La questione meridionale commentata da Marx e di Engels

L’Italia è il paese della classicità. Dalla grande epoca in cui apparve sul suo orizzonte l’alba della civiltà moderna, essa ha prodotto grandiosi caratteri, di classica e ineguagliata perfezione, da Dante a Garibaldi. Ma anche l’età della decadenza e della dominazione straniera le ha lasciato maschere classiche di caratteri, tra cui due tipi particolarmente compiuti, Sganarello e Dulcamara. La loro classica unità la vediamo impersonata nel nostro “illustre” Loria.(Friedrich Engels, III libro de Il Capitale, 4 ottobre 1894)

Marx ed Engels tra il 1848 e 1860 si occupano assiduamente della penisola italiana e dei suoi tumulti. L’Italia ancora non esiste, se non come «questione italiana» che destabilizza il quadro europeo, anche per via della predicazione mazziniana che si distende su scala continentale. Lo sguardo sull’Italia dei due ha il pregio di evidenziare con sicurezza gli elementi caratterizzanti di una situazione in divenire, destinati a diventare cardini interpretativi della storiografia successiva: il peso determinante del contesto internazionale, con lo scontro fra l’Austria asburgica e il Secondo impero francese, ma anche con il ruolo diplomatico della Gran Bretagna; le ambiguità della politica piemontese, la riduzione del problema nazionale nelle strette della politica espansionista sabauda; il gioco delle forze sociali, che permettono di dar conto dell’egemonia, ma anche del ruolo dell’iniziativa popolare garibaldina.

I commenti di Marx ed Engels

Il primo evento rivoluzionario assoluto del 1848 accade a Palermo, il 12 gennaio, giorno del compleanno del re Ferdinando II delle Due Sicilie. Il popolo palermitano, comandato da una parte di nobili decaduti di rango ma dotati di intelletto e intelligenza politica, insorge per la prima volta col tricolore che abbiamo a tutt’oggi. Insorge l’intera isola: le rivolte siciliane portano con sé volontà radicali di riforma per la Sicilia da propagare a Napoli, a Roma, al resto d’Italia; ma la sanguinosa e violenta capitolazione di Messina, pesantemente bombardata su ordine di re Ferdinando II, reprime definitivamente l’insurrezione.

Nell’articolo di Engels La più recente prodezza della casa di Borbone, pubblicato sulla Gazzetta Renana il 1° giugno 1848, vediamo come, secondo il filosofo tedesco, già l’insurrezione del popolo siciliano costituisce una vera e propria rivoluzione. Infatti, “il torrente rivoluzionario non si lascia arginare da complotti o da colpi di stato assolutisti. Con la controrivoluzione del 15 maggio, Ferdinando di Borbone ha posto la prima pietra della Repubblica italiana. E se Ferdinando cadrà, egli avrà almeno la soddisfazione di aver vissuto e di esser caduto da vero Borbone.” Una sentenza chiara e diretta di come può svilupparsi la questione italiana da poco incendiata con il Quarantotto.

L’attenzione di Marx e di Engels per gli avvenimenti ed i protagonisti del movimenta di unificazione italiana fu molto viva; i successi dei garibaldini in Sicilia e a Napoli vennero da loro seguiti con enorme entusiasmo; di Garibaldi stesso scrissero con ammirazione.

Marx ed Engels appoggiano le politiche di Garibaldi nel Regno delle due Sicilie esaltando la sua indipendenza dal regno sabaudo e questo è provato dal brano di una lettera del 17 luglio 1860, in cui Marx scriveva: «Che bellezza che Garibaldi abbia mandato al diavolo Farina». Il siciliano Giuseppe La Farina, emigrato a Torino, era deputato e presiedeva la «Società Nazionale», venne mandato da Cavour in Sicilia per preparare ed affrettare la sua annessione; contro La Farina reagiva Garibaldi che lo face espellere violentemente da Palermo; La Farina, tornato a Torino, accusò Garibaldi di voler preparare la repubblica in Sicilia, d’accordo con Crispi.

In effetti Garibaldi auspicava la nascita di una confederazione italiana, tanto è vero che i giornali del 27 luglio pubblicavano le istruzioni da lui date ai principi siciliani di S. Cataldo e di S. Giuseppe, suoi legati a Londra per trattare con i rappresentanti borbonici:

1. la restaurazione in Sicilia della Costituzione del 1812
2. l’autonomia completa dell’Isola e la sua separazione dal Regno di Napoli
3. La partecipazione della Sicilia stessa nella «Lega Italica» come Stato indipendente.

