II testamento di Stalin

Non sappiamo se Stalin ha lasciato un testamento politico vero e proprio. Probabilmente un tale documento non esiste. Tuttavia negli interventi noti degli ultimi mesi della vita, Stalin lasciò alcune indicazioni fondamentali su taluni problemi storici del movimento comunista ed operaio internazionale nel periodo in corso del passaggio dal capitalismo al socialismo sul piano mondiale. Queste indicazioni testimoniano la sua inscuotibile fiducia nella forza espansiva dei principi e della prassi del marxismo-leninismo e confermano la sua sollecitudine per il futuro dell’Urss e del socialismo mondiale. Queste indicazioni riguardano principalmente l’internazionalismo proletario e i compiti storici dei partiti comunisti, i problemi della pace e della guerra e il passaggio al comunismo nell’Urss. Richiamarle, non costituisce soltanto una esercitazione storiografica. Il riconoscimento della loro validità riveste un preciso significato politico-ideologico nelle complesse controversie attuali sulle vie del socialismo.

a) L’internazionalismo proletario e i compiti storici dei partiti comunisti

Nell’ultima seduta del XIX Congresso del Pcus. tenutosi nell’ottobre del 1952, Stalin con un conciso intervento ricordò innanzitutto i rapporti di mutuo appoggio sempre intercorsi fra il Pcus e gli altri partiti comunisti, fra l’Urss e gli altri popoli «fratelli». Sottolineò il grande contributo fornito dall’Urss, «reparto d’assalto» del movimento rivoluzionario e operaio internazionale, in specie con la vittoria nella II guerra mondiale che aveva liberato i popoli dell’Europa e dell’ Asia dalla minaccia della schiavitù fascista. Dichiarò poi che il difficile «compito d’onore» addossatosi dall’Urss quando era sola, veniva ora agevolato dalla costituzione dei nuovi «reparti d’assalto» delle democrazie popolari, dalla Cina alla Cecoslovacchia. Si rivolse quindi ai partiti comunisti o «operai-contadini» che si trovavano impegnati in lotte, talvolta durissime, sotto il tallone delle «draconiane leggi borghesi». Il loro lavoro, indubbiamente difficile, era tuttavia illuminato dalle esperienze di «errori e di successi» compiute dall’Urss e dalle democrazie popolari. Inoltre – affermò Stalin – la borghesia internazionale si è trasformata in modo molto profondo, è diventata più reazionaria,, ha perso i legami col popolo e quindi si è indebolita. Prima praticava il liberalismo, difendeva le libertà democratico-borghesi. Oggi del liberalismo non rimane più traccia. È scomparsa la cosiddetta «libertà individuale», i diritti della persona sono riconosciuti soltanto a chi detiene il capitale, mentre tutti gli altri uomini sono considerati come «grezzo materiale umano, buono soltanto per essere sfruttato». Anche il principio dell’uguaglianza dei popoli e degli individui è sistematicamente calpestato, i pieni diritti spettano soltanto alla minoranza sfruttatrice. Prima la borghesia si considerava alla testa della nazione e ne difendeva i diritti e l’indipendenza «al di sopra di tutto». Adesso non vi è più traccia del «principio nazionale» e la borghesia «vende i diritti e l’indipendenza della nazione per dollari». Le bandiere delle libertà democratico-borghesi e dell’indipendenza e sovranità nazionali sono state gettate a mare dalla borghesia capitalistica. Tocca ai partiti comunisti risollevare queste bandiere se vorranno raggruppare attorno a sé la maggioranza del popolo e divenire in tal modo la forza dirigente della nazione. Non vi è nessun altro che possa farlo.

