Lo Zio di Christian De Sica

Christian De Sica: Io ho un parente assassino, si chiamava Ramon Mercader. Mia madre si chiama Maria Mercader è catalana. A Ramon Mercader, Stalin gli disse vai a Città del Messico e ammazza Trotsky, queato è partito con un piccone e gli l’ha dato in testa. L’assassino di Trotsky era mio zio!

Ramón Mercader , nome completo Jaime Ramón Mercader del Río Hernández (Barcellona, 7 febbraio 1914 – L’Avana, 18 ottobre 1978) è stato un agente segreto spagnolo operante nel NKVD durante il governo di Josif Stalin nell’URSS.

Ramon Mercader, l’uomo che uccise Lev Trotsky spaccandogli il cranio con una picconata il 20 agosto 1940. Il  pretesto per la consultazione di un documento porta Mercader a casa Trotsky, nel suo ufficio. Fuori ci sono le due guardie del corpo, sicure dell’innocenza dell’ospite. Sguardi brevi e testa bassa. Dopo qualche chiacchiera i due si mettono a scrutare il documento, e mentre Trotky sembra sempre più assorto dalla lettura, Ramon sta già tastando con una mano il rompighiaccio dietro di loro. Un respiro e via, colpo alla nuca e grida profonde. La ferita alla testa non è immediatamente mortale ma permette al sangue un tarantiniano zampillare su tutta la scrivania. Ramon fa per andare verso la finestra mentre le guardie entrano e lo afferrano: Trotsky morirà qualche ora dopo in ospedale per insufficienza di sangue.

Conosciuto dalla polizia messicana come Jacques Mornard o Frank Jackson, è condannato il 25 giugno 1944 a vent’anni di carcere, il massimo della pena consentito dalle leggi messicane. I sovietici gli procurano l’avvocato Eduardo Cincieros, uno dei più valenti legali del Messico, e in carcere non gli fanno mancare nulla. Tutti i giorni riceve la visita di una giovane donna, Roquelia, che in seguito diventerà sua moglie, ma che ora è semplicemente un agente dell’Nkvd.

Il primo a riconoscerlo è il fotografo spagnolo Agustin Puertolas che lo ha incontrato in Spagna durante la guerra civile, poi sarà la volta dello scrittore Julian Gorkin e tanti altri suoi ex compagni nella guerra di Spagna. Liberato il 6 maggio 1960, all’uscita dal carcere trova ad aspettarlo dei diplomatici cecoslovacchi che gli consegnano un passaporto con il quale lascia immediatamente il Messico. Poi via Cuba raggiungerà Mosca.

In Unione Sovietica la sua famiglia di rivoluzionari non verrà mai dimenticata, onoreranno la madre Maria de La Caridad del Rio Hernandez, già combattente dell’esercito repubblicano spagnolo, con l’Ordine di Lenin. Figlia del governatore spagnolo di Santiago di Cuba, bella, volitiva e dal carattere avventuroso, aveva sposato, nel 1911, l’industriale di tessuti Pablo Mercader dal quale aveva avuto cinque figli: Luis, combattente nell’Armata Rossa e professore emerito alla scuola tecnica superiore di ingegneria a Madrid, Jorge, membro dell’Nkvd, Pablo, morto in battaglia durante la guerra civile, Montserrat, segretaria del comunista francese e combattente in Spagna André Marty, noto anche come il macellaio di Albacete e appunto Ramòn.

L’Urss gli sarà per sempre riconoscente. Ramòn sarà decorato con l’ordine di Eroe dell’Unione Sovietica e morirà di vecchiaia il 10 ottobre 1978 a Cuba. Le sue ceneri sono state successivamente trasferite a Mosca, nel cimitero di Kuntsevo, accanto alla dacia di Stalin. Nel giugno del 1987 il Kgb ha disposto sulla sua tomba una lastra con questa iscrizione: “All’eroe dell’Unione Sovietica Ramon Ivanovich Lopez” (quello era il suo nome in russo). Lo stesso nome è scolpito a lettere d’oro nel Monumento agli Eroi del Socialismo, all’ingresso d’onore del KGB.

Fonti:

L’assassino di Trotsky e i fantasmi della storia

L’assassinio di Trotzkij

Quando De Sica uccise Trotsky

“Mio zio? Non ci crederete, ma fu un assassino!” – Christian De Sica

 

URSS ai tempi di Stalin(Foto a colori e in bianco e nero)

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Il mercato di Yalta
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Persone in coda davanti a una drogheria in una località non specificata
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Crimea
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Manifestazione in una piazza di Mosca
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L’Ufficio telegrafico centrale di Mosca
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Famiglia seduta a un chiosco davanti allo zoo cittadino
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Un gruppo di donne-spazzino con le scope sulla Piazza Rossa
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Relax domenicale sulla Piazza Rossa per le famiglie: questa zona delle scalinate adesso non è più accessibile
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Il bar “I fuochi di Mosca” dell’Hotel Moskva. Mosca, fine anni ‘40.
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I funerali di Stalin davanti alla Casa dei sindacati a Mosca, nel marzo 1953
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Atlete della società sportiva “Dinamo”. In spiaggia presso la città di Chimki, nella regione di Mosca, 1935.
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La vendita di acqua minerale a Mosca negli anni trenta.
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Paracadute durante la Fiera sportiva nell’aerodromo di Tušino, 1940.

Urss, vita quotidiana ai tempi di Stalin: le foto (a colori) mai viste

La Russia quotidiana ai tempi di Stalin

Primo Levi ci spiega la differenza tra Gulag e lager nazista

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La polemica in corso in Germania fra chi tende a banalizzare la strage nazista (Nolte, Hillgruber) e chi ne sostiene l’unicità (Habermas e molti altri) non può lasciare indifferenti. La tesi dei primi non è nuova: stragi ci sono state in tutti i secoli, in specie agli inizi del nostro, e soprattutto contro gli «avversari di classe» in Unione Sovietica, quindi presso i confini germanici. Noi tedeschi, nel corso della Seconda guerra mondiale, non abbiamo fatto che adeguarci a una prassi orrenda, ma ormai invalsa: una prassi «asiatica» fatta di stragi, di deportazioni in massa, di relegazioni spietate in regioni ostili, di torture, di separazioni delle famiglie. La nostra unica innovazione è stata tecnologica: abbiamo inventato le camere a gas.

Ora, i sovietici non possono essere assolti. La strage dei kulaki prima, e poi gli immondi processi e le innumerevoli e crudeli azioni contro veri o presunti nemici del popolo sono fatti gravissimi, che hanno portato a quell’isolamento politico dell’Unione Sovietica che con varie sfumature (e con la forzata parentesi della guerra) dura tuttora. Ma nessun sistema giuridico assolve un assassino perché esistono altri assassini nella casa di fronte. Inoltre, è fuori discussione che si trattava di fatti interni all’Unione Sovietica, a cui nessuno, dal di fuori, avrebbe potuto opporre difese se non per mezzo di una guerra generalizzata.

Che «il Gulag fu prima di Auschwitz» è vero; ma non si può dimenticare che gli scopi dei due inferni non erano gli stessi. Il primo era un massacro fra uguali; non si basava su un primato razziale, non divideva l’umanità in superuomini e sottouomini: il secondo si fondava su un’ideologia impregnata di razzismo. Se avesse prevalso, ci troveremmo oggi in un mondo spaccato in due, «noi» i signori da una parte, tutti gli altri al loro servizio o sterminati perché razzialmente inferiori. Questo disprezzo della fondamentale uguaglianza di diritti fra tutti gli esseri umani trapelava da una folla di particolari simbolici, a partire dal tatuaggio di Auschwitz fino all’uso, appunto nelle camere a gas, del veleno originariamente prodotto per disinfestare le stive invase dai topi. L’empio sfruttamento dei cadaveri, e delle loro ceneri, resta appannaggio unico della Germania hitleriana, e a tutt’oggi, a dispetto di chi vuole sfumarne i contorni, ne costituisce l’emblema.

È bensì vero che nei Gulag la mortalità era paurosamente alta, ma era per cosi dire un sottoprodotto, tollerato con cinica indifferenza: lo scopo primario, barbarico quanto si vuole, aveva una sua razionalità, consisteva nella reinvenzione di un’economia schiavistica destinata alla «edificazione socialista». Neppure dalle pagine di Solzenicyn, frementi di ben giustificato furore, trapela niente di simile a Treblinka e a Chelmno, che non fornivano lavoro, non erano campi di concentramento, ma «buchi neri» destinati a uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere ebrei, in cui si scendeva dai treni solo per entrare nelle camere a gas, e da cui nessuno è uscito vivo. I sovietici invasori in Germania dopo il martirio del loro Paese (ricordate, fra i cento dettagli, l’assedio spietato di Leningrado?) erano assetati di vendetta, e si macchiarono di colpe gravi, ma non c’erano fra loro gli Einsatzkommandos incaricati di mitragliare la popolazione civile e di seppellirla in sterminate fosse comuni scavate spesso dalle stesse vittime; né del resto avevano mai progettato l’annientamento del popolo tedesco, contro cui pure nutrivano allora un giustificato desiderio di rappresaglia.

Nessuno ha mai attestato che nei Gulag si svolgessero «selezioni» come quelle, più volte descritte, dei Lager tedeschi, in cui con un’occhiata di fronte e di schiena i medici (medici!) SS decidevano chi potesse ancora lavorare e chi dovesse andare alla camera a gas. E non vedo come questa «innovazione» possa essere considerata marginale e attenuata da un «soltanto». Non erano una imitazione «asiatica», erano bene europee, il gas veniva prodotto da illustri fabbriche chimiche tedesche; e a fabbriche tedesche andavano i capelli delle donne massacrate; e alle banche tedesche l’oro dei denti estratti dai cadaveri. Tutto questo è specificamente tedesco, e nessun tedesco lo dovrebbe dimenticare; né dovrebbe dimenticare che nella Germania, nazista, e solo in quella, sono stati condotti a una morte atroce anche i bambini e i moribondi, in nome di un radicalismo astratto e feroce che non ha uguali nei tempi moderni.

Fonte

Solzhenitsyn: Un archipelago di menzogne

 

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Chi non ha sentito nominare, almeno una volta nella sua vita, opere come “Arcipelago Gulag”, “Padiglione cancro”, “Una giornata di Ivan Denisovic”, “Agosto 1914”? Pompate a più non posso dai circuiti anticomunisti, ai quali fa capo da sempre tutta una galassia editoriale e mediatica, questi tomi e pamphlet antisovietici hanno fatto il giro del mondo. A dire il vero, alcuni di questi libri sono stati stampati e, in alcuni casi, anche favorevolmente recensiti da pezzi importanti della critica sovietica, specie negli anni ’60, egemone il krusciovismo! Ciò, a riprova della liberalità estrema, a volte eccessiva, del sistema sovietico, checché ne dicano i consunti megafoni della propaganda filo capitalista.

Tutte queste opere hanno un comune denominatore, oltre alla critica spietata verso la realtà sovietica e l’ideale umanitario contenuto nel marxismo–leninismo: l’autore. Si tratta di Aleksandr Isaevic Solzhenitsyn. Su di lui sono stati sprecati fiumi d’inchiostro, che da 60 anni hanno alimentato e riempito, in occidente, i bacini lacustri della più sfrenata propaganda contro l’URSS. Solzhenitsyn è assurto a vate indiscutibile ed insindacabile, ad ineffabile autorità in sede storica e storiografica, a mito, a totemica entità la cui analisi e critica equivale ad un tabù inviolabile.

Se l’ha detto Solzhenitsyn, questa, in epigrammatica sintesi, la vulgata dominante su fatti e personaggi del socialismo reale, allora deve per forza essere vero! Ancora oggi, questo personaggio, a cavallo tra mitomania, narcisismo e oscena prostrazione ai templi del potere capitalistico, è poco studiato, per nulla approfondito, letto con una lente di ingrandimento deformante che, attaccata al manico del pregiudizio, porta anche il lettore più in buona fede, puro e disinteressato, ad evidenziare e introiettare ogni sorta di menzogna, lasciando da parte, nel deposito delle eventualità varie, i pochi cascami di verità che affiorano dalle sue pagine.

Si è sempre sostenuto, e lo si afferma con la ritualità del mantra, che il monumentale “Arcipelago Gulag” sarebbe uno spaccato di estremo, brutale verismo sulla realtà concentrazionaria sovietica; stessa cosa per “Padiglione cancro”. Si pretende, poi, che “ Una giornata di Ivan Denisovic” sia il ritratto fedele, quasi fotografico, del recluso tipo. Si assicura che la sorte di Matriona è stata quella della stragrande maggioranza delle donne sovietiche, con relative famiglie, nel malvagio e anzi demoniaco ordinamento economico kolchoziano dell’URSS. Si certifica infine, con il timbro scolorito ma pervicacemente imbrattante della greuelpropaganda antistaliniana, che Stalin ha avuto sulla coscienza ben 60 milioni di cittadini, repressi e fatti fuori in vari modi. Sempre perché a dirlo è stato Solzhenitsyn, e se lo dice lui… Guai a dubitare!
Innanzitutto, per comprendere l’opera di un autore è bene dare un’occhiata alla sua biografia: essa, lungi dal rappresentare un inutile orpello, una digressione da lasciare al capitolo varie ed eventualità, rappresenta l’ossatura di una visione del mondo, di un modo di agire e di rapportarsi alla realtà.

Chi è, dunque, Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn? Nasce a Kislovodsk, nel Caucaso del Nord, l’11 dicembre 1918, mentre infuria la guerra civile scatenata dai bianchi reazionari, con l’appoggio attivo delle potenze imperialiste mondiali.

Il padre, Isakij, giovane ufficiale dell’Esercito, è la prima pedina della disinformazione orchestrata da Solzhenitsyn in prima persona, e dalle centrali antisovietiche: infatti, non è il povero, umile maestro schiaffato dinanzi la pubblica opinione mondiale da un figlio sempre pronto a vestire abusivamente gli improbabili panni del povero, ma il rampollo di una facoltosa famiglia, con a capo un ricco proprietario terriero.

A smascherare la bugia delle “umili origini” non saranno né la TASS, né la NOVOSTI, né la PRAVDA o altri organi ufficiali del PCUS e del Governo sovietico, ma la borghesissima rivista amburghese STERN nel 1971. Nel 1917, leggiamo nel numero dell’insospettabile rivista, Isakij Solzhenitsyn sposa Taisia Scherbak, a sua volta figlia di un ricco possidente, Zachar Scherbak, padrone di vaste estensioni di terreno nel Kuban, selvaggia e affascinante landa cosacca. Taisia cresce in una villa principesca, del tutto simile ad un antico maniero e convola a nozze, come abbiamo visto, con un uomo dello stesso rango sociale.

Quando è già incinta di Aleksandr, il futuro scrittore, Isakij muore: ufficialmente, si parlerà sempre di un incidente di caccia, ma non poche voci insinueranno, con insistenza, la tesi del suicidio. Il quadretto familiare, però, non è completo: Isakij è infatti figlio di Semjon Efimovich Solzhenitsyn, che con i suoi cinque figli (quattro maschi e una femmina) amministra una tenuta di circa 200 ettari, con capi di bestiame in abbondanza, ed è pure influente membro del consiglio di amministrazione della Banca di Rostov. Insomma, una stirpe che naviga nell’oro e fa il bello e il cattivo tempo, non solo soggiogando i contadini al più bieco sfruttamento, ma controllando anche i decisivi rubinetti del credito, grazie ai quali può agevolmente eliminare concorrenti scomodi e pretenziosi.
Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn, il personaggio al centro delle nostra disamina, nasce, come abbiamo visto, nel 1918, nella in casa della zia Irina, moglie di Roman Scherbak, fratello della madre Taisia. Sarà proprio Irina a rivelare la vera storia dei Solzhenitsyn alla Stern. Roman, grazie anche alla dote della moglie, che rimpingua ulteriormente i suoi non certo trascurabili averi, conduce una vita da nababbo, compiendo frequenti viaggi all’estero e acquistando automobili di lusso: negli anni antecedenti alla Prima Guerra Mondiale è proprietario di una delle nove Rolls Royce immatricolate in Russia. Con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre, per la famiglia Solzhenitsyn il vento cambia: il popolo, sfruttato e angariato da secoli di dominazione, presenta il conto a lorsignori!

Le immense ricchezze, guadagnate sul sudore e sul sangue di tanti figli della terra, vengono confiscate e redistribuite tra chi non aveva mai avuto nulla, nemmeno un pezzo di terra dove piantare la cipolla per la zuppa. Più tardi, negli anni ’30, su quelle immense estensioni sorgerà il Kolkhoz “Kirov”. Qui, tra l’altro, almeno fino agli anni ’70 lavorerà Ksenia Vasiljev’na Zagorina, cugina di Solzhenitsyn. Torniamo però, dopo questa breve digressione, ai primi anni del potere sovietico.

Taisia, madre vedova, davanti alla sorte avversa si trasferisce a Rostov sul Don, dove trova subito impiego come dattilografa e stenografa. Il potere sovietico, intransigente verso gli sfruttatori e i prepotenti, ma giusto e umano come nessun’altro, non nega un onesto lavoro ad alcuno, nemmeno ai rampolli della più avida borghesia spodestata, i quali invece il lavoro, e finanche la sopravvivenza, l’avevano negati a generazioni intere. Bisogna poi sottolineare che, se da un lato le proprietà terriere della famiglia Solzhenitsyn e dei parenti vengono confiscate, la stessa sorte non subiscono gli averi accumulati in anni e anni, specie tesori, gioielli e denaro.

