Gabriele D’Annunzio non era fascista


Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse
Gabriele D’Annunzio

Negli anni 1919–1920 riuscì, grazie alla sensibilità di vero poeta, a interpretare più di altri il travaglio morale e sociale – e anche politico – di vasti strati di ex combattenti della Grande guerra, della gioventù della piccola e media borghesia e, anche se marginalmente, di altri gruppi sociali, in una contestazione del vecchio mondo politico, nella richiesta di nuovi valori – seppure ancora confusi – di cui si avvertiva la improcrastinabile necessità.
Tutto ciò doveva avere, come sbocco naturale, una nuova e più elevata vita sociale della nazione.
Bisognava superare la crisi materiale e morale in atto, che ipotecava la capacità di decollo socio-economico, creando le condizioni per la contestazione.
Ancora oggi per molti studiosi D’Annunzio politico rappresenta un’eredità difficile, un problema da districare. Molti avvertono che ha espresso qualcosa di ambiguo, di torbido, con le sue componenti di irrazionalismo e di violenza, che negli anni ha influenzato in senso negativo la nostra vita politica ed è stato in qualche modo alla base della degradazione che questa ha sofferto.
La maggior parte degli storici ha affrontato fino a qualche anno fa le vicende dannunziane in modo aprioristico, con atteggiamento ideologico e politico preconcetto che non ne ha certo agevolato la comprensione. Detto questo, bisogna aggiungere che Gabriele D’Annunzio fin da giovane si sentì attratto dall’attivismo politico, tanto da accettare la candidatura a deputato, con esito positivo, in uno dei collegi della sua terra d’origine, Ortona a Mare, nel 1897.
Il suo programma politico derivava da quello letterario dovuto all’incontro con Nietzsche e con le teorie sul superuomo, sul ripristino della grandezza della patria e di Roma imperiale e l’anelito alla supremazia di una classe eletta che possedesse le virtù aristocratiche che il dominio della borghesia aveva appannato.
Eppure qualche anno dopo, con un gesto che venne considerato un voltafaccia di matrice irrazionalistica, estetizzante, molto presente nell’animo del poeta, egli passò all’estrema sinistra, verso cui venne attratto da una vitalità e una forza dimostrate durante l’ostruzionismo parlamentare contro le leggi liberticide e reazionarie del governo Pelloux.
Allora D’Annunzio aveva voluto esprimere una dimostrazione palese del suo cambiamento politico, sottoscrivendo una deliberazione che testualmente recitava:

Porto le mie congratulazioni all’estrema Sinistra per il fervore e la tenacia con cui difende le sue idee. Dopo lo spettacolo di oggi, io so che da una parte vi sono molti morti che urlano, e dall’altra pochi uomini vivi ed eloquenti. Come uomo di intelletto vado verso la vita

A tale proposito, contrariamente al giudizio postumo che riduce il suo “vado verso la vita” a un atteggiamento circoscritto al bel gesto, che presto si esaurì, D’Annunzio, seppure in modo contraddittorio – si veda il successivo sinistrismo durante l’impresa fiumana e la sua iniziale contestazione del fascismo – visse con convinzione il cambiamento.
Per individuare meglio la connotazione politica del periodo in esame, è opportuno riprendere quanto scrive Giordano Bruno Guerri (Alosco, 2014) affermando opportunamente che D’Annunzio non era socialista, ma che era anche socialista. Questo aspetto poco studiato va rivalutato perche´, seppure presente politicamente solamente come un segmento palese della vita inimitabile del poeta, ne costituisce un “filo rosso” sempre presente nel suo animo di grande e finissimo intellettuale, nel quale riaffioravano, sempre presenti in modo decisivo, le origini popolari della terra natia, l’Abruzzo, abitato allora prevalentemente da contadini e pastori.
Dopo il suo “vado verso la vita” del 1900, i socialisti colsero le potenzialità non solamente letterarie del poeta, per un periodo non breve, che si protrasse fino al 1906. Lo stesso organo del partito, l’Avanti!, sotto la guida di Leonida Bissolati ed Enrico Ferri, sensibili alle tematiche letterarie del tempo, divenne dannunziano nel linguaggio e del dannunzianesimo apprezzò l’arte innalzandolo a vessillo di valore incommensurabile quanto insperato, con giudizi positivi se non entusiastici dell’opera dell’ancor giovane poeta. Si instaurò una fascinazione emotiva reciproca.
Come deputato aderente al gruppo della sinistra storica, D’Annunzio dette il suo voto favorevole al documento relativo alla scuola in senso laico e alla mozione di sfiducia verso il presidente della Camera Colombo, che si dimise poco dopo. Sciolto il Parlamento per le posizioni inconciliabili degli opposti schieramenti, l’estrema sinistra ritenne naturale presentare candidato il poeta nel collegio di San Giovanni a Firenze, dove egli risiedeva nella Villa Capponcina dal 1898. Egli si presentò come candidato della Sinistra, dunque, collegandosi coi radicali, con esito però negativo, ma appoggiò nel turno di ballottaggio il candidato radicale-socialista di Ortona, l’avvocato Carlo Altobelli, che risultò eletto. E’ opportuno precisare, a questo punto, che la candidatura non influenzò il suo pensiero e la sua arte, perché D’Annunzio non fece una scelta di campo di natura ideologica.

