Tienanmen: cingoli e acciaio contro l’anticomunismo

“In qualsiasi nazione, in qualsiasi epoca, c’è almeno l’uno per cento dei cittadini ribelle a qualsiasi autorità. Ma qui fra un miliardo e duecento milioni di cinesi, l’uno per cento significa dodici milioni di ribelli sulle piazze.” (Deng Xiaoping)

Nella primavera del 1989 imponenti manifestazioni ebbero luogo a Pechino e in altre città del grande paese asiatico, che sembrava stesse per subire la sorte dei regimi comunisti dell’Est europeo. Dopo una fase assai prolungata di trattative e di tentativi di compromesso la crisi si concluse con la proclamazione della legge marziale e l’intervento dei carri armati a piazza Tienanmen. Qualche giorno dopo, il 9 giugno, Deng Xiaoping rendeva omaggio ai “martiri” della polizia e dell’esercito, ai morti e ai feriti, facendo dunque riferimento a scontri aspri e di ampia portata; sul versante opposto l’Occidente denunciava il massacro compiuto ai danni di dimostranti pacifici. A quale versione prestar fede?

Le Testimonianze

Il 12 novembre del 1989 il New York Times pubblica un lungo reportage, a firma del capo dell’ufficio del quotidiano a Pechino, che traccia la storia della vittoria della linea dura all’interno del Partito comunista cinese. Quando si passa alla cronaca degli scontri l’autore riporta come “non vi sia stato alcun massacro nella piazza Tienanmen, mentre uccisioni si segnalano altrove”. how the hardliners won, The New York Times

Sul Japan Times Gregory Clark, vice presidente della Akita International University ed ex funzionario per la Cina del Foreign Service australiano, ripropone altre testimonianze come quella del corrispondente della Reuters Graham Earnshaw, che ha trascorso nella piazza la notte tra il 3 e il 4 giugno, e che nelle sue memorie ha confermato come la maggior parte degli studenti avesse “lasciato pacificamente la piazza molto prima e che quelli rimasti sono stati convinti a fare altrettanto dai militari intervenuti”. Un racconto, questo, confermato anche dal dissidente cinese Xiaoping Li ora residente in Canada: “Alcune persone hanno parlato di 200 morti in piazza e altri hanno sostenuto che che il numero è stato di 2.000 morti. Ci sono state anche storie di carri armati che hanno investito studenti che cercavano di lasciare la piazza. Devo dire che non ho visto niente di tutto questo. Sono stato in piazza fino alle 6.30 del mattino”. Clark G., Birth of a massacre myth, The Japan Times

I rapporti pubblicati in questi anni nell’ambito del progetto Wikileaks e ripresi in esclusiva dal quotidiano britannico Telegraph. Secondo i cablogrammi riportati l’esercito cinese ha aperto sì il fuoco, ma non nella piazza. Tra i testimoni oculari è citato un diplomatico cileno che ha visto
“L’esercito entrare nella piazza e non ha osservato nessuno sparare sulla folla, anche se spari sporadici si erano sentiti ha detto che la maggior parte delle truppe entrate nella piazza erano effettivamente armate solo di armi anti-sommossa come manganelli e mazze di legno, sostenute alle spalle da soldati armati”, aggiungendo che “nessuno sparava sulla folla di studenti presso il monumento”. Infine, lo stesso diplomatico, riporta come, una volta raggiunto un accordo “gli studenti lasciavano la piazza dall’angolo sud-est stringendosi per mano e formando una colonna.” no bloodshed inside Tiananmen Square, cables claim, The Telegraph

Manifestazioni pacifiche?

Non solo è ripetuto il ricorso alla violenza, ma talvolta entrano in gioco armi sorprendenti:
Un fumo verde-giallastro si è levato improvvisamente da un’estremità del ponte. Proveniva da un’autoblindo guasto che ora costituiva esso stesso un blocco stradale. Gli auotoblindo e i carri armati che erano giunti per sgomberare la strada dai blocchi non hanno potuto fare altro che accodarsi alla testa del ponte. Improvvisamente è sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un autoblindo ed è fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola agonizzanti. Qualcuno ha detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo
Questi atti di guerra, col ricorso ripetuto ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, si intrecciano con iniziative che danno ancora di più da pensare: viene «contraffatta la testata del “Quotidiano del popolo”».

Nei giorni successivi il carattere armato della rivolta diviene più evidente. Un dirigente di primissimo piano del partito comunista richiama l’attenzione su un fatto decisamente allarmante: «Gli insorti hanno catturato alcuni autoblindo e sopra vi hanno montato delle mitragliatrici, al solo scopo di esibirle». Si limiteranno ad una minacciosa esibizione? E, tuttavia, le disposizioni impartite all’esercito non subiscono un mutamento sostanziale: «Il Comando della legge marziale deve rendere chiaro a tutte le unità che è necessario aprire il fuoco solo in ultima istanza».

