Stalin voleva inviare 1 milione di soldati contro i nazisti, ma Inghilterra e Francia si opposero

Stalin era pronto ad inviare più di un milione di truppe sovietiche al confine tedesco per scoraggiare l’aggressione di Hitler poco prima della seconda guerra mondiale.

L’Unione Sovietica propose di inviare una potente forza militare nel tentativo di attirare Gran Bretagna e Francia in un’alleanza anti-nazista.

Un tale accordo avrebbe potuto cambiare il corso della storia del XX secolo, impedendo il famoso patto Molotov-Ribbentrop.

L’offerta di una forza militare per aiutare a contenere Hitler fu fatta da un’alta delegazione militare sovietica in una riunione del Cremlino con alti ufficiali britannici e francesi, due settimane prima dello scoppio della guerra nel 1939.

Ma la parte britannica e quella francese – istruite dai loro governi a parlare, ma non autorizzate a impegnarsi in accordi vincolanti – non hanno risposto all’offerta sovietica, fatta il 15 agosto 1939.

Il 23 agosto, appena una settimana prima che la Germania nazista attaccasse la Polonia, arrivò il patto Molotov-Ribbentrop, che prende il nome dai ministri degli esteri dei due paesi, scatenando così lo scoppio della guerra. Ma non sarebbe mai successo se l’offerta di Stalin di un’alleanza occidentale fosse stata accettata

L’offerta sovietica – fatta dal ministro della guerra Marshall Klementi Voroshilov e dal capo di stato maggiore dell’Armata Rossa Boris Shaposhnikov – avrebbe potuto impiegare 120 divisioni di fanteria (ciascuna con circa 19.000 truppe), 16 divisioni di cavalleria, 5.000 pezzi di artiglieria pesante, 9.500 carri armati e oltre a 5.500 aerei da combattimento e bombardieri ai confini della Germania in caso di guerra a ovest

Ma l’ammiraglio Sir Reginald Drax, che guidava la delegazione britannica, disse ai suoi omologhi sovietici di essere autorizzato solo a parlare, non a fare accordi.

Se gli inglesi, i francesi e la Polonia, loro alleata europea, avessero preso sul serio questa offerta, l’alleanza avrebbe contato su circa 300 o più divisioni su due fronti contro la Germania, il doppio del numero che Hitler aveva all’epoca

Simon Sebag Montefiore, autore di best seller di Young Stalin and Stalin: The Court of The Red Tsar, sostiene che è evidente che c’erano dettagli nei documenti declassificati che non erano noti agli storici occidentali.

“Il dettaglio dell’offerta di Stalin sottolinea ciò che si conosceva; ovvero che i britannici e i francesi hanno perso una colossale opportunità nel 1939 per prevenire l’aggressione tedesca che originò la Seconda Guerra Mondiale. Ciò mostra che Stalin fu più determinato di quanto non credessimo nell’offrire questa alleanza“.

La Polonia, il cui territorio il vasto esercito russo avrebbe dovuto attraversare per affrontare la Germania, era fermamente contraria a tale alleanza. La Gran Bretagna dubitava dell’efficacia di qualsiasi forza sovietica perché solo l’anno precedente Stalin aveva epurato migliaia di alti comandanti dell’Armata Rossa.

Era chiaro che l’Unione Sovietica era da sola e doveva rivolgersi alla Germania e firmare un patto di non aggressione per guadagnare un po’ di tempo per prepararsi al conflitto che stava chiaramente arrivando.

Un disperato tentativo dei francesi il 21 agosto di rilanciare i colloqui è stato respinto, poiché i colloqui segreti sovietico-nazisti erano già a buon punto.

Fu solo due anni dopo, in seguito all’attacco Blitzkreig di Hitler alla Russia nel giugno 1941, che l’alleanza con l’Occidente che Stalin aveva cercato finalmente si realizzò – nel frattempo Francia, Polonia e gran parte del resto dell’Europa erano già sotto occupazione tedesca.

Stalin ‘planned to send a million troops to stop Hitler if Britain and France agreed pact’

L’epurazione dell’Armata Rossa

L’11 giugno 1937, un tribunale militare sovietico condannò all’esecuzione un gruppo di alcuni degli ufficiali più anziani dell’Armata Rossa. Accusato di lavorare per la Germania nazista e di coordinare un cosiddetto “complotto militare-fascista”, il gruppo fu accusato di sabotaggio, spionaggio e pianificazione per rovesciare il governo.

Le condanne – eseguite poche ore dopo – hanno segnato il punto in cui l’epurazione militare di Stalin è esplosa e ha scatenato a dir poco uno scandalo internazionale.
Iosif Stalin stava decapitando i suoi militari proprio nel momento in cui l’Europa si preparava alla guerra totale. Il maresciallo Mikhail Tukhachevskii, il pensatore e stratega più creativo dell’Armata Rossa, fu la vittima più importante dell’epurazione militare nel 1937, ma la rete fu lanciata molto più ampia. Nei due anni successivi più di 30.000 capi dell’esercito furono dimessi dai ranghi; migliaia sono stati arrestati e le esecuzioni sono state diffuse.
La violenza iniziò a diminuire alla fine del 1938 e le reintegrazioni nei ranghi divennero più comuni nel 1939, ma l’epurazione militare rimase un attacco altamente destabilizzante e dannoso contro l’Armata Rossa.

Tuttavia, il motivo per cui Stalin si è scagliato contro il suo esercito nello stesso momento in cui l’Unione Sovietica si stava preparando per la guerra, poiché la spesa militare stava aumentando a un ritmo vertiginoso, è stato a lungo senza una spiegazione adeguata. L’argomento più comune indica il desiderio di Stalin per il potere totale. In breve, ufficiali ambiziosi e popolari come Tukhachevskii dovevano essere uccisi perché Stalin potesse stare tranquillo sulla sicurezza della sua dittatura. Ma questo non spiega perché l’epurazione militare si sia diffusa così rapidamente oltre Tukhachevskii e il gruppo di ufficiali sotto processo a giugno.

Perché decine di migliaia di capi dell’esercito furono successivamente trascinati in un’epurazione di massa? Se Stalin era principalmente preoccupato di preservare la sua posizione di dittatore, distruggere l’Armata Rossa in modo così drammatico (e in definitiva incontrollabile) era un modo molto rischioso per consolidare il potere, specialmente quando la guerra mondiale era all’orizzonte. Lanciare l’epurazione militare era un grosso rischio e metteva in pericolo la sicurezza dell’Unione Sovietica. Semmai, l’epurazione mise in pericolo la stessa posizione di Stalin.

Lanciare l’epurazione militare era un grosso rischio e metteva in pericolo la sicurezza dell’Unione Sovietica. Semmai, l’epurazione mise in pericolo la stessa posizione di Stalin.

Una seconda – e correlata – spiegazione per l’epurazione militare punta alla paranoia di Stalin: Stalin vedeva “nemici” ovunque e l’Armata Rossa non faceva eccezione. In questo modo, l’epurazione militare non fu una rimozione mirata di potenziali sfidanti al potere di Stalin, ma piuttosto una manifestazione della visione del mondo del dittatore e della sua tendenza a scagliarsi contro “nemici” immaginari. Tuttavia, è impossibile sapere se Stalin soffrisse veramente di paranoia, e anche così, questa è una spiegazione troppo generale per la violenza politica stalinista. Lascia senza risposta il motivo per cui il Stalin ha dispiegato la violenza quando lo ha fatto; perché questa violenza ha assunto forme diverse (arresti mirati o punizioni collettive); non dice nulla sulle migliaia di altri autori, collaboratori e altri partecipanti riluttanti che lavorano per governo.

E anche se accettiamo che Stalin fosse paranoico – o per lo meno altamente sospettoso – dobbiamo capire da dove provenissero specificamente i suoi sospetti sull’Armata Rossa. Come e perché Stalin arrivò a credere che i pericolosi “nemici” fossero al centro dell’establishment dell’Armata Rossa nel 1937? La chiave per comprendere l’epurazione militare è guardare indietro alla più lunga storia delle relazioni civili-militari dalla formazione stessa dello stato sovietico. È importante sottolineare che, fin dai primi giorni della rivoluzione russa del 1917, l’Armata Rossa è stata continuamente oggetto di profonde ansie di sicurezza e si credeva fosse sotto una minaccia quasi costante di sovversione.

Le minacce percepite più gravi per l’Armata Rossa identificate dai bolscevichi prima dell’epurazione militare includono:

– Ex ufficiali imperiali dell’esercito zarista sciolto.
Tali ufficiali si arruolarono nell’Armata Rossa durante la Guerra Civile Russa e negli anni ’20 e portarono con sé una preziosa esperienza. Tuttavia, erano visti come il nemico interno.

– Gli ex ufficiali bianchi che avevano combattuto contro i bolscevichi durante la guerra civile si arruolarono allo stesso modo nell’Armata Rossa e furono guardati con ancora più sospetto.

– Gli “agenti stranieri” furono una costante ansia di sicurezza per i bolscevichi negli anni ’20 e ’30. Che fossero britannici, polacchi, giapponesi o tedeschi, i bolscevichi vedevano il loro esercito come un obiettivo primario per i governi stranieri ostili.

– La piattaforma di opposizione di Leon Trotsky fu rapidamente identificata come una pericolosa minaccia interna alla stabilità dell’Armata Rossa a metà degli anni ’20 e oltre.

– I soldati contadini formavano il grosso dell’Armata Rossa, ma la loro affidabilità era sempre in dubbio. Durante la campagna di collettivizzazione tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30, la lealtà dei soldati contadini vacillò seriamente mentre il regime espropriava le famiglie contadine dei loro averi e costringeva i contadini a formare unità collettive.

La “Rivoluzione dall’alto” di Stalin ha messo in risalto la fragilità dell’Armata Rossa. Voci di tradimento e cospirazione circondarono costantemente l’alto comando sovietico, dentro e fuori l’Unione Sovietica per tutto il periodo tra le due guerre. Tukhachevskii, in particolare, veniva regolarmente rappresentato come un potenziale “Bonaparte sovietico” e sfidante di Stalin. Queste voci non si sono mai dissipate. In tutto, nel periodo di vent’anni prima dell’epurazione militare del 1937, non c’è mai stato un momento in cui i bolscevichi credessero che il loro esercito fosse affidabile o sicuro. Quando scoppiò il Grande Terrore nel 1936, la crescente ondata di violenza politica e le intense pressioni esercitate sullo stato e sulla società portarono al culmine le ansie di sicurezza di vecchia data che circondavano l’Armata Rossa. Il “complotto militare-fascista” sembrava del tutto credibile nel 1937.

L’epurazione militare fu il risultato di ansie di sicurezza di vecchia data per l’Armata Rossa che risalgono al 1917; quando questi si intrecciarono con l’esplosione della violenza politica durante il Grande Terrore, l’alto comando sovietico fu lasciato fatalmente esposto.

Le cifre sulle purghe nell’Armata Rossa

Recenti studi accademici-archivistici smontano in maniera strettamente documentaria l’accusa anti-comunista secondo cui durante le Grandi Purghe nell’Armata Rossa restarono vivi solo cinque Ufficiali. Questi studi archivistici dimostrano:

– Il numero di persone a capo dell’Armata Rossa (gli Ufficiali e i Commissari Politici), sono stati 144.300 nell’anno 1937, raggiungendo la cifra di 282.300 nell’anno 1939.– Che durante le Grandi Purghe del biennio 1937-1938, 34.300 (numero totale) di Ufficiali e Commissari Politici erano stati espulsi per motivi politici e nel mese di Maggio del 1940, 11.596 sono stati riabilitati e restituiti ai loro posti.– Che durante le Grandi Purghe del 1937-1938, 22.705 Ufficiali e Commissari Politici sono stati arrestati (13.000 Ufficiali, 4.700 Ufficiali della Armata Rossa e 5000 Commissari Politici): ossia il 7,7 % di tutti gli Ufficiali e Commissari Politici, non il 50 % come sostenuto nell’attuale storiografia dominante e di questi 7,7 % , alcuni sono stati condannati come traditori, ma la stragrande maggioranza (il 65 %), come mostrato negli studi sull’argomento, sono tornati alla vita civile svolgendo anche un ruolo di primo piano nella epica battaglia di Stalingrado.

– La purga investì l’esercito, ma non nella misura indicata nell’attuale storiografia dominante: dei 144.300 Ufficiali e Commissari dell’Armata Rossa, 34.300 furono espulsi per ragioni politiche: di questi 11.586 il 20 Maggio 1940 furono reintegrati nel posto e nel grado.

