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Black Panthers e Corea del Nord alleati contro l’imperialismo e per il socialismo

Bottiglie di vino rotte e aghi ipodermici sono molto efficaci. Una braciola di maiale o delle ossa di pollo possono essere utilizzate come armi “, il giornale Black Panther instruiva i suoi lettori nel 1970 con un tono a loro familiare,  ” Questo è Juche, basato su quello che hai, per sostenere la nostra resistenza “. 

L’articolo era la testimonianza di un’alleanza imprevista. Da una parte c’era il movimento socialista rivoluzionario con sede in California, dichiarato dal direttore dell’FBI J. Edgar Hoover “la più grande minaccia alla sicurezza interna del Paese”.

D’altra c’era la Corea del Nord, con il suo dogma ideologico del Juche’ o autosufficienza; un paese che allora sembrava una sorta di  Svizzera marxista-leninista, ricorda l’ex Black Panther Kathleen Cleaver

La Corea del Nord non è sempre stata un caso di economia disperata“, come dichiarato dall’amministrazione Obama. Al momento sembrava essere una storia di successo dell’est asiatico, superando il sud. L’alleanza dimostra l’interesse da parte della Corea Nord nel coltivare rapporti di alto profilo e la ricerca di un sostegno internazionalista da parte delle Panetere Nere.

La Corea del Nord, in quel momento puntava a una forte campagna pubblicitaria globale,  mettendo annunci sul New York Times o il  Washington Post promuovendo il Juche e la riunificazione pacifica“.

Eldridge Cleaver,  una figura di spicco nel partito e sposato con Kathleen Cleaver“Oggi, la Corea del Nord è un paradiso terrestre, con un avanzato sistema socialista, tecnologia altamente sviluppata, una cultura nazionale brillante e un popolo sano sicuramente in movimento verso successi ancora più grandi“.

Nel frattempo, l’allora leader Kim Il-sung salutava le Pantere Nere chiedendolgi “di lottare per abolire il sistema di discriminazione razziale degli imperialisti americani“.

Eldridge Cleaver: Le Pantere che hanno sostenuto questa visione non erano «utili idioti» o pedine della corea del nord, ma rivoluzionari che hanno sostenuto la Corea del Nord come mezzo per protestare contro il governo degli Stati Uniti e rafforzare la propria posizione sulla scena internazionale .

Anche se la percezione popolare delle Pantere Nere spesso si concentrava sui suoi programmi comunitari per la colazione per i bambini e la fede nell’ autodifesa armata contro la polizia, si sono sempre definite come parte integrante di una battaglia globale.

Per tre anni, dal 1968-1970, sono diventati il centro della lotta per la libertà del popolo nero. Una cosa che ha molto distinto le Pantere Nere dai precedenti movimenti per i diritti civili è stato il suo internazionalismo,  ha detto Joshua Bloom, co-autore di Black Against Empire: La storia e la politica del Black Panther Party.

Il movimento ha visto le comunità nere negli Stati Uniti come una colonia nella madrepatria;  la lotta contro l’imperialismo degli Stati Uniti era centrale dal suo inizio. I suoi fondatori Huey Newton e Bobby Seale s’incontrarono la prima volta ad un raduno che si opponeva al blocco di Cuba.

“E ‘stata una politica di radicale solidarietà internazionale A causa della tremenda ostilità che la guerra del Vietnam stava generando, le organizzazioni giovanili in Germania, Francia e Svezia hanno creato comitati di solidarietà per il BPP.  Ci piacerebbe viaggiare avanti e indietro; hanno raccolto i soldi per noi. Ci sono stati movimenti di liberazione in Africa, che leggono il nostro giornale e ci hanno contattato , dice Kathleen Cleaver.

L’Algeria, che non aveva rapporti diplomatici con gli Stati Uniti, ha invitato i Panthers ad istituire un’ambasciata. Gestita direttamente dai Cleavers, divenne la sezione internazionale del movimento; e fu lì che entrarono in contatto con la Corea del Nord.

Eldridge ha visitato Pyongyang brevemente ed è stato infuso con entusiasmo”,  Kathleen, allora segretario di comunicazione delle Pantere, ricorda in un suo progetto della memoria inedito.

Kathleen Cleaver racconta:  sembrava una sorta di Svizzera: marxista-leninista in alto sulle colline, molto pulito, molto tranquillo. E ‘stato tutto così esotico non certo tropicale o glamour.

Suo marito ammirava il paese perchè  “Era molto militarista e le pantere sono state attratte dal concetto di Juche; adattando alle circostanze. Era una specie di ciò che i Black Panthers facevano in america”.

L’ allenza finì quando Cleaver lasciò i Black Panthers dopo una disputa con Newton.

L’unico lascito duraturo è il nome di sua figlia, che la moglie di Kim Il-sung ha scelto personalmente. Lei rimane Joju Younghi: una giovane eroina nata nella Corea del Juche Coreano“.

How Black Panthers turned to North Korea in fight against US imperialism

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Il mio viaggio in Corea del Nord

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I media Occidentali sono pieni di informazioni false

Ho avuto l’opportunità unica di trascorrere alcuni giorni in tre diverse parti della Repubblica Popolare Democratica di Corea, più comunemente nota come Corea del Nord. È stata un’esperienza eccezionale che ha sfidato molti dei preconcetti che io ed i visitatori occidentali che mi hanno accompagnato da Pechino avevamo andando li. Qui sotto riporto alcuni fatti sulla Corea del Nord che possono sorprendere, nello stesso modo in cui molti hanno sorpreso me.

1. Gli Americani sono benvenuti e non odiati
I Coreani hanno un livello molto alto di coscienza di classe e non accomunano il popolo Americano al nostro governo. Non fanno mistero del loro disprezzo dell’imperialismo americano, ma se dici che sei americano, la conversazione di solito verte sulla cultura o sullo sport piuttosto che sulla politica.
Alla Casa degli Studi del Popolo di Pyongyang (immagina la tua biblioteca pompata a steroidi: 30 milioni di libri!) il CD piu richiesto e’ il Greatest Hits dei Beatles, ed i Linkin Park pure sono molto in voga tra i giovani locali. I ragazzi sono affascinati dalla NBA, e conoscono molto piu che il solo Dennis Rodman del nostro campionato.

2. La dogana e le guardie di frontiera sono un’esperienza semplice e veloce
La maggior parte degli occidentali che viaggiavano con me da Pechino temeva che la procedura di ingresso nel paese sarebbe stata lunga e complicata. Tutti quanti sono quindi rimasti abbastanza sorpresi nel vedere che i nostri passaporti venivano esaminati ed i visti apposti senza nessuna domanda, e che solo una manciata di passeggeri hanno avuto i loro bagagli controllati. Prima del viaggio, le compagnie di viaggio ti mettono in guardia di non portare con te nessun libro sulla guerra di Corea o altri oggetti aventi la bandiera americana stampata. Può sembrare un buon consiglio, ma alla frontiera nessuno sembrava troppo preoccupato degli oggetti che entravano nel paese.

