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Le ferie pagate dallo stato ai tempi dell’Urss

Crimea

La Russia sovietica è stata uno dei primi Paesi al mondo a introdurre per legge orari di lavoro limitati e ferie retribuite. Nel corso dei diversi decenni dell’esistenza dell’Unione Sovietica, la durata delle ferie è cambiata, ma nel Dopoguerra le vacanze duravano un mese intero di fila, o anche di più.

Ora è difficile immaginarlo, ma fino al 1917 e alla Rivoluzione le persone non avevano diritto alle ferie retribuite. Era possibile, ovviamente, accordarsi con i capi per ottenere qualche giorno di riposo, ma questi giorni non venivano pagati. Notate poi che la giornata lavorativa non durava otto ore, ma dieci, e il giorno libero era solo la domenica. Ma quasi subito dopo la Rivoluzione, venne introdotto il concetto di ferie retribuite per tutti i cittadini lavoratori.

Il diritto alle ferie in Unione Sovietica venne cancellato solo una volta, durante la Grande Guerra Patriottica (la Seconda guerra mondiale). Ma anche allora, i fondi per le ferie retribuite vennero stanziati, e semplicemente accantonati in un fondo speciale del lavoratore, che poté goderne dopo la fine del conflitto.

Milioni di cittadini sovietici erano riconoscenti a Lenin per l’esistenza dei sanatori (qualcosa a metà tra “casa di cura” e “stazione termale”; un posto dove passare le vacanze, rigenerandosi anche a livello fisico). Era stato proprio il padre della Rivoluzione a firmare il decreto “Sulle località di cura di interesse nazionale” nel 1919. A questo scopo fu deciso di utilizzare la Crimea e la costa del Mar Nero. Per esempio, nella lussuosa residenza degli ultimi tre imperatori, il Palazzo di Livadija (dove si sarebbe poi tenuta la Conferenza di Jalta), fu aperto nel 1925 un sanatorio per i contadini.

I buoni di soggiorno (“putjovka”) per i sanatori venivano dati gratuitamente ai contadini di tutto il Paese. Veniva loro pagato dallo Stato persino il viaggio. Il pacchetto comprendeva, tra le altre cose, la cura per mezzo della salubre aria di Crimea e le passeggiate lungo il “Sentiero del Sole” (ex “Sentiero dello Zar”), di 7 chilometri, nella fitta pineta.

La mattinata iniziava con la sveglia per tutti alle 7, e quindi con la ginnastica all’aria aperta, la colazione e le procedure termali e/o curative. Come possibili divertimenti venivano offerti il biliardo, gli scacchi e la lettura. A Livadija fu aperto anche un piccolo museo con oggetti personali che erano appartenuti agli zar. Sotto ogni oggetto esposto, i bolscevichi avevano messo l’indicazione del prezzo, di modo che i contadini si meravigliassero del lusso osceno in cui viveva l’ex monarchia e si rallegrassero dell’avvenuta rivoluzione. 

Non importava la collocazione geografica, la cultura o la storia dei vari paesi, ogni sanatorio socialista sul territorio dell’Unione Sovietica doveva rispettare alcuni elementi ricorrenti obbligatori: un policlinico, dormitori, uffici amministrativi e spazi verdi per racchiudere la vacanza perfetta del lavoratore socialista.

Lo stato provvedeva a finanziare le cure e, dall’Armenia all’Uzbekistan, dal Kirghizistan all’Ucraina o alla Moldova, tutto il territorio dell’Urss si riempì di queste strutture che rappresentavano un’avanguardia dal punto di vista medico.

L’impostazione medica arriva perfino al controllo dei tempi individuali di esposizione al sole, fissa i requisiti di accesso agli stabilimenti: solo chi sarà in possesso di certificato medico e di una appropriata prescrizione (“putiovka”) potrà raggiungere la località climatica prescritta, non prescelta liberamente.

Se il proletario è parte essenziale della macchina produttiva socialista, il suo recupero è prezioso e deve essere efficiente. A ricomporsi sono le cellule di partito, i gruppi di fabbriche e uffici, che si raccolgono in massa in queste grandi struttura di cura e divertimento.

Il riposo, evidenziato dall’aggiunta di alcuni chili in più alla partenza, era un segno di buona salute. Si riteneva che ciò producesse la massima produttività nel periodo post-sanatorio, un concetto che persiste fino ad oggi.

I buoni di soggiorno per i sanatori venivano dati gratuitamente ai contadini di tutto il Paese. Veniva loro pagato dallo Stato persino il viaggio. 

Prima del 1967, una persona aveva 12 giorni lavorativi di ferie pagate più giorni aggiuntivi a seconda delle condizioni di lavoro, e dopo il 1967 le ferie di base aumentarono a 15 giorni lavorativi più i giorni aggiuntivi. In totale, potevano arrivare fino a 36 giorni lavorativi! A seconda del luogo di lavoro, dell’anzianità di servizio e della pericolosità della produzione.

Ad esempio, i cittadini che lavoravano in istituzioni scientifiche ed educative avevano da 24 a 48 giorni lavorativi di ferie, quelli che lavoravano nell’Estremo Nord ricevevano ulteriori 18 giorni di ferie, e chi lavorava nel settore dell’abbattimento degli alberi da più di tre anni otteneva 6 giorni in più. È interessante notare che nella stragrande maggioranza dei casi, le ferie venivano concesse per intero, ovvero con un mese o più di assenza continuativa dal lavoro, visto che non c’era alcuna norma sulla suddivisione in più periodi.

Una delle caratteristiche della legislazione del lavoro sovietica era l’elaborazione di un programma di ferie per l’anno successivo, pianificato alla fine dell’anno in corso. È chiaro che non era sempre possibile per una persona andare a riposarsi proprio durante questo periodo, e se non era possibile concordare il rinvio della vacanza, il lavoratore poteva semplicemente richiedere un risarcimento monetario. Ma questo dipendeva fortemente dal luogo di lavoro ed era piuttosto raro. Se un dipendente non voleva andare in vacanza, poteva chiedere un risarcimento economico al posto delle ferie. Ad esempio, se un dipendente era stato a lungo in malattia, ed era già stato in sanatorio, poteva capitare che richiedesse il riscatto.

Le località turistiche sovietiche

ALUŠTA

La città di Alušta diviene una località di villeggiatura di importanza nazionale per effetto del decreto “sull’utilizzo della Crimea per il trattamento medico dei lavoratori” e per disposizione delle autorità governative della Crimea. Il primo sanatorio fu realizzato nell’ex dacia del generale V.M Linden, nel Professorsky Ugolok. Tutte le ville, le pensioni ed i palazzi vennero nazionalizzati e fu avviata la costruzione di nuovi sanatori. Nel 1940, 20 nuovi sanatori accolsero più di 38 mila persone per le vacanze e per i trattamenti terapeutici. Nella primavera del 1944, quando la Crimea venne liberata dagli invasori nazisti, dei 168 edifici destinati al turismo di Alušta ne erano rimasti appena 34. Tutte le attrezzature delle località di villeggiatura erano state danneggiate oppure trasferite in Germania. Ne era derivato un danno che ammontava a 200 milioni di rubli.

La spiaggia di Alušta

Durante gli anni del regime sovietico, Alušta diventò una delle località di villeggiatura più popolari dell’URSS. Qui vennero costruiti sanatori di importanza nazionale per tutta l’Unione Sovietica, le colonie dei pionieri per i bambini [4] ed il centro sportivo olimpico “Spartak”. L’intero esteso territorio di Alušta veniva gestito da un’organizzazione per il turismo e le escursioni: l’ufficio viaggi ed escursioni del Consiglio centrale dei sindacati di tutta l’Unione [5]. Nel 1984 l’agenzia fornì servizi ad una media di 500.000 turisti. Il 1972 fu un anno da record per Alušta: nel corso dell’anno nella località di villeggiatura trascorsero le proprie vacanze 1 milione 72 mila persone. Alušta diviene un popolare luogo di vacanza per i cittadini della Repubblica Democratica Tedesca e della Polonia; gli studenti provenienti da molti paesi del mondo trascorrono le vacanze nei campi estivi per studenti.

L’aria insolitamente pulita e la sensazione di quieto benessere intensificavano sempre gli effetti delle peculiarità terapeutiche del luogo. Qui venivano curate malattie dell’apparato respiratorio di natura non tubercolare, dell’apparato cardiovascolare e del sistema nervoso.

JALTA

Negli anni del dopoguerra, la città si ingrandì rapidamente e si sviluppò come località di villeggiatura. A partire dalla seconda metà degli anni ‘50, Jalta diviene sempre più luogo di vacanza d’élite e viene creata una rete di dacie di proprietà statale.

Jalta

Negli anni ‘60 l’area di Jalta includeva i centri abitati situati nelle vicinanze: Ai-Vasil, Autka, Derekoi. La maggior parte degli edifici dormitorio, dei centri di cura e delle linee di comunicazione con gli odierni sanatori è stata costruita e ristrutturata negli ultimi decenni. Tuttavia vari dipartimenti ministeriali dell’ex URSS, che per molti anni hanno eretto gli edifici dei loro sanatori sul litorale, non di rado realizzavano in modo disordinato e caotico le costruzioni, avendo scarsa cura per le infrastrutture. Proprio negli anni ‘60, lungo la costa meridionale, venne costruita una nuova autostrada, che accorciava notevolmente il tragitto da Jalta ad Alušta, Simferopoli e Sebastopoli e dal 1961 venne attivato un collegamento filoviario con Simferopoli. Gli anni ‘70 ed i primi anni ‘80, hanno segnato, nello sviluppo delle località di villeggiatura, l’inizio della costruzione di  grattacieli, precedentemente mai realizzata; vengono eretti nuovi edifici a più piani destinati ai sanatori, alcuni dei quali sono rimasti incompiuti fino all’inizio del ventunesimo secolo. Il significativo aumento delle vacanze trascorse insieme alla famiglia può essere considerato un fenomeno caratteristico degli anni ‘70; precursore in tal senso è stata la casa vacanze “Pogranichnik”. 

In breve tempo il nome “Jalta” iniziò ad essere associato non solo alla stessa Jalta ma anche alla maggior parte dei villaggi della costa meridionale della Crimea, il che ha determinato la comparsa dell’espressione “Grande Jalta”. Negli anni del disgelo chruščëviano, come pure successivamente, Jalta si era molto rapidamente trasformata in una delle località di villeggiatura più ambite dell’URSS, per livello di popolarità solo al secondo posto dopo Sochi. Ricevere buoni di soggiorno per la costa meridionale della Crimea era estremamente difficile; venivano concessi ai lavoratori particolarmente meritevoli in ambito culturale, ai funzionari di alto rango e agli ufficiali che avevano svolto un lavoro esemplare. Alla fine degli anni ‘80, questa località di villeggiatura di importanza nazionale per tutta l’Unione Sovietica disponeva di 180 strutture destinate alle terapie mediche e alle attività ricreative; ogni anno venivano a Jalta per riposarsi e curarsi circa 2 milioni di persone.

EUPATORIA

La storia di questa città della Crimea, così denominata in onore del re del Ponto Mitridate VI Eupatore, inizia 25 secoli fa. Un piacevole clima secco, innumerevoli spiagge per tutti i gusti, acque termali lievemente, mediamente o altamente mineralizzate, sali con proprietà curative e fanghi provenienti dai laghi circostanti: l’insieme di questi fattori ha contribuito a far diventare  Eupatoria una delle località di villeggiatura più frequentate dal popolo sovietico.

Eupatoria

Eupatoria era tra l’altro uno dei più apprezzati luoghi di cura e svago per i bambini dell’URSS. Qui giungevano bambini provenienti da ogni parte dell’Unione Sovietica. Eupatoria venne quindi considerata la località di villeggiatura con più presenza giovanile di tutta l’URSS. In questo luogo si era venuta creando una particolare atmosfera di libertà ed allegria.

FEODOSIA

Nel 1954 Feodosia, in quanto parte della regione della Crimea, venne trasferita alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. All’inizio degli anni ‘70 la città ottenne lo status di località di villeggiatura.

