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LO STALINISMO NON ESISTE

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Lo stalinismo: questo sconosciuto termine inventato nella teoria, fa strage nel quotidiano e nella retorica politica.  Ma esiste davvero?

Mi è capitato spesso, ed ancora mi capita un sacco di volte nella vita, essendo noto che alcune riesumazioni provocatorie sono provenute proprio da certe esperienze
per me centrali, che nelle diatribe dialettico/politiche con molti personaggi, definibili o di sinistra o di destra, salta fuori questa definizione: “stalinista”.
Spesso è usato come dispregiativo, senso di distacco, giustificazione di antitesi, diversità (con apparente pulsione libertaria che eleva i soggetti che la pronunciano ad essere “più buoni”) o cosa altro di affine ad una critica politica netta. Ovviamente non manca nemmeno nel senso contrario, ovvero nell’utilizzo pseudo positivo pessimo del supereroe da citare a caso come soluzione delle questioni, e che non è di certo meglio perché non ha a che fare con nulla di concreto, visto che il senso teorico/politico del termine, o di ciò che vorrebbe rappresentare, non esiste.
Si capisce quando lo usa Berlusconi per parlare dei comunisti; si capisce anche quando lo usano le correnti del PD, per darsi addosso l’un con l’altra è delegittimarsi;. e si capisce quando lo usa la sinistrella borghese e inconcludente itaGliana, che grazie al perbenismo inconscio, frutto del marxismo latitante di molti che si definiscono “di sinistra” o peggio “comunisti”, ha campato decenni ed ha garantito a gente come Bertinotti, che ora vede di buon occhio Comunione e Liberazione, di essere considerato un Leader popolare; magari con quella “erre moscia” da aristocratico e una barca a vela che pare il Titanic.
Ma quel che mi fa ridere è che chi muove spesso questa critica-definizione, l’addebita all’idea che, eretto il socialismo, non si debba poi, con l’istituzione di un sistema di governo, far estinguere la classe dominante con i suoi privilegi. La famosa “dittatura del proletariato”, quella “tremenda e brutale dittatura” dell’est imparata dai libri occidentali, che necessita per essere spiegata, appunto, del faccione baffuto, di una foto di un gulag, o di qualche strumentale e gonfiato numero di vittime o incarcerati (mai visti calcolare quelli fatti dalle democrazie).

Ora.
Capisco un anarchico, che nella sua proiezione post rivoluzionaria rigetta ogni forma di governo, se per me con utopia inconcludente, per lui soluzione possibile. Sono punti di vista. Li rispetto per quanto non li condivido.
Ma non lo rispetto e men che meno condivido in bocca ad un essere pensante che si sente o per lo meno definisce “comunista”.
Questi hanno discusso con se stessi, prima ancora che con Marx ed Engels, ed hanno trovato un loro modo di definirsi tali, forse, riscrivendo la storia delle idee.
Nell’abbaglio di attitudini frikkettone e, come direbbe Lenin “piccolo borghesi”, infatti forse per loro Marx ed Engels prevedevano nella soluzione post-rivoluzionaria un robin round di tarallucci e vino o un gioco della bottiglia con la borghesia, una tavolata a Monopoli, un governo a quattro mani, una stretta di mano e poi “ognuno per la sua strada”, una decisione ai rigori, oppure una super-coalizione tutti insieme. Chissà…

Il tutto, badate bene, non rientra nel definire l’applicazione del marxismo necessaria di attualizzazione e contestualizzazione ai tempi moderni, ma di avere un minimo approccio conoscitivo e non usare termini a sproposito. Chi oggi pensa ad una rivoluzione violenta, sia chiaro, per me forse vive di illusioni; ma nella lettura storica delle cose, questo “riscrivere senza conoscere” diventa indecenza ideologica, che genera poi mostri veri e propri nella teoria e prassi attuale della militanza.
Lo stalinismo non esiste, se non per chi lo addebita a caso agli altri, oppure chi si auto-definisce tale per esibizionismo, o per confusione. Perché il culto della personalità ha trionfato in negativo in ogni definizione possibile dello “stalinismo”: che si abbracci o si denigri, atteggiamenti speculari, come disse la più grande storica sul tema, la francese Lilly Marcou.
Altra cosa è la spinta generata dall’icona che ha cavalcato la resistenza e la sconfitta del nazismo, che ha spaventato il sistema capitalistico, usata nel mondo e nel nostro paese in particolare con l’ “ha da venì baffone”.

Atteggiamento rappresentativo che non trova tuttavia corrente ideologica, e che fa struggere tutti i
denigratori del suddetto che vorrebbero cancellarne traccia (tuttavia i fatti sono fatti… Ha vinto lui qui!).
Altra cosa ancora una rievocazione rappresentativa di contrapposizione di piazza o di stadio. È questione estetica, pratica. Strumento che, condivisibile o meno, va letto nel contesto.

Comunque.
Marx ed Engels sono i padri della teoria del comunismo.
Lenin ha ripreso queste linee, le ha interpretate e le ha adattate al contesto russo del suo periodo. Da qui il Marxismo-Leninismo, che, non vi vorrei illuminare, ma finché era in vita Stalin si definiva tale. Perché appunto paradossalmente lo stalinismo nasce con la sua morte, a seguito della de-stalinizzazione (operazione ipocrita di rigenerazione di Krushov).
Mao ha riportato nel suo contesto Marx e difatti il Maoismo, intrecciato con la filosofia orientale e applicato in quel contesto, ed è un’interpretazione di questa idea.
Idem per Guevara e Castro a cuba, intrecciati come Chavez con l’idea Bolivariana di seguire l’unità del sud America; e poi Ho chi min fece altrettanto in Vietnam applicando nel contesto molto differente di un paese iper-colonizzato.
Shankara aveva idee simili e le provò ad applicare in Africa, come altri. Senza troppa elaborazione teorica ma efficientemente applicativa.
I coreani fanno razza a se, tanto che poi definiscono la sua dottrina appunto Ju Che. Quindi elaborazione propria del marxismo.
Ma tutti fanno riferimento a Marx ed Engels come base.
Questo per informare tutti gli scemi che ancora vanno parlando di “Stalinismo”, per un verso o per un altro, che esso, in quanto dottrina non esiste. Semmai è una applicazione, condivisibile o meno, da valutare per il contesto ed il periodo storico, del Marxismo. Ergo, è passare il tempo disquisendo al bar se questo o quello andava bene o meno settanta anni fa.
Unica parte teorica definibile attribuibile di una certa importanza a Stalin fu “anarchia o socialismo” che tuttavia riprendeva pedissequamente le linee di Lenin sulle necessità post-rivoluzionarie, ma non credo nessuno dei “definitori” o degli auto-definitisi tali lo abbiano letto. Poi l’importante lavoro sulla questione nazionale, della quale si occupava essendo georgiano, secondo incarico di Lenin (teoria eccellente che ha fatto stare insieme tutte le repubbliche sovietiche, riconosciuta anche dai suoi detrattori).
Ma tutto questo non ha sostanza se non si parla di quello specifico argomento, ovvero della questione nazionale.
Quindi, posate il fiasco del vino, gli articoletti del Manifesto, di Liberazione, l’Internazionale o di cosa altro mi citate che vi vogliono convincere che esiste lo “stalinismo”, come deviazione malvagia teorica, magari perché così si riesce a convincere la gente che essere comunisti significa ritenere legittimo che uno ha una fabbrica e 300 ci lavorano elemosinando salario.

Non è così.
Non fatevelo raccontare da nessuno. Nel carteggio tra Marx ed Engels (che non hanno ammazzato nessuno, fatto gulag o creato polizie politiche, e forse per questo sono “buoni” e nelle interpretazioni dei borghesi trovano ancora citazione) si discute se lo stato, in quanto “strumento di controllo, perché falsa proiezione di un possibile concilio tra le classi in realtà inconciliabili”, si deve “estinguere” oppure “assopire” (da elaborazione definita “debolezza egeliana da alcuni) oppure direttamente “gli si deve porre fine”. Ma si disquisisce sottigliezze e termini, il disegno e la necessità sono chiare.
Poi, lo so, vi hanno insegnato che c’è lo stalinismo – che non esiste, lo ripeto – a fare la dittatura che spaventa e rovina tutto. Che gli oppositori “eliminati” come Trosky distribuivano caramelle, ma non è così (vedi Kronstadt).

Poi.
Non vi piace l’applicazione leninista e sovietica poi del periodo successivo al 17? Quella dei piani quinquennali di Stalin? Ok. Legittimo. Tanto oggi come oggi è passare il tempo a parlare di cose che hanno poco senso nel concreto attuale.
Ma lo spettro dei dittatori non si cancella con Stalin, nemmeno con Mao, la “dittatura del proletariato” non è elaborazione loro. Mettetevelo in testa. È Marxismo.
Volete continuare a definirvi o definire “stalinista” qualcuno o qualcosa? Fatelo!
Tanto come detto è usufrutto improprio comune, come del resto lo è spesso fascista, termine abusato tanto da contribuire a renderlo comune; “io non sono stalinista” ti dice quello che si vuol sentire meglio, più giusto e libertario, non sapendo dire altro; “sei stalinista” ti dice quello che ti accusa di una posizione intransigente o peggio di prepotenza, “io sono stalinista” l’altro che si da un tono da duro e puro.

Tuttavia la definizione NON esiste in termini politici concreti spesso e volentieri, perché è usata con assoluta ipocrita ed impropria conoscenza.
State perdendo tempo insomma con definizioni inventate ad arte per non parlare del “che fare” attuale, che va riscritto, ovviamente, attualizzando ma senza ipocrisia ed avvitarsi sul passato.
Il problema, forse, è che troppi compulsano quello che NON conoscono. Ci sono già i peggiori giornalisti per questo.
Fine.

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Khrushchev Lied: Il nuovo capolavoro di Grover Furr

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Perchè Kruscev ha attaccato Stalin?

Da “Khrushchev Lied”, capitolo XII, pp. 192-217

Perchè l’ha fatto? Quali erano le sue vere motivazioni? Quelle da lui addotte non possono essere prese per buone. Le “rivelazioni” di Kruscev erano false ed egli, o lo sapeva (nella maggior parte dei casi), o non se ne curava affatto.

Kruscev doveva certo avere motivazioni reali, ma sono proprio quelle su cui nel discorso al XX Congresso e poi anche per tutto il resto della sua vita ha mantenuto il silenzio. In altre parole dietro il “rapporto segreto” universalmente conosciuto ce n’è un altro, reale, che è rimasto segreto, mai divulgato. In queste pagine mi propongo soprattutto di sollevare questa questione, non tanto di fornire una risposta. Mi limiterò a menzionare alcune possibilità e alcuni ambiti su cui approfondire la ricerca, alcuni ovvii, altri meno.

E’ certo che Kruscev, gettando la colpa su Stalin e iniziando le “riabilitazioni”, voleva prevenire la possibilità che qualcuno sollevasse la questione della sua responsabilità nelle ingiustificate repressioni di massa degli anni ’30. Probabilmente pensò che le “riabilitazioni” – che i “riabilitati” fossero stati colpevoli o meno – lo avrebbero reso popolare tra le alte sfere del partito. E poi forse a Mosca e in Ucraina, dove la reputazione che s’era fatto come architetto delle repressioni di massa era ben meritata e ben conosciuta, attribuire la responsabilità a Stalin defunto e al tempo stesso prendere le difese delle vittime e, quel che più importa, delle famiglie sopravvissute, avrebbe attenuato l’ostilità che molti devono aver nutrito nei suoi confronti.

Finora il rapporto di Kruscev è stato preso per oro colato, ma la ricerca che abbiamo condotto dimostra che prenderlo a quel modo era sbagliato. Questo ci lascia con un certo numero di questioni aperte. Perchè Kruscev presentò il rapporto? Perchè arrivare a tali estremi – false ricerche, occultamento di documenti autentici – e spendersi politicamente in quel modo per pronunciare un discorso che in pratica non conteneva nient’altro che falsità?

Una risposta è venuta dal Partito Comunista Cinese: Kruscev e i suoi alleati volevano portare l’URSS su una traiettoria politica radicalmente diversa da quella che aveva preso, secondo loro, sotto Stalin. Abbiamo brevemente accennato a certe misure economiche e politiche prese sotto Kruscev che la direzione del PCC considerò come abbandono di fondamentali principî marxisti-leninsiti.

C’è sicuramente una parte di verità in questa teoria. Tuttavia una base per idee di quel tipo già esisteva nell’URSS. Quelle politiche, che vengono adesso identificate con Kruscev e i suoi epigoni, Breznev e gli altri, affondano le loro origini nel periodo immediatamente successivo alla scomparsa di Stalin, ben prima che Kruscev riuscisse a dominare la direzione sovietica. Anzi, molte di quelle politiche possono essere ricondotte agli ultimi anni ’40 e ai primi ’50, il periodo “tardo staliniano”.

E’ difficile capire in che misura Stalin stesso abbia appoggiato o si sia invece opposto a queste politiche. Negli ultimi anni della sua vita Stalin fu sempre meno attivo politicamente. A più riprese sembra che abbia cercato di far imboccare un percorso diverso verso il comunismo, così per esempio nel suo ultimo libro Problemi economici del socialismo nell’URSS (1952) e al XIX Congresso del Partito, nell’ottobre 1952. Mikoian in seguito scrisse che le ultime idee di Stalin rappresentavano “un’incredibile deviazione di sinistra”.[1] E immediatamente dopo la sua morte la “direzione collettiva” fu unanime nel cancellare ogni menzione del libro di Stalin e nell’abbandonare il nuovo sistema di direzione del partito.

Kruscev utilizzò l’attacco a Stalin e Beria come un’arma contro gli altri membri della “direzione collettiva”, in particolare Malenkov, Molotov e Kaganovic. La cosa però non era priva di rischi. Come poteva escludere che non avrebbero mosso le stesse accuse o anche peggiori contro di lui? In parte ciò può essere dovuto al fatto che Kruscev poteva contare su alleati come Pospelov, che lo aiutarono a “purgare” gli archivi dai documenti sul suo coinvolgimento nelle repressioni di massa.

Kruscev può anche aver capito che, con Beria fuori gioco, l’unico ad avere un “programma”, un piano e l’iniziativa per realizzarlo era lui. Possiamo vedere retrospettivamente che gli altri membri del Presidium in quel periodo furono stranamente passivi. Forse avevano sempre contato su Stalin per assumere l’iniziativa e prendere decisioni importanti. O forse quella che sembrava passività nascondeva uno scontro di idee politiche confinato all’interno dell’organismo dirigente.

Lo storico Iuri Zhukov ha avanzato una terza teoria. La sua tesi è che lo scopo di Kruscev fosse sbarrare definitivamente la porta alle riforme democratiche con cui Stalin era associato e che i vecchi alleati di Stalin nel Presidium (chiamato Politburo fino all’ottobre 1952), e in particolare Malenkov, stavano ancora cercando di promuovere. Quelle riforme puntavano a togliere al partito il controllo della politica, dell’economia e della cultura per trasferirlo ai soviet elettivi. Sarebbe stata in effetti una “perestroika” o “ristrutturazione”, ma nei limiti del socialismo, all’opposto della piena restaurazione del più rapace capitalismo prodotta dalla successiva “perestroika” di Gorbacev.

Zhukov riporta in dettaglio numerosi momenti nello scontro tra Stalin e i suoi alleati, che volevano rimuovere il partito dalle leve del potere, e il resto del Politburo che si opponeva fermamente. Nel maggio 1953 , poco dopo la morte di Stalin, il corpo esecutivo del governo sovietico, il Consiglio (Soviet) dei Ministri, approvò alcuni decreti che toglievano a figure di spicco del partito le “buste” o paghe supplementari, portando così il loro reddito a uno o due livelli al di sotto delle corrispondenti figure governative. Secondo Zhukov la riforma fu promossa da Malenkov ed è coerente col progetto di restituire maggior potere al governo sovietico e ridimensionare il ruolo del partito, sottraendogli l’amministrazione del paese, dell’economia e della cultura. Significativamente ciò fu fatto prima della soppressione illegale di Lavrentii Beria che, come adesso sappiamo, sosteneva lo stesso progetto.

A fine giugno 1953 Beria fu eliminato, arrestato e detenuto o assassinato per le spicce. In agosto Kruscev riuscì – come non sappiamo – a reintrodurre le “buste” di emolumenti speciali per funzionari di alto rango del partito e anche a far pagare i tre mesi arretrati che non avevano percepito. Tre settimane dopo, proprio al termine di un Plenum del Comitato Centrale, fu ristabilito il posto di Primo Segretario del Partito, che fino al 1934 era chiamato Segretario Generale, e Kruscev fu eletto ad occuparlo. E’ difficile non vedervi la ricompensa della nomenklatura del Partito per il “suo uomo”.

Zhukov così conclude:
E’ mia ferma convinzione che il vero significato del XX Congresso stia precisamente in questo ritorno al potere dell’apparato di Partito. Fu la necessità di occultare questo fatto… che creò il bisogno di distrarre l’attenzione dagli eventi contemporanei e concentrarla sul passato coll’aiuto del “rapporto segreto”.[2]
Le prime due spiegazioni, quella anti-revisionista o “cinese” e quella della “lotta di potere” certamente contengono elementi di verità. A mio parere tuttavia la teoria di Zhukov rende meglio conto dei fatti che conosciamo ed è insieme coerente con i contenuti del rapporto segreto che, come abbiamo scoperto, è falso praticamente da cima a fondo.

Stalin e i suoi sostenitori si erano battuti per un piano di democratizzazione dell’URSS tramite il confronto elettorale. Il piano comportava a quanto pare la dislocazione dei centri di potere nell’URSS trasferendola dai dirigenti di partito come Kruscev a esponenti di governo eletti. Quella riforma avrebbe posto anche le premesse per ristabilire il partito come organizzazione di persone votate alla lotta per il comunismo e non interessate a carriere e guadagni personali.[3] A quanto pare Kruscev sarebbe stato sostenuto dai Primi Segretari del Partito che erano determinati a sabotare quel progetto per perpetuare le loro posizioni di privilegio.

Tanto sul piano interno che internazionale, Kruscev perseguì politiche in cui molti osservatori contemporanei ravvisarono una rottura netta rispetto a quelle identificate con la direzione di Stalin. Di fatto cambiamenti politici di questo tipo, non identici a quelli iniziati o propugnati in seguito da Kruscev, ma con essi assai coerenti, furono introdotti subito dopo la morte di Stalin, quando Kruscev era un semplice membro, e non il più importante, del Presidium del Comitato Centrale.[4] Tra le “riforme” più spesso citate, che andavano in senso opposto alle politiche di lungo corso di Stalin troviamo: L’apertura a riforme orientate al “mercato”.Il concomitante ridimensionamento del ruolo dell’industria pesante e della costruzione dei mezzi di produzione in favore della produzione di beni di consumo.
In politica internazionale l’abbandono della tradizionale concezione marxista-leninista dell’inevitabilità della guerra con l’imperialismo finchè questo esisteva, sostituendola con la necessità di evitare qualsiasi scontro diretto con l’imperialismo, a qualsiasi costo.

La messa tra parentesi della classe operaia come avanguardia della rivoluzione sociale per accentuare la costruzione di alleanze con altre classi.
L’idea nuova che il capitalismo possa essere superato senza rivoluzione, con “mezzi pacifici” e per via parlamentare. L’abbandono dei piani di Stalin per procedere verso una fase ulteriore del socialismo e verso il vero comunismo. Kruscev non avrebbe potuto prendere il potere e il suo “rapporto segreto” non lo avrebbe potuto concepire, preparare e presentare ed esso non avrebbe potuto avere il successo che ebbe senza cambiamenti profondi nella società sovietica e nel Partito Comunista dellURSS. [5]
Kruscev partecipava a una congiura?

In altro contesto Zhukov afferma che furono i Primi Segretari, guidati da Robert Eikhe, a dare inizio alle repressioni di massa del 1937-38.[6] Kruscev, che era uno di quei potenti Primi Segretari, ebbe un ruolo di primo piano nella repressione su vasta scala, compresa l’esecuzione di migliaia di persone.

Molti di quei Primi Segretari in seguito furono a loro volta processati e condannati a morte. Alcuni, come Kabakov, furono accusati di far parte di un complotto. Altri, come Postyshev, furono accusati, almeno inizialmente, di aver represso in massa, senza motivo, molti membri del Partito. Anche Eikhe sembra appartenere a questo gruppo. In seguito molti di loro furono accusati anche di aver partecipato a vari complotti. Kruscev fu uno dei pochi Primi Segretari degli anni 1937-38 che non solo evitò ogni accusa ma fu promosso.

Non potrebbe essere che Kruscev fosse effettivamente implicato in un complotto, ma fosse uno dei più alti esponenti a non essere identificato? Non possiamo nè provare nè smentire questa ipotesi. Eppure spiegherebbe tutti i fatti di cui siamo a conoscenza.

Il rapporto di Kruscev è stato interpretato come finalizzato alla riabilitazione di Bukharin. Alcuni degli imputati nel processo “Bukharin” di Mosca nel 1938 furono effettivamente riabilitati e sarebbe dunque stato logico includervi anche Bukharin. Ciò tuttavia non avvenne e Kruscev stesso scrisse che avrebbe voluto riabilitare Bukharin, ma non lo aveva fatto per l’opposizione di alcuni dirigenti comunisti stranieri. Mikoian scrisse che i documenti erano già stati firmati, ma poi fu proprio Kruscev che tornò indietro.[7]

Perchè Kruscev tra tutti gli imputati nei tre grandi processi di Mosca avrebbe voluto riabilitare proprio Bukharin? Sembrerebbe che si sia sentito molto più vicino a Bukharin che non agli altri. Può essere che questa vicinanza si riferisse solo alle idee di Bukharin, ma questa non è la sola spiegazione possibile.