3. Pyongyang e’ bellissima, pulita e colorata
Pyongyang e’ probabilmente la citta’ piu’ bella del mondo ed e’ tenuta veramente bene. Considerando che la citta’ fu bombardata a tappeto dalle forze americane durante la Guerra di Corea (da loro chiamata Guerra di Liberazione della Madrepatria) e che solo 2 edifici rimanevano in piedi nel 1953, e’ un risultato notevole. Le statue e gli edifici grandiosi ispirano stupore, cosi come i grandi spazi verdi pieni di persone che si rilassano. Ci sono molti edifici nuovi che spuntano un po dappertutto e che fungono da appartamenti ma, anche quelli vecchi, sono tutti mantenuti in buone condizioni. Si dice spesso che a Pyongyang la notte e’ buia e, nonostante cio’ sia vero se paragonato ad una citta’ occidentale, la citta’ ha luci bellissime che illuminano la maggior parte del centro.

4. Il taglio di capelli alla Kim Jong Un praticamente non esiste
Sono riuscito ad individuare un uomo che portava i capelli come Kim Jong Un mentre ero in viaggio dall’aeroporto al centro citta’, e chiaramente non gli stava bene! Il taglio di capelli, dicevano la BBC ed il TIME riportando una notizia apparsa su un giornale sudcoreano, era obbligatorio per tutti i nordcoreani maschi maggiorenni. Questa notizia non solo e’ falsa, ma lo e’ anche l’accusa che tutti gli uomini del paese abbiano solo una varieta’ minima di tagli da cui scegliere, pena altrimenti una “sanzione statale”.  In realta’ la situazione e’ uguale come da noi, con i parrucchieri  che mostrano diversi tipi di tagli da cui i clienti possono scegliere ed indicare il numero corrispondente anche se, come succede a New York, cio’ non vuol dire che uno sia limitato a quel particolare taglio

5. I Coreani del Nord ridono, sorridono e scherzano tanto.
Probabilmente ti starai domandando che lo facciano solo per impressionare. Sarebbe un risultato incredibile il considerare solo una farsa tutte le risate genuine che mi sono fatto con loro. E non solo, dovremmo anche considerare la loro abilita’ nel sorridere non appena vedono una macchina viaggiare a tutta velocita’ con a bordo degli stranieri! I Coreani scherzano praticamente su tutto, dai Canadesi all’Hockey su ghiaccio (‘perche i canadesi fanno sesso da dietro? Cosi posso guardare la partita di Hockey’), dagli americani alla zona smilitarizzata al confine con la Corea del Sud (un americano offre una sigaretta ad un soldato nordcoreano oltre la linea di confine. Il soldato la fuma ma l’americano gli chiede perche, se lui odia gli americani, sta comunque fumando qualcosa che proviene dal’America. Il soldato risponde: non la sto fumando, la sto bruciando).

6. Una ideologia uniforme non significa personalita’ uniformi.
Un buon promemoria sul fatto che individualismo e individualita’ non sono la stessa cosa. Infatti, osservando la gente interagire, ho avuto l’impressione che una diversita’ di personalita’ fosse comune cosi come nell’Occidente libero. Le persone hanno interessi diversi, dallo sport alla cultura, e sono libere di scegliere tra quelli che piacciono loro o no.

7. Le persone sono incredibilmente ben vestite in tutto il paese.
Anche in campagna i Coreani si vestono in modo molto elegante. Non c’e stato un solo posto dove sono stato in cui abbia visto persone vestite in maniera dismessa o indossare vecchi abiti. Uomini e donne non vestono assolutamente allo stesso modo, come invece spesso pensiamo noi. E’ molto comune vedere le donne vestite in abiti dai colori sgargianti, da completi rosa ai tradizionali vestiti coreani. Gli uomini indossano spesso la cravatta, camicie e giacche ma non e’ difficile trovare alcuni di loro vestiti in modo sportivo, a seconda dell’occasione.

8. I bambini iniziano ad imparare l’inglese a 7 anni
La padronanza della lingua inglese, specialmente tra le giovani generazioni, è notevole. Mentre negli anni passati la scuola superiore era il luogo in cui i giovani iniziano a studiare inglese, ora lo fanno gia alle elementari. Nonostante alcuni bambini siano molto timidi (non vedono molti stranieri dopotutto), sono stato in grado di stringere la mano a qualcuno e persino scambiare qualche parola in inglese. Le lingue piu studiate sono, oltre all’inglese, anche il Cinese ed il Tedesco.

9. Il turismo decollera’ nel prossimo futuro.
Uno degli aspetti dell’economia che sara’ una priorita’ del governo nel futuro sembra essere il turismo. L’intero aeroporto di Pyongyang e’ al momento al centro di una vasta espansione e in costruzione. I coreani sono contenti di aprirsi al mondo, ma sono sicuri di farlo in modo molto diverso dai Cinesi (dopo essere stato a Pechino, l’onnipotenza di alcuni tra i peggiori aspetti della cultura occidentale da’ loro ogni buona ragione per essere cauti al riguardo). Air Koryo, la compagnia Nord Coreana a cui Sky Trax ha assegnato solo una stella di giudizio, e’ in realta’ molto meglio in termini di servizio e comodita’ di almeno una dozzina di altre compagnie con cui io abbia mai volato. Possiede una flotta di aerei Russi nuova di zecca che volano tra la capitale e Pechino, fornisce intrattenimento durante tutto il volo (il cartone animato per bambini Clever Raccoon Dog e’ spassoso) e serve anche un ‘hamburger’ (non molto buono in verita’, ma commestibile) e un assortimento vario di bevande quali caffe’, te’, birra e succhi di frutta. L;’esperienza nel suo complesso la potrei valutare con almeno tre stelle se dovessi dare un giudizio onesto!

10. I Coreani parlano del loro paese apertamente
Le persone sono molto aperte in merito ai problemi del paese e non si ritraggono dal discuterne gli aspetti piu difficili. Per esempio, ti parlano della “Arduous March” (vedi il ‘Periodo Speciale” a Cuba) dove la carestia, la siccita’ e le alluvioni sommate alla perdita quasi totale dei paesi partner nel commercio, ha portato il paese indietro di molti anni. Un paese che ancora nel 1980 aveva un tenore di vita piu alto dell Corea del Sud. Ti raccontano anche della Guerra di Corea e sono favorevoli ad un miglioramento delle relazioni con la Corea del Sud, in vista di una futura riunificazione. Comunque, sono tutti molto convinti e decisi sul fatto che non rinunceranno mai ai loro principi socialisti per favorire l’unificazione.

11. La birra e’ considerata un analcolico e le birrerie artigianali sono ovunque
Quasi ogni distretto nel paese ha adesso una propria birreria artigianale che rifornisce tutta l’area. Ce ne sono alcune di diverso tipo che sono apprezzate in tutto il paese e la maggior parte dei pasti vengono accompagnati da un po di birra. Allo Stadio Kim II Sung, dove inizia e finisce la Maratona di Pyongyang, non e’ stato difficile vedere nordcoreani bere una birra mentre guardavano la partita di esibizione tra due squadre di calcio locali. Pensa allo stadio degli Yankee, ma senza l’aggressivita’ della folla.

