25 Aprile: Dalla dittatura fascista alla dittatura democratica

Dopo la sconfitta del fascismo, la nascita della repubblica italiana e la conseguente instaurazione della dittatura democratica la borghesia riprende la battaglia contro i comunisti e per perseguire l’obbiettivo si affida totalmente alla struttura repressiva nata sotto il ventennio.

Si pensi al mantenimento del codice Rocco e del Testo unico di Pubblica Sicurezza di marca fascista, alla conservazione di pulsioni autoritarie nelle pratiche istituzionali; si potrebbe dire che la Costituzione fu parzialmente congelata, almeno fino agli anni Sessanta. Nessun conto venne fatto pagare a chi avrebbe dovuto rispondere di crimini di guerra settori della Magistratura e della Polizia, dell’esercito, della burocrazia e dell’università rimangono al loro posto, si sottraggono alle misure di bonifica democratica, gli stessi uomini che furono di Mussolini saranno gli stessi a gestire pezzi del potere istituzionale del nuovo Stato in nome della “continuità dello Stato italiano” divenuto una provincia dell’Impero americano.

Alcuni dati e nomi:
Nel 1960 su 64 prefetti ben 62 erano stati funzionari degli Interni durante la dittatura fascista e su 241 vice-prefetti, tutti indistintamente avevano fatto parte dell’amministrazione dello Stato negli anni del fascismo,  su 135 questori, 120 avevano fatto parte della polizia fascista e su 139 vice-questori, solo 5 risultavano aver contribuito in qualche modo alla Lotta di Liberazione, dei 394mila impiegati pubblici solo 1580 furono licenziati.

L’ispettore di polizia Ettore Messana. Il suo marchio di violenza ha radici lontane, nel 1919, a Riesi, in Sicilia, dove ordina di sparare contro i contadini dopo un fallito tentativo di occupazione delle terre: 15 morti.  Questore di Lubiana e poi di Trieste tra il 1941 e il 1943, ricercato per crimini di guerra commessi sugli sloveni nel tentativo forzoso di italianizzarli; nNel 1945 diviene ispettore di Pubblica sicurezza sotto Bonomi e De Gasperi; viene arruolato in Sicilia nelle attività anticomuniste del dopoguerra e nella repressione delle lotte dei contadini siciliani, e coinvolto nella strage politica di Portella della Ginestra; proteggerà di latifondisti e criminali come Salvatore Ferreri (il noto fra’ Diavolo, fascista e assassino al soldo della Repubblica di Salò). Nel 1953 Messana è collocato a riposo e, su proposta del ministro Scelba, riceverà l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.L’ispettore generale di polizia Ciro Verdiani,  successore di Messana in Sicilia, ex capo della zona Ovra di Zagabria, che di antifascisti al Tribunale speciale della Dalmazia ne aveva consegnati moltissimi, nell’Italia liberata fu addirittura nominato questore della Roma liberata.  Incontrò Giuliano da amico, ebbe con lui un carteggio, fu poi incriminato dai giudici di Palermo per «favoreggiamento personale continuato e aggravato e per aver aiutato Giuliano e altri affiliati della banda a sottrarsi alle ricerche dell’autorità». La messinscena della morte del bandito, secondo la futura Commissione antimafia, «non fa certo onore alla polizia».Il generale dei carabinieri Giuseppe Pièche uomo di fiducia di Mussolini, che ebbe, quasi fosse ovvio, incarichi di grande riservatezza da De Gasperi e Scelba.Il maresciallo d’Italia Giovanni Messe, giudicato dagli Alleati il miglior generale italiano, a capo del Csir, il Corpo di spedizione italiano in Russia, poi in Tunisia, nominato capo di stato maggiore da Badoglio per continuare la guerra, contro i tedeschi, questa volta: dopo la Liberazione, fu considerato l’uomo forte, al centro di alcune idee di golpe, fautore di movimenti monarchici parafascisti, di fronti anticomunisti formati da reduci di Salò, da ufficiali dell’esercito revanscisti e nostalgici. Era considerato il de Gaulle italiano, non ne aveva le qualità. Anche la monarchia, nel tentativo di rimanere al Quirinale, non fu esente dagli intrighi ai tempi del referendum del 2 giugno 1946 e del re di maggio.

Giovanni Ravalli, accusato in veste di militare di crimini durante l’occupazione italiana della Grecia diventa prefetto nel 1960 di Catanzaro e poi di Palermo fu protagonista di una crociata anticomunista le cui vittime furono poveri braccianti e le organizzazioni sindacali della sinistra. Ravalli è morto indisturbato e mai processato nel 1998.