Gli ultimi trent’anni di storia della lotta di classe nei paesi capitalistici dimostrano quanto sia ancora valida l’indicazione staliniana. Fra l’altro, quei partiti comunisti – in particolare il Pci e gli altri «eurocomunisti» – che hanno gradatamente rinunciato alla lotta per l’indipendenza nazionale, hanno in pari tempo imboccato la via dei cedimenti dinnanzi alla propria borghesia e all’imperialismo Usa e hanno attentato o spezzato i legami fraterni con l’Urss e gli altri paesi del campo del socialismo. Ma questa capitolazione non ha fruttato neppure sul terreno del mantenimento della «democrazia». Sotto l’incalzare della aggravata crisi globale delle società capitalistiche, anche le libertà democratico-borghesi svaniscono aprendo la via alla «democrazia protetta», all’autoritarismo, quando non addirittura a nuove forme più o meno larvate di fascismo.

b) La pace e la guerra

Verso la fine del 1951 nell’Urss si accese un grande dibattito, che impegnò il partito, le organizzazioni economiche e gli specialisti intorno alla proposta di redazione di un manuale di economia politica che raccogliesse in forma sistematica e i principi scientifici elaborati da Marx e da Lenin ed attuati nella costruzione del socialismo nell’Urss. Stalin intervenne più volte nel dibattito e in una di tali occasioni allargò il discorso ai problemi determinanti della pace, della guerra e dell’imperialismo. Basandosi sulle tesi leniniste dell’imperialismo quale causa principale delle guerre nella nostra epoca ed appoggiandosi sull’esperienza storica della prima metà del secolo, Stalin ribadì il principio dell’inevitabilità delle guerre imperialiste provocate dallo sviluppo ineguale dei vari capitalismi, ma sottolineò anche con forza l’inevitabilità delle guerre fra paesi capitalistici osservando: «Si dice che i contrasti tra il capitalismo e il socialismo sono più forti che i contrasti fra i paesi capitalistici. Teoricamente, certo, questo è vero. È vero anche solo oggi, ai nostri giorni, ma era vero anche alla vigilia della seconda guerra mondiale. E lo capivano, in maggiore o minore misura, anche i dirigenti dei paesi capitalistici. Eppure la seconda guerra mondiale non incominciò con la guerra contro l’Urss, ma con la guerra fra i paesi capitalistici. Perché? Perché, in primo luogo, la guerra contro l’Urss, in quanto guerra contro il paese del socialismo, è più pericolosa per il capitalismo della guerra fra i paesi capitalistici, giacché, mentre la guerra fra i paesi capitalistici pone solo la questione del predominio di determinati paesi capitalistici su altri paesi capitalistici, la guerra control’Urss deve invece necessariamente porre la questione dell’esistenza del capitalismo stesso. In secondo luogo, perché i capitalisti, sebbene a scopo di “propaganda” facciano chiasso circa l’aggressività dell’Unione Sovietica, non credono essi stessi a questa aggressività, poiché tengono conto della politica pacifica dell’Unione Sovietica e sanno che l’Unione Sovietica non attaccherà, dal canto suo, i paesi capitalistici». Notò poi che il movimento in difesa della pace (allora molto ampio, combattivo ed omogeneo) pur essendo prezioso per i fini «democratici» del mantenimento della pace oper scongiurare orinviare una determinata guerra, non era sufficiente ad eliminare l’inevitabilità delle guerre fra paesi capitalistici se non si elevava al livello superiore della lotta per il socialismo. Infatti l’imperialismo continuerebbe a sussistere e a conservare le sue forze e quindi a rendere inevitabili le guerre. Stalin concludeva con un grande monito: “Per eliminare l’inevitabilità della guerra, è necessario distruggere l’imperialismo». La «sottolineatura» staliniana sull’inevitabilità delle guerre fra paesi capitalistici anche nell’epoca della coesistenza e del confronto fra imperialismo e socialismo, è importante, nelle sue molteplici implicazioni, per l’elaborazione di una globale strategia antimperialista da parte del campo mondiale del socialismo e del movimento per la liberazione nazionale e per la pace.

c) La costruzione del comunismo nell’Urss

1 – La questione dello «sviluppo delle forze produttive»

