E ALLORA LE FOIBE?!

Il 30 Marzo 2004, con la legge bipartisan n.92, è stato istituito il “giorno del ricordo” da celebrare il 10 Febbraio di ogni anno. Essa fu il risultato di due interessi convergenti: quello dei fascisti nella loro ricerca di ripulirsi e riabilitarsi e quello della borghesia nel suo tentativo di equiparazione dei comunisti con i nazi-fascisti, che vede l’Unione imperialista Europea , impegnata da anni nel lavoro puramente “ideologico” di equiparazione e istituzione della categoria “totalitarismi” per mettere fuori legge le organizzazioni operaie-popolari e i partiti comunisti rivoluzionari del continente europeo. Le foibe rappresentano in Italia il principale strumento con il quale i fascisti e la borghesia, attraverso i loro mezzi di comunicazione di massa, portano avanti i loro convergenti interessi ideologici. E’ dovere di ogni rivoluzionario, di ogni sincero progressista e democratico, combattere questa propaganda puramente ideologica, decostruendo il loro “impianto accusatorio” e integrando i fatti nel loro contesto storico.

Nel 2002, il Pres. della Repubblica C.A. Ciampi dichiara in un intervista al quotidiano triestino “Piccolo”, che le foibe furono “una lotta etnica scatenata per cercare di deitalianizzare queste zone, che ha dato luogo a violenze e uccisioni. Una cosa tipo la shoah, volta a eliminare più italiani possibili”. Nel 2006 riafferma il concetto definendo le foibe una pulizia etnica affermando che: “l’odio e la pulizia etnica sono stati l’abominevole corollario dell’Europa tragica del Novecento”. Il 10 Febbraio 2007, il Pres. della Repubblica G.Napolitano dichiara che “(…) un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”. Queste dichiarazioni fanno parte del progetto di “creazione di una coscienza collettiva” dell’intera comunità nazionale nella ricerca dello spirito “patriottardo” dell’ “Italia riconciliata nel nome della democrazia”. Tutto questo ha un solo fine: l’equiparazione del movimento operaio e comunista con il nazi-fascismo, tra il movimento di resistenza partigiana nazionale e internazionale (fortemente composto dalle organizzazioni comuniste) e i regimi nazi-fascisti e coloniali mussoliniano, hitleriano, franchista, nonché di quello croato di Pavelic. L’obiettivo della cancellazione del ‘900, racchiudendolo nel “totalitarismo” e nella “tragedia”, è perseguito  soprattutto oggi nella fase di crisi sistemica e ideologica del capitalismo, che deve perciò mettere in campo tutta la sua capacità falsificatoria applicando il metodo nazista di Goebbels,  per annientare lo spirito “rivoluzionario” delle masse, colpendo gli unici che lo hanno concretizzato nella presa del potere e l’abbattimento dell’ordine borghese imperialista: i comunisti.

Come affermato dalle massime cariche dello Stato borghese italiano le foibe sono poste sotto l’etichetta di “pulizia etnica” nella versione ufficiale dello Stato, suffragando questa tesi, priva di fondamento in prove, con numeri “della tragedia” a cui ognuno è libero di dare la sua versione soggettiva, passando da qualche migliaio alle decine di migliaia fino ad arrivare alle centinaia di migliaia di italiani gettati vivi in cavità carsiche (le foibe) e lasciate morire. Secondo questa versione ufficiale colpevoli solo di esser italiani. Citiamo a questo punto un estratto di un articolo pubblicato l’8/1/1949 da un giornale della destra locale “Trieste Sera”, nel quale si ammetteva: “Se consideriamo che l’Istria era abitata da circa 500 mila persone, delle quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi e infoibati non possono costituire un atto anti-italiano ma un atto prettamente anti-fascista”. Queste 500 “vittime” avvennero durante il breve periodo di governo popolare triestino durato 40 giorni. Fra Gorizia, Trieste e Fiume effettivamente scomparvero tra le 3 e le 4 mila persone, ma la maggioranza di esse morì nei campi di prigionia dove venivano rinchiusi i prigionieri colpevoli di esser collaboratori dei fascisti. Si parla delle foibe di Fiume, ma in questo paese non esistono foibe. Nella foiba di Fianona non è stato ritrovato nessun corpo. Nella foiba di Opicina sono stati ritrovati solo alcuni soldati morti i cui corpi vennero gettati lì per evitare il diffondersi di epidemie. Nelle foibe di Basovizza, in realtà si tratta del pozzo di una miniera, sono stati ritrovati dagli anglo-americani solo una decina di corpi di soldati tedeschi. Ma si parla di 3.500 infoibati nel triestino tra Basovizza e Monrupino. In quest’ultima in realtà, i partigiani gettarono dei corpi, ma si trattava di corpi di militari nazisti bombardati dagli inglesi, in seguito ad una battaglia tra nazisti e partigiani il 1 Maggio. Eppure li oggi vi è una targa in onore di infoibati dalmati.

Adesso inquadriamo i fatti nel loro contesto storico. Nel settembre del 1920 Benito Mussolini dichiara: “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500000 slavi barbari a 50.000 italiani”. Si istituì così la politica del cosiddetto “fascismo di confine”, ovvero una politica aggressiva nel Nord-Est e nei Balcani nell’ordine della deslavizzazione. Chi fu vittima della “pulizia etnica” e delle mire coloniali fu il popolo slavo, ad opera del regime fascista nella sua “guerra contro lo slavismo” e del suo progetto di “bonifica etnica” perseguita sul piano culturale con la chiusura delle scuole e il divieto di parlare pubblicamente nella loro lingua madre, l’italianizzazione forzata di cognomi e nomi di località, le insegne dei negozi in lingua croata e slovena rimosse e su quello economico con l’espropriazione forzata delle terre e la colonizzazione italiana, il tutto accompagnato da una feroce barbarie contro le popolazioni locali e la resistenza con massacri, incendi di paesi, campi di concentramento, tra questi citiamo il lager di Arbe (Dalmazia) oggi in Croazia, dove vennero rinchiusi tra le 10.000 e le 15.000 civili a maggioranza di etnia slava, diretto dal colonello dei Carabinieri Vincenzo Cuiuli, il campo di internamento e smistamento di Fiume in cui vi erano internati 3.500 slavi e oppositori, il lager di Cattaro (Dalmazia) oggi in Montenegro e il lager di Zara (Dalmazia) oggi in Croazia con 2.400 prigionieri civili. Sul territorio italiano citiamo il lager per jugoslavi di Treviso con 3.464 di internati diretto dal Tenente Colonello dei Carabinieri A.Anceschi, quello di Chiesanuova a Padova in cui vi furono internati 3.500 civili jugoslavi, in maggioranza croati, diretto dal Colonello D.Caporali. Il lager Renicci ad Arezzo con 3.950 internati in maggioranza civili jugoslavi. Il lager di Gonars a Udine dove vi erano internati 6.500 civili jugoslavi diretto dal Tenente Colonnello Eugenio Vicedomini, Cesare Marioni, Ignazio Fragapane, Gustavo De Dominicis, Arturo Macchi. Infine citiamo i campi di prigionia e lager per oppositori politici, “allogeni” slavi, sospettati di attività anti-nazionale, prigionieri di guerra ecc… di Fossoli a Carpi (5.000), di Bolzano (11.116) e quello di Risiera San Sabba a Trieste con circa 25.000 internati istituito dal III Reich. Tra il 1941 e il 1943 furono cacciati dall’Istria circa 30.000 Slavi- Croati e Sloveni – e venne occupata la regione. Centinaia di migliaia qui sono i morti reali dell’occupazione fascista e dei regimi nazi-fascisti nei confronti dei popoli slavi. Citiamo su tutti le 13.000 persone massacrate dalle SS e dai repubblichini di Salò nell’inverno del ’43 quando ripresero il controllo della penisola istriana, i cui corpi furono gettati nelle foibe. Infatti a differenza della Repubblica di Salò, in questi territori occupati dai nazisti dopo l’8 settembre si ebbe il diretto comando dei nazisti e il battaglione mussoliniano, la X MAS, la Guardia Civica e altre milizie furono sotto loro comando.

