I Dieci giorni che sconvolsero il mondo


“Max, non dire a nessuno dove mi trovo. Sto scrivendo un libro sulla Rivoluzione Russa. Ho tutti i manifesti e le carte qui in una piccola stanza e un dizionario di Russo, e sto lavorando giorno e notte. Non ho chiuso occhio per trentasei ore. Finirò il tutto in due settimane. E ho anche un nome per il libro:  “Dieci giorni che sconvolsero il mondo”. A presto, devo procurarmi del caffè. Per l’amor di Dio, non dire a nessuno dove mi trovo!”

Già dal messaggio al suo editore Max Eastman, si percepisce l’urgenza di Reed di raccontare la Storia prima che diventi tale. La stessa urgenza unita all’impegno politico che aveva connotato il suo lavoro di giornalista del magazine di ispirazione socialista The masses, e l’aveva spinto a partire alla volta della Russia nell’estate del ’17. Dopo esser stato reporter di guerra nei primi anni della Grande Guerra, e prima ancora testimone della rivoluzione messicana, Reed voleva recarsi là dove il regime zarista aveva dovuto lasciare spazio a nuove istanze democratiche. Nel suo soggiorno in Russia, riesce a conoscere i leader bolscevichi e a seguirne il percorso e la presa del potere, ad intercettare gli umori delle masse, a collezionare fonti originali e scrivere note di viaggio, materiali che però gli verranno confiscati una volta tornato a New York nell’aprile del 1918.

Ecco perché la pubblicazione arriva solamente nel marzo del ’19, mentre la Russia è alle prese con la guerra civile tra bianchi e rossi e le sorti del governo bolscevico sono ancora incerte. In qualche modo anche questo contribuisce alla fortuna del libro, che offre al resto del mondo un racconto avvincente della Rivoluzione d’Ottobre proprio quando, con la fine della grande guerra, era più pronto ad accoglierlo. Ma è solo il tempismo ad averlo reso un testo iconico della storia del ‘900?

I dieci giorni che sconvolsero il mondo” non è un romanzo storico ma un reportage scritto da chi è stato testimone e partecipe degli eventi

Nella prefazione alla prima edizione americana, così John Reed presentava “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” (Ten Days That Shook the World):

«Questo libro è un brano di storia, di storia come io l’ho vissuta. [E’]una cronaca degli avvenimenti di cui sono stato testimone, ai quali ho assistito personalmente o che conosco da fonte sicura».

 “Qualunque sia il giudizio rivolto al bolscevismo, è indubbio che la Rivoluzione russa debba essere considerata uno dei grandi avvenimenti della storia dell’umanità e che la conquista del potere da parte dei bolscevichi sia un evento d’importanza mondiale. Gli storici si sforzano di ricostruire, nei minimi particolari la storia della Comune di Parigi e allo stesso modo desiderano sapere quanto realmente accaduto a Pietrogrado nel novembre 1917: quale fosse lo stato d’animo del popolo, la fisionomia dei leader, le loro parole e i comportamenti adottati. Nello scrivere questo libro, pensavo a tutto ciò “.

La cronaca di Reed è un classico del giornalismo di guerra o d’inchiesta storica, la voce di un comunista convinto che sottolinea l’altissimo grado di passione e di entusiasmo suscitato dall’inaudita trasformazione in corso, memorabili sono i suoi ritratti di Lenin.

Proviamo ora a immaginare questa narrazione come il nucleo generativo di una polifonia di rappresentazioni che utilizzano codici linguistici differenti:

  1. il testo di John Reed, sia nella sua traduzione in italiano (in duplice formato, pdf e html), sia in versione originale, per chi volesse farsi un’idea dell’american journalism di cento anni fa, progenitore del modo di raccontare le notizie nel Novecento;

  2. il libro di John Reed letto per noi dall’attore Tommaso Ragno, tratto dal programma radiofonico Ad Alta voce di Radio Rai – ascoltare la lettura di un racconto è un’affascinante modalità di fruizione della letteratura, che appartiene alla radiofonia (oggi al podcasting)

  3. un classico del cinema mondiale, Ottobre di Sergej Ejsenstejn, prodotto per celebrare il decennale della rivoluzione. Non è facile affrontare la visione di una narrazione cinematografica di quasi cent’anni fa, ma i motivi per cui forse ne vale la pena sono tre: 

    a. storiografico il film richiama in parte la linea narrativa di Reed e ripercorre enfaticamente le giornate della rivoluzione di ottobre; 

    b. iconografico il cinema di Ejsenstejn corrisponde ad un’idea di cultura celebrativa e diretta alla creazione del consenso, tipica dei regimi totalitari, ma capace di creare opere d’arte straordinarie; 

    c. mediatico per avere un’idea da quale universo visuale si è partiti per arrivare a Tarantino, Lucas e Wes Anderson. Ottobre ovvero i 10 giorni che sconvolsero il mondo

  4. un film dal titolo omonimo, di realizzazione più recente (1982), di Sergej Bondarchuk, con gli attori italiani Franco Nero e Sydne Rome, che mette in scena proprio John Reed che progetta e realizza il proprio libro-reportage. La ricostruzione è più “realistica” – rispetto al film poetico e visionario di Ejsenstejn – e costituisce una rappresentazione alternativa dello stesso nucleo narrativo.