Fin dagli anni di Kruscev, ma ancor più dopo la riabilitazione formale con Gorbacev nel 1988, l'”innocenza” di Bukharin è stata considerata un fatto assodato. Vladimir I. Bobrov e io, in un articolo pubblicato recentemente, abbiamo mostrato però che non c’è in realtà alcun motivo per pensare che le cose stiano così.[8] Le prove che conosciamo – che sono solo una piccola frazione di quelle di cui il governo sovietico disponeva negli anni ’30 – fanno decisamente pensare che Bukharin fosse effettivamente coinvolto in un vasto complotto. Quanto al decreto di riabilitazione di Bukharin del periodo di Gorbacev, promulgato il 4 febbraio 1988 dal Plenum della Corte Suprema dell’URSS, in un altro studio recentemente pubblicato in russo[9,] abbiamo dimostrato che contiene deliberate falsificazioni. Secondo questa teoria, nella confessione resa al processo di Mosca nel marzo 1938 Bukharin aveva detto la verità. Noi però sappiamo che non aveva detto tutta la verità. Getty avanza l’ipotesi che Bukharin avesse incominciato a confessare solo dopo che lo aveva fatto Tukhacevsky, cosa di cui è ragionevole pensare che il detenuto Bukharin fosse stato informato, e a quel punto fece il nome di Tukhacevsky.

Ci sono prove che Bukharin sapeva di altre persone coinvolte nel complotto, ma non ne fece il nome. Frinovskii sostenne che tra costoro ci fosse lo stesso Ezhov[10] e la cosa è credibile alla luce degli elementi di cui ora disponiamo su Ezhov. Non potrebbe esserci stato nel numero anche Kruscev, che Bukharin lo sapesse o meno? Se così fosse, per gli incarichi elevati che ricopriva, sarebbe stato coperto dal massimo segreto.

Quel che possiamo dire per ora è che Kruscev “represse” un numero enorme di persone, forse più di chiunque altro salvo Ezhov e i suoi uomini e forse Robert Eikhe. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che fu Primo Segretario a Mosca (città e provincia) fino al gennaio 1938 e dopo in Ucraina, due zone molto vaste. Data l’esistenza, o il sospetto, di un complotto radicato nel partito, questo sarebbe stato logicamente forte a Mosca; quanto all’Ucraina aveva sempre avuto la sua quota di opposizione nazionalista. Frinovskii dichiarò decisamente che egli stesso ed Ezhov avevano “represso” – torturato, costruito false confessioni e assassinato giudizialmente – un gran numero di persone per apparire più zelanti di tutti e coprire in questo modo le loro attività di cospirazione. Questa ammissione di Frinovskii non solo è credibile, ma è anche la sola che abbia un senso. Ezhov stesso aggiunse la motivazione supplementare di diffondere l’avversione per il sistema sovietico in modo da facilitare le ribellioni in caso di invasione straniera.[11]

A quanto pare Postyshev ed Eikhe, due Primi Segretari che repressero molti innocenti, agirono per motivi analoghi e sappiamo che Eikhe, perlomeno, collaborò strettamente con Ezhov nell’impresa. Non potrebbero aver agito allo stesso modo anche altri Primi Segretari? E Kruscev, in particolare, non potrebbe aver organizzato massicce montature, processi farsa ed esecuzioni per coprire la sua stessa partecipazione?

Le altre spiegazioni possibili sono 1) che alcune centinaia di migliaia di persone fossero effettivamente colpevoli di cospirazione, oppure 2) che questa gente fu massacrata solo per la “paranoia di Stalin”, che voleva eliminare chiunque potesse rappresentare un potenziale pericolo in un qualche futuro. Ma noi sappiamo che fu Kruscev, non Stalin o il Politburo, a prendere l’iniziativa di chiedere quote più alte per le persone da reprimere, e nessuno ha mai sostenuto che Kruscev fosse “paranoico”.

Gli anticomunisti, i trotskisti e i sostenitori del paradigma del “totalitarismo” hanno generalmente accettato la spiegazione della “paranoia”, benchè questa in effetti non “spieghi” nulla, ma serva in realtà di copertura alla mancanza di una spiegazione. Ma adesso sappiamo che la paranoia non c’entra. Non fu Stalin, ma furono i membri del CC, e in particolare i Primi Segretari, a dare il via alle repressioni di massa e alle esecuzioni. Frinovskii dice esplicitamente che Bukharin sapeva che Ezhov faceva parte del complotto “di destra e trotskista” ma rifiutò di fare il nome di Ezhov nelle confessioni o al processo. Secondo Frinovskii non l’avrebbe nominato perchè Ezhov gli aveva promesso che in cambio del suo silenzio sarebbe stato risparmiato. La cosa è possibile, anche se è una spiegazione che non fa molto onore a Bukharin che, dopotutto, era un bolscevico, veterano dei sanguinosissimi giorni della rivoluzione dell’ottobre 1917 a Mosca.

I rivoluzionari clandestini a volte affrontavano l’esecuzione piuttosto di parlare di tutti i loro compagni. Perchè non concedere che Bukharin possa aver rifiutato di fare il nome di Ezhov per questa sola ragione? In effetti sappiamo che Bukharin non aveva detto “tutta la verità” in nessuna delle sue dichiarazioni antecedenti al processo. E perchè mai, se non perchè non era ancora “disarmato”, ma stava ancora lottando contro Stalin? Le servili professioni di “sapiente amore”[12] per Stalin da parte di Bukharin sono una lettura imbarazzante. Possiamo escludere che fossero sincere e Stalin di certo non può averle prese per tali più di quanto possiamo fare noi oggi.

Abbiamo visto che Bukharin aveva fatto il nome di Tukhacevski solo dopo che aveva potuto sapere che questi era stato arrestato e aveva confessato. Quali che ne fossero i motivi, egli andò all’esecuzione senza aver menzionato la partecipazione di Ezhov al complotto, ma allora non potrebbe aver protetto anche altri cospiratori?

Non possiamo sapere con certezza se Kruscev fosse uno di questi cospiratori nascosti o se Bukharin ne fosse a conoscenza. Sappiamo però che anche dopo il 1937-38 elementi che cospiravano contro il governo continuarono ad esserci nell’URSS[13] e che alcuni di loro occupavano posizioni elevate. Sappiamo anche che Kruscev rimase fedele a Bukharin anche a distanza di molti anni dalla sua morte.

L’ipotesi che Kruscev fosse membro segreto di una diramazione della cospirazione assai ramificata “di destra e trotskista” è avvalorata dal fatto che egli fu sicuramente coinvolto in vari altri complotti di cui abbiamo notizia.

Il 5 marzo 1953, con Stalin non ancora morto, i vecchi membri del Politburo si riunirono per abolire il Presidium allargato approvato al XIX Congresso nel precedente mese di ottobre. In pratica si trattò di un colpo di stato nel Partito, su cui non ci fu nè un voto nè discussione nel Presidium o nel Comitato Centrale.

Kruscev fu l’ispiratore e animatore del complotto per “reprimere”, cioè arrestare e forse assassinare, Lavrentii Beria. Sappiamo che il suo arresto non venne pianificato con molto anticipo, perchè la bozza del discorso di Malenkov per la riunione del Presidium in cui Beria fu arrestato (o assassinato) è stata pubblicata e in essa si chiede la rimozione di Beria dalla direzione congiunta del Ministero degli Interni (MVD) e del Ministero per la Sicurezza dello Stato (MGB) e dalla vicepresidenza del Consiglio dei Ministri e la sua nomina a Ministro dell’Industria Petrolifera.

Dato che Kruscev era in grado di negare agli altri membri del Presidium l’accesso ai documenti studiati dalla Relazione Pospelov e dalle commisioni per le riabilitazioni, si deve concludere che fosse la mente di un altro complotto, quello delle persone che fornivano le informazioni a lui ma non ad altri.

A questo complotto doveva sicuramente partecipare Pospelov, autore della Relazione. Doveva esserci anche Rudenko, che firmò le relazioni per quasi tutte le riabilitazione più importanti. Lo studio di come vennero preparate le relazioni per le riabilitazioni e quella della Commissine Pospelov non è ancora stato fatto. Probabilmente gli altri membri delle commissioni di riabilitazione, nonchè i ricercatori e gli archivisti che individuarono i documenti per quelle relazioni e per Pospelov, dovettero giurare di mantenere il silenzio oppure facevano anche loro parte del complotto.

Noi conosciamo i nomi e qualche notizia sui funzionari che si pensa abbiano controllato i documenti delle inchieste. Per esempio sappiamo che un certo Boris Viktorov fu uno dei giuristi che ebbero le mani in pasta nelle riabilitazioni. Viktorov pubblicò perlomeno un articolo sul suo lavoro, sulla Pravda del 29 aprile 1988, allo scopo di ribadire l’innocenza del marecsiallo Tukhacevski e degli altri comandanti militari condannati insieme a lui l’11 giugno del 1937. Nel 1990 poi Viktorov pubblicò un libro che prometteva di fornire dettagli su molti altri casi di repressione.

Ebbene, il suo racconto è certamente deliberatamente falso. Viktorov afferma l’innocenza degli imputati, ma non può dimostrarla. Egli cita un documento contestato, ma ignora testimonianze schiaccianti che deve sicuramente aver visto e che non erano di dominio pubblico quando scriveva, ma ora sono in nostro possesso. Almeno Viktorov dunque faceva parte del “complotto” per fornire a Kruscev false testimonianze per sostenere l’innocenza delle persone menzionate nel rapporto segreto.

C’è un generale consenso sul fatto che dopo aver preso il potere Kruscev fece esplorare gli archivi e sottrarre e senza dubbio distruggere molti documenti.[14] Gli studiosi sono anche unanimi nel dire che questi documenti probabilmente riguardavano il ruolo avuto da Kruscev nelle repressioni di massa dei tardi anni ’30. Adesso che sappiamo che Kruscev aveva detto il falso praticamente in tutte le proposizioni del suo rapporto segreto e che le relazioni per le riabilitazioni e la Relazione Pospelov sono anch’esse gravemente manipolate, possiamo ritenere assai probabile che Kruscev abbia fatto sparire anche altri documenti.

Si è trattato di un’impresa impegnativa, che deve aver impegnato molti archivisti il cui lavoro doveva essere controllato. Un’impresa troppo impegnativa per essere controllata solo da Rudenko e Pospelov e che avrebbe avuto bisogno del coinvolgimento di un numero elevato di ricercatori e funzionari, compresi naturalmente funzionari di partito legati a Kruscev ma a noi ancora ignoti. Costoro naturalmente dovevano sapere quali prove Kruscev stava nascondendo o distruggendo.

Aleksandr S. Shcerbakov

Nel gennaio del 1938 Kruscev fu esonerato dall’incarico di Primo Segretario della città e della regione di Mosca e inviato come Primo Segretario in Ucraina. A Mosca fu sostituito da Alexandr Sergeevich Shcerbakov.

Nelle sue memorie Kruscev manifesta profondo odio per Shcerbakov, anche se le ragioni addotte sono vaghe. La recente biografia di Shcerbakov a cura di A.N.Ponomarev, pubblicata dall’Archivio Centrale di Mosca, esamina l’ostilità di Kruscev più in dettaglio. Secondo la sua ricostruzione, l’odio di Kruscev per Shcerbakov risalirebbe al rifiuto di quest’ultimo di consentire a Kruscev di gonfiare le statistiche sui raccolti di cereali includendovi anche il grano utilizzato per la semina.[15]

Più pericoloso per Kruscev era il ruolo di Shcerbakov nei procedimenti d’appello, in cui il 90% dei membri del Partito espulsi da Kruscev nel 1937-38, quando era a capo del Comitato Regionale e di quello Cittadino di Mosca, furono reintegrati: più di 12.000 solo per il 1937. Quel che Ponomarev omette di dire è che la grande maggioranza di costoro era stata condannata a morte e gli appelli erano presentati dai familiari.[16]Naturalmente Kruscev era stato uno dei membri della troika che decideva sulle repressioni di massa, anche se a volte si faceva rappresentare da un vice. Tutti gli altri membri della troika di Mosca furono condannati a morte per le repressioni illegali. E’ logico concludere che Kruscev stesso si sentisse estremamente vulnerabile. Pochi Primi Segretari e forse nessuno (e Kruscev nel 1939 era in Ucraina) si erano resi responsabili di più espulsioni ed esecuzioni e di più “repressione” di lui.

Ponomarev cita altre testimonianze della freddezza che Shcerbakov dimostrava da parte sua verso Kruscev. Al XVIII Congresso del Partito nel 1939 Shcerbakov presentò una relazione in cui ostensibilmente evitava di menzionare anche una sola volta il suo predecessore. Georgii Popov, secondo segretario sia sotto Kruscev che sotto Shcerbakov, fece invece altrettanto ostensibilmente l’elogio di Kruscev, mettendo ancor più in risalto il silenzio di Shcerbakov.[17]

Basandosi su testimonianze di familiari e su documenti tratti dagli archivi di Mosca, Ponomarev si premura di confutare un certo numero di accuse mosse contro Shcerbakov da Kruscev nelle sue memorie, per esempio l’insinuazione che Shcerbakov fosse gravemente alcolizzato.[18] Secondo i figli Shcerbakov non beveva quasi mai.[19]

Ponomarev si sofferma anche sulla doppiezza di Kruscev nei confronti della famiglia di Shcerbakov dopo la sua morte: finchè Stalin viveva si mostrò amichevole, ma una volta preso il potere tolse loro la dacha di famiglia e cancellò ogni memoria pubblica dell’operato di Shcerbakov.

Kruscev era certo un serpente; per usare i termini che egli stesso impiegò contro Shcerbakov defunto, aveva il “carattere velenoso di un serpente”[20]. Anastas Mikoian, che pure fu suo stretto alleato politico, rimarcò l’estrema disonestà e slealtà di Kruscev verso le persone, nonchè la disonestà nel ricostruire i fatti storici.[21] Ma perchè Kruscev si mostrò così vendicativo nei confronti di Shcerbakov e della sua famiglia? Perchè lo odiava a tal punto?

Nelle sue memorie Kruscev non menziona il fatto che Shcerbakov aveva contribuito a smascherare A.V. Snegov come elemeno della congiura nel 1937. Kruscev divenne in seguito molto amico di Snegov, lo fece liberare da un campo di lavoro, gli conferì un importante incarico, si consultò con lui e lo citò nel rapporto segreto. Secondo Alexei Adjubei, genero di Kruscev, Snegov era diventato amico e confidente di Kruscev.[22]

Come spiegare tanta solerzia per Snegov da parte di Kruscev da intercedere personalmente nel 1954 per farlo liberare da un campo e poi promuoverlo e favorirlo a tal punto? Un’ipotesi verosimile è che Kruscev fosse suo amico già da lunga data, prima che egli fosse arrestato. Forse Kruscev aveva fatto in modo che Snegov scampasse dall’esecuzione, anche se le prove contro di lui sembra fossero consistenti ed egli era di “Prima Categoria”.

Dato che Kruscev e Snegov devono essere stati molto vicini, che quest’ultimo fu riconosciuto colpevole di partecipazione a un complotto e che Kruscev si assunse l’onere di “salvare” e favorire Snegov – che non ebbe mai posizioni di rilievo nel Partito e non esercitò mai un grosso potere – non è logico supporre che Snegov sapesse qualcosa su Kruscev? Naturalmente Kruscev avrebbe potuto far sì che fosse giustiziato, non c’è dubbio. Ma se erano vecchi amici il comportamento di Kruscev e l’onore riservato a Snegov avrebbero un senso.

Gli studiosi contemporanei hanno stabilito che Kruscev si affrettò a occultare le prove del suo ruolo nelle repressioni di massa. Negli anni di Stalin molti dirigenti di Partito e dell’NKVD furono processati e anche giustiziati per abusi di questo tipo. Kruscev perciò deve aver vissuto per molti anni nella paura che il suo ruolo nelle repressioni di massa ingiustificate venisse riconosciuto e questa paura deve essere stata anche maggiore se, come sospettiamo, egli era coinvolto in qualche tipo di complotto di Destra e Trotskista solo che era riuscito a non farsi scoprire.

Shcerbakov non solo era in grado di conoscere più di chiunque altro il ruolo di Kruscev nelle repressioni di massa[23], ma era anche abbastanza influente per farsi ascoltare da Stalin e dal Politburo. Nel maggio 1941 Shcerbakov divenne uno dei segretari del Comitato Centrale, una posizione più importante di quella dello stesso Kruscev.

Shcerbakov morì nel maggio 1945 all’età di 44 anni. Il 10 dicembre 1944 era stato colpito da un attacco di cuore e da allora era rimasto a casa in convalescenza. Il 9 maggio 1945 i dottori gli avevano dato il permesso di alzarsi dal letto per andare a Mosca per festeggiare la vittoria duramente conquistata contro la Germania nazista, ma questo gli causò un ultimo attacco che il 10 maggio gli fu fatale.

Perchè i dottori che lo avevano in cura consentirono a un uomo in quelle condizioni di alzarsi, quando il trattamento di base è riposo totale a letto?[24] Uno dei dottori di Shcerbakov, Etinger, di fronte a M.T. Likhacev che lo interrogava confessò “di aver fatto tutto il possibile per abbreviare la vita di Shcerbakov” perchè lo riteneva un antisemita.[25] Interrogato poi da Abakumov, Ministro della Sicurezza dello Stato (a capo dell’MGB), Etinger ritrattò la confessione, ma poi la confermò nuovamente e non molto tempo dopo morì in prigione.

Questo episodio faceva parte di quella che sarebbe diventata la “Congiura dei medici”, un affare assai torbido parte del quale fu certamente una montatura. La confessione di Etinger potrebbe essergli stata estorta e può darsi che egli fosse innocente e non avesse causato la morte di Shcerbakov per maltrattamenti. Tuttavia anche i medici della “Congiura” che nel 1948 avevano in cura Andrei Zhdanov ammisero di averlo maltrattato in modo da causarne la morte. Avevano consentito che il paziente si alzasse dal letto e andasse in giro, non solo, ma avevano chiamato un cardiologo per fargli l’elettrocardiogramma, ma quando il cardiologo riferì che il paziente aveva avuto un attacco di cuore le dissero che si stava sbagliando e si rifiutarono di darle ascolto e anche di consentire che trascrivesse il suo referto nella cartella clinica. Che “errore”! In effetti il loro comportamento ha tutti i crismi di un “complotto”, anche se non è affatto chiaro se avesse lo scopo di assassinare certi dirigenti del Partito, secondo l’accusa formulata in seguito, o fosse semplicemente un modo per “coprirsi” l’un l’altro.

C’era anche un precedente dello stesso tipo. Al processo di Mosca a Bukharin del marzo 1938, Rykov e altri due medici, Pletnev e Levin, avevano confessato un complotto per causare la morte dello scrittore Maxim Gorkii, di Valerian V. Kuibyscev, membro del Politburo, e di Vyaceslav Menzhinsky, capo della OGPU, il cui vice era Iagoda che voleva liberarsene il più presto possibile. Noi abbiamo ora conferma di queste accuse dagli interrogatori pre-processuali, precedentemente non pubblicati, di Iagoda e da vari “confronti diretti” o ochnye stavki tra Iagoda e i dottori Levin e Pletnev, nonchè tra Kriuchkov e Levin.

Abbiamo ora anche due interrogatori preliminari di Avel’ Enukidze, che confermano l’insieme delle confessioni di Iagoda. Il dottor Levin ammette anche il contatto diretto con Enukidze. Ho studiato personalmente la “riabilitazione” del dottor Pletnev e la pretesa “ricerca” su questa basata. La conclusione a cui sono giunto è che anche la “riabilitazione” di Pletnev è un falso. Pletnev ammise la sua colpevolezza e non ritrattò mai.[26]

Ne giugno del 1957 fu “riabilitato” Akbal Ikramov, uno degli imputati del “Processo Bukharin”. Per sostenere che Ikramov era stato falsamente accusato l’unico elemento citato fu che i suoi accusatori, compreso Bukharin, avevano accusato anche altri, che nel frattempo erano già stati dichiarati “riabilitati”[27]. Non si afferma mai che Ikramov, che al processo confessò, o uno qualunque dei suoi accusatori, avrebbero agito sotto costrizione.

Entro il dicembre 1957 parecchi altri imputati erano stati “riabilitati” in questo modo. I rimanenti non furono “riabilitati” fino al 1988, sotto Gorbacev, ma questa era solo una formalità. A un convegno nazionale di storici che si tenne nel 1962 fu chiesto a Pospelov che cosa si dovesse dire sugli imputati nelle scuole. La sua risposta fu che “naturalmente nè Bukharin nè Rykov erano spie o terroristi”.[28] Lo stesso Pospelov però, agli storici del pubblico che facevano domande, rifiutò qualsiasi accesso alle testimonianze documentali che avevano richiesto!

Bukharin aveva confessato di essere un terrorista, ma quanto allo spionaggio aveva detto di non averlo fatto in prima persona ma soltanto per il tramite di altri congiurati, mentre Rykov aveva rifiutato di ammettere di essere una spia ma aveva confermato di aver cercato di rovesciare il governo. Pospelov perciò nel 1962 non fa altro che rendere esplicito quello che in precedenza Kruscev aveva solo dato per sottointeso, l’affermazione cioè – falsa come siamo adesso in grado di provare – che i processi di Mosca erano una montatura basata su testimonianze false. Nel “Rapporto Segreto” Kruscev dichiarò che la “Congiura dei medici” era una montatura, ma al riguardo mentì su tutta la linea. Disse che era stata orchestrata da Beria, mentre in realtà fu proprio l’inchiesta di Beria a scoprire che si trattava di una montatura. Accusò poi il dottor Timashuk di essere all’origine della vicenda, ma Timashuk non c’entrava per niente. Tutta la documentazione di prima mano in nostro possesso conferma questi fatti.

In ogni caso la morte di Shcerbakov non poteva essere notizia migliore per Kruscev. Tra tutte le rivelazioni che Kruscev affermò di aver fatto sugli anni di Stalin il cumulo di falsità si è dimostrato tale che sarebbe poco prudente “credergli” sulla parola in questo caso. Alla luce degli elementi che adesso possediamo riguardo le “congiure dei medici” di cui si parlò nel processo di Mosca del 1938, sarebbe sbagliato escludere a priori la possibilità che perlomeno alcune delle “congiure” del dopoguerra abbiano avuto qualche base nella realtà.