Nel periodo dell’insurrezione popolare avvenuta in Istria l’8 Settembre ‘43, la popolazione oppressa, sia italiana che slava, inferocita prese le armi e si scagliò contro i fascisti, gli occupanti e collaborazionisti che avevano depredato una terra e umiliato un popolo, infliggendogli un duro periodo di privazioni, di pene, di morte. Dopo l’invasione nazista e i crimini commessi al loro servizio dai fascisti (vedi sopra), si istituì nel maggio del ’45 il governo partigiano di Trieste durato 40 giorni (vedi sopra). Il quadro della situazione, politica e sociale, è stata ed era piuttosto complessa: “La situazione nell’Italia orientale era diversa dal resto del nord Italia. Quella era una terra che apparteneva all’Italia solo a partire dalla I guerra mondiale, una terra multietnica. In Italia il fascismo era la mano violenta della borghesia contro il proletariato, mentre nell’Italia orientale il fascismo si presentava oltre che sotto l’aspetto di classe, anche come soppressione delle nazionalità: proibito parlare lingue slave, chiusura di tutte le istituzioni culturali non italiane. Oltre a questo nel ’43 noi eravamo annessi alla Germania insieme a Lubiana e all’Istria. Erano i tedeschi che comandavano. Dopo il ’45, per altri 8 anni, c’è stata l’occupazione anglo-americana. Quindi la guerra è continuata con mille intrecci, lotte, con nazionalismi, servizi segreti”. La violenza che si scatenò fu un atto di giustizia popolare inserita all’interno di un quadro complesso. Nulla potrà offuscare l’alto contributo dei partigiani comunisti jugoslavi nella guerra al nazifascismo e la collaborazione internazionalista con i partigiani comunisti italiani. La borghesia tenta la strada della denigrazione della resistenza, con l’obiettivo di attaccare i comunisti, dai partigiani jugoslavi ai GAP, perché erano valorosi compagni che si diedero alla causa rivoluzionaria della liberazione dei popoli e della classe operaia dall’oppressione borghese, per trasformare l’Italia in una Repubblica Socialista. E’ proprio il carattere rivoluzionario, la lotta di classe che praticarono i comunisti nella guerra di liberazione nazionale, affiancati dalla lotta dei lavoratori che insorgevano nelle città e nelle campagne per farla finita non solo con il nazi-fascismo, ma anche con l’oppressione sociale della classe borghese e il capitalismo, che si servì del fascismo e che trovò subito dopo nuovi servitori, nel proseguimento dello sfruttamento e oppressione di classe, al quale la borghesia riserva il suo profondo odio.

Le foibe sono un falso storico propagandato dai fascisti e usato dalla borghesia

21 Gennaio 1921 nasce il Partito Comunista d’Italia: I 10 punti programmatici

Il Partito comunista d’Italia (Sezione dell’Internazionale comunista) è costituito sulla base dei seguenti principi.

Nell’attuale regime capitalistico si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive ed i rapporti di produzione, dando origine all’antitesi di interessi ed alla lotta di classe tra il proletariato e la borghesia dominante.

Gli attuali rapporti di produzione sono protetti dal potere dello Stato borghese, che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica.

Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.

L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito Comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendosi dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato.

La guerra mondiale, causata dalle intime insanabili contraddizioni del sistema capitalistico che produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato fra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.

Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato sociale borghese e con la instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze elettive dello Stato sulla sola classe produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.

La forma di rappresentanza politica dello Stato proletario è il sistema dei consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella rivoluzione russa, inizio della rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.

La necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi contro-rivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica, e con l’organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.

Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti dell’economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.

Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutte le attività della vita sociale, eliminandosi la divisione della società in classi andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico, il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.

Sandro Pertini festeggia il compleanno di Giuseppe Stalin

Oggi Giuseppe Stalin compie settant’anni. Quest’avvenimento non riguarda esclusivamente l’Urss, bensì pure le masse lavoratrici di tutti i Paesi perché Giuseppe Stalin – rivoluzionario indomito, da cinquant’anni al suo posto di lotta, senza mai deflettere – si è battuto e si batte per il suo popolo e per l’umanità intera.

Riguardando in prospettiva tutta questa vita spesa per un’idea, appare subito evidente coma Giuseppe Stalin abbia sempre avuto chiara dinanzi alla sua mente la visione della meta cui voleva tendere. A questa meta egli ha decisamente puntato fin dal primo istante della sua lotta, duro con se stesso e con gli altri, implacabile contro chiunque – nemico o compagno – tentasse di farlo deviare o di trattenerlo, sicuro che giusta era la strada presa: la strada indicata da Lenin.

Compiuta la Rivoluzione d’Ottobre, ha costruito il Socialismo nella sua patria e lo ha quindi irradiato nelle patrie altrui, sia nel cuore dell’Europa, sin nell’Estremo Oriente, nell’immensa Cina.

Tutti questi popoli che hanno conquistato la meta suprema e tutti gli altri che stanno per conquistarla guardano all’Urss come alla loro seconda patria e come alla roccaforte del Socialismo, contro cui già una volta si è spezzata la rabbiosa prepotenza reazionaria e contro cui si spezzerebbe ogni nuovo assalto alle forze imperialistiche. E guardano a Giuseppe Stalin come una guida del mondo del lavoro.

Quest’uomo – capo non solo di un forte Stato, ma di tutto un popolo – seppe in un’ora tragica per la propria patria trasfondere nelle genti sovietiche la sua stessa volontà di lotta, il suo stesso incrollabile coraggio. E dietro lui tutto un popolo si mosse. Fu prima la resistenza tenace, poi la travolgente insurrezione, quindi la splendida vittoria.

I proletari del mondo intero – i quali trepidanti avevano trattenuto il respiro durante le tragiche ore di Stalingrado perché sentivano come la loro sorte fosse legata alla sorte stessa dell’Urss – esultarono. La vittoria dell’Unione Sovietica era anche la loro vittoria.

E oggi quest’uomo dall’animo temprato e forte come il suo nome, dal corpo ancora vigoroso, è alla testa non più del solo suo popolo, ma di tutti i popoli lavoratori che vogliono difendere ad ogni costo la pace e che protesi sono verso il proprio riscatto.

Per questo da ogni parte del mondo dove vi sono lavoratori ancora oppressi ed impegnati in aspre lotte contro la reazione, o dove lavoratori ormai liberi sono intenti a costruire la società socialista, si leva il saluto augurale verso Giuseppe Stalin.

In “Lavoro nuovo”, 21 dicembre 194

LA RESISTENZA TRADITA

“Era metà settembre del 1944, uno degli ultimi tiepidi sabati pomeriggio di quello che sarebbe stato un piovoso autunno milanese. La sera precedente Giulio aveva scorrazzato per Milano distribuendo volantini contro l’occupazione fino a notte fonda. Erano diventate operazioni pericolose anche quelle di propaganda notturna. L’aria a Milano era pesante, l’occupazione ancora molto dura e feroce.
Era passato solo un mese dall’eccidio di piazzale Loreto. Il 10, un giovedì mattina di agosto, avevano avvertito Giulio, come tanti altri, di raggiungere il piazzale, anche se con circospezione. Ci arrivò con Giorgio, compagno di Brigata, con il tram da Lambrate. Giunti nel piazzale, vedendo dei capannelli di persone, si avvicinarono e si presentò loro uno spettacolo raccapricciante. Quindici partigiani erano stati fucilati all’alba e i loro corpi lasciati sul selciato a un lato della piazza. Erano stati uccisi per rappresaglia in seguito a un attentato dove non era morto alcun tedesco. I loro cadaveri erano stati lasciati lì a bella posta per tutto il giorno, ammucchiati e lasciati riempire di mosche sotto il cocente sole di agosto in modo da poter esser visti da tutti i passanti. Quella macabra e vergognosa azione, quindi, doveva servire di monito per tutta la popolazione civile, per dimostrare come sarebbe finito chi avesse osato combattere il nazifascismo.