Certi pingui forzieri nessuno va a scovarli, anche perché i provvedimenti varati nel corso degli anni dall’“illiberale” potere sovietico, fino alla Costituzione del 1936, tutelano in maniera rigida l’inviolabilità del domicilio. Il piccolo Aleksandr cresce con la passione per la lettura, ma anche con l’ostilità larvata verso ogni ordinamento teso a cancellare le differenze sociali: questo è il retaggio familiare, insopprimibile, che ne influenza il carattere.

Mentre altre famiglie già titolari di cospicue ricchezze si adattano al nuovo sistema sovietico, e anzi i loro membri si costruiscono nuove carriere, circondati dalla stima e dall’apprezzamento di tutti, i Solzhenitsyn, almeno in parte, si mostrano recalcitranti e quasi attendono, con messianica tensione, il momento di un rivolgimento che restauri la situazione passata, il “bengodi” perduto. E’ in questo milieu che si formano il pensiero e la visione del mondo del futuro scrittore.

Adolescente, si rifiuta di entrare a far parte dei Pionieri e va regolarmente in Chiesa: la pratica religiosa, del resto, non è affatto proibita e, negli anni ’30 sarà semmai la propaganda ateista a venire ostacolata, sotto la guida saggia ed equilibrata del compagno Stalin, anche per gli eccessi compiuti da trotskisti ed elementi estremisti negli anni precedenti.
L’atteggiamento di Aleksandr Solzhenitsyn non gli preclude alcun riconoscimento e tantomeno alcun diritto: a dispetto delle origini borghesi, condizione questa, secondo la falsa propaganda anticomunista e antisovietica, che gl impederebbe gli studi e l’avanzamento professionale, Solzhenitsyn, dopo brillanti studi superiori, accede senza problema all’Università statale di Rostov.

Nell’URSS si tiene conto unicamente del merito, delle capacità e dei risultati acquisiti nello studio e nel lavoro, non della discendenza familiare o delle raccomandazioni, come avviene nel mondo capitalista, dove gli avvocati sono figli di avvocati, i notati figli di notai e i farmacisti figli di farmacisti. Non solo: alla faccia della pretesa (sempre della propaganda anticomunista) pianificazione vincolata e vincolante delle scelte dei singoli riguardo a Facoltà e indirizzi, Solzhenitsyn sceglie, malgrado i consigli e le aspettative di insegnanti e amici, la Facoltà di Fisica e Matematica, anziché un indirizzo umanistico – letterario.

“Mi sono orientato, dirà, verso queste materie non tanto per vocazione, quanto per la presenza di insegnanti assai preparati e stimolanti”. Dalla viva voce di un acerrimo anticomunista, quindi, veniamo a sapere che la libertà di scelta era, nella “tremenda” URSS staliniana, popolata di trinariciuti elfi e bestiali creature mortifere, assolutamente sancita e rispettata e che l’insegnamento era tutto fuorché piatto, noioso, ideologico come qualche corifeo della borghesia ha ripetuto per anni e ancora oggi pretende di far credere.

Alla faccia del lignaggio borghese, dei latifondi dove non tramontava mai il sole, del persistente atteggiamento di ostilità verso il governo sovietico, malgrado l’iscrizione al Komsomol, atto puramente formale, non seguito da alcun tipo di impegno, Solzhenitsyn viene premiato più volte: studia con profitto, applicazione e costanza e arriva a conseguire la Borsa di Studio “Stalin”, la più elevata per ammontare nel generosissimo, anzi ineguagliato, sistema sovietico di sostegno alla promozione dell’istruzione. Nel 1941, Aleksandr si laurea a pieni voti.

Non condivide la sorte di tanti laureati disoccupati nell’odierno sistema capitalista, bensì ottiene immediatamente un posto di ricercatore di II livello e lettore (figura intermedia, quest’ultima, tra il docente e l’assistente). Poco dopo, gli organi di Facoltà lo raccomandano per altri incarichi.

Non è tutto: nel ’39 Solzhenitsyn ha pure cominciato gli studi presso l’Istituto di Filosofia, Letteratura e Storia di Mosca, con la modalità della formazione a distanza. E sì, in quel preteso inferno chiamato convenzionalmente URSS, anche chi non può seguire direttamente più corsi, per ovvi motivi legati alla mancanza di divina obiquità, può farlo con la mediazione dell’istruzione per corrispondenza.

Avendo il futuro assicurato e la protezione accordata dalla culla alla tomba, grazie al sistema sovietico, Solzhenitsyn, non ancora conseguita la laurea, si sposa nel 1940 con Natalja Rescetovskaja, dalla quale più tardi divorzierà. Può permetterselo, diversamente da tanti suoi coetanei dimoranti nel “mondo libero” e sotto lo stivale delle dittature fasciste.
Al momento dell’invasione nazista dell’URSS, incoraggiata da tutti i circoli imperialisti, e non voluta soltanto da Hitler, Solzhenitsyn viene arruolato nell’Armata Rossa. Anche in questo caso, il sistema sovietico non solo non lo punisce e non lo ghettizza per il suo albero genealogico, da lui nascosto ma ad altri ben noto, bensì lo premia: distintosi sul campo, viene decorato e promosso fino al grado di Capitano. La riconoscenza è il suo forte, pertanto ricompensa il governo sovietico che l’ha innalzato su un palmo di mano con l’avvio di un’attività mirata al rovesciamento del socialismo!

Un’attività eversiva che, scoperta in tempo dagli organi inquirenti, gli procura, ovviamente, non un premio, ma l’arresto e la condanna ad 8 anni per propaganda antisovietica (Art. 58, Comma 10 del Codice Penale) e l’organizzazione di un gruppo antisovietico (Art. 58, Comma 11 del Codice Penale). Di certo, visti gli apprezzamenti espressi nelle sue opere e nei suoi interventi per i collaborazionisti guidati da Vlasov, generale traditore dell’Armata Rossa, c’è da ritenere, ragionevolmente, che quelle accuse fossero in gran parte vere!

Ciò che più dà la misura del personaggio, però, anche in questa circostanza, è il contegno tenuto nel contesto dell’interrogatorio e del processo: Solzhenitsyn, al quale peraltro nessuno torce un capello malgrado la sua narrazione bugiarda, coinvolge nelle sue trame anche gente del tutto innocente, che infatti, a riprova di quanto il sistema giudiziario sovietico sia onesto e scrupoloso, specie nel vagliare prove e dichiarazioni, non verranno mai arrestate e non conosceranno la sorte dello scrittore.

Nei verbali dei suoi interrogatori, ripercorsi dall’amico Nikolaj Vitkevic, anche lui condannato per propaganda antisovietica, in una lettera a NOVOSTI del 1974, il futuro scrittore tira in ballo persino sua moglie, Natalja Rescetovskaja, gli amici Kirill Simonjan, Lidia Ezherets (consorte di Simonjan) ecc… Confessioni estorte? Vitkevic, che non ne aveva fatte di simili all’NKVD, anzi aveva negato tutto, evidentemente non fu obbligato con la forza a rilasciare una testimonianza compiacente verso l’accusa, ma l’esclude. “Il giorno in cui, liberato, vidi i protocolli dell’interrogatorio di Solzhenitsyn, scrive Vitkevic nella citata lettera, fu il più raccapricciante della mia vita. Questi protocolli dicevano di me cose che non mi ero neppure sognato”. Solzhenitsyn, per apparire “bello” ai giudici, coinvolge altre persone del tutto innocenti nelle sue trame, all’insegna di “muoia Sansone con tutti i filistei”, assolutamente riprovevole.

Più tardi, nel libro “La quercia e il vitello”, a metà tra l’autobiografico e lo storico, darà prova della consueta attitudine alla manipolazione delle altrui idee e frasi: infatti, qualificherà le dichiarazioni del suo vecchio amico come una sorta di manovra del KGB e un espediente per non perdere i vantaggi della carriera, quando Vitkevic era uno scienziato stimato da tutti, scevro da ogni problema di “accreditamento” presso questo o quel centro di potere. Solzhenitsyn sosterrà anche che Vitkevic, prima di quella lettera a NOVOSTI, non aveva più parlato con lui da anni, anche solo per contestargli un comportamento rinfacciato poi nello scritto. Ciò, a causa di una sorta di senso di colpa.

Falso! Vitkevic (condannato a 10 anni contro gli 8 di Solhenitsyn alla faccia della contiguità al “sistema”!), nella lettera a NOVOSTI dice ben altro, tratteggiando alla perfezione la personalità di Solzhenitsyn. Ecco le sue precise parole: “Quando m’incontrai di nuovo con Solzhenitsyn, non gliene parlai mai (dei fatti inerenti la carcerazione, ndr). Il nostro ultimo incontro ebbe luogo a Rjazan, ove insegnavo in un istituto di medicina, nel 1964. Conoscendo il mio amico ero certo che si sarebbe considerato dalla parte della ragione ed avrebbe detto che era suo compito precipuo salvare per la Russia quel grande scrittore che era”. Altro che malafede di Vitkevic! Semplicemente costui non voleva perder tempo a pestare acqua nel mortaio della presunzione del “gulagologo”. Altra grande falsità riferita a Vitkevic e messa nero su bianco da Solzhenitsyn: nella famosa lettera a NOVOSTI, che si può leggere integralmente tra l’altro nell’agile ed utilissimo libro “Risposta a Solzhenitsyn – L’Arcipelago della menzogna” edito nel 1974 da Napoleone, con la collaborazione in primis della NOVOSTI, Vitkevic avrebbe detto che nel 1945 l’istruttoria fu condotta in modo irreprensibile dal giudice: a parte il fatto che un giudizio simile sarebbe stato tutt’altro che fuori luogo, faccio notare che Vitkevic, in tutto il testo, non riporta assolutamente questo concetto. Anzi, afferma l’esatto contrario rispetto alla dinamica del pronunciamento della sua condanna: “Ebbi l’impressione d’essere stato trattato con ingiustificata severità, ma ritenni che ciò fosse dovuto al fatto che ero stato processato al fronte ed al rigore del periodo bellico”.
Ad ogni modo, tornando strettamente alla biografia di Solzhenitsyn, le cose per lui non vanno affatto male sotto la grande stella rossa sovietica. Scontata la pena, il 13 febbraio 1953, il “nostro” viene liberato e si stabilisce, per volontà delle autorità in Kazakhstan: dietro di lui si chiudono, per sempre, le porte del campo correttivo, quel Gulag che non solo non l’ha ucciso, ma lo renderà, una ventina di anni dopo, ricco e famoso. Le autorità gli trovano immediatamente un impiego come insegnante di matematica e fisica in una scuola secondaria (che spietatezza, questo regime sovietico!) I suoi compagni di detenzione, dal filosofo e pensatore Dmitrij Panin fino a Lev Kopelev, critico letterario, escono tutti dal Gulag in salute e trovano anch’essi, immediatamente, un’occupazione. Moriranno quasi tutti in tarda età in URSS, senza essere molestati da alcuno, o nei salotti dorati dei circoli capitalistico – borghesi del mondo occidentale. Nel 1954 Solzhenitsyn, grazie all’eccellente sistema sanitario sovietico, universalista, gratuito e realmente a misura d’uomo, viene operato a causa di un carcinoma. L’operazione avviene nel 1954 a Tashkent (alla faccia del presunto domicilio coatto!) ed è coronata da successo. Il perfido e demoniaco potere sovietico, dunque, salva la vita del suo acerrimo nemico Solzhenitsyn. Lo scrittore, invero, aveva già subito un’altra operazione vitale: la rimozione di un tumore ad un testicolo, nell’anno 1952, mentre si trovava in detenzione. Dunque, il Gulag non solo non è un “arcipelago” votato allo sterminio, ma in esso il cittadino sovietico trova le stesse cure che troverebbe in libertà. Di certo, nei campi di lavoro correttivo, nelle varie prigioni che popolano la letteratura anticomunista e antisovietica, non solo di Solzhenitsyn, non vi sono le tremende condizioni che si possono sperimentare ad Alcatraz o in altri ameni contesti del mondo capitalista, dove i prigionieri muoiono di maltrattamenti, di consunzione e, magari, di malattie deliberatamente non curate. In nessun carcere del tremendo “Arcipelago Gulag” accade quel che avverrà nel 1971 nel carcere statunitense di Attica dove, per ordine del governatore di New York Nelson Rockefeller, la polizia attaccherà in forze una rivolta di prigionieri, lasciando quasi 40 morti sul terreno. Solzhenitsyn non ha parole di gratitudine nemmeno per la chirurgia sovietica e per gli umanissimi medici che, anche nel Gulag, lo salvano da una morte che, siamo agli inizi degli anni ’50, sarebbe certa anche per i più benestanti, visto lo stadio delle conoscenze e delle esperienze nel campo della cura dei tumori. No, in “Padiglione Cancro” (“Rakovij Korpus”), non trova di meglio da fare che buttare in faccia al lettore il solito panorama oscuro e tetro del microcosmo concentrazionario sovietico, senza rispetto, riguardo e decenza nemmeno per la sua storia personale, pensando soprattutto a come sarebbero potute andare le cose… Scritto a metà degli anni ’50, corretto, completato e diffuso secondo le modalità del samizdat verso la fine degli anni ’60, “Padiglione Cancro” verrà stampato per varie case editrici e in diverse copie in occidente. In quest’opera, al posto di medici e specialisti impegnati nella difesa e promozione della salute per tutta la popolazione, quali erano gli araldi di Ippocrate in terra sovietica, dominano figure sinistre in camice bianco, quali il burocrate Rusanov, sprezzante e cinico, nonché l’incompetente ed evanescente Nizamutdin Bahramovich. E’ tutto un vortice di corruzione, incuria, freddezza e arroganza a pervadere ed agitare le pagine di questo romanzo e viene da chiedersi come, in un ambiente del genere, possa esserci stata tanta cura e sollecitudine per la salute e la vita stessa di un uomo che aveva giurato guerra al governo sovietico e aveva complottato per il suo rovesciamento. Solzhenitsyn, questi scrupoli, queste domande, non se li pone nemmeno; va avanti nella sua opera demolitrice non solo del comunismo, ma soprattutto, in primo luogo, della verità storica e autobiografica, come un panzer, fidando, agli inizi degli anni ’60, sull’estrema liberalità del potere sovietico, che in qualche caso diventa connivenza.
I circoli kruscioviani e cosmopoliti, infatti, lo osannano e non stanno nella pelle per aver trovato un calunniatore del periodo staliniano tanto accanito e forbito nel linguaggio, nel registro stilistico. Prima di “Padiglione cancro” e delle altre opere pubblicate clandestinamente in URSS alla fine degli anni ’60 – inizio degli anni ’70, edite poi con gran clamore in occidente e nei Paesi capitalistici, Solzhenitsyn, per più di un lustro, domina il panorama letterario sovietico. Dal 1960 al 1966 circa, e con particolare intensità dal 1962 al 1965, il suo nome riecheggia ovunque e le sue opere trovano il favore di una miriade di riviste, in primo luogo “Novij Mir” guidata dal fervente kruscioviano Tvardovskij, convinto curiosamente che lo sviluppo del socialismo e l’arricchimento culturale del Paese debbano per forza di cose passare per la demolizione dell’era di Stalin. Come se negli anni ’30 non si fosse conosciuta la più mirabolante, effervescente e fantasmagorica esplosione culturale, con operai, impiegati e tecnici, fino a qualche anno prima semianalfabeti o analfabeti totali, a compulsare tomi di scienze matematiche, ad apprezzare i poemi del realismo socialista e della letteratura classica, ad affollare sale da concerto, teatri e cinema, ad intavolare discussioni su argomenti letterari e culturali patrimonio da sempre, nei Paesi borghesi, solo di ristrettissimi circoli. Il tutto, mentre si sviluppa la lotta per gli approvvigionamenti alimentari e tutto il Paese conosce sacrifici che prepareranno poi il terreno al benessere pieno degli anni 1935 – 1940. Tant’è! Nel clima trasudante “liberalismo” kruscioviano nel 1962 – 65, Solzhenitsyn fa il bello e il cattivo tempo e pretende di oscurare, con la sua ombra, tutta la luce che pervicacemente continua ad irrorare il Paese in ogni suo angolo, malgrado la nuova dirigenza del PCUS si muova su un terreno pericoloso di cedimenti e carenze. Riabilitato pienamente nel 1956/57, mette mano alla penna con ossessivo impegno, rivede appunti, completa riflessioni, perfeziona lo stile (peraltro lo si deve riconoscere, brillante ed avvincente, quantunque posto al servizio di una causa errata) e pubblica, sotto la protezione di Tvardovskij e altri, tutta una sequela di opere di vario tenore che riscuotono elevato consenso di pubblico. L’URSS è un Paese di ferventi lettori, al primo posto nel mondo per libri venduti e letti, e per le questioni storico–culturali si dibatte vivamente nel Paese con la stessa passione e la stessa foga con cui, alle nostre latitudini, ci si accalora per il calcio e per lo sport in generale. Nel 1962 è la volta di “Una giornata di Ivan Denisovich”, romanzo sulla vita di un recluso tipo (secondo Solzhenitsyn) nel Gulag sovietico. Comincia da qui, da quest’opera, il tentativo di dipingere i campi di lavoro correttivo e le prigioni dell’URSS come i lager nazisti, senza alcun rispetto per la verità storica e documentale. Questo tentativo raggiungerà l’apoteosi nella monumentale opera di mistificazione e falsificazione che sarà “Arcipelago Gulag”. I circoli anticomunisti mondiali iniziano a vedere Solzhenitsyn come un paladino e lui non fa nulla, del resto, per allontanare sospetti e critiche. Il 1964 segna l’ascesa di Leonid Breznev a Segretario del PCUS. Il nuovo corso intende rettificare errori, mancanze e deficienze del gruppo dirigente kruscioviano e, in primo luogo, di Krusciov in persona, vista la forte impronta “zarista” da lui stampata su scelte e avvenimenti a partire dal 1956. La musica, col nuovo indirizzo di Breznev, Kosygin e Podgornyj, cambia anche in ambito culturale e non per un ordine dall’alto, categoria questa che si ritrova solo nelle pieghe della più volgare sovietologia. Da anni, infatti, sono in molti, nel mondo dell’intellighentzija, e specialmente in ambito letterario, a chiedere una correzione di rotta che mitighi lo strapotere degli scrittori “liberali” e dei fautori del “disgelo” a favore di una maggiore obiettività e pluralità della produzione letteraria, giornalistica, artistica in generale. E sì, perché a dominare la scena, dal 1956, non sono stati certi gli scrittori e i poeti tacciabili di “slavofilia” e di “nazionalbolscevismo”, ma esattamente quelli che hanno gridato ai quattro venti il finto dramma della loro inesistente emarginazione, proprio mentre occupavano la quasi totalità degli spazi disponibili relegando gli altri, i presunti censori, agli angolini e strapuntini della semplice tolleranza. “Literaturnaja Gazeta”, organo prestigioso, obiettivo, punto di riferimento imprescindibile per l’opinione pubblica sovietica, ha dovuto subire processi e sperticarsi in funamboliche giustificazioni per aver pubblicato, accanto a lettere di cittadini e pareri di critici favorevoli a Solzhenitsyn, pure opinioni differenti, di critica e anche soltanto di riserva. Questa intolleranza inquisitoria, ancora più odiosa in quanto agghindata negli abiti del vittimismo, suscita un moto di indignazione che, certamente, non è secondario nel mutamento di indirizzo della politica culturale dello Stato, del Governo e del Partito. Pian piano, gli scrittori orgogliosi della storia sovietica, tutta, senza cesure artificiose, riconquistano, senza toglierlo ai “liberali” della new wave kruscioviana, lo spazio che meritano. La critica, la caleidoscopica diversità dei punti di vista, il dibattito intenso ed il pluralismo non svaniscono affatto. Svanisce, questa sì, la tolleranza verso le calunnie, le invenzioni, le falsificazioni volte a infangare la storia dei Soviet. Per questo, Solzhenitsyn, che ha potuto pubblicare senza problemi “Una giornata di Ivan Denisovich”, “La casa di Matriona”, “Il caso della Stazione di Krechetovka”, comincia ad essere redarguito e smascherato nelle sue palesi esagerazioni e distorsioni della realtà. Nessuno lo censura: in tanti hanno stima di lui, dal punto di vista letterario. I suoi molteplici registri stilistici, originali ed avvincenti, piacciono anche a coloro i quali non apprezzano le sue idee: non abbiamo a che fare con un mediocre scrivano, come qualcuno ha preteso, facendo sconfinare la critica in ambiti non pertinenti, con somma ingenerosità. Dinanzi a noi c’è un valente scrittore, il quale viene attaccato, dopo anni di applausi a scena aperta per molteplici e documentate falsificazioni della verità storica. Falsificazioni che spesso confliggono con le leggi sovietiche che, mentre tutelano la libertà di espressione e di critica più piena e reale, non possono tollerare, come le leggi di tutto il mondo, calunnie e ingiurie gratuite. In verità, a muoversi non sono solo gli organi inquirenti e i garanti dell’ordine pubblico e della stabilità del sistema sovietico, ma in primo luogo gli intellettuali stessi.
Inizia nel 1966 un confronto con l’Unione degli Scrittori, che Solzhenitsyn farà di tutto per sabotare con l’obiettivo di far trionfare, alla fine, il logoro copione del suo eterno vittimismo. Nel maggio 1967, lo sforzo dell’organo supremo degli scrittori sovietici raggiunge l’acme: si cerca di coinvolgere Solhenitsyn, correggendo il tiro di alcuni suoi scritti, persuadendo il letterato a non prestare più il fianco alle centrali antisovietiche, con episodi fantasiosi inventati di sana pianta, cifre assurde, del tutto irrealistiche, su repressioni e carcerazioni, ignominiose affermazioni sul socialismo e le idee progressiste. Lo sforzo dell’Unione degli Scrittori dell’URSS è paziente, tenace, fino ai limiti del logoramento. Il 22 settembre 1967, una riunione presieduta dal grande Konstantin Fedin discute del caso “Solzhenitsyn” con assoluta franchezza, com’è costume in URSS.