12. La maggioranza delle notizie dei giornali sulla Corea sono totalmente false
C’erano almeno un centinaio di americani a Pyongyang quando ci sono stato, in larga parte corridori amatoriali attirati dalla possibilita di competere per la prima volta alla maratona. Una coppia mi ha confermato di essere alla seconda visita nel paese dopo l’anno precedente. Mi hanno sottolineato di come fossero spaventati la prima volta che erano venuti, subito dopo che era uscita la notizia su Kim Jong Un che aveva ucciso la sua ex ragazza ed altre ragazze a causa di un video porno che avrebbero girato. La coppia mi ha raccontato di come, entrando al Teatro dell’Opera di Pyongyang, si sia imbattuta nelle stesse ragazze presunte morte che erano sedute di fronte a loro. I morti che camminano, insomma! Altre notizie recenti arrivate sulla stampa occidentale via Sud Corea raccontano di esecuzioni di massa allo stadio e dello zio di Kim Jong Un dato in pasto ad una muta di cani affamati, notizie che per gli occidentali che frequentano abitualmente il paese e che conoscono la situazione sono totalmente senza senso. Non dico questo per negare l’esistenza dei campi di lavoro e di prigionia, ma una demonizzazione sistematica del paese che ne distorce l’immagine completamente non e’ un buon servizio reso al popolo Coreano.

13. I Coreani non esitano a farti partecipe dei loro divertimenti
Sono stati organizzati molti eventi nella capitale per celebrare il compleanno di Kim II Sung, festa nazionale dove le persone hanno due giorni di vacanza dal lavoro. Alcuni di questi sono pubblici, come ad esempio i “balli di massa” dove centinaia di persone ballano nelle piazze principali al ritmo di canzoni popolari coreane. Altri eventi vedono persone impegnate in pranzi con le famiglie al parco mentre i bambini comprano gelati dai venditori ambulanti e vecchie ubriache ballano in maniera ridicola dopo avere bevuto troppo “soju” fatto in casa. Ma, come in qualsiasi stato autoritario che si rispetti, tu devi partecipare! L’essere timidi non e’ contemplato visto che ti tireranno per un braccio e ti insegneranno ogni signolo passo di danza anche se loro stessi non li sanno correttamente.
In breve, ho trovato i coreani del Nord uno tra i i popoli piu calorosi e genuini che abbia mai incontrato. Sarebbe stupido definire il paese come ‘Il paradiso dei lavoratori” considerando la gravita’ dei problemi che corre. Ma come in tutte le societa’, ci sono aspetti positivi e negativi. In ogni caso, considerando che hanno attraversato secoli di dominazione imperiale, la perdita di un quarto della popolazione nela Guerra di Corea, e continuano a mantenere il loro sistema sociale nonostante uno stato di guerra continuo, in definitiva hanno fatto qualcosa di estremamente notevole. I risultati raggiunti nel campo dell’educazione universitaria, la non esistenza del problema dei senzatetto, e l’immagine di un popolo degno e orgoglioso dovrebbe essere mostrata al mondo al fine di avere una piena e cosciente fotografia del paese.
Devo dire che il modo in cui la Corea del Nord e’ raffigurata nei media borghesi occidentali ci dice in modo molto onesto quanto sia molto piu efficace la nostra propaganda e le nostre tecniche di lavaggio del cervello rispetto ai loro. Il fatto che io abbia anche scritto sulle cose che ho visto e trovato nel paese evidenzia quanto poco sappiamo e comprendiamo della Corea del Nord. I problemi che la Corea affronta non sono mai contestualizzati come dovrebbero, e cioe’ quelli di una nazione oppressa che mira a liberarsi dalla schiavitu delle grandi potenze che cercano in ogni modo di incatenare ogni stato libero rimasto in questo morente mondo unipolare.

Oh, e ho quasi dimenticato di parlare delle armi nucleari! Bene, consideriamo per un momento che l’esercito Nord Coreano effettui esercitazioni militari su base annua in prossimita’ della costa di New York, simulando bombardamenti a tappeto su Manhattan e l’occupazione dell’intero paese, del quale controllano gia’ la meta’ occidentale. Non sarebbe un po comprensibile, dato il contesto, la voglia degli Americani di sviluppare armi nucleari come deterrente? I Coreani non sono affamti i guerra e nemmeno ‘ossessionati” dall’esercito o dai militari. Comunque, visto il modo in cui la situazione si e evoluta in Libia, sono tutti sempre piu convinti (e giustamente) che l’unica ragione per cui il loro stato indipendente continua ad esistere e’ per via dell’esistenza del loro arsenale nucleare. Per essere sicuri, non hanno intenzione di usarlo a meno di essere messi in una condizione in cui siano costretti a farlo.

Il mio desiderio piu sincero e che ci siano in futuro scambi culturali continui tra i Coreani del Nord e i paesi occidentali. Praticamente tutte le persone che sono ritornate con me a Pechino erano stupite di come diversa sia stata la loro esperienza rispetto a cio che si aspettavano.
Tutti, me compreso, abbiamo guadagnato molto dal contatto umanizzante con i nord coreani. Nonostante gli occidentali siano relativamente piu liberi di viaggiare dei nord coreani, trovo ironico di come i Coreani sappiano molto piu loro di noi che noi di loro. Ciò dovra assolutamente cambiare in futuro.

My trip to North Korea: 13 misconceptions corrected

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50 cose che non ti hanno mai detto su Hugo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana

Mai nella storia dell’America Latina un leader politico aveva raggiunto una legittimità democratica così incontestabile. Dal suo arrivo al potere, nel 1999, ci sono state 16 elezioni in Venezuela. Hugo Chávez ne ha vinte 15, fra cui l’ultima il 7 ottobre 2012. Ha sempre sconfitto i suoi rivali con uno scarto fra i 10 e i 20 punti.

Tutti gli organismi internazionali, dall’Unione Europea fino all’Organizzazione degli Stati Americani, passando per l’Unione delle Nazioni Sudamericane e il Centro Carter, si sono dimostrate unanimi nel riconoscere la trasparenza degli scrutini.

James Carter, ex presidente degli Stati Uniti, ha perfino dichiarato che il sistema elettorale del Venezuela era “il migliore al mondo”.

L’universalizzazione dell’accesso all’istruzione instaurata nel 1998 ha avuto risultati eccezionali. Circa un milione e mezzo di venezuelani hanno imparato a leggere e scrivere grazie alla campagna di alfabetizzazione denominata Missione Robinson I.

Nel dicembre del 2005, l’UNESCO ha dichiarato che era stato sradicato l’analfabetismo in Venezuela.

Il numero di bambini scolarizzati è passato da 6 milioni nel 1998 a 13 milioni nel 2011, e il tasso di scolarizzazione è adesso del 93,2%.

La Missione Robinson II è stata lanciata per portare la popolazione nel suo insieme al raggiungimento del livello di istruzione secondario. Così il tasso di scolarizzazione nella scuola secondaria è passato dal 53,6% nel 200 al 73,3% nel 2011.

Le missioni Ribas e Sucre hanno permesso a decine di migliaia di giovani adulti di intraprendere studi universitari. Così il numero di studenti è passato da 895.000 nel 2000 a 2,3 milioni nel 2011, con la creazione di nuove università.

Per quanto riguarda la sanità, si è creato il Sistema Pubblico Nazionale (Sistema Público Nacional de Salud) per garantire l’accesso gratuito alle cure mediche a tutti i venezuelani. Fra il 2005 e il 2012 si sono creati 7.873 presidi medici in Venezuela.