Sul versante opposto vediamo le direttive impartite dai dirigenti del partito comunista e del governo cinese alle forze militari incaricate della repressione: «Se dovesse capitare che le truppe subiscano percosse e maltrattamenti fino alla morte da parte della masse oscurantiste, o se dovessero subire l’attacco di elementi fuorilegge con spranghe, mattoni o bombe molotov, esse devono mantenere il controllo e difendersi senza usare le armi. I manganelli saranno le loro armi di autodifesa e le truppe non devono aprire il fuoco contro le masse. Le trasgressioni verranno prontamente punite» Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Un mito d’ affrontare

L’uso distorto di materiale video ha contribuito notevolmente a sostenere il mito del massacro di Tienanmen. L’immagine cult di quelle giornate che è usata per simboleggiare la strage mostra un cittadino solitario con la borsa della spesa che ferma una fila di carri armati. La sequenza d’immagini non è presa a Piazza Tienanmen ma in un grande viale e dimostra che il carrista cerca di schivare il cittadino senza investirlo. Bene, questa sequenza viene di solito commentata come dimostrazione che i carri armati schiacciarono i rivoltosi. La televisione cinese ha mostrato l’intero video prima che il “Tank Man” scompaia nella folla e sebbene per l’Occidente questa immagine dimostri la feroce repressione dei militari cinesi nei confronti del loro stesso popolo, per il governo ciò mostra solo quanta moderazione abbia usato nei confronti dei rivoltosi. L’immagine è commentata anche da Li Peng nei Tienanmen papers, che appunto fornisce questa interpretazione: Abbiamo visto tutti le immagini del giovane uomo che blocca il carro armato. Il nostro carro armato ha ceduto il passo più e più volte, ma lui stava sempre lì in mezzo alla strada, e anche quando ha tentato di arrampicarsi su di esso i soldati si sono trattenuti e non gli hanno sparato. Questo la dice lunga! Se i militari avessero fatto fuoco, le ripercussioni sarebbero state molto diverse. I nostri soldati hanno eseguito alla perfezione gli ordini del Partito centrale. E’ stupefacente che siano riusciti a mantenere la calma in una situazione del genere! Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

Ora i fatti parlano da soli. Il clip dell’uomo tank è noto al pubblico occidentale come la “prova” della “soppressione” del movimento democratico da parte del governo cinese. Ancora una volta, è vero il contrario. Questo dimostra in realtà che non ci fu nessuna “repressione” indiscriminata. Se ci fosse stata una brutale repressione, quantomeno il manifestante sarebbe stato arrestato, se non addirittura ucciso. Tanto più il video è stato girato senza che i soldati dell’EPL lo sapessero. I soldati erano dunque dei brutali macellai senza cervello, come sono stati raffigurati dai media occidentali? I soldati hanno sparano indiscriminatamente? Questi fotogrammi dimostrano solo che l’esercito non aveva alcuna intenzione di uccidere i civili. I soldati si sono difesi solo quando sono stati attaccati dalla folla durante la sommossa. Sì, ci sono state vittime, ma solo perché i rivoltosi hanno attaccato l’esercito; diversi soldati sono stati brutalmente assassinati (un altro fatto che i media occidentali ignorano sempre). Infatti, spettatori innocenti sono stati uccisi come l’esercito ha cercato di difendersi nella confusione di quella fatidica notte. E’ stata una grande tragedia per la Cina, ma il suo utilizzo per demonizzare la Cina e l’esercito dimostra solo le cattive intenzioni dei media occidentali. Di fronte ad una provocazione, mentre erano in missione ufficiale, dopo una notte in cui furono aggrediti selvaggiamente dai rivoltosi, i soldati PLA si sono dimostrati disciplinati e rispettosi della vita. Chi è stato l’eroe qui? Il soldato o il manifestante. Secondo molti cinesi oggi queste scene dimostrano che l’Esercito fu Popolare e di Liberazione! In quanto si dimostrò leale con il popolo e pronto a liberare un’altra volta Tienanmen dai controrivoluzionari. Il giornalista d’inchiesta Wei Ling Chua sfata la rappresentazione mediatica di manifestanti disarmati e insiste fermamente sul fatto che la reazione dell’esercito fu estremamente contenuta agendo per legittima difesa. La dimostrazione è proprio il “tank man” Decostruendo l’uomo tank. Quando la storia diventa fiction