Egli, sia all’interno che fuori dal Parlamento, sia prima che dopo le elezioni, prospettava disegni eversivi, di azione diretta, al di fuori delle istituzioni, con un attivismo politico che lo indusse a percorrere molte piazze e strade d’Italia. All’approssimarsi delle elezioni politiche, a D’Annunzio venne offerta, oltre alla candidatura la tessera del PSI da parte di Leonida Bissolati e dei socialisti fiorentini raccolti nel giornale La Difesa, e anche un’altra candidatura per assicurargli l’elezione in Basilicata, essendo il poeta diventato acerrimo nemico dei conservatori: veniva pertanto combattuto aspramente con ogni mezzo dai suoi avversari politici nel suo collegio di Ortona. Del resto, Bissolati rifletteva antiche valutazioni di Filippo Turati, il quale considerava Gabriele D’Annunzio un vero rivoluzionario sia nell’arte che nel sociale.
Già agli esordi, Turati, nel 1881, sul giornale La Farfalla, riteneva il poeta abruzzese, “ignoto ieri, già quasi celebre oggi nella repubblica letteraria e che domani, se lo lasciano fare, è capace di mettere sulla coscienza il suo bravo colpo di stato artistico, sconvolgendo gli ordini e le gerarchie costituite” (Turati, 1977: 505). E più ancora l’anno successivo nella stessa sede giornalistica, il futuro fondatore del Partito dei Lavoratori giunse a qualificare Gabriele D’Annunzio “coscientemente ed incoscientemente socialista e ribelle”

L’Avanti! di Bissolati registrò con particolare attenzione tutta l’attività politica di D’Annunzio anche in veste di candidato; attenzione certamente speciale che non era rivolta agli altri candidati, anche esponenti di primo piano del partito, a cui erano dedicate poche righe di cronaca dei comizi. Bisogna precisare, anzitutto, che il poeta venne presentato sotto l’egida dell’Unione dei partiti popolari, quale indipendente, senza quindi che egli avesse aderito a qualsivoglia partito. Ciò corrispondeva allo stile di tutta la sua ancora giovane vita. Il foglio socialista fiorentino La Difesa, però, tenne a chiarire la vicinanza di D’Annunzio al partito.
Come è facilmente immaginabile, il candidato popolare D’Annunzio fu molto vivace e attivo durante la campagna elettorale. All’infuocarsi della competizione, la sua attività divenne frenetica. Scrisse un articolo per La Difesa, che andò a ruba, contro il suo antagonista, l’uscente Digny, e una lettera, pubblicata sullo stesso giornale, di critica al sindaco fiorentino Torrigiani.

Sfidò a duello il direttore del giornale locale La Nazione per la pubblicazione di un articolo ingiurioso nei suoi confronti e tenne infuocati comizi alla presenza di folle strabocchevoli e acclamanti.
Tra questi, va ricordato il discorso tenuto nel salone di Porta Nuova, che affascinò il cronista dell’Avanti!, trascinato nel suo resoconto dall’oratoria dannunziana cadenzata “da intermezzi infinitamente indovinati, gustosissimi” (Avanti!, 3 giugno 1900: 2), che trascinarono il pubblico in delirio.

