Adda venì baffone

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Adda venì baffone è un popolare detto napoletano che di sicuro avrete sentito dire almeno una volta nella vita. A Napoli si invoca il misterioso uomo baffuto per cercare di migliorare una situazione spiacevole. In qualsiasi contesto lo si usi “adda venì baffone” vuol dire una sola cosa: arriverà presto colui che metterà la situazione a posto.

L’origine di questo modo di dire è molto curiosa. Adda venì baffone nacque sul finire della seconda guerra mondiale ad opera del popolo napoletano martoriato dalla guerra. Le persone costrette ad assistere inerti al conflitto bellico non sapevano più a chi rivolgersi per mettere fine alle atrocità. La speranza, però, era ancora viva. Si sognava una terra a est dove la libertà era di casa ed era il popolo a comandare.

Stiamo parlando della Russia che a quel tempo aveva un solo uomo a capo di tutto: Joseph Stalin, noto per i suoi folti baffi. È proprio lui il baffone del famoso detto. I napoletani invocavano il “baffone” Stalin, per cercare di portare la serenità che da troppo tempo mancava alla nostra città devastata dalla guerra.

Adda venì baffone: come i napoletani usano quest’espressione

Dalla seconda guerra mondiale il modo di dire ha perso naturalmente il suo protagonista, e così adda venì baffone si è trasformata in un’espressione popolare che viene usata per buon augurio. È diffusa tantissimo come antidoto alla politica moderna fatta di imbroglioni e ladri. “Adda venì baffone” dicono gli anziani quasi a voler rassicurare il mondo: si metteranno a posto le cose, pagheranno pure questi cialtroni.

Non sono solo le persone anziane a farne uso. Anche tra i giovani si sta diffondendo questo antico detto popolare che viene usato per gioco tra i banchi di scuola quando i professori mettono voti bassi. “Adda venì baffone” sussurrano i giovani allievi con un ghigno sulla faccia. Comunque sia questo strano modo di dire napoletano è un invito a migliorare e porta con se un forte messaggio di speranza: dalle difficoltà si esce sempre.

Solo a Napoli potevano inventarci un’espressione così divertente, ma allo stesso tempo di buon augurio per il futuro di tutti.

Adda venì baffone: usi moderni di un detto antico

Compagno! Butta quella merda! L’unica canna che ti serve è la canna del fucile

“I vincoli morali del capitalismo si allentano e una serie di attività che prima erano proibite perché ritenute immorali oggi non lo sono più proprio come previsto e teorizzato da Karl Marx: “Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo,come la natura aborre il vuoto. Se il tumulto e le liti portano profitto, esso incoraggerà l’uno e le altre”(Il Capitale libro 1, capitolo 24)

La droga è il prodotto ultimo della logica capitalistica dell’alienazione e dell’individualismo, in questo senso è nemica stessa di ogni possibilità di presa di coscienza, di volontà di cambiamento reale. È l’ultimo rifugio che viene imposto a chi non ha la capacità non solo di sognare ma di voler costruire un’alternativa allo stato di cose presente.
L’uso delle droghe “leggere” nella massa dei giovani proletari deve essere combattuto e lo si può combattare solo se il bisogno d’emancipazione che s’esprime in esso trova sul mercato politico l’unico bene che può “appagarlo”: la lotta del proletariato contro l’offensiva borghese e il capitalismo, la lotta del proletariato per il socialismo. In questo momento un tale movimento di classe non è in campo. Ma non potrà mai tornarvi, se un’avanguardia fornita dell’adeguata prospettiva non gli spiana il terreno sin da ora.

Cominciando a rimettere in piedi un programma e un’organizzazione di classe. Questo è il compito cui è oggi chiamato il proletariato militante. Non potrà svolgerlo senza organizzare e disciplinare tutte le sue forze in funzione di esso. Su questa via, l’uso di droghe “leggere” tra le sue fila è un ostacolo. Esse infatti dissipano le energie dei compagni, contribuiscono a forgiare in essi un animo debole, incapace di costanza e abnegazione; un animo esposto a ogni richiamo che proviene dalla “foresta” borghese. E se l’avanguardia del proletariato manca di fermezza e di spirito di sacrificio, come può svolgere quel lavoro metodico necessario per impostare la lotta in difesa del salario o dell’occupazione? La lotta di classe ha bisogno di essere organizzata e guidata da un’avanguardia dotata di una adeguata prospettiva di classe.

Per capire di cosa stiamo parlando forse è bene citare un brano di Engels riferito alla condizione degli operai inglesi alla fine dell’800. “Tutte le lusinghe, tutte le possibili tentazioni si uniscono per spingere gli operai all’ubriachezza. L’acquavite è per essi quasi la sola fonte di piacere, e tutto congiura per mettergliela a portata di mano. L’operaio ritorna a casa stanco ed esaurito dal suo lavoro; trova un’abitazione priva di ogni comodità, umida, sgradevole e sudicia; ha un acuto bisogno di una distrazione, deve avere qualcosa per cui valga la pena di lavorare, che gli renda sopportabile la prospettiva delle fatiche del giorno successivo… in simili circostanze esiste una necessità fisica e morale, per cui una grande parte degli operai deve soggiacere all’alcool… Ma come è inevitabile che un gran numero di operai cada vittima dell’ubriachezza, così è anche inevitabile che l’alcool eserciti i suoi effetti distruttivi sullo spirito e sul corpo delle sue vittime”
L’assunzione di droghe, l’alcolismo diventano fattori incompatibili per una reale militanza rivoluzionaria. Come possono i comunisti agire come avanguardia se prima di tutto non diventano esempio per i propri compagni di scuola, di università, di lavoro, per i giovani che guardano a loro? La droga e la dipendenza da sostanze in generale, sono fattori apertamente controrivoluzionari e come tali vanno considerati e trattati da chi aspira a costruire nel nostro paese le premesse per un cambiamento reale dello stato di cose presente. L’analisi sulla libertà individuale, deve cedere il passo a quella sulla dimensione sociale, sulle finalità ultime. Combattere la droga vuol dire combattere il sistema. Farla sparire dai nostri quartieri ridando speranza di cambiamento reale ad una generazione un nostro dovere rivoluzionario.

Fonte:

http://www.senzatregua.it/perche-la-gioventu-comunista-deve-combattere-la-droga/

http://www.senzatregua.it/droga-e-dipendenza-liberta-individuale-o-questione-sociale/

DAL NULLA SORGEMMO: Arditi del popolo

“Dal nulla sorgemmo in una lotta infernale. Ricordate: non respiravamo, più non si viveva. Era la nostra ora più nera e più tragica. Contro di noi vi erano fascisti, governo e borghesia. Una sola forza ci sostenne: la fede.” Argo Secondari

Benché l’antifascismo – inteso sia come teorizzazione politica che come risposta militare – nasca quasi contemporaneamente alla comparsa dello squadrismo, le prime forme di resistenza al fascismo sono sicuramente meno note di quelle legate alle esperienze della guerra civile spagnola e della Resistenza. Nel secondo dopoguerra, l’antifascismo sconfitto degli Arditi del popolo è stato relegato ai margini della storiografia, benché dietro esso vi fossero sia – come notò Guido Quazza – “tutta una storia”, sia le stesse ragioni fondanti della Resistenza. Tra le ragioni di questa parziale rimozione, vi possono essere quella delle origini e della natura della prima associazione antifascista (permeata da miti arditistico-dannunziani, successivamente fatti propri dal fascismo, e, al contempo, attestata su posizioni genericamente rivoluzionarie) e quella della difficile autocritica degli attori di allora (dalle istituzioni alle forze politiche e sociali) le quali non compresero appieno la portata del fenomeno fascista e che, tranne qualche eccezione, ostacolarono la diffusione dell’antifascismo del 1921-22. Un antifascismo forse (e comunque solo per taluni aspetti) distante, per contenuti e forme, da quello istituzionalizzatosi nell’Italia repubblicana; ma pur sempre un antifascismo nel quale l’esperienza resistenziale e il movimento democratico sorto da essa trovano la loro origine.