Possiamo concludere affermando che gli studenti in piazza e i manifestanti non erano soingenui difensori della democrazia. Il movimento fu infatti, fortemente appoggiato da Taiwan e dai servizi segreti occidentali che facevano capo ad Hong Kong . Si può addirittura affermare che si sperimentò allora lo schema della famigerate “rivoluzioni colorate”. L’esperto di geopolitica F. William Engdahl individua nel Colonnello Helvey che aveva operato in Birmania per  la Defense Intelligence Agency – Agenzia di Intelligence per  la Difesa colui che allenava gli “studenti” di Tienanmen. Egli aveva addestrato studenti cinesi ad Hong Kong alle tecniche delle dimostrazioni di massa che furono poi applicate a Pechino per poi diventare consulente del Falun Gong. Nella sua relazione all’Albert Einstein Institution del 2004 ammette di stare addestrando i separatisti tibetani . Secondo i dirigenti cinesi a quanto rivelano i Tienanmen papers l’uso da parte dei manifestanti di gas asfissianti o velenosi e soprattutto l’edizione-pirata del «Quotidiano del popolo» dimostrano che gli incidenti non siano una vicenda esclusivamente interna alla Cina Tienanmen A. J. Nathan, Link 2001

A Tiananmen ci fu un tentativo di rivoluzione colorata, si trattò di una turbolenza politica e il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto. Questa è la strada giusta. È la ragione della stabilità del Paese che è stata mantenuta

10 motivi per cui il socialismo di mercato è incompatibile con il Comunismo

In apparenza gli individui sono più liberi sotto il dominio della borghesia (cioè il mercato) di prima, perché le loro condizioni di esistenza sono ad essi contingenti; ma in realtà sono meno liberi in quanto molto più sottoposti ala violenza delle cose. (Ideologia tedesca, Marx ed Engels)

1. Separazione ingiustificata e rovinosa tra il mercato ed il resto della società

2. La mancanza di trasparenza, propria delle condizioni capitalistiche, viene trasposta nel socialismo;

3. Mantenendo il mercato, si protrae la contraddizione principale del capitalismo, quella tra produzione sociale ed appropriazione privata;

4. Anche se il socialismo di mercato potesse funzionare, non rappresenterebbe un progresso rispetto alla situazione precedente, perché continuerebbe ad esistere l’alienazione dei lavoratori, comproprietari delle loro aziende, che acquisirebbero qualche forma capitalistica di alienazione;

5. Proseguendo la prassi di utilizzo del denaro per razionare i beni, si conserverebbero molte disuguaglianze del sistema attuale;

6. Per fortuna o sfortuna, è impossibile il socialismo di mercato come compromesso col capitalismo, giacché i capitalisti, perdenti in tale riforma, lo combatterebbero con ugual tenacia come se fosse socialismo autentico;

7. Se il socialismo di mercato è impossibile nelle condizioni esistenti, non sarà necessario dopo la rivoluzione socialista;

8. La critica mossa dal socialismo di mercato alla pianificazione centralizzata si fonda quasi esclusivamente sull’esperienza dell’URSS;

9. Il socialismo di mercato mina la critica di fondo del capitalismo, prerequisito per un’efficace lotta di classe, e semina confusione nel popolo circa il nefasto ruolo del mercato;

10. Marx era con tutta evidenza incrollabile oppositore del socialismo di mercato

Una breve analisi…

James Lawler, docente di filosofia all’Università di Buffalo, New York, presidente della Società per lo studio della filosofia marxista e sostenitore della teoria del socialismo di mercato afferma che: “Un’economia moderna, complessa, non può venir condotta efficacemente a partire da un unico centro di comando,  il socialismo di mercato decentralizzato e connesso ad istituzioni democratiche e pluraliste contrariamente alle concezioni tradizionali, rappresentare l’impostazione più vicina a quella di Marx ed Engels”.

È assurda l’affermazione secondo cui un socialismo centralmente pianificato sarebbe impossibile. Il fatto stesso che l’URSS abbia edificato un’organizzazione economica che è durata per tre quarti di secolo, pur con la permanente ostilità internazionale e l’invasione tedesca, e che è riuscita ad industrializzare un immenso Paese semi-feudale, dando vitto, vestito, alloggio, educazione alla cittadinanza, e creando una struttura scientifica di livello mondiale, impedisce di parlare di impossibilità. Ma il contrario di impossibile non è ottimale.