In questa occasione Gabriele D’Annunzio, dopo aver fatto riferimento all’epopea garibaldina, attaccato gli avversari appartenenti alle classi dominanti e spiegato il significato profondo del passaggio all’estrema sinistra, sembrò delineare o, quanto meno, affiancare al suo concetto di superuomo un’intera categoria sociale, quella dell’agricoltore nazionale.
Fu un vero inno al contadino forte e sano. A esso accomunò tutto il popolo di Firenze quando, nella seconda fase del ballottaggio, si espresse in appoggio ai candidati della Sinistra, il medico Gaetano Pieraccini e il fornaio repubblicano figlio di un garibaldino, Guglielmo Dolfi. D’Annunzio, rivolto agli interlocutori, cosìsi espresse:

Voi popolani di San Giovanni, amici miei sicuri […] voi popolani di Santa Maria Novella, primo nerbo della guerra […] voi popolani di Santa Croce, suprema speranza nostra, schiera eletta […] come un vessillo vermiglio dispiegato al sole fiorentino

L’impegno politico di Gabriele D’Annunzio a Firenze non si esaurì nel lasso temporale di una sua eccezionale candidatura, i cui risultati furono, del resto, del tutto apprezzabili, dal momento che i voti che raccolse furono più che raddoppiati rispetto ai trecento del candidato precedente della sinistra; proseguì nella battaglia per il ballottaggio con un netto schieramento di campo, allorquando fece balenare il vessillo della bandiera rossa.
A queste manifestazioni di adesione piena e convinta alla Sinistra e, in particolare, al Partito Socialista, l’Avanti! rispondeva con altrettanto calore e convinzione. Si può, anzi, affermare che l’attenzione verso il poeta si rasformò ben presto, per un certo periodo, in adesione incondizionata allo stile dannunziano e alle sue tematiche; ne riproduceva anche – in un giornale letto principalmente da lavoratori – lo stile aulico. Oltre alle notizie che lo riguardavano, il giornale socialista assunse la consuetudine di pubblicare in prima pagina non solamente interi articoli di varia natura a firma di D’Annunzio stesso, spesso ripresi da altre testate, ma anche di dedicare alle sue opere letterarie ampie recensioni, sempre in prima pagina.
L’estrema sinistra, per alcuni anni a venire, avvertì l’influenza letteraria di D’Annunzio: ne fanno fede i lusinghieri giudizi sulle sue opere (non scritte certamente per le masse) e soprattutto il linguaggio dannunziano dell’organo dei socialisti italiani, l’Avanti!, il cui direttore di quel periodo, Leonida Bissolati, di formazione mazziniana e futuro interventista nella Grande guerra, più di altri, ne subì le suggestioni.
Nell’occasione della pubblicazione del libro Il fuoco, l’Avanti! dedicò al suo autore e all’opera molto più che una semplice recensione: pubblicò un lungo articolo di prima pagina, atto del tutto inusitato in un giornale di partito, specialmente in quello del Partito Socialista.
Il recensore, dotato di giudizio letterario ma pur sempre di matrice ideologica socialista – contrariamente al giudizio postumo riferito da Salinari – credeva di scoprire un approccio nuovo nel romanzo, un tono diverso verso la plebe, la “moltitudine”, e notava ne Il fuoco “i segni di quella sua bella evoluzione politica compiutasi in questi giorni tra lo sbigottimento dei “morti” e la lieta meraviglia dei vivi” .
Altrettanto avvenne sulle pagine dell’Avanti! quando si pubblicò il giudizio sulla Canzone di Garibaldi, un’ode dedicata da D’Annunzio all’eroe nazional-popolare che aveva definito il socialismo “il sole dell’avvenire”. L’articolo, molto ampio, portava la firma prestigiosa di Gustavo Balsamo Crivelli, filologo e fra i maggiori critici letterari di ispirazione socialista di quel periodo.
Si rilevava il ritorno ai massimi livelli della poesia epica, ritenuta ormai morta, nell’esaltazione dannunziana delle gesta garibaldine, impresse nella commemorazione dell’eroe ritiratosi in povertà a Caprera. Il critico vedeva nell’opera di D’Annunzio gli echi della poesia di Omero e il suo Garibaldi, chiamato “il donator di regni”, ricorda di continuo i caduti delle guerre risorgimentali; il critico ne è colpito ed elogia l’arte del poeta “in un quadro meraviglioso […] L’impero della poesia è a questo punto gagliardo e sublime. Di più non si poteva fare”.

