Lev Trockij e il Trotskismo

Lev Trotski (pseudonimo di Leib Bronstein) era nato lo stesso giorno della rivoluzione bolscevica: il 25 ottobre, e lo stesso anno, 1879, del suo futuro peggior rivale: Stalin. Suo padre disponeva di qualche centinaio di ettari nel villaggio di Yanovka, a sud dell’Ucraina. La sua famiglia -Trotski aveva un fratello e una sorella maggiori e un’altra sorella minore, di nome Olga, che poi sposerà Kamenev- non era particolarmente agiata, né fruiva di uno status sociale privilegiato. Mai però dovette affrontare situazioni materialmente difficili o esperienze d’ingiustizia sociale. Il giovane Trotski non aveva motivazioni particolari, oggettive, per diventare rivoluzionario.

Egli frequentò il liceo tecnico di Nikolaiev (città portuaria ucraina). Si distingueva alquanto dai suoi compagni per la sua brillante intelligenza, il suo eloquio e anche per il bisogno di emergere all’attenzione degli altri. Assai presto divenne il leader d’un piccolo gruppo di giovani contestatori facenti capo all’Unione operaia del sud della Russia, un’organizzazione rivoluzionaria semilegale che combatteva l’autocrazia zarista. Il docente di medicina, G. Ziv, che studiò con lui a Nikolaiev e a Odessa, scrisse che la caratteristica principale della personalità di Trotski era la ferma volontà di arrivare primo in ogni cosa a cui s’applicasse.

A quell’epoca egli non aveva alcun interesse per il marxismo. Ciò che lo attirava era l’ideologia liberal-populista e in particolare la corrente dell’economicismo, che era la versione russa dell’opportunismo alla Bernstein. Trotski poté rimanere alla direzione dell’Unione operaia suddetta semplicemente perché la polizia segreta zarista tollerava esperienze simili a quella del cosiddetto “marxismo legale” (Struve, Tugan-Baranovski, ecc.). Ma quando questa flessibilità venne meno, l’Unione fu smantellata e i suoi leaders, fra cui Trotski, incarcerati nella prigione di Odessa.

E fu appunto qui che Trotski decise di diventare un professionista della rivoluzione, scegliendo, come pseudonimo, il nome di un sorvegliante aguzzino. Era il gennaio 1898: Trotski aveva 19 anni. Venne condannato a 4 anni di esilio nella Siberia orientale, ma dopo circa un anno di permanenza, fuggì, presentandosi nel 1902 a Lenin che allora viveva, profugo, a Londra.

Nel marzo 1903, Lenin, riconoscendogli le sue molte qualità, gli propose di lavorare al comitato di redazione dell’Iskra. A ciò si oppose fermamente Plechanov, ma senza successo. In seguito, i menscevichi, capeggiati da Martov, Trotski e Akselrod, s’impadroniranno dell’Iskra, approfittando proprio di una successiva posizione conciliante assunta da Plechanov.

Nello stesso anno venne delegato dall’Unione siberiana (che univa le organizzazioni socialdemocratiche di molte province siberiane) al II congresso del Posdr (così si chiamò il Pcus dal 1898 al 1917), destinato, quest’ultimo, a spaccarsi in bolscevichi e menscevichi. Sin dai primi giorni, Trotski intervenne a favore di Lenin contro le pretese separatiste del Bund (unione ebraico-operaia, di tendenza menscevica, operante in Polonia, Lituania e Russia). Ma al momento dell’esame del programma e degli statuti del partito, passò dalla parte dei menscevichi, il cui leader era Martov. Ciò su cui non concordava erano le idee di Lenin relative all’organizzazione interna del partito (soprattutto la necessità di rispettare la disciplina e di partecipare attivamente a una delle sue organizzazioni). Non dimentichiamo che Trotski, fino al 1917, rimase svincolato da veri e propri legami partitici. Questa tendenza a mutare bruscamente princìpi e convinzioni, soprattutto ad abbandonare la lotta rivoluzionaria per ottenere vantaggi politici immediati, costituiva uno dei tratti principali di Trotski, quello che Lenin meno sopportava. Infatti, dopo il II congresso i due si separarono per alcuni anni.
Durante la rivoluzione democratico-borghese del 1905-907, Trotski era già conosciuto in tutta la Russia. Sotto il nome di Yanovski, era diventato il vicepresidente del soviet dei deputati operai di Pietroburgo, fondato nel 1905. Il presidente, G. Khrustalev-Nosar, era un uomo estremamente prudente, con concezioni politiche assai vaghe. Con molta facilità Trotski poté sostituirlo.

