni, ma quattro torturatori della banda escono subito, assieme a un colonnello condannato all’ergastolo per l’omicidio dei fratelli Rosselli. Su questo fatto, ovvero sul colpo di spugna di cui hanno beneficiato anche gli autori di delitti gravi e odiosi, si è aperto un dibattito infinito.

Togliatti – che un ragioniere veneziano definì «ministro di Grazia, ma non di Giustizia» – tentò di accreditarsi come il padre nobile dell’amnistia e addossò alla Dc le colpe della sua scellerata applicazione.

In realtà le cose non stanno affatto così. A squarciare il velo delle menzogne è stato lo storico Mimmo Franzinelli che nel suo libro L’aministia Togliatti, pubblicato nel 2006, ovvero per il sessantesimo  anniversario dell’amnistia, rivela il contenuto delle carte dell’ex segretario comunista contenute nei fondi archivistici conservati nella Fondazione Istituto Gramsci. «Sono documenti dai quali la proverbiale “doppiezza” togliattiana emerge con un’evidenza quasi imbarazzante», scrive Sergio Luzzato, docente di storia all’Università di Torino, nella recensione che pubblica nel Corriere della Sera. In sostanza i comunisti, che uscivano da quindici anni di clandestinità, avevano bisogno di ritrovare i collegamenti persi all’interno della società italiana, il Pci «voleva trasformarsi in partito di massa, e aveva la necessità di rompere il ghiaccio con quei settori della società italiana che avevano servito il regime.

Ecco perché Togliatti, che in un primo momento era tutt’altro che entusiasta del provvedimento, si decise a varare l’amnistia», dichiarava Mimmo Franzinelli in un’intervista al Sole 24 Ore, che prosegue così: «Il segretario comunista aveva varato un’amnistia bipartisan, che avrebbe dovuto comprendere anche i reati commessi dai partigiani ed escludere i reati peggiori, ma in realtà pochissimi uomini della resistenza beneficiarono del condono, mentre moltissimi criminali furono liberati.

Il motivo? Togliatti, laureato in giurisprudenza, aveva scritto personalmente la legge, senza neanche farla correggere dagli specialisti. Questo errore di presunzione lasciò molto campo all’interpretazione estensiva della magistratura, perlopiù composta da uomini anziani e che avevano fatto carriera sotto il regime fascista». E infatti, come sottolinea Luzzato, nella Suprema corte siedono giudici che avevano fatto parte del Tribunale per la difesa della razza e «riconobbero ai criminali fascisti il diritto di venire amnistiati: quando tutta un’italica cultura da Azzeccagarbugli valse a mascherare con gli argomenti del giure le ingiustizie più flagranti. Chi aveva comandato i plotoni d’esecuzione di Salò venne assolto dall’accusa di omicidio perché non aveva personalmente imbracciato il fucile. Chi aveva stretto nelle morse i genitali degli antifascisti fu amnistiato perché la tortura non era durata particolarmente a lungo. Chi aveva promosso lo stupro di gruppo delle staffette partigiane venne giudicato colpevole di semplice offesa al pudore femminile».

«Togliatti scrisse personalmente la legge», dichiarava Franzinelli al Sole, «ma fece l’errore di sottovalutare il ruolo della magistratura e la forte reazione di protesta della base comunista. Ecco perché, appena venti giorni dopo il varo del provvedimento, Togliatti scaricò la patata bollente al compagno di partito Fausto Gullo, rinunciando all’incarico di ministro della Giustizia nel nuovo governo De Gasperi. Da lì in poi ci fu il tentativo della storiografia comunista di discolpare il “Migliore” che, al momento di lasciare Palazzo Piacentini, portò via con sé le carte sull’amnistia. Per tutti questi anni i documenti furono dati per dispersi, sino a quando non li ho ritrovati nell’archivio dell’Istituto Gramsci».

La Stampa del 23 giugno 1946 scrive: «Si calcola, in linea approssimativa, che tra l’amnistia e il condono verranno liberati o avranno ridotta la pena 30 mila persone e che, comprendendo le multe, la cifra dei beneficati potrà salire a 50 mila». Secondo Franzinelli, invece, la cifra rimarrà più bassa: «Difficile quantificare il numero esatto delle persone. Diciamo che siamo nell’ordine delle diecimila unità. Le prime persone a beneficiare del provvedimento furono i gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a disposizione per pagare i migliori avvocati e per oliare i meccanismi della macchina giudiziaria. Per quanto riguarda invece il dopo-amnistia, bisogna ricordare come negli anni seguenti i due terzi della base parlamentare del Msi sarà costituito da parlamentari amnistiati. Questo perché in Italia, a differenza di altri paesi europei, l’amnistia non previde l’esclusione dalle cariche pubbliche per i collaborazionisti, come erano di fatto i gerarchi della Rsi».