– I repressi della purga nell’esercito furono pertanto 22.705, cioè il 7,7 % del totale.

– Durante le Grandi Purghe nell’Armata Rossa il numero di quadri epurati decresce in maniera verticale man mano che si discendono i gradi gerarchici (ridotti a 50), ossia man mano che si procede dal grado di Generale (ridotti a 30) a quello di Capitano (elevati a 200), per annullarsi al livello dei Tenenti (elevati a 350).

– La Grande Purga nell’Armata Rossa consente di far venire avanti tutta la nuova leva di 3000 Ufficiali, formatisi a partire dal 5 Maggio 1922 e provenienti dalle fila operaie e contadine.

– L’origine e l’appartenenza di classe erano requisiti indispensabili per accedere all’Accademia Militare e ricoprire i gradi nell’Armata Rossa nell’epoca socialista di Stalin.

Un’altra bugia su Stalin è che lui avrebbe fatto arrestare e fucilare oltre 40.000 militari esperti, il cui il risultato fu che l’Armata Rossa rimase senza il Comando di Combattimento, e perciò gli hitleriani recarono così grande danno all’Armata Rossa
Quando si è cominciato a studiare per verificare questo fatto, risultò che questi militari furono messi in congedo. E’ vero che prima dell’inizio della guerra quasi 40.000 dei Comandanti sono stati congedati per svariati motivi. Ma congedare non significa fucilare.

Fonti:

Stephen Lee, European Dictatorships 1918-1945, pagina 56

Peter Whitewood, The Red Army and the Great Terror

Ripensare la purga dell’Armata Rossa di Stalin, 1937-1938

Le cifre sulle purghe nell’Armata Rossa: ridimensionate pesantemente

Lo Zio di Christian De Sica

Christian De Sica: Io ho un parente assassino, si chiamava Ramon Mercader. Mia madre si chiama Maria Mercader è catalana. A Ramon Mercader, Stalin gli disse vai a Città del Messico e ammazza Trotsky, queato è partito con un piccone e gli l’ha dato in testa. L’assassino di Trotsky era mio zio!

Ramón Mercader , nome completo Jaime Ramón Mercader del Río Hernández (Barcellona, 7 febbraio 1914 – L’Avana, 18 ottobre 1978) è stato un agente segreto spagnolo operante nel NKVD durante il governo di Josif Stalin nell’URSS.

Ramon Mercader, l’uomo che uccise Lev Trotsky spaccandogli il cranio con una picconata il 20 agosto 1940. Il  pretesto per la consultazione di un documento porta Mercader a casa Trotsky, nel suo ufficio. Fuori ci sono le due guardie del corpo, sicure dell’innocenza dell’ospite. Sguardi brevi e testa bassa. Dopo qualche chiacchiera i due si mettono a scrutare il documento, e mentre Trotky sembra sempre più assorto dalla lettura, Ramon sta già tastando con una mano il rompighiaccio dietro di loro. Un respiro e via, colpo alla nuca e grida profonde. La ferita alla testa non è immediatamente mortale ma permette al sangue un tarantiniano zampillare su tutta la scrivania. Ramon fa per andare verso la finestra mentre le guardie entrano e lo afferrano: Trotsky morirà qualche ora dopo in ospedale per insufficienza di sangue.

Conosciuto dalla polizia messicana come Jacques Mornard o Frank Jackson, è condannato il 25 giugno 1944 a vent’anni di carcere, il massimo della pena consentito dalle leggi messicane. I sovietici gli procurano l’avvocato Eduardo Cincieros, uno dei più valenti legali del Messico, e in carcere non gli fanno mancare nulla. Tutti i giorni riceve la visita di una giovane donna, Roquelia, che in seguito diventerà sua moglie, ma che ora è semplicemente un agente dell’Nkvd.

Il primo a riconoscerlo è il fotografo spagnolo Agustin Puertolas che lo ha incontrato in Spagna durante la guerra civile, poi sarà la volta dello scrittore Julian Gorkin e tanti altri suoi ex compagni nella guerra di Spagna. Liberato il 6 maggio 1960, all’uscita dal carcere trova ad aspettarlo dei diplomatici cecoslovacchi che gli consegnano un passaporto con il quale lascia immediatamente il Messico. Poi via Cuba raggiungerà Mosca.

In Unione Sovietica la sua famiglia di rivoluzionari non verrà mai dimenticata, onoreranno la madre Maria de La Caridad del Rio Hernandez, già combattente dell’esercito repubblicano spagnolo, con l’Ordine di Lenin. Figlia del governatore spagnolo di Santiago di Cuba, bella, volitiva e dal carattere avventuroso, aveva sposato, nel 1911, l’industriale di tessuti Pablo Mercader dal quale aveva avuto cinque figli: Luis, combattente nell’Armata Rossa e professore emerito alla scuola tecnica superiore di ingegneria a Madrid, Jorge, membro dell’Nkvd, Pablo, morto in battaglia durante la guerra civile, Montserrat, segretaria del comunista francese e combattente in Spagna André Marty, noto anche come il macellaio di Albacete e appunto Ramòn.

L’Urss gli sarà per sempre riconoscente. Ramòn sarà decorato con l’ordine di Eroe dell’Unione Sovietica e morirà di vecchiaia il 10 ottobre 1978 a Cuba. Le sue ceneri sono state successivamente trasferite a Mosca, nel cimitero di Kuntsevo, accanto alla dacia di Stalin. Nel giugno del 1987 il Kgb ha disposto sulla sua tomba una lastra con questa iscrizione: “All’eroe dell’Unione Sovietica Ramon Ivanovich Lopez” (quello era il suo nome in russo). Lo stesso nome è scolpito a lettere d’oro nel Monumento agli Eroi del Socialismo, all’ingresso d’onore del KGB.

Fonti:

L’assassino di Trotsky e i fantasmi della storia

L’assassinio di Trotzkij

Quando De Sica uccise Trotsky

“Mio zio? Non ci crederete, ma fu un assassino!” – Christian De Sica

URSS ai tempi di Stalin (Foto)

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Il mercato di Yalta
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Persone in coda davanti a una drogheria in una località non specificata
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Crimea
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Manifestazione in una piazza di Mosca
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L’Ufficio telegrafico centrale di Mosca
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Famiglia seduta a un chiosco davanti allo zoo cittadino
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Un gruppo di donne-spazzino con le scope sulla Piazza Rossa
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Relax domenicale sulla Piazza Rossa per le famiglie: questa zona delle scalinate adesso non è più accessibile
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Il bar “I fuochi di Mosca” dell’Hotel Moskva. Mosca, fine anni ‘40.
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I funerali di Stalin davanti alla Casa dei sindacati a Mosca, nel marzo 1953
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Atlete della società sportiva “Dinamo”. In spiaggia presso la città di Chimki, nella regione di Mosca, 1935.
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La vendita di acqua minerale a Mosca negli anni trenta.
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Paracadute durante la Fiera sportiva nell’aerodromo di Tušino, 1940.

Urss, vita quotidiana ai tempi di Stalin: le foto (a colori) mai viste

La Russia quotidiana ai tempi di Stalin

Primo Levi ci spiega la differenza tra Gulag e lager nazista

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La polemica in corso in Germania fra chi tende a banalizzare la strage nazista (Nolte, Hillgruber) e chi ne sostiene l’unicità (Habermas e molti altri) non può lasciare indifferenti. La tesi dei primi non è nuova: stragi ci sono state in tutti i secoli, in specie agli inizi del nostro, e soprattutto contro gli «avversari di classe» in Unione Sovietica, quindi presso i confini germanici. Noi tedeschi, nel corso della Seconda guerra mondiale, non abbiamo fatto che adeguarci a una prassi orrenda, ma ormai invalsa: una prassi «asiatica» fatta di stragi, di deportazioni in massa, di relegazioni spietate in regioni ostili, di torture, di separazioni delle famiglie. La nostra unica innovazione è stata tecnologica: abbiamo inventato le camere a gas.

Ora, i sovietici non possono essere assolti. La strage dei kulaki prima, e poi gli immondi processi e le innumerevoli e crudeli azioni contro veri o presunti nemici del popolo sono fatti gravissimi, che hanno portato a quell’isolamento politico dell’Unione Sovietica che con varie sfumature (e con la forzata parentesi della guerra) dura tuttora. Ma nessun sistema giuridico assolve un assassino perché esistono altri assassini nella casa di fronte. Inoltre, è fuori discussione che si trattava di fatti interni all’Unione Sovietica, a cui nessuno, dal di fuori, avrebbe potuto opporre difese se non per mezzo di una guerra generalizzata.

Che «il Gulag fu prima di Auschwitz» è vero; ma non si può dimenticare che gli scopi dei due inferni non erano gli stessi. Il primo era un massacro fra uguali; non si basava su un primato razziale, non divideva l’umanità in superuomini e sottouomini: il secondo si fondava su un’ideologia impregnata di razzismo. Se avesse prevalso, ci troveremmo oggi in un mondo spaccato in due, «noi» i signori da una parte, tutti gli altri al loro servizio o sterminati perché razzialmente inferiori. Questo disprezzo della fondamentale uguaglianza di diritti fra tutti gli esseri umani trapelava da una folla di particolari simbolici, a partire dal tatuaggio di Auschwitz fino all’uso, appunto nelle camere a gas, del veleno originariamente prodotto per disinfestare le stive invase dai topi. L’empio sfruttamento dei cadaveri, e delle loro ceneri, resta appannaggio unico della Germania hitleriana, e a tutt’oggi, a dispetto di chi vuole sfumarne i contorni, ne costituisce l’emblema.

È bensì vero che nei Gulag la mortalità era paurosamente alta, ma era per cosi dire un sottoprodotto, tollerato con cinica indifferenza: lo scopo primario, barbarico quanto si vuole, aveva una sua razionalità, consisteva nella reinvenzione di un’economia schiavistica destinata alla «edificazione socialista». Neppure dalle pagine di Solzenicyn, frementi di ben giustificato furore, trapela niente di simile a Treblinka e a Chelmno, che non fornivano lavoro, non erano campi di concentramento, ma «buchi neri» destinati a uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere ebrei, in cui si scendeva dai treni solo per entrare nelle camere a gas, e da cui nessuno è uscito vivo. I sovietici invasori in Germania dopo il martirio del loro Paese (ricordate, fra i cento dettagli, l’assedio spietato di Leningrado?) erano assetati di vendetta, e si macchiarono di colpe gravi, ma non c’erano fra loro gli Einsatzkommandos incaricati di mitragliare la popolazione civile e di seppellirla in sterminate fosse comuni scavate spesso dalle stesse vittime; né del resto avevano mai progettato l’annientamento del popolo tedesco, contro cui pure nutrivano allora un giustificato desiderio di rappresaglia.

Nessuno ha mai attestato che nei Gulag si svolgessero «selezioni» come quelle, più volte descritte, dei Lager tedeschi, in cui con un’occhiata di fronte e di schiena i medici (medici!) SS decidevano chi potesse ancora lavorare e chi dovesse andare alla camera a gas. E non vedo come questa «innovazione» possa essere considerata marginale e attenuata da un «soltanto». Non erano una imitazione «asiatica», erano bene europee, il gas veniva prodotto da illustri fabbriche chimiche tedesche; e a fabbriche tedesche andavano i capelli delle donne massacrate; e alle banche tedesche l’oro dei denti estratti dai cadaveri. Tutto questo è specificamente tedesco, e nessun tedesco lo dovrebbe dimenticare; né dovrebbe dimenticare che nella Germania, nazista, e solo in quella, sono stati condotti a una morte atroce anche i bambini e i moribondi, in nome di un radicalismo astratto e feroce che non ha uguali nei tempi moderni.

Fonte

Solzhenitsyn: Un archipelago di menzogne

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Chi non ha sentito nominare, almeno una volta nella sua vita, opere come “Arcipelago Gulag”, “Padiglione cancro”, “Una giornata di Ivan Denisovic”, “Agosto 1914”? Pompate a più non posso dai circuiti anticomunisti, ai quali fa capo da sempre tutta una galassia editoriale e mediatica, questi tomi e pamphlet antisovietici hanno fatto il giro del mondo. A dire il vero, alcuni di questi libri sono stati stampati e, in alcuni casi, anche favorevolmente recensiti da pezzi importanti della critica sovietica, specie negli anni ’60, egemone il krusciovismo! Ciò, a riprova della liberalità estrema, a volte eccessiva, del sistema sovietico, checché ne dicano i consunti megafoni della propaganda filo capitalista.