Altre dimostrazioni del federalismo dei Garibaldi è il brano del garibaldino Alberto Mario in cui sostenne: «Noi democratici vogliamo l’unità politica, che è una delle forme della nazionalità, ma unità la quale più si accosti alla costituzione elvetica che all’accentramento francese».

Marx ed Engels interpretavano le operazioni garibaldine in Sicilia e a Napoli non come una guerra di conquista, ma di liberazione, contro l’assolutismo borbonico, affinché «il popolo italiano sia messo nella posizione di pronunciare la sua volontà sovrana rispettando la forma di governo che vuole scegliersi»: cosi scriveva Marx in una lettera al giornale fiorentino «L’Alba», verso la fine di maggio 1848.

Prima dello sbarco a Marsala, in una lettera dell’8 maggio 1860 Marx domandava ad Engels: «Che ne pensi della faccenda di Sicilia?»; successivamente, da giugno a settembre, egli chiese per ben sei volte ad Engels di scrivere qualcosa su Garibaldi. Mentre si attendeva la capitolazione di Milazzo e di Messina, in una lettera del 5 ottobre, Engels scriveva a Marx: «Papà Garibaldi ha dunque battuto di nuovo i napoletani e fatto duemila prigionieri. L’ascendente che ha sulle truppe deve essere fantastico…Per Bombalino (leggi Francesco II) sarà presto finita; presto le sue truppe non avranno più niente da mangiare e si sbanderanno, quella piccola striscia di terra non può nutrire. Per il momento non c’è nient’altro da dire su questa storia. Del resto non si può negare che il «re galantuomo» fa il suo gioco con molta decisione se va a Napoli adesso». A proposito del re, in un articolo di Marx o di Engels del 12 agosto 1848, era scritto: «D’ora in poi gli italiani non possono porre e non porranno più la loro liberazione nelle mani di un principe o di un re…Se essi l’avessero fatto prima, se avessero messo a riposo il re e il suo regime assieme con tutti i partigiani, ed avessero realizzata un’ unione democratica, oggi probabilmente non ci sarebbero più austriaci in Italia».

Parlando degli avvenimenti di Sicilia e di Napoli Marx ed Engels mostravano di sperare in una rottura tra Garibaldi e il governo e il re di Torino, come dimostra una lettera di Engels dell’1 ottobre 1860: «Garibaldi egli scriveva a Marx pare che, militarmente, non ce la faccia più. Ha talmente suddiviso le sue buone truppe nei battaglioni siciliani e napoletani, che non ha più nessuna organizzazione, e appena arriverà a una linea d’acqua un pò difesa, con una fortezza non dominata come Capua, dovrà fermarsi. Per ora la cosa non è seria, perché i 30 mila napoletani non possono vivere su quella piccola striscia di terra, e dovranno sparpagliarsi o avanzare entro 15 giorni, cosa che non riuscirà loro. Ma sarà ben difficile che Garibaldi arrivi tanto presto al Quirinale senza casi fortunati particolarissimi. Per di più ora tutto il gridare dei cavouriani; questi miserabili borghesi sono capaci di rendere fra poco insostenibile la sua posizione, sì che alla peggio dovrà attaccare prima di essere in condizioni di vincere. Se no sarebbe importante mettere fuori combattimento il più presto possibile i napoletani e indurre poi i piemontesi a fraternizzare, prima che Vittorio Emanuele arrivi tra loro, perché poi è troppo tardi, e loro rimarrebbero fedeli a Vittorio Emanuele».

Le previsioni di Engels purtroppo si avverarono, le politiche di Garibaldi in Sicilia crearono un forte contrasto tra quest’ultimo e il governo di Torino. Le truppe garibaldine si trovavano in cattive condizioni, necessitavano di cure, armi e rifornimenti che Cavour puntualmente rifiutò e inizio a far accostare alla frontiera degli Abruzzi le truppe sarde del generale Cialdini e per mare la flotta dell’ammiraglio Persano, pronti ad invadere le Due Sicilie

La situazione era insostenibile le truppe allo stremo non avrebbero retto lo scontro frontale contro le truppe sabaude e anche la difesa del territorio era impensabile visto la scarsità dei rifornimenti, tutto ciò indusse Garibaldi ad acconsentire all’annessione, non senza prima pubblicare un manifesto «Spieghiamoci chiaramente noi abbiamo bisogno di un’ Italia unita, e di vedere tutte le sue parti aggruppate in una sola nazione, senza restar traccia di municipalismo. Noi non possiamo consentire, che mediante parziali, e successive annessioni, l’Italia sia a poco a poco inviluppata nel municipalismo legislativo ed amministrativo del Piemonte. Che il Piemonte diventi adunque italiano, come han fatto Sicilia e Napoli, ma che l’Italia non divenga piemontese. Vogliamo noi stessi riunirci alle altre parti d’Italia, che si uniranno parimenti a noi con uguaglianza e dignità. Non debbono adunque imporci le leggi e i codici, che sono ora specialmente propri del Piemonte. Le popolazioni che col sangue han fatto trionfare un’ idea non sono simili a’  paesi conquistati, ed hanno il diritto a crearsi i loro codici e le loro leggi…Così pensa, e deve pensare per la salute d’ Italia chiunque è italiano».