Ci furono proteste e insurrezioni in diverse città quando i tribunali liberarono personaggi locali particolarmente odiati. A Casale, un gruppo di ex fascisti rischiò di essere linciato e il governo inviò l’esercito e 12 carri armati per mantenere la situazione sotto controllo. Negli archivi personali di Togliatti si trovano decine di lettere e petizioni con cui ex partigiani e membri del partito protestavano contro l’amnistia e minacciavano addirittura di fare propaganda contro il partito se l’amnistia non fosse stata ritirata. L’aspetto più curioso, infatti, fu che l’amnistia fu scritta e promossa proprio dal leader del partito che più di tutti era stato perseguitato dal fascismo e che più duramente aveva lottato contro il regime. In tutte le fasi della Resistenza, i partigiani comunisti non furono mai meno della metà del totale dei combattenti: furono loro e i loro leader a catturare e fucilare Benito Mussolini, e lo fecero in maniera sbrigativa (ancora oggi gli storici discutono su chi esattamente diede l’ordine di uccidere l’ex dittatore, catturato vivo mentre cercava di fuggire in Svizzera).

Quante persone beneficiarono dell’amnistia? Che fine hanno fatto negli anni successivi?Difficile quantificare il numero esatto delle persone. Diciamo che siamo nell’ordine delle diecimila unità. Le prime persone a beneficiare del provvedimento furono i gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a disposizione per pagare i migliori avvocati e per oliare i meccanismi della macchina giudiziaria. Per quanto riguarda invece il dopo-amnistia, bisogna ricordare come negli anni seguenti i 2/3 della base parlamentare del Msi sarà costituito da parlamentari amnistiati. Questo perchè in Italia, a differenza di altri paesi europei, l’amnistia non previde l’esclusione dalle cariche pubbliche per i collaborazionisti, come erano di fatto i gerarchi della RSI.

Ecco, appunto, scurdammoce ’o passato, anche quando farlo costituisce la base di quella che Luzzato definisce «una vergogna nazionale». E poi le amnistie sono come le ciliegie: una tira l’altra.

Se ne sarebbe varata una anche nel 1948 – promotore un sottosegretario alla presidenza del Consiglio di nome Giulio Andreotti – e un’altra nel 1953 con la quale si resero nulli i reati compiuti fino a tre anni dopo la fine della guerra. La definizione «ministro di Grazia e non di Giustizia» si attaglia anche ad altri.

L’amnistia del 1946 e la doppiezza di Togliatti

DECRETO PRESIDENZIALE 22 giugno 1946, n. 4 Amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari.

I sessant’anni dell’amnistia Togliatti

Rossobruno a chi?

Quando la sinistra non capisce quello che sta succedendo, e accade spesso, tende fatalmente a cavarsela con “analisi” che si riassumono quasi sempre così: “Noi siamo nel giusto, è il mondo che è stupido”. A volte, per avvalorare tali dotte riflessioni, servono paroline magiche inventate alla bisogna. E’ il caso di “rossobrunismo”, neologismo che vuol dire poco e per questo funziona nei salotti buoni.

Effettuando una ricerca storica possiamo collocare la nascita del fenomeno in Germania nel primo dopoguerra e usato sia da una branca dell’estrema destra rivoluzionario conservatrice sia dai marxisti del PC Operaio di Germania (Kapd) di Amburgo, fautori entrambi di una convergenza strategica fra nazionalisti rivoluzionari e comunisti contro il ‘nuovo ordine europeo’ uscito a Versailles.

Da notare che il Kapd fu poi criticato da Lenin per questa strategia. Lenin infatti criticò l’intransigenza della sinistra comunista tedesca – che animò il Kapd, che rifiutava, a differenza del Kpd, il centralismo democratico e la partecipazione alle elezioni e ai sindacati dominati dai riformisti, organizzandosi a livello europeo alla conferenza di Amsterdam del 3 febbraio 1920, avendo come referente italiano Amadeo Bordiga, unica forza ad animare una resistenza armata al regime nazista.