Uno dei maggiori pregi delle società centraliste pianificate, per quanto antidemocratiche, comprese quelle che non funzionano molto bene, è la facilità di identificare i responsabili di ciò che va male: coloro che hanno elaborato il Piano. Lo stesso non vale per le economie di mercato, in cui anzi è importante che siano difficilmente comprensibili a quelli che ci vivono_

Solo la critica della mistificazione del mercato ci consentirà di prendercela con chi se lo merita, ossia il mercato capitalistico e la classe che lo dirige, e di chiarire al popolo l’esigenza di trovare una nuova via per organizzare produzione e distribuzione della ricchezza sociale. Intendo con “mistificazione” una sorta di comprensione totalmente errata, dovuta alla combinazione del carattere occulto delle cose, della sua distorsione, misinterpretazione e confusione, ed occasionalmente anche della menzogna.  Per esempio, i prodotti vengono concepiti come pronti da consumare. Non c’è alcun bisogno di sapere che ciò avviene durante la produzione per spiegare la natura del mercato. Invece, grazie al marxismo stando vicini alla produzione, emerge la natura sociale della vita umana, la nostra condizione comune e le sue caratteristiche, non le differenze e preferenze individuali, che è ciò che risalta in primo piano nel capitalismo. La divisione sociale del lavoro. La divisione della società in classi.

L’apertura agli investimenti capitalisti potrebbe convivere con un’economia socialista, sempre che vengano usati per rafforzare il settore socialista dell’economia. Ma oggi in Cina vediamo il contrario. Circa la metà del prodotto interno lordo viene da aziende private. La rivoluzione cinese sottrasse agli imperialisti il boccone più ghiotto del mondo coloniale. La Cina raggiunse l’autosufficienza alimentare in un decennio e pose le basi di un paese industrializzato.

La burocrazia maoista giocò un ruolo progressista, malgrado i costi enormi (umani e materiali) del suo agire. Per arginare i costi ha deciso di imboccare la strada del capitalismo e sostituendo l’internazionalismo proletario con un nazionalismo sempre più impaziente.

Questo è potuto avvenire grazie alla valanga di capitali esteri e di una nuova classe operaia proveniente dalle campagne. La Cina produce merci per tutto il mondo permettendo dei superguadagni ai capitalisti usando una forza lavoro di proporzioni colossali.

Il processo di sfruttamento che Engels descriveva a metà del XIX secolo nella Situazione della classe operaia in Inghilterra si ripete con un’ordine di grandezza 20 volte superiore. Una classe operaia che già oggi è la maggior del mondo cresce ad un ritmo di 20 milioni l’anno. Non hanno tradizioni di lotta sindacale, né diritti formali riconosciuti, spesso i salari arrivano in ritardo, si trovano i capitalisti, i burocrati del partito e dello Stato contro.

 

SUL SOCIALISMO DI MERCATO: UN DIBATTITO A QUATTRO VOCI

“Economia di mercato socialista” o capitalismo tout court?

Russia e Cina sono paesi capitalisti?

Lenin ne L’imperialismo Fase suprema del capitalismo indica cinque parametri da tenere in cosiderzione per definire un paese imperialista e in base a questi cinque punti analizzeremo Cina e Russia

1. La concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2. La fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;

3. La grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartis con il mondo;
5. La compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.

La Russia e le caratteristiche del capitalismo

La Russia ha molti monopoli come Gazprom, Rosneft, Lukoil, Rusal. Un ruolo cruciale nell’economia russa lo svolgono anche la VTB-Bank, l’Alfa Bank e la Raffeinse Bank: grandi monopoli bancari in stretta connessione o appartenenti ai monopoli industriali stessi. Il gruppo industriale Gazprom possiede la Gazprombank e il fondo pensione privato “Gazfond”. Il più grande gruppo monopolistico industriale russo possiede anche il gruppo assicurativo “Sogas” e gestisce la “Leader”, società di investimento e fondi pensione.

Il noto oligarca Vekselberg possiede la Renova Holding (base nelle Bahamas), che possiede il gruppo russo “Renova” società di business internazionale privato costituita da compagnie di gestione patrimoniale e fondi di investimento che possiede asset nelle miniere del metallo, società petrolifere, costruzione di macchinari, nell’industria mineraria, nell’energia, telecomunicazioni, nanotecnologie, nel settore finanziario russo ed estero.