Per 52 giorni il soviet organizzò le masse popolari contro il governo. Trotski scrisse numerosi appelli, manifesti, editoriali nell’organo di stampa Izvestia, negoziò con il potere (lo stesso primo ministro S. Witte lo interpellò). Ciò conferì a Trotski un grande prestigio agli occhi dei lavoratori, un prestigio che aumentò soprattutto dopo la chiusura forzata del soviet nel dicembre 1905, con arresti e processi dei suoi leaders. Trotski venne di nuovo condannato all’esilio siberiano. Fuggito mentre stava per esservi tradotto, riparò di nuovo a Londra, assistendo nel 1907 al V congresso del Posdr in qualità di socialdemocratico indipendente.
Fu proprio nel corso della I rivoluzione russa che Trotski formulò la sua teoria della “rivoluzione permanente”, riprendendo i concetti fondamentali elaborati da A. Parvus, un socialdemocratico tedesco originario della Russia. “Parvus ed io -scrisse Trotski- abbiamo difeso in Nachalo [giornale da loro edito nel 1905] l’idea che la rivoluzione russa sia il prologo di un’epoca socialrivoluzionaria nello sviluppo dell’Europa; che la rivoluzione russa non possa essere condotta a buon fine né attraverso l’alleanza del proletariato con la borghesia liberale, né attraverso l’alleanza del proletariato con i contadini rivoluzionari; che la rivoluzione non può trionfare se non come parte della rivoluzione del proletariato europeo”. In pratica il fallimento dell’esperienza del 1905 lo aveva portato a dubitare delle capacità sovversive del proletariato russo. In questa valutazione, tuttavia, Trotski non mise in discussione i metodi di lotta da lui stesso usati in quel periodo.

Lenin criticò la teoria della “rivoluzione permanente” dicendo ch’essa desumeva dai bolscevichi l’appello al proletariato per una risoluta lotta rivoluzionaria e la conquista del potere politico, mentre desumeva dai menscevichi la “negazione” del ruolo della classe contadina. Una teoria dunque rivoluzionaria solo in apparenza. Da un lato infatti Trotski manifestava una forte esigenza di mutamento, dall’altro -soggiogato com’era dalle sue velleità utopiche- si negava la possibilità di poterla realizzare. Non a caso, dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905, egli si dedicò alla totale riorganizzazione del Posdr sulla base dei princìpi liberal-borghesi che reggevano i partiti riformisti euroccidentali.

Nel 1912 la conferenza di Praga del Posdr espulse dal partito un gruppo di opportunisti (chiamati “liquidatori”) che chiedeva la trasformazione del partito da rivoluzionario a riformista. Trotski contrattaccò organizzando il cosiddetto “blocco d’agosto”, che appoggiava questi liquidatori. Ma la conferenza pose fine all’unità formale di bolscevichi e menscevichi e rifondò il Posdr. Il “blocco”, cui facevano parte anche il Bund e gli estremisti otzovisti, si dissolse tra il 1913 e il 1914.

Quando scoppiò la I guerra mondiale, Trotski fondò a Parigi, con il menscevico Martov (leader dell’ala sinistra del menscevismo), il giornale Nashe Slovo, in cui attaccava i bolscevichi definendoli “scissionisti” e lanciava appelli per la realizzazione dell’unità coi “difensivisti”, favorevoli a una guerra difensiva della Russia zarista contro la Germania. I bolscevichi invece erano contro la guerra e comunque speravano in una sconfitta dello zarismo, ovvero che la guerra imperialista si trasformasse in guerra civile. All’inizio del 1916 Trotski si recò negli USA per partecipare alla redazione della rivista socialdemocratica Novy Mir. Su quest’ultimo impegno Lenin ebbe a dire: “Appena arrivato, Trotski s’è legato alla destra di Novy Mir contro la sinistra di Zimmerwald: si atteggia a uomo di sinistra e aiuta di fatto la destra”.
Dopo la rivoluzione del febbraio 1917, che rovesciò lo zarismo, Trotski ritornò a Pietroburgo, giocando di nuovo un ruolo di rilievo nell’organizzazione interdistrettuale unificata del Posdr, che era su posizioni centriste, fra i bolscevichi e i menscevichi, e che rimase in vigore dal 1913 al 1917. Tuttavia, più il fervore rivoluzionario cresceva e più le masse si spostavano a sinistra, e Trotski con loro.

Nell’agosto 1917, 4.000 membri dell’organizzazione centrista si uniscono al Posdr durante il suo VI congresso. Fra essi vi è anche Trotski, che aveva deciso di staccarsi dai “difensivisti”. Benché egli non sia presente di persona al congresso, perché in prigione, si decide di cooptarlo ugualmente nel C.C. Su 134 congressisti che avevano partecipato all’elezione dell’organo direttivo del partito, 131 votarono per Trotski (tre voti in meno che per Lenin). Egli dunque godeva di grande credito in seno al partito.
Nel maggio 1917 Lenin nutriva ancora dei dubbi sulla personalità di Trotski, ma due mesi dopo decise di riprendere i rapporti. Nelle tesi che redasse per il suo rapporto alla “conferenza democratica” di Pietroburgo, che ebbe luogo l’8 ottobre, Lenin giustificò la candidatura di Trotski sulla base di tre motivazioni: 1) Trotski aveva adottato una posizione internazionalista (dopo la rivoluzione del febbraio 1917, Trotski aderì al gruppo degli “internazionalisti”), 2) s’era battuto in seno all’organizzazione centrista per la fusione col Posdr, 3) durante le dure giornate di luglio aveva dimostrato di saper difendere la causa del proletariato. Da notare, a tale proposito, che, proprio secondo Trotski, il partito bolscevico prese parte alla conferenza democratica per svolgervi un lavoro organico, non per denunciarvi le manovre dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi.

