Storia di un simbolo: IL PUGNO CHIUSO

Negli anni Trenta si consolida e si diffonde un nuovo gesto di opposizione e protesta, perfetta antitesi al saluto fascista sia dal punto di vista formale che da quello dei significati, il saluto a pugno chiuso in cui, com’è stato notato, «convergono più significati: l’organizzazione di classe, la volontà indomita di resistenza, la minaccia ai nemici». Sebbene abbia anch’esso, probabilmente, un’origine classica, sembra la sua iconografia inizi a definirsi solo durante i giorni drammatici della Comune di Parigi: Gustave Courbet, ad esempio, ritrae in un quaderno di disegni la scena di una fucilazione in cui una donna con il berretto frigio sfida il plotone d’esecuzione levando in alto un pugno.
Tuttavia nei mesi e negli anni successivi al 1871 Courbet si dedicherà ad altri soggetti e questo schizzo non sarà molto diffuso; ben altra fortuna, anche simbolica, avranno invece alcuni lavori di Théophile-Alexander Steinlen il cui quadro La Commune. Louise Michel sur les barricades (1885) diventerà una delle poche immagini della rivoluzione. Steinlen riprodurrà lo stesso soggetto, una donna con un seno scoperto che, in piedi sulle barricate, sventola una grande bandiera rossa, sulla prima pagina del periodico Chambarde socialistedel 26 maggio 1894, intitolandolo semplicemente Mai 1871 e firmandosi con lo pseudonimo “Petit Pierre”: oltre all’evidente richiamo alla “Libertà che guida il popolo” di Delacroix (1830), l’immagine ha particolare fortuna perché, com’è stato dimostrato, finisce per rinforzare alcuni miti strettamente legati alla storia della Comune come, ad esempio, quello dell’“ultima barricata”. Benché sorregga la bandiera rossa, a cui tuttavia lo stile impressionistico del disegno riserva quasi il ruolo di uno sfondo, il gesto del pugno chiuso alzato si configura in queste immagini soprattutto come un movimento istintivo e naturale di rabbia, sfida o incitamento: è in questo modo, ad esempio, che Emilio Longoni lo usa nel quadro L’oratore dello sciopero del 1891. 


Nel lento costruirsi di un’iconografia legata al pugno chiuso, dunque, si sommano la riproduzione di un gesto spontaneo e “naturale” con una tradizione simbolica legata alla lotta politica e sociale; ma probabilmente sarà solo la sua trasformazione in saluto militare a codificare definitivamente il saluto a pugno chiuso come gesto di lotta. In un primo tempo, tra il 1923 e il 1924, esso verrà usato in questo modo dalla 
Rotfrontkämpferbund, una organizzazione paramilitare del Partito Comunista Tedesco che, riproducendolo sulle bandiere, ne farà anche il proprio emblema in contrapposizione al saluto romano adottato dai nazisti. La RFKB è un’organizzazione paramilitare del Partito Comunista Tedesco (KPD) nata dalle ceneri delle Proletarischen Hudertschaften (Centurie Proletarie), che dopo il fallito tentativo rivoluzionario comunista, il cosidetto “Ottobre tedesco” (1923), vengono proibite in tutto il territorio della Repubblica di Weimar. Dunque è tra la fine del 1923 e l’inizio del 1924 che nasce il pugno chiuso come saluto militante. I combattenti del RFB si salutavano con il braccio destro ripiegato verso il fianco e il pugno piegato come fosse pronto a sferrare un colpo. Il saluto nel volgere di poco tempo si modifica e attorno al 1925 il pugno destro viene sollevato all’altezza della spalla con il gomito piegato. Il saluto comunista si estende dai membri della RFKB ai semplici militanti, verrà ulteriormente modificato nel periodo del Fronte Popolare in Francia e della Guerra di Spagna con il pugno destro che viene portato all’altezza delle tempia. Il pugno chiuso diventa anche il simbolo delle Brigate Internazionali dei volontari che combattono contro il generale Franco. Nell’ottobre del 1936, infatti, la Gazzetta Ufficiale del ministero della Difesa prescriverà che il saluto militare venga fatto alzando «il pugno chiuso all’altezza della visiera, quando non si portino armi, e se si è armati, il pugno chiuso con il braccio ad angolo retto». 