La Renova Group ha forti investimenti e presenze nelle principali aziende russe e internazionali, tra cui società di fama mondiale come UC Rusal, Integrated Energy Systems, Oerlikon, Sulzer and SCHMOLZ+BICKENBACH. Inoltre, la Renova, ha integrato fondi di investimento diretto e società di gestione operanti nel settore energetico (IES, Avelar Energy), nello sviluppo immobiliare, negli investimenti – “Columbus Nova” – telecomunicazioni -“Akado Group” – nell’industria chimica – “Orgsyntes Group” – e nei metalli preziosi – “Zoloto Kamchatki”. La Renova Group investe in Russia, Svizzera, Italia, Sud Africa, Ucraina, Lettonia, Mongolia, Kirghizia ecc…

Il gruppo possiede anche la Metkombank che è una delle più grandi banche della Russia, che mira a divenire una delle TOP-50 banche attraenti per gli investitori. Questo grande gruppo bancario detiene lo “Stabilimento di Metalli non ferrosi Kamensk-Ural”, una società di costruzioni – la “Kortros” – e la partecipazione ad altre importanti aziende russe. Allo stesso tempo l’oligarca Vekselberg possiede una parte della “UC Rusal”, la più grande produttrice mondiale di alluminio, ed è co-proprietario della “Norilsk Nickel”, società russa del Nichel e Palladio, estrazione e fusione. Gli oligarchi Alisher Usmanov, Vladimir Skoch e Farhad Moshiri possiedono la “Metalloinvest”, uno dei più grandi gruppi minerari e metallurgici della Russia, specializzata nella produzione dell’acciaio, che possiede la “Lebedinsky Michajlovskij”, impianti di arricchimento minerale, la “Oskol Steel Works”, la “Ural Steel” e altre industrie.

Allo stesso tempo possedevano fino allo scorso anno la “Round Bank” (Ex Ferrobank) ceduta all’”amico” Leon Semenenko, che possiede la Hessen Holdings Ltd e la Nenburg Finance Ltd, con basi a Cipro, che possiedono ciascuna il 50% di LLC SibConsultGroup, attualmente unica proprietaria della Round Bank. Usmanov, uno dei più ricchi al mondo, ha costituito nel 2012 la USM Holdings che comprende numerosi investimenti in imprese della telecomunicazione come la “Garsdale” che controlla circa il 50% della “MegaFon”, secondo più grande operatore di telefonia mobile della Russia che a sua volta possiede il 100% della “Scartel/Yota” società di fornitura provider 4G, il 50% di “Euroset” che è il principale rivenditore di telefonia mobile della Russia. Tutte queste società hanno interessi e propri uomini nella Round Bank.

L’oligarca Prokhorov possiede una infinità di società, per citarne solo una parte di esse, la “Onexim Holdings Ltd” (con base a Cipro) possiede il gruppo “OptoGaN” produttore di LED ad alta luminosità. Gruppo con sede a San Pietroburgo e attivo in Finlandia e Germania, la cui proprietà è di vari fondi di investimento privati (tra cui appunto quello di Prokorov) e statali. Prokhorov, possiede anche una delle principali società immobiliari russe, la “Opin” e la “Quadra Power Generation” leader del settore elettrico russo.

Prokhorov possiede la banca “Renaissance Credit” e la più grande società d’investimento, la “Renaissance Capital”. Inoltre possiede anche una parte della “Rusal”. Vladimir Yevtushenko, uno degli uomini più ricchi della Russia, detiene una quota di controllo (64.2%) delle azioni della “AFK Sistem” che possiede la “MTS-Bank” che controlla direttamente “RTI Group” (la maggior holding industriale russa che sviluppa e produce prodotti di alta tecnologia e tecnologie microelettroniche), l’89% di “Bashneft” (una delle principali compagne petrolifere russe) e il 92% delle reti di distribuzione elettrica “Bashkiria”.

Oleg Deripaska possiede la compagnia d’investimento “Basic Element”, con azioni nel settore energetico, industriale, dell’aviazione, agro-business, tessile, network e servizi finanziari. Possiede una delle principali compagnie d’assicurazione (joint-stock), la “Ingosstrakh”, la grande banca “Soyuz”, il fondo pensione privato “Socium” che serve i più grandi impianti di produzione di “Basic Element”, una delle più grandi società di leasing della Russia, la Element Leasing. Possiede anche la GAZ Group, leader del mercato russo per veicoli commerciali, produce autobus, autovetture, treni elettrici, componentistica, ecc…

Il “re della vodka” Roustam possiede la “Russian Standard Bank”, una delle più grandi banche russe, la compagnia d’assicurazione, la “Russian Standard Insurance” e la “Russian Standard Vodka”, la più importante impresa di produzione della vodka. Agalarov possiede la Crocus Group, una delle principali società immobiliari russe, con decine di società di costruzione e logistica, e la Crocus Bank.

La Russian Railways, tra le prime tre più grandi aziende di trasporto (merci e passeggeri) al mondo, possiede il fondo pensione privato “Blagosostoyanie” che è interamente di proprietà della Absolut Bank e di una buona quota della Banca KIT Finance. Dimitry Pumpyanskiy, attraverso il Gruppo “Ekaterinburg” possiede il 98% della “SKB-Bank”, e il 71.1% della “TMK acciaio”.