All’inizio di settembre, Trotski uscì di prigione e si mise a lavorare nel C.C. del partito, così come nelle riunioni del soviet di Pietroburgo. Il 24 settembre, una sessione del C.C. deliberò di nominarlo presidente del soviet. La crescente bolscevizzazione del soviet di Pietroburgo -afferma Lenin- portava a identificare la parola d’ordine ch’esso, a partire dalla metà di settembre, aveva lanciato, e cioè “Tutto il potere ai soviet!”, con un invito esplicito all’insurrezione.

Ancora oggi è difficile farsi un’idea giusta di ciò che pensava Trotski circa l’insurrezione armata. Senza dubbio egli preparò attivamente l’insurrezione di ottobre, ma la sua partecipazione non fu così decisiva come lascia credere il menscevico N. Sukhanov o lo stesso Stalin che nell’articolo La rivoluzione d’Ottobre (apparso sulla Pravda del 6.XI.1918 ma non nelle sue Opere complete), sostenne addirittura che N. Podvoiski (uno dei principali leader dell’insurrezione armata d’ottobre) e che V. Antonov-Ovseenko (che guidò l’assalto al Palazzo d’Inverno) erano stati gli stretti esecutori della volontà di Trotski: il che non fu affatto vero. Nel 1924, nel suo discorso Trotskismo o leninismo, Stalin attribuì un ruolo ben più modesto a Trotski. Mentre -come noto- nel Sommario di storia del Pc (b) dell’URSS (1938), Trotski gioca un ruolo del tutto negativo negli avvenimenti dell’Ottobre.

Nella Storia della rivoluzione russa di Trotski, si ha l’impressione che senza di lui non si sarebbe compiuta alcuna rivoluzione. Effettivamente, in quanto presidente del soviet di Pietroburgo egli fece molto per impedire ai menscevichi e ai socialisti-rivoluzionari di boicottare il II congresso dei soviet, fissato al 20 di ottobre e poi posticipato al 25. Trotski partecipò anche alla creazione e all’attività del comitato rivoluzionario militare presso il soviet di Pietroburgo; aiutò il comitato ad armare gli operai, a controllare la fortezza di Pietro e Paolo, che era uno dei principali punti strategici della città e a far altre cose di carattere organizzativo e militare. Il 10 ottobre, durante la riunione del C.C. del Posdr, Trotski votò -come altri 10 membri- a favore della proposta insurrezionale di Lenin.

Tuttavia, nella sessione allargata del C.C. del partito bolscevico, tenutasi il 16 ottobre, per discutere veramente la questione dell’insurrezione, Trotski non fu presente. Il motivo non era dovuto a un semplice concorso di circostanze, come lui stesso ebbe a dire. Di fatto, pur criticando aspramente molti membri del C.C., specie Zinoviev e Kamenev, per le loro illusioni parlamentariste, egli, prima dell’assalto al Palazzo d’Inverno, aveva pubblicamente dichiarato che il comitato rivoluzionario militare era stato creato non come organo dell’insurrezione ma soltanto come comitato di “difesa” della rivoluzione. La sua idea era quella di realizzare un’insurrezione “pacifica”, “legale”. In ogni caso l’insurrezione avrebbe dovuto essere rinviata -a suo giudizio- sino al congresso dei soviet. Trotski ovviamente non osava pronunciarsi contro l’insurrezione armata, ma in pratica ne comprometteva la riuscita, non foss’altro perché rivelava i piani al governo borghese e disorganizzava i ranghi rivoluzionari, demoralizzando le masse pronte a intervenire. Egli in sostanza era convinto che il rifiuto bolscevico di opporsi alla richiesta del Governo provvisorio di ritirare le truppe da Pietroburgo, avrebbe assicurato almeno i 3/4 del successo della rivoluzione (si veda le sue Lezioni dell’Ottobre): il che però venne contraddetto dal disperato tentativo del governo di scongiurare la sua fine, dando fondo a tutte le risorse di cui disponeva.

Nel suo libro Su Lenin del 1925, Trotski afferma testualmente che “nel C.C. s’erano costituiti tre gruppi: gli avversari della presa del potere, che per forza di cose furono costretti a respingere lo slogan “Il potere ai soviet” [anzitutto Kamenev e Zinoviev]; Lenin, che insisteva per un’organizzazione immediata dell’insurrezione, indipendentemente dai soviet; e l’ultimo gruppo [anzitutto Trotski] che riteneva indispensabile legare strettamente l’insurrezione con il II congresso dei soviet e quindi di scatenarla all’ultimo momento”. Ciò ovviamente non significava -come sostenne poi Stalin- che Trotski aveva intenzione di far fallire la rivoluzione, ma soltanto che la sua posizione era diversa da quella di Lenin. Da notare che quando il governo provvisorio di Kerenski decise di deferire Lenin al tribunale, Trotski, Kamenev e altri non si opposero alla richiesta. Lenin però, senza aspettare d’essere arrestato, era già passato alla clandestinità.