Rosario Barranco nel gennaio del 1937 il governo fascista di Benito Mussolini e la giunta militare all’epoca al potere in Bolivia strinsero un accordo di collaborazione. Gli italiani avrebbero inviato uomini per formare la polizia boliviana e reprimere il dissenso. Tra i profili scelti per la missione c’era un poliziotto di origini siciliane, Rosario Barranco. Rientrato in Italia, Barranco fu inviato in Francia durante l’occupazione. Al termine del conflitto, le autorità francesi richiesero la sua estradizione per crimini di guerra: Barranco fu accusato di arresti illegali, torture, omicidi; era considerato il capo dell’OVRA, la polizia segreta fascista, a Nizza. Ma nel gennaio del 1948 fu promosso a capo della squadra mobile di Roma. Il conflitto mondiale era finito da tre anni, Mussolini era stato arrestato da cinque, e la costituzione repubblicana era entrata in vigore da pochi giorni

Gli apparati dei servizi segreti, dell’esercito, della polizia e dei carabinieri attraverso queste figure riuscirono a svolgere un’azione particolarmente incisiva sia durante la guerra civile 1943-1945, sia nella fase di transizione tra la fine della guerra e della repubblica fascista di Salò e la nascita della Repubblica antifascista.Alcuni di loro attraverso una sottile azione di «doppiogiochismo» in favore del fronte Alleato, ormai destinato a vincere la guerra, riuscirono ad accreditarsi presso gli anglo-americani e presso gli stessi partiti antifascisti come figure utili e funzionali ad un processo di ricostruzione dello Stato.  La «Guerra fredda» e la necessità della lotta anticomunista «di Stato» (cioè organizzata in modo istituzionale all’interno dei ministeri e del governo) finì per valorizzare l’esperienza ventennale di questi funzionari in seno agli apparati repressivi del regime fascista e divenne un elemento fondamentale per lo sviluppo delle loro carriere. Molti di loro, inoltre, erano iscritti nelle liste delle Nazioni Unite come «presunti criminali di guerra» da dover processare per le condotte operate contro civili e partigiani in Jugoslavia, Grecia, Albania, Urss, Francia e Africa (parliamo di crimini come rastrellamenti, deportazioni, fucilazioni di massa, impiccagioni, persecuzioni di oppositori politici e partigiani) e questa «ricattabilità» derivante dal loro passato ne fece dei funzionari zelanti e fedeli del nuovo ordine organizzato intorno alle logiche anticomuniste della divisione bipolare internazionale.

APPROFONDIMENTI:

I partigiani di Santa Libera, l’insurrezione partigiana contro il revisionismo Italiano

LA RESISTENZA TRADITA

Fonti:
Gli impuniti del dopoguerra

I partigiani di Santa Libera, l’insurrezione partigiana contro il revisionismo Italiano

E’ il 29 agosto del 1946 e ad Asti un gruppo di una cinquantina di persone sta rientrando in città tra gli applausi calorosi della gente: sono i ribelli di Santa Libera, un gruppo di ex partigiani che qualche giorno prima è tornato ad imbracciare le armi e si è installato sulla vetta di una collina che domina il piccolo comune di Santa Libera (in provincia di Cuneo) per protestare contro alcuni provvedimenti che le autorità hanno messo in atto sia sul piano locale che su quello nazionale.

La scintilla della rivolta si accende quando ad Asti giunge la notizia che Carlo Lavagnino, comandante della polizia locale ed ex comandante delle formazioni garibaldine, è stato sollevato dal suo incarico per essere sostituito da un ex ufficiale fascista.

La scelta dei ribelli di Santa Libera non si spiega però solo con questo episodio, che di fatto è la goccia che fa traboccare il vaso, ma va inserita nel più ampio quadro dell’Italia nell’agosto del ’46: a più di un anno dalla Liberazione, infatti, il governo non ha ancora preso alcun tipo di provvedimento per il riconoscimento dei diritti dei partigiani e delle famiglie dei caduti mentre, per contro, ha sollecitato l’emanazione di un’amnistia per i reati fascisti, redatta dall’allora Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti ed approvata a fine Giugno.

Il testo dell’amnistia, che nelle intenzioni del Ministro doveva costituire “un atto di clemenza per alleviare le condizioni anche di coloro che avendo violato la legge penale comune ne subiscono o devono subirne le conseguenze, e per arrecare un conforto sensibile a un numero ingente di loro familiari derelitti e angosciati”, è da subito oggetto di interpretazioni molto ampie che conducono di fatto alla rimessa in libertà di migliaia di fascisti, da squadristi ad alti dirigenti della Rsi, che vengono presto reintegrati ed assegnati a nuovi incarichi.

Tutto ciò non può che apparire inaccettabile a quanti hanno combattuto durante la Resistenza e vedono ora repubblichini ed aguzzini fascisti tornare a piede libero in tutta Italia.