Erano stati quelli della legione Muti della Repubblica sociale italiana, anche se comandati da un capitano delle SS, a passarli per le armi. Ed erano rimasti lì di guardia al loro trofeo per tutto il giorno. Non facevano avvicinare nessuno, neanche i familiari dei quindici arrivati sul luogo. Anzi, mentre questi si disperavano e urlavano «assassini!» i fascisti li schernivano.

«Che bastardi criminali, che possano essere fulminati!», disse Giulio a Giorgio. «Ma vedrai che la pagheranno, eccome se la pagheranno…», rispose Giorgio con le lacrime agli occhi. Invece nessuno pagò per quella strage. Il capitano nazista Theodor Saevecke sarebbe stato addirittura arruolato, dopo la guerra, dai servizi segreti statunitensi. Evidentemente «ci sapeva fare» coi comunisti, e per questo lo fecero lavorare. Una volta tornato in patria ricoprì incarichi di rilievo nella polizia federale tedesca. Quel giovane capitano sarebbe morto nel proprio letto, sessant’anni dopo quel gesto infame, a 93 anni. Aveva subito un processo solo cinquant’anni dopo, e nel 1999 il tribunale di Torino lo aveva condannato all’ergastolo, ma lui se ne era rimasto tranquillo e indisturbato in Germania.”

25 aprile 1945. Giulio sul Guzzi

“Erano le 15 di pomeriggio del 25 aprile del 1945. Iside e sua madre si trovavano al bar di via Mecenate, dove a volte riuscivano a sedersi quando in citta c’era un po’ di calma e soprattutto non c’erano bombardamenti. Ma quel giorno calma non ce n’era mica, arrivavano voci sempre più concrete: in molti avevano visto i tedeschi andare via, qualcuno diceva che fuori Milano gli americani stessero scortando i tedeschi che scappavano. C’era allora un misto di confusione e di eccitazione, incredulità e inebriante entusiasmo. In quel bar, come nel resto della citta, la gente si chiedeva se si fosse veramente arrivati alla fine dell’incubo.

Poi Iside noto un piccolo motocarro bianco che arrivava veloce verso il bar. Giulio era alla guida con sulla testa la bandana che portava quasi sempre. Un altro ragazzo, in piedi sul pianale di dietro e con una bandiera italiana sulle spalle, riusciva a malapena ad afferrarsi con le mani all’abitacolo e a mantenere l’equilibrio per non cadere. Le due donne capirono subito, non era cosa normale vedere Giulio a quell’ora, o era al lavoro o piu probabilmente in missione con i compagni.
«Iside, comincia a farti bella! Il Miro tornerà presto a casa», strillò Giulio ancor prima di scendere dal motocarro. La giovane Iside era raggiante, così come lo era sua madre, perchè Vladimiro Stella, ufficiale di marina fidanzato della ragazza e da tempo prigioniero all’estero, avrebbe potuto finalmente tornare ai suoi affetti.

«E’ finita, l’Italia è tornata un paese libero! I tedeschi se ne vanno con la coda tra le gambe, i fascisti paiono essersi volatilizzati!», continuò mentre le abbracciava. I tedeschi se ne erano davvero andati, i cecchini avrebbero sparato ancora per parecchi giorni dai terrazzi di Milano e non solo. Ma i fascisti si sarebbero fatti vivi quasi subito, come se nulla fosse successo. In quel tiepido e soleggiato mercoledi pomeriggio, però, ancora non lo si poteva sapere.”

(da Massimo Recchioni, Il tenente Alvaro, la Volante Rossa e i rifugiati politici italiani in Cecoslovacchia, DeriveApprodi, 2011)

Il tenente Alvaro e la resistenza tradita

I COMUNISTI MANGIANO I BAMBINI

I comunisti mangiano i bambini: ecco come è nata la leggenda

Prime pagine di giornali dai titoli catastrofici. Un fronte anticomunista particolarmente “aspro” per l’esperienza del fascismo. Storie ingigantite. Così è nata una delle invenzioni in assoluto più riuscite della propaganda anticomunista: la leggenda che narra dei comunisti che mangiano i bambini. 

«Papà salvami!», «Madre! Salva i tuoi figli dal bolscevismo!». Stalin nelle sembianze mostruose di un orco. La falce e il martello impressi nelle fauci di ragni orribili. Soldati russi e alleati raffigurati come spettri. Tutto su pieghevoli, pagine di riviste, manifesti dalle tinte caravaggesche illustrati sovente da chine illustri, quelle di Luigi Boccasile e Walter Molino. Un periodo tra il 1944 (siamo a Salò, e il fronte divide l’Italia in due) e la metà dei Cinquanta (nell’Italia della ricostruzione).
Ad arroventare gli anni tra guerra mondiale e guerra fredda c’è stata (anche) quell’accusa di mangiare i bambini, l’invenzione in assoluto più fortunata della propaganda anticomunista. Una leggenda nata durante la carestia degli 30 in Ucraina causata dai kulaki ucraini

LA PROPAGANDA DI SALO’ – Un fatto storico che venne ripreso e amplificato dalla propaganda di Salò. Nel ’43, proprio a ridosso di Natale per aumentare l’impatto emotivo, viene pubblicata la notizia terrificante di una deportazione in Russia di bimbi italiani, dai 4 ai 14 anni. Un tam tam incessante di giorni, con cronache che raccontano di donne straziate dal dolore, di genitori che decidono di uccidere i loro bambini e poi di suicidarsi piuttosto che lasciarli partire per la Russia. Si racconta di navi affondate con il carico di bambini: un falso, ovviamente . Ma un falso che, soprattutto in Italia, fatica ad essere cancellato. Da noi, finita la guerra la leggenda assume «aspetti più dilatati che altrove, vuoi perché l’esperienza del fascismo enfatizza lo scontro con il comunismo e suscita timori e paure più che in altre realtà, vuoi perché dalla metà degli anni Quaranta in Italia opera il più grande Partito comunista dell’Occidente. E dunque la reazione del fronte avverso è particolarmente aspra». Tanto aspra da fare credere che i “comunisti mangiano i bambini”.

GUERRA FREDDA – Un crescendo che si alimenterà, ancor più nei decenni di guerra fredda, con lo scontro sempre più feroce tra Dc e i comunisti. Che raccontavano – pure loro – di bambini che rifiutavano il cibo offerto dalle organizzazioni cattoliche convinti che fosse avvelenato, «perché i preti uccidevano i bambini per spedirli in paradiso».

BERLUSCONI, COSSIGA E D’ALEMA
– Ma intanto siamo arrivati ai giorni nostri. L’Orco con la falce e il martello che mangia i bambini è sempre lì, nell’immaginario ritagliato tra politica e propaganda. Lo sa bene Silvio Berlusconi che tra paradossi, barzellette e asserite verità ne ha detto sovente nelle sue campagne elettorali. Bimbi non mangiati dai comunisti, semmai «fucilati». Oppure, nella Cina di Mao, «bolliti per concimare i campi». Compare anche Francesco Cossiga a «sdoganare», sul filo dell’ironia, la leggenda. Quando D’Alema arriva a palazzo Chigi – è la prima volta di un ex Pci e siamo nel 1998 – il presidente emerito gli regala un bambolotto di zucchero. «Così non interromperai la tradizione dei comunisti che mangiano i bambini».