Dopo l’Ottobre

Nel primo governo sovietico Trotski era commissario del popolo (ministro) agli affari esteri. Egli pubblicò -cosa, allora, senza precedenti- i documenti segreti della diplomazia zarista e del governo provvisorio. Stabilì anche dei contatti con gli ambasciatori delle potenze straniere e diresse la delegazione sovietica ai negoziati di Brest-Litovsk, sulla conclusione del trattato di pace con la Germania. Proprio in questi negoziati le cose di complicarono alquanto quando Trotski volle assumere una posizione personale, non autorizzata dal partito, mirando a tradurre in pratica un proprio slogan: “né guerra né pace”, ossia: non concludere un accordo di pace con la Germania (per non accreditare le accuse secondo cui i bolscevichi altro non erano che agenti dei tedeschi), né opporsi all’invasione tedesca (cioè la Russia avrebbe smobilitato l’esercito, dichiarando da sola la fine della guerra). Nel febbraio 1918, contrariamente alle direttive di Lenin (“la pace a qualsiasi condizione”), rifiutò di firmare il trattato, fornendo così alla Germania il pretesto di passare all’offensiva sull’intero fronte contro la repubblica dei soviet, che in quel momento ancora non disponeva di forze sufficienti per organizzare la resistenza. Di fronte alla massiccia offensiva tedesca, che penetrò per lunghi tratti nel territorio sovietico, Trotski decise di passare dalla parte di Lenin. Il trattato venne firmato il 3 marzo 1918, ovviamente a condizioni più onerose: Lettonia, Estonia e Polonia passarono alla Germania, la quale si riservava anche una protezione militare sull’Ucraina.

Il 14 marzo Trotski venne nominato ministro della difesa (prima dell’esercito, poi anche della marina). Egli divenne presidente del consiglio militare rivoluzionario della repubblica, creato il 2 settembre 1918 per far fronte alla guerra civile e all’intervento straniero (1918-20). Furono i suoi anni migliori. In questo campo, Trotski si dimostrava un dirigente risoluto, capace di mobilitare migliaia di uomini, di realizzare obiettivi anche molto difficili. In particolare, partecipò alla repressione della rivolta dei socialisti-rivoluzionari di sinistra, scatenata il 6.VII.1918 a Mosca, allo scopo di rovesciare il governo sovietico e di sabotare la pace di Brest (a tale scopo gli avventuristi arrivarono persino a uccidere l’ambasciatore tedesco Mirbach).
Trotski giocò un ruolo centrale anche nell’organizzazione dell’esercito regolare dell’Armata rossa, che era diventato un compito fondamentale dopo che le zone più ricche del Paese erano finite nelle mani degli interventisti stranieri e delle guardie bianche. Eseguendo le direttive del C.C. del partito, mise in atto i princìpi fondamentali per l’edificazione di questo esercito: istruzione militare generale e obbligatoria nelle scuole, nelle fabbriche e nei villaggi, formazione immediata di reparti combattenti particolarmente disposti al sacrificio, arruolamento di istruttori e specialisti militari, istituzione di commissari volti a controllare nell’esercito gli interessi della rivoluzione e del socialismo. Praticamente si erano riusciti a superare i limiti che in quelle condizioni non avrebbero permesso alcuna vittoria contro le forze avversarie: il volontariato, l’esercito non regolare, l’elezione per la scelta dei comandanti, ecc. Pretendendo il rispetto più rigoroso della disciplina militare, Trotski non si attirò solo le simpatie di Lenin, ma riuscì anche a debellare la guerriglia durante la guerra civile.

Vi era tuttavia un rovescio della medaglia. Trotski tendeva ad abusare dei metodi amministrativi, a sopravvalutare le istanze del potere, a reprimere eccessivamente i soldati e gli ufficiali. Esigeva la pena di morte per ogni crimine. “La fucilazione -diceva- è un mezzo di dissuasione, crudele certo, ma il più efficace”. Di qui il tentativo di promuovere, con l’aiuto dei suoi seguaci, all’interno dell’Armata rossa, il culto della sua personalità. Nel 1922 arrivò persino a inserire nei regolamenti militari la sua biografia politica, nella quale egli si rappresentava come un eroe, come l’incarnazione dell’onore rivoluzionario e militare. Sotto questo aspetto, la sua diversità da Stalin era minima.
Oltre a ciò non si possono tacere i grossolani errori da lui commessi nel definire la strategia della guerra civile (ad es. nel momento di reprimere le truppe di Kolciak). Dal 1917 al 1922 egli non fece altro che ribadire, sotto forme diverse, i suoi concetti di fondo:

  • il proletariato europeo è più maturo per il socialismo di quello russo;
  • l’obiettivo principale del potere dei soviet consiste non tanto nel favorire le condizioni necessarie per edificare il socialismo in Russia, quanto piuttosto nel cercare di resistere in attesa della rivoluzione mondiale;
  • la rivoluzione va esportata negli altri paesi attraverso la potenza dell’Armata rossa. “La guerra rivoluzionaria -scriveva- è la condizione indiscutibile della nostra politica”. Queste tesi ovviamente non erano solo di Trotski, ma di molti altri leaders politici (ad es., oltre i già citati Zinoviev e Kamenev, anche M. Lasevic e E. Preobrazhenski).