Per finire c’è il mistero, riconosciuto già da molto tempo, delle ragioni per cui a Stalin gravemente colpito non furono prestate cure mediche fino a un giorno o più dopo che si era saputo che aveva avuto un ictus. Quali che siano i dettagli di questo affare, Kruscev vi ebbe certo un ruolo.

Le conseguenze da trarre: l’influenza sulla società sovietica

A parte le motivazioni personali di Kruscev, di grande interesse e importanza sono le conseguenze che si possono trarre dal Rapporto per la società e la politica sovietica.

Il fatto che il “Rapporto Segreto” non è falso solo in particolari passaggi ma è intessuto di menzogne dalla prima riga all’ultima esige una correzione radicale del nostro quadro di riferimento storico e politico.

Il fatto che la commissione di studio e “riabilitazione” che fornì a Kruscev le informazioni che egli utilizzò nel Rapporto – la Commissione Pospelov – non fece una indagine onesta ha conseguenze anche per tutte le altre commissioni di indagine storica, nessuna esclusa, create sotto Kruscev e che a lui rispondevano.

Sotto Kruscev vennero create per esempio molte commissioni di “riabilitazione” per “studiare” i casi di individui, quasi sempre comunisti, che erano stati condannati e giustiziati o detenuti nel GULAG per molti anni. In quasi tutti i casi a nostra conoscenza queste commissioni discolparono gli imputati e li dichiararono “riabilitati” – innocenti a tutti i fini pratici. E i “riabilitati” venivano definiti “vittime della repressione staliniana”. Tuttavia sono assai pochi i casi in cui fu presentata una qualche circostanza che suffragasse l’innocenza della persona “riabilitata”. Al contrario, in alcuni casi ci sono buone ragioni per ritenere che le persone “riabilitate” non fossero affatto innocenti.

Per esempio, nel Plenum del Comitato Centrale del giugno 1957 in cui Kruscev e i suoi alleati espulsero gli “stalinisti” Malenkov, Molotov e Kaganovic per aver cospirato per destituire Kruscev dalla carica di Primo Segretario, il Maresciallo Zhukov diede lettura di una lettera manipolata del Komandarm (generale) Iona Iakir. Iakir era stato processato e giustiziato nel giugno 1937 insieme al Maresciallo Tukhacevskii per aver cospirato con tedeschi e oppositori interni all’URSS in vista di un colpo di stato.

Il Maresciallo Zhukov citò la lettera in questi termini:
Il 29 giugno, alla vigilia della sua morte, [Iakir, NdA] scrisse una lettera a Stalin in cui dice “Caro, fraterno compagno Stalin! Ho l’ardire di rivolgermi a te in questo modo perchè ho detto tutto e penso di essere quel degno militante, devoto al Partito, allo stato e al popolo che sono stato per molti anni. Tutta la mia vita cosciente è trascorsa nel lavoro disinteressato e onesto agli occhi del Partito e dei suoi dirigenti. Muoio con parole di amore per te, il Partito, il paese, con fervida fede nella vittoria del comunismo”.
Sulla lettera di Iakir si trovano le seguenti indicazioni:
“Per il mio archivio. St. Una canaglia e una puttana. Stalin.
Descrizione assolutamente calzante. Molotov. Per un mascalzone, porco e b*** c’è una sola punizione: la pena di morte. Kaganovic.[29]
Il testo era stato manipolato omettendo la parte della lettera di Iakir in cui egli conferma la sua colpevolezza e se ne pente. Ecco il testo tratto dal “Rapporto Shvernik” sul caso Tukhacevskii consegnato a Kruscev nel 1964, poco prima che fosse estromesso, ma non pubblicato fino al 1994. Le parole omesse nella lettura fatta da Zhukov nel 1957 sono riportate in grassetto:
“Caro, fraterno compagno Stalin! Ho l’ardire di rivolgermi a te in questo modo perchè ho detto tutto e penso di essere nuovamente quel degno militante, devoto al Partito, allo stato e al popolo che sono stato per molti anni. Tutta la mia vita cosciente è trascorsa nel lavoro disinteressato e onesto agli occhi del Partito e dei suoi dirigenti – poi sono caduto in un incubo, nell’irreparabile orrore del tradimento… L’inchiesta è terminata. Mi è stata mossa l’imputazione di tradimento dello stato, ho ammesso la mia colpevolezza, mi sono pentito completamente. Ho fede illimitata nella giustizia e nella correttezza della decisione del tribunale e del governo. Adesso le mie parole sono oneste. Muoio con parole di amore per te, il Partito, il paese, con fervida fede nella vittoria del comunismo”.

Sulla lettera di Iakir si trovano le seguenti indicazioni:
“Per il mio archivio. St.” “Una canaglia e puttana. I. St[alin]”.
“Descrizione assolutamente calzante. K. Voroshilov”. “Molotov”. “Per un mascalzone, porco e bastardo c’è una sola punizione: la pena di morte. Kaganovic”.[30]
A parte gli errori relativamente ininfluenti nell’intervento di Zhukov – la lettera di Iakir fu scritta il 9, non il 29 giugno 1937 – ci sono manipolazioni importanti. Nella lettera Iakir conferma ripetutamente la sua colpevolezza. Sul testo, al pari di Stalin, Molotov e Kaganovic, fece le sue annotazioni anche Voroshilov, particolare omesso da Zhukov. Nel 1957 Voroshilov si era distanziato dal complotto per destituire Kruscev. Quest’ultimo, pur criticandolo aspramente, gli risparmiò la punizione inflitta agli altri. Lo stesso testo manipolato della lettera fu letto nel novembre 1961 da Alexander Scelepin al XXII Congresso del Partito.[31]

Nel 1957 nessuno degli accusati – Malenkov, Molotov e Kaganovic – protestò per la manipolazione della lettera di Iakir da parte di Zhukov. Dobbiamo ritenere perciò che essi, pur essendo membri del Presidium, non potessero accedere al testo. E’ possibile che lo stesso Zhukov non sapesse di leggere un documento manipolato. Ma i “ricercatori” di Kruscev lo dovevano ben sapere – il testo lo avevano procurato loro! Non avrebbero mai osato manipolarlo all’insaputa di Kruscev. Anche Kruscev perciò ne era a conoscenza.[32]

(C’è poi da notare che anche nella versione della lettera di Iakir pubblicata nel 1997 c’è un omissis – i tre puntini, una troetochie in russo – dopo la parola “tradimento”. C’è qualcosa che ancora manca dalla lettera di Iakir, il cui testo autentico e completo ci viene perciò ancora negato dal governo russo).

Dunque nessuna delle decisioni di “riabilitazione” con cui moltissimi comunisti che erano stati repressi furono dichiarati innocenti può essere presa per buona senza verifica. Ma la stessa cosa vale per altri documenti creati per essere utilizzati da Kruscev.

Tra questi c’è l’insieme di documenti conosciuti come relazioni del “Colonnello Pavlov”. Un recente studio di Oleg Khlevniuk li definisce “la principale fonte di informazione sull’ampiezza della repressione”.[33] Le relazioni costituiscono le fonti principali per una stima del numero di persone “represse” negli anni ’30.[34] Dato però che furono preparate per Kruscev, non possiamo dare per scontato che fossero fatte onestamente. Forse era nell’interesse di Kruscev esagerare, o viceversa minimizzare, il numero dei condannati a morte? O forse Pavlov, come Pospelov, pensava di dover fare l’una cosa o l’altra? Data la natura fraudolenta di altri studi condotti per Kruscev, non possiamo più prendere semplicemente per buone le relazioni del “Colonnello Pavlov”.

Per quanto riguarda gli studi accademici, quasi tutte le ricerche sugli anni di Stalin pubblicate nell’ultimo mezzo secolo si basano essenzialmente su pubblicazioni sovietiche dell’epoca di Kruscev.[35] Questo vale anche per molte o la maggior parte delle fonti non dell’emigrazione citate nelle numerose opere di Robert Conquest, come The Great Terror, per la famosa biografia di Bukharin di Stephen Cohen[36] e per molte altre opere. Cohen trae la documentazione per l’ultimo capitolo sugli anni ’30 da fonti dell’epoca di Kruscev e dal Rapporto stesso, col risultato che quasi tutti i fatti citati nel capitolo si sono rivelati falsi. Le opere di questo tipo non possono essere prese per buone a meno che, e solo nella misura in cui, le affermazioni ivi contenute non possano essere verificate in maniera indipendente.

Ciò vale anche per le pretese “fonti primarie” di documentazione. Kruscev e altri hanno citato in modo disonesto molte di queste fonti. A meno che gli studiosi non possano vedere gli originali – e i testi completi – non è lecito ritenere senz’altro che Kruscev o un qualsiasi libro, articolo o discorso dell’era di Kruscev li citi onestamente.[37]

Conseguenze politiche da trarre

Il “Rapporto Segreto” precipitò il movimento comunista internazionale in una grave crisi. La giustificazione addotta fu però che il danno arrecato era necessario, profilattico. Una brutta pagina del passato, quasi totalmente ignota ai comunisti in tutto il mondo e anche nell’URSS stessa, doveva essere portata alla luce; un cancro potenzialmente mortale nel corpo del comunismo internazionale doveva essere reciso senza pietà in modo che il movimento potesse correggersi e avanzare nuovamente verso i suoi fini ultimi.

Negli anni che seguirono divenne via via più manifesto che l’URSS non stava andando verso una società senza classi, ma semmai nella direzione opposta. Ciononostante, coloro che rimasero legati al movimento a direzione sovietica, lo fecero perchè rimanevano attaccati all’ideale originario. Milioni e milioni in tutto il mondo speravano e credevano che un movimento che poteva permettersi di soffrire perdite così ingenti, di ammettere che crimini di tal fatta fossero stati commessi in suo nome, di rivelarli senza esitazione – come Kruscev sosteneva di aver fatto – , avrebbe avuto l’onestà e la forza di correggersi e di procedere, quali che fossero i tortuosi percorsi politici necessari, verso un futuro comunista. Un discorso di questo tipo non è più sostenibile.

Kruscev non stava cercando di “raddrizzare il vascello del comunismo”. Uno scempio totale della verità quale si trova nel “Rapporto Segreto” è incompatibile col marxismo o con motivazioni ideali di qualsiasi tipo. Non c’è niente di positivo, democratico o liberatorio che si possa costruire sulla base di menzogne. Kruscev non stava rivitalizzando un movimento comunista e un Partito bolscevico che avevano deviato dal loro percorso autentico a causa di gravi errori, ma lo stava distruggendo.

Kruscev stesso si “rivela” essere non un comunista onesto, ma un dirigente politico che cerca vantaggi personali nascondendosi dietro una maschera ufficiale di idealismo e probità, un tipo d’uomo che non è difficile trovare nei paesi capitalisti. Considerando l’assassinio di Beria e gli uomini giustiziati nel 1953 come “banda di Beria”, egli appare in una luce anche peggiore – un criminale politico. Kruscev fu veramente colpevole del tipo di crimini di cui nel “Rapporto Segreto” accusava deliberatamente e falsamente Stalin.

La natura fraudolenta del Rapporto di Kruscev ci costringe a rivedere il giudizio su quegli “stalinisti” che nel 1957 avevano cercato, senza riuscirvi, di destituire Kruscev dagli incarichi dirigenziali ed erano stati estromessi e infine espulsi dal Partito. Con tutti i loro difetti e fallimenti, le interviste agli anziani Molotov e Kaganovic (riportate da Felix Chuev) rivelano uomini devoti fino alla fine a Lenin, a Stalin e all’ideale del comunismo e spesso capaci di commenti incisivi sugli sviluppi in senso capitalistico negli ultimi anni dell’URSS. Molotov predisse il rovesciamento del socialismo da parte di forze interne al Partito anche quando, ottantenne e novantenne, cercò di essere reintegrato.

Tuttavia la loro accettazione delle linee fondamentali dell’attacco di Kruscev a Stalin fa pensare che anch’essi nutrisssero dubbi su alcune delle politiche seguite al tempo di Stalin. In una qualche misura condividevano le idee politiche di Kruscev. Inoltre non avevano informazioni dettagliate sulle repressioni degli anni ’30 e successive ed erano totalmente impreparati a confutare qualsiasi cosa Kruscev e i suoi sostenitori dicessero in proposito – finchè non fu troppo tardi.

La sola misura positiva presa dalla dirigenza sovietica post staliniana fu forse la critica e la parziale eliminazione del disgustoso “culto della personalità” che essi stessi avevano costruito intorno alla figura di Stalin. Anche su questo punto Kruscev non merita però credito alcuno. Egli si era opposto ai tentativi assai anteriori di Malenkov – a pochi giorni dalla morte di Stalin – di criticare il “culto”. E Malenkov aveva avuto l’onestà di biasimare non Stalin, ma quelli che gli stavano intorno, se stesso compreso, per essere stati troppo deboli per fermare il “culto”, a cui alla fine Stalin si era abituato, ma che non aveva mai approvato e considerava con disappunto.

Kruscev da parte sua non perse tempo nel tentativo di costruire attorno alla propra persona un “culto” anche maggiore di quello che circondava Stalin. Per questo egli fu criticato nel 1956 e 1957 anche dai suoi sostenitori e l’autoincensamento e l’arroganza furono le principali accuse che gli vennero mosse dal Presidium che nell’ottobre 1964 lo destituì.[38]

La natura fraudolenta del Rapporto di Kruscev ci obbliga a ripensare gli anni di Stalin e Stalin stesso. Spogliata sia dell’adorazione cultuale che lo circondava, sia delle calunnie di Kruscev, la figura di Stalin e la forma delle politiche che egli cercò di mettere in pratica ritornano ad essere il tema centrale, il punto interrogativo più importante nella storia sovietica e dell’Internazionale. I successi e gli insuccessi di Stalin non devono solo essere riesaminati, devono ancora essere scoperti e riconosciuti.

Trotsky

Per lo stesso motivo si impone anche la riconsiderazione di Trotsky e del trotskismo. Nell’essenziale la denuncia di Stalin fatta da Kruscev nel “Rapporto Segreto” riecheggia la demonizzazione di Stalin da parte di Trotski. Ma nel 1956 il trotskismo era una forza marginale e il suo leader assassinato veniva generalmente liquidato come un megalomane fallito.

Il discorso di Kruscev infuse nuova vita alla caricatura ormai moribonda che Trotsky aveva fatto di Stalin. Comunisti e anticomunisti insieme presero a considerare Trotsky come un “profeta”. Non aveva forse detto cose assai simili a quelle che Kruscev aveva appena “rivelato” essere vere? Le opere di Trotsky, che pochi avevano letto, vennero rispolverate. La sua reputazione e quella dei suoi seguaci crebbe a dismisura. Che il “Rapporto Segreto” costituisse una “riabilitazione” implicita di Trotsky fu subito chiaro alla vedova, Sedova, che all’indomani del Rapporto depositò al Presidium del XX Congresso la domanda di piena riabilitazione del marito e del figlio.[39] Adesso però il ritratto assai partigiano che Trotsky fece di Stalin e della società e politica sovietica dei suoi giorni, non essendo più “confermato” dalla testimonianza di Kruscev, deve essere riconsiderato con occhio critico.

Punti deboli irrisolti del sistema sovietico di socialismo

E’ facile e certamente giustificato criticare Kruscev. Egli decise di minare il PCUS e il movimento comunista internazionale mentendo deliberatamente su Stalin e la storia sovietica. Quali che siano le conclusioni a cui possiamo arrivare sulle condizioni storiche che hanno prodotto Kruscev e la sua stagione, nessuno può assolverlo dalla responsabilità per le sue azioni.

Ma Kruscev non avrebbe potuto essere promosso al Politburo/Presidium se il suo concetto di socialismo fosse stato troppo diverso da quello condiviso da molti altri dirigenti del Partito. L’ascesa di Kruscev si spiega indubbiamente in parte per la sua straordinaria energia e iniziativa, qualità che non sembrano brillare negli altri membri del Presidium, ma non avrebbe potuto trionfare se Stalin e l’elite del Partito lo avesse considerato un elemento di destra o un cattivo comunista. Il concetto di quello che nel Partito bolscevico si intendeva per “socialismo” si era evoluto a partire dagli anni della rivoluzione.

Malenkov, Molotov e Kaganovic, le figure di maggior spicco associate per decenni a Stalin, si rassegnarono, benchè a malincuore, al “Rapporto Segreto” di Kruscev. E’ chiaro che non avevano accesso ai documenti preparati per Kruscev dai suoi alleati. Le loro osservazioni dell’epoca e anche posteriori dimostrano che non sospettavano che quello che Kruscev diceva fosse falso. Inoltre accettavano le conseguenze politiche del Rapporto.

Se Malenkov fosse riuscito a contrastare Kruscev e avesse mantenuto la direzione derl PCUS, il “Rapporto Segreto” non avrebbe mai visto la luce e la storia del movimento comunista, e quindi buona parte della storia mondiale, avrebbe potuto avere sviluppi assai diversi. Analogamente, molti hanno pensato che l’Unione Sovietica potrebbe ancora esistere se Iuri Andropov fosse rimasto in vita come suo massimo dirigente per un arco di tempo normale e Gorbacev non avesse mai assunto la carica. Ma “il ruolo dell’individuo nella storia” non consente scelte illimitate neanche ai dirigenti più forti. L’URSS di Andropov non era meno in crisi di quella di Gorbacev o di quanto lo fosse l’URSS nel 1953.

Kruscev riuscì a prendere il potere, lanciò la bomba del “Rapporto Segreto” con tutte le sue manipolazioni e poi ne fece un punto fermo, riuscendo a prevalere sull’elite e sulla maggioranza della popolazione sovietica e – seppur non senza enormi perdite – sulla maggior parte dei comunisti nel mondo. Questi fatti esigono una spiegazione. E le radici di quest’esito vanno ricercate nel periodo antecedente della storia sovietica, quello della direzione di Stalin, e ancor prima di Lenin, e nelle condizioni che avevano condotto alla rivoluzione russa e alla vittoria dei bolscevichi. Ci sono radici storiche e ideologiche del Rapporto di Kruscev che vanno rintracciate nella storia sovietica. Stalin si sforzò tenacemente di applicare le analisi di Lenin alle condizioni che trovò in Russia e nel movimento comunista internazionale. Lenin a sua volta aveva cercato di applicare le intuizioni di Marx ed Engels. Lenin aveva cercato di trovare risposte per i problemi acuti della costruzione del socialismo in Russia nelle opere dei fondatori del comunismo moderno.

Stalin, che da parte sua non rivendicò mai di aver introdotto innovazioni, cercò di seguire gli insegnamenti di Lenin più rigorosamente possibile. Nel frattempo Trotsky e Bucharin, come anche altri oppositori, trovavano anch’essi nelle opere di Lenin argomenti per le politiche che proponevano. E Kruscev, come i suoi epigoni fino a Gorbacev compreso, citavano le opere di Lenin per giustificare e dare una copertura leninista o “di sinistra” a qualsiasi politica avessero scelto.

Qualcosa perciò nelle opere di Lenin e in quelle dei suoi grandi maestri, Marx ed Engels, ha facilitato gli errori compiuti onestamente dal suo onesto successore Stalin e utilizzati dal suo disonesto successore Kruscev per coprire il proprio tradimento.

Ma questa è materia di ulteriore ricerca e per un altro libro.
Gennaio 2005 – febbraio 2007. Rivisto nel dicembre 2010.

NOTE

[1] “Neveroiatno levatskii zagib.” Mikoian, Tak Bylo, cap. 46: “Alla vigilia e nel corso del XIX Congresso del Partito: gli ultimi giorni di Stalin”

[2] IU. N. Zhukov, “Krutoi povorot… nazad” (“Una decisa svolta… all’indietro”), XX S”ezd. Materialy konferentsii k 40-letiiu XX s”ezda KPSS. Gorbachev-Fond, 22 fevralia 1996 goda. Mosca: Aprile-85,1996, pp. 31-39; citazione a p. 39. Questa fu la sola relazione a cui Gorbacev stesso replicò personalmente in deciso disaccordo. Vedi anche http://www.gorby.ru/activity/conference/show_553/view_24755/

[3] Ho delineato più dettagliatamente questa ipotesi in “Stalin and the Struggle for Democratic Reform” (Stalin e la lotta per la riforma democratica), Cultural Logic 2005. Vedi http://clogic.eserver.org/2005/2005.html

[4] In effetti si può dire che il “disgelo post-staliniano” ebbe inizio già con Stalin vivente, perlomeno in campo culturale. Quest’idea è stata sviluppata ultimamente dallo storico Vadim Kozhinov, nel capitolo 8 di Rossiia: Vek XX (1939-1964). (Mosca: EKSMO / Algoritm, 2005), “Sul cosiddetto ‘disgelo” ‘, pp. 309-344.

[5] Prima del 1952 il nome del partito era Partito Comunista di Tutta l’Unione (bolscevico).

[6] Ho riassunto brevemente e discusso la teoria di Zhukov, citando tutti i suoi libri e articoli al riguardo, nel saggio in due parti “Stalin and the Struggle for Democratic Reform” (Stalin e la lotta per la riforma democratica), in Cultural Logic per il 2005. Vedi http://clogic.eserver.org/2005/2005.html

[7] Khrushchev, N.S., Vremia, Liudi, Vlast’. Vospominania. (“Tempi, persone, potere: le memorie”). (Mosca, 1999), libro 2°, parte 3ª, p. 192. Anastas Mikoian, Tak Bylo (“Ecco come è stato”). Moscow: Vagrius, 1999. C 49, “Khrushchev u Vlasti” (Kruscev al potere), versione stampata p. 611.