Tuttavia, secondo il diario di viaggio di un pittore svedese che sarebbe scomparso a Siviglia durante l’insurrezione militare, il gesto era già ampiamente diffuso come forma di saluto: «dappertutto nella gentile Spagna del sud, – scriveva infatti Torsten Jovinge – per le strade, dalle colline e dalle case, mi salutano con il pugno chiuso i mulattieri e gli aquaioli, le bambine che giocano accanto ai pozzi e quel bambino di un anno in braccio a suo padre». Dunque, quando Mirò nel 1937 realizza il famoso manifesto Aidez l’Espagne, che, pubblicato dai “Cahiers d’Art” in Francia sarebbe poi stato stampato in forma di cartolina per finanziare la lotta antifranchista, quel «pugno ingigantito con una forte deformazione espressiva, messo in primo piano quale motivo preminente di tutta l’immagine» diventa il gesto iconico dell’antifascismo, appannando la sua origine militare a favore di un più ampio valore identitario che avrebbe mantenuto nei decenni successivi

 

Il rapporto fra queste due differenti connotazioni del pugno chiuso non sarebbe stato esente da tensioni, come illustra bene un episodio del 1944: siamo in Italia nei mesi in cui, dopo l’ampliamento delle fila partigiane avvenuto durante l’estate, si avvia un processo di “istituzionalizzazione” della resistenza in cui si cerca di trasformare le formazioni partigiane in un vero e proprio “esercito”. In settembre la delegazione militare del Comando generale delle formazioni d’assalto “Garibaldi” decide di abolire il saluto a pugno chiuso, fino ad allora «tollerato», sostituendolo col saluto militare tradizionale, «la mano destra (dita unite e tese) a contatto col sopracciglio destro (lembo esterno), la palma in basso e facente linea unica coll’avambraccio inclinato in modo che il gomito risulti all’altezza della spalla»; in un comunicato del Comando unificato delle divisioni della Valsesia e dell’Ossola la decisione viene motivata col fatto che fino ad allora era mancata «una precisa codificazione della parte formale riguardante le formazioni garibaldine, settore non meno necessario perché: la disciplina è segno di ordine interno; la popolazione è favorevolmente influenzata da una condotta disciplinata e giudica soprattutto dai segni esteriori; l’unificazione di questi ultimi è indice sicuro che le “bande” sono ormai esercito». Come è evidente, quel pugno chiuso non racchiudeva solo un valore politico – che gli appartenenti alle formazioni Garibaldi, promosse dal Pci, non potevano che apprezzare – ma anche quel senso di “libertà” e di “ribellione” che i partigiani esprimevano con tutti gli strumenti che avevano a disposizione, dall’abbigliamento agli atteggiamenti alla stampa. Il saluto con il pugno chiuso in Italia, resterà il braccio destro piegato fin verso la metà degli anni ’60. I funerali di Togliatti, 1964, in cui molta parte dell’immensa folla distenderà il braccio destro piegato, indicheranno come il braccio disteso riprenda la sacralità del saluto militare iniziale. Proprio gli studenti, verso la fine degli anni ’60 apportano un’altra modifica al saluto: sempre più spesso viene usato il braccio sinistro. L’uso del braccio sinistro si stabilizza alla metà degli anni ’70 in Italia: oggi è decisamente il più diffuso

A partire da quell’anno tuttavia si può rintracciare un ulteriore, duplice e divergente percorso. Da una parte la “fratellanza”, il senso di unione e forza rappresentato dalle dita unite sembra essere scalzato dal pugno usato come simbolo di conflitto: il gesto viene cioè caricato di una violenza simbolica, sia dai gruppi della sinistra rivoluzionaria che dalla borghesia più conservatrice, sicuramente allarmata dalla ritmica scansione di slogan in cui la forte carica di violenza veniva rinforzata dai pugni mossi all’unisono. Dall’altra, il gesto del pugno chiuso teso verso l’alto assume un significato più universale di protesta e rivolta: in una delle immagini simbolo del ’68 internazionale, la premiazione dei 200 metri maschili alle olimpiadi messicane, i due atleti statunitensi Smith e Carlos salutano la bandiera a capo chino e con il pugno, guantato di nero, alzato, l’uno distendendo il braccio destro, l’altro il sinistro. In linea di massima, nei decenni successivi questa simbologia generale finirà per prevalere su quella strettamente politica, sganciando il pugno chiuso dalla ristretta cerchia delle immagini di partito.

 

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