L’uso politico della storia e il revisionismo dal volto umano: in attesa dell’ennesima giornata del ricordo a senso unico

Da diversi anni le campagne politiche volte a rileggere alcuni fenomeni della storia del Novecento hanno perso di veemenza. Da una fase di attacco a tutto campo della lettura “resistenziale” di determinati episodi della storia nazionale, si è passati ad una più efficace guerra di logoramento ideologico. Siamo passati dalle sbraitate storaciane contro i testi scolastici filo-comunisti al tentativo culturale di Romanzo Criminale o di Benigni nell’apologia del sano nazionalismo o dell’esaltazione della violenza criminale opposta a quella politica. Insomma, se la guerra ideologica contro ogni ipotesi di cambiamento politico reale continua, cambiano gli strumenti utilizzati, adeguati alle diverse fasi politiche e ai differenti contesti culturali di volta in volta presenti. C’è però una data che permane nel paesaggio istituzionale italiano figlia dello scorso decennio, quello in cui la destra aveva necessità dello sdoganamento politico e il sistema paese, nel suo complesso, bisogno di nuova linfa patriottica: il 10 febbraio. Quest’anno cade peraltro il decennale, sempre meno festeggiato a dire il vero, del “giorno del ricordo”, data in cui l’Italia si scoprì vittima del vero Olocausto del XX secolo, le foibe. Per anni ci siamo preoccupati di dare una lettura differente di tale data, concessa ad Alleanza Nazionale quale momento in cui celebrare l’italianità e i sacri valori del nazionalismo, libera finalmente dall’accusa di fascismo che si portavano appresso manifestazioni di questo tipo. Il contesto culturale creato ad arte ha permesso a un intero patrimonio di paccottiglia nazionalista di essere finalmente sdoganato, slegato dai lacci neofascisti in cui veniva ricondotto e finalmente libero di poter circolare tranquillamente nel dibattito politico ufficiale. L”operazione foibe” promossa da AN e avallata da tutto l’arco parlamentare ha costituito, e costituisce ancora oggi, l’episodio di revisionismo storico più macroscopico di questi decenni, quello più raffazzonato e più politicamente orientato. In altre parole, lo strumento attraverso il quale non solo la destra, ma tutto il nuovo corso politico rappresentato in parlamento, ha chiuso i conti politici e culturali con la Costituzione nata dalla Resistenza. Se ogni legge rimanda a una sua fonte superiore dalla quale trae legittimità, ciò vale anche per la legge principale italiana, e cioè la Costituzione, che infatti deriva la sua legittimità dal contesto storico in cui venne prodotta. La Resistenza, e con essa non solo i fatti storici che la produssero ma anche i valori politici che la ispirarono, rappresenta dunque il contesto di legittimità dalla quale muove la Costituzione. L’istituzionalizzazione del giorno del ricordo ci sembra perciò il momento clou dello svuotamento dei significati sostanziali che danno vita alla Costituzione, il momento in cui davvero ha chiusura la cosiddetta “Prima Repubblica” in favore della “seconda” a-fascista e anticomunista.

La giornata del ricordo capita in un contesto culturale profondamente segnato da questo utilizzo politico della storia. Fenomeno insito in ogni lettura storica, che infatti non è mai neutrale, ma sempre politicamente orientata. Il problema è che questo uso politico oggi è dominato dalla visione liberale-liberista dei rapporti sociali e dello sviluppo storico. A tale processo revisionista, la sinistra non ha saputo contrapporre una sua visione del mondo. Da una parte, l’ex sinistra comunista ufficiale, divenuta infine PD, ha sostanzialmente accettato attivamente la visione del mondo liberista. Dall’altra, la sinistra antagonista, o di classe, ha perso la bussola in un mare di visioni deboli, incapaci di avere la forza di esercitare un’egemonia culturale sulla società. La subalternità culturale è infatti uno dei tratti caratteristici delle organizzazioni di classe di questi decenni, anni in cui alla violenza della visione unica del capitale non si è saputo rispondere con una visione altrettanto unica sulle leggi fondamentale dello sviluppo economico e dei rapporti sociali presenti in ogni società.

Questa lunga premessa è doverosa per ricordare ancora una volta la pericolosità della giornata istituzionale del 10 febbraio, giorno in cui il nazionalismo italiano di ogni colore si ritrova sotto la bandiera dell’unità politica contro l”espansionismo slavo”, la “pulizia etnica”, l”odio razziale”, la “rappresaglia politica”. Come infatti ben argomentava Napolitano, vero tutore internazionale del governo dell’unità politica fra centrodestra e centrosinistra, le foibe costituirono

Un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica. [Napolitano, 10 febbraio 2007, Roma]

E’ ben evidente che se a pensarla così è l’esponente politico più popolare della “sinistra” istituzionale, la figura che più di ogni altra viene individuata come esempio o modello da seguire, nonché la più difesa a livello politico e mediatico, inattaccabile per definizione, qualcosa di marcio si è prodotto nella cultura politica del paese Italia. Utile ricordare, brevemente perché riproposto più volte anche su questo blog, le fantasie politiche espresse da questo breve estratto, che sintetizza bene l’opinione condivisa attorno al tema delle foibe e dell’esodo istriano seguito al Trattato di pace. Il “moto di odio e di furia sanguinaria” dovrebbe riferirsi alle 798 vittime ufficialmente ritrovate nelle cosiddette foibe, cioè le cavità carsiche presenti in territorio giuliano e istriano, fra il 1943 e il 1945. Infatti, nonostante i numeri sparati a caso di volta in volta dai vari esponenti politici, dall’estrema destra alla sinistra più ossequiosa, gli unici corpi ritrovati furono quelli che il maresciallo dei Vigili del Fuoco Harzarich ripescò nel biennio ’43-’45 (ribadiamo: fonte ufficiale fascista, quindi interessata ad amplificare l’accaduto). Poi più nulla. A ben vedere, in un contesto territoriale e temporale in cui morirono 50 milioni di persone, parlare di “moto di odio e di furia sanguinaria” sfiora il controsenso.

L’accenno al “disegno annessionistico slavo”, poi, recupera totalmente, senza alcun accento critico, l’impostazione politica irredentista rispetto alle terre istriane, che nella visione nazionalista appartenevano “naturalmente” allo Stato italiano e che solo per uno scherzo del destino, ordito dalle perfide potenze alleate e messo in atto dal comunismo internazionale personificato da Tito, sono state sottomesse alla Jugoslavia. Anche in questo caso, un ripasso di qualche manuale di liceo basterebbe a confutare una tale visione talmente raffazzonata e anti-storica dal lasciare il dubbio sulle reali capacità cognitive del presidente della Repubblica. L’Istria infatti apparteneva da secoli all’Impero austroungarico, sia inteso come possedimento veneziano per conto degli Asburgo, sia direttamente come proprietà dell’Impero centrale. Come recita uno qualsiasi dei testi di liceo, o anche basandosi solo su Wikipedia, infatti (e per rimanere a secoli recenti), “attraverso il trattato di Campoformio l’Istria assieme a tutto il territorio della Repubblica di Venezia [di dominazione francese] fu ceduta agli Asburgo d’Austria”. Nel successivo corso del secolo, e fino alla prima guerra mondiale, il territorio rimase sotto dominazione asburgica. Etnicamente, nel 1910, su 404.309 abitanti, 168.116 erano di origine serbo-croata; 55.356 sloveni; 13.279 tedeschi; 147.416 italiani. La penisola era dunque un territorio eterogeneo e multietnico, a maggioranza slava, e sotto controllo asburgico. Nulla legava queste terre all’Italia in quanto entità statale. Piuttosto, un contesto in cui erano presenti varie nazionalità e un intreccio di culture, fra cui quella veneta.