Per “ il rigido e ostinato rifiuto di riconoscere la pace di Versailles. Non basta rinnegare le madornali assurdità del ‘bolscevismo nazionale’ (Laufenberg e altri) che, nello stato attuale della rivoluzione proletaria internazionale, si è spinto sino al blocco con la borghesia tedesca per una guerra contro l’Intesa”. (V. I. Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, Opere complete, vol. XXX, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 64)

Tendenze simili in seno al socialismo furono criticate da Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista e da Lenin su Stato e rivoluzione, che contestò “gli elementi opportunistici hanno dato vita alla tendenza socialnazionalista. Questa corrente di socialismo a parole e di nazionalismo nei fatti, è contrassegnata da un impudente e servile adattamento dei ‘duci del socialismo’ agli interessi non solo della ‘propria’ borghesia nazionale ma, in maniera speciale, anche del ‘proprio’ Stato. La lotta per la liberazione delle masse lavoratrici dal dominio della borghesia è quindi impossibile se non si distruggono i pregiudizi opportunistici sullo Stato” . (V. I. Lenin, Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione, Milano, Società editrice l’Avanti!, 1920, pp. 3, 4)

Il termine rossobruno nasce in Russia nel 1992, coniato da giornalisti vicini a Boris El’cin per screditare Gennadij Zjuganov, leader comunista russo a capo del Fronte di salvezza nazionale, coalizione patriottica antiliberista guidata dal Pcfr a cui si assoceranno gruppuscoli patriottici e nazionalisti fra cui il piccolo Fronte nazionalbolscevico di Eduard Limonov e dell’eurasiatista Aleksandr Dugin. Dopo il collasso dell’Urss, El’cin e i suoi sodali vogliono, “per quanto possibile, screditare i comunisti e impedire il loro consolidamento, presentare il Pcus come un’organizzazione criminale e a carattere statale e non sociale, privarlo delle sue proprietà, impadronirsi dei suoi mezzi d’informazione di massa. È esplicita la tendenza della autorità a impedire ai comunisti la possibilità costituzionale di riunire e compattare rapidamente e legalmente le loro fila. Allo stesso scopo si lanciano grida disperate che denunciano l’occupazione da parte della ex nomenclatura statale di partito dei posti chiave dell’economia e dell’amministrazione, si comincia a spaventare la gente col cosiddetto pericolo ‘rossobruno’”

Da qualche tempo il termine “rossobruno” vive una seconda giovinezza. Poche discussioni politiche possono svolgersi senza che venga tirato fuori il decisivo epiteto, utile come battuta o come scomunica a seconda dei casi. Il più delle volte, però, questo termine viene citato a sproposito, non contestualizzato o non completamente inteso. Ogni tanto diviene, semplicisticamente, sinonimo di fascista, dunque vengono identificati i rossobruni con “quelli di casapound” (o cose simili). Altre volte viene usato al posto di nazista, determinato non da una particolare presa di coscienza, quanto dall’assonanza alle famigerate “camicie brune” naziste, le SA. A volte, ci è anche capitato di udire discussioni in cui rossobruno veniva utilizzato, a cuor leggero, come offesa ai “compagni che sbagliavano”, quei compagni che magari assumevano posizioni antimperialiste e anticapitaliste o posizine patriottiche, posizioni non consone alla sinistra borghese

Il rossobrunismo è utilizzato dalla sinistra globalista e genuflessa al capitale finanziario, quella millantata sinistra che ha svenduto le ragioni dei lavoratori e dei ceti produttivi agli interessi dell’estremismo capitalista e della finanza speculativa, quella sinistra che ha colpevolmente confuso e incentivato a confondere l’internazionalismo dei lavoratori con il cosmopolitismo del capitale, quella stessa sinistra incidentata e sinistrata che ha barattato i diritti reali delle persone con i diritti civili degli individui.

Preoccupa la sempre più preponderante ignoranza di molti sedicenti compagni che scambiano l’analitica marxista-leninista per rossobrunismo, usando tale categoria come arma politica contro certi compagni e aree di pensiero non graditi. Il che è francamente inaccettabile oltre che ridicolo.

Un esempio: nell’irrilevanza generale della sinistra anticapitalista ci sono due filoni: uno propone l’uscita dall’UE e dall’euro sostenendo la necessità di recuperare il terreno nazionale come campo d’azione per la lotta di classe; un altro propone invece la distruzione di questa UE per costruire dei “Stati uniti d’Europa socialisti”. Questa seconda specie di compagni bolla i primi come nazionalisti, quindi rossobruni. Se volessimo essere provocatori verso i tanti compagni “europeisti” al fine di delegittimare le loro posizioni potremmo dire lo stesso, chiedendo loro: “e che lingua si parlerebbe in questi Stati uniti d’Europa socialisti?”