Nati a Roma gli ultimi giorni di giugno del 1921 da una scissione dell’Associazione nazionale arditi d’Italia, per iniziativa dell’anarchico Argo Secondari (ex tenente dei reparti d’assalto nella prima guerra mondiale), gli Arditi del popolo si propongono di opporsi manu militari alla violenza delle squadre fasciste. Estenuate da mesi di spedizioni punitive, le masse popolari colpite dallo squadrismo accolgono la loro nascita con entusiasmo. Stanche dei crimini fascisti, esse vedono concretizzarsi nella nuova organizzazione quella volontà di riscossa che trae origine – soprattutto negli strati meno politicizzati della classe lavoratrice – dal puro e semplice istinto di sopravvivenza. La comparsa degli Arditi del popolo rappresenta indubbiamente, per il proletariato italiano, il fatto eclatante dell’estate1921. Sia costituendosi ex novo che appoggiandosi alle sezioni della Lega proletaria (l’associazione reducistica legata al PSI e al PCd’I) o a formazioni paramilitari preesistenti (quali gli Arditi rossi di Trieste o i Figli di nessuno di Genova e Vercelli), nascono in tutta Italia sezioni di Arditi del popolo, pronte a fronteggiare militarmente lo squadrismo fascista. Il nuovo governo, presieduto da Ivanoe Bonomi, guarda al fenomeno arditopopolare con estrema preoccupazione, poiché la comparsa delle formazioni armate antifasciste rischia di affossare l’ipotesi della realizzazione di un trattato di tregua tra socialisti e fascisti (quello che sarà, nemmeno un mese dopo, il “Patto di pacificazione”) fortemente desiderato dal presidente del Consiglio.

Il 6 luglio 1921, presso l’Orto botanico di Roma, ha luogo un’importante manifestazione antifascista alla quale prendono parte migliaia di lavoratori e la cui eco arriva fino a Mosca: la “Pravda” del 10 luglio ne fa infatti un dettagliato resoconto e lo stesso Lenin, favorevolmente colpito dall’iniziativa e in polemica con la direzione bordighiana del PCd’I, non ha dubbi a indicarla come esempio da seguire. Dopo questo imponente raduno, la struttura paramilitare antifascista diviene, nel volgere di pochi giorni, un’organizzazione diffusa capillarmente. Le linee di espansione dell’associazione seguono, principalmente, le direttrici che dalla capitale conducono a Genova (Civitavecchia, Tarquinia, Orbetello, Piombino, Livorno, Pisa, Sarzana, La Spezia) e ad Ancona (Monterotondo, Orte, Terni, Spoleto, Foligno, Gualdo Tadino, Iesi). Ma anche in molti altri centri al di fuori di queste due vie di comunicazione gli arditi del popolo riescono a costituirsi in gruppi numericamente consistenti. Rilevanti sono, a riguardo, quelli del Pavese, di Parma, Piacenza, Brescia, Bergamo, Vercelli, Torino, Firenze, Catania e Taranto. Ma anche in alcuni centri minori gli arditi del popolo riescono ad organizzarsi efficacemente.

Prendendo in considerazione le sole sezioni la cui esistenza è certa, l’organizzazione antifascista risulta strutturata, nell’estate del 1921, in almeno 144 sezioni che raggruppano quasi 20 mila aderenti. Le 12 sezioni laziali (con più di 3.300 associati) primeggiano con quelle della Toscana (18, con oltre 3.000 iscritti). In Umbria gli arditi del popolo sono quasi 2.000, suddivisi in 16 sezioni. Nelle Marche sono quasi un migliaio, in 12 strutture organizzate. In Italia settentrionale, la diffusione del movimento è significativa in Lombardia (17 sezioni che inquadrano più di 2.100 Arditi del popolo), nelle Tre Venezie (15 nuclei per circa 2.200 militanti) e, in misura minore, in Emilia Romagna (18 sezioni e 1.400 associati), Liguria (4 battaglioni e circa 1.100 Arditi del popolo) e Piemonte (8 e circa 1.300). Nel Meridione le sezioni sono 7 sia in Sicilia che in Campania, 6 in Puglia, 2 in Sardegna e solo una in Abruzzo e in Calabria, mentre gli iscritti sono circa 600 in Sicilia, poco più di 500 in Campania e nelle Puglie, quasi 200 in Abruzzo e poco meno in Calabria, 150 in Sardegna.

Sotto il profilo tecnico-militare, gli Arditi del popolo sono una struttura militare agile, capace di convergere in poco tempo dove si presuma possa avvenire una spedizione punitiva dei fascisti. L’organizzazione antifascista cerca inoltre di esercitare il controllo del territorio attraverso marce per le strade cittadine oppure, alla stregua di una vera e propria milizia di quartiere, pattugliando il territorio e identificando gli elementi filofascisti. Non deve meravigliare dunque che la struttura organizzativa dell’arditismo popolare privilegi l’aspetto militare su quello politico. Gli Arditi del popolo sono strutturati in battaglioni, a loro volta suddivisi in compagnie (altrimenti dette centurie) e in squadre. Ogni squadra è composta da dieci elementi più il caposquadra; ogni compagnia è costituita da quattro squadre più il comandante di compagnia; il battaglione, infine, risulta composto da tre compagnie più il comandante di battaglione. Dunque, 136 uomini coadiuvati da un plotone autonomo di sicurezza di altri 10 elementi. Ogni battaglione ha al suo interno delle squadre di ciclisti per mantenere i collegamenti tra i vari battaglioni (rionali nelle grandi città). I ciclisti assicurano inoltre i collegamenti tra il comando generale, i battaglioni e altri soggetti (sedi operaie, ferrovieri, tranvieri, operai d’arsenali, “ufficio stampa e giornale della sera”). L’addestramento degli inquadrati avviene mediante apposite esercitazioni, le quali, comunque, molte volte si risolvono in esercizi formali.

Dal punto di vista organizzativo, la struttura del movimento ardito-popolare non è accentrata in modo eccessivo. Ai vari Direttorii dei Comitati regionali (varati solo sulla carta al primo congresso dell’associazione) vengono lasciati ampi margini di autonomia. Nella pratica, ogni sezione dell’associazione decide autonomamente il da farsi e il proprio stile di lavoro. Stile che – ovviamente – muta a seconda della corrente politica dominante nella determinata realtà. Proprio perché l’organizzazione si dichiara estranea a qualsiasi raggruppamento politico, l’inquadramento nelle centurie non avviene, di norma, sulla base dell’appartenenza ad una determinata organizzazione del movimento operaio. Accade però che in alcune realtà (come ad esempio Livorno) gli Arditi del popolo si dividano in compagnie sulla base dell’appartenenza politica.