Estratto del capito 10 Mosca – John Reed. In questo racconto estremamente toccante il giornalista narra del corteo funebre in onore degli oltre 500 rivoluzionari uccisi nell’insurrezione di Mosca, dove l’esercito regolare non risparmiava sparatorie sulla folla di operai e contadini. Di fronte a questa scena, John Reed, comprese l’importanza dell’obiettivo finale di quel sacrificio, primo e unico al mondo:

Tardi, nella notte, percorremmo le vie deserte ed attraversando la porta d’Iberia, sboccammo sulla vasta Piazza Rossa, davanti al Kremlino. La cattedrale di San Basilio il Beato innalzava fantasticamente nella notte le spirali e le scaglie delle sue cupole dai riflessi splendenti. Nulla pareva danneggiato… Lungo la piazza si elevava la massa scura delle torri e delle mura del Kremlino. Sotto l’alta muraglia tremava un riflesso rosso di fuochi invisibili ed attraverso l’immensa piazza ci pervenivano suoni di voci e rumori di vanghe e di zappe. Attraversammo…

Una montagna di terra e di pietre si elevava ai piedi delle mura. Ci arrampicammo sulla cima e i nostri sguardi caddero allora su due enormi fosse, profonde da dieci a quindici piedi, e lunghe una cinquantina di metri, che centinaia di soldati ed operai erano occupati a scavare alla luce di grandi fuochi.

Un giovane studente ci disse in tedesco:
— È la Tomba Fraterna. Domani noi seppelliremo qui cinquecento proletari che sono morti per la rivoluzione.

Ci fece discendere nella fossa. Le zappe e le vanghe lavoravano con una fretta febbrile e la montagna di terra aumentava. Nessuno parlava. Sulle nostre teste miriadi di stelle bucavano la notte e l’antico Kremlino degli zar alzava la sua formidabile muraglia.

— In questo luogo sacro, — disse lo studente, — il più sacro di tutta la Russia, noi seppelliremo ciò che abbiamo di più sacro. Qui, dove dormono gli zar, riposerà il nostro zar, il popolo…

Portava il braccio al collo per una palla che aveva ricevuto durante la battaglia. Gli occhi fissi sulla ferita, proseguì:
— Voi ci disprezzate, voi stranieri, perché noi abbiamo tollerato una monarchia medioevale per tanto tempo. Ma abbiamo visto bene che lo zar non era il solo tiranno al mondo, che il capitalismo era peggio e che, in tutti i paesi del globo, il capitalismo era l’imperatore… La tattica della rivoluzione russa ha aperto la vera strada…

Mentre noi partivamo, i lavoratori, spossati e grondanti di sudore, malgrado il freddo, cominciavano ad uscire faticosamente dalle fosse. Un’altra squadra arrivava attraverso la piazza. Senza una parola, discese a sua volta e gli attrezzi ricominciarono a scavare… Cosi, tutta la notte, i volontari del popolo si dettero il cambio, senza sosta, e quando la fredda luce dell’alba cominciò a diffondersi sulla grande piazza bianca di neve, le fosse spalancate e nere della Tomba Fraterna erano finite.

Ci alzammo prima del sole e per le strade ancora scure, ci recammo sulla piazza Skobelev. Non si vedeva un’anima viva nell’immensa città, ma si percepiva un vago rumore di agitazione, ora lontano, ora più vicino, come il rumore del vento che si leva. Davanti al quartier generale del Soviet, nella pallida luce del mattino, era riunito un piccolo gruppo di uomini e di donne che portavano un fascio di vessilli rossi dalle lettere d’oro. Era il Comitato centrale rivoluzionario del Soviet di Mosca.

Si fece giorno. Il rumore debole aumentò, si gonfiò in una nota bassa continua e potente. La città si svegliava.
Discendemmo la Tverscaia, bandiere al vento. Le piccole cappelle, sulla nostra strada, erano chiuse e scure. Tra le altre quella della Vergine di Iberia che ogni nuovo zar andava a visitare prima della incoronazione; notte e giorno aperta e piena di gente, essa era sempre illuminata dai ceri dei fedeli, che facevano scintillare l’oro, l’argento e le pietre preziose delle immagini.