Alcuni propongono l’espulsione dello scrittore, ma la maggioranza è contraria: certe questioni, è questo l’orientamento maggioritario, debbono essere dibattute e affrontate con delicatezza e tatto, nel rispetto delle idee di tutti. Un atteggiamento saggio e nobile che però non trova orecchie altrettanto nobili e leali pronte a recepirlo: da una parte, infatti, c’è chi crede che il pluralismo debba essere garantito nel quadro delle leggi esistenti e non come strumento e paravento dell’eversione capitalista, borghese ed imperialista, sempre attiva contro l’URSS e i Paesi di democrazia popolare.

Dall’altro, c’è l’ambizione sconfinata di Solzhenitsyn, il suo ritenersi legibus solutus, la sua ferma adesione all’ideologia più reazionaria e antisovietica. Per due–tre anni va in scena un dialogo tra sordi, proprio mentre Solzhenitsyn ultima “Arcipelago Gulag” e viene sempre più eretto a paladino dei circoli borghesi, reazionari, anticomunisti di tutto il mondo, per i quali la distensione, la collaborazione tra est ed ovest rappresentano pericoli e minacce da esorcizzare in ogni modo.

Nel 1969, si giunge ad una decisione risolutiva: dopo ripetuti rifiuti a partecipare a confronti e dibattiti, dopo l’appurato e palese rifiuto di rivedere certe posizioni incompatibili con la legge sovietica e con l’ordinamento socialista, Solzhenitsyn viene espulso dall’Unione degli Scrittori dell’URSS. Una decisione obbligata, vista la dinamica dei fatti, che però Solzhenitsyn, con ipocrisia disgustosa, utilizzerà come freccia per il suo arco vittimista. L’autore tanto caro alla reazione mondiale, diventato un caso vieppiù dopo l’espulsione dall’organo supremo dei letterato sovietici, viene insignito nel 1970 del Premio Nobel. Un’investitura non casuale: a patrocinarla, come svelerà in un’indagine molto approfondita della “Literaturnaja Gazeta”, sono, in primis, le centrali fasciste e nostalgiche dei fuoriusciti russi in occidente. La Guardia Bianca, insomma, da sempre protetta ed addestrata all’eversione nelle capitali dell’occidente borghese, fa da sponsor al Nobel di Solzhenitsyn. In particolare, la rivista “Ciasovoj”, edita a Bruxelles, rivendica la primogenitura della proposta di candidatura dello scrittore sovietico “dissidente” al più ambito premio letterario mondiale. Chi è l’animatore di “Ciasovoj”? Un tale Orechov, già intimo dei generali bianchi Wrangel e Kutepov nella guerra civile scatenata dalla reazione dopo il fatidico 1917, monarchico intransigente, fautore persino della guerra diretta dell’occidente contro l’URSS. Tale losco figuro, infatti, assieme ad altri uomini di simil fatta, ex-guardie bianche o collaboratori dei nazisti, invita, dalle pagine di “Ciasovoj” a “colpire preventivamente l’URSS” e si rammarica per il fatto che, nel 1945, gli statunitensi non abbiano sganciato la bomba atomica sull’URSS. Questi sono i supporter di Solzhenitsyn, del “perseguitato” e “reietto” esponente della letteratura sovietica. Accanto a Orechov, si profila pure l’ombra di una donna, anch’ella legata a doppio filo alla reazione antisovietica: una certa Teresa Basquin. La madama compie viaggi in URSS e si dà al commercio di icone, stabilendo contatti con circoli anticomunisti ed eversivi e lucrando, così ci dice “Literaturnaja Gazeta” mai smentita in modo convincente da alcuno, sul traffico delle icone. A nome dell’Associazione “Art et Progress”, la donna invia missive in ogni angolo del globo per caldeggiare l’assegnazione del Premio Nobel a Solzhenitsyn. In questo panorama fetido sono sempre più frequenti le uscite di scritti e articoli sullo scrittore nel mondo occidentale: la grancassa della propaganda antisovietica risuona, rombante e cupa, accompagnata da toni da crociata. Nel 1973/74 i vari Goffredo di Buglione della Guerra Fredda, armati di missili e bomba atomica, trovano l’accompagnamento più galvanizzante verso la loro immaginaria marcia in direzione del Santo Sepolcro moscovita: in vari Paesi esce il “capolavoro” di Solzhenitsyn, al quale abbiamo già precedentemente accennato: “Arcipelago Gulag”. In quest’opera, la calunnia antisovietica, la riabilitazione di elementi fascisti e reazionari, la più spericolata acrobazia statistica su morti e repressi nel periodo di Stalin, raggiungono l’apoteosi. Come in “Agosto 1914”, altra opera pubblicata all’inizio degli anni ’70, s’infanga non solo la storia sovietica, ma anche quella russa, dipingendo un Paese quasi maledetto, popolato di inetti, sadici e incapaci, nella società come nell’Esercito. Nessuno si salva, o quasi! I sovietici, i comunisti, i militari eroici dell’Armata Rossa sono sempre colpevoli di qualcosa, crudeli, cinici, mentre i tedeschi sono, a parte qualche inciso, benevoli e tutt’al più colpevoli di non aver appoggiato a fondo la reazione anticomunista durante la Grande Guerra Patriottica, di non aver dato supporto alle bande di Vlasov e di altri. I nazisti non hanno invaso un intero Paese e pianificato la sua colonizzazione genocida: no, sono stati degli sprovveduti che non hanno avuto la lungimiranza di consegnare il potere ai quisling locali. Il fatto che il popolo sovietico abbia resistito eroicamente e vinto, contro le armate hitleriane, contro un Nuovo Ordine che avrebbe trasformato l’intera Europa in un lager, per Solzhenitsyn è fantasia! Andrej Andreevic Vlasov, già generale dell’Armata Rossa, animatore di un esercito di mercenari al servizio dei nazisti, l’Armata Russa di Liberazione, viene dipinto come un innocente vittima dello stalinismo: un soldato, questo si pretende di accreditare, abbandonato coi suoi uomini da Stalin nel tentativo di rompere l’assedio di Leningrado. Nulla di più falso: Vlasov e i vlasoviani erano un pugno di traditori e imboscati, al servizio dei nazisti prima e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, trasferitisi nei comodi salotti occidentali agli ordini della reazione anticomunista e imperialista. Accanto ai traditori, c’era tutta una teoria di giovani e giovanissimi che, per paura, si erano arruolati sotto la Croce di S. Andrea azzurra (emblema dell’Armata Russa di Liberazione) e alla prima occasione utile disertavano unendosi all’Armata Rossa o ai partigiani. Il racconto del “tradimento” e “abbandono” degli uomini di Vlasov da parte del potere sovietico è, ad un tempo, grottesco, assurdo e, condito con la storia fantasiosa della “ribellione” di Vlasov a Stalin fin dagli anni ’30, serve a Solzhenitsyn per giustificare una collaborazione coi nazisti che egli approva e giudica storicamente inevitabile.
Come dimostreranno con dovizia di particolari veterani della Grande Guerra Patriottica quali lo scrittore Jurij Bondarev, il Tenente-Generale Zhilin e altri ancora, Vlasov non fu affatto vittima di un tradimento e di strategie militari perdenti. Lui, non altri, aveva tradito assieme ai suoi sodali mettendo a repentaglio la vita di migliaia e migliaia di soldati. Ecco il racconto, chiarissimo, del Tenente-Generale Zhilin sulle vicende della Seconda Armata d’Urto guidata da Vlasov nella primavera–estate del 1942, racconto che fa il paio con le memorie del Maresciallo Meretskov e con altri documentatissimi testi editati in epoca sovietica: “Non appena si chiarì che l’Armata non poteva continuare l’offensiva in direzione di Ljuban, Vlasov ricevette l’ordine di far uscire le truppe dall’accerchiamento attraverso un varco disponibile. Ma Vlasov temporeggiò, restò inoperoso, non provvide a proteggere i fianchi, non seppe organizzare una rapida e segreta ritirata delle truppe. Ciò permise alle truppe naziste di tagliare il corridoio e di completare l’anello dell’accerchiamento. Il Comando Supremo inviò immediatamente nella zona delle operazioni il Maresciallo K.A. Meretskov, nominato comandante del fronte di Volchov, e il proprio rappresentante Vasilevskij, incaricandoli di sottrarre ad ogni costo all’accerchiamento la seconda armata d’assalto, sia pure con l’artiglieria pesante e i mezzi. Furono prese tutte le misure possibili per salvare gli accerchiati. Dal 10 al 19 giugno 1942 si ebbero ininterrottamente violenti combattimenti, cui parteciparono grandi forze di fanteria, l’artiglieria e i carri armati della 4.ta, 59.ma e 52.ma Armata. Si riuscì ad aprire uno stretto varco nella trappola tedesca ed a salvare buona parte della 2.da Armata d’assalto. Una parte dei soldati e dei comandanti, compreso il Maggiore-Generale Afanasjev, che dirigeva le comunicazioni dell’armata, si unì alle formazioni partigiane. Neppure Vlasov fu lasciato in balia del caso. Per ordine del Comando Supremo i partigiani lo cercarono tenacemente. Gruppi speciali di paracadutisti, muniti di radio emittenti, furono lanciati nella zona in cui poteva trovarsi”. Di Vlasov però, in quella calda e tragica estate del ’42, nessuna traccia! E certo! Il “prode” militare si era imboscato, aspettando i soldati tedeschi nel villaggio di Pjatnitsa. Quando arrivarono, passò dalla loro parte costituendo la sua armata per metà mercenaria e per metà di disgraziati impauriti e minacciati. Solzhenitsyn esalta tale personaggio come candido e puro, quasi fosse un giglio! Non solo: ripete la storia dei battaglioni punitivi, delle compagnie di correzione che, da sole, avrebbero salvato Stalingrado. Un’intollerabile offesa, questa, a tutti gli eroi, spesso giovanissimi, che fecero di quella città la tomba del nazifascismo, ma anche un falso storico spudorato. Equipaggiate unicamente con artiglieria leggera, esigue nel numero, quelle compagnie mai avrebbero potuto frenare l’assalto della possente macchina bellica nazista, la quale, infatti, fu arrestata da armate, divisioni e reggimenti. Come funzionassero poi le famose “compagnie di correzione” ce lo dice apertamente un loro ex-componente, il cittadino Abram Rabinovich, il quale, negli anni ’70, scrive una lettera di vibrante protesta contro le bugie di Solzhenitsyn: “Chi incontrai nella compagnia di correzione? Si trattava soprattutto di uomini che, come me, non avevano eseguito quanto era stato loro comandato. La durata del servizio nelle compagnie di questo genere era molto breve. La prima vittoria nei combattimenti contro i tedeschi restituiva l’onore militare e comportava il ritorno al precedente posto di servizio”. Le menzogne più colossali, però, in “Arcipelago Gulag”, sono dedicate ovviamente al sistema penale e detentivo. Solzhenitsyn gioca coi numeri, come farà poi, con perizia o mal destrezza, a seconda dei casi, tutta una pletora di studiosi o pseudotali, votati all’antisovietismo più viscerale, primo tra tutti Robert Conquest. I documenti autentici desecretati oggi ci raccontano uno scenario del tutto diverso da quello prospettatoci da Solzhenitsyn e dai suoi sodali: non certo 7, 9, 10 milioni di reclusi, ma al massimo, negli anni di picco, 2 o poco più di sottoposti a misure restrittive della libertà. Nei campi, negli anni clou delle “purghe” (1936–1939), dipinti come oscuri e tremendi dalla propaganda antisovietica, c’erano non 7 milioni di reclusi, cifra data per certa nei brogliacci e nei libri dei professori della CIA e affini, ma appena 839406 nel 1936 e 1317195 nel 1939. Interessante è però,soprattutto, la cifra relativa ai detenuti politici: 127000 nel 1934 e 500000 (cifra massima) negli anni di guerra 1941 e 1942. Altro che prevalenza dei “politici” su delinquenti, soggetti deviati e pericolosi, ladri ecc… Questo, nell’“inferno” sovietico che oltretutto riabilitava col lavoro e retribuiva i detenuti, aprendogli le porte del riscatto! Nel “paradiso” a stelle e strisce tanto amato da Solzhenitsyn e dai suoi amici, invece, ancora oggi non si scende annualmente sotto la cifra di oltre 2000000 di carcerati e di circa 7000000 di sottoposti a misure restrittive. Tutte persone, queste, non certo partecipi di grandi imprese, come la costruzione di vie d’acqua e di opere pubbliche, ma sfruttate oscenamente e relegate ai margini. Anche il pianto sui quasi 60 milioni di repressi nell’era di Stalin si rivela, ad una rapida occhiata ed una elementare verifica, una truffa: negli anni ’30, nonostante i sabotaggi e le difficoltà scatenate dai kulaki, la popolazione cresce a ritmi superiori rispetto a quelli del mondo capitalista e i documenti attesteranno, al massimo, poco più di 600000 condanne a morte, perlopiù comminate nel 1937/38, nelle “purghe” spesso comandate da nemici del potere sovietico, infiltrati nei suoi gangli e sottoposte a revisione dallo stesso Governo e dal Partito. Nel 1926, l’URSS conta 147 milioni di abitanti; nel 1939, sono più di 170 milioni. Chi e cosa sia stato “sterminato” non è dato saperlo. Nel 1959, nonostante i 20 milioni di morti della Grande Guerra Patriottica, il Paese arriverà a contare oltre 200 milioni di abitanti. Questa la cruda realtà, che ha la testa dura e che né Solzhenitsyn né nessun altro potrà mai scalfire.
L’intrepido letterato messosi al servizio dell’imperialismo, però, non si accontenta di questo: falsifica passi interi delle opere di Lenin, come quando pretende di sostenere che il padre della Rivoluzione d’Ottobre abbia detto: “Il terrore è un mezzo di persuasione” indicando come fonte il Vol. XXXIX delle Opere, pagine 404–405. Una semplice ricerca, ci mostra come Lenin abbia detto tutt’altro, parlando del terrorismo collaudato e imposto dalle armate bianche durante la guerra civile: “Se tentassimo d’influire su queste truppe, costituite dal banditismo internazionale e inferocite dalla guerra, con le parole, con la persuasione, con mezzi diversi dal terrore, non reggeremmo nemmeno per due mesi: saremmo degli stupidi”. Un ragionamento chiaro, contingente, lapalissiano, spacciato per programma politico permanente da Solzhenitsyn. Una malafede più evidente è difficilmente immaginabile. Intanto, lo scrittore, incassati i proventi del Premio Nobel, che si aggiungono a pingui averi personali, continua a recitare ipocritamente la parte del povero e del perseguitato: Natalja Rescetovskaja, l’ex-moglie, nelle sue memorie e nei suoi interventi sarà su questo impietosa, per amore di verità e per dignità femminile, descrivendo un uomo egoista e narcisista. Per inciso, va detto che ogni tentativo di spacciare per patacche del KGB le affermazioni della Rescetovskaja è caduto miseramente nel vuoto, rivelandosi la solita manovra intossicante della premiata ditta Andrew-Gordievskij, operante sotto l’ala dei servizi segreti inglesi, gli stessi che hanno confezionato, alla fine del 1990 la bufala del “Dossier Mitrokhin” e concepito, negli anni 2000, altre operazioni di disinformazione contro Putin. Questi due autori (uno dei quali un traditore della sua Patria, ex-agente del KGB), hanno parlato di una non meglio dimostrata misura attiva, concepita dal capo del KGB Andropov, a partire dal settembre del 1974, per danneggiare Solzhenitsyn, senza tener conto tra le altre cose del fatto che la Rescetovskaja ben prima di quella data aveva rivelato al mondo certi particolari ancora oggi non smentiti da alcuno (del 1973 è un suo articolo, pubblicato addirittura dal “New York Times”). Ad ogni modo, al principio degli anni ’70, Solzhenitsyn è proprietario o comunque fruitore di tre automobili Moskvich, variamente intestate, della dacia personale denominata “Borzovka”, una lussuosa villa immersa nel verde, di un appartamento di tre camere a Rjazan in cui abita la Rescetovskaja, nonché di un altro alloggio ancora più confortevole, di cinque camere, a Mosca, in cui vive la seconda moglie, Natalija Svetlova. Oltre a ciò, i risparmi personali messi “sotto il materasso“, i 78000 dollari del Premio Nobel, nonché, secondo i calcoli della stampa occidentale, 1500000 dollari giacenti in un conto svizzero amministrato dal solerte avvocato Heeb, al numero 57C della Bahnhofstrasse di Zurigo. Altro che povertà! Qui c’è un autentico nababbo… Un nababbo che, in odio al governo sovietico, non esita a intensificare, sotto al naso delle autorità sovietiche, per pura provocazione, i contatti con i circoli più retrivi e guerrafondai, forieri di concezioni nazistoidi e belliciste pericolosissime. Concezioni che Solzhenitsyn non solo non cerca di mitigare, ma anzi fa di tutto per inasprire proprio per procurarsi quegli strali e quelle misure tanto utili, a lui, per giocare al perseguitato. Dinanzi a ciò, nel febbraio 1974, il Presidium del Soviet Supremo dell’URSS, con un atto reso immediatamente pubblico, decide di togliere la cittadinanza sovietica ad Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn. Lo scrittore ha raggiunto il suo scopo! Da quel momento viaggia in tutte le contrade del mondo capitalista, spargendo ai quattro venti il suo verbo, non ammantato nemmeno dalla più esile autocensura. Negli USA, nel 1975, l Congresso degli Stati Uniti e al vertice del Sindacato invita apertamente a boicottare la distensione, a rifiutare ogni collaborazione con l’URSS: “per favore, ingeritevi più spesso nelle nostre questioni interne”, dice Solzhenitsyn ai parlamentari statunitensi, molti dei quali colgono la palla al balzo… Nel 1976, in Spagna, manifesta inquietudine per la fine del franchismo e auspica il prosieguo della dittatura, mentre dispensa ammirazione per Pinochet e appoggia attivamente la guerra imperialista nel Vietnam. Altro che campione di libertà! Altro che paladino del “mondo libero”! Solzhenitsyn si rivela pienamente quello che il potere sovietico, a parte la parentesi kruscioviana, aveva riconosciuto essere: un irriducibile nemico del comunismo, della pace tra i popoli, della vera libertà e dell’emancipazione degli sfruttati. Dopo il 1991, i suoi strali li dirige contro il capitalismo selvaggio e il liberismo devastatori della Russia, ma niente e nessuno muta la sua visione del mondo reazionaria, “feudale” ed anticomunista. Lo scrittore muore a Mosca il 3 agosto del 2008: se ne va in quella data un’icona della Guerra Fredda, idolatrata ed elevata a mito, per le supreme esigenze della borghesia imperialista.