Feodosia

La spiaggia del mare di Feodosia, con la sua sottile e pulita sabbia di colore dorato, si estende per 15 km quasi lungo l’intera costa dell’omonima baia in direzione di Kerč. Al centro del litorale della baia di Feodosia sorge un insediamento di tipo urbano, Primorsky, nel quale la costa sabbiosa della Spiaggia Dorata si trasforma in un litorale di ciottoli. E’ comodo qui stare distesi sulla sabbia ed è piacevole entrare in mare sul vellutato fondale sabbioso. E’ liscio e privo di avvallamenti, sassi e cumuli di alghe che intralciano il bagno. Per un bambino e per chi non sa del tutto nuotare non è pericoloso fare il bagno. Ognuno trova la profondità che più lo aggrada. La stessa sabbia risplende in trasparenza attraverso l’acqua verdastra dalle sfumature di smeraldo. E’ come guardare in basso nel fondo di uno spesso vetro color giallo chiaro. Sulla linea dell’orizzonte invece il mare è calmo e di colore scuro omogeneo, nettamente delimitato dal cielo, che è ugualmente calmo e monocromatico ma velato di bianco. E le onde si infrangono sulla riva in modo benevolo e gioioso, investendo tutti di allegri schizzi.

Feodosia va sviluppandosi anche come luogo di villeggiatura polivalente. All’interno dei suoi sanatori viene ampiamente utilizzata l’acqua minerale “Feodosia” per la cura delle malattie dell’apparato digerente. La sorgente si trova nei pressi della città, ai piedi del monte Lysa.

MISCHOR

Situata tra Jalta e Alupka, caratterizzata da un microclima quasi identico a quello di Jalta. E’ ben protetta dai venti provenienti da nord e nord-est. L’abbondanza  di sole, la pura aria di mare e la presenza di una bella spiaggia creano qui le condizioni che favoriscono il buon esito delle terapie per le stesse malattie che vengono curate a Jalta.

Mischor

Gli edifici di Mischor destinati al riposo ed ai trattamenti medici sono disseminati lungo la costa per alcuni chilometri da Capo Ai-Todor fino quasi ad Alupka. Tra questi, i più importanti sono le case di cura “Bandiera Rossa”, “Charax” e “Marat”.

Nell’area territoriale di Mischor si trova uno splendido parco, che copre una superficie di alcune decine di ettari, nel quale crescono svariate colture subtropicali. Al suo interno nel 1949 sono state create coltivazioni di agrumi. Nel parco è presente la perfettamente attrezzata casa di cura “Esploratori polari sovietici”, della Glavsevmorput

Sulla spiaggia di Mischor è stato realizzato il gruppo scultoreo in bronzo “Alla fontana” e su una roccia vicino alla riva del mare si trova la scultura “ La Sirena”.

Il detox ai tempi dell’Urss: come si passavano le vacanze nei sanatori in Unione Sovietica

Davvero i cittadini sovietici erano costretti a farsi un mese di ferie pagate ogni anno?

Dove riposava il popolo sovietico

Le ferie ai tempi dell’URSS

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La visita di Muhammad Ali in Unione Sovietica

Muhammad Ali con il presidente dell’Unione Sovietica Leonid Brezhnev nel 1978 al Cremlino, a Mosca.

“Mi ha colpito molto l’ incontro con Leonid Breznev, difficile trovare le parole. Sono un semplice pugile americano, ma ho avuto l’onore di incontrare il signor Breznev. Ho sentito dire che i russi minacciano sempre gli americani, ma sono convinto che questo non sia vero. Breznev è un sostenitore della pace mondiale. È difficile da credere, che un paese così pacifico voglia la guerra. Sono stato al Cremlino per 35 minuti, come un capo di stato. È stato un grande onore per un uomo di colore come me, per uno che pochi anni fa, qui negli USA, neanche poteva mangiare nello stesso ristorante con i bianchi! “

Muhammad Ali arrivò a Mosca nel 1978 su invito dell’ambasciatore sovietico negli Stati Uniti, Dobrynin.
Il leggendario pugile ricevette un’accoglienza da re: Leonid Brezhnev lo accolse con tutti gli onori al Cremlino.

Ali, che si era convertito alla fede musulmana, espresse il desiderio di visitare l’Uzbekistan; la repubblica sovietica, per lo più popolata da musulmani. Gli ospitali uzbeki di Tashkent, Samarcanda e Bukhara accolsero gli ospiti con abbondanti tavole piene di ciliegie, sorbetti, antipasti, risotti locali e, naturalmente, vino e brandy. Di solito Mohamed non mangiava molto, ma questa volta non ha saputo resistere.

Nonostante la stanchezza del viaggio, una volta tornati a Mosca, Ali annunciò che gli sarebbe piaciuto incontrare i pesi massimi sovietici. L’incontro è stato organizzato rapidamente e hanno avuto luogo i combattimenti.

Il 21 Luglio il pugile tornò a New York con un volo “Aeroflot” airlines, una vota atterrato dichiarò ai giornalisti americani: “Non sono più preoccupato per eventuali attacchi nucleari, quelle persone sono le persone più pacifiche che abbia mai visto. Ho promesso al signor Breznev che quello che mi ha detto non sarebbe andato oltre me.

Ero un po’ nervoso quando sono atterrato per la prima volta in Russia. Forse mi aspettavo di vedere un posto squallido con un gruppo di persone tristi dalla mentalità robotica in giro e agenti che infastidiscono. Quello che ho visto era che persone di centinaia di nazionalità vivevano insieme in armonia. ”.

Ali ha ammesso che entrambi i paesi, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, “hanno aspetti positivi e negativi”.
Ma ha detto di aver visto molte cose in Unione Sovietica che gli sono piaciute. “Ho visto solo un poliziotto”, ha riferito. “Non ho visto pistole. Nessun crimine. Niente prostitute. Non un omosessuale”. Come aveva fatto durante il suo viaggio, All ha ribadito la sua opinione che la libertà religiosa esiste tra i russi. “Gli ebrei vanno nelle sinagoghe. I musulmani hanno moschee ovunque. I cattolici sono liberi di adorare.”

“La mattina correvo in posti strani dove non vedevano quasi mai un uomo di colore. Sono corso davanti a due piccole signore russe bianche che stavano andando al lavoro. Non si sono guardate intorno e mi hanno chiesto cosa stessi facendo. Non posso andare fare jogging in alcune strade d’America al mattino in un quartiere bianco. Se vedono un uomo di colore che scende per strada, si chiedono chi rapinerò. Adoro cose come queste che noto. A tarda notte, stavo correndo per la strada, e mi sono voltato indietro. Di nuovo, c’erano due donne russe. Non si sono nemmeno guardate indietro per vedere perché un uomo di colore era qui fuori a correre.”

Muhammad Ali in the Soviet Union, 1978

Ali the Ambassador Returns Home With Positive Impressions of Russia

A quote from Muhammad Ali, regarding his visit to the USSR


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Non c’è nessun dio quassù: La conquista sovietica dei cieli

Per quanto possa essere suggestivo ripercorrere l’abbattimento dell’orizzontalità  durante i diversi momenti storici, ci limitiamo a quello dove la smania ha raggiunto il livello massimo : il periodo sovietico. Proprio in quei decenni la Russia volerà sempre più in alto, arrivando nello spazio.

In pieno costruttivismo troviamo Vladimir Tatlin, originale e instancabile promotore del rinnovamento artistico nella nascente Unione sovietica, un visionario con il grande obiettivo di edificare il bene dell’umanità. L’artista pensava che ogni disciplina, ogni tecnica, ogni materia, potesse contribuire a questo fine, attraverso la valorizzazione delle loro potenzialità costruttive.

Nel 1920 Tatlin intraprese l’impresa mitica: quella di dare all’uomo moderno, e a quello del futuro, le ali per volare.

Convinto che il genere umano discendesse dagli uccelli, e che l’uomo dei primordi sapesse volare, cercò di riappropriarsi di questa esperienza creando Letatlin, sorta di grande organismo vertebrato idealmente destinato a decollare; leggero, elastico, armonioso, fatto di ossa di balena e ricoperto di seta. Letatlin – un neologismo che coniuga il verbo letat(volare in russo) e il nome dell’autore – sintetizzava in sé arte, tecnologia, utopia e costituiva un’estensione delle sperimentazioni di Tatlin sulle proprietà dei materiali e sui limiti della scultura. Naturalmente non volò mai, almeno non in senso letterale, ma rappresenta ancora oggi un esercizio di meraviglia e di leggiadria e un inno al sogno, al desiderio, alla libertà. Come della Tatlin Tower, ne restano alcune testimonianze fotografiche e poco altro.

Dipinto Vse Vyse

Il dipinto “Vse Vyse” dell’artista avanguardista Serafima Ryangina vede protagonista una giovane coppia operaia socialista, nel momento lavorativo. Sono in alto, parecchi metri dal terreno, su un traliccio elettrico, sorridenti e illuminati dal sole, entrambi si guardano con intensità e fierezza. Dinamismo, tecnologia, meccanicismo sono i veri colori dell’opera, chiara celebrazione del progresso dell’URSS del piano quinquennale. E’ la fluttuazione tra l’essere del presente e l’essere del futuro della produzione collettiva.

Vse Vyse è anche il titolo di una delle marce degli aviatori sovietici. I ritmi sono incalzanti, la musicalità gioviale decreta la morte dell’uomo Oblomov.

Il ritornello “siamo nati per trasformare la realtà” mette al centro del mondo il novyj čelovek (uomo nuovo)  il vero protagonista, libero dai vincoli del passato, dalla religione e dagli ideali del vecchio mondo.

Sono gli anni in cui la produzione stabilita dai piani quinquennali è alle stelle, così come verso le stelle è rivolto, sempre di più, lo sguardo dei sovietici. I falchi dell’aviazione sovietica sono i nuovi miti da celebrare. Veloci, tenaci, temerari, fedeli alla patria, al loro Stalin, sono i conquistatori delle forze aeree della natura. Per le loro caratteristiche, per i successi che otterranno in guerra, il 18 agosto verrà consacrato come giornata di celebrazione  dell’aviazione russa. 
C’è un limite nella e oltre la stratosfera per l’uomo sovietico del XX secolo? La spinta verso l’altezza sconfinata è rappresentata già negli anni , ma è tra gli anni ’50 e i ’60 che l’acmé trova la sua attuazione.

Arriviamo in piena Guerra Fredda, con il mondo diviso, polarizzato tra Usa e Urss, Nato e Patto di Varsavia, Capitalismo e Comunismo, Stalin è morto, ma il suo successore Chruščëv lancerà l’Unione Sovietica sempre più in alto, dove nessuno è mai arrivato, nello spazio, fluttuando tra le stelle. Dal Cosmodromo di Bayqoñyr (un tempo Leninsk), la più anziana al mondo tra le basi di lancio, il 4 ottobre 1957 il primo satellite, Sputnik 1, viene lanciato nello spazio, sotto lo sguardo basito di tutti i telespettatori del mondo.

Una volta spiccato il volo non si può che andare sempre più in alto, tutti devono essere protagonisti. Così il 3 novembre la tristemente nota cagnolina Laika viene mandata nello spazio, senza farvi più ritorno, deceduta per la paura, o forse per i rumori, o per i cambiamenti di pressione. E’ un periodo in cui le cause animaliste sono lontane anni luce (per rimanere in tema) il dinamismo verticale non ha freni, così altri loppidi diventano protagonisti, con fortuna o meno. Sono due cagnoline di piccola taglia, scelte da scienziati tra le strade di Mosca, a spianare la strada agli umani : Belka e Strelka. Dopo aver orbitato diciotto volte attorno al pianeta, il 16 agosto del 1960 tornano sane e salve. 

Giungiamo al 16 aprile 1961, quando la storia di fonde con la leggenda, quando un uomo diventa un mito, quando Jurij Gagarin assume le vesti del “Cristoforo Colombo dello spazio”, quando dalla base di lancio kazaka parte Vostok 1, la prima navicella con l’equipaggio umano spicca il volo. Tutto il mondo resta allora con il fiato sospeso, dubitando che il figlio di un carpentiere possa compiere una simile missione. “C’è in gioco, il senso stesso della Rivoluzione d’Ottobre: un’aspirazione alla giustizia e all’uguaglianza che Gagarin racconta attraverso la sua vita, dall’infanzia, trascorsa al tempo della resistenza contro l’invasore nazista e alla vittoria della «grande guerra patriottica», fino all’addestramento riservato ai piloti dell’aeronautica, passando per la vita nel kolchoz e per gli studi preliminari all’ammissione nel Partito comunista. ” Dirà lo stesso Gagarin nella sua autobiografia “Non c’è nessun Dio quassù. L’autobiografia del primo uomo a volare nella spazio”.