Trotski sapeva rafforzare la disciplina del lavoro, stimolare l’entusiasmo della classe operaia, organizzare la produzione, capiva l’importanza del commercio estero e s’interessava al problema delle nazionalità. Lenin gli riconosceva queste e altre qualità: lo disse nel dicembre 1920, all’VIII congresso dei soviet, ed anche nel gennaio 1921.

Tuttavia, i suoi difetti erano per Lenin non meno gravi: pericolosa soprattutto era la sua tendenza a costruire un “socialismo militarista”, assai simile al “socialismo da caserma” pre-marxista. Un modello, il suo, basato sull’idea della militarizzazione dell’economia del paese, ovvero della sua trasformazione in una sorta di gigantesca macchina militare in cui tutto si fa su ordini ricevuti dall’alto, in cui le masse sono le docili esecutrici della volontà dei capi.

Il disaccordo con Lenin si riaccese durante il dibattito sui sindacati. Lenin era convinto che il X congresso del partito (marzo 1921) avrebbe rifiutato i metodi burocratici di Trotski riguardo alla politica sindacale. In particolare gli rimproverava di non saper realizzare un vero legame con le masse. E in effetti il congresso gli diede ragione. Trotski veniva messo sull’avviso: doveva attenersi alle direttive del partito, evitando di crearsi propri quadri, con i quali comandare all’interno del partito stesso. Oltre a ciò, vi era la questione, ben più complessa, dell’indipendenza e neutralità dei sindacati, che i menscevichi e Trotski sostenevano contro le tesi bolsceviche, secondo cui i sindacati dovevano essere “una scuola di comunismo”, strettamente legati al partito. Allora vinsero le posizioni centralistiche di Lenin, ma a scapito del pluralismo. La svolta della NEP, se proseguita con coerenza, dopo la morte di Lenin, avrebbe probabilmente risolto anche questo problema.
In una lettera indirizzata al congresso, un anno prima di morire, Lenin indicò con lungimiranza il dualismo della personalità di Trotski. Lo riteneva l’uomo più capace del C.C., ma anche quello meno affidabile, perché troppo sicuro di sé e troppo incline ad esagerare il lato amministrativo delle cose. Lenin trovò necessario ricordare al partito il “non-bolscevismo” di Trotski, facendo osservare però che questo limite non poteva essere imputato a lui personalmente, più di quanto non potesse essere imputato ai soli Zinoviev e Kamenev il tradimento nell’imminenza della rivoluzione. Una precisazione che Stalin dimenticherà volentieri. Va tuttavia qui ricordato che, a proposito di questo testamento, Trotski sarà il solo ad essere favorevole alla sua pubblicazione, almeno in un primo momento, poiché, in seguito, per ordine del C.C. del partito egli dichiarerà che non esisteva alcun “testamento di Lenin”.

Ovviamente Lenin vedeva nell’ideologia di Trotski non l’espressione di una posizione individuale, bensì la manifestazione di uno stato d’animo assai determinato all’interno del partito, di cui Trotski s’era fatto interprete e realizzatore. Anche Kamenev aveva manifestato una chiara posizione non-bolscevica, eppure Lenin non gli impedì di lavorare nel C.C. del partito. “Quando nel C.C. si formano gruppi più o meno uguali -diceva Lenin- è il partito che giudica”, cioè l’insieme dei militanti. Lenin non offriva solo la possibilità di correggere gli errori, ma cercava anche di stimolare un’aperta fiducia nelle capacità di tutti gli attivisti, propagandisti, intellettuali, operai, contadini…, che lottavano all’interno del partito.
Ma c’è di più. Lenin non stimava necessarie le divisioni, ma neppure se le nascondeva. In questo senso teneva a precisare due cose: 1) le divisioni vanno risolte nella legalità, cioè sulla base degli statuti e del programma del partito; 2) la discussione è una cosa, la linea e la lotta politica del partito un’altra: “Noi non siamo un club di dibattiti”, diceva. Ciò significava che gli irriducibili andavano, dopo ampie discussioni, espulsi.

Ora, tutte le fondamentali discussioni degli anni ’20 s’erano concentrate sulla possibilità o meno di costruire il socialismo in un solo paese, e addirittura in un paese economicamente arretrato. Trotski e il blocco dei suoi sostenitori che s’erano ritrovati sulla piattaforma del trotskismo nel 1926, affermavano che l’insieme della politica economica del paese soffriva di una deviazione a destra. Nel senso cioè che il partito -secondo questa opposizione- frenava lo sviluppo dell’industria statale, rispetto al tasso di crescita dell’intera economia nazionale. Essi in pratica non credevano nella possibilità di un’industrializzazione pianificata con le sole forze del Paese e proponevano di avviare l’industrializzazione dapprima a ritmi forzati, per saturare il mercato di merci, e quindi, rallentando i tempi di produzione, reggere sino alla vittoria del socialismo nei Paesi capitalisti più avanzati. Per tale “superindustrializzazione” proponevano di reperire i mezzi nelle campagne, aumentando le tasse ai contadini.