Dove si fonda dunque la presunta italianità di quelle terre, il tentativo di ritornare ad un originario stato di natura italiano delle regioni istriane e dalmate? Alla spartizione coloniale successiva ai trattati di pace del primo dopoguerra, in particolare il Trattato di Saint Germain en Laye del 1919. Le potenze alleate infatti promisero all’Italia la concessione dei territori austroungarici se fosse intervenuta in guerra contro gli imperi centrali. Cosa che infatti fece, smentendo l’alleanza storica con la Germania e l’Austria del 1881 e muovendo guerra contro gli ex-alleati. Il frutto della vittoria furono appunto (fra molte altre cose) le terre istriane, che divennero, per la prima volta, italiane a tutti gli effetti. Il senso dell’italianizzazione forzata di quelle terre fu subito impresso dallo Stato liberale, ma divenne compiuto due anni dopo, con l’ascesa del fascismo e la pulizia etnica, culturale e politica di confine.

Già nel 1920, Mussolini dichiarava che: Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica dello zuccherino, ma quella del bastone.[…]I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani. [discorso tenuto a Pola, 24 settembre 1920].

L’Istria fu dunque italiana dal 1920 al 1945, quando la Jugoslavia, ormai formata quale Stato nazionale e liberatasi dal nazifascismo, si riappropriò di una parte del territorio istriano, andando alla resa dei conti politica con le classi dirigenti italiane che procederono alla “bonifica etnica di confine”. La liberazione infatti non coincise, come vorrebbe la fiaba liberale, con un moto pacifico d’intenti in cui le opinioni dei giusti sconfissero quelle degli autoritari. A la guerre comme a la guerre, la Resistenza jugoslava fece la propria rappresaglia politica contro tutti quegli italiani che ebbero direttamente a che fare con la repressione del popolo slavo. Rappresaglia cruenta, forse poco scientifica, ma determinata da un contesto storico definito, e che infatti le varie anime del nazionalismo italiano ben si guardano dal raccontare.

Il disegno annessionistico slavo altro non fu che quel processo di liberazione politica antifascista che contraddistinse la Resistenza jugoslava, una delle pochissime che si liberò effettivamente da sola e senza aiuti alleati dal controllo italo-tedesco. Processo di liberazione che non fu nazionale, ma a cui partecipò attivamente grande parte della Resistenza friulana e più in generale italiana. Partigiani italiani combatterono infatti sul fronte jugoslavo contro il nazifascismo, e molti combatterono con i fucili rivolti contro gli eserciti italiano e tedesco e insieme alle truppe jugoslave. Molte di quelle ottocento persone che finirono effettivamente nelle foibe non solo erano militari italiani caduti nelle battaglie contro la Resistenza jugoslava, ma erano appunto “già caduti”. Le foibe costituirono cioè, per una parte di queste persone, delle fosse comuni. Metodi sbrigativi, ma che niente hanno a che fare col concetto di pulizia etnica. Anche perché, molti di quegli italiani vennero uccisi da altri italiani. Ed è esattamente questo fatto che va rimosso nella lettura della resistenza europea contro il nazifascismo.

La “pulizia etnica” ricordata da Napolitano, dunque, sarebbe da riferirsi sicuramente alla politica italiana nei venticinque anni che la legarono all’Istria. Quella jugoslava dovrebbe essere definita “pulizia politica” di tutti quegli italiani che collaborarono col regime nel processo di annessione forzata della cultura slava a quella italiana. Cosa diversa è la parte riferita all’esodo, altro fatto che nel corso del tempo ha assunto contorni leggendari, e che fu determinato dal passaggio allo Stato slavo dei territori istriani, a cui seguì un referendum che stabiliva la libera scelta della cittadinanza da mantenere. L’opzione lasciava libere le popolazioni di determinare la propria appartenenza statuale: chi avesse scelto di mantenere la cittadinanza italiana avrebbe dovuto trasferirsi in Italia. Chi optò per quella jugoslava, sarebbe rimasto in Istria. Così nei fatti andò, e tutti coloro che decisero di mantenere la propria “italianità” furono quindi invitati a lasciare lo stato jugoslavo. Esattamente come impose la politica fascista alle popolazioni slave presenti in territorio italiano.

Nel 1942 Mussolini ebbe infatti a dichiarare che: Sono convinto che al “terrore” dei partigiani si deve rispondere con il ferro e il fuoco[…]Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo hanno voluto![…]Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazione.

Anche qui, dei passaggi storici definiti e razionali, forse bruschi ma chiaramente determinati dagli accordi internazionali ai quali l’Italia aderì, peraltro da paese sconfitto, in questi anni di revisionismo storico sono stati definiti con termini e accenti degni della descrizione di ben altri tragici eventi.
Questo breve, sintetico e non esauriente excursus storico ci permette di inquadrare i fatti nella giusta ottica, contestualizzando fenomeni che non si produssero dal nulla ma che costituirono l’evoluzione di condizioni predeterminate, a loro volta generate da altre situazioni storiche che le produssero. E ci permette anche di percepire quale livello l’uso politico della storia ha raggiunto in questi anni. L’invenzione dell’Olocausto “di destra” ha contribuito in maniera determinante non solo a sdoganare una posizione politica marginalizzata nel corso della “prima repubblica”, ma soprattutto ad avallare il tentativo politico di equiparare nazismo e comunismo. Il fatto che questi eventi si poggiano sul nulla, sull’invenzione artificiosa di eventi storici mai avvenuti, sull’ingigantimento di episodi tutto sommato “normali” in un contesto bellico come quello della Seconda Guerra Mondiale, sembra non scalfire la sicurezza con cui ormai l’opinione pubblica assume tale versione dei fatti.
Di fronte a tutto questo è però necessario opporre una nostra visione del mondo, per non rassegnarci all’ineluttabile verità somministrata dai media e fatta propria dalle istituzioni. Anche quest’anno, cioè, contesteremo la farsa della giornata del ricordo. Anche quest’anno, noi ricordiamo tutto.

In calce, riportiamo una brevissima bibliografia, con l’obiettivo non solo di conoscere e consigliare le migliori fonti sull’argomento di recente pubblicazione, ma soprattutto per pubblicizzare il lavoro di alcuni storici che in questi anni si sono occupati scientificamente dell’argomento foibe, “esodo” istriano e fascismo di confine. Per anni il tema è stato relegato alla memorialistica interessata degli ex cittadini giuliano-dalmati, a sparute frange nazionaliste, o peggio ancora a sedicenti divulgatori storici che con la ricerca storiografica poco o nulla avevano a che fare. Questo ristretto magma socio-(sub)culturale ha amplificato a dismisura la propria voce da quando Alleanza Nazionale ne è riuscita efficacemente a produrre una sintesi politica, elevando a data istituzionale degli avvenimenti storici di per sé marginali e politicamente contraddittori. Questo non sarebbe potuto accadere se forze politiche di sinistra non avessero ceduto alle retoriche della pacificazione nazionale, barattando una malsana memoria condivisa con la fine della conventio ad escludendum e la possibilità di accedere alle stanze dei bottoni senza il retaggio dell’esperienza comunista. Questi testi rimettono al centro la dimensione storica in cui si produssero quelle vicende, le contestualizzano, le quantificano e le interpretano. Esattamente l’opposto della propaganda anti-slava e anti-comunista di questi decenni.