Il vivace dibattito attorno al progetto di un manuale di economia politica marxista-leninista si elevò nel corso del 1952 ad una discussione di fondo sulle vie per il passaggio dal socialismo al comunismo nell’Urss. Si delinearono due posizioni contrastanti: quella staliniana fermamente ancorata ai principi del marxismo-leninismo, e quella che sosteneva la teoria dello «sviluppo delle forze produttive». Stalin nel maggio 1952 concentrò la sua polemica sulle tesi dell’economista Iaroscenko, ben comprendendo che questi rappresentava soltanto la «punta emergente» di un iceberg. Iaroscenko sosteneva che nell’economia politica del socialismo non importava tanto discutere delle categorie (quali: valore, merce, denaro, credito, ecc.) quanto sviluppare i temi dell’organizzazione razionale delle forze produttive, della pianificazione dello sviluppo dell’economia, della «giustificazione scientifica» dell’organizzazione. Iaroscenko andava oltre, sostenendo che nel socialismo la lotta essenziale per edificare la società comunista si riduceva alla lotta per la «giusta» e «razionale» organizzazione delle forze produttive e che il comunismo consisteva nella «più alta organizzazione scientifica delle forze produttive nella produzione sociale». Stalin richiamò innanzitutto la lezione scientifica di Marx che metteva in risalto l’importanza dei rapporti di produzione (rapporti degli uomini fra loro) rispetto ai rapporti degli uomini con la natura (forze produttive), nel processo generale e unitario della produzione sociale, socialista o non. I rapporti di produzione riguardano le forme della proprietà sui mezzi di produzione, quindi i rapporti fra i vari gruppi sociali nella produzione e infine le forme della distribuzione dei prodotti. Subito dopo Stalin chiarì il rapporto dialettico esistente fra i rapporti di produzione e lo sviluppo delle forze produttive, sottolineando il fatto che storicamente i rapporti di produzione possono costituire in certi periodi, quando sono superati, un freno per le forze produttive, ma in altri periodi, una volta rinnovati, costituiscono un fattore di propulsione principale (e citò il rinnovamento dei rapporti di produzione introdotto dalla rivoluzione d’ottobre e approfonditosi nelle campagne con la collettivizzazione degli anni ’30). Tutto ciò costituiva la materia essenziale dell’economia politica.

Circa il passaggio al comunismo, Stalin denunciò il semplicismo di Iaroscenko secondo cui la formula del comunismo: «A ognuno secondo i suoi bisogni» poteva essere soddisfatta con una organizzazione razionale delle forze produttive che assicurasse l’abbondanza dei prodotti, e ciò senza mutare fatti economici di fondo, strutturali, quali la proprietà di gruppo colcosiana, la produzione e la circolazione mercantili, ecc…. Non si tratta soltanto di questioni di produzione e di consumo ma dello scopo, del compito che la società pone alla sua produzione sociale. Nel regime capitalistico, scopo supremo della produzione di merci è la creazione di plusvalore, del massimo profitto capitalistico da conseguire con ogni mezzo (sfruttamento dei popoli, militarizzazione, guerre). I bisogni reali degli uomini sono praticamente estranei a tale logica. Al contrario, lo scopo della produzione socialista è l’assicurazione del massimo soddisfacimento delle sempre crescenti esigenze materiali e culturali di tutta la società, mediante l’aumento ininterrotto e il perfezionamento della produzione socialista sulla base di una tecnica superiore. Per Iaroscenko la produzione diventa fine a sé stessa e i bisogni dell’uomo scompaiono: una sorta di riaffermazione del primato dell’ideologia borghese sull’ideologia marxista, qualcosa che riecheggiava le tesi di Bukharin sulla «distruzione dell’economia politica» e sulla «tecnica dell’organizzazione sociale». Dopo queste premesse, Stalin espose i punti di vista marxisti-leninisti sulle condizioni per un passaggio effettivo al comunismo. In primo luogo si dovrà assicurare non una mitica «organizzazione razionale» delle forze produttive, ma uno sviluppo ininterrotto di tutta la produzione sociale con uno sviluppo prevalente dei mezzi di produzione, presupposto per una riproduzione allargata. In secondo luogo, occorre elevare la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo e sostituire gradualmente alla circolazione mercantile un sistema globale di scambio dei prodotti, controllato nell’interesse della società da un centro economico-sociale. In terzo luogo, per promuovere lo sviluppo culturale dei lavoratori occorrerà diminuire la giornata lavorativa a sei o anche cinque ore, migliorare le abitazioni, aumentare i salari reali di almeno due volte, se non più. Soltanto dopo l’attuazione di tutte queste misure preliminari, il lavoro diverrà non più un «pesante fardello» ma – come dicevano Marx ed Engels – «la prima necessità dell’esistenza», «una gioia».