E prevenendo la loro probabile risposta (“come ora, parità di parlare la propria lingua per ogni nazione”) aggiungeremmo:
“E allora perché vorreste escludere da questa nuova organizzazione istituzionale socialista gli stati extra-europei? Siete forse razzisti, rossobruni, imperialisti o cos’altro?”

Codesta “sinistra” si è dimentica di aver bollato come plebee e cialtrone le istanze legittime di ceti popolari che invocavano semplicemente lavoro e giustizia sociale, mentre i carrieristi a tinte rosse, pasdaran del pareggio di bilancio, accumulavano patrimoni e posizioni di privilegio, e, in ossequio agli ordini del capitale, condannavano alla miseria e alla nullità esistenziale intere generazioni.

Il leninismo condanna fermamente tutte le prese di posizione che, nella pratica, avvantaggiano l’imperialismo. Chiari sono anche i testi di Stalin, in cui dice che il marxista deve difendere quei movimenti e quegli stati sovrani che cercano nei loro paesi d’origine l’indipendenza dai tentativi di assoggettamento da parte di potenze straniere. Ecco perché i comunisti appoggiano Assad in Siria, le repubbliche popolari del Donbass, Maduro in Venezuela, ecco perché hanno appoggiato Gheddafi in Libia

L’estate del rosso-bruno

I rossobruni e i mulini a vento

Psicosi rossobruna

Sono un Rossobruno

ROSSOBRUNO A CHI? SULLA DERIVA DI CERTI SINISTRATI NON MARXISTI




La Piccola Cuba

In Armenia esiste un paese che tutti chiamano “La Piccola Cuba”, visto che tutti gli abitanti si dichiarano comunisti e aspettano il ritorno dell’Unione Sovietica, si chiama Lernamerdz!

Lernamerdz è un piccolo paese dell’ Armenia (ex Repubblica Socialista Sovietica di Armenia) meglio conosciuto come “La piccola Cuba”; un villaggio di circa 400 persone poco lontano dalla capitale dove ancora oggi tutti i residenti fanno parte del Partito Comunista Armeno. Anche i bambini più piccoli conoscono il maestro del proletariato Lenin. Nel villaggio è ancora oggi visibile un grande busto di Lenin che fu costruito subito dopo il crollo dell’URSS.

A tutti mancano “I tempi d’oro” del Socialismo, istruzione e sanità gratuita per tutti. Oggi in questo piccolo villaggio, quasi nessuno può permettersi di andare a scuola, nemmeno gli alunni più brillanti. Tutti gli abitanti oggi si dichiarano comunisti (bandiere dell’URSS ovunque) e affermano che “il sole tornerà a splendere in Armenia solo con il ritorno dell’ Unione Sovietica.

Nel 1990, quando l’ordine sovietico crollò, ci interrogammo sul sistema davvero giusto, spiega Azat Barseghian, segretario dell’organizzazione comunista di Lernamerdz, situata nella valle Ararat, non lontano da Yerevan.

Ci sono voluti sei anni, e alla fine abbiamo capito che c’è solo una verità: il Socialismo.

La statua di Lenin ci dà forza, è testimonianza della nostra fede e del nostro progresso”, dice il quarantunenne Arthur Pilosian.
Attorno a questa fonte di forza gli abitanti del villaggio organizzano tutti gli avvenimenti importanti. Festeggiano il compleanno del grande leader, il giorno della sua morte, l’anniversario della rivoluzione di Ottobre, e le festività socialiste.
Sotto lo sguardo orgoglioso e immobile di Lenin, i bambini sono nominati pionieri e consacrati come membri dell’organizzazione locale del Komsomol.

Lernamerdz è famoso non solo per la sua dedizione al comunismo, ma anche per il suo dragoncello (una pianta aromatica) di alta qualità, che gli ha permesso di sopravvivere nei momenti di crisi.

Gli abitanti del villaggio dicono che fino al 1990, da aprile fino all’inverno, il dragoncello di Lernamerdz veniva consegnato direttamente a Tblisi, assicurando loro un reddito dignitoso e sicuro. Al giorno d’oggi, gli intermediari fanno la parte del leone, comprando il dragoncello a prezzi molto bassi e in grandi quantità, e vendendolo a un prezzo di molte volte più alto.
Un altro abitante di Lernamerdz dice orgogliosamente:
“È stato possibile distruggere uno stato forte che esisteva da 70 anni, e allora perchè non si potrebbe distruggere un governo costruito sulle ceneri di quello stato? Credo che il comunismo vincerà alla fine.