Nel finale dell’articolo, Balsamo Crivelli celebrava nel contempo il poeta e l’eroe popolare con un’immagine che meritava di sopravvivere al suo autore: “è l’epopea della camicia rossa, non vuole essere altra storia che questa, intessuta nel ricordo non oblioso del popolo, in cui la fiamma dell’ideale mai non si estingue. Gabriele D’Annunzio illuminò di questa fiamma in un riflesso d’incendio la sua poesia”.
La Canzone di Garibaldi costituì in quel periodo e fino a qualche anno successivo il cavallo di battaglia che Gabriele D’Annunzio portò in giro per l’Italia appoggiandosi alle organizzazioni del Partito Socialista che, a sua volta, se ne avvalse per fini propagandistici.

Durante la Prima guerra mondiale, alla quale partecipò in età già avanzata, mostrò il suo valore, ma soprattutto ebbe l’opportunità di attuare le concezioni che aveva di sè come uomo di eccezione che domina gli avvenimenti, determinandoli e non subendoli, sfidando anche la morte.
La “beffa di Buccari” e il volo su Vienna ne sono gli esempi più eclatanti. Dalla guerra uscì con una ferita a un occhio e il grado di tenente colonnello.
Nel dopoguerra, a D’Annunzio si presentò l’opportunità di interpretare i fermenti di quei ceti medi emergenti che avevano combattuto sul Carso e sul Piave, rimasti insoddisfatti da una vittoria ritenuta “mutilata”, con l’intenzione di attuare i propositi circa il completamento dell’unità d’Italia, aspirazioni vituperate al tavolo delle trattative della Pace di Parigi.
Come era nel suo stile guerresco e intransigente, con gesto eclatante tra creatività artistica e ideologia politica, nel settembre 1919, capeggiò squadre di militari che denominò “legionari”, occupando la città istriana di Fiume e proclamandovi la reggenza del Carnaro. Anche in questa dimostrazione di vitalità e forza, che molti giudicano antefatto della marcia fascista su Roma, D’Annunzio non fu esente da contraddizioni, tanto da venire considerato come rivoluzionario addirittura dal capo dei bolscevichi, Lenin.
A Fiume si attuò la seconda “svolta a sinistra” di D’Annunzio, ma questa volta la posizione ufficiale dei socialisti italiani, guidati da Serrati, fu costantemente ostile, mentre una parte dei sindacalisti rivoluzionari e dei socialisti “eretici” si schierarono al suo fianco.
La politica socialista ufficiale nei riguardi delle vicende fiumane non si modificò neanche con lo spostamento verso la Sinistra delle concezioni di D’Annunzio, che il 10 gennaio 1920 nominò suo capo di gabinetto Alceste
De Ambris, socialista e sindacalista rivoluzionario, che rappresentò da quel momento l’anima e il motore di una visione politica decisamente più tendente a sinistra. De Ambris riuscì a influenzare in tal senso, in qualche misura, lo stesso comandante, anche perché quest’ultimo era ormai in una via senza uscita per il fallimento di fatto delle strade praticate fino ad allora nei rapporti con le autorità militari e civili. La stessa nomina di De Ambris, al posto del nazionalista Giurati, indicava che D’Annunzio intendeva verificare altre possibilità.
Dalla collaborazione tra D’Annunzio e De Ambris scaturì l’elaborazione della carta del Carnaro, la
costituzione fiumana, che tanta risonanza ricevette allora; non fu senza significato che la carta del Carnaro, la costituzione della reggenza, contenesse molti elementi avanzati di stato socialista.
Molto si è discusso circa l’attribuzione dello statuto a De Ambris e a D’Annunzio, in quanto a elaborazione e stesura. In tale contesto, sembra superfluo affermare la supremazia del poeta nel rendere nella forma letteraria un testo legislativo, mentre nella parte della definizione dei postulati fondamentali divenne preponderante