Di qui la scelta eclatante dei ribelli di Santa Libera, che nella notte del 20 agosto si mettono in marcia sotto la guida di Armando Valpreda, combattente nella Brigata Rosselli tra il ’43 e il ’45, e si installano nel rudere di una vecchia torre sulla cima di una collina.

Il gruppo era già organizzato clandestinamente da alcuni mesi, con l’intento di agire sul piano locale per fare giustizia contro le presenza fasciste che ancora inquinavano il territorio, perciò la partenza per Santa Libera non è che l’occasione per mettere al lavoro le forze del nucleo.

Già il giorno successivo i ribelli rendono note le proprie rivendicazioni: reinserimento dei partigiani, dei reduci e degli ex-internati nel mondo del lavoro, erogazione di pensioni alle famiglie dei caduti e riconoscimento del periodo resistenziale ai fini del servizio militare, risarcimento alle vittime delle rappresaglie nazi-fasciste, abrogazione dell’amnistia, soppressione del partito dell'”Uomo qualunque” e messa fuorilegge dei fascisti.

Intanto la notizia dell’insurrezione non tarda a diffondersi e a suscitare grosse preoccupazioni fra le autorità: il ministero dell’Interno si affretta ad inviare grossi contingenti militari che presidiano l’area con posti di blocco, battaglioni di fanteria e mitragliatrici pesanti.

Il timore (fondato) del governo è che, sull’esempio dei ribelli di Santa Libera, l’insurrezione dilaghi ben presto nel resto d’Italia e, in effetti, situazioni simili si registrano in breve in molte altre località dell’Italia settentrionale, dalla Val Felice, ai dintorni di Pinerolo e di Lanzo, a La Spezia e soprattutto nell’Oltrepò pavese.

Mentre le forze schierate sul territorio lanciano un ultimatum ai ribelli, decidendo di adottare una linea dura, il governo, preoccupato che la situazione possa degenerare in uno scontro a fuoco diretto tra i partigiani e i contingenti militari, decide di aprire una trattativa.

Il Vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni, riconoscendo la fondatezza delle richieste partigiane, si dice disponibile ad incontrare una delegazione degli insorti; la sua posizione non rispecchia però quella di gran parte della DC e in primis di De Gasperi, che mal digerisce una sfida così frontale allo Stato e definisce l’insurrezione astigiana “un deplorevole episodio che ha turbato la norma di disciplina e di ordine necessari al paese come non mai”.

L’incontro con Nenni si tiene il 24 agosto e in quell’occasione il Vicepresidente assicura che è già pronto un decreto (che verrà effettivamente approvato il 28 dello stesso mese) che prende in considerazione le rivendicazioni normative a favore di partigiani, reduci e familiari dei caduti.

Pur essendo queste delle questioni che stavano molto a cuore agli insorti, resteranno tuttavia fuori dal decreto tutte le rivendicazioni di stampo politico avanzate dai ribelli, in primo luogo l’abolizione dell’amnistia.

Questo nodo non risolto spingerà quindi alcuni gruppi, in più parti d’Italia, a rimanere ancora per alcune settimane sulle montagne, ritenendo insoddisfacente l’intervento normativo del governo.

I ribelli rientrano comunque ad Asti da vincitori, consapevoli di essere riusciti a mettere in scacco il governo e di aver dimostrato che lo spirito della Resistenza non si è affatto spento ma è intatto e anima ancora tutti coloro che non sono disposti ad accettare alcuna riabilitazione dei fascisti

 

L’uso politico della storia e il revisionismo dal volto umano: in attesa dell’ennesima giornata del ricordo a senso unico