Anatoly Sedykh detiene l’80% della “United Metallurgical Company” (uno dei maggiori produttori russi di tubi, ruote ferroviarie e altri prodotti in acciaio per l’energia, i trasporti e le aziende industriali) e il 60% del capitale della “Metallinvest Bank” Mikail Shishhanov possiede il 98.6% della “Bin Bank” così come il 95% della società di costruzioni “INTEC”. Alekperov e Leonid Fedun hanno quote nella Lukoil e nel gruppo IFH Capital che possiede la Banca Petrokomerts. Alekperov ha una quota anche nella società finanziaria “Uralsib” e nella banca con lo stesso nome. La “Vneshtorg Bank”, di proprietà statale, possiede una società di costruzioni, la “VTB-Development”.

La “Sberbank”, di proprietà statale, possiede l’impianto di assemblaggio auto “Derveis” a Cherkessk, le imprese di costruzione “Krasnaja Poljana” e “Rublyovo-Arkhangelsk” e altre.

La “Rosneft” (parte di “Rosneftegaz”) possiede la “Russian Regional Development Bank”. La MDM Bank (una delle prime come fondazione ed ora tra le più grandi banche private russe) possiede la “Siberian Coal Energy Company” (primo produttore di carbone in Russia e uno dei principali esportatori). Sono azionisti della Banca MDM, grandi istituzioni finanziarie internazionali come la International Finance Corporation, la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo, nonché una delle più grandi società d’investimento in Russia, la Troika Capital Partners.

La Guta Group è una delle maggiori corporation industriali e investimento, possiede la United Confectioners Holding Company, leader del mercato dolciario, possedendo la maggior parte dei marchi del settore (circa 1.700). La società è verticalmente integrata ed esegue il ciclo completo delle operazioni, dall’agricoltura fino alla vendita dei prodotti trasformati. Il Gruppo possiede la Guta Insurance (assicurazioni) e la Guta Bank (nella top-20 delle banche russe). Inoltre possiede anche hotel e ospedali e cliniche private. La holding “Don Invest” comprende la Banca commerciale (Commercial Bank Doninvest), e possiede imprese nel settore dell’ingegneria e della produzione alimentare, autobus e auto. La Joint Stock Company – Federal Research & Production Center ALTAI – possiede la “National Land Industrial Bank” e una vasta gamma di industrie.

Cina, un giovane capitalismo mascherato da NEP

Nel 2005 in Cina il numero di imprese private ammontava a 4,3 milioni, nel 2010 a 7,5 milioni e nel 2015 a 12 milioni, mentre nello stesso anno le imprese statali erano 2,3 milioni; attualmente circa il 70% della produzione industriale cinese è dovuta a imprese non statali, oltre l’80% della forza-lavoro industriale è impiegata nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti statali;

Attualmente in Cina sono presenti ben 400 miliardari, che detengono circa 947,03 miliardi. Questi dati pongono la Cina al secondo posto tra gli stati al mondo con più miliardari, seconda solo agli Stati Uniti, che nel 2016 ne contavano 540, e testimoniano come l’accumulazione della ricchezza nel paese abbia raggiunto livelli impressionanti, tali da creare un’oligarchia finanziaria, a ulteriore riprova di come la forma statale socialista sia ormai solo una definizione de iure.

Inoltre, secondo la Chinese Sociological Review, nel 2012 l’1% della popolazione cinese possedeva oltre il 33% della ricchezza, mentre il 25% più povero meno del 2%.

Secondo il Center for China and Globalization l’esportazione cinese di capitale nel 2015 aveva superato il capitale straniero nel paese; gli investimenti diretti esteri (OFDI) ammontavano a 145,6 miliardi di dollari, mentre il capitale estero in Cina era di 135,6 miliardi di dollari. A tale proposito, secondo il Financial Times, nel 2017 la Cina risulta essere il più grande esportatore di capitale in Africa, per la maggior parte al fine estrattivo di risorse naturali, proseguendo la depredazione del continente a cui secoli di colonialismo e imperialismo ci hanno tristemente abituato. Proprio in Africa, a Gibuti, sorge una base militare cinese con circa 10.000 soldati cinesi e navi da guerra veloci.

Per quanto riguarda l’energia, come anche in altri settori, quali ad esempio le comunicazioni, va segnalata la presenza di monopoli, tra cui la China Petroleum and Chemical Corporation (Sinopec, 4ª società al mondo per ricavi nel 2015) e la China National Petroleum Corporation (CNPC, 3ª società al mondo per ricavi nel 2015), che rappresentano due società internazionali tra le maggiori al mondo nel campo del petrolio e del gas.

Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.

Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.

