LA RESISTENZA TRADITA

“Era metà settembre del 1944, uno degli ultimi tiepidi sabati pomeriggio di quello che sarebbe stato un piovoso autunno milanese. La sera precedente Giulio aveva scorrazzato per Milano distribuendo volantini contro l’occupazione fino a notte fonda. Erano diventate operazioni pericolose anche quelle di propaganda notturna. L’aria a Milano era pesante, l’occupazione ancora molto dura e feroce.
Era passato solo un mese dall’eccidio di piazzale Loreto. Il 10, un giovedì mattina di agosto, avevano avvertito Giulio, come tanti altri, di raggiungere il piazzale, anche se con circospezione. Ci arrivò con Giorgio, compagno di Brigata, con il tram da Lambrate. Giunti nel piazzale, vedendo dei capannelli di persone, si avvicinarono e si presentò loro uno spettacolo raccapricciante. Quindici partigiani erano stati fucilati all’alba e i loro corpi lasciati sul selciato a un lato della piazza. Erano stati uccisi per rappresaglia in seguito a un attentato dove non era morto alcun tedesco. I loro cadaveri erano stati lasciati lì a bella posta per tutto il giorno, ammucchiati e lasciati riempire di mosche sotto il cocente sole di agosto in modo da poter esser visti da tutti i passanti. Quella macabra e vergognosa azione, quindi, doveva servire di monito per tutta la popolazione civile, per dimostrare come sarebbe finito chi avesse osato combattere il nazifascismo.

Erano stati quelli della legione Muti della Repubblica sociale italiana, anche se comandati da un capitano delle SS, a passarli per le armi. Ed erano rimasti lì di guardia al loro trofeo per tutto il giorno. Non facevano avvicinare nessuno, neanche i familiari dei quindici arrivati sul luogo. Anzi, mentre questi si disperavano e urlavano «assassini!» i fascisti li schernivano.

«Che bastardi criminali, che possano essere fulminati!», disse Giulio a Giorgio. «Ma vedrai che la pagheranno, eccome se la pagheranno…», rispose Giorgio con le lacrime agli occhi. Invece nessuno pagò per quella strage. Il capitano nazista Theodor Saevecke sarebbe stato addirittura arruolato, dopo la guerra, dai servizi segreti statunitensi. Evidentemente «ci sapeva fare» coi comunisti, e per questo lo fecero lavorare. Una volta tornato in patria ricoprì incarichi di rilievo nella polizia federale tedesca. Quel giovane capitano sarebbe morto nel proprio letto, sessant’anni dopo quel gesto infame, a 93 anni. Aveva subito un processo solo cinquant’anni dopo, e nel 1999 il tribunale di Torino lo aveva condannato all’ergastolo, ma lui se ne era rimasto tranquillo e indisturbato in Germania.”

25 aprile 1945. Giulio sul Guzzi

“Erano le 15 di pomeriggio del 25 aprile del 1945. Iside e sua madre si trovavano al bar di via Mecenate, dove a volte riuscivano a sedersi quando in citta c’era un po’ di calma e soprattutto non c’erano bombardamenti. Ma quel giorno calma non ce n’era mica, arrivavano voci sempre più concrete: in molti avevano visto i tedeschi andare via, qualcuno diceva che fuori Milano gli americani stessero scortando i tedeschi che scappavano. C’era allora un misto di confusione e di eccitazione, incredulità e inebriante entusiasmo. In quel bar, come nel resto della citta, la gente si chiedeva se si fosse veramente arrivati alla fine dell’incubo.

Poi Iside noto un piccolo motocarro bianco che arrivava veloce verso il bar. Giulio era alla guida con sulla testa la bandana che portava quasi sempre. Un altro ragazzo, in piedi sul pianale di dietro e con una bandiera italiana sulle spalle, riusciva a malapena ad afferrarsi con le mani all’abitacolo e a mantenere l’equilibrio per non cadere. Le due donne capirono subito, non era cosa normale vedere Giulio a quell’ora, o era al lavoro o piu probabilmente in missione con i compagni.
«Iside, comincia a farti bella! Il Miro tornerà presto a casa», strillò Giulio ancor prima di scendere dal motocarro. La giovane Iside era raggiante, così come lo era sua madre, perchè Vladimiro Stella, ufficiale di marina fidanzato della ragazza e da tempo prigioniero all’estero, avrebbe potuto finalmente tornare ai suoi affetti.

«E’ finita, l’Italia è tornata un paese libero! I tedeschi se ne vanno con la coda tra le gambe, i fascisti paiono essersi volatilizzati!», continuò mentre le abbracciava. I tedeschi se ne erano davvero andati, i cecchini avrebbero sparato ancora per parecchi giorni dai terrazzi di Milano e non solo. Ma i fascisti si sarebbero fatti vivi quasi subito, come se nulla fosse successo. In quel tiepido e soleggiato mercoledi pomeriggio, però, ancora non lo si poteva sapere.”

(da Massimo Recchioni, Il tenente Alvaro, la Volante Rossa e i rifugiati politici italiani in Cecoslovacchia, DeriveApprodi, 2011)

Il tenente Alvaro e la resistenza tradita

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