Da diversi anni le campagne politiche volte a rileggere alcuni fenomeni della storia del Novecento hanno perso di veemenza. Da una fase di attacco a tutto campo della lettura “resistenziale” di determinati episodi della storia nazionale, si è passati ad una più efficace guerra di logoramento ideologico. Siamo passati dalle sbraitate storaciane contro i testi scolastici filo-comunisti al tentativo culturale di Romanzo Criminale o di Benigni nell’apologia del sano nazionalismo o dell’esaltazione della violenza criminale opposta a quella politica. Insomma, se la guerra ideologica contro ogni ipotesi di cambiamento politico reale continua, cambiano gli strumenti utilizzati, adeguati alle diverse fasi politiche e ai differenti contesti culturali di volta in volta presenti. C’è però una data che permane nel paesaggio istituzionale italiano figlia dello scorso decennio, quello in cui la destra aveva necessità dello sdoganamento politico e il sistema paese, nel suo complesso, bisogno di nuova linfa patriottica: il 10 febbraio. Quest’anno cade peraltro il decennale, sempre meno festeggiato a dire il vero, del “giorno del ricordo”, data in cui l’Italia si scoprì vittima del vero Olocausto del XX secolo, le foibe. Per anni ci siamo preoccupati di dare una lettura differente di tale data, concessa ad Alleanza Nazionale quale momento in cui celebrare l’italianità e i sacri valori del nazionalismo, libera finalmente dall’accusa di fascismo che si portavano appresso manifestazioni di questo tipo. Il contesto culturale creato ad arte ha permesso a un intero patrimonio di paccottiglia nazionalista di essere finalmente sdoganato, slegato dai lacci neofascisti in cui veniva ricondotto e finalmente libero di poter circolare tranquillamente nel dibattito politico ufficiale. L”operazione foibe” promossa da AN e avallata da tutto l’arco parlamentare ha costituito, e costituisce ancora oggi, l’episodio di revisionismo storico più macroscopico di questi decenni, quello più raffazzonato e più politicamente orientato. In altre parole, lo strumento attraverso il quale non solo la destra, ma tutto il nuovo corso politico rappresentato in parlamento, ha chiuso i conti politici e culturali con la Costituzione nata dalla Resistenza. Se ogni legge rimanda a una sua fonte superiore dalla quale trae legittimità, ciò vale anche per la legge principale italiana, e cioè la Costituzione, che infatti deriva la sua legittimità dal contesto storico in cui venne prodotta. La Resistenza, e con essa non solo i fatti storici che la produssero ma anche i valori politici che la ispirarono, rappresenta dunque il contesto di legittimità dalla quale muove la Costituzione. L’istituzionalizzazione del giorno del ricordo ci sembra perciò il momento clou dello svuotamento dei significati sostanziali che danno vita alla Costituzione, il momento in cui davvero ha chiusura la cosiddetta “Prima Repubblica” in favore della “seconda” a-fascista e anticomunista.

La giornata del ricordo capita in un contesto culturale profondamente segnato da questo utilizzo politico della storia. Fenomeno insito in ogni lettura storica, che infatti non è mai neutrale, ma sempre politicamente orientata. Il problema è che questo uso politico oggi è dominato dalla visione liberale-liberista dei rapporti sociali e dello sviluppo storico. A tale processo revisionista, la sinistra non ha saputo contrapporre una sua visione del mondo. Da una parte, l’ex sinistra comunista ufficiale, divenuta infine PD, ha sostanzialmente accettato attivamente la visione del mondo liberista. Dall’altra, la sinistra antagonista, o di classe, ha perso la bussola in un mare di visioni deboli, incapaci di avere la forza di esercitare un’egemonia culturale sulla società. La subalternità culturale è infatti uno dei tratti caratteristici delle organizzazioni di classe di questi decenni, anni in cui alla violenza della visione unica del capitale non si è saputo rispondere con una visione altrettanto unica sulle leggi fondamentale dello sviluppo economico e dei rapporti sociali presenti in ogni società.

Questa lunga premessa è doverosa per ricordare ancora una volta la pericolosità della giornata istituzionale del 10 febbraio, giorno in cui il nazionalismo italiano di ogni colore si ritrova sotto la bandiera dell’unità politica contro l”espansionismo slavo”, la “pulizia etnica”, l”odio razziale”, la “rappresaglia politica”. Come infatti ben argomentava Napolitano, vero tutore internazionale del governo dell’unità politica fra centrodestra e centrosinistra, le foibe costituirono

Un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica. [Napolitano, 10 febbraio 2007, Roma]

E’ ben evidente che se a pensarla così è l’esponente politico più popolare della “sinistra” istituzionale, la figura che più di ogni altra viene individuata come esempio o modello da seguire, nonché la più difesa a livello politico e mediatico, inattaccabile per definizione, qualcosa di marcio si è prodotto nella cultura politica del paese Italia. Utile ricordare, brevemente perché riproposto più volte anche su questo blog, le fantasie politiche espresse da questo breve estratto, che sintetizza bene l’opinione condivisa attorno al tema delle foibe e dell’esodo istriano seguito al Trattato di pace. Il “moto di odio e di furia sanguinaria” dovrebbe riferirsi alle 798 vittime ufficialmente ritrovate nelle cosiddette foibe, cioè le cavità carsiche presenti in territorio giuliano e istriano, fra il 1943 e il 1945. Infatti, nonostante i numeri sparati a caso di volta in volta dai vari esponenti politici, dall’estrema destra alla sinistra più ossequiosa, gli unici corpi ritrovati furono quelli che il maresciallo dei Vigili del Fuoco Harzarich ripescò nel biennio ’43-’45 (ribadiamo: fonte ufficiale fascista, quindi interessata ad amplificare l’accaduto). Poi più nulla. A ben vedere, in un contesto territoriale e temporale in cui morirono 50 milioni di persone, parlare di “moto di odio e di furia sanguinaria” sfiora il controsenso.