Una grande avventura dove in primo piano c’è l’uomo, le sue aspirazioni e i suoi sogni. Jurij Gagarin trova la via del cosmo, riportando dalle orbite frasi destinate a restare famose per sempre: “Non c’è nessun dio quassù“. Ogni santità è così relegata al passato più remoto, ogni trascendenza spirituale non ha più senso, nel mondo dell’Urss l’uomo è l’unico protagonista. Non solo protagonisti maschili, l’uguaglianza della rivoluzione non accetta differenze di genere, anche le donne hanno lo sguardo rivolto verso l’alto, anch’esse bramano la fluttazione tra le stelle. Ammiratrice di Jurij Gagarin,

Valentina Vladimirovna Tereškova nel 1962 riesce a partecipare all’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute; supera con merito l’esame insieme ad altre quattro candidate e inizia, così, il suo addestramento. A bordo di Vostok 6, il 16 giugno 1963 Valentina  viene lanciata per una missione nello spazio della durata di 49 orbite terrestri. In questa piena epopea chruščëviana di conquista dello spazio anche le decorazioni per l’albero e le cartoline di auguri si adeguarono alla entusiastica celebrazione delle spedizioni spaziali.  

Nonno Gelo abbandonò l’obsoleta trojka e inizia a spostarsi su razzi avveniristici e cosmonauti e navicelle spaziali si sostituiscono a più antiquate figurine.  Leonìd Il’ìč Brèžnev passiamo da anni di estro e di fantasia a un periodo tinto da colori grigi e piatti. Il verticalismo si inclina, immobilizzandosi nell’orizzontalità tanto osteggiata in precedenza. Il Comunismo deve far fronte ad altre esigenze, è tempo di nuove sfide e la Guerra Fredda assume nuovi toni. I ricordi di quelle imprese, gli sguardi rivolti verso l’infinito verticale, la tenacia dei protagonisti cosmonauti non sono andati perduti. Affinché il tempo non cancelli la memoria, affinché il passare degli anni non crei crepe nel ricordo della memoria collettiva, affinché quei sorrisi continuino a risplendere tra le stelle, viene istituito il Museo della Cosmonautica a Mosca nel 1981, 20 anni dopo l’impresa leggendaria di Gagarin. Il volo, il protendersi verso le dimensioni precedentemente ignote, ridisegnare, abbattere i confini conosciuti, creare una nuova dimensionalità, la scoperta del nuovo.

Fonte

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L’ultimo cittadino sovietico

Il 26 dicembre 1991 Sergei Krikalev scoprì insieme a milioni di propri connazionali che lo stato in cui era nato non esisteva più. A differenza di tutti gli altri, la notizia della dissoluzione dell’Unione Sovietica lo raggiunse mentre si trovava lontano dalla Terra, in orbita sulla stazione spaziale MIR, il più importante avamposto orbitale dell’epoca fatto costruire proprio dal governo sovietico.

Krikalev aveva iniziato la propria carriera da cosmonauta nella seconda metà degli anni Ottanta quando la cosiddetta “corsa allo Spazio” tra Stati Uniti e Unione Sovietica sembrava essersi ormai esaurita. I sovietici avevano eccelso subito nel secondo dopoguerra, portando in orbita il primo satellite, il primo essere vivente(ila cagnolina Laika), il primo essere umano, ma avevano poi perso via via terreno nei confronti degli statunitensi, con le loro missioni lunari del programma Apollo.

La MIR (che in russo significa sia “mondo” sia “pace”) era probabilmente il risultato più importante della tecnologia spaziale sovietica. La sua costruzione in orbita era iniziata nel 1986 e avrebbe richiesto una decina di anni per essere completata. L’idea era di avere una base orbitale dove si potessero effettuare esperimenti e verificare gli effetti della vita nello Spazio sugli equipaggi, anche nel corso di missioni di lunga durata.

Krikalev aveva raggiunto per la prima volta la MIR nel 1988 ed era rimasto a bordo della stazione per cinque mesi circa, il tempo massimo previsto dall’addestramento. Tre anni dopo, il 19 maggio 1991, era partito per una nuova missione che sarebbe diventata la più lunga e memorabile della sua vita.

Il golpe fu per noi inaspettato. Non capivamo cosa stesse accadendo. E quando discutevamo dell’accaduto tra di noi, cercavamo di realizzare come tutto questo avrebbe influito sul settore spaziale

A poco meno di un mese dal suo arrivo in orbita, Krikalev ebbe notizia di un nuovo segno di sfaldamento dell’Unione Sovietica. Oltre alle prime elezioni presidenziali della Russia, nella città dove era nato, Leningrado, era stato indetto un referendum per adottare nuovamente il nome San Pietroburgo. La decisione era stata approvata e a settembre la città aveva assunto il proprio antico nome, dopo essere stata Leningrado dal 1924 e prima ancora Pietrogrado.

A guardare la Terra da 400 chilometri di distanza, a Krikalev non doveva apparire così drastico il cambiamento: la Russia e gli altri territori erano uguali a prima. Del resto dallo Spazio non si vedono i confini, ma col passare dei giorni nell’autunno si iniziò a capire che i problemi economici e di stabilità politica sul pianeta avrebbero interessato anche gli equipaggi della MIR.

Durante quella fase tumultuosa la stazione spaziale doveva essere presidiata e a Krikalev fu chiesto di estendere la propria permanenza a bordo, perché era l’unico dei quattro sulla stazione in quel momento ad avere ricevuto una preparazione adeguata per missioni orbitali di lunga durata.

Totkar Aubakirov, un cosmonauta russo, e il primo astronauta austriaco, Franz Viehböck, lasciarono la MIR e tornarono sulla Terra a inizio ottobre del 1991, lasciandosi alle spalle Krikalev e il suo collega Alexander Volkov, che aveva raggiunto la stazione spaziale in una missione successiva rispetto a quella di Krikalev quando ormai informalmente l’URSS era già finita.

Dopo la formazione della Comunità degli stati indipendenti, il 26 dicembre 1991 l’Unione Sovietica fu infine sciolta formalmente e il primo gennaio del 1992 la Russia ufficializzò la propria indipendenza, segnando la fine vera e propria dell’URSS e di tutte le sue principali attività, compreso il programma spaziale di cui facevano parte Krikalev e Volkov. I due cosmonauti non erano più sovietici, ma non sapevano come e quando sarebbe finita la loro missione spaziale. I giorni intanto passavano e Krikalev aveva ormai trascorso circa otto mesi in orbita, rispetto ai cinque inizialmente previsti

Krikalev e Volkov sarebbero potuti tornare sulla Terra utilizzando una capsula spaziale Soyuz attraccata alla MIR, ma questo avrebbe comportato abbandonare la stazione e lasciarla sguarnita senza equipaggio, compromettendone con ogni probabilità il futuro. Trascorsero ancora diversi mesi prima che la Russia trovasse risorse e capacità per riattivare i viaggi verso e dalla MIR.

Alla fine di marzo del 1992, dopo 311 giorni in orbita, Krikalev poté infine tornare sulla Terra insieme a Volkov, lasciando il posto a un nuovo equipaggio. Una volta rientrato, fu insignito del più alto titolo onorifico concesso dalla Russia, quello di “Eroe della Federazione Russa”, per non avere abbandonato la MIR. Krikalev tornò nello Spazio per altre missioni e fu anche il primo russo a entrare nella Stazione Spaziale Internazionale.

Ci chiedevo spesso se avrei avuto la forza di sopravvivere per completare il programma. E non di rado dubitavo


Vincent J. Schodolski del Chicago Tribune raccontò così il ritorno a case del compagno Krikalev

26 marzo 1992
Dieci mesi dopo essere schizzato nello spazio da un paese chiamato Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, l’ingegnere di volo Krikalev è tornato finalmente sulla Terra mercoledì. È atterrato nelle sterili steppe di un luogo chiamata il Commonwealth degli Stati Indipendenti, un luogo che nessuno sulla Terra – o persino nei cieli – aveva mai sognato al suo decollo.

Krikalev, la cui manica uniforme portava ancora le lettere ” URSS ” e la bandiera rossa sovietica, ha ricevuto dei sali e appariva un po’ stordito mentre si adeguava alla gravità dopo 313 giorni nello spazio, sebbene un servizio televisivo ha affermato in seguito che si sentiva “meravigliosamente.”

Il cosmonauta di 33 anni la cui missione di cinque mesi si è trasformata in una maratona di 10 mesi perché il governo non poteva permettersi di lanciare una nave per riportarlo indietro, lo sfortunato viaggiatore galattico che è stato soprannominato “la vittima dello spazio” dalla stampa, la persona che non riusciva nemmeno ad avere un po’ di miele, è finalmente a casa.

Casa?

Quando se ne andò, Mikhail Gorbachev era al comando. Ora che è tornato, non è del tutto chiaro chi gestisce gli affari. Quando Krikalev se ne è andato, lui e Volkov erano cittadini dello stesso paese. Mentre erano via, Volkov divenne uno straniero, mentre la sua nativa Ucraina emergeva come nazione indipendente. Quando ha dato il bacio d’addio alla moglie e alla figlia di 2 anni, quasi un anno fa, Krikalev era a casa in una città chiamata Leningrado. La sua casa è ancora lì, ma ora è a San Pietroburgo. Quando se ne andò, c’era ancora un Partito Comunista Sovietico. Non più. C’era un giornale chiamato Pravda. Ha chiuso i battenti. Quando decollò, 30 dei rubli guadagnati avrebbero comprato un dollaro. Adesso ce ne vogliono 120. Quando se ne andò, lo stipendio mensile di 600 rubli di Krikalev era buono, come si addice a uno scienziato altamente qualificato. Ora un autista di autobus guadagna più del doppio.

E questa è solo una parte.

Il potente programma spaziale sovietico a cui Krikalev ha dedicato la sua vita è in crisi. I funzionari incaricati di mantenere il programma spaziale solvente, cercando modi per raccogliere fondi, hanno avuto l’idea di vendere le stazioni Mir e la tecnologia per costruirle ad altri Paesi. Ma il messaggio fu confuso mentre viaggiava fino a Krikalev e Volkov. Pensarono significasse che la loro nave era in vendita e la coppia dovette essere rapidamente rassicurata che non erano all’asta. Krikalev ha incontrato uno dei segni del successo degli uomini di bilancio nella persona di Klaus-Dietrich Flade, un cosmonauta tedesco che ha volato a bordo della nave che alla fine ha salvato Krikalev. Il governo tedesco ha pagato $24 milioni per il suo biglietto.

In tutto questo, Krikalev è apparso stoico, a volte quasi divertito da tutto il clamore in basso. La scorsa settimana, un radioamatore australiano ha contattato la stazione Mir e l’Australian Associated Press ha chiesto a Krikalev come avrebbe pianificato di adattarsi dopo il rientro.

“Per capire tutto e abituarsi ad esso, è necessario tornare e tuffarsi nella vita”, ha detto.

Giorni prima di fare quel grande tuffo, Krikalev ha fatto sembrare tutto semplice durante una conferenza stampa trasmessa dal Mir ” Ho vissuto sul territorio della Russia mentre le repubbliche erano unite nell’Unione Sovietica”, ha detto stoicamente pochi giorni fa. ”Ora torno in Russia, che è unita nel Commonwealth degli Stati Indipendenti. Il cambiamento non è così drastico.

Ancora oggi Krikalev lavora per il programma spaziale russo e fu tra i sostenitori della necessità di salvare la MIR, quando circolarono le prime proposte di abbandonarla perché ormai datata e troppo costosa da mantenere. La stazione fu abbandonata e fatta distruggere nell’atmosfera con un rientro controllato sopra l’oceano Pacifico meridionale il 23 marzo 2001. Fu l’ultimo occupante sovietico della MIR e il primo russo ad abbandonarla.

L’ultimo cittadino sovietico

COSMONAUT CATCHES UP TO RUSSIAN REVOLUTION

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Fuga per la vittoria: la storia vera che ha ispirato il film

IL FILM

Ricordate fuga per la vittoria? Il film con la rovesciata di Pelè, sicuramente la più famosa della storia del cinema?
Probabilmente è stato uno dei film a tema calcistico meglio riusciti di sempre, con un cast particolare (si andava da Sylvester Stallone a Pelè, passando per Bobby Moore e Max von Sydow) ed una storia senza dubbio coinvolgente.