Tre settimane prima della proclamazione dell’Unità d’Italia, il loro giudizio su Garibaldi è diventato sprezzante: “Quell’asino di Garibaldi si è reso ridicolo con la lettera sulla concordia ai Yankees!

Marx alludeva a una lettera in cui il generale aveva rifiutato la proposta del presidente Abraham Lincoln in persona di assumere un posto di comando nell’esercito nordista, all’inizio della guerra civile negli Stati Uniti. C’è da dire, inoltre, che Garibaldi si inquadrava politicamente in un socialismo di stampo utopistico, sansimoniano: e quasi sicuramente, la superficialità sansimoniana dimostrata da Garibaldi nel suo rifiuto a Lincoln influì nel giudizio di Marx.

Marx ed Engels hanno seguito con grande entusiasmo la “questione italiana”; le rivoluzioni innescate prima da Palermo nel 1848 e poi nel resto d’Italia (vedi Milano, Napoli, Venezia e la Repubblica Romana) hanno fatto sperare più che in meglio nel quadro teorico di Marx ed Engels, che immaginavano l’unificazione dell’esercito dei proletari provenienti da tutta la nazione italiana, portatori più che sani della coscienza di essere classe combattente, e perciò rivoluzionaria.

Fonti:

Il Risorgimento secondo Marx ed Engels. Ieri ed oggi.

IL MARXISMO E LA QUESTIONE MERIDIONALE

Marx ed Engels sul Risorgimento Italiano

Giuseppe Garibaldi eroe socialista

Se esistesse una società del demonio, che combattesse despoti e preti, mi arruolerei nelle sue file.” (Giuseppe Garibaldi)

Se per internazionalista s’intende colui il quale, avendo cento scudi in tasca, frutto del proprio lavoro, abbia l’obbligo di dividerli con un altro che pretende di vivere neghittosamente alle sue spalle, questo è un ladro: tale è il mio internazionalismo.(Giuseppe Garibaldi)

“L’unico eroe di cui il mondo ha mai avuto bisogno si chiama Giuseppe Garibaldi.” (Che Guevara)

“L’eroe delle nazionalità oppresse, l’assertore inflessibile dei loro diritti e il combattente generoso per la loro difesa. (Sandro Pertini)

La storiografia risorgimentale ha prestato scarsa attenzione al socialismo di Giuseppe Garibaldi. La sua azione politica, pervasa da sincera umanità, s’inserisce invece in quelle tendenze ideali che hanno caratterizzato il socialismo nel suo sviluppo originario.

Come egli stesso ricordò più volte, fu nel 1833, durante un viaggio per l’Oriente, che conobbe le idee umanitarie e sociali di Saint-Simon. Il contatto con un gruppo di sansimoniani, guidati da Emile Barrault, e l’influenza di Saint-Simon lasciarono nel giovane Garibaldi (allora venticinquenne) un’impronta indelebile. Quel socialista francese, che predicava il libero sviluppo delle facoltà umane attraverso il ritorno all’interezza armonica della natura, orientò Garibaldi nella sua successiva evoluzione politica. I primi passi di Garibaldi risalivano agli anni Trenta del secolo XIX. Dall’adesione alla Giovane Italia – la cui affiliazione avvenne senza bruschi passaggi per l’influenza che Saint-Simon esercitò su Mazzini – e poi alla Massoneria (1844), Garibaldi corroborò gli influssi socialisti provenienti dalla Francia. L’assidua frequenza delle logge Asile de la Veru e Amis de la patrie gli permise a Montevideo di partecipare al dibattito, che si sviluppò con la pubblicazione nel 1839 de L’organisation du travail di Louis Blanc e de De lesclavage moderne di Félicité R. de Lamennais; o due anni dopo con quella di Voyage en Icarie di Etienne Cabet. Attraverso la conoscenza di queste opere, l’anticlericalismo di Garibaldi, influenzato dalle idee di Proudhon e dalle battaglie anticuriali di Lamennais, si accentuò e la sua religione naturale assomigliò sempre di più al mondo ideale dei socialisti francesi.