2 – La questione del superamento della proprietà colcosiana

Nel settembre 1952 Stalin fu indotto ad intervenire nuovamente nel dibattito in corso e questa volta per combattere la proposta degli economisti Sanina e Vensger i quali si erano occupati della capitale questione della trasformazione della proprietà colcosiana in proprietà di tutto il popolo. Stalin comprendeva bene che tali proposte costituivano non soltanto la «punta emersa» di un iceberg ma coinvolgevano pure la fondamentale questione dell’alleanza fra operai e contadini nella costruzione del socialismo e nel passaggio al comunismo. Stalin chiarì preliminarmente che la proprietà colcosiana, pur essendo una forma di proprietà collettiva di gruppo e non una proprietà di tutto il popolo, era tuttavia una forma di proprietà di tipo socialista e non capitalista. Misure di nazionalizzazione o di statizzazione erano perciò da considerarsi del tutto inappropriate, anche perché la proprietà di tutto il popolo con l’estinzione dello stato sarebbe finita storicamente per approdare alla socializzazione. Stalin si occupò quindi della principale proposta avanzata dai due economisti e cioè di elevare la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo mediante la vendita in proprietà dei colcos dei principali mezzi di produzione concentrati nelle stazioni di macchine e trattori (SMT). La critica staliniana a tale proposito fu serrata. Innanzitutto era necessario distinguere fra l’attrezzamento agricolo minuto – che veniva correntemente venduto dallo stato ai colcos – e i grossi mezzi di produzione delle SMT. Il primo non decideva in alcun modo le sorti della produzione colcosiana mentre le macchine e i trattori, con la terra, influivano in maniera determinante sulle sorti dell’agricoltura sovietica. Ora, la produttività in agricoltura e l’ascesa continua della produzione agricola nell’Urss dipendevano dal progresso tecnico incessante dei mezzi di produzione, dalla loro continua sostituzione con mezzi più moderni. Ma ciò comportava investimenti giganteschi che potevano essere ammortizzati – a parte le perdite inevitabili – in periodi di non meno di sei-otto anni. I colcos, anche i più prosperi, non potevano addossarsi spese e perdite di tale entità. Soltanto lo stato poteva sostenere tali oneri. Così stando le cose, la proposta di vendita ai colcos delle SMT avrebbe significato perdite e rovina per molti colcos, un declino della meccanizzazione dell’agricoltura e una diminuzione dei ritmi della produzione colcosiana.

Passando ad esaminare l’influenza che la vendita delle SMT ai colcos avrebbe avuto sull’adempimento delle condizioni per il passaggio al comunismo, Stalin rilevò che con la vendita i colcos sarebbero divenuti proprietari dei principali strumenti di produzione, situazione di anormale privilegio non goduta da alcuna azienda sovietica, neppure del settore nazionalizzato. Con ciò la proprietà colcosiana si sarebbe allontanata, non avvicinata, alla proprietà di tutto il popolo e quindi la prospettiva del passaggio dal socialismo al comunismo si sarebbe anch’essa allontanata per questa via. Inoltre un’enorme quantità di strumenti della produzione agricola sarebbe entrata nella sfera della circolazione mercantile. Le conclusioni di Stalin a questo riguardo furono perentorie: «La circolazione mercantile è incompatibile con la prospettiva del passaggio dal socialismo al comunismo… noi marxisti partiamo dalla nota tesi marxista secondo cui il passaggio dal socialismo al comunismo e il principio comunista della ripartizione dei prodotti secondo i bisogni escludono qualsiasi scambio mercantile, quindi anche la trasformazione dei prodotti in merci e al tempo stesso la loro trasformazione in valore». Approfondendo ulteriormente l’analisi, Stalin constatava che i colcos, non essendo proprietari della terra e dei principali mezzi di produzione, erano in realtà proprietari soltanto del prodotto della produzione colcosiana (a parte gli edifici e le aziende individuali dei colcosiani). Tuttavia una buona parte di tale produzione, le eccedenze rispetto alle vendite allo stato, ecc. si riversava sul mercato ed entrava nella circolazione mercantile. Ciò ostacola il processo di elevamento della proprietà colcosiana a proprietà di tutto il popolo. Occorrerà quindi escludere le eccedenze della produzione colcosiana dalla circolazione mercantile e inserirle via via nel sistema dello scambio diretto dei prodotti fra l’industria statale e i colcos. Questo sistema, ancora allo stato embrionale, andrà introdotto gradualmente anche perché presuppone un gigantesco aumento della produzione fornita dalla città alla campagna. Ma la sua progressiva estensione a tutti i rami dell’agricoltura agevolerà anche l’inserimento della produzione colcosiana nel sistema della pianificazione generale e anche per questa via accelererà la transizione dal socialismo al comunismo.