Per rinfrescare la memoria lo riassumo molto molto velocemente.
Se avete visto il film potete andare oltre, se non vi piacciono gli spoiler anche, però devo farlo, altrimenti tutto quello che verrà detto dopo avrebbe meno senso.
Allora, durante una visita in un campo di concentramento un ex calciatore tedesco, ora maggiore dell’esercito nazista, incontra un suo ex collega inglese. Tra i due c’è rispetto ed il tedesco propone di organizzare una partita di calcio tra tedeschi e prigionieri alleati.
Nonostante l’iniziale ritrosia dei prigionieri alla fine si decide di giocare la partita anche perché ci si rende conto che potrebbe diventare un ottimo modo per far fuggire i giocatori impegnati nell’incontro. Il piano infatti è abbastanza facile, tra primo e secondo tempo i giocatori fuggiranno attraverso la rete fognaria degli spogliatoi.
La partita inizia, gli spalti sono pieni di civili francesi e di tedeschi in armi e uniforme, l’arbitro ha paura e sorvola sulle scorrettezze dei nazisti che chiudono il primo tempo in vantaggio 4-1.
Si va negli spogliatoi e dovrebbe scattare il piano per la fuga, ma i giocatori decidono di non farlo, rimontare è una questione di orgoglio ed è più importante della vita.
Si torna in campo e, siccome si tratta di un film, la squadra di prigionieri segna il secondo e il terzo goal, poi Pelè pareggia su rovesciata.
All’ultimo minuto però l’arbitro assegna un rigore ai nazisti, il portiere riesce a pararlo e nelle gradinate accade l’inverosimile: il pubblico invade il campo e porta via i giocatori alleati in un tripudio festante, riuscendo, quindi, a farli fuggire.
Sicuramente tutto molto bello ed orchestrato alla perfezione.
Bene, se digitate “Fuga per la vittoria” in un qualsiasi motore di ricerca scoprirete che il film è liberamente tratto da una storia vera, la cosiddetta “partita della morte“.

La storia

I ragazzi della Start

Dopo che soldati tedeschi invasero l’Unione Sovietica nel 1941, il governo di Adolf Hitler non volle mostrarsi crudele agli occhi della popolazione e creò una serie di eventi culturali e sportivi per dare l’illusione di una prosperosa condizione di vita sotto l’occupazione tedesca. Il calcio era uno sport estremamente popolare nell’Europa dell’Est e una delle squadre più note e di successo era la Dynamo Kiev, ma con l’invasione il campionato fu sospeso e i giocatori furono spediti nei campi di prigionia.
Nel 1942, il portiere Mykola Trusevych fu rilasciato e trovò lavoro come panettiere. Il suo datore di lavoro era un appassionato di calcio e lo aiutò a rintracciare alcuni dei suoi ex compagni di squadra. Ne trovò otto. Con altri tre giocatori della squadra un tempo rivale, la Lokomotiv Kiev, fondò una piccola squadra militare con il nome di F.C. Start.

Dovevano essere la cenerentola del torneo. Lavoravano duramente tutto il giorno, erano malnutriti e in condizioni atletiche disastrose. Non avevano nemmeno le maglie. Ma la leggenda narra che pochi giorni prima dell’inizio del torneo, Trusevich e Putistin (altro veterano della Dynamo del ’36), rovistando in un magazzino abbandonato, trovarono delle divise di calcio in condizioni quasi perfette.

Colore della maglia: Rosso. Nero per il portiere. Quello era l’abbinamento anche della nazionale di calcio sovietica. E l’idea che a tutti ronzava da un po’ nella testa, si concretizzò: non potevano più combattere con le armi, avrebbero combattuto con il pallone.

7 giugno, Kiev, Stadio della Repubblica (l’attuale stadio Olimpico di Kiev): La Start gioca contro la Ruch, la squadra dei collaborazionisti. Risultato finale: 7-2. Esordio con il botto. La notizia fa subito rumore, i tedeschi spostano le partite nel più piccolo stadio Zenit per evitare assembramenti.

Lo Zenit viene subito battezzato: 6-2 sugli ungheresi. Pochi giorni dopo, è la volta della squadra rumena: 11-0. La popolazione mormora, va allo stadio e festeggia le vittorie di una squadra che ha i colori della bandiera nazionale. Bisogna stroncarli.

Il 17 luglio tocca alla squadra tedesca. È già programmata per il 19 la partita con l’altra squadra ungherese. L’idea è di triturarli subito e poi infierire due giorni dopo. Niente va come previsto dai nazisti, nonostante minacce e arbitraggi a favore: 6-0 prima, 5-1 poi. Ci s’inventa allora la ripetizione della partita contro gli ungheresi. Trusevich e compagni sono alla terza partita in quattro giorni, ma la spuntano ancora: 3-2.

È indispensabile che la Start venga sconfitta. Con qualunque mezzo, in qualunque occasione, ma sul campo. Fucilarli e basta vorrebbe dire farne dei martiri. Allora i tedeschi si giocano l’ultima arma: mandano a giocare a Kiev la Flakelf, la squadra della Luftwaffe, formata in buona parte da calciatori professionisti. Fuori da ogni regola, si decide che sarà una doppia finale tra la Start e la Flakelf servirà a stabilire il vincitore del torneo.

6 agosto, Kiev, Stadio Zenit, finale di andata: Mentre Stalin dà il comando “Non un passo indietro!”, la Start batte la Flakelf 5-1. È come offrire il collo al boia.

In fretta e furia i tedeschi vanno a richiamare da tutto il fronte orientale i migliori calciatori che combattono per loro. Mettono un SS ad arbitrare. Organizzano tre giorni di fanfare per ricordare a tutti che il Flakerf vincerà.

9 agosto: l’arbitro va nello spogliatoio della Start e ricorda che è obbligatorio il saluto nazista prima del fischio d’inizio. Ma una volta in campo, dopo che i tedeschi si sono esibiti nel loro “Heil Hitler!”, i sovietici, a capo chino, pensano un attimo. E subito dopo all’unisono gridano “Fitzcult Hura!”. Significa “viva la cultura fisica!”, era il motto tradizionale degli atleti sovietici(Tra l’altro, Hurà era anche il grido di combattimento dei soldati dell’Armata Rossa quando andavano all’assalto, e molti Tedeschi lì presenti lo avevano già sentito bene in battaglia). Ennesimo affronto. Pagato caro da subito.

Dopo un inizio violento e provocatorio da parte dei tedeschi, l’orgoglio, sportivo e patriottico, prevale.
E così punizione, tiro del centravanti Kuzmenko dai 30 metri, gol. Pareggio. Goncharenko, il numero 10 della squadra, parte in serpentina. Gol. 2-1. Ancora, cross dentro, semirovesciata di Goncharenko. Gol. 3-1. Fine del primo tempo.

Un ufficiale delle SS scese negli spogliatoi della Start per provare a convincere i calciatori a perdere.
“Siamo veramente impressionati dalla vostra abilità calcistica e abbiamo ammirato il vostro gioco del primo tempo. Ora però dovete capire che non potete sperare di vincere. Prima di tornare in campo, prendetevi un minuto per pensare alle conseguenze”

La Start rientrò in campo pensando alle parole sentite all’intervallo e in poco tempo subì due reti. I giocatori si guardarono e capirono che giocare a calcio e vincere di fronte ai propri tifosi avrebbe dato loro la speranza di resistere e così decisero di giocare alla loro maniera: la Start tornò in vantaggio e fissò il risultato sul 5-3.

Poco prima del fischio finale Klymenko partì dalla propria metà campo con la palla al piede, scartò tutti i giocatori della Flakelf compreso il portiere, fermò la palla sulla linea e la calciò a centrocampo. Sentitosi umiliati, poco dopo la fine della partita, i tedeschi arrestarono i giocatori della Start.

Il primo ad essere arrestato, torturato dalla Gestapo e ucciso sarebbe stato Nikolai Korotkikh, era molto probabilmente un appartenente al servizio segreto sovietico e i tedeschi sarebbero riusciti ad individuare la sua vera identità, gli altri giocatori invece, ad eccezione di Goncharenko e Svirdovsky, vennero invece deportati nel campo di concentramento di Syrec, poco fuori Kiev, amministrato dal feroce Paul von Radomsky, Obersturmbahnführer delle SS.

Anche gli altri giocatori subirono le torture della Gestapo, prima di essere deportati nel campo di concentramento di Syrec, poco fuori Kiev, amministrato dal feroce Paul von Radomsky, Obersturmbahnführer delle SS.

La mattina del 24 febbraio 1943 Radomsky ordinò una rappresaglia per un tentato attacco incendiario al campo.
I prigionieri vennero disposti in fila: una persona ogni tre veniva colpita alla testa col calcio del fucile e freddata con una pallottola alla nuca. Ivan Kuzmenko, il gigante dell’attacco della Start, fu colpito in mezzo alle scapole dal calcio del fucile, vacillò e, benché stremato dalla fame e dalla fatica, rimase in piedi. Resistette a diversi colpi, prima di accasciarsi al suolo e ricevere il proprio proiettile.

Aleksey Klimenko, il minuto difensore che aveva umiliato il Flakelf sul finire della partita, crollò immediatamente a terra e fu finito da una pallottola dietro l’orecchio.

Nikolai Trusevich, il portiere, sentì i passi delle SS fermarsi alle sue spalle. Si preparò a ricevere il colpo, ma finì ugualmente per terra. Si rialzò, con tutta l’agilità che l’aveva reso il miglior portiere dell’Unione Sovietica e, mentre la guardia apriva il fuoco, urlò: «Krasny sport ne umriot!», «Lo sport rosso non morirà mai». Morì nella sua divisa da gioco nera e rossa, l’unico indumento caldo che possedeva, colpito da una raffica di mitra.

Nel 1981 lo stadio Zenit fu ribattezzato stadio Start. Un monumento si trova all’ingresso dello stadio per ricordare la squadra. Sulla destra, ora campeggia una targa con dedica: “A uno che se la merita”. Dedicato a Makar Goncharenko, morto a Kiev nel 1997, autore di una doppietta nel 5-3 nella partita della morte


“FUGA PER LA VITTORIA” E “PARTITA DELLA MORTE”, LA VERITÀ DIETRO LA LEGGENDA

Fuga per la vittoria: la storia vera che ha ispirato il film con Sylvester Stallone, Michael Caine e Pelé

LA “PARTITA DELLA MORTE” della START FC

La vera storia della partita della morte

LA PARTITA DELLA MORTE. LA LEGGENDA DELLA START

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Zinaida Portnova, la vedova nera sovietica

A 16 anni, Zinaida Portnova si unì a un gruppo di giovani combattenti della resistenza conosciuti come i Giovani Vendicatori.

Zinaida Portnova è nata il 20 febbraio 1926 nella città di Leningrado. Era la figlia maggiore di una famiglia operaia bielorussa il padre lavorava in uno stabilimento industriale locale e la sorella minore, Galya, aveva otto anni meno di lei.

Nell’estate del 1941, la seconda sorella e suo fratello minore furono mandati a vivere con la nonna nel villaggio di Zui, situato vicino alla città di Obol, nel nord della Bielorussia. Questo avvenne proprio all’inizio dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica nota come Operazione Barbarossa.

A partire dal 22 giugno 1941, le forze tedesche avanzarono di 200 miglia nel territorio sovietico in una sola settimana e, in pochi mesi, 2.5 milioni di soldati sovietici persero la vita. La giovane Zinaida Portnova si trovò faccia a faccia con le truppe naziste quando la loro avanzata raggiunse Obol.

Secondo il libro Heroines of the Soviet Union 1941–45 di Henry Sakaida, quando i soldati nazisti cercarono di confiscare il bestiame della loro famiglia, litigarono con la nonna di Portnova e la picchiarono. In quel momento, la guerra divenne personale per l’adolescente, che iniziò a disprezzare i tedeschi.

Presto in Bielorussia iniziò a prendere forma un movimento clandestino di resistenza contro i nazisti. Un anno dopo l’invasione nazista di Obol, Zinaida Portnova si unì al braccio giovanile della resistenza clandestina. Erano ufficialmente chiamati Lega dei Giovani Comunisti Leninisti, ma erano meglio conosciuti come i Giovani Vendicatori.