L’accenno al “disegno annessionistico slavo”, poi, recupera totalmente, senza alcun accento critico, l’impostazione politica irredentista rispetto alle terre istriane, che nella visione nazionalista appartenevano “naturalmente” allo Stato italiano e che solo per uno scherzo del destino, ordito dalle perfide potenze alleate e messo in atto dal comunismo internazionale personificato da Tito, sono state sottomesse alla Jugoslavia. Anche in questo caso, un ripasso di qualche manuale di liceo basterebbe a confutare una tale visione talmente raffazzonata e anti-storica dal lasciare il dubbio sulle reali capacità cognitive del presidente della Repubblica. L’Istria infatti apparteneva da secoli all’Impero austroungarico, sia inteso come possedimento veneziano per conto degli Asburgo, sia direttamente come proprietà dell’Impero centrale. Come recita uno qualsiasi dei testi di liceo, o anche basandosi solo su Wikipedia, infatti (e per rimanere a secoli recenti), “attraverso il trattato di Campoformio l’Istria assieme a tutto il territorio della Repubblica di Venezia [di dominazione francese] fu ceduta agli Asburgo d’Austria”. Nel successivo corso del secolo, e fino alla prima guerra mondiale, il territorio rimase sotto dominazione asburgica. Etnicamente, nel 1910, su 404.309 abitanti, 168.116 erano di origine serbo-croata; 55.356 sloveni; 13.279 tedeschi; 147.416 italiani. La penisola era dunque un territorio eterogeneo e multietnico, a maggioranza slava, e sotto controllo asburgico. Nulla legava queste terre all’Italia in quanto entità statale. Piuttosto, un contesto in cui erano presenti varie nazionalità e un intreccio di culture, fra cui quella veneta.

Dove si fonda dunque la presunta italianità di quelle terre, il tentativo di ritornare ad un originario stato di natura italiano delle regioni istriane e dalmate? Alla spartizione coloniale successiva ai trattati di pace del primo dopoguerra, in particolare il Trattato di Saint Germain en Laye del 1919. Le potenze alleate infatti promisero all’Italia la concessione dei territori austroungarici se fosse intervenuta in guerra contro gli imperi centrali. Cosa che infatti fece, smentendo l’alleanza storica con la Germania e l’Austria del 1881 e muovendo guerra contro gli ex-alleati. Il frutto della vittoria furono appunto (fra molte altre cose) le terre istriane, che divennero, per la prima volta, italiane a tutti gli effetti. Il senso dell’italianizzazione forzata di quelle terre fu subito impresso dallo Stato liberale, ma divenne compiuto due anni dopo, con l’ascesa del fascismo e la pulizia etnica, culturale e politica di confine.

Già nel 1920, Mussolini dichiarava che: Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica dello zuccherino, ma quella del bastone.[…]I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani. [discorso tenuto a Pola, 24 settembre 1920].

L’Istria fu dunque italiana dal 1920 al 1945, quando la Jugoslavia, ormai formata quale Stato nazionale e liberatasi dal nazifascismo, si riappropriò di una parte del territorio istriano, andando alla resa dei conti politica con le classi dirigenti italiane che procederono alla “bonifica etnica di confine”. La liberazione infatti non coincise, come vorrebbe la fiaba liberale, con un moto pacifico d’intenti in cui le opinioni dei giusti sconfissero quelle degli autoritari. A la guerre comme a la guerre, la Resistenza jugoslava fece la propria rappresaglia politica contro tutti quegli italiani che ebbero direttamente a che fare con la repressione del popolo slavo. Rappresaglia cruenta, forse poco scientifica, ma determinata da un contesto storico definito, e che infatti le varie anime del nazionalismo italiano ben si guardano dal raccontare.

Il disegno annessionistico slavo altro non fu che quel processo di liberazione politica antifascista che contraddistinse la Resistenza jugoslava, una delle pochissime che si liberò effettivamente da sola e senza aiuti alleati dal controllo italo-tedesco. Processo di liberazione che non fu nazionale, ma a cui partecipò attivamente grande parte della Resistenza friulana e più in generale italiana. Partigiani italiani combatterono infatti sul fronte jugoslavo contro il nazifascismo, e molti combatterono con i fucili rivolti contro gli eserciti italiano e tedesco e insieme alle truppe jugoslave. Molte di quelle ottocento persone che finirono effettivamente nelle foibe non solo erano militari italiani caduti nelle battaglie contro la Resistenza jugoslava, ma erano appunto “già caduti”. Le foibe costituirono cioè, per una parte di queste persone, delle fosse comuni. Metodi sbrigativi, ma che niente hanno a che fare col concetto di pulizia etnica. Anche perché, molti di quegli italiani vennero uccisi da altri italiani. Ed è esattamente questo fatto che va rimosso nella lettura della resistenza europea contro il nazifascismo.