Tutte queste opere hanno un comune denominatore, oltre alla critica spietata verso la realtà sovietica e l’ideale umanitario contenuto nel marxismo–leninismo: l’autore. Si tratta di Aleksandr Isaevic Solzhenitsyn. Su di lui sono stati sprecati fiumi d’inchiostro, che da 60 anni hanno alimentato e riempito, in occidente, i bacini lacustri della più sfrenata propaganda contro l’URSS. Solzhenitsyn è assurto a vate indiscutibile ed insindacabile, ad ineffabile autorità in sede storica e storiografica, a mito, a totemica entità la cui analisi e critica equivale ad un tabù inviolabile.

Se l’ha detto Solzhenitsyn, questa, in epigrammatica sintesi, la vulgata dominante su fatti e personaggi del socialismo reale, allora deve per forza essere vero! Ancora oggi, questo personaggio, a cavallo tra mitomania, narcisismo e oscena prostrazione ai templi del potere capitalistico, è poco studiato, per nulla approfondito, letto con una lente di ingrandimento deformante che, attaccata al manico del pregiudizio, porta anche il lettore più in buona fede, puro e disinteressato, ad evidenziare e introiettare ogni sorta di menzogna, lasciando da parte, nel deposito delle eventualità varie, i pochi cascami di verità che affiorano dalle sue pagine.

Si è sempre sostenuto, e lo si afferma con la ritualità del mantra, che il monumentale “Arcipelago Gulag” sarebbe uno spaccato di estremo, brutale verismo sulla realtà concentrazionaria sovietica; stessa cosa per “Padiglione cancro”. Si pretende, poi, che “ Una giornata di Ivan Denisovic” sia il ritratto fedele, quasi fotografico, del recluso tipo. Si assicura che la sorte di Matriona è stata quella della stragrande maggioranza delle donne sovietiche, con relative famiglie, nel malvagio e anzi demoniaco ordinamento economico kolchoziano dell’URSS. Si certifica infine, con il timbro scolorito ma pervicacemente imbrattante della greuelpropaganda antistaliniana, che Stalin ha avuto sulla coscienza ben 60 milioni di cittadini, repressi e fatti fuori in vari modi. Sempre perché a dirlo è stato Solzhenitsyn, e se lo dice lui… Guai a dubitare!
Innanzitutto, per comprendere l’opera di un autore è bene dare un’occhiata alla sua biografia: essa, lungi dal rappresentare un inutile orpello, una digressione da lasciare al capitolo varie ed eventualità, rappresenta l’ossatura di una visione del mondo, di un modo di agire e di rapportarsi alla realtà.

Chi è, dunque, Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn? Nasce a Kislovodsk, nel Caucaso del Nord, l’11 dicembre 1918, mentre infuria la guerra civile scatenata dai bianchi reazionari, con l’appoggio attivo delle potenze imperialiste mondiali.

Il padre, Isakij, giovane ufficiale dell’Esercito, è la prima pedina della disinformazione orchestrata da Solzhenitsyn in prima persona, e dalle centrali antisovietiche: infatti, non è il povero, umile maestro schiaffato dinanzi la pubblica opinione mondiale da un figlio sempre pronto a vestire abusivamente gli improbabili panni del povero, ma il rampollo di una facoltosa famiglia, con a capo un ricco proprietario terriero.

A smascherare la bugia delle “umili origini” non saranno né la TASS, né la NOVOSTI, né la PRAVDA o altri organi ufficiali del PCUS e del Governo sovietico, ma la borghesissima rivista amburghese STERN nel 1971. Nel 1917, leggiamo nel numero dell’insospettabile rivista, Isakij Solzhenitsyn sposa Taisia Scherbak, a sua volta figlia di un ricco possidente, Zachar Scherbak, padrone di vaste estensioni di terreno nel Kuban, selvaggia e affascinante landa cosacca. Taisia cresce in una villa principesca, del tutto simile ad un antico maniero e convola a nozze, come abbiamo visto, con un uomo dello stesso rango sociale.

Quando è già incinta di Aleksandr, il futuro scrittore, Isakij muore: ufficialmente, si parlerà sempre di un incidente di caccia, ma non poche voci insinueranno, con insistenza, la tesi del suicidio. Il quadretto familiare, però, non è completo: Isakij è infatti figlio di Semjon Efimovich Solzhenitsyn, che con i suoi cinque figli (quattro maschi e una femmina) amministra una tenuta di circa 200 ettari, con capi di bestiame in abbondanza, ed è pure influente membro del consiglio di amministrazione della Banca di Rostov. Insomma, una stirpe che naviga nell’oro e fa il bello e il cattivo tempo, non solo soggiogando i contadini al più bieco sfruttamento, ma controllando anche i decisivi rubinetti del credito, grazie ai quali può agevolmente eliminare concorrenti scomodi e pretenziosi.
Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn, il personaggio al centro delle nostra disamina, nasce, come abbiamo visto, nel 1918, nella in casa della zia Irina, moglie di Roman Scherbak, fratello della madre Taisia. Sarà proprio Irina a rivelare la vera storia dei Solzhenitsyn alla Stern. Roman, grazie anche alla dote della moglie, che rimpingua ulteriormente i suoi non certo trascurabili averi, conduce una vita da nababbo, compiendo frequenti viaggi all’estero e acquistando automobili di lusso: negli anni antecedenti alla Prima Guerra Mondiale è proprietario di una delle nove Rolls Royce immatricolate in Russia. Con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre, per la famiglia Solzhenitsyn il vento cambia: il popolo, sfruttato e angariato da secoli di dominazione, presenta il conto a lorsignori!

Le immense ricchezze, guadagnate sul sudore e sul sangue di tanti figli della terra, vengono confiscate e redistribuite tra chi non aveva mai avuto nulla, nemmeno un pezzo di terra dove piantare la cipolla per la zuppa. Più tardi, negli anni ’30, su quelle immense estensioni sorgerà il Kolkhoz “Kirov”. Qui, tra l’altro, almeno fino agli anni ’70 lavorerà Ksenia Vasiljev’na Zagorina, cugina di Solzhenitsyn. Torniamo però, dopo questa breve digressione, ai primi anni del potere sovietico.

Taisia, madre vedova, davanti alla sorte avversa si trasferisce a Rostov sul Don, dove trova subito impiego come dattilografa e stenografa. Il potere sovietico, intransigente verso gli sfruttatori e i prepotenti, ma giusto e umano come nessun’altro, non nega un onesto lavoro ad alcuno, nemmeno ai rampolli della più avida borghesia spodestata, i quali invece il lavoro, e finanche la sopravvivenza, l’avevano negati a generazioni intere. Bisogna poi sottolineare che, se da un lato le proprietà terriere della famiglia Solzhenitsyn e dei parenti vengono confiscate, la stessa sorte non subiscono gli averi accumulati in anni e anni, specie tesori, gioielli e denaro.

Certi pingui forzieri nessuno va a scovarli, anche perché i provvedimenti varati nel corso degli anni dall’“illiberale” potere sovietico, fino alla Costituzione del 1936, tutelano in maniera rigida l’inviolabilità del domicilio. Il piccolo Aleksandr cresce con la passione per la lettura, ma anche con l’ostilità larvata verso ogni ordinamento teso a cancellare le differenze sociali: questo è il retaggio familiare, insopprimibile, che ne influenza il carattere.

Mentre altre famiglie già titolari di cospicue ricchezze si adattano al nuovo sistema sovietico, e anzi i loro membri si costruiscono nuove carriere, circondati dalla stima e dall’apprezzamento di tutti, i Solzhenitsyn, almeno in parte, si mostrano recalcitranti e quasi attendono, con messianica tensione, il momento di un rivolgimento che restauri la situazione passata, il “bengodi” perduto. E’ in questo milieu che si formano il pensiero e la visione del mondo del futuro scrittore.

Adolescente, si rifiuta di entrare a far parte dei Pionieri e va regolarmente in Chiesa: la pratica religiosa, del resto, non è affatto proibita e, negli anni ’30 sarà semmai la propaganda ateista a venire ostacolata, sotto la guida saggia ed equilibrata del compagno Stalin, anche per gli eccessi compiuti da trotskisti ed elementi estremisti negli anni precedenti.
L’atteggiamento di Aleksandr Solzhenitsyn non gli preclude alcun riconoscimento e tantomeno alcun diritto: a dispetto delle origini borghesi, condizione questa, secondo la falsa propaganda anticomunista e antisovietica, che gl impederebbe gli studi e l’avanzamento professionale, Solzhenitsyn, dopo brillanti studi superiori, accede senza problema all’Università statale di Rostov.

Nell’URSS si tiene conto unicamente del merito, delle capacità e dei risultati acquisiti nello studio e nel lavoro, non della discendenza familiare o delle raccomandazioni, come avviene nel mondo capitalista, dove gli avvocati sono figli di avvocati, i notati figli di notai e i farmacisti figli di farmacisti. Non solo: alla faccia della pretesa (sempre della propaganda anticomunista) pianificazione vincolata e vincolante delle scelte dei singoli riguardo a Facoltà e indirizzi, Solzhenitsyn sceglie, malgrado i consigli e le aspettative di insegnanti e amici, la Facoltà di Fisica e Matematica, anziché un indirizzo umanistico – letterario.

“Mi sono orientato, dirà, verso queste materie non tanto per vocazione, quanto per la presenza di insegnanti assai preparati e stimolanti”. Dalla viva voce di un acerrimo anticomunista, quindi, veniamo a sapere che la libertà di scelta era, nella “tremenda” URSS staliniana, popolata di trinariciuti elfi e bestiali creature mortifere, assolutamente sancita e rispettata e che l’insegnamento era tutto fuorché piatto, noioso, ideologico come qualche corifeo della borghesia ha ripetuto per anni e ancora oggi pretende di far credere.

Alla faccia del lignaggio borghese, dei latifondi dove non tramontava mai il sole, del persistente atteggiamento di ostilità verso il governo sovietico, malgrado l’iscrizione al Komsomol, atto puramente formale, non seguito da alcun tipo di impegno, Solzhenitsyn viene premiato più volte: studia con profitto, applicazione e costanza e arriva a conseguire la Borsa di Studio “Stalin”, la più elevata per ammontare nel generosissimo, anzi ineguagliato, sistema sovietico di sostegno alla promozione dell’istruzione. Nel 1941, Aleksandr si laurea a pieni voti.

Non condivide la sorte di tanti laureati disoccupati nell’odierno sistema capitalista, bensì ottiene immediatamente un posto di ricercatore di II livello e lettore (figura intermedia, quest’ultima, tra il docente e l’assistente). Poco dopo, gli organi di Facoltà lo raccomandano per altri incarichi.

Non è tutto: nel ’39 Solzhenitsyn ha pure cominciato gli studi presso l’Istituto di Filosofia, Letteratura e Storia di Mosca, con la modalità della formazione a distanza. E sì, in quel preteso inferno chiamato convenzionalmente URSS, anche chi non può seguire direttamente più corsi, per ovvi motivi legati alla mancanza di divina obiquità, può farlo con la mediazione dell’istruzione per corrispondenza.

Avendo il futuro assicurato e la protezione accordata dalla culla alla tomba, grazie al sistema sovietico, Solzhenitsyn, non ancora conseguita la laurea, si sposa nel 1940 con Natalja Rescetovskaja, dalla quale più tardi divorzierà. Può permetterselo, diversamente da tanti suoi coetanei dimoranti nel “mondo libero” e sotto lo stivale delle dittature fasciste.
Al momento dell’invasione nazista dell’URSS, incoraggiata da tutti i circoli imperialisti, e non voluta soltanto da Hitler, Solzhenitsyn viene arruolato nell’Armata Rossa. Anche in questo caso, il sistema sovietico non solo non lo punisce e non lo ghettizza per il suo albero genealogico, da lui nascosto ma ad altri ben noto, bensì lo premia: distintosi sul campo, viene decorato e promosso fino al grado di Capitano. La riconoscenza è il suo forte, pertanto ricompensa il governo sovietico che l’ha innalzato su un palmo di mano con l’avvio di un’attività mirata al rovesciamento del socialismo!

Un’attività eversiva che, scoperta in tempo dagli organi inquirenti, gli procura, ovviamente, non un premio, ma l’arresto e la condanna ad 8 anni per propaganda antisovietica (Art. 58, Comma 10 del Codice Penale) e l’organizzazione di un gruppo antisovietico (Art. 58, Comma 11 del Codice Penale). Di certo, visti gli apprezzamenti espressi nelle sue opere e nei suoi interventi per i collaborazionisti guidati da Vlasov, generale traditore dell’Armata Rossa, c’è da ritenere, ragionevolmente, che quelle accuse fossero in gran parte vere!