I Giovani Vendicatori erano un’organizzazione politica guidata da giovani indipendenti dal Partito Comunista Sovietico, sebbene fosse spesso descritta come la divisione giovanile del partito. Dopo essersi unita, Portnova, allora 16enne, divenne rapidamente una risorsa preziosa per la resistenza.

Iniziò la sua attività nella resistenza distribuendo volantini di propaganda sovietica nella Bielorussia occupata dai tedeschi e svolgendo missioni segrete, incluso il furto di armi tedesche per i soldati sovietici e lo spionaggio.
Ma quello era solo l’inizio; una volta imparato a maneggiare le armi, Zinaida Portnova è stata coinvolta in operazioni di sabotaggio contro i nazisti.

Insieme ai suoi compagni, Portnova fu responsabile degli attacchi effettuati in numerosi luoghi in cui i nazisti si radunavano, completando con successo missioni di sabotaggio contro una centrale elettrica locale, una pompa di benzina e una fabbrica di mattoni.

Busta affrancata illustrata dell’Unione Sovietica del 1978 con Zinaida Portnova.

Zinaida Portnova uccise molti soldati nazisti durante il suo periodo come combattente della resistenza. Nell’agosto del 1943 compì una delle sue operazioni più leggendarie in cui si infiltrò in una guarnigione tedesca e avvelenò i soldati.

Si presentò come assistente di cucina e riuscì ad infiltrarsi nella cucina che riforniva la guarnigione nazista locale a Obol. Mentre preparava i pasti per i soldati, Portnova li avvelenò facendo ammalare molti dei soldati, alcuni addirittura morirono.

Da giovane sovietica che lavorava nella cucina dei nazisti, fu immediatamente sospettata di essere la colpevole dell’avvelenamento di massa, ma Portnova finse abilmente l’innocenza. Per dimostrare di non aver avvelenato il cibo, diede un morso il cibo che aveva cucinato. Portnova, fuggì rapidamente a casa di sua nonna dove si curò con grandi quantità di siero di latte per contrastare il veleno nel suo corpo.

Alcuni giori dopo la sua fuga i tedeschi iniziarono a cercarla e Zinaida Portnova diventò una fuggitiva. Per evitare di essere scoperta, Portnova si unì a un distaccamento partigiano intitolato a Kliment Voroshilov, un importante ufficiale militare e politico sovietico durante il governo di Stalin.

Mesi dopo scrisse ai suoi genitori una lettera, dicendo: “Mamma, ora sono in un distaccamento partigiano. Insieme a loro sconfiggeremo gli invasori nazisti”.

Un monumento a Zinaida Portnova in un ex campo di pionieri vicino a Togliatti, Russia.

Nel 1944 Zinaida Portnova fu inviata in missione di ricognizione nella guarnigione da cui era fuggita di recente. L’obiettivo della spia adolescente era infiltrarsi ancora una volta nel campo nazista e stabilire la causa dietro una missione di sabotaggio fallita. Sfortunatamente, venne trovata dalla polizia locale e catturata.

Dopo essere stata consegnata ai nazisti, Portnova sapeva che la sua unica possibilità di sopravvivenza era quella di scappare. In un disperato tentativo di fuggire, Portnova ha afferrato una pistola che era sulla scrivania durante il suo interrogatorio e ha sparato al suo interrogatore della Gestapo, poi ha sparato ad altre due guardie naziste mentre fuggiva dal campo.

Portnova corse rapidamente nel bosco vicino alla guarnigione, ma purtroppo per la giovane combattente della resistenza arrivò la fine. I nazisti la trovarono lungo un fiume vicino e la portarono a Goryany, dove fu interrogata e brutalmente torturata. Successivamente, portarono Zinaida Portnova nella foresta, dove venne giustiziata da un colpo di pistola, a circa un mese dal suo 18esimo compleanno.

Zinaida Portnova ha contribuito così tanto durante il suo periodo come parte della resistenza sovietica che il 1 luglio 1958 Portnova è stata insignita postuma del titolo di “Eroe dell’Unione Sovietica”, rendendola la donna più giovane mai insignita del più alto onore dell’Unione Sovietica. In seguito fu insignita anche dell’Ordine di Lenin.

Decenni dopo la sua morte per mano dei nazisti, il nome dell’adolescente è ancora venerato da molti; targhe e monumenti in suo onore si possono trovare in numerose città russe, inclusa la città di Minsk, e molti dei gruppi di Giovani pionieri russi sono stati nominati in suo onore.

Alla sua morte, si unirono alla resistenza altre coraggiose donne sovietiche in seguito onorate per il loro servizio, come Mariya Oktyabrskaya, Roza Shanina e Lepa Radić.

Zinaida Portnova: The Teenage Partisan Who Became A Soviet Hero During World War II

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Repubblica Socialista Sovietica Kazaka

Fondata il 26 agosto 1920, inizialmente era chiamata RSSA Kirghiza, faceva parte della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Il quinto Congresso pan-kirghiso dei Soviet nell’aprile 1925 ribattezzò l’RSSA Kirghiza, in l’RSSA kazako (o Kazakistan).
Nel maggio 1927 la capitale della repubblica fu trasferita ad Alma-Ata.
Nell’agosto 1928, tutte le province dell’l’RSSA kazaka furono liquidate e il suo territorio fu diviso in 13 distretti.
Nel marzo 1932, il territorio della repubblica fu diviso in sei grandi regioni.
Nel dicembre 1934, una piccola area nel nord-ovest della repubblica fu trasferita nella neonata regione di Orenburg. Con l’adozione della nuova costituzione dell’URSS il 5 dicembre 1936, lo status dell’RSSA kazako fu elevato a Repubblica Socialista Sovietica Kazaka.

Confini
Nel 1932, a ovest, confinava con la regione del Basso Volga, a nord-ovest con la regione del Medio Volga, a nord con la regione degli Urali, a nord-est con la regione della Siberia occidentale, a sud con la Repubbliche Sovietiche dell’Asia centrale, nel sud-est con la Cina.

Economia e trasporti
Nel 1931 la produzione industriale rappresentava il 36,8% del prodotto lordo del paese, l’industrializzazione crebbe velocemente grazie al socialismo basti pensare che nel periodo 1927-1928 era del 18,4%.
Nel 1931 c’erano più di 40 milioni di ettari di seminativi, 10 milioni di ettari di campi da fieno, 95 milioni di ettari di pascolo e 40 milioni di ettari di pascolo.
All’inizio del primo piano quinquennale, il Kazakistan ha prodotto il 10% dei raccolti (principalmente grano) di tutta l’URSS. Nel 1932 furono collettivizzati il ​​66% delle aziende agricole e l’85,6% della superficie seminata (nel 1928 la collettivizzazione copriva il 4% delle aziende agricole), e furono organizzate circa 300 aziende demaniali, di cui la maggior parte si occupavano di allevamento di bestiame. All’inizio del 1933 furono creati 75 MTS e 160 MSS (stazioni di falciatura su binari trainati da cavalli) e 5 MSS con trattori.
La lunghezza delle ferrovie nel 1932 era di 5.474 km (3.241 nel 1927).

Sistema politico
Il Kazakistan è uno stato socialista di operai e contadini, una repubblica socialista sovietica che fa parte dell’URSS. L’attuale costituzione dell’SSR kazako è stata approvata dal 10° Congresso straordinario dei Soviet dell’RSS kazako il 26 marzo 1937. L’organo supremo del potere statale è il Soviet supremo unicamerale dell’RSS kazako, eletto per 4 anni al ritmo: 1 deputato ogni 27mila abitanti. Nel periodo tra le sessioni del Soviet Supremo, l’organo supremo del potere statale è il Presidium del Soviet Supremo della RSS kazaka. Il Consiglio Supremo forma il governo della repubblica – il Consiglio dei ministri, adotta le leggi dell’RSS kazako, ecc.
Le autorità locali nelle regioni, distretti, città sono i corrispondenti Soviet dei deputati dei lavoratori, eletti dalla popolazione per un mandato di 2 anni. Nel Consiglio delle nazionalità del Soviet supremo dell’URSS, l’RSS kazako è rappresentato da 32 deputati. Il più alto organo giudiziario del Kazakistan, la Corte Suprema della Repubblica, eletta dal suo Soviet Supremo per un periodo di 5 anni, opera in due collegi giudiziari (per le cause civili e penali) e un plenum. Viene inoltre costituito il Presidium della Corte Suprema. Il procuratore dell’RSS kazako è nominato dal procuratore generale dell’URSS per un periodo di 5 anni.

Il periodo sovietico nella storia del Kazakhstan e del popolo kazako è stata una straordinaria epoca di sviluppo industriale, agricolo e culturale. Per diversi decenni, e questo è un periodo ridottissimo sul piano storico, il nostro Paese è passato attraverso un rapido percorso da essere i confini coloniali dell’Impero russo, arretrato sotto tutti gli aspetti, alla sviluppata Repubblica Socialista Sovietica Kazaka. La nostra repubblica era terza in termini di PIL all’interno della superpotenza sovietica. Basti dire che il moderno Kazakhstan, dal punto di vista dei suo indicatori economici principali, non ha ancora raggiunto il livello della Repubblica Socialista Sovietica Kazaka del 1990, con l’eccezione del volume di esportazione di alcune materie prime. Il lascito del periodo sovietico è oggi il territorio della Repubblica, che occupa il 9° posto al mondo per estensione. Un territorio con alti livelli di cultura, scienza, salute e istruzione, agricoltura, metallurgia, petrolio, gas e industria mineraria. Tutta la moderna intelligentsia creativa, scientifica e tecnica si basa su uno strato sociale e professionale che deriva dalla potenza sovietica. La moderna indipendenza del Kazakhstan si basa sul lascito dell’era sovietica.

Alla dissoluzione dell’Urss, le élite locali sfruttarono la ricchezza di risorse naturali per avviare un processo di rapida privatizzazione. Le multinazionali straniere stabilirono così un controllo capillare sulla ricchezza del Paese

Il 25 ottobre del 1990 il Kazakistan proclamò la sua sovranità e si dichiarò indipendente dall’Unione Sovietica il 16 dicembre 1991, aderendo alla Comunità Stati Indipendenti (CSI). Il parlamento elesse lo stesso anno Nursultan Nazarbayev Presidente assoluto.

Il 2 marzo 1992 aderì all’ONU e nel maggio dello stesso anno divenne membro dell’UNESCO. Il 4 giugno 1992 adottò la nuova bandiera nazionale di colore celeste con un sole raggiante e un’aquila della steppa di colore giallo posti al centro. Fu alzata per la prima volta il 6 giugno.

Con la dissoluzione dell’Urss, le élite locali sfruttarono la ricchezza di risorse naturali per avviare un processo di rapida privatizzazione, basata su investimenti diretti esteri. Le multinazionali straniere stabilirono così un controllo capillare sulla ricchezza del Paese. Con il passare degli anni e con il progressivo accentramento del potere da parte del governo kazako, tuttavia, questa egemonia passò allo Stato, grazie a politiche governative che predilessero investimenti da parte di Russia e Cina e una gestione delle grandi imprese dell’energia fortemente statalizzata.

FORMAZIONE DELLA REPUBBLICA SOCIALISTA SOVIETICA AUTONOMA KAZAKA (KAZASSR). EDUCAZIONE DEL KAZAKO ASSR

Kazakistan – Un’intervista al dirigente comunista kazako Sultanbek Sultangaliev per comprendere meglio il contesto

IL NUOVO ANNO DEL KAZAKISTAN

KAZAKO SSR E LA STORIA DELLA SUA CREAZIONE

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Come abbiamo venduto Unione Sovietica e Cecoslovacchia per i sacchetti di plastica

Da mesi, questa era una storia che volevo condividere coi giovani lettori di Hong Kong. Ora sembra il momento appropriato in cui la battaglia ideologica tra occidente e Cina imperversa e, di cui di conseguenza Hong Kong e il mondo intero soffrono. Voglio dire che nulla di ciò è una novità, che l’occidente ha già destabilizzato così tanti Paesi e territori, fatto il lavaggio del cervello a decine di milioni di giovani. Lo so, perché in passato fui uno di loro. Se no, sarebbe impossibile capire cosa succede a Hong Kong. Sono nato a Leningrado, bellissima città dell’Unione Sovietica.