Per trarre alcune prime, per quanto approssimate conclusioni, è necessario delineare un quadro, sia pure molto sommario e in parte lacunoso, degli assetti dell’agricoltura sovietica risultati dal nuovo corso aperto dal XX Congresso del Pcus del 1956 e continuato attraverso gli anni della «destalinizzazione» e della stessa destituzione di Krusciov del 1964. Dalla seconda metà degli anni ’50 più volte lo Stato sovietico aumentò i prezzi di acquisto dai colcos dei prodotti più importanti e concesse sgravi fiscali. Nel 1958 venne adottata la fondamentale misura strutturale della vendita da parte dello stato dei mezzi delle SMT ai colcos che ne divennero proprietari. Nel 1964-65 fu vietato alle istanze locali del partito, dei soviet e degli organismi economici, di fissare obbiettivi di produzione ai colcos. Furono ridotte le misure delle consegne obbligatorie allo stato (in particolare per grano, ortaggi, patate, semi oleosi), vennero stabilizzati i prezzi di acquisto e i quantitativi. I crediti ai colcos vennero pagati direttamente dalle banche, senza più l’intermediazione e la compensazione da parte degli organismi degli ammassi. Vennero praticamente annullati i debiti dei colcos verso lo stato, con uno stanziamento di 2.250 milioni di rubli. Fra il 1969 e il ’70, in particolare in occasione del II congresso dei colcosiani dell’Urss, vennero adottati nuovi statuti-modello della cooperazione agricola che, unitamente ad altri provvedimenti adottati in quel torno di tempo, comportarono mutamenti profondi nell’ordine della pianificazione, restando attribuite ai colcos le decisioni circa l’estensione delle aree da seminare, il rendimento delle singole coltivazioni del bestiame, mentre lo stato stabilisce la misura delle consegne dei prodotti e della vendita. Ai singoli colcos venne riconosciuta la facoltà di modificare le clausole degli statuti. Non fu più richiesto di precisare l’ammontare del prelievo sui redditi colcosiani da destinare ai fondi sociali. Le relative decisioni furono lasciate ai colcosiani stessi.