Ciò che più dà la misura del personaggio, però, anche in questa circostanza, è il contegno tenuto nel contesto dell’interrogatorio e del processo: Solzhenitsyn, al quale peraltro nessuno torce un capello malgrado la sua narrazione bugiarda, coinvolge nelle sue trame anche gente del tutto innocente, che infatti, a riprova di quanto il sistema giudiziario sovietico sia onesto e scrupoloso, specie nel vagliare prove e dichiarazioni, non verranno mai arrestate e non conosceranno la sorte dello scrittore.

Nei verbali dei suoi interrogatori, ripercorsi dall’amico Nikolaj Vitkevic, anche lui condannato per propaganda antisovietica, in una lettera a NOVOSTI del 1974, il futuro scrittore tira in ballo persino sua moglie, Natalja Rescetovskaja, gli amici Kirill Simonjan, Lidia Ezherets (consorte di Simonjan) ecc… Confessioni estorte? Vitkevic, che non ne aveva fatte di simili all’NKVD, anzi aveva negato tutto, evidentemente non fu obbligato con la forza a rilasciare una testimonianza compiacente verso l’accusa, ma l’esclude. “Il giorno in cui, liberato, vidi i protocolli dell’interrogatorio di Solzhenitsyn, scrive Vitkevic nella citata lettera, fu il più raccapricciante della mia vita. Questi protocolli dicevano di me cose che non mi ero neppure sognato”. Solzhenitsyn, per apparire “bello” ai giudici, coinvolge altre persone del tutto innocenti nelle sue trame, all’insegna di “muoia Sansone con tutti i filistei”, assolutamente riprovevole.

Più tardi, nel libro “La quercia e il vitello”, a metà tra l’autobiografico e lo storico, darà prova della consueta attitudine alla manipolazione delle altrui idee e frasi: infatti, qualificherà le dichiarazioni del suo vecchio amico come una sorta di manovra del KGB e un espediente per non perdere i vantaggi della carriera, quando Vitkevic era uno scienziato stimato da tutti, scevro da ogni problema di “accreditamento” presso questo o quel centro di potere. Solzhenitsyn sosterrà anche che Vitkevic, prima di quella lettera a NOVOSTI, non aveva più parlato con lui da anni, anche solo per contestargli un comportamento rinfacciato poi nello scritto. Ciò, a causa di una sorta di senso di colpa.

Falso! Vitkevic (condannato a 10 anni contro gli 8 di Solhenitsyn alla faccia della contiguità al “sistema”!), nella lettera a NOVOSTI dice ben altro, tratteggiando alla perfezione la personalità di Solzhenitsyn. Ecco le sue precise parole: “Quando m’incontrai di nuovo con Solzhenitsyn, non gliene parlai mai (dei fatti inerenti la carcerazione, ndr). Il nostro ultimo incontro ebbe luogo a Rjazan, ove insegnavo in un istituto di medicina, nel 1964. Conoscendo il mio amico ero certo che si sarebbe considerato dalla parte della ragione ed avrebbe detto che era suo compito precipuo salvare per la Russia quel grande scrittore che era”. Altro che malafede di Vitkevic! Semplicemente costui non voleva perder tempo a pestare acqua nel mortaio della presunzione del “gulagologo”. Altra grande falsità riferita a Vitkevic e messa nero su bianco da Solzhenitsyn: nella famosa lettera a NOVOSTI, che si può leggere integralmente tra l’altro nell’agile ed utilissimo libro “Risposta a Solzhenitsyn – L’Arcipelago della menzogna” edito nel 1974 da Napoleone, con la collaborazione in primis della NOVOSTI, Vitkevic avrebbe detto che nel 1945 l’istruttoria fu condotta in modo irreprensibile dal giudice: a parte il fatto che un giudizio simile sarebbe stato tutt’altro che fuori luogo, faccio notare che Vitkevic, in tutto il testo, non riporta assolutamente questo concetto. Anzi, afferma l’esatto contrario rispetto alla dinamica del pronunciamento della sua condanna: “Ebbi l’impressione d’essere stato trattato con ingiustificata severità, ma ritenni che ciò fosse dovuto al fatto che ero stato processato al fronte ed al rigore del periodo bellico”.
Ad ogni modo, tornando strettamente alla biografia di Solzhenitsyn, le cose per lui non vanno affatto male sotto la grande stella rossa sovietica. Scontata la pena, il 13 febbraio 1953, il “nostro” viene liberato e si stabilisce, per volontà delle autorità in Kazakhstan: dietro di lui si chiudono, per sempre, le porte del campo correttivo, quel Gulag che non solo non l’ha ucciso, ma lo renderà, una ventina di anni dopo, ricco e famoso. Le autorità gli trovano immediatamente un impiego come insegnante di matematica e fisica in una scuola secondaria (che spietatezza, questo regime sovietico!) I suoi compagni di detenzione, dal filosofo e pensatore Dmitrij Panin fino a Lev Kopelev, critico letterario, escono tutti dal Gulag in salute e trovano anch’essi, immediatamente, un’occupazione. Moriranno quasi tutti in tarda età in URSS, senza essere molestati da alcuno, o nei salotti dorati dei circoli capitalistico – borghesi del mondo occidentale. Nel 1954 Solzhenitsyn, grazie all’eccellente sistema sanitario sovietico, universalista, gratuito e realmente a misura d’uomo, viene operato a causa di un carcinoma. L’operazione avviene nel 1954 a Tashkent (alla faccia del presunto domicilio coatto!) ed è coronata da successo. Il perfido e demoniaco potere sovietico, dunque, salva la vita del suo acerrimo nemico Solzhenitsyn. Lo scrittore, invero, aveva già subito un’altra operazione vitale: la rimozione di un tumore ad un testicolo, nell’anno 1952, mentre si trovava in detenzione. Dunque, il Gulag non solo non è un “arcipelago” votato allo sterminio, ma in esso il cittadino sovietico trova le stesse cure che troverebbe in libertà. Di certo, nei campi di lavoro correttivo, nelle varie prigioni che popolano la letteratura anticomunista e antisovietica, non solo di Solzhenitsyn, non vi sono le tremende condizioni che si possono sperimentare ad Alcatraz o in altri ameni contesti del mondo capitalista, dove i prigionieri muoiono di maltrattamenti, di consunzione e, magari, di malattie deliberatamente non curate. In nessun carcere del tremendo “Arcipelago Gulag” accade quel che avverrà nel 1971 nel carcere statunitense di Attica dove, per ordine del governatore di New York Nelson Rockefeller, la polizia attaccherà in forze una rivolta di prigionieri, lasciando quasi 40 morti sul terreno. Solzhenitsyn non ha parole di gratitudine nemmeno per la chirurgia sovietica e per gli umanissimi medici che, anche nel Gulag, lo salvano da una morte che, siamo agli inizi degli anni ’50, sarebbe certa anche per i più benestanti, visto lo stadio delle conoscenze e delle esperienze nel campo della cura dei tumori. No, in “Padiglione Cancro” (“Rakovij Korpus”), non trova di meglio da fare che buttare in faccia al lettore il solito panorama oscuro e tetro del microcosmo concentrazionario sovietico, senza rispetto, riguardo e decenza nemmeno per la sua storia personale, pensando soprattutto a come sarebbero potute andare le cose… Scritto a metà degli anni ’50, corretto, completato e diffuso secondo le modalità del samizdat verso la fine degli anni ’60, “Padiglione Cancro” verrà stampato per varie case editrici e in diverse copie in occidente. In quest’opera, al posto di medici e specialisti impegnati nella difesa e promozione della salute per tutta la popolazione, quali erano gli araldi di Ippocrate in terra sovietica, dominano figure sinistre in camice bianco, quali il burocrate Rusanov, sprezzante e cinico, nonché l’incompetente ed evanescente Nizamutdin Bahramovich. E’ tutto un vortice di corruzione, incuria, freddezza e arroganza a pervadere ed agitare le pagine di questo romanzo e viene da chiedersi come, in un ambiente del genere, possa esserci stata tanta cura e sollecitudine per la salute e la vita stessa di un uomo che aveva giurato guerra al governo sovietico e aveva complottato per il suo rovesciamento. Solzhenitsyn, questi scrupoli, queste domande, non se li pone nemmeno; va avanti nella sua opera demolitrice non solo del comunismo, ma soprattutto, in primo luogo, della verità storica e autobiografica, come un panzer, fidando, agli inizi degli anni ’60, sull’estrema liberalità del potere sovietico, che in qualche caso diventa connivenza.
I circoli kruscioviani e cosmopoliti, infatti, lo osannano e non stanno nella pelle per aver trovato un calunniatore del periodo staliniano tanto accanito e forbito nel linguaggio, nel registro stilistico. Prima di “Padiglione cancro” e delle altre opere pubblicate clandestinamente in URSS alla fine degli anni ’60 – inizio degli anni ’70, edite poi con gran clamore in occidente e nei Paesi capitalistici, Solzhenitsyn, per più di un lustro, domina il panorama letterario sovietico. Dal 1960 al 1966 circa, e con particolare intensità dal 1962 al 1965, il suo nome riecheggia ovunque e le sue opere trovano il favore di una miriade di riviste, in primo luogo “Novij Mir” guidata dal fervente kruscioviano Tvardovskij, convinto curiosamente che lo sviluppo del socialismo e l’arricchimento culturale del Paese debbano per forza di cose passare per la demolizione dell’era di Stalin. Come se negli anni ’30 non si fosse conosciuta la più mirabolante, effervescente e fantasmagorica esplosione culturale, con operai, impiegati e tecnici, fino a qualche anno prima semianalfabeti o analfabeti totali, a compulsare tomi di scienze matematiche, ad apprezzare i poemi del realismo socialista e della letteratura classica, ad affollare sale da concerto, teatri e cinema, ad intavolare discussioni su argomenti letterari e culturali patrimonio da sempre, nei Paesi borghesi, solo di ristrettissimi circoli. Il tutto, mentre si sviluppa la lotta per gli approvvigionamenti alimentari e tutto il Paese conosce sacrifici che prepareranno poi il terreno al benessere pieno degli anni 1935 – 1940. Tant’è! Nel clima trasudante “liberalismo” kruscioviano nel 1962 – 65, Solzhenitsyn fa il bello e il cattivo tempo e pretende di oscurare, con la sua ombra, tutta la luce che pervicacemente continua ad irrorare il Paese in ogni suo angolo, malgrado la nuova dirigenza del PCUS si muova su un terreno pericoloso di cedimenti e carenze. Riabilitato pienamente nel 1956/57, mette mano alla penna con ossessivo impegno, rivede appunti, completa riflessioni, perfeziona lo stile (peraltro lo si deve riconoscere, brillante ed avvincente, quantunque posto al servizio di una causa errata) e pubblica, sotto la protezione di Tvardovskij e altri, tutta una sequela di opere di vario tenore che riscuotono elevato consenso di pubblico. L’URSS è un Paese di ferventi lettori, al primo posto nel mondo per libri venduti e letti, e per le questioni storico–culturali si dibatte vivamente nel Paese con la stessa passione e la stessa foga con cui, alle nostre latitudini, ci si accalora per il calcio e per lo sport in generale. Nel 1962 è la volta di “Una giornata di Ivan Denisovich”, romanzo sulla vita di un recluso tipo (secondo Solzhenitsyn) nel Gulag sovietico. Comincia da qui, da quest’opera, il tentativo di dipingere i campi di lavoro correttivo e le prigioni dell’URSS come i lager nazisti, senza alcun rispetto per la verità storica e documentale. Questo tentativo raggiungerà l’apoteosi nella monumentale opera di mistificazione e falsificazione che sarà “Arcipelago Gulag”. I circoli anticomunisti mondiali iniziano a vedere Solzhenitsyn come un paladino e lui non fa nulla, del resto, per allontanare sospetti e critiche. Il 1964 segna l’ascesa di Leonid Breznev a Segretario del PCUS. Il nuovo corso intende rettificare errori, mancanze e deficienze del gruppo dirigente kruscioviano e, in primo luogo, di Krusciov in persona, vista la forte impronta “zarista” da lui stampata su scelte e avvenimenti a partire dal 1956. La musica, col nuovo indirizzo di Breznev, Kosygin e Podgornyj, cambia anche in ambito culturale e non per un ordine dall’alto, categoria questa che si ritrova solo nelle pieghe della più volgare sovietologia. Da anni, infatti, sono in molti, nel mondo dell’intellighentzija, e specialmente in ambito letterario, a chiedere una correzione di rotta che mitighi lo strapotere degli scrittori “liberali” e dei fautori del “disgelo” a favore di una maggiore obiettività e pluralità della produzione letteraria, giornalistica, artistica in generale. E sì, perché a dominare la scena, dal 1956, non sono stati certi gli scrittori e i poeti tacciabili di “slavofilia” e di “nazionalbolscevismo”, ma esattamente quelli che hanno gridato ai quattro venti il finto dramma della loro inesistente emarginazione, proprio mentre occupavano la quasi totalità degli spazi disponibili relegando gli altri, i presunti censori, agli angolini e strapuntini della semplice tolleranza. “Literaturnaja Gazeta”, organo prestigioso, obiettivo, punto di riferimento imprescindibile per l’opinione pubblica sovietica, ha dovuto subire processi e sperticarsi in funamboliche giustificazioni per aver pubblicato, accanto a lettere di cittadini e pareri di critici favorevoli a Solzhenitsyn, pure opinioni differenti, di critica e anche soltanto di riserva. Questa intolleranza inquisitoria, ancora più odiosa in quanto agghindata negli abiti del vittimismo, suscita un moto di indignazione che, certamente, non è secondario nel mutamento di indirizzo della politica culturale dello Stato, del Governo e del Partito. Pian piano, gli scrittori orgogliosi della storia sovietica, tutta, senza cesure artificiose, riconquistano, senza toglierlo ai “liberali” della new wave kruscioviana, lo spazio che meritano. La critica, la caleidoscopica diversità dei punti di vista, il dibattito intenso ed il pluralismo non svaniscono affatto. Svanisce, questa sì, la tolleranza verso le calunnie, le invenzioni, le falsificazioni volte a infangare la storia dei Soviet. Per questo, Solzhenitsyn, che ha potuto pubblicare senza problemi “Una giornata di Ivan Denisovich”, “La casa di Matriona”, “Il caso della Stazione di Krechetovka”, comincia ad essere redarguito e smascherato nelle sue palesi esagerazioni e distorsioni della realtà. Nessuno lo censura: in tanti hanno stima di lui, dal punto di vista letterario. I suoi molteplici registri stilistici, originali ed avvincenti, piacciono anche a coloro i quali non apprezzano le sue idee: non abbiamo a che fare con un mediocre scrivano, come qualcuno ha preteso, facendo sconfinare la critica in ambiti non pertinenti, con somma ingenerosità. Dinanzi a noi c’è un valente scrittore, il quale viene attaccato, dopo anni di applausi a scena aperta per molteplici e documentate falsificazioni della verità storica. Falsificazioni che spesso confliggono con le leggi sovietiche che, mentre tutelano la libertà di espressione e di critica più piena e reale, non possono tollerare, come le leggi di tutto il mondo, calunnie e ingiurie gratuite. In verità, a muoversi non sono solo gli organi inquirenti e i garanti dell’ordine pubblico e della stabilità del sistema sovietico, ma in primo luogo gli intellettuali stessi.
Inizia nel 1966 un confronto con l’Unione degli Scrittori, che Solzhenitsyn farà di tutto per sabotare con l’obiettivo di far trionfare, alla fine, il logoro copione del suo eterno vittimismo. Nel maggio 1967, lo sforzo dell’organo supremo degli scrittori sovietici raggiunge l’acme: si cerca di coinvolgere Solhenitsyn, correggendo il tiro di alcuni suoi scritti, persuadendo il letterato a non prestare più il fianco alle centrali antisovietiche, con episodi fantasiosi inventati di sana pianta, cifre assurde, del tutto irrealistiche, su repressioni e carcerazioni, ignominiose affermazioni sul socialismo e le idee progressiste. Lo sforzo dell’Unione degli Scrittori dell’URSS è paziente, tenace, fino ai limiti del logoramento. Il 22 settembre 1967, una riunione presieduta dal grande Konstantin Fedin discute del caso “Solzhenitsyn” con assoluta franchezza, com’è costume in URSS.