l’opera del sindacalista.
La carta del Carnaro, al di là dei rispettivi contributi, costituì il risultato di un rapporto osmotico sulle linee fondamentali tra i due redattori, frutto di lunghe conversazioni che ne precedettero la stesura, come testimoniato dal carteggio intercorso tra De Ambris e D’Annunzio nel marzo 1920.
Non trascurabile è l’aspetto letterario della carta del Carnaro, scritto armonioso all’altezza dell’arte dannunziana, controparte dell’aspetto storico-politico che la rende interessante, nella sua matrice
d’ispirazione socialista.
L’impianto generale della carta prevedeva un regime repubblicano ispirato all’associazionismo mazziniano. Basilare era la concezione della proprietà in funzione sociale e dei rapporti di lavoro come meccanismo dove gli operai svolgessero il ruolo di produttori attivi; l’istruzione era pubblica, vigeva la libertà di religione e si affermava la revocabilità delle cariche pubbliche, la parità di diritti tra uomini e donne, i principi di decentramento amministrativo. Era anche prevista la revisione periodica della costituzione, aspetto che rendeva la carta innovativa, perchè riconosceva che ogni costituzione, anche la più lungimirante, è legata al suo tempo e va rivista periodicamente per meglio adeguarla alla contingenza storica.
Neppure gli articoli del testo riguardanti la proprietà in funzione sociale risultarono graditi ai socialisti, che tentarono di demolire la carta senza appello, con una visione settaria del tempo, già all’atto della sua apparizione l’8 settembre 1920; ritenevano allora che la proprietà dovesse essere abolita del tutto, come nel governo sovietico. Allo stesso modo, l’associazionismo dei produttori svincolato da ogni legame con i partiti e non influenzato da alcuna ideologia era in contrasto con l’assioma inscindibile tra socialismo e lavoro.
Anche la considerazione riservata agli aspetti non materiali, di carattere culturale, riguardanti la musica e le arti, così inusuale allora in una costituzione, veniva trascurata dai critici implacabili.
Il giudizio complessivo – o meglio, il pregiudizio – da parte del Partito Socialista sulla carta del Carnaro puntava essenzialmente sul carattere utopico della costituzione della città libera di Fiume.
Gaspare Ambrosini, docente ordinario di Diritto costituzionale (e, in seguito, dal 1962 al 1967, presidente della Corte Costituzionale) già nel 1925, a pochi anni dagli avvenimenti di Fiume, scriveva:
La Carta di Libertà del Carnaro […] può considerarsi come fondamentale per tutti gli studi sui sistemi sindacali. Oltre l’afflato poetico, la Costituzione dannunziana presenta una concretezza di ordinamenti veramente ammirevoli. Potrà discutersi sull’accettabilità di tali ordinamenti, specie per un grande Stato. Certamente si tratta però di ordinamenti concretamente designati: il che è quello che più interessa perché quello che finora mancava. Finora filosofi ed anche giuristi, che pur pensavano di trasformare il mondo attraverso la realizzazione dell’ideale sindacale, si erano sempre limitati all’enunciazione di principi astratti e alla propaganda di utopie e di miti, e non avevano saputo o voluto tracciare l’esempio di un concreto e completo ordinamento sindacale. Mancava quindi nella dottrina e nella legislazione un esempio di solido e completo ordinamento sindacale.
Quell’ordinamento che filosofi, economisti e giuristi non avevano creato, doveva essere
creato dalla mente fervida di Gabriele D’Annunzio, la cui Carta di Libertà del Carnaro,
quantunque non entrata in attuazione, resta nella coscienza come il modello più insigne di
completo ordinamento sindacale.