[8] Grover Furr e Vladimir L. Bobrov, “Nikolai Bukharin’s First Statement of Confession in the Lubianka” (La prima confessione di Nikolai Bukharin alla Lubianka). Cultural Logic 2007. Vedi http://clogic.eserver.org/2007/Furr_Bobrov.pdf L’articolo fu pubblicato dapprima dalla rivista storica russa Klio 1 (36), 2005, 38-52. Ho messo in rete la versione russa all’indirizzo http://chss.montclair.edu/english/furr/research/furrnbobrov_bukharin_klio07.pdf

[9] “Reabilitatsionnoe moshenichestvo”, in Grover Furr e Vladimir Bobrov, 1937. Pravosudie Stalina. Obzhalovaniiu ne podlezhit! (Mosca: Lksmo, 2010). Glava 2, 64-84.

[10] Lubianka 3, p. 47

[11] Vedi l’interrogatorio-confessione di Ezhov del 4 agosto 1939 in Nikita Petrov, Mark Jansen. “Stalinskii pitomets” – Nikolai Ezhov. Mosca: ROSSPEN, 2008, pp. 367-379. Traduzione inglese all’indirizzo http://chss.montclair.edu/english/furr/research/ezhov080439eng.html

[12] La lettera di Bukharin a Stalin del 10 dicembre 1937 fu pubblicata contemporaneamente da due delle più importanti riviste storiche russe . Per il passo a cui mi riferisco vedi “Poslednoe pis’mo,” Rodina 2, 1993, p. 52 col. 2; ‘”Prosti menia, Koba…’ Neizvestnoe pis’mo N. Bukharina,” Istochnik 0, 1993, p. 23 col. 2. E’ tradotta in Getty & Naumov, Road to Terror (Verso il terrore), pp. 556 ss; passo citato a p. 557.

[13] Per un esempio vedi Grigory Tokaev, Comrade X (Il compagno X). Londra: Harvill Press, 1956.

[14] IU. N. Zhukov, “Zhupel Stalina… Chast’ 3”. Komsomol’skaia Pravda 12 novembre 2002; Nikita Petrov, Pervyi predsedatel’ KGB Ivan Serov. Mosca: Materik, 2005, pp. 157-162; Mark IUnge e R. Binner, Kak terror stal “Bal’shim”. Sekretnyi prikaz No. 00447 i tekhnologiia eto ispolneniia. Mosca: AIRO-XX, 2003, p. 16. Per comodità ho ripetuto questi riferimenti al n. 28 a proposito del “Telegramma sulla tortura”. (Si tratta della falsità n. 28, su un totale di 61 esaminate da Grover Furr nel libro, pp. 76-80 dell’edizione inglese, NdT).

[15] A.N. Ponomarev. Aleksandr Shcherbakov. Stranitsy biografii. M: Izd. Glavarkhiva Moskvy, 2004, p. 49

[16] Ponomarev fornisce esempi specifici di appelli contro le decisioni della “troika” NKDV ricevuti nell’aprile 1939. Su un totale di 690 i giudici nell’aprile 1939 ne esaminarono 130 e tutti, salvo 14, furono reintegrati (circa il 90%).

[17] Ponomarev, pp. 51-2. Negli anni seguenti tuttavia a Popov non fu risparmiata l’ira di Kruscev e nelle sue memorie ne parlò in termini fortemente negativi. Vedi Taranov, “Partiinii gubernator Moskvy Georgii Popov”. Mosca: Izd. Glavarkhiva Moskvy, 2004.

[18] Khrushchev, N.S. Vremia. Liudy. Vlast’. Kn. 2. Chast’ III, p. 41.

[19] Ponomarev, pp. 204-5. L’accusa è poco credibile anche per altri motivi. Durante la guerra Shcherbakov era membro candidato del Politburo, fungeva da vice di Stalin nel Comitato di Difesa, era Commissario politico dell’Armata Rossa e responsabile di tutti gli organismi di propaganda di guerra. Come tale lavorava ore e ore sotto gli occhi di Stalin. Che le sue facoltà fossero offuscate dall’alcol non sarebbe stato tollerato.

[20] Sono le parole che Kruscev usa riguardo a Shcherbakov, op.cit. p. 39.

[21] Ponomarev, p. 207 n. 32, citando Mikoian, Tak Bylo. Ho verificato le citazioni dalla versione digitale delle memorie di Mikoian.

[22] Shcerbakov discute le confessioni che accusano Snegov in una lettera a Zhdanov del 18 giugno 1937. Vedi No. 206, p. 363 in Sovetskoe Rukovodstvo. Perepiska. 1928-1941. Mosca: ROSSPEN, 1999. Adzhubei, Krushenie Illiuzii (Mosca: Interbuk, 1991), pp. 162-167. Dopo l’estromissione di Kruscev, Snegov fu sottoposto dal Partito a procedimento disciplinare per diffusione di idee trotskiste. Vedi RKEB 2, sezione 6, No. 23, pp. 521-525.

[23] In qualità di Primo Segretario in Ucraina Kruscev aveva compiuto repressioni di massa tanto in Ucraina che a Mosca, ma in Ucraina era rimasto per 12 anni, fino al 1949. Aveva avuto tutto il tempo di coprire le tracce del suo passaggio e di lasciare il Partito in Ucraina in mani sicure.

[24]Ponomarev, p. 275 e p. 277 n. 20, afferma che i dottori “non fecero obiezioni” a che Shcherbakov intraprendesse il viaggio che lo uccise. Egli si pone dunque il problema della decisione dei medici e riconosce che fu incompetente se non criminale, ma poi lascia cadere l’argomento.

[25] IA.IA. Edinger, Eto nevozmozhno zabyt’. Vospominaniia. Mosca: Ves’ Mir, 2001, p. 87. Vedi http://www.sakharov-center.ru/asfcd/auth/auth_pages.xtmpl?Key=10153&page=78&print=yes, la lettera di Riumin a Stalin del 2 luglio 1951, che è la fonte prima da cui sono tratti questi particolari. La lettera è stampata in traduzione in Jonathan Brent e Vladimir P. Naumov, Stalin’s Last Crime: The Plot Against the Jewish Doctors, 1948-1953. (L’ultimo crimine di Stalin: il complotto contro i medici ebrei, 1948-1953). NY: Harper Collins, 2003, pp. 115-118. Il libro in sè non è assolutamente degno di fede, ma i documenti potrebbero senz’altro essere autentici dato che vengono da Naumov, che in quanto eminente archivista avrebbe certamente potuto esaminarli, anche se non ha mai messo a disposizione gli originali russi. Ponomarev esamina le accuse di antisemitismo mosse a Shcherbakov e conclude che sono tutte false; vedi pp. 212-3; 218 ss.; 227-8.

[26] I documenti sull’interrogatorio e i confronti diretti di Iagoda si trovano in Genrikh Iagoda. Narkom vnutrennikhdel SSSR, General ‘niy komissar gosudarstvennoi bezopasnosti. Sbornik dokumentov. Kazan’, 1997, pp. 218-223. Lì è pubblicata anche la prima delle due trascrizioni degli interrogatori di Enukidze, quella del 30 maggio 1937 (pp. 508-517). In essa l’inquirente del NKVD fa riferimento a un precedente interrogatorio di Enukidze del 27 aprile 1937 che adesso è stato pubblicato in Lubianka 2 No. 60, pp. 144-156. Quest’ultima pubblicazione, a cura della fondazione Iakovlev, ha carattere semi-ufficiale e conferma perciò l’autenticità della prima pubblicazione. Sui contatti tra Levin ed Enukidze vedi ibid. p. 222.

[27] RKEB 2, p. 135.

[28] Vsesoiuznoe soveshchanie o merakh uluchsheniia podgotovki nauchno-pedagogicheskikh kadrov po istoricheskim naukam, 18-21 dekabria 1962 g. Mosca: Nauka, 1964, p. 298. IUri Fel’shtinskii, noto studioso trotskista russo, afferma che Pospelov avrebbe risposto che “quella era la sintesi dei risultati ufficiali delle ricerche segrete condotte dagli organi competenti del CC del PCUS”. Vedi IU. G. Fel’shtinskii, Razgovory s Bukharinym. Kommentarii k vospominaniem A.M. Larinoi (Bukharinoi ‘Nezabyvaemoe’ s prelozheniami. Mosca: Izd. Gumanitarnoi literatury, 1993, p. 92. Non c’è motivo di credere che ciò sia vero, dato che il contesto in cui Pospelov parla è dato dalle parole seguenti: “Posso affermare che basta studiare attentamente i documenti del XXII Congresso del Partito per dire che naturalmente nè Bukharin, nè Rykov sono stati spie o terroristi”. Noi sappiamo che al XXII Congresso pure e semplici montature furono fatte passare per dati di fatto (ne è un esempio la fuorviante lettura della lettera di Iona IAkir da parte di Shelepin, che discutiamo più avanti). Non c’è motivo perciò di pensare che Pospelov stesse dicendo il vero.

[29] Molotov, Malenkov, Kaganovic. 1957. Mosca, 1998, p. 39.

[30] RKEB 2 (2003), 688; Voenno-Istoricheskii Arkhiv, Vypusk 1. Mosca, 1997, p. 194. Anche in Voennye Arkhivy Rossi No. 1, 1993, p. 50. Questa fu la prima pubblicazione dello “Shvernik Report.” Ma questa rivista, la cui unica uscita è circondata dal mistero, è di assai difficile reperibilità. Evidentemente non ne uscì nessun altro numero e il primo, che porta la data del 1993, potrebbe non esser stato pubblicato in realtà prima dell’anno seguente.

[31] Al XXII Congresso del Partito nel 1961, nel corso del quale Kruscev e i suoi sostenitori diressero contro Stalin un attacco persino più virulento che nel 1956, Alexander Shelepin ripetè la stessa manipolazione dando lettura ad alta voce della lettera di Iakir con l’omissione delle parti in cui questi confermava la propria colpevolezza (Sokolov, B.V. Mikhail Tukhachevskii. Zhizn’ I Smert’ ‘Krasnogo Marshala’, Smolensk, 1999; anche all’indirizzo: http://militera.lib.ru/bio/sokolov/09.html ; Leskov, Valentin. Stalin i Zagovor Tukhachevskogo. Mosca: Veche, 2003, n. 171 p. 461. La trascrizione del discorso di Shelepin al XXII Congresso del PCUS è pubblicata sulla Pravda del 27 ottobre 1961. La citazione disonesta della lettera di Iakir da parte di Shelepin si trova a p. 10, colonne 3-4. E’ riportata inoltre nei verbali ufficiali: XXII s”ezd Kommunisticheskoi Partii Sovetskogo Soiuza. 17-31 oktiabria 1961 goda. Stenograficheskii otchiot. Mosca: Gos. Izd. Politicheskoi Literatury, 1962, 399-409.

[32] Anche Matthew Lenoe conclude che Kruscev nascose a Molotov ed altri importanti documenti. Vedi The Kirov Murder and Soviet History (L’assassinio di Kirov e la storia sovietica) (New Haven: Yale U.P. 2010) 592. Sto preparando una recensione dettagliata di questo libro estremamente fuorviante.

[33] The History of the Gulag Yale U.P. 2004, p. 287.

[34] Sono anche una delle fonti più importanti per l’ormai famoso articolo di Getty, Rittersporn and Zemskov, “Victims of the Soviet Penal System in the Prewar Years: A First Approach on the Basis of Archival Evidence,” (Vittime del sistema penale sovietico negli anni prebellici: Una prima analisi sulla base dei documenti degli archivi), AHR, ottobre 1993,1017-1049.

[35] Già da tempo gli studenti più attenti hanno messo in dubbio il valore storico di queste opere, tra cui per esempio quella di Roi Medvedev, Let History Judge (Sia la storia a giudicare), in russo K sudu istorii o Arcipelago GULAG di Alexander Solzhenitsyn.

[36] Bukharin and the Bolshevik Revolution (1973).

[37] Un articolo mio e di Vladimir Bobrov dimostra, sulla base di documenti tratti da archivi sovietici in passato segreti, che ogni singola affermazione fatta da Cohen nel capitolo conclusivo della biografia di Bukharin è falsa. Sono tutte basate su fonti del periodo krusceviano con l’aggiunta di qualche voce messa in giro negli ambienti dell’emigrazione. Vedi “V krivoi zerkale «antistalinskoi paradigvy»” in 1937. Pravosudie Stalin. Obzhalovaniiu ne podlezhit’. (Mosca: Eksmo 2010) 195-333. Una versione di questo articolo in inglese è in programma per il numero del 2010 di Cultural Logic che uscirà nel 2011. (NdT: La versione inglese ampliata, di 109 pagine, può essere scaricata dall’indirizzo http://clogic.eserver.org/2010/Furr.pdf).

[38] Il verbale del Plenum dell’ottobre 1964 in cui Kruscev fu estromesso è stato pubblicato in Istoricheskii Arkhiv 1, 1993, pp. 3-19.

[39] Doklad Khrushcheva, p. 610. Ho messo in rete un facsimile della lettera della Sedova all’indirizzo http://chss.montclair.edu/english/furr/research/sedovaltr022856.jp

Traduzione

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LA POLONIA NON ESISTE

La Polonia è di chi se la piglia. Non esiste stato, tra tutti quelli che possano vantare una storia millenaria, che, in rapporto agli anni vissuti, abbia avuto più periodi di sottomissione che periodi in cui i propri sudditi potessero girare per strada senza che qualche barbaro gli intimasse il tipo di mutande portare.

A volte capitava che, nel mentre festeggiassero l’indipendenza e la libertà dall’oppressione di un paese a caso, un altro stesse valicando i loro confini. Non a caso, l’utilizzo migliore che si possa fare dei polacchi, senza arrecargli danno, è quello di considerarli uno stato cuscinetto, una virgola sulla cartina. E, da qui, l’illuminazione: la Polonia non esiste. Un po’ come il Molise (voi avete mai sentito qualche amico uscirsene con “eh, sono stato in vacanza in Molise, che posto magnifico!”. E non a caso mio zio dice ancora “Gli Abruzzi”, perchè quella parola proprio non riusciva a dirla).

La Polonia è uno stato mentale (il Molise è lo stato mentale di chi non ha sogni), è un luogo che tutti possono raggiungere ma che quando raggiungono si pentono di averlo fatto perchè non sanno che farsene. E’ come l’Australia a Risiko, la conquisti con un solo tiro inculato di dadi, non ti serve a nulla, ma ad ogni giro ti porta un paio di armate in più. Per dire, Napoleone che se ne faceva della Polonia? Nulla. Gli serviva un passaggio per andare in Russia, cioè, come le due armate dell’Australia.

La Polonia serve a far sentire grandi chiunque, serve alla propria autostima, come quando stai in un bar circondato da splendide ragazze, ma sai che gli USA non te li farai mai, che la Germania è meglio perderla che trovarla perchè poi sarà una stronza che ti rovinerà la vita e la Francia, beh, che figa la Francia, ma ha la puzza sotto il naso, figurati se sta con un pezzente come te. Poi la vedi lì, la Polonia! Certo, non sarà la più bella del locale, non sarà quella più ambita, ma c’è comunque di peggio. C’è l’Albania. C’è il Molise.

E allora ti butti, perchè sai che comunque, due moine, una battuta facile e porti a casa Danzica. E subito ti senti invincibile – di contro, le polacche, sono tra le donne più fiche del pianeta, proprio per poter avere un senso in termini di esportazione

La Polonia è di chi se la piglia

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E ALLORA LE FOIBE?!

Il 30 Marzo 2004, con la legge bipartisan n.92, è stato istituito il “giorno del ricordo” da celebrare il 10 Febbraio di ogni anno. Essa fu il risultato di due interessi convergenti: quello dei fascisti nella loro ricerca di ripulirsi e riabilitarsi e quello della borghesia nel suo tentativo di equiparazione dei comunisti con i nazi-fascisti, che vede l’Unione imperialista Europea , impegnata da anni nel lavoro puramente “ideologico” di equiparazione e istituzione della categoria “totalitarismi” per mettere fuori legge le organizzazioni operaie-popolari e i partiti comunisti rivoluzionari del continente europeo. Le foibe rappresentano in Italia il principale strumento con il quale i fascisti e la borghesia, attraverso i loro mezzi di comunicazione di massa, portano avanti i loro convergenti interessi ideologici. E’ dovere di ogni rivoluzionario, di ogni sincero progressista e democratico, combattere questa propaganda puramente ideologica, decostruendo il loro “impianto accusatorio” e integrando i fatti nel loro contesto storico.

Nel 2002, il Pres. della Repubblica C.A. Ciampi dichiara in un intervista al quotidiano triestino “Piccolo”, che le foibe furono “una lotta etnica scatenata per cercare di deitalianizzare queste zone, che ha dato luogo a violenze e uccisioni. Una cosa tipo la shoah, volta a eliminare più italiani possibili”. Nel 2006 riafferma il concetto definendo le foibe una pulizia etnica affermando che: “l’odio e la pulizia etnica sono stati l’abominevole corollario dell’Europa tragica del Novecento”. Il 10 Febbraio 2007, il Pres. della Repubblica G.Napolitano dichiara che “(…) un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”. Queste dichiarazioni fanno parte del progetto di “creazione di una coscienza collettiva” dell’intera comunità nazionale nella ricerca dello spirito “patriottardo” dell’ “Italia riconciliata nel nome della democrazia”. Tutto questo ha un solo fine: l’equiparazione del movimento operaio e comunista con il nazi-fascismo, tra il movimento di resistenza partigiana nazionale e internazionale (fortemente composto dalle organizzazioni comuniste) e i regimi nazi-fascisti e coloniali mussoliniano, hitleriano, franchista, nonché di quello croato di Pavelic. L’obiettivo della cancellazione del ‘900, racchiudendolo nel “totalitarismo” e nella “tragedia”, è perseguito  soprattutto oggi nella fase di crisi sistemica e ideologica del capitalismo, che deve perciò mettere in campo tutta la sua capacità falsificatoria applicando il metodo nazista di Goebbels,  per annientare lo spirito “rivoluzionario” delle masse, colpendo gli unici che lo hanno concretizzato nella presa del potere e l’abbattimento dell’ordine borghese imperialista: i comunisti.

Come affermato dalle massime cariche dello Stato borghese italiano le foibe sono poste sotto l’etichetta di “pulizia etnica” nella versione ufficiale dello Stato, suffragando questa tesi, priva di fondamento in prove, con numeri “della tragedia” a cui ognuno è libero di dare la sua versione soggettiva, passando da qualche migliaio alle decine di migliaia fino ad arrivare alle centinaia di migliaia di italiani gettati vivi in cavità carsiche (le foibe) e lasciate morire. Secondo questa versione ufficiale colpevoli solo di esser italiani. Citiamo a questo punto un estratto di un articolo pubblicato l’8/1/1949 da un giornale della destra locale “Trieste Sera”, nel quale si ammetteva: “Se consideriamo che l’Istria era abitata da circa 500 mila persone, delle quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi e infoibati non possono costituire un atto anti-italiano ma un atto prettamente anti-fascista”. Queste 500 “vittime” avvennero durante il breve periodo di governo popolare triestino durato 40 giorni. Fra Gorizia, Trieste e Fiume effettivamente scomparvero tra le 3 e le 4 mila persone, ma la maggioranza di esse morì nei campi di prigionia dove venivano rinchiusi i prigionieri colpevoli di esser collaboratori dei fascisti. Si parla delle foibe di Fiume, ma in questo paese non esistono foibe. Nella foiba di Fianona non è stato ritrovato nessun corpo. Nella foiba di Opicina sono stati ritrovati solo alcuni soldati morti i cui corpi vennero gettati lì per evitare il diffondersi di epidemie. Nelle foibe di Basovizza, in realtà si tratta del pozzo di una miniera, sono stati ritrovati dagli anglo-americani solo una decina di corpi di soldati tedeschi. Ma si parla di 3.500 infoibati nel triestino tra Basovizza e Monrupino. In quest’ultima in realtà, i partigiani gettarono dei corpi, ma si trattava di corpi di militari nazisti bombardati dagli inglesi, in seguito ad una battaglia tra nazisti e partigiani il 1 Maggio. Eppure li oggi vi è una targa in onore di infoibati dalmati.

Adesso inquadriamo i fatti nel loro contesto storico. Nel settembre del 1920 Benito Mussolini dichiara: “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500000 slavi barbari a 50.000 italiani”. Si istituì così la politica del cosiddetto “fascismo di confine”, ovvero una politica aggressiva nel Nord-Est e nei Balcani nell’ordine della deslavizzazione. Chi fu vittima della “pulizia etnica” e delle mire coloniali fu il popolo slavo, ad opera del regime fascista nella sua “guerra contro lo slavismo” e del suo progetto di “bonifica etnica” perseguita sul piano culturale con la chiusura delle scuole e il divieto di parlare pubblicamente nella loro lingua madre, l’italianizzazione forzata di cognomi e nomi di località, le insegne dei negozi in lingua croata e slovena rimosse e su quello economico con l’espropriazione forzata delle terre e la colonizzazione italiana, il tutto accompagnato da una feroce barbarie contro le popolazioni locali e la resistenza con massacri, incendi di paesi, campi di concentramento, tra questi citiamo il lager di Arbe (Dalmazia) oggi in Croazia, dove vennero rinchiusi tra le 10.000 e le 15.000 civili a maggioranza di etnia slava, diretto dal colonello dei Carabinieri Vincenzo Cuiuli, il campo di internamento e smistamento di Fiume in cui vi erano internati 3.500 slavi e oppositori, il lager di Cattaro (Dalmazia) oggi in Montenegro e il lager di Zara (Dalmazia) oggi in Croazia con 2.400 prigionieri civili. Sul territorio italiano citiamo il lager per jugoslavi di Treviso con 3.464 di internati diretto dal Tenente Colonello dei Carabinieri A.Anceschi, quello di Chiesanuova a Padova in cui vi furono internati 3.500 civili jugoslavi, in maggioranza croati, diretto dal Colonello D.Caporali. Il lager Renicci ad Arezzo con 3.950 internati in maggioranza civili jugoslavi. Il lager di Gonars a Udine dove vi erano internati 6.500 civili jugoslavi diretto dal Tenente Colonnello Eugenio Vicedomini, Cesare Marioni, Ignazio Fragapane, Gustavo De Dominicis, Arturo Macchi. Infine citiamo i campi di prigionia e lager per oppositori politici, “allogeni” slavi, sospettati di attività anti-nazionale, prigionieri di guerra ecc… di Fossoli a Carpi (5.000), di Bolzano (11.116) e quello di Risiera San Sabba a Trieste con circa 25.000 internati istituito dal III Reich. Tra il 1941 e il 1943 furono cacciati dall’Istria circa 30.000 Slavi- Croati e Sloveni – e venne occupata la regione. Centinaia di migliaia qui sono i morti reali dell’occupazione fascista e dei regimi nazi-fascisti nei confronti dei popoli slavi. Citiamo su tutti le 13.000 persone massacrate dalle SS e dai repubblichini di Salò nell’inverno del ’43 quando ripresero il controllo della penisola istriana, i cui corpi furono gettati nelle foibe. Infatti a differenza della Repubblica di Salò, in questi territori occupati dai nazisti dopo l’8 settembre si ebbe il diretto comando dei nazisti e il battaglione mussoliniano, la X MAS, la Guardia Civica e altre milizie furono sotto loro comando.