Autore:

Luca Baldelli

Fonti:
https://gardenofknowledgemalta.wordpress.com/2016/09/07/1703/

A.I. Solzhenitsyn: Arcipelago Gulag, Mondadori, 2013
Idem: Una giornata di Ivan Denisovich, Einaudi, 1999
Idem (da anonimo): Divisione Cancro, Il Saggiatore, 1968
Idem: La quercia e il vitello, Mondadori, 1975
Idem: Agosto 1914, Mondadori, 1972
Risposta a Solhenitsyn – “L’arcipelago delle menzogne”: Novosti, 1974
N. Rescetovskaja: Mio marito Solgenitsyn, Teti, 1974
T. Resac: La spirale delle contraddizioni di Aleksandr Solgenitsyn, Teti, 1974

La strage di Katyn una menzogna anticomunista

L’affermazione che le truppe sovietiche avrebbero assassinato tra i 14.800 e i 22.000 prigionieri di guerra polacchi in quella che viene chiamata “strage di Katyn” costituisce una delle più grandi falsità storiche del secolo XX. Solo adesso possiamo affermare con sicurezza che in effetti l’accusa mossa ai sovietici è falsa, è una menzogna anticomunista.

“Katyn” sta alla base dell’attuale nazionalismo reazionario polacco. Il governo capitalista della Polonia ha speso centinaia di milioni di dollari per costruire monumenti e memoriali, sponsorizzare libri, articoli, riviste e conferenze accademiche per indottrinare studenti e pubblico, in Polonia e all’estero, su questo “crimine dello stalinismo” In questo articolo leggerete delle recenti scoperte archeologiche in una località dell’Ucraina in cui i tedeschi compirono stragi di massa. Nell’ex Unione Sovietica i luoghi di questo tipo si contano letteralmente a migliaia.

Il sito presso Volodymyr-Volyns’kiy fu prescelto per gli scavi perchè gli storici polacchi e ucraini pensavano celasse le vittime di un massacro perpetrato dai sovietici. Gli anticomunisti sono sempre ghiotti di storie di atrocità sovietiche, che utilizzano per giustificare la collaborazione coi nazisti e i massacri compiuti nel corso della seconda guerra mondiale dai nazionalisti polacchi e ucraini, i quali “nazionalisti” sono sempre stati anticomunisti e antisemiti e, quando non aiutavano i tedeschi nelle loro stragi, ne compivano per conto proprio.

Possiamo senz’altro affermare che il sito di Volodymyr-Volyns’skiy non sarebbe mai stato riportato alla luce se le autorità polacche e ucraine avessero presagito che fosse un luogo di stragi di massa compiute dai tedeschi e dai nazionalisti ucraini. Se avessero avuto il minimo sospetto che le loro scoperte avrebbero smentito la loro beneamata storia della “strage di Katyn” avrebbero lasciato per sempre indisturbato quel luogo con le sue vittime.

Non è un’esagerazione! Interrogato riguardo alla relazione degli archeologi polacchi sugli scavi, l’archeologo ucraino Oleksei Zlatohorskyy si è espresso in questi termini:

Affermazioni incaute degli archeologi polacchi circa gli oggetti ritrovati sui resti riesumati nella campagna del castello di Kazimir Velikii a Vladimir-Volynskii potrebbero far sorgere dubbi sui crimini famosi del NKVD contro ufficiali polacchi.

Queste parole di Zlatohorskyy sono assai istruttive. Dimostrano la sua assenza di interesse per l’obiettività storica e la ricerca della verità e, al contrario, la sua volontà non di scoprire la verità, ma di nasconderla. Zlatohorskyy rimprovera ai colleghi polacchi di menzionare i soli “oggetti ritrovati” che abbiano un’incidenza su Katyn. I distintivi dei poliziotti polacchi Jósef Kuligowski e Ludwik Ma?owiejski sono di gran lunga i reperti più importanti emersi dagli scavi.

L’archeologa polacca aveva confinato la menzione del distintivo di Kuligowski in una nota a pie’ di pagina; non aveva fatto menzione alcuna del distintivo di Ma?owiejski e non aveva mai fatto il minimo accenno a Katyn. Eppure Zlatohorskyy si allarma per la minaccia che anche questa sola citazione comporta per la “versione ufficiale” della strage di Katyn. La relazione ucraina ignora del tutto il ritrovamento di ambedue i distintivi. Non ci potrebbe essere ammissione più chiara del fatto che gli archeologi ucraini sono pronti a nascondere la verità se questa smentisce le falsità anticomuniste.

E’ assai probabile che anche altri prigionieri polacchi, attualmente contati tra le “vittime di Katyn”, siano stati fucilati dai nazisti e dai loro alleati nazionalisti ucraini a Volodymyr-Volyns’kiy e siano sepolti in quelle fosse comuni ma, se anche ce ne sono altri, non ne sapremo mai nulla. Tuttavia il ritrovamento dei distintivi di Kuligowski e di Ma?owiejski è sufficiente per smentire la “versione ufficiale” di Katyn.

Non c’è stata nessuna “strage di Katyn”! E’ tutta un’invenzione! Si tratta di un mito – una menzogna nazista, ripresa dapprima dal governo polacco in esilio a Londra, che era ferocemente anticomunista (e antisemita), e poi, durante la guerra fredda, dai paesi capitalisti. Infine se ne appropriarono Mikhail Gorbachev e Boris Eltsin nel quadro della loro campagna per liquidare l’Unione Sovietica. Gorbachev e Eltsin si fecero sostenitori di molte menzogne sulla storia sovietica, come già aveva fatto Khrushchev. Il mio collega Vladimir L. Bobrov ed io ne abbiamo già smascherate parecchie nei nostri scritti e altre rivelazioni seguiranno.

Il regime polacco d’anteguerra era una dittatura razzista, antioperaia e anticomunista, ideologicamente assai simile alla Germania hitleriana. Durante la guerra le sue forze clandestine, l’”Esercito Nazionale” (AK, Armia Krajowa), combatterono i partigiani comunisti e massacrarono senza distinzione più che poterono gli ebrei, sia civili che partigiani antinazisti. La collaborazione dell’AK coi tedeschi è ben nota agli studiosi, anche se il pubblico polacco è tenuto largamente all’oscuro.

Le sole forze che combatterono per ogni sorta di liberazione furono i partigiani filosovietici, comprese le unità di partigiani ebrei, dell’”Esercito Popolare” (Armia Ludowa), e l’Esercito Polacco sotto il comando di Zygmunt Berling, ambedue formati dall’Unione Sovietica sotto Giuseppe Stalin.

Attualmente il campo degli studi polacchi è fatalmente compromesso dalla dedizione non alla verità, ma alla confezione di menzogne anticomuniste. Riguardo alla collaborazione dello ”Esercito Nazionale” polacco con la Germania nazista, lo storico anticomunista polacco Grzegorz Motyka ha scritto:

Historycy raczej go [kolaboracja] unikaja, bojac sie, aby wyniki ich badan nie przyczynily sie – jak to ujal Tomasz Szarota – “do pogorszenia obrazu wlasnego narodu w oczach obcych”. Inna obawe wyrazil Jaroslaw Hrycak: “nie mozna wychowywac mlodego pokolenia na opowiesciach o wspólpracy z wrogiem”.

Gli storici preferiscono ignorarla [la collaborazione], per tema che l’esito delle loro ricerche possa produrre – secondo l’espressione usata da Tomas Szarota – “il deterioramento dell’immagine che la nazione ha di sé e offre agli occhi degli stranieri.” Jaroslaw Hrytsak esprime un’altra preoccupazione: “non è possibile educare la giovane generazione con storie di collaborazione col nemico.”
(Motyka, “Kolaboracja na Kresach Wschodnich II Rzeczypospolitej 1941-1944”. Pamiec i Sprawedliwosc nr 12, 2008)

La verità è che i partigiani comunisti furono i soli a combattere i tedeschi con vigore e a loro i tedeschi non concessero mai lo statuto di “prigionieri di guerra” che veniva invece riconosciuto all’AK. Erano i soli che accoglievano gli ebrei nelle loro file dove potevano combattere con i loro nomi veri di ebrei senza nascondere la loro identità sotto nomi “ariani” per non essere ammazzati dai loro stessi commilitoni dell’AK come capitò a molti. E che punivano l’antisemitismo nei loro ranghi. E non collaborarono mai con i nazisti o con i nazionalisti fascisti ucraini che assassinarono a sangue freddo 100.000 civili polacchi.

Attualmente nel campo degli studi sovietici ed est europei non c’è posto per studiosi che vogliano semplicemente stare ai fatti e dire la verità. Certi argomenti sono tabu. Per esempio è sempre necessario

* Attaccare Giuseppe Stalin e affermare che egli si macchiò di “grandi crimini” – anche se dei pretesi “crimini di Stalin” non si trova traccia alcuna.

* Definire l’Unione Sovietica “totalitaria” e simile alla Germania nazista, mentre in realtà la Polonia, gli Stati baltici, l’Ungheria e la Romania erano stati fascisti o fascistoidi e gli Alleati occidentali sacrificarono a Hitler l’indifesa Cecoslovacchia per incoraggiarlo ad attaccare l’Unione Sovietica.

* Accreditare o per lo meno accettare passivamente l’idea che tutti i partigiani e terroristi anticomunisti dell’Europa orientale che collaborarono con i nazisti nelle stragi di massa fossero “combattenti per la libertà” e “patrioti” che lottavano per l’“indipendenza”.

* Esaltare il capitalismo e condannare invece la collettivizzazione dell’agricoltura e la nazionalizzazione delle ricchezze private.

All’epoca di Stalin i comunisti sovietici fecero molti errori. Questi errori però non erano frutto di menti criminali o di pazzi, erano errori di pionieri. I bolscevichi “si avventurarono arditamente là dove nessuno era ancora andato”. Furono i primi a fare una rivoluzione vittoriosa e a cercare di costruire una società socialista, poi comunista. Gli errori sono inevitabili in qualsiasi impresa umana e in effetti sono parte essenziale dell’apprendimento e perciò del progresso.

Da molti anni ormai, grazie alla pubblicazione di molti documenti di prima mano anteriormente inaccessibili degli archivi sovietici, insieme al mio collega Bobrov stiamo studiando i pretesi “crimini dello stalinismo”. Ebbene, dobbiamo ancora trovare una sola accusa che risponda a verità: finora tutte le accuse di crimini si sono rivelate false. Può darsi che un giorno ci si debba imbattere in qualche “crimine dello stalinismo” sostenuto da buone prove. Se ciò avvenisse non lo nasconderemmo certo, come esorta a fare l’archeologo ucraino Zlatohorskyy e come gli storici polacchi Szarota e Hrycak consigliano di fare agli storici “patriottici”.

Per molto tempo ho pensato che tra tutti i pretesi “crimini dello stalinismo” la “strage di Katyn” fosse veramente tale o quanto meno avrebbe potuto veramente esserlo. Adesso anche questo crimine si dimostra un’invenzione. Vi invito a leggere l’articolo che segue, pronto a recepire commenti e critiche.