Il numero di medici è passato da 20 per 100.000 abitanti nel 1999 a 80 per 100.000 abitanti nel 2010, ovvero un aumento del 400%.

La Missione Barrio Adentro I ha permesso di realizzare 534 milioni di consultazioni mediche. Circa 17 milioni di persone hanno potuto essere visitate, mentre nel 1998 meno di 3 milioni di vite avevano accesso regolare alla sanità. Si sono salvate 1,7 milioni di vite fra il 2003 e il 2011.

Il tasso di mortalità infantile è passato dal 19,1 per mille nel 1999 al 10 per mille nel 2012, ovvero una riduzione del 49%.

L’aspettativa di vita è passata da 72,2 anni nel 1999 a 74,3 anni nel 2011.

Grazie all’Operación Milagro, lanciata nel 2004, 1,5 milioni di venezuelani affetti da cataratte o altre patologie oculari hanno recuperato la vista.

Dal 1999 al 2011 il tasso di povertà è passato dal 42,8% al 26,5%, il tasso di povertà estrema dal 16,6% nel 1999 al 7% nel 2011.

Nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il Venezuela è passato dall’ottantatreesimo posto nell’anno 2000 (0,656) al settantatreesimo posto nel 2011 (0,735), ed è entrato nella categoria delle nazioni con un indice di sviluppo umano elevato.

Il coefficiente GINI, che permette di calcolare la disuguaglianza in un paese, è passato dallo 0,46 nel 1999 allo 0,39 nel 2011.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il Venezuela mostra il coefficiente GINI più basso dell’America Latina, essendo il paese della regione dove c’è meno disuguaglianza.

Il tasso di denutrizione infantile si è ridotto del 40% dal 1999.

Nel 1999, l’82% della popolazione aveva accesso all’acqua potabile. Ora è il 95%.

Durante la presidenza di Chávez, la spesa sociale è aumentata del 60,6%.

Prima del 1999, solo 387.000 anziani ricevevano una pensione. Ora sono 2,1 milioni.

Dal 1999 si sono costruite 700.000 alloggi in Venezuela.

Dal 1999, il governo ha consegnato più di un milione di ettari di terra ai popoli aborigeni del paese.

La riforma agraria ha permesso a decine di migliaia di agricoltori di essere padroni della propria terra. In totale, si sono distribuiti più di tre milioni di ettari.

Nel 1999, il Venezuela produceva il 51% degli alimenti che consumava. Nel 2012 la produzione è del 71%, mentre il consumo di alimenti è aumentato dell’81% dal 1999. Se il consumo del 2012 fosse simile a quello del 1999, il Venezuela produrrebbe il 140% degli alimenti consumati a livello nazionale.

Dal 1999, le calorie consumate dai venezuelani sono aumentate del 50% grazie alla Misión Alimentación, che ha creato una catena di distribuzione di 22.000 magazzini alimentari (MERCAL, Casas de Alimentación, Red PDVAL), in cui i prodotti sono sovvenzionati fino al 30%. Il consumo di carne è aumentato del 75% dal 1999.

Cinque milioni di bambini ricevono adesso alimentazione gratuita attraverso il Programa de Alimentación Escolar. Erano 250.000 nel 1999.

Il tasso di denutrizione è passato dal 21% nel 1998 a meno del 3% nel 2012.

Secondo la FAO, il Venezuela è il paese dell’America Latina e dei Caraibi che è più avanti nella lotta per eliminare la fame.

La nazionalizzazione dell’ente petrolifero PDVSA nel 2003 ha permesso al Venezuela di recuperare la sua sovranità energetica.

La nazionalizzazione del settore dell’elettricità e di quello delle telecomunicazioni (CANTV e Electricidad de Caracas) ha permesso di porre fine a situazioni di monopolio e di universalizzare l’accesso a questi servizi.

Dal 1999 si sono create più di 50.000 cooperative in tutti i settori dell’economia.

Il tasso di disoccupazione è passato dal 15,2% nel 1998 al 6,4% nel 2012, con la creazione di oltre 4 milioni di posti di lavoro.

Il salario minimo è passato da 100 bolívares (16 dollari) nel 1998 a 247,52 bolívares (330 dollari) nel 2012, ovvero un aumento di oltre il 2.000%. Si tratta del salario minimo più alto dell’America Latina.

Nel 1999, il 65% della popolazione attiva percepiva il salario minimo. Nel 2012 solo il 21,1% dei lavoratori si trovano a questo livello salariale.

Gli adulti che non hanno mai lavorato dispongono di un reddito di protezione equivalente al 60% del salario minimo.

Le donne sole, così come le persone portatrici di handicap, ricevono un aiuto equivalente all’80% del salario minimo.

L’orario di lavoro è stato ridotto a 6 ore al giorno e a 36 ore settimanali, senza diminuzione salariale.

Il debito pubblico è passato dal 45% del PIL nel 1998 al 20% nel 2011. Il Venezuela si è ritirato dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, rimborsando con anticipo tutti i suoi debiti.

Nel 2012 il tasso di crescita del Venezuela è stato del 5,5%, uno dei più elevati del mondo.

Il PIL pro capite è passato da 4.100 dollari nel 1999 a 10.810 dollari nel 2011.

Secondo il rapporto annuale World Happiness del 2012, il Venezuela è il secondo paese più felice dell’America Latina, dietro il Costa Rica, e il diciannovesimo a livello mondiale, davanti a Germania o Spagna.

Il Venezuela offre un appoggio diretto al continente americano più importante di quello fornito dagli Stati Uniti. Nel 2.700 Chávez ha destinato più di 8.800 milioni di dollari a donazioni, finanziamenti e aiuti energetici, a fronte dei soli 3.000 milioni dell’amministrazione Bush.

Per la prima volta nella sua storia, il Venezuela dispone dei suoi satelliti (Bolívar e Miranda) ed ha ora la sovranità nel campo della tecnologia spaziale. Internet e le telecomunicazioni coprono tutto il territorio.

La creazione di Petrocaribe nel 2005 permette a 18 paesi dell’America Latina e dei Caraibi, ovvero 90 milioni di persone, di acquistare petrolio sovvenzionato fra il 40% e il 60%, e di assicurarsi il proprio fabbisogno energetico.

Il Venezuela porta aiuto anche alle comunità svantaggiate degli Stati Uniti, fornendo loro combustibile a tariffe agevolate.

La creazione della Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA) nel 2004 fra Cuba e Venezuela ha posto le basi di un’alleanza di integrazione basata sulla cooperazione e la reciprocità, che raggruppa 8 paesi membri, e che pone l’essere umano al centro del progetto di società, con l’obiettivo di lottare contro la povertà e l’esclusione sociale.

Hugo Chávez è stato l’artefice della creazione nel 2011 della Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC), che raggruppa per la prima volta le 33 nazioni della regione, che così si emancipano dalla tutela di Stati Uniti e Canada.

Hugo Chávez ha svolto un ruolo chiave nel processo di pace in Colombia. Secondo il presidente Juan Manuel Santos, «se stiamo avanzando in un progetto solido di pace, con progressi chiari e concreti, progressi mai raggiunti prima con le FARC, è anche grazie alla dedizione e all’impegno di Chávez e del governo del Venezuela».