Ora si chiama San Pietroburgo e il Paese è la Russia. La mamma è per metà russa e metà cinese, artista e architetto. La mia infanzia si divise tra Leningrado e Pilsen, città industriale nota per la birra, all’estremo ovest di quella che era la Cecoslovacchia. Papà era uno scienziato nucleare.
Le due città erano diverse. Rappresentavano qualcosa di essenziale nella pianificazione comunista, un sistema che i propagandisti occidentali avevano insegnato ad odiare. Leningrado è una delle città più belle del mondo, con alcuni dei più grandi musei, teatri lirici e di balletto, spazi pubblici.

In passato, fu la capitale russa. Pilsen è minuscola, con solo 180000 abitanti. Ma quando ero bambino, contava diverse eccellenti biblioteche, cinema d’arte, un teatro d’opera e d’avanguardia, gallerie d’arte, zoo di ricerca, con cose che non potevano essere, come capì in seguito (quando era troppo tardi), trovate neanche nelle città degli Stati Uniti da un milione di abitanti. Entrambe le città, grande e piccola, avevano eccellenti mezzi pubblici, vasti parchi e foreste che arrivavano alla periferia, nonché eleganti caffè. Pilsen aveva innumerevoli strutture gratuite per tennis, calcio e persino badminton.

La vita era bella, significativa, ricca. Non ricca in termini di denaro, ma dal punto di vista culturale, intellettuale e salutare. Essere giovani fu divertente, con sapere libero e facilmente accessibile, con la cultura ad ogni angolo e sport per tutti. Il ritmo era lento: molto tempo per pensare, imparare, analizzare. Ma era anche il culmine della guerra fredda.
Eravamo giovani, ribelli e facili da manipolare. Non eravamo mai soddisfatti di ciò che ci fu dato.

Davamo tutto per scontato. Di notte, eravamo incollati alle nostre radio, ascoltando la BBC, Voice of America, Radio Free Europe e altri servizi che miravano a screditare il socialismo e tutti i Paesi che combattevano l’imperialismo occidentale. I conglomerati industriali socialisti cechi costruivano, per solidarietà, intere fabbriche, dalle acciaierie agli zuccherifici, in Asia, Medio Oriente e Africa.

Ma non vedemmo gloria in questo perché la propaganda occidentale semplicemente ridicolizzava queste imprese. I nostri cinema mostravano capolavori del cinema italiano, francese, sovietico e giapponese. Ma ci dissero di chiedere la spazzatura degli Stati Uniti. L’offerta musicale era fantastica, dal vivo alle registrazioni. Quasi tutta la musica era, in realtà, disponibile anche se con un certo ritardo, nei negozi o addirittura sul palco. Ciò che non era venduta nei nostri negozi era la spazzatura nichilista. Ma era proprio ciò che ci fu detto di desiderare.

E la desideravamo, e la ricopiammo con riverenza religiosa sui nostri registratori. Se qualcosa non era disponibile, i media occidentali gridavano che si trattava di grave violazione della libertà di parola. Sapevano e sanno ancora adesso come manipolare i cervelli dei giovani.
Ad un certo punto, divenimmo dei giovani pessimisti, criticando tutto nei nostri Paesi, senza confronti, senza nemmeno un po’ di obiettività. Suona familiare? Ci fu detto e ripetemmo: tutto in Unione Sovietica o Cecoslovacchia era male. Tutto in occidente era fantastico.

Sì, era come una religione fondamentalista o allucinazione collettiva. Quasi nessuno ne fu immune. In realtà, eravamo infetti, malati, resi degli idioti. Usavamo strutture pubbliche e socialiste, dalle biblioteche ai teatri e caffè sovvenzionati, per glorificare l’occidente e infangare le nostre nazioni. È così che fummo indottrinati, dalle stazioni radiotelevisive occidentali e dalle pubblicazioni introdotte clandestinamente. Ai tempi, i sacchetti di plastica occidentali erano diventati lo status symbol! Sapete, quelle borse che si hanno nei supermercati o grandi magazzini.

Quando ci penso dopo decenni, non ci credo: giovani istruiti che camminavano con orgoglio per le strade esibendo borse della spesa di plastica, per le quali pagavano somme considerevoli. Perché venivano dall’occidente. Perché simboleggiavano il consumismo! Perché ci fu detto che il consumismo è buono.
Ci fu detto che dovevamo desiderare la libertà. La libertà occidentale.

Ci fu chiesto di “lottare per la libertà”. In molti modi, eravamo molto più liberi che in occidente. Lo capì quando arrivai a New York per la prima volta e vidi quanto erano istruiti i ragazzi della mia età, quanto superficiale fosse la loro conoscenza del mondo. Quanta poca cultura c’era, nelle normali città del Nord America di medie dimensioni. Volevamo, chiedevamo jeans firmati. Desideravamo ardentemente etichette musicali occidentali al centro dei nostri LP. Non si trattava dell’essenza o del messaggio. Era la forma la sostanza. Il nostro cibo era più gustoso, prodotto ecologicamente. Ma volevamo packaging occidentale colorato. Chiedemmo prodotti chimici.

Eravamo sempre arrabbiati, agitati, conflittuali. Ci mettevamo contro le nostre famiglie. Eravamo giovani, ma ci sentivamo vecchi. Pubblicai il mio primo libro di poesie, poi partì, sbattei la porta alle mie spalle e andai a New York. E subito dopo capì quanto fui ingannato!
Questa è una versione molto semplificata della mia storia. Lo spazio è limitato. Ma sono contento di poterla condividere ai miei lettori di Hong Kong e, naturalmente, coi giovani lettori in Cina. Due Paesi meravigliosi che erano la mia casa furono traditi, letteralmente venduti per niente, per jeans firmati e sacchetti di plastica. Celebrando l’occidente! Mesi dopo il crollo del sistema socialista, i Paesi furono letteralmente derubati di tutto dalle aziende occidentali. Le persone persero casa e lavoro e l’internazionalismo fu scoraggiato. Le orgogliose compagnie socialiste furono privatizzate e, in molti casi, liquidate. Teatri e cinema convertiti in mercatini dell’usato. In Russia, l’aspettativa di vita scese ai livelli dell’Africa sub-sahariana. La Cecoslovacchia fu divisa.

Ora, decenni dopo, Russia e Repubblica Ceca sono di nuovo ricche. La Russia ha molti elementi del sistema socialista con pianificazione centrale. Ma mi mancano i miei due Paesi, come una volta, e tutti i sondaggi mostrano che anche alla maggior parte delle persone mancano. Mi sento anche in colpa, giorno e notte, per aver permesso a me stesso di essere indottrinato, usato e di aver tradito. Dopo aver visto il mondo, capisco che ciò che successe all’Unione Sovietica e alla Cecoslovacchia, è successo anche a molte altre parti del mondo. E proprio ora, l’occidente punta alla Cina, usando Hong Kong.

Ogni volta in Cina, ogni volta a Hong Kong, continuo a ripetere: per favore non seguite il nostro terribile esempio.

Difendete la vostra nazione! Non vendetela, metaforicamente, per degli sporchi sacchetti di plastica. Non fate qualcosa di cui vi pentirete per il resto della vita!

Chi ha scritto questa importante riflessione è il giornalista indipendente André Vltchek* ai lettori di Hong Kong China Daily il 19 giugno 2020. André è stato trovato cadavere nella sua auto, a Istanbul il 22 settembre 2020.

*Andre Vltchek è un filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. Ha coperto guerre e conflitti in dozzine di paesi. Tre dei suoi ultimi libri sono sull’ottimismo rivoluzionario, il nichilismo occidentale, un romanzo rivoluzionario “Aurora” e un’opera di saggistica politica di successo: “Exposing Lies Of The Empire”. Ha girato il film “Rwanda Gambit”, un rivoluzionario documentario su Ruanda e DRCongo e il dialogo con Noam Chomsky “On Western Terrorism”. 




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comunismo

I Dieci giorni che sconvolsero il mondo

“Max, non dire a nessuno dove mi trovo. Sto scrivendo un libro sulla Rivoluzione Russa. Ho tutti i manifesti e le carte qui in una piccola stanza e un dizionario di Russo, e sto lavorando giorno e notte. Non ho chiuso occhio per trentasei ore. Finirò il tutto in due settimane. E ho anche un nome per il libro:  “Dieci giorni che sconvolsero il mondo”. A presto, devo procurarmi del caffè. Per l’amor di Dio, non dire a nessuno dove mi trovo!”

Già dal messaggio al suo editore Max Eastman, si percepisce l’urgenza di Reed di raccontare la Storia prima che diventi tale. La stessa urgenza unita all’impegno politico che aveva connotato il suo lavoro di giornalista del magazine di ispirazione socialista The masses, e l’aveva spinto a partire alla volta della Russia nell’estate del ’17. Dopo esser stato reporter di guerra nei primi anni della Grande Guerra, e prima ancora testimone della rivoluzione messicana, Reed voleva recarsi là dove il regime zarista aveva dovuto lasciare spazio a nuove istanze democratiche. Nel suo soggiorno in Russia, riesce a conoscere i leader bolscevichi e a seguirne il percorso e la presa del potere, ad intercettare gli umori delle masse, a collezionare fonti originali e scrivere note di viaggio, materiali che però gli verranno confiscati una volta tornato a New York nell’aprile del 1918.

Ecco perché la pubblicazione arriva solamente nel marzo del ’19, mentre la Russia è alle prese con la guerra civile tra bianchi e rossi e le sorti del governo bolscevico sono ancora incerte. In qualche modo anche questo contribuisce alla fortuna del libro, che offre al resto del mondo un racconto avvincente della Rivoluzione d’Ottobre proprio quando, con la fine della grande guerra, era più pronto ad accoglierlo. Ma è solo il tempismo ad averlo reso un testo iconico della storia del ‘900?

I dieci giorni che sconvolsero il mondo” non è un romanzo storico ma un reportage scritto da chi è stato testimone e partecipe degli eventi

Nella prefazione alla prima edizione americana, così John Reed presentava “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” (Ten Days That Shook the World):

«Questo libro è un brano di storia, di storia come io l’ho vissuta. [E’]una cronaca degli avvenimenti di cui sono stato testimone, ai quali ho assistito personalmente o che conosco da fonte sicura».

 “Qualunque sia il giudizio rivolto al bolscevismo, è indubbio che la Rivoluzione russa debba essere considerata uno dei grandi avvenimenti della storia dell’umanità e che la conquista del potere da parte dei bolscevichi sia un evento d’importanza mondiale. Gli storici si sforzano di ricostruire, nei minimi particolari la storia della Comune di Parigi e allo stesso modo desiderano sapere quanto realmente accaduto a Pietrogrado nel novembre 1917: quale fosse lo stato d’animo del popolo, la fisionomia dei leader, le loro parole e i comportamenti adottati. Nello scrivere questo libro, pensavo a tutto ciò “.

La cronaca di Reed è un classico del giornalismo di guerra o d’inchiesta storica, la voce di un comunista convinto che sottolinea l’altissimo grado di passione e di entusiasmo suscitato dall’inaudita trasformazione in corso, memorabili sono i suoi ritratti di Lenin.

Proviamo ora a immaginare questa narrazione come il nucleo generativo di una polifonia di rappresentazioni che utilizzano codici linguistici differenti:

  1. il testo di John Reed, sia nella sua traduzione in italiano (in duplice formato, pdf e html), sia in versione originale, per chi volesse farsi un’idea dell’american journalism di cento anni fa, progenitore del modo di raccontare le notizie nel Novecento;

  2. il libro di John Reed letto per noi dall’attore Tommaso Ragno, tratto dal programma radiofonico Ad Alta voce di Radio Rai – ascoltare la lettura di un racconto è un’affascinante modalità di fruizione della letteratura, che appartiene alla radiofonia (oggi al podcasting)

  3. un classico del cinema mondiale, Ottobre di Sergej Ejsenstejn, prodotto per celebrare il decennale della rivoluzione. Non è facile affrontare la visione di una narrazione cinematografica di quasi cent’anni fa, ma i motivi per cui forse ne vale la pena sono tre: 

    a. storiografico il film richiama in parte la linea narrativa di Reed e ripercorre enfaticamente le giornate della rivoluzione di ottobre; 

    b. iconografico il cinema di Ejsenstejn corrisponde ad un’idea di cultura celebrativa e diretta alla creazione del consenso, tipica dei regimi totalitari, ma capace di creare opere d’arte straordinarie; 

    c. mediatico per avere un’idea da quale universo visuale si è partiti per arrivare a Tarantino, Lucas e Wes Anderson. Ottobre ovvero i 10 giorni che sconvolsero il mondo

  4. un film dal titolo omonimo, di realizzazione più recente (1982), di Sergej Bondarchuk, con gli attori italiani Franco Nero e Sydne Rome, che mette in scena proprio John Reed che progetta e realizza il proprio libro-reportage. La ricostruzione è più “realistica” – rispetto al film poetico e visionario di Ejsenstejn – e costituisce una rappresentazione alternativa dello stesso nucleo narrativo.