Al pari della struttura tecnico-militare, anche i simboli della prima organizzazione antifascista derivavano dall’arditismo di guerra: un teschio cinto da una corona d’alloro e con un pugnale tra i denti con sotto scritto – in caratteri maiuscoli – “A noi!” è il simbolo dell’associazione. Il timbro del direttorio è costituito invece dal pugnale degli arditi, circondato da un ramoscello di alloro e uno di quercia incrociati. Effigi allora in gran voga e non certo patrimonio esclusivo dei Fasci di combattimento o delle forze politiche di destra. In qualche caso, come a Civitavecchia, il gagliardetto degli Arditi del popolo (una scure che spezza il fascio littorio) esprime invece più chiaramente la ragion d’essere dell’organizzazione. Anche se non si può parlare di una vera e propria divisa, gli arditi del popolo, come del resto la quasi totalità dei giovani militanti dei partiti politici dell’epoca, ne hanno genericamente una: indossano un maglione nero, pantaloni grigio-verdi e, a volte, portano una coccarda rossa al petto. Molti Arditi del popolo infine, durante scontri e combattimenti, si proteggono il capo con gli elmetti Adrian. Gli inni dell’organizzazione ricalcano anch’essi, per musica e testi, i motivi dell’arditismo di guerra. Dell’inno “ufficiale”, cantato sull’aria di quello degli arditi “Fiamme nere”, è conservata copia nelle carte di polizia. “Siam del popolo – le invitte schiere/ c’hanno sul bavero le fiamme nere/ Ci muove un impeto – che è sacro e forte/ Morte alla morte – Morte al dolor”, recita il ritornello; mentre l’ultima strofa dichiara programmaticamente: “Difendiamo l’operaio/ dagli oltraggi e le disfatte/ che l’Ardito, oggi, combatte/ per l’altrui felicità!” Nel settembre 1921 l’organo dell’associazione, “L’Ardito del popolo”, pubblica invece un’altra versione dell’inno più esplicitamente antifascista. Sull’aria di “Giovinezza”, i primi versi della canzone recitano così: “Rintuzziamo la violenza/ del fascismo mercenario./ Tutti in armi! sul calvario/ dell’umana redenzion./ Questa eterna giovinezza/ si rinnova nella fede/ per un popolo che chiede/ uguaglianza e libertà.”

Gli organizzatori dell’associazione, a seconda della tradizione politica delle località in cui essa è presente, sono i militanti dei movimenti e dei partiti politici proletari o “sovversivi”: anarchici, comunisti, socialisti massimalisti (in particolare terzinternazionalisti), repubblicani, ma anche sindacalisti rivoluzionari e, in alcune zone del paese, popolari. Oltre all’intenzione di opporsi alle violenze delle camicie nere con pratiche di resistenza armata, ciò che tiene unite queste differenti correnti del movimento operaio è la comune lettura del fenomeno fascista come reazione di classe. Il fattore coagulante non è dunque politico-ideologico, ma prettamente sociale. A livello sociale, il profilo prevalentemente proletario del movimento è una caratteristica evidente in tutto il territorio nazionale. I lavoratori delle Ferrovie dello Stato sono numerosissimi, molti sono gli operai in genere e i metalmeccanici in particolare, parecchi i braccianti agricoli, gli operai dei cantieri navali, i portuali e i marittimi. Vari sono pure gli operai edili, i postelegrafonici, i tranvieri e i contadini. Ma vi sono anche, in misura minore e soprattutto tra i gruppi dirigenti, impiegati, pubblicisti, studenti, artigiani e qualche libero professionista.

Insieme alle adesioni arrivano anche i primi successi militari: le difese di Viterbo (che vide la cittadinanza stringersi attorno ai militanti antifascisti per respingere l’assalto degli squadristi perugini) e di Sarzana (nei cui scontri restarono uccisi una ventina di fascisti), organizzate dagli arditi del popolo dei due centri, disorientano e incrinano la compagine mussoliniana: le due anime del fascismo individuate da Gramsci, quella urbana – più politica e disponibile alla trattativa – e quella agraria – essenzialmente antipopolare e irriducibile a ogni compromesso – giungono a un passo dalla scissione. Ma, violentemente osteggiati dal governo Bonomi, gli Arditi del popolo non ricevono – tranne qualche eccezione – il sostegno dei gruppi dirigenti delle forze del movimento operaio e nel volgere di pochi mesi, riducono notevolmente il loro organico, sopravvivendo in condizioni di clandestinità solo in poche realtà tra le quali, Parma, Ancona, Bari, Civitavecchia e Livorno; città in cui riusciranno, con risultati differenti, a opporsi all’offensiva finale fascista nei giorni dello sciopero generale “legalitario” dell’agosto 1922. Già nell’autunno precedente, comunque, l’azione congiunta di governo e Magistratura aveva dato i suoi frutti: le sezioni dell’associazione si erano ridotte a una cinquantina e gli iscritti a poco più di seimila.
Il motivo di questa brusca battuta d’arresto non va però ricercato solamente nell’atteggiamento delle autorità. I provvedimenti bonomiani contro i corpi paramilitari (che danneggiarono le sole formazioni di difesa proletaria), le disposizioni prefettizie, gli arresti, le denunce e lo stesso atteggiamento della Magistratura (ispirato alla politica “dei due pesi e delle due misure”), non sarebbero stati possibili o comunque pienamente efficaci se le forze politiche popolari avessero sostenuto, o quantomeno non osteggiato, la prima organizzazione antifascista. Ma esse, per ragioni differenti, abbandonarono al proprio destino la neonata struttura paramilitare a tutela della classe lavoratrice.
Tolta la piccola Frazione terzinternazionalista, Il PSI, il principale partito proletario, oltre a fare propria la formula della resistenza passiva, si illuse di poter siglare un accordo di pace duraturo con il movimento mussoliniano (il cosiddetto “patto di pacificazione”), e con la quinta clausola di questo patto scellerato, dichiarava, non senza una dose di calcolato opportunismo, la propria estraneietà all’organizzazione e all’opera degli Arditi del popolo.
Colto alla sprovvista dalla loro comparsa, ma propenso ad opporre forza alla forza, il Partito comunista decide di non appoggiare gli Arditi del popolo poiché – a detta del Comitato esecutivo – costituitisi su un obiettivo parziale e per giunta arretrato (la difesa proletaria) e, dunque, insufficientemente rivoluzionari. La difesa proletaria doveva realizzarsi esclusivamente all’interno di strutture controllate direttamente dal partito, e gli Arditi del popolo – definiti infondatamente “avventurieri” e “nittiani” – dovevano considerarsi alla stregua di potenziali avversari. Ma moltissimi comunisti (tra cui anche qualche dirigente e, all’inizio, lo stesso Gramsci) non accettarono simili disposizioni e restarono all’interno degli Arditi del popolo o proseguirono nell’azione di collaborazione e/o appoggio. Solo dopo ulteriori interventi da parte del “Centro” (accompagati da vere e proprie minacce di gravi provvedimenti disciplinari) la maggior parte delle strutture del PCd’I si adegua alla linea ufficiale e va ad allargare le fila delle Squadre comuniste d’azione. Questa scelta politica viene criticata duramente dall’Internazionale comunista che, a partire dall’ottobre del ’21, avvierà un serrato dibattito con i dirigenti del PCd’I, stigmatizzandoli per il loro settarismo.
Con l’eccezione del Lazio, del Veneto e della Federazione giovanile, per quanto riguarda i repubblicani, e del Parmense e di Bari, per sindacalisti rivoluzionari e legionari fiumani, le forze politiche della “sinistra interventista” si orientano quasi subito anch’esse verso soluzioni di autodifesa che escludono la confluenza o la collaborazione con gli Arditi del popolo. Anche queste formazioni preferiscono organizzare l’autodifesa a livello partitico, teorizzando, nella maggioranza dei casi, la perfetta equidistanza tra “antinazionali” (anarchici, socialisti e comunisti) e “reazionari” (fascisti, nazionalisti e liberal-conservatori)