Fonte:http://www.oggitreviso.it/hugo-chavez-50-motivi-cui-mi-piace-80979

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Antiamericanismo o antimperialismo?

”È inutile attaccare l’imperialismo o il militarismo nella loro manifestazione politica se non si punta l’ascia alla radice economica dell’albero e se le classi che hanno interesse nell’imperialismo non vengono private dei redditi eccedenti che cercano questo sfogo”
(Hobson, L’imperialismo)

Quando critichiamo gli Stati Uniti, alcuni ci dicono, da destra e sempre più spesso anche da sinistra: “Ecco, vedete, il vostro è il solito antiamericanismo di maniera, tipico di certa sinistra”. “Gli americani”, continuano costoro, “certo commettono errori, anche gravi, ma ci hanno liberato dal nazifascismo, sono una grande democrazia, e patria della lotta per i diritti civili e delle espressioni più avanzate nell’arte, nella letteratura, nella musica. Inoltre,” aggiungono costoro, “proprio perché sono una democrazia gli errori alla fine vengono fuori ed è possibile criticarli e correggerli.” A sentire questa difesa degli Usa c’è veramente da rammaricarsi della rozzezza di quei popoli, dai coreani, ai latino-americani, ai vietnamiti, agli iracheni, e agli afghani, che, a quanto pare, non riescono proprio ad apprezzare i contributi dati dagli americani allo sviluppo della civiltà umana. E c’è da felicitarsi che, dopo bombardamenti e invasioni (sempre dopo, badate bene …), si ammetta candidamente di essersi sbagliati, come nel caso della inesistenza delle armi di distruzioni di massa in Iraq.

Ad ogni modo, è abbastanza ovvio che, se critichiamo gli Usa, non ne critichiamo tout court i cittadini. Tra questi numerosi sono quelli critici verso il loro stesso governo, che, ricordiamolo, viene eletto solo da una minoranza degli aventi diritto, e attraverso un sistema elettorale rigidamente maggioritario, che esclude a priori posizioni critiche, come ci ricorda Luciano Canfora nel suo “Democrazia storia di una ideologia”. Quello che si critica, criticando gli Usa, è il loro ruolo imperialista e, in particolare, la natura imperialista dello Stato statunitense. E qui veniamo al nocciolo del discorso. Infatti, una delle categorie che più ha fatto le spese della sconfitta culturale della sinistra è quella di imperialismo. Nella generale rincorsa al “nuovismo” politico e culturale la meschina è finita in soffitta, evidentemente macchiatasi della colpa di essersi di essersi troppo compromessa con il comunismo.

Del resto, come dimenticare, “L’imperialismo fase suprema del capitalismo” di Lenin? Qualcuno, per la verità, oggi potrebbe stupirsi sapendo che la categoria di imperialismo fu elaborata inizialmente (1902) da un liberale inglese, Hobson, e ulteriormente sviluppata da un socialdemocratico austriaco, Hilferding, verso i quali Lenin riconobbe il suo debito. La teoria dell’imperialismo è complessa. Comunque, al nocciolo sostiene che nelle economie capitalistiche più avanzate, ad un certo stadio del loro sviluppo, prevale il capitale finanziario e speculativo. Si afferma così una tendenza al dominio di altri paesi, per accaparrarsi mercati di sbocco per i propri capitali e per controllare le fonti e la distribuzione delle materie prime. Da ciò deriva una permanente competizione tra gli Stati e una continua tendenza alla guerra. Di conseguenza lo Stato, il suo apparato militare, e il debito pubblico si sviluppano con l’imperialismo a livelli mai visti prima. Nella categoria di imperialismo vengono così sintetizzati un aspetto economico, uno politico e uno militare, visto che si presuppone una trasformazione interna alle società capitalisticamente più evolute come base per una politica militarista ed espansionista. Dunque, un paese non è imperialista semplicemente per predisposizione culturale, psicologica o morale dei suoi abitanti, ma per precise ragioni strutturali, sociali ed economiche.

Torniamo ora all’antiamericanismo. Gli Usa rappresentano oggi forse la concretizzazione più perfetta della categoria di imperialismo. Gli Usa, potendo contare su una egemonia mondiale quasi assoluta sui mercati finanziari e valutari, hanno spostato negli ultimi trenta anni gran parte delle loro potenzialità industriali all’estero. Ne è risultato un enorme debito del commercio estero e del bilancio statale, che accentua la natura parassitaria degli Usa, facendone il più grande debitore internazionale. Gli Usa alimentano i loro mercati finanziari e il loro debito con il risparmio che affluisce da tutto il mondo, soprattutto sotto forma di investimenti in titoli del tesoro Usa. Ma ciò è possibile solo nella misura in cui il dollaro mantiene il ruolo di moneta di riserva e di scambio internazionale e, visto che l’economia americana si indebolisce nei confronti di altre economie più dinamiche e con forti attivi commerciali (Germania, Cina, Giappone), gli Usa possono mantenere il dollaro nel suo ruolo solo conservando lo strapotere militare di cui fino ad ora hanno beneficiato. L’invasione irachena, ad esempio, fu dettata dal timore che l’Iraq potesse quotare il petrolio in valute diverse dal dollaro, spingendo altri paesi produttori (Iran, Venezuela, Russia) a fare lo stesso, e mettendo in crisi il dollaro come valuta internazionale.

Cambiare questa situazione non è facile, proprio perché è strutturale e ormai molto radicata, proprio per la grandezza del debito e la cronica dipendenza dall’estero. Bisognerebbe mutare i rapporti economici interni e andare ad uno scontro radicale con chi detiene il potere finanziario ed industriale. Anche ammettendo che il sistema elettorale Usa rifletta la volontà della maggioranza e non sia controllato dall’elite economica, un nuovo presidente che desiderasse modificare la situazione, incontrerebbe tali difficoltà da trovare impossibile realizzare il suo progetto. Ad ogni modo, i primi atti del presidente Obama non sembrano rivelare intenzioni del genere, se li guardiamo al di là della mitizzazione massmediatica del personaggio. Obama si è circondato di quegli stessi consiglieri e ministri che con Clinton inaugurarono la deregulation della finanza e dell’economia e ha riconfermato a capo della Federal Reserve proprio Bernanke, autore della deleteria politica dei bassi tassi d’interesse. Uomini che sono espressione dell’elite finanziaria Usa e che hanno costruito le basi per le enormi speculazioni e arricchimenti dell’elite finanzia negli ultimi quindici anni e per lo scoppio della crisi dei mutui.