La “pulizia etnica” ricordata da Napolitano, dunque, sarebbe da riferirsi sicuramente alla politica italiana nei venticinque anni che la legarono all’Istria. Quella jugoslava dovrebbe essere definita “pulizia politica” di tutti quegli italiani che collaborarono col regime nel processo di annessione forzata della cultura slava a quella italiana. Cosa diversa è la parte riferita all’esodo, altro fatto che nel corso del tempo ha assunto contorni leggendari, e che fu determinato dal passaggio allo Stato slavo dei territori istriani, a cui seguì un referendum che stabiliva la libera scelta della cittadinanza da mantenere. L’opzione lasciava libere le popolazioni di determinare la propria appartenenza statuale: chi avesse scelto di mantenere la cittadinanza italiana avrebbe dovuto trasferirsi in Italia. Chi optò per quella jugoslava, sarebbe rimasto in Istria. Così nei fatti andò, e tutti coloro che decisero di mantenere la propria “italianità” furono quindi invitati a lasciare lo stato jugoslavo. Esattamente come impose la politica fascista alle popolazioni slave presenti in territorio italiano.

Nel 1942 Mussolini ebbe infatti a dichiarare che: Sono convinto che al “terrore” dei partigiani si deve rispondere con il ferro e il fuoco[…]Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo hanno voluto![…]Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazione.

Anche qui, dei passaggi storici definiti e razionali, forse bruschi ma chiaramente determinati dagli accordi internazionali ai quali l’Italia aderì, peraltro da paese sconfitto, in questi anni di revisionismo storico sono stati definiti con termini e accenti degni della descrizione di ben altri tragici eventi.
Questo breve, sintetico e non esauriente excursus storico ci permette di inquadrare i fatti nella giusta ottica, contestualizzando fenomeni che non si produssero dal nulla ma che costituirono l’evoluzione di condizioni predeterminate, a loro volta generate da altre situazioni storiche che le produssero. E ci permette anche di percepire quale livello l’uso politico della storia ha raggiunto in questi anni. L’invenzione dell’Olocausto “di destra” ha contribuito in maniera determinante non solo a sdoganare una posizione politica marginalizzata nel corso della “prima repubblica”, ma soprattutto ad avallare il tentativo politico di equiparare nazismo e comunismo. Il fatto che questi eventi si poggiano sul nulla, sull’invenzione artificiosa di eventi storici mai avvenuti, sull’ingigantimento di episodi tutto sommato “normali” in un contesto bellico come quello della Seconda Guerra Mondiale, sembra non scalfire la sicurezza con cui ormai l’opinione pubblica assume tale versione dei fatti.
Di fronte a tutto questo è però necessario opporre una nostra visione del mondo, per non rassegnarci all’ineluttabile verità somministrata dai media e fatta propria dalle istituzioni. Anche quest’anno, cioè, contesteremo la farsa della giornata del ricordo. Anche quest’anno, noi ricordiamo tutto.

In calce, riportiamo una brevissima bibliografia, con l’obiettivo non solo di conoscere e consigliare le migliori fonti sull’argomento di recente pubblicazione, ma soprattutto per pubblicizzare il lavoro di alcuni storici che in questi anni si sono occupati scientificamente dell’argomento foibe, “esodo” istriano e fascismo di confine. Per anni il tema è stato relegato alla memorialistica interessata degli ex cittadini giuliano-dalmati, a sparute frange nazionaliste, o peggio ancora a sedicenti divulgatori storici che con la ricerca storiografica poco o nulla avevano a che fare. Questo ristretto magma socio-(sub)culturale ha amplificato a dismisura la propria voce da quando Alleanza Nazionale ne è riuscita efficacemente a produrre una sintesi politica, elevando a data istituzionale degli avvenimenti storici di per sé marginali e politicamente contraddittori. Questo non sarebbe potuto accadere se forze politiche di sinistra non avessero ceduto alle retoriche della pacificazione nazionale, barattando una malsana memoria condivisa con la fine della conventio ad escludendum e la possibilità di accedere alle stanze dei bottoni senza il retaggio dell’esperienza comunista. Questi testi rimettono al centro la dimensione storica in cui si produssero quelle vicende, le contestualizzano, le quantificano e le interpretano. Esattamente l’opposto della propaganda anti-slava e anti-comunista di questi decenni.