Roman ha 13 anni ed è nato dopo il crollo del regime sovietico, ma conosce quasi tutto del comunismo. Roman assicura che tutti i suoi amici sono sostenitori dell’Unione Sovietica, molti dei quali hanno ascoltato storie di adulti e ammirano la “biografia del compagno Lenin”.

Se molti bambini a quest’età sognano il parco acquatico, lo zoo o Disney world, il sogno di Roman è di visitare il mausoleo di Lenin. Può parlare per ore del socialismo, della grandezza di Lenin e del “tempo meraviglioso” chiamato sovietico e ricorda con gioia e speranza che un giorno l’ordine sarà ristabilito e che vivrà una vita spensierata, felice e tutti saranno uniti in una sola idea.

“La Piccola Cuba” è diventata un’attrazione turistica. Nel registro degli ospiti di Lernamerdz, che ha un ritratto di Lenin nella prima pagina, ci sono i commenti, gli auguri e i complimenti di visitatori provenienti da Russia, Vietnam, Francia, Bielorussia, Grecia, Cipro, e altri paesi.

Comunismo in Armenia

Armenians Socialist Village

La Piccola Cuba Armena

Antifa Ah Ah Ah

 

slide-NATO-Antifa01.jpg

L’antifascismo, oggi sotto attacco, sconta la fine di una certa copertura istituzionale, venuta meno con la sparizione di quei partiti che avevano costituito l’arco costituzionale antifascista negli anni della cosiddetta prima repubblica. Questi partiti erano promotori di una lettura aclassita e neutra dell’antifascismo ben calibrata rispetto alla particolare situazione dell’Italia di allora, terra di frontiera nel mondo diviso in due blocchi. Nella seconda metà degli anni ’80, l’arco cominciò ad essere scardinato dall’attivismo craxiano, attraverso frequenti aperture al Msi, in nome di un “socialismo nazionale” destinato ad un eterno ritorno, in funzione anticomunista e proprio in concomitanza con le prime avvisaglie dell’imminente sgretolamento, ad Est, del blocco socialista.

La lettura dell’antifascismo fornita dall’arco, pur volutamente deficitaria e falsificatrice sia delle reali forze in campo espresse dalla Resistenza che delle sue aspirazioni socialiste largamente maggioritarie, sembrava fare da argine a quello che, con i primi anni ’90, sarebbe divenuto il fiume in piena della rilettura della storia e del revisionismo. Tuttavia, la letteratura revisionista, nella sua opera di denigrazione della Resistenza, ha tratto forza e alimento proprio da alcune visioni di comodo di certo antifascismo.

La necessità politica di preservare il mito resistenziale, quale lotta di liberazione nazionale di un intero popolo contro l’invasore tedesco ed il regime fantoccio della Rsi, ha registrato il secco rifiuto di considerare la parentesi resistenziale anche come “guerra civile”. In realtà, analizzando il fascismo, fin dalla fine del ’20 e cioè a partire dalla comparsa dello squadrismo, vale a dire l’elemento qualificante della sua esistenza come fenomeno autonomo, non possiamo prescindere dal tema della “guerra civile”. Attraverso il nuovo, per i tempi, strumento della violenza politica e organizzata su basi di massa, il fascismo dichiarò unilateralmente una guerra civile, distruggendo sistematicamente le posizioni faticosamente conquistate dal movimento operaio in decenni di battaglie sostanzialmente pacifiche.

Un’altra lettura di comodo, tipica della ricorrenza ufficiale una tantum, finisce col circoscrivere il fascismo agli anni della guerra e quindi cerca di presentarlo come corpo tutto sommato estraneo alla nazione, evitando di fare i conti con quelle forze politiche, economiche e sociali, molte di segno liberale e democratico, che finanziarono e sostennero fascismo e squadrismo fin dal ’21. Un errore ulteriore, stavolta imputabile soprattutto all’area di Sinistra, è quello di considerare il fascismo alla stregua di una semplice “guardia bianca”, ensemble di forze mercenarie al servizio della reazione, questa analisi schematica non solo nega autonomia al fenomeno ma manca di spiegare le ragioni della sua affermazione di massa, lambendo, inoltre, un’altra questione essenziale. Non si può fare servigio retroattivo più grande al fascismo del considerare la sua parabola storica predeterminata, strategicamente ben delineata, dai giorni turbolenti delle spedizioni punitive fino alla rovinosa caduta nella temperie del secondo conflitto mondiale.
In realtà, uno sguardo d’insieme al fenomeno, non può che offrirci l’immagine desolante di un movimento alle prese con continui passaggi di campo, in preda a convulse giravolte, viziato da un’intima contraddizione ontologica. Il fascismo si sviluppa senza soluzione di continuità lungo tutto il ventennio.