Dal suo ritorno in Italia nel 1848 fino agli anni 1860-61, Garibaldi fu impegnato nelle sue gesta di condottiero militare e il suo rapporto col socialismo sembrò dileguarsi o quasi. Fino al compimento dell’Unità dItalia, i rapporti di Garibaldi con il movimento socialista divennero sempre più scarsi. La recente storiografia suole infatti farli decorrere dal IX congresso delle società operaie (Firenze, settembre 1861), che lo scelse come presidente e lo elesse membro della commissione permanente. Da quell’anno non ci fu congresso che non invocò l’adesione di Garibaldi e non lo invitò a partecipare; al decimo congresso delle società operaie (Parma, ottobre 1863) apparve addirittura come un nume tutelare. Solo con la nascita dell’Associazione Internazionale dei lavoratori (settembre 1864), Garibaldi divenne un personaggio di primo piano nell’ambito di quella democrazia europea, che si richiamava agli ideali della Rivoluzione francese. Il suo strenuo appoggio all’indipendenza della Polonia e della Romania accentuò la fama di Garibaldi, che in breve tempo diventò l’incarnazione delle aspirazioni al riscatto dei popoli oppressi.

Nel 1864 la visita di Garibaldi a Londra, durante la Prima Internazionale,  ricevette la calorosa accoglienza delle società operaie inglesi, che gli tributarono numerose manifestazioni di simpatia. Ma esse non riuscirono a coinvolgere anche Karl Marx, affinché sottoscrivesse un messaggio di saluto all’eroe della democrazia italiana. Nonostante gli insulti a Garibaldi da parte di Marx, che conservò sempre un atteggiamento critico nei suoi confronti, questo viaggio fu seguito con vivo interesse dalla stampa progressista europea. Dagli esuli tedeschi Garibaldi ricevette un Indirizzo, in cui fu salutato come il propugnatore della libertà, l’uomo che ha combattuto su due emisferi per il progresso, i diritti umani e lo stato libero.

Per Garibaldi il socialismo corrispondeva al miglioramento della condizione materiale, morale e culturale dell’operaio, ma non per questo era contrario alla proprietà privata. Anzi, la difendeva e per questo il rapporto con Marx rimmarrà molto aspro.

Molto interessanti per definire la personalità politica di Garibaldi, le sue proposte presentate nel settembre 1867 al Congresso internazionale di Ginevra per la Pace e la Libertà, un incontro in cui parteciparono grandi personalità come lo scrittore Victor Hugo e il filosofo liberale John Stuart Mill:

1. Tutte le nazioni sono sorelle.

2. La guerra tra di loro è impossibile.

3. Tutte le contese che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere giudicate da un congresso.

4. I membri del congresso saranno nominati dalle società democratiche dei popoli.

5. Ciascun popolo avrà diritto di voto al congresso, qualunque sia il numero dei suoi membri.

6. Il Papato, essendo la più nociva delle sette, è dichiarato decaduto.

7. La religione di Dio è adottata dal congresso e ciascuno dei suoi membri si obbliga a propagarla.

8. Supplire il sacerdozio delle rivelazioni e della ignoranza col sacerdozio della scienza e della intelligenza.

9. Propaganda della religione di Dio, attraverso l’istruzione, l’educazione e la virtù.

10. La repubblica è la sola forma di governo degna di un popolo libero.

11. La democrazia sola può rimediare ai flagelli della guerra.

12. Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno.

L’atteggiamento incerto della Lega di fronte alla Comune di Parigi, assunto al congresso di Losanna (1871), non gli impedì di prenderne le difese, pur ritenendola una sventura per gli eccidi della guerra civile. Quello della Comune, per Garibaldi, restò però uno straordinario avvenimento, una nuova e sfortunata tappa di quel lungo processo di emancipazione economica e morale della classe lavoratrice, che prese avvio dalla Rivoluzione francese dell’89.

Con la difesa appassionata della Comune di Parigi, che pur accentuò i contrasti nelle prime organizzazioni operaie e socialiste, Garibaldi divenne in breve tempo il principale veicolo del passaggio di ampi strati del democraticismo risorgimentale verso il socialismo. Nelle posizioni garibaldine, infatti, si riconobbero i gruppi riuniti attorno a La Plebe di Enrico Bignami, il giornale operaista destinato a svolgere un ruolo di primaria importanza nel periodo della prima Internazionale. Provenienti dalle file garibaldine, quasi tutti i collaboratori (Achille Bizzoni, Angelo Umiltà, Luigi Perla, Ferrero-Gola) accolsero la visione eroica del loro maestro, ma anche l’umanitarismo democratico e internazionalista, il laicismo anticlericale e la fede nel riscatto dei più deboli. Alla sua nascita (4 luglio 1867), La Plebe non esitò a pubblicare una lettera di approvazione e di incoraggiamento da parte di Garibaldi.