Le enormi spese destinate da Obama in grandissima parte a salvare Wall Street e le grandi banche hanno non solo aumentato debito e deficit statale a livelli insostenibili, ma hanno anche creato, insieme ai tassi d’interesse ormai allo zero, nuove occasioni speculative e i presupposti per nuove e più pericolose bolle finanziarie. Il meccanismo perverso dell’indebitamento non è in via di smantellamento, anzi viene rafforzato. Sul piano della politica militare, al di là del nuovo approccio “realistico” (come lo definisce il neocon Wolfowitz), che mette da parte il fondamentalismo “democratico” e religioso di Bush, la sostanza non cambia. Il ministro della Difesa di Obama, Robert Gates, è quello di Bush, le spese militari sono state aumentate, e persino la pratica delle famigerate extraordinary rendition è stata mantenuta. I mutamenti nella strategia militare sono quelli già decisi dalla precedente amministrazione: il baricentro dell’azione bellica è spostato dall’Iraq, ormai sotto controllo, verso l’Afghanistan, che ricopre oggi una importanza geostrategica unica (al centro tra l’Europa, le intatte risorse energetiche dell’Asia centrale, la Russia, l’India e … la Cina), ancora maggiore che nel XIX secolo, quando fu terreno di scontro tra gli imperialismi britannico e russo. Infatti, in Afghanistan il conflitto si sta allargando anziché restringersi, grazie all’aumento progressivo delle truppe disposto da Obama (cui vanno aggiunti 68mila soldati privati), mentre continuano i sanguinosi bombardanti dei civili, ad opera anche della Nato, come ci conferma anche la cronaca odierna. Un presidente con una immagine nuova e migliore, come Obama, rispondeva all’esigenza di implementare meglio quella strategia di maggiore coinvolgimento degli alleati occidentali (attraverso la Nato), già avviata nell’ultimo periodo dell’amministrazione Bush, nella consapevolezza che gli Usa non hanno risorse finanziarie e umane per gestire i vari fronti di guerra aperti.

Gli Usa non sono la sola potenza imperialista, ma sono sicuramente la potenza imperialista più pericolosa, in parte perché la loro egemonia un tempo assoluta è ora a rischio e in parte perché hanno una forza bellica preponderante. Il combinato disposto di decadenza economica e strapotere militare spingono oggettivamente gli Usa alla destabilizzazione dei nuovi rapporti di forza economici tra aree economiche mondiali, e quindi alla guerra, sia minacciata che guerreggiata.

Antiamericanismo o antimperialismo?

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11 Settembre 1973: Una data che il regime dimentica di ricordare


Stamane il notiziario di regime ricorderà l’11 settembre 2001. Non so se nelle edizioni successive verrà ricordato anche l’altro, di 11 settembre, quello che ai veri democratici, ai comunisti, preme di più ricordare: quello del 1973, quando fu rovesciato con un colpo di stato fascista, il legittimo governo di Salvador Allende.

Funziona così, per permettere alla “democrazia e alla libertà” di trionfare, occorre imporre il terrore a tutti i popoli, con colpi di stato, sabotaggi, embarghi, corruzione, assassinii, occupazioni, costruzioni di basi militari. Se questo non basta ancora ricorrono ai bombardamenti.

Salvador Allende fu tra i fondatori del Partito Socialista Cileno nel 1933. Nel 1970 alle elezioni presidenziali risultò primo col 36,3% dei voti, alla testa di Unidad Popular una coalizione di socialisti, comunisti, radicali, e cattolici di sinistra. Il ballottaggio col candidato di destra Jorge Alessandri si svolse al Congresso cileno, come prevede la Costituzione cilena, che confermò Allende Presidente.

Washington fu molto contrariata e la Cia (Central Intelligence Agency), i servizi segreti statunitensi, si adoprarono contro un Presidente che ritenevano “marxista” e quindi nemico assoluto, e misero in atto una serie di iniziative sia di propaganda, demonizzando Allende e presentandolo come una specie di terrorista, sia finanziando e sollecitando i settori più reazionari e fascisti a rovesciare il presidente. Tuttavia non va sottovalutato lo scontro di classe interno al Cile. Questo si acutizzò quando il governo di Unidad Popular iniziò il programma di riforme che aveva promesso in campagna elettorale: la nazionalizzazione delle banche, la riforma agraria con espropri dei latifondi incolti, l’esproprio del capitale straniero nell’industria mineraria al grido di “riprendiamoci le nostre miniere”, il rame in particolare, largamente presente nel sottosuolo cileno, ma sempre rapinato da imprese nordamericane, Anaconda e Kennecott.

Gli Usa operarono sul piano economico facendo crollare il prezzo del rame, finanziano i sindacati dei camionisti che impedirono l’arrivo di cibo in alcune zone del paese, fecero schizzare l’inflazione alle stelle che falcidiò i salari e gli stipendi, ridussero il paese alla fame sollecitando allo stesso tempo le classi alte a manifestare e sabotare; infine sollecitarono i militari alla ribellione armata. Famosa la frase di Henry Kissinger; il quale sostenne senza vergogna: “Non vedo perché dobbiamo stare a guardare mentre un paese va verso il comunismo a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli“.

Tra il 1972 e il ’73 si succedono diversi tentativi di golpe. Nell’agosto del ’73 Augusto Pinochet Ugarte viene nominato Capo di Stato Maggiore da Allende che lo ritiene adatto a frenare gli spiriti golpisti dell’apparato militare, che aveva già sfiduciato il leale generale Prats. Nominò anche Leigh Guzman capo dell’aviazione, un altro abbietto golpista.

L’11 settembre 1973 le forze armate assediarono il palazzo presidenziale della Moneda, bombardandolo con aerei e circondandolo con i carri armati. Nell’assedio morì Salvador Allende (alcuni sostengono si sia suicidato prevedendo la tremenda fine che gli avrebbero riservato) dopo aver gridato attraverso Radio Magallanes le sue ultime parole: “Viva il Cile!, Viva il popolo!, Viva i lavoratori!”.

La giunta militare instaurò un regime dittatoriale tra i più feroci della storia che resterà al potere per 17 anni . Il Cile di Pinochet sarà uno dei principale alleati degli Stati Uniti al pari degli altri regimi dittatoriali e fascisti di quel periodo. Gli Usa: la tomba della democrazia!

Il Cile del “macellaio” Pinochet fu uno dei primi paesi al mondo a sperimentare la ricetta della “privatizzazione integrale” di tutti i servizi civili, peggiorando pesantemente la condizione di vita delle classi proletarie.

Ma anche alcuni leader europei elogeranno il fascista Pinochet come la britannica Tatcher che lo salutò come “eroe della libertà”, dopo le oltre 130.000 persone incarcerate e torturate, in prevalenza ragazze e ragazzi, gran parte dei quali assassinati sotto tortura, non meno di 50mila militanti del movimento operaio massacrati e centinaia di migliaia di esuli. 130.000 individui vennero arrestati nei successivi tre anni. Verranno azzerate e devastate tutte le costruzioni democratiche realizzate a fatica dalla società cilena in decenni e decenni.

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Vi racconto cosa succede realmente in Siria

La Siria sta pagando un prezzo altissimo per una partita che serve a stabilire nuovi equilibri mondiali e in Italia la verità non viene detta, viene raccontata un’altra realtà”. E’ quanto afferma Mimmo Srour, siriano, ingegnere, ex assessore della Regione Abruzzo e della Provincia dell’Aquila, ex sindaco di Sant’Eusanio Forconese, comune in provincia de L’Aquila.

Srour è nato a Nakib, in Siria, dove è rimasto fino al momento di intraprendere gli studi universitari. Il suo vero nome è Mahmoud ma tutti lo chiamano “Mimmo” fin da quando venne in Italia, nel 1969, per laurearsi in Ingegneria presso l’Università dell’Aquila, città dove ha deciso di restare mettendo sù famiglia.