Estratto del capito 10 Mosca – John Reed. In questo racconto estremamente toccante il giornalista narra del corteo funebre in onore degli oltre 500 rivoluzionari uccisi nell’insurrezione di Mosca, dove l’esercito regolare non risparmiava sparatorie sulla folla di operai e contadini. Di fronte a questa scena, John Reed, comprese l’importanza dell’obiettivo finale di quel sacrificio, primo e unico al mondo:

Tardi, nella notte, percorremmo le vie deserte ed attraversando la porta d’Iberia, sboccammo sulla vasta Piazza Rossa, davanti al Kremlino. La cattedrale di San Basilio il Beato innalzava fantasticamente nella notte le spirali e le scaglie delle sue cupole dai riflessi splendenti. Nulla pareva danneggiato… Lungo la piazza si elevava la massa scura delle torri e delle mura del Kremlino. Sotto l’alta muraglia tremava un riflesso rosso di fuochi invisibili ed attraverso l’immensa piazza ci pervenivano suoni di voci e rumori di vanghe e di zappe. Attraversammo…

Una montagna di terra e di pietre si elevava ai piedi delle mura. Ci arrampicammo sulla cima e i nostri sguardi caddero allora su due enormi fosse, profonde da dieci a quindici piedi, e lunghe una cinquantina di metri, che centinaia di soldati ed operai erano occupati a scavare alla luce di grandi fuochi.

Un giovane studente ci disse in tedesco:
— È la Tomba Fraterna. Domani noi seppelliremo qui cinquecento proletari che sono morti per la rivoluzione.

Ci fece discendere nella fossa. Le zappe e le vanghe lavoravano con una fretta febbrile e la montagna di terra aumentava. Nessuno parlava. Sulle nostre teste miriadi di stelle bucavano la notte e l’antico Kremlino degli zar alzava la sua formidabile muraglia.

— In questo luogo sacro, — disse lo studente, — il più sacro di tutta la Russia, noi seppelliremo ciò che abbiamo di più sacro. Qui, dove dormono gli zar, riposerà il nostro zar, il popolo…

Portava il braccio al collo per una palla che aveva ricevuto durante la battaglia. Gli occhi fissi sulla ferita, proseguì:
— Voi ci disprezzate, voi stranieri, perché noi abbiamo tollerato una monarchia medioevale per tanto tempo. Ma abbiamo visto bene che lo zar non era il solo tiranno al mondo, che il capitalismo era peggio e che, in tutti i paesi del globo, il capitalismo era l’imperatore… La tattica della rivoluzione russa ha aperto la vera strada…

Mentre noi partivamo, i lavoratori, spossati e grondanti di sudore, malgrado il freddo, cominciavano ad uscire faticosamente dalle fosse. Un’altra squadra arrivava attraverso la piazza. Senza una parola, discese a sua volta e gli attrezzi ricominciarono a scavare… Cosi, tutta la notte, i volontari del popolo si dettero il cambio, senza sosta, e quando la fredda luce dell’alba cominciò a diffondersi sulla grande piazza bianca di neve, le fosse spalancate e nere della Tomba Fraterna erano finite.

Ci alzammo prima del sole e per le strade ancora scure, ci recammo sulla piazza Skobelev. Non si vedeva un’anima viva nell’immensa città, ma si percepiva un vago rumore di agitazione, ora lontano, ora più vicino, come il rumore del vento che si leva. Davanti al quartier generale del Soviet, nella pallida luce del mattino, era riunito un piccolo gruppo di uomini e di donne che portavano un fascio di vessilli rossi dalle lettere d’oro. Era il Comitato centrale rivoluzionario del Soviet di Mosca.

Si fece giorno. Il rumore debole aumentò, si gonfiò in una nota bassa continua e potente. La città si svegliava.
Discendemmo la Tverscaia, bandiere al vento. Le piccole cappelle, sulla nostra strada, erano chiuse e scure. Tra le altre quella della Vergine di Iberia che ogni nuovo zar andava a visitare prima della incoronazione; notte e giorno aperta e piena di gente, essa era sempre illuminata dai ceri dei fedeli, che facevano scintillare l’oro, l’argento e le pietre preziose delle immagini.

Era, si diceva, la prima volta, dopo Napoleone, che i ceri erano spenti. La Santa Chiesa Ortodossa aveva distolto lo sguardo da Mosca, il nido delle vipere sacrileghe che avevano bombardato il Kremlino. Oscure, silenziose e fredde erano le chiese, scomparsi i preti. Nessun pope per i funerali rossi, nessun sacramento per i morti. Non vi sarebbe stata alcuna preghiera sulla tomba dei bestemmiatori. Tikon, il metropolita di Mosca, avrebbe ben presto scomunicato i Soviet…

I negozi erano chiusi e le classi possidenti restavano nelle case, ma per altri motivi. Quel giorno era la giornata del popolo, e il rumore della sua venuta, era simile al boato della marea che sale…

Già, sotto la porta di Iberia, un fiume umano scorreva e l’immensa Piazza Rossa si copriva di migliaia di punti neri. All’altezza della cappella di Iberia, dove prima nessuno mancava di farsi il segno della croce, constatai che la folla non sembrava neppure notarla.

Torrenti di popolo trasportavano per tutte le strade, verso la Piazza Rossa, migliaia e migliaia di esseri, segnati dalla miseria e dalla fatica. Una banda militare arrivò suonando l’Internazionale, e spontaneamente il canto si estese nella folla, propagandosi come le onde sull’acqua, maestoso e solenne. Dalla muraglia del Kremlino pendevano fino al suolo gigantesche bandiere rosse, con grandi scritte bianche e dorate: «Ai primi Martiri della Rivoluzione sociale universale» e «Viva la fratellanza dei lavoratori del mondo».

Un vento freddo spazzava la piazza e sollevava le bandiere.

Dai quartieri più lontani giungevano ora gli operai delle officine con i loro morti. Li vedevamo passare sotto la porta, con gli stendardi rossi e le bare più scure, color del sangue. Le casse di legno, ruvide, non piallate, tinte di rosso, posavano sulle spalle di uomini laceri, sul cui viso scorrevano le lagrime. Dietro venivano le donne che singhiozzavano e gemevano, oppure marciavano rigide, pallide come morte. Alcuni feretri erano aperti e il coperchio veniva portato dietro. Altri erano ricoperti di tessuto ricamato d’oro e d’argento, oppure era stato inchiodato sulla cassa un berretto da soldato. Vi erano molte orribili corone di fiori artificiali.
Il corteo avanzava lentamente verso di noi attraverso la folla che si apriva e si chiudeva subito dopo. Sotto la porta sfilava ora un’onda interminabile di bandiere di tutte le gradazioni del rosso con scritte in lettere d’argento o di oro e con nodi di crespo all’asta; vi era anche qualche bandiera anarchica, nera con lettere bianche. La musica suonava la marcia funebre rivoluzionaria e nel coro immenso della enorme massa, a testa scoperta, si distinguevano le voci rauche e rotte dai singhiozzi dei portatori…

Mescolate agli operai delle officine, marciavano compagnie di soldati, con i loro feretri, poi venivano squadroni di cavalleria al passo di parata e batterie di artiglieria con i pezzi velati di rosso e di nero, per l’eternità, sembrava.
Sulle loro bandiere si leggeva: «Viva la III Internazionale!» oppure: «Noi vogliamo una pace onesta, generale,democratica!».


I portatori arrivarono infine presso la tomba e scalando con le bare i mucchi di terra discesero nelle fosse; vi erano tra di loro molte donne, di quelle donne del popolo, tarchiate e robuste. Dopo i morti venivano altre donne, donne giovani e affrante e vecchie donne rugose, che gettavano grida da animali feriti, che volevano seguire nella tomba i figli o i mariti e che si dibattevano tra mani caritatevoli, che le trattenevano. È il modo di amarsi dei poveri.


Tutta la giornata, arrivando dalla porta di Iberia, e lasciando la piazza della Nikolskaia, il corteo funebre sfilò, fiume di bandiere rosse, con scritte di speranza e di fraternità e profezie audaci, attraverso una folla di cinquantamila persone, sotto gli sguardi degli operai del mondo intero e di tutta la posterità…
Uno ad uno i cinquecento feretri furono adagiati nelle fosse. Cadde il crepuscolo e le bandiere sventolavano sempre al vento, la musica continuava a suonare la marcia funebre e la massa enorme ricantava i suoi canti. Le corone furono appese ai rami lunghi degli alberi, come strani fiori multicolori. Duecento uomini afferrarono le pale e si udì confondersi ai canti il rumore sordo della terra sulle bare…

Delle luci apparvero. Passavano le ultime bandiere e le ultime donne singhiozzanti, che gettavano indietro un ultimo sguardo di una intensità spaventosa. Lentamente, l’ondata proletaria si ritirò dalla vasta piazza.


Compresi di colpo che il religioso popolo russo non aveva più bisogno di preti che gli aprissero la strada al cielo. Esso cominciava ad edificare sulla terra un regno più splendido di quello dei cieli e glorioso era morire per quel regno.

John Reed, l’eccezionale giornalista della Rivoluzione russa

I libri che scrivono la storia il caso: Dieci giorni che sconvolsero il mondo

Dieci giorni che sconvolsero il mondo – scheda di lavoro

Rivoluzione Russa, le parole di John Reed

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antimperialismo, comunismo, stalin

Il piano impensabile

Nel precedente articolo abbiamo mostrato come Inghilterra, Franca e Polonia il 15 agosto 1939, una settimana prima della firma del Patto Molotov-Ribbentrop , rifiutarono l’invio di 1 milione di soldati sovietici contro la Germania nazista, le forze imperialiste fino all’ultimo sperarono che la furia nazista si scatenasse contro l’Unione Sovietica. Con la sconfitta del nazismo, costato 23 milioni di vittime sovietiche, non terminò l’odio di queste forze contro l’Unione Sovietica e in questo contesto nel 1945 con il Piano Impensabile si sfiorò la Terza Guerra Mondiale.

In premessa, un paio di osservazioni. Igor Šiškin, storico, vice direttore dell’Istituto per i paesi della CSI, da tempo parla delle crisi e dei conflitti mondiali dei decenni passati, come risultato della politica britannica. Anche analizzando i presupposti della Seconda guerra mondiale, Šiškin mostra come gli anglosassoni avessero preparato i tedeschi alla marcia verso oriente, come intendessero utilizzare la Germania nazista per risolvere la questione che, dal 1917, terrorizzava il mondo liberale: l’esistenza dello Stato sovietico. Con questo intervento, egli inquadra anche il piano “Unthinkable” [Impensabile] in tale costante britannica.

Come scriveva anni fa un altro storico russo, Jaroslav Butakov, il piano Impensabile fissava l’attacco “alleato” all’URSS per il 1 luglio 1945 e prevedeva di liberare Polonia e DDR con forze USA, britanniche, polacche e tedesche. Il totale delle forze alleate in Europa era di 64 divisioni americane, 35 britanniche, 4 polacche e 10 tedesche; ma, di fatto, gli alleati potevano mobilitare al massimo 103 divisioni, di cui 23 corazzate, contro 264 divisioni sovietiche, di cui 36 corazzate.