Fonte

Il programma politico della Repubblica Comunista Italiana

Politica internazionale

Uscita dell’Italia dalla NATO con disimpegno del nostro Paese da tutte le missioni di guerra all’estero e la conseguente chiusura di tutte le basi militari straniere.

Adozione di una politica estera orientata in senso antimperialista e limitazione delle spese di bilancio militare alle sole esigenze di difesa del popolo e del territorio italiano, in ottemperanza all’art. 11 della Costituzione.

Uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dalla Unione Monetaria Europea (sistema dell’euro) e ripristino della sua sovranità politica ed economica al fine di sviluppare tutte le potenzialità di sviluppo del nostro Paese, per non sprofondare ulteriormente nell’indebitamento e nella recessione.

Azzeramento unilaterale della parte del debito detenuto da banche ed istituzioni finanziarie, monopoli e fondi speculativi italiani ed esteri, difendendo i fondi dei piccoli risparmiatori. Divieto di qualsiasi attività e pubblicità delle agenzie di rating sul territorio italiano e sottoposizione delle agenzie stesse e dei loro dirigenti a procedimento penale per associazione a delinquere con finalità eversive, in base alle leggi italiane.

Politica del lavoro

Abrogazione di tutte le leggi che legittimano la precarietà del lavoro e che discriminano i lavoratori per genere ed età e messa fuori legge e perseguibilità penale del caporalato sotto qualsiasi forma. Ripristino della piena validità e preminenza del Contratto Nazionale Collettivo di Lavoro e di chiari e rigidi limiti di legge per il licenziamento dei lavoratori e la possibilità di riassunzione del lavoratore su indicazione del giudice. Superamento di tutte le forme di false cooperative. Istituzione del salario minimo garantito per legge dallo Stato, per un’esistenza dignitosa alle lavoratrici ed ai lavoratori, di un’indennità di disoccupazione a tempo indeterminato fino alla proposta di nuova assunzione non inferiore all’90% dell’ultimo salario percepito, di un’indennità a tempo indeterminato fino alla proposta di assunzione pari al 60% del salario medio per i giovani in cerca di prima occupazione al termine dell’istruzione obbligatoria.Riduzione dell’orario lavorativo a parità di salario e contributi e ripristino dell’indicizzazione dei salari al costo della vita (scala mobile), accompagnato da una politica di controllo popolare alla fonte dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo con l’abolizione delle imposte indirette (IVA) sugli stessi. Controllo dei lavoratori sulle condizioni di sicurezza e salute sul lavoro e politiche di prevenzione degli incidenti e delle malattie professionali con inasprimento delle pene per chi le disattende. Politiche di sostegno alla ricerca applicata ed all’innovazione, di prodotto e di processo, per le piccole imprese, favorendone la concentrazione e l’integrazione in forme associate consortili o cooperative, in modo di consentire loro di acquisire economie di scala.

La questione fiscale

Oggi, nel nostro Paese, fra le tante e gravi questioni che determinano il malessere sociale dei lavoratori e del popolo italiano, vi è la questione fiscale. La pressione fiscale ha raggiunto, ormai, in Italia, il 55% ( rapporto fra entrate fiscali e Pil ), colpendo sia i lavoratori dipendenti ed i pensionati ( che pagano il 93% dell’Irpef totale), ma anche i lavoratori autonomi e le piccole imprese. Da dove nasce, negli Stati ad economia capitalistica, l’esigenza di un prelievo fiscale così intenso? Nel capitalismo monopolistico, lo Stato è impegnato ad erogare una forte spesa pubblica, per riprodurre i propri apparati burocratico-militari, per garantire un minimo di servizi sociali, ma, soprattutto, per sostenere in varie forme ( contributi a fondo perduto, incentivi ed agevolazioni fiscali ecc. ) la produzione e l’attività finanziaria dei grandi gruppi industriali e bancari.Tanto più lo Stato, non è proprietario di attività produttive di beni e servizi e di banche, che garantiscano introiti economici, tanto più il fisco è l’unica fonte di sostegno alla spesa pubblica.

In Italia, lo abbiamo constatato chiaramente: quando il sistema economico era a carattere misto, con la proprietà privata ma anche pubblica delle attività produttive fondamentali del Paese, la pressione fiscale era più bassa, dopo le privatizzazioni degli anni ’90 e successivi, essa è svettata a livelli insopportabili.Qui sta il nodo della questione fiscale: lo Stato preleva le risorse di cui ha bisogno, principalmente per sostenere l’attività dei grandi gruppi industriali e finanziari, dal reddito dei lavoratori, dei pensionati e delle piccole imprese. Non esiste paese ad economia capitalistica che non sia strutturato in tal modo, pur con qualche differenza fra di loro.

I comunisti propongono come obbiettivo programmatico principale ed iniziale del loro progetto politico l’esproprio, la nazionalizzazione ed il controllo operaio e popolare dei principali gruppi produttivi e bancari come base per un livello inizialmente significativo di socializzazione dell’economia nazionale. Ciò ha come conseguenza, sul piano fiscale, che lo Stato, nel nuovo ordinamento socialista, è in grado, in quanto detentore e pianificatore dell’utilizzo della ricchezza prodotta dai lavoratori nelle imprese socializzate, di allentare, fin da subito, consistentemente la pressione fiscale, fino alla sua riduzione ai minimi termini e alla sua eliminazione nelle fasi più avanzate della transizione socialista-comunista, come testimoniato dalla storia dell’Urss e degli altri Stati socialisti. Per questo, il socialismo, con la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, è il sistema che è in grado di liberare i lavoratori dal giogo dell’oppressione fiscale lasciando il reddito da essi guadagnato a loro disposizione.

Questa è la nostra proposta di ” riforma fiscale “, dopo decenni di prelievo statale sui redditi di lavoratori e pensionati e di menzogne delle forze politiche e sociali dominanti sulla possibilità di ridurre il carico fiscale in un ordinamento socio- economico capitalistico.