BRICS, giovani capitalismi avanzano

E’ necessario per i comunisti avere massima consapevolezza della natura imperialistica dei paesi BRICS, che si pongono in aperto contrasto con le potenze imperialiste tradizionali USA (al vertice della piramide) e UE soltanto nel tentativo di imporre la propria egemonia, in uno scontro inter-imperialistico nel quale si intensifica la tendenza alla guerra imposta dal capofila statunitense (che oltre contro la Russia procede nella concentrazione di potenza di fuoco anche intorno alla Cina nel mar cinese meridionale e orientale) che rischia di gettare i popoli del mondo in una nuova guerra generale alla quale tutte le potenze si stanno preparando.

“L’alternativa” che i BRICS presentano allora non è neanche lontanamente concepibile come alternativa di sistema, ma come lotta tutta interna alle logiche capitalistiche, che si muove sullo stesso identico terreno di USA, UE e Giappone. Poiché la base economica di questi paesi, tanto quanto quelli occidentali è dominata dalla struttura di grandi monopoli, poiché l’esportazione di capitali è prevalente, piaccia o no, a meno che non ci si limiti alla definizione data da kautsky, la definizione di imperialismo calza a pennello. Affermare dunque che la “rottura del mondo unipolare a egemonia occidentale” è il presupposto per la “fine delle politiche imperialiste in giro per il mondo” e per contrastare “l’espansione del neoliberismo quale unica forma di sviluppo possibile”, come anche tra alcuni comunisti si finisce per fare, è semplicemente un non senso.

I BRICS, non senza contraddizioni interne, sono oggi il polo alternativo ai centri imperialistici consolidati. Ma questo polo alternativo si muove nella stessa direzione economica di quelli tradizionali; le sue regole economiche sono le stesse dei paesi occidentali, le economie di queti paesi sono economie capitalistiche conclamate, caratterizzate da un forte peso dei principali monopoli nazionali, e internazionali, nell’economia nazionale.

Il concetto di imperialismo e l’importanza del punto di vista autonomo del proletariato.

Cina imperialismo, un’analisi storico-economica

Il Tibet è Cina!!! E da quando lo è diventato, è un posto decisamente migliore

Il Tibet pre-rivoluzionario era un paese veramente libero? Un paese dove il  teocrate feudatario Dalai Lama, deteneva il 90% dei tibetani in servitù della gleba vera e propria, senza alcun diritto politico-sociale, oltre che nell’analfabetismo, trattando inoltre le donne come schiave che dovevano servire nella casa dei feudatari monaci, in completa balia dei loro abusi e capricci.

Nel pacifico Tibet feudale del Dalai Lama non c’erano radio, macchine, aeroporti o ferrovie e l’area era diventata la regione più arretrata del mondo, oltre che una delle più povere.

La figura del Dalai Lama era da molti secoli a capo della struttura socioeconomica e politica tibetana, cosicché il Dalai Lama attuale rimase pienamente corresponsabile dei suoi orrori, a partire dalla servitù della gleba, fino al 1959

Il Tibet pre-rivoluzionario era totalmente sottosviluppato senza sistema viario una teocrazia feudale basata sull’agricoltura, con il 90% della popolazione in servitù o schiavitù non vi erano scuole, eccetto i monasteri riservati a pochi l’educazione delle donne era sconosciuta. Non vi era alcuna forma di assistenza sanitaria e ospedali. Un centinaio di famiglie nobili e gli abati dei monasteri (di famiglie nobili anch’essi) possedevano tutto. Il Dalai Lama viveva nel palazzo di 1.000 stanze di Potala per il contadino la vita era breve e misera. Il Tibet aveva il più alto tasso di tubercolosi e mortalità infantile nel mondo.

Dopo la nascita del movimento di massa che isolò il Dalai Lama e il suo governo, come primo atto rivoluzionario il governo cinese pagò un salario adeguato a tutti coloro che lavorassero alla costruzione delle strade. Ciò distrusse totalmente l’usanza della servitù. Ancora più rivoluzionario fu pagare i ragazzi e gli ex-schiavi per frequentare le scuole. Oggi il Tibet ha 2.380 scuole primarie, moltissime scuole professionali e l’istruzione si svolge in lingua tibetana. Vi sono oltre 20.000 medici, 95 ospedali cittadini e 770 cliniche. Nel 1949 la rivoluzione cinese stabilì che il Tibet fosse una regione autonoma con molti più diritti di quanti ne avesse in precedenza La schiavitù fu dichiarata fuorilegge solo dal 1959. Con il forte sostegno del governo centrale, una serie di importanti siti religiosi sono stati riparati in Tibet. Dal 1980, le autorità centrali finanziarie hanno stanziato oltre 700 milioni di yuan per riparare e mantenere i templi del Tibet, pagode, palazzi, e altri siti religiosi tra cui il monastero Sera, monastero di Drepung, Monastero di Gandan, il Monastero di Tashilhunpo, il Monastero Sagya, il Monastero di Jokhang, il monastero di Samye, e Monastero Shalu a Lhasa, e molti templi di piccole e medie imprese.