L’operazione “Impensabile”, messa a punto su ordine di Churchill, prevedeva un attacco di sorpresa delle forze anglo-americane, con la partecipazione anche di divisioni tedesche arresesi sul fronte occidentale, ma non disarmate. La consolidata percezione di tale operazione è appunto di qualcosa di “impensabile”.
Il punto di vista standard è stato espresso con molta precisione dallo storico americano Michael Peck, su The National Interest: “Si sarebbe potuto escogitare un obiettivo più inaudito in quel momento: far scatenare alla Gran Bretagna, esausta e straziata da due guerre mondiali, una guerra preventiva per sconfiggere il colosso sovietico? Quel piano era stato messo a punto, o scambiando un desiderio per realtà, o per pura disperazione.
L’operazione “Impensabile” era davvero impensabile. Ci sono tuttavia tutti i motivi per sostenere che, in questa faccenda, di strano ci fosse solo il nome: “Impensabile”. Il tentativo di Churchill di provocare una guerra sovietico-americana immediatamente dopo la vittoria sulla Germania era tutt’altro che “inconcepibile”, e il mondo, nel maggio-giugno 1945, venne davvero a trovarsi a un passo dalla Terza Guerra Mondiale

Essa non scoppiò non perché fosse “impensabile”, ma perché il Cremlino si fece trovar pronto a un tale sviluppo degli eventi. Citerò tre esempi, che confermano come non ci fosse nulla di “inconcepibile” in quella iniziativa di Churchill. L’idea di utilizzare le truppe della Germania sconfitta contro la Russia, non era un “know-how” del 1945. Churchill aveva tentato di realizzare quella stessa idea subito dopo la fine della Prima guerra mondiale:

Sottomettere al proprio potere l’ex Impero russo non è solo una questione di spedizioni militari, ma è una questione di POLITICA mondiale, noi possiamo conquistare la Russia solo con l’aiuto della Germania.

Winston Churchill

Secondo esempio. Alla fine della conferenza di Teheran, due anni prima di “Impensabile”, quando l’Impero britannico stava velocemente perdendo influenza e l’ordine mondiale post-bellico stava per esser determinato da due centri di forza – USA e URSS – Churchill aveva dichiarato che, dopo la guerra con la Germania, “può svilupparsi un’altra guerra ancor più sanguinosa”.

Terzo esempio. Il Primo ministro britannico, Lloyd George, avendo avuto notizia della rivoluzione di febbraio [nel 1917] e della caduta dell’Impero russo (in quel momento, alleato della Gran Bretagna nell’Intesa) aveva esclamato esultante: “Uno dei principali obiettivi della guerra è stato raggiunto!”.

Per un adeguato intendimento dell’operazione “Impensabile”, è necessario tener conto di alcuni fattori.
1. La Seconda guerra mondiale non era stata una guerra di tutta l’umanità progressista contro la “peste bruna”, il che avrebbe reso automaticamente inconcepibile l’unione con le forze del male contro un proprio alleato del campo delle forze del bene. Essa, così come la Prima, era stata generata dalla lotta delle grandi potenze occidentali per l’egemonia, per il potere, la finanza, le risorse. L’unica differenza della Seconda guerra consisteva nel fatto che, per tutti i suoi organizzatori (Inghilterra, USA, Germania) uno degli obiettivi era la distruzione dell’URSS.

2. Il piano per l’operazione “Impensabile” venne compilato su ordine diretto del Primo ministro dell’Impero britannico; dunque, deve esser valutato esclusivamente nel sistema di coordinate geopolitico.

3. Churchill era uno dei politici più in vista della Gran Bretagna e non una fanciulla esaltata, portata a comporre progetti inconcepibili. Il suo obiettivo principale, nel corso di tutta la guerra, era stato la salvezza dell’Impero britannico

4. Fino alla metà del secolo scorso, l’Inghilterra non era un’isoletta accogliente e ben curata, su cui aspirano a vivere i nuovi ricchi di ogni angolo della Terra. Secondo i risultati della Prima guerra mondiale, 1/5 di ogni kmq della terra era controllato dalla “dominatrice dei mari” e ¼ degli abitanti del pianeta le pagava tributi.

5.Il principio fondamentale della politica estera britannica, immutato nei secoli: “L’Inghilterra non ha né alleati eterni, né nemici permanenti; eterni e permanenti sono solo i propri interessi”. partire dal XVI secolo, si sviluppò il “marchio di fabbrica” inglese: combattere con mani altrui, facendo scontrare i nemici l’uno con l’altro.
A chi, nei secoli, non è toccato di dover svolgere la funzione di “spada britannica nel continente”? La vittoria nelle guerre napoleoniche, raggiunta principalmente con sangue altrui, soprattutto russo, aveva reso l’Inghilterra indiscussa egemone europea… [ma] sulla strada degli eterni e permanenti interessi britannici venne a trovarsi l’Impero russo…Gli eterni interessi britannici.

La Prima guerra mondiale, provocata dall’Impero britannico, sembrava aver rimosso tutti gli ostacoli alla realizzazione dei suoi interessi eterni e permanenti. L’Impero tedesco era sconfitto, gli Imperi austro-ungarico e ottomano distrutti, la Francia esangue, caos e guerra civile nell’ex Impero russo. Tuttavia, Londra dovette nuovamente scoprire che non esiste “bene” senza “male”. La Prima guerra mondiale aveva portato nella lotta per l’egemonia un nuovo predatore: gli Stati Uniti d’America. Per di più, questo giovane predatore era riuscito ad arricchirsi favolosamente con la guerra e diventare l’economia leader del mondo.
Per la prima volta da vari secoli, non furono gli inglesi a trarre profitto dalla carneficina da loro organizzata, ma qualcun altro. Come non bastasse, l’Impero russo si trasformò nella Russia Sovietica e divenne, da ostacolo sulla via del dominio mondiale, un’aperta minaccia all’esistenza stessa dell’Impero britannico.
Lo slogan dei conservatori inglesi – “Affinché viva la Gran Bretagna, il bolscevismo deve scomparire”, non era paranoia, era realismo. Ma, né la geografia, né i mezzi bellici dell’epoca, consentivano di provocare, secondo uno sperimentato algoritmo, due dei suoi nuovi nemici mortali, Unione Sovietica e America, a farsi guerra a vicenda (come le era riuscito con Impero russo e Secondo Reich). E, d’altronde, l’Impero britannico non era nemmeno in grado di distruggerli da solo.
La risposta britannica alla nuova sfida fu la rianimazione artificiale della Germania sconfitta, la politica di “appeasement”, volta a organizzare una nuova grande guerra in Europa. L’Unione Sovietica e il Terzo Reich dovevano frantumare l’un l’altra le proprie forze e la Francia adempiere alla funzione di “spada britannica sul continente”, che trafigge il vincitore, esausto, della guerra sovietico-tedesca. La Gran Bretagna, avrebbe così ottenuto gli allori di salvatrice della civiltà dal bolscevismo, messo sotto controllo il potenziale industriale europeo e le risorse russe. Le pretese americane all’egemonia venivano “annullate”. Un’avventura? Indubbiamente. Ma era l’unica chance di salvezza dell’Impero britannico.

Con il Patto Molotov-Ribbentrop, Stalin aveva però fatto deragliare lo scenario inglese della Seconda guerra mondiale. Di fatto, era la condanna a morte dell’Impero britannico. Dopo la sconfitta della Francia, rimanevano a Londra solo due opzioni, nessuna delle quali poteva salvare l’Impero. Nella prima, allearsi alla Germania, prima contro l’URSS, e poi contro l’America e, in caso di vittoria, venir divorata dai tedeschi come dessert. Nella seconda opzione, allearsi a URSS e USA contro la Germania e, dopo la vittoria, essere ugualmente divorata per dessert dall’America. Tra le élite britanniche, aveva avuto la meglio la seconda variante di realizzazione degli eterni e permanenti interessi inglesi .Quanto aspra sia stata la disputa “dei bulldog sotto il tappeto” lo testimonia il “caso Hess”. Il motivo della scelta della seconda variante non era ovviamente l’odio per il nazismo. Il motivo era dato dalla possibilità, per quanto infinitamente piccola, per l’Impero britannico di sopravvivere, o almeno di esser liquidato con perdite minime per la metropoli. Più precisamente, esistevano due micro-chance.

Prima micro-chance: nella guerra, l’URSS si dissangua e consegue una vittoria di Pirro; l’America, impegnata nella guerra col Giappone, è costretta a lasciare l’Europa, proprio come accaduto dopo la vittoria sul Secondo Reich: l’Impero britannico non è ovviamente il trionfatore, ma nemmeno il dessert per gli yankee.

Seconda micro-chance: la guerra congiunta contro Hitler, significa lo sbarco degli americani in Europa e questo apre la possibilità per Londra di provocare uno scontro USA-URSS. Con tale scenario, di nuovo, gli yankee avranno altro cui pensare che non al dessert. In sostanza, per Churchill, tutta la Seconda guerra mondiale non è che una lotta disperata per realizzare una di queste due micro-chance, una lotta per “non presiedere alla liquidazione dell’Impero britannico”. Una lotta in cui egli passò di sconfitta in sconfitta.

La vittoria dell’Esercito Rosso nella battaglia di Kursk e la conferenza di Teheran mostrarono inequivocabilmente che non c’era possibilità alcuna di realizzare la prima micro-chance; che l’URSS, nonostante perdite colossali, sarebbe uscita dalla guerra al picco della propria potenza. La conferenza di Jalta aveva messo una pesante croce anche sulla seconda micro-chance. Stalin e Roosevelt avevano trovato un linguaggio comune a spese degli interessi dell’Impero britannico. In cambio del riconoscimento del controllo americano sull’Europa occidentale e dell’impegno a entrare in guerra contro il Giappone, gli USA riconoscevano l’Europa orientale sfera di influenza dell’URSS. Ciò non eliminava affatto l’acutezza delle contraddizioni tra Mosca e Washington.

E, però, l’esistenza dell’impero britannico era chiaramente esclusa dai piani di Stalin e Roosevelt. Sicuramente non si sarebbero combattuti per far piacere a Londra. L’improvvisa scomparsa di Roosevelt aprì per breve tempo uno “spiraglio di opportunità” per Churchill. Molto si è scritto, che Hitler prese la morte del Presidente americano come un miracolo che avrebbe potuto salvare il Terzo Reich. Si può presumere che la reazione di Churchill poco differisse da quella di Hitler. E se Hitler poteva solo sperare nello scoppio di una guerra sovietico-americana, Churchill ebbe l’improvvisa opportunità di provocarla, contando sull’inesperienza di Truman e sull’atteggiamento antisovietico e russofobo dei militari americani, quali il generale Patton.

Il suo obiettivo non era una rapida disfatta dell’URSS, ovviamente impossibile, ma una guerra di reciproco sterminio e sfinimento tra USA e URSS. Perché, anche dopo la morte di Roosevelt, Churchill non riuscì a sfruttare questa micro-chance di salvare l’Impero britannico? La risposta è ovvia: Stalin non lo consentì. In quasi tutte le decisioni chiave della Stavka negli ultimi mesi di guerra, c’è la comprensione della minaccia di una nuova guerra con gli alleati della coalizione anti-hitleriana. Lo storico Aleksej Isaev ha definito la presa di Berlino come la “bomba atomica sovietica”. Quell’operazione fu una dimostrazione di potenza dell’URSS, così come i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki furono una dimostrazione di potenza USA. Essa mostrò l’assoluta superiorità dell’esercito sovietico, la sua incredibile potenza e arte militare.
Quando, alla vigilia del giorno X del piano “Impensabile”, il maresciallo Žukov riposizionò improvvisamente le truppe sovietiche in Europa, e in tal modo fece capire agli Alleati che non ci sarebbe stata alcuna sorpresa e che, di conseguenza, solo pochi fortunati sarebbero stati in grado di riattraversare La Manica, la provocazione di Churchill fallì definitivamente.

La Terza guerra mondiale nel 1945 non iniziò. Ma non grazie a Churchill. In conclusione, va notato che Churchill ha continuato a lottare per gli eterni e permanenti interessi britannici anche dopo il fallimento dell’operazione “Impensabile”. Il famoso discorso di Fulton, che segnò l’inizio della guerra fredda, è spesso interpretato solo come l’esecuzione di un ordine americano da parte di Churchill. Ma questo è un approccio molto semplicistico. Churchill conduceva il proprio gioco, diretto sia contro l’URSS che contro gli USA.

Fonte
Come Stalin impedì a Churchill di provocare una guerra sovietico-statunitense

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