L’era di Stalin di Anna Louise Strong

Il libro della Strong ha il fascino della testimonianza diretta di trenta anni di storia, un po’ come il celebre “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” di Reed
Questo aureo saggio della giornalista statunitense Anna Louise Strong costituisce – come scrive la Prof.ssa Adriana Chiaia nell’Introduzione – una lettura utile, anzi necessaria, “per conoscere in “presa diretta” […] la realtà quotidiana, le contraddizioni, i problemi, le finalità di quella straordinaria avventura che è stata la costruzione del socialismo in Unione Sovietica. Una rivoluzione epocale che ha trasformato, nel breve spazio di quarant’anni, un’economia arretrata, basata principalmente su un’agricoltura arcaica, in un’economia tecnologicamente avanzata, sia nell’industria e nelle infrastrutture, sia nell’agricoltura, e che ha elevato il livello civile e culturale di una popolazione semi-analfabeta a traguardi mai raggiunti prima di allora dalle masse popolari nel loro complesso”.
Anna Louise Strong riconosce che il Maresciallo Stalin “portò la Russia ad essere una grande potenza, il primo Stato socialista del mondo”. Nel 1929, egli “cominciò a costruire il socialismo in un solo paese, un paese agricolo, arretrato, circondato da un mondo di nemici.

Quando cominciò, la Russia era contadina e analfabeta; quando finì, essa era diventata la seconda potenza industriale del mondo. Egli fece questo lavoro per due volte, una prima volta avanti l’invasione di Hitler, e poi di nuovo sulle rovine della guerra. Questo resta a suo credito per sempre: lui è stato l’ingegnere di quel lavoro”. Soltanto “la spaventosa marcia che egli impose all’U.R.S.S. dal 1928 in avanti poteva costruire uno Stato socialista in quel paese. Guardando indietro, si può vedere come tutti gli altri dirigenti, Trotzky, Zinoviev, Kamenev, Bukharin, portassero alla distruzione.

Nessuno di loro possedeva, […] come Stalin aveva, la conoscenza profonda delle necessità del popolo, il coraggio e la volontà necessaria“. Il primo piano quinquennale, ricorda la Strong, venne portato a termine “in un tempo minore del previsto: quattro anni e tre mesi dall’ottobre 1928 al dicembre 1932. Il numero degli operai impiegati nell’industria era passato da 11 a 22 milioni; anche la produzione era raddoppiata”. “Prima – affermò, nel gennaio 1933, il Maresciallo Stalin nel suo rapporto al Comitato Centrale – non avevamo un’industria siderurgica. Ora l’abbiamo. Non eravamo in grado di costruire trattori. Ora lo siamo. Non avevamo un’industria automobolistica. Ora l’abbiamo. Non producevamo macchine utensili. Ora le produciamo”.

“La realizzazione del piano – spiega l’Autrice – era stata resa possibile solo dallo spostamento di intere popolazioni, e quindi a scapito della produzione agricola; ma mai nella storia s’era verificato un simile progresso in così breve spazio di tempo. Il popolo sovietico era convinto che, se il ritmo fosse stato meno veloce, non solo la costruzione del socialismo sarebbe stata ritardata, ma la sua stessa esistenza come nazione sarebbe stata in pericolo. Nel 1933, il Giappone già saggiava le frontiere sovietiche dalla parte della Manciuria, e i nazisti tedeschi proclamavano le loro pretese sull’Ucraina.  

Il popolo sovietico era convinto di poter fronteggiare l’invasione su ambedue le frontiere solo grazie alla rapida ascesa della sua potenza economica”.
Si parla spesso del sistema delle fattorie collettive come di “una costrizione voluta da Stalin, arrivando a dire che egli fece morir di fame deliberatamente milioni di contadini per far sì che tutti entrassero nelle fattorie collettive”. Tutto ciò, osserva l’Autrice, “è semplicemente falso. Io viaggiai lungamente per le campagne sovietiche in tutto quel periodo, e ho visto coi miei occhi come si svolsero le cose. Certamente, Stalin appoggiò la trasformazione e le fece da guida.