Alcuni propongono l’espulsione dello scrittore, ma la maggioranza è contraria: certe questioni, è questo l’orientamento maggioritario, debbono essere dibattute e affrontate con delicatezza e tatto, nel rispetto delle idee di tutti. Un atteggiamento saggio e nobile che però non trova orecchie altrettanto nobili e leali pronte a recepirlo: da una parte, infatti, c’è chi crede che il pluralismo debba essere garantito nel quadro delle leggi esistenti e non come strumento e paravento dell’eversione capitalista, borghese ed imperialista, sempre attiva contro l’URSS e i Paesi di democrazia popolare.

Dall’altro, c’è l’ambizione sconfinata di Solzhenitsyn, il suo ritenersi legibus solutus, la sua ferma adesione all’ideologia più reazionaria e antisovietica. Per due–tre anni va in scena un dialogo tra sordi, proprio mentre Solzhenitsyn ultima “Arcipelago Gulag” e viene sempre più eretto a paladino dei circoli borghesi, reazionari, anticomunisti di tutto il mondo, per i quali la distensione, la collaborazione tra est ed ovest rappresentano pericoli e minacce da esorcizzare in ogni modo.

Nel 1969, si giunge ad una decisione risolutiva: dopo ripetuti rifiuti a partecipare a confronti e dibattiti, dopo l’appurato e palese rifiuto di rivedere certe posizioni incompatibili con la legge sovietica e con l’ordinamento socialista, Solzhenitsyn viene espulso dall’Unione degli Scrittori dell’URSS. Una decisione obbligata, vista la dinamica dei fatti, che però Solzhenitsyn, con ipocrisia disgustosa, utilizzerà come freccia per il suo arco vittimista. L’autore tanto caro alla reazione mondiale, diventato un caso vieppiù dopo l’espulsione dall’organo supremo dei letterato sovietici, viene insignito nel 1970 del Premio Nobel. Un’investitura non casuale: a patrocinarla, come svelerà in un’indagine molto approfondita della “Literaturnaja Gazeta”, sono, in primis, le centrali fasciste e nostalgiche dei fuoriusciti russi in occidente. La Guardia Bianca, insomma, da sempre protetta ed addestrata all’eversione nelle capitali dell’occidente borghese, fa da sponsor al Nobel di Solzhenitsyn. In particolare, la rivista “Ciasovoj”, edita a Bruxelles, rivendica la primogenitura della proposta di candidatura dello scrittore sovietico “dissidente” al più ambito premio letterario mondiale. Chi è l’animatore di “Ciasovoj”? Un tale Orechov, già intimo dei generali bianchi Wrangel e Kutepov nella guerra civile scatenata dalla reazione dopo il fatidico 1917, monarchico intransigente, fautore persino della guerra diretta dell’occidente contro l’URSS. Tale losco figuro, infatti, assieme ad altri uomini di simil fatta, ex-guardie bianche o collaboratori dei nazisti, invita, dalle pagine di “Ciasovoj” a “colpire preventivamente l’URSS” e si rammarica per il fatto che, nel 1945, gli statunitensi non abbiano sganciato la bomba atomica sull’URSS. Questi sono i supporter di Solzhenitsyn, del “perseguitato” e “reietto” esponente della letteratura sovietica. Accanto a Orechov, si profila pure l’ombra di una donna, anch’ella legata a doppio filo alla reazione antisovietica: una certa Teresa Basquin. La madama compie viaggi in URSS e si dà al commercio di icone, stabilendo contatti con circoli anticomunisti ed eversivi e lucrando, così ci dice “Literaturnaja Gazeta” mai smentita in modo convincente da alcuno, sul traffico delle icone. A nome dell’Associazione “Art et Progress”, la donna invia missive in ogni angolo del globo per caldeggiare l’assegnazione del Premio Nobel a Solzhenitsyn. In questo panorama fetido sono sempre più frequenti le uscite di scritti e articoli sullo scrittore nel mondo occidentale: la grancassa della propaganda antisovietica risuona, rombante e cupa, accompagnata da toni da crociata. Nel 1973/74 i vari Goffredo di Buglione della Guerra Fredda, armati di missili e bomba atomica, trovano l’accompagnamento più galvanizzante verso la loro immaginaria marcia in direzione del Santo Sepolcro moscovita: in vari Paesi esce il “capolavoro” di Solzhenitsyn, al quale abbiamo già precedentemente accennato: “Arcipelago Gulag”. In quest’opera, la calunnia antisovietica, la riabilitazione di elementi fascisti e reazionari, la più spericolata acrobazia statistica su morti e repressi nel periodo di Stalin, raggiungono l’apoteosi. Come in “Agosto 1914”, altra opera pubblicata all’inizio degli anni ’70, s’infanga non solo la storia sovietica, ma anche quella russa, dipingendo un Paese quasi maledetto, popolato di inetti, sadici e incapaci, nella società come nell’Esercito. Nessuno si salva, o quasi! I sovietici, i comunisti, i militari eroici dell’Armata Rossa sono sempre colpevoli di qualcosa, crudeli, cinici, mentre i tedeschi sono, a parte qualche inciso, benevoli e tutt’al più colpevoli di non aver appoggiato a fondo la reazione anticomunista durante la Grande Guerra Patriottica, di non aver dato supporto alle bande di Vlasov e di altri. I nazisti non hanno invaso un intero Paese e pianificato la sua colonizzazione genocida: no, sono stati degli sprovveduti che non hanno avuto la lungimiranza di consegnare il potere ai quisling locali. Il fatto che il popolo sovietico abbia resistito eroicamente e vinto, contro le armate hitleriane, contro un Nuovo Ordine che avrebbe trasformato l’intera Europa in un lager, per Solzhenitsyn è fantasia! Andrej Andreevic Vlasov, già generale dell’Armata Rossa, animatore di un esercito di mercenari al servizio dei nazisti, l’Armata Russa di Liberazione, viene dipinto come un innocente vittima dello stalinismo: un soldato, questo si pretende di accreditare, abbandonato coi suoi uomini da Stalin nel tentativo di rompere l’assedio di Leningrado. Nulla di più falso: Vlasov e i vlasoviani erano un pugno di traditori e imboscati, al servizio dei nazisti prima e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, trasferitisi nei comodi salotti occidentali agli ordini della reazione anticomunista e imperialista. Accanto ai traditori, c’era tutta una teoria di giovani e giovanissimi che, per paura, si erano arruolati sotto la Croce di S. Andrea azzurra (emblema dell’Armata Russa di Liberazione) e alla prima occasione utile disertavano unendosi all’Armata Rossa o ai partigiani. Il racconto del “tradimento” e “abbandono” degli uomini di Vlasov da parte del potere sovietico è, ad un tempo, grottesco, assurdo e, condito con la storia fantasiosa della “ribellione” di Vlasov a Stalin fin dagli anni ’30, serve a Solzhenitsyn per giustificare una collaborazione coi nazisti che egli approva e giudica storicamente inevitabile.
Come dimostreranno con dovizia di particolari veterani della Grande Guerra Patriottica quali lo scrittore Jurij Bondarev, il Tenente-Generale Zhilin e altri ancora, Vlasov non fu affatto vittima di un tradimento e di strategie militari perdenti. Lui, non altri, aveva tradito assieme ai suoi sodali mettendo a repentaglio la vita di migliaia e migliaia di soldati. Ecco il racconto, chiarissimo, del Tenente-Generale Zhilin sulle vicende della Seconda Armata d’Urto guidata da Vlasov nella primavera–estate del 1942, racconto che fa il paio con le memorie del Maresciallo Meretskov e con altri documentatissimi testi editati in epoca sovietica: “Non appena si chiarì che l’Armata non poteva continuare l’offensiva in direzione di Ljuban, Vlasov ricevette l’ordine di far uscire le truppe dall’accerchiamento attraverso un varco disponibile. Ma Vlasov temporeggiò, restò inoperoso, non provvide a proteggere i fianchi, non seppe organizzare una rapida e segreta ritirata delle truppe. Ciò permise alle truppe naziste di tagliare il corridoio e di completare l’anello dell’accerchiamento. Il Comando Supremo inviò immediatamente nella zona delle operazioni il Maresciallo K.A. Meretskov, nominato comandante del fronte di Volchov, e il proprio rappresentante Vasilevskij, incaricandoli di sottrarre ad ogni costo all’accerchiamento la seconda armata d’assalto, sia pure con l’artiglieria pesante e i mezzi. Furono prese tutte le misure possibili per salvare gli accerchiati. Dal 10 al 19 giugno 1942 si ebbero ininterrottamente violenti combattimenti, cui parteciparono grandi forze di fanteria, l’artiglieria e i carri armati della 4.ta, 59.ma e 52.ma Armata. Si riuscì ad aprire uno stretto varco nella trappola tedesca ed a salvare buona parte della 2.da Armata d’assalto. Una parte dei soldati e dei comandanti, compreso il Maggiore-Generale Afanasjev, che dirigeva le comunicazioni dell’armata, si unì alle formazioni partigiane. Neppure Vlasov fu lasciato in balia del caso. Per ordine del Comando Supremo i partigiani lo cercarono tenacemente. Gruppi speciali di paracadutisti, muniti di radio emittenti, furono lanciati nella zona in cui poteva trovarsi”. Di Vlasov però, in quella calda e tragica estate del ’42, nessuna traccia! E certo! Il “prode” militare si era imboscato, aspettando i soldati tedeschi nel villaggio di Pjatnitsa. Quando arrivarono, passò dalla loro parte costituendo la sua armata per metà mercenaria e per metà di disgraziati impauriti e minacciati. Solzhenitsyn esalta tale personaggio come candido e puro, quasi fosse un giglio! Non solo: ripete la storia dei battaglioni punitivi, delle compagnie di correzione che, da sole, avrebbero salvato Stalingrado. Un’intollerabile offesa, questa, a tutti gli eroi, spesso giovanissimi, che fecero di quella città la tomba del nazifascismo, ma anche un falso storico spudorato. Equipaggiate unicamente con artiglieria leggera, esigue nel numero, quelle compagnie mai avrebbero potuto frenare l’assalto della possente macchina bellica nazista, la quale, infatti, fu arrestata da armate, divisioni e reggimenti. Come funzionassero poi le famose “compagnie di correzione” ce lo dice apertamente un loro ex-componente, il cittadino Abram Rabinovich, il quale, negli anni ’70, scrive una lettera di vibrante protesta contro le bugie di Solzhenitsyn: “Chi incontrai nella compagnia di correzione? Si trattava soprattutto di uomini che, come me, non avevano eseguito quanto era stato