Politica di tutela ambientale

Dato lo stato del sistema industriale italiano, è urgente una politica di riconversione produttiva delle aziende inquinanti, in grado di rilanciare l’occupazione lavorativa attraverso la riqualificazione ambientale degli impianti stessi, procedendo in un processo di collettivizzazione delle grandi proprietà. L’applicazione e la diffusione di tecnologie non inquinanti che consentano il risparmio energetico assieme all’introduzione di un serio sistema sanzionatorio per le aziende che ancora inquinano sono i primi fondamentali elementi in grado di imporre una svolta nella direzione della necessaria modernizzazione e riqualificazione del nostro apparato produttivo per garantire nello stesso tempo nuova occupazione qualificata e tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori e dei cittadini.

A questi fini è urgente lo studio e l’applicazione sempre più diffusa delle tecnologie fondate sull’utilizzo delle fonti rinnovabili ed alternative di energia, in contrasto con le politiche degli inceneritori, un’educazione di massa ai consumi fondati sul risparmio energetico e dei materiali e la sottrazione della raccolta, smaltimento e riciclo dei rifiuti al business criminale attraverso la completa nazionalizzazione del ciclo.

Politica dei servizi sociali

Il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione, alla cultura ed allo sport sono oggi duramente messi in discussione dalle politiche dei vari governi borghesi.

I comunisti pensano che la salute possa essere difesa e seriamente tutelata solo rilanciando il carattere universalistico della prestazione sanitaria, abolendo qualsiasi tipo di ticket sanitari, nella prospettiva di garantire l’assistenza sanitaria gratuita, a partire dai farmaci salvavita. Per raggiungere tale obbiettivo è necessario il blocco delle privatizzazioni in corso e dei tagli di bilancio nel sistema della sanità, in particolare per i servizi di assistenza ai disabili ed agli anziani, garantendone anzi il loro miglioramento, potenziamento ed espansione. A tali fini è necessario un crescente intervento statale nel settore farmaceutico e nella sanità, nella prospettiva di una sua totale pubblicizzazione. Volevano far credere che la salute andava gestita in termini manageriali: il sistema sarebbe migliorato e si sarebbero annullate le perdite economiche, abbiamo visto come è andata a finire: i servizi sono notevolmente peggiorati ed i conti sono sempre più in rosso. Gli ospedali devono tornare in mano pubblica, sotto la gestione del popolo e di chi ci lavora. La stessa cosa vale per l’industria farmaceutica, così come la rete delle farmacie deve diventare al servizio del cittadino per garantirne la salute.

L’istruzione deve effettivamente essere gratuita ed obbligatoria fino al compimento dei 18 anni, cessando di finanziare, col denaro pubblico, scuole ed università private e destinando le ingenti risorse così liberate al potenziamento del sistema formativo statale a tutti i livelli, allo sviluppo della libera ricerca scientifica ed alla creazione di condizioni di accesso all’istruzione ed alla cultura per tutti, in tutti i suoi aspetti, senza barriere di classe, per uno sviluppo armonico della personalità umana.

L’abitazione è un diritto fondamentale della persona e dovrà essere garantito a tutti attraverso grandi politiche di riqualificazione dell’edilizia popolare pubblica, affitti commisurati al salario percepito e la requisizione dei grandi patrimoni immobiliari sfitti.

Una profonda riforma istituzionale

Innanzitutto, è necessario applicare un capillare controllo popolare sul sistema dell’informazione che deve restare preminentemente pubblico, vietando qualunque ingerenza del capitale in questo campo per impedire la manipolazione dell’informazione e delle coscienze.

Devono ugualmente essere profondamente riformate le istituzioni che garantiscono la difesa, la sicurezza e la giustizia, ricordando che l’arma della ‘legalità’ viene usata dalla borghesia per combattere la lotta di classe. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Forze Armate e Magistratura debbono essere riportate sotto il controllo popolare, integrandone gli organici, a partire dai massimi gradi, con quadri di provenienza proletaria, eliminando qualunque rischio di casta separata, favorendone lo stretto rapporto col popolo, estendendo in questi settori le garanzie ed i diritti sindacali per tutti a partire dalla ricostruzione di un esercito fondato principalmente sulla leva popolare.

Nell’ambito delle istituzioni, transitoriamente all’istituzione del potere popolare, servono una legge elettorale proporzionale, senza sbarramenti, secondo il principio “una testa un voto” ; un Parlamento monocamerale per semplificare e velocizzare l’iter legislativo e consentire anche un notevole risparmio di spesa, nella prospettiva di un parlamento dei lavoratori; l’equiparazione delle indennità parlamentari alla retribuzione media di un lavoratore in trasferta; l’istituzione del vincolo di mandato, per evitare che il deputato tradisca i propri elettori; la revocabilità del mandato parlamentare da parte degli elettori.

Infine, deve essere sancita una netta separazione della Chiesa dallo Stato e l’affermazione della laicità di quest’ultimo, nel rispetto paritario di tutte le confessioni religiose e dell’ateismo.

Le risorse per le riforme

Le risorse per attuare queste riforme devono essere trovate attraverso le seguenti misure di politica economica:
La nazionalizzazione, senza indennizzo, delle banche, delle società finanziarie, dei fondi speculativi, delle assicurazioni, delle grandi aziende e dei settori strategici di rilevanza nazionale, delle aziende che hanno de localizzato produzioni all’estero.
La competenza statale sul commercio estero, al fine di salvaguardare gli interessi nazionali sulla base di reciproci vantaggi, cooperazione, equità e parità di rapporti nei confronti dei nostri partner internazionali.
La lotta alla rendita parassitaria, attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e delle transazioni finanziarie.
La lotta all’evasione fiscale, prevedendo il carcere e la confisca dell’intero patrimonio per i casi più gravi.
La lotta alla corruzione nell’apparato statale e nella pubblica amministrazione, con la confisca del patrimonio tanto per il corrotto che per il corruttore, nonché nei casi di concussione.
L’abolizione di tutti i privilegi fiscali della Chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose, dai valdesi ai musulmani, delle politiche di agevolazione e dei trasferimenti statali in loro favore.

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BERLINGUER. UNA BRAVA PERSONA MA NON ERA COMUNISTA

C’è sempre un inizio. Ci chiediamo: cosa ha portato la grande esperienza storica e politica dei comunisti in Italia alla consunzione? Cosa ha portato il Partito di Antonio Gramsci a diventare oggi quello di Matteo Renzi?