Fonte: http://associazionestalin.it/katyn_furr.pdf

Il sogno sovietico: Immigrazione americana in Unione Sovietica

Nel 1920, durante un’incontro della seconda Internazione, venne approvata la mozione
dell’americano comunista John Reed che chiedeva all’Urss di Lenin la possibilità di una collaborazione tra gli afro-americani e le università sovietche, Lenin approvò sostenendo che l’incotro tra le due realtà era assolutamente necessario.

Tra il 1925 e il 1938,  90  afro-americani vennero invitati a studiare  presso l’ Università Comunista dell’Est o KUTV.  La maggior parte completarono un programma di 14 mesi, che s’incentrò sui principi fondamentali della teoria marxista-leninista, venne inoltre approfondita una formazione su temi alternativi come spionaggio, guerriglia, codici segreti, e le tecniche di lavoro politico sotterraneo.

Gli studenti neri, come tutti gli studenti stranieri, vennero trattati come ospiti d’onore, ricevendo vitto e alloggio gratuito, indennità di abbigliamento e di viaggio, tutori speciali, vacanze pagate in Unione Sovietica e una casa.  A quel tempo, nessun altro paese avrebbe offerto a un nero tale opportunità.

Nel 1929 gli USA erano preda di una crisi economica – Grande Depressione o Crisi del ‘29 – che aveva prodotto oltre tredici milioni di disoccupati e una generale sfiducia  nei confronti di quel sistema capitalista che si trovava alla base del sogno americano. Chi aveva pregato con tutte le sue forze  di  essere  accettato  nei  grandi saloni di smistamento di Ellis Island cominciò  a  domandarsi  se  quella peripezia  via  mare  affrontata  tempo prima avesse ancora senso; altri, più  intraprendenti  (o  più  disperati),fantasticavano  sulla  nuova  frontiera, quel Far East dipinto come terra di  opportunità  nei  reportage  che  il  giornalista britannico Walter Duranty  (1884-1957) inviava da Mosca.

Stando ai resoconti del corrispondente del «New  York  Times»  l’Unione  Sovietica pareva essere aliena al tracollo finanziario che, da un giorno all’altro,  aveva  lasciato  ai  margini  delle strade  operai  e  dirigenti  d’azienda, liberi professionisti e broker.
I piani quinquennali e lo sviluppo dell’industria pesante potevano apparire agli occhi  dei  lettori  come  una  risposta alla fame di lavoro, di cibo e di speranza che animava intere famiglie ridotte alla miseria. Una nazione nata sull’immigrazione come gli USA non poté  pertanto  stupirsi  se  cittadini americani di origine italiana, tedesca, francese, irlandese avessero deciso di vendere i loro pochi averi per accaparrarsi un posto sui piroscafi che da New York facevano rotta verso Odessa e Leningrado.

Nel 1930 circa 18.000 americani, nella maggior parte di origine africana, fuggirno dagli Stati Uniti d’America per iniziare una nuova vita in Unione Sovietica, lontano da razzismo e povertà, dove li aspettavano lavoro, casa, vacanze e dignità.

L’URSS divenne la patria di migliaia di afro-americani oppressi dal capitalismo americano.

L’URSS mostrò agli afro-americani una nazione lontana dal razzismo e spiegò che secondo la dottrina del marxismo-leninismo il razzismo era una distrazione artificiale creata dalle classi dominanti al fine di dividere i lavoratori e distrarli dalla rivoluzione.

L’URSS riconobbe a tutti gli afro.americani lo status di popolo oppresso cosi come era abitudine fare per gli immigrati provenienti dalle colonie degli stati europei, inoltre si iniziò a parlare di un progetto, purtroppo abbandonato alla morte di Stalin,  che prevedeva la creazione di una repubblica popolare sovietica  dove gli afro-americani e i gli immigrati africani potessero vivere in pace e in libertà.

Gli afro-americani che vissero in URSS avevano un detto: Quando siamo in America, ci sentiamo afroamericani perché amiamo andare in chiesa con i fratelli neri, ci piace il cibo africano, amiamo la musica nera, amiamo un sacco di cose che ci uniscono alle persone di colore. Quando siamo in Russia, ci sentiamo russi.

Fonti:
Blacks in the Soviet Union
In Russia, early African American migrants found the good life
GLI AMERICANI IN URSS

L’ URSS invase la Polonia nel settembre 1939? ASSOLUTAMENTE NO!!!

Convenzionalmente, è accettato come fatto incontrovertibile che il patto di non aggressione tra l’URSS e la Germania (spesso chiamato il “Trattato o “Patto Molotov-Ribbentrop” dal nome dei due ministri degli esteri che firmarono il documento) prevedesse la “spartizione della Polonia,” e la sua divisione . Questo è completamente FALSO.

Senza dubbio uno dei grandi motivi per la diffusione di questa falsità è che la Gran Bretagna e la Francia firmarono un patto di non aggressione con Hitler accettando la “spartizione” di un altro Stato, la Cecoslovacchia. Questo è stato l’accordo di Monaco del 30 settembre 1938. La Polonia partecipò alla “partizione” della Cecoslovacchia e occupò parte dell’area di Cieszyn, in Cecoslovacchia, dove era presente una minoranza polacca. Questa invasione e la conseguente occupazione non erano contemplate nell’ accordo…

 

Nel trattato di Riga, firmato nel marzo 1921, la Repubblica di Russia (l’Unione Sovietica ufficialmente è costituita nel 1924), stremata dalla guerra civile e dall’intervento straniero, accettò di dare la metà della Bielorussia e dell’Ucraina agli imperialisti polacchi in cambio della pace di cui  aveva disperatamente bisogno.
Usiamo il termine “imperialisti polacchi” a ragion veduta, perché la popolazione nelle le zone che sono state concesse alla Polonia ai sensi del trattato, erano una piccola minoranza sia in Bielorussia occidentale che in Ucraina occidentale. Il regime capitalista polacco incoraggiò le popolazioni polacche di quelle zone a “polonizarle” e imporre tutte una serie di restrizioni nell’ uso del bielorusso e dell’ ucraino.

Prima dell’invasione della Polonia da parte di Hitler nel 1939, il governo polacco manovrava per unirsi alla Germania nazista nella guerra contro l’Unione Sovietica, al fine di annettere altri territori. Fino al 26 gennaio 1939, il ministro degli Esteri polacco, Beck discuteva di questo a Varsavia con il ministro degli Esteri nazista Joachim von Ribbentrop. Ribbentrop, scrisse : “… Così ho parlato con M. Beck, ancora una volta, sulle politiche che devono seguire la Polonia e la Germania rispetto all”Unione Sovietica, e in questo senso si è anche affrontato il tema della Grande dell’Ucraina e di nuovo a proposito della cooperazione tedesco-polacco in questo campo. M. Beck non ha nascosto il fatto che la Polonia aveva aspirazioni dirette verso l’Ucraina sovietica e una connessione al Mar Nero (Akten zur deutschen Politik Auswärtigen pg 139-140).

Il ministro degli Esteri polacco, Beck sta dicendo a Ribbentrop che la Polonia avrebbe voluto prendere in consegna tutta l’Ucraina, sottraendola all’URSS, perché quello era l’unico modo per la Polonia di potere avere “un collegamento con il Mar Nero”.

Con l’invasione del settembre del 1939 e la conseguente caduta dal governo polacco cessa ufficialmente di esistere lo stato polocco e i nazisti sono liberi di avanzare fino al confine sovietico. Questo aspetto è fondamentale, perchè da questo preciso momento il patto Molotov-Ribbentrop non è più valido da questo momento l’URSS si muove per difendere i propri confini dal nemico nazista che avanza in tutto il territorio polacco. Possiamo affermare che non c’è stata nessuna invasione sovietica in Polonia e che l’Urss semplicemente rientrò in possesso dei territori persi con il trattto di Riga per i seguenti motivi:

1. Il governo polacco non ha dichiarato guerra contro l’URSS.

Il governo polacco ha dichiarato guerra alla Germania quando la Germania invase il 1 ° settembre 1939. Ma non ha dichiarato guerra contro l’URSS.

2. Il comando supremo polacco ordinò ai soldati polacchi di non combattere contro i  sovietici; tuttavia, ordinò alle forze polacche di continuare la lotta contro i tedeschi.

 3. Il presidente polacco Ignaz Moscicki, rifugiato in Romania dal 17 settembre, aveva tacitamente ammesso che la Polonia non aveva più un governo.
4. Il governo rumeno ha tacitamente ammesso che la Polonia non aveva più un governo.

 
5. La Romania non ha rispettato il trattato difensivo con la Polonia in caso d’invasione da parte dell’URSS. La Romania non ha dichiarato guerra contro l’URSS.

La ragione per cui la Romania non ha dichiarato guerra contro l’URSS è spiegata in un articolo del New York Times del 19 settembre 1939:

“Il punto di vista della Romania in relazione all’accordo antisovietica Rumeno-polacco ha effetto solo se un attacco russo si è verificato come un evento isolato e non come risultato di guerre”. ( Romania Ansioso, Orologi Frontier , NYT 19/09 / 39, p. 8)

6. La Francia non dichiarato guerra contro l’URSS, anche se aveva un trattato di mutua difesa con la Polonia.

7. L’Inghilterra non ha mai chiesto all’Unione Sovietica di ritirare le truppe dalla Bielorussia e dall’Ucraina occidentale, parti della ex Stato polacco, occupate dall’Armata Rossa dopo il 17 settembre 1939.

 

Il governo britannico ha concluso che questi territori non dovranno mai far parte di un futuro stato polacco. Anche il governo polacco in esilio in Romania concordò con tale decisione!

8. La Società delle Nazioni stabilì che l’URSS non aveva invaso uno Stato membro.

9. Tutti i paesi hanno accettato la dichiarazione di neutralità dell’Unione Sovietica.

GROVER FURR ¿LA UNIÓN SOVIÉTICA INVADIÓ POLONIA EN SEPTIEMBRE DE 1939? (RESPUESTA: NO, NO LO HIZO)

 

Vi parlo di un uomo comune, vi parlo di Aleksej Grigor’evič Stachanov

Aleksej Grigor’evič Stachanov è un semplice minatore nato a Lugovaja, il 3 gennaio 1906. La sua era una famiglia di contadini di Lugovaya, vicino a Orel. Cresce facendo il bracciante nei campi, e occupandosi del bestiame. Silenzioso, schivo, ama osservare quello che avviene attorno a lui. Come studi, aveva fatto poco: una scuola agricola di base frequentata solo per tre inverni. Sapeva a malapena leggere e scrivere. Non vedeva, nel suo futuro, molto altro che non fosse lavorare nei campi.

Nel 1927 andò in miniera, a Kadievka nella regione del bacino del Donec/Donbass(oggi in Ucraina), a estrarre carbone nella miniera “Irmino-centrale”. Una delle eccellenze russe in fatto di estrazione. «Il Donbass è la regione senza la quale gli ideali di costruzione socialista resterebbero solo un esempio di buona volontà», disse Lenin.

Non immaginava, quando entrò in miniera, che il suo nome sarebbe diventato glorioso. Non poteva pensare che i bambini nelle scuole sovietiche lo avrebbero studiato sui libri di testo, e sarebbe entrato nelle lingue di tutto il mondo. Stakanov divenne per tutti il lavoratore socialista instancabile, simbolo di tutta la Russia sovietica, del riscatto di un popolo e di un’idea.

Iniziò come conducente dei carri di trasporto. Poi, dopo sei anni di osservazione, cominciò a martellare. La sua prestanza fisica (alto, muscoloso: il suo pugno era grande come la faccia) garantiva resistenza allo stress. Era un lavoratore come tanti altri: fumava poco, beveva poco, era schivo e non creava nessun problema. Anonimo, non sarebbe mai passato alla storia se, come si racconta, quando l’onda arrivò, non avesse avuto già in mente la sua idea i suoi principi. Un principio, quello dell’innovazione e del coraggio di rompere gli schemi in cui si vive.

Nel 1929, a Kartashov, partì l’iniziativa di ridurre il tempo di trasporto del carbone fuori dalla miniera da 8 a 4 ore. Ci riuscirono. Da Gorlovka, invece, prendeva piede il movimento Izotovskista, che si basava sul principio di trasmissione delle tecniche agli operai più capaci per dividere le responsabilità e i compiti. La gara era cominciata.

Il momento arrivò.  Nel 1935 Centrale-Irmino era rimasta indietro rispeto alla produzione delle altre miniere. Si pensò di chiedere consiglio agli operai, e uno per uno vennero consultati. Quando fu il turno di quell’operaio silenzioso, arrivò la soluzione. «Ci penso da tempo», avrebbe risposto. «Si dovrebbe suddividere il lavoro. Chi taglia via il carbone, dovrebbe fare solo quello. Dietro di lui, dovrebbero muoversi gli sbozzatori, e fare solo quello. E anche gli impalcatori». Lavoro organizzato. Il capo-miniera Petrov si fidò.

Il giorno della dimostrazione il 30 agosto 1935. Stachanov sapeva fare tutto, dall’estrazione alla sbozzatura, e per questo si muoveva a suo agio a capo di due aiutanti che aveva con sé, che si occupavano della costruzione dei puntelli. Li guidava e li assisteva mentre, lui, quasi a ritmo interrotto, continuava a estrarre, con il martello pneumatico, il carbone. Era bravo anche perché, si spiegherà, aveva fatto un corso per imparare a utilizzarlo.

Quella notte c’era anche Petrov, che pensava all’illuminazione («illuminava anche la mia anima», raccontò Stachanov sulla Pravda) al cavallo e qualche bottiglia di vodka. Il risultato fu incredibile: 102 tonnellate di carbone in cinque ore e 45 minuti. Quattordici volte la media. La comunicazione fu subito inviata al Comitato Centrale, e di lì a poco venne diffusa in tutta la Russia. L’impresa fu ripetuta a settembre, e il risultato migliorò ancora: 227 tonnellate. Ci volle poco: Stakanov divenne leggenda.

Il Partito decise di rendergli onore attraverso una serie di riconoscimenti: l’iscrizione nel registro d’onore dei migliori minatori della città; un premio in denaro di  220 rubli(circa due mensilità); un nuovo appartamento, con tanto di arredamento, cuscini;  tappeti, un pianoforte a coda; un voucher per una vacanza al mare con la moglie in Crimea; e, novità assoluta, un telefono; due abbonamenti (per lui e la moglie) per tutta la vita al circolo culturale e al cinema. E poi, titoli sui giornali e celebrità globale, fino ad arrivare alla copertina su Time.

Stakanov aveva avuto l’idea per cambiare le cose. In più, il coraggio di attuarla quando l’onda della storia arriva e non ti puoi tirare indietro. Un uomo qualunque mostrò al mondo come un semplice operaio riusci a cambiare per sempre il concetto di lavoro in un’economia socialista.

La sua vita cambia, dopo il record. Viene inviato, sotto la tutela di Stalin, a studiare all’Accademia Industriale, e cosi inziò la sua carriera fino ad arrivare a dirigere il ministero dell’Industria del Carbone e divenne deputato al Soviet supremo dell’Urss.

L’arrivo dell’infame Kruscev, nel 1953, segnò la fine del suo sogno e l’inzio di un incubo. Kruscev volle far piazza pulita dei simboli del precedente governo e nel 1957 allontana Stakanov da Mosca (con divieto di accesso) e lo “esilia” di nuovo nel Donbass, a Torez, dove diventa assistente dell’ingegnere capo nell’amministrazione. La famiglia non lo segue, e rimane solo. Comincia a bere, molto più di quando, da giovane, stava con i compagni minatori. Riceve un secondo riconoscimento, da Breznev, nel 1970, ma è troppo tardi. Morirà, il 5 novembre del 1977 ormai dimenticato dai più in una Russia ormai lontana dal socialismo che non rispecchia i sogni dei lavoratori, sogni dove un semplice minatore(un semplice ingranaggio) può diventare un mito da seguire e una leggenda che ancora oggi riempe di speranze i cuori di ogni lavoratore sfruttato dal capitalismo.

Dopo la sua morte, la città di Kadievka, dove aveva compiuto il record, verrà ribattezzata Stakanov, in una forma di riabilitazione postuma ipocrita e colpevole.