loro comandato. La durata del servizio nelle compagnie di questo genere era molto breve. La prima vittoria nei combattimenti contro i tedeschi restituiva l’onore militare e comportava il ritorno al precedente posto di servizio”. Le menzogne più colossali, però, in “Arcipelago Gulag”, sono dedicate ovviamente al sistema penale e detentivo. Solzhenitsyn gioca coi numeri, come farà poi, con perizia o mal destrezza, a seconda dei casi, tutta una pletora di studiosi o pseudotali, votati all’antisovietismo più viscerale, primo tra tutti Robert Conquest. I documenti autentici desecretati oggi ci raccontano uno scenario del tutto diverso da quello prospettatoci da Solzhenitsyn e dai suoi sodali: non certo 7, 9, 10 milioni di reclusi, ma al massimo, negli anni di picco, 2 o poco più di sottoposti a misure restrittive della libertà. Nei campi, negli anni clou delle “purghe” (1936–1939), dipinti come oscuri e tremendi dalla propaganda antisovietica, c’erano non 7 milioni di reclusi, cifra data per certa nei brogliacci e nei libri dei professori della CIA e affini, ma appena 839406 nel 1936 e 1317195 nel 1939. Interessante è però,soprattutto, la cifra relativa ai detenuti politici: 127000 nel 1934 e 500000 (cifra massima) negli anni di guerra 1941 e 1942. Altro che prevalenza dei “politici” su delinquenti, soggetti deviati e pericolosi, ladri ecc… Questo, nell’“inferno” sovietico che oltretutto riabilitava col lavoro e retribuiva i detenuti, aprendogli le porte del riscatto! Nel “paradiso” a stelle e strisce tanto amato da Solzhenitsyn e dai suoi amici, invece, ancora oggi non si scende annualmente sotto la cifra di oltre 2000000 di carcerati e di circa 7000000 di sottoposti a misure restrittive. Tutte persone, queste, non certo partecipi di grandi imprese, come la costruzione di vie d’acqua e di opere pubbliche, ma sfruttate oscenamente e relegate ai margini. Anche il pianto sui quasi 60 milioni di repressi nell’era di Stalin si rivela, ad una rapida occhiata ed una elementare verifica, una truffa: negli anni ’30, nonostante i sabotaggi e le difficoltà scatenate dai kulaki, la popolazione cresce a ritmi superiori rispetto a quelli del mondo capitalista e i documenti attesteranno, al massimo, poco più di 600000 condanne a morte, perlopiù comminate nel 1937/38, nelle “purghe” spesso comandate da nemici del potere sovietico, infiltrati nei suoi gangli e sottoposte a revisione dallo stesso Governo e dal Partito. Nel 1926, l’URSS conta 147 milioni di abitanti; nel 1939, sono più di 170 milioni. Chi e cosa sia stato “sterminato” non è dato saperlo. Nel 1959, nonostante i 20 milioni di morti della Grande Guerra Patriottica, il Paese arriverà a contare oltre 200 milioni di abitanti. Questa la cruda realtà, che ha la testa dura e che né Solzhenitsyn né nessun altro potrà mai scalfire.
L’intrepido letterato messosi al servizio dell’imperialismo, però, non si accontenta di questo: falsifica passi interi delle opere di Lenin, come quando pretende di sostenere che il padre della Rivoluzione d’Ottobre abbia detto: “Il terrore è un mezzo di persuasione” indicando come fonte il Vol. XXXIX delle Opere, pagine 404–405. Una semplice ricerca, ci mostra come Lenin abbia detto tutt’altro, parlando del terrorismo collaudato e imposto dalle armate bianche durante la guerra civile: “Se tentassimo d’influire su queste truppe, costituite dal banditismo internazionale e inferocite dalla guerra, con le parole, con la persuasione, con mezzi diversi dal terrore, non reggeremmo nemmeno per due mesi: saremmo degli stupidi”. Un ragionamento chiaro, contingente, lapalissiano, spacciato per programma politico permanente da Solzhenitsyn. Una malafede più evidente è difficilmente immaginabile. Intanto, lo scrittore, incassati i proventi del Premio Nobel, che si aggiungono a pingui averi personali, continua a recitare ipocritamente la parte del povero e del perseguitato: Natalja Rescetovskaja, l’ex-moglie, nelle sue memorie e nei suoi interventi sarà su questo impietosa, per amore di verità e per dignità femminile, descrivendo un uomo egoista e narcisista. Per inciso, va detto che ogni tentativo di spacciare per patacche del KGB le affermazioni della Rescetovskaja è caduto miseramente nel vuoto, rivelandosi la solita manovra intossicante della premiata ditta Andrew-Gordievskij, operante sotto l’ala dei servizi segreti inglesi, gli stessi che hanno confezionato, alla fine del 1990 la bufala del “Dossier Mitrokhin” e concepito, negli anni 2000, altre operazioni di disinformazione contro Putin. Questi due autori (uno dei quali un traditore della sua Patria, ex-agente del KGB), hanno parlato di una non meglio dimostrata misura attiva, concepita dal capo del KGB Andropov, a partire dal settembre del 1974, per danneggiare Solzhenitsyn, senza tener conto tra le altre cose del fatto che la Rescetovskaja ben prima di quella data aveva rivelato al mondo certi particolari ancora oggi non smentiti da alcuno (del 1973 è un suo articolo, pubblicato addirittura dal “New York Times”). Ad ogni modo, al principio degli anni ’70, Solzhenitsyn è proprietario o comunque fruitore di tre automobili Moskvich, variamente intestate, della dacia personale denominata “Borzovka”, una lussuosa villa immersa nel verde, di un appartamento di tre camere a Rjazan in cui abita la Rescetovskaja, nonché di un altro alloggio ancora più confortevole, di cinque camere, a Mosca, in cui vive la seconda moglie, Natalija Svetlova. Oltre a ciò, i risparmi personali messi “sotto il materasso“, i 78000 dollari del Premio Nobel, nonché, secondo i calcoli della stampa occidentale, 1500000 dollari giacenti in un conto svizzero amministrato dal solerte avvocato Heeb, al numero 57C della Bahnhofstrasse di Zurigo. Altro che povertà! Qui c’è un autentico nababbo… Un nababbo che, in odio al governo sovietico, non esita a intensificare, sotto al naso delle autorità sovietiche, per pura provocazione, i contatti con i circoli più retrivi e guerrafondai, forieri di concezioni nazistoidi e belliciste pericolosissime. Concezioni che Solzhenitsyn non solo non cerca di mitigare, ma anzi fa di tutto per inasprire proprio per procurarsi quegli strali e quelle misure tanto utili, a lui, per giocare al perseguitato. Dinanzi a ciò, nel febbraio 1974, il Presidium del Soviet Supremo dell’URSS, con un atto reso immediatamente pubblico, decide di togliere la cittadinanza sovietica ad Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn. Lo scrittore ha raggiunto il suo scopo! Da quel momento viaggia in tutte le contrade del mondo capitalista, spargendo ai quattro venti il suo verbo, non ammantato nemmeno dalla più esile autocensura. Negli USA, nel 1975, l Congresso degli Stati Uniti e al vertice del Sindacato invita apertamente a boicottare la distensione, a rifiutare ogni collaborazione con l’URSS: “per favore, ingeritevi più spesso nelle nostre questioni interne”, dice Solzhenitsyn ai parlamentari statunitensi, molti dei quali colgono la palla al balzo… Nel 1976, in Spagna, manifesta inquietudine per la fine del franchismo e auspica il prosieguo della dittatura, mentre dispensa ammirazione per Pinochet e appoggia attivamente la guerra imperialista nel Vietnam. Altro che campione di libertà! Altro che paladino del “mondo libero”! Solzhenitsyn si rivela pienamente quello che il potere sovietico, a parte la parentesi kruscioviana, aveva riconosciuto essere: un irriducibile nemico del comunismo, della pace tra i popoli, della vera libertà e dell’emancipazione degli sfruttati. Dopo il 1991, i suoi strali li dirige contro il capitalismo selvaggio e il liberismo devastatori della Russia, ma niente e nessuno muta la sua visione del mondo reazionaria, “feudale” ed anticomunista. Lo scrittore muore a Mosca il 3 agosto del 2008: se ne va in quella data un’icona della Guerra Fredda, idolatrata ed elevata a mito, per le supreme esigenze della borghesia imperialista.

Autore:

Luca Baldelli

Fonti:
https://gardenofknowledgemalta.wordpress.com/2016/09/07/1703/

A.I. Solzhenitsyn: Arcipelago Gulag, Mondadori, 2013
Idem: Una giornata di Ivan Denisovich, Einaudi, 1999
Idem (da anonimo): Divisione Cancro, Il Saggiatore, 1968
Idem: La quercia e il vitello, Mondadori, 1975
Idem: Agosto 1914, Mondadori, 1972
Risposta a Solhenitsyn – “L’arcipelago delle menzogne”: Novosti, 1974
N. Rescetovskaja: Mio marito Solgenitsyn, Teti, 1974
T. Resac: La spirale delle contraddizioni di Aleksandr Solgenitsyn, Teti, 1974

La strage di Katyn una menzogna anticomunista

L’affermazione che le truppe sovietiche avrebbero assassinato tra i 14.800 e i 22.000 prigionieri di guerra polacchi in quella che viene chiamata “strage di Katyn” costituisce una delle più grandi falsità storiche del secolo XX. Solo adesso possiamo affermare con sicurezza che in effetti l’accusa mossa ai sovietici è falsa, è una menzogna anticomunista.

“Katyn” sta alla base dell’attuale nazionalismo reazionario polacco. Il governo capitalista della Polonia ha speso centinaia di milioni di dollari per costruire monumenti e memoriali, sponsorizzare libri, articoli, riviste e conferenze accademiche per indottrinare studenti e pubblico, in Polonia e all’estero, su questo “crimine dello stalinismo” In questo articolo leggerete delle recenti scoperte archeologiche in una località dell’Ucraina in cui i tedeschi compirono stragi di massa. Nell’ex Unione Sovietica i luoghi di questo tipo si contano letteralmente a migliaia.

Il sito presso Volodymyr-Volyns’kiy fu prescelto per gli scavi perchè gli storici polacchi e ucraini pensavano celasse le vittime di un massacro perpetrato dai sovietici. Gli anticomunisti sono sempre ghiotti di storie di atrocità sovietiche, che utilizzano per giustificare la collaborazione coi nazisti e i massacri compiuti nel corso della seconda guerra mondiale dai nazionalisti polacchi e ucraini, i quali “nazionalisti” sono sempre stati anticomunisti e antisemiti e, quando non aiutavano i tedeschi nelle loro stragi, ne compivano per conto proprio.