Il cosiddetto revisionismo ha colpito, all’interno e pesantemente, anche la Sinistra, soprattutto quella di derivazione comunista, con gli anni ’90, infatti, le correnti di revisione ideologica, nel milieu radicale, propugnatrici di una svolta in senso pacifista e non violento, hanno guadagnato un’indiscussa egemonia. Accantonato definitivamente il richiamo al bolscevismo e sostituita la lotta di classe con la retorica sui diritti umani, la Sinistra radicale offre oggi un’innocua lettura dell’antifascismo, proprio nel momento in cui l’estrema Destra si rende protagonista di una rinnovata offensiva, su scala continentale per il controllo delle strade, essa consegna al proprio corpus militante, desideroso di una controrisposta, null’altro che un’arma spuntata. Il richiamo alle sfortunate vicende del primo antifascismo si rende quindi necessario.

Nei primi anni ’20, nascondendo il loro pacifismo dietro una velleitaria fraseologia rivoluzionaria, i maggiorenti della Sinistra operarono sistematicamente per fiaccare preventivamente una risposta di massa e militante alle violenze fasciste. Furono gli avvenimenti a separare l’acqua dall’olio, i primi antifascisti, gli unici a passare dalle parole ai fatti, lasciando cadere lamentele e denunce verbali in favore di risposte più conseguenti, erano autentici rivoluzionari poiché le uniche forze, all’interno del movimento operaio allora pressoché l’unico bersaglio delle violenze fasciste, a praticare antifascismo furono quelle rivoluzionarie (comunisti, anarchici, dissidenti socialisti e repubblicani).

In Italia, quello dei partigiani fu un esercito combattente di un certo spessore numerico e militare ma fu netta minoranza: alcune decine di migliaia di audaci rispetto ai milioni di italiani attesisti, apatici, in attesa di un vincitore certo ma anche fascisti e filonazisti in quantità. All’interno di questa minoranza, una schiacciante maggioranza era schierata su posizioni rivoluzionarie (comunisti, socialisti, anarchici). Aggirata, quindi, la vulgata patriottarda e democraticheggiante da parata del 25 aprile, non ci resta che valutare come le diverse linee fuoriuscite in ambito resistenziale e che si proponevano, in modi assai diversi, di mutare radicalmente il volto del paese, siano state impietosamente sconfitte, in modi e in tempi diversi.

Con riferimento particolare al Pci di allora, autentico perno politico-militare della lotta partigiana, enucleiamo tre opzioni: quella moderata togliattiana, la rivoluzionaria interna al partito (Secchia), la rivoluzionaria esterna (si vedano le esperienze di Bandiera rossa a Roma e Stella rossa a Torino). Quest’ultima è stata la prima a segnare il passo, stretta tra la divisione del mondo in sfere d’influenza affermatasi col secondo conflitto mondiale, da un lato e il prevalere della linea collaborazionista enunciata da Togliatti con la “svolta di Salerno”, dall’altro. Con l’estromissione, anni più tardi, di Secchia dal vertice del partito anche la seconda è venuta meno, da quel momento, infatti, destri e sinistri nella dirigenza sono stati accomunati dal rifiuto della rivoluzione e la stretta osservanza parlamentarista. Tuttavia, anche la più ragionevole e presentabile linea togliattiana è risultata sconfitta.

Dalla “svolta di Salerno” in poi, la segreteria comunista si è abituata ad imporre, ad una base delusa e riluttante quando non apertamente ostile, il progressivo abbandono del terreno rivoluzionario, in favore di un ripiegamento su una linea gradualista e socialdemocratica. L’accettazione della continuità dello Stato, la mancata epurazione, i processi ai partigiani, la permanenza dei codici fascisti, il consenso, per ragioni tattiche, a tutto questo e molto altro non ha impedito il naufragio della linea a tappe, imposta da Togliatti con la sua interpretazione riduttiva della “democrazia progressiva” (così come l’apertura del partito alla chiesa con l’articolo 7 della Costituzione non ha salvato i comunisti dalla scomunica papale). Si voleva portare i comunisti nelle istituzioni, si sono portate le istituzioni nei comunisti. Quale migliore cartina di tornasole di questo fallimento nella situazione odierna, dove quelle stesse masse che il partito auspicava alla guida della società sono state virulentemente private perfino del diritto ad essere rappresentate. VOLEVAMO TUTTO – Valerio Gentili