Tutto inizia nel periodo 1943-1947. Certo la temperie in cui Palmiro Togliatti dirige il PCI post-resistenziale era innegabilmente avversa ad una reale possibilità di ‘fare la rivoluzione’ in Italia, ma come diceva Pietro Secchia, ed anche altri tra cui Eugenio Curiel: “tra fare la Rivoluzione e non fare nulla c’è una bella differenza!” ed il richiamo critico alla Via Italiana al Socialismo (i cui risultati oggi sono sotto agli occhi di tutti) di Togliatti ci stà tutto.
Gramsci è forse l’antesignano delle “vie nazionali al socialismo”?
La sua concezione della conquista dell’”egemonia” e della “guerra di posizione” è l’antesignana politica della “lunga marcia nelle istituzioni” che il PCI iniziò al momento della famosa “svolta di Salerno”?
Basta leggere le pagine di Gramsci nell’originale per rendersi conto di quanto la concezione di Gramsci del Partito e dello Stato è sempre stata protesa alla conquista del potere politico.
Ma Gramsci non è Togliatti e nemmeno Berlinguer.
Nel pensiero di Berlinguer, persona onesta ma fuori dal comunismo (inteso nelle sue accezioni teorico-pratiche) spiccano, tra tutti, alcuni punti cardinali: il compromesso storico, la democrazia come valore universale, l’eurocomunismo, l’accettazione dell’ombrello della Nato, l’adesione alla UE ed infine le considerazioni sull’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione Sovietica.
Le riflessioni di Berlinguer sull’austerità e sulla questione morale non hanno la stessa forza, né possono in qualche modo controbilanciarne l’effetto devastante. Obiettivamente non si può negare che Berlinguer si sia anche trovato ‘schiacciato’ da un corpo politico del partito in cui i cosidetti ‘miglioristi’ (da Amendola a Napolitano) avevano in mano i gangli vitali, anche economici (il mondo della cooperazione ad es.) del Partito, da qui la stessa ‘solitaria’ presenza di Berlinguer ai cancelli della Fiat nel 1980 e nella giusta lotta in difesa della “scala mobile”. Episodi significativi che risultano però essere ininfluenti su un quadro dirigente ed un corpo largo di partito in cui la “mutazione genetica” era già avvenuta e che Berlinguer non aveva voluto contrastare.
Partiamo dal compromesso storico sull’onda della eroica morte del Presidente del Cile Salvador Allende per mano dei golpisti di Pinochet prezzolati dagli Usa. Invece di constatare semplicemente che la democrazia borghese esiste solo se la borghesia è saldamente al potere, ma se questo vacilla, come nel Cile di Allende, allora la borghesia rinnega le sue stesse regole formali, passando a metodi violenti e terroristici, Berlinguer scrive: “noi abbiamo sempre pensato che l’unità dei partiti dei lavoratori e delle forze di sinistra non è condizione sufficiente per garantire la difesa ed il progresso della democrazia…” A parte il leitmotiv della “difesa della democrazia”, il compromesso storico di Berlinguer, invece, non è un’alleanza sociale della classe operaia, antagonista al blocco sociale della borghesia, ma un’alleanza politica tra i maggiori partiti in quel momento, il PCI, il PSI e la DC, quest’ultima, per altro, espressione politica della grande borghesia, privata e di stato.
Da un punto di vista leninista, l’errore di Allende è consistito proprio nel non avere neppure cercato di “spezzare la macchina dello stato borghese”, ma di averla accettata, confidando in una maggioranza parlamentare e nella lealtà dei vertici dell’apparato statale. Sarebbe stato necessario sviluppare forti movimenti di massa a sostegno del nuovo governo, creare una milizia operaia armata, cambiare i meccanismi istituzionali, decapitare i vertici e modificare le strutture dell’esercito, della polizia, dei servizi di sicurezza, dei ministeri economici, con la massiccia introduzione di fidati elementi proletari. Sarebbe stato necessario, insomma, instaurare la dittatura proletaria. Allende non lo fece e il popolo cileno pagò a caro prezzo questo errore. Berlinguer, come sappiamo, ignorò queste considerazioni.
L’eurocomunismo, come teoria e prassi compiutamente revisioniste e opportuniste, origina dall’incontro di Bruxelles del 26 gennaio 1974 tra Berlinguer e i revisionisti spagnolo e francese, Carrillo e Marchais, segretari dei rispettivi Partiti Comunisti che sposarono le tesi sul valore della democrazia, da Berlinguer così formulate: …”questa larga convergenza…comprende il riconoscimento del valore delle libertà personali e della loro garanzia, i principi di laicità dello Stato e della sua articolazione democratica, della pluralità dei partiti, dell’autonomia del sindacato, delle libertà religiose e di culto, della libertà di ricerca e delle attività culturali, artistiche e scientifiche…” Il passo citato evidenzia con chiarezza come Berlinguer avesse fatto proprie categorie tipiche del pensiero borghese, assolutizzandole al di fuori e al di là di qualsiasi contesto storico e sostanza di classe
L’intervista a Giampaolo Pansa (proprio lui!) sul Corriere della Sera del 15 giugno 1976 sentenziò l’accettazione definitiva dell’Occidente capitalistico e della sua micidiale alleanza militare, la NATO, portando a compimento la rottura con il campo socialista che, anche se infettato dal germe del revisionismo khruscioviano, rimaneva pur sempre il più formidabile baluardo di contenimento dell’imperialismo. « …il Patto Atlantico può esser anche uno scudo utile per costruire il socialismo nella libertà… voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico. Mi sento più sicuro stando di qua….”».

Ed infine, sempre su questo filone, c’è la famosa frase con cui, nel 1981, viene definitivamente reciso il “cordone ombelicale” anche ideale, con la storia del movimento operaio e comunista:“…si è esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre…”.

Assolutamente rilevante è poi la scelta strategica con cui Berlinguer “sposa” il processo di unità europea e capitalistica mentre esistono ancora l’URSS ed il campo socialista. Nella famosa intervista con Eugenio Scalfari, uno dei distruttori del PCI, del 2 agosto 1978: «”…Scalfari: “il PCI ha fatto una scelta europea definitiva. Lo conferma?”. Berlinguer: “Lo confermo. Sappiamo che il processo d’integrazione europea viene condotto da forze e da interessi ancora profondamente legati a strutture capitalistiche. … Ma noi riteniamo che comunque bisogna spingere verso l’Europa e la sua unità”.
Ripeto, con tutta la modestia possibile: Berlinguer era una persona onesta, ma questo non basta per esser comunisti.

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I partigiani di Santa Libera, l’insurrezione partigiana contro il revisionismo Italiano

E’ il 29 agosto del 1946 e ad Asti un gruppo di una cinquantina di persone sta rientrando in città tra gli applausi calorosi della gente: sono i ribelli di Santa Libera, un gruppo di ex partigiani che qualche giorno prima è tornato ad imbracciare le armi e si è installato sulla vetta di una collina che domina il piccolo comune di Santa Libera (in provincia di Cuneo) per protestare contro alcuni provvedimenti che le autorità hanno messo in atto sia sul piano locale che su quello nazionale.

La scintilla della rivolta si accende quando ad Asti giunge la notizia che Carlo Lavagnino, comandante della polizia locale ed ex comandante delle formazioni garibaldine, è stato sollevato dal suo incarico per essere sostituito da un ex ufficiale fascista.

La scelta dei ribelli di Santa Libera non si spiega però solo con questo episodio, che di fatto è la goccia che fa traboccare il vaso, ma va inserita nel più ampio quadro dell’Italia nell’agosto del ’46: a più di un anno dalla Liberazione, infatti, il governo non ha ancora preso alcun tipo di provvedimento per il riconoscimento dei diritti dei partigiani e delle famiglie dei caduti mentre, per contro, ha sollecitato l’emanazione di un’amnistia per i reati fascisti, redatta dall’allora Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti ed approvata a fine Giugno.

Il testo dell’amnistia, che nelle intenzioni del Ministro doveva costituire “un atto di clemenza per alleviare le condizioni anche di coloro che avendo violato la legge penale comune ne subiscono o devono subirne le conseguenze, e per arrecare un conforto sensibile a un numero ingente di loro familiari derelitti e angosciati”, è da subito oggetto di interpretazioni molto ampie che conducono di fatto alla rimessa in libertà di migliaia di fascisti, da squadristi ad alti dirigenti della Rsi, che vengono presto reintegrati ed assegnati a nuovi incarichi.