Il piano quinquennale

All’inizio, il mondo al di là dei confini dell’Unione Sovietica sentì parlare del piano quinquennale solo come di un progetto follemente stravagante di Mosca. Io, e molti altri, che percorremmo in quel periodo le regioni più distanti dell’U.R.S.S., lo vedemmo prender forma in villaggi e fabbriche, città e regioni; vedemmo crescere il piano quinquennale dal bisogno di lavoro e di pane del bracciante agricolo, dall’ardente desiderio di lavoro creativo della gioventù in cerca di occupazione, dalle risorse intatte e inesplorate della pianura e della montagna, divenute finalmente proprietà collettiva, e i cui padroni erano decisi a godere della loro ricchezza. Poi, vedemmo la passione di questi milioni di cittadini sovietici pungolati instancabilmente dal cervello delle organizzazioni comuniste locali e dall’ufficio statale della pianificazione, tradursi in un piano che doveva industrializzare il paese e renderlo autonomo da ogni potenza straniera.
Non fu mero caso se del piano quinquennale udii parlare per la prima volta nel cuore dell’Asia sovietica. Il quotidiano di Tashkent uscì un giorno con un titolo su tutta la pagina: Tran cinque anni nessuno riconoscerà il volto dell’Asia centrale. Sotto il titolo, metà del foglio era occupato da una carta della regione, costellata da nuovi grandi cantieri, ferrovie, fabbriche; accanto ad ognuno dei simboli che rappresentavano, la data d’inizio e il termine dei lavori previsti dal piano. Si trattava del progetto elaborato congiuntamente dagli organismi politici dell’Asia centrale, e che doveva ancora essere inserito nel quadro del piano centrale dell’Unione, elaborato a Mosca.
L’anno successivo, tornata nell’Asia centrale, ebbi occasione di compiere a dorso di mulo un’ascensione del Pamir, l’ampio acrocoro selvaggio ai confini tra U.R.S.S., India e Cina, che si usa chiamare il “tetto del mondo”. La ferrovia era ormai distante parecchi giorni di marcia, quando, fermatami a parlare con uno stradino usbeco incontrato lungo la pista, lo sentii pronunciare le uniche tre parole di russo che sapesse: <<strada››, «auto››, <<piatiletka››. Con queste tre parole, e aiutandosi soprattutto con una mimica espressiva da cui traspariva l’orgoglio, mi spiegò che la carovaniera sarebbe diventata una strada carrozzabile fino alla frontiera, per raggiungere la quale occorrevano allora dieci giorni di viaggio a cavallo. L’avrebbe fatto il piano quinquennale.
Un altro anno passò, e fui inviata dal rinnovato Moscow News all’inaugurazione del nuovo tronco ferroviario tra il Turchestan e la Siberia, che doveva aver luogo il 1 maggio 1930. «Il primo dei giganti del piano quinquennale è pronto». Con queste parole la stampa e i manifesti portavano nel paese la voce della Turk-Sib. Quasi 2.000 chilometri di binari erano stati gettati a valicare, dal nord al sud, deserti e pianure disabitate. Un mio vecchio amico, Bill Shatoff, veterano per la lotta per la libertà di parola in America, reduce dalla guerra civile che per anni aveva insanguinato la Russia, era stato chiamato a dirigere l’impresa. La costruzione era stata portata a termine in un tempo record, con un anticipo di ben 18 mesi rispetto alle previsioni del piano, ma la conseguenza era stata una crisi finanziaria: a lavori conclusi, gli operai dovevano essere pagati, e la concessione dei fondi necessari era invece in bilancio, stando al piano, solo per l’anno successivo. Shatoff aveva messo a soqquadro Mosca e, a furia di urlare che lui non poteva piantare nelle grane migliaia di vittoriosi operai, solo per aspettare le scadenze del bilancio, era riuscito a tirar fuori il denaro dalle fonti più impensate. Ma ormai era acqua passata. Ormai, quattro treni speciali erano pronti per il viaggio inaugurale. Io m’ero imbarcata su quello in cui viaggiavano i delegati di un centinaio di fabbriche, campioni del lavoro premiati con questo viaggio; c’erano poi decine e decine di giornalisti russi provenienti da tutte le Repubbliche, e due vagoni trasportavano i corrispondenti esteri di ogni parte del mondo. Ognuno di noi ben sapeva che la ferrovia avrebbe mutato corso alla storia dell’Asia, che avrebbe costituito il ponte tra il legname ed il grano siberiano e il cotone dell’Asia centrale, recato le merci ed il traffico russo fino alle frontiere occidentali della Cina, cingendo in pari tempo la frontiera dell’U.R.S.S. a sud-est con un sottile, continuo baluardo difensivo d’acciaio
Il nostro treno viaggiava senza orari, perché era il primo treno della Turk-Sib; procedeva sobbalzando sui binari appena posati, tirato da una locomotiva festosamente dipinta di verde, dono delle officine di riparazioni di Aulie-Ata i cui operai l’avevano costruita lavorando gratuitamente nel tempo libero. Tra questi volontari erano stati scelti i fuochisti, che ora guidavano giorno e notte, senza stancarsi mai, la “loro” locomotiva coperta di bandiere: l’inaugurazione della ferrovia Turchestan-Siberia era anche una loro vittoria personale.
Lungo la linea già sorgevano nuove città, ancora rozzi stanziamenti di pionieri. A questi pionieri parlò Shatoff, improvvisando un comizio in ogni stazione: ricordava loro i momenti più duri della lotta, la fame e la sete patite nel deserto, le tormente di neve accecanti d’inverno quando “i burocrati” non avevano saputo provvederli di vesti adatte. Tra la folla c’erano madri con i pupi in braccio, e i pupi, osservava Shatoff, erano anche loro più vecchi di questa città. Poi parlava del nuovo mondo che il rozzo lavoro stava creando; un mondo migliore per i lavoratori di tutti i paesi. Vidi una piccola madre sparuta balbettare con gli occhi lucidi: «Un tipo in gamba il nostro capo!».
Al punto d’unione dei due tronconi, sotto il sole cocente, si svolse una festa di russi e kazaki. Cerano kazaki nomadi venuti a cavallo da centinaia di chilometri di distanza per salutare il grande “cavallo di ferro”. Il braccio di una gru gigantesca battezzata “Marion dagli operai (su una targa si leggeva “Marion & C.”: era il nome della ditta costruttrice), faceva compiere giri panoramici a mezz’aria a coppie russo-kazake. Ragazzi e ragazze ballavano sulle traversine, al ritmo di una canzone che esaltava il «corsiero nero, più veloce di cento cavalli», il cui arrivo significava pane, lavoro, scuole, libertà dalla chiusa esistenza tribale. Il potere oppressivo dei capi tribù, però, era ancora lungi dall’esser crollato: quando i giovani tentarono di tenere per sé i premi e i trofei che erano dati ai migliori lavoratori, gli altri membri della tribù li assalirono, e strapparono loro dalle mani i premi per consegnarli ai capi. Era la tradizione tribale, che ora la nuova ferrovia veniva a minare.
Sotto gli occhi delle 10.000 persone convenute in quel deserto per assistere alla cerimonia, le squadre che avevano posato i due tronconi sistemarono gli ultimi segmenti di rotaia. Gli ultimi bulloni furono ribattuti dai funzionari russi e kazaki, da Shatoff in rappresentanza degli operai, e infine dal settantenne Katayama, segretario generale del partito comunista giapponese e delegato della Terza Internazionale. Le martellate di Katayama sul bullone che metteva fine all’impresa avevano un significato chiaro per tutti: questa ferrovia era qualcosa di più che un ponte tra il grano e il cotone, qualcosa di più che non l’apertura di nuove terre ai pionieri, qualcosa di più che non un’arma offerta ai giovani, per combattere l’antica oppressione tribale. Essa era la rivoluzione mondiale in marcia nel cuore dell’Asia.

Lungo la linea, gli operai che incontravamo, e che ben conoscevano l’importanza dell’opera, non facevano che chiedere alle persone imbarcate sul nostro treno chi era venuto a presenziare all’inaugurazione: non Stalin? Nemmeno Kalinin? E finivano per rassegnarsi alla presenza di personaggi di secondo piano, pensando al fatto che il viaggio da Mosca e ritorno richiedeva ben quindici giorni, e che in tutta la Russia sorgevano come funghi le grandi opere da inaugurare. A migliaia di chilometri verso occidente si stava ultimando sul Dnieper la più grande diga del mondo con le sue centrali elettriche. Nell’estremo nord nasceva aspramente Kuzbas, la città dell’acciaio. A Stalingrado, la più grande fabbrica di trattori del mondo avrebbe cominciato a funzionare a giorni, mentre la più grande officina del mondo per la costruzione di macchinario pesante era in costruzione a Sverdlovsk. «Primo tra i colossi del piano quinquennale» la ferrovia Turkestan-Siberia avrebbe forse meritato qualche onore particolare, ma dalla fucina di Efesto del piano quinquennale stavano ormai per uscire decine di giganti simili.

Gli ingegneri americani assunti per contratto dalle autorità sovietiche per venire ad aiutare la realizzazione del piano, amavano ripetere che la piatiletka era tutto fuorché «un piano». Da un punto di vista strettamente tecnico, avevano ragione: il piano non fu mai uno schema preordinato da seguire punto per punto, era il traguardo di una battaglia da vincere ad ogni costo, per poi andare oltre. E a formularlo non

era solo Mosca, perché alla sua stesura partecipavano simultaneamente il Governo centrale e le istituzioni periferiche, anche le più remote. Nelle fabbriche e nei villaggi, i cittadini sovietici discutevano le loro aspirazioni e bisogni e ne studiavano la possibilità di realizzazione; i singoli piani locali venivano poi trasmessi attraverso i meccanismi dell’organizzazione “al centro”; qui venivano coordinati e rinviati alla periferia per l adozione definitiva e la realizzazione.
L’intero paese, da Leningrado a Vladivostok, s’era trasformato in un immenso cantiere e, nel 1931, inviata dal Moscow News ebbi modo di vederlo in opera. Vent’anni dopo, quando fui arrestata a Mosca, la polizia sequestrò, quali prove della mia presunta “attività spionistica”, le note da me redatte in occasione di quel viaggio: i giganti del piano quinquennale erano diventati segreti d’interesse bellico. Ma nel 1931 chiunque poteva liberamente visitarli.
In quell’anno, si sentiva dire da più di uno che la fabbrica di trattori di Stalingrado era un buco nell’acqua; altri ne parlavano come di uno strepitoso successo. I primi e i secondi
contraffacevano ugualmente la realtà: in quel momento la fabbrica di trattori di Stalingrado non era né un’ fallimento né un successo: era una battaglia durissima, la battaglia per la prima catena di montaggio nell’U.R.S.S. In America per realizzare la produzione in serie c’era voluta un’intera generazione; in Russia bastò la battaglia di Stalingrado del 1931. Ma la costruzione dell’immensa fabbrica richiese il sacrificio di molte giovani vite. Molti furono gli uomini che caddero sfiniti davanti alla bocca ardente delle fornaci nei caldi meriggi estivi.
Tre americani – Zivkovich, Covert e Minchuk – lavorarono sessanta ore di seguito, senza mai dormire, per riparare la macchina numero sette, essenziale per il funzionamento della catena di montaggio, e, a lavoro ultimato, barcollanti di fatica, più morti che vivi, si videro accolti dalle ovazioni generali.
La costruzione della fabbrica di trattori nel 1931 non fu un lavoro: fu una guerra.
Uomini fatti trattenevano a stento le lacrime, quando l’insegna col cammello, che marchiava i reparti rimasti al di sotto della norma fissata dal piano, venne inchiodata sulla porta di una delle officine; operai che avevano speso le loro migliori energie, piangevano perché il reparto nel complesso non aveva saputo fare altrettanto, e si ributtavano al lavoro, decisi a ricuperare ad ogni costo il terreno perduto. Ma non era sufficiente che un uomo, centinaia di uomini si prodigassero senza risparmio: bisognava anche, e soprattutto, creare un’organizzazione. Gli uomini avevano appena superato un problema, che subito un altro particolare tecnico si presentava a fermarli finché non se ne fossero impadroniti. Bisognava imparare, e tener conto di mille elementi particolari contemporaneamente. Questo problema, prima d’allora, non era mai stato considerato in Russia.
La fabbrica sorgeva a nord di Stalingrado, a una ventina di minuti dalla città, su una strada abominevole. Il programma dei lavori comprendeva una nuova strada. Per ora, essa serviva dabanco di prova alle macchine che la percorrevano, rovinandole.
Si provvedeva intanto a installare nuove condutture d”acqua, perché quelle comunali si erano rivelate insufficienti alla fabbrica, e il rifornimento era mancato in pieno luglio. Si ampliavano -un anno dopo la fondazione della fabbrica – i magazzini, la cui insufficienza aveva fatto si che a un certo punto non si sapesse nemmeno quanti pezzi di ricambio c’erano a disposizione, col rischio che l’intera catena di montaggio fosse bloccata per la mancanza di un pezzo qualunque immagazzinato chissà dove un mese prima in centinaia d’esemplari. Era fin troppo chiaro perché Stalin insistesse tanto sulla necessità di un lavoro fondato sul «sistema, il calcolo, la responsabilità». Ognuno dei reparti aveva un proprio comitato di produzione. All’officina motori, gli argomenti più dibattuti erano: qualità della produzione e deficienze dell’attrezzatura minuta. Diceva un operaio: «I vari pezzi restano esposti al vento e alla sabbia e quando si fa per montarli risultano tutti incrostati di sudiciume. Prima di usarli bisognerebbe sistematicamente passarli col petrolio». Un altro rilevò che occorreva organizzare diversamente i collaudi: i radiatori dovevano essere verificati prima del montaggio, per non correre il rischio di doverli togliere un’altra volta dal trattore finito. Tutti erano concordi nel lodare quell’inviato della Pravda che aveva scoperto e denunciato un errore per via del quale si erano rovinati 60 motori. Il giornalista era completamente privo di conoscenze tecniche: tuttavia, aveva notato che la catena si era fermata perché un certo numero di motori non erano giunti in tempo. Esegui un’indagine per conto suo, dalla quale risultò che in tutti gli esemplari, in numero di sessanta, v’era un pezzo difettoso. Gli fu facile rintracciare l’officina dalla quale i pezzi erano usciti, e scoprì una taglierina la cui lama era intaccata, un’apprendista che non dava importanza alla cosa, e un ingegnere distratto che non eseguiva i necessari controlli. «Tu, proprio e solo tu hai bloccato il montaggio di sessanta trattori», urlò il giornalista sul viso all’ingegnere. La taglierina fu riparata, il difetto scomparve, e il montaggio riprese. Ma questo era solo uno delle migliaia di particolari cui bisognava provvedere. D’altra parte, fra le difficoltà che disorganizzavano la produzione, ve n”erano anche alcune di natura più fosca. Il sabotaggio per esempio. Ne tratteremo in un capitolo a parte
Si sarebbe mai arrivati a risolvere tutti insieme i diecimila problemi particolari di cui si compone la vita della fabbrica, tutti ugualmente importanti e necessari perché le cose marciassero? Sì, il diagramma della produzione a volte saliva altre volte discendeva, ma nel complesso c’era una netta tendenza all’aumento. Per due volte di seguito, i lavoratori delle officine si erano riuniti al grido di guerra, avevano lottato senza curarsi dei sacrifici, e avevano vinto: la prima volta, avevano messo in funzione la fabbrica per l’apertura del Congresso del Partito, nel giugno 1930, un lavoro incredibilmente rapido, compiuto superando innumerevoli difficoltà; poi riuscirono a completare il cinquemillesimo trattore allo scadere del primo anno. In entrambe le occasioni, molti dei dirigenti e quasi tutti i tecnici americani avevano dichiarato l’impresa irrealizzabile: tutte e due le volte la volontà degli operai, specialmente dei giovani del Komsomol, aveva realizzato l’impresa.
 