Dal 1989 al 1994, lo Stato ha assegnato più di 55 milioni di yuan di fondi speciali e grandi quantità di oro e argento per il mantenimento del Palazzo Potala un evento senza precedenti nella storia della tutela dei beni nella nuova Cina. Dall’inizio di giugno 2002, il paese ha aggiunto ulteriori 330 milioni di yuan per riparare le tre reliquie culturali più importanti in Tibet: il Palazzo Potala, i monasteri Lingka, Norbu e il monastero Sagya. Questo è stato il più grande lavoro di manutenzione del patrimonio in Tibet dalla fondazione della Nuova Cina. Al momento ci sono in Tibet oltre 1700 posti per le attività buddhiste e un totale di 46000 tra monaci e monache residenti. Nel 2011 a ben 223 monaci e monache del monastero Tsurphu, oggi viene garantito un’indennità pari a 360 yuan (57,20 dollari) al mese per poter migliorare le loro condizioni di vita. Inoltre sono stati stanziati oltre 17 miliardi di yuan per migliorare le infrastrutture, le forniture dell’acqua, di alimentatori elettrici, per il traffico e le comunicazioni nelle zone rurali in Tibet per l’anno 2012.

La ferrovia, la prima in estensione del Qinghai-Tibet Railway, che a sua volta è stata inaugurata nel luglio 2006, risultò uno dei progetti di costruzione più importanti della regione, durante il periodo che va dal 2011 al 2015. Il capo della commissione, Jin Shixun ha riferito che i lavoratori edili hanno finito di costruire 14,8 milioni di metri cubi di massicciata, circa il 77 per cento del totale. Hanno inoltre costruito il 40 per cento delle gallerie lungo la strada. La costruzione, iniziata nel settembre 2010 con un badget di 13,3 miliardi di yuan ( 2,1 miliardi di dollari), attraverserà cinque province per un totale di 253 km di cui 90 nel gran canyon del Yarlung Zambo. Jin ha anche detto che il nuovo collegamento ferroviario giocherà un ruolo vitale nel promuovere il turismo e accelerare il trasporto delle risorse naturali.

Xigaze, con più di 600 anni di storia, è la seconda città più grande del Tibet e sede tradizionale del Panchem Lama, oltre ad essere il centro amministrativo della provincia tibetana, che con con i suoi 1.822.000 km quadrati confina con l’India, il Nepal e il Bhutan comprendendo il famoso monte Qomolangma (Monte Everest). E’ in corso la costruzione di un’altra rete ferroviaria che va da Lhasa a Nyingchi, con un progetto già partito nel 2011 che sarà realizzato entro il 2015.  Sono aumentati anche i turisti internazionali saliti a 270.000, più 18,6 per cento: i proventi del turismo della regione lo scorso anno hanno sfiorato i 9,7 miliardi di yuan (1,54miliardi di dollari Usa), in crescita del 35,8.

In Tibet, la Federazione delle donne tibetane, a nome della presidente della Tibetan Women Federation signora Tsamcho, riferisce che sono migliorati i diritti delle donne in tutti i settori della vita nella regione con l’aumento dello status politico e sociale. Allo stato attuale, un gran numero di donne, occupa posizioni di alto livello presso le istituzioni governative. Le donne, già “reggono l’altra metà del Cielo” nella vita sociale del processo decisionale e di gestione.

Ormai, le donne rappresentano oltre il 41,4 per cento di tutti i quadri in Tibet e circa il 34 per cento del personale delle istituzioni di governo “.

Dal 1959, le donne tibetane sono state testimoni dei progressi nella loro vita, specialmente nella loro lotta riguardo lo status sociale e del moderno sviluppo raggiunto dal Tibet stesso.

Sempre la signora Tsamcho, riferisce che all’interno del Congresso del Popolo in Tibet, oggi le donne costituiscono il 22 per cento dei deputati e il 20,6 per cento dei membri del comitato regionale della Conferenza consultiva politica del popolo cinese.

In passato, le donne tibetane sono state infatti oggetto ad abusi di potere politico, all’autoritarismo dei clan, dei funzionari religiosi e dei mariti.

Fonti:

Stephanie Bridgen, direttrice Free Tibet, associazione pro-Tibet
Sara Flounders
Xinhua
China.org.cn
Cina Tibet online
Michael Parenti, Feudalesimo bonario, il mito del Tibet