Tutto ciò non può che apparire inaccettabile a quanti hanno combattuto durante la Resistenza e vedono ora repubblichini ed aguzzini fascisti tornare a piede libero in tutta Italia.

Di qui la scelta eclatante dei ribelli di Santa Libera, che nella notte del 20 agosto si mettono in marcia sotto la guida di Armando Valpreda, combattente nella Brigata Rosselli tra il ’43 e il ’45, e si installano nel rudere di una vecchia torre sulla cima di una collina.

Il gruppo era già organizzato clandestinamente da alcuni mesi, con l’intento di agire sul piano locale per fare giustizia contro le presenza fasciste che ancora inquinavano il territorio, perciò la partenza per Santa Libera non è che l’occasione per mettere al lavoro le forze del nucleo.

Già il giorno successivo i ribelli rendono note le proprie rivendicazioni: reinserimento dei partigiani, dei reduci e degli ex-internati nel mondo del lavoro, erogazione di pensioni alle famiglie dei caduti e riconoscimento del periodo resistenziale ai fini del servizio militare, risarcimento alle vittime delle rappresaglie nazi-fasciste, abrogazione dell’amnistia, soppressione del partito dell'”Uomo qualunque” e messa fuorilegge dei fascisti.

Intanto la notizia dell’insurrezione non tarda a diffondersi e a suscitare grosse preoccupazioni fra le autorità: il ministero dell’Interno si affretta ad inviare grossi contingenti militari che presidiano l’area con posti di blocco, battaglioni di fanteria e mitragliatrici pesanti.

Il timore (fondato) del governo è che, sull’esempio dei ribelli di Santa Libera, l’insurrezione dilaghi ben presto nel resto d’Italia e, in effetti, situazioni simili si registrano in breve in molte altre località dell’Italia settentrionale, dalla Val Felice, ai dintorni di Pinerolo e di Lanzo, a La Spezia e soprattutto nell’Oltrepò pavese.

Mentre le forze schierate sul territorio lanciano un ultimatum ai ribelli, decidendo di adottare una linea dura, il governo, preoccupato che la situazione possa degenerare in uno scontro a fuoco diretto tra i partigiani e i contingenti militari, decide di aprire una trattativa.

Il Vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni, riconoscendo la fondatezza delle richieste partigiane, si dice disponibile ad incontrare una delegazione degli insorti; la sua posizione non rispecchia però quella di gran parte della DC e in primis di De Gasperi, che mal digerisce una sfida così frontale allo Stato e definisce l’insurrezione astigiana “un deplorevole episodio che ha turbato la norma di disciplina e di ordine necessari al paese come non mai”.

L’incontro con Nenni si tiene il 24 agosto e in quell’occasione il Vicepresidente assicura che è già pronto un decreto (che verrà effettivamente approvato il 28 dello stesso mese) che prende in considerazione le rivendicazioni normative a favore di partigiani, reduci e familiari dei caduti.

Pur essendo queste delle questioni che stavano molto a cuore agli insorti, resteranno tuttavia fuori dal decreto tutte le rivendicazioni di stampo politico avanzate dai ribelli, in primo luogo l’abolizione dell’amnistia.

Questo nodo non risolto spingerà quindi alcuni gruppi, in più parti d’Italia, a rimanere ancora per alcune settimane sulle montagne, ritenendo insoddisfacente l’intervento normativo del governo.

I ribelli rientrano comunque ad Asti da vincitori, consapevoli di essere riusciti a mettere in scacco il governo e di aver dimostrato che lo spirito della Resistenza non si è affatto spento ma è intatto e anima ancora tutti coloro che non sono disposti ad accettare alcuna riabilitazione dei fascisti

 

E ALLORA LE FOIBE?!

Il 30 Marzo 2004, con la legge bipartisan n.92, è stato istituito il “giorno del ricordo” da celebrare il 10 Febbraio di ogni anno. Essa fu il risultato di due interessi convergenti: quello dei fascisti nella loro ricerca di ripulirsi e riabilitarsi e quello della borghesia nel suo tentativo di equiparazione dei comunisti con i nazi-fascisti, che vede l’Unione imperialista Europea , impegnata da anni nel lavoro puramente “ideologico” di equiparazione e istituzione della categoria “totalitarismi” per mettere fuori legge le organizzazioni operaie-popolari e i partiti comunisti rivoluzionari del continente europeo. Le foibe rappresentano in Italia il principale strumento con il quale i fascisti e la borghesia, attraverso i loro mezzi di comunicazione di massa, portano avanti i loro convergenti interessi ideologici. E’ dovere di ogni rivoluzionario, di ogni sincero progressista e democratico, combattere questa propaganda puramente ideologica, decostruendo il loro “impianto accusatorio” e integrando i fatti nel loro contesto storico.

Nel 2002, il Pres. della Repubblica C.A. Ciampi dichiara in un intervista al quotidiano triestino “Piccolo”, che le foibe furono “una lotta etnica scatenata per cercare di deitalianizzare queste zone, che ha dato luogo a violenze e uccisioni. Una cosa tipo la shoah, volta a eliminare più italiani possibili”. Nel 2006 riafferma il concetto definendo le foibe una pulizia etnica affermando che: “l’odio e la pulizia etnica sono stati l’abominevole corollario dell’Europa tragica del Novecento”. Il 10 Febbraio 2007, il Pres. della Repubblica G.Napolitano dichiara che “(…) un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”. Queste dichiarazioni fanno parte del progetto di “creazione di una coscienza collettiva” dell’intera comunità nazionale nella ricerca dello spirito “patriottardo” dell’ “Italia riconciliata nel nome della democrazia”. Tutto questo ha un solo fine: l’equiparazione del movimento operaio e comunista con il nazi-fascismo, tra il movimento di resistenza partigiana nazionale e internazionale (fortemente composto dalle organizzazioni comuniste) e i regimi nazi-fascisti e coloniali mussoliniano, hitleriano, franchista, nonché di quello croato di Pavelic. L’obiettivo della cancellazione del ‘900, racchiudendolo nel “totalitarismo” e nella “tragedia”, è perseguito  soprattutto oggi nella fase di crisi sistemica e ideologica del capitalismo, che deve perciò mettere in campo tutta la sua capacità falsificatoria applicando il metodo nazista di Goebbels,  per annientare lo spirito “rivoluzionario” delle masse, colpendo gli unici che lo hanno concretizzato nella presa del potere e l’abbattimento dell’ordine borghese imperialista: i comunisti.