Fonti:
Cernigoi C., Operazione foibe. Tra storia e mito, Kappa Vu, Udine, 2005
Vice P., La foiba dei miracoli. Indagine sul mito dei sopravvissuti, Kappa Vu, Udine, 2008
Volk S., Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell’italianità sul confine orientale, Kappa Vu, Udine, 200
Kersevan A., Porzus. Dialoghi sopra un processo da rifare, Kappa Vu, Udine, 1995
Kersevan A., Un campo di concentramento fascista. Gonars, Kappa Vu, Udine, 2003
Conti D., L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente”, Odradek, Roma, 2008
AAVV, Foibe: Revisionismo di Stato e amnesie della Repubblica – Atti del convegno, Kappa Vu, Udine, 2009
Scotti G., Dossier Foibe, Manni, San Cesario di Lecce, 2005

L’uso politico della storia e il revisionismo dal volto umano: in attesa dell’ennesima giornata del ricordo a senso unico

Il Partito comunista di Antonio Gramsci

Il movimento proletario, nella sua fase attuale, tende ad attuare una rivoluzione nell’organizzazione delle cose materiali e delle forze fisiche; i suoi tratti caratteristici non possono essere i sentimenti e le passioni diffuse nella massa e che sorreggono la volontà della massa; i tratti caratteristici della rivoluzione proletaria possono esser ricercati solo nel partito della classe operaia, nel Partito comunista, che esiste e si sviluppa in quanto è l’organizzazione disciplinata della volontà di fondare uno Stato, della volontà di dare una sistemazione proletaria all’ordinamento delle forze fisiche esistenti e di gettare le basi della libertà popolare.
L’operaio nella fabbrica ha mansioni meramente esecutive. Egli non segue il processo generale del lavoro e della produzione; non è un punto che si muove per creare una linea; è uno spillo conficcato in un luogo determinato e la linea risulta dal susseguirsi degli spilli che una volontà estranea ha disposto per i suoi fini. L’operaio tende a portare questo suo modo di essere in tutti gli ambienti della sua vita; si acconcia facilmente, da per tutto, all’ufficio di esecutore materiale, di “massa” guidata da una volontà estranea alla sua; è pigro intellettualmente, non sa e non vuole prevedere oltre l’immediato, perciò manca di ogni criterio nella scelta dei suoi capi e si lascia illudere facilmente dalle promesse; vuol credere di poter ottenere senza un grande sforzo da parte sua e senza dover pensare troppo.
Il Partito comunista è lo strumento e la forma storica del processo di intima liberazione per cui l’operaio da esecutore diviene iniziatore, da massa diviene capo e guida, da braccio diviene cervello e volontà; nella formazione del Partito comunista è dato cogliere il germe della libertà che avrà il suo sviluppo e la sua piena espansione dopo che lo Stato operaio avrà organizzato le condizioni materiali necessarie.
Il Partito comunista, anche come mera organizzazione si è rivelato forma particolare della rivoluzione proletaria. Nessuna rivoluzione del passato ha conosciuto i partiti; essi sono nati dopo la rivoluzione borghese e si sono decomposti nel terreno della democrazia parlamentare. Anche in questo campo si è verificata l’idea marxista che il capitalismo crea forze che poi non riesce a dominare.
I partiti democratici servivano a indicare uomini politici di valore e a farli trionfare nella concorrenza politica; oggi gli uomini di governo sono imposti dalle banche, dai grandi giornali, dalle associazioni industriali; i partiti si sono decomposti in una molteplicità di cricche personali.
Il Partito comunista, sorgendo dalle ceneri dei partiti socialisti, ripudia le sue origini democratiche e parlamentari e rivela i suoi caratteri essenziali che sono originali nella storia: la rivoluzione russa è la rivoluzione compiuta dagli uomini organizzati nel Partito comunista, che nel partito si sono plasmati una personalità nuova, hanno acquistato nuovi sentimenti, hanno realizzato una vita morale che tende a divenire coscienza universale e fine per tutti gli uomini.
I partiti politici sono il riflesso e la nomenclatura delle classi sociali. Essi sorgono, si sviluppano, si decompongono, si rinnovano, a seconda che i diversi strati delle classi sociali in lotta subiscono spostamenti di reale portata storica, vedono radicalmente mutate le loro condizioni di esistenza e di sviluppo, acquistano una maggiore e più chiara consapevolezza di sé e dei propri vitali interessi.
Nell’attuale periodo storico e in conseguenza della guerra imperialista che ha profondamente mutato la struttura dell’apparecchio nazionale e internazionale di produzione e di scambio, è divenuta caratteristica la rapidità con cui si svolge il processo di dissociazione dei partiti politici tradizionali, nati sul terreno della democrazia parlamentare, e del sorgere di nuove organizzazioni politiche: questo processo generale ubbidisce a una intima logica implacabile, sostanziata dalle sfaldature delle vecchie classi e dei vecchi ceti e dai vertiginosi trapassi da una condizione ad un’altra di interi strati della popolazione in tutto il territorio dello Stato, in tutto il territorio del dominio capitalistico.
Il Partito socialista si dice assertore delle dottrine marxiste; il partito dovrebbe quindi avere, in queste dottrine, una bussola per orientarsi nel groviglio degli avvenimenti, dovrebbe possedere quella capacità di previsione storica che caratterizza i seguaci intelligenti della dialettica marxista, dovrebbe avere un piano generale d’azione, basato su questa previsione storica, ed essere in grado di lanciare alla classe operaia in lotta parole d’ordine chiare e precise; invece il Partito socialista, il partito assertore del marxismo in Italia, è, come il Partito popolare, come il partito delle classi più arretrate della popolazione italiana, esposto a tutte le pressioni delle masse e si muove e si differenzia quando già le masse si sono spostate e differenziate. In verità questo Partito socialista, che si proclama guida e maestro delle masse, altro non è che un povero notaio che registra le operazioni compiute spontaneamente dalle masse; questo povero Partito socialista, che si proclama capo della classe operaia, altro non è che gli impedimenta dell’esercito proletario.
Se questo strano procedere del Partito socialista, se questa bizzarra condizione del partito politico della classe operaia non hanno finora provocato una catastrofe, gli è che in mezzo alla classe operaia, nelle sezioni urbane del Partito, nei sindacati, nelle fabbriche, nei villaggi, esistono gruppi energici di comunisti consapevoli del loro ufficio storico, energici e accorti nell’azione, capaci di guidare e di educare le masse locali del proletariato; gli è che esiste potenzialmente, nel seno del Partito socialista, un Partito comunista al quale non manca che l’organizzazione esplicita, la centralizzazione e una sua disciplina per svilupparsi rapidamente, conquistare e rinnovare la compagine del partito della classe operaia, dare un nuovo indirizzo alla Confederazione Generale del Lavoro e al movimento cooperativo.
Il problema immediato di questo periodo, che succede alla lotta degli operai metallurgici e precede il congresso in cui il Partito deve assumere un atteggiamento serio e preciso di fronte all’Internazionale comunista, è appunto quello di organizzare e centralizzare queste forze comuniste già esistenti e operanti.
Il Partito socialista, di giorno in giorno, con una rapidità fulminea, si decompone e va in sfacelo; le tendenze in un brevissimo giro di tempo, hanno già acquistato una nuova configurazione; messi di fronte alle responsabilità dell’azione storica e agli impegni assunti nell’aderire all’Internazionale comunista, gli uomini e i gruppi si sono scompigliati, si sono spostati; l’equivoco centrista e opportunista ha guadagnato una parte della direzione del Partito, ha gettato il turbamento e la confusione nelle sezioni.
Dovere dei comunisti, in questo generale venir meno delle coscienze, delle fedi, della volontà, in questo imperversare di bassezze, di viltà, di disfattismi è quello di stringersi fortemente in gruppi, di affiatarsi, di tenersi pronti alle parole d’ordine che verranno lanciate. I comunisti sinceri e disinteressati, sulla base delle tesi approvate dal II Congresso della III Internazionale, sulla base della leale disciplina alla suprema autorità del movimento operaio mondiale, devono svolgere il lavoro necessario perché, nel più breve tempo possibile, sia costituita la frazione comunista del Partito socialista italiano, che, per il buon nome del proletariato italiano, deve, nel Congresso di Firenze, diventare, di nome e di fatto, Partito comunista italiano, sezione della III Internazionale comunista; perché la frazione comunista si costituisca con un apparecchio direttivo organico e fortemente centralizzato, con proprie articolazioni disciplinate in tutti gli ambienti dove lavora, si riunisce e lotta la classe operaia, con un complesso di servizi e di strumenti per il controllo, per l’azione, per la propaganda che la pongano in condizioni di funzionare e di svilupparsi fin da oggi come un vero e proprio partito.
I comunisti, che nella lotta metallurgica hanno, con la loro energia e il loro spirito di iniziativa, salvato da un disastro la classe operaia, devono giungere fino alle ultime conclusioni del loro atteggiamento e della loro azione: salvare la compagine primordiale (ricostruendola) del partito della classe operaia, dare al proletariato italiano il Partito comunista che sia capace di organizzare lo Stato operaio e le condizioni per l’avvento della società comunista.