Nel periodo dell’insurrezione popolare avvenuta in Istria l’8 Settembre ‘43, la popolazione oppressa, sia italiana che slava, inferocita prese le armi e si scagliò contro i fascisti, gli occupanti e collaborazionisti che avevano depredato una terra e umiliato un popolo, infliggendogli un duro periodo di privazioni, di pene, di morte. Dopo l’invasione nazista e i crimini commessi al loro servizio dai fascisti (vedi sopra), si istituì nel maggio del ’45 il governo partigiano di Trieste durato 40 giorni (vedi sopra). Il quadro della situazione, politica e sociale, è stata ed era piuttosto complessa: “La situazione nell’Italia orientale era diversa dal resto del nord Italia. Quella era una terra che apparteneva all’Italia solo a partire dalla I guerra mondiale, una terra multietnica. In Italia il fascismo era la mano violenta della borghesia contro il proletariato, mentre nell’Italia orientale il fascismo si presentava oltre che sotto l’aspetto di classe, anche come soppressione delle nazionalità: proibito parlare lingue slave, chiusura di tutte le istituzioni culturali non italiane. Oltre a questo nel ’43 noi eravamo annessi alla Germania insieme a Lubiana e all’Istria. Erano i tedeschi che comandavano. Dopo il ’45, per altri 8 anni, c’è stata l’occupazione anglo-americana. Quindi la guerra è continuata con mille intrecci, lotte, con nazionalismi, servizi segreti”. La violenza che si scatenò fu un atto di giustizia popolare inserita all’interno di un quadro complesso. Nulla potrà offuscare l’alto contributo dei partigiani comunisti jugoslavi nella guerra al nazifascismo e la collaborazione internazionalista con i partigiani comunisti italiani. La borghesia tenta la strada della denigrazione della resistenza, con l’obiettivo di attaccare i comunisti, dai partigiani jugoslavi ai GAP, perché erano valorosi compagni che si diedero alla causa rivoluzionaria della liberazione dei popoli e della classe operaia dall’oppressione borghese, per trasformare l’Italia in una Repubblica Socialista. E’ proprio il carattere rivoluzionario, la lotta di classe che praticarono i comunisti nella guerra di liberazione nazionale, affiancati dalla lotta dei lavoratori che insorgevano nelle città e nelle campagne per farla finita non solo con il nazi-fascismo, ma anche con l’oppressione sociale della classe borghese e il capitalismo, che si servì del fascismo e che trovò subito dopo nuovi servitori, nel proseguimento dello sfruttamento e oppressione di classe, al quale la borghesia riserva il suo profondo odio.

Le foibe sono un falso storico propagandato dai fascisti e usato dalla borghesia

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Unione Sovietica e omosessualità, quante bugie….

L’omosessualità in Unione Sovietica venne riconosciuta come reato nel 1934, durante il periodo staliniano. Naturalmente questo fatto è molto sfruttato dalla propaganda trotskysta e capitalista, che vuole mostrare Stalin come un omofobo. Certo non si può negare che nel marzo del 34 venne introdotto con l’articolo 121 del codice penale un reato che puniva gli omosessuali, ma ciò che non si racconta è il perché venne scritta tale legge e come realmente veniva gestita. 

Nel 1923, il dottor Grigorij Batkis, docente presso l’Istituto di Igiene Sociale dell’Università di Mosca, pubblicò un articolo intitolato “La rivoluzione sessuale in Russia” nel quale scriveva: “La legislazione sovietica non fa differenza tra l’omosessualità e il cosiddetto rapporto ‘naturale’. Tutte le forme di rapporto sono trattate come una questione personale. Il perseguimento penale viene attuato solo in casi di violenza, abuso o violazione degli interessi degli altri.” 

Nel 1934, il governo reintrodusse il reato di omosessualità maschile. La ragione? Genrikh Jagoda scrisse al governo sovietico che delle spie gay stavano “stabilendo una rete di saloni, ritrovi, gruppi e altre organizzazioni di pederasti, per trasformare poi gli omosessuali in spie antisovietiche” e il governo sovietico reagi alla minaccia attraverso articolo 121 del codice penale, che prevedeva una pena a cinque anni di reclusione.

I giovani venivano pagati “in nero” per prostituirsi con i turisti stranieri o venduti ad uomini anziani, si segnalarono molti casi di pedofilia o violenze verso i minori perpetrare da questi criminali. Vennero scoperti 10 di questi centri di corruzione, che ovviamente vennero subito fatti chiudere, ma il fenomeno stava diventando quasi incontrollabile.

L’articolo 121 nasce proprio per stroncare sul nascere questi centri di corruzione e infatti prevedeva pene molto severe. La legge venne votata ma modificata anche più volte su consiglio di Stalin. In verità, ognuno aveva il diritto di baciarsi con chiunque anche in pubblico, venivano però controllati ed indagati i ragazzi minorenni e punite eventuali violenze o atti osceni in luogo pubblico. 

Non è chiaro esattamente quante persone siano state imprigionate per omosessualità nell’era di Stalin. Come lo storico Dan Healey chiarisce nel suo libro “Homosexual Desire in Revolutionary Russia”, i dati degli archivi dell’Nkvd riguardanti gli anni tra il 1934 e il 1950 rimangono oscuri.  Il numero generale di sentenze per il reato di omosessualità nelle fonti che abbiamo, dal 1934 al 1993, è tra le 25.688 e le 26.076”,scrive Healey. 

Come si poteva essere accusati tramite l’articolo 121? Non era facile mettere un uomo in galera sulla base di questo articolo, doveva essere preso in flagranza di reato. Ad esempio a Mosca nel periodo di massima applicazione della legge si arrivò ad arrestare 50 omosessuali in un anno, tutti gli arrestati in realtà vennero riconosciuti come eversivi e condannati per attività controrivoluzionaria e non per il loro orientamento sessuale, i tribunali avevano indicazioni di valutare attentamente la motivazione dell’arresto ed evitare l’accusa se all’accusa di omosessualità non era accostata un’attività antirivoluzionaria

Vagliando l’epoca più recente secondo alcuni avvocati russi la maggior parte delle condanne è in effetti avvenuta in base all’articolo 121.2: l’80% dei casi vedendo il coinvolgimento di minori fino a 18 anni. In un’analisi di 130 condanne in base all’articolo 121, fra il 1985 e il 1992, è stato trovato che il 74% degli accusati sono stati condannati in base all’articolo 121.2, dei quali il 20% per stupro con uso della forza fisica, l’8% con uso di minacce, 52% per contatti sessuali con i minori e il 2% e il 18%, rispettivamente, per sfruttamento dello status dipendente o vulnerabile delle vittime.

FONTI:

Right Ear: Monologues of Queer People Who Lived in the USSR

Homosexual Desire in Revolutionary Russia, Dan Healey

John Lauritsen e David Thorstad pag. 340, IL MOVIMENTO PER I DIRITTI DEGLI OMOSESSUALI 1864-1935, Cambridge University Press, New York, 1974.

Eduard Kuznecov, LA MARATONA DI MORDOVIA,Edition Nine, Gerusalemme, 1979, cap V.

Andrej Amal’rik, MEMORIE DI UN DISSIDENTE, Edition Anne Arbour, London, 1982

Mogutin, L’OMOSESSUALITA’ NELLE PRIGIONI E NEI LAGER SOVIETICI, in “NOVOE VREMJA”, n. 35-36, 1993

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Holodomor, quello che non sai…

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Secondo la storiografia dominante la carestia in Ucraina nel biennio 1932-1933 fu causata “da un piano staliniano di eliminazione fisica di una nazione”: ripercorriamo alcuni fatti, ai più sconosciuti, che sicuramente faranno riflettere .

Il 18 febbraio 1935 il gruppo Hearst iniziò a pubblicare negli Stati Uniti una serie di articoli di Thomas Walker. (Hearst era un potentissimo magnate della stampa americana e simpatizzante del nazismo). Grande viaggiatore e giornalista, Walker – si diceva – aveva girato l’Unione Sovietica in lungo e largo per diversi anni. Il 25 febbraio un titolo del Chicago American recitava: “Sei milioni di morti per la carestia in Unione Sovietica. Sequestrati i raccolti, i contadini e i loro animali muoiono di fame”. A metà della pagina un altro titolo diceva: “Un giornalista rischia la vita per scattare le fotografie che mostrano gli effetti della carestia”. E in fondo alla pagina: “Carestia… Un crimine contro l’Umanità”. (Douglas Tottle, Fraud, Famine and Fascism: The Ukrainian Genocide Myth from Hitler to Harvard, Toronto: Progress Books, 1987, pp. 5-6).

All’epoca, Louis Fischer lavorava a Mosca per il giornale americano The Nation. Questo scoop di un collega completamente sconosciuto lo riempì di curiosità. Fece delle ricerche e condivise le sue scoperte con i lettori del suo giornale:

“Il signor Walker, ci informano, è arrivato in Russia la scorsa primavera”, cioè nella primavera del 1934. Ha visto la carestia. Ha fotografato le sue vittime. Ci ha fornito racconti testimoniali e strazianti sull’infuriare della fame. Ora, che in Russia ci sia la fame è davvero una grande notizia. Chissà perché il Sig. Hearst ha aspettato dieci mesi prima di pubblicare questi articoli…

“Ho consultato le autorità sovietiche, che ricevono informazioni ufficiali da Mosca. Thomas Walker è stato in Unione Sovietica una sola volta. Ha ottenuto un visto di transito dal console sovietico a Londra il 29 settembre 1934. E’ arrivato in URSS dalla Polonia, in treno, fermandosi a Negoreloye il 12 ottobre 1934 (non nella primavera del 1934, come egli afferma). Il 13 è arrivato a Mosca. E’ rimasto a Mosca da sabato 13 a giovedì 18, poi è salito su un treno transiberiano che lo ha condotto al confine con la Manciuria il 25 ottobre 1934. […] Sarebbe stato fisicamente impossibile per il sig. Walker, nei cinque giorni tra il 13 e il 18 ottobre, coprire anche solo un terzo dei luoghi che dice di avere personalmente visitato. La mia ipotesi è che sia rimasto a Mosca il tempo necessario per ottenere dagli stranieri più esacerbati un po’ di quel “colore locale” ucraino di cui si è servito per dare ai suoi articoli la falsa verosimiglianza che possiedono”.

Fischer aveva un amico, Lindsay Parrott, anche lui americano, che era stato in Ucraina all’inizio del 1934. Egli non aveva rilevato nessuna traccia della carestia di cui parlavano i giornali di Hearst. Al contrario, nel 1933 i raccolti erano stati abbondanti. Fischer concludeva:

“Il gruppo Hearst e i nazisti stanno iniziando a lavorare di comune accordo, in modo sempre più stretto. Ma non ho fatto notare che i giornali di Hearst hanno pubblicato anche i resoconti di Parrott relativi alla prosperità nell’Ucraina Sovietica. Il sig. Parrott è corrispondente da Mosca dello stesso gruppo Hearst”. (The Nation 140 (36), 13 Marzo 1935, citato da Tottle, op. cit., p. 8).

Sotto la foto di una bambina e di un ragazzo “simile a una rana”, Walker commentava:

SPAVENTOSO – Sotto Kharkov (sic), in una tipica baracca di contadini, pavimento lurido, tetto di paglia e una panca come arredamento, c’erano una ragazza magrissima e il suo fratellino di due anni e mezzo (foto in alto). Il bambino strisciava sul pavimento come una rana e il suo povero corpicino era così devastato dalla mancanza di nutrimento da non sembrare più quello di un essere umano. (Tottle, op. cit., p. 9).

Douglas Tottle, giornalista e sindacalista canadese, trovò la stessa fotografia del bambino “simile a una rana”, datata [da Walker] primavera 1934, in una pubblicazione del 1922 relativa alla carestia di quell’anno. Un’altra foto di Walker fu identificata per essere quella di un soldato della cavalleria austriaca, di fianco a un cavallo morto, scattata durante la Prima Guerra Mondiale. (James Casey, Daily Worker, 21 Febbraio 1935, citato da Tottle, op. cit., p. 9).

Povero Walker: il suo reportage era falso, le sue fotografie erano false, perfino il suo nome era fittizio. Il suo vero nome era Robert Green. Era fuggito da una prigione di stato del Colorado dopo aver scontato due anni di carcere su una condanna a otto anni di reclusione. Dopodichè era andato a fare il suo falso reportage in Unione Sovietica. Quando tornò negli Stati Uniti fu arrestato e ammise, di fronte al tribunale, di non aver mai messo piede in Ucraina.

Il multimilionario William Randolph Hearst incontrò Hitler alla fine dell’estate 1934 e concluse un accordo in virtù del quale la Germania si impegnava ad acquistare le notizie internazionali dalla International News Service, compagnia di proprietà di Hearst. All’epoca la stampa nazista aveva già iniziato una campagna propagandistica sulla “carestia in Ucraina”. Hearst se ne appropriò immediatamente, grazie al suo grande esploratore, Walker. (Tottle, op. cit., pp. 13, 15).

Frederik Shuman ha viaggiato come turista in Ucraina durante il periodo della carestia; divenuto professore del William College, nel 1957 ha pubblicato un libro sull’URSS, nella quale parla della carestia:

“l’opposizione dei Kulaki prese all’inizio la forma dell’abbattimento del bestiame e dei cavalli, piuttosto che vederli collettivizzati; il risultato fu un colpo terribile per l’agricoltura sovietica, perché la maggior parte delle vacche e dei cavalli apparteneva ai Kulaki; tra il 1928 e il 1933, il numero dei cavalli si ridusse da quasi 30.000.000 a meno di 15.000.000; da 70.000.000 di bovini, di cui 31.000.000 di vacche, si passò a 38.000.000, di cui 20.000.000 di vacche; il numero dei montoni e delle capre diminuì da 147.000.000 a 50.000.000 e quello dei maiali da 20.000.000 a 12.000.000; l’economia rurale sovietica non si era ancora ripresa da queste perdite nel 1941; alcuni Kulaki assassinarono funzionari locali, incendiarono le proprietà delle collettività e arrivarono a bruciare i loro stessi raccolti e le loro sementi; altri, e in numero ancora maggiore, si rifiutarono di seminare e di raccogliere, forse nella convinzione che le autorità avrebbero fatto delle concessioni e che in ogni caso avrebbero assicurato loro gli alimenti; la conseguenza fu la “carestia” del 1932 – 1933; racconti lugubri, per la maggior parte fittizi, apparvero sulla stampa nazista in Germania e sulla stampa di Hearst negli Stati Uniti; la “carestia” non era, nell’ultima fase, il risultato di carenze alimentari, ma piuttosto era dovuta alla riduzione notevole delle sementi e dei raccolti, conseguenza di speciali requisizioni al principio del 1932, causate presumibilmente dal timore di una guerra contro il Giappone; la maggior parte delle vittime furono Kulaki che avevano rifiutato di seminare i loro campi o che avevano distrutto il loro raccolto”.

E’ interessante notare che questa testimonianza è confermata da un articolo di Isaac Mazepa (capo del movimento nazionalista ucraino, ex Primo Ministro di Petljura nel 1918) , pubblicato nel 1934; egli si compiace che la destra sia riuscita nel 1930-1932 a sabotare i lavori agricoli su larga scala in Ucraina: “dapprima ci furono tumulti nei Kolchozy, e, per di più, furono uccisi alcuni funzionari comunisti e i loro agenti; ma più tardi prevalse un sistema di resistenza passiva che mirava ad intralciare sistematicamente i piani dei bolscevichi per le semine e i raccolti; i contadini facevano dappertutto resistenza passiva, ma in Ucraina la resistenza assunse il carattere di una lotta nazionale; l’opposizione alla popolazione ucraina ha causato il fallimento del piano delle consegne dei raccolti nel 1931 e, ancor più, di quello del 1932; la catastrofe del 1932 è stato il colpo più duro che l’Ucraina sovietica abbia dovuto incassare dopo la carestia del 1921-1922; le campagne delle semine fallirono sia in Autunno che in Primavera; interi terreni furono lasciati incolti; in più, l’anno scorso, nel periodo della mietitura delle messi, in molte regioni, sopratutto nel Sud, il 20, il 40 ed anche il 50 per cento del raccolto fu lasciato nei campi o non fu raccolto del tutto o venne distrutto dopo la battitura”.

Nella sua HISTOIRE DE L’UKRAINE, Michajl Chrusevskij, uno dei principali nazionalisti, parlando dell’anno 1932, afferma: “questo nuovo anno di siccità ha coinciso con condizioni agricole caotiche”.

Il professor Nicholas Riasanovsky, che ha insegnato nel Russian Research Center a Harvard, scrive che gli anni 1931 e 1932 hanno conosciuto condizioni di siccità; il professore Michael Florinskij, che aveva lottato contro i bolscevichi al tempo della guerra civile, annota: “gravi siccità nel 1930 e 1931, specialmente in Ucraina, hanno creato condizioni vicine alla carestia”.

Horsley Gannt, l’uomo che inventò la stima assurda di 15 milioni di morti per la carestia (il 60 % della popolazione di etnia ucraina, di 25 milioni nel 1932) tuttavia scrive che “il picco dell’epidemia di tifo coincideva con quello della carestia; (…) è impossibile stabilire quale delle due cause sia stata maggiormente responsabile del numero delle vittime” la carestia non andò oltre il periodo precedente il raccolto del 1933; le misure straordinarie adottate dal governo sovietico garantirono il successo del raccolto di quell’anno; a Primavera furono inviati in Ucraina sedici milioni di chilogrammi di sementi, di alimenti e di foraggio; furono migliorate l’organizzazione e la gestione dei Kolchozy e furono consegnate molte migliaia di trattori, di macchine utensili combinate e di camion;

Hans Blumenfeld, un rinomato architetto canadese, all’epoca della carestia si trovava in Ucraina, nella città di Makajevka; egli scrive: “non c’è dubbio che la carestia è costata molte vittime; non dispongo di dati su cui basarmi per fare una stima del loro numero (…) probabilmente la maggior parte dei decessi del 1933 è stata causata da epidemie di tifo, da febbri tifoidi e da dissenteria; malattie trasmesse dall’acqua erano frequenti a Makajevka; io stesso sono sopravvissuto di misura a un attacco di febbre tifoide”;

Hans Blumenfeld presenta nelle sue MEMOIRES un riassunto di quello che egli ha vissuto all’epoca della carestia in Ucraina: “un insieme di fattori la causò; in primo luogo l’Estate calda e secca del 1932, che avevo vissuto al Nord di Vjatka, aveva fatto fallire il raccolto nelle regioni semi-aride del Sud; poi la lotta per la collettivizzazione aveva disorganizzato l’agricoltura; la collettivizzazione non era un processo che seguiva un ordine e delle regole burocratiche; essa consisteva in azioni dei contadini poveri, incoraggiati dal partito; i contadini poveri erano entusiasti di espropriare i Kulaki, ma meno zelanti quando si trattava di organizzare un’economia cooperativa; nel 1930 il partito aveva già mandato dei quadri per contrastare e correggere gli eccessi; (…) dopo aver dato prova di prudenza nel 1930, il partito lanciò una nuova offensiva nel 1932; come conseguenza i Kulaki in quell’anno cessarono la produzione, mentre la nuova economia collettiva non produceva ancora a pieno rendimento; con una produzione inadeguata, si soddisfece dapprima il bisogno dell’industria urbana e delle forze armate; poiché l’avvenire di tutta la nazione, compreso quello dei contadini, ne dipendeva, non si poteva nemmeno fare altrimenti; (…) nel 1933 le piogge furono sufficienti; il partito inviò i suoi quadri migliori per aiutare il lavoro organizzativo dei Kolchozy; essi ci riuscirono; dopo il raccolto del 1933, la situazione migliorò radicalmente e con una rapidità stupefacente; io avevo la sensazione che noi avessimo spinto un carro molto pesante fino alla cima di una montagna, incerti se vi saremmo riusciti, ma nell’Autunno 1933 avevamo superato la vetta e potevamo avanzare ad un ritmo accelerato”

Hans Blumenfeld sottolinea che la carestia aveva colpito tanto le regioni russe del Basso Volga e del Caucaso del Nord, che l’Ucraina: “ciò smentisce il “fatto” di un genocidio anti-ucraino parallelo all’olocausto anti-semita di Hitler; a tutti coloro che conoscono bene la drammatica carenza di forza lavoro che l’URSS conobbe all’epoca, l’idea che i suoi dirigenti riducessero deliberatamente questa rara risorsa non può che apparire assurda”

Fonti:
– F. L. Schuman, RUSSIA SINCE 1917 FOUR DECADES OF SOVIET POLITICS, Oxford University Press, London, 1957

– I. Mazepa, UKRAINE IN THE FIRE AND STORM OF REVOLUTION, London, 1933

– M. Chrusevskij, in N. M. Naymark, STALIN’S GENOCIDES, Princeton University, London, 2010

– M. Florinskij, UKRAINE. A HISTORY, University of Toronto Press, Toronto, 1988

– H. Gannt, EXECUTION BY HUNGER. THE IDDEN HOLOCAUST, Cambridge University Press, London, 1985

– H. Blumenfeld, MEMOIRES, Edition Lemeac, 1990, Canada

Stalin. Un altro punto di vista, Ludo Marten

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I COMUNISTI MANGIANO I BAMBINI

Prime pagine di giornali dai titoli catastrofici. Un fronte anticomunista particolarmente “aspro” per l’esperienza del fascismo. Storie ingigantite. Così è nata una delle invenzioni in assoluto più riuscite della propaganda anticomunista: la leggenda che narra dei comunisti che mangiano i bambini.