In sostanza, i colcos oggigiorno, partendo dal piano statale pluriennale di vendite a prezzi stabili, determinano l’ordine delle loro attività economiche e le priorità nella destinazione dei fondi che all’incirca rimangono fissate come segue: sementi – conti verso lo stato (ammassi, prestiti) – salari – vari. Precedentemente le priorità erano nell’ordine: conti verso lo stato – sementi – salari. I colcos vendono l’eccedenza della loro produzione immettendola sul mercato per la popolazione o cedendola alle cooperative di consumo o agli organismi degli ammassi (a prezzi maggiorati). I pagamenti in moneta si sono andati generalizzando, sostituendo quelli in natura, e ciò sia per i salari colcosiani, sia per i pagamenti dei costi di produzione, debiti verso lo stato, fondi sociali, ecc.. È da notare inoltre che lo sviluppo delle forze produttive nelle campagne ha comportato la nascita e la diffusione di tutto un settore agro-industriale e di mestieri connessi con la trasformazione, conservazione e trasporto dei prodotti, i cui impianti e relativi mezzi di produzione (ad esempio, centrali elettriche, almeno entro certe capacità produttive) sono di proprietà dei colcos. Una rapida rassegna risulterebbe incompleta se mancasse un cenno al settore degli appezzamenti agricoli individuali (concessione della terra a tempo indeterminato), che è un aspetto specifico dei rapporti sociali nell’agricoltura sovietica, sopravvissuto alla collettivizzazione. Negli ultimi anni della direzione kruscioviana si era tentato di limitare questo settore, ma nel 1964 vennero ripristinate le condizioni precedenti. Il 60% della produzione di queste imprese individuali proviene dai colcosiani, il rimanente da operai e impiegati. La famiglia colcosiana ha quindi in uso l’appezzamento individuale e in proprietà la casa e le costruzioni annesse, il bestiame, volatili, piccoli strumenti agricoli e può inoltre avvalersi degli animali, dei pascoli e dei mezzi di trasporto dei colcos. L’importanza e la specializzazione relative di questo settore della produzione agricola può misurarsi dalle seguenti cifre: su una superficie coltivabile pari al 2,7% di quella totale, nel 1977 si allevava circa il 20% del totale di bovini, suini e ovini, mentre la produzione di carne, latte e uova si aggirava attorno al 35% del totale. Una consistente parte di tale produzione viene immessa direttamente nel mercato senza alcun obbligo di consegna. Malgrado la tendenza generale alla diminuzione della parte di popolazione dedita all’agricoltura, la produzione individuale mostra ritmi di sviluppo tendenti alla crescita.

Il senso delle riforme compiute nell’agricoltura sovietica nel periodo post-staliniano sta nell’obiettivo fondamentale di promuovere lo sviluppo delle forze produttive mediante l’interessamento materiale e la partecipazione decisionale dei colcosiani, in un quadro di rapporti economici e giuridici fra stato e colcos che si avvicina molto all’«autogestione». Probabilmente le riforme rispondevano in una certa misura ad esigenze oggettive e ad aspirazioni soggettive reali, in specie se si tiene conto della rigida pianificazione centralizzata precedente e dei grandi sacrifici richiesti per lungo tempo alle masse lavoratrici contadine. Una riprova di tutto ciò potrebbe essere vista nello slancio registrato nella produzione agricola e culminato attorno al 1970 con ottimi raccolti dei prodotti più importanti. Tuttavia l’autonomia economica e la «democrazia colcosiana» portano con sé anche inconvenienti e pericoli seri. È vero che è illusorio costruire il socialismo chiamando le masse lavoratrici a contribuirvi soltanto sulla base dell’entusiasmo o anche della sola convinzione. Ma è anche certo che la proprietà collettiva di gruppo, in specie se rafforzata dal possesso di mezzi di produzione ragguardevoli, e se sottratta in buona parte alla regola di una giusta pianificazione centralizzata e di un corretto e continuo orientamento e controllo politico, costituisce la base per lo sviluppo spontaneo di tendenze psicologiche di massa verso l’egoismo corporativo, l’edonismo e magari il consumismo. Ciò sul terreno soggettivo. Ma sul terreno dei rapporti economici, l’affievolimento del principio centralizzatore della pianificazione e il contemporaneo incremento della circolazione mercantile, fanno riemergere inevitabilmente l’azione di talune leggi economiche inerenti al mercato, tra cui quella della concorrenza ma soprattutto quella della ricerca del profitto. Sulla base della ricerca del profitto, e sia pure di un profitto di gruppo, è breve il passo al processo di una differenziazione economica fra gli strati contadini, per quanto collettivizzati, tanto più se esposti continuamente alla tentazione di un uso e di uno sfruttamento individuale della terra.