     «Abbiamo tali forze cui fare ricorso, che gli altri nemmeno se l’immaginano››, diceva Tregubinko, segretario dell’organizzazione di partito nelle officine. Lo avevo trovato a letto ammalato, e durante l’intervista fu un continuo piovere di telefonate. Tregubinko non si stancava di insistere sulla necessità del lavoro organizzato, sistematico, basato sulla stretta collaborazione tra i reparti, in altre parole, come avevano detto prima Lenin e ora Stalin, sul «sistema, il calcolo, la responsabilità», la cosa più difficile e la più necessaria da imparare in un paese agli albori dell’industrializzazione.
     Dappertutto c’erano i segni del fatto che là si stava imparando: nei lavori di riparazione della strada che portava in città; nelle prime leve degli specializzati che uscivano dalle scuole tecniche annesse agli impianti; nella mensa appena istituita le cui cucine potevano sfornare 11.000 pasti al giorno; nella crescente collaborazione tra i tecnici americani e i russi; persino nei chioschi che distribuivano orzata e birra ghiacciata per evitare che, come era accaduto l’anno prima, gli operai assetati si buscassero il tifo dall’acqua del Volga. La mia visita aveva avuto luogo in agosto; quattro mesi più tardi, le officine raggiunsero la media di centodieci trattori al giorno: si era “in pari col piano”, la battaglia per la prima catena di montaggio sovietica era vinta. Dodici anni più tardi, gli uomini della fabbrica trattori di Stalingrado, a bordo dei carri armati usciti dalla loro officina, snidavano i soldati di Hitler dalle rovine della fabbrica
Alle officine trattori di Kharkov chiunque, ucraini , russi e americani che vi lavoravano, poteva dire quale passo avanti esse fossero rispetto a Stalingrado. Era vero, ma non bisognava dimenticare una cosa: Stalingrado aveva aperto la strada, e gli errori e le fatiche dei pionieri servivano ora da base alle nuove esperienze. Fu Raskin, un tecnico americano, a farmi da guida. A Stalingrado, sull’uscio del reparto fonderia, avevo visto l’insegna del cammello. Lo stesso reparto, a Kharkov, vantava ben venti miglioramenti rispetto al modello; Stalingrado aveva avuto in dotazione splendide macchine, appena giunte dall’America, e i rozzi apprendisti, appena usciti dal villaggio, le aveva- no per metà rovinate. A Kharkov, gli operai ci sapevano fare: avevano imparato da Stalingrado. Tutti i reparti sussidiari, magazzinaggio, trasporti, servizi, avevano guadagnato dall’esperienza, ed erano migliori a Kharkov che a Stalingrado. Quei miglioramenti che nel sistema capitalistico sono imposti dalla concorrenza, si avvantaggiavano, qui, del libero scambio delle esperienze. Kharkov partiva con tutta l’esperienza di un anno di lavoro da pionieri ricevuta da Stalingrado.
Le officine di Kharkov presentavano un problema speciale. Esse venivano costruite “fuori del piano”. I contadini entravano nelle fattorie collettive più rapidamente del previsto, e bisognava trovare il modo di far fronte alle impetuose richieste di trattori: così Kharkov, orgogliosa cittadella dell”Ucraina, aveva deciso di costruire la sua fabbrica, “al di fuori del piano quinquennale”. É difficile immaginare, da noi in America, che cosa questo significasse: tutte le assegnazioni di acciaio, mattoni, cemento, mano d’opera, erano già state fissate per cinque anni. Kharkov poteva ottenere il suo acciaio, per esempio, solo inducendo qualche acciaieria a lavorare “oltre il piano”. Per sopperire alla scarsezza di mano d’opera comune, decine di migliaia di persone – impiegati, studenti, professori – si offersero di lavorare volontariamente nei giorni di riposo. Poiché la settimana moscovita a quell’epoca era di cinque giorni, con turni di riposo alternati, un quinto della popolazione aveva giornata libera ogni giorno. «Ogni mattina alle sei e mezzo – mi diceva Mr. Raskin – arriva il treno speciale che porta, musiche e bandiere in testa, volontari tutti i giorni diversi, ma sempre ugualmente allegri». Risultò poi che i volontari avevano compiuto metà del lavoro non specializzato per la costruzione delle officine.
Cerano due punti dai quali si potevano osservare i cantieri di Kusnetsk: visti dal “corso”, era il caos; guardando giù dalla collina, si cominciava a capire il risultato. Riporto qualche passo dal mio taccuino di viaggio. Ho battezzato “corso” la strada, in realtà ancora senza nome, che costituisce la spina dorsale del cantiere: una pista angusta tra montagne di detriti, tubature e travi, due carri affiancati possono transitare a malapena, sobbalzando tra le buche. É mezzogiorno. Per farmi strada, devo di continuo dare una voce ai conducenti, scansare i cavalli, salvarmi nello spazio che resta tra due cataste di legname. Passa una fila di uomini i quali reggono una pesante armatura, e per qualche minuto bloccano il traffico. I pedoni hanno scoperto un passaggio: si infilano in certi giganteschi segmenti di tubi, schierati lungo la strada, abbastanza larghi perché un uomo possa per- correrli all’interno piegandosi in due. Il “corso” è attraversato da una dozzina di binari della ferro- via, e il traffico dei carri si arresta quando una lunga fila di vagoni va avanti e indietro, carica di grandi lastre d’acciaio destinate agli altiforni. Per deporre il carico dei vagoni occorre trovare un po’ di spazio disponibile nel caos, e così può accadere che il treno faccia manovra per venti minuti mentre i carri sono fermi. Quando i vagoni se ne sono andati, avanza un enorme carro di fieno che minaccia di bloccare un’altra volta la strada, ma finalmente gli altri veicoli riescono ad aggirare l’ostacolo. Da un grosso camion scendono una dozzina di robuste contadine, dan mano alle vanghe e prendono a caricare detriti proprio da sotto la centrale elettrica. I detriti avrebbero dovuto essere rimossi già un anno fa. C ‘è ancora circa un milione di metri cubi di rifiuti da eliminare.
Dal “corso” si dipartono dei tratturi in due direzioni: da qui ai forni a coke, agli altiforni, alla centrale elettrica; dall’altra parte verso il reparto caldaie, la fonderia, i forni all’aperto e lo scheletro dei futuri laminatoi. Sono sentieri incerti e pericolosi, che si arrampicano faticosamente sul fianco della collina, scavalcando mucchi di detriti; il loro tracciato muta ogni giorno con lo sviluppo delle costruzioni, un labirinto nel quale solo gli addetti riescono ad orientarsi.
Da due giorni piove, e l’enorme caos del “corso” è sommerso dal fango siberiano. Il fango entra nelle scarpe, rende impraticabili ai carri i sentieri sui fianchi delle colline. Il rendimento del lavoro diminuisce nel complesso del venticinque per cento.
Dai tecnici americani, gli ingegneri russi, gli ispettori, i giornalisti, non sentite che critiche. Perché tutto funziona in maniera così incoerente? Perché i vari reparti – altiforni, forni a coke, centrale elettrica – devono disputarsi l’uso dei binari? Perché devono strapparsi a vicenda gli uomini? Perché manca lo spazio necessario allo scarico dei materiali e non si è provveduto a tracciare una strada decente? Chiunque faccia parte del cantiere può dirvi come si sarebbero dovute fare le cose: prima le strade e la ferrovia, il reparto carpenteria, gli alloggi, i magazzini, lo sterro, le condutture dell’acqua e le fognature; poi la rimozione dei detriti; infine, le opere murarie. Finite queste, installare i macchinari, eseguire i necessari collaudi, dare il via alla produzione. E tutti vi ripetono lo stesso ritornello.
Francfort, il direttore del cantiere, lo sa anche lui: «Il progetto è stato cambiato nel corso della costruzione: i giapponesi avevano invaso la Manciuria, e la Russia aveva bisogno di più acciaio. Si doveva scegliere: o procedere alla maniera classica – e questo avrebbe significato mettere in piano un anno di più – o far tutto in una volta. Abbiamo scelto la seconda via. Aggiungi, in primo luogo, che noi ingegneri russi non abbiamo esperienza nella costruzione di questo tipo moderno di acciaierie, e, in secondo luogo, che non c’è neanche la speranza di avere i materiali come prevede il piano».
«In America non avete che da attaccarvi al telefono e ordinare, che so, dieci vagoni di mattoni refrattari. Ve li danno in pochi giorni. Noi invece ne abbiamo ordinati un carico un anno e mezzo fa. Per quattro mesi ci sono mancati i refrattari indispensabili agli altiforni, poi all’improvviso il carico arriva e, siccome non avevamo spazio, abbiamo dovuto sistemarlo un po’ dappertutto, rubando lo spazio agli altri lavori. L’acciaio di cui avevamo bisogno avrebbe dovuto arrivare in maggio: è arrivato in settembre. E questo succede perché troppi carri ferroviari finiscono sui binari morti, con conseguenti gravissimi ritardi: la nostra rete ferroviaria e sovraccarica di treni che trasportano i materiali più vari da tutte le regioni della Russia e dall’estero››.
Il giorno seguente alla conversazione con Frankfort, il fango s’è un po’ rassodato e saliamo sulla collina. Sorpassiamo il cantiere da cui sorgeranno i progettati quartieri d’abitazione, e ci troviamo tra le capanne di mota e paglia erette dalle decine di migliaia di contadini che si sono riversati sulle colline, in cerca di lavoro. Non trovando abitazioni, si sono arrangiati come potevano, rubando dal cantiere un po’ di legname, qualche mattone, qualche lastra di vetro. A lungo andare quando i furti di materiali si accumulano e cominciano a provocare difficoltà, la polizia deve intervenire.
Da quassù abbiamo sottocchio l’intero panorama di Kusnetsk. Nella vallata, su un fronte di cinque chilometri, gli impianti della nascente acciaieria; proprio dirimpetto a noi si levano le otto gigantesche torri nere della fonderia. Un anno fa, quando sono venuta qui la prima volta, non c’erano che gli scavi delle fondamenta e uomini intenti a spalare il fango con piccoli badili e a portarlo via su assi o in cassette, alla vecchia maniera asiatica. Ora il primo altoforno si prepara a entrare in funzione: dalla sua sommità si snoda un candido pennacchio di vapore. Per settimane il forno dovrà essere scaldato a bianco, prima che masse di minerale ferroso, coke albanese, riempiano il torrione all’imboccatura e lentamente sprofondino ardendo. Il carbone c’è. «Il ferro è in arrivo›› telefona  Magnitogorsk sugli Urali, a duemila chilometri di distanza. L’attesa si misura ormai a ore: fra pochi giorni un moderno impianto produrrà il primo acciaio della Siberia.
Dietro gli otto torrioni giganteschi, si profilano una decina di possenti strutture, le alte ciminiere nere e le massicce muraglie di cemento dei forni a coke; poi l’edificio della scuola professionale: seimila contadini vengono trasformati in operai specializzati. La centrale elettrica è un edificio di sette piani: la prima delle sue turbine comincerà a ruotare tra pochi giorni. Più in là lo zig zag del tetto a capannoni della fonderia che, ancora incompleto, ha tuttavia già prodotto duecento tonnellate di fusione. Dietro, a sinistra, il forno all’aperto, che sarà messo in funzione in un secondo tempo ed è costruito sulla più grande scala realizzata nel mondo finora. Ancora più lontano, un alto colonnato d’acciaio, che si leva da una base di cemento: qui sorgerà il laminatoio, di dimensioni eguali a quello di Gary, che è il maggiore del mondo.
Ma non è tutto: dopo il ciglio della collina, a notevole distanza dal punto in cui ci troviamo, sempre a sinistra, distinguiamo la fabbrica di refrattari, costata due milioni e mezzo di dollari ed eretta al solo scopo di fornire mattoni costantemente necessari ai forni; poi i lavoratori viaggianti della organizzazione Stalinost che inchiodano le lamiere per il reparto caldaie; poi l’officina delle caldaie e quella delle riparazioni macchine, già in funzione. In fondo, appena visibili nelle brume della pianura, le fornaci che producono i mattoni per la nuova città, e la grande segheria da cui escono le case prefabbricate.
Due anni fa, questa era una vallata solitaria, con un villaggio di millecinquecento anime, addormentato nell’oblio. L’anno scorso, c’era già qualche baracca, il tracciato dei primi scavi; ora, la nuova città si prolunga nella valle fino agli estremi limiti dell’orizzonte, e accanto a coloro che vivono ancora in capanne e baracche, altri hanno già occupato i casamenti a quattro piani della “città socialista”. Così una ferriera che sarà tra le più grandi del mondo, è sorta nelle solitudini siberiane.
Ma non è stato Frankfort a costruirla, né gli specialisti americani, e neppure i 45.000 operai che hanno partecipato all’impresa. Tutta l’U. R. S. S. ha contribuito: dalle fonderie di Leningrado alle officine dell`Ucraina. Per tutto il paese era corsa la parola «Forza per Kusnetskl». Rispondendo all’appello, i lavoratori si sono prodigati dappertutto; ciascuno mandava avanti il lavoro per la sua parte. Durante la mia visita assistei all’arrivo di un singolare treno da Leningrado, che era partito come un treno solo e si era raddoppiato per strada. Una “brigata d’assalto” composta di operai leningradesi si è messa di scorta al convoglio, con lo scopo di setacciare le sonnacchiose stazioni siberiane, alla ricerca dei vagoni diretti a Kusnetsk e finiti su qualche binario morto. Trentanove erano i vagoni alla partenza, novanta quelli arrivati: il treno degli operai di Leningrado aveva messo in subbuglio i capistazione di tutta la linea.
Questa, era l’acciaieria di Kusnetsk: sperdute colline siberiane, contadini da trasformare in operai, materiali scaglionati lungo 3.500 chilometri di strada ferrata, e di contro a questo, le brigate d”assalto di tutta l”U.R.S.S., composte da lavoratori che non volevano lasciar fallire Kusnetsk. Perché Kusnetsk apriva la strada all’industrializzazione della Siberia. Essa aveva già trasformato migliaia di contadini in operai siderurgici e dato esperienza preziosa a centinaia di ingegneri. Un’altra acciaieria, due volte più grande, doveva essere costruita subito dopo, un poco più a valle. «Due volte più grande» ognuno lo diceva con la massima naturalezza, e aveva ragione. Dopo Kusnetsk, nessun altro impianto industriale avrebbe dovuto superare le stesse difficoltà, in Siberia.
Più grande ancora di Kusnetsk, Magnitogorsk (che, letteralmente, significa montagna di magnete). Ci manca lo spazio per narrarne la storia; basterà ricordare che in un anno e mezzo, sui pendii degli Urali, sorse dalla terra una città di 180.000 abitanti a ottocento chilometri di ferrovia da qualunque altro importante centro abitato. Fu il più grande quartiere edile del mondo, sorto sul luogo che vantava un altro primato: il deposito di minerale ferroso a più alta concentrazione del mondo. Ne nacque una città operaia tutta fatta di giovani, una città dove il sessanta per cento dei lavoratori non aveva ancora raggiunto i ventiquattro anni, e nella quale si eran date convegno trentacinque nazionalità diverse. Quando io la visitai c’erano già tredici scuole, un istituto tecnico e due facoltà universitarie per la specializzazione in ingegneria meccanica e in edilizia. Nel secondo anno, i pionieri di Magnitogorsk avevano già il loro teatro “comunale, cinque o sei cinematografi, un circo «migliore di quello di Sverdlovsk».
Anche questa città esisteva in funzione del ferro e dell’acciaio: quello che Kusnetsk era per la Siberia, lo sarebbe stato Magnitogorsk per la regione degli Urali, e anche Magnitogorsk doveva la sua nascita agli sforzi congiunti dei lavoratori di tutta l’U.R.S.S. Anche qui le giovani leve operaie introducevano nuovi sistemi produttivi, imparavano a ridurre i tempi di lavorazione, in una continua gara di emulazione con Kusnetsk. Magnitogorsk e Kusnetsk non erano che due tra le dozzine di giganti creati dal piano quinquennale.
Nel gennaio 1933, Stalin, nel suo rapporto al Comitato centrale, comunico che la retrograda Russia contadina era diventata il secondo paese industriale del mondo. Il primo piano quinquennale era stato portato essenzialmente a termine in un tempo minore del previsto: quattro anni e tre mesi dall’ottobre 1928 al dicembre 1932. Il numero degli operai impiegati nell’industria era passato da 11 a 22 milioni; anche la produzione era raddoppiata. Prima – disse Stalin – non avevamo un’industria siderurgica e metallurgica. Ora l’abbiamo. Non eravamo in grado di costruire trattori. Ora lo siamo. Non avevamo un’industria automobilistica. Ora l’abbiamo. Non producevamo macchine utensili. Ora le produciamo.
L’elenco continuava attraverso l’industria aeronautica, quella per la produzione di macchine agricole, l’industria chimica, e le altre, concludendo: «Abbiamo costruito tutto su scala tale da far impallidire l’industria dell’Europa occidentale». La realizzazione del piano era stata resa possibile solo dallo spostamento di intere popolazioni, e quindi a scapito della produzione agricola; ma mai nella storia s’era verificato un simile progresso in così breve spazio di tempo. Il popolo sovietico era convinto che, se il ritmo fosse stato meno veloce, non solo la costruzione del socialismo sarebbe stata ritardata, ma la sua stessa esistenza come nazione sarebbe stata in pericolo. Nel 1933, il Giappone già saggiava le frontiere sovietiche dalla parte della Manciuria, e i nazisti tedeschi proclamavano le loro pretese sull’Ucraina. Il popolo sovietico era convinto di poter fronteggiare l’invasione su ambedue le frontiere solo grazie alla rapida ascesa della sua potenza economica.
«Non potevamo fare a meno – disse Stalin in quel rapporto del gennaio I933 – di spronare in avanti un paese che era in arretrato di cento anni e che, a causa della sua arretratezza, era minacciato da un pericolo mortale. Senza questo sforzo, saremmo stati un paese inerme nel mezzo di un accerchiamento capitalistico armato della tecnica moderna».
Il primo piano quinquennale era stato appena portato a termine, che già l’U.R.S.S. dava il via al secondo, col proposito di edificare un’industria cinque volte maggiore di quella creata dal primo, riorganizzando tecnicamente in pari tempo l’intero sistema produttivo. Ma il nuovo compito, come ebbe ad affermare Stalin, sarebbe stato «indubbiamente più facile». Nessuno dei successivi piani quinquennali avrebbe più dovuto superare gli ostacoli affrontati dal primo. I piani di cinque anni divennero il passo con cui la nazione sovietica marciava in avanti.
Nel 1935, i dirigenti dell’U.R.S.S. cominciarono a parlare di socialismo vittorioso. La base economica per la sua realizzazione era ormai assicurata.
Un anno prima, mentre in tutto il paese risuonava la parola d’ordine: «La seconda tappa si chiama qualità ed incremento della produzione», tornò da un viaggio in Siberia un inviato speciale del Moscow News. «Volete sapere le ultime novità da Kusnetsk? – ci disse entrando in redazione – si son messi in gara con Magnitogorsk per le più belle aiuole!››.
Demmo tutti in una gran risata. Kusnetsk non era quella pozza di fango, in cui, tra pidocchi, e sudiciume, migliaia di uomini s’arrabattavano per costruire la città dell’acciaio? Forse con le fonderie, potevano competere: ma una gara per le belle aiuole, via, era troppo!
«Vi dico che è cosi – insiste l’inviato. – E non si sono sfidati solo per i fiori, ma anche per i parchi, i viali alberati, i circoli operai. Magnitogorsk possiede ormai giardini e ottime linee di autobus, ma Kusnetsk, in compenso, ha già una linea tranviaria e ha fatto venire da Mosca una compagnia teatrale. Quella di Mayerhold, per la precisione».