«Papà salvami!», «Madre! Salva i tuoi figli dal bolscevismo!». Stalin nelle sembianze mostruose di un orco. La falce e il martello impressi nelle fauci di ragni orribili. Soldati russi e alleati raffigurati come spettri. Tutto su pieghevoli, pagine di riviste, manifesti dalle tinte caravaggesche illustrati sovente da chine illustri, quelle di Luigi Boccasile e Walter Molino. Un periodo tra il 1944 (siamo a Salò, e il fronte divide l’Italia in due) e la metà dei Cinquanta (nell’Italia della ricostruzione).
Ad arroventare gli anni tra guerra mondiale e guerra fredda c’è stata (anche) quell’accusa di mangiare i bambini, l’invenzione in assoluto più fortunata della propaganda anticomunista. Una leggenda nata durante la carestia degli 30 in Ucraina causata dai kulaki ucraini
LA PROPAGANDA DI SALO’ – Un fatto storico che venne ripreso e amplificato dalla propaganda di Salò. Nel ’43, proprio a ridosso di Natale per aumentare l’impatto emotivo, viene pubblicata la notizia terrificante di una deportazione in Russia di bimbi italiani, dai 4 ai 14 anni. Un tam tam incessante di giorni, con cronache che raccontano di donne straziate dal dolore, di genitori che decidono di uccidere i loro bambini e poi di suicidarsi piuttosto che lasciarli partire per la Russia. Si racconta di navi affondate con il carico di bambini: un falso, ovviamente . Ma un falso che, soprattutto in Italia, fatica ad essere cancellato. Da noi, finita la guerra la leggenda assume «aspetti più dilatati che altrove, vuoi perché l’esperienza del fascismo enfatizza lo scontro con il comunismo e suscita timori e paure più che in altre realtà, vuoi perché dalla metà degli anni Quaranta in Italia opera il più grande Partito comunista dell’Occidente. E dunque la reazione del fronte avverso è particolarmente aspra». Tanto aspra da fare credere che i “comunisti mangiano i bambini”.
GUERRA FREDDA – Un crescendo che si alimenterà, ancor più nei decenni di guerra fredda, con lo scontro sempre più feroce tra Dc e i comunisti. Che raccontavano – pure loro – di bambini che rifiutavano il cibo offerto dalle organizzazioni cattoliche convinti che fosse avvelenato, «perché i preti uccidevano i bambini per spedirli in paradiso».

BERLUSCONI, COSSIGA E D’ALEMA

– Ma intanto siamo arrivati ai giorni nostri. L’Orco con la falce e il martello che mangia i bambini è sempre lì, nell’immaginario ritagliato tra politica e propaganda. Lo sa bene Silvio Berlusconi che tra paradossi, barzellette e asserite verità ne ha detto sovente nelle sue campagne elettorali. Bimbi non mangiati dai comunisti, semmai «fucilati». Oppure, nella Cina di Mao, «bolliti per concimare i campi». Compare anche Francesco Cossiga a «sdoganare», sul filo dell’ironia, la leggenda. Quando D’Alema arriva a palazzo Chigi – è la prima volta di un ex Pci e siamo nel 1998 – il presidente emerito gli regala un bambolotto di zucchero. «Così non interromperai la tradizione dei comunisti che mangiano i bambini».

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Trotski la puttana del fascismo

Lev Trotski (pseudonimo di Leib Bronstein) era nato lo stesso giorno della rivoluzione bolscevica: il 25 ottobre, e lo stesso anno, 1879, del suo futuro peggior rivale: Stalin. Suo padre disponeva di qualche centinaio di ettari nel villaggio di Yanovka, a sud dell’Ucraina. La sua famiglia -Trotski aveva un fratello e una sorella maggiori e un’altra sorella minore, di nome Olga, che poi sposerà Kamenev- non era particolarmente agiata, né fruiva di uno status sociale privilegiato. Mai però dovette affrontare situazioni materialmente difficili o esperienze d’ingiustizia sociale. Il giovane Trotski non aveva motivazioni particolari, oggettive, per diventare rivoluzionario.

Egli frequentò il liceo tecnico di Nikolaiev (città portuaria ucraina). Si distingueva alquanto dai suoi compagni per la sua brillante intelligenza, il suo eloquio e anche per il bisogno di emergere all’attenzione degli altri. Assai presto divenne il leader d’un piccolo gruppo di giovani contestatori facenti capo all’Unione operaia del sud della Russia, un’organizzazione rivoluzionaria semilegale che combatteva l’autocrazia zarista. Il docente di medicina, G. Ziv, che studiò con lui a Nikolaiev e a Odessa, scrisse che la caratteristica principale della personalità di Trotski era la ferma volontà di arrivare primo in ogni cosa a cui s’applicasse.

A quell’epoca egli non aveva alcun interesse per il marxismo. Ciò che lo attirava era l’ideologia liberal-populista e in particolare la corrente dell’economicismo, che era la versione russa dell’opportunismo alla Bernstein. Trotski poté rimanere alla direzione dell’Unione operaia suddetta semplicemente perché la polizia segreta zarista tollerava esperienze simili a quella del cosiddetto “marxismo legale” (Struve, Tugan-Baranovski, ecc.). Ma quando questa flessibilità venne meno, l’Unione fu smantellata e i suoi leaders, fra cui Trotski, incarcerati nella prigione di Odessa.

E fu appunto qui che Trotski decise di diventare un professionista della rivoluzione, scegliendo, come pseudonimo, il nome di un sorvegliante aguzzino. Era il gennaio 1898: Trotski aveva 19 anni. Venne condannato a 4 anni di esilio nella Siberia orientale, ma dopo circa un anno di permanenza, fuggì, presentandosi nel 1902 a Lenin che allora viveva, profugo, a Londra.

Nel marzo 1903, Lenin, riconoscendogli le sue molte qualità, gli propose di lavorare al comitato di redazione dell’Iskra. A ciò si oppose fermamente Plechanov, ma senza successo. In seguito, i menscevichi, capeggiati da Martov, Trotski e Akselrod, s’impadroniranno dell’Iskra, approfittando proprio di una successiva posizione conciliante assunta da Plechanov.

Nello stesso anno venne delegato dall’Unione siberiana (che univa le organizzazioni socialdemocratiche di molte province siberiane) al II congresso del Posdr (così si chiamò il Pcus dal 1898 al 1917), destinato, quest’ultimo, a spaccarsi in bolscevichi e menscevichi. Sin dai primi giorni, Trotski intervenne a favore di Lenin contro le pretese separatiste del Bund (unione ebraico-operaia, di tendenza menscevica, operante in Polonia, Lituania e Russia). Ma al momento dell’esame del programma e degli statuti del partito, passò dalla parte dei menscevichi, il cui leader era Martov. Ciò su cui non concordava erano le idee di Lenin relative all’organizzazione interna del partito (soprattutto la necessità di rispettare la disciplina e di partecipare attivamente a una delle sue organizzazioni). Non dimentichiamo che Trotski, fino al 1917, rimase svincolato da veri e propri legami partitici. Questa tendenza a mutare bruscamente princìpi e convinzioni, soprattutto ad abbandonare la lotta rivoluzionaria per ottenere vantaggi politici immediati, costituiva uno dei tratti principali di Trotski, quello che Lenin meno sopportava. Infatti, dopo il II congresso i due si separarono per alcuni anni.
Durante la rivoluzione democratico-borghese del 1905-907, Trotski era già conosciuto in tutta la Russia. Sotto il nome di Yanovski, era diventato il vicepresidente del soviet dei deputati operai di Pietroburgo, fondato nel 1905. Il presidente, G. Khrustalev-Nosar, era un uomo estremamente prudente, con concezioni politiche assai vaghe. Con molta facilità Trotski poté sostituirlo.

Per 52 giorni il soviet organizzò le masse popolari contro il governo. Trotski scrisse numerosi appelli, manifesti, editoriali nell’organo di stampa Izvestia, negoziò con il potere (lo stesso primo ministro S. Witte lo interpellò). Ciò conferì a Trotski un grande prestigio agli occhi dei lavoratori, un prestigio che aumentò soprattutto dopo la chiusura forzata del soviet nel dicembre 1905, con arresti e processi dei suoi leaders. Trotski venne di nuovo condannato all’esilio siberiano. Fuggito mentre stava per esservi tradotto, riparò di nuovo a Londra, assistendo nel 1907 al V congresso del Posdr in qualità di socialdemocratico indipendente.
Fu proprio nel corso della I rivoluzione russa che Trotski formulò la sua teoria della “rivoluzione permanente”, riprendendo i concetti fondamentali elaborati da A. Parvus, un socialdemocratico tedesco originario della Russia. “Parvus ed io -scrisse Trotski- abbiamo difeso in Nachalo [giornale da loro edito nel 1905] l’idea che la rivoluzione russa sia il prologo di un’epoca socialrivoluzionaria nello sviluppo dell’Europa; che la rivoluzione russa non possa essere condotta a buon fine né attraverso l’alleanza del proletariato con la borghesia liberale, né attraverso l’alleanza del proletariato con i contadini rivoluzionari; che la rivoluzione non può trionfare se non come parte della rivoluzione del proletariato europeo”. In pratica il fallimento dell’esperienza del 1905 lo aveva portato a dubitare delle capacità sovversive del proletariato russo. In questa valutazione, tuttavia, Trotski non mise in discussione i metodi di lotta da lui stesso usati in quel periodo.

Lenin criticò la teoria della “rivoluzione permanente” dicendo ch’essa desumeva dai bolscevichi l’appello al proletariato per una risoluta lotta rivoluzionaria e la conquista del potere politico, mentre desumeva dai menscevichi la “negazione” del ruolo della classe contadina. Una teoria dunque rivoluzionaria solo in apparenza. Da un lato infatti Trotski manifestava una forte esigenza di mutamento, dall’altro -soggiogato com’era dalle sue velleità utopiche- si negava la possibilità di poterla realizzare. Non a caso, dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905, egli si dedicò alla totale riorganizzazione del Posdr sulla base dei princìpi liberal-borghesi che reggevano i partiti riformisti euroccidentali.

Nel 1912 la conferenza di Praga del Posdr espulse dal partito un gruppo di opportunisti (chiamati “liquidatori”) che chiedeva la trasformazione del partito da rivoluzionario a riformista. Trotski contrattaccò organizzando il cosiddetto “blocco d’agosto”, che appoggiava questi liquidatori. Ma la conferenza pose fine all’unità formale di bolscevichi e menscevichi e rifondò il Posdr. Il “blocco”, cui facevano parte anche il Bund e gli estremisti otzovisti, si dissolse tra il 1913 e il 1914.

Quando scoppiò la I guerra mondiale, Trotski fondò a Parigi, con il menscevico Martov (leader dell’ala sinistra del menscevismo), il giornale Nashe Slovo, in cui attaccava i bolscevichi definendoli “scissionisti” e lanciava appelli per la realizzazione dell’unità coi “difensivisti”, favorevoli a una guerra difensiva della Russia zarista contro la Germania. I bolscevichi invece erano contro la guerra e comunque speravano in una sconfitta dello zarismo, ovvero che la guerra imperialista si trasformasse in guerra civile. All’inizio del 1916 Trotski si recò negli USA per partecipare alla redazione della rivista socialdemocratica Novy Mir. Su quest’ultimo impegno Lenin ebbe a dire: “Appena arrivato, Trotski s’è legato alla destra di Novy Mir contro la sinistra di Zimmerwald: si atteggia a uomo di sinistra e aiuta di fatto la destra”.
Dopo la rivoluzione del febbraio 1917, che rovesciò lo zarismo, Trotski ritornò a Pietroburgo, giocando di nuovo un ruolo di rilievo nell’organizzazione interdistrettuale unificata del Posdr, che era su posizioni centriste, fra i bolscevichi e i menscevichi, e che rimase in vigore dal 1913 al 1917. Tuttavia, più il fervore rivoluzionario cresceva e più le masse si spostavano a sinistra, e Trotski con loro.

Nell’agosto 1917, 4.000 membri dell’organizzazione centrista si uniscono al Posdr durante il suo VI congresso. Fra essi vi è anche Trotski, che aveva deciso di staccarsi dai “difensivisti”. Benché egli non sia presente di persona al congresso, perché in prigione, si decide di cooptarlo ugualmente nel C.C. Su 134 congressisti che avevano partecipato all’elezione dell’organo direttivo del partito, 131 votarono per Trotski (tre voti in meno che per Lenin). Egli dunque godeva di grande credito in seno al partito.
Nel maggio 1917 Lenin nutriva ancora dei dubbi sulla personalità di Trotski, ma due mesi dopo decise di riprendere i rapporti. Nelle tesi che redasse per il suo rapporto alla “conferenza democratica” di Pietroburgo, che ebbe luogo l’8 ottobre, Lenin giustificò la candidatura di Trotski sulla base di tre motivazioni: 1) Trotski aveva adottato una posizione internazionalista (dopo la rivoluzione del febbraio 1917, Trotski aderì al gruppo degli “internazionalisti”), 2) s’era battuto in seno all’organizzazione centrista per la fusione col Posdr, 3) durante le dure giornate di luglio aveva dimostrato di saper difendere la causa del proletariato. Da notare, a tale proposito, che, proprio secondo Trotski, il partito bolscevico prese parte alla conferenza democratica per svolgervi un lavoro organico, non per denunciarvi le manovre dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi.

All’inizio di settembre, Trotski uscì di prigione e si mise a lavorare nel C.C. del partito, così come nelle riunioni del soviet di Pietroburgo. Il 24 settembre, una sessione del C.C. deliberò di nominarlo presidente del soviet. La crescente bolscevizzazione del soviet di Pietroburgo -afferma Lenin- portava a identificare la parola d’ordine ch’esso, a partire dalla metà di settembre, aveva lanciato, e cioè “Tutto il potere ai soviet!”, con un invito esplicito all’insurrezione.

Ancora oggi è difficile farsi un’idea giusta di ciò che pensava Trotski circa l’insurrezione armata. Senza dubbio egli preparò attivamente l’insurrezione di ottobre, ma la sua partecipazione non fu così decisiva come lascia credere il menscevico N. Sukhanov o lo stesso Stalin che nell’articolo La rivoluzione d’Ottobre (apparso sulla Pravda del 6.XI.1918 ma non nelle sue Opere complete), sostenne addirittura che N. Podvoiski (uno dei principali leader dell’insurrezione armata d’ottobre) e che V. Antonov-Ovseenko (che guidò l’assalto al Palazzo d’Inverno) erano stati gli stretti esecutori della volontà di Trotski: il che non fu affatto vero. Nel 1924, nel suo discorso Trotskismo o leninismo, Stalin attribuì un ruolo ben più modesto a Trotski. Mentre -come noto- nel Sommario di storia del Pc (b) dell’URSS (1938), Trotski gioca un ruolo del tutto negativo negli avvenimenti dell’Ottobre.

Nella Storia della rivoluzione russa di Trotski, si ha l’impressione che senza di lui non si sarebbe compiuta alcuna rivoluzione. Effettivamente, in quanto presidente del soviet di Pietroburgo egli fece molto per impedire ai menscevichi e ai socialisti-rivoluzionari di boicottare il II congresso dei soviet, fissato al 20 di ottobre e poi posticipato al 25. Trotski partecipò anche alla creazione e all’attività del comitato rivoluzionario militare presso il soviet di Pietroburgo; aiutò il comitato ad armare gli operai, a controllare la fortezza di Pietro e Paolo, che era uno dei principali punti strategici della città e a far altre cose di carattere organizzativo e militare. Il 10 ottobre, durante la riunione del C.C. del Posdr, Trotski votò -come altri 10 membri- a favore della proposta insurrezionale di Lenin.

Tuttavia, nella sessione allargata del C.C. del partito bolscevico, tenutasi il 16 ottobre, per discutere veramente la questione dell’insurrezione, Trotski non fu presente. Il motivo non era dovuto a un semplice concorso di circostanze, come lui stesso ebbe a dire. Di fatto, pur criticando aspramente molti membri del C.C., specie Zinoviev e Kamenev, per le loro illusioni parlamentariste, egli, prima dell’assalto al Palazzo d’Inverno, aveva pubblicamente dichiarato che il comitato rivoluzionario militare era stato creato non come organo dell’insurrezione ma soltanto come comitato di “difesa” della rivoluzione. La sua idea era quella di realizzare un’insurrezione “pacifica”, “legale”. In ogni caso l’insurrezione avrebbe dovuto essere rinviata -a suo giudizio- sino al congresso dei soviet. Trotski ovviamente non osava pronunciarsi contro l’insurrezione armata, ma in pratica ne comprometteva la riuscita, non foss’altro perché rivelava i piani al governo borghese e disorganizzava i ranghi rivoluzionari, demoralizzando le masse pronte a intervenire. Egli in sostanza era convinto che il rifiuto bolscevico di opporsi alla richiesta del Governo provvisorio di ritirare le truppe da Pietroburgo, avrebbe assicurato almeno i 3/4 del successo della rivoluzione (si veda le sue Lezioni dell’Ottobre): il che però venne contraddetto dal disperato tentativo del governo di scongiurare la sua fine, dando fondo a tutte le risorse di cui disponeva.

Nel suo libro Su Lenin del 1925, Trotski afferma testualmente che “nel C.C. s’erano costituiti tre gruppi: gli avversari della presa del potere, che per forza di cose furono costretti a respingere lo slogan “Il potere ai soviet” [anzitutto Kamenev e Zinoviev]; Lenin, che insisteva per un’organizzazione immediata dell’insurrezione, indipendentemente dai soviet; e l’ultimo gruppo [anzitutto Trotski] che riteneva indispensabile legare strettamente l’insurrezione con il II congresso dei soviet e quindi di scatenarla all’ultimo momento”. Ciò ovviamente non significava -come sostenne poi Stalin- che Trotski aveva intenzione di far fallire la rivoluzione, ma soltanto che la sua posizione era diversa da quella di Lenin. Da notare che quando il governo provvisorio di Kerenski decise di deferire Lenin al tribunale, Trotski, Kamenev e altri non si opposero alla richiesta. Lenin però, senza aspettare d’essere arrestato, era già passato alla clandestinità.

Dopo l’Ottobre

Nel primo governo sovietico Trotski era commissario del popolo (ministro) agli affari esteri. Egli pubblicò -cosa, allora, senza precedenti- i documenti segreti della diplomazia zarista e del governo provvisorio. Stabilì anche dei contatti con gli ambasciatori delle potenze straniere e diresse la delegazione sovietica ai negoziati di Brest-Litovsk, sulla conclusione del trattato di pace con la Germania. Proprio in questi negoziati le cose di complicarono alquanto quando Trotski volle assumere una posizione personale, non autorizzata dal partito, mirando a tradurre in pratica un proprio slogan: “né guerra né pace”, ossia: non concludere un accordo di pace con la Germania (per non accreditare le accuse secondo cui i bolscevichi altro non erano che agenti dei tedeschi), né opporsi all’invasione tedesca (cioè la Russia avrebbe smobilitato l’esercito, dichiarando da sola la fine della guerra). Nel febbraio 1918, contrariamente alle direttive di Lenin (“la pace a qualsiasi condizione”), rifiutò di firmare il trattato, fornendo così alla Germania il pretesto di passare all’offensiva sull’intero fronte contro la repubblica dei soviet, che in quel momento ancora non disponeva di forze sufficienti per organizzare la resistenza. Di fronte alla massiccia offensiva tedesca, che penetrò per lunghi tratti nel territorio sovietico, Trotski decise di passare dalla parte di Lenin. Il trattato venne firmato il 3 marzo 1918, ovviamente a condizioni più onerose: Lettonia, Estonia e Polonia passarono alla Germania, la quale si riservava anche una protezione militare sull’Ucraina.

Il 14 marzo Trotski venne nominato ministro della difesa (prima dell’esercito, poi anche della marina). Egli divenne presidente del consiglio militare rivoluzionario della repubblica, creato il 2 settembre 1918 per far fronte alla guerra civile e all’intervento straniero (1918-20). Furono i suoi anni migliori. In questo campo, Trotski si dimostrava un dirigente risoluto, capace di mobilitare migliaia di uomini, di realizzare obiettivi anche molto difficili. In particolare, partecipò alla repressione della rivolta dei socialisti-rivoluzionari di sinistra, scatenata il 6.VII.1918 a Mosca, allo scopo di rovesciare il governo sovietico e di sabotare la pace di Brest (a tale scopo gli avventuristi arrivarono persino a uccidere l’ambasciatore tedesco Mirbach).
Trotski giocò un ruolo centrale anche nell’organizzazione dell’esercito regolare dell’Armata rossa, che era diventato un compito fondamentale dopo che le zone più ricche del Paese erano finite nelle mani degli interventisti stranieri e delle guardie bianche. Eseguendo le direttive del C.C. del partito, mise in atto i princìpi fondamentali per l’edificazione di questo esercito: istruzione militare generale e obbligatoria nelle scuole, nelle fabbriche e nei villaggi, formazione immediata di reparti combattenti particolarmente disposti al sacrificio, arruolamento di istruttori e specialisti militari, istituzione di commissari volti a controllare nell’esercito gli interessi della rivoluzione e del socialismo. Praticamente si erano riusciti a superare i limiti che in quelle condizioni non avrebbero permesso alcuna vittoria contro le forze avversarie: il volontariato, l’esercito non regolare, l’elezione per la scelta dei comandanti, ecc. Pretendendo il rispetto più rigoroso della disciplina militare, Trotski non si attirò solo le simpatie di Lenin, ma riuscì anche a debellare la guerriglia durante la guerra civile.