Ordine Nuovo, 9 ottobre 1920

Odio il Capodanno. Antonio Gramsci

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.
E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.
Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca

Il popolo delle scimmie

Il fascismo è stata l’ultima “rappresentazione” offerta dalla piccola borghesia urbana nel teatro della vita politica nazionale. La miserevole fine dell’avventura fiumana è l’ultima scena della rappresentazione. Essa può assumersi come l’episodio più importante del processo di intima dissoluzione di questa classe della popolazione italiana.

Il processo di sfacelo della piccola borghesia si inizia nell’ultimo decennio del secolo scorso. La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel “cretinismo parlamentare”.
Questo fenomeno che occupa una gran parte della storia contemporanea italiana, prende diversi nomi nelle sue varie fasi: si chiama originalmente “avvento della sinistra al potere”, diventa giolittismo, è lotta contro i tentativi kaiseristici di Umberto I, dilaga nel riformismo socialista. La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’Amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo.

Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitri del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno. La settimana rossa del giugno 1914 contro gli eccidi, è il primo grandioso intervento delle masse popolari nella scena politica, per opporsi direttamente agli arbitrii del potere, per esercitare realmente la sovranità popolare, che non trova più una qualsiasi espressione nella Camera rappresentativa: si può dire che nel giugno 1914 il parlamentarismo è, in Italia, entrato nella via della sua organica dissoluzione e col parlamentarismo la funzione politica della piccola borghesia.
La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di riacquistare una funzione produttiva (solo oggi una speranza di questo genere si riaffaccia, coi tentativi del Partito popolare per ridare importanza alla piccola proprietà agricola e coi tentativi dei funzionari della Confederazione generale del Lavoro per galvanizzare il morticino-controllo sindacale) cerca in ogni modo di conservare una posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza.

Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti ad una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei fatti che ha preso il nome di “radiose giornate di maggio”, con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della jungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della jungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo, ecc., ecc.
Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza. Nel periodo della guerra il Parlamento decade completamente: la piccola borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione e si illude di aver realmente ucciso la lotta di classe, di aver preso la direzione della classe operaia e contadina, di aver sostituito l’idea socialista, immanente nelle masse, con uno strano e bislacco miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista, di “vero rivoluzionarismo”, di “sindacalismo nazionale”. L’azione diretta delle masse nei giorni 2-3- dicembre, dopo le violenze verificatesi a Roma da parte degli ufficiali contro i deputati socialisti, pone un freno all’attività politica della piccola borghesia, che da quel momento cerca di organizzarsi e di sistemarsi intorno a padroni più ricchi e più sicuri che non sia il potere di Stato ufficiale, indebolito e esaurito dalla guerra.
L’avventura fiumana è il motivo sentimentale e il meccanismo pratico di questa organizzazione sistematica, ma appare subito evidente che la base solida dell’organizzazione è la diretta difesa della proprietà industriale e agricola dagli assalti della classe rivoluzionaria degli operai e dei contadini poveri. Questa attività della piccola borghesia, divenuta ufficialmente “il fascismo”, non è senza conseguenza per la compagine dello Stato. Dopo aver corrotto e rovinato l’istituto parlamentare, la piccola borghesia corrompe e rovina gli altri istituti, i fondamentali sostegni dello Stato: l’esercito, la polizia, la magistratura.

Corruzione e rovina condotte in pura perdita, senza alcun fine preciso (l’unico fine preciso avrebbe dovuto essere la creazione di un nuovo Stato: ma il “popolo delle scimmie” è caratterizzato appunto dall’incapacità organica a darsi una legge, a fondare uno Stato): il proprietario, per difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata, la quale per mascherare la sua reale natura, deve assumere atteggiamenti politici “rivoluzionari” e disgregare la più potente difesa della proprietà, lo Stato. La classe proprietaria ripete, nei riguardi del potere esecutivo, lo stesso errore che aveva commesso nei riguardi del Parlamento: crede di potersi meglio difendere dagli assalti della classe rivoluzionaria, abbandonando gli istituti del suo Stato ai capricci isterici del “popolo delle scimmie”, della piccola borghesia.

La piccola borghesia, anche in questa ultima incarnazione politica del “fascismo”, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo e della proprietà terriera, di agente della controrivoluzione. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri. La piccola borghesia, dopo aver rovinato il Parlamento, sta rovinando lo Stato borghese: essa sostituisce, in sempre più larga scala, la violenza privata all’ “autorità” della legge, esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza caoticamente, brutalmente, e fa sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione.

Antonio Gramsci L’Ordine Nuovo, 2 gennaio 1921

Vi parlo dei proletari: sono il 98% del mondo

Alla domanda perché non posso non dirmi materialista storico – almeno io non posso non dirmi tale – la mia risposta (basata su argomenti personali, la mia storia, e teorici) potrebbe essere questa. Se ci opponiamo alle condizioni concrete della società, se critichiamo lo sviluppo capitalistico e le sue forme e alle condizioni di sfruttamento che il capitalismo pratica per essere tale e poter sussistere e svilupparsi, e se vogliamo sottrarci a questa prospettiva, non si può che partire da una posizione di rivolta e consolidarla poi in una posizione di rivoluzione.

Passando, cioè, a una consapevolezza storica di quelli che sono i rapporti di classe. Allora, il vero problema è la coscienza di classe: come questa si determina, si organizza in modo adeguato a quelle che sono di volta in volta le condizioni storiche, che mutano nel tempo e nello spazio e, all’interno di un medesimo tempo e un medesimo spazio, anche in rapporto a quelle che sono le posizioni conflittuali delle diverse classi. Credo che, se si giunge a comprendere il senso reale di un testo molto limpido, come è il Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels, non si può non arrivare alla determinazione che, in ultima istanza, per ragioni economico-sociali, le classi che si oppongono si riducono a due: il proletariato e la borghesia capitalistica. Nel concreto storico, allo stato attuale, il capitale finanziario. E a questo punto il processo diventa irreversibile. Non è possibile, una volta acquisita questa consapevolezza, abbandonarla, salvo per delle ragioni che sono di debolezza di diagnosi e di incapacità di cogliere quello che la realtà ci offre.

La tradizione teorica della sinistra ci dice che il proletariato, per le sue condizioni concrete e storiche, non ha necessariamente coscienza di classe e che pur essendo, effettivamente e puntualmente, in una condizione di sfruttamento, non sempre acquista coscienza di ciò. È dall’esterno della classe proletaria che arriva la consapevolezza di un atteggiamento realmente critico della realtà, di una filosofia della prassi che permetta un’azione politica coerente, un progetto rivoluzionario. Il problema allora è: chi porta questa consapevolezza? (Gramsci direbbe l’intellettuale). E, come diventa, colui che porta questa consapevolezza, un materialista storico? Come hanno fatto ad arrivarci due borghesi come Marx e Engels? Noi abbiamo una tradizione molto ricca (Lenin, Lucasz, Benjamin, Gramsci, Brecht, per citare i classici essenziali), ma loro due no. Marx lo ha spiegato abbastanza bene. In linea generale credo si possa dire che il passaggio da una posizione che chiamerei anarchica – quella dell’uomo in rivolta, che del resto è la formula usata da Camus – a una posizione invece storicamente articolata e consapevole, avviene attraverso un processo che è, insieme, pratico e teorico. Pratico vuol dire che si pone la questione di superare i conflitti così come si presentano nella loro crudezza, in un mondo di cui si comprendono le ragioni, le radici e il valore rivoluzionario sviluppato dalla borghesia. Il secondo, che ci viene dalle prime pagine del Manifesto, è porsi il problema se questa posizione sia superabile o no, se si possa andare o no al di là della situazione capitalistica. Questo mi pare sia la radice di tutta la questione.