L’era di Stalin di Anna Louise Strong  pagg.59-75

Gulag un altro punto di vista

Parlare dei campi di rieducazione sovietica è sempre difficile. Certamente è un tema spinoso, anche a causa dell’ormai radicata cultura occidentale che paragona i lager sovietici con i campi di sterminio tedeschi. Ma questa analogia è possibile?

Ritengo sia doveroso far luce su questo argomento così spinoso ma interessante. In fondo al testo troverete una piccola bibliografia che potrebbe aiutarvi ad analizzare questo fenomeno.
Il testo di Solženicyn è un testo che non va assolutamente considerato come una verità assoluta. Ma prima di trattare di Solženicyn preferirei valutare, documenti alla mano, le cosiddette libertà “negate” durante la storia dell’Unione Sovietica. Tutto questo smascherando le infinite menzogne su Stalin e sul suo modo di governare definito dittatoriale.

Durante il periodo in cui Stalin rimase come Segretario Generale del Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica fu redatta la terza Costituzione sovietica. Tradotta in italiano grazie alla casa editrice “Edizioni in lingue estere”, possiamo facilmente costatare come al capitolo X, precisamente dall’articolo 118 al 133, siano elencati i diritti e i doveri fondamentali del cittadino. Oltre al diritto al lavoro (art. 118), al riposo (art. 119), previdenza sociale (art. 120), istruzione gratuita (art. 121), …, l’articolo 125 è abbastanza esplicativo sul regime dittatoriale sovietico:

“In conformità con gli interessi dei lavoratori e allo scopo di consolidare il regime socialista, ai cittadini dell’U.R.S.S. è garantita, per legge:
a) libertà di parola
b) libertà di stampa
c) libertà di riunione e di comizi
d) libertà di cortei e dimostrazioni di strada.
Questi diritti dei cittadini vengono assicurati mettendo a disposizione dei lavoratori e delle loro organizzazioni le tipografie, i depositi di carta, gli edifici pubblici, le strade, le poste, i telegrafi, i telefoni e le altre condizioni materiali necessarie per il loro esercizio.”.

Tutto ciò, come in tutti i paesi, non deve andare contro il codice penale: gli articoli 58 e 59 trattano dei “delitti contro lo Stato” e dei “delitti contro l’amministrazione pubblica”; in particolare vengono esaminati i cosiddetti crimini controrivoluzionari, cioè quelle azioni volte ad abbattere lo Stato socialista o a danneggiarlo fortemente tramite atti di violenza, sia verso le persone che verso le cose. Il codice penale sovietico, non ha niente di diverso alla punizione verso chi commette il crimine di eversione in Italia, se non nella condanna alla fucilazione che però deve essere sempre contestualizzata.
Il lager, erroneamente chiamato GUlag, era un campo di rieducazione dove i detenuti, oltre a scontare la pena, si rendevano utili nei confronti della popolazione che avevano tradito. Considerati inumani, vorrei solo ricordare il già citato articolo 41 bis del codice penale italiano o la triste storia di Silvia Baraldini.

Il lavoro e le cosiddette “condizioni estreme”

I regimi di lavoro erano gli stessi ai quali era sottoposta la popolazione. Il passaggio da una società arretrata, come quella pre-rivoluzionaria, a quella socialista necessitava di una fortissima industrializzazione, che i dirigenti del PCUS (Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica) attuarono con i piani quinquennali. La pjatiletka, cioè il quinquennio, era lo strumento economico ideato dal 1928 in poi. Questo regime di economia prevedeva una pianificazione dei risultati da raggiungere. Si decise, ad esempio, che la produzione di ghisa sarebbe passata da 3,5 a 10 milioni di tonnellate, che poi fu aumentata a 17 milioni nel 1930 grazie ai grandi sforzi effettuati che permisero di alzare la soglia di produzione. Inoltre fu pianificata la produzione dei trattori, fondamentali per l’agricoltura, a 175.000 macchinari e ovviamente ad altri campi dell’industria pesante. L’imponente sforzo che si doveva realizzare vide anche il contributo dei criminali internati nei campi. Un fatto normale che però, quando si parla di Unione Sovietica, diventa immediatamente inumano.
Il lavoro, in Unione Sovietica, è un diritto e soprattutto un dovere del cittadino: da questo non ne sono esenti i criminali che, per scontare la loro pena, dovevano lavorare rendendo un servizio utile alla popolazione.
I risultati raggiunti con il lavoro, diritto e dovere di ogni cittadino, furono strabilianti: il Belomorkanal, cioè il canale che collega il Mar Bianco con il Mar Baltico fu costruito in circa 2 anni, coprendo una distanza di 227km. Paragonandolo con altre opere monumentali, il canale di Panama, lungo 81,1km, fu costruito in 28 anni mentre il canale di Suez, lungo 170km, fu costruito in una decade.
I campi di lavoro vennero edificati per lo più in Siberia, notoriamente terra fredda, poiché, all’epoca, quel territorio era ancora al 90% inabitato e ricco di minerali come, ad esempio, l’oro. Il procedimento di urbanizzazione passò attraverso il lavoro dei detenuti, che scontavano la pena rendendosi utili alla società.
Un’altra imponente struttura, sicuramente meritevole di menzione, fu la gigantesca diga del Dnepr.

Il famoso scrittore Maksim Gor’kij, durante una sua visita nei campi di rieducazione, affermò che “i lager come le Solovki sono indispensabili” e “[In alcune delle stanze ho visto] quattro o sei letti, ciascuno ornato di oggetti personali… Ci sono fiori sui davanzali. Non si ha l’impressione che la vita sia sottoposta a regole troppo rigide. E non somiglia affatto a una prigione, anzi sembra che le stanze siano abitate da prigionieri tratti in salvo da una nave naufragata. […] Se una società europea cosiddetta colta osasse effettuare un esperimento come questa colonia, e se questo esperimento desse dei frutti come ha fatto il nostro, tale paese darebbe fiato a tutte le sue trombe per vantarsi dei propri successi.”.

Alcune testimonianze sulla rieducazione

Il lavoro di rieducazione socialista è stato confermato da alcune personalità tra le quali Andrej Nikolaevič Tupolev, Sergej Pavlovič Korolёv e Alexander Gorbatov. Chi erano questi tre personaggi?
Andrej Nikolaevič Tupolev fu un noto ingegnere aereonautico, fondatore della società Tupolev. Nel 1937, dopo aver svolto un intenso lavoro nell’ingegnerie aereonautica, fu arrestato con l’accusa di sabotaggio, attività controrivoluzionaria e spionaggio. Per queste accuse, fu condannato a scontare, nel 1940, 15 anni di lavoro forzato. Nel 1941 fu scarcerato e fu riabilitato al servizio e tornò a lavorare come ingegnere aereonautico.
Sergej Pavlovič Korolёv, di professione ingegnere, fu condannato a 10 anni nei campi di rieducazione, e dopo un solo anno fu anch’egli scarcerato. Korolёv fu uno dei tanti ricercatori che contribuì al programma spaziale sovietico, dirigendolo.
Alexander Vasil’evič Gorbatov fu invece uno dei più noti generali dell’Armata Rossa. Servì nella Prima Guerra Mondiale sotto l’esercito zarista e fu insignito dell’Ordine della Bandiera Rossa, una delle più alte onorificenze sovietiche. Condannato come “nemico del popolo”, venne riammesso nel 1941 con il precedente grado nell’Armata Rossa e fu uno dei generali d’armata a sferrare la devastante controffensiva contro i nazisti verso Berlino. Nel 1945, dopo la presa della capitale del Reich, fu nominato Comandante della città sotto la stretta supervisione del Maresciallo Žukov.
La rieducazione era svolta, con maggior attenzione, anche verso i minorenni. Makarenko, noto pedagogista sovietico, trattò con grande cura del processo di rieducazione giovanile volta a inserire nuovamente i giovani nella società grazie alla cultura del lavoro, al rispetto delle regole sovietiche e all’ideale marxista-leninista. Nella comunità di Makarenko, i giovani vedono la propria giornata divisa tra lo studio e il lavoro: quattro ore vengono dedicate all’analisi dei testi marxisti-leninisti mentre le altre quattro sono improntate sul lavoro manuale. Tutto ciò basato sull’ideale collettivo, cioè l’ideale secondo cui l’individuo deve armonizzare i propri interessi e le proprie esigenze con l’interesse generale della comunità.

Repressione politica o giustizia?

I crimini cosiddetti politici, elevati come la dimostrazione che le libertà fondamentali (e anche su questo ci sarebbe da aprire un grande discorso) erano negate, furono condannati ancor più duramente di prima solo a partire dal 1937, anno in cui fu assassinato Kirov, uno dei massimi esponenti del Partito bolscevico nonché segretario del partito a Leningrado dal 1926 e membro del Politbjuro. Le indagini sull’omicidio di Kirov portarono alla scoperta di numerosi complotti, nazionali e internazionali, volti ad assassinare i maggiori dirigenti bolscevichi e a minare e abbattere il sistema socialista: insomma, il nostro reato di eversione! Gli oppositori politici non furono condannati per aver solamente un’idea diversa da quella “ufficiale”, se così si può dire, ma piuttosto per aver organizzato attentati contro persone e/o cose, spionaggio, tentativi controrivoluzionari appoggiandosi a potenze straniere. Un esempio furono i sabotaggi presso le miniere di zinco in Kazachstan o nelle fabbriche di Magnitogorsk, vero cuore pulsante dell’economia industriale sovietica.

I gruppi buchariniani-zinovievisti-trockijsti furono processati e condannati, in seguito alle loro stesse ammissioni. Ammissioni che furono considerate realistiche, e non frutto di pressioni da parte del NKVD, anche da esponenti statunitensi presenti nel paese. Questo si può vedere nel libro di Joseph Davies, ambasciatore statunitense a Mosca durante i processi. Egli scrisse:

“Nonostante l’ostilità (…) dopo aver osservato giorno per giorno i testimoni, il loro modo di deporre, gli elementi emersi durante il processo, nonché altri fatti di cui poteva esser tenuto conto nel giudizio, ritengo che, per quanto riguarda gli uomini politici imputati, siano state raggiunte prove sufficienti ad accertare alcuni dei delitti denunciati nell’atto d’accusa secondo la legge sovietica. Esse giustificano una ragionevole ombra di dubbio, il verdetto di colpevolezza e di tradimento, e l’applicazione delle pene previste dagli statuti criminali sovietici. Secondo l’opinione dei diplomatici che presenziarono regolarmente al processo, si è avuta la dimostrazione dell’esistenza d’una formidabile opposizione politica e di un serissimo complotto (…).”

Il libro di Davies ci descrive in maniera esauriente quanto i processi furono giusti e non volto a reprimere politicamente le idee, ma le azioni. Davies, precedentemente, affermò svariate volte di non essere nemmeno lontanamente vicino all’ideale comunista ma bensì di essere un capitalista e individualista.
Alexandre Zinov’ev, uno dei tanti famosi dissidenti, scrisse, prima di redimersi, nella sua autobiografia:

“Sono stato antistalinista convinto dall’età di diciassette anni. L’idea di un attentato contro Stalin occupava i miei pensieri e i miei sentimenti. Abbiamo studiato la possibilità “teorica” di un attentato. Siamo passati alla preparazione pratica. (…) Se mi avessero condannato a morte nel 1939, questa decisione sarebbe stata giusta. Avevo concepito il piano di uccidere Stalin e questo era un crimine, non è vero? Quando Stalin era ancora in vita, avevo una diversa visione delle cose, ma ora che posso avere una visione d’insieme di questo secolo, dico: Stalin è stato la più grande personalità del nostro secolo, il più grande genio politico. Assumere un atteggiamento scientifico nei confronti di un personaggio è cosa diversa dal manifestare un’opinione personale.”.

Solženicyn e i campi

Il nonno di Solženicyn fu un proprietario terriero, o, per dirla in russo, un kulak al quale fu espropriata la terra. Questa terra fu poi ridistribuita ai contadini sottoforma di kolchoz e sovchos lasciandone addirittura una parte in usufrutto gratuito vitalizio al contadino stesso, come si può vedere all’articolo 7 della Costituzione del 1936.
Ovviamente un nostalgico zarista, che mai si può definire un marxista-leninista, non poté mai vedere di buon occhio il sistema socialista poiché questo andava contro all’anticomunismo professato da egli stesso. Ciò che fece condannare Solženicyn non fu una semplice lettera di critica, giacché Stalin fu sempre criticato in maniera costruttiva all’interno del Comitato Centrale, bensì un vero atto controrivoluzionario (per non dire eversivo) per il quale fu condannato a otto anni di reclusione.
Il suo libro, Arcipelago Gulag, aumenta in modo esponenziale i numeri degli internati nei campi sovietici. Insieme allo pseudo-storico Conquest, Solženicyn asserì che gli internati si aggiravano sui 10 milioni, quando i documenti resi noti da Gorbačёv parlavano di 510.317 internati di cui il 25-33% per reati politici; i deceduti furono 115.992, di cui molti per cause naturali. Sostenere inoltre che venivano denutriti e obbligati a condizioni estreme di vita è una falsità o, quantomeno, una verità a metà che però va contestualizzata e spiegata; la stessa Costituzione del 1936, all’articolo 12, tratta del lavoro:
“Il lavoro è nell’U.R.S.S. dovere e oggetto d’onore per ogni cittadino atto al lavoro, secondo il principio: «Chi non lavora, non mangia». Nell’U.R.S.S. si attua il principio del socialismo: «Da ciascuno secondo le sue capacità a ognuno secondo il suo lavoro»”.

Il fatto che molti non ricevevano le normali razioni di cibo per il naturale sostentamento era legato al fatto che non adempissero al loro compito inflitto dalla pena. L’esigere il cibo pur non lavorando, è come, attualmente, esigere lo stipendio stando comodamente seduti sul proprio divano!
Anne Applebaum ha scritto così dei campi di rieducazione, in un testo che non si può definire apologetico, e nemmeno propagandistico, ma oggettivo riguardo alcuni fatti:

“C’era bisogno di ospedali e gli amministratori li costruirono, introducendo sistemi per preparare alcuni detenuti alla professione di farmacisti e infermieri. Per sopperire alle necessità alimentari, edificarono le proprie aziende agricole collettive, depositi e un proprio sistema di distribuzione. Avendo bisogno di elettricità, costruirono industrie elettriche, e per soddisfare la domanda di materiale edilizio, costruirono fabbriche di mattoni. Necessitando di operai specializzati, addestrarono quelli che avevano. Molti degli ex kulaki erano analfabeti o semianalfabeti, e questo provocava problemi enormi quando si dovevano affrontare progetti di una certa complessità tecnica. Perciò l’amministrazione dei campi allestì scuole di formazione tecnica, che a loro volta richiesero altri edifici e nuovi quadri: insegnanti di matematica e di fisica, come pure “istruttori politici” per sovrintendere al loro lavoro. Negli anni quaranta Vorkuta, una città costruita su un terreno permanentemente gelato, dove le strade dovevano essere riassaltate e le tubature riparate ogni primavera, aveva ormai un istituto geologico e un’università, teatri, teatrini di marionette, piscine e asili.”.

Sempre la Applebaum, nel medesimo libro che troverete alla fine dove elencherò i riferimenti bibliografici, ci raccontò:

“Per finire, gli operai più efficienti venivano rilasciati in anticipo; per ogni tre giorni di lavoro in cui la norma veniva realizzata al cento per cento ogni detenuto riscattava un giorno di pena. Quando poi il canale (del Mar Bianco) fu completato in tempo, nell’agosto 1933, vennero liberati 12.484 prigionieri. Molti altri ricevettero medaglie e premi. Un detenuto festeggiò il suo rilascio anticipato con una cerimonia in cui si svolse anche la tradizionale offerta russa del pane e del sale, mentre gli astanti gridavano: “Urrà per i costruttori del canale!”. Nella foga del momento, cominciò a baciare una sconosciuta. Finirono per trascorrere la notte insieme sulle rive del canale.”.

Indice dei nomi russi utilizzati

Gulag (glavnoe upravlenie lagerej i kolonij) = amministrazione centrale dei lager e delle colonie
Kolchoz (kollektivnoe chozjajstvo) = azienda collettiva nelle campagne
Kulak = contadini indipendenti che si avvalevano di schiavi
Pjatiletka = quinquennio, termine comunemente usato per i piani quinquennali
Politbjuro (političeskoe bjuro) = Ufficio Politico, eletto dal Comitato Centrale
Sovchoz (sovetskoe chozjajstvo) = azienda sovietica (cioè statale) nelle campagne

Fonti

– AA.VV., Costituzione (legge fondamentale) dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1944
– Applebaum A., Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici, Cles, Mondadori, 2005
– Berija L., Kaganovič L., Kalinin M., Mikojan A., Molotov V., Stalin I., Vorošilov K., Zdanov A., Storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S., Mosca, Edizioni in lingue estere, 1948
– Boffa G., Storia dell’Unione Sovietica vol. 2, Cles, L’Unità, 1990
– Davies J. E., Missione a Mosca, Cles, Mondadori, 1946
– Makarenko A., Poema pedagogico, Roma, Edizioni Rinascita, 1955
– Martens L., Stalin da un altro punto di vista, Francoforte, Zambon, 2004
– Rocca, G, Stalin. Quel “meraviglioso georgiano”, Cles, Mondadori, 1989
– Stalin I., “Questioni del leninismo”, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1946, p. 609-659
– Taddei R., Il codice penale sovietico, Padova, Presbyterium, 1960