Vi era tuttavia un rovescio della medaglia. Trotski tendeva ad abusare dei metodi amministrativi, a sopravvalutare le istanze del potere, a reprimere eccessivamente i soldati e gli ufficiali. Esigeva la pena di morte per ogni crimine. “La fucilazione -diceva- è un mezzo di dissuasione, crudele certo, ma il più efficace”. Di qui il tentativo di promuovere, con l’aiuto dei suoi seguaci, all’interno dell’Armata rossa, il culto della sua personalità. Nel 1922 arrivò persino a inserire nei regolamenti militari la sua biografia politica, nella quale egli si rappresentava come un eroe, come l’incarnazione dell’onore rivoluzionario e militare. Sotto questo aspetto, la sua diversità da Stalin era minima.
Oltre a ciò non si possono tacere i grossolani errori da lui commessi nel definire la strategia della guerra civile (ad es. nel momento di reprimere le truppe di Kolciak). Dal 1917 al 1922 egli non fece altro che ribadire, sotto forme diverse, i suoi concetti di fondo:

  • il proletariato europeo è più maturo per il socialismo di quello russo;
  • l’obiettivo principale del potere dei soviet consiste non tanto nel favorire le condizioni necessarie per edificare il socialismo in Russia, quanto piuttosto nel cercare di resistere in attesa della rivoluzione mondiale;
  • la rivoluzione va esportata negli altri paesi attraverso la potenza dell’Armata rossa. “La guerra rivoluzionaria -scriveva- è la condizione indiscutibile della nostra politica”. Queste tesi ovviamente non erano solo di Trotski, ma di molti altri leaders politici (ad es., oltre i già citati Zinoviev e Kamenev, anche M. Lasevic e E. Preobrazhenski).

Trotski sapeva rafforzare la disciplina del lavoro, stimolare l’entusiasmo della classe operaia, organizzare la produzione, capiva l’importanza del commercio estero e s’interessava al problema delle nazionalità. Lenin gli riconosceva queste e altre qualità: lo disse nel dicembre 1920, all’VIII congresso dei soviet, ed anche nel gennaio 1921.

Tuttavia, i suoi difetti erano per Lenin non meno gravi: pericolosa soprattutto era la sua tendenza a costruire un “socialismo militarista”, assai simile al “socialismo da caserma” pre-marxista. Un modello, il suo, basato sull’idea della militarizzazione dell’economia del paese, ovvero della sua trasformazione in una sorta di gigantesca macchina militare in cui tutto si fa su ordini ricevuti dall’alto, in cui le masse sono le docili esecutrici della volontà dei capi.

Il disaccordo con Lenin si riaccese durante il dibattito sui sindacati. Lenin era convinto che il X congresso del partito (marzo 1921) avrebbe rifiutato i metodi burocratici di Trotski riguardo alla politica sindacale. In particolare gli rimproverava di non saper realizzare un vero legame con le masse. E in effetti il congresso gli diede ragione. Trotski veniva messo sull’avviso: doveva attenersi alle direttive del partito, evitando di crearsi propri quadri, con i quali comandare all’interno del partito stesso. Oltre a ciò, vi era la questione, ben più complessa, dell’indipendenza e neutralità dei sindacati, che i menscevichi e Trotski sostenevano contro le tesi bolsceviche, secondo cui i sindacati dovevano essere “una scuola di comunismo”, strettamente legati al partito. Allora vinsero le posizioni centralistiche di Lenin, ma a scapito del pluralismo. La svolta della NEP, se proseguita con coerenza, dopo la morte di Lenin, avrebbe probabilmente risolto anche questo problema.
In una lettera indirizzata al congresso, un anno prima di morire, Lenin indicò con lungimiranza il dualismo della personalità di Trotski. Lo riteneva l’uomo più capace del C.C., ma anche quello meno affidabile, perché troppo sicuro di sé e troppo incline ad esagerare il lato amministrativo delle cose. Lenin trovò necessario ricordare al partito il “non-bolscevismo” di Trotski, facendo osservare però che questo limite non poteva essere imputato a lui personalmente, più di quanto non potesse essere imputato ai soli Zinoviev e Kamenev il tradimento nell’imminenza della rivoluzione. Una precisazione che Stalin dimenticherà volentieri. Va tuttavia qui ricordato che, a proposito di questo testamento, Trotski sarà il solo ad essere favorevole alla sua pubblicazione, almeno in un primo momento, poiché, in seguito, per ordine del C.C. del partito egli dichiarerà che non esisteva alcun “testamento di Lenin”.

Ovviamente Lenin vedeva nell’ideologia di Trotski non l’espressione di una posizione individuale, bensì la manifestazione di uno stato d’animo assai determinato all’interno del partito, di cui Trotski s’era fatto interprete e realizzatore. Anche Kamenev aveva manifestato una chiara posizione non-bolscevica, eppure Lenin non gli impedì di lavorare nel C.C. del partito. “Quando nel C.C. si formano gruppi più o meno uguali -diceva Lenin- è il partito che giudica”, cioè l’insieme dei militanti. Lenin non offriva solo la possibilità di correggere gli errori, ma cercava anche di stimolare un’aperta fiducia nelle capacità di tutti gli attivisti, propagandisti, intellettuali, operai, contadini…, che lottavano all’interno del partito.
Ma c’è di più. Lenin non stimava necessarie le divisioni, ma neppure se le nascondeva. In questo senso teneva a precisare due cose: 1) le divisioni vanno risolte nella legalità, cioè sulla base degli statuti e del programma del partito; 2) la discussione è una cosa, la linea e la lotta politica del partito un’altra: “Noi non siamo un club di dibattiti”, diceva. Ciò significava che gli irriducibili andavano, dopo ampie discussioni, espulsi.

Ora, tutte le fondamentali discussioni degli anni ’20 s’erano concentrate sulla possibilità o meno di costruire il socialismo in un solo paese, e addirittura in un paese economicamente arretrato. Trotski e il blocco dei suoi sostenitori che s’erano ritrovati sulla piattaforma del trotskismo nel 1926, affermavano che l’insieme della politica economica del paese soffriva di una deviazione a destra. Nel senso cioè che il partito -secondo questa opposizione- frenava lo sviluppo dell’industria statale, rispetto al tasso di crescita dell’intera economia nazionale. Essi in pratica non credevano nella possibilità di un’industrializzazione pianificata con le sole forze del Paese e proponevano di avviare l’industrializzazione dapprima a ritmi forzati, per saturare il mercato di merci, e quindi, rallentando i tempi di produzione, reggere sino alla vittoria del socialismo nei Paesi capitalisti più avanzati. Per tale “superindustrializzazione” proponevano di reperire i mezzi nelle campagne, aumentando le tasse ai contadini.

I trotskisti rifiutavano di considerare che questo provvedimento avrebbe comportato anche l’aumento dei prezzi di tutti i prodotti agricoli e un minore potere d’acquisto del rublo, nonché un netto divario fra industria e agricoltura e l’inevitabile rottura dell’alleanza, indispensabile alla NEP, tra operai e contadini. I principali beneficiari, di conseguenza, sarebbero stati i kulaki (contadini ricchi) e la nuova borghesia uscita dalla NEP, cioè proprio coloro contro cui mirava il programma dei trotskisti! A ciò -come se non bastasse- va aggiunto che questo blocco radical-gauchiste utilizzava metodi tipici di una corrente che vuole trasformarsi in un secondo partito: elaborazione e propaganda della propria piattaforma, attività frazionistica, diffusione di documenti antipartitici, ecc. In queste condizioni era indispensabile prendere misure urgenti.
Il plenum del C.C. del partito comunista, tenutosi nel gennaio 1925, destituì Trotski dal suo posto di presidente del consiglio militare rivoluzionario e lo sostituì con M. Frunze. Nell’ottobre 1926 Kirov propose al plenum riunito del C.C. e del C.C. esecutivo, a nome dell’organizzazione del partito di Leningrado, di escludere Trotski dall’ufficio politico. Un anno più tardi egli viene anche escluso dal C.C. (insieme a Zinoviev) e nel novembre -per aver organizzato una manifestazione dei suoi seguaci durante il X anniversario della Repubblica d’Ottobre- viene anche radiato dalla lista dei membri del partito. Espulsi dal partito furono anche Kamenev, Piatakov, Radek e altri ancora.

L’idea trotskista sull’acutizzazione della lotta di classe via via che si consolidano le basi del socialismo, stava cominciando a dare i suoi effetti, ma a beneficio dello stanilismo, il quale seppe approfittare della situazione per iniziare una durissima repressione nei confronti di tutti i trotskisti. In quell’occasione, Stalin si avvalse degli organi giudiziari, pur senza imbastire un processo col quale incriminare Trotski ufficialmente (il che sarebbe apparso ridicolo, poiché Trotski di fronte alla legge non era colpevole di nulle), ma in seguito le cose andranno ben diversamente.

All’inizio del 1928 Trotski viene inviato in esilio ad Alma-Ata nel Kazakhstan, ma egli continua la lotta contro il partito e il bolscevismo. Il plenum del CC del partito (luglio 1926) purtroppo era stato categorico nel rifiutare il pluripartitismo. La linea del blocco Trotski-Zinoviev ottiene lo 0,5% del consenso degli iscritti al Pc(b): a questa opposizione non si dà il diritto di esistere. Trotski chiede di denunciare la politica “opportunista” della direzione sovietica, esige che si organizzino degli scioperi, che ci si opponga alla stipula dei contratti collettivi nelle imprese, ecc. Alla fine di quell’anno, da Mosca un inviato speciale della polizia politica ad Alma-Ata comunica a Trotski l’ultimatum del governo: o smette di guidare l’opposizione o verrà espulso dal paese. Trotski sceglie la seconda alternativa. Insieme ad altri tre membri della sua famiglia, lasciò l’URSS per sempre. Era la sua terza emigrazione politica. All’esilio si erano opposti, nel C.C., Bucharin, Rykov e Tomski.

Il governo sovietico si rivolse a molti paesi perché accogliessero Trotski, ma solo la Turchia, dopo molte trattative, accettò. Solo durante il viaggio Trotski venne a conoscenza che il luogo del suo esilio era Istanbul: la sua richiesta d’essere inviato in Germania venne respinta. Arrivato ad Istanbul il 12 febbraio 1929, visse fino al 1933 nelle isole Kiziladalar, nei pressi della capitale turca. Nel 1932 viene privato, insieme ai familiari, della nazionalità sovietica. I suoi sostenitori, in Francia, fecero in modo che potesse ottenere un visto d’ingresso per questo paese. Ma nell’estate del 1935 è costretto a trasferirsi in Norvegia, ove rimane sino al gennaio 1937, dopodiché decide di accettare l’invito, grazie agli sforzi di D. Rivera, noto pittore messicano, del presidente Cardenas di risiedere in Messico. Prese dunque domicilio a Koyocan, un distretto della capitale, ma il 21 agosto 1940 fu assassinato con un colpo di piccone da Ramon Mercader, su incarico di Stalin.

La IV Internazionale

Durante l’emigrazione, l’attività di Trotski si concentrò sull’idea di fondare un’organizzazione chiamata ad attirare nelle sue fila tutti coloro che erano “a sinistra” dei partiti comunisti e del Komintern. Tale organizzazione si chiamerà “IV Internazionale”. Essa nacque nel settembre 1938 in una conferenza dei trotskisti tenutasi a Parigi.

Trotski preparò la creazione della sua Internazionale scrivendo molti libri: dalla Rivoluzione permanente (1930) alla Scuola staliniana della falsificazione (1932), dalla già citata Storia della rivoluzione russa(1931-33) alla Rivoluzione tradita (1936), nonché una quantità enorme di articoli. In queste e altre opere del periodo appaiono -come vuole lo specialista occidentale del trotskismo, I. Deutscher- nuove tesi rispetto a quelle formulate negli anni ’20. La lotta contro lo stalinismo ne costituisce il perno centrale.
In effetti, dopo l’assassinio di Kirov (1934), Trotski seppe intravedere la crisi che avrebbe colpito il partito. Egli criticò sia la degenerazione verso il burocratismo, sia i processi di Mosca, ritenendoli una mistificazione ordita da Stalin e dal suo gruppo per liquidare gli avversari. Tuttavia, i suoi avvertimenti non vennero presi in considerazione né in seno al partito né nel movimento comunista internazionale. Ormai Trotski, col suo protagonismo a tout prix s’era per così dire “bruciato”. Peraltro egli non aveva altra intenzione che quella di sostituire lo stalinismo con il “trotskismo”. Tutti i difetti e le aberrazioni della politica staliniana venivano da lui utilizzate come prova della validità della sua tesi fondamentale della “rivoluzione permamente”, ovvero dell’impossibilità di costruire il socialismo in un solo paese. Se poi consideriamo il fatto che Trotski, per realizzare il suo modello di socialismo, avrebbe impiegato dei metodi (si pensi solo all’idea di far coincidere le circoscrizioni militari con le unità produttive) che non si distinguevano qualitativamente da quelli di Stalin, si comprende facilmente quanto sia inutile rivalutare Trotski contro il leninismo.

Oggi, non pochi teorici della IV Internazionale affermano che su taluni aspetti occorre rivedere le concezioni di Trotski, ma, nonostante questo, il neo-trotskismo resta una semplice appendice di quello classico. Infatti, alla base della fraseologia rivoluzionaria di entrambi vi è una tesi comune, quella della “rivoluzione permanente”.

Per elaborare questa tesi, Trotski si era riferito a quella formulata da Marx ed Engels nel 1850, nell’Indirizzo alla Lega dei comunisti. In esso, Marx ed Engels, intervenendo contro la subordinazione degli interessi della classe operaia (nella rivoluzione democratico-borghese) a quelli della borghesia, scrivevano che il proletariato doveva andare molto più lontano della borghesia, “rendendo la rivoluzione permanente, finché ogni classe più o meno possidente sia stata tolta dal potere…”. L’opinione di Lenin, sotto questo aspetto, era analoga: “Noi siamo per la rivoluzione ininterrotta”, cioè per la trasformazione della rivoluzione borghese in socialista. Lenin dunque riconosceva la necessità di tappe successive della lotta rivoluzionaria, ognuna delle quali preparava le condizioni indispensabili alla transizione verso la tappa seguente.

Viceversa, Trotski presentava l’idea di “permanenza” come il conseguimento simultaneo di tutti gli obiettivi politici del proletariato, il quale doveva rovesciare immediatamente, senza tappe successive, il dominio della borghesia. Ad es. la sua interpretazione delle Tesi di aprile di Lenin è radicalmente differente da quella che diedero, allora, i bolscevichi. Per Trotski quelle Tesi erano una proposta immediata della rivoluzione socialista e non la proposta di un approfondimento della rivoluzione democratico-borghese. Egli, in sostanza, non comprendeva che per realizzare la rivoluzione socialista occorreva l’alleanza con i contadini poveri contro i kulaki. Per lui la rivoluzione non era che uno scontro militare, dove i due eserciti contrapposti, schierati sin dall’inizio, debbono solo concludere militarmente uno scontro, i cui termini politici sono chiari fin da principio ad entrambi gli schieramenti. Trotski insomma era un esteta della rivoluzione. I suoi appelli avventuristici a bruciare le tappe non facevano che riflettere una profonda ignoranza delle leggi oggettive dello sviluppo sociale.

Peraltro un trotskista autentico non potrà mai ammettere che un determinato Paese s’è incamminato realmente sulla strada del socialismo. La negazione di una qualunque forma di socialismo si basa proprio sull’idea della rivoluzione proletaria mondiale. Anche oggi, i trotskisti, esaminando il fallimento del “socialismo reale”, non traggono la conclusione che il socialismo deve democratizzarsi, ma quella che senza rivoluzione permanente fra la borghesia “mondiale” e il proletariato “mondiale”, non vi potrà mai essere alcuna vera forma di socialismo: col che, in pratica, non fanno che avvalorare le tesi borghesi secondo cui l’unica alternativa al socialismo è il capitalismo.

Per i neo-trotskisti, la rivoluzione proletaria mondiale non è né la somma delle rivoluzioni nazionali, né l’abbandono progressivo del capitalismo da parte di diversi Paesi, né un’azione che abbia luogo in tutti i Paesi contemporaneamente. E’ piuttosto un conflitto tra borghesia e proletariato mondiale, portato avanti per un lungo, indefinito periodo storico. Ciò che dà senso alla storia, per i trotskisti, è appunto l’eccitazione di una rivoluzione continua, il prolungamento all’infinito del momento esaltante della lotta eversiva, contestatrice: non è certo il duro, prosaico lavoro post-insurrezionale, che rischierebbe di far emergere il vuoto spirituale di questi “professionisti della rivoluzione”, il cui scopo principale è sempre stato quello di seminare dubbi nella coscienza dei lavoratori circa la riuscita di una qualunque transizione.

Il fatto che i trotskisti abbiano bisogno di vivere in una situazione conflittuale in cui i conflitti non vengano mai risolti, è dimostrato anche dalla tesi sull’utilità della guerra per la rivoluzione mondiale, che Trotski elaborò nel 1940. Più la guerra è devastante -affermano i trotskisti- e maggiore sarà il ruolo rivoluzionario ch’essa giocherà nello sviluppo del mondo. Non a caso essi non fanno distinzione tra “guerra difensiva” e “guerra offensiva”. Non avendo alcuna fiducia nelle forze delle classi che si oppongono al capitale, propugnano il fatalismo di una “guerra rivoluzionaria”, riflettendo, in ciò, le concezioni degli strati estremisti piccolo-borghesi, sempre più rovinati dalla logica del profitto. Di fronte alle difficoltà quotidiane della lotta per la pace, essi si demoralizzano, non credono al principio dialettico per cui i cambiamenti quantitativi, che si accumulano nei rapporti di forza, possono condurre a dei profondi mutamenti qualitativi. Questi militanti dell’antiprosaicità, questi eroi ultrasinistri che si esaltano solo nei momenti “forti”, spettacolari, sono vittime allucinate della tragica formula: “Meglio una fine orribile che un orrore senza fine”.

Una piccola diversità, tuttavia, esiste fra vecchi e nuovi trotskisti. A suo tempo, Trotski, come noto, aveva predicato la concezione eurocentrica della rivoluzione sociale mondiale, affermando che questa non sarebbe stata possibile che nei Paesi più sviluppati. Egli inoltre negava la potenzialità rivoluzionaria delle masse agricole, che considerava come una forza conservatrice se non addirittura reazionaria, contro cui avrebbe dovuto lottare lo stesso potere rivoluzionario.

Viceversa, i neo-trotskisti (l’economista più significativo è E. Mandel), dopo aver costatato che l’occidente capitalistico non ha alcuna intenzione, almeno per il momento, di fare delle rivoluzioni proletarie, hanno preferito concentrare la loro attenzione, cercando di non autoemarginarsi dalla storia, sulle “rivoluzioni coloniali” dei Paesi del Terzo mondo, considerate come fattore prevalente della rivoluzione mondiale. Ora essi sono addirittura disposti ad ammettere che la classe agricola è la forza rivoluzionaria per eccellenza dell’epoca contemporanea, ma questa ammissione, ancora una volta, cela il trucco di sempre. Il loro scopo, in realtà, è quello di servirsi dei contadini del Terzo mondo per criticare il proletariato occidentale, non è quello di promuovere un’alleanza tra queste due forze sociali a livello mondiale. Costatando che il Terzo mondo è passato da una dipendenza “diretta” a una “indiretta” nei confronti dell’imperialismo, essi danno per scontato che quest’area geografica, da sola, non potrà mai veramente liberarsi dalle catene del neocolonialismo. Il risultato quindi, di tale ragionamento, è l’immobilismo e la solita fraseologia rivoluzionaria.
I neotrotskisti, lontani mille miglia dalle dinamiche sociali, vorrebbero una rivoluzione facile, a portata di mano, senza alcun lavoro tra le masse, che desse loro ogni potere per controllare in modo burocratico e amministrativo tutta la società. Siccome sanno benissimo di non poter ottenere questi obiettivi, ne traggono la conclusione che è impossibile realizzare il socialismo democratico. Di qui il netto rifiuto di creare legami tra mondo operaio e strati non proletari dei lavoratori, o alleanze di tipo antimonopolistico, o vaste intese nell’ambito della sinistra. Essi sanno soltanto difendere l’idea dell’assoluta, totale, autonomia delle correnti più diverse del movimento democratico. Preferiscono parlare di “esportazione della rivoluzione” piuttosto che costruirla in casa propria.

Bibliografia
Oltre alle molte opere di Isaac Deutscher, che sono indispensabili per chi voglia conoscere il trotskismo, si può consultare:

K. Mavrakis, Trotskismo teoria e storia, ed. Mazzotta
AA.VV., Trotski nel movimento operaio del XX sec., in “Il ponte” nn. 11-12/1980 (La Nuova Italia)
Day, Trotski e Stalin, Ed. Riuniti
Diverse opere di Trotski furono pubblicate negli anni ’70 dall’ed. Savelli.

Fonte: TROTSKI E IL TROTSKISMO

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Gulag un altro punto di vista

Parlare dei campi di rieducazione sovietica è sempre difficile. Certamente è un tema spinoso, anche a causa dell’ormai radicata cultura occidentale che paragona i lager sovietici con i campi di sterminio tedeschi. Ma questa analogia è possibile?

Ritengo sia doveroso far luce su questo argomento così spinoso ma interessante. In fondo al testo troverete una piccola bibliografia che potrebbe aiutarvi ad analizzare questo fenomeno.
Il testo di Solženicyn è un testo che non va assolutamente considerato come una verità assoluta. Ma prima di trattare di Solženicyn preferirei valutare, documenti alla mano, le cosiddette libertà “negate” durante la storia dell’Unione Sovietica. Tutto questo smascherando le infinite menzogne su Stalin e sul suo modo di governare definito dittatoriale.