Fonti:
Cernigoi C., Operazione foibe. Tra storia e mito, Kappa Vu, Udine, 2005
Vice P., La foiba dei miracoli. Indagine sul mito dei sopravvissuti, Kappa Vu, Udine, 2008
Volk S., Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell’italianità sul confine orientale, Kappa Vu, Udine, 200
Kersevan A., Porzus. Dialoghi sopra un processo da rifare, Kappa Vu, Udine, 1995
Kersevan A., Un campo di concentramento fascista. Gonars, Kappa Vu, Udine, 2003
Conti D., L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente”, Odradek, Roma, 2008
AAVV, Foibe: Revisionismo di Stato e amnesie della Repubblica – Atti del convegno, Kappa Vu, Udine, 2009
Scotti G., Dossier Foibe, Manni, San Cesario di Lecce, 2005

L’uso politico della storia e il revisionismo dal volto umano: in attesa dell’ennesima giornata del ricordo a senso unico

Confronto alla camera tra Benito Mussolini e Antonio Gramsci sul tema del fascismo

Gramsci: Voi fascisti siete stati i maggiori artefici del fallimento di questo piano politico, poiché avete livellato nella stessa miseria l’aristocrazia operaia e i contadini poveri di tutta Italia. Abbiamo avuto il programma che possiamo dire dal Corriere della Sera, giornale che rappresenta una forza non indifferente nella politica nazionale: 800.000 lettori sono anch’essi un partito

Mussolini: I lettori dei giornali non contano, non hanno mai fatto la rivoluzione

Gramsci: Il disegno di legge contro le società segrete è stato presentato alla Camera come un disegno di legge contro la massoneria; esso è il primo atto reale del fascismo per affermare quella che il Partito fascista chiama la sua rivoluzione. […] Il fascismo, dunque, afferma oggi praticamente di voler “conquistare lo Stato”. Cosa significa questa espressione ormai diventata luogo comune? E che significato ha, in questo senso, la lotta contro la massoneria? […] La massoneria, dato il modo con cui si è costituita l’Italia in unità, data la debolezza iniziale della borghesia capitalistica italiana, la massoneria è stata l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo. […] La borghesia industriale non è stata capace di frenare il movimento operaio, non è stata capace di controllare né il movimento operaio, né quello rurale rivoluzionario. La prima istintiva e spontanea parola d’ordine del fascismo, dopo l’occupazione delle fabbriche è stata perciò questa: “I rurali controlleranno la borghesia urbana, che non sa essere forte contro gli operai”. Se non m’inganno, allora, onorevole Mussolini, non era questa la vostra tesi, e tra il fascismo rurale e il fascismo urbano dicevate di preferire il fascismo urbano…

Mussolini: Bisogna che la interrompa per ricordarle un mio articolo di alto elogio del fascismo rurale del 1921-22.
Gramsci: Ma questo non è un fenomeno puramente italiano, quantunque in Italia, per la più grande debolezza del capitalismo abbia avuto il massimo di sviluppo […]. Quali erano le debolezze della borghesia capitalistica italiana prima della guerra, debolezze che hanno portato alla creazione di quel determinato sistema politico massonico che esisteva in Italia, che ha avuto il suo massimo sviluppo nel Giolittismo? Le debolezze massime della vita nazionale italiana erano in primo luogo la mancanza di materie prime, cioè l’impossibilità della borghesia di creare in Italia una industria che avesse una sua radice profonda nel paese e che potesse progressivamente svilupparsi, assorbendo la manodopera esuberante. In secondo luogo, la mancanza di colonie legate alla madre patria, quindi l’impossibilità per la borghesia di creare una aristocrazia operaia che permanentemente potesse essere alleata della borghesia stessa. Terzo la questione meridionale, cioè la questione dei contadini, legata strettamente al problema dell’emigrazione, che è la prova della incapacità della borghesia italiana di mantenere…

Mussolini: Anche i tedeschi sono emigrati a milioni.

Gramsci: Il significato dell’emigrazione in massa dei lavoratori è questo: il sistema capitalistico, che è il sistema predominante, non è in grado di dare il vitto, l’alloggio e i vestiti alla popolazione, e una parte non piccola di questa popolazione è costretta a emigrare […] È questa la debolezza fondamentale del sistema capitalistico italiano, per cui il capitalismo italiano è destinato a scomparire tanto più rapidamente quanto più il sistema capitalistico mondiale non funziona più per assorbire l’emigrazione italiana, per sfruttare il lavoro italiano, che il capitalismo nostrale è impotente a inquadrare. I partiti borghesi, la massoneria, come hanno cercato di risolvere questi problemi? Conosciamo nella storia italiana degli ultimi tempi due piani politici della borghesia per risolvere la questione del governo del popolo italiano. Abbiamo avuto la pratica giolittiana, il collaborazionismo del socialismo italiano con il giolittismo, cioè il tentativo di stabilire una alleanza della borghesia industriale con una certa aristocrazia operaia settentrionale per opprimere, per soggiogare a questa formazione borghese-proletaria la massa dei contadini italiani, specialmente nel Mezzogiorno. Il programma non ha avuto successo. […] Voi fascisti siete stati i maggiori artefici del fallimento di questo piano politico, poiché avete livellato nella stessa miseria l’aristocrazia operaia e i contadini poveri di tutta Italia. Abbiamo avuto il programma che possiamo dire dal Corriere della Sera, giornale che rappresenta una forza non indifferente nella politica nazionale: 800.000 lettori sono anch’essi un partito.