Era, si diceva, la prima volta, dopo Napoleone, che i ceri erano spenti. La Santa Chiesa Ortodossa aveva distolto lo sguardo da Mosca, il nido delle vipere sacrileghe che avevano bombardato il Kremlino. Oscure, silenziose e fredde erano le chiese, scomparsi i preti. Nessun pope per i funerali rossi, nessun sacramento per i morti. Non vi sarebbe stata alcuna preghiera sulla tomba dei bestemmiatori. Tikon, il metropolita di Mosca, avrebbe ben presto scomunicato i Soviet…

I negozi erano chiusi e le classi possidenti restavano nelle case, ma per altri motivi. Quel giorno era la giornata del popolo, e il rumore della sua venuta, era simile al boato della marea che sale…

Già, sotto la porta di Iberia, un fiume umano scorreva e l’immensa Piazza Rossa si copriva di migliaia di punti neri. All’altezza della cappella di Iberia, dove prima nessuno mancava di farsi il segno della croce, constatai che la folla non sembrava neppure notarla.

Torrenti di popolo trasportavano per tutte le strade, verso la Piazza Rossa, migliaia e migliaia di esseri, segnati dalla miseria e dalla fatica. Una banda militare arrivò suonando l’Internazionale, e spontaneamente il canto si estese nella folla, propagandosi come le onde sull’acqua, maestoso e solenne. Dalla muraglia del Kremlino pendevano fino al suolo gigantesche bandiere rosse, con grandi scritte bianche e dorate: «Ai primi Martiri della Rivoluzione sociale universale» e «Viva la fratellanza dei lavoratori del mondo».

Un vento freddo spazzava la piazza e sollevava le bandiere.

Dai quartieri più lontani giungevano ora gli operai delle officine con i loro morti. Li vedevamo passare sotto la porta, con gli stendardi rossi e le bare più scure, color del sangue. Le casse di legno, ruvide, non piallate, tinte di rosso, posavano sulle spalle di uomini laceri, sul cui viso scorrevano le lagrime. Dietro venivano le donne che singhiozzavano e gemevano, oppure marciavano rigide, pallide come morte. Alcuni feretri erano aperti e il coperchio veniva portato dietro. Altri erano ricoperti di tessuto ricamato d’oro e d’argento, oppure era stato inchiodato sulla cassa un berretto da soldato. Vi erano molte orribili corone di fiori artificiali.
Il corteo avanzava lentamente verso di noi attraverso la folla che si apriva e si chiudeva subito dopo. Sotto la porta sfilava ora un’onda interminabile di bandiere di tutte le gradazioni del rosso con scritte in lettere d’argento o di oro e con nodi di crespo all’asta; vi era anche qualche bandiera anarchica, nera con lettere bianche. La musica suonava la marcia funebre rivoluzionaria e nel coro immenso della enorme massa, a testa scoperta, si distinguevano le voci rauche e rotte dai singhiozzi dei portatori…

Mescolate agli operai delle officine, marciavano compagnie di soldati, con i loro feretri, poi venivano squadroni di cavalleria al passo di parata e batterie di artiglieria con i pezzi velati di rosso e di nero, per l’eternità, sembrava.
Sulle loro bandiere si leggeva: «Viva la III Internazionale!» oppure: «Noi vogliamo una pace onesta, generale,democratica!».


I portatori arrivarono infine presso la tomba e scalando con le bare i mucchi di terra discesero nelle fosse; vi erano tra di loro molte donne, di quelle donne del popolo, tarchiate e robuste. Dopo i morti venivano altre donne, donne giovani e affrante e vecchie donne rugose, che gettavano grida da animali feriti, che volevano seguire nella tomba i figli o i mariti e che si dibattevano tra mani caritatevoli, che le trattenevano. È il modo di amarsi dei poveri.


Tutta la giornata, arrivando dalla porta di Iberia, e lasciando la piazza della Nikolskaia, il corteo funebre sfilò, fiume di bandiere rosse, con scritte di speranza e di fraternità e profezie audaci, attraverso una folla di cinquantamila persone, sotto gli sguardi degli operai del mondo intero e di tutta la posterità…
Uno ad uno i cinquecento feretri furono adagiati nelle fosse. Cadde il crepuscolo e le bandiere sventolavano sempre al vento, la musica continuava a suonare la marcia funebre e la massa enorme ricantava i suoi canti. Le corone furono appese ai rami lunghi degli alberi, come strani fiori multicolori. Duecento uomini afferrarono le pale e si udì confondersi ai canti il rumore sordo della terra sulle bare…

Delle luci apparvero. Passavano le ultime bandiere e le ultime donne singhiozzanti, che gettavano indietro un ultimo sguardo di una intensità spaventosa. Lentamente, l’ondata proletaria si ritirò dalla vasta piazza.


Compresi di colpo che il religioso popolo russo non aveva più bisogno di preti che gli aprissero la strada al cielo. Esso cominciava ad edificare sulla terra un regno più splendido di quello dei cieli e glorioso era morire per quel regno.

John Reed, l’eccezionale giornalista della Rivoluzione russa

I libri che scrivono la storia il caso: Dieci giorni che sconvolsero il mondo

Dieci giorni che sconvolsero il mondo – scheda di lavoro

Rivoluzione Russa, le parole di John Reed

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