Mimmo Srour conosce bene la Siria e anche in questi momenti così delicati e complessi continua ad essere in contatto costante con persone, che ricoprono vari incarichi, che vivono in Siria. L’aspetto che mette in evidenza e che non riesce ad accettare riguarda l’informazione di parte che viene portata avanti in Occidente. “Un po’ di tempo fa alcuni giornalisti italiani, di giornali anche blasonati, sono andati in Siria – afferma – e una volta tornati nessun giornale gli ha dato la possibilità di scrivere e raccontare quello che avevano visto. E’ stato imposto il silenzio su quanto sta accadendo in Siria”.

Secondo lei cosa sta accadendo in Siria?
Io sono convinto che tutto è già stato scritto da parecchio tempo. Chi è attento a quello che succede in Siria, queste cose le ha sentite e lette tempo fa, da tanto si parla di Grande Medio Oriente, di disordine creativo. Hanno promesso queste cose a tutto il bacino del Mediterraneo. Vi sono in atto nuovi equilibri mondiali, in cui la Russia aspira ad un ruolo diverso rispetto a quello che ha assunto negli ultimi anni, dopo il crollo del muro di Berlino e dell’Unione sovietica. Dietro la Russia sembra che ci sia la Cina, ma anche Brasile, India e Sudafrica, cioè i cinque Paesi che compongono il BRICS. Credo che la Siria stia pagando questo prezzo e per questo si sta combattendo una guerra. Il Times ha scritto che quelli che combattono in Siria in realtà sono tutti mercenari, combattono dietro un compenso pagato dai Paesi del Golfo. E’ vero che in Siria ci sono dei problemi, tra cui la corruzione, però questo non c’entra niente con quanto sta accadendo, i Paesi del Golfo hanno voluto approfittare della situazione difficile per arrivare ad un loro obiettivo. Basta guardare la carta geografica e leggere cosa sta succedendo in questi giorni in Pakistan, in Afghanistan dove sappiamo chi c’è, in Iran, in Iraq e in Siria che diventa la porta verso il Mediterraneo. Il “cambio del regime” in Siria è una parola d’ordine e solo le parole d’ordine si rispettano in questo modo: con il silenzio. Nessuno dice, nemmeno per dovere dell’informazione, cosa fa una parte e cosa sta facendo l’altra. Si stanno verificando atti di puro terrorismo, come l’attentato che è successo a Damasco. Non capisco perché se il ministro della Difesa e il viceministro sono colpevoli allora li portiamo a processo, altrimenti li uccidiamo con le bombe. Oggi in Siria non si può viaggiare da una città all’altra perché c’è il rischio di essere sequestrati e in base alla carta d’identità pure uccisi. Ci sono delinquenti di professione che hanno costituito le loro bande, fermano e uccidono.

Da un lato c’è la Russia e dall’altro lato chi c’è?
C’è l’Arabia Saudita, il Qatar, tutti i Paesi del Golfo, e la Turchia, Paesi che pagano. Poi c’è l’America e tutto l’Occidente tra cui l’Inghilterra, la Francia, che sta cercando di riacquistare un ruolo da protagonista ma sta facendo solo danni, che forniscono armi, strumenti, attrezzature, tecnologie. Tutti abbiamo l’obbligo, il dovere di difendere la laicità della Siria, la tolleranza della Siria. In Siria il 40% della popolazione sono minoranze: Sunniti, Sciiti, Alawiti, Drusi, Cristiani Ortodossi, Cristiani di rito Orientale e Occidentale e si trovano ben quattro etnie diverse: arabi, curdi, armeni e drusi. Convivono insieme 19 confessioni religiose, questo era un modello che andava salvato e salvaguardato. Non è possibile giustificare quanto sta accadendo solo perché non fa comodo avere Assad, perché bisogna dare vita al grande Medio Oriente. Una donna in minigonna fino a qualche tempo fa poteva andare alle 3 di notte in una qualunque via di Damasco da sola e non le sarebbe successo niente. Nel giro di 18 mesi siamo arrivati che nessuno può uscire da casa.

Lei ha contatti con persone che si trovano in Siria?
Ho contatti continuamente e la gente è terrorizzata, impaurita, la gente non capisce perché questo odio contro il popolo siriano, la gente non riesce a comprenderlo. Addirittura noi che difendiamo le minoranze, in Siria abbiamo abbandonato anche i cristiani. Bisogna ricordare a tutti che il cristianesimo è nato in Siria seicento anni prima dell’Islam. La Siria non è un paese qualsiasi, ha una storia alle spalle. Ha dato alla Chiesa cattolica quattro Papi, ha dato imperatori all’Impero Romano. Io dico che quanto sta accadendo non è comprensibile. Dove sta la primavera di cui parlano tutti? Questo è un “inverno gelido”, non una “primavera”. Dove sta in Libia, in Egitto? La primavera consiste nel consegnare la sponda Sud del Mediterraneo all’Islam politico e in alcune occasioni integralista? Significa che non abbiamo capito nulla. Io ho dedicato la vita per il dialogo nel bacino del Mediterraneo, per creare non una frontiera, ma un ponte di dialogo e invece stiamo lavorando per consegnare, malgrado la volontà popolare, la Siria alle monarchie assolute. In Arabia Saudita una donna non può uscire di casa da sola, deve essere accompagnata da un uomo, non può guidare la macchina, non c’è un Parlamento, non si vota nemmeno per un condominio. Nel Qatar la stessa cosa. Possono essere protagonisti di una “primavera democratica” questi Paesi che sono monarchie assolute? A chi vogliono farlo credere.

Tempo fa è stato detto che l’Emiro del Qatar vuole diventare il leader di un grande movimento islamico del Medio Oriente….
Appunto e noi dobbiamo aspettare un po’ di tempo per vedere cosa succederà. Adesso c’è questo baratto, ma poi vedrete cosa succederà. Certo che la Siria deve essere cambiata, tutto quello che vogliamo, ma non è questa la strada, non si può perseguire la strada libanese dove uno uccide l’altro, dove si uccide il vicino di casa con il quale prima erano stati condivisi momenti belli. Non capisco nemmeno questo silenzio che è stato imposto, non si dice cosa sta accadendo in Siria, questa Europa che non vale più niente, è un’Europa che ha dimenticato il suo passato, lo sta barattando.

Assad è stato sempre descritto come una persona diversa dal padre, molto più aperto. Qual è il suo commento?
Ma a chi vogliono far credere che questo ragazzo sia un dittatore. La Siria è un paese che ha una Costituzione e un Parlamento da almeno 60 anni. Assad è uno che accompagna i figli a scuola, ha studiato all’estero, è un oculista, e in fondo non voleva neanche fare questo mestiere, si è trovato al posto del padre probabilmente a causa della morte del fratello. Veramente è incredibile quello che avviene e come sta accadendo, tutto quello che sta accadendo in Siria è stato progettato e scritto anni fa dai neoconservatori americani e adesso Obama lo sta mettendo in atto, credevamo che lui era diverso e invece non lo è per niente. Se è vero che l’obiettivo sono le riforme, ci sarà un modo per far sedere tutti attorno a un tavolo e discutere del futuro della Siria. E’ necessario mettere le bombe? Le infrastrutture in Siria sono state demolite, stanno riducendo il Paese all’età della pietra. Le ferrovie non esistono più, tutti i ponti ferroviari sono stati fatti saltare. Le centrali elettriche sono state distrutte e metà paese è stato ridotto al buio. Distrutti anche gli oleodotti, c’è una carenza di gas e le famiglie non possono cucinare e in inverno non potranno riscaldarsi. Ma perché tutto questo? A cosa serve, se non a distruggere un paese.