Voci: Meno…

Mussolini: La metà! E poi i lettori dei giornali non contano. Non hanno mai fatto una rivoluzione. I lettori dei giornali hanno regolarmente torto!

Gramsci: Il Corriere della Sera non vuole fare la rivoluzione.

Farinacci: Neanche l’Unità!

Gramsci: […] il Corriere della Sera ha sostenuto sempre un’alleanza tra gli industriali del Nord e una certa vaga democrazia rurale prevalentemente meridionale sul terreno del libero scambio. L’una e l’altra soluzione tendevano essenzialmente a dare allo Stato italiano una più larga base di quella originaria, tendevano a sviluppare le “conquiste” del Risorgimento. Che cosa oppongono i fascisti a queste soluzioni? Essi oppongono oggi la legge cosiddetta contro la massoneria; essi dicono di volere così conquistare lo Stato. In realtà il fascismo lotta contro la sola forza organizzata efficientemente che la borghesia avesse in Italia, per soppiantarla nella occupazione dei posti che lo Stato dà ai suoi funzionari. La “rivoluzione” fascista è solo la sostituzione di un personale amministrativo a un altro personale.

Mussolini: Di una classe a un’altra, come è avvenuto in Russia, come avviene normalmente in tutte le rivoluzioni, come noi faremo metodicamente! (Approvazioni.)

Gramsci: È rivoluzione solo quella che si basa su una nuova classe. Il fascismo non si basa su nessuna classe che non fosse già al potere…

Mussolini: Ma se gran parte dei capitalisti ci sono contro, ma se vi cito dei grandissimi capitalisti che ci votano contro, che sono all’opposizione: i Motta, i Conti…

Farinacci: E sussidiano i giornali sovversivi!

Mussolini: L’alta banca non è fascista, voi lo sapete!

Gramsci: La realtà dunque è che la legge contro la massoneria non è prevalentemente contro la massoneria; coi massoni il fascismo arriverà facilmente a un compromesso.

Mussolini: I fascisti hanno bruciato le logge dei massoni prima di fare la legge! Quindi non c’è bisogno di accomodamenti.

Gramsci: Verso la massoneria il fascismo applica, intensificandola, la stessa tattica che ha applicato a tutti i partiti borghesi non fascisti: in un primo tempo ha creato un nucleo fascista in questi partiti; in un secondo periodo ha cercato di esprimere dagli altri partiti le forze migliori che gli convenivano, non essendo riuscito a ottenere il monopolio come si proponeva…

Farinacci: E ci chiamate sciocchi?

Gramsci: Non sareste sciocchi solo se foste capaci di risolvere i problemi della situazione italiana…

Mussolini: Li risolveremo. Ne abbiamo già risolti parecchi.

Gramsci: […] Come si fa quando un nemico è forte? Prima gli si rompono le gambe, poi si fa il compromesso in condizioni di evidente superiorità.

Mussolini: Prima gli si rompono le costole, poi lo si fa prigioniero, come voi avete fatto in Russia! Voi avete fatto i vostri prigionieri e poi li tenete, e vi servono!

Gramsci: Far prigionieri significa appunto fare il compromesso: perciò noi diciamo che in realtà la legge è fatta specialmente contro le organizzazioni operaie. Domandiamo perché da parecchi mesi a questa parte senza che il Partito comunista sia stato dichiarato associazione a delinquere, i carabinieri arrestano i nostri compagni ogni qualvolta li trovano riuniti in numero di almeno tre…

Mussolini: Facciamo quello che fate in Russia…

Gramsci: In Russia ci sono delle leggi che vengono osservate: voi avete le vostre leggi…

Mussolini: Voi fate delle retate formidabili. Fate benissimo! (Si ride.)

Gramsci: In realtà l’apparecchio poliziesco dello Stato [italiano] considera già il Partito comunista come un’organizzazione segreta.

Mussolini: Non è vero!

Gramsci: Intanto si arresta senza nessuna imputazione specifica chiunque sia trovato in una riunione di tre persone, soltanto perché comunista, e lo si butta in carcere.

Mussolini: Ma vengono presto scarcerati. Quanti sono in carcere? Li peschiamo semplicemente per conoscerli!

Gramsci: È una forma di persecuzione sistematica che anticipa e giustificherà l’applicazione della nuova legge. Il fascismo adotta gli stessi sistemi del governo Giolitti. Fate come facevano nel Mezzogiorno i mazzieri giolittiani che arrestavano gli elettori di opposizione… per conoscerli.

Una voce: C’è stato un caso solo. Lei non conosce il Meridione.

Gramsci: Sono meridionale!