E alcuni anni dopo, il 9 novembre 1871, il periodico pubblicò altresì una polemica lettera di Garibaldi a Giuseppe Petroni, direttore della mazziniana Roma del popolo, per confutare alcune affermazioni riguardanti l’Internazionale e la Comune. Larghi entusiasmi – oltre al gruppo de La Plebe – riscosse Garibaldi a Firenze, dove la sezione dell’Internazionale contava nel giugno del 1871 circa 300 soci, tra i quali numerosi erano i garibaldini, che avevano combattuto con l’Eroe a Mentana o nell’armata dei Vosgi.

A Torino, quando nell’ottobre 1871 si costituì la sezione dell’Internazionale, l’assemblea inviò al generale un telegramma. Ma a fare del garibaldinismo un elemento fondamentale delle origini del socialismo italiano contribuirono i socialisti romagnoli (Erminio Pescatori, Celso Ceretti e Lodovico Nabruzzi): nel dicembre 1871 il Fascio operaio di Bologna inviò a Garibaldi il programma e lo statuto, quasi ad attestare la fedeltà alle sue idee. In una lettera del 13 marzo 1872 Garibaldi accolse lo statuto della nuova associazione e inviò la sua quota mensile di socio; come pure ammise di condividere il tentativo dei socialisti romagnoli di unificare le varie organizzazioni democratiche esistenti in Italia in organismi disposti a superare le divergenze ideologiche e a lottare per un programma concreto di emancipazione sociale. Tuttavia Garibaldi non fu molto entusiasta quando i socialisti romagnoli imboccarono una via di conciliazione tra garibaldinismo e bakuninismo, auspicando un programma comune basato sull’emancipazione del proletariato mediante la lotta contro i privilegi, l’autogoverno dei liberi comuni e la loro federazione universale. Così Garibaldi non mancò di manifestare diffidenza personale per Bakunin e sfiducia nelle sue idee utopiche e irrealizzabili. Durante la conferenza di Rimini (4-6 agosto 1872), egli avversò l’indirizzo dei delegati romagnoli, che accolsero il programma bakuniniano, pur respingendo le tesi fatte votare da Marx alla conferenza londinese del 1871, perché intrise di comunismo autoritario. Vicecersa Bakunin criticò Garibaldi, perché questi – proprio quando si dichiarava socialista o internazionalista – metteva in guardia dalle esagerazioni anarchiche, dagli eccessi dei dottrinari, intenti solo a inventare paradossi con lo scopo ben preciso di “spaventare il mondo”. La guerra al capitale, la collettivizzazione della terra, l’abolizione dello Stato furono considerati paradossi che ritardavano l’eliminazione delle sperequazioni sociali.

Questo atteggiamento rese Garibaldi inviso agli anarchici, i quali più volte lo definirono un confusionario per il suo militarismo rivoluzionario e per la sua idea di una dittatura elettiva. In realtà, l’avversione di Garibaldi all’istituto parlamentare fu dettata dall’assenza di una struttura politica unitaria, che garantisse piena autonomia ai corpi intermedi (comuni e regioni) e ricorresse all’arbitrato internazionale riguardo alla futura organizzazione politica europea. Al IV congresso della Lega (Lugano, 23-27 settembre 1872), egli – pur non partecipandovi personalmente – sostenne la subordinazione della politica alla morale, la Federazione repubblicana europea e la sostituzione delle milizie nazionali agli eserciti permanenti. Nell’ultimo decennio della sua vita, Garibaldi ripose piena fiducia in un progetto di vaste e profonde riforme istituzionali e legislative, desideroso di battere nuove vie per realizzare il sogno sansimoniano di una società diversa, da lui stesso presentato nel capitolo conclusivo de I Mille. Ma il suo contributo più importante fu diretto soprattutto a scongiurare il pericolo di nuove guerre per un’unione completa delle nazioni libere e per il conseguimento della pace universale. Così continuò negli anni successivi fino alla morte (1882) ad inviare messaggi augurali ai giornali e ai congressi socialisti, testimoniando anche a favore degli internazionalisti del 1875.

Il Garibaldi socialista (nel 150° dell’unità d’Italia)

Giuseppe Garibaldi. Padre della Patria ed Eroe Socialista

Giuseppe Garibaldi era socialista?