ANTIFA

0004B617-antifa.jpg

L’Antifa nasce come movimento erede degli abolizionisti e in continuità con le Brigate Internazionali che combatterono Franco in Spagna, l’Internazionale Comunista sponsorizzò il movimento nel tentativo di porre fine alle ostilità tra i partiti socialisti in Europa per fare fronte comune contro i movimenti di Mussolini e Hitler.

Dal momento che il fascismo storico non esiste più, gli Antifa hanno allargato la nozione di “fascismo” fino a includere qualunque cosa, dal “patriarcato” (un concetto pre-fascista) alla transfobia (un concetto, questo, post-fascista). Gli attuali antifascisti mascherati sembrano ispirarsi più a Batman che a Marx o Bakunin.

Uno dei più grandi errori del movimento è stato quello di abbandonare la lotta all’imperialismo e al capitalismo nel momento in cui il fascismo storico veniva a mancare ed equiparare la critica all’immigrazione con il fascismo.

Bisogna fare un distinguo tra immigrati e immigrazione. Gli immigrati sono persone, che meritano considerazione. L’immigrazione è una scelta politica che deve essere valutata. Si dovrebbe poter discutere della cosa senza essere accusati di odiare gli stranieri; dopotutto i sindacati sono sempre tradizionalmente opposti all’immigrazione non per razzismo, ma perché può essere una strategia dei capitalisti per abbassare gli stipendi, nel tentativo di opporsi alla Caduta tendenziale del saggio di profitto
Rendendo il tema dell’immigrazione il punto focale per decidere se qualcuno è fascista o meno, gli Antifa impediscono un dibattito proficuo. Senza dibattito, il tema si polarizza su due argomenti: pro o contro. E chi vincerà tra i due?

La cosa peggiore di questi Antifà, ormai divenuti il Braccio armato del neoliberismo, è il loro sforzo di condurre una sinistra allo sbando verso una caccia alle streghe per braccare fascisti immaginari, distraendo la lotta contro le elite neoliberiste e le ingiustizie sociali. L’uso facile dei termini “fascista”, “rossobruno”, impedisce di identificare i veri nemici dell’umanità:
l’imperialismo globale, il capitalismo finanziario, il complesso industriale e militare posto a difesa dei privilegi dei pochi.

Le centrali di propaganda mediatica al servizio del capitale hanno ricettori molto sensibili, in grado di individuare e promuovere benevolmente le opzioni politico-ideologiche più funzionali al sistema.

 

ChY0BBbXEAAX6Bh-e1467311527856

L‘antifascismo resta per tutti noi un valore fondante, perché giudichiamo il fascismo la più bieca e violenta forma assunta dalla dittatura della borghesia. Semplicemente continuiamo a credere, come ci insegna Marx, che la dittatura della borghesia prosegua anche nel modello “liberale”, e che essa nella fase attuale esplichi con egual violenza il proprio potere in senso imperialista.

In questo senso noi siamo antifascisti, anticapitalisti e antimperialisti, categorie queste ultime due, che molti “antifascisti” non ritengono necessarie, trovandosi poi a sostenere forze politiche “liberali” classiste a casa propria e guerrafondaie in casa altrui.

L’antifascismo dei “democratici liberali”, per come sono diventati oggi i “democratici liberali”, è un antifascismo che non ha niente in comune con il senso storico della seguente necessità: la distruzione di ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ossia la distruzione della borghesia organizzata come classe e l’instaurazione di una nuova società: quella socialista.

Nel fare questo noi comunisti riteniamo che il proletariato italiano, opportunamente guidato da un’organizzazione rivoluzionaria di classe, debba prepararsi ad uscire dai pilastri dell’imperialismo attuali: la NATO e l’Unione Europea. Se necessario il proletariato deve essere pronto a usare la forza per conquistare il potere economico oggi nelle mani di poche élite, e deve essere pronto a difendere con ogni mezzo le conquiste sociali contro la reazione del nemico. Per questo è necessario che tragga insegnamento dalla lezione del passato.