L’avversione del socialismo ufficiale produsse il rifiuto del dialogo con D’Annunzio e i suoi delegati fiumani, negando anche ogni possibilità di incontro – poi formalmente avvenuto per il tramite di Giuseppe Giulietti – per studiare l’ipotesi ventilata dal poeta di estendere all’interno dell’Italia l’azione rivoluzionaria in atto a Fiume. Anzi la proposta non riscontrava alcuna credibilità dalla controparte e veniva irrisa:
sull’Avanti! si scriveva sull’argomento con chiari toni sarcastici, svelando in tal modo i piani sovversivi del comandante. Vedendosi respinto, con modi anche spicci, dai socialisti ufficiali, dai vari Serrati, Lazzari e dai vari massimalisti, che pure costituivano i destinatari teorici più naturali del messaggio legionario, Gabriele D’Annunzio si riavvicinò ai nazionalisti.
L’intera vicenda fiumana si concluse tragicamente a fine anno del 1920, dopo la firma del trattato di Rapallo (12 novembre 1920) tra la Iugoslavia e il governo italiano di Giolitti; nel cosiddetto “Natale di sangue” del 1920, il comando di Fiume fu cannoneggiato e D’Annunzio fu costretto ad abbandonare la città alle truppe inviate dal governo italiano, che non tollerava più la situazione, anche in considerazione dei rapporti internazionali, sentendosi allarmato dalla piega che stavano assumendo gli avvenimenti.
Nell’ultimo rapporto agli ufficiali legionari del 6 gennaio 1921, Gabriele D’Annunzio invitava i suoi fedelissimi a tenere vivo lo spirito fiumano, costituendo una propria associazione, che avrebbe dovuto ravvisare nella carta del Carnaro il proprio programma politico.
Non tutti i socialisti, tuttavia, furono d’accordo con la stroncatura da parte del troncone ufficiale del PSI della carta del Carnaro; anzi, i riformatori, che dirigevano fin dalla fondazione la Confederazione Generale del Lavoro (CGL) e che subirono poi a loro volta l’espulsione dal partito nell’ottobre del 1922,
fondando il PSLI di matrice turatiana, in contrasto con la linea ufficiale, sotto la guida autorevole di Rinaldo Rigola, Ludovico D’Aragona e Bruno Buozzi, sabilivano contatti autonomi con D’Annunzio. Questi ricevette Baldesi, dirigente di primo piano della CGL, nell’aprile del 1922, con l’intento di sostenere la necessità di realizzare un accordo per l’unità sindacale con i sindacalisti fiumani di De Ambris, con l’Unione del Lavoro, con la Gente del Mare di Giulietti e con gli stessi sindacati fascisti, sulla base dei principi sociali contenuti nella carta del
Carnaro. Non era neppure estraneo all’operazione Turati, che inviò una lettera al Vate per ringraziarlo del dono di un’immagine di Dante con dedica alla Confederazione.
Dal canto loro, i sindacalisti riformisti costituirono un comitato per l’unità, redigendo e pubblicando un manifesto-programma scritto in massima parte da Rigola, nel quale, oltre a ribadire il concetto dell’indipendenza rispetto ai partiti politici, si affidava al nuovo organismo il riconoscimento dell’idea di nazione, “il cui interesse generale deve, in ogni caso e da tutti essere considerato come superiore agli interessi particolari di categoria e di classe, tanto nei rapporti interni come in quelli internazionali”
A tale riguardo, l’articolo che si riferiva a questo postulato fondamentale così recitava: “Noi affermiamo che si deve considerare la Nazione come un patrimonio spirituale da conservare e come un patrimonio materiale da conquistare, non già come un fatto capitalistico da negare”
Era, come si può notare, il ribaltamento completo delle teorie marxiste. Inoltre, la dialettica tra le classi si doveva svolgere su un “terreno civile e senza violenze”.