Ma la tendenza alla collettivizzazione si sviluppò tanto più rapidamente di quel che Stalin aveva calcolato, che ben presto non ci furono abbastanza macchine per le nuove fattorie, né quadri amministrativi e tecnici in numero sufficiente. Le pie speranze in cui si consolava la vecchia inefficienza contadina, unite all’ondata di panico promossa dai kulak, che determinò un massacro in massa del bestiame, e a due annate successive di siccità, portarono alle gravi difficoltà alimentari del 1932. Due anni dopo le pretese costrizioni di Stalin, Mosca fece superare il passo al paese con un razionamento rigidissimo introdotto su scala nazionale”.

Riguardo alla stagione dei grandi processi del 1936-1938, la Strong scrive che i più importanti “furono celebrati in una grande aula, cui ebbero accesso la stampa, sovietica e straniera, i membri del corpo diplomatico e una folla sempre nuova di rappresentanti delle fabbriche e degli uffici statali”.

L’Autrice ebbe la possibilità di assistere personalmente “al dipanarsi del dibattimento”. Ecco la sua testimonianza: “Zinoviev e Kamenev, antichi amici di Lenin ed eminenti teorici, dissero ai giudici, al pubblico e al mondo che, avendo perso il potere a causa dell’ascesa di Stalin, avevano cospirato per impadronirsene attraverso l’assassinio di parecchi dirigenti, compreso Stalin probabilmente, ad opera di agenti i quali, se scoperti, non avrebbero conosciuto l’identità di capi del complotto, ma sarebbero apparsi come normali agenti della Gestapo tedesca. I capi del complotto, con la reputazione intatta, avrebbero allora fatto appello “all’unità del Partito” per fronteggiare la situazione d’emergenza. Uno di loro, Bakayev, designato ad assumere la carica di capo della G.P.U., avrebbe liquidato gli assassini, seppellendo così ogni prova contro i dirigenti”.

“Questo – aggiunge la Strong – fu il racconto al cui svolgimento io assistetti, seguendo il processo giorno per giorno. Gli imputati parlavano a voce alta e non mostravano segni di tortura. Kamenev disse che nel 1932 era diventato ormai chiaro che la politica di Stalin era condivisa dal popolo e che egli non poteva più essere rovesciato con mezzi politici ma solo mediante il “terrore individuale””.
“Eravamo guidati in questo– egli disse– da unasconfinata animosità contro il gruppo dirigente e dalla sete di quel potere cuiun giorno eravamo stati vicini”. Zinovev dichiarò in tribunale di essersiormai così abituato a dare ordini a un gran numero di persone da non essere ingrado di sopportare una vita lontana dal comando. Gli agenti di rango minoretestimoniarono sui legami del gruppo con la Gestapo. Uno d iloro, N. Lurye, pretese di aver lavorato agli ordini di Franz Weitz,luogotenente personale di Himmler. Alcuni pesci più piccoli apparentementeappresero per la prima volta in Tribunale la fine che i capi avevano lororiservato: e ciò accrebbe il veleno col quale li attaccarono.
“non lasciate che si proclami tanto innociente—gridò l’imputatoReingold, scagliandosi contro il coimputato Kamenev. —Egli si sarebbe fattostrada verso il potere scavalcando montagne di cadaveri”.

Era una storia credibile? La maggior parte della stampa fuori dell’URSS, ladefinì una montatura. La maggior parte di coloro che sedettero nell’aula,compresi i corrispondenti esteri, la credettero vera.
L’ambasciatore Davies, dice nel suo libro “missione a Mosca”, chesecondo la sua convinzione gli imputati erano colpevoli delle accuse lororivolte. D. N. Pritt, eminente avvocato e membro del Parlamento britannico,aveva una convinzione analoga. Edward C. Carter, segretario generaledell’Istituto per le Relazioni Pacifiche, scrisse: “Il caso del Cremlino èterribilmente genuino. Ha un senso…convince”. Lo stesso atto di accusadi Kruschev contro gli eccessi di quel periodo non fa menzione dei processipubblici, e non ne indica nessuno come montatura….”

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