È innegabile che le riforme post-staliniane nell’agricoltura hanno comportato una riduzione dell’area della pianificazione centralizzata e un aumento della produzione mercantile con annessa circolazione monetaria e un potenziamento della proprietà collettiva di gruppo. È vero che lo stesso Stalin difendeva la funzione positiva della produzione mercantile e della proprietà collettiva di gruppo nelle condizioni economiche, sociali e politiche del potere socialista sovietico. Ma la sua era una concezione «dinamica» e storicistica del fenomeno. In altri termini, un assetto da utilizzare per un certo periodo (storico) ma con l’impegno risoluto a passare a forme superiori appena possibile. «Nel momento attuale» – scriveva nel maggio 1952 – «questi fenomeni vengono da noi utilizzati con successo per sviluppare l’economia socialista ed essi recano alla nostra società un utile indubbio. Non v’è dubbio che recheranno questa utilità anche nel prossimo futuro; ma sarebbe una cecità imperdonabile non vedere che in pari tempo questi fenomeni cominciano già adesso a frenare il potente sviluppo delle nostre forze produttive in quanto creano ostacoli alla completa estensione a tutta l’economia nazionale, in modo particolare all’agricoltura, della pianificazione statale. Non vi può essere dubbio che più si andrà avanti e più questi fenomeni freneranno l’ulteriore sviluppo delle forze produttive del nostro paese. Di conseguenza, il compito consiste nel liquidare queste contraddizioni mediante la trasformazione graduale della proprietà colcosiana in proprietà di tutto il popolo e mediante l’introduzione – anch’essa graduale – dello scambio dei prodotti invece della circolazione mercantile». Le persistenti difficoltà dell’agricoltura sovietica, i suoi insufficienti ritmi di sviluppo che si ripercuotono sfavorevolmente sull’intera economia socialista e l’accentuazione del fenomeno negli ultimi anni, inducono a ritenere che si tratta proprio del genere di contraddizioni strutturali previste da Stalin. Esse coinvolgono direttamente anche i tempi del processo di transizione al comunismo.

La «destalinizzazione» fu accompagnata da una particolare enfasi propagandistica posta sulla prospettiva ravvicinata della costruzione delle basi materiali e dello stesso passaggio alla fase economico-sociale del comunismo. Il XX Congresso del Pcus indicò l’obiettivo di raggiungere e superare gli Usa nella produzione agricola pro-capite (in particolare latte, burro e carne). Nell’anno seguente fu delineato un piano di 15 anni per cui la costruzione della società comunista diventava «l’obiettivo immediato e pratico del partito e del popolo sovietico». Il XXI Congresso del Pcus del 1959 fu definito il congresso dei «costruttori del comunismo» in una «fase avanzata di costruzione del comunismo» e il piano settennale 1959-65 venne presentato come la «tappa decisiva nella creazione della base tecnico-materiale del comunismo». Oggigiorno, a più di venti anni da quelle enunciazioni trionfalistiche, sono subentrati cautela e realismo. Si continua a sottolineare il ruolo determinante dello sviluppo delle forze produttive. Se ne deduce la possibilità del passaggio al comunismo attraverso un processo graduale e pacifico di integrazione e di compenetrazione delle due forme di proprietà socialista nelle campagne, la proprietà di tutto il popolo e la proprietà collettiva di gruppo. Tuttavia, anche qui la storia non concede all’Urss fasi troppo prolungate di «respiro» o di «grandi NEP». Il socialismo «maturo» potrebbe infradiciare nelle sue stesse basi se la transizione al comunismo ritardasse o venisse procrastinata indefinitamente. D’altra parte, il nuovo approfondimento della crisi generale del capitalismo comporta nuovi conflitti interimperialistici con la connessa tentazione da parte del mondo capitalistico di regolare i conti col campo mondiale del socialismo e con l’Urss. Svanisce il periodo storico della «coesistenza pacifica» e subentra quello delle guerre economiche e della preparazione delle guerre imperialiste. All’Urss incombe ancora una volta il compito storico di fronteggiare, ritardare, deviare o stroncare l’aggressione imperialista, di mantenere e di ristabilire la pace, e comunque di sostenere una pesante corsa agli armamenti e quindi una dura sfida sul terreno economico.

In che modo tali compiti supremi saranno conciliabili col passaggio al comunismo? La risposta è tremendamente ardua. Quel che è certo, è che l’Urss dovrà adottare necessariamente una concentrazione e una pianificazione mai viste di tutte le sue risorse economiche e umane e della sua direzione politica, economica e militare, oltreché favorire processi analoghi nei paesi più o meno avanzati sulla via del socialismo o nel movimento comunista internazionale. È ben difficile che tutto ciò potrà essere conseguito senza un ritorno alla rigorosa definizione ed applicazione in tutti i settori della vita sociale dei principi basilari del marxismo-leninismo.

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