Possiamo senz’altro affermare che il sito di Volodymyr-Volyns’skiy non sarebbe mai stato riportato alla luce se le autorità polacche e ucraine avessero presagito che fosse un luogo di stragi di massa compiute dai tedeschi e dai nazionalisti ucraini. Se avessero avuto il minimo sospetto che le loro scoperte avrebbero smentito la loro beneamata storia della “strage di Katyn” avrebbero lasciato per sempre indisturbato quel luogo con le sue vittime.

Non è un’esagerazione! Interrogato riguardo alla relazione degli archeologi polacchi sugli scavi, l’archeologo ucraino Oleksei Zlatohorskyy si è espresso in questi termini:

Affermazioni incaute degli archeologi polacchi circa gli oggetti ritrovati sui resti riesumati nella campagna del castello di Kazimir Velikii a Vladimir-Volynskii potrebbero far sorgere dubbi sui crimini famosi del NKVD contro ufficiali polacchi.

Queste parole di Zlatohorskyy sono assai istruttive. Dimostrano la sua assenza di interesse per l’obiettività storica e la ricerca della verità e, al contrario, la sua volontà non di scoprire la verità, ma di nasconderla. Zlatohorskyy rimprovera ai colleghi polacchi di menzionare i soli “oggetti ritrovati” che abbiano un’incidenza su Katyn. I distintivi dei poliziotti polacchi Jósef Kuligowski e Ludwik Ma?owiejski sono di gran lunga i reperti più importanti emersi dagli scavi.

L’archeologa polacca aveva confinato la menzione del distintivo di Kuligowski in una nota a pie’ di pagina; non aveva fatto menzione alcuna del distintivo di Ma?owiejski e non aveva mai fatto il minimo accenno a Katyn. Eppure Zlatohorskyy si allarma per la minaccia che anche questa sola citazione comporta per la “versione ufficiale” della strage di Katyn. La relazione ucraina ignora del tutto il ritrovamento di ambedue i distintivi. Non ci potrebbe essere ammissione più chiara del fatto che gli archeologi ucraini sono pronti a nascondere la verità se questa smentisce le falsità anticomuniste.

E’ assai probabile che anche altri prigionieri polacchi, attualmente contati tra le “vittime di Katyn”, siano stati fucilati dai nazisti e dai loro alleati nazionalisti ucraini a Volodymyr-Volyns’kiy e siano sepolti in quelle fosse comuni ma, se anche ce ne sono altri, non ne sapremo mai nulla. Tuttavia il ritrovamento dei distintivi di Kuligowski e di Ma?owiejski è sufficiente per smentire la “versione ufficiale” di Katyn.

Non c’è stata nessuna “strage di Katyn”! E’ tutta un’invenzione! Si tratta di un mito – una menzogna nazista, ripresa dapprima dal governo polacco in esilio a Londra, che era ferocemente anticomunista (e antisemita), e poi, durante la guerra fredda, dai paesi capitalisti. Infine se ne appropriarono Mikhail Gorbachev e Boris Eltsin nel quadro della loro campagna per liquidare l’Unione Sovietica. Gorbachev e Eltsin si fecero sostenitori di molte menzogne sulla storia sovietica, come già aveva fatto Khrushchev. Il mio collega Vladimir L. Bobrov ed io ne abbiamo già smascherate parecchie nei nostri scritti e altre rivelazioni seguiranno.

Il regime polacco d’anteguerra era una dittatura razzista, antioperaia e anticomunista, ideologicamente assai simile alla Germania hitleriana. Durante la guerra le sue forze clandestine, l’”Esercito Nazionale” (AK, Armia Krajowa), combatterono i partigiani comunisti e massacrarono senza distinzione più che poterono gli ebrei, sia civili che partigiani antinazisti. La collaborazione dell’AK coi tedeschi è ben nota agli studiosi, anche se il pubblico polacco è tenuto largamente all’oscuro.

Le sole forze che combatterono per ogni sorta di liberazione furono i partigiani filosovietici, comprese le unità di partigiani ebrei, dell’”Esercito Popolare” (Armia Ludowa), e l’Esercito Polacco sotto il comando di Zygmunt Berling, ambedue formati dall’Unione Sovietica sotto Giuseppe Stalin.

Attualmente il campo degli studi polacchi è fatalmente compromesso dalla dedizione non alla verità, ma alla confezione di menzogne anticomuniste. Riguardo alla collaborazione dello ”Esercito Nazionale” polacco con la Germania nazista, lo storico anticomunista polacco Grzegorz Motyka ha scritto:

Historycy raczej go [kolaboracja] unikaja, bojac sie, aby wyniki ich badan nie przyczynily sie – jak to ujal Tomasz Szarota – “do pogorszenia obrazu wlasnego narodu w oczach obcych”. Inna obawe wyrazil Jaroslaw Hrycak: “nie mozna wychowywac mlodego pokolenia na opowiesciach o wspólpracy z wrogiem”.

Gli storici preferiscono ignorarla [la collaborazione], per tema che l’esito delle loro ricerche possa produrre – secondo l’espressione usata da Tomas Szarota – “il deterioramento dell’immagine che la nazione ha di sé e offre agli occhi degli stranieri.” Jaroslaw Hrytsak esprime un’altra preoccupazione: “non è possibile educare la giovane generazione con storie di collaborazione col nemico.”
(Motyka, “Kolaboracja na Kresach Wschodnich II Rzeczypospolitej 1941-1944”. Pamiec i Sprawedliwosc nr 12, 2008)

La verità è che i partigiani comunisti furono i soli a combattere i tedeschi con vigore e a loro i tedeschi non concessero mai lo statuto di “prigionieri di guerra” che veniva invece riconosciuto all’AK. Erano i soli che accoglievano gli ebrei nelle loro file dove potevano combattere con i loro nomi veri di ebrei senza nascondere la loro identità sotto nomi “ariani” per non essere ammazzati dai loro stessi commilitoni dell’AK come capitò a molti. E che punivano l’antisemitismo nei loro ranghi. E non collaborarono mai con i nazisti o con i nazionalisti fascisti ucraini che assassinarono a sangue freddo 100.000 civili polacchi.

Attualmente nel campo degli studi sovietici ed est europei non c’è posto per studiosi che vogliano semplicemente stare ai fatti e dire la verità. Certi argomenti sono tabu. Per esempio è sempre necessario

* Attaccare Giuseppe Stalin e affermare che egli si macchiò di “grandi crimini” – anche se dei pretesi “crimini di Stalin” non si trova traccia alcuna.

* Definire l’Unione Sovietica “totalitaria” e simile alla Germania nazista, mentre in realtà la Polonia, gli Stati baltici, l’Ungheria e la Romania erano stati fascisti o fascistoidi e gli Alleati occidentali sacrificarono a Hitler l’indifesa Cecoslovacchia per incoraggiarlo ad attaccare l’Unione Sovietica.

* Accreditare o per lo meno accettare passivamente l’idea che tutti i partigiani e terroristi anticomunisti dell’Europa orientale che collaborarono con i nazisti nelle stragi di massa fossero “combattenti per la libertà” e “patrioti” che lottavano per l’“indipendenza”.

* Esaltare il capitalismo e condannare invece la collettivizzazione dell’agricoltura e la nazionalizzazione delle ricchezze private.

All’epoca di Stalin i comunisti sovietici fecero molti errori. Questi errori però non erano frutto di menti criminali o di pazzi, erano errori di pionieri. I bolscevichi “si avventurarono arditamente là dove nessuno era ancora andato”. Furono i primi a fare una rivoluzione vittoriosa e a cercare di costruire una società socialista, poi comunista. Gli errori sono inevitabili in qualsiasi impresa umana e in effetti sono parte essenziale dell’apprendimento e perciò del progresso.

Da molti anni ormai, grazie alla pubblicazione di molti documenti di prima mano anteriormente inaccessibili degli archivi sovietici, insieme al mio collega Bobrov stiamo studiando i pretesi “crimini dello stalinismo”. Ebbene, dobbiamo ancora trovare una sola accusa che risponda a verità: finora tutte le accuse di crimini si sono rivelate false. Può darsi che un giorno ci si debba imbattere in qualche “crimine dello stalinismo” sostenuto da buone prove. Se ciò avvenisse non lo nasconderemmo certo, come esorta a fare l’archeologo ucraino Zlatohorskyy e come gli storici polacchi Szarota e Hrycak consigliano di fare agli storici “patriottici”.

Per molto tempo ho pensato che tra tutti i pretesi “crimini dello stalinismo” la “strage di Katyn” fosse veramente tale o quanto meno avrebbe potuto veramente esserlo. Adesso anche questo crimine si dimostra un’invenzione. Vi invito a leggere l’articolo che segue, pronto a recepire commenti e critiche.

Fonte: http://associazionestalin.it/katyn_furr.pdf

Il sogno sovietico: Immigrazione americana in Unione Sovietica

Nel 1920, durante un’incontro della Terza Internazione, venne approvata la mozione
dell’americano comunista John Reed che chiedeva all’Urss di Lenin la possibilità di una collaborazione tra gli afro-americani e le università sovietche, Lenin approvò sostenendo che l’incotro tra le due realtà era assolutamente necessario.

Tra il 1925 e il 1938,  90  afro-americani vennero invitati a studiare  presso l’ Università Comunista dell’Est o KUTV.  La maggior parte completarono un programma di 14 mesi, che s’incentrò sui principi fondamentali della teoria marxista-leninista, venne inoltre approfondita una formazione su temi alternativi come spionaggio, guerriglia, codici segreti, e le tecniche di lavoro politico sotterraneo.

Gli studenti neri, come tutti gli studenti stranieri, vennero trattati come ospiti d’onore, ricevendo vitto e alloggio gratuito, indennità di abbigliamento e di viaggio, tutori speciali, vacanze pagate in Unione Sovietica e una casa.  A quel tempo, nessun altro paese avrebbe offerto a un nero tale opportunità.

Nel 1929 gli USA erano preda di una crisi economica – Grande Depressione o Crisi del ‘29 – che aveva prodotto oltre tredici milioni di disoccupati e una generale sfiducia  nei confronti di quel sistema capitalista che si trovava alla base del sogno americano. Chi aveva pregato con tutte le sue forze  di  essere  accettato  nei  grandi saloni di smistamento di Ellis Island cominciò  a  domandarsi  se  quella peripezia  via  mare  affrontata  tempo prima avesse ancora senso; altri, più  intraprendenti  (o  più  disperati),fantasticavano  sulla  nuova  frontiera, quel Far East dipinto come terra di  opportunità  nei  reportage  che  il  giornalista britannico Walter Duranty  (1884-1957) inviava da Mosca.

Stando ai resoconti del corrispondente del «New  York  Times»  l’Unione  Sovietica pareva essere aliena al tracollo finanziario che, da un giorno all’altro,  aveva  lasciato  ai  margini  delle strade  operai  e  dirigenti  d’azienda, liberi professionisti e broker.
I piani quinquennali e lo sviluppo dell’industria pesante potevano apparire agli occhi  dei  lettori  come  una  risposta alla fame di lavoro, di cibo e di speranza che animava intere famiglie ridotte alla miseria. Una nazione nata sull’immigrazione come gli USA non poté  pertanto  stupirsi  se  cittadini americani di origine italiana, tedesca, francese, irlandese avessero deciso di vendere i loro pochi averi per accaparrarsi un posto sui piroscafi che da New York facevano rotta verso Odessa e Leningrado.

Nel 1930 circa 18.000 americani, nella maggior parte di origine africana, fuggirno dagli Stati Uniti d’America per iniziare una nuova vita in Unione Sovietica, lontano da razzismo e povertà, dove li aspettavano lavoro, casa, vacanze e dignità.

L’URSS divenne la patria di migliaia di afro-americani oppressi dal capitalismo americano.

L’URSS mostrò agli afro-americani una nazione lontana dal razzismo e spiegò che secondo la dottrina del marxismo-leninismo il razzismo era una distrazione artificiale creata dalle classi dominanti al fine di dividere i lavoratori e distrarli dalla rivoluzione.

L’URSS riconobbe a tutti gli afro.americani lo status di popolo oppresso cosi come era abitudine fare per gli immigrati provenienti dalle colonie degli stati europei, inoltre si iniziò a parlare di un progetto, purtroppo abbandonato alla morte di Stalin,  che prevedeva la creazione di una repubblica popolare sovietica  dove gli afro-americani e i gli immigrati africani potessero vivere in pace e in libertà.

Gli afro-americani che vissero in URSS avevano un detto: Quando siamo in America, ci sentiamo afroamericani perché amiamo andare in chiesa con i fratelli neri, ci piace il cibo africano, amiamo la musica nera, amiamo un sacco di cose che ci uniscono alle persone di colore. Quando siamo in Russia, ci sentiamo russi.