Durante il periodo in cui Stalin rimase come Segretario Generale del Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica fu redatta la terza Costituzione sovietica. Tradotta in italiano grazie alla casa editrice “Edizioni in lingue estere”, possiamo facilmente costatare come al capitolo X, precisamente dall’articolo 118 al 133, siano elencati i diritti e i doveri fondamentali del cittadino. Oltre al diritto al lavoro (art. 118), al riposo (art. 119), previdenza sociale (art. 120), istruzione gratuita (art. 121), …, l’articolo 125 è abbastanza esplicativo sul regime dittatoriale sovietico:

“In conformità con gli interessi dei lavoratori e allo scopo di consolidare il regime socialista, ai cittadini dell’U.R.S.S. è garantita, per legge:
a) libertà di parola
b) libertà di stampa
c) libertà di riunione e di comizi
d) libertà di cortei e dimostrazioni di strada.
Questi diritti dei cittadini vengono assicurati mettendo a disposizione dei lavoratori e delle loro organizzazioni le tipografie, i depositi di carta, gli edifici pubblici, le strade, le poste, i telegrafi, i telefoni e le altre condizioni materiali necessarie per il loro esercizio.”.

Tutto ciò, come in tutti i paesi, non deve andare contro il codice penale: gli articoli 58 e 59 trattano dei “delitti contro lo Stato” e dei “delitti contro l’amministrazione pubblica”; in particolare vengono esaminati i cosiddetti crimini controrivoluzionari, cioè quelle azioni volte ad abbattere lo Stato socialista o a danneggiarlo fortemente tramite atti di violenza, sia verso le persone che verso le cose. Il codice penale sovietico, non ha niente di diverso alla punizione verso chi commette il crimine di eversione in Italia, se non nella condanna alla fucilazione che però deve essere sempre contestualizzata.
Il lager, erroneamente chiamato GUlag, era un campo di rieducazione dove i detenuti, oltre a scontare la pena, si rendevano utili nei confronti della popolazione che avevano tradito. Considerati inumani, vorrei solo ricordare il già citato articolo 41 bis del codice penale italiano o la triste storia di Silvia Baraldini.

Il lavoro e le cosiddette “condizioni estreme”

I regimi di lavoro erano gli stessi ai quali era sottoposta la popolazione. Il passaggio da una società arretrata, come quella pre-rivoluzionaria, a quella socialista necessitava di una fortissima industrializzazione, che i dirigenti del PCUS (Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica) attuarono con i piani quinquennali. La pjatiletka, cioè il quinquennio, era lo strumento economico ideato dal 1928 in poi. Questo regime di economia prevedeva una pianificazione dei risultati da raggiungere. Si decise, ad esempio, che la produzione di ghisa sarebbe passata da 3,5 a 10 milioni di tonnellate, che poi fu aumentata a 17 milioni nel 1930 grazie ai grandi sforzi effettuati che permisero di alzare la soglia di produzione. Inoltre fu pianificata la produzione dei trattori, fondamentali per l’agricoltura, a 175.000 macchinari e ovviamente ad altri campi dell’industria pesante. L’imponente sforzo che si doveva realizzare vide anche il contributo dei criminali internati nei campi. Un fatto normale che però, quando si parla di Unione Sovietica, diventa immediatamente inumano.
Il lavoro, in Unione Sovietica, è un diritto e soprattutto un dovere del cittadino: da questo non ne sono esenti i criminali che, per scontare la loro pena, dovevano lavorare rendendo un servizio utile alla popolazione.
I risultati raggiunti con il lavoro, diritto e dovere di ogni cittadino, furono strabilianti: il Belomorkanal, cioè il canale che collega il Mar Bianco con il Mar Baltico fu costruito in circa 2 anni, coprendo una distanza di 227km. Paragonandolo con altre opere monumentali, il canale di Panama, lungo 81,1km, fu costruito in 28 anni mentre il canale di Suez, lungo 170km, fu costruito in una decade.
I campi di lavoro vennero edificati per lo più in Siberia, notoriamente terra fredda, poiché, all’epoca, quel territorio era ancora al 90% inabitato e ricco di minerali come, ad esempio, l’oro. Il procedimento di urbanizzazione passò attraverso il lavoro dei detenuti, che scontavano la pena rendendosi utili alla società.
Un’altra imponente struttura, sicuramente meritevole di menzione, fu la gigantesca diga del Dnepr.

Il famoso scrittore Maksim Gor’kij, durante una sua visita nei campi di rieducazione, affermò che “i lager come le Solovki sono indispensabili” e “[In alcune delle stanze ho visto] quattro o sei letti, ciascuno ornato di oggetti personali… Ci sono fiori sui davanzali. Non si ha l’impressione che la vita sia sottoposta a regole troppo rigide. E non somiglia affatto a una prigione, anzi sembra che le stanze siano abitate da prigionieri tratti in salvo da una nave naufragata. […] Se una società europea cosiddetta colta osasse effettuare un esperimento come questa colonia, e se questo esperimento desse dei frutti come ha fatto il nostro, tale paese darebbe fiato a tutte le sue trombe per vantarsi dei propri successi.”.

Alcune testimonianze sulla rieducazione

Il lavoro di rieducazione socialista è stato confermato da alcune personalità tra le quali Andrej Nikolaevič Tupolev, Sergej Pavlovič Korolёv e Alexander Gorbatov. Chi erano questi tre personaggi?
Andrej Nikolaevič Tupolev fu un noto ingegnere aereonautico, fondatore della società Tupolev. Nel 1937, dopo aver svolto un intenso lavoro nell’ingegnerie aereonautica, fu arrestato con l’accusa di sabotaggio, attività controrivoluzionaria e spionaggio. Per queste accuse, fu condannato a scontare, nel 1940, 15 anni di lavoro forzato. Nel 1941 fu scarcerato e fu riabilitato al servizio e tornò a lavorare come ingegnere aereonautico.
Sergej Pavlovič Korolёv, di professione ingegnere, fu condannato a 10 anni nei campi di rieducazione, e dopo un solo anno fu anch’egli scarcerato. Korolёv fu uno dei tanti ricercatori che contribuì al programma spaziale sovietico, dirigendolo.
Alexander Vasil’evič Gorbatov fu invece uno dei più noti generali dell’Armata Rossa. Servì nella Prima Guerra Mondiale sotto l’esercito zarista e fu insignito dell’Ordine della Bandiera Rossa, una delle più alte onorificenze sovietiche. Condannato come “nemico del popolo”, venne riammesso nel 1941 con il precedente grado nell’Armata Rossa e fu uno dei generali d’armata a sferrare la devastante controffensiva contro i nazisti verso Berlino. Nel 1945, dopo la presa della capitale del Reich, fu nominato Comandante della città sotto la stretta supervisione del Maresciallo Žukov.
La rieducazione era svolta, con maggior attenzione, anche verso i minorenni. Makarenko, noto pedagogista sovietico, trattò con grande cura del processo di rieducazione giovanile volta a inserire nuovamente i giovani nella società grazie alla cultura del lavoro, al rispetto delle regole sovietiche e all’ideale marxista-leninista. Nella comunità di Makarenko, i giovani vedono la propria giornata divisa tra lo studio e il lavoro: quattro ore vengono dedicate all’analisi dei testi marxisti-leninisti mentre le altre quattro sono improntate sul lavoro manuale. Tutto ciò basato sull’ideale collettivo, cioè l’ideale secondo cui l’individuo deve armonizzare i propri interessi e le proprie esigenze con l’interesse generale della comunità.

Repressione politica o giustizia?

I crimini cosiddetti politici, elevati come la dimostrazione che le libertà fondamentali (e anche su questo ci sarebbe da aprire un grande discorso) erano negate, furono condannati ancor più duramente di prima solo a partire dal 1937, anno in cui fu assassinato Kirov, uno dei massimi esponenti del Partito bolscevico nonché segretario del partito a Leningrado dal 1926 e membro del Politbjuro. Le indagini sull’omicidio di Kirov portarono alla scoperta di numerosi complotti, nazionali e internazionali, volti ad assassinare i maggiori dirigenti bolscevichi e a minare e abbattere il sistema socialista: insomma, il nostro reato di eversione! Gli oppositori politici non furono condannati per aver solamente un’idea diversa da quella “ufficiale”, se così si può dire, ma piuttosto per aver organizzato attentati contro persone e/o cose, spionaggio, tentativi controrivoluzionari appoggiandosi a potenze straniere. Un esempio furono i sabotaggi presso le miniere di zinco in Kazachstan o nelle fabbriche di Magnitogorsk, vero cuore pulsante dell’economia industriale sovietica.

I gruppi buchariniani-zinovievisti-trockijsti furono processati e condannati, in seguito alle loro stesse ammissioni. Ammissioni che furono considerate realistiche, e non frutto di pressioni da parte del NKVD, anche da esponenti statunitensi presenti nel paese. Questo si può vedere nel libro di Joseph Davies, ambasciatore statunitense a Mosca durante i processi. Egli scrisse:

“Nonostante l’ostilità (…) dopo aver osservato giorno per giorno i testimoni, il loro modo di deporre, gli elementi emersi durante il processo, nonché altri fatti di cui poteva esser tenuto conto nel giudizio, ritengo che, per quanto riguarda gli uomini politici imputati, siano state raggiunte prove sufficienti ad accertare alcuni dei delitti denunciati nell’atto d’accusa secondo la legge sovietica. Esse giustificano una ragionevole ombra di dubbio, il verdetto di colpevolezza e di tradimento, e l’applicazione delle pene previste dagli statuti criminali sovietici. Secondo l’opinione dei diplomatici che presenziarono regolarmente al processo, si è avuta la dimostrazione dell’esistenza d’una formidabile opposizione politica e di un serissimo complotto (…).”

Il libro di Davies ci descrive in maniera esauriente quanto i processi furono giusti e non volto a reprimere politicamente le idee, ma le azioni. Davies, precedentemente, affermò svariate volte di non essere nemmeno lontanamente vicino all’ideale comunista ma bensì di essere un capitalista e individualista.
Alexandre Zinov’ev, uno dei tanti famosi dissidenti, scrisse, prima di redimersi, nella sua autobiografia:

“Sono stato antistalinista convinto dall’età di diciassette anni. L’idea di un attentato contro Stalin occupava i miei pensieri e i miei sentimenti. Abbiamo studiato la possibilità “teorica” di un attentato. Siamo passati alla preparazione pratica. (…) Se mi avessero condannato a morte nel 1939, questa decisione sarebbe stata giusta. Avevo concepito il piano di uccidere Stalin e questo era un crimine, non è vero? Quando Stalin era ancora in vita, avevo una diversa visione delle cose, ma ora che posso avere una visione d’insieme di questo secolo, dico: Stalin è stato la più grande personalità del nostro secolo, il più grande genio politico. Assumere un atteggiamento scientifico nei confronti di un personaggio è cosa diversa dal manifestare un’opinione personale.”.

Solženicyn e i campi

Il nonno di Solženicyn fu un proprietario terriero, o, per dirla in russo, un kulak al quale fu espropriata la terra. Questa terra fu poi ridistribuita ai contadini sottoforma di kolchoz e sovchos lasciandone addirittura una parte in usufrutto gratuito vitalizio al contadino stesso, come si può vedere all’articolo 7 della Costituzione del 1936.
Ovviamente un nostalgico zarista, che mai si può definire un marxista-leninista, non poté mai vedere di buon occhio il sistema socialista poiché questo andava contro all’anticomunismo professato da egli stesso. Ciò che fece condannare Solženicyn non fu una semplice lettera di critica, giacché Stalin fu sempre criticato in maniera costruttiva all’interno del Comitato Centrale, bensì un vero atto controrivoluzionario (per non dire eversivo) per il quale fu condannato a otto anni di reclusione.
Il suo libro, Arcipelago Gulag, aumenta in modo esponenziale i numeri degli internati nei campi sovietici. Insieme allo pseudo-storico Conquest, Solženicyn asserì che gli internati si aggiravano sui 10 milioni, quando i documenti resi noti da Gorbačёv parlavano di 510.317 internati di cui il 25-33% per reati politici; i deceduti furono 115.992, di cui molti per cause naturali. Sostenere inoltre che venivano denutriti e obbligati a condizioni estreme di vita è una falsità o, quantomeno, una verità a metà che però va contestualizzata e spiegata; la stessa Costituzione del 1936, all’articolo 12, tratta del lavoro:
“Il lavoro è nell’U.R.S.S. dovere e oggetto d’onore per ogni cittadino atto al lavoro, secondo il principio: «Chi non lavora, non mangia». Nell’U.R.S.S. si attua il principio del socialismo: «Da ciascuno secondo le sue capacità a ognuno secondo il suo lavoro»”.

Il fatto che molti non ricevevano le normali razioni di cibo per il naturale sostentamento era legato al fatto che non adempissero al loro compito inflitto dalla pena. L’esigere il cibo pur non lavorando, è come, attualmente, esigere lo stipendio stando comodamente seduti sul proprio divano!
Anne Applebaum ha scritto così dei campi di rieducazione, in un testo che non si può definire apologetico, e nemmeno propagandistico, ma oggettivo riguardo alcuni fatti:

“C’era bisogno di ospedali e gli amministratori li costruirono, introducendo sistemi per preparare alcuni detenuti alla professione di farmacisti e infermieri. Per sopperire alle necessità alimentari, edificarono le proprie aziende agricole collettive, depositi e un proprio sistema di distribuzione. Avendo bisogno di elettricità, costruirono industrie elettriche, e per soddisfare la domanda di materiale edilizio, costruirono fabbriche di mattoni. Necessitando di operai specializzati, addestrarono quelli che avevano. Molti degli ex kulaki erano analfabeti o semianalfabeti, e questo provocava problemi enormi quando si dovevano affrontare progetti di una certa complessità tecnica. Perciò l’amministrazione dei campi allestì scuole di formazione tecnica, che a loro volta richiesero altri edifici e nuovi quadri: insegnanti di matematica e di fisica, come pure “istruttori politici” per sovrintendere al loro lavoro. Negli anni quaranta Vorkuta, una città costruita su un terreno permanentemente gelato, dove le strade dovevano essere riassaltate e le tubature riparate ogni primavera, aveva ormai un istituto geologico e un’università, teatri, teatrini di marionette, piscine e asili.”.

Sempre la Applebaum, nel medesimo libro che troverete alla fine dove elencherò i riferimenti bibliografici, ci raccontò:

“Per finire, gli operai più efficienti venivano rilasciati in anticipo; per ogni tre giorni di lavoro in cui la norma veniva realizzata al cento per cento ogni detenuto riscattava un giorno di pena. Quando poi il canale (del Mar Bianco) fu completato in tempo, nell’agosto 1933, vennero liberati 12.484 prigionieri. Molti altri ricevettero medaglie e premi. Un detenuto festeggiò il suo rilascio anticipato con una cerimonia in cui si svolse anche la tradizionale offerta russa del pane e del sale, mentre gli astanti gridavano: “Urrà per i costruttori del canale!”. Nella foga del momento, cominciò a baciare una sconosciuta. Finirono per trascorrere la notte insieme sulle rive del canale.”.

Indice dei nomi russi utilizzati

Gulag (glavnoe upravlenie lagerej i kolonij) = amministrazione centrale dei lager e delle colonie
Kolchoz (kollektivnoe chozjajstvo) = azienda collettiva nelle campagne
Kulak = contadini indipendenti che si avvalevano di schiavi
Pjatiletka = quinquennio, termine comunemente usato per i piani quinquennali
Politbjuro (političeskoe bjuro) = Ufficio Politico, eletto dal Comitato Centrale
Sovchoz (sovetskoe chozjajstvo) = azienda sovietica (cioè statale) nelle campagne

Fonti

– AA.VV., Costituzione (legge fondamentale) dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1944
– Applebaum A., Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici, Cles, Mondadori, 2005
– Berija L., Kaganovič L., Kalinin M., Mikojan A., Molotov V., Stalin I., Vorošilov K., Zdanov A., Storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S., Mosca, Edizioni in lingue estere, 1948
– Boffa G., Storia dell’Unione Sovietica vol. 2, Cles, L’Unità, 1990
– Davies J. E., Missione a Mosca, Cles, Mondadori, 1946
– Makarenko A., Poema pedagogico, Roma, Edizioni Rinascita, 1955
– Martens L., Stalin da un altro punto di vista, Francoforte, Zambon, 2004
– Rocca, G, Stalin. Quel “meraviglioso georgiano”, Cles, Mondadori, 1989
– Stalin I., “Questioni del leninismo”, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1946, p. 609-659
– Taddei R., Il codice penale sovietico, Padova, Presbyterium, 1960

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revisionismo

Smontiamo l’ennesia falsa accusa: Persecuzioni antisemite nella Russia di Stalin

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L’antisemitismo avvantaggia gli sfruttatori in quanto, come un parafulmine, devia i colpi rivolti dai lavoratori al capitalismo. L’antisemitismo è pericoloso per i lavoratori, perché è una falsa pista che li allontana dalla strada giusta e li conduce nella giungla.
I Comunisti, in quanto internazionalisti coerenti, non possono non essere nemici inconciliabili e aspri dell’antisemitismo. Nell’Unione Sovietica, l’antisemitismo è severamente perseguito come un fenomeno ostile al sistema sovietico. Secondo le leggi dell’URSS, gli antisemiti attivi sono puniti con la morte.
(I. Stalin, Replica ad un’accusa da parte dell’Agenzia Ebraica negli Usa)

L’Unione Sovieitca ha assimilato la maggior parte dei suoi cinque milioni di ebrei, ha messo a disposizione un vasto territorio autonomo ed i mezzi per la colonizzazione, in questo modo sono nati milioni di cittadini attivi e intelligenti.

Nell’Unione Sovietica incontrai molti ebrei e, poiché la questione mi interessa, parlai molto con loro. Il ritmo straordinario del processo di produzione ha bisogno di uomini, mani e cervelli; gli ebrei si lasciarono volontariamente inquadrare in questo processo e ciò favori l’assimilazione che è progredita più che altrove.

E’ accaduto che degli ebrei mi dicessero: “Da molti anni non penso al fatto di essere Ebreo; soltanto le vostre domande me lo ricordano”.

Commovente è l’unanimità con la quale gli ebrei che incontrai dimostrarono di essere d’accordo con il nuovo Stato. Prima erano disprezzati, perseguitati, gente senza professione la cui vita era priva di senso; ora sono contadini, operai, intellettuali, soldati e sono riconoscenti per il nuovo ordine.

Straordinaria è l’avidità con la quale gli ebrei, per tanto tempo tenuti lontani dall’economia agricola, si gettarono su questa nuova professione.

Spesso vennero da me ebrei delegati di enti collettivi economici per invitarmi a visitare le loro colonie.

Era molto interessante sentire quello che mi raccontavano su questi kolkos i contadini sovietici non ebrei, originariamente erano prevenuti sugli ebrei e non li ritenevano adatti ai lavori agricoli, ora sorridono bonariamente al ricordo dì questo loro pregiudizio.

Mi è stato riferito su grandi e pacifiche scommesse fatte fra colonie ebraiche e non ebraiche nell’Ucraina, in Crimea, nel bacino del Don.

Non minore è la passione con la quale gli ebrei, tenuti lontani per secoli dall’istruzione e dalla scienza, si sono gettati ora su questi due rami. Mi venne raccontato che nei villaggi ebraici esiste una strana deficienza di uomini e donne fra i quindici e trent’anni. Questo perché tutta la gioventù ebraica si reca in città a studiare.

Se lo sviluppo economico favorisce da un lato l’ assimilazione degli ebrei sovietici, l’Unione ha d’altra parte liquidato la tesi “della dannosa illusione di un popolo ebraico” ed ha dato la possibilità ai suoi ebrei di conservare la loro nazionalità.

Il nazionalismo degli ebrei sovietici si distingue per un certo pacato entusiasmo. Come sia poco romantico, pratico ed audace risulta da due fatti.

In primo luogo non riconoscono come lingua propria l’ebraico, nobile e tradizionale, ma poco utile, bensì il jiddish formatosi nella vita quotidiana e costituito da elementi eterogenei, che viene però usato da cinque milioni di individui come lingua di comunicazione.

Ed in secondo luogo il territorio offerto agli ebrei per la fondazione del loro Stato nazionale ed in cui essi si sono fissati è lontano e difficile, ma ricco di illimitate possibilità.

Come tutte le lingue nazionali, il jiddish viene curato amorevolmente nell’Unione. Ci sono scuole e giornali in questa lingua, esiste una letteratura e si tengono congressi per la tutela del jiddish e gli spettacoli in questa lingua godono della massima considerazione.

Nel teatro statale di Mosca ho vista un ottima esecuzione in jiddish di Re Lear con il grande attore Miehoels nella parte principale e con l’eccellente buffo Suskins,con magnifiche scene nuove ed ottimamente interpretato.

La fondazione dello Stato nazionale ebraico nel Birobidzian urtò dapprima contro difficoltà insormontabili ed il progetto fu considerato dai nemici dell’Unione e non soltanto da essi, un’impresa altrettanto disperata quanto la ricostruzione dell’economia socialista.

I mezzi finanziari inadeguati resero più difficile l’esecuzione del progetto, molti dei colonizzatori ritornarono e già i nemici dichiaravano trionfanti che il piano era un’utopia, naufragato per la lontananza del territorio, per la conformazione geologica del terreno, per la piaga delle zanzare e per la malaria, e ragione non ultima per la scarsa capacità a fare il pioniere degli ebrei russi degenerati delle piccole città.

Ebbene, ora nel territorio del Birobidzian c’è una città, con scuole, ospedali, edifici pubblici ed un teatro e vi si può arrivare da Mosca in carrozza diretta. Sebbene il piano preveda l’immigrazione di oltre centomila ebrei nei prossimi tre anni, le autorità devono vagliare severamente, tante sono le domande di immigrazione.

Ho ricevuto molte lettere dal Bìrobidzìan ed ho parlato con molte persone che venivano direttamente. Nessuno nega che la vita vi sia ancona dura. Ma anche nessuno nega più che il più difficile sia stato fatto e che l’utopia sia diventata realtà.

La Repubblica Socialista Ebraica esiste!!

Fonte: Capitolo 5, Nazionalismo e Internazionalismo del libro Mosca 1937 di Lion Feuchtwanger

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