I trotskisti rifiutavano di considerare che questo provvedimento avrebbe comportato anche l’aumento dei prezzi di tutti i prodotti agricoli e un minore potere d’acquisto del rublo, nonché un netto divario fra industria e agricoltura e l’inevitabile rottura dell’alleanza, indispensabile alla NEP, tra operai e contadini. I principali beneficiari, di conseguenza, sarebbero stati i kulaki (contadini ricchi) e la nuova borghesia uscita dalla NEP, cioè proprio coloro contro cui mirava il programma dei trotskisti! A ciò -come se non bastasse- va aggiunto che questo blocco radical-gauchiste utilizzava metodi tipici di una corrente che vuole trasformarsi in un secondo partito: elaborazione e propaganda della propria piattaforma, attività frazionistica, diffusione di documenti antipartitici, ecc. In queste condizioni era indispensabile prendere misure urgenti.
Il plenum del C.C. del partito comunista, tenutosi nel gennaio 1925, destituì Trotski dal suo posto di presidente del consiglio militare rivoluzionario e lo sostituì con M. Frunze. Nell’ottobre 1926 Kirov propose al plenum riunito del C.C. e del C.C. esecutivo, a nome dell’organizzazione del partito di Leningrado, di escludere Trotski dall’ufficio politico. Un anno più tardi egli viene anche escluso dal C.C. (insieme a Zinoviev) e nel novembre -per aver organizzato una manifestazione dei suoi seguaci durante il X anniversario della Repubblica d’Ottobre- viene anche radiato dalla lista dei membri del partito. Espulsi dal partito furono anche Kamenev, Piatakov, Radek e altri ancora.

L’idea trotskista sull’acutizzazione della lotta di classe via via che si consolidano le basi del socialismo, stava cominciando a dare i suoi effetti, ma a beneficio dello stanilismo, il quale seppe approfittare della situazione per iniziare una durissima repressione nei confronti di tutti i trotskisti. In quell’occasione, Stalin si avvalse degli organi giudiziari, pur senza imbastire un processo col quale incriminare Trotski ufficialmente (il che sarebbe apparso ridicolo, poiché Trotski di fronte alla legge non era colpevole di nulle), ma in seguito le cose andranno ben diversamente.

All’inizio del 1928 Trotski viene inviato in esilio ad Alma-Ata nel Kazakhstan, ma egli continua la lotta contro il partito e il bolscevismo. Il plenum del CC del partito (luglio 1926) purtroppo era stato categorico nel rifiutare il pluripartitismo. La linea del blocco Trotski-Zinoviev ottiene lo 0,5% del consenso degli iscritti al Pc(b): a questa opposizione non si dà il diritto di esistere. Trotski chiede di denunciare la politica “opportunista” della direzione sovietica, esige che si organizzino degli scioperi, che ci si opponga alla stipula dei contratti collettivi nelle imprese, ecc. Alla fine di quell’anno, da Mosca un inviato speciale della polizia politica ad Alma-Ata comunica a Trotski l’ultimatum del governo: o smette di guidare l’opposizione o verrà espulso dal paese. Trotski sceglie la seconda alternativa. Insieme ad altri tre membri della sua famiglia, lasciò l’URSS per sempre. Era la sua terza emigrazione politica. All’esilio si erano opposti, nel C.C., Bucharin, Rykov e Tomski.

Il governo sovietico si rivolse a molti paesi perché accogliessero Trotski, ma solo la Turchia, dopo molte trattative, accettò. Solo durante il viaggio Trotski venne a conoscenza che il luogo del suo esilio era Istanbul: la sua richiesta d’essere inviato in Germania venne respinta. Arrivato ad Istanbul il 12 febbraio 1929, visse fino al 1933 nelle isole Kiziladalar, nei pressi della capitale turca. Nel 1932 viene privato, insieme ai familiari, della nazionalità sovietica. I suoi sostenitori, in Francia, fecero in modo che potesse ottenere un visto d’ingresso per questo paese. Ma nell’estate del 1935 è costretto a trasferirsi in Norvegia, ove rimane sino al gennaio 1937, dopodiché decide di accettare l’invito, grazie agli sforzi di D. Rivera, noto pittore messicano, del presidente Cardenas di risiedere in Messico. Prese dunque domicilio a Koyocan, un distretto della capitale, ma il 21 agosto 1940 fu assassinato con un colpo di piccone da Ramon Mercader, su incarico di Stalin.

La IV Internazionale

Durante l’emigrazione, l’attività di Trotski si concentrò sull’idea di fondare un’organizzazione chiamata ad attirare nelle sue fila tutti coloro che erano “a sinistra” dei partiti comunisti e del Komintern. Tale organizzazione si chiamerà “IV Internazionale”. Essa nacque nel settembre 1938 in una conferenza dei trotskisti tenutasi a Parigi.