Come affermato dalle massime cariche dello Stato borghese italiano le foibe sono poste sotto l’etichetta di “pulizia etnica” nella versione ufficiale dello Stato, suffragando questa tesi, priva di fondamento in prove, con numeri “della tragedia” a cui ognuno è libero di dare la sua versione soggettiva, passando da qualche migliaio alle decine di migliaia fino ad arrivare alle centinaia di migliaia di italiani gettati vivi in cavità carsiche (le foibe) e lasciate morire. Secondo questa versione ufficiale colpevoli solo di esser italiani. Citiamo a questo punto un estratto di un articolo pubblicato l’8/1/1949 da un giornale della destra locale “Trieste Sera”, nel quale si ammetteva: “Se consideriamo che l’Istria era abitata da circa 500 mila persone, delle quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi e infoibati non possono costituire un atto anti-italiano ma un atto prettamente anti-fascista”. Queste 500 “vittime” avvennero durante il breve periodo di governo popolare triestino durato 40 giorni. Fra Gorizia, Trieste e Fiume effettivamente scomparvero tra le 3 e le 4 mila persone, ma la maggioranza di esse morì nei campi di prigionia dove venivano rinchiusi i prigionieri colpevoli di esser collaboratori dei fascisti. Si parla delle foibe di Fiume, ma in questo paese non esistono foibe. Nella foiba di Fianona non è stato ritrovato nessun corpo. Nella foiba di Opicina sono stati ritrovati solo alcuni soldati morti i cui corpi vennero gettati lì per evitare il diffondersi di epidemie. Nelle foibe di Basovizza, in realtà si tratta del pozzo di una miniera, sono stati ritrovati dagli anglo-americani solo una decina di corpi di soldati tedeschi. Ma si parla di 3.500 infoibati nel triestino tra Basovizza e Monrupino. In quest’ultima in realtà, i partigiani gettarono dei corpi, ma si trattava di corpi di militari nazisti bombardati dagli inglesi, in seguito ad una battaglia tra nazisti e partigiani il 1 Maggio. Eppure li oggi vi è una targa in onore di infoibati dalmati.

Adesso inquadriamo i fatti nel loro contesto storico. Nel settembre del 1920 Benito Mussolini dichiara: “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500000 slavi barbari a 50.000 italiani”. Si istituì così la politica del cosiddetto “fascismo di confine”, ovvero una politica aggressiva nel Nord-Est e nei Balcani nell’ordine della deslavizzazione. Chi fu vittima della “pulizia etnica” e delle mire coloniali fu il popolo slavo, ad opera del regime fascista nella sua “guerra contro lo slavismo” e del suo progetto di “bonifica etnica” perseguita sul piano culturale con la chiusura delle scuole e il divieto di parlare pubblicamente nella loro lingua madre, l’italianizzazione forzata di cognomi e nomi di località, le insegne dei negozi in lingua croata e slovena rimosse e su quello economico con l’espropriazione forzata delle terre e la colonizzazione italiana, il tutto accompagnato da una feroce barbarie contro le popolazioni locali e la resistenza con massacri, incendi di paesi, campi di concentramento, tra questi citiamo il lager di Arbe (Dalmazia) oggi in Croazia, dove vennero rinchiusi tra le 10.000 e le 15.000 civili a maggioranza di etnia slava, diretto dal colonello dei Carabinieri Vincenzo Cuiuli, il campo di internamento e smistamento di Fiume in cui vi erano internati 3.500 slavi e oppositori, il lager di Cattaro (Dalmazia) oggi in Montenegro e il lager di Zara (Dalmazia) oggi in Croazia con 2.400 prigionieri civili. Sul territorio italiano citiamo il lager per jugoslavi di Treviso con 3.464 di internati diretto dal Tenente Colonello dei Carabinieri A.Anceschi, quello di Chiesanuova a Padova in cui vi furono internati 3.500 civili jugoslavi, in maggioranza croati, diretto dal Colonello D.Caporali. Il lager Renicci ad Arezzo con 3.950 internati in maggioranza civili jugoslavi. Il lager di Gonars a Udine dove vi erano internati 6.500 civili jugoslavi diretto dal Tenente Colonnello Eugenio Vicedomini, Cesare Marioni, Ignazio Fragapane, Gustavo De Dominicis, Arturo Macchi. Infine citiamo i campi di prigionia e lager per oppositori politici, “allogeni” slavi, sospettati di attività anti-nazionale, prigionieri di guerra ecc… di Fossoli a Carpi (5.000), di Bolzano (11.116) e quello di Risiera San Sabba a Trieste con circa 25.000 internati istituito dal III Reich. Tra il 1941 e il 1943 furono cacciati dall’Istria circa 30.000 Slavi- Croati e Sloveni – e venne occupata la regione. Centinaia di migliaia qui sono i morti reali dell’occupazione fascista e dei regimi nazi-fascisti nei confronti dei popoli slavi. Citiamo su tutti le 13.000 persone massacrate dalle SS e dai repubblichini di Salò nell’inverno del ’43 quando ripresero il controllo della penisola istriana, i cui corpi furono gettati nelle foibe. Infatti a differenza della Repubblica di Salò, in questi territori occupati dai nazisti dopo l’8 settembre si ebbe il diretto comando dei nazisti e il battaglione mussoliniano, la X MAS, la Guardia Civica e altre milizie furono sotto loro comando.

Nel periodo dell’insurrezione popolare avvenuta in Istria l’8 Settembre ‘43, la popolazione oppressa, sia italiana che slava, inferocita prese le armi e si scagliò contro i fascisti, gli occupanti e collaborazionisti che avevano depredato una terra e umiliato un popolo, infliggendogli un duro periodo di privazioni, di pene, di morte. Dopo l’invasione nazista e i crimini commessi al loro servizio dai fascisti (vedi sopra), si istituì nel maggio del ’45 il governo partigiano di Trieste durato 40 giorni (vedi sopra). Il quadro della situazione, politica e sociale, è stata ed era piuttosto complessa: “La situazione nell’Italia orientale era diversa dal resto del nord Italia. Quella era una terra che apparteneva all’Italia solo a partire dalla I guerra mondiale, una terra multietnica. In Italia il fascismo era la mano violenta della borghesia contro il proletariato, mentre nell’Italia orientale il fascismo si presentava oltre che sotto l’aspetto di classe, anche come soppressione delle nazionalità: proibito parlare lingue slave, chiusura di tutte le istituzioni culturali non italiane. Oltre a questo nel ’43 noi eravamo annessi alla Germania insieme a Lubiana e all’Istria. Erano i tedeschi che comandavano. Dopo il ’45, per altri 8 anni, c’è stata l’occupazione anglo-americana. Quindi la guerra è continuata con mille intrecci, lotte, con nazionalismi, servizi segreti”. La violenza che si scatenò fu un atto di giustizia popolare inserita all’interno di un quadro complesso. Nulla potrà offuscare l’alto contributo dei partigiani comunisti jugoslavi nella guerra al nazifascismo e la collaborazione internazionalista con i partigiani comunisti italiani. La borghesia tenta la strada della denigrazione della resistenza, con l’obiettivo di attaccare i comunisti, dai partigiani jugoslavi ai GAP, perché erano valorosi compagni che si diedero alla causa rivoluzionaria della liberazione dei popoli e della classe operaia dall’oppressione borghese, per trasformare l’Italia in una Repubblica Socialista. E’ proprio il carattere rivoluzionario, la lotta di classe che praticarono i comunisti nella guerra di liberazione nazionale, affiancati dalla lotta dei lavoratori che insorgevano nelle città e nelle campagne per farla finita non solo con il nazi-fascismo, ma anche con l’oppressione sociale della classe borghese e il capitalismo, che si servì del fascismo e che trovò subito dopo nuovi servitori, nel proseguimento dello sfruttamento e oppressione di classe, al quale la borghesia riserva il suo profondo odio.

Le foibe sono un falso storico propagandato dai fascisti e usato dalla borghesia