Fonti:
Blacks in the Soviet Union
In Russia, early African American migrants found the good life
GLI AMERICANI IN URSS

L’ URSS invase la Polonia nel settembre 1939? ASSOLUTAMENTE NO!!!

Convenzionalmente, è accettato come fatto incontrovertibile che il patto di non aggressione tra l’URSS e la Germania (spesso chiamato il “Trattato o “Patto Molotov-Ribbentrop” dal nome dei due ministri degli esteri che firmarono il documento) prevedesse la “spartizione della Polonia,” e la sua divisione . Questo è completamente FALSO.

Senza dubbio uno dei grandi motivi per la diffusione di questa falsità è che la Gran Bretagna e la Francia firmarono un patto di non aggressione con Hitler accettando la “spartizione” di un altro Stato, la Cecoslovacchia.

Questo è stato l’accordo di Monaco del 30 settembre 1938. La Polonia partecipò alla “partizione” della Cecoslovacchia e occupò parte dell’area di Cieszyn, in Cecoslovacchia, dove era presente una minoranza polacca. Questa invasione e la conseguente occupazione non erano contemplate nell’ accordo…

Nel trattato di Riga, firmato nel marzo 1921, la Repubblica di Russia (l’Unione Sovietica ufficialmente è costituita nel 1924), stremata dalla guerra civile e dall’intervento straniero, accettò di dare la metà della Bielorussia e dell’Ucraina agli imperialisti polacchi in cambio della pace di cui aveva disperatamente bisogno.

Usiamo il termine “imperialisti polacchi” a ragion veduta, perché la popolazione nelle le zone che sono state concesse alla Polonia ai sensi del trattato, erano una piccola minoranza sia in Bielorussia occidentale che in Ucraina occidentale.

Il regime capitalista polacco incoraggiò le popolazioni polacche di quelle zone a “polonizarle” e imporre tutte una serie di restrizioni nell’ uso del bielorusso e dell’ ucraino.

Prima dell’invasione della Polonia da parte di Hitler nel 1939, il governo polacco manovrava per unirsi alla Germania nazista nella guerra contro l’Unione Sovietica, al fine di annettere altri territori. Fino al 26 gennaio 1939, il ministro degli Esteri polacco, Beck discuteva di questo a Varsavia con il ministro degli Esteri nazista Joachim von Ribbentrop.

Ribbentrop, scrisse : “… Così ho parlato con M. Beck, ancora una volta, sulle politiche che devono seguire la Polonia e la Germania rispetto all”Unione Sovietica, e in questo senso si è anche affrontato il tema della Grande dell’Ucraina e di nuovo a proposito della cooperazione tedesco-polacco in questo campo. M. Beck non ha nascosto il fatto che la Polonia aveva aspirazioni dirette verso l’Ucraina sovietica e una connessione al Mar Nero (Akten zur deutschen Politik Auswärtigen pg 139-140).

Il ministro degli Esteri polacco, Beck sta dicendo a Ribbentrop che la Polonia avrebbe voluto prendere in consegna tutta l’Ucraina, sottraendola all’URSS, perché quello era l’unico modo per la Polonia di potere avere “un collegamento con il Mar Nero”.

Con l’invasione del settembre del 1939 e la conseguente caduta dal governo polacco cessa ufficialmente di esistere lo stato polocco e i nazisti sono liberi di avanzare fino al confine sovietico. Questo aspetto è fondamentale, perchè da questo preciso momento il patto Molotov-Ribbentrop non è più valido da questo momento l’URSS si muove per difendere i propri confini dal nemico nazista che avanza in tutto il territorio polacco.

Possiamo affermare che non c’è stata nessuna invasione sovietica in Polonia e che l’Urss semplicemente rientrò in possesso dei territori persi con il trattto di Riga per i Convenzionalmente, è accettato come fatto incontrovertibile che il patto di non aggressione tra l’URSS e la Germania (spesso chiamato il “Trattato o “Patto Molotov-Ribbentrop” dal nome dei due ministri degli esteri che firmarono il documento) prevedesse la “spartizione della Polonia,” e la sua divisione .

Questo è completamente FALSO motivi:

1. Il governo polacco non ha dichiarato guerra contro l’URSS.
Il governo polacco ha dichiarato guerra alla Germania quando la Germania invase il 1 ° settembre 1939. Ma non ha dichiarato guerra contro l’URSS.

2. Il comando supremo polacco ordinò ai soldati polacchi di non combattere contro i sovietici; tuttavia, ordinò alle forze polacche di continuare la lotta contro i tedeschi.

3. Il presidente polacco Ignaz Moscicki, rifugiato in Romania dal 17 settembre, aveva tacitamente ammesso che la Polonia non aveva più un governo.

4. Il governo rumeno ha tacitamente ammesso che la Polonia non aveva più un governo.

5. La Romania non ha rispettato il trattato difensivo con la Polonia in caso d’invasione da parte dell’URSS. La Romania non ha dichiarato guerra contro l’URSS.
La ragione per cui la Romania non ha dichiarato guerra contro l’URSS è spiegata in un articolo del New York Times del 19 settembre 1939:

“Il punto di vista della Romania in relazione all’accordo antisovietica Rumeno-polacco ha effetto solo se un attacco russo si è verificato come un evento isolato e non come risultato di guerre”. ( Romania Ansioso, Orologi Frontier , NYT 19/09 / 39, p. 8)

6. La Francia non dichiarato guerra contro l’URSS, anche se aveva un trattato di mutua difesa con la Polonia.

7. L’Inghilterra non ha mai chiesto all’Unione Sovietica di ritirare le truppe dalla Bielorussia e dall’Ucraina occidentale, parti della ex Stato polacco, occupate dall’Armata Rossa dopo il 17 settembre 1939.

Il governo britannico ha concluso che questi territori non dovranno mai far parte di un futuro stato polacco. Anche il governo polacco in esilio in Romania concordò con tale decisione!

8. La Società delle Nazioni stabilì che l’URSS non aveva invaso uno Stato membro.

9. Tutti i paesi hanno accettato la dichiarazione di neutralità dell’Unione Sovietica.

GROVER FURR ¿LA UNIÓN SOVIÉTICA INVADIÓ POLONIA EN SEPTIEMBRE DE 1939? (RESPUESTA: NO, NO LO HIZO)

Vi parlo di un uomo comune, vi parlo di Aleksej Grigor’evič Stachanov

Aleksej Grigor’evič Stachanov è un semplice minatore nato a Lugovaja, il 3 gennaio 1906. La sua era una famiglia di contadini di Lugovaya, vicino a Orel. Cresce facendo il bracciante nei campi, e occupandosi del bestiame. Silenzioso, schivo, ama osservare quello che avviene attorno a lui. Come studi, aveva fatto poco: una scuola agricola di base frequentata solo per tre inverni. Sapeva a malapena leggere e scrivere. Non vedeva, nel suo futuro, molto altro che non fosse lavorare nei campi.

Nel 1927 andò in miniera, a Kadievka nella regione del bacino del Donec/Donbass(oggi in Ucraina), a estrarre carbone nella miniera “Irmino-centrale”. Una delle eccellenze russe in fatto di estrazione. «Il Donbass è la regione senza la quale gli ideali di costruzione socialista resterebbero solo un esempio di buona volontà», disse Lenin.

Non immaginava, quando entrò in miniera, che il suo nome sarebbe diventato glorioso. Non poteva pensare che i bambini nelle scuole sovietiche lo avrebbero studiato sui libri di testo, e sarebbe entrato nelle lingue di tutto il mondo. Stakanov divenne per tutti il lavoratore socialista instancabile, simbolo di tutta la Russia sovietica, del riscatto di un popolo e di un’idea.

Iniziò come conducente dei carri di trasporto. Poi, dopo sei anni di osservazione, cominciò a martellare. La sua prestanza fisica (alto, muscoloso: il suo pugno era grande come la faccia) garantiva resistenza allo stress. Era un lavoratore come tanti altri: fumava poco, beveva poco, era schivo e non creava nessun problema. Anonimo, non sarebbe mai passato alla storia se, come si racconta, quando l’onda arrivò, non avesse avuto già in mente la sua idea i suoi principi. Un principio, quello dell’innovazione e del coraggio di rompere gli schemi in cui si vive.

Nel 1929, a Kartashov, partì l’iniziativa di ridurre il tempo di trasporto del carbone fuori dalla miniera da 8 a 4 ore. Ci riuscirono. Da Gorlovka, invece, prendeva piede il movimento Izotovskista, che si basava sul principio di trasmissione delle tecniche agli operai più capaci per dividere le responsabilità e i compiti. La gara era cominciata.

Il momento arrivò.  Nel 1935 Centrale-Irmino era rimasta indietro rispeto alla produzione delle altre miniere. Si pensò di chiedere consiglio agli operai, e uno per uno vennero consultati. Quando fu il turno di quell’operaio silenzioso, arrivò la soluzione. «Ci penso da tempo», avrebbe risposto. «Si dovrebbe suddividere il lavoro. Chi taglia via il carbone, dovrebbe fare solo quello. Dietro di lui, dovrebbero muoversi gli sbozzatori, e fare solo quello. E anche gli impalcatori». Lavoro organizzato. Il capo-miniera Petrov si fidò.

Il giorno della dimostrazione il 30 agosto 1935. Stachanov sapeva fare tutto, dall’estrazione alla sbozzatura, e per questo si muoveva a suo agio a capo di due aiutanti che aveva con sé, che si occupavano della costruzione dei puntelli. Li guidava e li assisteva mentre, lui, quasi a ritmo interrotto, continuava a estrarre, con il martello pneumatico, il carbone. Era bravo anche perché, si spiegherà, aveva fatto un corso per imparare a utilizzarlo.

Quella notte c’era anche Petrov, che pensava all’illuminazione («illuminava anche la mia anima», raccontò Stachanov sulla Pravda) al cavallo e qualche bottiglia di vodka. Il risultato fu incredibile: 102 tonnellate di carbone in cinque ore e 45 minuti. Quattordici volte la media. La comunicazione fu subito inviata al Comitato Centrale, e di lì a poco venne diffusa in tutta la Russia. L’impresa fu ripetuta a settembre, e il risultato migliorò ancora: 227 tonnellate. Ci volle poco: Stakanov divenne leggenda.

Il Partito decise di rendergli onore attraverso una serie di riconoscimenti: l’iscrizione nel registro d’onore dei migliori minatori della città; un premio in denaro di  220 rubli(circa due mensilità); un nuovo appartamento, con tanto di arredamento, cuscini;  tappeti, un pianoforte a coda; un voucher per una vacanza al mare con la moglie in Crimea; e, novità assoluta, un telefono; due abbonamenti (per lui e la moglie) per tutta la vita al circolo culturale e al cinema. E poi, titoli sui giornali e celebrità globale, fino ad arrivare alla copertina su Time.

Stakanov aveva avuto l’idea per cambiare le cose. In più, il coraggio di attuarla quando l’onda della storia arriva e non ti puoi tirare indietro. Un uomo qualunque mostrò al mondo come un semplice operaio riusci a cambiare per sempre il concetto di lavoro in un’economia socialista.

La sua vita cambia, dopo il record. Viene inviato, sotto la tutela di Stalin, a studiare all’Accademia Industriale, e cosi inziò la sua carriera fino ad arrivare a dirigere il ministero dell’Industria del Carbone e divenne deputato al Soviet supremo dell’Urss.

L’arrivo dell’infame Kruscev, nel 1953, segnò la fine del suo sogno e l’inzio di un incubo. Kruscev volle far piazza pulita dei simboli del precedente governo e nel 1957 allontana Stakanov da Mosca (con divieto di accesso) e lo “esilia” di nuovo nel Donbass, a Torez, dove diventa assistente dell’ingegnere capo nell’amministrazione. La famiglia non lo segue, e rimane solo. Comincia a bere, molto più di quando, da giovane, stava con i compagni minatori. Riceve un secondo riconoscimento, da Breznev, nel 1970, ma è troppo tardi. Morirà, il 5 novembre del 1977 ormai dimenticato dai più in una Russia ormai lontana dal socialismo che non rispecchia i sogni dei lavoratori, sogni dove un semplice minatore(un semplice ingranaggio) può diventare un mito da seguire e una leggenda che ancora oggi riempe di speranze i cuori di ogni lavoratore sfruttato dal capitalismo.

Dopo la sua morte, la città di Kadievka, dove aveva compiuto il record, verrà ribattezzata Stakanov, in una forma di riabilitazione postuma ipocrita e colpevole.