Trotski preparò la creazione della sua Internazionale scrivendo molti libri: dalla Rivoluzione permanente (1930) alla Scuola staliniana della falsificazione (1932), dalla già citata Storia della rivoluzione russa(1931-33) alla Rivoluzione tradita (1936), nonché una quantità enorme di articoli. In queste e altre opere del periodo appaiono -come vuole lo specialista occidentale del trotskismo, I. Deutscher- nuove tesi rispetto a quelle formulate negli anni ’20. La lotta contro lo stalinismo ne costituisce il perno centrale.
In effetti, dopo l’assassinio di Kirov (1934), Trotski seppe intravedere la crisi che avrebbe colpito il partito. Egli criticò sia la degenerazione verso il burocratismo, sia i processi di Mosca, ritenendoli una mistificazione ordita da Stalin e dal suo gruppo per liquidare gli avversari. Tuttavia, i suoi avvertimenti non vennero presi in considerazione né in seno al partito né nel movimento comunista internazionale. Ormai Trotski, col suo protagonismo a tout prix s’era per così dire “bruciato”. Peraltro egli non aveva altra intenzione che quella di sostituire lo stalinismo con il “trotskismo”. Tutti i difetti e le aberrazioni della politica staliniana venivano da lui utilizzate come prova della validità della sua tesi fondamentale della “rivoluzione permamente”, ovvero dell’impossibilità di costruire il socialismo in un solo paese. Se poi consideriamo il fatto che Trotski, per realizzare il suo modello di socialismo, avrebbe impiegato dei metodi (si pensi solo all’idea di far coincidere le circoscrizioni militari con le unità produttive) che non si distinguevano qualitativamente da quelli di Stalin, si comprende facilmente quanto sia inutile rivalutare Trotski contro il leninismo.

Oggi, non pochi teorici della IV Internazionale affermano che su taluni aspetti occorre rivedere le concezioni di Trotski, ma, nonostante questo, il neo-trotskismo resta una semplice appendice di quello classico. Infatti, alla base della fraseologia rivoluzionaria di entrambi vi è una tesi comune, quella della “rivoluzione permanente”.

Per elaborare questa tesi, Trotski si era riferito a quella formulata da Marx ed Engels nel 1850, nell’Indirizzo alla Lega dei comunisti. In esso, Marx ed Engels, intervenendo contro la subordinazione degli interessi della classe operaia (nella rivoluzione democratico-borghese) a quelli della borghesia, scrivevano che il proletariato doveva andare molto più lontano della borghesia, “rendendo la rivoluzione permanente, finché ogni classe più o meno possidente sia stata tolta dal potere…”. L’opinione di Lenin, sotto questo aspetto, era analoga: “Noi siamo per la rivoluzione ininterrotta”, cioè per la trasformazione della rivoluzione borghese in socialista. Lenin dunque riconosceva la necessità di tappe successive della lotta rivoluzionaria, ognuna delle quali preparava le condizioni indispensabili alla transizione verso la tappa seguente.

Viceversa, Trotski presentava l’idea di “permanenza” come il conseguimento simultaneo di tutti gli obiettivi politici del proletariato, il quale doveva rovesciare immediatamente, senza tappe successive, il dominio della borghesia. Ad es. la sua interpretazione delle Tesi di aprile di Lenin è radicalmente differente da quella che diedero, allora, i bolscevichi. Per Trotski quelle Tesi erano una proposta immediata della rivoluzione socialista e non la proposta di un approfondimento della rivoluzione democratico-borghese. Egli, in sostanza, non comprendeva che per realizzare la rivoluzione socialista occorreva l’alleanza con i contadini poveri contro i kulaki. Per lui la rivoluzione non era che uno scontro militare, dove i due eserciti contrapposti, schierati sin dall’inizio, debbono solo concludere militarmente uno scontro, i cui termini politici sono chiari fin da principio ad entrambi gli schieramenti. Trotski insomma era un esteta della rivoluzione. I suoi appelli avventuristici a bruciare le tappe non facevano che riflettere una profonda ignoranza delle leggi oggettive dello sviluppo sociale.

Peraltro un trotskista autentico non potrà mai ammettere che un determinato Paese s’è incamminato realmente sulla strada del socialismo. La negazione di una qualunque forma di socialismo si basa proprio sull’idea della rivoluzione proletaria mondiale. Anche oggi, i trotskisti, esaminando il fallimento del “socialismo reale”, non traggono la conclusione che il socialismo deve democratizzarsi, ma quella che senza rivoluzione permanente fra la borghesia “mondiale” e il proletariato “mondiale”, non vi potrà mai essere alcuna vera forma di socialismo: col che, in pratica, non fanno che avvalorare le tesi borghesi secondo cui l’unica alternativa al socialismo è il capitalismo.