Oggi il proletariato, a livello planetario, rappresenta il 98 per cento dell’umanità. Ma, altrettanto a livello planetario, oggi assistiamo a una grande debolezza di coscienza proletaria e comunista. Attraverso la globalizzazione capitalistica si è verificata la sconfitta di una prospettiva alternativa, con riferimento a delle forze precise, storicamente organizzate: crisi di stati e crisi di partiti, la fine del comunismo come esperienza di socialismo reale. A partire da questo momento, è soltanto una condizione veramente disperata di vita, l’insorgere di bisogni elementari insoddisfatti, che può spingere in maniera decisa verso una posizione di dissenso e di contrasto nei confronti dell’ordine delle cose. L’insoddisfazione e il senso di difficoltà a realizzare i propri desideri, riescono ad acquistare significato, sia personale che collettivo, soltanto di fronte a delle difficoltà estremamente dure nel concreto dell’esistenza. Non trovo un lavoro, trovo un lavoro esclusivamente precario, non riesco a inserirmi nella società perché sono immigrato o perché la mia condizione è marginale, vivo in periferia o in ambienti di degrado sociale… Per un poco queste cose possono essere attenuate dall’apparato alienante della cultura borghese (il fascino della merce, il grande magazzino, il divertimento, la caccia al prodotto che hanno tutti gli amici, il trovarsi insieme in maniera disorganica attraverso spettacoli e giochi di massa) e riversarsi nella famiglia, per chi ce l’ha. Ma la famiglia oggi non regge più: padri indebitati, figli che non vedono soddisfatte le loro richieste esistenziali e di crescita, abbandono di ogni interesse culturale.

Risultato: una condizione infelice e demotivata. Quando queste condizioni diventano assolutamente insostenibili, questo decadimento sociale o questa impossibilità di arrivare a quello che ieri il fratello maggiore, o gli amici più grandi, ancora riuscivano a raggiungere, costringe a una posizione di insubordinazione e di rivolta. I co.co.co cominciano ad acquistare coscienza che la condizione di lavoro precario non è quella felice mobilità che viene vantata dal potere, per cui oggi faccio una cosa, domani un’altra ed è bello (che è una cosa che hanno sempre fatto solo i capitalisti). A un certo momento, secondo la proposizione di base «non si arriva alla fine del mese», scoppia la rivolta. In questa condizione di infelicità e assenza di motivazioni, tra l’altro, la seduzione della violenza e delle organizzazioni criminali è forte. E viene utilizzata dal potere come indizio di corruzione che deve essere repressa.

Questo è il tempo in cui il capitalismo, attraverso un fortissimo sviluppo tecnologico, ha pochissimo bisogno di forza lavoro, e si arriva a una soluzione paradossale di una società composta di persone che sono in esubero fondamentale, strutturale. Siamo tutti in esubero. Se non lo siamo già, lo saremo. Viviamo in una società di precariato strutturale, e quello che è il centro dell’esperienza umana, cioè la pratica del lavoro – non a caso la nostra Repubblica è fondata sul lavoro e nei suoi articoli iniziali della Costituzione dice subito che il lavoro è un diritto e un dovere e identifica la condizione del cittadino con quella del lavoratore – viene meno. Il problema diventa come far soldi senza passare attraverso il lavoro. Facendosi «imprenditori di se stessi», secondo il noto motto. Che è una frase totalmente priva di senso, perché l’imprenditore, precisamente, è colui che si organizza in modo da sfruttare il lavoro degli altri, e quindi io dovrei diventare lo sfruttatore di me stesso; essere sfruttatori di se stessi vuol dire essere vittime, succubi di qualsiasi spinta possibile fino a quella condizione perfetta che è l’essere totalmente superflui, e quindi non trovare nessun tipo di lavoro.

La lotta che il capitalismo classico conduceva era una lotta che certamente aveva il suo punto di riferimento nel proletario, qualcosa che esisteva. Oggi, nella fase suprema del capitalismo, è nata un’«associazione» che è diventata planetaria: ogni terrorista è un comunista e ogni comunista è un terrorista. Un’associazione che qualifica qualunque tipo di opposizione.

Se la prendiamo in grande, questa associazione vuol dire, per esempio: Bush, con la teoria della guerra preventiva, vuole il controllo imperialistico del mondo. Una volta si chiamava fase suprema del capitalismo ed è l’imperialismo sfrenato, assoluto, che si assume il diritto di gestire l’universo. Partendo da questa posizione, qualsiasi dissenso è un dissenso definibile come terroristico anche quando non compie atti di terrorismo. La democrazia americana è diventata altro, non è più americana, ma della fase suprema del capitalismo, fondata sul potere assoluto del capitale sopra i destini del mondo. La globalizzazione è il compimento di questo fatto. Ma, nel momento stesso in cui questo mondo non è più gestibile capitalisticamente, proprio per effetto della globalizzazione, non c’è più il consenso. A questo punto l’alternativa diventa secca. E qui bisogna stare veramente attenti, perché il carattere rabbioso di tutta l’ultima fase berlusconiana, fallito il tentativo di vendere sogni fino in fondo, poiché mancano ormai gli acquirenti di quei sogni («non ho i denari per accedere a quel sogno, non venitemi a raccontare che ho tanti telefonini, sono disperato ugualmente») a una visione apocalittica dell’Italia e del mondo: siamo sotto una minaccia tremenda, bisogna salvare a tutti i costi la libertà democratica imperialistica, il potere del capitale finanziario non deve trovare nessun ostacolo, e tutto questo viene detto rabbiosamente e ferocemente. Bene, questo passaggio è un segno di disperazione, perché non c’è più la capacità di gestire un’egemonia culturale in senso largo – proporre dei modelli, ridurre tutto a un parco veline o a un parco calciatori -; non c’è più la capacità economica di controllare i mercati, perché ormai tutto è una roulette, si spostano capitali da un posto all’altro e non esiste più alcuna possibilità di previsione economica; non c’è più il potere militare, perché la guerra non è più capace di ottenere risultati. Allora tra essere autenticamente e democraticamente civili, terroristi e comunisti, non c’è più nessuna differenza. Chiunque si appelli a dei principi democratici – per esempio sia contrario allo stravolgimento della nostra Costituzione – diventa un terrorista, al limite una persona che non accetta le regole della democrazia del nostro presidente operaio.

In Italia manca una coscienza di classe, il dibattito diventa dibattito di opinione, agli elettori viene chiesta una scelta secca, destra o sinistra, e contemporaneamente si dichiara che i soggetti destra e sinistra hanno in fondo perso il loro significato, è in atto una sistematica, e per molti consapevole, organizzazione della disinformazione culturale, assistiamo al trionfo sterminato e completo dell’ideologia della merce. E, soprattutto, la «vecchia» opposizione di classe è diventata un’opposizione di opinione.
Quando i gruppi politici che dovrebbero essere all’opposizione accolgono la libertà del mercato come un punto che non si può mettere in discussione, cioè accolgono quell’unico mercato che esiste, quello capitalistico, non hanno più nessuno strumento di analisi alternativa.

Edoardo Sanguineti