Le rivendicazioni principali del nuovo organismo unitario riguardavano la conquista del contratto di lavoro, l’assunzione diretta della produzione e dei pubblici servizi in concorrenza con l’industria privata, il controllo operaio, la compartecipazione all’amministrazione dell’economia nazionale, il parlamento
nazionale sindacale, i consigli d’azienda interni e i consigli tecnico-economici di zona. Il comitato per l’unità ravvisava questi propositi, considerati come concezione integrale della vita:
Nelle grandi linee della Carta del Carnaro che contempla i diversi aspetti sociali, politici, etnici ed estetici del necessario rinnovamento dell’Italia con larghissimo spirito di libertà e di giustizia, pure evitando ogni utopistica anticipazione ed ogni arbitrari costruzione di forme economiche.
La Carta del Carnaro non solo conferma ed amplia le conquiste della più vera democrazia, ma riconosce ed innalza sovra ogni altro diritto civico il diritto del produttore, aprendo così al lavoro organizzato la via per le sue conquiste.
Essa è la legge che meglio ispira alle concezioni finalistiche della Organizzazione sindacale.
Dichiarata la più ampia apertura a tutte le strutture esistenti, che potevano concorrere all’unità, il manifesto concludeva che essa era l’obiettivo precipuo che sarebbe stato perseguito “con fiducia ancora più assoluta se l’iniziativa partisse – come è stato annunciato – da Gabriele D’Annunzio”.
Il poeta, quindi, non solamente veniva considerato il diretto ispiratore dell’unità sindacale basata sui principi da lui dettati nella carta, ma veniva posto al di sopra del comitato come nume tutelare dell’iniziativa, il cui successo dipendeva, in definitiva, da lui.
Nella lunga intervista concessa all’Avanti! per il numero del 14 dicembre 1922, a firma “an. v.” identificabile come Antonio Valeri, l’ex segretario generale della CGL era ancora più esplicito e declinava la sua visione del sindacato “non soltanto come strumento per il miglioramento materiale dei lavoratori, ma anche come strumento per la loro elezione spirituale e per la realizzazione di un nuovo stato, modellato sulle linee fondamentali della Carta del Carnaro e che si basi sulle forze del lavoro e della produzione”.
Si trattava, dunque, di un’accettazione piena da parte del più autorevole sindacalista italiano, qual era il Rigola, dei principi della costituzione fiumana basati sui concetti corporativi di uno stato di produttori, di interessi comuni tra capitale e lavoro. Tali dichiarazioni, così chiare, provocarono un aspro commento
polemico del giornalista del PSI, ma ognuno proseguì per la sua strada.
L’unità sindacale, comunque, non poté realizzarsi, nonostante la disponibilità dei vari contraenti e anche di quella di Mussolini, insediatosi come capo del governo dopo la Marcia su Roma, per la drastica opposizione del responsabile dei sindacati fascisti, Edmondo Rossoni.
Gabriele D’Annunzio, ormai molto stanco e deluso dalla politica, dal ritiro della villa di Cargnacco di Gardone Riviera tornava a parlare, come ha scritto De Felice, “con i suoi fantasmi di poeta”

Il fascismo, non sempre a ragione, esaltò, in seguito, la figura del vate D’Annunzio, ma Mussolini lo guardò sempre con un certo sospetto, felice di vederlo relegato in una sontuosa villa sul lago di Garda, il Vittoriale, una sorta di mausoleo, in cui avesse esclusiva cittadinanza il bello e dove si celebrasse l’eccezionalità della vita anche di uomo d’azione, cadenzata da reperti militari legati all’esperienza dell’unico ospite. D’Annunzio teneva molto a evidenziare questo aspetto; non a caso, su una scheda da compilare a Fiume, alla voce riguardante la sua professione, aveva scritto: uomo d’arme. La vita di D’Annunzio, intreccio tra l’uomo dedito alla composizione letteraria e l’attivista politico che l’autore vedeva come attuazione delle idee espresse nella scrittura, alla continua ricerca della ribalta, non di rado assumeva aspetti, per così dire, divistici, che egli stesso alimentava.

D’Annunzio non fu mai fascista, fra gli oltre ventimila oggetti della sua casa non si trova un solo fascio o elemento che richiami il regime, se non relegato tra i doni che riponeva nel solaio». Parlava, il Vate, di «camicie sordide», mai di camicie nere; non celebrava le date sacre del regime e aveva quasi sempre parole di disprezzo per i gerarchi. Rispettava in Mussolini il demiurgo capace di realizzare «quel che a lui non era riuscito, una rivoluzione», ma sempre considerandolo «un uomo di gran lunga inferiore, umanamente e intellettualmente». Un uomo «tenuto a rendergli omaggio». Le sue lettere al Duce, «spesso citate a riprova di ammirazione e devozione», sono in realtà «un gioco di lusinghe e di minacce che più volte l’interlocutore non afferra»

Fonte

Il percorso socialista di Gabriele D’Annunzio tra storia e letteratura

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