Eritrea: La via africana al socialismo


La parola Eritrea deriva dal greco erythros, che significa rosso. L’Eritrea è oggi una macchia rossa nell’ Africa neocoloniale.

L’Eritrea è una democrazia popolare in cui le persone hanno accesso all’assistenza sanitaria, non rischiano la vita bevendo un bicchiere d’acqua, hanno lavoro, cibo, elettricità. Preferisco vivere in un paese del genere piuttosto che in un così chiamata democrazia come il Congo o l’Etiopia. E se, nonostante tutto, l’Eritrea è considerata una dittatura, io preferisco vivere di una dittatura come questa (Mohamed Hassan)

L’Eritrea ha sei milioni di abitanti, seicentomila nella capitale Asmara, continua a ispirarsi ai valori socialisti e può vantare, rispetto a molte altre nazioni africane, la solidità del sistema educativo e di quello sanitario. La totalità della popolazione dichiara e largamente pratica un proprio orientamento religioso, metà è sunnita, un terzo cristiano-copta, un decimo cattolica, i restanti protestanti e animisti. Ovunque si incontrano persone cordiali e aperte che rivendicano con orgoglio la battaglia per l’indipendenza, riconoscendo i meriti del tempo presente, auspicando nella maggioranza dei casi un futuro sul modello cinese, ovvero capace di coniugare il marxismo con lo sviluppo delle forze produttive.

L’agricoltura in molti casi di mera sussistenza attraverso la manioca e pochi altri prodotti, la pesca lungo la costa, la pastorizia e l’allevamento sono alla base dell’economia eritrea, per il resto molto deve essere importato, massimamente dall’Arabia Saudita, che si trova dall’altro lato del mar Rosso, esattamente antistante l’Eritrea. Il settore minerario sta iniziando ora a essere sfruttato, in cooperazione con la Cina Popolare.

Ad Asmara molti parlano italiano, anche per la presenza di un completo percorso di studi ancora operativo e molti palazzi sono stati edificati dagli italiani, massimamente nello stile popolare degli anni ’30 che oggi si può vedere a Roma nel quartiere della Tuscolana, per i colonizzatori era un insieme urbano chiuso e loro riservato, solo più tardi apertosi alla popolazione locale, massimamente con l’avvento del socialismo alla metà degli anni ’70, quando la quasi totalità degli oltre centomila italiani rimasti in Eritrea se ne sono andati per la loro evidente ostilità alle politiche di nazionalizzazione delle fabbriche e dei negozi praticata dal governo di Menghistu.

Dopo una guerriglia popolare di lunga durata sviluppatasi nell’arco di tre decenni  dal 1962 al 1991 condotta dal Fronte Popolare di Liberazione di matrice marxista  con a capo il compagno Isaias Afewerki  contro l’Etiopia, l’Eritrea è giunta all’indipendenza il 24 maggio 1993.

Il presidente della repubblica Afewerki e il governo rivoluzionario del Fronte Popolare per la Giustizia e la Democrazia (ex FPLE), hanno iniziato la costruzione della nuova Eritrea partendo da una ideologia nazionalista che pone al centro l’indipendenza nazionale combinata con la questione sociale fondata sull’uguaglianza, la partecipazione delle masse e l’emancipazione femminile (elemento quest’ultimo molto sentito nella vita del paese).

La storia della rivoluzione eritrea, pur nella sua indiscutibile originalità, presenta tratti in comune con altri paesi tanto che la nuova Eritrea viene definita a volte la “Cuba africana” per la struttura di governo e le istituzioni del potere; a volte il “Vietnam africano” per la pluridecennale lotta di liberazione nazionale; a volte la “Corea del nord africana” per la sua scelta di sviluppo auto centrato e il rifiuto di ogni ingerenza esterna ( rifiuto di accettare le ricette del FMI, della BM, e del la collaborazione delle ONG di dubbia lealtà verso il sistema politico scelto dal processo rivoluzionario forte di un vastissimo consenso popolare).

In poco più di vent’anni dalla dichiarazione di indipendenza sono state costruite case, scuole, ospedali, ambulatori nelle zone rurali, strade, ferrovie e ben 100 dighe e 800 pozzi che assicurano il bene prezioso dell’acqua in tutto il paese; è stato praticamente cancellato l’analfabetismo, attuata la riforma agraria ed eliminata la barbara usanza dell’infibulazione pesantemente sanzionata per legge.

Si tratta di un grande progetto di rinascita nazionale attento a decentrare la crescita in favore del resto del paese al fine di evitare un insostenibile flusso migratorio interno su Asmara, come invece succede in altre realtà del continente nero con l’unico risultato di creare immense megalopoli di disperati

Il modello di sviluppo scelto dal gruppo dirigente eritreo  è basato sulla valorizzazione delle risorse interne, sulla crescita economica ottenuta senza avere rapporti con le istituzioni del capitalismo internazionale e su una correttezza morale che sembra aver messo al bando ogni forma di corruzione.

Oggi possiamo registrare un notevole sviluppo economico del paese (parametrato ovviamente agli standard africani) con un incremento annuo del PIL oscillante tra IL 6% IL 7%.

Tale risultato è stato ottenuto anche grazie alla collaborazione degli alleati dell’Eritrea: la Cina, ove molti dirigenti eritrei, tra cui Afewerki, appresero la tecnica militare frequentando l’Accademia di Shangai, fornisce cemento, biciclette, pezzi di ricambio ed altre merci oltre alla modernizzazione del porto do Massaua (molti studenti eritrei studiano nel grande paese asiatico); Iran e Corea del Nord forniscono armi; Cuba – decine di medici operano nel paese; da rilevare anche le rimesse provenienti dalla diaspora.

La forma di governo è così strutturata. l’Eritrea è una repubblica presidenziale in cui il presidente della repubblica, nell’ambito della costituzione, presiede l’Assemblea Nazionale, è il capo delle forze armate, sceglie i ministri, il presidente della Banca Centrale e il presidente della Corte Suprema.

L’Assemblea Nazionale è composta da 150 membri eletti dal popolo, elegge il presidente della repubblica e ratifica i trattati internazionali.

Il 50% dei seggi è riservato al Fronte Popolare per la Giustizia e la Democrazia (FPGD) , il partito unico al potere;  il restante 50% viene eletto tra i candidati delle varie organizzazioni di massa: prima tra l’Unione delle Donne Eritree (UDE)  autentico focolare di emancipazione e protagonismo femminile rivoluzionario che svolge un ruolo centrale nella società, nella famiglia e nelle forze armate; la Confederazione Nazionale dei Lavoratori Eritrei (CNLE) il sindacato che comprende gli operai e i contadini; l’Associazione Nazionale degli Studenti Eritrei.

La volontà dell’Eritrea è di liberarsi dalle potenze straniere. L’economia del Paese si basa essenzialmente su un’agricoltura in via di sviluppo, la rete infrastrutturale è relativamente sviluppata, ci sono importanti risorse in oro, rame, gas e petrolio ancora non sfruttate.

Un ultima considerazione: la sinistra europea, ed anche italiana, giustamente solidale Cuba, Vietnam, il primo Nicaragua ha sempre ignorato la rivoluzione eritrea che non ha mai potuto contare sulla solidarietà internazionale.

AWOT N HAFASH! VITTORIA DEL POPOLO!

LA LOTTA DI LIBERAZIONE INIZIA IL PRIMO SETTEMBRE 1963

Eritrea, il socialismo nel Corno d’Africa

Eritrea, un socialismo desconocido de África

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