Per i neo-trotskisti, la rivoluzione proletaria mondiale non è né la somma delle rivoluzioni nazionali, né l’abbandono progressivo del capitalismo da parte di diversi Paesi, né un’azione che abbia luogo in tutti i Paesi contemporaneamente. E’ piuttosto un conflitto tra borghesia e proletariato mondiale, portato avanti per un lungo, indefinito periodo storico. Ciò che dà senso alla storia, per i trotskisti, è appunto l’eccitazione di una rivoluzione continua, il prolungamento all’infinito del momento esaltante della lotta eversiva, contestatrice: non è certo il duro, prosaico lavoro post-insurrezionale, che rischierebbe di far emergere il vuoto spirituale di questi “professionisti della rivoluzione”, il cui scopo principale è sempre stato quello di seminare dubbi nella coscienza dei lavoratori circa la riuscita di una qualunque transizione.

Il fatto che i trotskisti abbiano bisogno di vivere in una situazione conflittuale in cui i conflitti non vengano mai risolti, è dimostrato anche dalla tesi sull’utilità della guerra per la rivoluzione mondiale, che Trotski elaborò nel 1940. Più la guerra è devastante -affermano i trotskisti- e maggiore sarà il ruolo rivoluzionario ch’essa giocherà nello sviluppo del mondo. Non a caso essi non fanno distinzione tra “guerra difensiva” e “guerra offensiva”. Non avendo alcuna fiducia nelle forze delle classi che si oppongono al capitale, propugnano il fatalismo di una “guerra rivoluzionaria”, riflettendo, in ciò, le concezioni degli strati estremisti piccolo-borghesi, sempre più rovinati dalla logica del profitto. Di fronte alle difficoltà quotidiane della lotta per la pace, essi si demoralizzano, non credono al principio dialettico per cui i cambiamenti quantitativi, che si accumulano nei rapporti di forza, possono condurre a dei profondi mutamenti qualitativi. Questi militanti dell’antiprosaicità, questi eroi ultrasinistri che si esaltano solo nei momenti “forti”, spettacolari, sono vittime allucinate della tragica formula: “Meglio una fine orribile che un orrore senza fine”.

Una piccola diversità, tuttavia, esiste fra vecchi e nuovi trotskisti. A suo tempo, Trotski, come noto, aveva predicato la concezione eurocentrica della rivoluzione sociale mondiale, affermando che questa non sarebbe stata possibile che nei Paesi più sviluppati. Egli inoltre negava la potenzialità rivoluzionaria delle masse agricole, che considerava come una forza conservatrice se non addirittura reazionaria, contro cui avrebbe dovuto lottare lo stesso potere rivoluzionario.

Viceversa, i neo-trotskisti (l’economista più significativo è E. Mandel), dopo aver costatato che l’occidente capitalistico non ha alcuna intenzione, almeno per il momento, di fare delle rivoluzioni proletarie, hanno preferito concentrare la loro attenzione, cercando di non autoemarginarsi dalla storia, sulle “rivoluzioni coloniali” dei Paesi del Terzo mondo, considerate come fattore prevalente della rivoluzione mondiale. Ora essi sono addirittura disposti ad ammettere che la classe agricola è la forza rivoluzionaria per eccellenza dell’epoca contemporanea, ma questa ammissione, ancora una volta, cela il trucco di sempre. Il loro scopo, in realtà, è quello di servirsi dei contadini del Terzo mondo per criticare il proletariato occidentale, non è quello di promuovere un’alleanza tra queste due forze sociali a livello mondiale. Costatando che il Terzo mondo è passato da una dipendenza “diretta” a una “indiretta” nei confronti dell’imperialismo, essi danno per scontato che quest’area geografica, da sola, non potrà mai veramente liberarsi dalle catene del neocolonialismo. Il risultato quindi, di tale ragionamento, è l’immobilismo e la solita fraseologia rivoluzionaria.
I neotrotskisti, lontani mille miglia dalle dinamiche sociali, vorrebbero una rivoluzione facile, a portata di mano, senza alcun lavoro tra le masse, che desse loro ogni potere per controllare in modo burocratico e amministrativo tutta la società. Siccome sanno benissimo di non poter ottenere questi obiettivi, ne traggono la conclusione che è impossibile realizzare il socialismo democratico. Di qui il netto rifiuto di creare legami tra mondo operaio e strati non proletari dei lavoratori, o alleanze di tipo antimonopolistico, o vaste intese nell’ambito della sinistra. Essi sanno soltanto difendere l’idea dell’assoluta, totale, autonomia delle correnti più diverse del movimento democratico. Preferiscono parlare di “esportazione della rivoluzione” piuttosto che costruirla in casa propria.

Bibliografia
Oltre alle molte opere di Isaac Deutscher, che sono indispensabili per chi voglia conoscere il trotskismo, si può consultare:

K. Mavrakis, Trotskismo teoria e storia, ed. Mazzotta
AA.VV., Trotski nel movimento operaio del XX sec., in “Il ponte” nn. 11-12/1980 (La Nuova Italia)
Day, Trotski e Stalin, Ed. Riuniti
Diverse opere di Trotski furono pubblicate negli anni ’70 dall’ed. Savelli.

Fonte: TROTSKI E IL TROTSKISMO

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