Noi in effetti non siamo solo antifascisti. Siamo comunisti, e storicamente il fascismo l’ha distrutto Stalin, uno dei più grandi comunisti della Storia.  Ribadiamo un concetto fondamentale Non può esistere antifascismo senza antimperialismo

La bandiera di Vlasov

Viviamo anni di revisione storica e simboli prima odiati e ripudiati oggi vengono esaltati.

Uno dei simboli che maggiormente ha visto trasformato il proprio significato è la bandiera tricolore della Russia. Il tricolore bianco blu e rosso sventolato per secoli da chi voleva distruggere la Russia oggi viene riconosciuto come simbolo tradizionale del paese  e delle sue profonde radici storiche.

519894_rossiya_flag_trikolor_7000x4800_www.Gde-Fon.com.jpg

La bandiera bianca-blu-rosso prima della rivoluzione del 1917 non era presente tra gli emblemi del paese. E’ apparsa in Russia nel 1676 come bandiera commerciale, il suo utilizzo fu  legittimato per decreto da Pietro I nel 1705.
Il tentativo nel 1896 di trasformare questa bandiera in bandiera nazionale provocò una virulenta protesta nella società russa, che si oppose a tale introduzione.

Il  tricolore, come disposizione dei colori, non era altro che la riproduzione di alcune bandiere nazionali adottate da alcuni  stati europei, Nicola II decise di lasciare la bandiera tricolore come bandiera commerciale.

La grande storia della Russia è associata alla  bandiera rossa. Sotto la bandiera rossa difesero la loro patria e vinsero, Alexander Nevsky, Dmitry Donskoy, Ivan il Terribile, Minin e Pozharsky. I migliori reggimenti di Pietro il Grande sventolavano le bandiere rosse. Sotto la bandiera rossa il proletariato russo ha vinto la Grande Guerra Patriottica (Seconda guerra mondiale).

Negli anni della guerra civile (1918-1920), la Guardia Bianca guidata dai generali Kornilov, Denikin e Kolchak combattè contro il proprio popolo sotto il vessillo tricolore al fianco degli alleati dell’Intesa.

Durante la seconda guerra mondiale, la bandiera tricolore bianco-blu-rosso divenne il vessillo dell’esercito guidato dal traditore Vlasov, conosciuto come “Esercito Russo di Liberazione” o “La Legione Est delle SS” che combattè al fianco della Germania nazista.

73020711_vlasovskiy_flag.jpg

scale_602

Chi era Andrej Andreevič Vlasov ?

scale_601

Durante le fasi iniziali dell’Operazione Barbarossa e della battaglia di Mosca: al comando della Seconda Armata d’Urto, Vlasov offrì una strenua resistenza contro i nazisti. Venne catturato la notte del 13 luglio 1942 dalle forze tedesche e portato al campo di prigionia di Vinniza.

Durante gli interrogatori a cui venne sottoposto, sentimenti anti-sovietici e anti-comunisti cominciarono a fare breccia: da fervente nazionalista sperava nella creazione di un Comitato Nazionale Russo che guidasse la liberazione del paese.
Le idee del generale furono subito ben accolte dallo stato maggiore tedesco che vide in lui un ottimo strumento di propaganda. Vennero redatti milioni di volantini da lanciare al di là della linea del fronte con un accorato appello del Generale Vlasov: circa 800.000 traditori risposero all’appello e passarono nelle fila della Wermacht.

vlasov-arringa.jpg

Negli anni 90 a seguito della caduta dell’Unione Sovietica il Giuda tricolore, per volere Eltsin, divenne la bandiera nazionale della Russia ed oggi purtroppo sovrasta il sacro Cremlino, sostituendo la bandiera rossa della Vittoria!

Siamo ben consapevoli che la bandiera tricolore fu  scelta dalla borghesia russa non per caso o per casualità. Questo dimostra un chiaro contenuto di classe: rilanciare la bandiera di Vlasov è la rivincita dei “signori” contro lo Stato Socialista e l’Armata Rossa dei lavoratori e dei contadini, scelta atta a celebrare la restaurazione del capitalismo in Russia. Questa è l’essenza della scelta di questi colori per la bandiera.

Come possiamo accettare la presenza del tricolore accanto alla Bandiera Rossa durante i festeggiamenti nel Giorno della Vittoria? Forse abbiamo dimenticato che durante la Parata della Vittoria a Mosca nel 24 giugno 1945 il tricolore di  Vlasov fu  gettato ai piedi del mausoleo di Lenin insieme alle altre bandiere fasciste?

9e2cecf99e9faeab3f11fec288c77b5a.jpg

La verdad sobre las banderas