Cosa dobbiamo aspettarci?
Il problema non è Assad. Se per un motivo qualsiasi Assad venisse messo fuori, la Siria si divide, gli alawiti e i cristiani della costa vanno per conto loro, i drusi della zona confinante con la Giordania se ne vanno da soli, i curdi andranno da soli. Sarà guerra civile vera. Noi oggi dobbiamo sperare nel buon senso di qualcuno, che è l’Occidente da una parte e la Russia dall’altra, che rinuncino ai loro progetti e lascino stare il popolo siriano a discutere del suo futuro. Solo con il dialogo e non con le armi si può risolvere tutto. La Russia vuole la sua base a Tartus, vuole ostacolare questo grande Medio Oriente perché nella parte sud della Russia ritorna la cintura di ferro e la Russia non accetterà mai questo. Già non digerisce la stazioni radar in Turchia e in Polonia. Sapendo tutto questo perché devono portarci verso una guerra. E’ una pazzia quello che sta avvenendo. L’unica cosa che possiamo fare è di costringere il regime e gli oppositori, che sono tanti e a cui è difficile dare una identità, a ragionare del futuro della Siria. La Siria è un paese di tolleranza e noi non possiamo buttarlo nella guerra civile come si sta facendo.
Sul sito Siriatruth che è un sito dell’opposizione, un’opposizione diversa dalle altre, laica, c’è scritto che chi ha messo la bomba nel quartier generale della Sicurezza Nazionale siriana è il segretario del presidente Assad, che non ha niente a che fare con l’opposizione ma è un uomo dei servizi segreti americani. E dopo l’attentato si è rifugiato nella casa dell’ambasciatore americano a Damasco. Questa è una notizia che arriva dall’opposizione. Ma è possibile che se uno Stato o un governo non ci piace noi lo buttiamo giù, ma non democraticamente. Se tutti fossero stati sinceri allora dovevano far votare il popolo siriano, sotto controllo internazionale, e si vedeva cosa voleva questo popolo. Se il popolo non votava per Assad, allora lo si mandava via. Nessuno ha scritto la notizia che Assad ha anche cambiato l’articolo 8 della costituzione così come gli era stato chiesto, nessuno ha detto niente. Ultimamente in Siria sono nati 20 partiti nuovi anche di opposizione ma nessuno lo dice, perché l’obiettivo sono gli equilibri internazionali e la Siria fa parte di questo scacchiere, in nome di una “primavera” che non c’è stata.

Cosa pensa del Piano di pace di Kofi Annan?

Si è capito subito che questo Piano non poteva avere un seguito, perché quando la Lega Araba, e sappiamo chi è oggi la Lega Araba, ha mandato i suoi osservatori questi hanno scritto qualcosa di diverso rispetto a quello che avrebbero voluto leggere questi monarchi arabi e cosa è successo: gli osservatori sono stati mandati a casa. Kofi Annan è più tosto e si sta muovendo meglio, in quanto sta coinvolgendo la Russia in modo più forte, certamente non è detto che ci riuscirà ma prima di mettere da parte il Piano passerà un po’ di tempo.

Pensa che ci sarà un intervento militare?
Questo lo vogliono fare già da molto tempo, l’unica cosa che lo impedisce è la forza missilistica siriana, in quanto la Siria si prepara da sempre, e questo è un altro male, ad un’altra guerra con Israele. Di conseguenza la Siria ha un esercito organizzato, è un Paese che non si può paragonare alla Libia. Inoltre la preoccupazione dei Paesi occidentali è quella di giustificare con l’opinione pubblica l’invio dei soldati in Siria. L’opinione pubblica non sopporta i troppi morti come è successo in Iraq, allora solo per questa paura stanno cercando di indebolire l’esercito siriano e poi fanno l’attacco. Non hanno fatto l’attacco tempo fa perché in Siria c’è un esercito organizzato e certamente sanno che ci vuole del tempo per indebolire e rendere meno reattivo l’esercito siriano. In Iraq i Paesi occidentali hanno fatto una guerra in base ad una bugia e chi ha mai chiesto conto su tutto questo, sono morti un milione di iracheni e nessuno si è preoccupato, tanto sono iracheni e possono morire. In Libia sono morte 40 mila persone e nessuno ha detto niente.

Cosa dovrebbe fare il governo italiano?
Il governo italiano non è in grado di fare nulla, ogni tanto gli dicono di fare qualche dichiarazione perché in tutta questa vicenda c’è il gioco delle parti.

Qual è la sua speranza?
Spero che il popolo, non il governo, italiano non rimanga inerme di fronte a tutto questo, ma pretenda di conoscere la verità e di sentire tutte e due le campane e non una sola, di far passare notizie per potersi formare un’opinione. Per farsi un’opinione bisogna leggere tutto e non solo una parte. L’attentato a Damasco è stato riportato come un atto eroico e mi sta bene che lo dicono, però devono dire anche il resto, non solo una parte. Abbiamo il diritto come popolo italiano di formarci un’opinione, l’informazione non può essere a senso unico. E’ impossibile che la televisiva siriana in arabo “Addounia”, laica, viene oscurata in Europa, parlo di una Tv libera, e invece trasmettono decine e decine di stazioni televisive salafite, che notte e giorno incitano alla morte, all’assassinio. E’ possibile questo in una Europa che ha conosciuto l’Illuminismo? Eppure avviene, avviene nel XXI secolo. Il colonialismo del XIX e XX secolo era molto moderato, più dolce, rispetto a quanto sta accadendo oggi.

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Libia di Gheddafi : Prima economia africana, il successo della rivoluzione verde e del socialismo arabo

Come è stata la Libia sotto il dominio di Gheddafi? Quanto male ha fatto alla gente? Erano oppressi come è comunemente accettato? Guardiamo i fatti per un attimo.

Tasso di carcerazione inferiore a quello della Repubblica Ceca.(61° posto mondiale).

Tasso mortalità infantile più basso di tutta l’Africa.

Percentuale di persone che vivenvano sotto la soglia della povertà minore dei Paesi Bassi

Gestione statale dei pozzzi di petrolio, vero punto di forza dell’economia libica

Meno del 5% della popolazione era denutrita.

Totale esenzione delle tasse sui prodotti alimentari.

Prodotto interno lordo (PIL) più alto, a parità di potere d’acquisto (PPP), pro capite di tutta l’Africa.

Elettricità domestica gratuita per tutti

Acqua domestica gratuita per tutti

Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro

Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.

Le banche libiche accordano prestiti senza interessi

I cittadini non hanno tasse da pagaren e l’IVA non esiste.

Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro

La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere

Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo

Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese.

Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro

Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)

Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese

Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia

Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.

Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.

Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico

Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.

Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.

L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.

Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno)

Fonti:
The World Cheers as the CIA Plunges Libya Into Chaos

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